CAPITOLO XI.FERMEZZA A RESISTERE.«Ora si comincia per quelli di fuori e per quelli di dentro a far grandissima e crudel guerra.»——Istorie pistolesi.Sebbene i Pistoiesi già per due volte avesser respinto un assalto, che, quando i nemici fossero entrati in città, poteva condurli agli estremi, non ignoravan però che l'assedio da ogni parte si faceva più stretto, ed era loro impedito di far raccolta al di fuori di vettovaglie, delle quali ogni dì più si vedevan mancare. E questo era il colmo di lor disgrazie! Profittavano, è vero, del favor della notte per mandarne in cerca, particolarmente dal lato della montagna, che essendo di tutto il distretto lo spazio di terreno il più ampio e folto di boschi e di selve, non era ancor ben guardato, pel gran numero di militi che v'occorrevano. Ma da qualche tempo quelle spedizioni riuscivano a poco o nulla non solo, ma quasi sempre di danno a chi le imprendeva. E nondimeno avresti veduto povere donne del popolo partirsi dalla città scalze e bruche, con sacchi vuoti sul braccio: esse, perchè degli uomini v'era troppo bisogno; e sfidare e deludere la vigilanza de' militi che a brevi intervalli stavano a guardia della cinta d'assedio. Alcuni de' quali, vedendo donne, e senz'alcun carico, ci scherzavano alquanto; ed esse, le meschine, pur di passare, a quelli scherzi di parole facevan finta di corrispondere, [pg!131] benchè nel cuore li detestassero: poi a cotesta soldataglia straniera, purchè fosse ben pasciuta poco in fondo importava. Altri di loro se sdraiati o dormigliosi, tanto più chiudevano gli occhi. Lo che non sarebbe accaduto se fossero stati Fiorentini o Lucchesi, o de' fuorusciti che erano inesorabili.Quelle donne, una volta passate, le avresti vedute andarsene a frotte per le vie più traverse e più ripide; salir su pe' monti di castello in castello fino a quelli più alpestri di Sanbuca e di Treppio, non guardando a pericoli od a fatiche pur per poter chiedere in ogni capanna a buone genti per elemosina e a qualcun per danaro, da fare un carico di vettovaglie. E ciò pel grande amore che avevano alla terra natale; e perchè i padri loro, i fratelli, i consorti che ne curavano la difesa, non mancassero di nutrimento. E sulle prime potevano anche tornarsene: s'intende sempre in certe ore notturne, e dopo essersi assicurate che quelle solite guardie erano immerse nel sonno. Con più pericolo è vero, ma a una a una, col sacco pieno sulle spalle o sul capo, giungevano spesso a rientrare in città. E allora oh! che gioia non recava a que' prodi il loro ritorno! E quanta poi non ne provavano le poverette a vedersi riuscite in un'opera sì rischiosa, ma sì utile per la lor gente, e di sì stretto bisogno! Di modo che avveniva che, un primo rischio superato, le animava a sfidare il secondo. Perchè a dir vero la donna per amore si mostra di tal coraggio, che sa toccar gli ultimi termini del pericolo, ed è capace di qualsiasi sacrifizio.Ma come i Fiorentini si furono accorti di questo via vai, s'afforzarono da quella parte per modo, che rari eran quelli che vi potessero far tragitto. Pur per moneta e furtivamente sopra giumenti, o per persone che solevan portar masserizie, qualche carico vi si potè introdurre. Non fu però più possibile quando il fosso di cinta fatto da loro, fu tutto chiuso da grandi steccati, e vi eressero le bertesche. Accadde anzi che fin d'allora, messi in sospetto più d'una volta, al vedere in pieno giorno qualcun dalle porte avanzarsi verso di loro; una schiera di fanti, coperti de' loro ampi scudi, li rincorsero ad archi tesi fin dentro le mura; e non si ritrassero [pg!132] senza prima aver fatto una scarica di frecce, alcune delle quali svettando le mura cadevano anche in città.È da sapere che il castaldo, o come or si direbbe, il fattore del tenimento del Castel di Vergiole, era un tal Pier Antonio marito di Margherita, la quale abbiam visto sì ben affetta alla casa de' Vergiolesi, e però chiamata spesso in città con una sua figlia, Maria, a' lor servigi. La buona donna con più piacere solea trattenervisi ogni qualvolta potea condur seco la ragazza; perchè poi vi ritrovava il suo figlio Guidotto, scudiero di messer Lippo. Al cominciar poi dell'assedio non si potè più parlare di levar Maria dalla casa paterna.Ma un altro figlio non meno animoso era rimasto a Vergiole in compagnia del vecchio padre, a sbrigar le faccende della villa, e diriger l'opere pe' campi. Bindo, tale era il suo nome, di poco era minore del fratello Guidotto, ed ambedue si amavano di gran cuore. Usi poi al castello a conversar di continuo co' figli de' lor padroni, coi quali eran quasi coetanei; per indole buona avevan partecipato a que' nobili sentimenti, tanto a riguardo della famiglia che della patria.Quasi ogni giorno i soldati del duca avevan preso l'abitudine di fare scorrerie su pe' colli vicini. Non eran già comandate, ma di loro arbitrio e per loro sollazzo. Ad essi s'univano anche certi militi forusciti. I quali tutti, non contenti di attaccarsi alle frutta, e sperperare ogni pianta, entravan talora nelle capanne dei poveri agricoltori, e con licenza inaudita insultavano e depredavano. I Catalani poi, soldataglia semibarbara e con quegl'istinti de' paesi meridionali, alle povere donne, se riuscivano di trovarne, osavano di fare ogni sorta di vituperi. Il duca Roberto come colui che era di nobile animo, e mostrava almeno di aver sensi di giustizia e di umanità, pervenutigli da ogni parte continui lamenti di sì sfrenata licenza, conoscendo pur troppo l'indole bestiale di essi, mandò al campo ordini severissimi, sicchè nissuno senza permesso potè più allontanarsene; e intanto alcuni sorpresi e provati rei, ebbero aspri gastighi, e molta roba ai derubati fu resa, e alcune meschine a' loro artigli [pg!133] poteron sottrarsi. Ma finchè costoro ebbero agio di salire a