CAPITOLO VII.

CAPITOLO VII.LA REPULSA E I FUORUSCITI.«E se credessi Turco diventare,Passar lo mare e andare in Turchia,Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,E la vo' rinnegar la fede mia.Cosa diranno la gente di me?Ho rinnegato la fede per te!»——Canti popolari toscani.Ricorderà il lettore che alla festa del primo maggio che descrivemmo, comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito or presentatosi al Fortebracci era costui. Un certo Nuto fiorentino, della parte Guelfa la più accanita, che non appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a Prato, andò a profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che hanno natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far mille parti per servire alla propria; ma a patto però che non manchi loro un grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile che, per uno più pingue, si dessero alla parte contraria. Gli esuli, e i Fiorentini che volevan sapere quali si fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non guardavano a spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben pagato da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia, Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo, alla prima missione, era tornato a tentar la seconda, [pg!78] e questa volta quasi a posta sicura. Ma or più che mai doveva apparirvi con cautela, avendo i rettori della città dato ordini severissimi su qualunque persona che volesse introdurvisi.Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da quest'incontro, se n'uscì tutto solo per veder di distrarsi. Ma quasi ad ogni passo gli ritornavano a gola quelle parole riferitegli dall'incognito, e allora mormorava fra sè:—«Ah sì? Mi sbertano? Mi deridono?»—Troppo acerba puntura era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel cuore superbo, allora sì che lo fece più risoluto di compiere un suo disegno.Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di S. Biagio, e presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di già un vil servo di questa casa, e' gli avea riferito che da qualche giorno un lieve incomodo di salute costringeva la consorte di messer Lippo a starsene in letto. Non impediva però che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo giardinetto. Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo voleva parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante, che gli avrebbe lasciata socchiusa la porticella di strada che metteva nel giardino. Giunta l'ora consueta, Selvaggia era già scesa fra quelle aiole a rivedere i suoi fiori. Ella era sola; perchè la Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, doveva rimanersi presso a sua madre.Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno era visto, spinge la porta, entra, e richiude. Volge un guardo d'intorno siccome un lampo, ma... la donzella non v'è!—Dove mai? m'avrebb'egli ingannato?—Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene della cappella.—Sarebb'ella colà?—E già vi si volge e vi pone il piede; e vi mira infatti, senza essere ancor veduto nè udito, quella cara fanciulla genuflessa dinanzi all'altare, e inclinato il capo sull'inginocchiatoio, supplichevole certo allora per la salute della sua buona madre.—Selvaggia!—appressatosi, con voce convulsa ei le dice—Selvaggia, pietà, pietà di me! Io vi amo, io vi adoro!E mentre ella riscossa si alzava, ed egli:[pg!79] —In nome di quel Dio cui porgete preghiera, Selvaggia, per pietà, non mi rigettate!—Oh! come! Voi qui?—disse ella. E già il primo atto fu quel di fuggire; ma poi consigliata dalla sua dignità, voltasi a lui con disdegno:—Quale audacia!—proruppe.—Quale parole son queste? Nessun dritto io vi ho dato a concepire speranze; tanto meno a una sorpresa siffatta! L'animo mio, di già il sapevate, egli è irremovibile! E ciò vi doveva bastare per lasciarmi in pace, e per sempre!—In pace voi, o Selvaggia! ma il mio cuore ponete in guerra, e crudele! Ve lo giuro! Niuna donna sarà come voi, nella mia casa, ricolma di dovizie e d'onori: niuna... ah! io cado a' vostri piedi: non mi togliete, no, quella speme che ho nutrita fin qui! Non mi guardate così fieramente! Posposto al mio rivale... Oh! allora io... disperato ch'io fossi... a estremi casi... Chi sa?... Voi, e me...—Questo è già troppo!—replicò allora Selvaggia. Ed egli alzatosi:—Le mie parole deh! non guardate!...—Violaste ogni legge d'onesto cavaliere, e questo sacro asilo con un vil sotterfugio! Messer Nello de' Fortebracci, io v'intimo d'uscire!Ed egli allora con un sospiro che parve un gemito:—Oh!! io l'ho voluta dalla vostra bocca la mia sentenza! E sia! partirò; ma non io solo, altri, altri ancora porterà le pene della fatale repulsa!—E ciò detto, sparì.Un bisogno prepotente d'agitarsi, di sfogar lo sdegno represso, d'involarsi a tutti, e fino a se stesso se l'avesse potuto, lo fece giunger d'un tratto alla propria casa, far sellare un cavallo, e via su, spronarlo fuor di città sulla prima strada che aveva dinanzi.E già, varcata la porta Guidi, s'era dato al galoppo sul sentier di levante verso il Castel del Montale. Nè si creda già per l'ampia e pittorica via qual è adesso; alle falde d'un'agevole collina a mezzodì; tutta bella di terren colti, di vigneti e d'ulivi, e popolata di ville; fra le quali siede regina in mezzo al suo parco, co' suoi laghi e i suoi dilettosi [pg!80] giardini, quella denominata di Celle: ma sì per un sentiero stretto e infossato, e fra folta boscaglia; ora in basso e fra gli acquitrini, ora saliente fino al Castel di Pecunia de' Conti Guidi, e a quel del Montale (or diroccati) e all'altro, più alto, di Montemurlo; il primo e l'ultimo a quel tempo, e da circa un mezzo secolo ceduti dai Conti al Comune di Firenze; l'altro poi del Montale venuto da due anni in potere di detto Comune per fiorini tremila, per trattato proditorio con quei di dentro, e per le arti di Pazzino de' Pazzi fiorentino e Guelfo, signore del prossimo fortilizio di Parugiano. Sulla destra poi di questa via distendevasi la pianura, quasi tutta impaludata per i torrenti non arginati, di Brana, di Bure e dell'Agna, che in breve corso precipitando dall'alto, si dilagavano fra sterpeti e fra sabbie. Giù fra questa palude e quasi a mezzodì del castello di Montemurlo, sorgeva in allora un fortilizio di messer Simone de' Cancellieri Neri, che dalla sua situazione si chiamò del Pantano.A un tal punto, dove biforcavan due vie, Nello s'attenne a quella di sotto, e in breve si trovò innanzi al fortilizio suddetto. V'era egli sospinto per brama di mutar partito (se così potrà dirsi, egli che mai non fu legato ad alcuno) o non piuttosto dal demone della gelosia, che pur fuggendo gli sedeva in groppa al destriero, e il perseguiva, e il cacciava fra i suoi avversari ad ottenergli vendetta?Per arrivarvi doveva percorrere un largo e alto argine; e più presso, un lungo ponte di legno, che poggiato con palafitte sopra gli aggalli, superava di poco l'impaludato terreno. Volse allora il destriero per quello. Il rumore che le ferrate zampe produssero su quel ponte, fece dischiudere un pertugio del fortilizio a un famiglio per osservare chi si fosse a quell'ora quel cavalier non atteso. Ma come giunse ed ebbe dato il suo nome, scendeva di sella, e consentitogli tosto l'ingresso, già era innanzi a messer Simone de' Cancellieri. Chi volesse aver idea di costui ricorra alla cronaca di Dino Compagni, e vi leggerà che egli era «uomo di mezza statura, magro e bruno, spietato e crudele, rubatore, e fattore d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati.»[pg!81] —Ah! ah! Anche voi, messer Nello, fate senno alla fine!—gli disse messer Simone.—La vostra presenza qui, in queste mura!... non so davvero a che altro...Sorpreso, incerto, gli occhi stralunati, quasi balbuziente, il Fortebracci potè appena proferire:—Per prender consiglio!Poi con più calma, e pensando con chi parlava:—Nemico che pur si stima per senno, in tempi sì gravi pel proprio paese gli è sempre da consultare.E quei risoluto:—Ma se si stima, convien seguirlo. In tempo, messere, mi capitaste. Fra i molti banditi da quelli scomunicati de' vostri Bianchi, voi sapete che vi ha pure un fratello di vostro padre.—Sì, pur troppo!