CAPITOLO VI.L'ASSEDIO.«E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; perocchè la teneano i loro avversari, ed eravi dentro messer Tolosato degli Uberti.»——Dino Compagni,Cronaca, Lib. III.Poche ore erano scorse dallo sciogliersi del Consiglio, che già ogni cittadino era stato informato della triste novella. Quali per le vie se n'andavano inquieti l'uno con premura chiedendo all'altro; quali ne tenevan proposito per le case in lunghi e segreti colloqui. Benchè, valutate le circostanze, prevalesse fra i più il timore d'una disfatta, stavan però con l'opinione del Consiglio; perchè rancori privati erano in molti, e nel bollore di essi le moltitudini non vanno mai a riflettere al pubblico danno. Non valevano i consigli dei moderati, quando que' più con diversi argomenti parlavan sempre a passione.—Che siamo noi divenuti?—Con quel disdegno con cui ora si parlerebbe d'un'aggressione straniera, diceva un popolano a' suoi vecchi compagni d'arme di guardia al palazzo del capitano, e cui già molti giovani s'eran fatti d'attorno.—Che siamo noi divenuti, da dover cedere di nuovo alle prepotenze dei Fiorentini? Non furono assai quelle che ci toccò a soffrire ne' tre anni passati, fatti padroni di casa nostra? Alla larga con tali amici, che vedete un po' ora quel [pg!68] che ci minacciano! E il de Reali voleva che venissemo a patti con loro! Cittadini, badate!... Eh! già di voi non ne dubito, non può esserci uno che non sia pronto con l'armi a tenerli di nuovo in avviso! Perchè sfido io se nol dobbiamo!E un di quelli coi soliti vanti, ma che eran pure un grande sprone a serbarli gelosi dei dritti loro.—Sicuramente!—rispose.—L'avviso l'avevamo loro già dato a Campaldino. Il Vergiolesi ben fece a ricordarlo al Consiglio, perchè può dirsi che fummo noi che col nostro coraggio decidemmo della vittoria. Ma essi soli par che l'abbian dimenticato!E quel primo aggiungeva:—E sì che allora eravamo in campo aperto! Oh! sta a vedere se da una delle più munite fortezze com'è davvero la nostra città, non sapremo respingerli! Voi giovani poi, viva Dio! spero che sarete con noi!—Sì ora e sempre a difesa della patria!—gridarono essi ad una voce: e pieni d'entusiasmo guerresco si mossero insieme per le vie della città, infervorandosi in quell'idea e facendo gente al loro partito.Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che eran molti e del paese, e in quei tempi anche in cose del Governo erano assai consultati) a secondar più che altro gli umori del popolo, predicavano: de' Fiorentini non se ne avesse a temere, perchè i gastighi di Dio da qualche tempo piovevano a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che in un di que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne indistintamente, nell'uscir dalla chiesa del suo convento, lì sul getto, richiesto del suo parere, aspettò che tutti gli fossero attorno, poi fe' cenno che l'ascoltassero, e così disse loro:—Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando a Firenze fu gradito un bando, che chi voleva veder le pene dell'inferno andasse ad Arno tra 'l ponte alla Carraia e quello di S. Trinità. Che credete voi che immaginassero? In quel tratto di fiume vi avevan condotto di molte barche, acconce per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie, con uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla Carraia di legname, si caricò per modo di gente, che non [pg!69] resse e cadde; e chi v'era su, cadde nell'acqua e tra le fiamme: di che molta gente si guastò e morì. E così (concludeva) in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina che molti veramente andassero a penar nell'inferno!—Gesù e Maria! Proprio vero?—si domandaron le donne raccapriccite.—Che Dio ne salvi, scampi e liberi!—Ebbene, fratelli; qual opera più iniqua potrebbe ora agguagliarsi a questa, di venire ad assediare un'innocente città? Oh! ma io ho fidanza che i nostri nemici non ci avranno appena circondati d'assedio, che Dio si leverà contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e dispersi!Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore del cardinal Niccolò da Prato, e d'invenzione di quel cervello balzano di Buffalmacco pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne, tutto, pur troppo, era vero! Ma dovea riguardarsi come tant'altre pubbliche calamità: e argomento siffatto sarebbe stato di niun valore sopra animi più tranquilli, e meno appassionati e superstiziosi.Intanto di lì a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare in città, reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del partito de' Bianchi. Costoro (come suolsi per la più parte dagli esuli esasperati dai patimenti) dopo aver di lontano per lettere, con una troppo viva narrazione dell'ire nemiche e di lor disagi, esagerati i fatti; non valutando il mutamento dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero concetto dell'interna situazione del proprio paese; presenti ora rifiammavan li sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e di pace, animavan tutti a resistere. Così Pistoia, ultimo rifugio de' Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito animo a sostenere il più terribile degli avvenimenti che possa colpire un'intera popolazione!E sì che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan guerre e vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse al popolo la grandezza del pericolo cui si esponeva, e come su certi alleati non avesse più a far conto.Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e cui per brama di fresche novelle per le vie facean pressa, andava narrando ciò che messer Cino di già prevedeva: che, cioè, il giorno precedente al suo lasciar la città, oltre ad avere Fiorentini e Lucchesi comprato con l'oro que' popolani, le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito di sovvertire il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de' militi della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna, e là fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza col popolo prezzolato; e per di più, fattosi forte di cavalieri e di fanti del vecchio partito Guelfo de' Geremei, aveva gridato con essi:—Muoiano quanti sono i Lambertazzi! muoiano i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!—Che di già si facevano molte confische; che i popolani discordi, e parteggiando pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle loro potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie sguainato le spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine trionfavano i Neri; e che egli, a stento potuto uscir di città, per gran fortuna n'era scampato.Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia anche questi alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare gli andamenti de' Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E forse a tali estremi non sarebber giunti o almeno sì presto, se inaspettatamente non veniva a morte in Perugia, avvelenato, come da molti si disse, il pontefice Benedetto XI. Egli era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e come sapeva le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva sempre interposto la sua autorità ed i suoi buoni uffici col mezzo del cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni. E se non riuscì a comporle cotal pontefice di natura sì buono, si deve, egli è vero, attribuire ai corrucci de' cittadini in quel tempo giunti all'estremo; ma molto anche alla forma di quel suo Governo, e infine alla debolezza dello stesso pontefice, che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti artifici de' suoi ministri.Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era morto, e che i cardinali erano molto discordi per la nuova elezione; facendo assegnamento sul tempo che, durante il conclave, avrebbero avuto, nel quale sarebber tornati a intraversare i loro disegni; fu allora che stabilirono insieme [pg!71] co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi l'assedio, nè dipartirsi finchè in poter loro non fosse caduta. Disposer frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse a fornirsi delle milizie occorrenti.Piccola, come abbiam detto, era la città di Pistoia, perchè il suo cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio poteva estendersi. Movendo infatti dall'antico ponte di San Lorenzo (in prossimità della qual chiesa scorreva allora il torrente Brana) seguitava a ponente, e giungeva al Castello de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta ora del Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria Nuova; e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva sul S. Lorenzo. Ma benchè di circonferenza sì limitata, era però notevole questo cerchio, come lo descrive il Compagni, per le bellissime mura tutte merlate, con torri e fortezze e porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi d'acqua all'intorno, sicchè per forza la città non potea conquistarsi. Le quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri della città, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi, quella di Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano altre piccole di soccorso, dette postierle.Or sebbene i Fiorentini sapessero come la città fosse ben munita e da gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa. I Pistoiesi dal canto loro si dieder subito a raccogliere armi ed armati per tutto il distretto: raddoppiarono d'operai le antiche officine d'armi, come di celate, di alabarde e di spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i bastioni e le porte.Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola fondata nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare, ferveva già il lavoro fra molti operai, per gli opportuni restauri e per nuovi baluardi. Eravi costassù un largo altopiano, che dalle torri contigue e dalla bertesca di messer Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla chiesa di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto da muraglioni più alti che altrove; essendo che la città da questo lato mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco dell'ultimo sprone dell'Appennino, sicchè per accedere [pg!72] al centro della città debba farsi da questa parte una breve salita.Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane, sul cui volto era impressa una profonda mestizia. Le nebbie della pianura spinte verso i monti da una brezza leggera, si addensavano nelle convalli. Alcune nubi nerastre sorgevano da ponente; i raggi del sole riverberandosi su questo svariato orizzonte, ne componevano un quadro magnifico. Il giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle vicine campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni dove. Quel cuore sì nobile non poteva abbandonarsi a ricevere dolci impressioni, quando la sua terra natale la vedea minacciata da sì grave pericolo. Gli pareva di scorgere di già per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente disperse, atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi i casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi risuonare alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici. E in questo pensiero imprecando agli avversi vicini, per un subito moto di sdegno portava la mano alla spada. La stringeva appunto nell'atto che tra spensierato e baldanzoso gli veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che sorridendo del piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:—Ohè, ohè! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco? In verità che da compito cavaliere come se' tu, non mi sarei aspettata una formale disfida per isceglier luogo più conveniente.—Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non dire d'irritazione—replicavagli il Vergiolesi.—Ora che tu al pari di me devi sapere che danno sovrasta a queste povere campagne, a' loro coloni, a' loro abituri, che andranno distrutti, e in fine alla patria; e alla quale, credo, non dovrebbe mancare il tuo braccio.—No—ripigliava l'altro—benchè io ancor non mi sappia se la patria stia poi in queste tue capanne che già deplori se saranno abbruciate. Sono come la rena che il fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte, oh! non mancheranno mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion [pg!73] mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora le capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole, come in quel titolo di villani dato a quel modo a que' poveri agricoltori. La inferiorità del contadino nelle gradazioni della società, non era allora che al terzo stadio per giungere allo stato di uomo libero. Prima schiavo, poi servo alla gleba, infine villano; lo che voleva dire libero, è vero, rimpetto alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente inferiore e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare, il lettore ne giudichi.—Ma e poi—seguitava il Fortebracci—tu mi parli di capanne distrutte! Sì per mia fè! Che forse noi stessi per furor di partiti, quando ci è parso e piaciuto, non abbiam fatto altrettanto?E a lui il Vergiolesi:—Ti parvero forse tempi prosperi quelli al nostro paese? O non piuttosto quando il Comune, in pace con tutti, ingrandiva il territorio per via di trattati; apriva comunicazioni per nuove strade con Modena e Bologna; e quando il commercio per le molte banche, e pe' lavori d'ogni maniera vi prosperava, e al popol minuto assicurava i guadagni?—Io non mi so troppo di questi tuoi mercatanti e bottegai, e di popol minuto; e poco mi preme che meglio o peggio si vada in Lombardia. A me basta che alle nostre famiglie non venga meno nobiltà, potere e ricchezza per conservarci quel lustro che ci lasciaron gli avi nostri, e che in fondo è anch'esso un benefizio pel popolo. Sebbene, ci è mai riuscito di placarla verso di noi cotesta gentaglia? Non ci ha forse obbligati ad ascriversi alle arti? ad atterrare una parte delle nostre torri? Non la vediamo di già imparentarsi con noi, e vestire il lucco ed il mazzocchio all'uso dei nobili? Ma che per questo? Ci vedessero avviliti, miseri e sdruci come paltonieri, non verrebbe meno la loro invidia e la loro insolenza! Questi tuoi banchieri poi un giorno o l'altro speculeranno sulle nostre case e su' nostri averi se [pg!74] li accarezziamo poi tanto. Disprezzali come me, e vi troverai il tuo meglio.