Vergiole: e lo facevano spesso perchè un colle de' più vicini; Bindo con la famiglia indignato di qualche brutto fatto avvenuto in que' pressi; insospettito ogni giorno più, aveva loro tenuto d'occhio, e s'era voluto un po' porre in guardia. Ciò faceva in special modo a riguardo di sua sorella Maria. Che, fanciulla assai avvenente e di già adocchiata da que' procaci, senza che in casa d'altronde avesser pensato a tenerla nascosta; per quelle sue attrattive, e anche per odio particolare al padrone del castello, come capo dell'avverso partito, essa e la sua famiglia correvan già rischio di prepotenze e d'offese. Prevenuto però da Guidotto, aveva raccolto in sua casa altri parenti; coi quali anche dopo lavorate le terre, girandolavano sempre con qualche arme per il podere, e si facevano intanto una scambievol difesa.Era di questo tempo che richiesto Guidotto dai rettori della città e dal suo stesso padrone, non aveva esitato d'affidare al suo Bindo, destro com'era e di gran coraggio, un'impresa delicata e rischiosa, quella cioè di provveder pel Comune quanti più viveri avesse potuto; e, senza riguardo alla spesa, per gente sicura mandarli in città. E già con le grosse somme inviategli se n'era fatto incettatore per ogni lato. E via via per uomini e donne della campagna, pagandoli bene, li faceva trasportare fin presso la cinta d'assedio; altri poi dalla città notte tempo venivan lì a riceverli.Un tal giorno avvisato Guidotto che nella notte successiva dovevan giungere grossi carichi scortati da Bindo stesso, provvide che oltre ai portatori gli si spedisse una schiera d'armati per proteggerne la consegna. E di fatti il pericolo presentito vi si mostrò senza misura più grave. I militi fiorentini che, mutata la guardia coi Catalani, occupavano quella cerchia, avuto indizio di questo transito che doveva farsi pel greto quasi che asciutto del piccolo torrente Brana traversante allor la città; lasciato senza superiore comando il posto della consegna, andarono ad appostarsi in una boscaglia poco fuor delle mura, ed al passare di quella gente piombarono loro addosso siccome belve: e non solo tolser loro le vettovaglie, ma a tutti quei portatori, circondatili, [pg!134] e puntando al petto le lance e le spade, si diedero a fare i più orribili strazi. Alle povere donne, che erano in maggior numero, non valse il prostrarsi in ginocchio dinanzi a loro, piangere e supplicar tutti i santi. Quelli spietati per crudele irrisione tagliarono a quale il naso, a quale le orecchie; e agli uomini, dopo vana resistenza perchè inermi, levarono un occhio, o tagliarono una mano, o un piede; e così guasti li sospinsero a forza, o li trascinarono fin presso ai loro steccati, e alle torri di legno: dove penzoloni li vollero porre perchè i nemici dalle mura potesser vederli!Intanto Guidotto che era stato per molta notte in ascolto sul torrione della porta di Ripalta, inquieto dell'insolito indugio, quando fu sul far dell'alba, discese; e profittando d'una rivista del campo nemico che per l'estiva stagione avveniva circa a quell'ora, sicchè quella parte era rimasta sguernita; con uno sbruffo di fiorini comprate facilmente le poche guardie Catalane che v'eran rimaste, e aggiuntasi buona squadra de' suoi a cavallo, riuscì a fare una sortita fuor di città. Allorchè avanzatosi alquanto verso la detta parte, gli feriron le orecchie le strida de' miseri che venivano a quella volta! Ahimè che incontro! che spettacolo orrendo! Donne contraffatte e grondanti sangue e lacrime insieme! Uomini mutilati ed esanimi quali quelle pietose se li traevano a braccio con piè vacillante, e quali altri anche in dosso. Poi dietro loro una masnada di que' feroci, che con le picche e con gli urli, come peggio non si usa sopra un branco di bestie destinate al macello, le incalzavano, e v'aggiungevano ogni sorta d'insulti!A tal vista Guidotto ed i suoi con un furor disperato si lanciano a gran corsa e a spade levate sopra i nemici, e ne fanno aspra vendetta. Que' miseri allora rimangon liberi, ma in quale stato! Immaginiamo il dolor di Guidotto quando fra coloro che eran guasti delle membra e grondanti sangue, si vide innanzi il fratello, il suo Bindo! Lo portavano a braccio due povere giovani, che per li sfregi ricevuti nel viso, esse medesime tanto soffrivano, da poter reggersi appena. A lui que' crudeli avevan ferito in varie parti le membra, e tagliata una mano! Il dolor che provava era sì forte, e di [pg!135] sangue n'aveva perduto in tal copia, che era quasi privo di sensi. Moveva i piedi macchinalmente, e dava ogni poco in forti lamenti cui rispondevano i singulti di quelle affannate.—Vedimi, vedi come m'hanno straziato!—potè articolare al fratello—Dio! Dio!... misericordia! povero Bindo!—esclamò quegli. Comprese però che non era tempo di parole, ma di pronto soccorso. Subito a Bindo fasciò strettamente il polso tagliato perchè il sangue gli si stagnasse; e ordinò che la medesima compressione fosse fatta a quanti altri dei mutilati. Compassionò e rianimò quegl'infelici: e raccomandato che affrettassero il passo per iscambievole aiuto, alto com'era e molto robusto, si prese il suo Bindo di soppeso come un fuscello, se lo abbracciò facendoselo riposare sopra una spalla, e rimontato a cavallo, via innanzi a tutti per veder di sottrarli a nuove aggressioni. Per sorte altri de' loro egualmente a cavallo li avevan raggiunti; sicchè i più impotenti se li presero in sella; e quasi tutti que' vili che in quella mischia per le gravi ferite non poteron fuggire, circondatili se li trassero prigionieri.Fu un urlo d'imprecazione di tutto il popolo allorchè que' poveri portatori, straziati per cotal guisa che mai fra i barbari si fosse fatto, se non v'ha un riscontro nei briganti odierni del mezzodì, furon veduti rientrare in città! Dietro di loro seguivan legati i prigionieri nemici.