CAPITOLO XIII.LA RESA.«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,Ch'io non posso parlar nè tragger guai,Rimembrando di quella che miraiDolente sotto un vel tinto di pianto.»——Sonetto diM. Cinoda un Cod. Strozz.«Lasso! pensando alla distrutta valleSpesse fiate del mio natìo sole,Cotanto me n'accendo e me ne duole,Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»——M. CinonelCanzoniere.Il potestà degli Uberti una tal mattina era entrato nella sua stanza d'ufficio più di per tempo, perchè v'attendeva il rettore della città, Guglielmini, per conferire sul partito da prendere, a misura che le condizioni dell'assedio ogni dì più peggioravano.Era già nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione lo aveva costretto a far porre il suo tavolino e le sedie presso d'un gran caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui co' suoi segretari sbrigava gli affari, mandava lettere e ordinanze. Quando di lì a poco, rimbacuccato nel suo cappuccio, col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al fianco la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della città.Licenziati allora i segretari:—Sedete qui appresso al fuoco—dissegli il degli Uberti.[pg!147] —Oh! gli è un bisogno, chè il freddo è eccessivo!—soggiunse l'altro.—Penso a' poveri militi... e a queste notti! Vengo ora da loro; insieme col Vergiolesi ho ordinato gran fuochi sugli spaldi, per tutto: gli ho incuorati.... Ma!... pur troppo, quello che soffrono, agli spedali ogni dì più si conosce!—Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo anche i nostri nemici? Allo scoperto e' vi son più di noi!—E che per questo?—Gli è per dire che ciò da un lato ci può tornare a vantaggio. E infatti mi fu riferito che i capitani sì de' Lucchesi che de' Fiorentini si lagnano di gran defezioni; e dicevan fra loro, che se non avesser creduto che fra pochi giorni ci dovessimo arrender per fame, e se infine l'onor loro non vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i lamenti che erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti sotto le tende; e più poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di questa invernata, le cose finivan male, e davano sgomento agli stessi rettori di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie abbiam la città che ne porge un riparo.E a lui il Guglielmini:—Ma al difetto di viveri chi ci provvede? I granai de' cittadini son vuoti; e poco o nulla (mi spavento a dirvelo!) rimane di vettovaglie in que' del Comune!—Quale sventura! E ditemi; de' nostri alleati?—Oh, guai! messer potestà!... guai e sopra guai a chi fortuna l'abbandonò! Gli amici se ne vanno con essa! Primieramente a voi è già noto che su i Bolognesi non solo da qualche tempo non è più da fare assegnamento, ma anzi è da temerli come avversari. E sappiate anche che gli ultimi de' nostri amici, M.rBornio Samaritano e M.rRomeo de' Pepoli, di questi giorni come Ghibellini, sono stati presi e posti in carcere. Di Siena che conto è da fare quando ogni dì tergiversa? Arezzo, sì, c'è rimasta alleata; ma vedete in un subito da' nemici come si lascia comprare, e con che! Con un cappello cardinalizio, mi vien riferito! Uguccion della Foggiola, il potente condottiero degli Aretini, ha un figlio in prelatura. Or ecco! Per quel cappello che pel [pg!148] figliuolo dimanda ed ottiene, fa cambiare i suoi militi di Guelfi in Ghibellini accaniti!E l'altro:—Resterebbe pur sempre l'aiuto de' vicini Pisani. Non promisero pure al Comune di mandarci assai vettovaglie, scortate da molti armigeri?—Sicuramente! Or date una scorsa a questa lettera che dal Comune di Pisa ricevetti ieri sera—e in così dire glie la mostrava.—Qui da questi messeri, (mentre l'altro leggevala) intendete? più non si tratta di vettovaglie, nè d'armi! ma d'un semplice e scarso aiuto di danari!—Danari a noi, cui la fame ne stringe e un assedio de' più crudeli! Oh noi sventurati! quale scherno! anche l'oro di Mida! Non vi scorgete anche in ciò le solite e perfide suggestioni, i consueti artifici de' Fiorentini?E l'altro—Eh! pur troppo è da crederlo!Certo che a que' tempi la politica del Comune di Firenze per conquistar tai vicini era questa; «Pisa con l'arti, Pistoia con le parti.» Non si sa poi veramente se fu di qui che originasse il dettato: «gli è come il soccorso di Pisa,» a denotare un inutil aiuto. E a' poveri Pistoiesi ridotti a quel punto, pur troppo! che valevan l'oro e l'argento, quando mancavan del necessario per vivere, nè per moneta potevano procacciarsene? Il degli Uberti però e il Guglielmini adontati anche di tutto questo, fermi ne' lor propositi, giuraron di nuovo di custodire gelosamente il segreto dei viveri; deliberati che quando avesser finito di consumare ogni cosa, l'avrebber palesato al popolo, e tutti istigato a prender le armi ed irrompere fuor delle mura, o per aprirsi una via allo scampo, o per morir combattendo.La città, non ostante le morti per le fatiche e li stenti, aveva sempre un numeroso presidio di fanteria, e circa trecento cavalli. Oltre i cittadini vi s'eran raccolti, come dicemmo, gli esuli Bianchi di tutta Toscana. Si provvide che fra costoro in particolare non sorgesse pel vitto il più piccol lamento, e a tutti i difensori in quelle date ore fosse puntualmente distribuito. Il male era adesso per qualche fanciullo, e per le povere donne del popolo: molte delle quali [pg!149] venute di fuori a portar carichi di vettovaglie, malconce e or già risanate, non potevano, pur volendo, far ritorno alle proprie capanne. Fatto consiglio, per estremo rimedio fu deliberato che quelle meschine con altre di città, piuttosto che vedersele morir di fame sulle pubbliche vie (e di qualcuna già avveniva) come bocche inutili si dovessero allontanare, proteggendo loro l'uscita sin fuori della cinta con una sortita de' più valorosi. Ma molte di esse chi lasciava in città il padre, chi il fratello, chi il consorte! Sicchè come seppero quel comando, tentarono di nascondersi; deliberate, piuttosto che abbandonare i parenti ed esporsi a nuove sevizie, morir di stento presso di loro. Non tutte però furono in tempo a sottrarsi a questo decreto di selvaggio eroismo. E già i birri del Potestà l'avevano eseguito sopra qualcune, arrestandole a viva forza. Quando i parenti alle grida delle meschine poterono giungere in tempo per trattenerle e per farne ricorso.Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto, operai e guerrieri, ammutinatisi qua e là minacciosi e a capannelli e con le armi alla mano, s'eran raccolti sulla via presso al palazzo del Potestà. Questi nel sospetto che la città si levasse a rumore, subito per sedarli era disceso fra loro, e cominciava a far sentire qualche parola conciliativa: e intanto lì sul getto con altri capi del governo discutevano sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que' valorosi la suprema necessità di salvar la patria ad ogni costo. I parenti dall'altra ripetevano che per la patria avevan fatto e sarebber disposti a far tutto, ma che appunto per questo si doveva aver riguardo alle loro compagne. Delicata, difficile e terribile questione! Quand'ecco le donne che s'eran nascoste comparir lì tutte insieme co' capelli sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi e piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime supplicarli di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio. Tanto bastò perchè tutti i parenti, presi da sensi d'umanità e di tenerezza, se le stringessero al seno e piangessero con loro!—No, no, non dubitate!—essi alle donne andavan [pg!150] dicendo—siam qua per difendervi! Altro! Forse Dio, povere disgraziate! non avete diviso con noi gli stenti.... i pericoli? E che? V'avranno ora a cacciare peggio che bestie, e in preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son uomini anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affè di Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la s'ha a vedere!E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:—La nostra vita gli è molti mesi che degli stenti ne soffre; e perchè e per come vo' lo sapete! Ma guardateci in faccia! Smunti sì, ma tranquilli, perchè insieme con queste nostre povere donne, che degli strazi anche più di noi n'han patiti! E adesso chi è che ha core di separarci da loro? Rettori della città, noi vi diciamo che per camparle.... noi... sì, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che altro ce lo leverem dalla bocca: ma che però intendiamo di restare uniti con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Sì, con queste nostre creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!—esclamarono i padri, e con trasporto d'affetto se li presero in braccio:—e giuriamo sul capo di questi innocenti che, o la patria per noi sarà salva, o tutti insieme morremo per lei!—Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo, e una protesta sì energica bastò a togliere affatto dall'animo dei rettori quel sì barbaro divisamento.Ma l'ora d'un'ultima prova era già stabilita. Un ultimo tentativo (si disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di que' popolani, ottenuto quanto bramavano, neppur uno mancò! Si era prescelto un tal giorno e sull'alba. A quell'ora e con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno, e de' capitani pochi alle tende, perchè molti riparati nelle case vicine, l'aggressione si credè più sicura. Fu preso il partito di attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso alla porta di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E già le saracinesche s'eran levate e i ponti abbassati. Quelli posticci attraverso le fosse ve li avevan fatti la notte. Pochi, perchè ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di gelo ben resistenti bastò gittarvi qualche tavola e poca terra. I feditori [pg!151] erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di giavelloti piomba già sul nemico. I cavalieri, comandati da messer Fredi, a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta, e già pongono in iscompiglio la cinta più prossima de' fantaccini che d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir dalle tende, e molti senza pure aver potuto prender le armi, periscono. Ma un'altra cinta, e la più formidabile, quella della cavallata nemica che era dietro de' fanti, li attendeva a pie' fermo. Come infatti i cavalieri pistoiesi se li appressarono, i nemici si mossero in falange serrata, e a picche tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto impeto, quanto era meno da aspettare; sicchè dopo una zuffa accanita, non senza perdite gravi, bisognò retrocedere. Inseguiti i Pistoiesi fin su' ponti levatoi non cessaron fin là di combattere da valorosi. Tale presso a poco fu l'esito dall'altra porta. In questo scontro vari capitani dei Bianchi vi lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e messer Fredi, sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata resistenza de' cavalieri nemici, cui più difficile sarebbe stato di disporsi sì tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un tradimento: che cioè nel trambusto avvenuto per cagion delle donne, avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne fosse dato segno a' nemici. Per dubitarne bastava sapere che v'eran sempre dentro le mura que' due furfanti di Musone e di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che dolorosamente li confermò, non potersi con le forze loro smagliare ed infrangere la ferrea catena che li stringeva!Intanto nella città lo spedale detto di Santa Maria del Ceppo, e gli altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca e di S. Mazzeo, riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il più vasto, non si creda che fosse ampio e bene aereato, e fornito di quant'occorre ad ogni evento straordinario qual è adesso. Sicchè nelle sue piccole stanze con un ristretto numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran già pieni d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di sfinimento. Lo avevan fondato circa vent'anni innanzi, lì sul [pg!152] torrente Brana, due privati cittadini, un certo Antimo di Teodoro, e donna Mandella consorte sua, coi propri averi che non eran poi molti. E se già alcuni altri gli avevan testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai limitate. Ma la cristiana carità negli estremi bisogni non vien meno giammai: cresce anzi di zelo, e si fa più studiosa d'aita quanto più gravi appariscono i sacrifizi.Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro già detto, quando un giorno il vescovo Sinibuldi chiamò a sè i suoi segretari, che abitavano nell'espicopio, e alcuni principali del clero, e così disse loro:—Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e muoiono per la difesa della patria; mentre le vie sono ingombre di mendici e d'infermi, e ogni giorno, per le strettezze a che siamo, crescerà pur troppo il numero degl'infelici, la patria e Dio chiedono anche a noi qualche sacrifizio. Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacerà, vi potrete unire con me a esserne gl'infermieri. Non è un comando questo, ma una preghiera ch'io vi fo a nome de' nostri fratelli che soffrono, e per le viscere di Gesù Cristo. Ponderate, miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se vi sentite da tanto, seguitemi.Le parole d'un vescovo che veneravano, infiammato di sì gran carità, tanto poterono sull'animo loro, che subito ebber l'assenso di tutti: e fu in pari tempo un gareggiare, chi nel palazzo a ceder camere e ritirarsi in una buia stanzuccia ad esempio dello stesso prelato; chi a spedirvi letti e biancherie e quant'altro occorresse al bisogno. Il buon vescovo ordinò pure che certe stanze terrene dov'era l'uffizio del suo cancelliere, esse pure si convertissero in ospedale, e ad ufficio di cancelleria si riducesse la stessa pubblica cappella di San Nicolò ivi contigua. Quell'episcopio era troppo inferiore alla bella architettura ed all'ampiezza dell'attuale, erettovi dal celebre vescovo Scipione de' Ricci sul finire del secol decorso. Ma per quei tempi di gran parsimonia e di sì modeste abitazioni, egli era per certo assai decente e spazioso. Un secolo dopo dall'illustre vescovo Andrea Franchi [pg!153] ebbe anche maggior ampliamento. Adesso questo palazzo caratteristico che serba ancora all'esterno li stemmi di alcuni suoi prelati; situato veramente al suo luogo, presso la cattedrale e il bel tempio di S. Giovanni; che ospitò papa Urbano II, il gran banditore delle crociate; il beato Atto vescovo della città; e questi v'accolse il pontefice Innocenzo III reduce dal Concilio di Pisa: senza dire di quanti altri celebri personaggi dopo il Sinibuldi fu stanza, questo edificio monumentale, come tanti altri, sia civili che ecclesiastici che stavano a ricordare un'epoca storica, si lasciò in abbandono: finchè da vari anni potè dirsi anche ad esso: «A che ti valgon li stemmi?» perchè caduto in proprietà di un privato, più non servì che ad uso de' suoi inquilini.Or come appena fu tutto disposto per ricevervi gli ammalati, il vescovo chiamò a sè il nipote messer Cino, e gli disse:—Oggi mi pare d'aver fatto un po' di bene anche pe' giorni avvenire. Va tosto da' rettori della città, e di' loro che la mia casa da questo giorno è aperta a prò degl'infermi.Messer Cino conosceva a prova di quanto ardore di carità fosse stato sempre acceso quell'animo, e non ne stupì. Lo sorprese piuttosto il sentire che in un tempo siccome quello in cui già sospettavasi di pestilenza e di morìa, vi avesse indotto a' servigi non pochi del clero. Ma è ben vero che l'esempio vivente della virtù, di quella in ispecie che richiede un eroico sacrifizio, esercita sugli animi tale arcana potenza da non sapervi resistere. Quel clero poi è da riflettere che usciva dagli stessi cittadini, con loro aveva diviso li stenti, e nutriva i medesimi sensi di patria carità. E di questa, bisogna dirlo, Bartolomeo Sinibuldi aveva dato al suo clero e a' suoi concittadini belle testimonianze, fin da quando nel 10 novembre 1303, per voto del Capitolo, approvante papa