CAPITOLO XII.I FUNERALI.«Di nobil pompa i fidi amici ornaroIl gran ferétro ove sublime giace.»——Tasso,Gerusalemme, C. XIII.«I' vidi già cavalier mover campo,E cominciare stormo, e far lor mostra.E talvolta partir per loro scampo.»——Dante,Inferno, Canto XXII.Era stato eletto al pontificato, fino dal 5 giugno 1305, l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrando di Goth, Guascone, col nome di Clemente V. A Perugia, dov'era morto il buon papa Benedetto XI, solo dopo uno spazio di dieci mesi e 28 giorni si potè ottener l'elezione del nuovo pontefice; ma, secondo che narrano gli storici più imparziali, una delle più turbinose che mai avvenissero. I cardinali si eran divisi in due partiti. A capo dell'uno, Matteo Rosso Orsini, e Francesco Gaetani nipote di Bonifazio VIII; che stavano, come andavan dicendo, per la onorevol memoria di questo, e volevano un papa italiano: a capo dell'altro, il cardinale Napoleone Orsini e il cardinal Niccolò da Prato, non felice paciero in Toscana, ambedue partigiani francesi. Convennero alla perfine che i primi proponessero tre vescovi francesi, e gli ultimi avesser la scelta fra i tre. La proposta fu, com'era a supporre, di tre francesi creati da Bonifazio e nemici fino allora del re Filippo di Francia. Ma come il re ne fu informato [pg!139] per tempo dai cardinali suoi partigiani, egli che fino dal tempo di papa Bonifazio non mirava ad altro che ad avere in Italia un'assoluta preponderanza su i Guelfi, e su i Ghibellini; e che si era proposto di ottenere il vicariato generale su Roma e su tutti i dominii pontifici; avendo trovato una forte resistenza attiva in Benedetto XI; morto questi per conseguire il suo fine si volse tutto a far sua la scelta del nuovo papa.E come vari storici riferiscono, fece chiamare uno dei tre proposti, Bertrando di Goth, ad un abboccamento in un'abbadia, posta in mezzo ad una foresta presso S. Giovanni d'Angely. E mostratogli che potea farlo papa, molte cose furono a vicenda trattate e promesse. E se intorno al luogo e a ciò che fuvvi discusso non vogliasi stare in tutto al Villani, e alla grave autorità del Muratori, certo che dai fatti che ne seguirono fu comprovato che da ambe le parti vi ebbero accordi e promissioni reciproche. Condiscese il pontefice; e il re Filippo non pure, cui stava a cuore d'esser prosciolto dalle censure ecclesiastiche, di pervenire a' suoi la corona de' Cesari. E fu intorno alle concessioni dell'uno e dell'altro che alludevasi dall'Alighieri quando scriveva:Nuovo Jason sarà, di cui si leggeNe' Macabei, e come a quel fu molleSuo re, così fia a lui chi Francia regge.——Inferno, XIX, 83.Bertrando allora fu eletto papa col nome di Clemente V, e non toccò mai Roma nè Italia. Si disse per dispiacenza de' partiti che vi si agitavano: ma in realtà perchè ormai ogni parte era contro di lui, ed ei francese, non si potea fidar che di Francia. Sicchè non solo rimase in quel regno e fermò sua dimora in Avignone (città allora della contea di Provenza degli Angioini, che la vendettero poi al secondo successor di Clemente), ma non creando che cardinali francesi, e da costoro essendo eletti successori francesi, avvenne che i papi vi dimorarono per settant'anni continui. Qual diminuzione di autorità e di potenza ne soffrisse il papato da questa innaturale, inusitata e pericolosa traslazione della [pg!140] sedia papale, detta allora da tuttila cattività di Babilonia, egli è omai troppo noto. Fu essa la quale poco men che distrusse la grand'opera della riforma ecclesiastica iniziata da Gregorio VII: essa che abituando i popoli a vedere, e i principi a bramare il papa fuori di Roma, agevolò, o anzi produsse il lungo e grande scisma d'Occidente: scisma che diede origine alle dispute e alle divisioni de' Concili di Pisa e di Costanza: cagioni queste, più che ogni altra, delle eresie de' secoliXVeXVI, e così di quella violenta riforma che dura pur sempre, e divide tante preziose membra del sacro corpo del cristianesimo. Quindi è che non solo volentieri scuseremo, ma se ci è dato di concludere con gli storici più favorevoli alla Chiesa nostra (fra i quali il Muratori ed il Balbo) loderemo anzi Dante per essersi rivolto con magnanimo sdegno contro Clemente V e il suo successore francese, primi motori di tanti danni.A questo pontefice bisognò dunque facesse ricorso il cardinal da Prato, per interporlo, secondo che da molte parti n'era stato pregato, a liberar Pistoia da tanto eccidio: cosicchè, e per la gratitudine che Clemente doveva a lui principal fautore della sua elezione, e anco per l'impulso del proprio animo bramoso di spegnere le rie fazioni, gli fu agevole d'ottenerlo.Era giunto il settembre, e ancora attendevasi la benigna risposta. Quando un tal giorno per Pistoia si sparse la voce che due legati del papa erano poco lunge dalla città, e si avviavano al campo nemico. Cavalcavano infatti verso di esso messer Guglielmo e messer Filiport, Guasconi, con seguito di segretari e domestici. I quali pervenuti agli steccati del campo, inviarono un loro araldo per dimandar d'aver libero ingresso alla tenda del duca. Questi, non appena ebbe udito della pontificia ambasceria, ordinò che subito fossero a lui introdotti: e anzi, per reverenza a cotai personaggi, egli stesso si mosse poco fuori a incontrarli. Entrati allora con lui nel gran padiglione ducale, e seduti, messer Guglielmo prese la parola e così favellò:—A voi, messer lo duca, principalmente c'invia in qualità di suoi legati il supremo pontefice. Ma, ciò che dobbiamo [pg!141] significarvi, importa che sia pure udito dai primi capitani delle milizie di Firenze e di Lucca.Allora il duca fece dar fiato alle trombe, come all'appello di un consiglio di guerra, e in breve gli altri due capitani si trovarono raccolti presso di lui.Alzatosi messer Guglielmo non appena fur giunti, così disse loro:—Magnifico messer lo duca di Calabria, Roberto figlio di Carlo, illustre re di Gerusalemme e di Sicilia, e onorevoli capitani! Il nostro e vostro signore e pontefice Clemente V ci manda a voi, messer lo duca, condottiero supremo di questo esercito, perchè cessiate di tribolare con l'assedio la città di Pistoia, e ritorni la pace fra i discordevoli Comuni. A tale effetto ordina e vuole che dentro tre dì ritiriate da essa le vostre milizie: perchè, nol facendo, incontrerete nella scomunica maggiore voi e i rettori delle vostre città, e le città stesse rimarranno interdette. La volontà del santo padre la troverete espressa in queste lettere, messer lo duca, che noi legati pontificii abbiamo il debito e l'onore di consegnarvi.E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replicò:—Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente V risponde ossequioso il duca Roberto: e si pregia di dir loro che la volontà del santo padre è stata in ogni tempo la sua. Ricordasse che i reali di Napoli furon sempre in Italia i principali sostenitori di parte guelfa e del pontefice, e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria grandemente va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente e servitore fedele. Che però riferiscano pure i pontifici legati sè esser pronto a lasciare il campo e l'assedio della città di Pistoia, e ad esortare i suoi capitani consorti a ritirarsi da essa con le proprie milizie.Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser sospesi, quasi aspettando il generale consenso. Ma gli altri capitani, inarcando le ciglia, si guardaron l'un l'altro e non fecer motto! Allora messer Guglielmo ruppe il silenzio, e voltosi al duca, disse altero e reciso:—Bene sta, e così confidiamo![pg!142] E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare fino agli steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero però! Fermi egualmente nel rigettare i comandi, e tanto più le minacce di scomunica di papa Clemente; vicini omai a poter dire: «abbiam vinto!» si limitarono a rispondere al duca che tutto al più avrebbero spedito un messo a ciascun rettore di lor città per averne un consiglio. E il messo incontanente partì. Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari, com'era da credere, il messo tornò diviato con la risposta—si seguitasse l'assedio!In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire di grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe che il solo duca Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e si era diretto per Avignone. E ciò perchè troppo gli stava a cuore di tenersi devoto al pontefice, da cui dipendeva la collazione della corona di Napoli, e che difatti, per la morte del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso fu riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie del duca, nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati. Che anzi per tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo capitan generale: e questi fu quel Don Diego della Ratta maliscalco del duca, per più allettarlo a rimanervi co' suoi: e fu dei Lucchesi Maroello marchese Malaspina; e dei Fiorentini messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio. Costui, uomo senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi, consigliò incontanente che, tutti da ogni lato, cioè a un tiro di balestra, si avvicinassero alle mura per far più stretto l'assedio.E sì che a que' loro armigeri la vita del campo era già parsa grave e quasi insopportabile: tanto più che molti ricchi Fiorentini e Lucchesi v'avevan costretti de' lor contadini con danno dell'agricoltura: e se li udivano poi ogni giorno andare in lamenti e alienarsi da loro, perchè spesso tenutivi senza paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e di Lucca non sgomentarono; e benchè scarsi a denari, trovarono un [pg!143] sottil mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia, detta la sega, che posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini e a' Bianchi, sì di città che a' confini. Ordinarono inoltre che chi aveva figliuoli atti alle armi dovesse mandarli all'esercito entro a venti dì: trascorsi i quali si costringesse a pagare una grossa taglia.Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che con lo stringersi dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora arrischiati a uscir di città da Porta Guidi per procacciar vettovaglie, benchè di notte, e numerosi ed armati, erano stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di nuovo guasti barbaramente nelle braccia e ne' piedi, trascinati a ludibrio fino a piè delle mura! Nè a que' miseri era più dato sperare d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perchè fin d'allora i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi veniva a trasportarli colà, e i mutilati li ritraevano per curarli: ma eran corsi ordini severissimi che nissun cittadino si affacciasse più alle mura, per timore che a quella vista non cadessero in isgomento. Non sì però che alcuno non venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato, monche le membra, contraffatti e gridanti pietà, o un amico, o un fratello, o il padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano il pianto, e serravano in petto l'acerba doglia: tanta era la costanza de' lor propositi, e il debito di così fare finchè potesser resistere!A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una privata, che pur commosse ogni ceto di cittadini. Aveva compiuto il suo corso mortale madonna Adelagia, consorte al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era può dirsi la più insigne donna della città. I guerrieri compassionavano nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le donne in particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri poi, alla misera gentildonna, che si era veduta riportar fra le braccia il cadavere del suo figlio Orlandetto! Perlochè i funerali di lei, sia per la nobiltà della stirpe, sia pe' titoli che alla pubblica onorificenza aveva già la casata, si compierono i più solenni. Fu portata alla chiesa fra una folla [pg!144] immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o velluto rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto sciamito, e di drappo d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte dei quali portati dai valletti della famiglia, con al braccio gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri per onore inviati dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi sacerdoti e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno al corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della casata vestiti a sanguigno; chè allora non il nero, ma questo colore era segno di lutto. Appresso tutte le donne entrate od uscite da detta casa, vestite pure a sanguigno. Tutta la chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e perdurante il funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di trombe per più riprese. Non mancò alcuno dei capitani; e fra questi, gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte ed il figlio. Costoro, perchè tali onoranze si fecero a mezzo del dì, poteron per breve lasciar le mura senza pericolo. Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo! I più cospicui cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i cavalieri invece sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era già per uscire; allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un momento diffusa che l'Uberti capitan generale, lì presso al feretro, come talora a que' tempi si costumava, avrebbe creato cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi. Accertatisi di questa nuova, unanimi tutti lo disser degno di tant'onore, per ciò che aveva fatto in pro della patria. Solenne e straordinaria ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi sì gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer Fredi, tutti li sguardi furon volti sopra di lui.Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno, s'innoltra verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada che pendevagli al fianco da una ciarpa ad armacollo, la porse al sacerdote, che in appositi paramenti colà l'attendeva. Questi allora posatala sopra un cuscino, intonò solenne preghiera secondo il rito: quindi la benedisse, e come glie l'ebbe [pg!145] restituita, quei la ripose al suo fianco. Non sì tosto messer Fredi lasciati i gradini dell'altare tornò in mezzo ai guerrieri, che, accompagnato da due capitani, andò a porsi, piegando un ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva armarlo, e presentògli la spada. Alzatosi il capitan degli Uberti dalla sua sedia, richiedevalo con qual animo volesse entrare nell'Ordine: cui egli rispose—ad onore e tutela della religione e della patria.—Dopo ciò alcuni cavalieri gli adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron d'oro avean nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le manopole; poi il capitan generale gli cinse la spada. Non gli mancava che l'elmo e il caschetto, lo scudo e la lancia; le quali armi compiuta la ceremonia, da tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate. In tal modoaddobbato, come dicevano, tornò a prostrarsi con un sol ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo, gli battè la propria spada sul collo, come ad ammonirlo che dovesse sopportar con fermezza i pericoli che avesse incontrati. Richiese per fine il novello cavaliere del suo giuramento.Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla, come suole accadere, un agitarsi e un sospingersi più in alto per meglio osservare. Ma a questo punto si fece un silenzio fra tutti gli astanti. Allora messer Fredi si levò dignitoso, si volse verso del feretro, e impugnata e distesa la spada, ad alta voce esclamò:—Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria fino agli estremi!Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti i capitani, levate le spade, gridarono a un tempo:—«giuriamo!»Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e d'un sacro fremito riempì il cuore di tutti.[pg!146]
CAPITOLO XII.I FUNERALI.«Di nobil pompa i fidi amici ornaroIl gran ferétro ove sublime giace.»——Tasso,Gerusalemme, C. XIII.«I' vidi già cavalier mover campo,E cominciare stormo, e far lor mostra.E talvolta partir per loro scampo.»——Dante,Inferno, Canto XXII.Era stato eletto al pontificato, fino dal 5 giugno 1305, l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrando di Goth, Guascone, col nome di Clemente V. A Perugia, dov'era morto il buon papa Benedetto XI, solo dopo uno spazio di dieci mesi e 28 giorni si potè ottener l'elezione del nuovo pontefice; ma, secondo che narrano gli storici più imparziali, una delle più turbinose che mai avvenissero. I cardinali si eran divisi in due partiti. A capo dell'uno, Matteo Rosso Orsini, e Francesco Gaetani nipote di Bonifazio VIII; che stavano, come andavan dicendo, per la onorevol memoria di questo, e volevano un papa italiano: a capo dell'altro, il cardinale Napoleone Orsini e il cardinal Niccolò da Prato, non felice paciero in Toscana, ambedue partigiani francesi. Convennero alla perfine che i primi proponessero tre vescovi francesi, e gli ultimi avesser la scelta fra i tre. La proposta fu, com'era a supporre, di tre francesi creati da Bonifazio e nemici fino allora del re Filippo di Francia. Ma come il re ne fu informato [pg!139] per tempo dai cardinali suoi partigiani, egli che fino dal tempo di papa Bonifazio non mirava ad altro che ad avere in Italia un'assoluta preponderanza su i Guelfi, e su i Ghibellini; e che si era proposto di ottenere il vicariato generale su Roma e su tutti i dominii pontifici; avendo trovato una forte resistenza attiva in Benedetto XI; morto questi per conseguire il suo fine si volse tutto a far sua la scelta del nuovo papa.E come vari storici riferiscono, fece chiamare uno dei tre proposti, Bertrando di Goth, ad un abboccamento in un'abbadia, posta in mezzo ad una foresta presso S. Giovanni d'Angely. E mostratogli che potea farlo papa, molte cose furono a vicenda trattate e promesse. E se intorno al luogo e a ciò che fuvvi discusso non vogliasi stare in tutto al Villani, e alla grave autorità del Muratori, certo che dai fatti che ne seguirono fu comprovato che da ambe le parti vi ebbero accordi e promissioni reciproche. Condiscese il pontefice; e il re Filippo non pure, cui stava a cuore d'esser prosciolto dalle censure ecclesiastiche, di pervenire a' suoi la corona de' Cesari. E fu intorno alle concessioni dell'uno e dell'altro che alludevasi dall'Alighieri quando scriveva:Nuovo Jason sarà, di cui si leggeNe' Macabei, e come a quel fu molleSuo re, così fia a lui chi Francia regge.