SULLA DISDETTA DELL'ARMISTIZIO.

SULLA DISDETTA DELL'ARMISTIZIO.

20 marzo 1849.

L'armistizio è disdetto; la guerra sacra è intimata; e in quest'ora medesima forse in che noi scriviamo, le aure lombarde spirano nuovamente nel vessillo italiano. Il moto primo del cuor nostro si è di ringraziare umilmente il Padre delle nazioni e il Datore eterno di libertà, per avere infuso ne' Subalpini e nel Principe loro tanta magnanimità e fortezza da non dubitare di rompere una seconda volta la guerra, quantunque si vedano pressochè abbandonati dal rimanente d'Italia, e debban riporre migliore speranza nei popoli del Danubio che ne' proprj fratelli. À pure piacciuto al benigno Iddio di non permettere ch'elli si sgagliardissero per divisione e si scompigliassero per furore di partiti e di sètte, e à lor persuaso di non aspettare che germinassero i mali semi di diffidenza e di fanatismo sparsi di soppiatto da mani abilissime a sconciare e disordinare. Stretti, disciplinati e raccolti intorno al lor Principe, ànno, benchè soli, protetto l'Italia e contro gli stranieri e contro le interne follie. Ora, la spada è di nuovo snudata, e in quegli animi generosi non può capire che un sol pensiero: redimer l'Italia e vendicare le sventure di Somma Campagna e di Custoza.

Non che il frasario ampolloso e superlativo delle nostre gazzette, ma neppur lo stile dei sommi scrittori basterebbe, noi crediamo, a descrivere la gioja coraggiosa e terribile che invade in questi giorni il petto d'ogni Lombardo. Troppo ravveduti e corretti alla scuola dell'infortunio, essi più non son per cadere nelle funeste incertezze, nelle superbie municipali, e negli stolti e ingiuriosi sospetti ai quali eziandio tra l'armi e in mezzo alla guerra sconsigliatamente davano luogo. Deh! l'infortunio e l'esperienza corregga noi pure; e finchè, almeno, dura la prova pericolosa e finale contro dell'Austria, torni la misera Italia a quella invidiata concordia e a quella fiamma di fratellanza e d'amore che fece cara e maravigliosa all'intero mondo civile l'aurora del nostro risorgimento. Anche il medio evo conobbe letregue di Dio:non conoscerem noi per l'Italia una tregua di partiti e di smoderate opinioni? Certo, per nostro avviso, ciò è tanto più doveroso a coloro i quali, la vigilia medesima della guerra, osarono di suscitare in alcune parti della Penisola nuove e feconde cagioni d'odio, di scontentezza e di dissensione.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

27 marzo 1849.

L'Italia, chi può negarlo? ogni dì più si sconvolge, ogni dì più si slega e disgiunge nei fatti, nelle opinioni e negli interessi. Ufficio pertanto del buon cittadino è impedire che scompigliandosi e dividendosi tuttavia, smarrisca i nobilissimi fini a cui vuol pervenire, ed i quali sono principalmente laIndipendenza, l'Unione, e laLibertà. E qui pure sembra mestieri che risovvenga a tutti la massima del Machiavello, che per riordinare gli umani istituti occorre di risospingerli inverso i principj. L'Italia diè cominciamento al risorgere suo con la universale concordia e armonia delle menti e degli animi; mostrò di abborrire da ogni fazione, e di voler conciliare con fina e generosa industria i pensamenti, le mire e i desiderj di tutti. L'ardenza e l'impeto delle passioni non volle adoperati e sfogati nelle sètte e nelle brighe interiori, ma rivolti contro dell'Austria, intesi al magistero delle armi, ai pericoli della guerra e a quelle imprese ardite e magnanime che il riscatto della patria comune ricerca ed inspira. Fra i mezzi e gli apparecchi più acconci per menare a bene il fiero conflitto, conseguire l'indipendenza, acquistare vita e abito di nazione, indicò e raccomandò con ardore tutti i modi e tutte le vie per giungere a qualche notabile grado di consenso e di unione tra i membri della gran famiglia italiana; e desiderò fortemente in fra essi una leale ed intima Confederazione. Volle per ciò medesimo, che in ciascuna provincia le istituzioni fossero tanto larghe, e tanto almeno vi si godesse di libertà, quanto ne bisogna per concorrere speditamentee con buon successo alla cacciata degli stranieri e all'unione confederativa; il rimanente giudicò doversi lasciare, e trattare a guerra finita. Volle poi quella libertà uguale per tutti, avversa ad ogni violenza, amica d'ogni ordine di cittadini, tutrice spassionata d'ogni diritto, d'ogni prerogativa, d'ogni possesso; libertà vera, insomma, e non finta ed inorpellata da nomi e simboli grandi e pomposi; libertà fondata sulla giustizia comune e imparziale, servita da ministri e ufficiali così abili come integri, osservatrice scrupolosa e severa delle leggi, promovitrice della pubblica educazione, massime di quella del popol minuto, calda di spiriti religiosi e caritativi, e informata soprattutto dal sentimento profondo e radicatissimo del dovere.

Noi di queste massime e di queste pratiche, le quali tutte furono fin da principio espresse e acclamate dal buon senso della nazione, saremo indefessi propugnatori. E non è nostra colpa se torna utile ed opportuno, per non dir necessario, il ripetere e raccomandare all'Italia verità così ovvie ad un tempo, e così salutevoli. Noi aderiremo con fede a tutti i governi che mireranno con zelo instancabile ad effettuare l'indipendenza e il patto d'unione; a tutti i governi aderiremo non ripulsivi ed intolleranti, non agitati e predominati da focoso amore di parte, ma professanti equità, moderazione, assennatezza, e capaci di annegazione e di sacrificio.

Da tutto ciò si raccoglie, che noi poco o nulla ci occuperemo in questo Periodico delle forme di reggimento politico, e assaissimo della bontà delle leggi; e però con diligenza e studio ne indagheremo e invigileremo l'applicazione e l'esecuzione. Noi (per venire in ispecialità a Roma e al suo Stato) in qualunque atto dell'Assemblea, e in qualunque del Comitato esecutivo e del Ministero, esamineremo anzi tutto e con massima cura le attinenze che avrà col bene comune d'Italia, con la guerra del riscatto e col bisogno e l'aspettazione del patto confederativo; poi con le condizioni particolari di queste nostre provincie, e sempre con gli eterni principj della moralità, della libertà e della giustizia.