Benedetto XI, fu eletto vescovo di Pistoia. Da quel tempo al compirsi del 1307 in cui fu traslocato a vescovo di Fuligno, il suo cuore fu tutto pe' suoi tribolati figliuoli. La sua casa dava ricovero sì a Guelfi che a Ghibellini; a Bianchi che a Neri; più poi se perseguitati. La carità e il dovere tutti eguali glie li rendevano, e voleva però che ciascuno sapesse che in ogni tempo era disposto a [pg!154] soccorrerli. E molto per vero potè su di essi in quelli anni della massima esacerbazione degli odi di parte. Il ministero episcopale gli dava a quei tempi diritti e privilegi grandissimi.Aveva una curia e una Corte: tribunale di inquisizione e carceri pe' chierici; autorità infine al tutto feudale. Ma quando alcuno de' suoi curiali voleva, adulando al potere, rimproverarlo di non usarne, e di apparir troppo mite e indulgente: So—rispondeva, quali leggi ha la curia, ma io forse non ne sono l'interprete? Perchè non potrò io invece di giustizia usar misericordia coi traviati? Cristo Signore, pontefice massimo, a qual tribunale appellava egli mai chi voleva redarguire, se non a quello della coscienza? Lasciate dunque ch'io mi avvicini più che è possibile a quel gran maestro.Le pestilenze e le carestie in Italia nel medio evo dominavano di continuo. Calamità che a dir vero sono ora più difficili ad avvenire; o nel caso lo Stato con ogni mezzo provvede. È ciò sia per la libertà del commercio e l'apertura de' porti di tutta l'Europa, sia per le quarantene, e le comodità stabilitevi; sia infine per la nettezza delle abitazioni, e per quant'altro gli è un portato del progresso e della civiltà. Ora, quando accadeva che una città fosse colpita da queste sciagure, a' più umili uffici caritativi si vedevano spesso uomini venerandi come il nostro prelato, educati alla scuola delle grandi annegazioni e delle più eroiche virtù; necessarie davvero in que' tempi di feroci costumi. E solamente tali uomini col loro esempio riuscivano a vincere la durezza de' cuori, e quell'egoismo, che andava del pari col principio feudale; e che allora tanto più, col timor della morte, non esitava a mostrarsi in tutta la sua nudità. Riuscivano poi a trarre a sè altra gente; che in mancanza d'una carità ufficiale, s'ispirava a un principio tutto cristiano, a quel del dovere, per sentirsi tanto animo, da rimaner presso al letto d'un povero infermo (fosse pure con proprio pericolo) e recargli soccorso. La pietà infatti del Sinibuldi fa bel riscontro con quella d'un altro vescovo pistoiese, l'eroico Andrea Franchi.[pg!155] Il quale, un secolo dopo, in una terribile pestilenza tanto si adoperò nel pubblico spedale di Pistoia a soccorrere gli appestati, che i cittadini a eternar la memoria del benefizio e di lor gratitudine, commisero al grande artista Luca della Robbia quel celebre fregio in basso rilievo di terra invetriata, dove il detto prelato è protagonista, e vi ha per così dire, la sua apoteosi, e che si ammira nella città sopra le logge di quello stesso spedale del Ceppo cui servì il Sinibuldi, ampliato ed ornato, come or lo vediamo, nel 1525. Del qual fregio, come capolavoro dei della Robbia, fu tratta una copia modellata sullo stesso rilievo: e questa di presente ti si offre a vedere nella scuola delle belle arti a Parigi, e nel palazzo di cristallo a Londra. Tanto la carità e la religione diedero sempre co' lor subietti impulso ed incremento alle arti belle!Tornando ora al nostro racconto, messer Cino, dopo la commissione ricevuta dall'illustre prelato, recatosi a' rettori con tale annunzio, si può immaginar facilmente con che segni di gradimento accettarono la generosa offerta! Subito anzi furon d'avviso che quell'episcopio opportunamente potesse servire ad ospedal militare. Questo appunto mancava. Avrebber mandato pei medici e per quant'altro occorresse: ma che frattanto messer Cino si degnasse informarne il capitan Vergiolesi, come colui che era stato deputato alla cura igienica delle milizie.E messer Cino non esitò a condursi dal capitano. Il quale udita appena cotal profferta—Bene sta!—gli rispose stringendogli la mano alquanto commosso.—Conosceva il vostro zio, il nostro degno prelato: ella è cosa veramente da lui! Ringraziatelo! Accettando come facciamo, vedrà che gli siamo obbligati d'un benefizio, che ora non poteva esser maggiore!Fu un dar ordine nel momento, che in avvenire tutti i militi infermi fosser trasportati colà. E pur troppo non andò molto che, avvenuto quello scontro sì disgraziato, tutti que' letti furon pieni de' combattenti feriti.Dopo la visita al capitano, messer Cino, tanto intimo di famiglia, non potea dispensarsi dal farne una di condoglianza [pg!156] a Selvaggia. Ella era tutta sola nelle sue stanze con quella buona Margherita, che avendo assistita sua madre, pregata rimaneva con lei. Fu un dare in un pianto dirotto allorchè Cino le si appressò. Egli aveva già veduto con quanto amore avesse assistito la madre fino agli estremi; e per molti disagi sofferti prima ed allora, temeva assai di sua salute. Da quel tempo in quale stato dovè rivederla! Le sue vesti color sanguigno facevan risaltar maggiormente la pallidezza estrema del volto, che agli occhi di lui non apparve meno attraente. E pur troppo quella gentile soffriva molto tuttora.—Lasciate—disse Margherita a messer Cino chiamatolo a parte:—queste lacrime spero che le saranno di qualche vantaggio. Non vi so dire i suoi patimenti per non aver potuto finora ottener questo sfogo!E com'essa alquanto si fu calmata:—Oh sì, messer Cino—gli disse—se questo è un bene, ecco quello che provo per la prima volta dopo tante sventure! Ho dovuto però averne anche un'altra; quella di non poter esser del numero dei parenti e delle amiche ai funerali della mia povera madre! E chi sa il mondo che n'avrà detto! Ma crediatelo, mi fu impossibile! Ero priva affatto di forze e il cuore mi si spezzava!Questo costume, che fino i più stretti parenti si recassero all'esequie ad accompagnare il defunto, in Toscana era allora un sacro dovere, e da ogni classe di cittadini scrupolosamente osservato. Pietoso uffizio, che ora in Francia e altrove è debito sacro; e che anche in Italia da una sospettosa polizia non più contrastato, or, com'occorra, s'adempie quasi dovunque.—Selvaggia!—replicò egli—oh! per questo che dite mai! La città non ha potuto che sempre ammirarvi, e in que' giorni rispettò molto il vostro grave dolore. Nessuno, ve l'assicuro, che non desse una parola di compianto alla degna figlia de' Vergiolesi: nissuno di noi cittadini d'ogni ordine che non chiedesse con ansia di vostra salute! Voi sapete se ci è cara, o Selvaggia! Deh, per pietà fate animo! Chi sa ancora a quante prove dovremo esser serbati con quest'ostinazione a resistere![pg!157] Ed ella:—Oh! questo di dovere stare col battito al cuore, con l'animo sospeso ogni dì pel povero padre mio, e per mio fratello!... Questo di vedere per la città tanta gente languire, nè aver modo bastante a soccorrerla!....—Però—soggiunse egli—sento fra 'l popolo che le annegazioni vostre per aiutarlo le riconosce e vi è grato.E Selvaggia:—Dite pure i sacrifizi di tutti! Ma anche quel che ciascuno si sforza di fare, basta forse al bisogno? Questo, questo, crediatelo, m'affligge sopra ogni modo, e mi continua il dolore!Allora Cino le narrò del nuovo spedale, che il zio prelato volle aperto nel suo palazzo. Al che ella con animo soddisfatto rispose:—Vi vedo l'opera dei Sinibuldi, che sanno accoppiare al sapere l'affetto.Poi seguitò:—E gli sforzi, e le vite di tanti nostri difensori dovranno essere inutili? A che partito appigliarci? che potremo più fare?—Io pensava, o Selvaggia,—riprese Cino—per quel potere che giustamente esercita l'affezione e la virtù vostra sull'animo di messer Lippo, non vorreste voi consigliarlo a riflettere seriamente quanto questa ostinazione a resistere aggravi di più i nostri mali?—Io, messer Cino! ma sapete voi che mio padre, che, non v'ha dubbio, mi ama quanto mai possa dirsi, pure al solo affacciargli una simile proposta, s'indignerebbe con me, fino a credere che io avessi osato di consigliargli una viltà? E anche questo credete voi che non mi affligga? E se a ciò ho pensato, ve lo dica la vostra cugina Lauretta, con la quale ne tenemmo proposito trepidanti insieme, il sapete, anche pel nostro Fredi.E Cino:—Me ne duole per voi e per noi! La vidi appunto ieri la mia buona Lauretta, e presto verrà da voi. So che molto l'amate, e vi sarà di conforto. La pregherò a ricordarvi [pg!158] che la speranza è l'ultima stella che pur rimane in un ciel tempestoso: che in quella sola è d'uopo affissarci, ed aspettarne il sereno.A queste parole che nel lasciarla le dirigeva, ella con dolce atto di compiacenza rispose:—Oh! che s'avveri il vostro buon augurio; e quella stella propizia che mai non si perda!Ma intanto le pubbliche sciagure crescevano ogni dì più; e lo sgomento, se non sulle labbra, era nel cuore di tutti. Al nuovo spedale pochi sopravvivevano, perchè le ferite erano state corpo a corpo, di lancia e di spada le più micidiali. Della poveraglia eran molti che, rimasti senza lavori, se n'andavano per le vie macilenti e cenciosi: e ora poi rattrappiti dal freddo, facevano capo alle chiese tanto per respirarvi un'aria più tepida, e stender la mano a chi vi giungeva, e mettere insieme da comprare un pezzo di pane di schietta crusca, o qualche po' d'erba che pur costava assai cara. Però, mirabile a dire! Si sentivan divorare dalla fame; ma dal mendico come dal ricco non si fosse ancora in pubblico articolato un lamento! Soffrire, soffrire e resistere, pareva la parola d'ordine fra di loro, finchè i rettori non avesser prescritto altrimenti. Per colmo de' mali s'aggiunse in quell'anno, come abbiam detto, una rigidezza di stagione eccessiva. Gli appennini eran tutti ricoperti di neve. Qualche poca n'era caduta anche in città; e a tutt'altro dovendo impiegar le braccia che a toglierla dalle vie, v'era rimasta; e fattosi sereno, si doveva camminare sopra un lastrico di ghiaccio.Una tal mattina il vescovo all'alba, com'era solito, aveva assistito di casa al mattutino di Cattedrale, dalla grata d'una finestra che rispondeva rimpetto alla cappella di S. Jacopo. Quindi fatto un giro al letto de' suoi malati, si disponeva ad uscire per la visita consueta allo spedale del Ceppo. La neve fin dalla sera precedente cadeva a fiocchi di nuovo, e a quell'ora era alta per tutte le vie. Allorquando per avere udienza dal vescovo si presentò nella sala un tal frate in abito bianco di lana, con sopra un lungo mantello bigio; e su di esso da un lato una croce vermiglia e due stelle di [pg!159] simil colore in campo bianco. Era uno dei frati di S. Maria; di quell'Ordine cavalleresco istituito da Urbano IV per combattere gl'infedeli e i violatori della giustizia: ma per la vita troppo molle ed agiata che conducevano, il popolo a quel tempo gli additava col nome difrati gaudenti. Degenerarono poi a segno da non potersi più tollerare; e papa Sisto V nel 1585 li soppresse del tutto. Introdotto costui, dimandava una grazia che solo il vescovo poteva concedergli. Ed era quella di affermargli in iscritto la esenzione di una imposta straordinaria del Comune per sovvenire a tante strettezze. La dimandava in virtù di un decreto di papa Gregorio IX, che con Bolla del 1234 pronunciava privilegiate d'ogni carico laicale le persone che a quell'Ordine appartenevano. Narran gli storici che il Comune di Siena vedutosi di tanto scemate le imposte, perchè molti per non pagarle, anche con moglie e figli, si andavano ascrivendo a quell'Ordine, nel 1285 provocò per tal causa un giudizio dei più valenti giureconsulti, fra i quali quello del celebre Accursio; ed essi stabilirono essere impertinenti le pretese di questi cavalieri. Dopo di che il Comune ordinò che le case de' cavalieri renitenti alle imposte fossero rovinate.Ora il vescovo all'udire ne' giorni di tante miserie questo rifiuto d'un uomo assai ricco a dar l'obolo a' suoi concittadini, benchè non ignorasse quel privilegio, fu preso in un subito da forte sdegno, e—Come! come!—esclamò. Ma raffrenatosi com'era solito quando doveva ammonire, e ricordando la sua missione e il suo prezioso tempo da spendere, ricompostosi alquanto: Come dunque? Vorresti tu, frate, che così su due piedi, mentre son per uscire!... Ma e poi! in questo stremo di miserie, di freddo, io!... cagione forse dovrei esser io! se mai!... che una gente irritata, furibonda, venisse a insultarti, e a smantellarti la casa? Frate! La dimanda oggi, lo vedi, non è opportuna, e per di più insulta altrui non solo, ma lo dirò pure, la carità; e te pone in pericolo! Desisti dunque, te ne prego! Mi tarda d'uscire. Se altro non t'occorre...—Oh! no: se per questo non parvi tempo...—così com'a dire: ne parleremo altra volta.[pg!160] E allora tutto riguardoso soggiunse:—Ma dove andate voi, padre nostro, stamane a quest'aria gelata, e con la neve fino al collo del piede?...—Vado all'ospedale da' miei malati.—Misericordia! esporvi fin là, voi che ci siete sì caro!....—Vorresti dunque prescrivere i limiti della carità che non cerca mai cose di suo vantaggio, e trattenerla per umani riguardi quando più corre il bisogno? Frate, s'io ti son caro, non opporre neppure in parole, e piuttosto vien meco.—Ma io, messer mio reverendo, sì che davvero il farei, se avendomi famiglia, e salute mal ferma, non dovessi più che altri temer di contagio; o se...—Va dunque—riprese il vescovo con dignità—va pure con Dio, nè mendicar più pretesti. Per venir qui a chieder privilegi, e di qual sorta! vedo che il gelo non ti fece sgomento! Or di' piuttosto—se avessi animo e viscere da tanto. Non ricordi tu le parole del Redentore: «Nissuno può avere carità maggiore di colui che dà la vita pe' suoi amici?» Or dimmi, non son eglino quegl'infermi nostri concittadini e più che amici? Non son io padre loro e pastore, ed essi miei figliuoli e mio gregge?E con questo ammonimento lasciatolo, era già sulla piazza.A modo di privato e d'incognito, ravvolto il capo nel suo nero cappuccio; la persona alta e dignitosa in ampio mantello; se n'andava il buon vescovo tranquillo e spedito a compiere la sant'opra. Solo a breve tratto si faceva seguir da un domestico con gran canestro di piccoli pani. Perchè ei, previdente com'era, i suoi granai fin dinanzi all'assedio avea procurato che fosser colmi di grano. Per isventura era quella l'ultima porzione che gli restava, e poche più volte avrebbe potuto di quel suo pane soccorrere i poverelli. Quand'ecco sulla via della ripa che dalla piazza del Duomo conduce allo spedale, s'imbattè in una povera donna di giovane età; ma che nondimeno, dallo sfinimento pel bisogno di cibo non potendo più reggersi, era caduta al suolo sulle ginocchia, presso un muro ora in linea del palazzo del Comune, lei e un bambino che aveva in braccio e cui dava latte. Essa aveva in capo un cappuccio di lana bianco che allora l'era caduto [pg!161] sulle spalle, e una sola veste molto sdrucia e leggera, e un mantelletto pur di lana che coprivale il seno, al quale stringevasi quel suo figliuolino, ravvolto in umidi stracci. Mandavano l'una e l'altro un lamentìo debole tanto e quasi soffocato che appena s'udiva.—Padre, padre, per carità!—potè dire la misera aprendo gli occhi, non sì tosto che il vescovo piegatosi a lei le dimandò del suo male.—Per amore di questa creaturina, un tozzo di pane! Son due giorni che non ho mangiato che poca erba già putrida, e pel mio bambino non ho più latte! Ah Signore! Soccorretemi, ma proprio per lui! che per me... mi lascerei morire!—Povera donna! per lui e per voi sarete soccorsa—riprese il prelato. E già aveva fatto cenno al domestico perchè le desse del pane.