——Inferno, XIX, 83.Bertrando allora fu eletto papa col nome di Clemente V, e non toccò mai Roma nè Italia. Si disse per dispiacenza de' partiti che vi si agitavano: ma in realtà perchè ormai ogni parte era contro di lui, ed ei francese, non si potea fidar che di Francia. Sicchè non solo rimase in quel regno e fermò sua dimora in Avignone (città allora della contea di Provenza degli Angioini, che la vendettero poi al secondo successor di Clemente), ma non creando che cardinali francesi, e da costoro essendo eletti successori francesi, avvenne che i papi vi dimorarono per settant'anni continui. Qual diminuzione di autorità e di potenza ne soffrisse il papato da questa innaturale, inusitata e pericolosa traslazione della [pg!140] sedia papale, detta allora da tuttila cattività di Babilonia, egli è omai troppo noto. Fu essa la quale poco men che distrusse la grand'opera della riforma ecclesiastica iniziata da Gregorio VII: essa che abituando i popoli a vedere, e i principi a bramare il papa fuori di Roma, agevolò, o anzi produsse il lungo e grande scisma d'Occidente: scisma che diede origine alle dispute e alle divisioni de' Concili di Pisa e di Costanza: cagioni queste, più che ogni altra, delle eresie de' secoliXVeXVI, e così di quella violenta riforma che dura pur sempre, e divide tante preziose membra del sacro corpo del cristianesimo. Quindi è che non solo volentieri scuseremo, ma se ci è dato di concludere con gli storici più favorevoli alla Chiesa nostra (fra i quali il Muratori ed il Balbo) loderemo anzi Dante per essersi rivolto con magnanimo sdegno contro Clemente V e il suo successore francese, primi motori di tanti danni.A questo pontefice bisognò dunque facesse ricorso il cardinal da Prato, per interporlo, secondo che da molte parti n'era stato pregato, a liberar Pistoia da tanto eccidio: cosicchè, e per la gratitudine che Clemente doveva a lui principal fautore della sua elezione, e anco per l'impulso del proprio animo bramoso di spegnere le rie fazioni, gli fu agevole d'ottenerlo.Era giunto il settembre, e ancora attendevasi la benigna risposta. Quando un tal giorno per Pistoia si sparse la voce che due legati del papa erano poco lunge dalla città, e si avviavano al campo nemico. Cavalcavano infatti verso di esso messer Guglielmo e messer Filiport, Guasconi, con seguito di segretari e domestici. I quali pervenuti agli steccati del campo, inviarono un loro araldo per dimandar d'aver libero ingresso alla tenda del duca. Questi, non appena ebbe udito della pontificia ambasceria, ordinò che subito fossero a lui introdotti: e anzi, per reverenza a cotai personaggi, egli stesso si mosse poco fuori a incontrarli. Entrati allora con lui nel gran padiglione ducale, e seduti, messer Guglielmo prese la parola e così favellò:—A voi, messer lo duca, principalmente c'invia in qualità di suoi legati il supremo pontefice. Ma, ciò che dobbiamo [pg!141] significarvi, importa che sia pure udito dai primi capitani delle milizie di Firenze e di Lucca.Allora il duca fece dar fiato alle trombe, come all'appello di un consiglio di guerra, e in breve gli altri due capitani si trovarono raccolti presso di lui.Alzatosi messer Guglielmo non appena fur giunti, così disse loro:—Magnifico messer lo duca di Calabria, Roberto figlio di Carlo, illustre re di Gerusalemme e di Sicilia, e onorevoli capitani! Il nostro e vostro signore e pontefice Clemente V ci manda a voi, messer lo duca, condottiero supremo di questo esercito, perchè cessiate di tribolare con l'assedio la città di Pistoia, e ritorni la pace fra i discordevoli Comuni. A tale effetto ordina e vuole che dentro tre dì ritiriate da essa le vostre milizie: perchè, nol facendo, incontrerete nella scomunica maggiore voi e i rettori delle vostre città, e le città stesse rimarranno interdette. La volontà del santo padre la troverete espressa in queste lettere, messer lo duca, che noi legati pontificii abbiamo il debito e l'onore di consegnarvi.E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replicò:—Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente V risponde ossequioso il duca Roberto: e si pregia di dir loro che la volontà del santo padre è stata in ogni tempo la sua. Ricordasse che i reali di Napoli furon sempre in Italia i principali sostenitori di parte guelfa e del pontefice, e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria grandemente va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente e servitore fedele. Che però riferiscano pure i pontifici legati sè esser pronto a lasciare il campo e l'assedio della città di Pistoia, e ad esortare i suoi capitani consorti a ritirarsi da essa con le proprie milizie.Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser sospesi, quasi aspettando il generale consenso. Ma gli altri capitani, inarcando le ciglia, si guardaron l'un l'altro e non fecer motto! Allora messer Guglielmo ruppe il silenzio, e voltosi al duca, disse altero e reciso:—Bene sta, e così confidiamo![pg!142] E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare fino agli steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero però! Fermi egualmente nel rigettare i comandi, e tanto più le minacce di scomunica di papa Clemente; vicini omai a poter dire: «abbiam vinto!» si limitarono a rispondere al duca che tutto al più avrebbero spedito un messo a ciascun rettore di lor città per averne un consiglio. E il messo incontanente partì. Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari, com'era da credere, il messo tornò diviato con la risposta—si seguitasse l'assedio!In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire di grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe che il solo duca Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e si era diretto per Avignone. E ciò perchè troppo gli stava a cuore di tenersi devoto al pontefice, da cui dipendeva la collazione della corona di Napoli, e che difatti, per la morte del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso fu riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie del duca, nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati. Che anzi per tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo capitan generale: e questi fu quel Don Diego della Ratta maliscalco del duca, per più allettarlo a rimanervi co' suoi: e fu dei Lucchesi Maroello marchese Malaspina; e dei Fiorentini messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio. Costui, uomo senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi, consigliò incontanente che, tutti da ogni lato, cioè a un tiro di balestra, si avvicinassero alle mura per far più stretto l'assedio.E sì che a que' loro armigeri la vita del campo era già parsa grave e quasi insopportabile: tanto più che molti ricchi Fiorentini e Lucchesi v'avevan costretti de' lor contadini con danno dell'agricoltura: e se li udivano poi ogni giorno andare in lamenti e alienarsi da loro, perchè spesso tenutivi senza paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e di Lucca non sgomentarono; e benchè scarsi a denari, trovarono un [pg!143] sottil mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia, detta la sega, che posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini e a' Bianchi, sì di città che a' confini. Ordinarono inoltre che chi aveva figliuoli atti alle armi dovesse mandarli all'esercito entro a venti dì: trascorsi i quali si costringesse a pagare una grossa taglia.Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che con lo stringersi dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora arrischiati a uscir di città da Porta Guidi per procacciar vettovaglie, benchè di notte, e numerosi ed armati, erano stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di nuovo guasti barbaramente nelle braccia e ne' piedi, trascinati a ludibrio fino a piè delle mura! Nè a que' miseri era più dato sperare d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perchè fin d'allora i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi veniva a trasportarli colà, e i mutilati li ritraevano per curarli: ma eran corsi ordini severissimi che nissun cittadino si affacciasse più alle mura, per timore che a quella vista non cadessero in isgomento. Non sì però che alcuno non venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato, monche le membra, contraffatti e gridanti pietà, o un amico, o un fratello, o il padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano il pianto, e serravano in petto l'acerba doglia: tanta era la costanza de' lor propositi, e il debito di così fare finchè potesser resistere!A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una privata, che pur commosse ogni ceto di cittadini. Aveva compiuto il suo corso mortale madonna Adelagia, consorte al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era può dirsi la più insigne donna della città. I guerrieri compassionavano nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le donne in particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri poi, alla misera gentildonna, che si era veduta riportar fra le braccia il cadavere del suo figlio Orlandetto! Perlochè i funerali di lei, sia per la nobiltà della stirpe, sia pe' titoli che alla pubblica onorificenza aveva già la casata, si compierono i più solenni. Fu portata alla chiesa fra una folla [pg!144] immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o velluto rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto sciamito, e di drappo d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte dei quali portati dai valletti della famiglia, con al braccio gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri per onore inviati dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi sacerdoti e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno al corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della casata vestiti a sanguigno; chè allora non il nero, ma questo colore era segno di lutto. Appresso tutte le donne entrate od uscite da detta casa, vestite pure a sanguigno. Tutta la chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e perdurante il funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di trombe per più riprese. Non mancò alcuno dei capitani; e fra questi, gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte ed il figlio. Costoro, perchè tali onoranze si fecero a mezzo del dì, poteron per breve lasciar le mura senza pericolo. Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo! I più cospicui cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i cavalieri invece sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era già per uscire; allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un momento diffusa che l'Uberti capitan generale, lì presso al feretro, come talora a que' tempi si costumava, avrebbe creato cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi. Accertatisi di questa nuova, unanimi tutti lo disser degno di tant'onore, per ciò che aveva fatto in pro della patria. Solenne e straordinaria ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi sì gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer Fredi, tutti li sguardi furon volti sopra di lui.Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno, s'innoltra verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada che pendevagli al fianco da una ciarpa ad armacollo, la porse al sacerdote, che in appositi paramenti colà l'attendeva. Questi allora posatala sopra un cuscino, intonò solenne preghiera secondo il rito: quindi la benedisse, e come glie l'ebbe [pg!145] restituita, quei la ripose al suo fianco. Non sì tosto messer Fredi lasciati i gradini dell'altare tornò in mezzo ai guerrieri, che, accompagnato da due capitani, andò a porsi, piegando un ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva armarlo, e presentògli la spada. Alzatosi il capitan degli Uberti dalla sua sedia, richiedevalo con qual animo volesse entrare nell'Ordine: cui egli rispose—ad onore e tutela della religione e della patria.—Dopo ciò alcuni cavalieri gli adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron d'oro avean nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le manopole; poi il capitan generale gli cinse la spada. Non gli mancava che l'elmo e il caschetto, lo scudo e la lancia; le quali armi compiuta la ceremonia, da tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate. In tal modoaddobbato, come dicevano, tornò a prostrarsi con un sol ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo, gli battè la propria spada sul collo, come ad ammonirlo che dovesse sopportar con fermezza i pericoli che avesse incontrati. Richiese per fine il novello cavaliere del suo giuramento.Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla, come suole accadere, un agitarsi e un sospingersi più in alto per meglio osservare. Ma a questo punto si fece un silenzio fra tutti gli astanti. Allora messer Fredi si levò dignitoso, si volse verso del feretro, e impugnata e distesa la spada, ad alta voce esclamò:—Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria fino agli estremi!Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti i capitani, levate le spade, gridarono a un tempo:—«giuriamo!»Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e d'un sacro fremito riempì il cuore di tutti.[pg!146]
I FUNERALI.
