CAPITOLO IX.

CAPITOLO IX.IL CASTEL DI DAMIATA.«Molto erano li Pistolesi e dagli amici e da' nemici perseguitati, tanto che non poteano sofferire.»——Istorie pistolesi.È comune dettato che quando vuol far tempesta, gli uccelli di malaugurio non mancano. Sinistro infatti era il ritorno di quel Nuto in Pistoia sul cominciar dell'assedio. Non senza un perchè da astrologo che v'appariva, si era infinto di nuovo della persona, senza barba, col saio e il cappuccio del popolano. Abboccatosi notte tempo col Fortebracci, lo aveva trovato disposto non solo a ciò che l'altra volta gli proponeva, ma di parte Nera decisa, e bramoso non d'altro che di vendette. Per quanto costui si fosse mostrato piuttosto tepido e anche indifferente all'opinion generale, contrariando, prima per poco affetto di patria, poi per quello spirito d'opposizione propria di quei tempi e di que' cittadini, e che suol mostrarsi più ostinata quanto più ingiusta; nessuno però fin allora avrebbe supposto in esso tanta perfidia: sicchè impunemente se n'era tornato in città; e facendo anzi le finte di esser sempre co' Bianchi, più facilmente tramava a corrompere. Per togliere ogni sospetto, nel primo assalto si chiuse in casa e si die' per malato. Decorso qualche giorno, fattosi veder per le vie, si doleva con tutti che per questa cagione fosse stato impedito di prender parte alla comune difesa. [pg!107] Tant'è vero che anche i più tristi qualche scusa la pongono sempre innanzi, non foss'altro pel timore che la propria reità si discopra.Questa giustificazione la evitava soltanto con messer Fredi; il quale, ancorchè il Fortebracci gli passasse davanti, non lo guardava neppur per ombra. Talvolta chi sente la propria dignità par che tema lo sguardo del suo nemico, ma per vero è tutt'altro. Gli è perchè si vergogna per lui, e vorrebbe pur risparmiargli nuovi atti d'una vile impudenza. Tale era il nobile animo di messer Fredi. Oltrechè il Fortebracci non solo ora voleva parere indifferente, ma faceva ogni sforzo per sembrare operoso in pro della patria. A tale oggetto si era fatto eleggere capo delle scolte notturne che perlustravan le vie, per potere, l'iniquo, col favor della notte compir più sicuro i suoi disegni nefandi. Ma v'era bisogno di complici, nè gli bastava il solo Nuto, col quale già aveva ordita una certa trama. Vi voleva anche un altro che al par di costui fosse destro, audace e bravaccio: e Nuto andatone in cerca fra'l popolo, gliel'aveva procacciato in quel Musone della Moscacchia.Le volpi intanto cotesta sera nella casa del Fortebracci eran venute a consiglio. Un toccamano di buoni fiorini d'oro aveva fatto promettere a Musone qualunque impresa la più arrischiata. Uso ai contrabbandi sul confine del Bolognese presso Sambuca, dove rimane il villaggio della Moscacchia e d'ond'era uscito, egli era uomo da questo e altro. Venendo adesso a Pistoia, aveva avuto per pretesto il lavoro, ma il fine era quello di pescare nel torbido fra un'agglomerazione di gente come doveva esserci, e così tentar la fortuna con grossi guadagni e non men vergognosi. Però all'invito di Nuto gli cadde proprio la palla al balzo. Nè egli a lui era per far miglior giuoco. Perchè Nuto attesolo prima da solo, come gli ebbe svelato l'impresa da compiersi in quella sera; dal suo consenso e da certi ripieghi ch'ei gli propose, s'accorse subito che razza di birbo era quello, e che un più destro scherano non gli potea capitare. Allora ei lo condusse nelle stanze del Fortebracci; glie lo presentò e gli disse:—Messere, questi è l'uomo in cui possiamo [pg!108] fidare! Egli promette di esser testimone e di tenere il segreto quanto al capitano; e in tutto e per tutto di secondarci!E il Fortebracci a Musone con piglio imperioso:—Bada bene!—gli disse,—parlando giocheresti di tutti!Cui l'altro:—Oh! fidatevi pure, chè di queste partite non ne ho mai perse.—Dunque andiamo.E toltosi Nuto una lanterna cieca, e tutti e tre uno stile; il Fortebracci dalla porta maggiore, gli altri due dalla stessa segreta per la quale v'entrarono, eran già sulla via.La notte era buia. Non ancora una lampada ai tabernacoli, non una stella nel cielo. Certi nuvoloni neri s'addensavano anzi per l'aria e pareva che proprio si caricassero sulla città. Non v'asolava un alito di vento. Benchè sui primi di giugno, faceva un'afa insolita ed affannosa. Tratto tratto quell'aria nera si vedeva rosseggiare per subiti lampi, e tutto dava presagio d'un gran temporale.In breve Nuto e Musone eran giunti presso il castel di Damiata.Dov'era egli questo castello? A chi apparteneva? Perchè vi venivano?In quella parte della città fra mezzodì e levante, presso al primo cerchio di mura e segnatamente in tutto quel ceppo di case che si vedono ancora e finiscono al canto detto già di S. Luca, volgente per alla chiesa di S. Pietro (e dove presso era una postierla di questo nome) sorse già un tempo il castel di Damiata. Vuolsi che come baluardo della città lo fabbricasse il Comune, e che così lo appellasse a perpetuare la memoria del valore de' Pistoiesi quando insieme ai Fiorentini, cavalieri pietosi e magnanimi, si recarono al soccorso di Terra Santa. Massime poi pel conquisto che l'anno 1188, e secondo altri 1192, fecero in Egitto della città di Damiata; sicchè reduci in patria, appesero uno stendardo vermiglio tolto colà, nel tempio di S. Giovanni a Firenze. Egli è certo che nel 1221 quando già era sorto il secondo cerchio, l'acquistò Amadore de' Cancellieri, insieme alle sue tre torri fra la chiesa di S. Luca e la Badia di S. Stefano, [pg!109] l'antico ospizio de' Vallombrosani di Taona; e che quattr'anni innanzi di questo tempo era sempre un valido fortilizio dentro città, e spettava alla casata de' Cancellieri, e però al signore del Castel del Pantano. Nè è da confondere col palazzo magnifico che sorse già e si estendeva su tutto quel bastione rimpetto e fino alla piazzetta di S. Leone, esso pure dei Cancellieri. Ma la sorte del fortilizio di Damiata, che era dei Neri, tocco' poi molto dopo a questo dei Bianchi, egualmente incendiato e demolito: lo che fu nel 1592, per opra della fazione Panciatica che parteggiava pe' Medici. Quel di Damiata fu diroccato per ferro e per fuoco nel 1302 quando per la violenta riforma la parte Nera ne fu cacciata; tanto che ricorre quel di Dante:«Pistoia in pria di Neri si dimagra»e delle sue torri e del gran fabbricato non restò allora che un ammasso di macerie. Messer Simone, confinato omai al Pantano, vi lasciò solo una guardia per le poche stanze che nell'interno v'eran rimaste. Si scendeva da quelle in ampi sotterranei dove la luce diurna non era mai penetrata.In una piccola città come questa, e ora poi fra l'andirivieni di tanta gente, non poteavi essere un luogo più adatto e sicuro per una congiura. A tal'uopo infatti cotesta sera era stato prescelto. Quell'ampio spazio dove molte pietre stavano ammonticchiate, dopo la rovina del castello era stato circondato da un muro a secco che finiva con un cancello fra due torri semidirute dal lato di mezzodì.A questo cancello eran già arrivati Nuto e Musone. La guardia che li attendeva, prevenuta dal suo signore (da cui bisogna dire che si partivan le fila di questa trama), com'appena dagli avuti segnali li riconobbe, aperse loro, richiuse, e precedendoli silenzioso, l'introdusse nel sotterraneo. Laggiù appena discesi, la guardia battè la pietra focaia, e v'accese un'ampia lanterna che pendeva dalla volta. Dalla quale riverberando la luce sopra una tavola che era in mezzo, vi scorsero da un lato alcune anfore di terra cotta e boccali, dall'altro un fascio di spade e di stili.—Ma non dovrebbero esser qui altri due?—dimandò [pg!110] loro la guardia, che secondo gli ordini aveva tutto disposto, e sapeva quanti eran coloro che dovevan venire.E Nuto a lui:—Oh! sì, verranno, e fra poco.