Gli uomini passano, le istituzioni non buone si posson mutare, le leggi oppressive abrogare. Ma le basse cupidigiesvegliate, il credito affatto spento, i nodi ministrativi disciolti, ogni principio d'autorità sbandito, il dispotismo sotto nome di libertà, le coscienze violentate, l'odio, il sospetto, la diffidenza, la discordia in ogni canto seminate, sono mali tanto peggiori e più profondi e durevoli, in quanto che rendono inefficaci e tardivi i rimedj, e corrodono e guastano la tempra stessa degli animi e la probità universale, che è il primo e l'ultimo fondamento del viver civile.

Il tempo è giunto che l'opinione dei moderati si mostri aperta ed intera, smettendo le reticenze ed i blandimenti. Tempo è giunto che la lor falange numerosissima raduni e stringa ordinatamente le proprie file, e proceda innanzi a bandiere spiegate, usando per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, quell'attività e quel coraggio che gl'immoderati adoperano per la loro.

Tuttociò, rispetto al generale sistema, e alla franca e ferma ragione di Stato che noi professiamo. Venendo ai casi del dì d'oggi, il che vuol dire alla guerra santa di già scoppiata, le parole e i pensieri nostri non possono nella sostanza differire in nulla da quelli d'ogni buon patriota e d'ogni vero italiano, qualunque sia l'opinione e il partito al quale s'accosta. La guerra è il gran fatto, il nobile scopo, il supremo interesse di tutti; e quanto l'opera della penna, quanto l'ufficio d'un'effemeride la può ajutare e giovare, tanto sarà da noi praticato con sempre viva e premurosa sollecitudine. A noi non istanno in cuore gelosie e sospetti dell'altrui fede ed ingrandimento, nè si fa gravosa e terribile alcuna delle conseguenze della vittoria. Non potrà Carlo Alberto profittare mai tanto de' suoi trionfi per sè e pel monarcato, che non riesca infinitamente maggiore il bene e il profitto recato dalla sua spada all'Italia, dandole seggio fra le nazioni, e arbitrio e impero sopra sè stessa.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

27 marzo 1849.

Jeri dal rappresentante del popolo Pietro Sterbini era consigliata l'Assemblea di non punto inviare in Lombardia le nostre milizie, se il governo di Piemonte non dichiarasse prima di riconoscere la nova sovranità della Repubblica Romana. A questa opinione singolarissima noi non avremmo neppur pensato di contradire, se non ci fosse da più bande riferito, tale essere altresì la sentenza del Comitato Esecutivo, o almeno di parecchi de' suoi. Nè per questo, vogliam credere ancora allo strano proponimento. Imperocchè troppo doloroso riuscirebbe all'animo nostro di vedere Roma ed il suo governo in sì basso stato caduti, da patteggiare e mercanteggiare, quando trattasi del riscatto de' nostri fratelli, trattasi dell'indipendenza italiana, anzi di questa medesima libertà nostra, che siam gelosi di dilatare e di mantenere.

E che? la guerra di Lombardia è forse agli occhi dei Triunviri una faccenda monarchica, e non una guerra nazionale e italiana? Se il re Carlo Alberto fu primo a sguainare la spada per la patria comune, gloria a lui in perpetuo, gloria a' que' generosi che fra i cimenti e i pericoli lo seguitarono. Ma ciò non toglie l'obbligo formale e rigoroso a noi tutti di accorrere, almeno secondi, alla comune difesa.

E che? dopo avere sì altamente gridato la guerra del popolo, e riempiuto di frasi magnifiche gazzette e proclami, macchina forse il governo della repubblica di vilmente disertare dalla Causa Nazionale? No, noi ci ostiniamo a non crederlo, e respingiamo con grave sdegno le parole acerbe e ingiuriose che ne' giornali di Francia scagliavansi sopra il Mazzini ed i suoi seguaci, accagionandoli di codardia, e di cessarsi ognora dal luogo dove ferve il combattimento e sovrasta il pericolo. A noi sovviene con gran diletto, come parecchi fra loro marciassero alla guerra lombarda, e d'ésservi prove di bel coraggio e di ardore vivissimo per la indipendenza comune. Ma ora ch'elli soli timoneggian lo Stato, orache desso il Mazzini col voto unanime dell'Assemblea viene acclamato cittadino romano, e ch'egli è tantissima parte dei pensamenti e provedimenti del nostro governo; che cosa farebbe dire e opinare di lui, che cosa de' suoi proseliti, quando Roma e chi la regge non operasse a questi giorni con la prestezza, lo zelo e la veemenza, che il rinnovarsi della terribile lotta ricerca e vuole dagl'Italiani?

Un sol ricordo daremo al Governo, ed è questo: che se Roma e le sue provincie lasciarono buttare a terra la potestà temporale dei Papi a cagione principalmente che non sembrò fervorosa e infiammata abbastanza per la Causa Nazionale, non rispetteranno certo il potere e i diritti della Repubblica, s'ella mostrerà o lascerà indovinare la benchè menoma esitazione ad ajutare con tutte le forze e tutto lo ingegno la santa guerra Italiana.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

28 marzo 1849.

Una sentenza magnifica si va ripetendo da molti; e questa è, che il fondamento d'ogni sistema politico e d'ogni forma di governo debb'essere la verità. Noi pigliamo volentieri in parola tutti coloro che pronunziano e propagano oggi con gravità e sussiego, tale aurea sentenza, e desideriamo forte che i fatti non vengano a contraddirli giammai. Intanto prenderemo arbitrio di far loro qualche discreta interrogazione, per levar di mezzo i dubj e gli scrupoli che ci molestano, e forse contro ragione.