«Di nobil pompa i fidi amici ornaroIl gran ferétro ove sublime giace.»——Tasso,Gerusalemme, C. XIII.
«Di nobil pompa i fidi amici ornaroIl gran ferétro ove sublime giace.»
«Di nobil pompa i fidi amici ornaro
Il gran ferétro ove sublime giace.»
Il gran ferétro ove sublime giace.»
——Tasso,Gerusalemme, C. XIII.
«I' vidi già cavalier mover campo,E cominciare stormo, e far lor mostra.E talvolta partir per loro scampo.»——Dante,Inferno, Canto XXII.
«I' vidi già cavalier mover campo,E cominciare stormo, e far lor mostra.E talvolta partir per loro scampo.»
«I' vidi già cavalier mover campo,
E cominciare stormo, e far lor mostra.E talvolta partir per loro scampo.»
E cominciare stormo, e far lor mostra.
E talvolta partir per loro scampo.»
——Dante,Inferno, Canto XXII.
Era stato eletto al pontificato, fino dal 5 giugno 1305, l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrando di Goth, Guascone, col nome di Clemente V. A Perugia, dov'era morto il buon papa Benedetto XI, solo dopo uno spazio di dieci mesi e 28 giorni si potè ottener l'elezione del nuovo pontefice; ma, secondo che narrano gli storici più imparziali, una delle più turbinose che mai avvenissero. I cardinali si eran divisi in due partiti. A capo dell'uno, Matteo Rosso Orsini, e Francesco Gaetani nipote di Bonifazio VIII; che stavano, come andavan dicendo, per la onorevol memoria di questo, e volevano un papa italiano: a capo dell'altro, il cardinale Napoleone Orsini e il cardinal Niccolò da Prato, non felice paciero in Toscana, ambedue partigiani francesi. Convennero alla perfine che i primi proponessero tre vescovi francesi, e gli ultimi avesser la scelta fra i tre. La proposta fu, com'era a supporre, di tre francesi creati da Bonifazio e nemici fino allora del re Filippo di Francia. Ma come il re ne fu informato [pg!139] per tempo dai cardinali suoi partigiani, egli che fino dal tempo di papa Bonifazio non mirava ad altro che ad avere in Italia un'assoluta preponderanza su i Guelfi, e su i Ghibellini; e che si era proposto di ottenere il vicariato generale su Roma e su tutti i dominii pontifici; avendo trovato una forte resistenza attiva in Benedetto XI; morto questi per conseguire il suo fine si volse tutto a far sua la scelta del nuovo papa.
E come vari storici riferiscono, fece chiamare uno dei tre proposti, Bertrando di Goth, ad un abboccamento in un'abbadia, posta in mezzo ad una foresta presso S. Giovanni d'Angely. E mostratogli che potea farlo papa, molte cose furono a vicenda trattate e promesse. E se intorno al luogo e a ciò che fuvvi discusso non vogliasi stare in tutto al Villani, e alla grave autorità del Muratori, certo che dai fatti che ne seguirono fu comprovato che da ambe le parti vi ebbero accordi e promissioni reciproche. Condiscese il pontefice; e il re Filippo non pure, cui stava a cuore d'esser prosciolto dalle censure ecclesiastiche, di pervenire a' suoi la corona de' Cesari. E fu intorno alle concessioni dell'uno e dell'altro che alludevasi dall'Alighieri quando scriveva:
Nuovo Jason sarà, di cui si leggeNe' Macabei, e come a quel fu molleSuo re, così fia a lui chi Francia regge.——Inferno, XIX, 83.
Nuovo Jason sarà, di cui si leggeNe' Macabei, e come a quel fu molleSuo re, così fia a lui chi Francia regge.
Nuovo Jason sarà, di cui si legge
Ne' Macabei, e come a quel fu molleSuo re, così fia a lui chi Francia regge.
Ne' Macabei, e come a quel fu molle
Suo re, così fia a lui chi Francia regge.
——Inferno, XIX, 83.
