CAPITOLO XIV.L'ESILIO.«Tu lascerai ogni cosa dilettaPiù caramente; e questo è quello straleChe l'arco dell'esilio pria saetta.»——Dante,Paradiso, Canto XVII.«Quanto bella e utile città e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani; posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane, e d'utili alpi, e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi; il perchè tal città fu quasi morta.» Così Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino, deplora la trista sorte di Pistoia. Ma nè qui si doveva arrestare il compianto.Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena fu dentro le mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I nuovi rettori ordinaron che questa fosse scortata fino al primo castello assegnatole, quel di Piteccio, a circa quattro miglia a settentrione della città. Erano i banditi, messer Lippo de' Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e più altri di Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non si trattava già di soldati di ventura, nè di gente d'altro paese italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma erano i più cittadini d'una medesima terra, della quale per [pg!167] cruda legge eran chiuse le porte, e che lasciavan dietro sè in desolazione tante famiglie. E in qual momento terribile! Dopo un assedio sì ostinato, quando chi per ferite, per fame e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior bisogno de' loro aiuti!Se n'uscivano però gli esuli, parte a piedi e parte a cavallo, solo alcuni traendosi seco poche masserizie poste in casse sopra de' muli; tutti, mesti sì, ma invitti dell'animo. Poche le famiglie che esulavano per altre parti d'Italia. Fra queste vogliam ricordare quella del pistoiese Dolcetto de' Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con quella dell'Alighieri. Perchè Dolcetto presa dimora in Verona, dove il suo ricco censo gli consentì di comprarvi un palazzo, disposò colà la sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale, e al fratello Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento della Divina Commedia. Del rimanente nobili e popolani se n'andavano insieme a quello stesso confine, assimilati e confusi in una stessa sventura.Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' più aderenti de' Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi, uscir de' primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, che a cavallo si portava come reliquia un forzieretto della sua padrona: e dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri campagnoli, carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli e i figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri e rifiniti. In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini, cavalcando a bisdosso que' pochi smunti destrieri che vi eran rimasti, gente forte e risoluta che non avrebber lasciato di seguir le sorti del suo capitan Vergiolesi per tutto l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con appresso la sua Selvaggia.A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita da quella porta sul suo brioso destriero tutta gaia e felice, e riguardevole per l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo Fredi e al suo Orlandetto, percorrendo la nota via per al paterno castello! e adesso!... Oh! ella ora trista e dimessa passava indistinta fra molti, sospinti per ugual violenza sopra [pg!168] un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera con a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e le cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel più grave cordoglio. La seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni, e nobili cavalieri con le proprie famiglie; frementi tutti, perchè per ordine quasi improvviso, astretti non solo a partir disarmati dalla città, ma a vedersi scortati da gente armata e minacciosa, come si usa coi malfattori!Ciò commoveva anche più i cittadini che rimanevano. E nondimeno moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero accompagnare anco più oltre del limite stato permesso, quello cioè della porta di Ripalta. Al che gli stessi nemici non seppero opporre. E guai a loro se in quella generale esacerbazione l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltracciò dovevan rimanere in balìa degli avversari! Per quel tratto poi, e sul momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i caldi baci, e i singulti, che non sapevan distaccarsi da loro! Ed oh! pe' poveri esuli quale addio! Un saluto di caldo affetto lo davano non solo ai parenti e agli amici, ma anche a quelle mura paterne che con tanti stenti e sacrifizi lungamente avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa più caramente diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara doglia del vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene confinati in un luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere anco là fatti segno alle offese di nemici implacati!Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante a Manin, diede spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati e d'esiliatori: e questi in prima Normanni e Svevi; Francesi e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi Spagnuoli e Austriaci! Gli esilii nazionali vanno del pari con gli oppressori della nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de' mali che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre senza utile evento, e di paci non durature! A noi però, che qui è avvenuto di ricordarne i principii, conforta almeno il pensiero di veder chiusa alla fine la trista epoca di siffatte nazionali sciagure.[pg!169] La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo d'italiani avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza, che la storia non potrà mai cancellare! Chi è omai che non sappia che essa racchiude le tombe delle due più grandi repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando sopra questo Appennino!!All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei suoi castelli, qua Panciatichi Ghibellini, là Cancellieri Guelfi; poi Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro. E ora il Castel di Piteccio doveva ricovrarvi a confine tutti gli esuli Bianchi, quelli stessi che pochi anni innanzi avevan forse incitato a cacciare i Neri in esilio!Ma indarno di questo antico castello cercheresti più le sue torri e le sue valide mura. Eppure fu esso come, due secoli dopo, quello di Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo della parte più popolare, che vi sostenne gli estremi assalti! Ma ora l'ala del tempo che tutto distrugge, e la forza motrice del vapore, che sulla via ferrata, rapida come il pensiero vi scorre d'appresso, concede appena a color che trasporta di scorger più