CAPITOLO VIII.UN PRIMO SCONTRO.«I' vidi già cavalier mover campoE cominciare stormo, e far loro mostra,E talvolta partir per loro scampo.»——Dante,Inferno, Canto XXII.Una mattina, che era quella del 20 maggio, sulla prim'alba la città di Pistoia s'era tutta riscossa, sentendo battere a tocchi la campana dell'arme. Che è che non è, i cittadini quanti erano atti a portar picche e balestre e a cinger la spada, s'eran raccolti sulla piazza del Duomo. Di lì a poco, tra qui e per le vie più larghe vi si potevan contare circa due migliaia di fanti, e fra questi un buon numero di frombolieri Larcianesi, e un trecento a cavallo. De' cavalieri poi era per accrescersi il numero con que' del contado. Gli araldi fino dal giorno innanzi erano stati inviati per tutto il territorio a far la chiamata de' già iscritti per ogni piviere, per raccogliersi in città sotto i lor capitani e connestabili in tante compagnie guidate da' lor centurioni, e che si denominavan dal luogo dov'erano tratte. I più facoltosi della città e del contado costituivan la milizia a cavallo, quale doveva il milite mantenere a proprie spese di tutto punto. I cavalieri conducevano diversi cavalli, e più donzelli e valletti a piedi.Nonostante che un imminente pericolo fosse già preveduto, un subitaneo terrore occupò i cuori di tutti. Le donne del popolo a quell'ora impensata sopraffatte e smarrite, balzavan [pg!91] dal letto, s'affacciavano alle finestre, e si chiedevano l'una l'altra—che sarà mai!—Che Dio ce li scampi i nostri poveri uomini! Entro le case un andirivieni di lumi qua e là, su e giù per le stanze: un vederli trasparire anche su pei veroni; e gente spenzolata a mirar nella strada: e ogni tanto udir qualche grido e qualche lamento di quelle misere.Eccole poi a fretta e scarmigliate scender giù sulla via e appostare chi prima lor capitava. E mentre i parenti armati passavan loro dinanzi, era un interrogarsi e un breve rispondere; un parlar tra ignoti come fosser noti: quindi un raccogliersi a drappelli, e far fra di essi i più tristi prognostici. Le madri, per un loro presentimento, più di tutte si desolavano. Dovevan vedersi partir su d'un subito i propri figli; e molti senza dar loro neppure un abbraccio per non affliggerle di soverchio, e per non farsi venir meno il coraggio, risoluti com'erano que' generosi d'andare incontro alla morte pur di difendere la propria città!E davvero che il momento terribile era arrivato! Il capitano generale pe' suoi esploratori, de' quali da vari giorni era un andare e venire, aveva potuto accertarsi che in quella mattina il nemico sarebbe venuto a oste sopra Pistoia. E infatti sul prim'albore un altro corriere era giunto che riferivagli, come il campo nemico s'era già mosso da Firenze tenendo la via di Prato; da dove, fatto alto per poco, doveva poi a gran passi piombar su Pistoia. Ma il dell'Uberti non era uomo da lasciarsi sorprendere. Per questo subito avea fatto l'appello delle cittadine milizie. Aveva poi adunati la sera innanzi tutti i capitani e i connestabili, affidati gli uffici, e da qualche giorno raccolti i militi de' castelli vicini con più cavalli che fosse possibile, e tutto disposto per far fronte al nemico. Ne sapeva già il numero, e la via che avrebbe preso; e solo ora premevagli di stabilire con quante forze e dove meglio si poteva respingere. Poco o nulla valeva allora la conoscenza de' movimenti strategici d'un esercito, quando la forza individuale in quelle battaglie era tutto. Non già le artiglierie (non ancora inventate), e neppur le fanterie eran per loro, come di presente, il nerbo e il poter di un esercito. Ma in campo aperto più che altro la cavalleria; [pg!92] negli assedi le valide mura, i molti viveri e la costanza nella difesa.Stava il capitano nel suo palazzo in mezzo a' suoi ufficiali a spedir ordini per ogni dove, per poi salire anch'esso a cavallo alla testa delle sue schiere, allorchè arrivatovi il capitan Fredi, gli domandò con premura:—Siamo noi sicuri d'una forte schiera di feritori, primi a far impeto sul nemico?—Capitano, ne potete esser certo. Le nostre milizie son tutte in armi.—I cavalieri?—Assai valenti.—Chiedeste loro quali volessero essere all'antiguardo?E quegli:—Bastò la dimanda perchè tutte le compagnie si profferissero come un sol uomo per ambir quest'onore. Sicchè ho creduto dover far ricorso alla sorte: ed essa, mi è caro di dirvi che è caduta sulla mia schiera. Capitan generale, sono ai vostri comandi.Allora da soli a soli trattaron del modo da preferire in un'ardua intrapresa com'era quella. Quindi a voce alta il degli Uberti gli disse:—Importa che nell'uscir di città si faccian tacere i tamburi e le trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo le nuove degli esploratori. La fazione è tra vie boschive, e dev'essere di sorpresa. Del resto la natura del terreno la conoscete, e il valor non vi manca.E stringendogli la mano,—Andate—gli disse—affrettatevi. In breve vi sarò presso. Capitan Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme con compiacenza com'a dire che s'erano intesi.Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.Se le previsioni del degli Uberti fossero quanto mai avvedute, basterà di sapere che Roberto duca di Calabria, il figlio e l'erede presuntivo di Carlo II re di Napoli, eletto da' Fiorentini a capitan generale di questa guerra, da qualche giorno [pg!93] accampato presso le mura di Firenze, in quella prim'ora date le insegne, cavalcava co' suoi baroni alla testa di grosse schiere; tra fiorentine, benchè non tutte, e quelle de' suoi trecento cavalieri aragonesi e catalani: poi con molto numero di fanteria Almogavara, così detta da certi dardi che usavano, in loro lingua appellatimugaveri. Queste truppe spagnole, un misto di mori e di cristiani, non diverse da quelle passate in Grecia col tedesco Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federigo di Sicilia, e si recavano al soldo d'ogni principe o Stato che avesse d'uopo di loro. Cominciavano fin d'allora a formarsi in Italia queste mercenarie milizie. Detestabili sempre, chiamate da principi o da repubbliche, e funeste alla patria come stromenti di dispotismo, e come quelle che impedirono il libero ordinamento di nazionali milizie. Ma più abominevoli se (come fino a' dì nostri dovemmo vederle) uscite di popolo libero e indipendente, non vergognarono di vendere il braccio loro per tenere astretti altri popoli in catena di servitù.Le milizie de' Fiorentini dovevan rafforzarsi di tutte le altre della lega guelfa; fra le quali di quelle di Siena, di Lucca, di Volterra, di Città di Castello, di S. Gemignano e di Prato. Ma sul partir di Firenze non aveanvi per allora che le fiorentine e quelle del duca: tanta era la bramosia di quel Comune (morto il papa) di non lasciarsi sfuggir l'occasione di por l'assedio a Pistoia! Quelle della lega dovevan venire ad un tempo. Quelle di Lucca, invece, co' Fiorentini. Ma i Lucchesi, o non fossero ancor preparati, o tardi giungesse loro l'avviso; il duca senza più attenderli aveva già traversata la terra di Prato, laddove seppe che ancora non eran per moversi. Questa notizia che simultanea poterono averla anche i Pistoiesi, li rinfrancò, non avendo quel giorno a temere aggressioni per parte loro nel lasciar la città. A vigilare poi i passi de' nemici e referirne, da qualunque parte li vedessero avvicinare, il degli Uberti fece tener quattro scolte in vedetta ai merli dell'antica altissima torre della Cattedrale; già fortilizio isolato da essa, e dipendente dal capitano del popolo: sol di quel tempo ridotto a modo di campanile con aguglia e con tre ordini di colonne.[pg!94] Era circa il mezzo del dì che il duca si era già avanzato a circa due miglia da Pistoia lungo la via del Montale; quando si vide sopraffatto da un buon numero di cavalieri pistoiesi con alla testa il capitano messer Fredi. Aggiungi molti fanti sbucati da' boschi che in allora fiancheggiavan la via, serrati in schiere, e misti a quelli guidati dal degli Uberti; tutti insieme fecero a un tempo tanto impeto sul nemico, che lo costrinsero a retrocedere. I cavalieri aragonesi che erano innanzi, mal pratici e incerti per lo stretto e scabroso sentiero, cedevano di subito a' feritori pistoiesi, che, svelti e arrischiati e forti nell'armi, come li chiama Dino Compagni, si battevano con molt'arte e valore. Indarno i Fiorentini, rinfuocati dalla vendetta e dal fiero proposito di conquista, incitavano li Spagnuoli dell'antiguardo a dar nuovo assalto e resistere. Ai dardi che lor saettavano d'ogni parte i detti fanti, in specie i bravi frombolieri Larcianesi, s'aggiungeva la gente del contado. La quale piombata loro sui fianchi, a torme a torme dietro il riparo dei boschi molestava cavalieri e pedoni; armata com'era di lunghe falci, e di rozzi archi ma di certa saetta che li colpiva al sicuro. Tanto che cotesti Spagnuoli atterriti e poco o nulla premendo loro l'onor delle pugne; lo che era da attendere da quella lor poltronaggine meridionale, e da soldataglie compre da un duce venduto, su i passi vergognosi della fuga col duca stesso tanto retrocedettero senz'arrestarsi, finchè non furono entro alle mura di Prato. Qui allora i rimprocci più acerbi de' capitani fiorentini al duca Roberto, e degli esuli soprattutto, che non avrebbero mai immaginato cotal resistenza de' Pistoiesi fuor delle mura.Dall'altro lato il ritorno a Pistoia di loro schiere pensiamo con qual trepidazione era atteso!Solamente i vecchi, preti e frati, fanciulli e donne, si può dire che con poche guardie e gli anziani o priori del Comune eran rimasti dentro le mura. Chiuse affatto le officine degli artieri, e i fondachi dei mercatanti, la città era muta e deserta. Là su quella piazza maggiore sul far della sera chi può ridir lo sgomento! Cotesta gente, come presa dalla paura, erasi tutta raccolta insieme colà.[pg!95] Al primo scontro le scolte dall'alto della torre, d'onde a due miglia poteva scorgersi, avevan già dato l'avviso agli anziani giù in piazza, col suono convenuto d'un tamburo—Si sono azzuffati!—A tal nuova fu un prorompere del popolo in un lungo ululato. E come nel muro esterno di cattedrale, al nord, era un tabernacolo di legno con entrovi il ritratto di Nostra Donna col Divin Figlio, detta dal popolo la Vergine delle porrine, fino da quando nel 1150 da pestilenza fu liberato; avvenne allora a quel triste annunzio che tutti que' miseri andarono a gittarsi in ginocchio dinanzi alla detta immagine e a gridare a gran voce—misericordia!—Poi per un tratto fu silenzio!Si fecero in piedi, ma con ansia e sgomento! Ed era uno stare in orecchie, un volgersi in alto e sospirare, ed un levare al cielo le palme.In questo un altro suono di su della torre che annunziava in rotta i nemici!—Dio, Dio! soccorreteci!—fu un grido concorde. E, trepidanti, si prostrarono di nuovo e pregarono. Ma ecco dopo non molto udirsi dall'alto il suono del tamburo, annunziator di vittoria! Poi dal basso della città gente a corsa su per la ripa un salire a loro e ripeter—vittoria!—e il contado dietro, che dalle porte irrompeva, e precedeva fra i lieti evviva le schiere! Oh! allora que' cittadini!... Fu un levarsi tutti come un sol uomo, fra gli accenti di giubilo; un accorrere incontro a braccia aperte, un far eco agli evviva, e cacciarsi ciascun fra le file, e per la via uno stringersi al seno quei prodi e colmarli di benedizioni! Ed ecco in un subito su quella piazza che diverso e commovente spettacolo! Gli oricalchi ed i tamburi ed altri strumenti con lieta musica animavano la marcia.—Sono tornati e vittoriosi!—queste le magiche parole ripetute via via fra la folla. Tutte le campane suonavano a Dio lodiamo! Cittadini e guerrieri riunitisi insieme piangevano di gioia! Ciascuno dei militi voleva pur ragguagliare i parenti: ma tanto grande era il loro entusiasmo, che finivano per lo più con questi e simili vanti:—Intanto per questa volta è toccato a loro a fuggire!