Bertrando allora fu eletto papa col nome di Clemente V, e non toccò mai Roma nè Italia. Si disse per dispiacenza de' partiti che vi si agitavano: ma in realtà perchè ormai ogni parte era contro di lui, ed ei francese, non si potea fidar che di Francia. Sicchè non solo rimase in quel regno e fermò sua dimora in Avignone (città allora della contea di Provenza degli Angioini, che la vendettero poi al secondo successor di Clemente), ma non creando che cardinali francesi, e da costoro essendo eletti successori francesi, avvenne che i papi vi dimorarono per settant'anni continui. Qual diminuzione di autorità e di potenza ne soffrisse il papato da questa innaturale, inusitata e pericolosa traslazione della [pg!140] sedia papale, detta allora da tuttila cattività di Babilonia, egli è omai troppo noto. Fu essa la quale poco men che distrusse la grand'opera della riforma ecclesiastica iniziata da Gregorio VII: essa che abituando i popoli a vedere, e i principi a bramare il papa fuori di Roma, agevolò, o anzi produsse il lungo e grande scisma d'Occidente: scisma che diede origine alle dispute e alle divisioni de' Concili di Pisa e di Costanza: cagioni queste, più che ogni altra, delle eresie de' secoliXVeXVI, e così di quella violenta riforma che dura pur sempre, e divide tante preziose membra del sacro corpo del cristianesimo. Quindi è che non solo volentieri scuseremo, ma se ci è dato di concludere con gli storici più favorevoli alla Chiesa nostra (fra i quali il Muratori ed il Balbo) loderemo anzi Dante per essersi rivolto con magnanimo sdegno contro Clemente V e il suo successore francese, primi motori di tanti danni.
A questo pontefice bisognò dunque facesse ricorso il cardinal da Prato, per interporlo, secondo che da molte parti n'era stato pregato, a liberar Pistoia da tanto eccidio: cosicchè, e per la gratitudine che Clemente doveva a lui principal fautore della sua elezione, e anco per l'impulso del proprio animo bramoso di spegnere le rie fazioni, gli fu agevole d'ottenerlo.
Era giunto il settembre, e ancora attendevasi la benigna risposta. Quando un tal giorno per Pistoia si sparse la voce che due legati del papa erano poco lunge dalla città, e si avviavano al campo nemico. Cavalcavano infatti verso di esso messer Guglielmo e messer Filiport, Guasconi, con seguito di segretari e domestici. I quali pervenuti agli steccati del campo, inviarono un loro araldo per dimandar d'aver libero ingresso alla tenda del duca. Questi, non appena ebbe udito della pontificia ambasceria, ordinò che subito fossero a lui introdotti: e anzi, per reverenza a cotai personaggi, egli stesso si mosse poco fuori a incontrarli. Entrati allora con lui nel gran padiglione ducale, e seduti, messer Guglielmo prese la parola e così favellò:
—A voi, messer lo duca, principalmente c'invia in qualità di suoi legati il supremo pontefice. Ma, ciò che dobbiamo [pg!141] significarvi, importa che sia pure udito dai primi capitani delle milizie di Firenze e di Lucca.
Allora il duca fece dar fiato alle trombe, come all'appello di un consiglio di guerra, e in breve gli altri due capitani si trovarono raccolti presso di lui.
Alzatosi messer Guglielmo non appena fur giunti, così disse loro:
—Magnifico messer lo duca di Calabria, Roberto figlio di Carlo, illustre re di Gerusalemme e di Sicilia, e onorevoli capitani! Il nostro e vostro signore e pontefice Clemente V ci manda a voi, messer lo duca, condottiero supremo di questo esercito, perchè cessiate di tribolare con l'assedio la città di Pistoia, e ritorni la pace fra i discordevoli Comuni. A tale effetto ordina e vuole che dentro tre dì ritiriate da essa le vostre milizie: perchè, nol facendo, incontrerete nella scomunica maggiore voi e i rettori delle vostre città, e le città stesse rimarranno interdette. La volontà del santo padre la troverete espressa in queste lettere, messer lo duca, che noi legati pontificii abbiamo il debito e l'onore di consegnarvi.
E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replicò:
—Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente V risponde ossequioso il duca Roberto: e si pregia di dir loro che la volontà del santo padre è stata in ogni tempo la sua. Ricordasse che i reali di Napoli furon sempre in Italia i principali sostenitori di parte guelfa e del pontefice, e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria grandemente va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente e servitore fedele. Che però riferiscano pure i pontifici legati sè esser pronto a lasciare il campo e l'assedio della città di Pistoia, e ad esortare i suoi capitani consorti a ritirarsi da essa con le proprie milizie.
Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser sospesi, quasi aspettando il generale consenso. Ma gli altri capitani, inarcando le ciglia, si guardaron l'un l'altro e non fecer motto! Allora messer Guglielmo ruppe il silenzio, e voltosi al duca, disse altero e reciso:
—Bene sta, e così confidiamo!
[pg!142] E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare fino agli steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.
I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero però! Fermi egualmente nel rigettare i comandi, e tanto più le minacce di scomunica di papa Clemente; vicini omai a poter dire: «abbiam vinto!» si limitarono a rispondere al duca che tutto al più avrebbero spedito un messo a ciascun rettore di lor città per averne un consiglio. E il messo incontanente partì. Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari, com'era da credere, il messo tornò diviato con la risposta—si seguitasse l'assedio!