—Vendetta! vendetta!—Sorse allora un gridìo spaventoso da ogni parte. E lì sulla via i cittadini li avrebbero fatti in pezzi, se le guardie non li avesser respinti, e se più che altro una voce autorevole non fosse sorta fra loro, quella del capitan degli Uberti, che disse:—Giustizia si farà e tosto, ma dal consiglio di guerra!—Adunatisi in fatti, passò appena brev'ora che i prigionieri furono appesi per la gola ai merli delle mura esterne di presso la porta, perchè fossero di spettacolo al campo nemico.Ma se qui fu gridato—vendetta!—da altra parte si levò una voce pietosa che pregò—carità!—Divulgatosi l'orrendo fatto per ogni casa, molti uomini e donne, oltre i parenti e gli amici, accorsero allo spedale a soccorrerli. Fra quest'anime generose Selvaggia fu delle prime.[pg!136] —Andiamo, affrettiamoci!—disse subito alla sua Margherita.—Ma voi tutt'ora soffrite!—Hai udito?—rispose—soffron troppo più di me quelle misere!—E fattole raccorre il più possibile di lini e di vitto, come soleva nel visitarvi spesso le inferme, si recò immantinente a quella sede del duolo.Vestiva Selvaggia un abito scuro e dimesso, e le copriva il bel viso un gran velo nero. Passò così inosservata per le vie, e giunse laddove stavan giacenti quelle infelici. E che poteva far mai una nobil donzella, non usa ai servigi i più umili che colà bisognavano? Eppur la gentile a quali porgendo una soave parola, a quali un'aita nelle stesse opre servili, apparve fra loro come l'angelo della pietà!Intelletto d'amore, squisito senso di tenerezza quanto può essere in donna, tutto era in lei; congiunto poi a quell'entusiasmo d'un cuore magnanimo che tutto sacrifica per un nobile scopo. Fischiavano infatti le frecce nemiche, che, svettando le mura, talvolta le cadder vicine! Che importa? Ell'affronta il pericolo perchè vuol esser fra' suoi, fra 'l padre e il fratello che dopo tante sventure le son anche più cari. Vuol dare anch'essa il suo obolo per la patria, vedendo che in tanto estremo val pur qualche cosa. La sua sola presenza rianima infatti i combattenti e i feriti: perchè in donna il gentile animo caritativo, congiunto a beltà, non è a dir quanto valga! È un raggio celeste che riscalda e ravviva! Nè a ciò solo è contenta. Di casa in casa porta soccorsi alle povere famiglie, dove non eran rimasti che vecchi e fanciulli e vedove desolate: e questi e quelle raccomanda al Comune perchè non si lascino in un crudele abbandono. Si direbbe che nell'opere patriottiche, per quanto l'è dato, vuole emulare i parenti e il suo Cino.Questi, con quel ministero che gli era proprio, quello della parola, non aveva lasciata occasione per soccorrere il suo paese. Prima a Firenze da que' di sua parte, e presso li stessi della Signoria per distorli da quell'assedio. Non guardò a cavalcarvi di giorno e di notte, benchè insidiato da quel suo personale nemico. E come pur troppo ogni cura [pg!137] gli tornò vana, tentava adesso, dopo cimenti sì disperati, di far sì che si cessasse dall'armi.In Pistoia da poco tempo si eran rifugiati alcuni parenti del cardinal Niccolò da Prato; astretti a partir dalla terra natale, poichè colà il cardinale ed i suoi eran venuti in sospetto di favorire i Guelfi di parte bianca. Al capo di cotesta famiglia messer Cino credè espediente di far ricorso. E come coi rettori di Pistoia aveva già convenuto, segretamente si adoperò perchè rappresentasse al cardinale il misero stato dei Pistoiesi, ed ei presso al papa ne perorasse la pace. Nè pago di ciò, spedì un messaggio con lettere ai concittadini, messer Giovanni Fioravanti e messer Vinciguerra Panciatichi, mercanti molto stimati in Avignone; e altre a messer Aldighieri della Torre che era in corte del papa, perchè di concordia e per carità del comun loco natìo patrocinassero questa causa. Ma in presenza di eserciti combattenti, le arti diplomatiche ebber sempre lo stesso inutile effetto.[pg!138]
CAPITOLO XI.FERMEZZA A RESISTERE.«Ora si comincia per quelli di fuori e per quelli di dentro a far grandissima e crudel guerra.»——Istorie pistolesi.Sebbene i Pistoiesi già per due volte avesser respinto un assalto, che, quando i nemici fossero entrati in città, poteva condurli agli estremi, non ignoravan però che l'assedio da ogni parte si faceva più stretto, ed era loro impedito di far raccolta al di fuori di vettovaglie, delle quali ogni dì più si vedevan mancare. E questo era il colmo di lor disgrazie! Profittavano, è vero, del favor della notte per mandarne in cerca, particolarmente dal lato della montagna, che essendo di tutto il distretto lo spazio di terreno il più ampio e folto di boschi e di selve, non era ancor ben guardato, pel gran numero di militi che v'occorrevano. Ma da qualche tempo quelle spedizioni riuscivano a poco o nulla non solo, ma quasi sempre di danno a chi le imprendeva. E nondimeno avresti veduto povere donne del popolo partirsi dalla città scalze e bruche, con sacchi vuoti sul braccio: esse, perchè degli uomini v'era troppo bisogno; e sfidare e deludere la vigilanza de' militi che a brevi intervalli stavano a guardia della cinta d'assedio. Alcuni de' quali, vedendo donne, e senz'alcun carico, ci scherzavano alquanto; ed esse, le meschine, pur di passare, a quelli scherzi di parole facevan finta di corrispondere, [pg!131] benchè nel cuore li detestassero: poi a cotesta soldataglia straniera, purchè fosse ben pasciuta poco in fondo importava. Altri di loro se sdraiati o dormigliosi, tanto più chiudevano gli occhi. Lo che non sarebbe accaduto se fossero stati Fiorentini o Lucchesi, o de' fuorusciti che erano inesorabili.Quelle donne, una volta passate, le avresti vedute andarsene a frotte per le vie più traverse e più ripide; salir su pe' monti di castello in castello fino a quelli più alpestri di Sanbuca e di Treppio, non guardando a pericoli od