—Messeri, qui son pancali; potete sedere; io vado ad attenderli.Non passaron che brevi istanti quando si vider comparire nel sotterraneo, imbacuccati ne' loro cappucci e mantelli, il Fortebracci, e il capitano messer Tingo Di-Fede. Importava loro, ciascuno per proprio conto, di non esser riconosciuti per via. Solo allora scopertisi, apparvero cinti di maglia e armati di tutto punto.Il Di-Fede era uomo di mezza età; grasso, bassotto; fisonomia non punto di battagliero; chè invece molto dato ai piaceri, e però amico del Fortebracci, e anzi stretto parente; e dal lato di donna, anche de' Vergiolesi. Nominato di poco a capitano di guardia delle porte della città, la mattina veniente doveva entrar per un mese di servizio al torrione di sulla porta di Ripalta. Egli ancor no, ma il Fortebracci l'aveva già potuto penetrare. Non ignorava poi anche come costui, benchè fosse tenuto per animoso e per un gran spadaccino, tutto si restringesse a parole, e in fondo avesse animo di coniglio. Per certi loro ritrovi lo sapeva pur dedito al giuoco, alle crapule e al vino: tantochè non dubitava, con quest'ultimo argomento in ispecie, di condurlo dirittamente a' suoi fini. È infatti quasi impossibile che d'un crapulone se ne possa far conto per utile pubblico: tanto più che, con le sue eccezioni, ma secondo un proverbio greco: «Grasso ventre non fa sottile intelletto.»Ma l'arte satanica del Fortebracci fu in questo; d'invitarlo così d'improvviso a quel conciliabolo: nè già mica per tradir la patria, come dicevagli; tutt'altro! (mentre era ciò che di fatto si macchinava!) sibbene per convenire in un'azione finale da porre alle strette i cittadini, e impedire ai nemici la totale e inevitabil rovina della città. Lo che dopo avergli dimostrato per tanti argomenti; all'obbiettar che facevagli il capitano (in cui un fondo d'onestà era sempre, e però non troppo disposto nè persuaso del modo) ciò che alla [pg!111] perfine lo fece risolvere fu una lettera del Cancellieri al Fortebracci, che questi gli pose sott'occhio. Dove accertava che tutte le milizie insieme raccolte avrebbero fatto impeto a giorni contro appunto di quella porta che messer Tingo doveva guardare: la città pel numero prevalente sarebbe presa di sicuro: e se taluno si fosse ostinato a resistere, sarebbe passato a fil di spada. A risparmiar però tanto danno, quando per la disparità delle forze la resa era omai inevitabile, si consigliasse l'agevole ingresso al nemico, salve le persone e gli averi. Una tal proposta che si facesse ai rettori, ostinati com'erano, l'avrebber respinta. Uomini però non dovevan mancare che posto mente al sacrifizio di tante vite e al supremo ben della patria, si risolvessero a un'azione sì saggia e sì vantaggiosa. Gli esuli tutti allora rientrati, e al governo, promettevano a chi ne fosse stato l'autore, coi debiti onori una splendida ricompensa.Il capitano guardò e riguardò più volte la lettera: e la firma, non v'ha dubbio, la conosceva, era quella del Cancellieri:—Sicuramente!—diceva fra sè—egli è un cert'uomo che le cose le dovrebbe sapere! O non è lui il caporale de' Neri? E ci dice nientemeno che a fil di spada? Pur troppo! Ed è uomo da mantenerla questa minaccia! Ma gli è vero che non mancano le promesse, e di che sorta!—Or perchè il più spesso suole avvenire che gli uomini sieno fatti fare più dalla lusinga di ricompense, che dal timor d'una pena; quelle promesse il Di-Fede l'avevan già allucinato, e già cominciava con certi eh!... con certi ma!... Sicchè dopo un breve riflesso, in questo modo si diede a rispondere al Fortebracci nel restituirgli la lettera.—Sicuro! non dico!... ma che vuoi? non saprei!... quando uomini di tal fatta...E l'altro subito, fiso a lui e con aria di mistero:—Uomini che sono al segreto delle cose, m'intendi? nè si lasciano illudere, come qui il degli Uberti, perchè vi trova il suo tornaconto! E tu, parmi che lo conosca il degli Uberti!—Se lo conosco! Vedi, io posso dirti che alcune sue parole d'insulto per non aver io sfidato quel certo mio avversario....[pg!112] —Nobil coraggio quel suo!—incalzava l'altro—porre a rischio sicuro l'onore e la salvezza d'una intera città! Perchè... perchè alla fine non è la sua!—Sì, sì, capitano, conchiuse Nuto, ficcandogli un par d'occhi addosso e con voce vibrata:—se intendete l'onore come si deve, non se n'esce, bisogna che ci secondiate! Beviamo intanto alla salute vostra, e a quella che renderete alla patria.E porgeva a lui ed agli altri il boccale ricolmo di prezioso liquore.Musone allora, subito incalzando, soggiunse:—Un altro ancora al bel vanto di colui che senza spargere una stilla di sangue ci avrà liberati. Che vi par poco? Capitano, l'augurio è per voi; beviamo!—E con queste e altre parole badavano intanto a ricolmargli il boccale.Cui egli, già quasi inebriato:—Per mia fè! Si potrebbe sperare di bever mai più di questo buon vino dei nostri vigneti, se per un lungo assedio si dovesser vedere atterrati? Viva il rosso del vino, e maledetto quello del sangue!—E se ne trangugiava una buona misura.—Viva, viva! ripetevano gli altri.E su questo argomento lasciandolo alla lunga ciarlare, mettevan legna sul fuoco, come suol dirsi, e lo riscaldavan sempre più. E già Nuto aveva impugnata una spada, e i compagni con lui, e levatala in alto, enfaticamente esclamò:—Giuriamo su queste spade di far salva la città senza colpo ferire, o che esse si rivolgano contro di noi! Giurate dunque, ser capitano, che a un cenno dato consegnerete la porta di Ripalta, all'unico fine, s'intende! di sottrarre i vostri concittadini alla morte!E il Di-Fede, quasi balbettando, e stordito:—Oh! sì, sì! per sottrarre i miei alla morte, lo giuro!—E in questo incrociaron le spade con la sua, come per accoglierne il giuramento.—Beviamo dunque anco una volta—ripetè il Fortebracci di già pago in cor suo:—Alla salute del mio degno parente!—E bevuto, e strettogli la mano:—Messeri, soggiunse, ora è tempo d'uscire: io primo.[pg!113] —Andiam pure—gli disse Nuto all'orecchio—l'arco è teso, e l'uomo è preso!—E voi dietro a me: uno però alla volta, e cauti e silenziosi.E così fu fatto.Il Di-Fede aveva percorso rapidamente la via senza intoppo veruno, e già era per entrare nella propria casa, allorchè sul limitare vi trovò uno scudiere del capitan Vergiolesi, che recavagli ordine dovesse subito presentarsi a lui.A quest'avviso, e appunto allora, rimase turbato oltremodo. Ma poi cercando di nascondersi, come suol fare chi teme che lo colgano in fallo, e chi sente il bisogno di simulare un coraggio che non ha mai avuto; con affettata vivacità:—Verrò subito, oh! verrò, verrò!—rispose. E unitosi allo scudiere, in breve era alla casa, e in presenza del capitano.Il quale con modo austero, come soleva, gli disse:—Dimattina all'alba dovrò consegnarvi la custodia della porta di Ripalta. Molti più militi che altrove lungo le mura vi staranno schierati, e sotto strenui connestabili e centurioni; pronti a irrompere, a' vostri cenni su dal torrione, se occorra. Però lo vedete! grave obbligo vi corre qui.E mentre guardavalo con attenzione:—Che avete mai, capitano, che mi fate occhi sì stralunati?—Oh! niente, niente—quasi tremando rispose.—Parmi che il continuo lampeggiare nel venir qua m'abbia un poco abbarbagliata la vista.Oh! sta, che un milite s'abbia a impaurir d'un baleno! E sì che a forti prove sarete serbato con la guardia di questa porta! Non ho bisogno di dirvi che il maggior numero de' nemici s'è raccolto da questo lato: che vi stringe debito severissimo di vigilare su tutti i militi di servizio e sulle scolte sia in basso che in alto; che io voglio ad ogni ora rapporti sicuri de' movimenti del campo: e così della fede vostra della quale spero non dovrò mai dubitare!E il Di-Fede rispostogli che per lui fosse certo, il proprio debito l'avrebbe adempiuto, il Vergiolesi lo congedò.Tutto pareva che secondasse l'iniqua trama. Ma il cielo vegliava sull'onore delle armi pistoiesi![pg!114] Appena il Di-Fede era giunto nella sala vicina, che il guizzare d'un lampo, e a un tempo il fragore dello scoppio d'un fulmine lo fe' barcollare sì fattamente, che sarebbe caduto senza l'appoggio d'una sedia a braccioli, sulla quale spaventato s'andò a gittare. Intanto un'acqua dirotta si scaricava sulla città con tal furia, che sarebbe stato impossibile a chiunque di uscir per la via, o che colui che vi si fosse trovato non avesse corso un grave pericolo. Sicchè per questa e l'altre ragioni il Di-Fede rimase lì immobile per qualche poco. Quando a un tratto sentì un gran colpo di vento che spalancò la finestra, e spense la face che illuminava la sala. Benchè male in gambe, e pien di spavento, si mosse e tentò di richiudere, e vedere in tanto se il temporale calmava. Ma uno sprazzo d'acqua subitaneo l'aveva ricoperto; e pare anzi che quel rovescio, fra il continuo balenìo e il rombo de' tuoni, riprendesse più violento. In quella stanza era solo. Lo scudiere era già uscito per altri ordini. Allora egli fra quelle tenebre brancolando lungo la parete, ricercò quella sedia; e trovatala, come fosse la sua tavola di naufragio, a corpo morto vi si sdraiava. Nè stette molto che pe' crescenti fumi del vino, gli prese tal cascaggine di sonno, che quasi in un attimo si addormentò.A quella sala facevan capo quattro porte. Da una di esse poco stette che se n'usciva Selvaggia, e la traversava per andare a riposo nella sua camera. Era stata fin allora in quella della sua povera madre, la cui malattia di sfinimento s'aggravava ogni giorno. Margherita la vecchia fantesca la precedeva con una face. Costei era già entrata per l'altra porta, allorchè Selvaggia giunta appena sul limitare, a un cotal mugolìo nella sala medesima e un balbettar prolungato, si soffermò: poi, sporto il capo, si pose in orecchio. Quand'ecco al chiarore d'un lampo potè scorgervi un uomo, e l'udì a più riprese pronunziare queste parole:—Giuro... sì, giuro... di consegnar la porta di Ripalta per introdurvi i Fiorentini... sì, sì... il diavol che vi porti! Ma... ma il cenno?... quando?... da chi?... S'intende per lo scampo di tutti! Ma io? Onori... e oro! e poi messer Nello... oh! lo dicesti, mi fido! Giuro! (e alzando la voce [pg!115] con gran violenza) non hai udito? Non dubitare, ho giurato, ho giurato!