CAPITOLO X.

CAPITOLO X.VALORE INFELICE.«....... Infelloniti e crudiCozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»——Tasso,Gerusalemme, C. XII.Una prima avvisaglia fra due campi nemici suol esser sempre foriera di nuove zuffe.Non erano scorsi che pochi giorni, quando le milizie catalane, lucchesi e fiorentine, congiunte alle altre, dal lato di settentrione della città al villaggio di Candeglia (distante appena un chilometro) si raccoglievano in un gran campo. E in qual parte era egli un sì potente nemico?In quella bella costiera che con agevol declive si distende per circa 300 metri dal colle di Vaioni e di Bellosguardo, ultimo sprone dell'Appennino, fino a Pistoia; e per quasi egual distanza è bagnata ai fianchi dall'acque d'Ombrone e di Brana: colà dove ora s'accoglie un popolato subborgo, e la celebre villa di Scornio; e si partono due ampie strade per Modena e per Bologna, e per questa fa capo e traversa la via ferrata; non v'avresti scorto in que' tempi che poche case coloniche, e una selva di castagni continuata da' poggi vicini, con soli pochi campi più presso alle mura. Era qui in quest'ampio terreno che si erano accampate le milizie del Duca con le lucchesi e le fiorentine. Atterrate le piante che loro davano ingombro, vi avevano erette qua e colà le tende [pg!121] pe' militi, e i padiglioni pei capitani, in ampio giro fino alla cinta d'assedio dov'erano appostate le scolte che dovean guardarla e difenderla. E qui un tal giorno sull'alba vennero a schierarsi tutte queste milizie, le quali dicevasi dovevan esser passate in rivista dal duce loro.Sventolava di mezzo alle prime la guelfa bandiera in campo bianco coi giglietti di casa Angioina, e l'aquila rossa e un verde serpente fra' suoi artigli; ed una eguale per mezzo le schiere de' Fiorentini, senza quel serpe, aggiuntovi solo il giglio rosso del Comune e il sesto della città. I fanti Catalani si distinguevano per una reticella di ferro al capo; per brache di cuoio, e al fianco una tasca pel pane e per l'accendi-fuoco; un piccolo palvese, la spada, archi di Soria, e alquanti giavellotti. Ma leggère le armi come le vesti; ne' Mori in ispecie: che, usi a' calori meridionali, portavan neri o rossi i corti giubbetti; bianche e corte brache, nuda affatto la gamba. Erano affidati costoro al comando di don Diego della Ratta Catalano, nominato già maliscalco, cioè, maresciallo del Duca; uomo d'un orgoglio il più smisurato, e che mostrava, insieme a' suoi connestabili, anco nelle vesti di vivi colori e rabescate di fila d'oro e d'argento, tutta la boria e lo sfarzo spagnolo.La fanteria fiorentina e lucchese era in tutto più grave. Andava armata d'un giaco e d'una cervelliera; di spada, di lancia e di grandi scudi. Balestrieri e saettatori ve n'erano a cavallo e a piedi. Ma propriamente i cavalieri si distinguevano per elmi e corazze e schinieri d'acciaio: filettati d'oro se di ricchi e connestabili, con spade, stocchi, e mazze ferrate: e certi magnati, ove sugli elmi non avesser cimieri propri e gentilizi, vi facevan pompa di piume d'estranei uccelli. Cavalcavano bei destrieri, difesi con testiera e gualdrappa di cuoio, briglie purpuree e freni dorati. La cavalleria a que' tempi era la forza principale dell'esercito. Dei militi poi volontari, raccolti in gran numero dal contado, e accorsi a drappelli co' i lor signorotti, chi non aveva che l'elmo, chi i soli schinieri; chi zappa, chi falce e chi un vecchio pavese arrugginito; tutti però qualche arme ad offesa.Il duca Roberto come capitano di guerra, seguito da' suoi [pg!122] ricchi baroni, e da messer Bino Gabbrielli d'Agubbio potestà di Firenze, era appariscente e splendido per seriche vesti trapunte in oro; per una salda corazza d'acciaio; e d'ugual metallo l'elmo, che avea per cimiero tutta inorata l'aquila guelfa; e per forbitissime armi. Giovine avvenente, dal vivido sguardo, lunghi e neri baffi, e lungo pure e raccolto il pelame del mento, era anche riguardevole sul suo arabo cavallo di guerra: che, per quanto coperto di ricca gualdrappa di cuoio con lucidi fibbiali e brocchieri, facendolo corvettare sì destramente, riusciva a farne spiccare le belle forme e la portentosa sveltezza. Sì grande ammasso di milizie, benchè in vastissimo campo; distribuite in varie schiere secondo i Comuni cui appartenevano; comandate poi in diversi modi, e tutt'altro che addestrate come le nostre stanziali; non potevano a meno di non mostrare un disordine nei lor movimenti. Nondimeno cotesta mattina, quando avanzavansi in larghe file, a schiere a schiere con bel piglio guerresco, tanta era la varietà de' colori sì delle vesti che dell'insegne; tanto sterminata quella selva di lance e di spade, quell'insieme di elmi, di scudi e di ferree armature irradiate a quell'ora da un sole il più vivido; chè certo, tranne che pei nemici, sarebbe stato a veder per chiunque uno spettacolo maraviglioso. Si sarebbe detto che si disponessero piuttosto a una giostra che a un assalto, a un ingresso trionfale che contro a mura nemiche.Intanto, a misura che s'appressavano ad esse, la detestata insegna de' Ghibellini dalla nera aquila, che era infitta sulla gran torre della prossima porta di Ripalta, agitata dal vento si spiegava loro dinanzi. E i duci (soli al segreto della tesavi insidia) come baldi per sicura vittoria, non si ristavano quell'insegna d'additarla alle schiere con motti di dispregio e di scherno.—Oh! la bell'aquila!—dicevano.—Ve' come vola! affè come quella del valoroso Manfredi e di Corradino!E un altro:—Mi par già che, all'apparir della nostra, spieghi l'ali a fuggire anche da quell'altura.E un altro:—Dove potrebbe, se l'è spennata?[pg!123] —Finiremo con prenderla, e darla per pasto a' nostri levrieri.—Oh! non si giovano di sì vil cibo!In questo i Fiorentini, essi pure facevano agitar dagli alfieri le insegne loro; e forti del numero, or più che mai eran fidenti della conquista.E già le prime file, varcate le proprie bertesche, audacemente erano state fatte inoltrare fino a tiro di balestra dinanzi alla porta. Il convenuto segnale dal campo loro era già dato. Attendevano per sicuro, e fra questi il ribaldo Fortebracci armato anch'esso e coi cavalieri, di esserne corrisposti. Ma a quel primo avanzarsi, il capitano Di-Fede, che era sul torrione di quella porta, vergognando di nuovo sol dell'empio pensiero di consegnarla ai nemici, e avendo sempre dinanzi quell'angelica donzella supplicante a' suoi piedi, tenne fermo nel datole giuramento, e il segnale mancò.I Pistoiesi vedutosi muover contro un esercito sì poderoso, a un subito allarme che fece dar loro il Di-Fede, furon tutti sulle difese. Si cominciò dalle mura con macchine di trabocchi e tripanti a scagliare addosso ai nemici grosse e piccole pietre: quali a tiro breve e sicuro, quali altre a lungo ed incerto, così però che de' molti assedianti or l'uno or l'altro n'era colpito. I frombolieri poi a scoccar frecce, e prender di mira le prime file, quelle de' Fiorentini, e ad ogni trar d'arco veder molti caduti. Ciò recò subito fra i capitani nemici una triste sorpresa.