a fatiche pur per poter chiedere in ogni capanna a buone genti per elemosina e a qualcun per danaro, da fare un carico di vettovaglie. E ciò pel grande amore che avevano alla terra natale; e perchè i padri loro, i fratelli, i consorti che ne curavano la difesa, non mancassero di nutrimento. E sulle prime potevano anche tornarsene: s'intende sempre in certe ore notturne, e dopo essersi assicurate che quelle solite guardie erano immerse nel sonno. Con più pericolo è vero, ma a una a una, col sacco pieno sulle spalle o sul capo, giungevano spesso a rientrare in città. E allora oh! che gioia non recava a que' prodi il loro ritorno! E quanta poi non ne provavano le poverette a vedersi riuscite in un'opera sì rischiosa, ma sì utile per la lor gente, e di sì stretto bisogno! Di modo che avveniva che, un primo rischio superato, le animava a sfidare il secondo. Perchè a dir vero la donna per amore si mostra di tal coraggio, che sa toccar gli ultimi termini del pericolo, ed è capace di qualsiasi sacrifizio.Ma come i Fiorentini si furono accorti di questo via vai, s'afforzarono da quella parte per modo, che rari eran quelli che vi potessero far tragitto. Pur per moneta e furtivamente sopra giumenti, o per persone che solevan portar masserizie, qualche carico vi si potè introdurre. Non fu però più possibile quando il fosso di cinta fatto da loro, fu tutto chiuso da grandi steccati, e vi eressero le bertesche. Accadde anzi che fin d'allora, messi in sospetto più d'una volta, al vedere in pieno giorno qualcun dalle porte avanzarsi verso di loro; una schiera di fanti, coperti de' loro ampi scudi, li rincorsero ad archi tesi fin dentro le mura; e non si ritrassero [pg!132] senza prima aver fatto una scarica di frecce, alcune delle quali svettando le mura cadevano anche in città.È da sapere che il castaldo, o come or si direbbe, il fattore del tenimento del Castel di Vergiole, era un tal Pier Antonio marito di Margherita, la quale abbiam visto sì ben affetta alla casa de' Vergiolesi, e però chiamata spesso in città con una sua figlia, Maria, a' lor servigi. La buona donna con più piacere solea trattenervisi ogni qualvolta potea condur seco la ragazza; perchè poi vi ritrovava il suo figlio Guidotto, scudiero di messer Lippo. Al cominciar poi dell'assedio non si potè più parlare di levar Maria dalla casa paterna.Ma un altro figlio non meno animoso era rimasto a Vergiole in compagnia del vecchio padre, a sbrigar le faccende della villa, e diriger l'opere pe' campi. Bindo, tale era il suo nome, di poco era minore del fratello Guidotto, ed ambedue si amavano di gran cuore. Usi poi al castello a conversar di continuo co' figli de' lor padroni, coi quali eran quasi coetanei; per indole buona avevan partecipato a que' nobili sentimenti, tanto a riguardo della famiglia che della patria.Quasi ogni giorno i soldati del duca avevan preso l'abitudine di fare scorrerie su pe' colli vicini. Non eran già comandate, ma di loro arbitrio e per loro sollazzo. Ad essi s'univano anche certi militi forusciti. I quali tutti, non contenti di attaccarsi alle frutta, e sperperare ogni pianta, entravan talora nelle capanne dei poveri agricoltori, e con licenza inaudita insultavano e depredavano. I Catalani poi, soldataglia semibarbara e con quegl'istinti de' paesi meridionali, alle povere donne, se riuscivano di trovarne, osavano di fare ogni sorta di vituperi. Il duca Roberto come colui che era di nobile animo, e mostrava almeno di aver sensi di giustizia e di umanità, pervenutigli da ogni parte continui lamenti di sì sfrenata licenza, conoscendo pur troppo l'indole bestiale di essi, mandò al campo ordini severissimi, sicchè nissuno senza permesso potè più allontanarsene; e intanto alcuni sorpresi e provati rei, ebbero aspri gastighi, e molta roba ai derubati fu resa, e alcune meschine a' loro artigli [pg!133] poteron sottrarsi. Ma finchè costoro ebbero agio di salire a Vergiole: e lo facevano spesso perchè un colle de' più vicini; Bindo con la famiglia indignato di qualche brutto fatto avvenuto in que' pressi; insospettito ogni giorno più, aveva loro tenuto d'occhio, e s'era voluto un po' porre in guardia. Ciò faceva in special modo a riguardo di sua sorella Maria. Che, fanciulla assai avvenente e di già adocchiata da que' procaci, senza che in casa d'altronde avesser pensato a tenerla nascosta; per quelle sue attrattive, e anche per odio particolare al padrone del castello, come capo dell'avverso partito, essa e la sua famiglia correvan già rischio di prepotenze e d'offese. Prevenuto però da Guidotto, aveva raccolto in sua casa altri parenti; coi quali anche dopo lavorate le terre, girandolavano sempre con qualche arme per il podere, e si facevano intanto una scambievol difesa.Era di questo tempo che richiesto Guidotto dai rettori della città e dal suo stesso padrone, non aveva esitato d'affidare al suo Bindo, destro com'era e di gran coraggio, un'impresa delicata e rischiosa, quella cioè di provveder pel Comune quanti più viveri avesse potuto; e, senza riguardo alla spesa, per gente sicura mandarli in città. E già con le grosse somme inviategli se n'era fatto incettatore per ogni lato. E via via per uomini e donne della campagna, pagandoli bene, li faceva trasportare fin presso la cinta d'assedio; altri poi dalla città notte tempo venivan lì a riceverli.Un tal giorno avvisato Guidotto che nella notte successiva dovevan giungere grossi carichi scortati da Bindo stesso, provvide che oltre ai portatori gli si spedisse una schiera d'armati per proteggerne la consegna. E di fatti il pericolo presentito vi si mostrò senza misura più grave. I militi fiorentini che, mutata la guardia coi Catalani, occupavano quella cerchia, avuto indizio di questo transito che doveva farsi pel greto quasi che asciutto del piccolo torrente Brana traversante