—Che vuole—soggiunse essa—mi son tanto appenata dopo che nell'ultima mischia mi c'è morto il marito, e non mi resta più altri al mondo, che dico sempre: «Venga pure la morte, che me n'andrò, se Dio vuole, a ritrovarlo lassù!»Non ebbe appena finito, che il vescovo egli stesso volle porgerle il pane, e la riaveva ad un tempo con acqua odorifera. Ma intanto e' s'accorse che le sue vesti sì umide le si erano quasi ghiacciate addosso! Ella infatti tremava tutta. Riflettè poi che a uno stomaco sì indebolito, non il pane in quel momento, ma le bisognava per riaversi d'un cibo più lieve e più sostanzioso. Con questo pensiero si fece subito dare una mano al domestico, e provò a sollevarla da terra, pur per condurla al vicino spedale. Invocò il soccorso di due che passavano: a' quali bastò un cenno per porsi a' suoi ordini. A un di loro affidò il bambino, e fece che l'altro e il suo domestico sostenessero quella infelice sotto le braccia e così la trasportasser colà in un di que' letti, che egli andò innanzi per farle metter in ordine.Or come descrivere le miserie infinite di questo luogo? Per ogni parte era pieno d'infermi. Ma tra per la fame, che quando ha tanto allenito le facoltà digestive, non val più cibo a saziarla; tra per la cancrena che si formava ne' [pg!162] mutilati e feriti, era doloroso a vedere che ogni giorno il numero de' morti vi si faceva maggiore. Immaginiamo poi l'affanno e il compianto de' poveri parenti che li assistevano, e che per mancanza di servi dovevan vestirne il cadavere, ed essi medesimi portarlo alla fossa! Eppure vi voleva la gran virtù del degno prelato per recarsi ogni giorno in quelle stanzucce; là a sollevar con vivande e con una santa parola i meno aggravati; qua a porgere a' moribondi gli estremi conforti e il perdono di Dio! E quanti mai uomini e donne si sarebbero sgomentati, e sollevati anche contro chi andava e veniva per i soccorsi, se non avesser veduto comparir fra loro quella sacra e venerata persona! Eppure in quelle piccole sale, scarse di servi per la necessaria nettezza, vi si sentiva di già un non so che di pestilenziale, un'aria sì fetida che ammorbava! Ma il vivo esempio per fare il bene era là e veniva d'in alto! e il popolo che lo vede, quasi istintivamente gli è attratto a seguirlo!Nel rimanente della città gli ospizi dei monaci invasi tutti da infermi; rade poi quelle case ove non ne fossero anche fra cittadini i più agiati, o che non vi s'avesse a trovar gente afflitta e in veste di lutto. E i militi difensori? Oh! non mancavano per questo; ma sprovveduti del necessario alimento, non avendo più pane nè di saggina nè di crusca, s'eran ridotti ad uccidere i cavalli e cibarsene. Altri poi a sbramarsi la fame co' più immondi animali, e financo col brodo di cuoio bollito! Non si saprebbe ridire se fosse migliore oggimai la sorte di quelli che già eran morti, o de' loro superstiti! «Molto miglior condizione (scriveva Dino Compagni) ebbe Sodoma e Gomorra e le altre terre che profondarono in un punto, e moriron gli uomini, che non ebbero i Pistoiesi morendo in così aspre pene!»Nel marzo alla perfine i poveri Pistoiesi, saputo che il cardinal Napoleone Orsini era stato spedito dal papa come paciero in Toscana, e a soccorrer Pistoia; benchè omai Ghibellini com'erano dovesser sentirsi dire che la città loro era soccorsa come terra di Chiesa, tutti quanti ripresero animo, e la sua venuta l'affrettaron col desiderio e con pubbliche preci. Ma ciò che fu di gioia ai Pistoiesi, recò dolore ai [pg!163] Fiorentini, perchè non volevan per niente che il cardinale venisse a immischiarsi nelle lor guerre: prevedendo che infine avrebber dovuto porsi in urto con la Chiesa. Per lo che s'avvisarono di dover prevenire la sua mediazione, e fecer sapere ai Pistoiesi che volentieri sarebber venuti agli accordi.Eravi in Firenze un savio e buon frate pistoiese, il padre Bonaventura, che fino dall'ultime fazioni della terra natale, abborrendo da tanti eccidi, si era reso monaco eremitano nel convento di S. Spirito. I rettori di Firenze come seppero che costui era amico intimo di ser Lippo de' Vergiolesi, molto si rallegrarono, non vedendo ambasciatore più adatto allo scopo. Lo ebbero a sè, e convenuti sulla missione, subito lo inviarono a lui perchè profferisse al Comune per parte della Signoria assai utili condizioni alla resa. E fra le altre, che la terra rimarrebbe libera e intatta, salve le sue bellezze, che è quanto dire i suoi monumenti, le persone e le robe, e loro castella.Quando il capitano dall'amico Bonaventura ebbe udite queste novelle, non esitò un istante a referirle agli anziani e ai rettori della città. I quali abboccatisi anche col monaco che aveva ricevuto cotal facoltà, parendo loro che ciò fosse proprio come un dono del cielo, accettarono le proposte e conchiusero l'accordo. E invero la misericordia di Dio li soccorse! Perchè oltre a non potere sdigiunarsi che con certi cibi, che li stessi animali immondi avrebbero avuto a schifo, non avevan da vivere che per un giorno; dopo del quale bisognava svelare il segreto, e uscir disperati a morire, o darsi in balìa del vincitore!I capitoli dell'accordo furon tosto giurati (ai 18 marzo) da ambe le parti, toccando il libro degli Evangeli sull'altare della cappella di S. Jacopo in cattedrale. Arbitri, pe' Fiorentini il capitan Malaspina; pe' Lucchesi il d'Agubbio; e altri per le terre della Lega Guelfa. Da lato de' Pistoiesi il potestà, il sindaco e vari testimoni, coi rogiti di ser Maffeo Lapi. E i capitoli furon questi:1º Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in lega e loro contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del contado dall'altra;[pg!164] 2º Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi e tornarsi a' loro paesi;3º Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;4º Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi i loro bandi, possan tornar sicuri;5º Che il potestà di Pistoia con lire tremila, e il capitano con lire duemila, si scelgano Lucchesi o Fiorentini: dichiarando primo potestà messer Pazzino de' Pazzi di Firenze, e capitano ser Lippo Carratella da Lucca; e' così dai detti Comuni si tragga la guardia da tenersi in Pistoia e suo dominio da oggi a tre anni;6º Che gli anziani e gonfalonieri di giustizia sieno tutti di parte Nera e Guelfa, ed eletti per i tre anni dal potestà e dal capitano: serbando però agli anziani e al gonfaloniere tutto quel governo che avevano sulla città e sulle compagnie del popolo;7º Che a soldati forestieri che difeser Pistoia si paghino di presente tremila fiorini;8º E perchè circa il 1242 Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia investì i parenti suoi di molti feudi spettanti alla mensa vescovile, fra i quali i castelli di Piteccio e della Sambuca, fu deliberato che, «ai Bianchi e Ghibellini si lasci il castello di Piteccio e quello della Sambuca, chè, come di lor pertinenza, uscendo subitamente dalla città se ne possano prevalere.»Concordatisi in questi patti prima che il cardinale giungesse, finalmente a' 10 d'aprile 1306 si apersero ai Fiorentini le porte della città di Pistoia, intorno alla quale erano stati a campo e in assedio dieci mesi e diciannove giorni! Vi entrarono trionfanti il capitano de' Fiorentini e quel de' Lucchesi con molte di lor milizie e con buona quantità di vettovaglie. Per lo che, narran le storie, che di que' miseri cittadini vi fu taluno che per la fame patita, sbramatosi oltre il dovere, morì! I Fiorentini, come fu detto, avevano assoldato milizie straniere; ma i Pistoiesi neppur un drappello! E dire che i pochi resisterono a tante migliaia e per tanto tempo! Quanto amore della terra natale dovette infiammare quei petti, che impavidi e quasi fuor di speranza sfidaron la morte![pg!165] Per cotal modo ebbe fine sì crudel guerra fra gente d'una stessa lingua, e d'una patria comune! In questo sciagurato battagliarsi d'un gran popolo fra di sè, come già a Campaldino e poco appresso a Montecatini, e a dir breve, nel medio evo su tutto il suolo italiano italiani dovunque, quante inutili stragi; di qual grande ricchezza, ingegno e fortuna, non profittato, e quanto valore perduto! Che se questo da Susa a Sicilia ordinato e concorde; aiutato e disposto per ogni Comune da' suoi maggiorenti, col beneficio di libere armi si fosse speso per cacciar lo straniero, forse da qualche secolo l'Italia sarebbe stata una, libera e indipendente![pg!166]
CAPITOLO XIII.LA RESA.«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,Ch'io non posso parlar nè tragger guai,Rimembrando di quella che miraiDolente sotto un vel tinto di pianto.»——Sonetto diM. Cinoda un Cod. Strozz.«Lasso! pensando alla distrutta valleSpesse fiate del mio natìo sole,Cotanto me n'accendo e me ne duole,Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»——M. CinonelCanzoniere.Il potestà degli Uberti una tal mattina era entrato nella sua stanza d'ufficio più di per tempo, perchè v'attendeva il rettore della città, Guglielmini, per conferire sul partito da prendere, a misura che le condizioni dell'assedio ogni dì più peggioravano.Era già nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione lo aveva costretto a far porre il suo tavolino e le sedie presso d'un gran caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui co' suoi segretari sbrigava gli affari, mandava lettere e ordinanze. Quando di lì a poco, rimbacuccato nel suo cappuccio, col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al fianco la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della città.Licenziati allora i segretari:—Sedete qui appresso al fuoco—dissegli il degli Uberti.[pg!147] —Oh! gli è un bisogno, chè il freddo è eccessivo!—soggiunse l'altro.—Penso a' poveri militi... e a queste notti! Vengo ora da loro; insieme col Vergiolesi ho ordinato gran fuochi sugli spaldi, per tutto: gli ho incuorati.... Ma!... pur troppo, quello che soffrono, agli spedali ogni dì più si conosce!—Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo anche i nostri nemici? Allo scoperto e' vi son più di noi!—E che per questo?—Gli è per dire che ciò da un lato ci può tornare a vantaggio. E infatti mi fu riferito che i capitani sì de' Lucchesi che de' Fiorentini si lagnano di gran defezioni; e dicevan fra loro, che se non avesser creduto che fra pochi giorni ci dovessimo arrender per fame, e se infine l'onor loro non vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i lamenti che erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti sotto le tende; e più poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di questa invernata, le cose finivan male, e davano sgomento agli stessi rettori di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie abbiam la città che ne porge un riparo.E a lui il Guglielmini:—Ma al difetto di viveri chi ci provvede? I granai de' cittadini son vuoti; e poco o nulla (mi spavento a dirvelo!) rimane di vettovaglie in que' del Comune!—Quale sventura! E ditemi; de' nostri alleati?—Oh, guai! messer potestà!... guai e sopra guai a chi fortuna l'abbandonò! Gli amici se ne vanno con essa! Primieramente a voi è già noto che su i Bolognesi non solo da qualche tempo non è più da fare assegnamento, ma anzi è da temerli come avversari. E sappiate anche che gli ultimi de' nostri amici, M.rBornio Samaritano e M.rRomeo de' Pepoli, di questi giorni come Ghibellini, sono stati presi e posti in carcere. Di Siena che conto è da fare quando ogni dì tergiversa? Arezzo, sì, c'è rimasta alleata; ma vedete in un subito da' nemici come si lascia comprare, e con che! Con un cappello cardinalizio, mi vien riferito! Uguccion della Foggiola, il potente condottiero degli Aretini, ha un figlio in prelatura. Or ecco! Per quel cappello che pel [pg!148] figliuolo dimanda ed ottiene, fa cambiare i suoi militi di Guelfi in Ghibellini accaniti!E l'altro:—Resterebbe pur sempre l'aiuto de' vicini Pisani. Non promisero pure al Comune di mandarci assai vettovaglie, scortate da molti armigeri?—Sicuramente! Or date una scorsa a questa lettera che dal Comune di Pisa ricevetti ieri sera—e in così dire glie la mostrava.—Qui da questi messeri, (mentre l'altro leggevala) intendete? più non si tratta di vettovaglie, nè d'armi! ma d'un semplice e scarso aiuto di danari!—Danari a noi, cui la fame ne stringe e un assedio de' più crudeli! Oh noi sventurati! quale scherno! anche l'oro di Mida! Non vi scorgete anche in ciò le solite e perfide suggestioni, i consueti artifici de' Fiorentini?E l'altro—Eh! pur troppo è da crederlo!Certo che a que' tempi la politica del Comune di Firenze per conquistar tai vicini era questa; «Pisa con l'arti, Pistoia con le parti.» Non si sa poi veramente se fu di qui che originasse il dettato: «gli è come il soccorso di Pisa,» a denotare un inutil aiuto. E a' poveri Pistoiesi ridotti a quel punto, pur troppo! che valevan l'oro e l'argento, quando mancavan del necessario per vivere, nè per moneta potevano procacciarsene? Il degli Uberti però e il Guglielmini adontati anche di tutto questo, fermi ne' lor propositi, giuraron di nuovo di custodire gelosamente il segreto dei viveri; deliberati che quando avesser finito di consumare ogni cosa, l'avrebber palesato al popolo, e tutti istigato a prender le armi ed irrompere fuor delle mura, o per aprirsi una via allo scampo, o per morir combattendo.La città, non ostante le morti per le fatiche e li stenti, aveva sempre un numeroso presidio di fanteria, e circa trecento cavalli. Oltre i cittadini vi s'eran raccolti, come dicemmo, gli esuli Bianchi di tutta Toscana. Si provvide che fra costoro in particolare non sorgesse pel vitto il più piccol lamento, e a tutti i difensori in quelle date ore fosse puntualmente distribuito. Il male era adesso per qualche fanciullo, e per le povere donne del popolo: molte delle quali [pg!149] venute di fuori a portar carichi di vettovaglie, malconce e or già risanate, non potevano, pur volendo, far ritorno alle proprie capanne. Fatto consiglio, per estremo rimedio fu deliberato che quelle meschine con altre di città, piuttosto che vedersele morir di fame sulle pubbliche vie (e di qualcuna già avveniva) come bocche inutili si dovessero allontanare, proteggendo loro l'uscita sin fuori della cinta con una sortita de' più valorosi. Ma molte di esse chi lasciava in città il padre, chi il fratello, chi il consorte! Sicchè come seppero quel comando, tentarono di nascondersi; deliberate, piuttosto che abbandonare i parenti ed esporsi a nuove sevizie, morir di stento presso di loro. Non tutte però furono in tempo a sottrarsi a questo decreto di selvaggio eroismo. E già i birri del Potestà l'avevano eseguito sopra qualcune, arrestandole a viva forza. Quando i parenti alle grida delle meschine poterono giungere in tempo per trattenerle e per farne ricorso.Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto, operai e guerrieri, ammutinatisi qua e là minacciosi e a capannelli e con le armi alla mano, s'eran raccolti sulla via presso al palazzo del Potestà. Questi nel sospetto che la città si levasse a rumore, subito per sedarli era disceso fra loro, e cominciava a far sentire qualche parola conciliativa: e intanto lì sul getto con altri capi del governo discutevano sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que' valorosi la suprema necessità di salvar la patria ad ogni costo. I parenti dall'altra ripetevano che per la patria avevan fatto e sarebber disposti a far tutto, ma che appunto per questo si doveva aver riguardo alle loro compagne. Delicata, difficile e terribile questione! Quand'ecco le donne che s'eran nascoste comparir lì tutte insieme co' capelli sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi e piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime supplicarli di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio. Tanto bastò perchè tutti i parenti, presi da sensi d'umanità e di tenerezza, se le stringessero al seno e piangessero con loro!—No, no, non dubitate!