—Or bene; io era per partire per la Terra di Prato, dove egli mi chiama fra i vostri per questa notte. Piacevi di recarvi da questi altri scomunicati di Pratesi (poichè nel lasciarli volle far loro questa pietosa carezza il conterraneo loro il cardinal Niccolò!) e colà volete voi rivedere il parente; e più che a me, che potrei parer sospetto, affidarvi non altro che a' suoi consigli?—Mi piace.E il Cancellieri:—Il mio cavallo alla porta con quel di messere!—A' suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi nell'obbedire tremavano tutti. Ma il Fortebracci grondava sudore. Un altro ordine: e un'anfora di vin generoso era stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto in arcioni, cavalcarono verso Prato.La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano il cielo. Se quelli spiriti non fossero stati sì fieri e sconvolti, al solo mirarle avrebber dovuto piegarsi a più miti consigli. Ma troppo omai ottenebrati da sì basse passioni, non valevano a sollevarsi alle meraviglie del firmamento.Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano Filippo e di Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera, facevan capo vari fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra eran venuti a confine. Quella notte di cotesti s'eran raccolti in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo Tedici, Rustichello [pg!82] Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte, Giovanni Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le ultime violenze del 1302 contro a' Neri che in Pistoia gli abbatterono e gl'incendiaron le case, se n'era ito in bando a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male a costoro; perchè gli era uno de' magnati della città, e traeva con sè gran consorteria e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal quale attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!Appena che Nello entrò nella sala, i congiurati fecero atto di gran meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote, sebbene di parte avversa, aveva sempre portato affetto, come appena lo vide gli corse incontro, e per alcun poco rimasero abbracciati senza parlare.Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:—Sì, Nello de' Fortebracci io vi presento, o messeri! Nè voi, nè la nobile casa de' Guazzalotri dovrà vergognarsene, spero!—E in questo il superbo caporale de' Neri, fitto un acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il pensiero, e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei sforzavasi d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi orgoglioso.Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di che animo si fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti a difesa volesser tentare. Essi poi giustificavan l'assedio dinanzi a lui come una necessità, per isnidare una volta dalla terra natale un partito avverso, dicevano, non già a loro (s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa Chiesa, della quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene in protezione.—Chi si sarebbe fidato—entrava a dire il Cancellieri con piglio arrogante—di quel cardinal Niccolò, nell'arte di governo astutissimo, che faceva le finte d'esser per la pace fra noi, e nel fatto era poi Ghibellino? Senza l'assedio, pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini terrebbe sempre Pistoia, perchè il degli Uberti ne è signore: e in questo modo noi delle più potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per essa, resteremmo fuori e delusi.[pg!83] Poi con più blanda voce voltosi a Nello:—Ditemi un poco—soggiunse:—separati dalla lega di tante città guelfe della Toscana ridotti deboli e soli, non vedete voi che dovremmo scender per forza a patti umilianti? Oh! meglio dunque venire a un gran fatto. Superati da tanto numero—(ringagliardito il veleno dell'argomento, con tutta l'ira di un Cancellieri, conchiuse)—cotesti maladetti Paterini s'arrenderanno una volta; o, come li scorpioni nel cerchio del fuoco, alla perfine saranno distrutti. Non incendiaron pur essi il mio Castel di Damiata? Oh! che vada, se vuolsi, a fuoco e fiamme la ria città che li accoglie!Pur troppo! Per codesti uomini avidi del potere, il partito era tutto! Vada pur la patria in rovina, ma trionfi il partito! Se non è accetto ai più, se non è conciliabile, che importa? Purchè la somma delle cose non la diriga altra gente che della loro! Altrimenti si faccia ostacolo a tutto ed a tutti!A un aspetto sì truce, alle violenti parole del Cancellieri, ogni volta che co' suoi favellava restavano talmente presi ed ammaliati, da non aver coraggio, anco volendo, di contradirlo. Rimaser però i convenuti in un assoluto silenzio. Nello poi a que' detti finì di vincere ogni incertezza non solo ma si sentì apprendere nell'intime viscere tutte le fiamme vendicative de' Neri. Sol dopo un poco il Guazzalotri riprese a parlare; e frattanto per una lettera che lì pervenivagli, annunziava con compiacenza l'arrivo a Firenze d'una parte delle milizie straniere.Ma il Cancellieri, sospettoso di tutto e di tutti, non sapeva darsi ragione dell'assenza, verificatasi anche altra volta, di Baschiera de' Rossi, e richiamava alla mente qualche dubbio discorso proferito dai suoi consorti.—No—disse egli,—qui sotto qualche trama v'è ascosa! Messeri, io vi propongo che non più per lettera ma per persone che gli favellino, la sua fede ci sia manifesta. Nè meglio a tal uopo io crederei, se vi piace, che affidarne l'ambasceria a questi nostri consorti, Loste e Nello de' Fortebracci.Non fu appena detto, che tutti gliel consentirono.[pg!84] —Così—sorse a dire il Tedici—se alcuno de' Bianchi (che a Firenze ve n'ha pur troppo anche adesso) gli avesse rappresentato a malizia lo stato di nostra città, ei da Nello in special modo ne sarà informato a dovere.—E saprà—soggiungeva il Panciatichi,—che è necessario ogni sforzo, e il più formidabile perchè più presto la città debba arrendersi.E il Cancellieri—A noi poi a provvedere, venuta che sia in poter nostro! Voi dunque—voltosi ai Fortebracci—partirete subitamente. E direte al De' Rossi di che volere ci abbiate trovati, e che il suo apertamente vogliamo conoscere, o che venga qui ad un nuovo consiglio, o che lo affidi a voi stessi. Non è così che farete?—Sibbene—risposero i Fortebracci,—e presto n'avrete la sua risposta.Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i fuorusciti armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata omai la propria parte, sentiva il bisogno d'esser ad ogni evento tutelato dall'altra: tanto più che covava in seno tante vendette. Essi però l'accertarono che non solo gli sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere, dell'opera sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone condegno.La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano già per le vie di Firenze. Lasciati dietro a sè i forti castelli di Brozzi, di Peretola e di S. Donnino, v'entravan per la porta detta della Carraia del secondo cerchio, chè solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel borgo antico di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per mezzo ad alti palagi nè a pubblici edifizi maravigliosi, che pochi anni dopo dovean rendere Firenze fra le città italiane, per isfoggio di arti belle, singolare da tutte. Non cupole ancora, non templi pregiati per opere architettoniche; ma brune altissime torri sorgevano intorno alle mura, e sulle case de' grandi. I più de' quali però le avevano in anguste vie, e umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora serbavano le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi [pg!85] avevan nome, non già da un palazzo più elevato e sfarzoso, ma dalle patrie virtù e dalle molte ricchezze, che procacciavano a sè ed al popolo coi commerci e l'industrie d'ogni maniera. In mezzo alle civili discordie, sicchè molti eran morti o banditi, e il Comune troppo spesso de' suoi migliori s'assottigliava, pareva che la virtù e il genio de' pochi superstiti ogni dì più si afforzasse a dar prove d'affetto alla patria, tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca, forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite in altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami, e cui le leggi accordavano privilegi speciali, perchè altri non si vantaggiasse di ciò che la pratica e il genio de' suoi cultori sapeva inventare.Questi ordinamenti, opposti del tutto alle libertà delle odierne nazioni, erano per quei tempi i più appropriati; non potendo l'individuo isolato esser protetto da que' governi troppo piccoli ed