—Disprezzarli! Nè ti è mai sovvenuto dell'apologo dello stomaco e della testa?—Ma io non so—riprendeva l'altro—nè di apologhi, nè d'altre storie: parlami d'armi, di cavalli e di donne.—Ecco—soggiunse il Vergiolesi—ecco la cagione delle nostre sciagure! Un'indifferenza per quanto v'ha di più nobile, di patriottico...., un orgoglio egoista, e la sola soddisfazione del presente che ne fa sacrificar l'avvenire! Ma meno male quando tutti seguivano una parte: ora....—Ora vuoi dirmi che alcuni teniamo dai Bianchi, altri dai Neri. E se ciò ti molesta, perchè non andiamo tutti dalla parte Nera e scansiamo quest'assedio? Io.... oh! io posso dirti che nol provocai!Questi ultimi detti furon profferiti dal Fortebracci con tal sorriso di scherno, da farne irritare non che un figlio del capitan Vergiolesi, ma qualunque altro che sentisse il più lieve pudore del nome di cittadino. Tutta la bile che chiudeva quel maligno contro Cino ed i Vergiolesi amici di lui, parve che in quel istante si riversasse sulle sue labbra. Anco dal fisico, lungo della persona e di spalle alquanto ricurve; due neri occhi affossati e cupi, tinti in giallo come la faccia; e questa larga e schiacciata, e il naso egualmente depresso: all'udirlo poi tutto volgere al ridicolo e tenere in dispregio, poteva ben designarsi per un di coloro (de' quali a danno d'ogni paese in ogni tempo non v'è difetto) che personificano il genio dissociatore, il genio del male. Più dannosi alla patria di que' tali che apertamente l'avversano: perchè per quanto scettici in tutto, non lasciano per ambizione di brigarne gli uffici; e non appena ottenuti, per personali rancori acuiscono quel po' d'ingegno che ebbero, per contraddire e opporre, ne vada pure il ben pubblico. Con cavilli svisano i fatti agl'improvvidi; si fanno poi, con parole audaci e con minacce se vuoi, un partito nella setta de' cattivi e de' pusillanimi, e spesso per alcun tempo (perchè i buoni per consueto fidenti nelle rette loro intenzioni sono inattivi, e sovente, secondo il dettato, val più un cane che abbaia che un [pg!75] leone che dorme) riescono a turbar gli animi dei cittadini e dividerli.Messer Fredi a que' detti non fece che un atto di sdegnosa maraviglia e di compassione sopra di lui che ben conosceva; e senza neppur degnarlo d'un guardo, risoluto si mosse altrove.Di ciò seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto e divorato da prepotente passione e da gelosia, aveva bisogno d'erompere. S'aggirò tutto il giorno per la città, solo col suo pensiero, non udendo e vedendo, in mezzo a un andare e un venire di popolo: qua di milizie a portar sopra carri nuovi attrezzi di guerra; là a schierarsi per le piazze sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.Allorquando, senz'avere una direzione, si trovò quasi istintivamente di faccia alla porta di casa sua, e faceva atto di entrarvi. Se non che lo fermava uno sconosciuto, che diceva venire appunto in traccia di lui.—Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimandò.—Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio, esule a Prato, per favellarvi.—Entrate allora.—Ed aperta la porta si avviò con lui nelle sue stanze.Quivi giunti, l'incognito così prese a dirgli:—Voi già sapete che un formidabile assedio è per esser posto a questa città.—Lo so.—I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da sè così grave sciagura.—E mal s'abbia chi se la volle!—Vostro zio, cui nonostante la diversità delle parti, sta a cuore un nipote par vostro; che potrebbe, vedete bene, o messere! potrebbe un giorno esser l'erede delle sue molte ricchezze! (e guardandolo fisso, di queste parole battè lentamente a una a una le sillabe) vostro zio ha sperato che ridotte a questi estremi le cose, suo nipote sarà per far senno; e se non altro, per provvedere alla sua sicurezza cercherà un rifugio fuori di queste mura, e di questa gente destinata ad arrendersi. Pensate dunque, messere![pg!76] E il Fortebracci, che solo nell'incontro si era degnato mirarlo in faccia, lo affissò; scosse il capo, e, secco secco, rispose:—Penserò.—Tanto più che... non vorrei dirvi, ma...—Ma che?—Che insomma qui in faccia vi lodano, ma dietro i Bianchi (io gli ho sentiti!) non v'hanno fede, vi sbertano e vi deridono! Pensate dunque...Ed ei con un ghigno dove già spuntava il dispetto:—Oh! oh! penserò, penserò!E l'altro:—M'avrete a' vostri cenni quando v'occorra. Vado e torno spesso in città. È inutile il dirvi che vo' di nascosto, e sono a' servigi de' fuorusciti, d'una buona causa, e di vostro zio in particolare cui mi lega antica riconoscenza. A giorni, qui di prima sera potrò avere una vostra risposta?—L'avrete.—Bene sta.—E lo sconosciuto disparve.[pg!77]
CAPITOLO VI.L'ASSEDIO.«E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; perocchè la teneano i loro avversari, ed eravi dentro messer Tolosato degli Uberti.»——Dino Compagni,Cronaca, Lib. III.Poche ore erano scorse dallo sciogliersi del Consiglio, che già ogni cittadino era stato informato della triste novella. Quali per le vie se n'andavano inquieti l'uno con premura chiedendo all'altro; quali ne tenevan proposito per le case in lunghi e segreti colloqui. Benchè, valutate le circostanze, prevalesse fra i più il timore d'una disfatta, stavan però con l'opinione del Consiglio; perchè rancori privati erano in molti, e nel bollore di essi le moltitudini non vanno mai a riflettere al pubblico danno. Non valevano i consigli dei moderati, quando que' più con diversi argomenti parlavan sempre a passione.—Che siamo noi divenuti?—Con quel disdegno con cui ora si parlerebbe d'un'aggressione straniera, diceva un popolano a' suoi vecchi compagni d'arme di guardia al palazzo del capitano, e cui già molti giovani s'eran fatti d'attorno.—Che siamo noi divenuti, da dover cedere di nuovo alle prepotenze dei Fiorentini? Non furono assai quelle che ci toccò a soffrire ne' tre anni passati, fatti padroni di casa nostra? Alla larga con tali amici, che vedete un po' ora quel [pg!68] che ci minacciano! E il de Reali voleva che venissemo a patti con loro! Cittadini, badate!... Eh! già di voi non ne dubito, non può esserci uno che non sia pronto con l'armi a tenerli di nuovo in avviso! Perchè sfido io se nol dobbiamo!E un di quelli coi soliti vanti, ma che eran pure un grande sprone a serbarli gelosi dei dritti loro.—Sicuramente!—rispose.—L'avviso l'avevamo loro già dato a Campaldino. Il Vergiolesi ben fece a ricordarlo al Consiglio, perchè può dirsi che fummo noi che col nostro coraggio decidemmo della vittoria. Ma essi soli par che l'abbian dimenticato!E quel primo aggiungeva:—E sì che allora eravamo in campo aperto! Oh! sta a vedere se da una delle più munite fortezze com'è davvero la nostra città, non sapremo respingerli! Voi giovani poi, viva Dio! spero che sarete con noi!—Sì ora e sempre a difesa della patria!—gridarono essi ad una voce: e pieni d'entusiasmo guerresco si mossero insieme per le vie della città, infervorandosi in quell'idea e facendo gente al loro partito.Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che eran molti e del paese, e in quei tempi anche in cose del Governo erano assai consultati) a secondar più che altro gli umori del popolo, predicavano: de' Fiorentini non se ne avesse a temere, perchè i gastighi di Dio da qualche tempo piovevano a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che in un di que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne indistintamente, nell'uscir dalla chiesa del suo convento, lì sul getto, richiesto del suo parere, aspettò che tutti gli fossero attorno, poi fe' cenno che l'ascoltassero, e così disse loro:—Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando a Firenze fu gradito un bando, che chi voleva veder le pene dell'inferno andasse ad Arno tra 'l ponte alla Carraia e quello di S. Trinità. Che credete voi che immaginassero? In quel tratto di fiume vi avevan condotto di molte barche, acconce per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie, con uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla Carraia di legname, si caricò per modo di gente, che non [pg!69] resse e cadde; e chi v'era su, cadde nell'acqua e tra le fiamme: di che molta gente si guastò e morì. E così (concludeva) in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina che molti veramente andassero a penar nell'inferno!—Gesù e Maria! Proprio vero?—si domandaron le donne raccapriccite.—Che Dio ne salvi, scampi e liberi!—Ebbene, fratelli; qual opera più iniqua potrebbe ora agguagliarsi a questa, di venire ad assediare un'innocente città? Oh! ma io ho fidanza che i nostri nemici non ci avranno appena circondati d'assedio, che Dio si leverà contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e dispersi!Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore del cardinal Niccolò da Prato, e d'invenzione di quel cervello balzano di Buffalmacco pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne, tutto, pur troppo, era vero! Ma dovea riguardarsi come tant'altre pubbliche calamità: e argomento siffatto sarebbe stato di niun valore sopra animi più tranquilli, e meno appassionati e superstiziosi.Intanto di lì a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare in città, reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del partito de' Bianchi. Costoro (come suolsi per la più parte dagli esuli esasperati dai patimenti) dopo aver di lontano per lettere, con una troppo viva narrazione dell'ire nemiche e di lor disagi, esagerati i fatti; non valutando il mutamento dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero concetto dell'interna situazione del proprio paese; presenti ora rifiammavan li sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e di pace, animavan tutti a resistere. Così Pistoia, ultimo rifugio de' Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito animo a sostenere il più terribile degli avvenimenti che possa colpire un'intera popolazione!E sì che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan guerre e vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse al popolo la grandezza del pericolo cui si esponeva, e come su certi alleati non avesse più a far conto.Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e cui per brama di fresche novelle per le vie facean pressa, andava narrando ciò che messer Cino di già prevedeva: che, cioè, il giorno precedente al suo lasciar la città, oltre ad avere Fiorentini e Lucchesi comprato con l'oro que' popolani, le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito di sovvertire il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de' militi della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna, e là fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza col popolo prezzolato; e per di più, fattosi forte di cavalieri e di fanti del vecchio partito Guelfo de' Geremei, aveva gridato con essi:—Muoiano quanti sono i Lambertazzi! muoiano i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!—Che di già si facevano molte confische; che i popolani discordi, e parteggiando pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle loro potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie sguainato le spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine trionfavano i Neri; e che egli, a stento potuto uscir di città, per gran fortuna n'era scampato.Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia anche questi alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare gli andamenti de' Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E forse a tali estremi non sarebber giunti o almeno sì presto, se inaspettatamente non veniva a morte in Perugia, avvelenato, come da molti si disse, il pontefice Benedetto XI. Egli era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e come sapeva le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva sempre interposto la sua autorità ed i suoi buoni uffici col mezzo del cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni. E se non riuscì a comporle cotal pontefice di natura sì buono, si deve, egli è vero, attribuire ai corrucci de' cittadini in quel tempo giunti all'estremo; ma molto anche alla forma di quel suo Governo, e infine alla debolezza dello stesso pontefice, che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti artifici de' suoi ministri.Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era morto, e che i cardinali erano molto discordi per la nuova elezione; facendo assegnamento sul tempo che, durante il conclave, avrebbero avuto, nel quale sarebber tornati a intraversare i loro disegni; fu allora che stabilirono insieme [pg!71] co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi l'assedio, nè dipartirsi finchè in poter loro non fosse caduta. Disposer frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse a fornirsi delle milizie occorrenti.Piccola, come abbiam detto, era la città di Pistoia, perchè il suo cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio poteva estendersi. Movendo infatti dall'antico ponte di San Lorenzo (in prossimità della qual chiesa scorreva allora il torrente Brana) seguitava a ponente, e giungeva al Castello de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta ora del Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria Nuova; e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva sul S. Lorenzo. Ma benchè di circonferenza sì limitata, era però notevole questo cerchio, come lo descrive il Compagni, per le bellissime mura tutte merlate, con torri e fortezze e porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi d'acqua all'intorno, sicchè per forza la città non potea conquistarsi. Le quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri della città, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi, quella di Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano altre piccole di soccorso, dette postierle.Or sebbene i Fiorentini sapessero come la città fosse ben munita e da gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa. I Pistoiesi dal canto loro si dieder subito a raccogliere armi ed armati per tutto il distretto: raddoppiarono d'operai le antiche officine d'armi, come di celate, di alabarde e di spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i bastioni e le porte.Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola fondata nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare, ferveva già il lavoro fra molti operai, per gli opportuni restauri e per nuovi baluardi. Eravi costassù un largo altopiano, che dalle torri contigue e dalla bertesca di messer Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla chiesa di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto da muraglioni più alti che altrove; essendo che la città da questo lato mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco dell'ultimo sprone dell'Appennino, sicchè per accedere [pg!72] al centro della città debba farsi da questa parte una breve salita.Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane, sul cui volto era impressa una profonda mestizia. Le nebbie della pianura spinte verso i monti da una brezza leggera, si addensavano nelle convalli. Alcune nubi nerastre sorgevano da ponente; i raggi del sole riverberandosi su questo svariato orizzonte, ne componevano un quadro magnifico. Il giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle vicine campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni dove. Quel cuore sì nobile non poteva abbandonarsi a ricevere dolci impressioni, quando la sua terra natale la vedea minacciata da sì grave pericolo. Gli pareva di scorgere di già per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente disperse, atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi i casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi risuonare alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici. E in questo pensiero imprecando agli avversi vicini, per un subito moto di sdegno portava la mano alla spada. La stringeva appunto nell'atto che tra spensierato e baldanzoso gli veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che sorridendo del piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:—Ohè, ohè! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco? In verità che da compito cavaliere come se' tu, non mi sarei aspettata una formale disfida per isceglier luogo più conveniente.—Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non dire d'irritazione—replicavagli il Vergiolesi.—Ora che tu al pari di me devi sapere che danno sovrasta a queste povere campagne, a' loro coloni, a' loro abituri, che andranno distrutti, e in fine alla patria; e alla quale, credo, non dovrebbe mancare il tuo braccio.—No—ripigliava l'altro—benchè io ancor non mi sappia se la patria stia poi in queste tue capanne che già deplori se saranno abbruciate. Sono come la rena che il fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte, oh! non mancheranno mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion [pg!73] mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora le capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole, come in quel titolo di villani dato a quel modo a que' poveri agricoltori. La inferiorità del contadino nelle gradazioni della società, non era allora che al terzo stadio per giungere allo stato di uomo libero. Prima schiavo, poi servo alla gleba, infine villano; lo che voleva dire libero, è vero, rimpetto alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente inferiore e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare, il lettore ne giudichi.—Ma e poi—seguitava il Fortebracci—tu mi parli di capanne distrutte! Sì per mia fè! Che forse noi stessi per furor di partiti, quando ci è parso e piaciuto, non abbiam fatto altrettanto?E a lui il Vergiolesi:—Ti parvero forse tempi prosperi quelli al nostro paese? O non piuttosto quando il Comune, in pace con tutti, ingrandiva il territorio per via di trattati; apriva comunicazioni per nuove strade con Modena e Bologna; e quando il commercio per le molte banche, e pe' lavori d'ogni maniera vi prosperava, e al popol minuto assicurava i guadagni?—Io non mi so troppo di questi tuoi mercatanti e bottegai, e di popol minuto; e poco mi preme che meglio o peggio si vada in Lombardia. A me basta che alle nostre famiglie non venga meno nobiltà, potere e ricchezza per conservarci quel lustro che ci lasciaron gli avi nostri, e che in fondo è anch'esso un benefizio pel popolo. Sebbene, ci è mai riuscito di placarla verso di noi cotesta gentaglia? Non ci ha forse obbligati ad ascriversi alle arti? ad atterrare una parte delle nostre torri? Non la vediamo di già imparentarsi con noi, e vestire il lucco ed il mazzocchio all'uso dei nobili? Ma che per questo? Ci vedessero avviliti, miseri e sdruci come paltonieri, non verrebbe meno la loro invidia e la loro insolenza! Questi tuoi banchieri poi un giorno o l'altro speculeranno sulle nostre case e su' nostri averi se [pg!74] li accarezziamo poi tanto. Disprezzali come me, e vi troverai il tuo meglio.—Disprezzarli! Nè ti è mai sovvenuto dell'apologo dello stomaco e della testa?—Ma io non so—riprendeva l'altro—nè di apologhi, nè d'altre storie: parlami d'armi, di cavalli e di donne.—Ecco—soggiunse il Vergiolesi—ecco la cagione delle nostre sciagure! Un'indifferenza per quanto v'ha di più nobile, di patriottico...., un orgoglio egoista, e la sola soddisfazione del presente che ne fa sacrificar l'avvenire! Ma meno male quando tutti seguivano una parte: ora....—Ora vuoi dirmi che alcuni teniamo dai Bianchi, altri dai Neri. E se ciò ti molesta, perchè non andiamo tutti dalla parte Nera e scansiamo quest'assedio? Io.... oh! io posso dirti che nol provocai!Questi ultimi detti furon profferiti dal Fortebracci con tal sorriso di scherno, da farne irritare non che un figlio del capitan Vergiolesi, ma qualunque altro che sentisse il più lieve pudore del nome di cittadino. Tutta la bile che chiudeva quel maligno contro Cino ed i Vergiolesi amici di lui, parve che in quel istante si riversasse sulle sue labbra. Anco dal fisico, lungo della persona e di spalle alquanto ricurve; due neri occhi affossati e cupi, tinti in giallo come la faccia; e questa larga e schiacciata, e il naso egualmente depresso: all'udirlo poi tutto volgere al ridicolo e tenere in dispregio, poteva ben designarsi per un di coloro (de' quali a danno d'ogni paese in ogni tempo non v'è difetto) che personificano il genio dissociatore, il genio del male. Più dannosi alla patria di que' tali che apertamente l'avversano: perchè per quanto scettici in tutto, non lasciano per ambizione di brigarne gli uffici; e non appena ottenuti, per personali rancori acuiscono quel po' d'ingegno che ebbero, per contraddire e opporre, ne vada pure il ben pubblico. Con cavilli svisano i fatti agl'improvvidi; si fanno poi, con parole audaci e con minacce se vuoi, un partito nella setta de' cattivi e de' pusillanimi, e spesso per alcun tempo (perchè i buoni per consueto fidenti nelle rette loro intenzioni sono inattivi, e sovente, secondo il dettato, val più un cane che abbaia che un [pg!75] leone che dorme) riescono a turbar gli animi dei cittadini e dividerli.Messer Fredi a que' detti non fece che un atto di sdegnosa maraviglia e di compassione sopra di lui che ben conosceva; e senza neppur degnarlo d'un guardo, risoluto si mosse altrove.Di ciò seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto e divorato da prepotente passione e da gelosia, aveva bisogno d'erompere. S'aggirò tutto il giorno per la città, solo col suo pensiero, non udendo e vedendo, in mezzo a un andare e un venire di popolo: qua di milizie a portar sopra carri nuovi attrezzi di guerra; là a schierarsi per le piazze sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.Allorquando, senz'avere una direzione, si trovò quasi istintivamente di faccia alla porta di casa sua, e faceva atto di entrarvi. Se non che lo fermava uno sconosciuto, che diceva venire appunto in traccia di lui.—Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimandò.—Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio, esule a Prato, per favellarvi.—Entrate allora.—Ed aperta la porta si avviò con lui nelle sue stanze.Quivi giunti, l'incognito così prese a dirgli:—Voi già sapete che un formidabile assedio è per esser posto a questa città.—Lo so.—I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da sè così grave sciagura.—E mal s'abbia chi se la volle!—Vostro zio, cui nonostante la diversità delle parti, sta a cuore un nipote par vostro; che potrebbe, vedete bene, o messere! potrebbe un giorno esser l'erede delle sue molte ricchezze! (e guardandolo fisso, di queste parole battè lentamente a una a una le sillabe) vostro zio ha sperato che ridotte a questi estremi le cose, suo nipote sarà per far senno; e se non altro, per provvedere alla sua sicurezza cercherà un rifugio fuori di queste mura, e di questa gente destinata ad arrendersi. Pensate dunque, messere![pg!76] E il Fortebracci, che solo nell'incontro si era degnato mirarlo in faccia, lo affissò; scosse il capo, e, secco secco, rispose:—Penserò.—Tanto più che... non vorrei dirvi, ma...—Ma che?—Che insomma qui in faccia vi lodano, ma dietro i Bianchi (io gli ho sentiti!) non v'hanno fede, vi sbertano e vi deridono! Pensate dunque...Ed ei con un ghigno dove già spuntava il dispetto:—Oh! oh! penserò, penserò!E l'altro:—M'avrete a' vostri cenni quando v'occorra. Vado e torno spesso in città. È inutile il dirvi che vo' di nascosto, e sono a' servigi de' fuorusciti, d'una buona causa, e di vostro zio in particolare cui mi lega antica riconoscenza. A giorni, qui di prima sera potrò avere una vostra risposta?—L'avrete.—Bene sta.—E lo sconosciuto disparve.[pg!77]
L'ASSEDIO.
«E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; perocchè la teneano i loro avversari, ed eravi dentro messer Tolosato degli Uberti.»——Dino Compagni,Cronaca, Lib. III.
«E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; perocchè la teneano i loro avversari, ed eravi dentro messer Tolosato degli Uberti.»
——Dino Compagni,Cronaca, Lib. III.
Poche ore erano scorse dallo sciogliersi del Consiglio, che già ogni cittadino era stato informato della triste novella. Quali per le vie se n'andavano inquieti l'uno con premura chiedendo all'altro; quali ne tenevan proposito per le case in lunghi e segreti colloqui. Benchè, valutate le circostanze, prevalesse fra i più il timore d'una disfatta, stavan però con l'opinione del Consiglio; perchè rancori privati erano in molti, e nel bollore di essi le moltitudini non vanno mai a riflettere al pubblico danno. Non valevano i consigli dei moderati, quando que' più con diversi argomenti parlavan sempre a passione.
—Che siamo noi divenuti?—Con quel disdegno con cui ora si parlerebbe d'un'aggressione straniera, diceva un popolano a' suoi vecchi compagni d'arme di guardia al palazzo del capitano, e cui già molti giovani s'eran fatti d'attorno.—Che siamo noi divenuti, da dover cedere di nuovo alle prepotenze dei Fiorentini? Non furono assai quelle che ci toccò a soffrire ne' tre anni passati, fatti padroni di casa nostra? Alla larga con tali amici, che vedete un po' ora quel [pg!68] che ci minacciano! E il de Reali voleva che venissemo a patti con loro! Cittadini, badate!... Eh! già di voi non ne dubito, non può esserci uno che non sia pronto con l'armi a tenerli di nuovo in avviso! Perchè sfido io se nol dobbiamo!
E un di quelli coi soliti vanti, ma che eran pure un grande sprone a serbarli gelosi dei dritti loro.
—Sicuramente!—rispose.—L'avviso l'avevamo loro già dato a Campaldino. Il Vergiolesi ben fece a ricordarlo al Consiglio, perchè può dirsi che fummo noi che col nostro coraggio decidemmo della vittoria. Ma essi soli par che l'abbian dimenticato!
E quel primo aggiungeva:—E sì che allora eravamo in campo aperto! Oh! sta a vedere se da una delle più munite fortezze com'è davvero la nostra città, non sapremo respingerli! Voi giovani poi, viva Dio! spero che sarete con noi!
—Sì ora e sempre a difesa della patria!—gridarono essi ad una voce: e pieni d'entusiasmo guerresco si mossero insieme per le vie della città, infervorandosi in quell'idea e facendo gente al loro partito.
Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che eran molti e del paese, e in quei tempi anche in cose del Governo erano assai consultati) a secondar più che altro gli umori del popolo, predicavano: de' Fiorentini non se ne avesse a temere, perchè i gastighi di Dio da qualche tempo piovevano a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che in un di que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne indistintamente, nell'uscir dalla chiesa del suo convento, lì sul getto, richiesto del suo parere, aspettò che tutti gli fossero attorno, poi fe' cenno che l'ascoltassero, e così disse loro:
—Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando a Firenze fu gradito un bando, che chi voleva veder le pene dell'inferno andasse ad Arno tra 'l ponte alla Carraia e quello di S. Trinità. Che credete voi che immaginassero? In quel tratto di fiume vi avevan condotto di molte barche, acconce per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie, con uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla Carraia di legname, si caricò per modo di gente, che non [pg!69] resse e cadde; e chi v'era su, cadde nell'acqua e tra le fiamme: di che molta gente si guastò e morì. E così (concludeva) in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina che molti veramente andassero a penar nell'inferno!
—Gesù e Maria! Proprio vero?—si domandaron le donne raccapriccite.—Che Dio ne salvi, scampi e liberi!
—Ebbene, fratelli; qual opera più iniqua potrebbe ora agguagliarsi a questa, di venire ad assediare un'innocente città? Oh! ma io ho fidanza che i nostri nemici non ci avranno appena circondati d'assedio, che Dio si leverà contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e dispersi!
Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore del cardinal Niccolò da Prato, e d'invenzione di quel cervello balzano di Buffalmacco pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne, tutto, pur troppo, era vero! Ma dovea riguardarsi come tant'altre pubbliche calamità: e argomento siffatto sarebbe stato di niun valore sopra animi più tranquilli, e meno appassionati e superstiziosi.