—O che credevano que' bracaloni de' Catalani! Nol sapevano [pg!96] che si tira ben dritto noi?—E i Fiorentini, pensavano forse di darci sgomento?—Tornino, tornino, affè, che un primo saggio gliel'abbiam dato!Con queste e altre parole si millantavano, e s'incuoravan fra loro: ma pur troppo era un pascersi di vane speranze; e non si saprebbe dire se meglio fosse stato l'avere avuto di subito una sconfitta!Non era però da compiangersi verun morto, e solo parlavasi di alcuni feriti; mentre dei nemici non pochi erano rimasti sul campo, e molti feriti si trasportarono a Prato. Prodigioso poteva dirsi l'evento. Il popolo, tra per il giubilo di sentire che, in uno scontro così accanito, dei suoi non aveva perduto pur uno (e in quel modo di guerreggiarsi assai volte non era a stupire), tra perchè era in fondo molto religioso, non dubitò di gridare al miracolo. Sicchè per la mattina seguente, alla cappella di Sant'Jacopo in Cattedrale furono decretati solenni atti di ringraziamento, e supplicazioni per gli eventi futuri.Il tesoro della sagrestia de' belli arredi, ricordata da Dante, faceva in cotesto giorno bella pompa di sè sull'altare dell'antico patrono della città. Al sant'apostolo era sacra questa cappella, eretta sotto la navata a destra di chi entra, nello spazio dei primi due archi, chiusa di muro dietro l'altare, e sopra di volta; circondata poi da un cancellato di ferro; e ciò per le cure del vescovo Atto, che nel 1145 ve ne fece venir le reliquie. L'avevano arricchita delle opere loro nel 1265 maestro Bono, architetto, e messer Coppo, pittor fiorentino. Di sacri vasi poi e di reliquiari d'argento dorato e a filograno, con pietre, con ceselli, con nielli, e stupende figure in rilievo nel paliotto e nel trittico (tesoro che pur di presente e in molta parte è rimasto, ed è dato a vedersi) la fecero mirabile, da quel tempo per oltre dugento anni, gli artisti italiani più rinomati. E ciò con le offerte de' Pistoiesi, e dei forestieri che vi accorrevano pellegrinando per aver perdonanza, come un tempo i cristiani di ogni parte al sepolcro dello stesso S. Jacopo in Compostella. Di qui nel territorio pistoiese quei tanti spedali, spedaletti ed ospizi pe' pellegrini, chè allora, in difetto di altri alberghi e locande, era pur questa opera religiosa e civile.[pg!97] Dinanzi adunque a questo altare, al quale ardevano lampadari moltissimi, si vedeva prostrato a Cristo Salvatore un popolo intero cui soprastava una tremenda ingiustizia. Dopo la pubblica preghiera il venerando vescovo Sinibuldi levatosi di ginocchio e ascesi i gradini di quell'altare, circondato dal clero, dai magistrati e dai capitani di guerra, si volgeva al suo popolo stivato nelle tre vaste navate, e con affabile dignità in questi termini gli favellava.—Grande, ineffabil conforto, o miei figli, è all'animo mio angustiato già troppo per le gravi sciagure che minacciano la nostra città, il vedervi raccolti nel sacro tempio a supplicare l'Altissimo! Volenterosi accorreste alla difesa della patria, e per essa non dubitaste di andare incontro alla morte! Eppure Iddio nella sua grande misericordia vi volle scampati! Oh! umiliamoci adunque, o figliuoli, e dal profondo del cuore rendiamogli grazie perchè in questo giorno operò per noi mirabili cose! Ma non è a credere che nemico sì agguerrito, e bramoso pur troppo di conquistar quella terra, non torni presto alle insidie e agli assalti. Ascoltate adunque la voce dei vostri capitani, e siate pronti a difendervi. Sì! Una giusta difesa contro un ingiusto aggressore Dio la permette e la vuole: ed io, io stesso, ministro di Dio di pace, vi ci debbo esortare! Ma vi sovvenga che se non è il Signore che invochiate a custode della città, i suoi difensori vi s'adoprano indarno! Or mentre il nemico è qual leone che rugge, e s'aggira qui intorno per divorare, in nome di Dio vi scongiuro, o carissimi, a deporre oggi dinanzi agli altari ogni privato odio e rancore, perchè siate tutti un cuore ed un braccio per la comune difesa. Le ire di parte dominaron qui troppo; e tanti cuori che furon senza pietà, fecero altri spietati, e provocarono i divini gastighi, che ricadranno forse sugli stessi innocenti!Ah! pur troppo sta scritto che «ogni regno diviso sarà desolato!» Ma tu, Dio delle misericordie, disperdi da noi per pietà il terribile augurio! Sia pace e concordia fra questo popolo; e infondi sensi più miti a chi vuole aggredirlo: sicchè rinunziando alle offese, si ristringano invece nel nome tuo le antiche alleanze fra' tuoi adoratori, fra i vicini e parlanti [pg!98] la stessa lingua, fra i figli medesimi di questa italica terra. Se poi questo popolo da dura necessità fosse astretto per sua difesa a impugnar di nuovo le armi, deh! fa, o mio Dio, che nel combattere usi leale coraggio; non sia crudele nè licenzioso; non prevarichi nella vittoria, non disperi nella sconfitta! Signore delle nazioni, Dio degli eserciti, raccomandiamo a te la causa nostra, le nostre anime, la salvezza e la libertà di questo popolo; che io ora nel nome tuo, per intercessione e pe' meriti dei santi suoi protettori, lo benedico!—A queste parole s'udì prorompere da ogni parte in singulti ed in pianti, e gravi sospiri uscirono anco da' petti cinti di maglia e di ferro.Ma quello che più colpi di meraviglia gli astanti, si fu di veder farsi largo fra la folla, e comparire innanzi all'altare uomini di famiglie conosciute per furibonde e potenti, di fazioni fra loro avverse, e che fin qui aspramente s'inimicarono; e in presenza del vescovo, che insieme ai rettori della città da qualche tempo ma sempre indarno li aveva pregati a riamicarsi, giurare adesso di obliare gli antichi odi e li sdegni; di offerire il proprio braccio in pro della patria; e abbracciarsi e baciarsi in bocca per segno solenne di perdono e di pace. La benedizione del buon prelato, grande amatore della patria e difensore dei diritti dei cittadini, fu detto allora dal popolo che proprio come un prodigio era discesa sopra di loro!Or mentre in Pistoia avvenivano questi fatti, e i cittadini, fra la fiducia e il timore, ma con fermezza e con ordine, compievano opere di difesa dentro e sopra le mura; il duca Roberto riconosciute per grandi, e più invero di quel che si fossero, le forze dei Pistoiesi, dispose a Prato di rinforzare l'esercito di gente a piede e a cavallo, e di non muoversi altrimenti che con tutti insieme quei della Lega. E come per messi ebbe avviso che ciascuno era pronto e s'era posto in cammino, fatto consiglio di guerra ordinò (come narrano gli storici) che Pistoia in questo modo si circondasse.Dato il guasto torno torno alle vicine campagne, a distanza dalle mura presso a poco quanto il balestro portava, piantò [pg!99] i campi, e vi fornì i battifolli, cioè li steccati con torri, l'uno presso il ponte a Bonelle, sulla strada che veniva dai monti di sotto, dove fino ai colli di Casal Guidi s'accamparono i Guelfi Neri usciti di Pistoia, sì a pie' che a cavallo. Il campo maggiore si piantò dall'altro lato della città, in direzione della porta di Ripalta, sulla strada della Sambuca; ed ivi si posero il duca coi suoi Mugaveri, e i Fiorentini, e i Lucchesi guidati da Moroello di Manfredi I, marchese Malaspina; il famosoVapor di Val di Magra, già capitano di detti Lucchesi, nel 1302 sopra campo Pisceno all'assedio di Serravalle. Un altro battifolle fece fare al Nespolo sulla strada che vien da Firenze, e un altro a S. Gostino: tutti a un miglio circa dalla città. E fece afforzar la chiesa di Candeglia verso settentrione, che fornì di fanti, di quei della Lega, per guardare anco di qui una via per Sambuca. E ordinò che fossero ben muniti, il Cassero di Berlino Perfetti guardato da mr. Mondasco da Pisa; e il monastero delle Benedettine, a mezzo miglio a ponente nel comune di Sala, dove era a guardia ms. Vanni Scornigiani, pisano.In tanto pericolo per un assedio sì imponente, per quanto ancora assai largo, i Pistoiesi non si persero d'animo. Parve anzi raccogliessero tutte le forze per respingere le avverse con audaci sortite. Ma il dell'Uberti ordinò doversi stare per adesso sulle pure difese. Ciò nuoceva assai a quegli animi ardenti, che il poter loro misuravano sol dal coraggio. Crebbe poi a dismisura la irritazione dei cittadini quando il duca, per quattro araldi, dinanzi alle quattro porte della città, fece bandire che chiunque volesse uscirsene aveva tempo tre dì, salve le persone e l'avere: e chi dal terzo dì innanzi si fosse ostinato di rimanere, l'avrebbe per ribello alla Chiesa e al re di Sicilia, e che però era lecito a ciascuno di ucciderlo.Udito che ebbe il poverame della città un bando sì perentorio e sì crudo, immagini il lettore se, dentro i tre giorni, vecchie, donne e fanciulli e qualche benestante dei più intimoriti s'affrettarono d'uscire! A questi ultimi non fu difficile di trovare un asilo. Ma per que' poveretti?... Si fa presto a dire: albergatemi e datemi il vitto! Per un giorno... [pg!100] per due!... Ma per un tempo chi sa quanto lungo? Eppure la carità, che al bisogno mai non vien meno, aperse anche a loro le braccia!Rimanevano nella città il capitano degli Uberti con Angelo di messer Guglielmo, rettori; i capitani cittadini e altri delle vicine castella, che erano giunti in aita ciascuno con proprie schiere, in tutto forse un quattrocento cavalli, e quattro migliaia d'uomini assoldati fra i Bianchi e i Ghibellini di tutta Toscana, e quanti furono fra i cittadini che in quelle strettezze la fame e la morte non li spaventò. L'assedio era venuto improvviso, nè i campi poterono avere tempo bastante per fare grosse provvisioni di vettovaglie, e di quante potessero bastare per lunghi mesi a tener ben nutriti quei lor difensori. Intorno a che i maggiorenti ed i più savi, fatto consiglio, deliberarono che de' viveri se ne incettasse alla campagna quanti più si potesse; ma che frattanto dell'attuale scarsezza ne fosse tenuto il segreto più stretto: e ciò perchè i gagliardi non ne scoraggissero, e i deboli non provocassero pericolosi rumori.Non per questo che dei mettiscandali fra quella mirabile concordia di cittadini non ne sorgessero: e questi, o turbolenti di lor natura o messi su e aizzati da mala gente, pagata a posta da qualche cittadino per personali vendette, o da nemici di fuori, tanto per suscitar divisioni e indebolir la difesa.Importava ora di aver molte braccia e scavare più larghe fosse dinanzi alle mura esterne: a congegnare poi su di queste arnesi da guerra, come trabocchi, mangani, biffe, tripanti, composte di travi con contrappesi; portarvi sassi per lanciarli, e fare altre grosse fatiche. I lavoranti bisognò prenderli alla rinfusa. I commissari non stettero a guardare tanto per la minuta su chi si presentasse al lavoro. Molti operai vi capitavano di campagna. Gli abiti sdruci e il rozzo aspetto li faceva però comparire tutti eguali. Ed era gran che se venivano; nè quello era tempo da farne scelta; tanto era urgente l'affrettare i lavori!Fervevano essi dì e notte per ogni dove, quando i nemici a breve distanza avevano circondato quasi le mura. I capitani, [pg!101] perchè quelle opere si compissero senza molestie, facevano fare spesso delle sortite fuori d'ogni porta a schiere ben armate a cavallo e a piede: sicchè i nemici sulle prime non si avanzarono. Vollero prima misurare le forze loro contrapposte, e prender pratica del terreno: lo che si agevolarono col far atterrare i molti alberi di quei dintorni. Poi si limitarono a qualche ricognizione e a piccole avvisaglie.In tanto una gran frotta di lavoranti, al mezzodì ogni mattina, sospesi i lavori, si raccoglieva in città a certi luoghi de' quattro quartieri, per ricevere dagli uffiziali delle vettovaglie il soldo ed i viveri. Coteste riunioni davano spesso occasione di tumulti e di risse. Per sorte, che i capitani, con certe intimazioni più severe in tempo di guerra, avevan subito il modo di rimetterli in freno!Fra i più bociatori e rissosi poteva notarsi un uomo bassotto ma ben tarchiato, dal viso asciutto e bronzino, di rosso pelame, con certi occhi di volpe, svelto e risoluto in ogni atto, un cotale chiamato Musone della Moscacchia. Venuto a opra di montagna dalle parti del Castel di Sambuca con una trentina di lavoranti, come s'era fatto loro capoccia, anche sul lavoro come tale lo confermarono, perchè si avvidero che su di essi nissun più di lui ce la poteva.Un tal giorno Musone dopo aver condotto la sua compagnia a ricevere il soldo ed i viveri, diceva a un cagnotto de' suoi più fidati con cui se n'andava a bevere alla prossima taverna; là là chiacchierando e già per entrarvi:—Fuccio, di che si lamentano i nostri?E l'altro:—Della poca porzione di vitto.