imperfetti, e solo nelle corporazioni trovando quella forza e quell'incremento di che abbisognavano. Oltre che il lavoro fu elevato per esse a tal grado di nobiltà, che mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze, nell'interno poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici impieghi.A convincersi di tanta operosità bastava percorrere certe vie di Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia, per Calimala, per Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo d'officine: dove le molte arti, che diedero fino il nome alle dette vie, in ispecie quelle della lana e della seta, tenevano occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a comprare ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan mercanti d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di tintorie si noveravano in questo tempo da dugento botteghe, che impannavano ogni anno da settanta in ottantamila pezze di panni lani pel valore di un milione e dugentomila fiorini d'oro, dando lavoro e sussistenza a più di trentamila persone.Non è però meraviglia se in tanta prosperità di commerci, d'industrie, e di banche (sui primi del secoloXIVcirca ottanta) che prestavano a principi, e già davano idea di prestiti dello Stato, come fra le altre le banche ricchissime degli [pg!86] Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine fra tanta grandezza di vita politica; in breve per opera del Comune, degli artieri e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i più portentosi.A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano già vari ponti, dal primo presso la porta della Carraia nel decorso anno distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni da Campi ricostruiva: ed eran gli altri, di Santa Trinita, del Pontevecchio, e l'ultimo di Rubaconte, che con più fausto e caro nome s'appella or delle Grazie. Era allora che Arnolfo aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore, che poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano quasi a un tempo quelle del palazzo della Signoria e del tempio di Santa Croce: e per opera di tali architetti, il cui nome durerà celebrato quanto quei monumenti! E questi, come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la torre e la chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella di Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio del Brunellesco; mentre rimangono ad attestare quale e quanto fosse il valor di coloro che gli idearono, appalesano per egual modo il pensiero religioso e la grandezza del popolo che li commetteva. Tale apparve allora Firenze, cuna di libertà, delle arti belle e industriali, e della letteratura nazionale; denominata a ragione lanobil figlia di Roma, e che fin da quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredità di sua madre e vincerne lo splendore.Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla Carraia, e l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per mano di Neri Abati, sicchè dal Duomo a Or' San Michele e di seguito fino al Pontevecchio, circa a 1700 case e fra queste molte officine e mercanzie furon distrutte, allo sguardo de' nostri viaggiatori facevano apparir la città in un manifesto squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto danno n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono più che ad allestire le proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta. Basti dire che per raccoglier soldati (narra lo Stefani nelle Storie fiorentine) fecero iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70 [pg!87] anni, tanto magnati che popolani, della città e del distretto e li provvidero d'armi e di soldo. La città aveva allora più di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre trentamila cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare e tornar dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di Calabria allora arrivato. Presso del quale, come insignito del supremo comando, tutti i cittadini assoldavansi e si addestravano al maneggio delle armi: e quali al corso, quali altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in simili altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli apprestamenti guerreschi, da città a città, e in sì breve distanza! Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella grossa campana che a Firenze chiamavasi la Martinella, per avvertire i cittadini di apparecchiarsi alle armi. E a che altro tante schiere d'armigeri se non per irrompere sopra Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carità del loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito e uno sgomento, i due cavalieri non si commossero! Tanto furore di parti ottenebrava quelli animi!Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di trasfondere nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir tutta l'onta riversatasi sulla famiglia per la repulsa della mano della Vergiolesi, e conchiudeva doverlo aiutare ad averne vendetta; non foss'altro, diceva, per essere stato a lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro che s'erano macchiati del sangue del fratel suo.Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al palagio de' Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno; perchè costoro in Firenze eran caporali di parte Nera, tanto che avevan ospitato li stessi baroni del Valois. Conferirono brevemente col principale di essi; che, confortatili di grandi speranze, li volle accompagnare fino alla casa di messer Baschiera de' Rossi.Questi, avvisato che Nello de' Fortebracci voleva parlargli, molto si rallegrò nella certezza di aver nuove sicure della sua città.Nella sala dove il de' Rossi accoglievali v'eran pure [pg!88] quattro giovinetti suoi figli, e la nobil consorte. Baschiera stava già per licenziar la famiglia all'entrare de' nuovi venuti; quando invece essi medesimi la pregarono di rimanere. Nello allora espose a Baschiera la sua missione; e con la speranza di essergli accetto, e con tutto il livore d'un rinnegato, lo pregò a nome de' partigiani d'intervenire a Prato al nuovo consiglio: dicendo che fra coloro che ve l'attendevano, ricordasse che v'era quel messer Simone de' Cancellieri, nella cui fortezza a Pistoia i de' Rossi scamparon da morte, sottratti alle ire de' Ghibellini e de' Bianchi.—Ma voi, messer Nello,—affissandolo bene, riprese meravigliato il de' Rossi,—non m'inganno io, no! siete pur quegli che fino al dì d'oggi tenevate il partito de' Bianchi! E venite ora a chiedere a me che unisca al vostro il mio braccio per distrugger quella città che voi stesso abitate? Ricevetti, è vero, dalla parte avversa de' concittadini insulti e danni infiniti! Pur troppo! Mi hanno arse le case... me e la mia famiglia han cacciato in esilio! Ma, che per questo? Sarà lecito adunque vendicar le ingiurie private con le pubbliche? Si esigerebbe dal Cancellieri che mi sdebitassi con lui d'una mia particolar gratitudine, prostituendogli ciò che ho più di sacro, l'affetto pel mio paese? Non giudico io, no, da questo incrudelir delle parti dell'indole d'una intera città. Alla famiglia che meco trassi, e ai parenti che vi lasciava, ho consigliato pazienza finchè le furibonde ire non cessino. E ora!... quando vedo che genti spietate, sospinte solo da private vendette, voglion distrugger la terra che i padri nostri fecero nobile e prosperosa; che chiude le ceneri degli avi miei; la terra ove nacqui, che ho amato ed amo purtanto! quando a metterla a fuoco e fiamme, oltre ad usare le destre lor parricide, hanno invocato contro di lei e di qui stesso vi guidano soldatesche straniere: oh! non sarà mai che si dica che Baschiera de' Rossi porse il braccio a costoro e impugnò le armi a distruggerla! Un fremito anzi m'assale al solo udirne la minacciata sciagura! E mentre carità di lei mi consiglia a reprimere i privati rancori, ira e indignazione cotanta mi han destato le vostre proposte e quelle de' pari vostri, ch'io non [pg!89] esito a rigettarle con orrore e disprezzo. Messer Nello de' Fortebracci mi avete inteso!E ciò detto gli volgeva le spalle, ed entrava dignitoso nella stanza contigua, e con lui la moglie ed i figli; dolenti e come atterriti per simile incontro. Fremente all'opposto e svergognato il Fortebracci, senz'aver alito di dir parola se n'usciva insiem col parente: e di subito lasciata Firenze, a spron battuto riprendevan la via per Prato e Pistoia.[pg!90]