—Santi del cielo! che ascolto!—proruppe Selvaggia.E presa una face, e appressatasi per veder chi si fosse, poco mancò non desse in un grido, e la face di mano non le cadesse! Ma raffrenatasi, a bassa voce:—Egli!—esclamò—messer Tingo!... il nostro parente! egli, egli, destinato pur troppo a guardia di quella porta!!A tal vista e a tal pensiero s'arretrò spaventata; si percosse la fronte, rabbrividì di terrore, e a stento potè ritraversare la sala, e giungere a chiudersi nella sua stanza. Indarno tentò di rispondere alle dimande di Margherita, che avesse avuto! che fosse stato! Potè appena profferire un accento per dirle:—Ho creduto!... m'è parso!... ma nulla... poi nulla! col tremito però sulle labbra e di tutta la persona. Terribile situazione!Avrebbe voluto persuadersi che quel suo fosse stato non altro che un sogno: ma pur troppo per lei e per quello sciagurato quelle parole non erano che un'orribile confessione! L'indole omai nota dell'uomo, e i suoi legami da qualche giorno notati anche più intimi col Fortebracci; il quale pel suo mal animo, e (quel che più l'affliggeva!) forse anche per vendetta di lei stessa, de' suoi e della sua parte poteva avervelo indotto; quella gentile ogni peggior cosa si dava a credere e a temere!—Ma frattanto—diceva ella—che fare? a che partito appigliarmi? Chiamare il padre... il fratello e rivelare... si potrebbe, non dico; ma!.. no, no! costui non uscirebbe salvo di qui! Poi riflettendo seguitava.—Forse io stessa a destarlo... Ma allora io?... Se egli alzasse la voce! Se gente sopravvenisse!... Poi no... non ho forza;... il terrore e lo sgomento mi opprime! A dimane un consiglio. Miseri noi! Vergine santa, salvateci!E si adagiò sulle coltri, e cercò ma indarno tutta la notte, alla mente spaventata e sconvolta, e alle membra stanche un riposo!La mattina seguente nell'animo di Selvaggia non si agitò [pg!116] che un pensiero, quello di sventare un tradimento sì reo. Intanto però l'affanno, il timore, e la gran commozione che n'aveva ricevuta, glie l'avevan letto nel volto tanto la madre che messer Lippo; e ambedue la scongiuravano di dir loro la cagione quale si fosse. Tutto fu vano! Ella omai su di ciò per le ragioni già dette, sì delicate e degne di tanto cuore, se n'era imposto con tutti un assoluto silenzio. Ma il tempo stringeva! Lo sciagurato era già di guardia alla porta! Sicchè volendo tentare quel miglior modo che il suo animo le suggeriva, mandò nel momento pel fratello messer Fredi, a quell'ora capitano di guardia alla porta Gaialdatica, pregandolo a volerle permettere quella mattina, come altra volta, di seguirlo quando sul mezzo del dì dovea perlustrare nell'interno le fortificazioni delle mura. Non appena n'ebbe avuto l'assenso, che fattasi apprestare il suo bianco palafreno, col fratello e un suo scudiere percorsero lungo i bastioni tutta quanta la cerchia. S'arrestarono qua e là, e via via andavano chiedendo di quell'opere di bastite, erette in breve quasi che per incanto, e ne lodavano e confortavano gli operai ed i militi.Ma a Selvaggia in quel giorno stava a cuore ben altra cosa; cosicchè la rivista procurò s'affrettasse più dell'usato. Giunti però alla porta di Ripalta, Selvaggia chiese al fratello di salir su sul torrione, e di rimanere alcun poco presso il parente capitano Di-Fede che n'aveva la consegna, per bene osservarvi, diss'ella, il campo nemico. Consentì subito messer Fredi: e consegnati i cavalli allo scudiere, ascesero entrambi per la interna scala alla piattaforma di quel munito fortino, dove nella parte più alta sopra un esterno ballatoio stava a vedetta notte e giorno una scolta; e v'era poi nell'intorno una piccola stanza pel capitano. Messer Fredi lasciata a lui la sorella, tornò in basso per conferire col padre suo, venutovi ad appostare le milizie che volle qui molte a difesa d'un sito il più minacciato.Allora Selvaggia, voltasi al capitano, che pieno d'ilarità si compiaceva dell'isperata fortuna di quella visita; raccolte tutte le forze dell'animo, con volto austero così prese a dirgli:[pg!117] —Non attribuite no a curiosità ed al caso il mio giungere a voi. Bramo, sì, che tale apparisca pel vostro meglio: ma, troppo grave cagione mi spinge qui a favellarvi in segreto!E allora vibrando la voce e li sguardi sopra di lui:—Or ditemi, messer Tingo, non vi rimorde nell'animo nessun delitto, che al cospetto di qualsiasi vostro concittadino dobbiate arrossirne e tremare a comparirgli dinanzi?—Selvaggia!—riprese subito egli—che parole sono queste? a me che dite mai?—A voi in nome di Dio!—rispose ella con forza e con dignità—A voi messer Di-Fede, io mi rivolgo, e dolorando nell'anima vi dico: capitan della guardia, voi siete un traditor della patria!—Traditore a me!...—Sì, e guardatevi, voi siete scoperto!—Nol crediate, ve ne scongiuro!—replicò egli, ma già molto confuso—Menzogna! calunnia!——Oh! che vale l'infingere? Menzogna, voi dite, calunnia! E che prometteste voi al perfido Fortebracci? Non forse... negatelo, e spergiurate ancora una volta! non forse di consegnare ai nemici una porta della città? E il patto iniquo che dovrebbe fruttarvi il più infame guadagno, non raffermaste voi con giuramento? Questa è dunque la fede di leal capitano, di cittadino onorato? Mentre tutti son presti a dare il sangue per la difesa di queste mura, voi mio parente, voi solo! (inorridisco a pensarlo!) voi vi prestate a sì orribile tradimento?—Ah! questo è troppo, Selvaggia!...—Troppo! E che direste se io invece di recarmi qui a voi, imbelle donzella, gli è vero, ma pur terribile pel segreto ch'io porto, palesassi a mio padre l'iniqua trama?Ed egli con le labbra convulse:—Ma come? chi mai!...—No, no—lo interruppe—non cercate più oltre. A me tutto è noto: a me sola per ora! Qui su quest'altura Dio solo ci ascolta! Ma guai, oh! guai a voi se un sol uomo il sapesse! A me sola adunque (e mi basterà, e il segreto morrà con me) promettete con giuramento di ritrarvi dall'opera iniqua! A' vostri piedi vedetemi! Ve ne scongiura [pg!118] la figlia di colei che ebbe a sorella la vostra povera madre. Se essa su nel cielo ov'è, sapesse l'opra d'inferno che contro la terra natale macchinò il figliuol suo... Oh! che essa anco in cielo, io credo, piangerebbe per voi! Deh! Se non vi muove l'affanno mio, che dall'istante che vi seppi reo è immenso, pietà almeno di voi, cui pende sul capo la spada dell'eterna giustizia, ed una morte obbrobriosa! Risparmiate quest'onta alle nostre famiglie, l'estremo danno e il vitupero alla patria!—Sorgete, Selvaggia, sorgete!—riprese il Di-Fede estremamente commosso.—Io farò...Ma, come non osando, ristè muto e confuso. Fu solo un breve istante; poi risoluto proruppe:—Oh sì! A voi... tutto! Una forza irresistibile mi spinge a palesarmi reo dinanzi a voi! Se a' preghi d'un angelo presso Dio si può attender perdono, io l'imploro e l'attendo da voi, donna generosa ed angelica, ispirata a commovermi e a ravvedermi! Lusingato sotto specie di bene, illuso, tradito, oh! sì, vel confesso, io mi resi colpevole, fattomi complice d'un iniquo disegno. Ma saprò farne la debita ammenda! Saprò quind'innanzi esser degno di voi e della patria, ve lo giuro!A queste parole Selvaggia, com'era in bruna vesta, apparsa in volto anche più pallida e smorta, levate al cielo le pupille e le palme:—Dio! Dio di pietà—esclamò—accogli il giuramento del ravveduto e confortalo della tua grazia, perchè il suo braccio divenga fin d'ora il più forte sostegno contro i nostri nemici!Bella pur nel dolore, sublime adesso la faceva la preghiera e il perdono!Poco stante ricomparve il fratello. Bisognava nascondergli quel suo turbamento. Si calò il velo sul volto, e angelo vero di concordia e di pace, rianimata al pensiero d'aver compiuta questa sant'opera, s'affrettò a discendere, e tornò a vegliare la sua povera madre.Veramente che il cuore di donna è fatto per amare nel silenzio delle mura domestiche: ma ove carità di patria lo infiammi, nissun uomo la vince nei sacrifizi, e nell'impulso di ogni nobile azione.«Di questo tempo intanto avveniva (così è narrato in un'antica [pg!119] pergamena dell'archivio di Sant'Jacopo del Comune di Pistoia) che un tal messer Ceragia notaio di professione, e d'origine siciliano, ritrovandosi nel campo nemico, e ascoltando che dovesse essere fraudolentemente tradita Pistoia da que' di dentro e data a sacco al nemico; come che fosse divinamente ispirato, entrò sconosciuto nella città a significarlo a' Pistoiesi, e a far noto loro quanto aveva inteso nel campo.» Laddove tornato, non dicesi ch'ei ne fosse scoperto.Niuno pure degli assediati seppe mai il nome del traditore. Bastò sì la notizia a porre all'erta i capitani per ogni dove.[pg!120]