In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire di grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe che il solo duca Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e si era diretto per Avignone. E ciò perchè troppo gli stava a cuore di tenersi devoto al pontefice, da cui dipendeva la collazione della corona di Napoli, e che difatti, per la morte del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso fu riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie del duca, nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati. Che anzi per tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo capitan generale: e questi fu quel Don Diego della Ratta maliscalco del duca, per più allettarlo a rimanervi co' suoi: e fu dei Lucchesi Maroello marchese Malaspina; e dei Fiorentini messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio. Costui, uomo senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi, consigliò incontanente che, tutti da ogni lato, cioè a un tiro di balestra, si avvicinassero alle mura per far più stretto l'assedio.
E sì che a que' loro armigeri la vita del campo era già parsa grave e quasi insopportabile: tanto più che molti ricchi Fiorentini e Lucchesi v'avevan costretti de' lor contadini con danno dell'agricoltura: e se li udivano poi ogni giorno andare in lamenti e alienarsi da loro, perchè spesso tenutivi senza paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e di Lucca non sgomentarono; e benchè scarsi a denari, trovarono un [pg!143] sottil mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia, detta la sega, che posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini e a' Bianchi, sì di città che a' confini. Ordinarono inoltre che chi aveva figliuoli atti alle armi dovesse mandarli all'esercito entro a venti dì: trascorsi i quali si costringesse a pagare una grossa taglia.
Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che con lo stringersi dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora arrischiati a uscir di città da Porta Guidi per procacciar vettovaglie, benchè di notte, e numerosi ed armati, erano stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di nuovo guasti barbaramente nelle braccia e ne' piedi, trascinati a ludibrio fino a piè delle mura! Nè a que' miseri era più dato sperare d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perchè fin d'allora i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi veniva a trasportarli colà, e i mutilati li ritraevano per curarli: ma eran corsi ordini severissimi che nissun cittadino si affacciasse più alle mura, per timore che a quella vista non cadessero in isgomento. Non sì però che alcuno non venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato, monche le membra, contraffatti e gridanti pietà, o un amico, o un fratello, o il padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano il pianto, e serravano in petto l'acerba doglia: tanta era la costanza de' lor propositi, e il debito di così fare finchè potesser resistere!
A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una privata, che pur commosse ogni ceto di cittadini. Aveva compiuto il suo corso mortale madonna Adelagia, consorte al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era può dirsi la più insigne donna della città. I guerrieri compassionavano nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le donne in particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri poi, alla misera gentildonna, che si era veduta riportar fra le braccia il cadavere del suo figlio Orlandetto! Perlochè i funerali di lei, sia per la nobiltà della stirpe, sia pe' titoli che alla pubblica onorificenza aveva già la casata, si compierono i più solenni. Fu portata alla chiesa fra una folla [pg!144] immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o velluto rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto sciamito, e di drappo d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte dei quali portati dai valletti della famiglia, con al braccio gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri per onore inviati dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi sacerdoti e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno al corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della casata vestiti a sanguigno; chè allora non il nero, ma questo colore era segno di lutto. Appresso tutte le donne entrate od uscite da detta casa, vestite pure a sanguigno. Tutta la chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e perdurante il funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di trombe per più riprese. Non mancò alcuno dei capitani; e fra questi, gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte ed il figlio. Costoro, perchè tali onoranze si fecero a mezzo del dì, poteron per breve lasciar le mura senza pericolo. Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo! I più cospicui cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i cavalieri invece sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.
Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era già per uscire; allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un momento diffusa che l'Uberti capitan generale, lì presso al feretro, come talora a que' tempi si costumava, avrebbe creato cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi. Accertatisi di questa nuova, unanimi tutti lo disser degno di tant'onore, per ciò che aveva fatto in pro della patria. Solenne e straordinaria ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi sì gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer Fredi, tutti li sguardi furon volti sopra di lui.
Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno, s'innoltra verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada che pendevagli al fianco da una ciarpa ad armacollo, la porse al sacerdote, che in appositi paramenti colà l'attendeva. Questi allora posatala sopra un cuscino, intonò solenne preghiera secondo il rito: quindi la benedisse, e come glie l'ebbe [pg!145] restituita, quei la ripose al suo fianco. Non sì tosto messer Fredi lasciati i gradini dell'altare tornò in mezzo ai guerrieri, che, accompagnato da due capitani, andò a porsi, piegando un ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva armarlo, e presentògli la spada. Alzatosi il capitan degli Uberti dalla sua sedia, richiedevalo con qual animo volesse entrare nell'Ordine: cui egli rispose—ad onore e tutela della religione e della patria.—Dopo ciò alcuni cavalieri gli adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron d'oro avean nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le manopole; poi il capitan generale gli cinse la spada. Non gli mancava che l'elmo e il caschetto, lo scudo e la lancia; le quali armi compiuta la ceremonia, da tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate. In tal modoaddobbato, come dicevano, tornò a prostrarsi con un sol ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo, gli battè la propria spada sul collo, come ad ammonirlo che dovesse sopportar con fermezza i pericoli che avesse incontrati. Richiese per fine il novello cavaliere del suo giuramento.
Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla, come suole accadere, un agitarsi e un sospingersi più in alto per meglio osservare. Ma a questo punto si fece un silenzio fra tutti gli astanti. Allora messer Fredi si levò dignitoso, si volse verso del feretro, e impugnata e distesa la spada, ad alta voce esclamò:
—Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria fino agli estremi!
Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti i capitani, levate le spade, gridarono a un tempo:—«giuriamo!»
Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e d'un sacro fremito riempì il cuore di tutti.
[pg!146]