CAPITOLO VII.LA REPULSA E I FUORUSCITI.«E se credessi Turco diventare,Passar lo mare e andare in Turchia,Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,E la vo' rinnegar la fede mia.Cosa diranno la gente di me?Ho rinnegato la fede per te!»——Canti popolari toscani.Ricorderà il lettore che alla festa del primo maggio che descrivemmo, comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito or presentatosi al Fortebracci era costui. Un certo Nuto fiorentino, della parte Guelfa la più accanita, che non appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a Prato, andò a profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che hanno natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far mille parti per servire alla propria; ma a patto però che non manchi loro un grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile che, per uno più pingue, si dessero alla parte contraria. Gli esuli, e i Fiorentini che volevan sapere quali si fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non guardavano a spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben pagato da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia, Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo, alla prima missione, era tornato a tentar la seconda, [pg!78] e questa volta quasi a posta sicura. Ma or più che mai doveva apparirvi con cautela, avendo i rettori della città dato ordini severissimi su qualunque persona che volesse introdurvisi.Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da quest'incontro, se n'uscì tutto solo per veder di distrarsi. Ma quasi ad ogni passo gli ritornavano a gola quelle parole riferitegli dall'incognito, e allora mormorava fra sè:—«Ah sì? Mi sbertano? Mi deridono?»—Troppo acerba puntura era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel cuore superbo, allora sì che lo fece più risoluto di compiere un suo disegno.Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di S. Biagio, e presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di già un vil servo di questa casa, e' gli avea riferito che da qualche giorno un lieve incomodo di salute costringeva la consorte di messer Lippo a starsene in letto. Non impediva però che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo giardinetto. Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo voleva parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante, che gli avrebbe lasciata socchiusa la porticella di strada che metteva nel giardino. Giunta l'ora consueta, Selvaggia era già scesa fra quelle aiole a rivedere i suoi fiori. Ella era sola; perchè la Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, doveva rimanersi presso a sua madre.Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno era visto, spinge la porta, entra, e richiude. Volge un guardo d'intorno siccome un lampo, ma... la donzella non v'è!—Dove mai? m'avrebb'egli ingannato?—Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene della cappella.—Sarebb'ella colà?—E già vi si volge e vi pone il piede; e vi mira infatti, senza essere ancor veduto nè udito, quella cara fanciulla genuflessa dinanzi all'altare, e inclinato il capo sull'inginocchiatoio, supplichevole certo allora per la salute della sua buona madre.—Selvaggia!—appressatosi, con voce convulsa ei le dice—Selvaggia, pietà, pietà di me! Io vi amo, io vi adoro!E mentre ella riscossa si alzava, ed egli:[pg!79] —In nome di quel Dio cui porgete preghiera, Selvaggia, per pietà, non mi rigettate!—Oh! come! Voi qui?—disse ella. E già il primo atto fu quel di fuggire; ma poi consigliata dalla sua dignità, voltasi a lui con disdegno:—Quale audacia!—proruppe.—Quale parole son queste? Nessun dritto io vi ho dato a concepire speranze; tanto meno a una sorpresa siffatta! L'animo mio, di già il sapevate, egli è irremovibile! E ciò vi doveva bastare per lasciarmi in pace, e per sempre!—In pace voi, o Selvaggia! ma il mio cuore ponete in guerra, e crudele! Ve lo giuro! Niuna donna sarà come voi, nella mia casa, ricolma di dovizie e d'onori: niuna... ah! io cado a' vostri piedi: non mi togliete, no, quella speme che ho nutrita fin qui! Non mi guardate così fieramente! Posposto al mio rivale... Oh! allora io... disperato ch'io fossi... a estremi casi... Chi sa?... Voi, e me...—Questo è già troppo!—replicò allora Selvaggia. Ed egli alzatosi:—Le mie parole deh! non guardate!...—Violaste ogni legge d'onesto cavaliere, e questo sacro asilo con un vil sotterfugio! Messer Nello de' Fortebracci, io v'intimo d'uscire!Ed egli allora con un sospiro che parve un gemito:—Oh!! io l'ho voluta dalla vostra bocca la mia sentenza! E sia! partirò; ma non io solo, altri, altri ancora porterà le pene della fatale repulsa!—E ciò detto, sparì.Un bisogno prepotente d'agitarsi, di sfogar lo sdegno represso, d'involarsi a tutti, e fino a se stesso se l'avesse potuto, lo fece giunger d'un tratto alla propria casa, far sellare un cavallo, e via su, spronarlo fuor di città sulla prima strada che aveva dinanzi.E già, varcata la porta Guidi, s'era dato al galoppo sul sentier di levante verso il Castel del Montale. Nè si creda già per l'ampia e pittorica via qual è adesso; alle falde d'un'agevole collina a mezzodì; tutta bella di terren colti, di vigneti e d'ulivi, e popolata di ville; fra le quali siede regina in mezzo al suo parco, co' suoi laghi e i suoi dilettosi [pg!80] giardini, quella denominata di Celle: ma sì per un sentiero stretto e infossato, e fra folta boscaglia; ora in basso e fra gli acquitrini, ora saliente fino al Castel di Pecunia de' Conti Guidi, e a quel del Montale (or diroccati) e all'altro, più alto, di Montemurlo; il primo e l'ultimo a quel tempo, e da circa un mezzo secolo ceduti dai Conti al Comune di Firenze; l'altro poi del Montale venuto da due anni in potere di detto Comune per fiorini tremila, per trattato proditorio con quei di dentro, e per le arti di Pazzino de' Pazzi fiorentino e Guelfo, signore del prossimo fortilizio di Parugiano. Sulla destra poi di questa via distendevasi la pianura, quasi tutta impaludata per i torrenti non arginati, di Brana, di Bure e dell'Agna, che in breve corso precipitando dall'alto, si dilagavano fra sterpeti e fra sabbie. Giù fra questa palude e quasi a mezzodì del castello di Montemurlo, sorgeva in allora un fortilizio di messer Simone de' Cancellieri Neri, che dalla sua situazione si chiamò del Pantano.A un tal punto, dove biforcavan due vie, Nello s'attenne a quella di sotto, e in breve si trovò innanzi al fortilizio suddetto. V'era egli sospinto per brama di mutar partito (se così potrà dirsi, egli che mai non fu legato ad alcuno) o non piuttosto dal demone della gelosia, che pur fuggendo gli sedeva in groppa al destriero, e il perseguiva, e il cacciava fra i suoi avversari ad ottenergli vendetta?Per arrivarvi doveva percorrere un largo e alto argine; e più presso, un lungo ponte di legno, che poggiato con palafitte sopra gli aggalli, superava di poco l'impaludato terreno. Volse allora il destriero per quello. Il rumore che le ferrate zampe produssero su quel ponte, fece dischiudere un pertugio del fortilizio a un famiglio per osservare chi si fosse a quell'ora quel cavalier non atteso. Ma come giunse ed ebbe dato il suo nome, scendeva di sella, e consentitogli tosto l'ingresso, già era innanzi a messer Simone de' Cancellieri. Chi volesse aver idea di costui ricorra alla cronaca di Dino Compagni, e vi leggerà che egli era «uomo di mezza statura, magro e bruno, spietato e crudele, rubatore, e fattore d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati.»[pg!81] —Ah! ah! Anche voi, messer Nello, fate senno alla fine!—gli disse messer Simone.—La vostra presenza qui, in queste mura!... non so davvero a che altro...Sorpreso, incerto, gli occhi stralunati, quasi balbuziente, il Fortebracci potè appena proferire:—Per prender consiglio!Poi con più calma, e pensando con chi parlava:—Nemico che pur si stima per senno, in tempi sì gravi pel proprio paese gli è sempre da consultare.E quei risoluto:—Ma se si stima, convien seguirlo. In tempo, messere, mi capitaste. Fra i molti banditi da quelli scomunicati de' vostri Bianchi, voi sapete che vi ha pure un fratello di vostro padre.—Sì, pur troppo!—Or bene; io era per partire per la Terra di Prato, dove egli mi chiama fra i vostri per questa notte. Piacevi di recarvi da questi altri scomunicati di Pratesi (poichè nel lasciarli volle far loro questa pietosa carezza il conterraneo loro il cardinal Niccolò!) e colà volete voi rivedere il parente; e più che a me, che potrei parer sospetto, affidarvi non altro che a' suoi consigli?—Mi piace.E il Cancellieri:—Il mio cavallo alla porta con quel di messere!—A' suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi nell'obbedire tremavano tutti. Ma il Fortebracci grondava sudore. Un altro ordine: e un'anfora di vin generoso era stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto in arcioni, cavalcarono verso Prato.La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano il cielo. Se quelli spiriti non fossero stati sì fieri e sconvolti, al solo mirarle avrebber dovuto piegarsi a più miti consigli. Ma troppo omai ottenebrati da sì basse passioni, non valevano a sollevarsi alle meraviglie del firmamento.Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano Filippo e di Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera, facevan capo vari fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra eran venuti a confine. Quella notte di cotesti s'eran raccolti in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo Tedici, Rustichello [pg!82] Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte, Giovanni Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le ultime violenze del 1302 contro a' Neri che in Pistoia gli abbatterono e gl'incendiaron le case, se n'era ito in bando a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male a costoro; perchè gli era uno de' magnati della città, e traeva con sè gran consorteria e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal quale attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!Appena che Nello entrò nella sala, i congiurati fecero atto di gran meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote, sebbene di parte avversa, aveva sempre portato affetto, come appena lo vide gli corse incontro, e per alcun poco rimasero abbracciati senza parlare.Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:—Sì, Nello de' Fortebracci io vi presento, o messeri! Nè voi, nè la nobile casa de' Guazzalotri dovrà vergognarsene, spero!—E in questo il superbo caporale de' Neri, fitto un acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il pensiero, e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei sforzavasi d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi orgoglioso.Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di che animo si fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti a difesa volesser tentare. Essi poi giustificavan l'assedio dinanzi a lui come una necessità, per isnidare una volta dalla terra natale un partito avverso, dicevano, non già a loro (s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa Chiesa, della quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene in protezione.—Chi si sarebbe fidato—entrava a dire il Cancellieri con piglio arrogante—di quel cardinal Niccolò, nell'arte di governo astutissimo, che faceva le finte d'esser per la pace fra noi, e nel fatto era poi Ghibellino? Senza l'assedio, pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini terrebbe sempre Pistoia, perchè il degli Uberti ne è signore: e in questo modo noi delle più potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per essa, resteremmo fuori e delusi.[pg!83] Poi con più blanda voce voltosi a Nello:—Ditemi un poco—soggiunse:—separati dalla lega di tante città guelfe della Toscana ridotti deboli e soli, non vedete voi che dovremmo scender per forza a patti umilianti? Oh! meglio dunque venire a un gran fatto. Superati da tanto numero—(ringagliardito il veleno dell'argomento, con tutta l'ira di un Cancellieri, conchiuse)—cotesti maladetti Paterini s'arrenderanno una volta; o, come li scorpioni nel cerchio del fuoco, alla perfine saranno distrutti. Non incendiaron pur essi il mio Castel di Damiata? Oh! che vada, se vuolsi, a fuoco e fiamme la ria città che li accoglie!Pur troppo! Per codesti uomini avidi del potere, il partito era tutto! Vada pur la patria in rovina, ma trionfi il partito! Se non è accetto ai più, se non è conciliabile, che importa? Purchè la somma delle cose non la diriga altra gente che della loro! Altrimenti si faccia ostacolo a tutto ed a tutti!A un aspetto sì truce, alle violenti parole del Cancellieri, ogni volta che co' suoi favellava restavano talmente presi ed ammaliati, da non aver coraggio, anco volendo, di contradirlo. Rimaser però i convenuti in un assoluto silenzio. Nello poi a que' detti finì di vincere ogni incertezza non solo ma si sentì apprendere nell'intime viscere tutte le fiamme vendicative de' Neri. Sol dopo un poco il Guazzalotri riprese a parlare; e frattanto per una lettera che lì pervenivagli, annunziava con compiacenza l'arrivo a Firenze d'una parte delle milizie straniere.Ma il Cancellieri, sospettoso di tutto e di tutti, non sapeva darsi ragione dell'assenza, verificatasi anche altra volta, di Baschiera de' Rossi, e richiamava alla mente qualche dubbio discorso proferito dai suoi consorti.