E prima, chiederemo se certi repubblicani, quando parlano di libertà, esprimono il vero od il falso; perchè da una parte accusano ogni governo costituzionale di fondarsi sulle finzioni, e d'impedire e sopprimere molte preziose franchigie; dall'altra, pervenuti essi al comando e póstisi alla prova del maneggiare lo Stato, si vede troppo sovente che la violenza occupa il luogo del diritto. Chiediamo di poi, se operandosi efavellandosi sempre in nome del popolo, qualora la grande pluralità di questo o non curi o dissenta o dispregi, sia mettere innanzi una verità od una menzogna. Chiediamo se lo spacciare per effettivo e legittimo il suffragio universale, qualora in moltissimi luoghi consista nel voto di poche dozzine di uomini, e in altri venga indettato e manipolato dai capi soli di un partito, non debba considerarsi come una certa e patente finzione. Chiediamo se le ballottazioni e se gli scrutinj parlamentarj, eseguiti con pochissima libertà e sotto l'influsso prepotente e continuo di un clamoroso uditorio, debbansi reputare sinceri e spontanei, o rassegnare anch'essi più giustamente nel novero delle finzioni. Chiediamo se l'imporre ad un popolo alcuna forma di politico reggimento, alla quale si sa e vede che la più parte di lui mal volentieri aderisce, e per la quale non è per niente apparecchiato e disposto, sia un recare ingiuria alla verità od un soddisfarla. Infine, ci sentiamo astretti di chiedere con istanza e premura, se da un lato il gridare guerra e indipendenza della patria comune, e dall'altro il produrre uno stato di cose che a quella guerra non si confà, e sturba e difficulta l'unione di tutti gli animi, venga a fondare la Causa italiana nel vero o nel falso.

Noi frattanto non taceremo, che da questo cumulo appunto di dissimulazioni e menzogne nasce lo sconforto e il disdegno generale dei buoni; perlochè temiamo con gran ragione che il popolo se ne stanchi, e pigli ad odiare ed a fastidire la libertà; od almeno si lasci andare al dubio, all'indifferenza, all'irrisione e allo scherno, rinfacciandoci mille superbe promesse, e gridando ad una voce: d'ogni cosa i liberali ànno mentito; promettevano la libertà e ci dierono la violenza; promettevano un buono e santo governo, e ci dieron lo scredito, la povertà, la discordia e l'universale scontentezza.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

3 aprile 1849.

Poc'arte e poca dissimulazione bisognerebbe affine di dare al nostro Periodico una sembianza vistosa e gradevole a tutti coloro i quali può la sventura d'Italia mettere in grado fra breve di dispensare dignità ed onori. Ma nessun'arte, nessuna dissimulazione si occulterà mai nelle nostre parole; a cagione che l'intento a cui miriamo è purissimo, e non abbiamo chiesto nulla e nulla aspettato da verun partito. Pregati alcuni di noi e sollecitati a condurre a bene la cosa pubblica, il fecero con lealtà e zelo, usando temperanza e longanimità, insino al punto che non ne venivano offesi i principj da lor professati; ed onesto fu l'uscire come l'entrare, perchè l'orgoglio e l'ambizione non daranno mai crollo alle nostre coscienze. Già disse un Greco, essere troppo rara fortuna veder salire la filosofia accanto al seggio de' principi. Noi diciamo che altrettanto è raro veder salire la libertà vera e compiuta accosto al seggio d'ogni maniera di governanti; perchè, in genere, le passioni, gl'interessi ed il fanatismo così avversano la libertà, come s'insinuano di leggieri nel cuor de' potenti. Da questo deduciamo, che sarà forse ufficio nostro perpetuo lo sgradire ai dominanti e censurarne le opere; ma non muterà per ciò la Impresa che noi scegliemmo, e nella quale sta scritto a grandi lettere d'oro:Tutta la libertà, e per tutti. Ciò basti a significare con piena sincerità e franchezza le nostre intenzioni, delle quali peraltro crediamo istruito e persuaso ciascuno che ci conosce. Il sindacato ch'esercitiamo sugli atti di coloro da' quali al presente riceve il nostro paese e leggi e comandi, non vuol ferire le persone, e non dubita del buon volere. L'inesperienza, la giovinezza, l'accensione dell'animo, l'esorbitanze della fazione contraria scusano per avventura fra noi la più parte dei neo-montagnardi, che, senza troppo avvedersene, menan le cose alla peggio. Ma ci è forza di accusare e di rampognare i frequenti e gravissimi loro sbagli, affine che il popolo, affatto nuovo alla vitapolitica, odiando la licenza, non odii la libertà, e non confonda la interezza e generosità dei principj con l'uso improvido che alcuno ne fa. Del rimanente, noi sappiamo distinguere i tempi ed i casi; e quella nuda schiettezza di parole o acerbità di giudizio che jeri conveniva assai bene contro la baldanza e la presunzione, può disdire quest'oggi, che le vicende, pur troppo, sono mutate. Noi, certo, non insultiamo la sventura e l'abbassamento di alcuno, non solo perchè è la pessima delle vigliaccherie, ma perchè insulteremmo eziandio noi stessi, colpiti quanti altri mai e crudelmente trafitti dal comune infortunio. Sventura grave non è che una forma di governo perisca, ovvero che tali uomini invece di tali altri ascendano in alto e braveggino. Ma sventura somma e terribile è che la santa Causa Italiana pericoli d'estrema ruina nei campi della Sesia. E tanto siamo alieni dalla volontà di redarguire e recriminare, e dallo spargere tossico sulle ferite dell'animo, che a noi sembra nessun cittadino essere in fatto esente di colpa, e tutti dover confessarsi di molti errori in faccia alle nuove sciagure d'Italia. E che? i moderati ànno forse molto meno degli altri fallito? Ma se nella schiera numerosissima de' moderati fosse comparso di buon'ora quel coraggio civile, quella vigorezza assennata, e quel risolvere pronto e reciso che alle dure emergenze de' tempi si confaceva, sarebbe forse l'Italia trascorsa agli estremi? avrebbero avuto voce o séguito gli ultra-democratici? Sarebbesi ogni cosa empiuta di sospetto, di diffidenza e di confusione? Adunque, candidamente si dica:Iliacos intra muros peccatur et extra; e siamo l'uno inverso l'altro indulgenti e benigni. Purghiamo i nostri affetti e le nostre opinioni nel comune dolore. Poco è naturale, ed anzi impossibile, che scordando affatto noi stessi, e solo pensando e lacrimando d'Italia, Dio non ispiri le menti nostre, e non le consocii e affratelli in qualche concetto salutare, in qualche generosa risoluzione, che a tutti i buoni Italiani debba ugualmente gradire, e venir da tutti voluta e operata con quella pronta efficacia che le paurose necessità della patria dimandano.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

5 aprile 1849.