—essi alle donne andavan [pg!150] dicendo—siam qua per difendervi! Altro! Forse Dio, povere disgraziate! non avete diviso con noi gli stenti.... i pericoli? E che? V'avranno ora a cacciare peggio che bestie, e in preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son uomini anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affè di Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la s'ha a vedere!E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:—La nostra vita gli è molti mesi che degli stenti ne soffre; e perchè e per come vo' lo sapete! Ma guardateci in faccia! Smunti sì, ma tranquilli, perchè insieme con queste nostre povere donne, che degli strazi anche più di noi n'han patiti! E adesso chi è che ha core di separarci da loro? Rettori della città, noi vi diciamo che per camparle.... noi... sì, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che altro ce lo leverem dalla bocca: ma che però intendiamo di restare uniti con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Sì, con queste nostre creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!—esclamarono i padri, e con trasporto d'affetto se li presero in braccio:—e giuriamo sul capo di questi innocenti che, o la patria per noi sarà salva, o tutti insieme morremo per lei!—Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo, e una protesta sì energica bastò a togliere affatto dall'animo dei rettori quel sì barbaro divisamento.Ma l'ora d'un'ultima prova era già stabilita. Un ultimo tentativo (si disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di que' popolani, ottenuto quanto bramavano, neppur uno mancò! Si era prescelto un tal giorno e sull'alba. A quell'ora e con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno, e de' capitani pochi alle tende, perchè molti riparati nelle case vicine, l'aggressione si credè più sicura. Fu preso il partito di attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso alla porta di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E già le saracinesche s'eran levate e i ponti abbassati. Quelli posticci attraverso le fosse ve li avevan fatti la notte. Pochi, perchè ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di gelo ben resistenti bastò gittarvi qualche tavola e poca terra. I feditori [pg!151] erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di giavelloti piomba già sul nemico. I cavalieri, comandati da messer Fredi, a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta, e già pongono in iscompiglio la cinta più prossima de' fantaccini che d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir dalle tende, e molti senza pure aver potuto prender le armi, periscono. Ma un'altra cinta, e la più formidabile, quella della cavallata nemica che era dietro de' fanti, li attendeva a pie' fermo. Come infatti i cavalieri pistoiesi se li appressarono, i nemici si mossero in falange serrata, e a picche tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto impeto, quanto era meno da aspettare; sicchè dopo una zuffa accanita, non senza perdite gravi, bisognò retrocedere. Inseguiti i Pistoiesi fin su' ponti levatoi non cessaron fin là di combattere da valorosi. Tale presso a poco fu l'esito dall'altra porta. In questo scontro vari capitani dei Bianchi vi lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e messer Fredi, sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata resistenza de' cavalieri nemici, cui più difficile sarebbe stato di disporsi sì tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un tradimento: che cioè nel trambusto avvenuto per cagion delle donne, avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne fosse dato segno a' nemici. Per dubitarne bastava sapere che v'eran sempre dentro le mura que' due furfanti di Musone e di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che dolorosamente li confermò, non potersi con le forze loro smagliare ed infrangere la ferrea catena che li stringeva!Intanto nella città lo spedale detto di Santa Maria del Ceppo, e gli altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca e di S. Mazzeo, riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il più vasto, non si creda che fosse ampio e bene aereato, e fornito di quant'occorre ad ogni evento straordinario qual è adesso. Sicchè nelle sue piccole stanze con un ristretto numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran già pieni d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di sfinimento. Lo avevan fondato circa vent'anni innanzi, lì sul [pg!152] torrente Brana, due privati cittadini, un certo Antimo di Teodoro, e donna Mandella consorte sua, coi propri averi che non eran poi molti. E se già alcuni altri gli avevan testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai limitate. Ma la cristiana carità negli estremi bisogni non vien meno giammai: cresce anzi di zelo, e si fa più studiosa d'aita quanto più gravi appariscono i sacrifizi.Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro già detto, quando un giorno il vescovo Sinibuldi chiamò a sè i suoi segretari, che abitavano nell'espicopio, e alcuni principali del clero, e così disse loro:—Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e muoiono per la difesa della patria; mentre le vie sono ingombre di mendici e d'infermi, e ogni giorno, per le strettezze a che siamo, crescerà pur troppo il numero degl'infelici, la patria e Dio chiedono anche a noi qualche sacrifizio. Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacerà, vi potrete unire con me a esserne gl'infermieri. Non è un comando questo, ma una preghiera ch'io vi fo a nome de' nostri fratelli che soffrono, e per le viscere di Gesù Cristo. Ponderate, miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se vi sentite da tanto, seguitemi.Le parole d'un vescovo che veneravano, infiammato di sì gran carità, tanto poterono sull'animo loro, che subito ebber l'assenso di tutti: e fu in pari tempo un gareggiare, chi nel palazzo a ceder camere e ritirarsi in una buia stanzuccia ad esempio dello stesso prelato; chi a spedirvi letti e biancherie e quant'altro occorresse al bisogno. Il buon vescovo ordinò pure che certe stanze terrene dov'era l'uffizio del suo cancelliere, esse pure si convertissero in ospedale, e ad ufficio di cancelleria si riducesse la stessa pubblica cappella di San Nicolò ivi contigua. Quell'episcopio era troppo inferiore alla bella architettura ed all'ampiezza dell'attuale, erettovi dal celebre vescovo Scipione de' Ricci sul finire del secol decorso. Ma per quei tempi di gran parsimonia e di sì modeste abitazioni, egli era per certo assai decente e spazioso. Un secolo dopo dall'illustre vescovo Andrea Franchi [pg!153] ebbe anche maggior ampliamento. Adesso questo palazzo caratteristico che serba ancora all'esterno li stemmi di alcuni suoi prelati; situato veramente al suo luogo, presso la cattedrale e il bel tempio di S. Giovanni; che ospitò papa Urbano II, il gran banditore delle crociate; il beato Atto vescovo della città; e questi v'accolse il pontefice Innocenzo III reduce dal Concilio di Pisa: senza dire di quanti altri celebri personaggi dopo il Sinibuldi fu stanza, questo edificio monumentale, come tanti altri, sia civili che ecclesiastici che stavano a ricordare un'epoca storica, si lasciò in abbandono: finchè da vari anni potè dirsi anche ad esso: «A che ti valgon li stemmi?» perchè caduto in proprietà di un privato, più non servì che ad uso de' suoi inquilini.Or come appena fu tutto disposto per ricevervi gli ammalati, il vescovo chiamò a sè il nipote messer Cino, e gli disse:—Oggi mi pare d'aver fatto un po' di bene anche pe' giorni avvenire. Va tosto da' rettori della città, e di' loro che la mia casa da questo giorno è aperta a prò degl'infermi.Messer Cino conosceva a prova di quanto ardore di carità fosse stato sempre acceso quell'animo, e non ne stupì. Lo sorprese piuttosto il sentire che in un tempo siccome quello in cui già sospettavasi di pestilenza e di morìa, vi avesse indotto a' servigi non pochi del clero. Ma è ben vero che l'esempio vivente della virtù, di quella in ispecie che richiede un eroico sacrifizio, esercita sugli animi tale arcana potenza da non sapervi resistere. Quel clero poi è da riflettere che usciva dagli stessi cittadini, con loro aveva diviso li stenti, e nutriva i medesimi sensi di patria carità. E di questa, bisogna dirlo, Bartolomeo Sinibuldi aveva dato al suo clero e a' suoi concittadini belle testimonianze, fin da quando nel 10 novembre 1303, per voto del Capitolo, approvante papa Benedetto XI, fu eletto vescovo di Pistoia. Da quel tempo al compirsi del 1307 in cui fu traslocato a vescovo di Fuligno, il suo cuore fu tutto pe' suoi tribolati figliuoli. La sua casa dava ricovero sì a Guelfi che a Ghibellini; a Bianchi che a Neri; più poi se perseguitati. La carità e il dovere tutti eguali glie li rendevano, e voleva però che ciascuno sapesse che in ogni tempo era disposto a [pg!154] soccorrerli. E molto per vero potè su di essi in quelli anni della massima esacerbazione degli odi di parte. Il ministero episcopale gli dava a quei tempi diritti e privilegi grandissimi.Aveva una curia e una Corte: tribunale di inquisizione e carceri pe' chierici; autorità infine al tutto feudale. Ma quando alcuno de' suoi curiali voleva, adulando al potere, rimproverarlo di non usarne, e di apparir troppo mite e indulgente: So—rispondeva, quali leggi ha la curia, ma io forse non ne sono l'interprete? Perchè non potrò io invece di giustizia usar misericordia coi traviati? Cristo Signore, pontefice massimo, a qual tribunale appellava egli mai chi voleva redarguire, se non a quello della coscienza? Lasciate dunque ch'io mi avvicini più che è possibile a quel gran maestro.Le pestilenze e le carestie in Italia nel medio evo dominavano di continuo. Calamità che a dir vero sono ora più difficili ad avvenire; o nel caso lo Stato con ogni mezzo provvede. È ciò sia per la libertà del commercio e l'apertura de' porti di tutta l'Europa, sia per le quarantene, e le comodità stabilitevi; sia infine per la nettezza delle abitazioni, e per quant'altro gli è un portato del progresso e della civiltà. Ora, quando accadeva che una città fosse colpita da queste sciagure, a' più umili uffici caritativi si vedevano spesso uomini venerandi come il nostro prelato, educati alla scuola delle grandi annegazioni e delle più eroiche virtù; necessarie davvero in que' tempi di feroci costumi. E solamente tali uomini col loro esempio riuscivano a vincere la durezza de' cuori, e quell'egoismo, che andava del pari col principio feudale; e che allora tanto più, col timor della morte, non esitava a mostrarsi in tutta la sua nudità. Riuscivano poi a trarre a sè altra gente; che in mancanza d'una carità ufficiale, s'ispirava a un principio tutto cristiano, a quel del dovere, per sentirsi tanto animo, da rimaner presso al letto d'un povero infermo (fosse pure con proprio pericolo) e recargli soccorso. La pietà infatti del Sinibuldi fa bel riscontro con quella d'un altro vescovo pistoiese, l'eroico Andrea Franchi.[pg!155] Il quale, un secolo dopo, in una terribile pestilenza tanto si adoperò nel pubblico spedale di Pistoia a soccorrere gli appestati, che i cittadini a eternar la memoria del benefizio e di lor gratitudine, commisero al grande artista Luca della Robbia quel celebre fregio in basso rilievo di terra invetriata, dove il detto prelato è protagonista, e vi ha per così dire, la sua apoteosi, e che si ammira nella città sopra le logge di quello stesso spedale del Ceppo cui servì il Sinibuldi, ampliato ed ornato, come or lo vediamo, nel 1525. Del qual fregio, come capolavoro dei della Robbia, fu tratta una copia modellata sullo stesso rilievo: e questa di presente ti si offre a vedere nella scuola delle belle arti a Parigi, e nel palazzo di cristallo a Londra. Tanto la carità e la religione diedero sempre co' lor subietti impulso ed incremento alle arti belle!Tornando ora al nostro racconto, messer Cino, dopo la commissione ricevuta dall'illustre prelato, recatosi a' rettori con tale annunzio, si può immaginar facilmente con che segni di gradimento accettarono la generosa offerta! Subito anzi furon d'avviso che quell'episcopio opportunamente potesse servire ad ospedal militare. Questo appunto mancava. Avrebber mandato pei medici e per quant'altro occorresse: ma che frattanto messer Cino si degnasse informarne il capitan Vergiolesi, come colui che era stato deputato alla cura igienica delle milizie.E messer Cino non esitò a condursi dal capitano. Il quale udita appena cotal profferta—Bene sta!—gli rispose stringendogli la mano alquanto commosso.—Conosceva il vostro zio, il nostro degno prelato: ella è cosa veramente da lui! Ringraziatelo! Accettando come facciamo, vedrà che gli siamo obbligati d'un benefizio, che ora non poteva esser maggiore!Fu un dar ordine nel momento, che in avvenire tutti i militi infermi fosser trasportati colà. E pur troppo non andò molto che, avvenuto quello scontro sì disgraziato, tutti que' letti furon pieni de' combattenti feriti.Dopo la visita al capitano, messer Cino, tanto intimo di famiglia, non potea dispensarsi dal farne una di condoglianza [pg!156] a Selvaggia. Ella era tutta sola nelle sue stanze con quella buona Margherita, che avendo assistita sua madre, pregata rimaneva con lei. Fu un dare in un pianto dirotto allorchè Cino le si appressò. Egli aveva già veduto con quanto amore avesse assistito la madre fino agli estremi; e per molti disagi sofferti prima ed allora, temeva assai di sua salute. Da quel tempo in quale stato dovè rivederla! Le sue vesti color sanguigno facevan risaltar maggiormente la pallidezza estrema del volto, che agli occhi di lui non apparve meno attraente. E pur troppo quella gentile soffriva molto tuttora.—Lasciate—disse Margherita a messer Cino chiamatolo a parte:—queste lacrime spero che le saranno di qualche vantaggio. Non vi so dire i suoi patimenti per non aver potuto finora ottener questo sfogo!E com'essa alquanto si fu calmata:—Oh sì, messer Cino—gli disse—se questo è un bene, ecco quello che provo per la prima volta dopo tante sventure! Ho dovuto però averne anche un'altra; quella di non poter esser del numero dei parenti e delle amiche ai funerali della mia povera madre! E chi sa il mondo che n'avrà detto! Ma crediatelo, mi fu impossibile! Ero priva affatto di forze e il cuore mi si spezzava!Questo costume, che fino i più stretti parenti si recassero all'esequie ad accompagnare il defunto, in Toscana era allora un sacro dovere, e da ogni classe di cittadini scrupolosamente osservato. Pietoso uffizio, che ora in Francia e altrove è debito sacro; e che anche in Italia da una sospettosa polizia non più contrastato, or, com'occorra, s'adempie quasi dovunque.—Selvaggia!—replicò egli—oh! per questo che dite mai! La città non ha potuto che sempre ammirarvi, e in que' giorni rispettò molto il vostro grave dolore. Nessuno, ve l'assicuro, che non desse una parola di compianto alla degna figlia de' Vergiolesi: nissuno di noi cittadini d'ogni ordine che non chiedesse con ansia di vostra salute! Voi sapete se ci è cara, o Selvaggia! Deh, per pietà fate animo! Chi sa ancora a quante prove dovremo esser serbati con quest'ostinazione a resistere![pg!157] Ed ella:—Oh! questo di dovere stare col battito al cuore, con l'animo sospeso ogni dì pel povero padre mio, e per mio fratello!... Questo di vedere per la città tanta gente languire, nè aver modo bastante a soccorrerla!....—Però—soggiunse egli—sento fra 'l popolo che le annegazioni vostre per aiutarlo le riconosce e vi è grato.E Selvaggia:—Dite pure i sacrifizi di tutti! Ma anche quel che ciascuno si sforza di fare, basta forse al bisogno? Questo, questo, crediatelo, m'affligge sopra ogni modo, e mi continua il dolore!Allora Cino le narrò del nuovo spedale, che il zio prelato volle aperto nel suo palazzo. Al che ella con animo soddisfatto rispose:—Vi vedo l'opera dei Sinibuldi, che sanno accoppiare al sapere l'affetto.Poi seguitò:—E gli sforzi, e le vite di tanti nostri difensori dovranno essere inutili? A che partito appigliarci? che potremo più fare?—Io pensava, o Selvaggia,—riprese Cino—per quel potere che giustamente esercita l'affezione e la virtù vostra sull'animo di messer Lippo, non vorreste voi consigliarlo a riflettere seriamente quanto questa ostinazione a resistere aggravi di più i nostri mali?