allor la città; lasciato senza superiore comando il posto della consegna, andarono ad appostarsi in una boscaglia poco fuor delle mura, ed al passare di quella gente piombarono loro addosso siccome belve: e non solo tolser loro le vettovaglie, ma a tutti quei portatori, circondatili, [pg!134] e puntando al petto le lance e le spade, si diedero a fare i più orribili strazi. Alle povere donne, che erano in maggior numero, non valse il prostrarsi in ginocchio dinanzi a loro, piangere e supplicar tutti i santi. Quelli spietati per crudele irrisione tagliarono a quale il naso, a quale le orecchie; e agli uomini, dopo vana resistenza perchè inermi, levarono un occhio, o tagliarono una mano, o un piede; e così guasti li sospinsero a forza, o li trascinarono fin presso ai loro steccati, e alle torri di legno: dove penzoloni li vollero porre perchè i nemici dalle mura potesser vederli!Intanto Guidotto che era stato per molta notte in ascolto sul torrione della porta di Ripalta, inquieto dell'insolito indugio, quando fu sul far dell'alba, discese; e profittando d'una rivista del campo nemico che per l'estiva stagione avveniva circa a quell'ora, sicchè quella parte era rimasta sguernita; con uno sbruffo di fiorini comprate facilmente le poche guardie Catalane che v'eran rimaste, e aggiuntasi buona squadra de' suoi a cavallo, riuscì a fare una sortita fuor di città. Allorchè avanzatosi alquanto verso la detta parte, gli feriron le orecchie le strida de' miseri che venivano a quella volta! Ahimè che incontro! che spettacolo orrendo! Donne contraffatte e grondanti sangue e lacrime insieme! Uomini mutilati ed esanimi quali quelle pietose se li traevano a braccio con piè vacillante, e quali altri anche in dosso. Poi dietro loro una masnada di que' feroci, che con le picche e con gli urli, come peggio non si usa sopra un branco di bestie destinate al macello, le incalzavano, e v'aggiungevano ogni sorta d'insulti!A tal vista Guidotto ed i suoi con un furor disperato si lanciano a gran corsa e a spade levate sopra i nemici, e ne fanno aspra vendetta. Que' miseri allora rimangon liberi, ma in quale stato! Immaginiamo il dolor di Guidotto quando fra coloro che eran guasti delle membra e grondanti sangue, si vide innanzi il fratello, il suo Bindo! Lo portavano a braccio due povere giovani, che per li sfregi ricevuti nel viso, esse medesime tanto soffrivano, da poter reggersi appena. A lui que' crudeli avevan ferito in varie parti le membra, e tagliata una mano! Il dolor che provava era sì forte, e di [pg!135] sangue n'aveva perduto in tal copia, che era quasi privo di sensi. Moveva i piedi macchinalmente, e dava ogni poco in forti lamenti cui rispondevano i singulti di quelle affannate.—Vedimi, vedi come m'hanno straziato!—potè articolare al fratello—Dio! Dio!... misericordia! povero Bindo!—esclamò quegli. Comprese però che non era tempo di parole, ma di pronto soccorso. Subito a Bindo fasciò strettamente il polso tagliato perchè il sangue gli si stagnasse; e ordinò che la medesima compressione fosse fatta a quanti altri dei mutilati. Compassionò e rianimò quegl'infelici: e raccomandato che affrettassero il passo per iscambievole aiuto, alto com'era e molto robusto, si prese il suo Bindo di soppeso come un fuscello, se lo abbracciò facendoselo riposare sopra una spalla, e rimontato a cavallo, via innanzi a tutti per veder di sottrarli a nuove aggressioni. Per sorte altri de' loro egualmente a cavallo li avevan raggiunti; sicchè i più impotenti se li presero in sella; e quasi tutti que' vili che in quella mischia per le gravi ferite non poteron fuggire, circondatili se li trassero prigionieri.Fu un urlo d'imprecazione di tutto il popolo allorchè que' poveri portatori, straziati per cotal guisa che mai fra i barbari si fosse fatto, se non v'ha un riscontro nei briganti odierni del mezzodì, furon veduti rientrare in città! Dietro di loro seguivan legati i prigionieri nemici.—Vendetta! vendetta!—Sorse allora un gridìo spaventoso da ogni parte. E lì sulla via i cittadini li avrebbero fatti in pezzi, se le guardie non li avesser respinti, e se più che altro una voce autorevole non fosse sorta fra loro, quella del capitan degli Uberti, che disse:—Giustizia si farà e tosto, ma dal consiglio di guerra!—Adunatisi in fatti, passò appena brev'ora che i prigionieri furono appesi per la gola ai merli delle mura esterne di presso la porta, perchè fossero di spettacolo al campo nemico.Ma se qui fu gridato—vendetta!—da altra parte si levò una voce pietosa che pregò—carità!—Divulgatosi l'orrendo fatto per ogni casa, molti uomini e donne, oltre i parenti e gli amici, accorsero allo spedale a soccorrerli. Fra quest'anime generose Selvaggia fu delle prime.[pg!136] —Andiamo, affrettiamoci!—disse subito alla sua Margherita.—Ma voi tutt'ora soffrite!—Hai udito?—rispose—soffron troppo più di me quelle misere!—E fattole raccorre il più possibile di lini e di vitto, come soleva nel visitarvi spesso le inferme, si recò immantinente a quella sede del duolo.Vestiva Selvaggia un abito scuro e dimesso, e le copriva il bel viso un gran velo nero. Passò così inosservata per le vie, e giunse laddove stavan giacenti quelle infelici. E che poteva far mai una nobil donzella, non usa ai servigi i più umili che colà bisognavano? Eppur la gentile a quali porgendo una soave parola, a quali un'aita nelle stesse opre servili, apparve fra loro come l'angelo della pietà!Intelletto d'amore, squisito senso di tenerezza quanto può essere in donna, tutto era in lei; congiunto poi a quell'entusiasmo d'un cuore magnanimo che tutto sacrifica per un nobile scopo. Fischiavano infatti le frecce nemiche, che, svettando le mura, talvolta le cadder vicine! Che importa? Ell'affronta il pericolo perchè vuol esser fra' suoi, fra 'l padre e il fratello che dopo tante sventure le son