—Com'è questo mai?—si dicevan fra loro.—Il Fortebracci ci avrebbe dunque tradito?Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato quasi impossibile. Rispondevano, è vero, dal campo e vicini alle fosse, con scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe di guerra squillavano, e a ogni trar di saetta si udivano forti gridi:—Vivano i Guelfi!—E allor dalle mura:—Vivano i Ghibellini!Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato nelle promesse del Fortebracci, che non s'erano curati neppure di portar seco le macchine per tentare un assalto. Le [pg!124] fosse lungo le mura eran larghe e piene d'acqua; ma per queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su prontamente. Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse: vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie sì formidabili: mentre, ancora esitando, inclinavan però alla ritirata; ecco che ad un tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello un momento di lusinga per loro, ma quasi a un tempo di terribile disinganno! Perchè invece come, alzata la cateratta d'un gran bacino, si riversa fuori un fragoroso torrente, si videro uscir da essa a carriera in gran numero feritori a cavallo de' più arrischiati: che, fattasi protegger la sortita da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di giavellotti, alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi, piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere già in disordine con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre, le ricacciarono fino ai lor battifolli.Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come pur solo difendersi se non avesser avuto il riparo di quelle mura tanto forti e munite, dentro le quali subitamente si ritiravano? Come far fronte sì pochi ad un esercito che fu detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano l'aggressione, e con pochi feriti avevan riparato in città, da un'altra porta eran sorpresi per un assalto quasi che simultaneo. Il Fortebracci vedutosi ingannato a Ripalta, e sicuro che del danno al quale fu esposto il campo per suo consiglio, i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto strettissimo conto; s'abbassò la visiera, non è a dire se più per timore che per vergogna; e invasato dall'ira spronò di subito il suo cavallo verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodì a Bonelle. Colà con parole di fuoco narratone l'accaduto, fece appello ai rancori personali dei concittadini, e gl'incitò a venire all'assalto della porta Gaialdatica. Nella probabile assenza de' suoi difensori chiamati per certo in aita dell'altra, non v'era momento più propizio di questo per aggredirla e penetrare in città. I Guelfi-neri di questo campo eran pochi, e i meno concordi e valenti. Ma che perciò? V'erano a [pg!125] capo i Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi, e più altre delle prime famiglie della città e del distretto, esuli a Prato e altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare gelosi odii e rappresaglie domestiche. Accolsero infatti tutti costoro la proposta del Fortebracci con un grido feroce che l'accertò dell'assenso. Sicchè raccolte le armi, veloci e frementi si spinser con lui anche troppo sotto il tiro nemico.Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer Lippo, non aveva abbandonato il suo posto. In un attimo anzi, accortosi del pericolo, spedì per rinforzi; e su quelle mura presso al torrione di detta porta fece crescer fuoco alle caldaie e caricar le petriere. Ebbe pur l'accortezza di far ritirar dalli spaldi ogni guardia, perchè il nemico più fidente s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, lì più ristrette, tentavano già la scalata. Quando quei delle mura cominciarono a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che questi audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro rotolando per terra malconci di ferite e di scottature, con alcuni semivivi sulle spalle prestamente si ritirarono.Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla a fare coi soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro all'aperto; e poco sotto alle mura s'era impegnata un'orribile mischia. Non mai forse più cruda e più accanita siccome questa, che era qui più che altrove parricida e fraterna! Colà sul proprio terreno, cittadini d'una stessa città, vicini e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si cercavano l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri serrati slanciarono i loro cavalli più lontani dalle mura e si azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti, ma non sgominati retrocedettero. Al terzo attacco però, rotte le schiere e intrigatesi fra di loro, cominciò un battagliare tremendo. Ogni punta di lancia e di spada era volta a ferire a vendetta. Cavalieri i più valorosi si vedevan d'un tratto rovesciati sul suolo. Quand'anco non feriti a morte, eran ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio de' cavalli che tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi sofferti, [pg!126] con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra tre neri pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi, che perciò subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole a riconoscersi alla ciarpa di famiglia, bianca e celeste. Il Fortebracci voleva pure evitare questo scontro, ma, in mezzo ad altri cavalieri, non gli fu più possibile.Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole degli affanni e delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia, e del suo congiurare:—Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!