dov'egli si fosse. Se per le fazioni cui fu collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza, appena il suo nome avrebbe un eco in quest'età sì lontana e diversa: nome, che adesso solo in un orario della via ferrata del toscano Appennino, a causa d'una stazione, tornava ad avere un'umile pubblicità.Nondimeno un altro richiamo e addicevole ai tempi che corrono d'imprese artistiche-industriali, vi richiama ad ammirare ne' suoi dintorni i viadotti maravigliosi di questa strada, i quali con romano ardimento s'innalzan giganti, sovrapposti archi sovr'archi, e abbracciano e collegano diverse sue valli. Questa via appennina che, da Bologna a Pistoia, in uno spazio di chilometri 98, per 46 gallerie trafora le montagne, e congiunge sì brevemente l'Adriatico al Mediterraneo; dalla pianura del Pistoiese porge per vero un sorprendente spettacolo; tale, che le antiche età avrebbero creduto opra d'incanti. Vo' dire allorchè sulla via ferrata le macchine a vapore (questi strumenti di fusione e di diffusione; di guerra e di pace; di più pronta coesione materiale e morale della nazione, fra sè [pg!170] e fra le altre vicine; in una parola, questi forieri di civiltà) nello avanzarsi e seco traendo treni di tante carrozze per entro a que' fôri; nello insieme t'appariscono da lungi non altrimenti che un gran colubro dagli occhi di fuoco, che sbucato dalle viscere dell'Appennino, sbuffando fumo e faville, serpeggi intorno a' suoi fianchi; e mostratosi in parte, rientri ed esca di nuovo; finchè non giunga a distendersi tutto quanto sull'agevole pianura. E d'altro lato il viaggiatore che da Bologna ne ha percorsa la linea, la più parte fra strette valli e boschive, e da settentrione a mezzodì ha penetrato nel gran foro di S. Mommè, riman preso poco oltre da gran maraviglia a mirare a colpo d'occhio al chiarore di lieto sole, come in gran panorama, l'ampia e popolosa pianura del Pistoiese e del Fiorentino con le sue tre città e coi vaghissimi colli che la incoronano: forse pel mite aere la più ubertosa d'ogni sorta alberi fruttiferi e messi; e pel tesoro costante della lingua e delle arti belle la più civile d'Italia. Cosicchè da quell'altura al primo presentarsi un cotale spettacolo, sulle labbra d'alcun viaggiatore sono usciti spontanei que' versi bellissimi dell'Ariosto:Non vide nè il più bel nè il più giocondoIn tutta l'aria ove le penne stese;Nè se tutto girato avesse il mondoVedria di questo il più gentil paese.Ove dopo aggirarsi d'un gran tondoCon Rugger seco il grand'augel discese,Colte pianure, e delicati colli,Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:Ma non appena da quelle piagge ha guardato d'attorno, che in un baleno sulla pendice a ponente gli si offre già innanzi il colle di Piteccio.I ruderi di quel castello si scorgono ancora sopra il risalto d'una collina nella stretta valle del piccolo fiume Ombrone, o, come fu detto in antico, dell'Ombroncello, lungo l'antica strada Francesca; che, varcando l'Appennino sopra lo Spedaletto dell'Alpe, conduceva a Bologna. Cotal fortilizio era stato costruito in uno spazio di terreno assai limitato: se non si vogliano valutare le casipole del castello che [pg!171] gli sorgevano poco distanti; ed era appunto dietro l'antica chiesa a destra del detto Ombroncello, sull'alto di un poggetto a forma di cono, che va a riunirsi solo a maestro con gli altri poggi. Gli scorre pur sempre alle falde da un lato il detto fiume, dall'altro la forra detta delprataccio, e verso settentrione il torrentello detto diciriceia. Fra le piante di bei castagni onde è coperto, e di che è tanto ricca questa montagna, si scorgono ancora a diversi ordini e a piccole piagge le vestigia della circonvallazione del castello, e in alto alcuni resti di torri a pietra battuta, con in mezzo la rocca.E fu in questo misero luogo, e in povere capanne lì intorno, che dovè riparare la famiglia de' Vergiolesi, e quanta altra gente, e della classe più agiata dei cittadini! E fu qui che Selvaggia, non ostante la sua debol salute, volle seguire il padre e il fratello. Ma già noi l'abbiam vista questa gentile farsi ognora maggior di se stessa. Educata con austeri costumi e fra un popolo battagliero, aveva sempre mostrato congiunta in sè la femminil tenerezza al più virile coraggio. Ora però la sua mente si era forte turbata per un fatto di recente avvenuto, da dover pagare in parte il suo debito ai pregiudizi del tempo.È da sapere che allorquando si stipularono i capitoli della resa della città, il padre e il fratel suo dovettero assistere a quell'atto solenne. In quell'ora comparve a lei uno sconosciuto, grave all'aspetto (come glie l'annunziava la sua Margherita con la quale era rimasta), chiedendo in grazia di poterle parlare di cosa di gran momento. In tante vicende di tristi casi, la pietosa donzella credette di non doverglisi rifiutare, e consentì di riceverlo.Quegli allora fattosi innanzi, in questi termini le favellò:—Nobil donzella, le mie parole son brevi, ma foriere a voi, secondo che più vi piaccia o di lieta sorte, o di grande sciagura!—Chi siete voi, messere, che così mi parlate?—Uno che legge da gran tempo negli astri, e rivela agli uomini i loro destini. Ma quando di ciò poco anche vi prema, sappiate ch'io sono un Guelfo e uno dei Neri. Contrario, come sentite, alla vostra parte: ma pure adesso... oh! adesso, [pg!172] per pietà del vostro infelice paese, e perchè vi rinasca la bramata concordia: in nome di questa e di molti della mia parte che pur la invocano, chiedo pace fra voi e una famiglia da voi abborrita, e che stendiate amica la mano al capo di essa che molto vi ama.—E a chi mai la mia mano?—A Nello de' Fortebracci.—Voi mi fate inorridire! Dio, Dio! che ascolto! Ignorate dunque, o messere, che quella destra che mi chiedete che io stringa, è macchiata del sangue di un mio fratello?—E sia! Ma molte città italiane, voi vel sapete, dopo le guerre più fiere si ricongiunsero in pace stringendosi in connubio due giovani di famiglie le più avverse fra loro.—In connubio! E l'osate, sciagurato questa parola?—piena di sdegno soggiunse.—E che? Quali vincoli passarono fra 'l suo e 'l mio cuore? E se anche ve ne fossero stati (chè no, mai!) dopo l'atroce fatto io, non che altro, potrei io neppur perdonare ad un omicida, e posso dirlo oggimai, ad un vil rinnegato?—Ma voi non sapete, quando ciò non faceste, il triste oroscopo che debbo io rivelarvi?—Sia che vuolsi! Per me la mia vita...—Non è la vostra, o Selvaggia, che corre pericolo; è quella di messer Cino... intendete! ed è quella del padre vostro!—Oh, no, no! Dio disperderà la fatal predizione!—Pensate che voi tutti siete in potere dei vostri nemici! e che...—Lo so! E mi uccidano pure!—con sicura alterezza esclamò.