CAPITOLO IX.IL CASTEL DI DAMIATA.«Molto erano li Pistolesi e dagli amici e da' nemici perseguitati, tanto che non poteano sofferire.»——Istorie pistolesi.È comune dettato che quando vuol far tempesta, gli uccelli di malaugurio non mancano. Sinistro infatti era il ritorno di quel Nuto in Pistoia sul cominciar dell'assedio. Non senza un perchè da astrologo che v'appariva, si era infinto di nuovo della persona, senza barba, col saio e il cappuccio del popolano. Abboccatosi notte tempo col Fortebracci, lo aveva trovato disposto non solo a ciò che l'altra volta gli proponeva, ma di parte Nera decisa, e bramoso non d'altro che di vendette. Per quanto costui si fosse mostrato piuttosto tepido e anche indifferente all'opinion generale, contrariando, prima per poco affetto di patria, poi per quello spirito d'opposizione propria di quei tempi e di que' cittadini, e che suol mostrarsi più ostinata quanto più ingiusta; nessuno però fin allora avrebbe supposto in esso tanta perfidia: sicchè impunemente se n'era tornato in città; e facendo anzi le finte di esser sempre co' Bianchi, più facilmente tramava a corrompere. Per togliere ogni sospetto, nel primo assalto si chiuse in casa e si die' per malato. Decorso qualche giorno, fattosi veder per le vie, si doleva con tutti che per questa cagione fosse stato impedito di prender parte alla comune difesa. [pg!107] Tant'è vero che anche i più tristi qualche scusa la pongono sempre innanzi, non foss'altro pel timore che la propria reità si discopra.Questa giustificazione la evitava soltanto con messer Fredi; il quale, ancorchè il Fortebracci gli passasse davanti, non lo guardava neppur per ombra. Talvolta chi sente la propria dignità par che tema lo sguardo del suo nemico, ma per vero è tutt'altro. Gli è perchè si vergogna per lui, e vorrebbe pur risparmiargli nuovi atti d'una vile impudenza. Tale era il nobile animo di messer Fredi. Oltrechè il Fortebracci non solo ora voleva parere indifferente, ma faceva ogni sforzo per sembrare operoso in pro della patria. A tale oggetto si era fatto eleggere capo delle scolte notturne che perlustravan le vie, per potere, l'iniquo, col favor della notte compir più sicuro i suoi disegni nefandi. Ma v'era bisogno di complici, nè gli bastava il solo Nuto, col quale già aveva ordita una certa trama. Vi voleva anche un altro che al par di costui fosse destro, audace e bravaccio: e Nuto andatone in cerca fra'l popolo, gliel'aveva procacciato in quel Musone della Moscacchia.Le volpi intanto cotesta sera nella casa del Fortebracci eran venute a consiglio. Un toccamano di buoni fiorini d'oro aveva fatto promettere a Musone qualunque impresa la più arrischiata. Uso ai contrabbandi sul confine del Bolognese presso Sambuca, dove rimane il villaggio della Moscacchia e d'ond'era uscito, egli era uomo da questo e altro. Venendo adesso a Pistoia, aveva avuto per pretesto il lavoro, ma il fine era quello di pescare nel torbido fra un'agglomerazione di gente come doveva esserci, e così tentar la fortuna con grossi guadagni e non men vergognosi. Però all'invito di Nuto gli cadde proprio la palla al balzo. Nè egli a lui era per far miglior giuoco. Perchè Nuto attesolo prima da solo, come gli ebbe svelato l'impresa da compiersi in quella sera; dal suo consenso e da certi ripieghi ch'ei gli propose, s'accorse subito che razza di birbo era quello, e che un più destro scherano non gli potea capitare. Allora ei lo condusse nelle stanze del Fortebracci; glie lo presentò e gli disse:—Messere, questi è l'uomo in cui possiamo [pg!108] fidare! Egli promette di esser testimone e di tenere il segreto quanto al capitano; e in tutto e per tutto di secondarci!E il Fortebracci a Musone con piglio imperioso:—Bada bene!—gli disse,—parlando giocheresti di tutti!Cui l'altro:—Oh! fidatevi pure, chè di queste partite non ne ho mai perse.—Dunque andiamo.E toltosi Nuto una lanterna cieca, e tutti e tre uno stile; il Fortebracci dalla porta maggiore, gli altri due dalla stessa segreta per la quale v'entrarono, eran già sulla via.La notte era buia. Non ancora una lampada ai tabernacoli, non una stella nel cielo. Certi nuvoloni neri s'addensavano anzi per l'aria e pareva che proprio si caricassero sulla città. Non v'asolava un alito di vento. Benchè sui primi di giugno, faceva un'afa insolita ed affannosa. Tratto tratto quell'aria nera si vedeva rosseggiare per subiti lampi, e tutto dava presagio d'un gran temporale.In breve Nuto e Musone eran giunti presso il castel di Damiata.Dov'era egli questo castello? A chi apparteneva? Perchè vi venivano?In quella parte della città fra mezzodì e levante, presso al primo cerchio di mura e segnatamente in tutto quel ceppo di case che si vedono ancora e finiscono al canto detto già di S. Luca, volgente per alla chiesa di S. Pietro (e dove presso era una postierla di questo nome) sorse già un tempo il castel di Damiata. Vuolsi che come baluardo della città lo fabbricasse il Comune, e che così lo appellasse a perpetuare la memoria del valore de' Pistoiesi quando insieme ai Fiorentini, cavalieri pietosi e magnanimi, si recarono al soccorso di Terra Santa. Massime poi pel conquisto che l'anno 1188, e secondo altri 1192, fecero in Egitto della città di Damiata; sicchè reduci in patria, appesero uno stendardo vermiglio tolto colà, nel tempio di S. Giovanni a Firenze. Egli è certo che nel 1221 quando già era sorto il secondo cerchio, l'acquistò Amadore de' Cancellieri, insieme alle sue tre torri fra la chiesa di S. Luca e la Badia di S. Stefano, [pg!109] l'antico ospizio de' Vallombrosani di Taona; e che quattr'anni innanzi di questo tempo era sempre un valido fortilizio dentro città, e spettava alla casata de' Cancellieri, e però al signore del Castel del Pantano. Nè è da confondere col palazzo magnifico che sorse già e si estendeva su tutto quel bastione rimpetto e fino alla piazzetta di S. Leone, esso pure dei Cancellieri. Ma la sorte del fortilizio di Damiata, che era dei Neri, tocco' poi molto dopo a questo dei Bianchi, egualmente incendiato e demolito: lo che fu nel 1592, per opra della fazione Panciatica che parteggiava pe' Medici. Quel di Damiata fu diroccato per ferro e per fuoco nel 1302 quando per la violenta riforma la parte Nera ne fu cacciata; tanto che ricorre quel di Dante:«Pistoia in pria di Neri si dimagra»e delle sue torri e del gran fabbricato non restò allora che un ammasso di macerie. Messer Simone, confinato omai al Pantano, vi lasciò solo una guardia per le poche stanze che nell'interno v'eran rimaste. Si scendeva da quelle in ampi sotterranei dove la luce diurna non era mai penetrata.In una piccola città come questa, e ora poi fra l'andirivieni di tanta gente, non poteavi essere un luogo più adatto e sicuro per una congiura. A tal'uopo infatti cotesta sera era stato prescelto. Quell'ampio spazio dove molte pietre stavano ammonticchiate, dopo la rovina del castello era stato circondato da un muro a secco che finiva con un cancello fra due torri semidirute dal lato di mezzodì.A questo cancello eran già arrivati Nuto e Musone. La guardia che li attendeva, prevenuta dal suo signore (da cui bisogna dire che si partivan le fila di questa trama), com'appena dagli avuti segnali li riconobbe, aperse loro, richiuse, e precedendoli silenzioso, l'introdusse nel sotterraneo. Laggiù appena discesi, la guardia battè la pietra focaia, e v'accese un'ampia lanterna che pendeva dalla volta. Dalla quale riverberando la luce sopra una tavola che era in mezzo, vi scorsero da un lato alcune anfore di terra cotta e boccali, dall'altro un fascio di spade e di stili.—Ma non dovrebbero esser qui altri due?—dimandò [pg!110] loro la guardia, che secondo gli ordini aveva tutto disposto, e sapeva quanti eran coloro che dovevan venire.E Nuto a lui:—Oh! sì, verranno, e fra poco.—Messeri, qui son pancali; potete sedere; io vado ad attenderli.Non passaron che brevi istanti quando si vider comparire nel sotterraneo, imbacuccati ne' loro cappucci e mantelli, il Fortebracci, e il capitano messer Tingo Di-Fede. Importava loro, ciascuno per proprio conto, di non esser riconosciuti per via. Solo allora scopertisi, apparvero cinti di maglia e armati di tutto punto.Il Di-Fede era uomo di mezza età; grasso, bassotto; fisonomia non punto di battagliero; chè invece molto dato ai piaceri, e però amico del Fortebracci, e anzi stretto parente; e dal lato di donna, anche de' Vergiolesi. Nominato di poco a capitano di guardia delle porte della città, la mattina veniente doveva entrar per un mese di servizio al torrione di sulla porta di Ripalta. Egli ancor no, ma il Fortebracci l'aveva già potuto penetrare. Non ignorava poi anche come costui, benchè fosse tenuto per animoso e per un gran spadaccino, tutto si restringesse a parole, e in fondo avesse animo di coniglio. Per certi loro ritrovi lo sapeva pur dedito al giuoco, alle crapule e al vino: tantochè non dubitava, con quest'ultimo argomento in ispecie, di condurlo dirittamente a' suoi fini. È infatti quasi impossibile che d'un crapulone se ne possa far conto per utile pubblico: tanto più che, con le sue eccezioni, ma secondo un proverbio greco: «Grasso ventre non fa sottile intelletto.»Ma l'arte satanica del Fortebracci fu in questo; d'invitarlo così d'improvviso a quel conciliabolo: nè già mica per tradir la patria, come dicevagli; tutt'altro! (mentre era ciò che di fatto si macchinava!) sibbene per convenire in un'azione finale da porre alle strette i cittadini, e impedire ai nemici la totale e inevitabil rovina della città. Lo che dopo avergli dimostrato per tanti argomenti; all'obbiettar che facevagli il capitano (in cui un fondo d'onestà era sempre, e però non troppo disposto nè persuaso del modo) ciò che alla [pg!111] perfine lo fece risolvere fu una lettera del Cancellieri al Fortebracci, che questi gli pose sott'occhio. Dove accertava che tutte le milizie insieme raccolte avrebbero fatto impeto a giorni contro appunto di quella porta che messer Tingo doveva guardare: la città pel numero prevalente sarebbe presa di sicuro: e se taluno si fosse ostinato a resistere, sarebbe passato a fil di spada. A risparmiar però tanto danno, quando per la disparità delle forze la resa era omai inevitabile, si consigliasse l'agevole ingresso al nemico, salve le persone e gli averi. Una tal proposta che si facesse ai rettori, ostinati com'erano, l'avrebber respinta. Uomini però non dovevan mancare che posto mente al sacrifizio di tante vite e al supremo ben della patria, si risolvessero a un'azione sì saggia e sì vantaggiosa. Gli esuli tutti allora rientrati, e al governo, promettevano a chi ne fosse stato l'autore, coi debiti onori una splendida ricompensa.Il capitano guardò e riguardò più volte la lettera: e la firma, non v'ha dubbio, la conosceva, era quella del Cancellieri:—Sicuramente!—diceva fra sè—egli è un cert'uomo che le cose le dovrebbe sapere! O non è lui il caporale de' Neri? E ci dice nientemeno che a fil di spada? Pur troppo! Ed è uomo da mantenerla questa minaccia! Ma gli è vero che non mancano le promesse, e di che sorta!—Or perchè il più spesso suole avvenire che gli uomini sieno fatti fare più dalla lusinga di ricompense, che dal timor d'una pena; quelle promesse il Di-Fede l'avevan già allucinato, e già cominciava con certi eh!... con certi ma!... Sicchè dopo un breve riflesso, in questo modo si diede a rispondere al Fortebracci nel restituirgli la lettera.—Sicuro! non dico!... ma che vuoi? non saprei!... quando uomini di tal fatta...E l'altro subito, fiso a lui e con aria di mistero:—Uomini che sono al segreto delle cose, m'intendi? nè si lasciano illudere, come qui il degli Uberti, perchè vi trova il suo tornaconto! E tu, parmi che lo conosca il degli Uberti!—Se lo conosco! Vedi, io posso dirti che alcune sue parole d'insulto per non aver io sfidato quel certo mio avversario....[pg!112] —Nobil coraggio quel suo!—incalzava l'altro—porre a rischio sicuro l'onore e la salvezza d'una intera città! Perchè... perchè alla fine non è la sua!—Sì, sì, capitano, conchiuse Nuto, ficcandogli un par d'occhi addosso e con voce vibrata:—se intendete l'onore come si deve, non se n'esce, bisogna che ci secondiate! Beviamo intanto alla salute vostra, e a quella che renderete alla patria.E porgeva a lui ed agli altri il boccale ricolmo di prezioso liquore.Musone allora, subito incalzando, soggiunse:—Un altro ancora al bel vanto di colui che senza spargere una stilla di sangue ci avrà liberati. Che vi par poco? Capitano, l'augurio è per voi; beviamo!—E con queste e altre parole badavano intanto a ricolmargli il boccale.Cui egli, già quasi inebriato:—Per mia fè! Si potrebbe sperare di bever mai più di questo buon vino dei nostri vigneti, se per un lungo assedio si dovesser vedere atterrati? Viva il rosso del vino, e maledetto quello del sangue!—E se ne trangugiava una buona misura.—Viva, viva! ripetevano gli altri.E su questo argomento lasciandolo alla lunga ciarlare, mettevan legna sul fuoco, come suol dirsi, e lo riscaldavan sempre più. E già Nuto aveva impugnata una spada, e i compagni con lui, e levatala in alto, enfaticamente esclamò:—Giuriamo su queste spade di far salva la città senza colpo ferire, o che esse si rivolgano contro di noi! Giurate dunque, ser capitano, che a un cenno dato consegnerete la porta di Ripalta, all'unico fine, s'intende! di sottrarre i vostri concittadini alla morte!E il Di-Fede, quasi balbettando, e stordito:—Oh! sì, sì! per sottrarre i miei alla morte, lo giuro!