Intanto di lì a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare in città, reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del partito de' Bianchi. Costoro (come suolsi per la più parte dagli esuli esasperati dai patimenti) dopo aver di lontano per lettere, con una troppo viva narrazione dell'ire nemiche e di lor disagi, esagerati i fatti; non valutando il mutamento dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero concetto dell'interna situazione del proprio paese; presenti ora rifiammavan li sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e di pace, animavan tutti a resistere. Così Pistoia, ultimo rifugio de' Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito animo a sostenere il più terribile degli avvenimenti che possa colpire un'intera popolazione!
E sì che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan guerre e vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse al popolo la grandezza del pericolo cui si esponeva, e come su certi alleati non avesse più a far conto.
Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e cui per brama di fresche novelle per le vie facean pressa, andava narrando ciò che messer Cino di già prevedeva: che, cioè, il giorno precedente al suo lasciar la città, oltre ad avere Fiorentini e Lucchesi comprato con l'oro que' popolani, le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito di sovvertire il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de' militi della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna, e là fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza col popolo prezzolato; e per di più, fattosi forte di cavalieri e di fanti del vecchio partito Guelfo de' Geremei, aveva gridato con essi:—Muoiano quanti sono i Lambertazzi! muoiano i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!—Che di già si facevano molte confische; che i popolani discordi, e parteggiando pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle loro potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie sguainato le spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine trionfavano i Neri; e che egli, a stento potuto uscir di città, per gran fortuna n'era scampato.
Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia anche questi alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare gli andamenti de' Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E forse a tali estremi non sarebber giunti o almeno sì presto, se inaspettatamente non veniva a morte in Perugia, avvelenato, come da molti si disse, il pontefice Benedetto XI. Egli era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e come sapeva le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva sempre interposto la sua autorità ed i suoi buoni uffici col mezzo del cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni. E se non riuscì a comporle cotal pontefice di natura sì buono, si deve, egli è vero, attribuire ai corrucci de' cittadini in quel tempo giunti all'estremo; ma molto anche alla forma di quel suo Governo, e infine alla debolezza dello stesso pontefice, che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti artifici de' suoi ministri.
Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era morto, e che i cardinali erano molto discordi per la nuova elezione; facendo assegnamento sul tempo che, durante il conclave, avrebbero avuto, nel quale sarebber tornati a intraversare i loro disegni; fu allora che stabilirono insieme [pg!71] co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi l'assedio, nè dipartirsi finchè in poter loro non fosse caduta. Disposer frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse a fornirsi delle milizie occorrenti.
Piccola, come abbiam detto, era la città di Pistoia, perchè il suo cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio poteva estendersi. Movendo infatti dall'antico ponte di San Lorenzo (in prossimità della qual chiesa scorreva allora il torrente Brana) seguitava a ponente, e giungeva al Castello de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta ora del Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria Nuova; e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva sul S. Lorenzo. Ma benchè di circonferenza sì limitata, era però notevole questo cerchio, come lo descrive il Compagni, per le bellissime mura tutte merlate, con torri e fortezze e porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi d'acqua all'intorno, sicchè per forza la città non potea conquistarsi. Le quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri della città, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi, quella di Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano altre piccole di soccorso, dette postierle.
Or sebbene i Fiorentini sapessero come la città fosse ben munita e da gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa. I Pistoiesi dal canto loro si dieder subito a raccogliere armi ed armati per tutto il distretto: raddoppiarono d'operai le antiche officine d'armi, come di celate, di alabarde e di spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i bastioni e le porte.
Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola fondata nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare, ferveva già il lavoro fra molti operai, per gli opportuni restauri e per nuovi baluardi. Eravi costassù un largo altopiano, che dalle torri contigue e dalla bertesca di messer Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla chiesa di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto da muraglioni più alti che altrove; essendo che la città da questo lato mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco dell'ultimo sprone dell'Appennino, sicchè per accedere [pg!72] al centro della città debba farsi da questa parte una breve salita.
Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane, sul cui volto era impressa una profonda mestizia. Le nebbie della pianura spinte verso i monti da una brezza leggera, si addensavano nelle convalli. Alcune nubi nerastre sorgevano da ponente; i raggi del sole riverberandosi su questo svariato orizzonte, ne componevano un quadro magnifico. Il giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle vicine campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni dove. Quel cuore sì nobile non poteva abbandonarsi a ricevere dolci impressioni, quando la sua terra natale la vedea minacciata da sì grave pericolo. Gli pareva di scorgere di già per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente disperse, atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi i casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi risuonare alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici. E in questo pensiero imprecando agli avversi vicini, per un subito moto di sdegno portava la mano alla spada. La stringeva appunto nell'atto che tra spensierato e baldanzoso gli veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che sorridendo del piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:
—Ohè, ohè! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco? In verità che da compito cavaliere come se' tu, non mi sarei aspettata una formale disfida per isceglier luogo più conveniente.
—Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non dire d'irritazione—replicavagli il Vergiolesi.—Ora che tu al pari di me devi sapere che danno sovrasta a queste povere campagne, a' loro coloni, a' loro abituri, che andranno distrutti, e in fine alla patria; e alla quale, credo, non dovrebbe mancare il tuo braccio.
—No—ripigliava l'altro—benchè io ancor non mi sappia se la patria stia poi in queste tue capanne che già deplori se saranno abbruciate. Sono come la rena che il fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte, oh! non mancheranno mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion [pg!73] mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora le capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.
La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole, come in quel titolo di villani dato a quel modo a que' poveri agricoltori. La inferiorità del contadino nelle gradazioni della società, non era allora che al terzo stadio per giungere allo stato di uomo libero. Prima schiavo, poi servo alla gleba, infine villano; lo che voleva dire libero, è vero, rimpetto alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente inferiore e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare, il lettore ne giudichi.
—Ma e poi—seguitava il Fortebracci—tu mi parli di capanne distrutte! Sì per mia fè! Che forse noi stessi per furor di partiti, quando ci è parso e piaciuto, non abbiam fatto altrettanto?