—Non sopra a voi, lo ripeto, piomberà la vendetta, ma sopr'a loro, e spedita! Salvateli, o un tardo rimorso...—Oh! uscitemi dinanzi, spietato uomo che siete! Mi fate orrore, nè sostengo più d'ascoltarvi!E spaventata se ne partiva chiudendogli in faccia la porta, e rifugiandosi a gemere nelle sue stanze.Non sì che ella in tutto prestasse fede a quel tristo: nondimeno è da pensare alle credenze sull'astrologia e sugli [pg!173] oroscopi, allora accettate come realtà di dottrina anco dagli uomini più sapienti: fra i quali, fino a un certo limite da messer Cino, intimissimo del famoso astrologo Cecco d'Ascoli; quando quegli in un sonetto lo interroga perchè per virtù dell'astrologia, consultando le stelle, gli sappia dire se, dovendo partir da Pistoia, gli sia espediente di dirigersi piuttosto a Roma o a Firenze. Questo soltanto poteva esser bastevole a far provare a Selvaggia un senso d'inquietezza continua: oltre che bisogna riflettere allo stato di dolore e di turbamento nel quale in quell'istante si trovavano tutti gli animi; quello poi d'un'affettuosa figliuola del capo del vinto partito, e dell'amante di messer Cino; e così comprendere a fondo in quale ambascia l'avesse posta un siffatto colloquio. Nè stenterà il lettore a riconoscere in quell'incognito il vilissimo Nuto, infintosi astrologo anche una volta; stato sempre a' servigi del Fortebracci, e a lui congiunto nell'opere più nefande.Messer Nello, gettatosi omai anima e corpo dal partito de' Neri, di cuore perfido, e sempre dubbio ed infinto, non era riuscito non solo a procacciarsi stima neppur da loro, ma dopo il fatto della porta di Ripalta, lo riguardavano anzi con odio e disprezzo. Ora è da credere che inviasse quel tristo a Selvaggia, non già per attendersi una favorevol risposta: un abbisso omai divideva quelle famiglie! Ma operava ciò che sogliono i depravati e i prepotenti. La difficoltà stessa e gli ostacoli per vincere l'animo di una donna, allora si che maggiormente li provoca e li rende audaci! In ultimo poi, sentendosi vili e impotenti, vogliono almeno aver la satanica sodisfazione di minacciare un delicato e debole spirito, e spaventarlo.Messer Lippo non è a dire in quale apprensione ritrovasse Selvaggia dopo questo fatto! Dalla Cattedrale era già rientrato in sua casa in compagnia di messer Cino. Preoccupato e pien di disdegno pel contratto di resa, poco badando alla figlia, si era gittato sopra una sedia esclamando:—Ecco, amico mio, voi lo vedeste! il sacrificio della patria è consumato! Ora per noi che rimane? Vituperi ed insulti![pg!174] —Padre, padre mio!—proruppe allora Selvaggia gittandosi fra le sue braccia.—Ed io ne son già una vittima!Ma ella tremava ancora dallo spavento... Il Vergiolesi sopraffatto credè che un'ugual cagione l'avesse sì conturbata. Essa però non esitò un momento, con accento convulso, a svelargli la minaccia insidiosa che aveva ricevuta.Allora il Vergiolesi in piede, con violenza repressa esclamò:—Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto! E a te, angelo mio, si volse ancora questo rettile per avvelenare la tua esistenza? Dov'è, dov'è questo infame?...E già furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e per farne vendetta.Ma Selvaggia a un tal atto diè un grido:—No, no, questo mai!—E a mani giunte s'infrappose fra lui e la porta, e pregò le risparmiasse un nuovo dolore. Messer Cino egli pure lo scongiurò e gli disse:—Vorreste voi in questo modo avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue d'un vile, venuto già in dispregio d'ogni partito? Tanto più poi sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo da lui prezzolato?Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamò:—Ei può vantare d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio! mio figlio morì della morte dei valorosi: egli... Oh! egli, l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso, morrà di quella dei traditori!Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui egli da tutti fu accagionato, non trovò più favore dagli stessi suoi partigiani: e anco dopo l'assedio non ebbe già diviso co' Neri alcun ufficio nella città; e questo perchè conosciutolo, non se ne voller fidare. Isolato, malvisto, se n'era accorto e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! così di già era incominciato per lui il più aspro gastigo! Sicchè simulando necessità d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa del proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti da Prato si era rimesso in Pistoia, andò invece a ripararsi con Nuto e con un suo fido servo, in una sua romita casa di campagna montana, assai distante dalla città.[pg!175] Di già le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso si erano affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le spagnole invece condotte a Firenze dal Maliscalco del duca, don Diego della Ratta, stavano là in quel bel paese molto volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto dì, e poco disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al di fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti; rimisero dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero, e riformarono la città d'anziani e d'altri ufficiali, tutti di lor fazione. Avvenuta questa riforma, credendo i Pistoiesi aver pace, e d'esser trattati da' Fiorentini e Lucchesi con equi modi, accadde invece tutto il contrario. Se potè dirsi che Pistoia fu tribolata, farà stupore a narrare che non mai come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra loro, Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare alla città più d'un miglio d'intorno. Vedemmo già ne' capitoli della resa essere stati eletti, potestà messer Pazzino de' Pazzi, e capitano Ser Lippo Carratella. Ma come grandissimi per que' tempi erano i loro salari, oltre quelli di molt'altre autorità, fu però stragrande la imposta, cui ciascun cittadino dovè soggiacere. Poi per insulto contro ai patti profferti e posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi dall'altro, fecer disfare le mura della città, che eran bellissime, e riempire i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual luogo serbò fino a oggi il nome diCorso allo spianato. Oltre che per più irrisione e più strazio obbligarono li stessi cittadini all'opera scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove si fossero rifiutati, v'era minaccia di morte! Cominciaron poi a far disfare tutte le fortezze, le case, i palagi, e le torri de' Bianchi e de' Ghibellini, e durarono più di due mesi continui. Alcune anche di dette case donarono a chi tornò loro più in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe il palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati; e i figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel [pg!176] Comune di Agliana. Infine