—No—disse egli,—qui sotto qualche trama v'è ascosa! Messeri, io vi propongo che non più per lettera ma per persone che gli favellino, la sua fede ci sia manifesta. Nè meglio a tal uopo io crederei, se vi piace, che affidarne l'ambasceria a questi nostri consorti, Loste e Nello de' Fortebracci.Non fu appena detto, che tutti gliel consentirono.[pg!84] —Così—sorse a dire il Tedici—se alcuno de' Bianchi (che a Firenze ve n'ha pur troppo anche adesso) gli avesse rappresentato a malizia lo stato di nostra città, ei da Nello in special modo ne sarà informato a dovere.—E saprà—soggiungeva il Panciatichi,—che è necessario ogni sforzo, e il più formidabile perchè più presto la città debba arrendersi.E il Cancellieri—A noi poi a provvedere, venuta che sia in poter nostro! Voi dunque—voltosi ai Fortebracci—partirete subitamente. E direte al De' Rossi di che volere ci abbiate trovati, e che il suo apertamente vogliamo conoscere, o che venga qui ad un nuovo consiglio, o che lo affidi a voi stessi. Non è così che farete?—Sibbene—risposero i Fortebracci,—e presto n'avrete la sua risposta.Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i fuorusciti armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata omai la propria parte, sentiva il bisogno d'esser ad ogni evento tutelato dall'altra: tanto più che covava in seno tante vendette. Essi però l'accertarono che non solo gli sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere, dell'opera sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone condegno.La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano già per le vie di Firenze. Lasciati dietro a sè i forti castelli di Brozzi, di Peretola e di S. Donnino, v'entravan per la porta detta della Carraia del secondo cerchio, chè solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel borgo antico di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per mezzo ad alti palagi nè a pubblici edifizi maravigliosi, che pochi anni dopo dovean rendere Firenze fra le città italiane, per isfoggio di arti belle, singolare da tutte. Non cupole ancora, non templi pregiati per opere architettoniche; ma brune altissime torri sorgevano intorno alle mura, e sulle case de' grandi. I più de' quali però le avevano in anguste vie, e umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora serbavano le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi [pg!85] avevan nome, non già da un palazzo più elevato e sfarzoso, ma dalle patrie virtù e dalle molte ricchezze, che procacciavano a sè ed al popolo coi commerci e l'industrie d'ogni maniera. In mezzo alle civili discordie, sicchè molti eran morti o banditi, e il Comune troppo spesso de' suoi migliori s'assottigliava, pareva che la virtù e il genio de' pochi superstiti ogni dì più si afforzasse a dar prove d'affetto alla patria, tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca, forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite in altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami, e cui le leggi accordavano privilegi speciali, perchè altri non si vantaggiasse di ciò che la pratica e il genio de' suoi cultori sapeva inventare.Questi ordinamenti, opposti del tutto alle libertà delle odierne nazioni, erano per quei tempi i più appropriati; non potendo l'individuo isolato esser protetto da que' governi troppo piccoli ed imperfetti, e solo nelle corporazioni trovando quella forza e quell'incremento di che abbisognavano. Oltre che il lavoro fu elevato per esse a tal grado di nobiltà, che mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze, nell'interno poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici impieghi.A convincersi di tanta operosità bastava percorrere certe vie di Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia, per Calimala, per Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo d'officine: dove le molte arti, che diedero fino il nome alle dette vie, in ispecie quelle della lana e della seta, tenevano occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a comprare ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan mercanti d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di tintorie si noveravano in questo tempo da dugento botteghe, che impannavano ogni anno da settanta in ottantamila pezze di panni lani pel valore di un milione e dugentomila fiorini d'oro, dando lavoro e sussistenza a più di trentamila persone.Non è però meraviglia se in tanta prosperità di commerci, d'industrie, e di banche (sui primi del secoloXIVcirca ottanta) che prestavano a principi, e già davano idea di prestiti dello Stato, come fra le altre le banche ricchissime degli [pg!86] Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine fra tanta grandezza di vita politica; in breve per opera del Comune, degli artieri e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i più portentosi.A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano già vari ponti, dal primo presso la porta della Carraia nel decorso anno distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni da Campi ricostruiva: ed eran gli altri, di Santa Trinita, del Pontevecchio, e l'ultimo di Rubaconte, che con più fausto e caro nome s'appella or delle Grazie. Era allora che Arnolfo aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore, che poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano quasi a un tempo quelle del palazzo della Signoria e del tempio di Santa Croce: e per opera di tali architetti, il cui nome durerà celebrato quanto quei monumenti! E questi, come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la torre e la chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella di Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio del Brunellesco; mentre rimangono ad attestare quale e quanto fosse il valor di coloro che gli idearono, appalesano per egual modo il pensiero religioso e la grandezza del popolo che li commetteva. Tale apparve allora Firenze, cuna di libertà, delle arti belle e industriali, e della letteratura nazionale; denominata a ragione lanobil figlia di Roma, e che fin da quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredità di sua madre e vincerne lo splendore.Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla Carraia, e l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per mano di Neri Abati, sicchè dal Duomo a Or' San Michele e di seguito fino al Pontevecchio, circa a 1700 case e fra queste molte officine e mercanzie furon distrutte, allo sguardo de' nostri viaggiatori facevano apparir la città in un manifesto squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto danno n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono più che ad allestire le proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta. Basti dire che per raccoglier soldati (narra lo Stefani nelle Storie fiorentine) fecero iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70 [pg!87] anni, tanto magnati che popolani, della città e del distretto e li provvidero d'armi e di soldo. La città aveva allora più di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre trentamila cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare e tornar dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di Calabria allora arrivato. Presso del quale, come insignito del supremo comando, tutti i cittadini assoldavansi e si addestravano al maneggio delle armi: e quali al corso, quali altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in simili altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli apprestamenti guerreschi, da città a città, e in sì breve distanza! Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella grossa campana che a Firenze chiamavasi la Martinella, per avvertire i cittadini di apparecchiarsi alle armi. E a che altro tante schiere d'armigeri se non per irrompere sopra Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carità del loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito e uno sgomento, i due cavalieri non si commossero! Tanto furore di parti ottenebrava quelli animi!Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di trasfondere nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir tutta l'onta riversatasi sulla famiglia per la repulsa della mano della Vergiolesi, e conchiudeva doverlo aiutare ad averne vendetta; non foss'altro, diceva, per essere stato a lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro che s'erano macchiati del sangue del fratel suo.Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al palagio de' Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno; perchè costoro in Firenze eran caporali di parte Nera, tanto che avevan ospitato li stessi baroni del Valois. Conferirono brevemente col principale di essi; che, confortatili di grandi speranze, li volle accompagnare fino alla casa di messer Baschiera de' Rossi.Questi, avvisato che Nello de' Fortebracci voleva parlargli, molto si rallegrò nella certezza di aver nuove sicure della sua città.Nella sala dove il de' Rossi accoglievali v'eran pure [pg!88] quattro giovinetti suoi figli, e la nobil consorte. Baschiera stava già per licenziar la famiglia all'entrare de' nuovi venuti; quando invece essi medesimi la pregarono di rimanere. Nello allora espose a Baschiera la sua missione; e con la speranza di essergli accetto, e con tutto il livore d'un rinnegato, lo pregò a nome de' partigiani d'intervenire a Prato al nuovo consiglio: dicendo che fra coloro che ve l'attendevano, ricordasse che v'era quel messer Simone de' Cancellieri, nella cui fortezza a Pistoia i de' Rossi scamparon da morte, sottratti alle ire de' Ghibellini e de' Bianchi.—Ma voi, messer Nello,—affissandolo bene, riprese meravigliato il de' Rossi,—non m'inganno io, no! siete pur quegli che fino al dì d'oggi tenevate il partito de' Bianchi! E venite ora a chiedere a me che unisca al vostro il mio braccio per distrugger quella città che voi stesso abitate? Ricevetti, è vero, dalla parte avversa de' concittadini insulti e danni infiniti! Pur troppo! Mi hanno arse le case... me e la mia famiglia han cacciato in esilio! Ma, che per questo? Sarà lecito adunque vendicar le ingiurie private con le pubbliche? Si esigerebbe dal Cancellieri che mi sdebitassi con lui d'una mia particolar gratitudine, prostituendogli ciò che ho più di sacro, l'affetto pel mio paese? Non giudico io, no, da questo incrudelir delle parti dell'indole d'una intera città. Alla famiglia che meco trassi, e ai parenti che vi lasciava, ho consigliato pazienza finchè le furibonde ire non cessino. E ora!... quando vedo che genti spietate, sospinte solo da private vendette, voglion distrugger la terra che i padri nostri fecero nobile e prosperosa; che chiude le ceneri degli avi miei; la terra ove nacqui, che ho amato ed amo purtanto! quando a metterla a fuoco e fiamme, oltre ad usare le destre lor parricide, hanno invocato contro di lei e di qui stesso vi guidano soldatesche straniere: oh! non sarà mai che si dica che Baschiera de' Rossi porse il braccio a costoro e impugnò le armi a distruggerla! Un fremito anzi m'assale al solo udirne la minacciata sciagura! E mentre carità di lei mi consiglia a reprimere i privati rancori, ira e indignazione cotanta mi han destato le vostre proposte e quelle de' pari vostri, ch'io non [pg!89] esito a rigettarle con orrore e disprezzo. Messer Nello de' Fortebracci mi avete inteso!E ciò detto gli volgeva le spalle, ed entrava dignitoso nella stanza contigua, e con lui la moglie ed i figli; dolenti e come atterriti per simile incontro. Fremente all'opposto e svergognato il Fortebracci, senz'aver alito di dir parola se n'usciva insiem col parente: e di subito lasciata Firenze, a spron battuto riprendevan la via per Prato e Pistoia.[pg!90]