—E in questo incrociaron le spade con la sua, come per accoglierne il giuramento.—Beviamo dunque anco una volta—ripetè il Fortebracci di già pago in cor suo:—Alla salute del mio degno parente!—E bevuto, e strettogli la mano:—Messeri, soggiunse, ora è tempo d'uscire: io primo.[pg!113] —Andiam pure—gli disse Nuto all'orecchio—l'arco è teso, e l'uomo è preso!—E voi dietro a me: uno però alla volta, e cauti e silenziosi.E così fu fatto.Il Di-Fede aveva percorso rapidamente la via senza intoppo veruno, e già era per entrare nella propria casa, allorchè sul limitare vi trovò uno scudiere del capitan Vergiolesi, che recavagli ordine dovesse subito presentarsi a lui.A quest'avviso, e appunto allora, rimase turbato oltremodo. Ma poi cercando di nascondersi, come suol fare chi teme che lo colgano in fallo, e chi sente il bisogno di simulare un coraggio che non ha mai avuto; con affettata vivacità:—Verrò subito, oh! verrò, verrò!—rispose. E unitosi allo scudiere, in breve era alla casa, e in presenza del capitano.Il quale con modo austero, come soleva, gli disse:—Dimattina all'alba dovrò consegnarvi la custodia della porta di Ripalta. Molti più militi che altrove lungo le mura vi staranno schierati, e sotto strenui connestabili e centurioni; pronti a irrompere, a' vostri cenni su dal torrione, se occorra. Però lo vedete! grave obbligo vi corre qui.E mentre guardavalo con attenzione:—Che avete mai, capitano, che mi fate occhi sì stralunati?—Oh! niente, niente—quasi tremando rispose.—Parmi che il continuo lampeggiare nel venir qua m'abbia un poco abbarbagliata la vista.Oh! sta, che un milite s'abbia a impaurir d'un baleno! E sì che a forti prove sarete serbato con la guardia di questa porta! Non ho bisogno di dirvi che il maggior numero de' nemici s'è raccolto da questo lato: che vi stringe debito severissimo di vigilare su tutti i militi di servizio e sulle scolte sia in basso che in alto; che io voglio ad ogni ora rapporti sicuri de' movimenti del campo: e così della fede vostra della quale spero non dovrò mai dubitare!E il Di-Fede rispostogli che per lui fosse certo, il proprio debito l'avrebbe adempiuto, il Vergiolesi lo congedò.Tutto pareva che secondasse l'iniqua trama. Ma il cielo vegliava sull'onore delle armi pistoiesi![pg!114] Appena il Di-Fede era giunto nella sala vicina, che il guizzare d'un lampo, e a un tempo il fragore dello scoppio d'un fulmine lo fe' barcollare sì fattamente, che sarebbe caduto senza l'appoggio d'una sedia a braccioli, sulla quale spaventato s'andò a gittare. Intanto un'acqua dirotta si scaricava sulla città con tal furia, che sarebbe stato impossibile a chiunque di uscir per la via, o che colui che vi si fosse trovato non avesse corso un grave pericolo. Sicchè per questa e l'altre ragioni il Di-Fede rimase lì immobile per qualche poco. Quando a un tratto sentì un gran colpo di vento che spalancò la finestra, e spense la face che illuminava la sala. Benchè male in gambe, e pien di spavento, si mosse e tentò di richiudere, e vedere in tanto se il temporale calmava. Ma uno sprazzo d'acqua subitaneo l'aveva ricoperto; e pare anzi che quel rovescio, fra il continuo balenìo e il rombo de' tuoni, riprendesse più violento. In quella stanza era solo. Lo scudiere era già uscito per altri ordini. Allora egli fra quelle tenebre brancolando lungo la parete, ricercò quella sedia; e trovatala, come fosse la sua tavola di naufragio, a corpo morto vi si sdraiava. Nè stette molto che pe' crescenti fumi del vino, gli prese tal cascaggine di sonno, che quasi in un attimo si addormentò.A quella sala facevan capo quattro porte. Da una di esse poco stette che se n'usciva Selvaggia, e la traversava per andare a riposo nella sua camera. Era stata fin allora in quella della sua povera madre, la cui malattia di sfinimento s'aggravava ogni giorno. Margherita la vecchia fantesca la precedeva con una face. Costei era già entrata per l'altra porta, allorchè Selvaggia giunta appena sul limitare, a un cotal mugolìo nella sala medesima e un balbettar prolungato, si soffermò: poi, sporto il capo, si pose in orecchio. Quand'ecco al chiarore d'un lampo potè scorgervi un uomo, e l'udì a più riprese pronunziare queste parole:—Giuro... sì, giuro... di consegnar la porta di Ripalta per introdurvi i Fiorentini... sì, sì... il diavol che vi porti! Ma... ma il cenno?... quando?... da chi?... S'intende per lo scampo di tutti! Ma io? Onori... e oro! e poi messer Nello... oh! lo dicesti, mi fido! Giuro! (e alzando la voce [pg!115] con gran violenza) non hai udito? Non dubitare, ho giurato, ho giurato!—Santi del cielo! che ascolto!—proruppe Selvaggia.E presa una face, e appressatasi per veder chi si fosse, poco mancò non desse in un grido, e la face di mano non le cadesse! Ma raffrenatasi, a bassa voce:—Egli!—esclamò—messer Tingo!... il nostro parente! egli, egli, destinato pur troppo a guardia di quella porta!!A tal vista e a tal pensiero s'arretrò spaventata; si percosse la fronte, rabbrividì di terrore, e a stento potè ritraversare la sala, e giungere a chiudersi nella sua stanza. Indarno tentò di rispondere alle dimande di Margherita, che avesse avuto! che fosse stato! Potè appena profferire un accento per dirle:—Ho creduto!... m'è parso!... ma nulla... poi nulla! col tremito però sulle labbra e di tutta la persona. Terribile situazione!Avrebbe voluto persuadersi che quel suo fosse stato non altro che un sogno: ma pur troppo per lei e per quello sciagurato quelle parole non erano che un'orribile confessione! L'indole omai nota dell'uomo, e i suoi legami da qualche giorno notati anche più intimi col Fortebracci; il quale pel suo mal animo, e (quel che più l'affliggeva!) forse anche per vendetta di lei stessa, de' suoi e della sua parte poteva avervelo indotto; quella gentile ogni peggior cosa si dava a credere e a temere!—Ma frattanto—diceva ella—che fare? a che partito appigliarmi? Chiamare il padre... il fratello e rivelare... si potrebbe, non dico; ma!.. no, no! costui non uscirebbe salvo di qui! Poi riflettendo seguitava.—Forse io stessa a destarlo... Ma allora io?... Se egli alzasse la voce! Se gente sopravvenisse!... Poi no... non ho forza;... il terrore e lo sgomento mi opprime! A dimane un consiglio. Miseri noi! Vergine santa, salvateci!E si adagiò sulle coltri, e cercò ma indarno tutta la notte, alla mente spaventata e sconvolta, e alle membra stanche un riposo!La mattina seguente nell'animo di Selvaggia non si agitò [pg!116] che un pensiero, quello di sventare un tradimento sì reo. Intanto però l'affanno, il timore, e la gran commozione che n'aveva ricevuta, glie l'avevan letto nel volto tanto la madre che messer Lippo; e ambedue la scongiuravano di dir loro la cagione quale si fosse. Tutto fu vano! Ella omai su di ciò per le ragioni già dette, sì delicate e degne di tanto cuore, se n'era imposto con tutti un assoluto silenzio. Ma il tempo stringeva! Lo sciagurato era già di guardia alla porta! Sicchè volendo tentare quel miglior modo che il suo animo le suggeriva, mandò nel momento pel fratello messer Fredi, a quell'ora capitano di guardia alla porta Gaialdatica, pregandolo a volerle permettere quella mattina, come altra volta, di seguirlo quando sul mezzo del dì dovea perlustrare nell'interno le fortificazioni delle mura. Non appena n'ebbe avuto l'assenso, che fattasi apprestare il suo bianco palafreno, col fratello e un suo scudiere percorsero lungo i bastioni tutta quanta la cerchia. S'arrestarono qua e là, e via via andavano chiedendo di quell'opere di bastite, erette in breve quasi che per incanto, e ne lodavano e confortavano gli operai ed i militi.Ma a Selvaggia in quel giorno stava a cuore ben altra cosa; cosicchè la rivista procurò s'affrettasse più dell'usato. Giunti però alla porta di Ripalta, Selvaggia chiese al fratello di salir su sul torrione, e di rimanere alcun poco presso il parente capitano Di-Fede che n'aveva la consegna, per bene osservarvi, diss'ella, il campo nemico. Consentì subito messer Fredi: e consegnati i cavalli allo scudiere, ascesero entrambi per la interna scala alla piattaforma di quel munito fortino, dove nella parte più alta sopra un esterno ballatoio stava a vedetta notte e giorno una scolta; e v'era poi nell'intorno una piccola stanza pel capitano. Messer Fredi lasciata a lui la sorella, tornò in basso per conferire col padre suo, venutovi ad appostare le milizie che volle qui molte a difesa d'un sito il più minacciato.Allora Selvaggia, voltasi al capitano, che pieno d'ilarità si compiaceva dell'isperata fortuna di quella visita; raccolte tutte le forze dell'animo, con volto austero così prese a dirgli:[pg!117] —Non attribuite no a curiosità ed al caso il mio giungere a voi. Bramo, sì, che tale apparisca pel vostro meglio: ma, troppo grave cagione mi spinge qui a favellarvi in segreto!E allora vibrando la voce e li sguardi sopra di lui:—Or ditemi, messer Tingo, non vi rimorde nell'animo nessun delitto, che al cospetto di qualsiasi vostro concittadino dobbiate arrossirne e tremare a comparirgli dinanzi?—Selvaggia!—riprese subito egli—che parole sono queste? a me che dite mai?—A voi in nome di Dio!—rispose ella con forza e con dignità—A voi messer Di-Fede, io mi rivolgo, e dolorando nell'anima vi dico: capitan della guardia, voi siete un traditor della patria!—Traditore a me!...—Sì, e guardatevi, voi siete scoperto!—Nol crediate, ve ne scongiuro!—replicò egli, ma già molto confuso—Menzogna! calunnia!——Oh! che vale l'infingere? Menzogna, voi dite, calunnia! E che prometteste voi al perfido Fortebracci? Non forse... negatelo, e spergiurate ancora una volta! non forse di consegnare ai nemici una porta della città? E il patto iniquo che dovrebbe fruttarvi il più infame guadagno, non raffermaste voi con giuramento? Questa è dunque la fede di leal capitano, di cittadino onorato? Mentre tutti son presti a dare il sangue per la difesa di queste mura, voi mio parente, voi solo! (inorridisco a pensarlo!) voi vi prestate a sì orribile tradimento?—Ah! questo è troppo, Selvaggia!...—Troppo! E che direste se io invece di recarmi qui a voi, imbelle donzella, gli è vero, ma pur terribile pel segreto ch'io porto, palesassi a mio padre l'iniqua trama?Ed egli con le labbra convulse:—Ma come? chi mai!...—No, no—lo interruppe—non cercate più oltre. A me tutto è noto: a me sola per ora! Qui su quest'altura Dio solo ci ascolta! Ma guai, oh! guai a voi se un sol uomo il sapesse! A me sola adunque (e mi basterà, e il segreto morrà con me) promettete con giuramento di ritrarvi dall'opera iniqua! A' vostri piedi vedetemi! Ve ne scongiura [pg!118] la figlia di colei che ebbe a sorella la vostra povera madre. Se essa su nel cielo ov'è, sapesse l'opra d'inferno che contro la terra natale macchinò il figliuol suo... Oh! che essa anco in cielo, io credo, piangerebbe per voi! Deh! Se non vi muove l'affanno mio, che dall'istante che vi seppi reo è immenso, pietà almeno di voi, cui pende sul capo la spada dell'eterna giustizia, ed una morte obbrobriosa! Risparmiate quest'onta alle nostre famiglie, l'estremo danno e il vitupero alla patria!—Sorgete, Selvaggia, sorgete!—riprese il Di-Fede estremamente commosso.—Io farò...Ma, come non osando, ristè muto e confuso. Fu solo un breve istante; poi risoluto proruppe:—Oh sì! A voi... tutto! Una forza irresistibile mi spinge a palesarmi reo dinanzi a voi! Se a' preghi d'un angelo presso Dio si può attender perdono, io l'imploro e l'attendo da voi, donna generosa ed angelica, ispirata a commovermi e a ravvedermi! Lusingato sotto specie di bene, illuso, tradito, oh! sì, vel confesso, io mi resi colpevole, fattomi complice d'un iniquo disegno. Ma saprò farne la debita ammenda! Saprò quind'innanzi esser degno di voi e della patria, ve lo giuro!A queste parole Selvaggia, com'era in bruna vesta, apparsa in volto anche più pallida e smorta, levate al cielo le pupille e le palme:—Dio! Dio di pietà—esclamò—accogli il giuramento del ravveduto e confortalo della tua grazia, perchè il suo braccio divenga fin d'ora il più forte sostegno contro i nostri nemici!Bella pur nel dolore, sublime adesso la faceva la preghiera e il perdono!Poco stante ricomparve il fratello. Bisognava nascondergli quel suo turbamento. Si calò il velo sul volto, e angelo vero di concordia e di pace, rianimata al pensiero d'aver compiuta questa sant'opera, s'affrettò a discendere, e tornò a vegliare la sua povera madre.Veramente che il cuore di donna è fatto per amare nel silenzio delle mura domestiche: ma ove carità di patria lo infiammi, nissun uomo la vince nei sacrifizi, e nell'impulso di ogni nobile azione.«Di questo tempo intanto avveniva (così è narrato in un'antica [pg!119] pergamena dell'archivio di Sant'Jacopo del Comune di Pistoia) che un tal messer Ceragia notaio di professione, e d'origine siciliano, ritrovandosi nel campo nemico, e ascoltando che dovesse essere fraudolentemente tradita Pistoia da que' di dentro e data a sacco al nemico; come che fosse divinamente ispirato, entrò sconosciuto nella città a significarlo a' Pistoiesi, e a far noto loro quanto aveva inteso nel campo.» Laddove tornato, non dicesi ch'ei ne fosse scoperto.Niuno pure degli assediati seppe mai il nome del traditore. Bastò sì la notizia a porre all'erta i capitani per ogni dove.[pg!120]