—Se tutto il mal fosse qui!—soggiunse Musone.—Che infine non mangiano questi poltroni? Non ho io strepitato finora con gli stessi provvisionieri per ottenerglielo più abbondante? Eh! quanto a questo... O qui o là, per tutto da mangiar se ne trova. Ma, per Satanasso! Ti par che sia questa per noi due una bella storia di già? Lo senti? Circondati dai nemici per ogni parte! Sicchè in gabbia ci siamo!E voltosi attorno per vedere che nissuno l'udisse, vibrando le parole e fremendo:[pg!102] E il dir che ci siamo rimasti noi!.... noi gente libera, che in quattro salti, auf!.... su per ogni via che abbia un po' di bosco d'intorno.... capisci?.... ci possiamo prendere il gusto.... d'avere un po' più di quello che ci danno questi can grossi, e senza fatica! Con qualche rischio, si sa; ma infine all'aperto, destri e liberi sulle vette de' monti come gli astori!Cui Fuccio, postosi già a sedere con lui sopra un pancale della taverna:—Altro se è vero! Lassù forti come leoni a far tremare di noi; qui deboli, e a tremar come pecore! Egli è che ora non si può neppur portar armi, come si faceva lassù; e, meno che fra noi, bisogna starsene zitti e chiotti, per tutti i diavoli!E l'altro, alzando un poco la voce e con un gesto animato:—Bisogna, bisogna, tu dici:Poi, abbassandola, e all'orecchio:—Ma se qui non si fa bottino!....E Fuccio, interrompendolo sotto voce:—Te lo diceva? sta queto: vedo entrar delle guardie.E Musone allora a voce alta, fingendo di tener parola col taverniere, voltosi a quello un po' risentito, gli disse:—Così non va bene, ti dico! Che ci fai più aspettare? Un grosso boccale di Vinacciano, ma.... del numero uno, hai capito?E mentre due guardie inoltrandosi li squadravano, e andarono a posarsi in fondo della vasta taverna: un altro sconosciuto, a Musone poco discosto, e che stando in orecchi, aveva raccapezzato di que' discorsi, a mezza voce disse loro:—Anch'io son con voi, cari amici, se intendete parlare della città. No, per tutti i diavoli, che così non va bene! E per ora non siamo a niente! fra poco ce ne avvedremo! Ma stolto ben chi ci resta!Con queste parole cercava di amicarsi costoro per servire a' suoi fini quel briccone di Nuto, l'infinto astrologo e alchimista, che oggi era in vesta di popolano.Intanto altri operai, con in capo berretti di lana e senza [pg!103] mantelli, si sfilavano per quella lunga taverna, e prendevan posto su i pancali vicino ad essi, depositando su quelle tavole la parte del vitto che lor passava il Comune, per beverci su. Nuto anch'egli aveva fatto venir del vino per bever con loro. E com'ebbe trovato in que' primi ben disposto il terreno, accostatosi, cominciò in questo modo a seminare zizzania.—Sicuro! si fa presto a dir «si resiste!» Ma di fare alle capate col muro non l'ho mai intesa io! E poi per chi? Noi poveri popolani sempre per favorire ai capricci e all'arroganza de' nobili! Forse Dio che ci contan qualche cosa, questi magnati! O noi, tutti per loro per la vita e per la morte, o essi contro di noi! Star sull'arme, e uccidere a conto loro, e dove fan cenno: che il popol ci crepi, che importa?E Musone aggiungeva:—E la cagione po' poi? Per sodisfare a' rancori d'un Bianco o d'un Nero!—Senza pensare—continuava un artigiano di buona fede—se noi povera gente, dimane avrem tanto da mangiare con le nostre fatiche d'industrie e d'arti; quando per queste maladette guerre e' non c'è più un lavoro per le maestranze e ci han troncato affatto le braccia! Intanto i Fiorentini non ci mandan più un fil di seta da tessere!E un altro soggiungeva.—O di lana? Dalle campagne non se ne può più introdurre; sicchè alle povere nostre donne non resterà che far delle fasce pe' feriti e gli occhi da piangere!—Siamo stati forse noi che abitiamo in povere catapecchie—soggiunse un del contado—che ci siamo ingelositi de' lor palagi; e per crescer grandigie e far prepotenze abbiam messo a rumore e a sangue la città? A noi premevano le nostre semente, e ora quel po' di grano. E io che sto qui vicino alle mura, là per que' campi me lo vedo strepilare, bello alto che era, sicchè sul terreno alla fatta fine non ci resterà un fil d'erba! Poi, vedersi buttar giù alberi che eran ritti da anni domini; tronche le viti; scioncati per [pg!104] ispregio tutti i frutti che avevano allegato sì bene!... Oh che danni, genti mie! che carestia mi prevedo!—Pur troppo!—un artigiano—tutto il male è d'in alto! Panciatichi e Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a provocar poi il più forte, vo' dire i Fiorentini, che volere o non volere, protetti dal papa, e' sono a capo di una gran lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto, vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'è parso invece che gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!... misericordia! guerra che noi miserabili, rinchiusi fra queste mura, finiremo con esser sepolti fra le rovine, se non prima cascati morti di fame!E Nuto:—Dice bene! verissimo!—Adagio un po'—un altro operaio.—Intanto nel primo assalto ci riuscì a respingerli, que' prepotenti.E Nuto:—Ma non sai che allora non erano appena una quarta parte, e che ora ci brulicano intorno, e sono infiniti quanto le cavallette? Ma ditemi un po': perchè adesso che l'onor dell'armi si può dir sodisfatto, non si cede di buon accordo!—Eh!—alcuni scotendo il capo—la non sarebbe cattiva proposta!Ma a questo punto si levò su un ubriacone sbracciando, e vuotando intanto un boccale.—No, no, pel nostro baron S. Iacopo! Io son per resistere, e per dare a più non posso. E tu Lapo, e tu Cione?—Ed essi pure avvinazzati e con un calore fittizio percotendo il pugno sopra la tavola:—Anch'io, anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza misericordia! Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel nostro barone!—E intanto incalzando nell'argomento, gestendo e sbociando, si alzavano per ritornar sul lavoro.Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che Nuto s'accostò a Musone, cui aveva fatto cenno di voler parlare, e a mezza voce gli disse:—Siete dunque del parer mio?E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a dir «con chi parlo?» dopo un attimo gli replicò risoluto:—Sicuramente![pg!105] Nuto allora:—Ho bisogno di vederti.E Musone che lo voleva quanto l'altro, non esitò, e soggiunse:—Quando?—Stasera a un'ora di notte.—Il luogo?—Ed egli con gran mistero e all'orecchio:—In casa dei Fortebracci.E l'altro con sorpresa:—Ma da chi tien quel messere, da' Bianchi o da' Neri?—Vieni, e lo saprai. Ma dalla porta di dietro: ci sarò io ad aprirti.Que' due brutti ceffi avevan finito di squadrarsi fra loro, e con una mossa di capo l'un verso l'altro, si separavan dicendo:—Ci siamo intesi![pg!106]
CAPITOLO VIII.UN PRIMO SCONTRO.«I' vidi già cavalier mover campoE cominciare stormo, e far loro mostra,E talvolta partir per loro scampo.»——Dante,Inferno, Canto XXII.Una mattina, che era quella del 20 maggio, sulla prim'alba la città di Pistoia s'era tutta riscossa, sentendo battere a tocchi la campana dell'arme. Che è che non è, i cittadini quanti erano atti a portar picche e balestre e a cinger la spada, s'eran raccolti sulla piazza del Duomo. Di lì a poco, tra qui e per le vie più larghe vi si potevan contare circa due migliaia di fanti, e fra questi un buon numero di frombolieri Larcianesi, e un trecento a cavallo. De' cavalieri poi era per accrescersi il numero con que' del contado. Gli araldi fino dal giorno innanzi erano stati inviati per tutto il territorio a far la chiamata de' già iscritti per ogni piviere, per raccogliersi in città sotto i lor capitani e connestabili in tante compagnie guidate da' lor centurioni, e che si denominavan dal luogo dov'erano tratte. I più facoltosi della città e del contado costituivan la milizia a cavallo, quale doveva il milite mantenere a proprie spese di tutto punto. I cavalieri conducevano diversi cavalli, e più donzelli e valletti a piedi.Nonostante che un imminente pericolo fosse già preveduto, un subitaneo terrore occupò i cuori di tutti. Le donne del popolo a quell'ora impensata sopraffatte e smarrite, balzavan [pg!91] dal letto, s'affacciavano alle finestre, e si chiedevano l'una l'altra—che sarà mai!—Che Dio ce li scampi i nostri poveri uomini! Entro le case un andirivieni di lumi qua e là, su e giù per le stanze: un vederli trasparire anche su pei veroni; e gente spenzolata a mirar nella strada: e ogni tanto udir qualche grido e qualche lamento di quelle misere.Eccole poi a fretta e scarmigliate scender giù sulla via e appostare chi prima lor capitava. E mentre i parenti armati passavan loro dinanzi, era un interrogarsi e un breve rispondere; un parlar tra ignoti come fosser noti: quindi un raccogliersi a drappelli, e far fra di essi i più tristi prognostici. Le madri, per un loro presentimento, più di tutte si desolavano. Dovevan vedersi partir su d'un subito i propri figli; e molti senza dar loro neppure un abbraccio per non affliggerle di soverchio, e per non farsi venir meno il coraggio, risoluti com'erano que' generosi d'andare incontro alla morte pur di difendere la propria città!E davvero che il momento terribile era arrivato! Il capitano generale pe' suoi esploratori, de' quali da vari giorni era un andare e venire, aveva potuto accertarsi che in quella mattina il nemico sarebbe venuto a oste sopra Pistoia. E infatti sul prim'albore un altro corriere era giunto che riferivagli, come il campo nemico s'era già mosso da Firenze tenendo la via di Prato; da dove, fatto alto per poco, doveva poi a gran passi piombar su Pistoia. Ma il dell'Uberti non era uomo da lasciarsi sorprendere. Per questo subito avea fatto l'appello delle cittadine milizie. Aveva poi adunati la sera innanzi tutti i capitani e i connestabili, affidati gli uffici, e da qualche giorno raccolti i militi de' castelli vicini con più cavalli che fosse possibile, e tutto disposto per far fronte al nemico. Ne sapeva già il numero, e la via che avrebbe preso; e solo ora premevagli di stabilire con quante forze e dove meglio si poteva respingere. Poco o nulla valeva allora la conoscenza de' movimenti strategici d'un esercito, quando la forza individuale in quelle battaglie era tutto. Non già le artiglierie (non ancora inventate), e neppur le fanterie eran per loro, come di presente, il nerbo e il poter di un esercito. Ma in campo aperto più che altro la cavalleria; [pg!92] negli assedi le valide mura, i molti viveri e la costanza nella difesa.Stava il capitano nel suo palazzo in mezzo a' suoi ufficiali a spedir ordini per ogni dove, per poi salire anch'esso a cavallo alla testa delle sue schiere, allorchè arrivatovi il capitan Fredi, gli domandò con premura:—Siamo noi sicuri d'una forte schiera di feritori, primi a far impeto sul nemico?