E a lui il Vergiolesi:
—Ti parvero forse tempi prosperi quelli al nostro paese? O non piuttosto quando il Comune, in pace con tutti, ingrandiva il territorio per via di trattati; apriva comunicazioni per nuove strade con Modena e Bologna; e quando il commercio per le molte banche, e pe' lavori d'ogni maniera vi prosperava, e al popol minuto assicurava i guadagni?
—Io non mi so troppo di questi tuoi mercatanti e bottegai, e di popol minuto; e poco mi preme che meglio o peggio si vada in Lombardia. A me basta che alle nostre famiglie non venga meno nobiltà, potere e ricchezza per conservarci quel lustro che ci lasciaron gli avi nostri, e che in fondo è anch'esso un benefizio pel popolo. Sebbene, ci è mai riuscito di placarla verso di noi cotesta gentaglia? Non ci ha forse obbligati ad ascriversi alle arti? ad atterrare una parte delle nostre torri? Non la vediamo di già imparentarsi con noi, e vestire il lucco ed il mazzocchio all'uso dei nobili? Ma che per questo? Ci vedessero avviliti, miseri e sdruci come paltonieri, non verrebbe meno la loro invidia e la loro insolenza! Questi tuoi banchieri poi un giorno o l'altro speculeranno sulle nostre case e su' nostri averi se [pg!74] li accarezziamo poi tanto. Disprezzali come me, e vi troverai il tuo meglio.
—Disprezzarli! Nè ti è mai sovvenuto dell'apologo dello stomaco e della testa?
—Ma io non so—riprendeva l'altro—nè di apologhi, nè d'altre storie: parlami d'armi, di cavalli e di donne.
—Ecco—soggiunse il Vergiolesi—ecco la cagione delle nostre sciagure! Un'indifferenza per quanto v'ha di più nobile, di patriottico...., un orgoglio egoista, e la sola soddisfazione del presente che ne fa sacrificar l'avvenire! Ma meno male quando tutti seguivano una parte: ora....
—Ora vuoi dirmi che alcuni teniamo dai Bianchi, altri dai Neri. E se ciò ti molesta, perchè non andiamo tutti dalla parte Nera e scansiamo quest'assedio? Io.... oh! io posso dirti che nol provocai!
Questi ultimi detti furon profferiti dal Fortebracci con tal sorriso di scherno, da farne irritare non che un figlio del capitan Vergiolesi, ma qualunque altro che sentisse il più lieve pudore del nome di cittadino. Tutta la bile che chiudeva quel maligno contro Cino ed i Vergiolesi amici di lui, parve che in quel istante si riversasse sulle sue labbra. Anco dal fisico, lungo della persona e di spalle alquanto ricurve; due neri occhi affossati e cupi, tinti in giallo come la faccia; e questa larga e schiacciata, e il naso egualmente depresso: all'udirlo poi tutto volgere al ridicolo e tenere in dispregio, poteva ben designarsi per un di coloro (de' quali a danno d'ogni paese in ogni tempo non v'è difetto) che personificano il genio dissociatore, il genio del male. Più dannosi alla patria di que' tali che apertamente l'avversano: perchè per quanto scettici in tutto, non lasciano per ambizione di brigarne gli uffici; e non appena ottenuti, per personali rancori acuiscono quel po' d'ingegno che ebbero, per contraddire e opporre, ne vada pure il ben pubblico. Con cavilli svisano i fatti agl'improvvidi; si fanno poi, con parole audaci e con minacce se vuoi, un partito nella setta de' cattivi e de' pusillanimi, e spesso per alcun tempo (perchè i buoni per consueto fidenti nelle rette loro intenzioni sono inattivi, e sovente, secondo il dettato, val più un cane che abbaia che un [pg!75] leone che dorme) riescono a turbar gli animi dei cittadini e dividerli.
Messer Fredi a que' detti non fece che un atto di sdegnosa maraviglia e di compassione sopra di lui che ben conosceva; e senza neppur degnarlo d'un guardo, risoluto si mosse altrove.
Di ciò seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto e divorato da prepotente passione e da gelosia, aveva bisogno d'erompere. S'aggirò tutto il giorno per la città, solo col suo pensiero, non udendo e vedendo, in mezzo a un andare e un venire di popolo: qua di milizie a portar sopra carri nuovi attrezzi di guerra; là a schierarsi per le piazze sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.
Allorquando, senz'avere una direzione, si trovò quasi istintivamente di faccia alla porta di casa sua, e faceva atto di entrarvi. Se non che lo fermava uno sconosciuto, che diceva venire appunto in traccia di lui.
—Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimandò.
—Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio, esule a Prato, per favellarvi.
—Entrate allora.—Ed aperta la porta si avviò con lui nelle sue stanze.
Quivi giunti, l'incognito così prese a dirgli:
—Voi già sapete che un formidabile assedio è per esser posto a questa città.
—Lo so.
—I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da sè così grave sciagura.
—E mal s'abbia chi se la volle!
—Vostro zio, cui nonostante la diversità delle parti, sta a cuore un nipote par vostro; che potrebbe, vedete bene, o messere! potrebbe un giorno esser l'erede delle sue molte ricchezze! (e guardandolo fisso, di queste parole battè lentamente a una a una le sillabe) vostro zio ha sperato che ridotte a questi estremi le cose, suo nipote sarà per far senno; e se non altro, per provvedere alla sua sicurezza cercherà un rifugio fuori di queste mura, e di questa gente destinata ad arrendersi. Pensate dunque, messere!
[pg!76] E il Fortebracci, che solo nell'incontro si era degnato mirarlo in faccia, lo affissò; scosse il capo, e, secco secco, rispose:
—Penserò.
—Tanto più che... non vorrei dirvi, ma...
—Ma che?
—Che insomma qui in faccia vi lodano, ma dietro i Bianchi (io gli ho sentiti!) non v'hanno fede, vi sbertano e vi deridono! Pensate dunque...
Ed ei con un ghigno dove già spuntava il dispetto:—Oh! oh! penserò, penserò!
E l'altro:—M'avrete a' vostri cenni quando v'occorra. Vado e torno spesso in città. È inutile il dirvi che vo' di nascosto, e sono a' servigi de' fuorusciti, d'una buona causa, e di vostro zio in particolare cui mi lega antica riconoscenza. A giorni, qui di prima sera potrò avere una vostra risposta?
—L'avrete.
—Bene sta.—E lo sconosciuto disparve.
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