—Io, messer Cino! ma sapete voi che mio padre, che, non v'ha dubbio, mi ama quanto mai possa dirsi, pure al solo affacciargli una simile proposta, s'indignerebbe con me, fino a credere che io avessi osato di consigliargli una viltà? E anche questo credete voi che non mi affligga? E se a ciò ho pensato, ve lo dica la vostra cugina Lauretta, con la quale ne tenemmo proposito trepidanti insieme, il sapete, anche pel nostro Fredi.E Cino:—Me ne duole per voi e per noi! La vidi appunto ieri la mia buona Lauretta, e presto verrà da voi. So che molto l'amate, e vi sarà di conforto. La pregherò a ricordarvi [pg!158] che la speranza è l'ultima stella che pur rimane in un ciel tempestoso: che in quella sola è d'uopo affissarci, ed aspettarne il sereno.A queste parole che nel lasciarla le dirigeva, ella con dolce atto di compiacenza rispose:—Oh! che s'avveri il vostro buon augurio; e quella stella propizia che mai non si perda!Ma intanto le pubbliche sciagure crescevano ogni dì più; e lo sgomento, se non sulle labbra, era nel cuore di tutti. Al nuovo spedale pochi sopravvivevano, perchè le ferite erano state corpo a corpo, di lancia e di spada le più micidiali. Della poveraglia eran molti che, rimasti senza lavori, se n'andavano per le vie macilenti e cenciosi: e ora poi rattrappiti dal freddo, facevano capo alle chiese tanto per respirarvi un'aria più tepida, e stender la mano a chi vi giungeva, e mettere insieme da comprare un pezzo di pane di schietta crusca, o qualche po' d'erba che pur costava assai cara. Però, mirabile a dire! Si sentivan divorare dalla fame; ma dal mendico come dal ricco non si fosse ancora in pubblico articolato un lamento! Soffrire, soffrire e resistere, pareva la parola d'ordine fra di loro, finchè i rettori non avesser prescritto altrimenti. Per colmo de' mali s'aggiunse in quell'anno, come abbiam detto, una rigidezza di stagione eccessiva. Gli appennini eran tutti ricoperti di neve. Qualche poca n'era caduta anche in città; e a tutt'altro dovendo impiegar le braccia che a toglierla dalle vie, v'era rimasta; e fattosi sereno, si doveva camminare sopra un lastrico di ghiaccio.Una tal mattina il vescovo all'alba, com'era solito, aveva assistito di casa al mattutino di Cattedrale, dalla grata d'una finestra che rispondeva rimpetto alla cappella di S. Jacopo. Quindi fatto un giro al letto de' suoi malati, si disponeva ad uscire per la visita consueta allo spedale del Ceppo. La neve fin dalla sera precedente cadeva a fiocchi di nuovo, e a quell'ora era alta per tutte le vie. Allorquando per avere udienza dal vescovo si presentò nella sala un tal frate in abito bianco di lana, con sopra un lungo mantello bigio; e su di esso da un lato una croce vermiglia e due stelle di [pg!159] simil colore in campo bianco. Era uno dei frati di S. Maria; di quell'Ordine cavalleresco istituito da Urbano IV per combattere gl'infedeli e i violatori della giustizia: ma per la vita troppo molle ed agiata che conducevano, il popolo a quel tempo gli additava col nome difrati gaudenti. Degenerarono poi a segno da non potersi più tollerare; e papa Sisto V nel 1585 li soppresse del tutto. Introdotto costui, dimandava una grazia che solo il vescovo poteva concedergli. Ed era quella di affermargli in iscritto la esenzione di una imposta straordinaria del Comune per sovvenire a tante strettezze. La dimandava in virtù di un decreto di papa Gregorio IX, che con Bolla del 1234 pronunciava privilegiate d'ogni carico laicale le persone che a quell'Ordine appartenevano. Narran gli storici che il Comune di Siena vedutosi di tanto scemate le imposte, perchè molti per non pagarle, anche con moglie e figli, si andavano ascrivendo a quell'Ordine, nel 1285 provocò per tal causa un giudizio dei più valenti giureconsulti, fra i quali quello del celebre Accursio; ed essi stabilirono essere impertinenti le pretese di questi cavalieri. Dopo di che il Comune ordinò che le case de' cavalieri renitenti alle imposte fossero rovinate.Ora il vescovo all'udire ne' giorni di tante miserie questo rifiuto d'un uomo assai ricco a dar l'obolo a' suoi concittadini, benchè non ignorasse quel privilegio, fu preso in un subito da forte sdegno, e—Come! come!—esclamò. Ma raffrenatosi com'era solito quando doveva ammonire, e ricordando la sua missione e il suo prezioso tempo da spendere, ricompostosi alquanto: Come dunque? Vorresti tu, frate, che così su due piedi, mentre son per uscire!... Ma e poi! in questo stremo di miserie, di freddo, io!... cagione forse dovrei esser io! se mai!... che una gente irritata, furibonda, venisse a insultarti, e a smantellarti la casa? Frate! La dimanda oggi, lo vedi, non è opportuna, e per di più insulta altrui non solo, ma lo dirò pure, la carità; e te pone in pericolo! Desisti dunque, te ne prego! Mi tarda d'uscire. Se altro non t'occorre...—Oh! no: se per questo non parvi tempo...—così com'a dire: ne parleremo altra volta.[pg!160] E allora tutto riguardoso soggiunse:—Ma dove andate voi, padre nostro, stamane a quest'aria gelata, e con la neve fino al collo del piede?...—Vado all'ospedale da' miei malati.—Misericordia! esporvi fin là, voi che ci siete sì caro!....—Vorresti dunque prescrivere i limiti della carità che non cerca mai cose di suo vantaggio, e trattenerla per umani riguardi quando più corre il bisogno? Frate, s'io ti son caro, non opporre neppure in parole, e piuttosto vien meco.—Ma io, messer mio reverendo, sì che davvero il farei, se avendomi famiglia, e salute mal ferma, non dovessi più che altri temer di contagio; o se...—Va dunque—riprese il vescovo con dignità—va pure con Dio, nè mendicar più pretesti. Per venir qui a chieder privilegi, e di qual sorta! vedo che il gelo non ti fece sgomento! Or di' piuttosto—se avessi animo e viscere da tanto. Non ricordi tu le parole del Redentore: «Nissuno può avere carità maggiore di colui che dà la vita pe' suoi amici?» Or dimmi, non son eglino quegl'infermi nostri concittadini e più che amici? Non son io padre loro e pastore, ed essi miei figliuoli e mio gregge?E con questo ammonimento lasciatolo, era già sulla piazza.A modo di privato e d'incognito, ravvolto il capo nel suo nero cappuccio; la persona alta e dignitosa in ampio mantello; se n'andava il buon vescovo tranquillo e spedito a compiere la sant'opra. Solo a breve tratto si faceva seguir da un domestico con gran canestro di piccoli pani. Perchè ei, previdente com'era, i suoi granai fin dinanzi all'assedio avea procurato che fosser colmi di grano. Per isventura era quella l'ultima porzione che gli restava, e poche più volte avrebbe potuto di quel suo pane soccorrere i poverelli. Quand'ecco sulla via della ripa che dalla piazza del Duomo conduce allo spedale, s'imbattè in una povera donna di giovane età; ma che nondimeno, dallo sfinimento pel bisogno di cibo non potendo più reggersi, era caduta al suolo sulle ginocchia, presso un muro ora in linea del palazzo del Comune, lei e un bambino che aveva in braccio e cui dava latte. Essa aveva in capo un cappuccio di lana bianco che allora l'era caduto [pg!161] sulle spalle, e una sola veste molto sdrucia e leggera, e un mantelletto pur di lana che coprivale il seno, al quale stringevasi quel suo figliuolino, ravvolto in umidi stracci. Mandavano l'una e l'altro un lamentìo debole tanto e quasi soffocato che appena s'udiva.—Padre, padre, per carità!—potè dire la misera aprendo gli occhi, non sì tosto che il vescovo piegatosi a lei le dimandò del suo male.—Per amore di questa creaturina, un tozzo di pane! Son due giorni che non ho mangiato che poca erba già putrida, e pel mio bambino non ho più latte! Ah Signore! Soccorretemi, ma proprio per lui! che per me... mi lascerei morire!—Povera donna! per lui e per voi sarete soccorsa—riprese il prelato. E già aveva fatto cenno al domestico perchè le desse del pane.—Che vuole—soggiunse essa—mi son tanto appenata dopo che nell'ultima mischia mi c'è morto il marito, e non mi resta più altri al mondo, che dico sempre: «Venga pure la morte, che me n'andrò, se Dio vuole, a ritrovarlo lassù!»Non ebbe appena finito, che il vescovo egli stesso volle porgerle il pane, e la riaveva ad un tempo con acqua odorifera. Ma intanto e' s'accorse che le sue vesti sì umide le si erano quasi ghiacciate addosso! Ella infatti tremava tutta. Riflettè poi che a uno stomaco sì indebolito, non il pane in quel momento, ma le bisognava per riaversi d'un cibo più lieve e più sostanzioso. Con questo pensiero si fece subito dare una mano al domestico, e provò a sollevarla da terra, pur per condurla al vicino spedale. Invocò il soccorso di due che passavano: a' quali bastò un cenno per porsi a' suoi ordini. A un di loro affidò il bambino, e fece che l'altro e il suo domestico sostenessero quella infelice sotto le braccia e così la trasportasser colà in un di que' letti, che egli andò innanzi per farle metter in ordine.Or come descrivere le miserie infinite di questo luogo? Per ogni parte era pieno d'infermi. Ma tra per la fame, che quando ha tanto allenito le facoltà digestive, non val più cibo a saziarla; tra per la cancrena che si formava ne' [pg!162] mutilati e feriti, era doloroso a vedere che ogni giorno il numero de' morti vi si faceva maggiore. Immaginiamo poi l'affanno e il compianto de' poveri parenti che li assistevano, e che per mancanza di servi dovevan vestirne il cadavere, ed essi medesimi portarlo alla fossa! Eppure vi voleva la gran virtù del degno prelato per recarsi ogni giorno in quelle stanzucce; là a sollevar con vivande e con una santa parola i meno aggravati; qua a porgere a' moribondi gli estremi conforti e il perdono di Dio! E quanti mai uomini e donne si sarebbero sgomentati, e sollevati anche contro chi andava e veniva per i soccorsi, se non avesser veduto comparir fra loro quella sacra e venerata persona! Eppure in quelle piccole sale, scarse di servi per la necessaria nettezza, vi si sentiva di già un non so che di pestilenziale, un'aria sì fetida che ammorbava! Ma il vivo esempio per fare il bene era là e veniva d'in alto! e il popolo che lo vede, quasi istintivamente gli è attratto a seguirlo!Nel rimanente della città gli ospizi dei monaci invasi tutti da infermi; rade poi quelle case ove non ne fossero anche fra cittadini i più agiati, o che non vi s'avesse a trovar gente afflitta e in veste di lutto. E i militi difensori? Oh! non mancavano per questo; ma sprovveduti del necessario alimento, non avendo più pane nè di saggina nè di crusca, s'eran ridotti ad uccidere i cavalli e cibarsene. Altri poi a sbramarsi la fame co' più immondi animali, e financo col brodo di cuoio bollito! Non si saprebbe ridire se fosse migliore oggimai la sorte di quelli che già eran morti, o de' loro superstiti! «Molto miglior condizione (scriveva Dino Compagni) ebbe Sodoma e Gomorra e le altre terre che profondarono in un punto, e moriron gli uomini, che non ebbero i Pistoiesi morendo in così aspre pene!»Nel marzo alla perfine i poveri Pistoiesi, saputo che il cardinal Napoleone Orsini era stato spedito dal papa come paciero in Toscana, e a soccorrer Pistoia; benchè omai Ghibellini com'erano dovesser sentirsi dire che la città loro era soccorsa come terra di Chiesa, tutti quanti ripresero animo, e la sua venuta l'affrettaron col desiderio e con pubbliche preci. Ma ciò che fu di gioia ai Pistoiesi, recò dolore ai [pg!163] Fiorentini, perchè non volevan per niente che il cardinale venisse a immischiarsi nelle lor guerre: prevedendo che infine avrebber dovuto porsi in urto con la Chiesa. Per lo che s'avvisarono di dover prevenire la sua mediazione, e fecer sapere ai Pistoiesi che volentieri sarebber venuti agli accordi.Eravi in Firenze un savio e buon frate pistoiese, il padre Bonaventura, che fino dall'ultime fazioni della terra natale, abborrendo da tanti eccidi, si era reso monaco eremitano nel convento di S. Spirito. I rettori di Firenze come seppero che costui era amico intimo di ser Lippo de' Vergiolesi, molto si rallegrarono, non vedendo ambasciatore più adatto allo scopo. Lo ebbero a sè, e convenuti sulla missione, subito lo inviarono a lui perchè profferisse al Comune per parte della Signoria assai utili condizioni alla resa. E fra le altre, che la terra rimarrebbe libera e intatta, salve le sue bellezze, che è quanto dire i suoi monumenti, le persone e le robe, e loro castella.Quando il capitano dall'amico Bonaventura ebbe udite queste novelle, non esitò un istante a referirle agli anziani e ai rettori della città. I quali abboccatisi anche col monaco che aveva ricevuto cotal facoltà, parendo loro che ciò fosse proprio come un dono del cielo, accettarono le proposte e conchiusero l'accordo. E invero la misericordia di Dio li soccorse! Perchè oltre a non potere sdigiunarsi che con certi cibi, che li stessi animali immondi avrebbero avuto a schifo, non avevan da vivere che per un giorno; dopo del quale bisognava svelare il segreto, e uscir disperati a morire, o darsi in balìa del vincitore!I capitoli dell'accordo furon tosto giurati (ai 18 marzo) da ambe le parti, toccando il libro degli Evangeli sull'altare della cappella di S. Jacopo in cattedrale. Arbitri, pe' Fiorentini il capitan Malaspina; pe' Lucchesi il d'Agubbio; e altri per le terre della Lega Guelfa. Da lato de' Pistoiesi il potestà, il sindaco e vari testimoni, coi rogiti di ser Maffeo Lapi. E i capitoli furon questi:1º Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in lega e loro contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del contado dall'altra;[pg!164] 2º Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi e tornarsi a' loro paesi;3º Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;4º Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi i loro bandi, possan tornar sicuri;5º Che il potestà di Pistoia con lire tremila, e il capitano con lire duemila, si scelgano Lucchesi o Fiorentini: dichiarando primo potestà messer Pazzino de' Pazzi di Firenze, e capitano ser Lippo Carratella da Lucca; e' così dai detti Comuni si tragga la guardia da tenersi in Pistoia e suo dominio da oggi a tre anni;6º Che gli anziani e gonfalonieri di giustizia sieno tutti di parte Nera e Guelfa, ed eletti per i tre anni dal potestà e dal capitano: serbando però agli anziani e al gonfaloniere tutto quel governo che avevano sulla città e sulle compagnie del popolo;7º Che a soldati forestieri che difeser Pistoia si paghino di presente tremila fiorini;8º E perchè circa il 1242 Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia investì i parenti suoi di molti feudi spettanti alla mensa vescovile, fra i quali i castelli di Piteccio e della Sambuca, fu deliberato che, «ai Bianchi e Ghibellini si lasci il castello di Piteccio e quello della Sambuca, chè, come di lor pertinenza, uscendo subitamente dalla città se ne possano prevalere.»Concordatisi in questi patti prima che il cardinale giungesse, finalmente a' 10 d'aprile 1306 si apersero ai Fiorentini le porte della città di Pistoia, intorno alla quale erano stati a campo e in assedio dieci mesi e diciannove giorni! Vi entrarono trionfanti il capitano de' Fiorentini e quel de' Lucchesi con molte di lor milizie e con buona quantità di vettovaglie. Per lo che, narran le storie, che di que' miseri cittadini vi fu taluno che per la fame patita, sbramatosi oltre il dovere, morì! I Fiorentini, come fu detto, avevano assoldato milizie straniere; ma i Pistoiesi neppur un drappello! E dire che i pochi resisterono a tante migliaia e per tanto tempo! Quanto amore della terra natale dovette infiammare quei petti, che impavidi e quasi fuor di speranza sfidaron la morte![pg!165] Per cotal modo ebbe fine sì crudel guerra fra gente d'una stessa lingua, e d'una patria comune! In questo sciagurato battagliarsi d'un gran popolo fra di sè, come già a Campaldino e poco appresso a Montecatini, e a dir breve, nel medio evo su tutto il suolo italiano italiani dovunque, quante inutili stragi; di qual grande ricchezza, ingegno e fortuna, non profittato, e quanto valore perduto! Che se questo da Susa a Sicilia ordinato e concorde; aiutato e disposto per ogni Comune da' suoi maggiorenti, col beneficio di libere armi si fosse speso per cacciar lo straniero, forse da qualche secolo l'Italia sarebbe stata una, libera e indipendente![pg!166]
LA RESA.