—Capitano, ne potete esser certo. Le nostre milizie son tutte in armi.—I cavalieri?—Assai valenti.—Chiedeste loro quali volessero essere all'antiguardo?E quegli:—Bastò la dimanda perchè tutte le compagnie si profferissero come un sol uomo per ambir quest'onore. Sicchè ho creduto dover far ricorso alla sorte: ed essa, mi è caro di dirvi che è caduta sulla mia schiera. Capitan generale, sono ai vostri comandi.Allora da soli a soli trattaron del modo da preferire in un'ardua intrapresa com'era quella. Quindi a voce alta il degli Uberti gli disse:—Importa che nell'uscir di città si faccian tacere i tamburi e le trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo le nuove degli esploratori. La fazione è tra vie boschive, e dev'essere di sorpresa. Del resto la natura del terreno la conoscete, e il valor non vi manca.E stringendogli la mano,—Andate—gli disse—affrettatevi. In breve vi sarò presso. Capitan Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme con compiacenza com'a dire che s'erano intesi.Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.Se le previsioni del degli Uberti fossero quanto mai avvedute, basterà di sapere che Roberto duca di Calabria, il figlio e l'erede presuntivo di Carlo II re di Napoli, eletto da' Fiorentini a capitan generale di questa guerra, da qualche giorno [pg!93] accampato presso le mura di Firenze, in quella prim'ora date le insegne, cavalcava co' suoi baroni alla testa di grosse schiere; tra fiorentine, benchè non tutte, e quelle de' suoi trecento cavalieri aragonesi e catalani: poi con molto numero di fanteria Almogavara, così detta da certi dardi che usavano, in loro lingua appellatimugaveri. Queste truppe spagnole, un misto di mori e di cristiani, non diverse da quelle passate in Grecia col tedesco Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federigo di Sicilia, e si recavano al soldo d'ogni principe o Stato che avesse d'uopo di loro. Cominciavano fin d'allora a formarsi in Italia queste mercenarie milizie. Detestabili sempre, chiamate da principi o da repubbliche, e funeste alla patria come stromenti di dispotismo, e come quelle che impedirono il libero ordinamento di nazionali milizie. Ma più abominevoli se (come fino a' dì nostri dovemmo vederle) uscite di popolo libero e indipendente, non vergognarono di vendere il braccio loro per tenere astretti altri popoli in catena di servitù.Le milizie de' Fiorentini dovevan rafforzarsi di tutte le altre della lega guelfa; fra le quali di quelle di Siena, di Lucca, di Volterra, di Città di Castello, di S. Gemignano e di Prato. Ma sul partir di Firenze non aveanvi per allora che le fiorentine e quelle del duca: tanta era la bramosia di quel Comune (morto il papa) di non lasciarsi sfuggir l'occasione di por l'assedio a Pistoia! Quelle della lega dovevan venire ad un tempo. Quelle di Lucca, invece, co' Fiorentini. Ma i Lucchesi, o non fossero ancor preparati, o tardi giungesse loro l'avviso; il duca senza più attenderli aveva già traversata la terra di Prato, laddove seppe che ancora non eran per moversi. Questa notizia che simultanea poterono averla anche i Pistoiesi, li rinfrancò, non avendo quel giorno a temere aggressioni per parte loro nel lasciar la città. A vigilare poi i passi de' nemici e referirne, da qualunque parte li vedessero avvicinare, il degli Uberti fece tener quattro scolte in vedetta ai merli dell'antica altissima torre della Cattedrale; già fortilizio isolato da essa, e dipendente dal capitano del popolo: sol di quel tempo ridotto a modo di campanile con aguglia e con tre ordini di colonne.[pg!94] Era circa il mezzo del dì che il duca si era già avanzato a circa due miglia da Pistoia lungo la via del Montale; quando si vide sopraffatto da un buon numero di cavalieri pistoiesi con alla testa il capitano messer Fredi. Aggiungi molti fanti sbucati da' boschi che in allora fiancheggiavan la via, serrati in schiere, e misti a quelli guidati dal degli Uberti; tutti insieme fecero a un tempo tanto impeto sul nemico, che lo costrinsero a retrocedere. I cavalieri aragonesi che erano innanzi, mal pratici e incerti per lo stretto e scabroso sentiero, cedevano di subito a' feritori pistoiesi, che, svelti e arrischiati e forti nell'armi, come li chiama Dino Compagni, si battevano con molt'arte e valore. Indarno i Fiorentini, rinfuocati dalla vendetta e dal fiero proposito di conquista, incitavano li Spagnuoli dell'antiguardo a dar nuovo assalto e resistere. Ai dardi che lor saettavano d'ogni parte i detti fanti, in specie i bravi frombolieri Larcianesi, s'aggiungeva la gente del contado. La quale piombata loro sui fianchi, a torme a torme dietro il riparo dei boschi molestava cavalieri e pedoni; armata com'era di lunghe falci, e di rozzi archi ma di certa saetta che li colpiva al sicuro. Tanto che cotesti Spagnuoli atterriti e poco o nulla premendo loro l'onor delle pugne; lo che era da attendere da quella lor poltronaggine meridionale, e da soldataglie compre da un duce venduto, su i passi vergognosi della fuga col duca stesso tanto retrocedettero senz'arrestarsi, finchè non furono entro alle mura di Prato. Qui allora i rimprocci più acerbi de' capitani fiorentini al duca Roberto, e degli esuli soprattutto, che non avrebbero mai immaginato cotal resistenza de' Pistoiesi fuor delle mura.Dall'altro lato il ritorno a Pistoia di loro schiere pensiamo con qual trepidazione era atteso!Solamente i vecchi, preti e frati, fanciulli e donne, si può dire che con poche guardie e gli anziani o priori del Comune eran rimasti dentro le mura. Chiuse affatto le officine degli artieri, e i fondachi dei mercatanti, la città era muta e deserta. Là su quella piazza maggiore sul far della sera chi può ridir lo sgomento! Cotesta gente, come presa dalla paura, erasi tutta raccolta insieme colà.[pg!95] Al primo scontro le scolte dall'alto della torre, d'onde a due miglia poteva scorgersi, avevan già dato l'avviso agli anziani giù in piazza, col suono convenuto d'un tamburo—Si sono azzuffati!—A tal nuova fu un prorompere del popolo in un lungo ululato. E come nel muro esterno di cattedrale, al nord, era un tabernacolo di legno con entrovi il ritratto di Nostra Donna col Divin Figlio, detta dal popolo la Vergine delle porrine, fino da quando nel 1150 da pestilenza fu liberato; avvenne allora a quel triste annunzio che tutti que' miseri andarono a gittarsi in ginocchio dinanzi alla detta immagine e a gridare a gran voce—misericordia!—Poi per un tratto fu silenzio!Si fecero in piedi, ma con ansia e sgomento! Ed era uno stare in orecchie, un volgersi in alto e sospirare, ed un levare al cielo le palme.In questo un altro suono di su della torre che annunziava in rotta i nemici!—Dio, Dio! soccorreteci!—fu un grido concorde. E, trepidanti, si prostrarono di nuovo e pregarono. Ma ecco dopo non molto udirsi dall'alto il suono del tamburo, annunziator di vittoria! Poi dal basso della città gente a corsa su per la ripa un salire a loro e ripeter—vittoria!—e il contado dietro, che dalle porte irrompeva, e precedeva fra i lieti evviva le schiere! Oh! allora que' cittadini!... Fu un levarsi tutti come un sol uomo, fra gli accenti di giubilo; un accorrere incontro a braccia aperte, un far eco agli evviva, e cacciarsi ciascun fra le file, e per la via uno stringersi al seno quei prodi e colmarli di benedizioni! Ed ecco in un subito su quella piazza che diverso e commovente spettacolo! Gli oricalchi ed i tamburi ed altri strumenti con lieta musica animavano la marcia.—Sono tornati e vittoriosi!—queste le magiche parole ripetute via via fra la folla. Tutte le campane suonavano a Dio lodiamo! Cittadini e guerrieri riunitisi insieme piangevano di gioia! Ciascuno dei militi voleva pur ragguagliare i parenti: ma tanto grande era il loro entusiasmo, che finivano per lo più con questi e simili vanti:—Intanto per questa volta è toccato a loro a fuggire!—O che credevano que' bracaloni de' Catalani! Nol sapevano [pg!96] che si tira ben dritto noi?—E i Fiorentini, pensavano forse di darci sgomento?—Tornino, tornino, affè, che un primo saggio gliel'abbiam dato!Con queste e altre parole si millantavano, e s'incuoravan fra loro: ma pur troppo era un pascersi di vane speranze; e non si saprebbe dire se meglio fosse stato l'avere avuto di subito una sconfitta!Non era però da compiangersi verun morto, e solo parlavasi di alcuni feriti; mentre dei nemici non pochi erano rimasti sul campo, e molti feriti si trasportarono a Prato. Prodigioso poteva dirsi l'evento. Il popolo, tra per il giubilo di sentire che, in uno scontro così accanito, dei suoi non aveva perduto pur uno (e in quel modo di guerreggiarsi assai volte non era a stupire), tra perchè era in fondo molto religioso, non dubitò di gridare al miracolo. Sicchè per la mattina seguente, alla cappella di Sant'Jacopo in Cattedrale furono decretati solenni atti di ringraziamento, e supplicazioni per gli eventi futuri.Il tesoro della sagrestia de' belli arredi, ricordata da Dante, faceva in cotesto giorno bella pompa di sè sull'altare dell'antico patrono della città. Al sant'apostolo era sacra questa cappella, eretta sotto la navata a destra di chi entra, nello spazio dei primi due archi, chiusa di muro dietro l'altare, e sopra di volta; circondata poi da un cancellato di ferro; e ciò per le cure del vescovo Atto, che nel 1145 ve ne fece venir le reliquie. L'avevano arricchita delle opere loro nel 1265 maestro Bono, architetto, e messer Coppo, pittor fiorentino. Di sacri vasi poi e di reliquiari d'argento dorato e a filograno, con pietre, con ceselli, con nielli, e stupende figure in rilievo nel paliotto e nel trittico (tesoro che pur di presente e in molta parte è rimasto, ed è dato a vedersi) la fecero mirabile, da quel tempo per oltre dugento anni, gli artisti italiani più rinomati. E ciò con le offerte de' Pistoiesi, e dei forestieri che vi accorrevano pellegrinando per aver perdonanza, come un tempo i cristiani di ogni parte al sepolcro dello stesso S. Jacopo in Compostella. Di qui nel territorio pistoiese quei tanti spedali, spedaletti ed ospizi pe' pellegrini, chè allora, in difetto di altri alberghi e locande, era pur questa opera religiosa e civile.[pg!97] Dinanzi adunque a questo altare, al quale ardevano lampadari moltissimi, si vedeva prostrato a Cristo Salvatore un popolo intero cui soprastava una tremenda ingiustizia. Dopo la pubblica preghiera il venerando vescovo Sinibuldi levatosi di ginocchio e ascesi i gradini di quell'altare, circondato dal clero, dai magistrati e dai capitani di guerra, si volgeva al suo popolo stivato nelle tre vaste navate, e con affabile dignità in questi termini gli favellava.