vi fu stanziato un Governo dispotico, e sì crudo e tiranno, da far piangere amaramente sulla loro vittoria quelli stessi fuorusciti che invocarono le armi straniere per far ritorno alla patria. I magistrati intendevano più a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva esser condannato, era assoluto per moneta; e così per lo contrario, se la parte era avversa.Messer Cino, come uno dei giudici delle cause civili, era l'unico nella cui provata integrità e bontà que' miseri confidassero. Fu detto però che egli pure con gli esuli volesse partire. Ma se per allora nol fece, gli accompagnò per lungo tratto nel più doloroso cordoglio. Il pensiero di quella sua donna che tanto amava, e dalla quale chi sa quanto tempo doveva star lunge, lo avrebbe indotto a seguirli. Ma un riflesso più tormentoso gli occupava la mente. Non appena corse voce per la città che ei volesse lasciar l'ufficio e partirsene, tante furono le preghiere dei suoi clienti, che eran pure i suoi cari concittadini, e tante erano le difese di già affidategli, che non ebbe animo d'abbandonare una causa, fatta ora più sacrosanta perchè quella degli oppressi che doveva tutelare da' nuovi oppressori. E nella idea generosa si confermò anche più, sapendo che quelli della parte Nera debitori dei Bianchi, tornati appena in città, fecer sancire questo ingiusto decreto: «che non potessero esser molestati ed astretti a pagare se non dopo tre anni dal giorno in che eran rientrati in Pistoia.» Tale articolo promosse molte liti e questioni, delle quali messer Cino nel suo Comento dichiara che dovette spesso esser giudice.Se l'età nostra in Italia non ha veduto dagli eserciti invasori (che per colmo di scherno si disser talora alleati), smantellate le mura delle città; molte inique e crudeli opere, e molte ingiustizie simili a queste vi furon fatte, nonostante patti e promesse. Ilguai ai vintigridato da Brenno conquistatore di Roma, pur troppo di secolo in secolo si andò ripetendo! E noi frattanto abbiam visto come i miseri Pistoiesi dopo un tale assedio dovettero sentir tutto il peso della barbara imprecazione![pg!177]
CAPITOLO XIV.L'ESILIO.«Tu lascerai ogni cosa dilettaPiù caramente; e questo è quello straleChe l'arco dell'esilio pria saetta.»——Dante,Paradiso, Canto XVII.«Quanto bella e utile città e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani; posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane, e d'utili alpi, e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi; il perchè tal città fu quasi morta.» Così Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino, deplora la trista sorte di Pistoia. Ma nè qui si doveva arrestare il compianto.Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena fu dentro le mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I nuovi rettori ordinaron che questa fosse scortata fino al primo castello assegnatole, quel di Piteccio, a circa quattro miglia a settentrione della città. Erano i banditi, messer Lippo de' Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e più altri di Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non si trattava già di soldati di ventura, nè di gente d'altro paese italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma erano i più cittadini d'una medesima terra, della quale per [pg!167] cruda legge eran chiuse le porte, e che lasciavan dietro sè in desolazione tante famiglie. E in qual momento terribile! Dopo un assedio sì ostinato, quando chi per ferite, per fame e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior bisogno de' loro aiuti!Se n'uscivano però gli esuli, parte a piedi e parte a cavallo, solo alcuni traendosi seco poche masserizie poste in casse sopra de' muli; tutti, mesti sì, ma invitti dell'animo. Poche le famiglie che esulavano per altre parti d'Italia. Fra queste vogliam ricordare quella del pistoiese Dolcetto de' Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con quella dell'Alighieri. Perchè Dolcetto presa dimora in Verona, dove il suo ricco censo gli consentì di comprarvi un palazzo, disposò colà la sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale, e al fratello Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento della Divina Commedia. Del rimanente nobili e popolani se n'andavano insieme a quello stesso confine, assimilati e confusi in una stessa sventura.Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' più aderenti de' Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi, uscir de' primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, che a cavallo si portava come reliquia un forzieretto della sua padrona: e dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri campagnoli, carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli e i figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri e rifiniti. In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini, cavalcando a bisdosso que' pochi smunti destrieri che vi eran rimasti, gente forte e risoluta che non avrebber lasciato di seguir le sorti del suo capitan Vergiolesi per tutto l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con appresso la sua Selvaggia.A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita da quella porta sul suo brioso destriero tutta gaia e felice, e riguardevole per l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo Fredi e al suo Orlandetto, percorrendo la nota via per al paterno castello! e adesso!... Oh! ella ora trista e dimessa passava indistinta fra molti, sospinti per ugual violenza sopra [pg!168] un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera con a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e le cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel più grave cordoglio. La seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni, e nobili cavalieri con le proprie famiglie; frementi tutti, perchè per ordine quasi improvviso, astretti non solo a partir disarmati dalla città, ma a vedersi scortati da gente armata e minacciosa, come si usa coi malfattori!Ciò commoveva anche più i cittadini che rimanevano. E nondimeno moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero accompagnare anco più oltre del limite stato permesso, quello cioè della porta di Ripalta. Al che gli stessi nemici non seppero opporre. E guai a loro se in quella generale esacerbazione l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltracciò dovevan rimanere in balìa degli avversari! Per quel tratto poi, e sul momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i caldi baci, e i singulti, che non sapevan distaccarsi da loro! Ed oh! pe' poveri esuli quale addio! Un saluto di caldo affetto lo davano non solo ai parenti e agli amici, ma anche a quelle mura paterne che con tanti stenti e sacrifizi lungamente avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa più caramente diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara doglia del vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene confinati in un luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere anco là fatti segno alle offese di nemici implacati!Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante a Manin, diede spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati e d'esiliatori: e questi in prima Normanni e Svevi; Francesi e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi Spagnuoli e Austriaci! Gli esilii nazionali vanno del pari con gli oppressori della nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de' mali che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre senza utile evento, e di paci non durature! A noi però, che qui è avvenuto di ricordarne i principii, conforta almeno il pensiero di veder chiusa alla fine la trista epoca di siffatte nazionali sciagure.[pg!169] La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo d'italiani avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza, che la storia non potrà mai cancellare! Chi è omai che non sappia che essa racchiude le tombe delle due più grandi repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando sopra questo Appennino!!All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei suoi castelli, qua Panciatichi Ghibellini, là Cancellieri Guelfi; poi Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro. E ora il Castel di Piteccio doveva ricovrarvi a confine tutti gli esuli Bianchi, quelli stessi che pochi anni innanzi avevan forse incitato a cacciare i Neri in esilio!Ma indarno di questo antico castello cercheresti più le sue torri e le sue valide mura. Eppure fu esso come, due secoli dopo, quello di Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo della parte più popolare, che vi sostenne gli estremi assalti! Ma ora l'ala del tempo che tutto distrugge, e la forza motrice del vapore, che sulla via ferrata, rapida come il pensiero vi scorre d'appresso, concede appena a color che trasporta di scorger più dov'egli si fosse. Se per le fazioni cui fu collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza, appena il suo nome avrebbe un eco in quest'età sì lontana e diversa: nome, che adesso solo in un orario della via ferrata del toscano Appennino, a causa d'una stazione, tornava ad avere un'umile pubblicità.Nondimeno un altro richiamo e addicevole ai tempi che corrono d'imprese artistiche-industriali, vi richiama ad ammirare ne' suoi dintorni i viadotti maravigliosi di questa strada, i quali con romano ardimento s'innalzan giganti, sovrapposti archi sovr'archi, e abbracciano e collegano diverse sue valli. Questa via appennina che, da Bologna a Pistoia, in uno spazio di chilometri 98, per 46 gallerie trafora le montagne, e congiunge sì brevemente l'Adriatico al Mediterraneo; dalla pianura del Pistoiese porge per vero un sorprendente spettacolo; tale, che le antiche età avrebbero creduto opra d'incanti. Vo' dire allorchè sulla via ferrata le macchine a vapore (questi strumenti di fusione e di diffusione; di guerra e di pace; di più pronta coesione materiale e morale della nazione, fra sè [pg!170] e fra le altre vicine; in una parola, questi forieri di civiltà) nello avanzarsi e seco traendo treni di tante carrozze per entro a que' fôri; nello insieme t'appariscono da lungi non altrimenti che un gran colubro dagli occhi di fuoco, che sbucato dalle viscere dell'Appennino, sbuffando fumo e faville, serpeggi intorno a' suoi fianchi; e mostratosi in parte, rientri ed esca di nuovo; finchè non giunga a distendersi tutto quanto sull'agevole pianura. E d'altro lato il viaggiatore che da Bologna ne ha percorsa la linea, la più parte fra strette valli e boschive, e da settentrione a mezzodì ha penetrato nel gran foro di S. Mommè, riman preso poco oltre da gran maraviglia a mirare a colpo d'occhio al chiarore di lieto sole, come in gran panorama, l'ampia e popolosa pianura del Pistoiese e del Fiorentino con le sue tre città e coi vaghissimi colli che la incoronano: forse pel mite aere la più ubertosa d'ogni sorta alberi fruttiferi e messi; e pel tesoro costante della lingua e delle arti belle la più civile d'Italia. Cosicchè da quell'altura al primo presentarsi un cotale spettacolo, sulle labbra d'alcun viaggiatore sono usciti spontanei que' versi bellissimi dell'Ariosto:Non vide nè il più bel nè il più giocondoIn tutta l'aria ove le penne stese;Nè se tutto girato avesse il mondoVedria di questo il più gentil paese.Ove dopo aggirarsi d'un gran tondoCon Rugger seco il grand'augel discese,Colte pianure, e delicati colli,Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:Ma non appena da quelle piagge ha guardato d'attorno, che in un baleno sulla pendice a ponente gli si offre già innanzi il colle di Piteccio.I ruderi di quel castello si scorgono ancora sopra il risalto d'una collina nella stretta valle del piccolo fiume Ombrone, o, come fu detto in antico, dell'Ombroncello, lungo l'antica strada Francesca; che, varcando l'Appennino sopra lo Spedaletto dell'Alpe, conduceva a Bologna. Cotal fortilizio era stato costruito in uno spazio di terreno assai limitato: se non si vogliano valutare le casipole del castello che [pg!171] gli sorgevano poco distanti; ed era appunto dietro l'antica chiesa a destra del detto Ombroncello, sull'alto di un poggetto a forma di cono, che va a riunirsi solo a maestro con gli altri poggi. Gli scorre pur sempre alle falde da un lato il detto fiume, dall'altro la forra detta delprataccio, e verso settentrione il torrentello detto diciriceia. Fra le piante di bei castagni onde è coperto, e di che è tanto ricca questa montagna, si scorgono ancora a diversi ordini e a piccole piagge le vestigia della circonvallazione del castello, e in alto alcuni resti di torri a pietra battuta, con in mezzo la rocca.E fu in questo misero luogo, e in povere capanne lì intorno, che dovè riparare la famiglia de' Vergiolesi, e quanta altra gente, e della classe più agiata dei cittadini! E fu qui che Selvaggia, non ostante la sua debol salute, volle seguire il padre e il fratello. Ma già noi l'abbiam vista questa gentile farsi ognora maggior di se stessa. Educata con austeri costumi e fra un popolo battagliero, aveva sempre mostrato congiunta in sè la femminil tenerezza al più virile coraggio. Ora però la sua mente si era forte turbata per un fatto di recente avvenuto, da dover pagare in parte il suo debito ai pregiudizi del tempo.