In quest'ora medesima che noi scriviamo, la guerra, anzi il fratricidio di Napoli contro Sicilia è già forse incominciato. Avvenimento funesto, e pel quale non si può formar voto e augurio buono e sincero! Vittorie e disfatte sono deplorabili in egual modo, e le bandiere che vi si spiegano debbono andar tutte coperte di negri veli, come dietro i funebri cataletti. A noi muove gran meraviglia che alcune gazzette italiane ne parlino come se non fosse guerra civile; come se il risultamento finale, qual ch'egli sia, non debba crescere di necessità fra i due popoli l'odio, la rabbia e il comune servaggio, e una sete profonda ed abbominevole di mutua vendetta.

Incredibile a dirsi, il medio evo non è peranco finito in Italia. Si mutino solo le date, e crederemo di assistere alle battaglie infami di Chiozza e della Meloria. Appena un poco di libertà è ricomparsa in Italia, che noi scelleratamente ne profittiamo per lacerare le viscere della patria, là con l'aperta guerra dell'armi, qua con l'occulta delle fazioni. E, per nostra maggior vergogna, quel coraggio ostinato e quel furore di popolo che mal sappiamo suscitare ed adoperare contro gli Austriaci, mostrasi vivo e terribile nel civile conflitto.

In Gaeta è un venerando personaggio a cui debbono più che ogni altra cosa del mondo muover dolore ed orrore le guerre fraterne degli Italiani, i primogeniti della Chiesa. Perchè non esce dal suo ritiro, perchè non entra coraggioso fra i due popoli contendenti, perchè non tenta con l'augusta presenza sua di far cadere d'ambe le parti le armi inique e crudeli? Èvvi ufficio più degno del Gran sacerdote? Èvvi coraggio e ardimento speso in causa migliore e con migliore speranza di bene? Chè quando, per cagioni a noi sconosciute, gli sia impossibile di ciò fare e tentare, non sostenga almeno di rimanersi testimonio quasi incurante e impassibile di tante colpe e miserie italiane.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

6 aprile 1849.

Nei pericoli estremi della patria comune conviene attutire ogni discussione che non miri alle armi e alla guerra. Ogni governo, purchè sia Italiano e la guerra Italica ajuti di cuore, dee venire obbedito con lealtà e speditezza. Ai sonori proclami, alle enfatiche declamazioni sia fine. Mano ai fatti; e le parole si spendano solamente a suggerire opere utili daddovero, e a consigliare alcun partito praticabile e pronto. Che si può quest'oggi medesimo mettere in atto per ajutare i Piemontesi in modo efficace e sollecito? Ecco, a nostro avviso, l'oggetto principalissimo, ed anzi unico, nel quale dobbiamo occuparci. Apparecchi nuovi, nuovo ordinamento di nostre schiere, metodi migliori d'istruzione guerresca, e simili cose, come sono desiderabili e ottime, così al presente giungebero tarde ed inopportune. Quante milizie regolari, quante guardie mobilizzate, quanti volontarj abbiamo, si mandino tutti oltre Po a congiungersi con le truppe del General Pepe; si mandino a lui subitamente per via di terra o di mare, secondo che torna fattibile. Se l'armistizio non è accettato e la guerra prosiegue, egli ne farà buona cerna, e i meno atti a combattere porrà a difesa della città di Venezia e a guarnigione nei forti; gli altri menerà seco a più ardite fazioni. In tal guisa il Pepe, avendo possibilità di condurre contro al nemico meglio di venti mila uomini scelti e bene ordinati, recherà gagliardo soccorso all'esercito subalpino, o promovendo la sollevazione del Veneto, o assaltando alle spalle alcun corpo smembrato d'Austriaci, o in più altri modi; perchè parecchi ne può scegliere, e, secondo le circostanze, cambiare le mosse e gl'intenti. Appigliamoci a questo disegno, che è il solo proporzionato alle nostre forze, confacente allo stato di nostre truppe, atto eziandio a impedire l'invasione delle Romagne, e che ricerca per eseguirsi nè molto danaro nè molto tempo.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

11 aprile 1849.

Abbiamo, non con le parole soltanto ma col fatto cotidiano, mostrata la risoluzion nostra di non crescere la scontentezza e inasprir le passioni con quelle gravi censure che le pubbliche cose meriterebbero. Ciò nonostante, quando i principj stessi pericolano e l'opinione universale degli uomini può venir pervertita, parlare è necessità; e noi il faremo con quella schiettezza che la verità e la giustizia prescrivono, e con quella moderazione che la temperie dei tempi e consiglia e comanda.

Leggesi nelMonitoredi jeri un decreto dei Triumviri, col quale i canonici del capitolo Vaticano sono accusati, condannati e puniti, per averereiterato il giorno di Pasqua il rifiuto di prestarsi alle funzioni sacre, ordinate dal Governo. Il decreto chiama criminosa cotale ripulsa. È dunque materia non pure di polizia correttiva, ma di giustizia penale e di Corte d'Assise, come direbbesi in Francia. Dopo ciò, vennesi da noi cercando nel foglio, così l'atto d'accusa e il compendio del processo, come la sentenza formale dei giudici, l'allegazione del testo delle leggi rispettive violate, e l'applicazione della pena. Ma il foglio tace di tutto questo, ed è notorio all'intera Roma, che nessun atto di tribunale e nessuna specie ordinaria o straordinaria di giudicio à qui avuto luogo. Or come? s'incolpa e si taglieggia una congregazione intera e numerosa di ecclesiastici senza veruna formalità e legalità di giudicio; e da quelle persone medesime da cui move l'accusa, move altresì la condanna e la punizione? Ma in qual mondo siam noi? nel bel mezzo d'Europa, nella civilissima Roma sotto il più libero de' governi, ovvero in alcun pascialatico della Romelia o dell'Asia Minore?