LA REPULSA E I FUORUSCITI.

«E se credessi Turco diventare,Passar lo mare e andare in Turchia,Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,E la vo' rinnegar la fede mia.Cosa diranno la gente di me?Ho rinnegato la fede per te!»——Canti popolari toscani.

«E se credessi Turco diventare,Passar lo mare e andare in Turchia,Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,E la vo' rinnegar la fede mia.Cosa diranno la gente di me?Ho rinnegato la fede per te!»

«E se credessi Turco diventare,

Passar lo mare e andare in Turchia,Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,E la vo' rinnegar la fede mia.Cosa diranno la gente di me?Ho rinnegato la fede per te!»

Passar lo mare e andare in Turchia,

Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,

E la vo' rinnegar la fede mia.

Cosa diranno la gente di me?

Ho rinnegato la fede per te!»

——Canti popolari toscani.

Ricorderà il lettore che alla festa del primo maggio che descrivemmo, comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito or presentatosi al Fortebracci era costui. Un certo Nuto fiorentino, della parte Guelfa la più accanita, che non appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a Prato, andò a profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che hanno natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far mille parti per servire alla propria; ma a patto però che non manchi loro un grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile che, per uno più pingue, si dessero alla parte contraria. Gli esuli, e i Fiorentini che volevan sapere quali si fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non guardavano a spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben pagato da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia, Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo, alla prima missione, era tornato a tentar la seconda, [pg!78] e questa volta quasi a posta sicura. Ma or più che mai doveva apparirvi con cautela, avendo i rettori della città dato ordini severissimi su qualunque persona che volesse introdurvisi.

Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da quest'incontro, se n'uscì tutto solo per veder di distrarsi. Ma quasi ad ogni passo gli ritornavano a gola quelle parole riferitegli dall'incognito, e allora mormorava fra sè:—«Ah sì? Mi sbertano? Mi deridono?»—Troppo acerba puntura era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel cuore superbo, allora sì che lo fece più risoluto di compiere un suo disegno.

Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di S. Biagio, e presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di già un vil servo di questa casa, e' gli avea riferito che da qualche giorno un lieve incomodo di salute costringeva la consorte di messer Lippo a starsene in letto. Non impediva però che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo giardinetto. Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo voleva parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante, che gli avrebbe lasciata socchiusa la porticella di strada che metteva nel giardino. Giunta l'ora consueta, Selvaggia era già scesa fra quelle aiole a rivedere i suoi fiori. Ella era sola; perchè la Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, doveva rimanersi presso a sua madre.

Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno era visto, spinge la porta, entra, e richiude. Volge un guardo d'intorno siccome un lampo, ma... la donzella non v'è!—Dove mai? m'avrebb'egli ingannato?—

Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene della cappella.—Sarebb'ella colà?—E già vi si volge e vi pone il piede; e vi mira infatti, senza essere ancor veduto nè udito, quella cara fanciulla genuflessa dinanzi all'altare, e inclinato il capo sull'inginocchiatoio, supplichevole certo allora per la salute della sua buona madre.

—Selvaggia!—appressatosi, con voce convulsa ei le dice—Selvaggia, pietà, pietà di me! Io vi amo, io vi adoro!

E mentre ella riscossa si alzava, ed egli:

[pg!79] —In nome di quel Dio cui porgete preghiera, Selvaggia, per pietà, non mi rigettate!

—Oh! come! Voi qui?—disse ella. E già il primo atto fu quel di fuggire; ma poi consigliata dalla sua dignità, voltasi a lui con disdegno:

—Quale audacia!—proruppe.—Quale parole son queste? Nessun dritto io vi ho dato a concepire speranze; tanto meno a una sorpresa siffatta! L'animo mio, di già il sapevate, egli è irremovibile! E ciò vi doveva bastare per lasciarmi in pace, e per sempre!

—In pace voi, o Selvaggia! ma il mio cuore ponete in guerra, e crudele! Ve lo giuro! Niuna donna sarà come voi, nella mia casa, ricolma di dovizie e d'onori: niuna... ah! io cado a' vostri piedi: non mi togliete, no, quella speme che ho nutrita fin qui! Non mi guardate così fieramente! Posposto al mio rivale... Oh! allora io... disperato ch'io fossi... a estremi casi... Chi sa?... Voi, e me...

—Questo è già troppo!—replicò allora Selvaggia. Ed egli alzatosi:

—Le mie parole deh! non guardate!...

—Violaste ogni legge d'onesto cavaliere, e questo sacro asilo con un vil sotterfugio! Messer Nello de' Fortebracci, io v'intimo d'uscire!

Ed egli allora con un sospiro che parve un gemito:

—Oh!! io l'ho voluta dalla vostra bocca la mia sentenza! E sia! partirò; ma non io solo, altri, altri ancora porterà le pene della fatale repulsa!—E ciò detto, sparì.

Un bisogno prepotente d'agitarsi, di sfogar lo sdegno represso, d'involarsi a tutti, e fino a se stesso se l'avesse potuto, lo fece giunger d'un tratto alla propria casa, far sellare un cavallo, e via su, spronarlo fuor di città sulla prima strada che aveva dinanzi.

E già, varcata la porta Guidi, s'era dato al galoppo sul sentier di levante verso il Castel del Montale. Nè si creda già per l'ampia e pittorica via qual è adesso; alle falde d'un'agevole collina a mezzodì; tutta bella di terren colti, di vigneti e d'ulivi, e popolata di ville; fra le quali siede regina in mezzo al suo parco, co' suoi laghi e i suoi dilettosi [pg!80] giardini, quella denominata di Celle: ma sì per un sentiero stretto e infossato, e fra folta boscaglia; ora in basso e fra gli acquitrini, ora saliente fino al Castel di Pecunia de' Conti Guidi, e a quel del Montale (or diroccati) e all'altro, più alto, di Montemurlo; il primo e l'ultimo a quel tempo, e da circa un mezzo secolo ceduti dai Conti al Comune di Firenze; l'altro poi del Montale venuto da due anni in potere di detto Comune per fiorini tremila, per trattato proditorio con quei di dentro, e per le arti di Pazzino de' Pazzi fiorentino e Guelfo, signore del prossimo fortilizio di Parugiano. Sulla destra poi di questa via distendevasi la pianura, quasi tutta impaludata per i torrenti non arginati, di Brana, di Bure e dell'Agna, che in breve corso precipitando dall'alto, si dilagavano fra sterpeti e fra sabbie. Giù fra questa palude e quasi a mezzodì del castello di Montemurlo, sorgeva in allora un fortilizio di messer Simone de' Cancellieri Neri, che dalla sua situazione si chiamò del Pantano.