È da sapere che allorquando si stipularono i capitoli della resa della città, il padre e il fratel suo dovettero assistere a quell'atto solenne. In quell'ora comparve a lei uno sconosciuto, grave all'aspetto (come glie l'annunziava la sua Margherita con la quale era rimasta), chiedendo in grazia di poterle parlare di cosa di gran momento. In tante vicende di tristi casi, la pietosa donzella credette di non doverglisi rifiutare, e consentì di riceverlo.Quegli allora fattosi innanzi, in questi termini le favellò:—Nobil donzella, le mie parole son brevi, ma foriere a voi, secondo che più vi piaccia o di lieta sorte, o di grande sciagura!—Chi siete voi, messere, che così mi parlate?—Uno che legge da gran tempo negli astri, e rivela agli uomini i loro destini. Ma quando di ciò poco anche vi prema, sappiate ch'io sono un Guelfo e uno dei Neri. Contrario, come sentite, alla vostra parte: ma pure adesso... oh! adesso, [pg!172] per pietà del vostro infelice paese, e perchè vi rinasca la bramata concordia: in nome di questa e di molti della mia parte che pur la invocano, chiedo pace fra voi e una famiglia da voi abborrita, e che stendiate amica la mano al capo di essa che molto vi ama.—E a chi mai la mia mano?—A Nello de' Fortebracci.—Voi mi fate inorridire! Dio, Dio! che ascolto! Ignorate dunque, o messere, che quella destra che mi chiedete che io stringa, è macchiata del sangue di un mio fratello?—E sia! Ma molte città italiane, voi vel sapete, dopo le guerre più fiere si ricongiunsero in pace stringendosi in connubio due giovani di famiglie le più avverse fra loro.—In connubio! E l'osate, sciagurato questa parola?—piena di sdegno soggiunse.—E che? Quali vincoli passarono fra 'l suo e 'l mio cuore? E se anche ve ne fossero stati (chè no, mai!) dopo l'atroce fatto io, non che altro, potrei io neppur perdonare ad un omicida, e posso dirlo oggimai, ad un vil rinnegato?—Ma voi non sapete, quando ciò non faceste, il triste oroscopo che debbo io rivelarvi?—Sia che vuolsi! Per me la mia vita...—Non è la vostra, o Selvaggia, che corre pericolo; è quella di messer Cino... intendete! ed è quella del padre vostro!—Oh, no, no! Dio disperderà la fatal predizione!—Pensate che voi tutti siete in potere dei vostri nemici! e che...—Lo so! E mi uccidano pure!—con sicura alterezza esclamò.—Non sopra a voi, lo ripeto, piomberà la vendetta, ma sopr'a loro, e spedita! Salvateli, o un tardo rimorso...—Oh! uscitemi dinanzi, spietato uomo che siete! Mi fate orrore, nè sostengo più d'ascoltarvi!E spaventata se ne partiva chiudendogli in faccia la porta, e rifugiandosi a gemere nelle sue stanze.Non sì che ella in tutto prestasse fede a quel tristo: nondimeno è da pensare alle credenze sull'astrologia e sugli [pg!173] oroscopi, allora accettate come realtà di dottrina anco dagli uomini più sapienti: fra i quali, fino a un certo limite da messer Cino, intimissimo del famoso astrologo Cecco d'Ascoli; quando quegli in un sonetto lo interroga perchè per virtù dell'astrologia, consultando le stelle, gli sappia dire se, dovendo partir da Pistoia, gli sia espediente di dirigersi piuttosto a Roma o a Firenze. Questo soltanto poteva esser bastevole a far provare a Selvaggia un senso d'inquietezza continua: oltre che bisogna riflettere allo stato di dolore e di turbamento nel quale in quell'istante si trovavano tutti gli animi; quello poi d'un'affettuosa figliuola del capo del vinto partito, e dell'amante di messer Cino; e così comprendere a fondo in quale ambascia l'avesse posta un siffatto colloquio. Nè stenterà il lettore a riconoscere in quell'incognito il vilissimo Nuto, infintosi astrologo anche una volta; stato sempre a' servigi del Fortebracci, e a lui congiunto nell'opere più nefande.Messer Nello, gettatosi omai anima e corpo dal partito de' Neri, di cuore perfido, e sempre dubbio ed infinto, non era riuscito non solo a procacciarsi stima neppur da loro, ma dopo il fatto della porta di Ripalta, lo riguardavano anzi con odio e disprezzo. Ora è da credere che inviasse quel tristo a Selvaggia, non già per attendersi una favorevol risposta: un abbisso omai divideva quelle famiglie! Ma operava ciò che sogliono i depravati e i prepotenti. La difficoltà stessa e gli ostacoli per vincere l'animo di una donna, allora si che maggiormente li provoca e li rende audaci! In ultimo poi, sentendosi vili e impotenti, vogliono almeno aver la satanica sodisfazione di minacciare un delicato e debole spirito, e spaventarlo.Messer Lippo non è a dire in quale apprensione ritrovasse Selvaggia dopo questo fatto! Dalla Cattedrale era già rientrato in sua casa in compagnia di messer Cino. Preoccupato e pien di disdegno pel contratto di resa, poco badando alla figlia, si era gittato sopra una sedia esclamando:—Ecco, amico mio, voi lo vedeste! il sacrificio della patria è consumato! Ora per noi che rimane? Vituperi ed insulti![pg!174] —Padre, padre mio!—proruppe allora Selvaggia gittandosi fra le sue braccia.—Ed io ne son già una vittima!Ma ella tremava ancora dallo spavento... Il Vergiolesi sopraffatto credè che un'ugual cagione l'avesse sì conturbata. Essa però non esitò un momento, con accento convulso, a svelargli la minaccia insidiosa che aveva ricevuta.Allora il Vergiolesi in piede, con violenza repressa esclamò:—Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto! E a te, angelo mio, si volse ancora questo rettile per avvelenare la tua esistenza? Dov'è, dov'è questo infame?...E già furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e per farne vendetta.Ma Selvaggia a un tal atto diè un grido:—No, no, questo mai!—E a mani giunte s'infrappose fra lui e la porta, e pregò le risparmiasse un nuovo dolore. Messer Cino egli pure lo scongiurò e gli disse:—Vorreste voi in questo modo avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue d'un vile, venuto già in dispregio d'ogni partito? Tanto più poi sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo da lui prezzolato?Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamò:—Ei può vantare d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio! mio figlio morì della morte dei valorosi: egli... Oh! egli, l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso, morrà di quella dei traditori!Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui egli da tutti fu accagionato, non trovò più favore dagli stessi suoi partigiani: e anco dopo l'assedio non ebbe già diviso co' Neri alcun ufficio nella città; e questo perchè conosciutolo, non se ne voller fidare. Isolato, malvisto, se n'era accorto e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! così di già era incominciato per lui il più aspro gastigo! Sicchè simulando necessità d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa del proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti da Prato si era rimesso in Pistoia, andò invece a ripararsi con Nuto e con un suo fido servo, in una sua romita casa di campagna montana, assai distante dalla città.