—gridògli.E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso del petto. Ma quei, destramente voltato il proprio, schivò la ferita, e andò alquanto di lunge fra altri cavalieri per meglio porsi in parata. Guidotto allora, il fido scudiero del capitano, con grand'ardimento si diede a inseguirlo: e, incalzandolo di fianco, tanto fece, che lo respinse sul primo terreno. E già il Fortebracci era stretto fra due combattenti, e da uno dei due doveva esser ferito; allorchè allo scudiero scivolava il cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di nuovo il capitano era solo a combattere. Ma in quel pericolo lo scorse appunto il fratello Orlandetto: che, nonostante le lacrime della madre, montato a cavallo, volle recarsi sulle orme di messer Fredi. Questi però non pensava mai che egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde chiome, che dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante di su gli spaldi, non appena potè scorgere impegnato nella zuffa il fratel suo, abbandona le mura, e a gran fretta disceso, inforca il cavallo, e via fuor della porta lo slancia presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello scudiero, per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di tenerne le veci.—Ahi! traditori! ambedue sopra me?—gridò allora il Fortebracci. E rivoltosi all'amico Tedici lì poco discosto:—Maledizione e morte a questa perfida razza!A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici: [pg!127] sicchè il Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico. Mentre Orlandetto lo difendeva dal Fortebracci, questi fu sopra al giovinetto con un furor disperato, il qual nondimeno riusciva a schermirsi. Non però il Tedici; perchè la sua spada scivolò al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi; il quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi per ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici, per ferirlo, di nuovo gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi, alto della persona e sovra un più alto destriero, mirando dritto al suo braccio, con mazza ferrata gli menò sopra un tal colpo, che gli fece cader di mano la spada, e dare un crollo giù da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore nel cavaliere che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori s'accorge pur troppo d'aver a lato il fratello! Obliato allora se stesso e il nemico, volge il cavallo per disporsi a difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi privo del soccorso del Tedici, non aveva più pensato che a coglier la più facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera che allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli la gola. Lo scudiero, benchè offeso dalla caduta, era tornato in sella e presso di loro. Ma ahimè! In quell'istante dovè mirare cadersi rovescio il figlio del suo signore, e un rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu solo in tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi più d'appresso con gran cura abbracciatolo potè con altri portarlo semivivo in città! Il povero fratello che per lo scampo di lui avrebbe dato la vita, non gli fu appena al fianco dalla parte opposta del feritor che fuggiva, che a quella vista mandò un urlo disperato, e si diè a soccorrerlo, ma pur troppo senza speranza!Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se ne commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei la pugna.Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati i varii e forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il più grave della giornata. Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato d'assai quell'empia sua sete, e si era riparato nel campo de' fuorusciti. Colà nella tenda, fra le tenebre della notte, chi avesse però conosciuto i tormenti di quell'anima! Gli pareva (così spaventato narrò a Nuto sul far del giorno) che da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e minacciose gli dimandassero:—Quand'è, sciaurato, che t'abbiam chiesto la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della città, e tu per sicuro, tu cittadino ce l'hai profferita, e per due volte ci hai esposti ad una sconfitta!—Poi cento spettri gli parea che sbucassero da quella porta di città come da una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli gridassero minacciosi:—Ecco là il traditor che ci spense!—E v'era pur quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella Selvaggia, aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva che da ambedue gli venissero le più crude rampogne. Per più volte tentò di fuggire, ma altrettante ricadde immobile e come impietrito sul suo giaciglio. I vicini poi narravano d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di belva, e ripeter sovente:—Miserabile! miserabile!—Questo capaneo della vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne sì fattamente avvilito?Chi può adesso ridire il dolore del padre: e quello poi della povera madre al vedersi reso esanime fra le braccia quel diletto figliuolo! In una insolita trepidazione ell'era stata tutto quel giorno per non averlo più visto; bench'ei nel lasciarla le promettesse di non recarsi che a guardia di quella porta, e nell'interno della città. Per quanto aggravata dal male, sorta dal letto andò per la stanza, e in tutte quell'ore non fece che chiederne affannata a Selvaggia, e con lei pregare, e sospirare pel marito e pe' figli. Ma del suo caro Orlandetto non si poteva dar pace! Quando per breve rimasta sola, i singulti di Selvaggia e de' domestici le ne fecer presagire il funesto ritorno. In cotal turbamento niuno potè impedire alla madre di farsegli incontro, quando portato a braccia dal fratello e dallo scudiero, e adagiato sul letto in una prossima stanza, quel suo povero figlio mandava appunto l'estremo sospiro!—Dio! Dio mio!... egli!... così?... Orlandetto!—esclamò [pg!129] spaventata: e lo abbracciò, lo baciò, e più volte ne profferì il caro nome. Poi si rimase come esterrefatta a fissarlo, e non fece una lacrima. Il consorte ed i figli che le erano attorno, a tanto strazio gemevano profondamente. Ma per rispetto a quel gran duolo materno parea che rattenessero il pianto sugli occhi, e sulle labbra i singulti. Il dolor della madre innanzi al cadavere del figlio oh! come è santo e sublime!Poco stette però che condotta nelle sue stanze, cadde la misera in tale angoscioso delirio, che fu temuto ne dovesse perire.—O dolce figliuol mio!—con flebil voce cominciò a esclamare.—Così dunque ritorni a tua madre? Come mai mi potesti lasciare e per sempre? Io che ti nutrii nel mio seno, che tanto ben t'ho voluto! e sperava!... Oh! che mai, sull'orlo del mio sepolcro? Ma sì... almeno che tu non mi dovessi precedere! Perchè non fu dato all'infelice tua madre di raccogliere almeno le ultime tue parole? Ahi crudel morte! Non più dunque i tuoi occhi s'apriranno per me a un tuo dolce sorriso? Sulle tue labbra non udrò più, come solevi, articolar con affetto il mio nome? No, dunque, più mai? Oh! torna, torna, amoroso che sei, a consolare il mio pianto!Così vaneggiando, ogni dì più alimentava nel cuore quell'indicibile affanno: e intanto vedevasi spegnere a poco a poco fra 'l cordoglio de' suoi quella vita sì cara![pg!130]