Una cosa, intanto, è certissima: che, cioè, qualora il dritto comune stato fosse rispettato, e avessero i magistrati ordinarj assunto, secondo lor debito, di conoscere e giudicare l'incolpazione, sarébbene uscita di necessità una sentenzadi pienissima assoluzione. Imperocchè nessuna nozione di dritto, nessuna massima di gius publico, nessun principio di equità e di naturale giustizia, indurrà mai il retto e imparziale giudice a riconoscere in alcun cittadino il perfetto dovere civile di compiere certi atti di culto, e recitar certe preci a tal giorno, a tal'ora, per comando di chicchessia. E siamo noi che pigliamo arbitrio di chiamarcriminosesiffatte ricuse! noi propugnatori d'ogni libertà, noi banditori dell'inviolabile diritto delle coscienze!

E dopo tanto gridare contra ogni maniera di materiale costringimento in fatto di religione, noi stessi diamo ora l'esempio della violenza; e non tolleriamo che altri neghi di porger mano ad un'opera spirituale per timore, o giusto od erroneo, di commettere fallo dinanzi a Dio? Guardando all'intimo della cosa e non agli esterni accidenti, in verità che pochissima differenza si scorge tra queste nuove multe e condanne, e le carceri e gli altri cruciati del Sant'Uffizio; e tanto esce dal dritto e dall'equità il prete il quale usa come argomento di persuasione la forza esteriore, quanto il magistrato civile che pretende con la corporal forza di astringere il prete ad un atto di culto e di mera pietà religiosa. Nella fede e nel culto vive ed opera (chi non lo sa?) un intelletto ed una natura morale e spontanea, e però abborrente da coazione; e la storia del medio evo è piena di sangue e di lacrime, appunto per avere così i principi come il clero dimenticata o disconosciuta, ciascuno dalla sua parte, una tanto solenne e salutifera verità.

Noi di quelli non siamo che disperano facilmente dell'efficacia dei principj, e credono la libertà e la giustizia essere piuttosto un nobile desiderio de' buoni che un'asseguibile realità. Confessiamo pur nondimeno, che questo veder ripetuti gli errori antichi, e ripetuti da coloro che senza dubbio professano massime affatto opposte, ci perturba e ci affligge più che mediocremente.

La salvezza pubblica è grande e famosa parola, e può di molti arbitrj e di molte fiere deliberazioni essere causa e scusa ad un tempo. Ma non si pronunzino almeno in simili casi i nomi di colpa e di pena, di virtù e di dovere; perchènessuna potenza e nessuna necessità umana potranno alterare e scambiare giammai la indefettibile essenza della verità e del diritto, di ciò ch'è innocente e di ciò che è reo.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

21 aprile 1849.

Nel disegno di Costituzione che jeri l'altro fu letto dal deputato relatore signor Agostini, molte cose riescono di necessità le medesime che in altri Statuti fondamentali; ma parecchie sono nuove, o, a dir meglio, sono innovate e ringiovanite. Ai compilatori delProgettoè sembrato convenevole, che trattandosi di ordinare e dettare una Costituzione repubblicana in Roma, dovessero ricomparire alcune di quelle forme politiche, venerande di antichità e di gloria, le quali governavano dal Campidoglio tutto il mondo civile. Perciò, parecchi concetti e ricordanze classiche, come direbbero i letterati, campeggiano in questo disegno di legge costitutrice. I Consoli, il Tribunato e i Comizj vi sono risuscitati non solo nel nome, ma, in qualche porzione almeno, eziandio nel fatto. La questione sta a definire se quelle forme vetuste e dagli uomini (rispetto all'uso) dimenticate, posson o tanto o quanto ripigliar vita e recare profitto. Appresso i Romani, Consolato, Tribunato e Comizj erano parti d'un gran tutto bene insieme congegnate e connesse, prodotte e compite dalla invisibile azione del tempo e dalla lenta conciliazione degl'interessi, e conformate a poco a poco alle singolari e non più ricomparse condizioni di quel popolo miracoloso. Tentare oggi di ricondurle fra noi, benchè a pezzi e frammenti, si è come incastrare nella basilica di Firenze un colonnato di Vitruvio, e porre a riscontro del Mosè di Michelangelo l'Apollo del Belvedere.

Oltre di che, ogni pensatore politico è persuaso quest'oggi, che le antiche istituzioni si reggevano molto di più per l'efficacia dei costumi, che per la virtù e maestria delle leggi; e più assai per la forza della religione e dell'uso, che per la sapienza ordinatrice interiore. Per contra, l'età nostra procaccia di supplire con l'intima bontà delle leggi e degl'istituti al difetto delle tradizioni e all'inefficacia de' costumi. I tre libriDe Republicascritti dal dottissimo dei Consoli e giaciuti occulti per tanti secoli, poi ritornati inopinatamente alla luce, non ànno niente di più ajutato gl'ingegni a capire e scoprire la economia del governo romano; quella economia intendiamo che induceva effetti e compiva imprese maravigliose a tutto il mondo moderno.

Due consoli in Roma stavano più che bene, e facevano gran profitto alla cosa pubblica, perchè studio cotidiano di quella città erano la guerra e la conquista. Laonde, il più del tempo, l'uno de' consoli guidava gli eserciti, l'altro provvedeva ai negozj civili. Spartivansi parimente fra loro non pur gli ufficj, ma le provincie; e con siffatti temperamenti, e forse con molti altri che mal conosciamo, evitavasi la discettazione e il conflitto in fra due persone investite di egualissima potestà e incumbenza.

Ma i due consoli di questa nostra repubblica, nessuno intende come faranno a procedere sempre d'accordo. Il sì dell'uno vale quanto il no dell'altro, nè più nè meno; e come la legge non partisce fra loro nessun officio e nessuna giurisdizione, così quell'altercazione del sì e del no può insorgere ad ogni momento e per ogni cosa, e non è provveduto alcun modo di farlo cessare.