IL CASTEL DI DAMIATA.

«Molto erano li Pistolesi e dagli amici e da' nemici perseguitati, tanto che non poteano sofferire.»——Istorie pistolesi.

«Molto erano li Pistolesi e dagli amici e da' nemici perseguitati, tanto che non poteano sofferire.»

——Istorie pistolesi.

È comune dettato che quando vuol far tempesta, gli uccelli di malaugurio non mancano. Sinistro infatti era il ritorno di quel Nuto in Pistoia sul cominciar dell'assedio. Non senza un perchè da astrologo che v'appariva, si era infinto di nuovo della persona, senza barba, col saio e il cappuccio del popolano. Abboccatosi notte tempo col Fortebracci, lo aveva trovato disposto non solo a ciò che l'altra volta gli proponeva, ma di parte Nera decisa, e bramoso non d'altro che di vendette. Per quanto costui si fosse mostrato piuttosto tepido e anche indifferente all'opinion generale, contrariando, prima per poco affetto di patria, poi per quello spirito d'opposizione propria di quei tempi e di que' cittadini, e che suol mostrarsi più ostinata quanto più ingiusta; nessuno però fin allora avrebbe supposto in esso tanta perfidia: sicchè impunemente se n'era tornato in città; e facendo anzi le finte di esser sempre co' Bianchi, più facilmente tramava a corrompere. Per togliere ogni sospetto, nel primo assalto si chiuse in casa e si die' per malato. Decorso qualche giorno, fattosi veder per le vie, si doleva con tutti che per questa cagione fosse stato impedito di prender parte alla comune difesa. [pg!107] Tant'è vero che anche i più tristi qualche scusa la pongono sempre innanzi, non foss'altro pel timore che la propria reità si discopra.

Questa giustificazione la evitava soltanto con messer Fredi; il quale, ancorchè il Fortebracci gli passasse davanti, non lo guardava neppur per ombra. Talvolta chi sente la propria dignità par che tema lo sguardo del suo nemico, ma per vero è tutt'altro. Gli è perchè si vergogna per lui, e vorrebbe pur risparmiargli nuovi atti d'una vile impudenza. Tale era il nobile animo di messer Fredi. Oltrechè il Fortebracci non solo ora voleva parere indifferente, ma faceva ogni sforzo per sembrare operoso in pro della patria. A tale oggetto si era fatto eleggere capo delle scolte notturne che perlustravan le vie, per potere, l'iniquo, col favor della notte compir più sicuro i suoi disegni nefandi. Ma v'era bisogno di complici, nè gli bastava il solo Nuto, col quale già aveva ordita una certa trama. Vi voleva anche un altro che al par di costui fosse destro, audace e bravaccio: e Nuto andatone in cerca fra'l popolo, gliel'aveva procacciato in quel Musone della Moscacchia.

Le volpi intanto cotesta sera nella casa del Fortebracci eran venute a consiglio. Un toccamano di buoni fiorini d'oro aveva fatto promettere a Musone qualunque impresa la più arrischiata. Uso ai contrabbandi sul confine del Bolognese presso Sambuca, dove rimane il villaggio della Moscacchia e d'ond'era uscito, egli era uomo da questo e altro. Venendo adesso a Pistoia, aveva avuto per pretesto il lavoro, ma il fine era quello di pescare nel torbido fra un'agglomerazione di gente come doveva esserci, e così tentar la fortuna con grossi guadagni e non men vergognosi. Però all'invito di Nuto gli cadde proprio la palla al balzo. Nè egli a lui era per far miglior giuoco. Perchè Nuto attesolo prima da solo, come gli ebbe svelato l'impresa da compiersi in quella sera; dal suo consenso e da certi ripieghi ch'ei gli propose, s'accorse subito che razza di birbo era quello, e che un più destro scherano non gli potea capitare. Allora ei lo condusse nelle stanze del Fortebracci; glie lo presentò e gli disse:—Messere, questi è l'uomo in cui possiamo [pg!108] fidare! Egli promette di esser testimone e di tenere il segreto quanto al capitano; e in tutto e per tutto di secondarci!

E il Fortebracci a Musone con piglio imperioso:—Bada bene!—gli disse,—parlando giocheresti di tutti!

Cui l'altro:—Oh! fidatevi pure, chè di queste partite non ne ho mai perse.

—Dunque andiamo.

E toltosi Nuto una lanterna cieca, e tutti e tre uno stile; il Fortebracci dalla porta maggiore, gli altri due dalla stessa segreta per la quale v'entrarono, eran già sulla via.

La notte era buia. Non ancora una lampada ai tabernacoli, non una stella nel cielo. Certi nuvoloni neri s'addensavano anzi per l'aria e pareva che proprio si caricassero sulla città. Non v'asolava un alito di vento. Benchè sui primi di giugno, faceva un'afa insolita ed affannosa. Tratto tratto quell'aria nera si vedeva rosseggiare per subiti lampi, e tutto dava presagio d'un gran temporale.

In breve Nuto e Musone eran giunti presso il castel di Damiata.

Dov'era egli questo castello? A chi apparteneva? Perchè vi venivano?

In quella parte della città fra mezzodì e levante, presso al primo cerchio di mura e segnatamente in tutto quel ceppo di case che si vedono ancora e finiscono al canto detto già di S. Luca, volgente per alla chiesa di S. Pietro (e dove presso era una postierla di questo nome) sorse già un tempo il castel di Damiata. Vuolsi che come baluardo della città lo fabbricasse il Comune, e che così lo appellasse a perpetuare la memoria del valore de' Pistoiesi quando insieme ai Fiorentini, cavalieri pietosi e magnanimi, si recarono al soccorso di Terra Santa. Massime poi pel conquisto che l'anno 1188, e secondo altri 1192, fecero in Egitto della città di Damiata; sicchè reduci in patria, appesero uno stendardo vermiglio tolto colà, nel tempio di S. Giovanni a Firenze. Egli è certo che nel 1221 quando già era sorto il secondo cerchio, l'acquistò Amadore de' Cancellieri, insieme alle sue tre torri fra la chiesa di S. Luca e la Badia di S. Stefano, [pg!109] l'antico ospizio de' Vallombrosani di Taona; e che quattr'anni innanzi di questo tempo era sempre un valido fortilizio dentro città, e spettava alla casata de' Cancellieri, e però al signore del Castel del Pantano. Nè è da confondere col palazzo magnifico che sorse già e si estendeva su tutto quel bastione rimpetto e fino alla piazzetta di S. Leone, esso pure dei Cancellieri. Ma la sorte del fortilizio di Damiata, che era dei Neri, tocco' poi molto dopo a questo dei Bianchi, egualmente incendiato e demolito: lo che fu nel 1592, per opra della fazione Panciatica che parteggiava pe' Medici. Quel di Damiata fu diroccato per ferro e per fuoco nel 1302 quando per la violenta riforma la parte Nera ne fu cacciata; tanto che ricorre quel di Dante:

«Pistoia in pria di Neri si dimagra»

«Pistoia in pria di Neri si dimagra»

«Pistoia in pria di Neri si dimagra»

e delle sue torri e del gran fabbricato non restò allora che un ammasso di macerie. Messer Simone, confinato omai al Pantano, vi lasciò solo una guardia per le poche stanze che nell'interno v'eran rimaste. Si scendeva da quelle in ampi sotterranei dove la luce diurna non era mai penetrata.

In una piccola città come questa, e ora poi fra l'andirivieni di tanta gente, non poteavi essere un luogo più adatto e sicuro per una congiura. A tal'uopo infatti cotesta sera era stato prescelto. Quell'ampio spazio dove molte pietre stavano ammonticchiate, dopo la rovina del castello era stato circondato da un muro a secco che finiva con un cancello fra due torri semidirute dal lato di mezzodì.