CAPITOLO X.VALORE INFELICE.«....... Infelloniti e crudiCozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»——Tasso,Gerusalemme, C. XII.Una prima avvisaglia fra due campi nemici suol esser sempre foriera di nuove zuffe.Non erano scorsi che pochi giorni, quando le milizie catalane, lucchesi e fiorentine, congiunte alle altre, dal lato di settentrione della città al villaggio di Candeglia (distante appena un chilometro) si raccoglievano in un gran campo. E in qual parte era egli un sì potente nemico?In quella bella costiera che con agevol declive si distende per circa 300 metri dal colle di Vaioni e di Bellosguardo, ultimo sprone dell'Appennino, fino a Pistoia; e per quasi egual distanza è bagnata ai fianchi dall'acque d'Ombrone e di Brana: colà dove ora s'accoglie un popolato subborgo, e la celebre villa di Scornio; e si partono due ampie strade per Modena e per Bologna, e per questa fa capo e traversa la via ferrata; non v'avresti scorto in que' tempi che poche case coloniche, e una selva di castagni continuata da' poggi vicini, con soli pochi campi più presso alle mura. Era qui in quest'ampio terreno che si erano accampate le milizie del Duca con le lucchesi e le fiorentine. Atterrate le piante che loro davano ingombro, vi avevano erette qua e colà le tende [pg!121] pe' militi, e i padiglioni pei capitani, in ampio giro fino alla cinta d'assedio dov'erano appostate le scolte che dovean guardarla e difenderla. E qui un tal giorno sull'alba vennero a schierarsi tutte queste milizie, le quali dicevasi dovevan esser passate in rivista dal duce loro.Sventolava di mezzo alle prime la guelfa bandiera in campo bianco coi giglietti di casa Angioina, e l'aquila rossa e un verde serpente fra' suoi artigli; ed una eguale per mezzo le schiere de' Fiorentini, senza quel serpe, aggiuntovi solo il giglio rosso del Comune e il sesto della città. I fanti Catalani si distinguevano per una reticella di ferro al capo; per brache di cuoio, e al fianco una tasca pel pane e per l'accendi-fuoco; un piccolo palvese, la spada, archi di Soria, e alquanti giavellotti. Ma leggère le armi come le vesti; ne' Mori in ispecie: che, usi a' calori meridionali, portavan neri o rossi i corti giubbetti; bianche e corte brache, nuda affatto la gamba. Erano affidati costoro al comando di don Diego della Ratta Catalano, nominato già maliscalco, cioè, maresciallo del Duca; uomo d'un orgoglio il più smisurato, e che mostrava, insieme a' suoi connestabili, anco nelle vesti di vivi colori e rabescate di fila d'oro e d'argento, tutta la boria e lo sfarzo spagnolo.La fanteria fiorentina e lucchese era in tutto più grave. Andava armata d'un giaco e d'una cervelliera; di spada, di lancia e di grandi scudi. Balestrieri e saettatori ve n'erano a cavallo e a piedi. Ma propriamente i cavalieri si distinguevano per elmi e corazze e schinieri d'acciaio: filettati d'oro se di ricchi e connestabili, con spade, stocchi, e mazze ferrate: e certi magnati, ove sugli elmi non avesser cimieri propri e gentilizi, vi facevan pompa di piume d'estranei uccelli. Cavalcavano bei destrieri, difesi con testiera e gualdrappa di cuoio, briglie purpuree e freni dorati. La cavalleria a que' tempi era la forza principale dell'esercito. Dei militi poi volontari, raccolti in gran numero dal contado, e accorsi a drappelli co' i lor signorotti, chi non aveva che l'elmo, chi i soli schinieri; chi zappa, chi falce e chi un vecchio pavese arrugginito; tutti però qualche arme ad offesa.Il duca Roberto come capitano di guerra, seguito da' suoi [pg!122] ricchi baroni, e da messer Bino Gabbrielli d'Agubbio potestà di Firenze, era appariscente e splendido per seriche vesti trapunte in oro; per una salda corazza d'acciaio; e d'ugual metallo l'elmo, che avea per cimiero tutta inorata l'aquila guelfa; e per forbitissime armi. Giovine avvenente, dal vivido sguardo, lunghi e neri baffi, e lungo pure e raccolto il pelame del mento, era anche riguardevole sul suo arabo cavallo di guerra: che, per quanto coperto di ricca gualdrappa di cuoio con lucidi fibbiali e brocchieri, facendolo corvettare sì destramente, riusciva a farne spiccare le belle forme e la portentosa sveltezza. Sì grande ammasso di milizie, benchè in vastissimo campo; distribuite in varie schiere secondo i Comuni cui appartenevano; comandate poi in diversi modi, e tutt'altro che addestrate come le nostre stanziali; non potevano a meno di non mostrare un disordine nei lor movimenti. Nondimeno cotesta mattina, quando avanzavansi in larghe file, a schiere a schiere con bel piglio guerresco, tanta era la varietà de' colori sì delle vesti che dell'insegne; tanto sterminata quella selva di lance e di spade, quell'insieme di elmi, di scudi e di ferree armature irradiate a quell'ora da un sole il più vivido; chè certo, tranne che pei nemici, sarebbe stato a veder per chiunque uno spettacolo maraviglioso. Si sarebbe detto che si disponessero piuttosto a una giostra che a un assalto, a un ingresso trionfale che contro a mura nemiche.Intanto, a misura che s'appressavano ad esse, la detestata insegna de' Ghibellini dalla nera aquila, che era infitta sulla gran torre della prossima porta di Ripalta, agitata dal vento si spiegava loro dinanzi. E i duci (soli al segreto della tesavi insidia) come baldi per sicura vittoria, non si ristavano quell'insegna d'additarla alle schiere con motti di dispregio e di scherno.—Oh! la bell'aquila!—dicevano.—Ve' come vola! affè come quella del valoroso Manfredi e di Corradino!E un altro:—Mi par già che, all'apparir della nostra, spieghi l'ali a fuggire anche da quell'altura.E un altro:—Dove potrebbe, se l'è spennata?[pg!123] —Finiremo con prenderla, e darla per pasto a' nostri levrieri.—Oh! non si giovano di sì vil cibo!In questo i Fiorentini, essi pure facevano agitar dagli alfieri le insegne loro; e forti del numero, or più che mai eran fidenti della conquista.E già le prime file, varcate le proprie bertesche, audacemente erano state fatte inoltrare fino a tiro di balestra dinanzi alla porta. Il convenuto segnale dal campo loro era già dato. Attendevano per sicuro, e fra questi il ribaldo Fortebracci armato anch'esso e coi cavalieri, di esserne corrisposti. Ma a quel primo avanzarsi, il capitano Di-Fede, che era sul torrione di quella porta, vergognando di nuovo sol dell'empio pensiero di consegnarla ai nemici, e avendo sempre dinanzi quell'angelica donzella supplicante a' suoi piedi, tenne fermo nel datole giuramento, e il segnale mancò.I Pistoiesi vedutosi muover contro un esercito sì poderoso, a un subito allarme che fece dar loro il Di-Fede, furon tutti sulle difese. Si cominciò dalle mura con macchine di trabocchi e tripanti a scagliare addosso ai nemici grosse e piccole pietre: quali a tiro breve e sicuro, quali altre a lungo ed incerto, così però che de' molti assedianti or l'uno or l'altro n'era colpito. I frombolieri poi a scoccar frecce, e prender di mira le prime file, quelle de' Fiorentini, e ad ogni trar d'arco veder molti caduti. Ciò recò subito fra i capitani nemici una triste sorpresa.—Com'è questo mai?—si dicevan fra loro.—Il Fortebracci ci avrebbe dunque tradito?Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato quasi impossibile. Rispondevano, è vero, dal campo e vicini alle fosse, con scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe di guerra squillavano, e a ogni trar di saetta si udivano forti gridi:—Vivano i Guelfi!—E allor dalle mura:—Vivano i Ghibellini!Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato nelle promesse del Fortebracci, che non s'erano curati neppure di portar seco le macchine per tentare un assalto. Le [pg!124] fosse lungo le mura eran larghe e piene d'acqua; ma per queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su prontamente. Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse: vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie sì formidabili: mentre, ancora esitando, inclinavan però alla ritirata; ecco che ad un tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello un momento di lusinga per loro, ma quasi a un tempo di terribile disinganno! Perchè invece come, alzata la cateratta d'un gran bacino, si riversa fuori un fragoroso torrente, si videro uscir da essa a carriera in gran numero feritori a cavallo de' più arrischiati: che, fattasi protegger la sortita da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di giavellotti, alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi, piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere già in disordine con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre, le ricacciarono fino ai lor battifolli.Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come pur solo difendersi se non avesser avuto il riparo di quelle mura tanto forti e munite, dentro le quali subitamente si ritiravano? Come far fronte sì pochi ad un esercito che fu detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano l'aggressione, e con pochi feriti avevan riparato in città, da un'altra porta eran sorpresi per un assalto quasi che simultaneo. Il Fortebracci vedutosi ingannato a Ripalta, e sicuro che del danno al quale fu esposto il campo per suo consiglio, i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto strettissimo conto; s'abbassò la visiera, non è a dire se più per timore che per vergogna; e invasato dall'ira spronò di subito il suo cavallo verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodì a Bonelle. Colà con parole di fuoco narratone l'accaduto, fece appello ai rancori personali dei concittadini, e gl'incitò a venire all'assalto della porta Gaialdatica. Nella probabile assenza de' suoi difensori chiamati per certo in aita dell'altra, non v'era momento più propizio di questo per aggredirla e penetrare in città. I Guelfi-neri di questo campo eran pochi, e i meno concordi e valenti. Ma che perciò? V'erano a [pg!125] capo i Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi, e più altre delle prime famiglie della città e del distretto, esuli a Prato e altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare gelosi odii e rappresaglie domestiche. Accolsero infatti tutti costoro la proposta del Fortebracci con un grido feroce che l'accertò dell'assenso. Sicchè raccolte le armi, veloci e frementi si spinser con lui anche troppo sotto il tiro nemico.Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer Lippo, non aveva abbandonato il suo posto. In un attimo anzi, accortosi del pericolo, spedì per rinforzi; e su quelle mura presso al torrione di detta porta fece crescer fuoco alle caldaie e caricar le petriere. Ebbe pur l'accortezza di far ritirar dalli spaldi ogni guardia, perchè il nemico più fidente s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, lì più ristrette, tentavano già la scalata. Quando quei delle mura cominciarono a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che questi audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro rotolando per terra malconci di ferite e di scottature, con alcuni semivivi sulle spalle prestamente si ritirarono.Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla a fare coi soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro all'aperto; e poco sotto alle mura s'era impegnata un'orribile mischia. Non mai forse più cruda e più accanita siccome questa, che era qui più che altrove parricida e fraterna! Colà sul proprio terreno, cittadini d'una stessa città, vicini e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si cercavano l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri serrati slanciarono i loro cavalli più lontani dalle mura e si azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti, ma non sgominati retrocedettero. Al terzo attacco però, rotte le schiere e intrigatesi fra di loro, cominciò un battagliare tremendo. Ogni punta di lancia e di spada era volta a ferire a vendetta. Cavalieri i più valorosi si vedevan d'un tratto rovesciati sul suolo. Quand'anco non feriti a morte, eran ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio de' cavalli che tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi sofferti, [pg!126] con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra tre neri pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi, che perciò subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole a riconoscersi alla ciarpa di famiglia, bianca e celeste. Il Fortebracci voleva pure evitare questo scontro, ma, in mezzo ad altri cavalieri, non gli fu più possibile.Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole degli affanni e delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia, e del suo congiurare:—Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!—gridògli.E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso del petto. Ma quei, destramente voltato il proprio, schivò la ferita, e andò alquanto di lunge fra altri cavalieri per meglio porsi in parata. Guidotto allora, il fido scudiero del capitano, con grand'ardimento si diede a inseguirlo: e, incalzandolo di fianco, tanto fece, che lo respinse sul primo terreno. E già il Fortebracci era stretto fra due combattenti, e da uno dei due doveva esser ferito; allorchè allo scudiero scivolava il cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di nuovo il capitano era solo a combattere. Ma in quel pericolo lo scorse appunto il fratello Orlandetto: che, nonostante le lacrime della madre, montato a cavallo, volle recarsi sulle orme di messer Fredi. Questi però non pensava mai che egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde chiome, che dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante di su gli spaldi, non appena potè scorgere impegnato nella zuffa il fratel suo, abbandona le mura, e a gran fretta disceso, inforca il cavallo, e via fuor della porta lo slancia presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello scudiero, per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di tenerne le veci.—Ahi! traditori! ambedue sopra me?—gridò allora il Fortebracci. E rivoltosi all'amico Tedici lì poco discosto:—Maledizione e morte a questa perfida razza!A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici: [pg!127] sicchè il Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico. Mentre Orlandetto lo difendeva dal Fortebracci, questi fu sopra al giovinetto con un furor disperato, il qual nondimeno riusciva a schermirsi. Non però il Tedici; perchè la sua spada scivolò al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi; il quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi per ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici, per ferirlo, di nuovo gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi, alto della persona e sovra un più alto destriero, mirando dritto al suo braccio, con mazza ferrata gli menò sopra un tal colpo, che gli fece cader di mano la spada, e dare un crollo giù da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore nel cavaliere che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori s'accorge pur troppo d'aver a lato il fratello! Obliato allora se stesso e il nemico, volge il cavallo per disporsi a difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi privo del soccorso del Tedici, non aveva più pensato che a coglier la più facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera che allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli la gola. Lo scudiero, benchè offeso dalla caduta, era tornato in sella e presso di loro. Ma ahimè! In quell'istante dovè mirare cadersi rovescio il figlio del suo signore, e un rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu solo in tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi più d'appresso con gran cura abbracciatolo potè con altri portarlo semivivo in città! Il povero fratello che per lo scampo di lui avrebbe dato la vita, non gli fu appena al fianco dalla parte opposta del feritor che fuggiva, che a quella vista mandò un urlo disperato, e si diè a soccorrerlo, ma pur troppo senza speranza!Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se ne commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei la pugna.Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati i varii e forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il più grave della giornata. Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato d'assai quell'empia sua sete, e si era riparato nel campo de' fuorusciti. Colà nella tenda, fra le tenebre della notte, chi avesse però conosciuto i tormenti di quell'anima! Gli pareva (così spaventato narrò a Nuto sul far del giorno) che da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e minacciose gli dimandassero:—Quand'è, sciaurato, che t'abbiam chiesto la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della città, e tu per sicuro, tu cittadino ce l'hai profferita, e per due volte ci hai esposti ad una sconfitta!—Poi cento spettri gli parea che sbucassero da quella porta di città come da una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli gridassero minacciosi:—Ecco là il traditor che ci spense!—E v'era pur quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella Selvaggia, aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva che da ambedue gli venissero le più crude rampogne. Per più volte tentò di fuggire, ma altrettante ricadde immobile e come impietrito sul suo giaciglio. I vicini poi narravano d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di belva, e ripeter sovente:—Miserabile! miserabile!—Questo capaneo della vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne sì fattamente avvilito?Chi può adesso ridire il dolore del padre: e quello poi della povera madre al vedersi reso esanime fra le braccia quel diletto figliuolo! In una insolita trepidazione ell'era stata tutto quel giorno per non averlo più visto; bench'ei nel lasciarla le promettesse di non recarsi che a guardia di quella porta, e nell'interno della città. Per quanto aggravata dal male, sorta dal letto andò per la stanza, e in tutte quell'ore non fece che chiederne affannata a Selvaggia, e con lei pregare, e sospirare pel marito e pe' figli. Ma del suo caro Orlandetto non si poteva dar pace! Quando per breve rimasta sola, i singulti di Selvaggia e de' domestici le ne fecer presagire il funesto ritorno. In cotal turbamento niuno potè impedire alla madre di farsegli incontro, quando portato a braccia dal fratello e dallo scudiero, e adagiato sul letto in una prossima stanza, quel suo povero figlio mandava appunto l'estremo sospiro!—Dio! Dio mio!... egli!... così?... Orlandetto!—esclamò [pg!129] spaventata: e lo abbracciò, lo baciò, e più volte ne profferì il caro nome. Poi si rimase come esterrefatta a fissarlo, e non fece una lacrima. Il consorte ed i figli che le erano attorno, a tanto strazio gemevano profondamente. Ma per rispetto a quel gran duolo materno parea che rattenessero il pianto sugli occhi, e sulle labbra i singulti. Il dolor della madre innanzi al cadavere del figlio oh! come è santo e sublime!Poco stette però che condotta nelle sue stanze, cadde la misera in tale angoscioso delirio, che fu temuto ne dovesse perire.—O dolce figliuol mio!—con flebil voce cominciò a esclamare.—Così dunque ritorni a tua madre? Come mai mi potesti lasciare e per sempre? Io che ti nutrii nel mio seno, che tanto ben t'ho voluto! e sperava!... Oh! che mai, sull'orlo del mio sepolcro? Ma sì... almeno che tu non mi dovessi precedere! Perchè non fu dato all'infelice tua madre di raccogliere almeno le ultime tue parole? Ahi crudel morte! Non più dunque i tuoi occhi s'apriranno per me a un tuo dolce sorriso? Sulle tue labbra non udrò più, come solevi, articolar con affetto il mio nome? No, dunque, più mai? Oh! torna, torna, amoroso che sei, a consolare il mio pianto!Così vaneggiando, ogni dì più alimentava nel cuore quell'indicibile affanno: e intanto vedevasi spegnere a poco a poco fra 'l cordoglio de' suoi quella vita sì cara![pg!130]