—Grande, ineffabil conforto, o miei figli, è all'animo mio angustiato già troppo per le gravi sciagure che minacciano la nostra città, il vedervi raccolti nel sacro tempio a supplicare l'Altissimo! Volenterosi accorreste alla difesa della patria, e per essa non dubitaste di andare incontro alla morte! Eppure Iddio nella sua grande misericordia vi volle scampati! Oh! umiliamoci adunque, o figliuoli, e dal profondo del cuore rendiamogli grazie perchè in questo giorno operò per noi mirabili cose! Ma non è a credere che nemico sì agguerrito, e bramoso pur troppo di conquistar quella terra, non torni presto alle insidie e agli assalti. Ascoltate adunque la voce dei vostri capitani, e siate pronti a difendervi. Sì! Una giusta difesa contro un ingiusto aggressore Dio la permette e la vuole: ed io, io stesso, ministro di Dio di pace, vi ci debbo esortare! Ma vi sovvenga che se non è il Signore che invochiate a custode della città, i suoi difensori vi s'adoprano indarno! Or mentre il nemico è qual leone che rugge, e s'aggira qui intorno per divorare, in nome di Dio vi scongiuro, o carissimi, a deporre oggi dinanzi agli altari ogni privato odio e rancore, perchè siate tutti un cuore ed un braccio per la comune difesa. Le ire di parte dominaron qui troppo; e tanti cuori che furon senza pietà, fecero altri spietati, e provocarono i divini gastighi, che ricadranno forse sugli stessi innocenti!Ah! pur troppo sta scritto che «ogni regno diviso sarà desolato!» Ma tu, Dio delle misericordie, disperdi da noi per pietà il terribile augurio! Sia pace e concordia fra questo popolo; e infondi sensi più miti a chi vuole aggredirlo: sicchè rinunziando alle offese, si ristringano invece nel nome tuo le antiche alleanze fra' tuoi adoratori, fra i vicini e parlanti [pg!98] la stessa lingua, fra i figli medesimi di questa italica terra. Se poi questo popolo da dura necessità fosse astretto per sua difesa a impugnar di nuovo le armi, deh! fa, o mio Dio, che nel combattere usi leale coraggio; non sia crudele nè licenzioso; non prevarichi nella vittoria, non disperi nella sconfitta! Signore delle nazioni, Dio degli eserciti, raccomandiamo a te la causa nostra, le nostre anime, la salvezza e la libertà di questo popolo; che io ora nel nome tuo, per intercessione e pe' meriti dei santi suoi protettori, lo benedico!—A queste parole s'udì prorompere da ogni parte in singulti ed in pianti, e gravi sospiri uscirono anco da' petti cinti di maglia e di ferro.Ma quello che più colpi di meraviglia gli astanti, si fu di veder farsi largo fra la folla, e comparire innanzi all'altare uomini di famiglie conosciute per furibonde e potenti, di fazioni fra loro avverse, e che fin qui aspramente s'inimicarono; e in presenza del vescovo, che insieme ai rettori della città da qualche tempo ma sempre indarno li aveva pregati a riamicarsi, giurare adesso di obliare gli antichi odi e li sdegni; di offerire il proprio braccio in pro della patria; e abbracciarsi e baciarsi in bocca per segno solenne di perdono e di pace. La benedizione del buon prelato, grande amatore della patria e difensore dei diritti dei cittadini, fu detto allora dal popolo che proprio come un prodigio era discesa sopra di loro!Or mentre in Pistoia avvenivano questi fatti, e i cittadini, fra la fiducia e il timore, ma con fermezza e con ordine, compievano opere di difesa dentro e sopra le mura; il duca Roberto riconosciute per grandi, e più invero di quel che si fossero, le forze dei Pistoiesi, dispose a Prato di rinforzare l'esercito di gente a piede e a cavallo, e di non muoversi altrimenti che con tutti insieme quei della Lega. E come per messi ebbe avviso che ciascuno era pronto e s'era posto in cammino, fatto consiglio di guerra ordinò (come narrano gli storici) che Pistoia in questo modo si circondasse.Dato il guasto torno torno alle vicine campagne, a distanza dalle mura presso a poco quanto il balestro portava, piantò [pg!99] i campi, e vi fornì i battifolli, cioè li steccati con torri, l'uno presso il ponte a Bonelle, sulla strada che veniva dai monti di sotto, dove fino ai colli di Casal Guidi s'accamparono i Guelfi Neri usciti di Pistoia, sì a pie' che a cavallo. Il campo maggiore si piantò dall'altro lato della città, in direzione della porta di Ripalta, sulla strada della Sambuca; ed ivi si posero il duca coi suoi Mugaveri, e i Fiorentini, e i Lucchesi guidati da Moroello di Manfredi I, marchese Malaspina; il famosoVapor di Val di Magra, già capitano di detti Lucchesi, nel 1302 sopra campo Pisceno all'assedio di Serravalle. Un altro battifolle fece fare al Nespolo sulla strada che vien da Firenze, e un altro a S. Gostino: tutti a un miglio circa dalla città. E fece afforzar la chiesa di Candeglia verso settentrione, che fornì di fanti, di quei della Lega, per guardare anco di qui una via per Sambuca. E ordinò che fossero ben muniti, il Cassero di Berlino Perfetti guardato da mr. Mondasco da Pisa; e il monastero delle Benedettine, a mezzo miglio a ponente nel comune di Sala, dove era a guardia ms. Vanni Scornigiani, pisano.In tanto pericolo per un assedio sì imponente, per quanto ancora assai largo, i Pistoiesi non si persero d'animo. Parve anzi raccogliessero tutte le forze per respingere le avverse con audaci sortite. Ma il dell'Uberti ordinò doversi stare per adesso sulle pure difese. Ciò nuoceva assai a quegli animi ardenti, che il poter loro misuravano sol dal coraggio. Crebbe poi a dismisura la irritazione dei cittadini quando il duca, per quattro araldi, dinanzi alle quattro porte della città, fece bandire che chiunque volesse uscirsene aveva tempo tre dì, salve le persone e l'avere: e chi dal terzo dì innanzi si fosse ostinato di rimanere, l'avrebbe per ribello alla Chiesa e al re di Sicilia, e che però era lecito a ciascuno di ucciderlo.Udito che ebbe il poverame della città un bando sì perentorio e sì crudo, immagini il lettore se, dentro i tre giorni, vecchie, donne e fanciulli e qualche benestante dei più intimoriti s'affrettarono d'uscire! A questi ultimi non fu difficile di trovare un asilo. Ma per que' poveretti?... Si fa presto a dire: albergatemi e datemi il vitto! Per un giorno... [pg!100] per due!... Ma per un tempo chi sa quanto lungo? Eppure la carità, che al bisogno mai non vien meno, aperse anche a loro le braccia!Rimanevano nella città il capitano degli Uberti con Angelo di messer Guglielmo, rettori; i capitani cittadini e altri delle vicine castella, che erano giunti in aita ciascuno con proprie schiere, in tutto forse un quattrocento cavalli, e quattro migliaia d'uomini assoldati fra i Bianchi e i Ghibellini di tutta Toscana, e quanti furono fra i cittadini che in quelle strettezze la fame e la morte non li spaventò. L'assedio era venuto improvviso, nè i campi poterono avere tempo bastante per fare grosse provvisioni di vettovaglie, e di quante potessero bastare per lunghi mesi a tener ben nutriti quei lor difensori. Intorno a che i maggiorenti ed i più savi, fatto consiglio, deliberarono che de' viveri se ne incettasse alla campagna quanti più si potesse; ma che frattanto dell'attuale scarsezza ne fosse tenuto il segreto più stretto: e ciò perchè i gagliardi non ne scoraggissero, e i deboli non provocassero pericolosi rumori.Non per questo che dei mettiscandali fra quella mirabile concordia di cittadini non ne sorgessero: e questi, o turbolenti di lor natura o messi su e aizzati da mala gente, pagata a posta da qualche cittadino per personali vendette, o da nemici di fuori, tanto per suscitar divisioni e indebolir la difesa.Importava ora di aver molte braccia e scavare più larghe fosse dinanzi alle mura esterne: a congegnare poi su di queste arnesi da guerra, come trabocchi, mangani, biffe, tripanti, composte di travi con contrappesi; portarvi sassi per lanciarli, e fare altre grosse fatiche. I lavoranti bisognò prenderli alla rinfusa. I commissari non stettero a guardare tanto per la minuta su chi si presentasse al lavoro. Molti operai vi capitavano di campagna. Gli abiti sdruci e il rozzo aspetto li faceva però comparire tutti eguali. Ed era gran che se venivano; nè quello era tempo da farne scelta; tanto era urgente l'affrettare i lavori!Fervevano essi dì e notte per ogni dove, quando i nemici a breve distanza avevano circondato quasi le mura. I capitani, [pg!101] perchè quelle opere si compissero senza molestie, facevano fare spesso delle sortite fuori d'ogni porta a schiere ben armate a cavallo e a piede: sicchè i nemici sulle prime non si avanzarono. Vollero prima misurare le forze loro contrapposte, e prender pratica del terreno: lo che si agevolarono col far atterrare i molti alberi di quei dintorni. Poi si limitarono a qualche ricognizione e a piccole avvisaglie.In tanto una gran frotta di lavoranti, al mezzodì ogni mattina, sospesi i lavori, si raccoglieva in città a certi luoghi de' quattro quartieri, per ricevere dagli uffiziali delle vettovaglie il soldo ed i viveri. Coteste riunioni davano spesso occasione di tumulti e di risse. Per sorte, che i capitani, con certe intimazioni più severe in tempo di guerra, avevan subito il modo di rimetterli in freno!Fra i più bociatori e rissosi poteva notarsi un uomo bassotto ma ben tarchiato, dal viso asciutto e bronzino, di rosso pelame, con certi occhi di volpe, svelto e risoluto in ogni atto, un cotale chiamato Musone della Moscacchia. Venuto a opra di montagna dalle parti del Castel di Sambuca con una trentina di lavoranti, come s'era fatto loro capoccia, anche sul lavoro come tale lo confermarono, perchè si avvidero che su di essi nissun più di lui ce la poteva.Un tal giorno Musone dopo aver condotto la sua compagnia a ricevere il soldo ed i viveri, diceva a un cagnotto de' suoi più fidati con cui se n'andava a bevere alla prossima taverna; là là chiacchierando e già per entrarvi:—Fuccio, di che si lamentano i nostri?E l'altro:—Della poca porzione di vitto.—Se tutto il mal fosse qui!—soggiunse Musone.—Che infine non mangiano questi poltroni? Non ho io strepitato finora con gli stessi provvisionieri per ottenerglielo più abbondante? Eh! quanto a questo... O qui o là, per tutto da mangiar se ne trova. Ma, per Satanasso! Ti par che sia questa per noi due una bella storia di già? Lo senti? Circondati dai nemici per ogni parte! Sicchè in gabbia ci siamo!E voltosi attorno per vedere che nissuno l'udisse, vibrando le parole e fremendo:[pg!102] E il dir che ci siamo rimasti noi!.... noi gente libera, che in quattro salti, auf!.... su per ogni via che abbia un po' di bosco d'intorno.... capisci?.... ci possiamo prendere il gusto.... d'avere un po' più di quello che ci danno questi can grossi, e senza fatica! Con qualche rischio, si sa; ma infine all'aperto, destri e liberi sulle vette de' monti come gli astori!Cui Fuccio, postosi già a sedere con lui sopra un pancale della taverna:—Altro se è vero! Lassù forti come leoni a far tremare di noi; qui deboli, e a tremar come pecore! Egli è che ora non si può neppur portar armi, come si faceva lassù; e, meno che fra noi, bisogna starsene zitti e chiotti, per tutti i diavoli!E l'altro, alzando un poco la voce e con un gesto animato:—Bisogna, bisogna, tu dici:Poi, abbassandola, e all'orecchio:—Ma se qui non si fa bottino!....E Fuccio, interrompendolo sotto voce:—Te lo diceva? sta queto: vedo entrar delle guardie.E Musone allora a voce alta, fingendo di tener parola col taverniere, voltosi a quello un po' risentito, gli disse:—Così non va bene, ti dico! Che ci fai più aspettare? Un grosso boccale di Vinacciano, ma.... del numero uno, hai capito?E mentre due guardie inoltrandosi li squadravano, e andarono a posarsi in fondo della vasta taverna: un altro sconosciuto, a Musone poco discosto, e che stando in orecchi, aveva raccapezzato di que' discorsi, a mezza voce disse loro:—Anch'io son con voi, cari amici, se intendete parlare della città. No, per tutti i diavoli, che così non va bene! E per ora non siamo a niente! fra poco ce ne avvedremo! Ma stolto ben chi ci resta!Con queste parole cercava di amicarsi costoro per servire a' suoi fini quel briccone di Nuto, l'infinto astrologo e alchimista, che oggi era in vesta di popolano.Intanto altri operai, con in capo berretti di lana e senza [pg!103] mantelli, si sfilavano per quella lunga taverna, e prendevan posto su i pancali vicino ad essi, depositando su quelle tavole la parte del vitto che lor passava il Comune, per beverci su. Nuto anch'egli aveva fatto venir del vino per bever con loro. E com'ebbe trovato in que' primi ben disposto il terreno, accostatosi, cominciò in questo modo a seminare zizzania.—Sicuro! si fa presto a dir «si resiste!» Ma di fare alle capate col muro non l'ho mai intesa io! E poi per chi? Noi poveri popolani sempre per favorire ai capricci e all'arroganza de' nobili! Forse Dio che ci contan qualche cosa, questi magnati! O noi, tutti per loro per la vita e per la morte, o essi contro di noi! Star sull'arme, e uccidere a conto loro, e dove fan cenno: che il popol ci crepi, che importa?E Musone aggiungeva:—E la cagione po' poi? Per sodisfare a' rancori d'un Bianco o d'un Nero!