A un tal punto, dove biforcavan due vie, Nello s'attenne a quella di sotto, e in breve si trovò innanzi al fortilizio suddetto. V'era egli sospinto per brama di mutar partito (se così potrà dirsi, egli che mai non fu legato ad alcuno) o non piuttosto dal demone della gelosia, che pur fuggendo gli sedeva in groppa al destriero, e il perseguiva, e il cacciava fra i suoi avversari ad ottenergli vendetta?

Per arrivarvi doveva percorrere un largo e alto argine; e più presso, un lungo ponte di legno, che poggiato con palafitte sopra gli aggalli, superava di poco l'impaludato terreno. Volse allora il destriero per quello. Il rumore che le ferrate zampe produssero su quel ponte, fece dischiudere un pertugio del fortilizio a un famiglio per osservare chi si fosse a quell'ora quel cavalier non atteso. Ma come giunse ed ebbe dato il suo nome, scendeva di sella, e consentitogli tosto l'ingresso, già era innanzi a messer Simone de' Cancellieri. Chi volesse aver idea di costui ricorra alla cronaca di Dino Compagni, e vi leggerà che egli era «uomo di mezza statura, magro e bruno, spietato e crudele, rubatore, e fattore d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati.»

[pg!81] —Ah! ah! Anche voi, messer Nello, fate senno alla fine!—gli disse messer Simone.—La vostra presenza qui, in queste mura!... non so davvero a che altro...

Sorpreso, incerto, gli occhi stralunati, quasi balbuziente, il Fortebracci potè appena proferire:

—Per prender consiglio!

Poi con più calma, e pensando con chi parlava:

—Nemico che pur si stima per senno, in tempi sì gravi pel proprio paese gli è sempre da consultare.

E quei risoluto:—Ma se si stima, convien seguirlo. In tempo, messere, mi capitaste. Fra i molti banditi da quelli scomunicati de' vostri Bianchi, voi sapete che vi ha pure un fratello di vostro padre.

—Sì, pur troppo!

—Or bene; io era per partire per la Terra di Prato, dove egli mi chiama fra i vostri per questa notte. Piacevi di recarvi da questi altri scomunicati di Pratesi (poichè nel lasciarli volle far loro questa pietosa carezza il conterraneo loro il cardinal Niccolò!) e colà volete voi rivedere il parente; e più che a me, che potrei parer sospetto, affidarvi non altro che a' suoi consigli?

—Mi piace.

E il Cancellieri:—Il mio cavallo alla porta con quel di messere!—A' suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi nell'obbedire tremavano tutti. Ma il Fortebracci grondava sudore. Un altro ordine: e un'anfora di vin generoso era stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto in arcioni, cavalcarono verso Prato.

La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano il cielo. Se quelli spiriti non fossero stati sì fieri e sconvolti, al solo mirarle avrebber dovuto piegarsi a più miti consigli. Ma troppo omai ottenebrati da sì basse passioni, non valevano a sollevarsi alle meraviglie del firmamento.

Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano Filippo e di Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera, facevan capo vari fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra eran venuti a confine. Quella notte di cotesti s'eran raccolti in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo Tedici, Rustichello [pg!82] Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte, Giovanni Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le ultime violenze del 1302 contro a' Neri che in Pistoia gli abbatterono e gl'incendiaron le case, se n'era ito in bando a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male a costoro; perchè gli era uno de' magnati della città, e traeva con sè gran consorteria e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal quale attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!

Appena che Nello entrò nella sala, i congiurati fecero atto di gran meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote, sebbene di parte avversa, aveva sempre portato affetto, come appena lo vide gli corse incontro, e per alcun poco rimasero abbracciati senza parlare.

Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:—Sì, Nello de' Fortebracci io vi presento, o messeri! Nè voi, nè la nobile casa de' Guazzalotri dovrà vergognarsene, spero!—E in questo il superbo caporale de' Neri, fitto un acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il pensiero, e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei sforzavasi d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi orgoglioso.

Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di che animo si fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti a difesa volesser tentare. Essi poi giustificavan l'assedio dinanzi a lui come una necessità, per isnidare una volta dalla terra natale un partito avverso, dicevano, non già a loro (s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa Chiesa, della quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene in protezione.

—Chi si sarebbe fidato—entrava a dire il Cancellieri con piglio arrogante—di quel cardinal Niccolò, nell'arte di governo astutissimo, che faceva le finte d'esser per la pace fra noi, e nel fatto era poi Ghibellino? Senza l'assedio, pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini terrebbe sempre Pistoia, perchè il degli Uberti ne è signore: e in questo modo noi delle più potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per essa, resteremmo fuori e delusi.

[pg!83] Poi con più blanda voce voltosi a Nello:

—Ditemi un poco—soggiunse:—separati dalla lega di tante città guelfe della Toscana ridotti deboli e soli, non vedete voi che dovremmo scender per forza a patti umilianti? Oh! meglio dunque venire a un gran fatto. Superati da tanto numero—(ringagliardito il veleno dell'argomento, con tutta l'ira di un Cancellieri, conchiuse)—cotesti maladetti Paterini s'arrenderanno una volta; o, come li scorpioni nel cerchio del fuoco, alla perfine saranno distrutti. Non incendiaron pur essi il mio Castel di Damiata? Oh! che vada, se vuolsi, a fuoco e fiamme la ria città che li accoglie!

Pur troppo! Per codesti uomini avidi del potere, il partito era tutto! Vada pur la patria in rovina, ma trionfi il partito! Se non è accetto ai più, se non è conciliabile, che importa? Purchè la somma delle cose non la diriga altra gente che della loro! Altrimenti si faccia ostacolo a tutto ed a tutti!

A un aspetto sì truce, alle violenti parole del Cancellieri, ogni volta che co' suoi favellava restavano talmente presi ed ammaliati, da non aver coraggio, anco volendo, di contradirlo. Rimaser però i convenuti in un assoluto silenzio. Nello poi a que' detti finì di vincere ogni incertezza non solo ma si sentì apprendere nell'intime viscere tutte le fiamme vendicative de' Neri. Sol dopo un poco il Guazzalotri riprese a parlare; e frattanto per una lettera che lì pervenivagli, annunziava con compiacenza l'arrivo a Firenze d'una parte delle milizie straniere.

Ma il Cancellieri, sospettoso di tutto e di tutti, non sapeva darsi ragione dell'assenza, verificatasi anche altra volta, di Baschiera de' Rossi, e richiamava alla mente qualche dubbio discorso proferito dai suoi consorti.

—No—disse egli,—qui sotto qualche trama v'è ascosa! Messeri, io vi propongo che non più per lettera ma per persone che gli favellino, la sua fede ci sia manifesta. Nè meglio a tal uopo io crederei, se vi piace, che affidarne l'ambasceria a questi nostri consorti, Loste e Nello de' Fortebracci.

Non fu appena detto, che tutti gliel consentirono.

[pg!84] —Così—sorse a dire il Tedici—se alcuno de' Bianchi (che a Firenze ve n'ha pur troppo anche adesso) gli avesse rappresentato a malizia lo stato di nostra città, ei da Nello in special modo ne sarà informato a dovere.

—E saprà—soggiungeva il Panciatichi,—che è necessario ogni sforzo, e il più formidabile perchè più presto la città debba arrendersi.

E il Cancellieri—A noi poi a provvedere, venuta che sia in poter nostro! Voi dunque—voltosi ai Fortebracci—partirete subitamente. E direte al De' Rossi di che volere ci abbiate trovati, e che il suo apertamente vogliamo conoscere, o che venga qui ad un nuovo consiglio, o che lo affidi a voi stessi. Non è così che farete?

—Sibbene—risposero i Fortebracci,—e presto n'avrete la sua risposta.

Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i fuorusciti armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata omai la propria parte, sentiva il bisogno d'esser ad ogni evento tutelato dall'altra: tanto più che covava in seno tante vendette. Essi però l'accertarono che non solo gli sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere, dell'opera sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone condegno.