VALORE INFELICE.

«....... Infelloniti e crudiCozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»——Tasso,Gerusalemme, C. XII.

«....... Infelloniti e crudiCozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»

«....... Infelloniti e crudi

Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»

Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.»

——Tasso,Gerusalemme, C. XII.

Una prima avvisaglia fra due campi nemici suol esser sempre foriera di nuove zuffe.

Non erano scorsi che pochi giorni, quando le milizie catalane, lucchesi e fiorentine, congiunte alle altre, dal lato di settentrione della città al villaggio di Candeglia (distante appena un chilometro) si raccoglievano in un gran campo. E in qual parte era egli un sì potente nemico?

In quella bella costiera che con agevol declive si distende per circa 300 metri dal colle di Vaioni e di Bellosguardo, ultimo sprone dell'Appennino, fino a Pistoia; e per quasi egual distanza è bagnata ai fianchi dall'acque d'Ombrone e di Brana: colà dove ora s'accoglie un popolato subborgo, e la celebre villa di Scornio; e si partono due ampie strade per Modena e per Bologna, e per questa fa capo e traversa la via ferrata; non v'avresti scorto in que' tempi che poche case coloniche, e una selva di castagni continuata da' poggi vicini, con soli pochi campi più presso alle mura. Era qui in quest'ampio terreno che si erano accampate le milizie del Duca con le lucchesi e le fiorentine. Atterrate le piante che loro davano ingombro, vi avevano erette qua e colà le tende [pg!121] pe' militi, e i padiglioni pei capitani, in ampio giro fino alla cinta d'assedio dov'erano appostate le scolte che dovean guardarla e difenderla. E qui un tal giorno sull'alba vennero a schierarsi tutte queste milizie, le quali dicevasi dovevan esser passate in rivista dal duce loro.

Sventolava di mezzo alle prime la guelfa bandiera in campo bianco coi giglietti di casa Angioina, e l'aquila rossa e un verde serpente fra' suoi artigli; ed una eguale per mezzo le schiere de' Fiorentini, senza quel serpe, aggiuntovi solo il giglio rosso del Comune e il sesto della città. I fanti Catalani si distinguevano per una reticella di ferro al capo; per brache di cuoio, e al fianco una tasca pel pane e per l'accendi-fuoco; un piccolo palvese, la spada, archi di Soria, e alquanti giavellotti. Ma leggère le armi come le vesti; ne' Mori in ispecie: che, usi a' calori meridionali, portavan neri o rossi i corti giubbetti; bianche e corte brache, nuda affatto la gamba. Erano affidati costoro al comando di don Diego della Ratta Catalano, nominato già maliscalco, cioè, maresciallo del Duca; uomo d'un orgoglio il più smisurato, e che mostrava, insieme a' suoi connestabili, anco nelle vesti di vivi colori e rabescate di fila d'oro e d'argento, tutta la boria e lo sfarzo spagnolo.

La fanteria fiorentina e lucchese era in tutto più grave. Andava armata d'un giaco e d'una cervelliera; di spada, di lancia e di grandi scudi. Balestrieri e saettatori ve n'erano a cavallo e a piedi. Ma propriamente i cavalieri si distinguevano per elmi e corazze e schinieri d'acciaio: filettati d'oro se di ricchi e connestabili, con spade, stocchi, e mazze ferrate: e certi magnati, ove sugli elmi non avesser cimieri propri e gentilizi, vi facevan pompa di piume d'estranei uccelli. Cavalcavano bei destrieri, difesi con testiera e gualdrappa di cuoio, briglie purpuree e freni dorati. La cavalleria a que' tempi era la forza principale dell'esercito. Dei militi poi volontari, raccolti in gran numero dal contado, e accorsi a drappelli co' i lor signorotti, chi non aveva che l'elmo, chi i soli schinieri; chi zappa, chi falce e chi un vecchio pavese arrugginito; tutti però qualche arme ad offesa.