A questo cancello eran già arrivati Nuto e Musone. La guardia che li attendeva, prevenuta dal suo signore (da cui bisogna dire che si partivan le fila di questa trama), com'appena dagli avuti segnali li riconobbe, aperse loro, richiuse, e precedendoli silenzioso, l'introdusse nel sotterraneo. Laggiù appena discesi, la guardia battè la pietra focaia, e v'accese un'ampia lanterna che pendeva dalla volta. Dalla quale riverberando la luce sopra una tavola che era in mezzo, vi scorsero da un lato alcune anfore di terra cotta e boccali, dall'altro un fascio di spade e di stili.

—Ma non dovrebbero esser qui altri due?—dimandò [pg!110] loro la guardia, che secondo gli ordini aveva tutto disposto, e sapeva quanti eran coloro che dovevan venire.

E Nuto a lui:

—Oh! sì, verranno, e fra poco.

—Messeri, qui son pancali; potete sedere; io vado ad attenderli.

Non passaron che brevi istanti quando si vider comparire nel sotterraneo, imbacuccati ne' loro cappucci e mantelli, il Fortebracci, e il capitano messer Tingo Di-Fede. Importava loro, ciascuno per proprio conto, di non esser riconosciuti per via. Solo allora scopertisi, apparvero cinti di maglia e armati di tutto punto.

Il Di-Fede era uomo di mezza età; grasso, bassotto; fisonomia non punto di battagliero; chè invece molto dato ai piaceri, e però amico del Fortebracci, e anzi stretto parente; e dal lato di donna, anche de' Vergiolesi. Nominato di poco a capitano di guardia delle porte della città, la mattina veniente doveva entrar per un mese di servizio al torrione di sulla porta di Ripalta. Egli ancor no, ma il Fortebracci l'aveva già potuto penetrare. Non ignorava poi anche come costui, benchè fosse tenuto per animoso e per un gran spadaccino, tutto si restringesse a parole, e in fondo avesse animo di coniglio. Per certi loro ritrovi lo sapeva pur dedito al giuoco, alle crapule e al vino: tantochè non dubitava, con quest'ultimo argomento in ispecie, di condurlo dirittamente a' suoi fini. È infatti quasi impossibile che d'un crapulone se ne possa far conto per utile pubblico: tanto più che, con le sue eccezioni, ma secondo un proverbio greco: «Grasso ventre non fa sottile intelletto.»

Ma l'arte satanica del Fortebracci fu in questo; d'invitarlo così d'improvviso a quel conciliabolo: nè già mica per tradir la patria, come dicevagli; tutt'altro! (mentre era ciò che di fatto si macchinava!) sibbene per convenire in un'azione finale da porre alle strette i cittadini, e impedire ai nemici la totale e inevitabil rovina della città. Lo che dopo avergli dimostrato per tanti argomenti; all'obbiettar che facevagli il capitano (in cui un fondo d'onestà era sempre, e però non troppo disposto nè persuaso del modo) ciò che alla [pg!111] perfine lo fece risolvere fu una lettera del Cancellieri al Fortebracci, che questi gli pose sott'occhio. Dove accertava che tutte le milizie insieme raccolte avrebbero fatto impeto a giorni contro appunto di quella porta che messer Tingo doveva guardare: la città pel numero prevalente sarebbe presa di sicuro: e se taluno si fosse ostinato a resistere, sarebbe passato a fil di spada. A risparmiar però tanto danno, quando per la disparità delle forze la resa era omai inevitabile, si consigliasse l'agevole ingresso al nemico, salve le persone e gli averi. Una tal proposta che si facesse ai rettori, ostinati com'erano, l'avrebber respinta. Uomini però non dovevan mancare che posto mente al sacrifizio di tante vite e al supremo ben della patria, si risolvessero a un'azione sì saggia e sì vantaggiosa. Gli esuli tutti allora rientrati, e al governo, promettevano a chi ne fosse stato l'autore, coi debiti onori una splendida ricompensa.

Il capitano guardò e riguardò più volte la lettera: e la firma, non v'ha dubbio, la conosceva, era quella del Cancellieri:—Sicuramente!—diceva fra sè—egli è un cert'uomo che le cose le dovrebbe sapere! O non è lui il caporale de' Neri? E ci dice nientemeno che a fil di spada? Pur troppo! Ed è uomo da mantenerla questa minaccia! Ma gli è vero che non mancano le promesse, e di che sorta!—Or perchè il più spesso suole avvenire che gli uomini sieno fatti fare più dalla lusinga di ricompense, che dal timor d'una pena; quelle promesse il Di-Fede l'avevan già allucinato, e già cominciava con certi eh!... con certi ma!... Sicchè dopo un breve riflesso, in questo modo si diede a rispondere al Fortebracci nel restituirgli la lettera.—Sicuro! non dico!... ma che vuoi? non saprei!... quando uomini di tal fatta...

E l'altro subito, fiso a lui e con aria di mistero:

—Uomini che sono al segreto delle cose, m'intendi? nè si lasciano illudere, come qui il degli Uberti, perchè vi trova il suo tornaconto! E tu, parmi che lo conosca il degli Uberti!

—Se lo conosco! Vedi, io posso dirti che alcune sue parole d'insulto per non aver io sfidato quel certo mio avversario....

[pg!112] —Nobil coraggio quel suo!—incalzava l'altro—porre a rischio sicuro l'onore e la salvezza d'una intera città! Perchè... perchè alla fine non è la sua!

—Sì, sì, capitano, conchiuse Nuto, ficcandogli un par d'occhi addosso e con voce vibrata:—se intendete l'onore come si deve, non se n'esce, bisogna che ci secondiate! Beviamo intanto alla salute vostra, e a quella che renderete alla patria.

E porgeva a lui ed agli altri il boccale ricolmo di prezioso liquore.

Musone allora, subito incalzando, soggiunse:—Un altro ancora al bel vanto di colui che senza spargere una stilla di sangue ci avrà liberati. Che vi par poco? Capitano, l'augurio è per voi; beviamo!—E con queste e altre parole badavano intanto a ricolmargli il boccale.

Cui egli, già quasi inebriato:—Per mia fè! Si potrebbe sperare di bever mai più di questo buon vino dei nostri vigneti, se per un lungo assedio si dovesser vedere atterrati? Viva il rosso del vino, e maledetto quello del sangue!—E se ne trangugiava una buona misura.

—Viva, viva! ripetevano gli altri.

E su questo argomento lasciandolo alla lunga ciarlare, mettevan legna sul fuoco, come suol dirsi, e lo riscaldavan sempre più. E già Nuto aveva impugnata una spada, e i compagni con lui, e levatala in alto, enfaticamente esclamò:—Giuriamo su queste spade di far salva la città senza colpo ferire, o che esse si rivolgano contro di noi! Giurate dunque, ser capitano, che a un cenno dato consegnerete la porta di Ripalta, all'unico fine, s'intende! di sottrarre i vostri concittadini alla morte!

E il Di-Fede, quasi balbettando, e stordito:

—Oh! sì, sì! per sottrarre i miei alla morte, lo giuro!—E in questo incrociaron le spade con la sua, come per accoglierne il giuramento.

—Beviamo dunque anco una volta—ripetè il Fortebracci di già pago in cor suo:—Alla salute del mio degno parente!—E bevuto, e strettogli la mano:—Messeri, soggiunse, ora è tempo d'uscire: io primo.

[pg!113] —Andiam pure—gli disse Nuto all'orecchio—l'arco è teso, e l'uomo è preso!—E voi dietro a me: uno però alla volta, e cauti e silenziosi.

E così fu fatto.

Il Di-Fede aveva percorso rapidamente la via senza intoppo veruno, e già era per entrare nella propria casa, allorchè sul limitare vi trovò uno scudiere del capitan Vergiolesi, che recavagli ordine dovesse subito presentarsi a lui.

A quest'avviso, e appunto allora, rimase turbato oltremodo. Ma poi cercando di nascondersi, come suol fare chi teme che lo colgano in fallo, e chi sente il bisogno di simulare un coraggio che non ha mai avuto; con affettata vivacità:—Verrò subito, oh! verrò, verrò!—rispose. E unitosi allo scudiere, in breve era alla casa, e in presenza del capitano.

Il quale con modo austero, come soleva, gli disse:

—Dimattina all'alba dovrò consegnarvi la custodia della porta di Ripalta. Molti più militi che altrove lungo le mura vi staranno schierati, e sotto strenui connestabili e centurioni; pronti a irrompere, a' vostri cenni su dal torrione, se occorra. Però lo vedete! grave obbligo vi corre qui.

E mentre guardavalo con attenzione:—Che avete mai, capitano, che mi fate occhi sì stralunati?

—Oh! niente, niente—quasi tremando rispose.—Parmi che il continuo lampeggiare nel venir qua m'abbia un poco abbarbagliata la vista.

Oh! sta, che un milite s'abbia a impaurir d'un baleno! E sì che a forti prove sarete serbato con la guardia di questa porta! Non ho bisogno di dirvi che il maggior numero de' nemici s'è raccolto da questo lato: che vi stringe debito severissimo di vigilare su tutti i militi di servizio e sulle scolte sia in basso che in alto; che io voglio ad ogni ora rapporti sicuri de' movimenti del campo: e così della fede vostra della quale spero non dovrò mai dubitare!

E il Di-Fede rispostogli che per lui fosse certo, il proprio debito l'avrebbe adempiuto, il Vergiolesi lo congedò.

Tutto pareva che secondasse l'iniqua trama. Ma il cielo vegliava sull'onore delle armi pistoiesi!

[pg!114] Appena il Di-Fede era giunto nella sala vicina, che il guizzare d'un lampo, e a un tempo il fragore dello scoppio d'un fulmine lo fe' barcollare sì fattamente, che sarebbe caduto senza l'appoggio d'una sedia a braccioli, sulla quale spaventato s'andò a gittare. Intanto un'acqua dirotta si scaricava sulla città con tal furia, che sarebbe stato impossibile a chiunque di uscir per la via, o che colui che vi si fosse trovato non avesse corso un grave pericolo. Sicchè per questa e l'altre ragioni il Di-Fede rimase lì immobile per qualche poco. Quando a un tratto sentì un gran colpo di vento che spalancò la finestra, e spense la face che illuminava la sala. Benchè male in gambe, e pien di spavento, si mosse e tentò di richiudere, e vedere in tanto se il temporale calmava. Ma uno sprazzo d'acqua subitaneo l'aveva ricoperto; e pare anzi che quel rovescio, fra il continuo balenìo e il rombo de' tuoni, riprendesse più violento. In quella stanza era solo. Lo scudiere era già uscito per altri ordini. Allora egli fra quelle tenebre brancolando lungo la parete, ricercò quella sedia; e trovatala, come fosse la sua tavola di naufragio, a corpo morto vi si sdraiava. Nè stette molto che pe' crescenti fumi del vino, gli prese tal cascaggine di sonno, che quasi in un attimo si addormentò.