—Senza pensare—continuava un artigiano di buona fede—se noi povera gente, dimane avrem tanto da mangiare con le nostre fatiche d'industrie e d'arti; quando per queste maladette guerre e' non c'è più un lavoro per le maestranze e ci han troncato affatto le braccia! Intanto i Fiorentini non ci mandan più un fil di seta da tessere!E un altro soggiungeva.—O di lana? Dalle campagne non se ne può più introdurre; sicchè alle povere nostre donne non resterà che far delle fasce pe' feriti e gli occhi da piangere!—Siamo stati forse noi che abitiamo in povere catapecchie—soggiunse un del contado—che ci siamo ingelositi de' lor palagi; e per crescer grandigie e far prepotenze abbiam messo a rumore e a sangue la città? A noi premevano le nostre semente, e ora quel po' di grano. E io che sto qui vicino alle mura, là per que' campi me lo vedo strepilare, bello alto che era, sicchè sul terreno alla fatta fine non ci resterà un fil d'erba! Poi, vedersi buttar giù alberi che eran ritti da anni domini; tronche le viti; scioncati per [pg!104] ispregio tutti i frutti che avevano allegato sì bene!... Oh che danni, genti mie! che carestia mi prevedo!—Pur troppo!—un artigiano—tutto il male è d'in alto! Panciatichi e Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a provocar poi il più forte, vo' dire i Fiorentini, che volere o non volere, protetti dal papa, e' sono a capo di una gran lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto, vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'è parso invece che gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!... misericordia! guerra che noi miserabili, rinchiusi fra queste mura, finiremo con esser sepolti fra le rovine, se non prima cascati morti di fame!E Nuto:—Dice bene! verissimo!—Adagio un po'—un altro operaio.—Intanto nel primo assalto ci riuscì a respingerli, que' prepotenti.E Nuto:—Ma non sai che allora non erano appena una quarta parte, e che ora ci brulicano intorno, e sono infiniti quanto le cavallette? Ma ditemi un po': perchè adesso che l'onor dell'armi si può dir sodisfatto, non si cede di buon accordo!—Eh!—alcuni scotendo il capo—la non sarebbe cattiva proposta!Ma a questo punto si levò su un ubriacone sbracciando, e vuotando intanto un boccale.—No, no, pel nostro baron S. Iacopo! Io son per resistere, e per dare a più non posso. E tu Lapo, e tu Cione?—Ed essi pure avvinazzati e con un calore fittizio percotendo il pugno sopra la tavola:—Anch'io, anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza misericordia! Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel nostro barone!—E intanto incalzando nell'argomento, gestendo e sbociando, si alzavano per ritornar sul lavoro.Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che Nuto s'accostò a Musone, cui aveva fatto cenno di voler parlare, e a mezza voce gli disse:—Siete dunque del parer mio?E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a dir «con chi parlo?» dopo un attimo gli replicò risoluto:—Sicuramente![pg!105] Nuto allora:—Ho bisogno di vederti.E Musone che lo voleva quanto l'altro, non esitò, e soggiunse:—Quando?—Stasera a un'ora di notte.—Il luogo?—Ed egli con gran mistero e all'orecchio:—In casa dei Fortebracci.E l'altro con sorpresa:—Ma da chi tien quel messere, da' Bianchi o da' Neri?—Vieni, e lo saprai. Ma dalla porta di dietro: ci sarò io ad aprirti.Que' due brutti ceffi avevan finito di squadrarsi fra loro, e con una mossa di capo l'un verso l'altro, si separavan dicendo:—Ci siamo intesi![pg!106]
UN PRIMO SCONTRO.
«I' vidi già cavalier mover campoE cominciare stormo, e far loro mostra,E talvolta partir per loro scampo.»——Dante,Inferno, Canto XXII.
«I' vidi già cavalier mover campoE cominciare stormo, e far loro mostra,E talvolta partir per loro scampo.»
«I' vidi già cavalier mover campo
E cominciare stormo, e far loro mostra,E talvolta partir per loro scampo.»
E cominciare stormo, e far loro mostra,
E talvolta partir per loro scampo.»
——Dante,Inferno, Canto XXII.
Una mattina, che era quella del 20 maggio, sulla prim'alba la città di Pistoia s'era tutta riscossa, sentendo battere a tocchi la campana dell'arme. Che è che non è, i cittadini quanti erano atti a portar picche e balestre e a cinger la spada, s'eran raccolti sulla piazza del Duomo. Di lì a poco, tra qui e per le vie più larghe vi si potevan contare circa due migliaia di fanti, e fra questi un buon numero di frombolieri Larcianesi, e un trecento a cavallo. De' cavalieri poi era per accrescersi il numero con que' del contado. Gli araldi fino dal giorno innanzi erano stati inviati per tutto il territorio a far la chiamata de' già iscritti per ogni piviere, per raccogliersi in città sotto i lor capitani e connestabili in tante compagnie guidate da' lor centurioni, e che si denominavan dal luogo dov'erano tratte. I più facoltosi della città e del contado costituivan la milizia a cavallo, quale doveva il milite mantenere a proprie spese di tutto punto. I cavalieri conducevano diversi cavalli, e più donzelli e valletti a piedi.
Nonostante che un imminente pericolo fosse già preveduto, un subitaneo terrore occupò i cuori di tutti. Le donne del popolo a quell'ora impensata sopraffatte e smarrite, balzavan [pg!91] dal letto, s'affacciavano alle finestre, e si chiedevano l'una l'altra—che sarà mai!—Che Dio ce li scampi i nostri poveri uomini! Entro le case un andirivieni di lumi qua e là, su e giù per le stanze: un vederli trasparire anche su pei veroni; e gente spenzolata a mirar nella strada: e ogni tanto udir qualche grido e qualche lamento di quelle misere.
Eccole poi a fretta e scarmigliate scender giù sulla via e appostare chi prima lor capitava. E mentre i parenti armati passavan loro dinanzi, era un interrogarsi e un breve rispondere; un parlar tra ignoti come fosser noti: quindi un raccogliersi a drappelli, e far fra di essi i più tristi prognostici. Le madri, per un loro presentimento, più di tutte si desolavano. Dovevan vedersi partir su d'un subito i propri figli; e molti senza dar loro neppure un abbraccio per non affliggerle di soverchio, e per non farsi venir meno il coraggio, risoluti com'erano que' generosi d'andare incontro alla morte pur di difendere la propria città!
E davvero che il momento terribile era arrivato! Il capitano generale pe' suoi esploratori, de' quali da vari giorni era un andare e venire, aveva potuto accertarsi che in quella mattina il nemico sarebbe venuto a oste sopra Pistoia. E infatti sul prim'albore un altro corriere era giunto che riferivagli, come il campo nemico s'era già mosso da Firenze tenendo la via di Prato; da dove, fatto alto per poco, doveva poi a gran passi piombar su Pistoia. Ma il dell'Uberti non era uomo da lasciarsi sorprendere. Per questo subito avea fatto l'appello delle cittadine milizie. Aveva poi adunati la sera innanzi tutti i capitani e i connestabili, affidati gli uffici, e da qualche giorno raccolti i militi de' castelli vicini con più cavalli che fosse possibile, e tutto disposto per far fronte al nemico. Ne sapeva già il numero, e la via che avrebbe preso; e solo ora premevagli di stabilire con quante forze e dove meglio si poteva respingere. Poco o nulla valeva allora la conoscenza de' movimenti strategici d'un esercito, quando la forza individuale in quelle battaglie era tutto. Non già le artiglierie (non ancora inventate), e neppur le fanterie eran per loro, come di presente, il nerbo e il poter di un esercito. Ma in campo aperto più che altro la cavalleria; [pg!92] negli assedi le valide mura, i molti viveri e la costanza nella difesa.
Stava il capitano nel suo palazzo in mezzo a' suoi ufficiali a spedir ordini per ogni dove, per poi salire anch'esso a cavallo alla testa delle sue schiere, allorchè arrivatovi il capitan Fredi, gli domandò con premura:
—Siamo noi sicuri d'una forte schiera di feritori, primi a far impeto sul nemico?
—Capitano, ne potete esser certo. Le nostre milizie son tutte in armi.
—I cavalieri?
—Assai valenti.
—Chiedeste loro quali volessero essere all'antiguardo?
E quegli:
—Bastò la dimanda perchè tutte le compagnie si profferissero come un sol uomo per ambir quest'onore. Sicchè ho creduto dover far ricorso alla sorte: ed essa, mi è caro di dirvi che è caduta sulla mia schiera. Capitan generale, sono ai vostri comandi.
Allora da soli a soli trattaron del modo da preferire in un'ardua intrapresa com'era quella. Quindi a voce alta il degli Uberti gli disse:
—Importa che nell'uscir di città si faccian tacere i tamburi e le trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo le nuove degli esploratori. La fazione è tra vie boschive, e dev'essere di sorpresa. Del resto la natura del terreno la conoscete, e il valor non vi manca.
E stringendogli la mano,
—Andate—gli disse—affrettatevi. In breve vi sarò presso. Capitan Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!
E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme con compiacenza com'a dire che s'erano intesi.
Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.
Se le previsioni del degli Uberti fossero quanto mai avvedute, basterà di sapere che Roberto duca di Calabria, il figlio e l'erede presuntivo di Carlo II re di Napoli, eletto da' Fiorentini a capitan generale di questa guerra, da qualche giorno [pg!93] accampato presso le mura di Firenze, in quella prim'ora date le insegne, cavalcava co' suoi baroni alla testa di grosse schiere; tra fiorentine, benchè non tutte, e quelle de' suoi trecento cavalieri aragonesi e catalani: poi con molto numero di fanteria Almogavara, così detta da certi dardi che usavano, in loro lingua appellatimugaveri. Queste truppe spagnole, un misto di mori e di cristiani, non diverse da quelle passate in Grecia col tedesco Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federigo di Sicilia, e si recavano al soldo d'ogni principe o Stato che avesse d'uopo di loro. Cominciavano fin d'allora a formarsi in Italia queste mercenarie milizie. Detestabili sempre, chiamate da principi o da repubbliche, e funeste alla patria come stromenti di dispotismo, e come quelle che impedirono il libero ordinamento di nazionali milizie. Ma più abominevoli se (come fino a' dì nostri dovemmo vederle) uscite di popolo libero e indipendente, non vergognarono di vendere il braccio loro per tenere astretti altri popoli in catena di servitù.
Le milizie de' Fiorentini dovevan rafforzarsi di tutte le altre della lega guelfa; fra le quali di quelle di Siena, di Lucca, di Volterra, di Città di Castello, di S. Gemignano e di Prato. Ma sul partir di Firenze non aveanvi per allora che le fiorentine e quelle del duca: tanta era la bramosia di quel Comune (morto il papa) di non lasciarsi sfuggir l'occasione di por l'assedio a Pistoia! Quelle della lega dovevan venire ad un tempo. Quelle di Lucca, invece, co' Fiorentini. Ma i Lucchesi, o non fossero ancor preparati, o tardi giungesse loro l'avviso; il duca senza più attenderli aveva già traversata la terra di Prato, laddove seppe che ancora non eran per moversi. Questa notizia che simultanea poterono averla anche i Pistoiesi, li rinfrancò, non avendo quel giorno a temere aggressioni per parte loro nel lasciar la città. A vigilare poi i passi de' nemici e referirne, da qualunque parte li vedessero avvicinare, il degli Uberti fece tener quattro scolte in vedetta ai merli dell'antica altissima torre della Cattedrale; già fortilizio isolato da essa, e dipendente dal capitano del popolo: sol di quel tempo ridotto a modo di campanile con aguglia e con tre ordini di colonne.