Manco male, se i consoli venissero eletti dall'Assemblea; perchè quivi i rappresentanti più savj e sperimentati potrebbero convenire, e dare i suffragj a persone il men che si può disformi di genio, d'opinione e di scienza. Ma i consoli, giusta il disegno, escono essi pure dallo scrutinio popolare; quindi, per li diversi umori delle provincie, accadrà sovente di vedere appajati uomini differentissimi. E neppure è lecito di credere che la stanchezza e la noja ovvero l'urgenza dei casi costringali a cedere l'uno all'altro secondo itempi e gli accidenti, o a convenire in continui mezzi termini per giungere a qualche atto e deliberazione comune. Imperocchè, sopra que' poveri consoli pesa una sì tremenda e incessante malleveria, da spegnere qualunque buon desiderio di mezzi partiti e di mutua condiscendenza. Nelle altre Costituzioni sono i parlamenti che tengono arbitrio di sottoporre a un'imputazione criminale i capi non inviolabili del Governo; ma nella nostra, ogni cittadino può con un semplice suo memoriale promuovere l'accusa e la condannagione dei consoli. Nè solo debbono essi render ragione delle faccende della repubblica ad ogni sei mesi, e quante volte sieno dall'Assemblea ricerchi di ciò; ma usciti appena d'uffizio, vengono per disposizione suprema di legge posti a sindacato dai Tribuni, i quali possiedono facoltà di tradurli di poi in giudicio. In Francia, presidente e ministri incontrano tutt'insieme una pari obbligazione di mallevare; ma la nostra Costituzione fa imputabili di colpe di stato i soli due consoli, e ogni mancamento de' primi ufficiali del Governo rovesciasi loro sul capo.

Abbiamo finito? non già, perchè riman di notare in questo medesimo subbietto un altro grave disconcio. Conforme il disegno di cui parliamo, ogni anno all'uno dei consoli tocca di uscire di magistrato, e vien supplito dal console nuovo. Per tal guisa, colui che rimane, dopo avere per avventura assai faticato e sudato a comporsi nelle massime e nella pratica col suo collega, dee ricominciar l'opera e la fatica con l'altro che sopraggiunge; al quale altro avverrà dopo un anno la sorte medesima; e così senza fine. Oh Consolato degno di poca invidia e di molta commiserazione!

23 aprile 1849.

La vita politica delle nazioni, simigliando a quella dei corpi animati, non può sussistere nè prosperare senza un artificioso contrasto delle sue parti. Ma il contendimento in fra esse debb'essere tale, che invece di uscirne la disgiunzione e la distruzione, e invece che le virtù e le forze contrapponendosivengano a sminuire e cessare, moltiplichino per lo contrario la lor vigorezza e la loro efficacia, e compongano, quasi a dire, una discorde concordia, piena di varietà e di ordine insieme.

L'arte, pertanto, dei filosofi politici consiste a trovare una felice e durevole antagonía (mi si conceda il vocabolo) delle forze civili, donde provenga continuamente l'ampliazione e la sicurezza delle libertà pubbliche e del comune perfezionamento. Per contra, quelle costituzioni in cui signoreggia un solo principio e una sola forza qualechessia, portano entro sè la cagione dello scadimento e ruina propria. Le monarchie assolute appena ebbero consumate le reliquie della feudalità e ogni specie di gerarchia interposta tra esse e il popol minuto, soggiacquero alla violenza di ripetute sollevazioni, e cessero il luogo ai governi rappresentativi. Per simile, le aristocrazie di Venezia e di Genova, dopo avere in sè accumulata ogni potestà ed ogni diritto, si disfecero nella dissolutezza e nell'ozio. L'aristocrazia inglese, in quel cambio, ponendo argine a sè medesima e alla sua prepotenza con la Camera dei Comuni e con altre popolari franchigie, non solo è ancor sussistente e gagliarda, ma non sembra dar segno nessuno di decadenza e di prossimo disfacimento. Grande errore farebbe colui il quale stimasse che i governi popolari vadano esenti da questa legge. I Fiorentini, quando ebbero divelto dal seno loro ogni ordine di patriziato e ogni autorità senatoria, e raccolto tutto il potere in mano delle Arti, non perciò si quietarono, ma si divisero in sètte più numerose, e la città e lo stato riempirono di tumulti e sollevazioni.

A coloro, impertanto, che si travagliano di ordinare e costituire in maniera durevole le moderne democrazie, debbe star ferma in pensiero cotesta massima fondatissima: di non permettere che la forza e autorità popolare non abbia contrasto legale alcuno, e la vita così politica come civile non esca sempre rinnovata e rinvigorita da un ben congegnato sistema di antagonía.

A rispetto di ciò, debolissima e molto pericolante, a credere nostro, è l'ultima Costituzione di Francia, e sarà talequalunque altra le voglia rassomigliare. Quivi una sola è la fonte e l'emanazione di ogni dignità e di ogni potere; senza che alcuna prescrizione di legge od ufficio di magistrato curi e provveda se non a impedire, almeno a scemare notabilmente gli sconci assai gravi che il suffragio universale conduce seco, e i quali dal lato degli elettori sono principalmente lavolubilità, l'ignoranzae laseduzione. Quivi una sola assemblea, originata da quel suffragio, fa e delibera tutte le leggi e ne veglia l'esecuzione. Quivi il capo del governo trae l'autorità e l'ufficio suo transitorio dallo stesso popolare scrutinio; e non possiede per moderare alcun poco la onnipotenza dell'assemblea verun altro mezzo, che farla richiedere dai ministri entro il termine solo di un mese, di voler sottoporre a nuova deliberazione la legge per innanzi approvata; e può l'assemblea non accedere alla domanda. Quivi, pertanto, è una sola ed unica potenza e dominazione, la volontà delle moltitudini; le quali di lor natura, come dicemmo, riescon voltabili e passionate, nè si posson difendere quanto è bisogno contro la propria ignoranza e l'altrui seduzione. Ora, nessun rimedio à trovato la Costituzione nuova francese ai difetti e all'eccesso del regno assoluto delle moltitudini, e alle esorbitanze del parlamento che discorre ed opera in nome di quelle. Tutt'i poteri sono soverchiati continuo da una forza incircoscritta e infrenabile; e l'antagonía salutare della vita politica è sciolta e annullata.