A quella sala facevan capo quattro porte. Da una di esse poco stette che se n'usciva Selvaggia, e la traversava per andare a riposo nella sua camera. Era stata fin allora in quella della sua povera madre, la cui malattia di sfinimento s'aggravava ogni giorno. Margherita la vecchia fantesca la precedeva con una face. Costei era già entrata per l'altra porta, allorchè Selvaggia giunta appena sul limitare, a un cotal mugolìo nella sala medesima e un balbettar prolungato, si soffermò: poi, sporto il capo, si pose in orecchio. Quand'ecco al chiarore d'un lampo potè scorgervi un uomo, e l'udì a più riprese pronunziare queste parole:

—Giuro... sì, giuro... di consegnar la porta di Ripalta per introdurvi i Fiorentini... sì, sì... il diavol che vi porti! Ma... ma il cenno?... quando?... da chi?... S'intende per lo scampo di tutti! Ma io? Onori... e oro! e poi messer Nello... oh! lo dicesti, mi fido! Giuro! (e alzando la voce [pg!115] con gran violenza) non hai udito? Non dubitare, ho giurato, ho giurato!

—Santi del cielo! che ascolto!—proruppe Selvaggia.

E presa una face, e appressatasi per veder chi si fosse, poco mancò non desse in un grido, e la face di mano non le cadesse! Ma raffrenatasi, a bassa voce:

—Egli!—esclamò—messer Tingo!... il nostro parente! egli, egli, destinato pur troppo a guardia di quella porta!!

A tal vista e a tal pensiero s'arretrò spaventata; si percosse la fronte, rabbrividì di terrore, e a stento potè ritraversare la sala, e giungere a chiudersi nella sua stanza. Indarno tentò di rispondere alle dimande di Margherita, che avesse avuto! che fosse stato! Potè appena profferire un accento per dirle:

—Ho creduto!... m'è parso!... ma nulla... poi nulla! col tremito però sulle labbra e di tutta la persona. Terribile situazione!

Avrebbe voluto persuadersi che quel suo fosse stato non altro che un sogno: ma pur troppo per lei e per quello sciagurato quelle parole non erano che un'orribile confessione! L'indole omai nota dell'uomo, e i suoi legami da qualche giorno notati anche più intimi col Fortebracci; il quale pel suo mal animo, e (quel che più l'affliggeva!) forse anche per vendetta di lei stessa, de' suoi e della sua parte poteva avervelo indotto; quella gentile ogni peggior cosa si dava a credere e a temere!

—Ma frattanto—diceva ella—che fare? a che partito appigliarmi? Chiamare il padre... il fratello e rivelare... si potrebbe, non dico; ma!.. no, no! costui non uscirebbe salvo di qui! Poi riflettendo seguitava.—Forse io stessa a destarlo... Ma allora io?... Se egli alzasse la voce! Se gente sopravvenisse!... Poi no... non ho forza;... il terrore e lo sgomento mi opprime! A dimane un consiglio. Miseri noi! Vergine santa, salvateci!

E si adagiò sulle coltri, e cercò ma indarno tutta la notte, alla mente spaventata e sconvolta, e alle membra stanche un riposo!

La mattina seguente nell'animo di Selvaggia non si agitò [pg!116] che un pensiero, quello di sventare un tradimento sì reo. Intanto però l'affanno, il timore, e la gran commozione che n'aveva ricevuta, glie l'avevan letto nel volto tanto la madre che messer Lippo; e ambedue la scongiuravano di dir loro la cagione quale si fosse. Tutto fu vano! Ella omai su di ciò per le ragioni già dette, sì delicate e degne di tanto cuore, se n'era imposto con tutti un assoluto silenzio. Ma il tempo stringeva! Lo sciagurato era già di guardia alla porta! Sicchè volendo tentare quel miglior modo che il suo animo le suggeriva, mandò nel momento pel fratello messer Fredi, a quell'ora capitano di guardia alla porta Gaialdatica, pregandolo a volerle permettere quella mattina, come altra volta, di seguirlo quando sul mezzo del dì dovea perlustrare nell'interno le fortificazioni delle mura. Non appena n'ebbe avuto l'assenso, che fattasi apprestare il suo bianco palafreno, col fratello e un suo scudiere percorsero lungo i bastioni tutta quanta la cerchia. S'arrestarono qua e là, e via via andavano chiedendo di quell'opere di bastite, erette in breve quasi che per incanto, e ne lodavano e confortavano gli operai ed i militi.

Ma a Selvaggia in quel giorno stava a cuore ben altra cosa; cosicchè la rivista procurò s'affrettasse più dell'usato. Giunti però alla porta di Ripalta, Selvaggia chiese al fratello di salir su sul torrione, e di rimanere alcun poco presso il parente capitano Di-Fede che n'aveva la consegna, per bene osservarvi, diss'ella, il campo nemico. Consentì subito messer Fredi: e consegnati i cavalli allo scudiere, ascesero entrambi per la interna scala alla piattaforma di quel munito fortino, dove nella parte più alta sopra un esterno ballatoio stava a vedetta notte e giorno una scolta; e v'era poi nell'intorno una piccola stanza pel capitano. Messer Fredi lasciata a lui la sorella, tornò in basso per conferire col padre suo, venutovi ad appostare le milizie che volle qui molte a difesa d'un sito il più minacciato.

Allora Selvaggia, voltasi al capitano, che pieno d'ilarità si compiaceva dell'isperata fortuna di quella visita; raccolte tutte le forze dell'animo, con volto austero così prese a dirgli:

[pg!117] —Non attribuite no a curiosità ed al caso il mio giungere a voi. Bramo, sì, che tale apparisca pel vostro meglio: ma, troppo grave cagione mi spinge qui a favellarvi in segreto!

E allora vibrando la voce e li sguardi sopra di lui:

—Or ditemi, messer Tingo, non vi rimorde nell'animo nessun delitto, che al cospetto di qualsiasi vostro concittadino dobbiate arrossirne e tremare a comparirgli dinanzi?

—Selvaggia!—riprese subito egli—che parole sono queste? a me che dite mai?—A voi in nome di Dio!—rispose ella con forza e con dignità—A voi messer Di-Fede, io mi rivolgo, e dolorando nell'anima vi dico: capitan della guardia, voi siete un traditor della patria!

—Traditore a me!...

—Sì, e guardatevi, voi siete scoperto!

—Nol crediate, ve ne scongiuro!—replicò egli, ma già molto confuso—Menzogna! calunnia!—

—Oh! che vale l'infingere? Menzogna, voi dite, calunnia! E che prometteste voi al perfido Fortebracci? Non forse... negatelo, e spergiurate ancora una volta! non forse di consegnare ai nemici una porta della città? E il patto iniquo che dovrebbe fruttarvi il più infame guadagno, non raffermaste voi con giuramento? Questa è dunque la fede di leal capitano, di cittadino onorato? Mentre tutti son presti a dare il sangue per la difesa di queste mura, voi mio parente, voi solo! (inorridisco a pensarlo!) voi vi prestate a sì orribile tradimento?

—Ah! questo è troppo, Selvaggia!...

—Troppo! E che direste se io invece di recarmi qui a voi, imbelle donzella, gli è vero, ma pur terribile pel segreto ch'io porto, palesassi a mio padre l'iniqua trama?

Ed egli con le labbra convulse:

—Ma come? chi mai!...

—No, no—lo interruppe—non cercate più oltre. A me tutto è noto: a me sola per ora! Qui su quest'altura Dio solo ci ascolta! Ma guai, oh! guai a voi se un sol uomo il sapesse! A me sola adunque (e mi basterà, e il segreto morrà con me) promettete con giuramento di ritrarvi dall'opera iniqua! A' vostri piedi vedetemi! Ve ne scongiura [pg!118] la figlia di colei che ebbe a sorella la vostra povera madre. Se essa su nel cielo ov'è, sapesse l'opra d'inferno che contro la terra natale macchinò il figliuol suo... Oh! che essa anco in cielo, io credo, piangerebbe per voi! Deh! Se non vi muove l'affanno mio, che dall'istante che vi seppi reo è immenso, pietà almeno di voi, cui pende sul capo la spada dell'eterna giustizia, ed una morte obbrobriosa! Risparmiate quest'onta alle nostre famiglie, l'estremo danno e il vitupero alla patria!

—Sorgete, Selvaggia, sorgete!—riprese il Di-Fede estremamente commosso.—Io farò...

Ma, come non osando, ristè muto e confuso. Fu solo un breve istante; poi risoluto proruppe:

—Oh sì! A voi... tutto! Una forza irresistibile mi spinge a palesarmi reo dinanzi a voi! Se a' preghi d'un angelo presso Dio si può attender perdono, io l'imploro e l'attendo da voi, donna generosa ed angelica, ispirata a commovermi e a ravvedermi! Lusingato sotto specie di bene, illuso, tradito, oh! sì, vel confesso, io mi resi colpevole, fattomi complice d'un iniquo disegno. Ma saprò farne la debita ammenda! Saprò quind'innanzi esser degno di voi e della patria, ve lo giuro!

A queste parole Selvaggia, com'era in bruna vesta, apparsa in volto anche più pallida e smorta, levate al cielo le pupille e le palme:—Dio! Dio di pietà—esclamò—accogli il giuramento del ravveduto e confortalo della tua grazia, perchè il suo braccio divenga fin d'ora il più forte sostegno contro i nostri nemici!

Bella pur nel dolore, sublime adesso la faceva la preghiera e il perdono!

Poco stante ricomparve il fratello. Bisognava nascondergli quel suo turbamento. Si calò il velo sul volto, e angelo vero di concordia e di pace, rianimata al pensiero d'aver compiuta questa sant'opera, s'affrettò a discendere, e tornò a vegliare la sua povera madre.

Veramente che il cuore di donna è fatto per amare nel silenzio delle mura domestiche: ma ove carità di patria lo infiammi, nissun uomo la vince nei sacrifizi, e nell'impulso di ogni nobile azione.

«Di questo tempo intanto avveniva (così è narrato in un'antica [pg!119] pergamena dell'archivio di Sant'Jacopo del Comune di Pistoia) che un tal messer Ceragia notaio di professione, e d'origine siciliano, ritrovandosi nel campo nemico, e ascoltando che dovesse essere fraudolentemente tradita Pistoia da que' di dentro e data a sacco al nemico; come che fosse divinamente ispirato, entrò sconosciuto nella città a significarlo a' Pistoiesi, e a far noto loro quanto aveva inteso nel campo.» Laddove tornato, non dicesi ch'ei ne fosse scoperto.

Niuno pure degli assediati seppe mai il nome del traditore. Bastò sì la notizia a porre all'erta i capitani per ogni dove.

[pg!120]


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