[pg!94] Era circa il mezzo del dì che il duca si era già avanzato a circa due miglia da Pistoia lungo la via del Montale; quando si vide sopraffatto da un buon numero di cavalieri pistoiesi con alla testa il capitano messer Fredi. Aggiungi molti fanti sbucati da' boschi che in allora fiancheggiavan la via, serrati in schiere, e misti a quelli guidati dal degli Uberti; tutti insieme fecero a un tempo tanto impeto sul nemico, che lo costrinsero a retrocedere. I cavalieri aragonesi che erano innanzi, mal pratici e incerti per lo stretto e scabroso sentiero, cedevano di subito a' feritori pistoiesi, che, svelti e arrischiati e forti nell'armi, come li chiama Dino Compagni, si battevano con molt'arte e valore. Indarno i Fiorentini, rinfuocati dalla vendetta e dal fiero proposito di conquista, incitavano li Spagnuoli dell'antiguardo a dar nuovo assalto e resistere. Ai dardi che lor saettavano d'ogni parte i detti fanti, in specie i bravi frombolieri Larcianesi, s'aggiungeva la gente del contado. La quale piombata loro sui fianchi, a torme a torme dietro il riparo dei boschi molestava cavalieri e pedoni; armata com'era di lunghe falci, e di rozzi archi ma di certa saetta che li colpiva al sicuro. Tanto che cotesti Spagnuoli atterriti e poco o nulla premendo loro l'onor delle pugne; lo che era da attendere da quella lor poltronaggine meridionale, e da soldataglie compre da un duce venduto, su i passi vergognosi della fuga col duca stesso tanto retrocedettero senz'arrestarsi, finchè non furono entro alle mura di Prato. Qui allora i rimprocci più acerbi de' capitani fiorentini al duca Roberto, e degli esuli soprattutto, che non avrebbero mai immaginato cotal resistenza de' Pistoiesi fuor delle mura.
Dall'altro lato il ritorno a Pistoia di loro schiere pensiamo con qual trepidazione era atteso!
Solamente i vecchi, preti e frati, fanciulli e donne, si può dire che con poche guardie e gli anziani o priori del Comune eran rimasti dentro le mura. Chiuse affatto le officine degli artieri, e i fondachi dei mercatanti, la città era muta e deserta. Là su quella piazza maggiore sul far della sera chi può ridir lo sgomento! Cotesta gente, come presa dalla paura, erasi tutta raccolta insieme colà.
[pg!95] Al primo scontro le scolte dall'alto della torre, d'onde a due miglia poteva scorgersi, avevan già dato l'avviso agli anziani giù in piazza, col suono convenuto d'un tamburo—Si sono azzuffati!—A tal nuova fu un prorompere del popolo in un lungo ululato. E come nel muro esterno di cattedrale, al nord, era un tabernacolo di legno con entrovi il ritratto di Nostra Donna col Divin Figlio, detta dal popolo la Vergine delle porrine, fino da quando nel 1150 da pestilenza fu liberato; avvenne allora a quel triste annunzio che tutti que' miseri andarono a gittarsi in ginocchio dinanzi alla detta immagine e a gridare a gran voce—misericordia!—Poi per un tratto fu silenzio!
Si fecero in piedi, ma con ansia e sgomento! Ed era uno stare in orecchie, un volgersi in alto e sospirare, ed un levare al cielo le palme.
In questo un altro suono di su della torre che annunziava in rotta i nemici!—Dio, Dio! soccorreteci!—fu un grido concorde. E, trepidanti, si prostrarono di nuovo e pregarono. Ma ecco dopo non molto udirsi dall'alto il suono del tamburo, annunziator di vittoria! Poi dal basso della città gente a corsa su per la ripa un salire a loro e ripeter—vittoria!—e il contado dietro, che dalle porte irrompeva, e precedeva fra i lieti evviva le schiere! Oh! allora que' cittadini!... Fu un levarsi tutti come un sol uomo, fra gli accenti di giubilo; un accorrere incontro a braccia aperte, un far eco agli evviva, e cacciarsi ciascun fra le file, e per la via uno stringersi al seno quei prodi e colmarli di benedizioni! Ed ecco in un subito su quella piazza che diverso e commovente spettacolo! Gli oricalchi ed i tamburi ed altri strumenti con lieta musica animavano la marcia.—Sono tornati e vittoriosi!—queste le magiche parole ripetute via via fra la folla. Tutte le campane suonavano a Dio lodiamo! Cittadini e guerrieri riunitisi insieme piangevano di gioia! Ciascuno dei militi voleva pur ragguagliare i parenti: ma tanto grande era il loro entusiasmo, che finivano per lo più con questi e simili vanti:
—Intanto per questa volta è toccato a loro a fuggire!—O che credevano que' bracaloni de' Catalani! Nol sapevano [pg!96] che si tira ben dritto noi?—E i Fiorentini, pensavano forse di darci sgomento?—Tornino, tornino, affè, che un primo saggio gliel'abbiam dato!
Con queste e altre parole si millantavano, e s'incuoravan fra loro: ma pur troppo era un pascersi di vane speranze; e non si saprebbe dire se meglio fosse stato l'avere avuto di subito una sconfitta!
Non era però da compiangersi verun morto, e solo parlavasi di alcuni feriti; mentre dei nemici non pochi erano rimasti sul campo, e molti feriti si trasportarono a Prato. Prodigioso poteva dirsi l'evento. Il popolo, tra per il giubilo di sentire che, in uno scontro così accanito, dei suoi non aveva perduto pur uno (e in quel modo di guerreggiarsi assai volte non era a stupire), tra perchè era in fondo molto religioso, non dubitò di gridare al miracolo. Sicchè per la mattina seguente, alla cappella di Sant'Jacopo in Cattedrale furono decretati solenni atti di ringraziamento, e supplicazioni per gli eventi futuri.
Il tesoro della sagrestia de' belli arredi, ricordata da Dante, faceva in cotesto giorno bella pompa di sè sull'altare dell'antico patrono della città. Al sant'apostolo era sacra questa cappella, eretta sotto la navata a destra di chi entra, nello spazio dei primi due archi, chiusa di muro dietro l'altare, e sopra di volta; circondata poi da un cancellato di ferro; e ciò per le cure del vescovo Atto, che nel 1145 ve ne fece venir le reliquie. L'avevano arricchita delle opere loro nel 1265 maestro Bono, architetto, e messer Coppo, pittor fiorentino. Di sacri vasi poi e di reliquiari d'argento dorato e a filograno, con pietre, con ceselli, con nielli, e stupende figure in rilievo nel paliotto e nel trittico (tesoro che pur di presente e in molta parte è rimasto, ed è dato a vedersi) la fecero mirabile, da quel tempo per oltre dugento anni, gli artisti italiani più rinomati. E ciò con le offerte de' Pistoiesi, e dei forestieri che vi accorrevano pellegrinando per aver perdonanza, come un tempo i cristiani di ogni parte al sepolcro dello stesso S. Jacopo in Compostella. Di qui nel territorio pistoiese quei tanti spedali, spedaletti ed ospizi pe' pellegrini, chè allora, in difetto di altri alberghi e locande, era pur questa opera religiosa e civile.
[pg!97] Dinanzi adunque a questo altare, al quale ardevano lampadari moltissimi, si vedeva prostrato a Cristo Salvatore un popolo intero cui soprastava una tremenda ingiustizia. Dopo la pubblica preghiera il venerando vescovo Sinibuldi levatosi di ginocchio e ascesi i gradini di quell'altare, circondato dal clero, dai magistrati e dai capitani di guerra, si volgeva al suo popolo stivato nelle tre vaste navate, e con affabile dignità in questi termini gli favellava.
—Grande, ineffabil conforto, o miei figli, è all'animo mio angustiato già troppo per le gravi sciagure che minacciano la nostra città, il vedervi raccolti nel sacro tempio a supplicare l'Altissimo! Volenterosi accorreste alla difesa della patria, e per essa non dubitaste di andare incontro alla morte! Eppure Iddio nella sua grande misericordia vi volle scampati! Oh! umiliamoci adunque, o figliuoli, e dal profondo del cuore rendiamogli grazie perchè in questo giorno operò per noi mirabili cose! Ma non è a credere che nemico sì agguerrito, e bramoso pur troppo di conquistar quella terra, non torni presto alle insidie e agli assalti. Ascoltate adunque la voce dei vostri capitani, e siate pronti a difendervi. Sì! Una giusta difesa contro un ingiusto aggressore Dio la permette e la vuole: ed io, io stesso, ministro di Dio di pace, vi ci debbo esortare! Ma vi sovvenga che se non è il Signore che invochiate a custode della città, i suoi difensori vi s'adoprano indarno! Or mentre il nemico è qual leone che rugge, e s'aggira qui intorno per divorare, in nome di Dio vi scongiuro, o carissimi, a deporre oggi dinanzi agli altari ogni privato odio e rancore, perchè siate tutti un cuore ed un braccio per la comune difesa. Le ire di parte dominaron qui troppo; e tanti cuori che furon senza pietà, fecero altri spietati, e provocarono i divini gastighi, che ricadranno forse sugli stessi innocenti!
Ah! pur troppo sta scritto che «ogni regno diviso sarà desolato!» Ma tu, Dio delle misericordie, disperdi da noi per pietà il terribile augurio! Sia pace e concordia fra questo popolo; e infondi sensi più miti a chi vuole aggredirlo: sicchè rinunziando alle offese, si ristringano invece nel nome tuo le antiche alleanze fra' tuoi adoratori, fra i vicini e parlanti [pg!98] la stessa lingua, fra i figli medesimi di questa italica terra. Se poi questo popolo da dura necessità fosse astretto per sua difesa a impugnar di nuovo le armi, deh! fa, o mio Dio, che nel combattere usi leale coraggio; non sia crudele nè licenzioso; non prevarichi nella vittoria, non disperi nella sconfitta! Signore delle nazioni, Dio degli eserciti, raccomandiamo a te la causa nostra, le nostre anime, la salvezza e la libertà di questo popolo; che io ora nel nome tuo, per intercessione e pe' meriti dei santi suoi protettori, lo benedico!—
A queste parole s'udì prorompere da ogni parte in singulti ed in pianti, e gravi sospiri uscirono anco da' petti cinti di maglia e di ferro.
Ma quello che più colpi di meraviglia gli astanti, si fu di veder farsi largo fra la folla, e comparire innanzi all'altare uomini di famiglie conosciute per furibonde e potenti, di fazioni fra loro avverse, e che fin qui aspramente s'inimicarono; e in presenza del vescovo, che insieme ai rettori della città da qualche tempo ma sempre indarno li aveva pregati a riamicarsi, giurare adesso di obliare gli antichi odi e li sdegni; di offerire il proprio braccio in pro della patria; e abbracciarsi e baciarsi in bocca per segno solenne di perdono e di pace. La benedizione del buon prelato, grande amatore della patria e difensore dei diritti dei cittadini, fu detto allora dal popolo che proprio come un prodigio era discesa sopra di loro!
Or mentre in Pistoia avvenivano questi fatti, e i cittadini, fra la fiducia e il timore, ma con fermezza e con ordine, compievano opere di difesa dentro e sopra le mura; il duca Roberto riconosciute per grandi, e più invero di quel che si fossero, le forze dei Pistoiesi, dispose a Prato di rinforzare l'esercito di gente a piede e a cavallo, e di non muoversi altrimenti che con tutti insieme quei della Lega. E come per messi ebbe avviso che ciascuno era pronto e s'era posto in cammino, fatto consiglio di guerra ordinò (come narrano gli storici) che Pistoia in questo modo si circondasse.
Dato il guasto torno torno alle vicine campagne, a distanza dalle mura presso a poco quanto il balestro portava, piantò [pg!99] i campi, e vi fornì i battifolli, cioè li steccati con torri, l'uno presso il ponte a Bonelle, sulla strada che veniva dai monti di sotto, dove fino ai colli di Casal Guidi s'accamparono i Guelfi Neri usciti di Pistoia, sì a pie' che a cavallo. Il campo maggiore si piantò dall'altro lato della città, in direzione della porta di Ripalta, sulla strada della Sambuca; ed ivi si posero il duca coi suoi Mugaveri, e i Fiorentini, e i Lucchesi guidati da Moroello di Manfredi I, marchese Malaspina; il famosoVapor di Val di Magra, già capitano di detti Lucchesi, nel 1302 sopra campo Pisceno all'assedio di Serravalle. Un altro battifolle fece fare al Nespolo sulla strada che vien da Firenze, e un altro a S. Gostino: tutti a un miglio circa dalla città. E fece afforzar la chiesa di Candeglia verso settentrione, che fornì di fanti, di quei della Lega, per guardare anco di qui una via per Sambuca. E ordinò che fossero ben muniti, il Cassero di Berlino Perfetti guardato da mr. Mondasco da Pisa; e il monastero delle Benedettine, a mezzo miglio a ponente nel comune di Sala, dove era a guardia ms. Vanni Scornigiani, pisano.