anche più cari. Vuol dare anch'essa il suo obolo per la patria, vedendo che in tanto estremo val pur qualche cosa. La sua sola presenza rianima infatti i combattenti e i feriti: perchè in donna il gentile animo caritativo, congiunto a beltà, non è a dir quanto valga! È un raggio celeste che riscalda e ravviva! Nè a ciò solo è contenta. Di casa in casa porta soccorsi alle povere famiglie, dove non eran rimasti che vecchi e fanciulli e vedove desolate: e questi e quelle raccomanda al Comune perchè non si lascino in un crudele abbandono. Si direbbe che nell'opere patriottiche, per quanto l'è dato, vuole emulare i parenti e il suo Cino.Questi, con quel ministero che gli era proprio, quello della parola, non aveva lasciata occasione per soccorrere il suo paese. Prima a Firenze da que' di sua parte, e presso li stessi della Signoria per distorli da quell'assedio. Non guardò a cavalcarvi di giorno e di notte, benchè insidiato da quel suo personale nemico. E come pur troppo ogni cura [pg!137] gli tornò vana, tentava adesso, dopo cimenti sì disperati, di far sì che si cessasse dall'armi.In Pistoia da poco tempo si eran rifugiati alcuni parenti del cardinal Niccolò da Prato; astretti a partir dalla terra natale, poichè colà il cardinale ed i suoi eran venuti in sospetto di favorire i Guelfi di parte bianca. Al capo di cotesta famiglia messer Cino credè espediente di far ricorso. E come coi rettori di Pistoia aveva già convenuto, segretamente si adoperò perchè rappresentasse al cardinale il misero stato dei Pistoiesi, ed ei presso al papa ne perorasse la pace. Nè pago di ciò, spedì un messaggio con lettere ai concittadini, messer Giovanni Fioravanti e messer Vinciguerra Panciatichi, mercanti molto stimati in Avignone; e altre a messer Aldighieri della Torre che era in corte del papa, perchè di concordia e per carità del comun loco natìo patrocinassero questa causa. Ma in presenza di eserciti combattenti, le arti diplomatiche ebber sempre lo stesso inutile effetto.[pg!138]
FERMEZZA A RESISTERE.
«Ora si comincia per quelli di fuori e per quelli di dentro a far grandissima e crudel guerra.»——Istorie pistolesi.
«Ora si comincia per quelli di fuori e per quelli di dentro a far grandissima e crudel guerra.»
——Istorie pistolesi.
Sebbene i Pistoiesi già per due volte avesser respinto un assalto, che, quando i nemici fossero entrati in città, poteva condurli agli estremi, non ignoravan però che l'assedio da ogni parte si faceva più stretto, ed era loro impedito di far raccolta al di fuori di vettovaglie, delle quali ogni dì più si vedevan mancare. E questo era il colmo di lor disgrazie! Profittavano, è vero, del favor della notte per mandarne in cerca, particolarmente dal lato della montagna, che essendo di tutto il distretto lo spazio di terreno il più ampio e folto di boschi e di selve, non era ancor ben guardato, pel gran numero di militi che v'occorrevano. Ma da qualche tempo quelle spedizioni riuscivano a poco o nulla non solo, ma quasi sempre di danno a chi le imprendeva. E nondimeno avresti veduto povere donne del popolo partirsi dalla città scalze e bruche, con sacchi vuoti sul braccio: esse, perchè degli uomini v'era troppo bisogno; e sfidare e deludere la vigilanza de' militi che a brevi intervalli stavano a guardia della cinta d'assedio. Alcuni de' quali, vedendo donne, e senz'alcun carico, ci scherzavano alquanto; ed esse, le meschine, pur di passare, a quelli scherzi di parole facevan finta di corrispondere, [pg!131] benchè nel cuore li detestassero: poi a cotesta soldataglia straniera, purchè fosse ben pasciuta poco in fondo importava. Altri di loro se sdraiati o dormigliosi, tanto più chiudevano gli occhi. Lo che non sarebbe accaduto se fossero stati Fiorentini o Lucchesi, o de' fuorusciti che erano inesorabili.
Quelle donne, una volta passate, le avresti vedute andarsene a frotte per le vie più traverse e più ripide; salir su pe' monti di castello in castello fino a quelli più alpestri di Sanbuca e di Treppio, non guardando a pericoli od a fatiche pur per poter chiedere in ogni capanna a buone genti per elemosina e a qualcun per danaro, da fare un carico di vettovaglie. E ciò pel grande amore che avevano alla terra natale; e perchè i padri loro, i fratelli, i consorti che ne curavano la difesa, non mancassero di nutrimento. E sulle prime potevano anche tornarsene: s'intende sempre in certe ore notturne, e dopo essersi assicurate che quelle solite guardie erano immerse nel sonno. Con più pericolo è vero, ma a una a una, col sacco pieno sulle spalle o sul capo, giungevano spesso a rientrare in città. E allora oh! che gioia non recava a que' prodi il loro ritorno! E quanta poi non ne provavano le poverette a vedersi riuscite in un'opera sì rischiosa, ma sì utile per la lor gente, e di sì stretto bisogno! Di modo che avveniva che, un primo rischio superato, le animava a sfidare il secondo. Perchè a dir vero la donna per amore si mostra di tal coraggio, che sa toccar gli ultimi termini del pericolo, ed è capace di qualsiasi sacrifizio.
Ma come i Fiorentini si furono accorti di questo via vai, s'afforzarono da quella parte per modo, che rari eran quelli che vi potessero far tragitto. Pur per moneta e furtivamente sopra giumenti, o per persone che solevan portar masserizie, qualche carico vi si potè introdurre. Non fu però più possibile quando il fosso di cinta fatto da loro, fu tutto chiuso da grandi steccati, e vi eressero le bertesche. Accadde anzi che fin d'allora, messi in sospetto più d'una volta, al vedere in pieno giorno qualcun dalle porte avanzarsi verso di loro; una schiera di fanti, coperti de' loro ampi scudi, li rincorsero ad archi tesi fin dentro le mura; e non si ritrassero [pg!132] senza prima aver fatto una scarica di frecce, alcune delle quali svettando le mura cadevano anche in città.