«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,Ch'io non posso parlar nè tragger guai,Rimembrando di quella che miraiDolente sotto un vel tinto di pianto.»——Sonetto diM. Cinoda un Cod. Strozz.
«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,Ch'io non posso parlar nè tragger guai,Rimembrando di quella che miraiDolente sotto un vel tinto di pianto.»
«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,
«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,
Ch'io non posso parlar nè tragger guai,
Rimembrando di quella che miraiDolente sotto un vel tinto di pianto.»
Rimembrando di quella che mirai
Dolente sotto un vel tinto di pianto.»
——Sonetto diM. Cinoda un Cod. Strozz.
«Lasso! pensando alla distrutta valleSpesse fiate del mio natìo sole,Cotanto me n'accendo e me ne duole,Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»——M. CinonelCanzoniere.
«Lasso! pensando alla distrutta valleSpesse fiate del mio natìo sole,Cotanto me n'accendo e me ne duole,Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»
«Lasso! pensando alla distrutta valle
Spesse fiate del mio natìo sole,Cotanto me n'accendo e me ne duole,Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»
Spesse fiate del mio natìo sole,
Cotanto me n'accendo e me ne duole,
Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»
——M. CinonelCanzoniere.
Il potestà degli Uberti una tal mattina era entrato nella sua stanza d'ufficio più di per tempo, perchè v'attendeva il rettore della città, Guglielmini, per conferire sul partito da prendere, a misura che le condizioni dell'assedio ogni dì più peggioravano.
Era già nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione lo aveva costretto a far porre il suo tavolino e le sedie presso d'un gran caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui co' suoi segretari sbrigava gli affari, mandava lettere e ordinanze. Quando di lì a poco, rimbacuccato nel suo cappuccio, col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al fianco la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della città.
Licenziati allora i segretari:
—Sedete qui appresso al fuoco—dissegli il degli Uberti.
[pg!147] —Oh! gli è un bisogno, chè il freddo è eccessivo!—soggiunse l'altro.—Penso a' poveri militi... e a queste notti! Vengo ora da loro; insieme col Vergiolesi ho ordinato gran fuochi sugli spaldi, per tutto: gli ho incuorati.... Ma!... pur troppo, quello che soffrono, agli spedali ogni dì più si conosce!
—Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo anche i nostri nemici? Allo scoperto e' vi son più di noi!
—E che per questo?
—Gli è per dire che ciò da un lato ci può tornare a vantaggio. E infatti mi fu riferito che i capitani sì de' Lucchesi che de' Fiorentini si lagnano di gran defezioni; e dicevan fra loro, che se non avesser creduto che fra pochi giorni ci dovessimo arrender per fame, e se infine l'onor loro non vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i lamenti che erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti sotto le tende; e più poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di questa invernata, le cose finivan male, e davano sgomento agli stessi rettori di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie abbiam la città che ne porge un riparo.
E a lui il Guglielmini:
—Ma al difetto di viveri chi ci provvede? I granai de' cittadini son vuoti; e poco o nulla (mi spavento a dirvelo!) rimane di vettovaglie in que' del Comune!
—Quale sventura! E ditemi; de' nostri alleati?
—Oh, guai! messer potestà!... guai e sopra guai a chi fortuna l'abbandonò! Gli amici se ne vanno con essa! Primieramente a voi è già noto che su i Bolognesi non solo da qualche tempo non è più da fare assegnamento, ma anzi è da temerli come avversari. E sappiate anche che gli ultimi de' nostri amici, M.rBornio Samaritano e M.rRomeo de' Pepoli, di questi giorni come Ghibellini, sono stati presi e posti in carcere. Di Siena che conto è da fare quando ogni dì tergiversa? Arezzo, sì, c'è rimasta alleata; ma vedete in un subito da' nemici come si lascia comprare, e con che! Con un cappello cardinalizio, mi vien riferito! Uguccion della Foggiola, il potente condottiero degli Aretini, ha un figlio in prelatura. Or ecco! Per quel cappello che pel [pg!148] figliuolo dimanda ed ottiene, fa cambiare i suoi militi di Guelfi in Ghibellini accaniti!
E l'altro:
—Resterebbe pur sempre l'aiuto de' vicini Pisani. Non promisero pure al Comune di mandarci assai vettovaglie, scortate da molti armigeri?
—Sicuramente! Or date una scorsa a questa lettera che dal Comune di Pisa ricevetti ieri sera—e in così dire glie la mostrava.—Qui da questi messeri, (mentre l'altro leggevala) intendete? più non si tratta di vettovaglie, nè d'armi! ma d'un semplice e scarso aiuto di danari!
—Danari a noi, cui la fame ne stringe e un assedio de' più crudeli! Oh noi sventurati! quale scherno! anche l'oro di Mida! Non vi scorgete anche in ciò le solite e perfide suggestioni, i consueti artifici de' Fiorentini?
E l'altro—Eh! pur troppo è da crederlo!
Certo che a que' tempi la politica del Comune di Firenze per conquistar tai vicini era questa; «Pisa con l'arti, Pistoia con le parti.» Non si sa poi veramente se fu di qui che originasse il dettato: «gli è come il soccorso di Pisa,» a denotare un inutil aiuto. E a' poveri Pistoiesi ridotti a quel punto, pur troppo! che valevan l'oro e l'argento, quando mancavan del necessario per vivere, nè per moneta potevano procacciarsene? Il degli Uberti però e il Guglielmini adontati anche di tutto questo, fermi ne' lor propositi, giuraron di nuovo di custodire gelosamente il segreto dei viveri; deliberati che quando avesser finito di consumare ogni cosa, l'avrebber palesato al popolo, e tutti istigato a prender le armi ed irrompere fuor delle mura, o per aprirsi una via allo scampo, o per morir combattendo.
La città, non ostante le morti per le fatiche e li stenti, aveva sempre un numeroso presidio di fanteria, e circa trecento cavalli. Oltre i cittadini vi s'eran raccolti, come dicemmo, gli esuli Bianchi di tutta Toscana. Si provvide che fra costoro in particolare non sorgesse pel vitto il più piccol lamento, e a tutti i difensori in quelle date ore fosse puntualmente distribuito. Il male era adesso per qualche fanciullo, e per le povere donne del popolo: molte delle quali [pg!149] venute di fuori a portar carichi di vettovaglie, malconce e or già risanate, non potevano, pur volendo, far ritorno alle proprie capanne. Fatto consiglio, per estremo rimedio fu deliberato che quelle meschine con altre di città, piuttosto che vedersele morir di fame sulle pubbliche vie (e di qualcuna già avveniva) come bocche inutili si dovessero allontanare, proteggendo loro l'uscita sin fuori della cinta con una sortita de' più valorosi. Ma molte di esse chi lasciava in città il padre, chi il fratello, chi il consorte! Sicchè come seppero quel comando, tentarono di nascondersi; deliberate, piuttosto che abbandonare i parenti ed esporsi a nuove sevizie, morir di stento presso di loro. Non tutte però furono in tempo a sottrarsi a questo decreto di selvaggio eroismo. E già i birri del Potestà l'avevano eseguito sopra qualcune, arrestandole a viva forza. Quando i parenti alle grida delle meschine poterono giungere in tempo per trattenerle e per farne ricorso.
Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto, operai e guerrieri, ammutinatisi qua e là minacciosi e a capannelli e con le armi alla mano, s'eran raccolti sulla via presso al palazzo del Potestà. Questi nel sospetto che la città si levasse a rumore, subito per sedarli era disceso fra loro, e cominciava a far sentire qualche parola conciliativa: e intanto lì sul getto con altri capi del governo discutevano sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que' valorosi la suprema necessità di salvar la patria ad ogni costo. I parenti dall'altra ripetevano che per la patria avevan fatto e sarebber disposti a far tutto, ma che appunto per questo si doveva aver riguardo alle loro compagne. Delicata, difficile e terribile questione! Quand'ecco le donne che s'eran nascoste comparir lì tutte insieme co' capelli sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi e piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime supplicarli di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio. Tanto bastò perchè tutti i parenti, presi da sensi d'umanità e di tenerezza, se le stringessero al seno e piangessero con loro!
—No, no, non dubitate!—essi alle donne andavan [pg!150] dicendo—siam qua per difendervi! Altro! Forse Dio, povere disgraziate! non avete diviso con noi gli stenti.... i pericoli? E che? V'avranno ora a cacciare peggio che bestie, e in preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son uomini anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affè di Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la s'ha a vedere!
E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:
—La nostra vita gli è molti mesi che degli stenti ne soffre; e perchè e per come vo' lo sapete! Ma guardateci in faccia! Smunti sì, ma tranquilli, perchè insieme con queste nostre povere donne, che degli strazi anche più di noi n'han patiti! E adesso chi è che ha core di separarci da loro? Rettori della città, noi vi diciamo che per camparle.... noi... sì, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che altro ce lo leverem dalla bocca: ma che però intendiamo di restare uniti con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Sì, con queste nostre creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!—esclamarono i padri, e con trasporto d'affetto se li presero in braccio:—e giuriamo sul capo di questi innocenti che, o la patria per noi sarà salva, o tutti insieme morremo per lei!—
Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo, e una protesta sì energica bastò a togliere affatto dall'animo dei rettori quel sì barbaro divisamento.
Ma l'ora d'un'ultima prova era già stabilita. Un ultimo tentativo (si disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di que' popolani, ottenuto quanto bramavano, neppur uno mancò! Si era prescelto un tal giorno e sull'alba. A quell'ora e con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno, e de' capitani pochi alle tende, perchè molti riparati nelle case vicine, l'aggressione si credè più sicura. Fu preso il partito di attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso alla porta di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E già le saracinesche s'eran levate e i ponti abbassati. Quelli posticci attraverso le fosse ve li avevan fatti la notte. Pochi, perchè ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di gelo ben resistenti bastò gittarvi qualche tavola e poca terra. I feditori [pg!151] erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di giavelloti piomba già sul nemico. I cavalieri, comandati da messer Fredi, a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta, e già pongono in iscompiglio la cinta più prossima de' fantaccini che d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir dalle tende, e molti senza pure aver potuto prender le armi, periscono. Ma un'altra cinta, e la più formidabile, quella della cavallata nemica che era dietro de' fanti, li attendeva a pie' fermo. Come infatti i cavalieri pistoiesi se li appressarono, i nemici si mossero in falange serrata, e a picche tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto impeto, quanto era meno da aspettare; sicchè dopo una zuffa accanita, non senza perdite gravi, bisognò retrocedere. Inseguiti i Pistoiesi fin su' ponti levatoi non cessaron fin là di combattere da valorosi. Tale presso a poco fu l'esito dall'altra porta. In questo scontro vari capitani dei Bianchi vi lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e messer Fredi, sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata resistenza de' cavalieri nemici, cui più difficile sarebbe stato di disporsi sì tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un tradimento: che cioè nel trambusto avvenuto per cagion delle donne, avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne fosse dato segno a' nemici. Per dubitarne bastava sapere che v'eran sempre dentro le mura que' due furfanti di Musone e di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.
Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che dolorosamente li confermò, non potersi con le forze loro smagliare ed infrangere la ferrea catena che li stringeva!
Intanto nella città lo spedale detto di Santa Maria del Ceppo, e gli altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca e di S. Mazzeo, riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il più vasto, non si creda che fosse ampio e bene aereato, e fornito di quant'occorre ad ogni evento straordinario qual è adesso. Sicchè nelle sue piccole stanze con un ristretto numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran già pieni d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di sfinimento. Lo avevan fondato circa vent'anni innanzi, lì sul [pg!152] torrente Brana, due privati cittadini, un certo Antimo di Teodoro, e donna Mandella consorte sua, coi propri averi che non eran poi molti. E se già alcuni altri gli avevan testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai limitate. Ma la cristiana carità negli estremi bisogni non vien meno giammai: cresce anzi di zelo, e si fa più studiosa d'aita quanto più gravi appariscono i sacrifizi.
Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro già detto, quando un giorno il vescovo Sinibuldi chiamò a sè i suoi segretari, che abitavano nell'espicopio, e alcuni principali del clero, e così disse loro:
—Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e muoiono per la difesa della patria; mentre le vie sono ingombre di mendici e d'infermi, e ogni giorno, per le strettezze a che siamo, crescerà pur troppo il numero degl'infelici, la patria e Dio chiedono anche a noi qualche sacrifizio. Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacerà, vi potrete unire con me a esserne gl'infermieri. Non è un comando questo, ma una preghiera ch'io vi fo a nome de' nostri fratelli che soffrono, e per le viscere di Gesù Cristo. Ponderate, miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se vi sentite da tanto, seguitemi.
Le parole d'un vescovo che veneravano, infiammato di sì gran carità, tanto poterono sull'animo loro, che subito ebber l'assenso di tutti: e fu in pari tempo un gareggiare, chi nel palazzo a ceder camere e ritirarsi in una buia stanzuccia ad esempio dello stesso prelato; chi a spedirvi letti e biancherie e quant'altro occorresse al bisogno. Il buon vescovo ordinò pure che certe stanze terrene dov'era l'uffizio del suo cancelliere, esse pure si convertissero in ospedale, e ad ufficio di cancelleria si riducesse la stessa pubblica cappella di San Nicolò ivi contigua. Quell'episcopio era troppo inferiore alla bella architettura ed all'ampiezza dell'attuale, erettovi dal celebre vescovo Scipione de' Ricci sul finire del secol decorso. Ma per quei tempi di gran parsimonia e di sì modeste abitazioni, egli era per certo assai decente e spazioso. Un secolo dopo dall'illustre vescovo Andrea Franchi [pg!153] ebbe anche maggior ampliamento. Adesso questo palazzo caratteristico che serba ancora all'esterno li stemmi di alcuni suoi prelati; situato veramente al suo luogo, presso la cattedrale e il bel tempio di S. Giovanni; che ospitò papa Urbano II, il gran banditore delle crociate; il beato Atto vescovo della città; e questi v'accolse il pontefice Innocenzo III reduce dal Concilio di Pisa: senza dire di quanti altri celebri personaggi dopo il Sinibuldi fu stanza, questo edificio monumentale, come tanti altri, sia civili che ecclesiastici che stavano a ricordare un'epoca storica, si lasciò in abbandono: finchè da vari anni potè dirsi anche ad esso: «A che ti valgon li stemmi?» perchè caduto in proprietà di un privato, più non servì che ad uso de' suoi inquilini.
Or come appena fu tutto disposto per ricevervi gli ammalati, il vescovo chiamò a sè il nipote messer Cino, e gli disse:
—Oggi mi pare d'aver fatto un po' di bene anche pe' giorni avvenire. Va tosto da' rettori della città, e di' loro che la mia casa da questo giorno è aperta a prò degl'infermi.
Messer Cino conosceva a prova di quanto ardore di carità fosse stato sempre acceso quell'animo, e non ne stupì. Lo sorprese piuttosto il sentire che in un tempo siccome quello in cui già sospettavasi di pestilenza e di morìa, vi avesse indotto a' servigi non pochi del clero. Ma è ben vero che l'esempio vivente della virtù, di quella in ispecie che richiede un eroico sacrifizio, esercita sugli animi tale arcana potenza da non sapervi resistere. Quel clero poi è da riflettere che usciva dagli stessi cittadini, con loro aveva diviso li stenti, e nutriva i medesimi sensi di patria carità. E di questa, bisogna dirlo, Bartolomeo Sinibuldi aveva dato al suo clero e a' suoi concittadini belle testimonianze, fin da quando nel 10 novembre 1303, per voto del Capitolo, approvante papa Benedetto XI, fu eletto vescovo di Pistoia. Da quel tempo al compirsi del 1307 in cui fu traslocato a vescovo di Fuligno, il suo cuore fu tutto pe' suoi tribolati figliuoli. La sua casa dava ricovero sì a Guelfi che a Ghibellini; a Bianchi che a Neri; più poi se perseguitati. La carità e il dovere tutti eguali glie li rendevano, e voleva però che ciascuno sapesse che in ogni tempo era disposto a [pg!154] soccorrerli. E molto per vero potè su di essi in quelli anni della massima esacerbazione degli odi di parte. Il ministero episcopale gli dava a quei tempi diritti e privilegi grandissimi.
Aveva una curia e una Corte: tribunale di inquisizione e carceri pe' chierici; autorità infine al tutto feudale. Ma quando alcuno de' suoi curiali voleva, adulando al potere, rimproverarlo di non usarne, e di apparir troppo mite e indulgente: So—rispondeva, quali leggi ha la curia, ma io forse non ne sono l'interprete? Perchè non potrò io invece di giustizia usar misericordia coi traviati? Cristo Signore, pontefice massimo, a qual tribunale appellava egli mai chi voleva redarguire, se non a quello della coscienza? Lasciate dunque ch'io mi avvicini più che è possibile a quel gran maestro.
Le pestilenze e le carestie in Italia nel medio evo dominavano di continuo. Calamità che a dir vero sono ora più difficili ad avvenire; o nel caso lo Stato con ogni mezzo provvede. È ciò sia per la libertà del commercio e l'apertura de' porti di tutta l'Europa, sia per le quarantene, e le comodità stabilitevi; sia infine per la nettezza delle abitazioni, e per quant'altro gli è un portato del progresso e della civiltà. Ora, quando accadeva che una città fosse colpita da queste sciagure, a' più umili uffici caritativi si vedevano spesso uomini venerandi come il nostro prelato, educati alla scuola delle grandi annegazioni e delle più eroiche virtù; necessarie davvero in que' tempi di feroci costumi. E solamente tali uomini col loro esempio riuscivano a vincere la durezza de' cuori, e quell'egoismo, che andava del pari col principio feudale; e che allora tanto più, col timor della morte, non esitava a mostrarsi in tutta la sua nudità. Riuscivano poi a trarre a sè altra gente; che in mancanza d'una carità ufficiale, s'ispirava a un principio tutto cristiano, a quel del dovere, per sentirsi tanto animo, da rimaner presso al letto d'un povero infermo (fosse pure con proprio pericolo) e recargli soccorso. La pietà infatti del Sinibuldi fa bel riscontro con quella d'un altro vescovo pistoiese, l'eroico Andrea Franchi.
[pg!155] Il quale, un secolo dopo, in una terribile pestilenza tanto si adoperò nel pubblico spedale di Pistoia a soccorrere gli appestati, che i cittadini a eternar la memoria del benefizio e di lor gratitudine, commisero al grande artista Luca della Robbia quel celebre fregio in basso rilievo di terra invetriata, dove il detto prelato è protagonista, e vi ha per così dire, la sua apoteosi, e che si ammira nella città sopra le logge di quello stesso spedale del Ceppo cui servì il Sinibuldi, ampliato ed ornato, come or lo vediamo, nel 1525. Del qual fregio, come capolavoro dei della Robbia, fu tratta una copia modellata sullo stesso rilievo: e questa di presente ti si offre a vedere nella scuola delle belle arti a Parigi, e nel palazzo di cristallo a Londra. Tanto la carità e la religione diedero sempre co' lor subietti impulso ed incremento alle arti belle!
Tornando ora al nostro racconto, messer Cino, dopo la commissione ricevuta dall'illustre prelato, recatosi a' rettori con tale annunzio, si può immaginar facilmente con che segni di gradimento accettarono la generosa offerta! Subito anzi furon d'avviso che quell'episcopio opportunamente potesse servire ad ospedal militare. Questo appunto mancava. Avrebber mandato pei medici e per quant'altro occorresse: ma che frattanto messer Cino si degnasse informarne il capitan Vergiolesi, come colui che era stato deputato alla cura igienica delle milizie.
E messer Cino non esitò a condursi dal capitano. Il quale udita appena cotal profferta—Bene sta!—gli rispose stringendogli la mano alquanto commosso.—Conosceva il vostro zio, il nostro degno prelato: ella è cosa veramente da lui! Ringraziatelo! Accettando come facciamo, vedrà che gli siamo obbligati d'un benefizio, che ora non poteva esser maggiore!
Fu un dar ordine nel momento, che in avvenire tutti i militi infermi fosser trasportati colà. E pur troppo non andò molto che, avvenuto quello scontro sì disgraziato, tutti que' letti furon pieni de' combattenti feriti.
Dopo la visita al capitano, messer Cino, tanto intimo di famiglia, non potea dispensarsi dal farne una di condoglianza [pg!156] a Selvaggia. Ella era tutta sola nelle sue stanze con quella buona Margherita, che avendo assistita sua madre, pregata rimaneva con lei. Fu un dare in un pianto dirotto allorchè Cino le si appressò. Egli aveva già veduto con quanto amore avesse assistito la madre fino agli estremi; e per molti disagi sofferti prima ed allora, temeva assai di sua salute. Da quel tempo in quale stato dovè rivederla! Le sue vesti color sanguigno facevan risaltar maggiormente la pallidezza estrema del volto, che agli occhi di lui non apparve meno attraente. E pur troppo quella gentile soffriva molto tuttora.
—Lasciate—disse Margherita a messer Cino chiamatolo a parte:—queste lacrime spero che le saranno di qualche vantaggio. Non vi so dire i suoi patimenti per non aver potuto finora ottener questo sfogo!
E com'essa alquanto si fu calmata:
—Oh sì, messer Cino—gli disse—se questo è un bene, ecco quello che provo per la prima volta dopo tante sventure! Ho dovuto però averne anche un'altra; quella di non poter esser del numero dei parenti e delle amiche ai funerali della mia povera madre! E chi sa il mondo che n'avrà detto! Ma crediatelo, mi fu impossibile! Ero priva affatto di forze e il cuore mi si spezzava!
Questo costume, che fino i più stretti parenti si recassero all'esequie ad accompagnare il defunto, in Toscana era allora un sacro dovere, e da ogni classe di cittadini scrupolosamente osservato. Pietoso uffizio, che ora in Francia e altrove è debito sacro; e che anche in Italia da una sospettosa polizia non più contrastato, or, com'occorra, s'adempie quasi dovunque.
—Selvaggia!—replicò egli—oh! per questo che dite mai! La città non ha potuto che sempre ammirarvi, e in que' giorni rispettò molto il vostro grave dolore. Nessuno, ve l'assicuro, che non desse una parola di compianto alla degna figlia de' Vergiolesi: nissuno di noi cittadini d'ogni ordine che non chiedesse con ansia di vostra salute! Voi sapete se ci è cara, o Selvaggia! Deh, per pietà fate animo! Chi sa ancora a quante prove dovremo esser serbati con quest'ostinazione a resistere!
[pg!157] Ed ella:
—Oh! questo di dovere stare col battito al cuore, con l'animo sospeso ogni dì pel povero padre mio, e per mio fratello!... Questo di vedere per la città tanta gente languire, nè aver modo bastante a soccorrerla!....
—Però—soggiunse egli—sento fra 'l popolo che le annegazioni vostre per aiutarlo le riconosce e vi è grato.
E Selvaggia:
—Dite pure i sacrifizi di tutti! Ma anche quel che ciascuno si sforza di fare, basta forse al bisogno? Questo, questo, crediatelo, m'affligge sopra ogni modo, e mi continua il dolore!
Allora Cino le narrò del nuovo spedale, che il zio prelato volle aperto nel suo palazzo. Al che ella con animo soddisfatto rispose:
—Vi vedo l'opera dei Sinibuldi, che sanno accoppiare al sapere l'affetto.
Poi seguitò:
—E gli sforzi, e le vite di tanti nostri difensori dovranno essere inutili? A che partito appigliarci? che potremo più fare?
—Io pensava, o Selvaggia,—riprese Cino—per quel potere che giustamente esercita l'affezione e la virtù vostra sull'animo di messer Lippo, non vorreste voi consigliarlo a riflettere seriamente quanto questa ostinazione a resistere aggravi di più i nostri mali?
—Io, messer Cino! ma sapete voi che mio padre, che, non v'ha dubbio, mi ama quanto mai possa dirsi, pure al solo affacciargli una simile proposta, s'indignerebbe con me, fino a credere che io avessi osato di consigliargli una viltà? E anche questo credete voi che non mi affligga? E se a ciò ho pensato, ve lo dica la vostra cugina Lauretta, con la quale ne tenemmo proposito trepidanti insieme, il sapete, anche pel nostro Fredi.
E Cino:
—Me ne duole per voi e per noi! La vidi appunto ieri la mia buona Lauretta, e presto verrà da voi. So che molto l'amate, e vi sarà di conforto. La pregherò a ricordarvi [pg!158] che la speranza è l'ultima stella che pur rimane in un ciel tempestoso: che in quella sola è d'uopo affissarci, ed aspettarne il sereno.
A queste parole che nel lasciarla le dirigeva, ella con dolce atto di compiacenza rispose:
—Oh! che s'avveri il vostro buon augurio; e quella stella propizia che mai non si perda!
Ma intanto le pubbliche sciagure crescevano ogni dì più; e lo sgomento, se non sulle labbra, era nel cuore di tutti. Al nuovo spedale pochi sopravvivevano, perchè le ferite erano state corpo a corpo, di lancia e di spada le più micidiali. Della poveraglia eran molti che, rimasti senza lavori, se n'andavano per le vie macilenti e cenciosi: e ora poi rattrappiti dal freddo, facevano capo alle chiese tanto per respirarvi un'aria più tepida, e stender la mano a chi vi giungeva, e mettere insieme da comprare un pezzo di pane di schietta crusca, o qualche po' d'erba che pur costava assai cara. Però, mirabile a dire! Si sentivan divorare dalla fame; ma dal mendico come dal ricco non si fosse ancora in pubblico articolato un lamento! Soffrire, soffrire e resistere, pareva la parola d'ordine fra di loro, finchè i rettori non avesser prescritto altrimenti. Per colmo de' mali s'aggiunse in quell'anno, come abbiam detto, una rigidezza di stagione eccessiva. Gli appennini eran tutti ricoperti di neve. Qualche poca n'era caduta anche in città; e a tutt'altro dovendo impiegar le braccia che a toglierla dalle vie, v'era rimasta; e fattosi sereno, si doveva camminare sopra un lastrico di ghiaccio.