In tanto pericolo per un assedio sì imponente, per quanto ancora assai largo, i Pistoiesi non si persero d'animo. Parve anzi raccogliessero tutte le forze per respingere le avverse con audaci sortite. Ma il dell'Uberti ordinò doversi stare per adesso sulle pure difese. Ciò nuoceva assai a quegli animi ardenti, che il poter loro misuravano sol dal coraggio. Crebbe poi a dismisura la irritazione dei cittadini quando il duca, per quattro araldi, dinanzi alle quattro porte della città, fece bandire che chiunque volesse uscirsene aveva tempo tre dì, salve le persone e l'avere: e chi dal terzo dì innanzi si fosse ostinato di rimanere, l'avrebbe per ribello alla Chiesa e al re di Sicilia, e che però era lecito a ciascuno di ucciderlo.
Udito che ebbe il poverame della città un bando sì perentorio e sì crudo, immagini il lettore se, dentro i tre giorni, vecchie, donne e fanciulli e qualche benestante dei più intimoriti s'affrettarono d'uscire! A questi ultimi non fu difficile di trovare un asilo. Ma per que' poveretti?... Si fa presto a dire: albergatemi e datemi il vitto! Per un giorno... [pg!100] per due!... Ma per un tempo chi sa quanto lungo? Eppure la carità, che al bisogno mai non vien meno, aperse anche a loro le braccia!
Rimanevano nella città il capitano degli Uberti con Angelo di messer Guglielmo, rettori; i capitani cittadini e altri delle vicine castella, che erano giunti in aita ciascuno con proprie schiere, in tutto forse un quattrocento cavalli, e quattro migliaia d'uomini assoldati fra i Bianchi e i Ghibellini di tutta Toscana, e quanti furono fra i cittadini che in quelle strettezze la fame e la morte non li spaventò. L'assedio era venuto improvviso, nè i campi poterono avere tempo bastante per fare grosse provvisioni di vettovaglie, e di quante potessero bastare per lunghi mesi a tener ben nutriti quei lor difensori. Intorno a che i maggiorenti ed i più savi, fatto consiglio, deliberarono che de' viveri se ne incettasse alla campagna quanti più si potesse; ma che frattanto dell'attuale scarsezza ne fosse tenuto il segreto più stretto: e ciò perchè i gagliardi non ne scoraggissero, e i deboli non provocassero pericolosi rumori.
Non per questo che dei mettiscandali fra quella mirabile concordia di cittadini non ne sorgessero: e questi, o turbolenti di lor natura o messi su e aizzati da mala gente, pagata a posta da qualche cittadino per personali vendette, o da nemici di fuori, tanto per suscitar divisioni e indebolir la difesa.
Importava ora di aver molte braccia e scavare più larghe fosse dinanzi alle mura esterne: a congegnare poi su di queste arnesi da guerra, come trabocchi, mangani, biffe, tripanti, composte di travi con contrappesi; portarvi sassi per lanciarli, e fare altre grosse fatiche. I lavoranti bisognò prenderli alla rinfusa. I commissari non stettero a guardare tanto per la minuta su chi si presentasse al lavoro. Molti operai vi capitavano di campagna. Gli abiti sdruci e il rozzo aspetto li faceva però comparire tutti eguali. Ed era gran che se venivano; nè quello era tempo da farne scelta; tanto era urgente l'affrettare i lavori!
Fervevano essi dì e notte per ogni dove, quando i nemici a breve distanza avevano circondato quasi le mura. I capitani, [pg!101] perchè quelle opere si compissero senza molestie, facevano fare spesso delle sortite fuori d'ogni porta a schiere ben armate a cavallo e a piede: sicchè i nemici sulle prime non si avanzarono. Vollero prima misurare le forze loro contrapposte, e prender pratica del terreno: lo che si agevolarono col far atterrare i molti alberi di quei dintorni. Poi si limitarono a qualche ricognizione e a piccole avvisaglie.
In tanto una gran frotta di lavoranti, al mezzodì ogni mattina, sospesi i lavori, si raccoglieva in città a certi luoghi de' quattro quartieri, per ricevere dagli uffiziali delle vettovaglie il soldo ed i viveri. Coteste riunioni davano spesso occasione di tumulti e di risse. Per sorte, che i capitani, con certe intimazioni più severe in tempo di guerra, avevan subito il modo di rimetterli in freno!
Fra i più bociatori e rissosi poteva notarsi un uomo bassotto ma ben tarchiato, dal viso asciutto e bronzino, di rosso pelame, con certi occhi di volpe, svelto e risoluto in ogni atto, un cotale chiamato Musone della Moscacchia. Venuto a opra di montagna dalle parti del Castel di Sambuca con una trentina di lavoranti, come s'era fatto loro capoccia, anche sul lavoro come tale lo confermarono, perchè si avvidero che su di essi nissun più di lui ce la poteva.
Un tal giorno Musone dopo aver condotto la sua compagnia a ricevere il soldo ed i viveri, diceva a un cagnotto de' suoi più fidati con cui se n'andava a bevere alla prossima taverna; là là chiacchierando e già per entrarvi:
—Fuccio, di che si lamentano i nostri?
E l'altro:
—Della poca porzione di vitto.
—Se tutto il mal fosse qui!—soggiunse Musone.—Che infine non mangiano questi poltroni? Non ho io strepitato finora con gli stessi provvisionieri per ottenerglielo più abbondante? Eh! quanto a questo... O qui o là, per tutto da mangiar se ne trova. Ma, per Satanasso! Ti par che sia questa per noi due una bella storia di già? Lo senti? Circondati dai nemici per ogni parte! Sicchè in gabbia ci siamo!
E voltosi attorno per vedere che nissuno l'udisse, vibrando le parole e fremendo:
[pg!102] E il dir che ci siamo rimasti noi!.... noi gente libera, che in quattro salti, auf!.... su per ogni via che abbia un po' di bosco d'intorno.... capisci?.... ci possiamo prendere il gusto.... d'avere un po' più di quello che ci danno questi can grossi, e senza fatica! Con qualche rischio, si sa; ma infine all'aperto, destri e liberi sulle vette de' monti come gli astori!
Cui Fuccio, postosi già a sedere con lui sopra un pancale della taverna:
—Altro se è vero! Lassù forti come leoni a far tremare di noi; qui deboli, e a tremar come pecore! Egli è che ora non si può neppur portar armi, come si faceva lassù; e, meno che fra noi, bisogna starsene zitti e chiotti, per tutti i diavoli!
E l'altro, alzando un poco la voce e con un gesto animato:
—Bisogna, bisogna, tu dici:
Poi, abbassandola, e all'orecchio:
—Ma se qui non si fa bottino!....
E Fuccio, interrompendolo sotto voce:
—Te lo diceva? sta queto: vedo entrar delle guardie.
E Musone allora a voce alta, fingendo di tener parola col taverniere, voltosi a quello un po' risentito, gli disse:
—Così non va bene, ti dico! Che ci fai più aspettare? Un grosso boccale di Vinacciano, ma.... del numero uno, hai capito?
E mentre due guardie inoltrandosi li squadravano, e andarono a posarsi in fondo della vasta taverna: un altro sconosciuto, a Musone poco discosto, e che stando in orecchi, aveva raccapezzato di que' discorsi, a mezza voce disse loro:
—Anch'io son con voi, cari amici, se intendete parlare della città. No, per tutti i diavoli, che così non va bene! E per ora non siamo a niente! fra poco ce ne avvedremo! Ma stolto ben chi ci resta!
Con queste parole cercava di amicarsi costoro per servire a' suoi fini quel briccone di Nuto, l'infinto astrologo e alchimista, che oggi era in vesta di popolano.
Intanto altri operai, con in capo berretti di lana e senza [pg!103] mantelli, si sfilavano per quella lunga taverna, e prendevan posto su i pancali vicino ad essi, depositando su quelle tavole la parte del vitto che lor passava il Comune, per beverci su. Nuto anch'egli aveva fatto venir del vino per bever con loro. E com'ebbe trovato in que' primi ben disposto il terreno, accostatosi, cominciò in questo modo a seminare zizzania.
—Sicuro! si fa presto a dir «si resiste!» Ma di fare alle capate col muro non l'ho mai intesa io! E poi per chi? Noi poveri popolani sempre per favorire ai capricci e all'arroganza de' nobili! Forse Dio che ci contan qualche cosa, questi magnati! O noi, tutti per loro per la vita e per la morte, o essi contro di noi! Star sull'arme, e uccidere a conto loro, e dove fan cenno: che il popol ci crepi, che importa?
E Musone aggiungeva:
—E la cagione po' poi? Per sodisfare a' rancori d'un Bianco o d'un Nero!
—Senza pensare—continuava un artigiano di buona fede—se noi povera gente, dimane avrem tanto da mangiare con le nostre fatiche d'industrie e d'arti; quando per queste maladette guerre e' non c'è più un lavoro per le maestranze e ci han troncato affatto le braccia! Intanto i Fiorentini non ci mandan più un fil di seta da tessere!
E un altro soggiungeva.
—O di lana? Dalle campagne non se ne può più introdurre; sicchè alle povere nostre donne non resterà che far delle fasce pe' feriti e gli occhi da piangere!
—Siamo stati forse noi che abitiamo in povere catapecchie—soggiunse un del contado—che ci siamo ingelositi de' lor palagi; e per crescer grandigie e far prepotenze abbiam messo a rumore e a sangue la città? A noi premevano le nostre semente, e ora quel po' di grano. E io che sto qui vicino alle mura, là per que' campi me lo vedo strepilare, bello alto che era, sicchè sul terreno alla fatta fine non ci resterà un fil d'erba! Poi, vedersi buttar giù alberi che eran ritti da anni domini; tronche le viti; scioncati per [pg!104] ispregio tutti i frutti che avevano allegato sì bene!... Oh che danni, genti mie! che carestia mi prevedo!
—Pur troppo!—un artigiano—tutto il male è d'in alto! Panciatichi e Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a provocar poi il più forte, vo' dire i Fiorentini, che volere o non volere, protetti dal papa, e' sono a capo di una gran lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto, vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'è parso invece che gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!... misericordia! guerra che noi miserabili, rinchiusi fra queste mura, finiremo con esser sepolti fra le rovine, se non prima cascati morti di fame!
E Nuto:—Dice bene! verissimo!
—Adagio un po'—un altro operaio.—Intanto nel primo assalto ci riuscì a respingerli, que' prepotenti.
E Nuto:—Ma non sai che allora non erano appena una quarta parte, e che ora ci brulicano intorno, e sono infiniti quanto le cavallette? Ma ditemi un po': perchè adesso che l'onor dell'armi si può dir sodisfatto, non si cede di buon accordo!
—Eh!—alcuni scotendo il capo—la non sarebbe cattiva proposta!
Ma a questo punto si levò su un ubriacone sbracciando, e vuotando intanto un boccale.—No, no, pel nostro baron S. Iacopo! Io son per resistere, e per dare a più non posso. E tu Lapo, e tu Cione?—Ed essi pure avvinazzati e con un calore fittizio percotendo il pugno sopra la tavola:—Anch'io, anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza misericordia! Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel nostro barone!—E intanto incalzando nell'argomento, gestendo e sbociando, si alzavano per ritornar sul lavoro.
Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che Nuto s'accostò a Musone, cui aveva fatto cenno di voler parlare, e a mezza voce gli disse:
—Siete dunque del parer mio?
E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a dir «con chi parlo?» dopo un attimo gli replicò risoluto:
—Sicuramente!
[pg!105] Nuto allora:
—Ho bisogno di vederti.
E Musone che lo voleva quanto l'altro, non esitò, e soggiunse:
—Quando?
—Stasera a un'ora di notte.
—Il luogo?
—Ed egli con gran mistero e all'orecchio:—In casa dei Fortebracci.
E l'altro con sorpresa:—Ma da chi tien quel messere, da' Bianchi o da' Neri?
—Vieni, e lo saprai. Ma dalla porta di dietro: ci sarò io ad aprirti.
Que' due brutti ceffi avevan finito di squadrarsi fra loro, e con una mossa di capo l'un verso l'altro, si separavan dicendo:
—Ci siamo intesi!
[pg!106]