È da sapere che il castaldo, o come or si direbbe, il fattore del tenimento del Castel di Vergiole, era un tal Pier Antonio marito di Margherita, la quale abbiam visto sì ben affetta alla casa de' Vergiolesi, e però chiamata spesso in città con una sua figlia, Maria, a' lor servigi. La buona donna con più piacere solea trattenervisi ogni qualvolta potea condur seco la ragazza; perchè poi vi ritrovava il suo figlio Guidotto, scudiero di messer Lippo. Al cominciar poi dell'assedio non si potè più parlare di levar Maria dalla casa paterna.
Ma un altro figlio non meno animoso era rimasto a Vergiole in compagnia del vecchio padre, a sbrigar le faccende della villa, e diriger l'opere pe' campi. Bindo, tale era il suo nome, di poco era minore del fratello Guidotto, ed ambedue si amavano di gran cuore. Usi poi al castello a conversar di continuo co' figli de' lor padroni, coi quali eran quasi coetanei; per indole buona avevan partecipato a que' nobili sentimenti, tanto a riguardo della famiglia che della patria.
Quasi ogni giorno i soldati del duca avevan preso l'abitudine di fare scorrerie su pe' colli vicini. Non eran già comandate, ma di loro arbitrio e per loro sollazzo. Ad essi s'univano anche certi militi forusciti. I quali tutti, non contenti di attaccarsi alle frutta, e sperperare ogni pianta, entravan talora nelle capanne dei poveri agricoltori, e con licenza inaudita insultavano e depredavano. I Catalani poi, soldataglia semibarbara e con quegl'istinti de' paesi meridionali, alle povere donne, se riuscivano di trovarne, osavano di fare ogni sorta di vituperi. Il duca Roberto come colui che era di nobile animo, e mostrava almeno di aver sensi di giustizia e di umanità, pervenutigli da ogni parte continui lamenti di sì sfrenata licenza, conoscendo pur troppo l'indole bestiale di essi, mandò al campo ordini severissimi, sicchè nissuno senza permesso potè più allontanarsene; e intanto alcuni sorpresi e provati rei, ebbero aspri gastighi, e molta roba ai derubati fu resa, e alcune meschine a' loro artigli [pg!133] poteron sottrarsi. Ma finchè costoro ebbero agio di salire a Vergiole: e lo facevano spesso perchè un colle de' più vicini; Bindo con la famiglia indignato di qualche brutto fatto avvenuto in que' pressi; insospettito ogni giorno più, aveva loro tenuto d'occhio, e s'era voluto un po' porre in guardia. Ciò faceva in special modo a riguardo di sua sorella Maria. Che, fanciulla assai avvenente e di già adocchiata da que' procaci, senza che in casa d'altronde avesser pensato a tenerla nascosta; per quelle sue attrattive, e anche per odio particolare al padrone del castello, come capo dell'avverso partito, essa e la sua famiglia correvan già rischio di prepotenze e d'offese. Prevenuto però da Guidotto, aveva raccolto in sua casa altri parenti; coi quali anche dopo lavorate le terre, girandolavano sempre con qualche arme per il podere, e si facevano intanto una scambievol difesa.
Era di questo tempo che richiesto Guidotto dai rettori della città e dal suo stesso padrone, non aveva esitato d'affidare al suo Bindo, destro com'era e di gran coraggio, un'impresa delicata e rischiosa, quella cioè di provveder pel Comune quanti più viveri avesse potuto; e, senza riguardo alla spesa, per gente sicura mandarli in città. E già con le grosse somme inviategli se n'era fatto incettatore per ogni lato. E via via per uomini e donne della campagna, pagandoli bene, li faceva trasportare fin presso la cinta d'assedio; altri poi dalla città notte tempo venivan lì a riceverli.
Un tal giorno avvisato Guidotto che nella notte successiva dovevan giungere grossi carichi scortati da Bindo stesso, provvide che oltre ai portatori gli si spedisse una schiera d'armati per proteggerne la consegna. E di fatti il pericolo presentito vi si mostrò senza misura più grave. I militi fiorentini che, mutata la guardia coi Catalani, occupavano quella cerchia, avuto indizio di questo transito che doveva farsi pel greto quasi che asciutto del piccolo torrente Brana traversante allor la città; lasciato senza superiore comando il posto della consegna, andarono ad appostarsi in una boscaglia poco fuor delle mura, ed al passare di quella gente piombarono loro addosso siccome belve: e non solo tolser loro le vettovaglie, ma a tutti quei portatori, circondatili, [pg!134] e puntando al petto le lance e le spade, si diedero a fare i più orribili strazi. Alle povere donne, che erano in maggior numero, non valse il prostrarsi in ginocchio dinanzi a loro, piangere e supplicar tutti i santi. Quelli spietati per crudele irrisione tagliarono a quale il naso, a quale le orecchie; e agli uomini, dopo vana resistenza perchè inermi, levarono un occhio, o tagliarono una mano, o un piede; e così guasti li sospinsero a forza, o li trascinarono fin presso ai loro steccati, e alle torri di legno: dove penzoloni li vollero porre perchè i nemici dalle mura potesser vederli!
Intanto Guidotto che era stato per molta notte in ascolto sul torrione della porta di Ripalta, inquieto dell'insolito indugio, quando fu sul far dell'alba, discese; e profittando d'una rivista del campo nemico che per l'estiva stagione avveniva circa a quell'ora, sicchè quella parte era rimasta sguernita; con uno sbruffo di fiorini comprate facilmente le poche guardie Catalane che v'eran rimaste, e aggiuntasi buona squadra de' suoi a cavallo, riuscì a fare una sortita fuor di città. Allorchè avanzatosi alquanto verso la detta parte, gli feriron le orecchie le strida de' miseri che venivano a quella volta! Ahimè che incontro! che spettacolo orrendo! Donne contraffatte e grondanti sangue e lacrime insieme! Uomini mutilati ed esanimi quali quelle pietose se li traevano a braccio con piè vacillante, e quali altri anche in dosso. Poi dietro loro una masnada di que' feroci, che con le picche e con gli urli, come peggio non si usa sopra un branco di bestie destinate al macello, le incalzavano, e v'aggiungevano ogni sorta d'insulti!