Il duca Roberto come capitano di guerra, seguito da' suoi [pg!122] ricchi baroni, e da messer Bino Gabbrielli d'Agubbio potestà di Firenze, era appariscente e splendido per seriche vesti trapunte in oro; per una salda corazza d'acciaio; e d'ugual metallo l'elmo, che avea per cimiero tutta inorata l'aquila guelfa; e per forbitissime armi. Giovine avvenente, dal vivido sguardo, lunghi e neri baffi, e lungo pure e raccolto il pelame del mento, era anche riguardevole sul suo arabo cavallo di guerra: che, per quanto coperto di ricca gualdrappa di cuoio con lucidi fibbiali e brocchieri, facendolo corvettare sì destramente, riusciva a farne spiccare le belle forme e la portentosa sveltezza. Sì grande ammasso di milizie, benchè in vastissimo campo; distribuite in varie schiere secondo i Comuni cui appartenevano; comandate poi in diversi modi, e tutt'altro che addestrate come le nostre stanziali; non potevano a meno di non mostrare un disordine nei lor movimenti. Nondimeno cotesta mattina, quando avanzavansi in larghe file, a schiere a schiere con bel piglio guerresco, tanta era la varietà de' colori sì delle vesti che dell'insegne; tanto sterminata quella selva di lance e di spade, quell'insieme di elmi, di scudi e di ferree armature irradiate a quell'ora da un sole il più vivido; chè certo, tranne che pei nemici, sarebbe stato a veder per chiunque uno spettacolo maraviglioso. Si sarebbe detto che si disponessero piuttosto a una giostra che a un assalto, a un ingresso trionfale che contro a mura nemiche.

Intanto, a misura che s'appressavano ad esse, la detestata insegna de' Ghibellini dalla nera aquila, che era infitta sulla gran torre della prossima porta di Ripalta, agitata dal vento si spiegava loro dinanzi. E i duci (soli al segreto della tesavi insidia) come baldi per sicura vittoria, non si ristavano quell'insegna d'additarla alle schiere con motti di dispregio e di scherno.

—Oh! la bell'aquila!—dicevano.—Ve' come vola! affè come quella del valoroso Manfredi e di Corradino!

E un altro:

—Mi par già che, all'apparir della nostra, spieghi l'ali a fuggire anche da quell'altura.

E un altro:

—Dove potrebbe, se l'è spennata?

[pg!123] —Finiremo con prenderla, e darla per pasto a' nostri levrieri.

—Oh! non si giovano di sì vil cibo!

In questo i Fiorentini, essi pure facevano agitar dagli alfieri le insegne loro; e forti del numero, or più che mai eran fidenti della conquista.

E già le prime file, varcate le proprie bertesche, audacemente erano state fatte inoltrare fino a tiro di balestra dinanzi alla porta. Il convenuto segnale dal campo loro era già dato. Attendevano per sicuro, e fra questi il ribaldo Fortebracci armato anch'esso e coi cavalieri, di esserne corrisposti. Ma a quel primo avanzarsi, il capitano Di-Fede, che era sul torrione di quella porta, vergognando di nuovo sol dell'empio pensiero di consegnarla ai nemici, e avendo sempre dinanzi quell'angelica donzella supplicante a' suoi piedi, tenne fermo nel datole giuramento, e il segnale mancò.

I Pistoiesi vedutosi muover contro un esercito sì poderoso, a un subito allarme che fece dar loro il Di-Fede, furon tutti sulle difese. Si cominciò dalle mura con macchine di trabocchi e tripanti a scagliare addosso ai nemici grosse e piccole pietre: quali a tiro breve e sicuro, quali altre a lungo ed incerto, così però che de' molti assedianti or l'uno or l'altro n'era colpito. I frombolieri poi a scoccar frecce, e prender di mira le prime file, quelle de' Fiorentini, e ad ogni trar d'arco veder molti caduti. Ciò recò subito fra i capitani nemici una triste sorpresa.

—Com'è questo mai?—si dicevan fra loro.—Il Fortebracci ci avrebbe dunque tradito?

Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato quasi impossibile. Rispondevano, è vero, dal campo e vicini alle fosse, con scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe di guerra squillavano, e a ogni trar di saetta si udivano forti gridi:

—Vivano i Guelfi!—E allor dalle mura:

—Vivano i Ghibellini!

Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato nelle promesse del Fortebracci, che non s'erano curati neppure di portar seco le macchine per tentare un assalto. Le [pg!124] fosse lungo le mura eran larghe e piene d'acqua; ma per queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su prontamente. Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse: vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie sì formidabili: mentre, ancora esitando, inclinavan però alla ritirata; ecco che ad un tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello un momento di lusinga per loro, ma quasi a un tempo di terribile disinganno! Perchè invece come, alzata la cateratta d'un gran bacino, si riversa fuori un fragoroso torrente, si videro uscir da essa a carriera in gran numero feritori a cavallo de' più arrischiati: che, fattasi protegger la sortita da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di giavellotti, alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi, piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere già in disordine con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre, le ricacciarono fino ai lor battifolli.

Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come pur solo difendersi se non avesser avuto il riparo di quelle mura tanto forti e munite, dentro le quali subitamente si ritiravano? Come far fronte sì pochi ad un esercito che fu detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?

Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano l'aggressione, e con pochi feriti avevan riparato in città, da un'altra porta eran sorpresi per un assalto quasi che simultaneo. Il Fortebracci vedutosi ingannato a Ripalta, e sicuro che del danno al quale fu esposto il campo per suo consiglio, i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto strettissimo conto; s'abbassò la visiera, non è a dire se più per timore che per vergogna; e invasato dall'ira spronò di subito il suo cavallo verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodì a Bonelle. Colà con parole di fuoco narratone l'accaduto, fece appello ai rancori personali dei concittadini, e gl'incitò a venire all'assalto della porta Gaialdatica. Nella probabile assenza de' suoi difensori chiamati per certo in aita dell'altra, non v'era momento più propizio di questo per aggredirla e penetrare in città. I Guelfi-neri di questo campo eran pochi, e i meno concordi e valenti. Ma che perciò? V'erano a [pg!125] capo i Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi, e più altre delle prime famiglie della città e del distretto, esuli a Prato e altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare gelosi odii e rappresaglie domestiche. Accolsero infatti tutti costoro la proposta del Fortebracci con un grido feroce che l'accertò dell'assenso. Sicchè raccolte le armi, veloci e frementi si spinser con lui anche troppo sotto il tiro nemico.

Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer Lippo, non aveva abbandonato il suo posto. In un attimo anzi, accortosi del pericolo, spedì per rinforzi; e su quelle mura presso al torrione di detta porta fece crescer fuoco alle caldaie e caricar le petriere. Ebbe pur l'accortezza di far ritirar dalli spaldi ogni guardia, perchè il nemico più fidente s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, lì più ristrette, tentavano già la scalata. Quando quei delle mura cominciarono a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che questi audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro rotolando per terra malconci di ferite e di scottature, con alcuni semivivi sulle spalle prestamente si ritirarono.

Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla a fare coi soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro all'aperto; e poco sotto alle mura s'era impegnata un'orribile mischia. Non mai forse più cruda e più accanita siccome questa, che era qui più che altrove parricida e fraterna! Colà sul proprio terreno, cittadini d'una stessa città, vicini e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si cercavano l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri serrati slanciarono i loro cavalli più lontani dalle mura e si azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti, ma non sgominati retrocedettero. Al terzo attacco però, rotte le schiere e intrigatesi fra di loro, cominciò un battagliare tremendo. Ogni punta di lancia e di spada era volta a ferire a vendetta. Cavalieri i più valorosi si vedevan d'un tratto rovesciati sul suolo. Quand'anco non feriti a morte, eran ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio de' cavalli che tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi sofferti, [pg!126] con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.

Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra tre neri pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi, che perciò subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole a riconoscersi alla ciarpa di famiglia, bianca e celeste. Il Fortebracci voleva pure evitare questo scontro, ma, in mezzo ad altri cavalieri, non gli fu più possibile.

Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole degli affanni e delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia, e del suo congiurare:

—Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!—gridògli.

E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso del petto. Ma quei, destramente voltato il proprio, schivò la ferita, e andò alquanto di lunge fra altri cavalieri per meglio porsi in parata. Guidotto allora, il fido scudiero del capitano, con grand'ardimento si diede a inseguirlo: e, incalzandolo di fianco, tanto fece, che lo respinse sul primo terreno. E già il Fortebracci era stretto fra due combattenti, e da uno dei due doveva esser ferito; allorchè allo scudiero scivolava il cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di nuovo il capitano era solo a combattere. Ma in quel pericolo lo scorse appunto il fratello Orlandetto: che, nonostante le lacrime della madre, montato a cavallo, volle recarsi sulle orme di messer Fredi. Questi però non pensava mai che egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde chiome, che dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante di su gli spaldi, non appena potè scorgere impegnato nella zuffa il fratel suo, abbandona le mura, e a gran fretta disceso, inforca il cavallo, e via fuor della porta lo slancia presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello scudiero, per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di tenerne le veci.

—Ahi! traditori! ambedue sopra me?—gridò allora il Fortebracci. E rivoltosi all'amico Tedici lì poco discosto:—Maledizione e morte a questa perfida razza!

A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici: [pg!127] sicchè il Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico. Mentre Orlandetto lo difendeva dal Fortebracci, questi fu sopra al giovinetto con un furor disperato, il qual nondimeno riusciva a schermirsi. Non però il Tedici; perchè la sua spada scivolò al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi; il quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi per ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici, per ferirlo, di nuovo gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi, alto della persona e sovra un più alto destriero, mirando dritto al suo braccio, con mazza ferrata gli menò sopra un tal colpo, che gli fece cader di mano la spada, e dare un crollo giù da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore nel cavaliere che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori s'accorge pur troppo d'aver a lato il fratello! Obliato allora se stesso e il nemico, volge il cavallo per disporsi a difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi privo del soccorso del Tedici, non aveva più pensato che a coglier la più facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera che allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli la gola. Lo scudiero, benchè offeso dalla caduta, era tornato in sella e presso di loro. Ma ahimè! In quell'istante dovè mirare cadersi rovescio il figlio del suo signore, e un rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu solo in tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi più d'appresso con gran cura abbracciatolo potè con altri portarlo semivivo in città! Il povero fratello che per lo scampo di lui avrebbe dato la vita, non gli fu appena al fianco dalla parte opposta del feritor che fuggiva, che a quella vista mandò un urlo disperato, e si diè a soccorrerlo, ma pur troppo senza speranza!

Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se ne commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei la pugna.

Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati i varii e forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il più grave della giornata. Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato d'assai quell'empia sua sete, e si era riparato nel campo de' fuorusciti. Colà nella tenda, fra le tenebre della notte, chi avesse però conosciuto i tormenti di quell'anima! Gli pareva (così spaventato narrò a Nuto sul far del giorno) che da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e minacciose gli dimandassero:—Quand'è, sciaurato, che t'abbiam chiesto la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della città, e tu per sicuro, tu cittadino ce l'hai profferita, e per due volte ci hai esposti ad una sconfitta!—Poi cento spettri gli parea che sbucassero da quella porta di città come da una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli gridassero minacciosi:—Ecco là il traditor che ci spense!—E v'era pur quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella Selvaggia, aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva che da ambedue gli venissero le più crude rampogne. Per più volte tentò di fuggire, ma altrettante ricadde immobile e come impietrito sul suo giaciglio. I vicini poi narravano d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di belva, e ripeter sovente:—Miserabile! miserabile!—Questo capaneo della vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne sì fattamente avvilito?

Chi può adesso ridire il dolore del padre: e quello poi della povera madre al vedersi reso esanime fra le braccia quel diletto figliuolo! In una insolita trepidazione ell'era stata tutto quel giorno per non averlo più visto; bench'ei nel lasciarla le promettesse di non recarsi che a guardia di quella porta, e nell'interno della città. Per quanto aggravata dal male, sorta dal letto andò per la stanza, e in tutte quell'ore non fece che chiederne affannata a Selvaggia, e con lei pregare, e sospirare pel marito e pe' figli. Ma del suo caro Orlandetto non si poteva dar pace! Quando per breve rimasta sola, i singulti di Selvaggia e de' domestici le ne fecer presagire il funesto ritorno. In cotal turbamento niuno potè impedire alla madre di farsegli incontro, quando portato a braccia dal fratello e dallo scudiero, e adagiato sul letto in una prossima stanza, quel suo povero figlio mandava appunto l'estremo sospiro!

—Dio! Dio mio!... egli!... così?... Orlandetto!—esclamò [pg!129] spaventata: e lo abbracciò, lo baciò, e più volte ne profferì il caro nome. Poi si rimase come esterrefatta a fissarlo, e non fece una lacrima. Il consorte ed i figli che le erano attorno, a tanto strazio gemevano profondamente. Ma per rispetto a quel gran duolo materno parea che rattenessero il pianto sugli occhi, e sulle labbra i singulti. Il dolor della madre innanzi al cadavere del figlio oh! come è santo e sublime!

Poco stette però che condotta nelle sue stanze, cadde la misera in tale angoscioso delirio, che fu temuto ne dovesse perire.

—O dolce figliuol mio!—con flebil voce cominciò a esclamare.—Così dunque ritorni a tua madre? Come mai mi potesti lasciare e per sempre? Io che ti nutrii nel mio seno, che tanto ben t'ho voluto! e sperava!... Oh! che mai, sull'orlo del mio sepolcro? Ma sì... almeno che tu non mi dovessi precedere! Perchè non fu dato all'infelice tua madre di raccogliere almeno le ultime tue parole? Ahi crudel morte! Non più dunque i tuoi occhi s'apriranno per me a un tuo dolce sorriso? Sulle tue labbra non udrò più, come solevi, articolar con affetto il mio nome? No, dunque, più mai? Oh! torna, torna, amoroso che sei, a consolare il mio pianto!

Così vaneggiando, ogni dì più alimentava nel cuore quell'indicibile affanno: e intanto vedevasi spegnere a poco a poco fra 'l cordoglio de' suoi quella vita sì cara!

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