Una tal mattina il vescovo all'alba, com'era solito, aveva assistito di casa al mattutino di Cattedrale, dalla grata d'una finestra che rispondeva rimpetto alla cappella di S. Jacopo. Quindi fatto un giro al letto de' suoi malati, si disponeva ad uscire per la visita consueta allo spedale del Ceppo. La neve fin dalla sera precedente cadeva a fiocchi di nuovo, e a quell'ora era alta per tutte le vie. Allorquando per avere udienza dal vescovo si presentò nella sala un tal frate in abito bianco di lana, con sopra un lungo mantello bigio; e su di esso da un lato una croce vermiglia e due stelle di [pg!159] simil colore in campo bianco. Era uno dei frati di S. Maria; di quell'Ordine cavalleresco istituito da Urbano IV per combattere gl'infedeli e i violatori della giustizia: ma per la vita troppo molle ed agiata che conducevano, il popolo a quel tempo gli additava col nome difrati gaudenti. Degenerarono poi a segno da non potersi più tollerare; e papa Sisto V nel 1585 li soppresse del tutto. Introdotto costui, dimandava una grazia che solo il vescovo poteva concedergli. Ed era quella di affermargli in iscritto la esenzione di una imposta straordinaria del Comune per sovvenire a tante strettezze. La dimandava in virtù di un decreto di papa Gregorio IX, che con Bolla del 1234 pronunciava privilegiate d'ogni carico laicale le persone che a quell'Ordine appartenevano. Narran gli storici che il Comune di Siena vedutosi di tanto scemate le imposte, perchè molti per non pagarle, anche con moglie e figli, si andavano ascrivendo a quell'Ordine, nel 1285 provocò per tal causa un giudizio dei più valenti giureconsulti, fra i quali quello del celebre Accursio; ed essi stabilirono essere impertinenti le pretese di questi cavalieri. Dopo di che il Comune ordinò che le case de' cavalieri renitenti alle imposte fossero rovinate.
Ora il vescovo all'udire ne' giorni di tante miserie questo rifiuto d'un uomo assai ricco a dar l'obolo a' suoi concittadini, benchè non ignorasse quel privilegio, fu preso in un subito da forte sdegno, e
—Come! come!—esclamò. Ma raffrenatosi com'era solito quando doveva ammonire, e ricordando la sua missione e il suo prezioso tempo da spendere, ricompostosi alquanto: Come dunque? Vorresti tu, frate, che così su due piedi, mentre son per uscire!... Ma e poi! in questo stremo di miserie, di freddo, io!... cagione forse dovrei esser io! se mai!... che una gente irritata, furibonda, venisse a insultarti, e a smantellarti la casa? Frate! La dimanda oggi, lo vedi, non è opportuna, e per di più insulta altrui non solo, ma lo dirò pure, la carità; e te pone in pericolo! Desisti dunque, te ne prego! Mi tarda d'uscire. Se altro non t'occorre...
—Oh! no: se per questo non parvi tempo...—così com'a dire: ne parleremo altra volta.
[pg!160] E allora tutto riguardoso soggiunse:
—Ma dove andate voi, padre nostro, stamane a quest'aria gelata, e con la neve fino al collo del piede?...
—Vado all'ospedale da' miei malati.
—Misericordia! esporvi fin là, voi che ci siete sì caro!....
—Vorresti dunque prescrivere i limiti della carità che non cerca mai cose di suo vantaggio, e trattenerla per umani riguardi quando più corre il bisogno? Frate, s'io ti son caro, non opporre neppure in parole, e piuttosto vien meco.
—Ma io, messer mio reverendo, sì che davvero il farei, se avendomi famiglia, e salute mal ferma, non dovessi più che altri temer di contagio; o se...
—Va dunque—riprese il vescovo con dignità—va pure con Dio, nè mendicar più pretesti. Per venir qui a chieder privilegi, e di qual sorta! vedo che il gelo non ti fece sgomento! Or di' piuttosto—se avessi animo e viscere da tanto. Non ricordi tu le parole del Redentore: «Nissuno può avere carità maggiore di colui che dà la vita pe' suoi amici?» Or dimmi, non son eglino quegl'infermi nostri concittadini e più che amici? Non son io padre loro e pastore, ed essi miei figliuoli e mio gregge?
E con questo ammonimento lasciatolo, era già sulla piazza.
A modo di privato e d'incognito, ravvolto il capo nel suo nero cappuccio; la persona alta e dignitosa in ampio mantello; se n'andava il buon vescovo tranquillo e spedito a compiere la sant'opra. Solo a breve tratto si faceva seguir da un domestico con gran canestro di piccoli pani. Perchè ei, previdente com'era, i suoi granai fin dinanzi all'assedio avea procurato che fosser colmi di grano. Per isventura era quella l'ultima porzione che gli restava, e poche più volte avrebbe potuto di quel suo pane soccorrere i poverelli. Quand'ecco sulla via della ripa che dalla piazza del Duomo conduce allo spedale, s'imbattè in una povera donna di giovane età; ma che nondimeno, dallo sfinimento pel bisogno di cibo non potendo più reggersi, era caduta al suolo sulle ginocchia, presso un muro ora in linea del palazzo del Comune, lei e un bambino che aveva in braccio e cui dava latte. Essa aveva in capo un cappuccio di lana bianco che allora l'era caduto [pg!161] sulle spalle, e una sola veste molto sdrucia e leggera, e un mantelletto pur di lana che coprivale il seno, al quale stringevasi quel suo figliuolino, ravvolto in umidi stracci. Mandavano l'una e l'altro un lamentìo debole tanto e quasi soffocato che appena s'udiva.
—Padre, padre, per carità!—potè dire la misera aprendo gli occhi, non sì tosto che il vescovo piegatosi a lei le dimandò del suo male.
—Per amore di questa creaturina, un tozzo di pane! Son due giorni che non ho mangiato che poca erba già putrida, e pel mio bambino non ho più latte! Ah Signore! Soccorretemi, ma proprio per lui! che per me... mi lascerei morire!
—Povera donna! per lui e per voi sarete soccorsa—riprese il prelato. E già aveva fatto cenno al domestico perchè le desse del pane.
—Che vuole—soggiunse essa—mi son tanto appenata dopo che nell'ultima mischia mi c'è morto il marito, e non mi resta più altri al mondo, che dico sempre: «Venga pure la morte, che me n'andrò, se Dio vuole, a ritrovarlo lassù!»
Non ebbe appena finito, che il vescovo egli stesso volle porgerle il pane, e la riaveva ad un tempo con acqua odorifera. Ma intanto e' s'accorse che le sue vesti sì umide le si erano quasi ghiacciate addosso! Ella infatti tremava tutta. Riflettè poi che a uno stomaco sì indebolito, non il pane in quel momento, ma le bisognava per riaversi d'un cibo più lieve e più sostanzioso. Con questo pensiero si fece subito dare una mano al domestico, e provò a sollevarla da terra, pur per condurla al vicino spedale. Invocò il soccorso di due che passavano: a' quali bastò un cenno per porsi a' suoi ordini. A un di loro affidò il bambino, e fece che l'altro e il suo domestico sostenessero quella infelice sotto le braccia e così la trasportasser colà in un di que' letti, che egli andò innanzi per farle metter in ordine.
Or come descrivere le miserie infinite di questo luogo? Per ogni parte era pieno d'infermi. Ma tra per la fame, che quando ha tanto allenito le facoltà digestive, non val più cibo a saziarla; tra per la cancrena che si formava ne' [pg!162] mutilati e feriti, era doloroso a vedere che ogni giorno il numero de' morti vi si faceva maggiore. Immaginiamo poi l'affanno e il compianto de' poveri parenti che li assistevano, e che per mancanza di servi dovevan vestirne il cadavere, ed essi medesimi portarlo alla fossa! Eppure vi voleva la gran virtù del degno prelato per recarsi ogni giorno in quelle stanzucce; là a sollevar con vivande e con una santa parola i meno aggravati; qua a porgere a' moribondi gli estremi conforti e il perdono di Dio! E quanti mai uomini e donne si sarebbero sgomentati, e sollevati anche contro chi andava e veniva per i soccorsi, se non avesser veduto comparir fra loro quella sacra e venerata persona! Eppure in quelle piccole sale, scarse di servi per la necessaria nettezza, vi si sentiva di già un non so che di pestilenziale, un'aria sì fetida che ammorbava! Ma il vivo esempio per fare il bene era là e veniva d'in alto! e il popolo che lo vede, quasi istintivamente gli è attratto a seguirlo!
Nel rimanente della città gli ospizi dei monaci invasi tutti da infermi; rade poi quelle case ove non ne fossero anche fra cittadini i più agiati, o che non vi s'avesse a trovar gente afflitta e in veste di lutto. E i militi difensori? Oh! non mancavano per questo; ma sprovveduti del necessario alimento, non avendo più pane nè di saggina nè di crusca, s'eran ridotti ad uccidere i cavalli e cibarsene. Altri poi a sbramarsi la fame co' più immondi animali, e financo col brodo di cuoio bollito! Non si saprebbe ridire se fosse migliore oggimai la sorte di quelli che già eran morti, o de' loro superstiti! «Molto miglior condizione (scriveva Dino Compagni) ebbe Sodoma e Gomorra e le altre terre che profondarono in un punto, e moriron gli uomini, che non ebbero i Pistoiesi morendo in così aspre pene!»
Nel marzo alla perfine i poveri Pistoiesi, saputo che il cardinal Napoleone Orsini era stato spedito dal papa come paciero in Toscana, e a soccorrer Pistoia; benchè omai Ghibellini com'erano dovesser sentirsi dire che la città loro era soccorsa come terra di Chiesa, tutti quanti ripresero animo, e la sua venuta l'affrettaron col desiderio e con pubbliche preci. Ma ciò che fu di gioia ai Pistoiesi, recò dolore ai [pg!163] Fiorentini, perchè non volevan per niente che il cardinale venisse a immischiarsi nelle lor guerre: prevedendo che infine avrebber dovuto porsi in urto con la Chiesa. Per lo che s'avvisarono di dover prevenire la sua mediazione, e fecer sapere ai Pistoiesi che volentieri sarebber venuti agli accordi.
Eravi in Firenze un savio e buon frate pistoiese, il padre Bonaventura, che fino dall'ultime fazioni della terra natale, abborrendo da tanti eccidi, si era reso monaco eremitano nel convento di S. Spirito. I rettori di Firenze come seppero che costui era amico intimo di ser Lippo de' Vergiolesi, molto si rallegrarono, non vedendo ambasciatore più adatto allo scopo. Lo ebbero a sè, e convenuti sulla missione, subito lo inviarono a lui perchè profferisse al Comune per parte della Signoria assai utili condizioni alla resa. E fra le altre, che la terra rimarrebbe libera e intatta, salve le sue bellezze, che è quanto dire i suoi monumenti, le persone e le robe, e loro castella.
Quando il capitano dall'amico Bonaventura ebbe udite queste novelle, non esitò un istante a referirle agli anziani e ai rettori della città. I quali abboccatisi anche col monaco che aveva ricevuto cotal facoltà, parendo loro che ciò fosse proprio come un dono del cielo, accettarono le proposte e conchiusero l'accordo. E invero la misericordia di Dio li soccorse! Perchè oltre a non potere sdigiunarsi che con certi cibi, che li stessi animali immondi avrebbero avuto a schifo, non avevan da vivere che per un giorno; dopo del quale bisognava svelare il segreto, e uscir disperati a morire, o darsi in balìa del vincitore!
I capitoli dell'accordo furon tosto giurati (ai 18 marzo) da ambe le parti, toccando il libro degli Evangeli sull'altare della cappella di S. Jacopo in cattedrale. Arbitri, pe' Fiorentini il capitan Malaspina; pe' Lucchesi il d'Agubbio; e altri per le terre della Lega Guelfa. Da lato de' Pistoiesi il potestà, il sindaco e vari testimoni, coi rogiti di ser Maffeo Lapi. E i capitoli furon questi:
1º Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in lega e loro contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del contado dall'altra;
[pg!164] 2º Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi e tornarsi a' loro paesi;
3º Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;
4º Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi i loro bandi, possan tornar sicuri;
5º Che il potestà di Pistoia con lire tremila, e il capitano con lire duemila, si scelgano Lucchesi o Fiorentini: dichiarando primo potestà messer Pazzino de' Pazzi di Firenze, e capitano ser Lippo Carratella da Lucca; e' così dai detti Comuni si tragga la guardia da tenersi in Pistoia e suo dominio da oggi a tre anni;
6º Che gli anziani e gonfalonieri di giustizia sieno tutti di parte Nera e Guelfa, ed eletti per i tre anni dal potestà e dal capitano: serbando però agli anziani e al gonfaloniere tutto quel governo che avevano sulla città e sulle compagnie del popolo;
7º Che a soldati forestieri che difeser Pistoia si paghino di presente tremila fiorini;
8º E perchè circa il 1242 Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia investì i parenti suoi di molti feudi spettanti alla mensa vescovile, fra i quali i castelli di Piteccio e della Sambuca, fu deliberato che, «ai Bianchi e Ghibellini si lasci il castello di Piteccio e quello della Sambuca, chè, come di lor pertinenza, uscendo subitamente dalla città se ne possano prevalere.»
Concordatisi in questi patti prima che il cardinale giungesse, finalmente a' 10 d'aprile 1306 si apersero ai Fiorentini le porte della città di Pistoia, intorno alla quale erano stati a campo e in assedio dieci mesi e diciannove giorni! Vi entrarono trionfanti il capitano de' Fiorentini e quel de' Lucchesi con molte di lor milizie e con buona quantità di vettovaglie. Per lo che, narran le storie, che di que' miseri cittadini vi fu taluno che per la fame patita, sbramatosi oltre il dovere, morì! I Fiorentini, come fu detto, avevano assoldato milizie straniere; ma i Pistoiesi neppur un drappello! E dire che i pochi resisterono a tante migliaia e per tanto tempo! Quanto amore della terra natale dovette infiammare quei petti, che impavidi e quasi fuor di speranza sfidaron la morte!
[pg!165] Per cotal modo ebbe fine sì crudel guerra fra gente d'una stessa lingua, e d'una patria comune! In questo sciagurato battagliarsi d'un gran popolo fra di sè, come già a Campaldino e poco appresso a Montecatini, e a dir breve, nel medio evo su tutto il suolo italiano italiani dovunque, quante inutili stragi; di qual grande ricchezza, ingegno e fortuna, non profittato, e quanto valore perduto! Che se questo da Susa a Sicilia ordinato e concorde; aiutato e disposto per ogni Comune da' suoi maggiorenti, col beneficio di libere armi si fosse speso per cacciar lo straniero, forse da qualche secolo l'Italia sarebbe stata una, libera e indipendente!
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