A tal vista Guidotto ed i suoi con un furor disperato si lanciano a gran corsa e a spade levate sopra i nemici, e ne fanno aspra vendetta. Que' miseri allora rimangon liberi, ma in quale stato! Immaginiamo il dolor di Guidotto quando fra coloro che eran guasti delle membra e grondanti sangue, si vide innanzi il fratello, il suo Bindo! Lo portavano a braccio due povere giovani, che per li sfregi ricevuti nel viso, esse medesime tanto soffrivano, da poter reggersi appena. A lui que' crudeli avevan ferito in varie parti le membra, e tagliata una mano! Il dolor che provava era sì forte, e di [pg!135] sangue n'aveva perduto in tal copia, che era quasi privo di sensi. Moveva i piedi macchinalmente, e dava ogni poco in forti lamenti cui rispondevano i singulti di quelle affannate.
—Vedimi, vedi come m'hanno straziato!—potè articolare al fratello—Dio! Dio!... misericordia! povero Bindo!—esclamò quegli. Comprese però che non era tempo di parole, ma di pronto soccorso. Subito a Bindo fasciò strettamente il polso tagliato perchè il sangue gli si stagnasse; e ordinò che la medesima compressione fosse fatta a quanti altri dei mutilati. Compassionò e rianimò quegl'infelici: e raccomandato che affrettassero il passo per iscambievole aiuto, alto com'era e molto robusto, si prese il suo Bindo di soppeso come un fuscello, se lo abbracciò facendoselo riposare sopra una spalla, e rimontato a cavallo, via innanzi a tutti per veder di sottrarli a nuove aggressioni. Per sorte altri de' loro egualmente a cavallo li avevan raggiunti; sicchè i più impotenti se li presero in sella; e quasi tutti que' vili che in quella mischia per le gravi ferite non poteron fuggire, circondatili se li trassero prigionieri.
Fu un urlo d'imprecazione di tutto il popolo allorchè que' poveri portatori, straziati per cotal guisa che mai fra i barbari si fosse fatto, se non v'ha un riscontro nei briganti odierni del mezzodì, furon veduti rientrare in città! Dietro di loro seguivan legati i prigionieri nemici.—Vendetta! vendetta!—Sorse allora un gridìo spaventoso da ogni parte. E lì sulla via i cittadini li avrebbero fatti in pezzi, se le guardie non li avesser respinti, e se più che altro una voce autorevole non fosse sorta fra loro, quella del capitan degli Uberti, che disse:—Giustizia si farà e tosto, ma dal consiglio di guerra!—Adunatisi in fatti, passò appena brev'ora che i prigionieri furono appesi per la gola ai merli delle mura esterne di presso la porta, perchè fossero di spettacolo al campo nemico.
Ma se qui fu gridato—vendetta!—da altra parte si levò una voce pietosa che pregò—carità!—Divulgatosi l'orrendo fatto per ogni casa, molti uomini e donne, oltre i parenti e gli amici, accorsero allo spedale a soccorrerli. Fra quest'anime generose Selvaggia fu delle prime.
[pg!136] —Andiamo, affrettiamoci!—disse subito alla sua Margherita.
—Ma voi tutt'ora soffrite!
—Hai udito?—rispose—soffron troppo più di me quelle misere!—E fattole raccorre il più possibile di lini e di vitto, come soleva nel visitarvi spesso le inferme, si recò immantinente a quella sede del duolo.
Vestiva Selvaggia un abito scuro e dimesso, e le copriva il bel viso un gran velo nero. Passò così inosservata per le vie, e giunse laddove stavan giacenti quelle infelici. E che poteva far mai una nobil donzella, non usa ai servigi i più umili che colà bisognavano? Eppur la gentile a quali porgendo una soave parola, a quali un'aita nelle stesse opre servili, apparve fra loro come l'angelo della pietà!
Intelletto d'amore, squisito senso di tenerezza quanto può essere in donna, tutto era in lei; congiunto poi a quell'entusiasmo d'un cuore magnanimo che tutto sacrifica per un nobile scopo. Fischiavano infatti le frecce nemiche, che, svettando le mura, talvolta le cadder vicine! Che importa? Ell'affronta il pericolo perchè vuol esser fra' suoi, fra 'l padre e il fratello che dopo tante sventure le son anche più cari. Vuol dare anch'essa il suo obolo per la patria, vedendo che in tanto estremo val pur qualche cosa. La sua sola presenza rianima infatti i combattenti e i feriti: perchè in donna il gentile animo caritativo, congiunto a beltà, non è a dir quanto valga! È un raggio celeste che riscalda e ravviva! Nè a ciò solo è contenta. Di casa in casa porta soccorsi alle povere famiglie, dove non eran rimasti che vecchi e fanciulli e vedove desolate: e questi e quelle raccomanda al Comune perchè non si lascino in un crudele abbandono. Si direbbe che nell'opere patriottiche, per quanto l'è dato, vuole emulare i parenti e il suo Cino.
Questi, con quel ministero che gli era proprio, quello della parola, non aveva lasciata occasione per soccorrere il suo paese. Prima a Firenze da que' di sua parte, e presso li stessi della Signoria per distorli da quell'assedio. Non guardò a cavalcarvi di giorno e di notte, benchè insidiato da quel suo personale nemico. E come pur troppo ogni cura [pg!137] gli tornò vana, tentava adesso, dopo cimenti sì disperati, di far sì che si cessasse dall'armi.
In Pistoia da poco tempo si eran rifugiati alcuni parenti del cardinal Niccolò da Prato; astretti a partir dalla terra natale, poichè colà il cardinale ed i suoi eran venuti in sospetto di favorire i Guelfi di parte bianca. Al capo di cotesta famiglia messer Cino credè espediente di far ricorso. E come coi rettori di Pistoia aveva già convenuto, segretamente si adoperò perchè rappresentasse al cardinale il misero stato dei Pistoiesi, ed ei presso al papa ne perorasse la pace. Nè pago di ciò, spedì un messaggio con lettere ai concittadini, messer Giovanni Fioravanti e messer Vinciguerra Panciatichi, mercanti molto stimati in Avignone; e altre a messer Aldighieri della Torre che era in corte del papa, perchè di concordia e per carità del comun loco natìo patrocinassero questa causa. Ma in presenza di eserciti combattenti, le arti diplomatiche ebber sempre lo stesso inutile effetto.
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