In America, alla prevalenza cieca del numero e all'arbitrio pieno del popolo minuto contrasta primamente la forma di governo confederativo; la quale induce meno impeto nel consiglio e nell'opere, e commette al congresso centrale la sola trattazione degl'interessi effettivamente comuni, e però assai più larghi e meno mescolati ed intorbidati di passioni e preoccupazioni. Secondamente, l'abbondanza inesauribile del lavoro e l'alto prezzo delle mercedi, fa la plebe di necessità meno inquieta ed astiosa, e ne' suoi pensieri e suffragi più temperata. In terzo luogo, ognun sa che la potestà legislativa è spartita in America tra la Camera dei Comuni e il Senato, e che non procedono entrambi dal suffragio universale, nè sono eletti con una medesima ragioneproporzionale; imperocchè il Senato componesi secondo il numero degli Stati, e la Camera de' Comuni secondo quello dell'universale popolazione. E similmente, non dal suffragio delle plebi, ma da certo modo particolare e ristretto di eleggere, esce il nome del presidente a ciascun quadriennio.

Ora, non sussistendo nulla di tutto ciò in Francia, egli occorreva di speculare e indagare altra natura di spedienti e altra efficacia di rimedj: il che non fu fatto nè procurato.

Ai degnissimi cittadini che lungamente meditarono l'idea della Costituzione romana, sembra che siffatti pensieri e difficoltà o non sieno sorti nell'animo, o non li abbiano piegati ad altre cogitazioni e risoluzioni. Certo è, che nel lor disegno di legge fondamentale incontrasi, come appunto nella francese, una sola assemblea, una sola forma di elezione, una sola origine di autorità e di potere. Ma in Francia ogni proposta accolta nel parlamento dee, per avere forza di decreto, venir messa a partito e vinta tre volte consecutive; e oltre di ciò, il presidente, innanzi della promulgazione a lui affidata, possiede come notammo, la facoltà di richiedere una quarta e ultima deliberazione. Giusta il disegno di Costituzione di cui parliamo, un consimile temperamento può venire usato dai Tribuni. Di questi, adunque, diremo un po' alla distesa, e con sempre uguale franchezza e sincerità di discorso.

25 aprile 1849.

Chiunque ricorda il tribunato romano antico, pensa una tremenda magistratura che, per effetto delle sue interdizioni, de' suoi giudizj e de' suoi plebisciti, non solo la forza contrappesava e l'autorità del Senato, ma non di rado soprapponeva il diritto e la volontà della plebe alle giurisdizioni e alla potenza di tutto l'ordine dei patrizj. Nel nostroProgettodì Costituzione il tribunato è cosa molto più innocente e leggiera, e tra tutti gli ufficj della repubblica è del sicuro il più scioperato ed agevole; tanto che sembrerebbe costituito per serbare in Roma alcuna memoria e figura dei Benefizj Semplici,quando il tempo e i costumi li sopprimessero. Per vero, ad esso non è attribuito altro incarico peculiare e continuo, se non quello descritto dall'articolo 33, con queste formali parole: «Sopra le leggi adottate con maggioranza minore di due terzi, possono i tribuni richiamare il suffragio dell'assemblea; e se dopo la seconda discussione sono adottate con meno di tre quarti di suffragi, i tribuni hanno il diritto di richiamarle a nuova discussione. Dopo la terza discussione, se la legge è adottata a qualunque maggioranza, viene eseguita.»

Nella proposta neppure è indicato l'idoneo modo col quale il tribunato esercita cotal suo diritto; cioè se il debba mettere in atto per messaggio all'assemblea, o se per organo dei consoli od altri primi ufficiali, ovvero presentandosi egli medesimo nel parlamento, e quivi annunziando essere sua volontà che la discussione di tal legge o di tal altra, benchè compiuta, si rinnovelli. Ma certo è che la legge fondamentale non gli fa obbligo nemmeno di significar le ragioni ond'è mosso a chiedere la rinnovazione dei dibattimenti e la prova del bossolo.

Ciascun vede, pertanto, che comoda magistratura sia quella del tribunato, scarica affatto di pensieri e di occupazioni, e non dovendo ragione ad alcuno del proprio operato; imperocchè ella sola, secondo la proposta, non incorre in veruna malleveria, e non riconosce potere alcuno che le stia sopra.

Dicemmo nel primo Articolo, che in questo disegno di legge fondamentale, chi porta davvero un basto ingrato e pericoloso, sono que' tapinelli de' consoli: onde qui Cicerone non avrebbe per lo certo di che compiacersi oltremodo, e non morderebbe sì spesso ne' suoi discorsi que' tanto numerosi e proterviqui honori inviderunt suo. E si avverta di passata la ingiusta parzialità che interviene tra i consoli ed i tribuni. La proposta di Costituzione prescrive nell'articolo 22, che i consoli debbono conseguire nei generali comizj non meno di centomila suffragi; ai tribuni basta la pluralità ordinaria; e ciò non pertanto i consoli sottostanno al sindacato dei tribuni. Questi poi, come i prediletti e i beniaminidello Stato, sono mantenuti e spesati dalla repubblica; del mantenimento dei consoli la Costituzione non parla: eppure la lor bisogna e la briga è grandissima; quella dei tribuni è pressochè nulla. Onde ci par di sentirli ogni giorno, desinando nel nuovo Pritaneo, sclamare per gratitudine:Populus nobis hæc otia fecit.

Ma, rivenendo al primo proposito, egli si può dire che l'officio sopradescritto del tribunato poco importa al corpo da' cittadini se riesce lieve o gravoso a chi lo sostiene, quando torni in effetto di gran momento e di gran salute per la repubblica. Ma qui appunto la mente nostra si smarrisce in cercando i principj e le massime che ànno condotto i compilatori della proposta ad immaginare questo lor tribunato; il quale è inopportuno e soverchio per un rispetto, e per un altro è inefficacissimo e vano. Soverchio, all'intento di conseguire nuove discussioni e nuovi scrutinj, e soverchio altresì, come vedremo più tardi, per sindacare l'azione dei consoli; inefficacissimo e vano, per porre limitazione alla prepotenza popolare, e introdurre nello stato una saggia e provvida antagonia; inefficacissimo, infine, per mantenere nella repubblica una giusta misura fra i due elementi costitutivi d'ogni progresso civile, laconservazionevogliam dire e l'innovazione.