La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano già per le vie di Firenze. Lasciati dietro a sè i forti castelli di Brozzi, di Peretola e di S. Donnino, v'entravan per la porta detta della Carraia del secondo cerchio, chè solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel borgo antico di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per mezzo ad alti palagi nè a pubblici edifizi maravigliosi, che pochi anni dopo dovean rendere Firenze fra le città italiane, per isfoggio di arti belle, singolare da tutte. Non cupole ancora, non templi pregiati per opere architettoniche; ma brune altissime torri sorgevano intorno alle mura, e sulle case de' grandi. I più de' quali però le avevano in anguste vie, e umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora serbavano le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi [pg!85] avevan nome, non già da un palazzo più elevato e sfarzoso, ma dalle patrie virtù e dalle molte ricchezze, che procacciavano a sè ed al popolo coi commerci e l'industrie d'ogni maniera. In mezzo alle civili discordie, sicchè molti eran morti o banditi, e il Comune troppo spesso de' suoi migliori s'assottigliava, pareva che la virtù e il genio de' pochi superstiti ogni dì più si afforzasse a dar prove d'affetto alla patria, tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca, forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite in altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami, e cui le leggi accordavano privilegi speciali, perchè altri non si vantaggiasse di ciò che la pratica e il genio de' suoi cultori sapeva inventare.

Questi ordinamenti, opposti del tutto alle libertà delle odierne nazioni, erano per quei tempi i più appropriati; non potendo l'individuo isolato esser protetto da que' governi troppo piccoli ed imperfetti, e solo nelle corporazioni trovando quella forza e quell'incremento di che abbisognavano. Oltre che il lavoro fu elevato per esse a tal grado di nobiltà, che mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze, nell'interno poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici impieghi.

A convincersi di tanta operosità bastava percorrere certe vie di Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia, per Calimala, per Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo d'officine: dove le molte arti, che diedero fino il nome alle dette vie, in ispecie quelle della lana e della seta, tenevano occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a comprare ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan mercanti d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di tintorie si noveravano in questo tempo da dugento botteghe, che impannavano ogni anno da settanta in ottantamila pezze di panni lani pel valore di un milione e dugentomila fiorini d'oro, dando lavoro e sussistenza a più di trentamila persone.

Non è però meraviglia se in tanta prosperità di commerci, d'industrie, e di banche (sui primi del secoloXIVcirca ottanta) che prestavano a principi, e già davano idea di prestiti dello Stato, come fra le altre le banche ricchissime degli [pg!86] Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine fra tanta grandezza di vita politica; in breve per opera del Comune, degli artieri e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i più portentosi.

A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano già vari ponti, dal primo presso la porta della Carraia nel decorso anno distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni da Campi ricostruiva: ed eran gli altri, di Santa Trinita, del Pontevecchio, e l'ultimo di Rubaconte, che con più fausto e caro nome s'appella or delle Grazie. Era allora che Arnolfo aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore, che poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano quasi a un tempo quelle del palazzo della Signoria e del tempio di Santa Croce: e per opera di tali architetti, il cui nome durerà celebrato quanto quei monumenti! E questi, come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la torre e la chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella di Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio del Brunellesco; mentre rimangono ad attestare quale e quanto fosse il valor di coloro che gli idearono, appalesano per egual modo il pensiero religioso e la grandezza del popolo che li commetteva. Tale apparve allora Firenze, cuna di libertà, delle arti belle e industriali, e della letteratura nazionale; denominata a ragione lanobil figlia di Roma, e che fin da quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredità di sua madre e vincerne lo splendore.

Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla Carraia, e l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per mano di Neri Abati, sicchè dal Duomo a Or' San Michele e di seguito fino al Pontevecchio, circa a 1700 case e fra queste molte officine e mercanzie furon distrutte, allo sguardo de' nostri viaggiatori facevano apparir la città in un manifesto squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto danno n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono più che ad allestire le proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta. Basti dire che per raccoglier soldati (narra lo Stefani nelle Storie fiorentine) fecero iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70 [pg!87] anni, tanto magnati che popolani, della città e del distretto e li provvidero d'armi e di soldo. La città aveva allora più di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre trentamila cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare e tornar dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di Calabria allora arrivato. Presso del quale, come insignito del supremo comando, tutti i cittadini assoldavansi e si addestravano al maneggio delle armi: e quali al corso, quali altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in simili altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli apprestamenti guerreschi, da città a città, e in sì breve distanza! Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella grossa campana che a Firenze chiamavasi la Martinella, per avvertire i cittadini di apparecchiarsi alle armi. E a che altro tante schiere d'armigeri se non per irrompere sopra Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carità del loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito e uno sgomento, i due cavalieri non si commossero! Tanto furore di parti ottenebrava quelli animi!

Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di trasfondere nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir tutta l'onta riversatasi sulla famiglia per la repulsa della mano della Vergiolesi, e conchiudeva doverlo aiutare ad averne vendetta; non foss'altro, diceva, per essere stato a lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro che s'erano macchiati del sangue del fratel suo.

Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al palagio de' Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno; perchè costoro in Firenze eran caporali di parte Nera, tanto che avevan ospitato li stessi baroni del Valois. Conferirono brevemente col principale di essi; che, confortatili di grandi speranze, li volle accompagnare fino alla casa di messer Baschiera de' Rossi.

Questi, avvisato che Nello de' Fortebracci voleva parlargli, molto si rallegrò nella certezza di aver nuove sicure della sua città.

Nella sala dove il de' Rossi accoglievali v'eran pure [pg!88] quattro giovinetti suoi figli, e la nobil consorte. Baschiera stava già per licenziar la famiglia all'entrare de' nuovi venuti; quando invece essi medesimi la pregarono di rimanere. Nello allora espose a Baschiera la sua missione; e con la speranza di essergli accetto, e con tutto il livore d'un rinnegato, lo pregò a nome de' partigiani d'intervenire a Prato al nuovo consiglio: dicendo che fra coloro che ve l'attendevano, ricordasse che v'era quel messer Simone de' Cancellieri, nella cui fortezza a Pistoia i de' Rossi scamparon da morte, sottratti alle ire de' Ghibellini e de' Bianchi.—Ma voi, messer Nello,—affissandolo bene, riprese meravigliato il de' Rossi,—non m'inganno io, no! siete pur quegli che fino al dì d'oggi tenevate il partito de' Bianchi! E venite ora a chiedere a me che unisca al vostro il mio braccio per distrugger quella città che voi stesso abitate? Ricevetti, è vero, dalla parte avversa de' concittadini insulti e danni infiniti! Pur troppo! Mi hanno arse le case... me e la mia famiglia han cacciato in esilio! Ma, che per questo? Sarà lecito adunque vendicar le ingiurie private con le pubbliche? Si esigerebbe dal Cancellieri che mi sdebitassi con lui d'una mia particolar gratitudine, prostituendogli ciò che ho più di sacro, l'affetto pel mio paese? Non giudico io, no, da questo incrudelir delle parti dell'indole d'una intera città. Alla famiglia che meco trassi, e ai parenti che vi lasciava, ho consigliato pazienza finchè le furibonde ire non cessino. E ora!... quando vedo che genti spietate, sospinte solo da private vendette, voglion distrugger la terra che i padri nostri fecero nobile e prosperosa; che chiude le ceneri degli avi miei; la terra ove nacqui, che ho amato ed amo purtanto! quando a metterla a fuoco e fiamme, oltre ad usare le destre lor parricide, hanno invocato contro di lei e di qui stesso vi guidano soldatesche straniere: oh! non sarà mai che si dica che Baschiera de' Rossi porse il braccio a costoro e impugnò le armi a distruggerla! Un fremito anzi m'assale al solo udirne la minacciata sciagura! E mentre carità di lei mi consiglia a reprimere i privati rancori, ira e indignazione cotanta mi han destato le vostre proposte e quelle de' pari vostri, ch'io non [pg!89] esito a rigettarle con orrore e disprezzo. Messer Nello de' Fortebracci mi avete inteso!

E ciò detto gli volgeva le spalle, ed entrava dignitoso nella stanza contigua, e con lui la moglie ed i figli; dolenti e come atterriti per simile incontro. Fremente all'opposto e svergognato il Fortebracci, senz'aver alito di dir parola se n'usciva insiem col parente: e di subito lasciata Firenze, a spron battuto riprendevan la via per Prato e Pistoia.

[pg!90]


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