Tanto è discosto da verità, che l'ufficio di domandare una discussione nuova esiga la creazione di una sì alta e insigne magistratura qual'è il tribunato, che in Inghilterra viene a ciò soddisfatto e supplito da un semplice articolo di regolamento parlamentare, e in Francia da una speciale prescrizione della legge costitutrice, là dove tratta delle pertinenze e funzioni dell'assemblea. Ma sì in Francia e sì in Inghilterra tale precetto di rinnovare i dibattimenti e dare più d'una volta i partiti, non ad altro serve, salvo che ad impedire la troppa sconsideratezza e precipitanza delle deliberazioni. Nè l'opera dei tribuni può recare in ciò maggior bene, eziandio per questa considerazione, che l'autorità loro appresso i deputati del popolo è men che mediocre, venendo eletti, siccome quelli, dagli stessi comizj e a pluralità ordinaria di voti: quindi, a rispetto del valore e dell'importanza morale, i tribuni agliocchi dell'assemblea sono dodici contro dugento; sono dodici muti ed inoperanti, contro dugento che discutono e che risolvono.

Secondo la proposta, i consoli, terminato l'ufficio loro, ne rendono conto ai tribuni. A questi poi appartiene o approvarli o proporne l'accusa. Con ciò, non v'à dubbio, il tribunato ritroverebbe, una fiata almeno ogni due anni, qualche giorno di briga e di occupazione. Ma si consideri che innanzi a quel termine, ai consoli tocca per quattro volte di render conto all'assemblea dello stato de' pubblici affari; la qual cosa include di necessità l'esame e il giudicio minuto e specificato dell'opere loro: ed anche intralasciamo di ricordare che debbono i consoli ripetere punto per punto quell'atto, sempre che ciò venga nel desiderio dell'Assemblea.

Posto, dunque, ch'essi della ministrazione loro sieno usciti netti e incolpevoli, e niun cittadino gli abbia accusati od abbia potuto far giungere l'imputazione insino alla forma del giudicio, la quinta ispezione e indagine de' lor fatti e portamenti diventerà di leggieri, piuttosto che altro, una formalità ed una sovrabbondanza. In caso poi che il contrario avvenisse e proponessero i tribuni l'accusa dei consoli, l'assemblea sarà pochissimo disposta ad approvarla e continuarla; perchè moverebbe da gente non guari mallevadrice dell'atto, sprovveduta di autorità grande, chiamata a supplire i consoli per tutto il tempo del giudicio; e più ancora, perchè l'assemblea confesserebbe la incapacità propria e la negligenza, col non aver saputo o voluto prevenire i tribuni intorno al sindacare le azioni dei consoli.

Rimane di far parola d'una straordinaria incombenza data ai tribuni; d'invigilare e conoscere, durante la dittatura, se il pericolo della patria è cessato. Merita la cosa che noi ne discorriamo a più bell'agio nel prossimo foglio; e vedremo quanto curiosa e piacevole invenzione riesca questo aborto di Tribunato.

(DallaSperanza dell'Epoca.)

26 aprile 1849.

Lo sbarco delle truppe francesi in Civitavecchia è avvenimento gravissimo, nel quale sta inchiusa una questione di fatto e una questione di alto diritto. Sebbene, in quanto al diritto, la parola questione è forse impropria ed equivoca; imperocchè, al sentir nostro, la violazione del diritto è patente, e non può muovere alcuna ragionevole controversia. Per ciò noi ringraziamo di cuore i Triumviri per avere prontamente e con solennità protestato; ed altre grazie avremmo ad essi reso, se per compire lo sbarco fosse ai Francesi tornato necessario il venire a qualche atto di forza e all'uso dell'armi, e i superiori e magistrati del luogo fossersi ritratti in Roma o in altra terra sicura, secondo che in simiglianti frangenti è costume di fare. Sì nel proclama dei Triumviri e sì in quello dell'Assemblea, per ciò che spetta all'invasione del territorio, sono adoperate parole piene di giusta indignazione e di romana alterezza. Ma ci avrebbe gradito assai che le legittime rimostranze non fossero unicamente state fatte nel nome nostro, ma di tutta la Nazione Italiana; perchè non è lecito mai di scordare che noi siamo provincia d'Italia e nobile parte del territorio nazionale comune, il quale gli stranieri ànno offeso e violato, offendendo e violando il nostro particolare. E in questi sensi per appunto fu dettata la protestazione del Ministero del 16 di novembre contro il minacciato invio di truppe francesi; in questi sensi parlò il ministro Mamiani al Consiglio dei deputati, i quali tutti nella sua sentenza convennero con pieni applausi ed unanime deliberazione.

Ma, salvato il principio, e fatto conoscere agli stranieri che alla Nazione Italiana se manca tuttora il nervo non manca il senso, e che l'altrui forza può bene opprimerla ma non ingannarla, nè indebolire in cuor suo la coscienza piena che à racquistata del proprio diritto, deesi considerare con gran diligenza la questione del fatto.

Noi preghiamo strettamente ogni buono e leal cittadino a ponderare con fermo giudicio, se nelle condizioni presenti d'Italia e nella disposizione più generale degli animi, e dopo cadute le armi subalpine a Novara, sia probabile o no di trovare mezzi copiosi, séguito e ardore di gente, ostinazione invitta e magnanima non diciamo per far trionfare il diritto, ma per difenderlo con dignità. D'altro lato, è grandemente mestieri di porre eziandio in esame, se la calata de' Francesi non abbia per cagion vera e impellente la necessità di prevenire altre violente occupazioni, ben davantaggio odiose e malefiche, e di gente nimicissima d'ogni libertà nostra e del sacro nome d'Italia. Uopo è di considerare se nel pericolo sommo in cui si travaglia la patria, e sul punto di naufragare e perire, non le corra debito di gettar via nell'onde qualche insigne parte del carico perchè tutto il restante si salvi. Infine, veggano e considerino gl'ingegni integri e imparziali, se in tanto bisogno di concordia e di fratellanza, non divenga ufficio doveroso e pietoso insieme di rimovere quelle poche cagioni di differenza che peranco insorgono in mezzo di noi, e impediscono che noi ci stringiamo tutti in un sol pensiere e ci affatichiamo in un solo studio, e il qual sia di campare ed assicurare alcuna porzione di libertà, e quanta almeno i nuovi infortunj d'Italia e la prepotenza degli stranieri ne posson lasciare intatta e sincera . . . . . .

(DallaSperanza dell'Epoca.)


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