[pg!175] Di già le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso si erano affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le spagnole invece condotte a Firenze dal Maliscalco del duca, don Diego della Ratta, stavano là in quel bel paese molto volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto dì, e poco disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al di fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti; rimisero dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero, e riformarono la città d'anziani e d'altri ufficiali, tutti di lor fazione. Avvenuta questa riforma, credendo i Pistoiesi aver pace, e d'esser trattati da' Fiorentini e Lucchesi con equi modi, accadde invece tutto il contrario. Se potè dirsi che Pistoia fu tribolata, farà stupore a narrare che non mai come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra loro, Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare alla città più d'un miglio d'intorno. Vedemmo già ne' capitoli della resa essere stati eletti, potestà messer Pazzino de' Pazzi, e capitano Ser Lippo Carratella. Ma come grandissimi per que' tempi erano i loro salari, oltre quelli di molt'altre autorità, fu però stragrande la imposta, cui ciascun cittadino dovè soggiacere. Poi per insulto contro ai patti profferti e posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi dall'altro, fecer disfare le mura della città, che eran bellissime, e riempire i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual luogo serbò fino a oggi il nome diCorso allo spianato. Oltre che per più irrisione e più strazio obbligarono li stessi cittadini all'opera scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove si fossero rifiutati, v'era minaccia di morte! Cominciaron poi a far disfare tutte le fortezze, le case, i palagi, e le torri de' Bianchi e de' Ghibellini, e durarono più di due mesi continui. Alcune anche di dette case donarono a chi tornò loro più in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe il palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati; e i figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel [pg!176] Comune di Agliana. Infine vi fu stanziato un Governo dispotico, e sì crudo e tiranno, da far piangere amaramente sulla loro vittoria quelli stessi fuorusciti che invocarono le armi straniere per far ritorno alla patria. I magistrati intendevano più a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva esser condannato, era assoluto per moneta; e così per lo contrario, se la parte era avversa.Messer Cino, come uno dei giudici delle cause civili, era l'unico nella cui provata integrità e bontà que' miseri confidassero. Fu detto però che egli pure con gli esuli volesse partire. Ma se per allora nol fece, gli accompagnò per lungo tratto nel più doloroso cordoglio. Il pensiero di quella sua donna che tanto amava, e dalla quale chi sa quanto tempo doveva star lunge, lo avrebbe indotto a seguirli. Ma un riflesso più tormentoso gli occupava la mente. Non appena corse voce per la città che ei volesse lasciar l'ufficio e partirsene, tante furono le preghiere dei suoi clienti, che eran pure i suoi cari concittadini, e tante erano le difese di già affidategli, che non ebbe animo d'abbandonare una causa, fatta ora più sacrosanta perchè quella degli oppressi che doveva tutelare da' nuovi oppressori. E nella idea generosa si confermò anche più, sapendo che quelli della parte Nera debitori dei Bianchi, tornati appena in città, fecer sancire questo ingiusto decreto: «che non potessero esser molestati ed astretti a pagare se non dopo tre anni dal giorno in che eran rientrati in Pistoia.» Tale articolo promosse molte liti e questioni, delle quali messer Cino nel suo Comento dichiara che dovette spesso esser giudice.Se l'età nostra in Italia non ha veduto dagli eserciti invasori (che per colmo di scherno si disser talora alleati), smantellate le mura delle città; molte inique e crudeli opere, e molte ingiustizie simili a queste vi furon fatte, nonostante patti e promesse. Ilguai ai vintigridato da Brenno conquistatore di Roma, pur troppo di secolo in secolo si andò ripetendo! E noi frattanto abbiam visto come i miseri Pistoiesi dopo un tale assedio dovettero sentir tutto il peso della barbara imprecazione![pg!177]
L'ESILIO.
«Tu lascerai ogni cosa dilettaPiù caramente; e questo è quello straleChe l'arco dell'esilio pria saetta.»——Dante,Paradiso, Canto XVII.
«Tu lascerai ogni cosa dilettaPiù caramente; e questo è quello straleChe l'arco dell'esilio pria saetta.»
«Tu lascerai ogni cosa diletta
Più caramente; e questo è quello straleChe l'arco dell'esilio pria saetta.»
Più caramente; e questo è quello strale
Che l'arco dell'esilio pria saetta.»
——Dante,Paradiso, Canto XVII.
«Quanto bella e utile città e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani; posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane, e d'utili alpi, e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi; il perchè tal città fu quasi morta.» Così Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino, deplora la trista sorte di Pistoia. Ma nè qui si doveva arrestare il compianto.
Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena fu dentro le mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I nuovi rettori ordinaron che questa fosse scortata fino al primo castello assegnatole, quel di Piteccio, a circa quattro miglia a settentrione della città. Erano i banditi, messer Lippo de' Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e più altri di Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non si trattava già di soldati di ventura, nè di gente d'altro paese italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma erano i più cittadini d'una medesima terra, della quale per [pg!167] cruda legge eran chiuse le porte, e che lasciavan dietro sè in desolazione tante famiglie. E in qual momento terribile! Dopo un assedio sì ostinato, quando chi per ferite, per fame e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior bisogno de' loro aiuti!
Se n'uscivano però gli esuli, parte a piedi e parte a cavallo, solo alcuni traendosi seco poche masserizie poste in casse sopra de' muli; tutti, mesti sì, ma invitti dell'animo. Poche le famiglie che esulavano per altre parti d'Italia. Fra queste vogliam ricordare quella del pistoiese Dolcetto de' Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con quella dell'Alighieri. Perchè Dolcetto presa dimora in Verona, dove il suo ricco censo gli consentì di comprarvi un palazzo, disposò colà la sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale, e al fratello Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento della Divina Commedia. Del rimanente nobili e popolani se n'andavano insieme a quello stesso confine, assimilati e confusi in una stessa sventura.
Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' più aderenti de' Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi, uscir de' primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, che a cavallo si portava come reliquia un forzieretto della sua padrona: e dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri campagnoli, carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli e i figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri e rifiniti. In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini, cavalcando a bisdosso que' pochi smunti destrieri che vi eran rimasti, gente forte e risoluta che non avrebber lasciato di seguir le sorti del suo capitan Vergiolesi per tutto l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con appresso la sua Selvaggia.
A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita da quella porta sul suo brioso destriero tutta gaia e felice, e riguardevole per l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo Fredi e al suo Orlandetto, percorrendo la nota via per al paterno castello! e adesso!... Oh! ella ora trista e dimessa passava indistinta fra molti, sospinti per ugual violenza sopra [pg!168] un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera con a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e le cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel più grave cordoglio. La seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni, e nobili cavalieri con le proprie famiglie; frementi tutti, perchè per ordine quasi improvviso, astretti non solo a partir disarmati dalla città, ma a vedersi scortati da gente armata e minacciosa, come si usa coi malfattori!
Ciò commoveva anche più i cittadini che rimanevano. E nondimeno moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero accompagnare anco più oltre del limite stato permesso, quello cioè della porta di Ripalta. Al che gli stessi nemici non seppero opporre. E guai a loro se in quella generale esacerbazione l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltracciò dovevan rimanere in balìa degli avversari! Per quel tratto poi, e sul momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i caldi baci, e i singulti, che non sapevan distaccarsi da loro! Ed oh! pe' poveri esuli quale addio! Un saluto di caldo affetto lo davano non solo ai parenti e agli amici, ma anche a quelle mura paterne che con tanti stenti e sacrifizi lungamente avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa più caramente diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara doglia del vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene confinati in un luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere anco là fatti segno alle offese di nemici implacati!
Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante a Manin, diede spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati e d'esiliatori: e questi in prima Normanni e Svevi; Francesi e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi Spagnuoli e Austriaci! Gli esilii nazionali vanno del pari con gli oppressori della nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de' mali che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre senza utile evento, e di paci non durature! A noi però, che qui è avvenuto di ricordarne i principii, conforta almeno il pensiero di veder chiusa alla fine la trista epoca di siffatte nazionali sciagure.
[pg!169] La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo d'italiani avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza, che la storia non potrà mai cancellare! Chi è omai che non sappia che essa racchiude le tombe delle due più grandi repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando sopra questo Appennino!!
All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei suoi castelli, qua Panciatichi Ghibellini, là Cancellieri Guelfi; poi Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro. E ora il Castel di Piteccio doveva ricovrarvi a confine tutti gli esuli Bianchi, quelli stessi che pochi anni innanzi avevan forse incitato a cacciare i Neri in esilio!
Ma indarno di questo antico castello cercheresti più le sue torri e le sue valide mura. Eppure fu esso come, due secoli dopo, quello di Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo della parte più popolare, che vi sostenne gli estremi assalti! Ma ora l'ala del tempo che tutto distrugge, e la forza motrice del vapore, che sulla via ferrata, rapida come il pensiero vi scorre d'appresso, concede appena a color che trasporta di scorger più dov'egli si fosse. Se per le fazioni cui fu collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza, appena il suo nome avrebbe un eco in quest'età sì lontana e diversa: nome, che adesso solo in un orario della via ferrata del toscano Appennino, a causa d'una stazione, tornava ad avere un'umile pubblicità.
Nondimeno un altro richiamo e addicevole ai tempi che corrono d'imprese artistiche-industriali, vi richiama ad ammirare ne' suoi dintorni i viadotti maravigliosi di questa strada, i quali con romano ardimento s'innalzan giganti, sovrapposti archi sovr'archi, e abbracciano e collegano diverse sue valli. Questa via appennina che, da Bologna a Pistoia, in uno spazio di chilometri 98, per 46 gallerie trafora le montagne, e congiunge sì brevemente l'Adriatico al Mediterraneo; dalla pianura del Pistoiese porge per vero un sorprendente spettacolo; tale, che le antiche età avrebbero creduto opra d'incanti. Vo' dire allorchè sulla via ferrata le macchine a vapore (questi strumenti di fusione e di diffusione; di guerra e di pace; di più pronta coesione materiale e morale della nazione, fra sè [pg!170] e fra le altre vicine; in una parola, questi forieri di civiltà) nello avanzarsi e seco traendo treni di tante carrozze per entro a que' fôri; nello insieme t'appariscono da lungi non altrimenti che un gran colubro dagli occhi di fuoco, che sbucato dalle viscere dell'Appennino, sbuffando fumo e faville, serpeggi intorno a' suoi fianchi; e mostratosi in parte, rientri ed esca di nuovo; finchè non giunga a distendersi tutto quanto sull'agevole pianura. E d'altro lato il viaggiatore che da Bologna ne ha percorsa la linea, la più parte fra strette valli e boschive, e da settentrione a mezzodì ha penetrato nel gran foro di S. Mommè, riman preso poco oltre da gran maraviglia a mirare a colpo d'occhio al chiarore di lieto sole, come in gran panorama, l'ampia e popolosa pianura del Pistoiese e del Fiorentino con le sue tre città e coi vaghissimi colli che la incoronano: forse pel mite aere la più ubertosa d'ogni sorta alberi fruttiferi e messi; e pel tesoro costante della lingua e delle arti belle la più civile d'Italia. Cosicchè da quell'altura al primo presentarsi un cotale spettacolo, sulle labbra d'alcun viaggiatore sono usciti spontanei que' versi bellissimi dell'Ariosto:
Non vide nè il più bel nè il più giocondoIn tutta l'aria ove le penne stese;Nè se tutto girato avesse il mondoVedria di questo il più gentil paese.Ove dopo aggirarsi d'un gran tondoCon Rugger seco il grand'augel discese,Colte pianure, e delicati colli,Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:
Non vide nè il più bel nè il più giocondoIn tutta l'aria ove le penne stese;Nè se tutto girato avesse il mondoVedria di questo il più gentil paese.Ove dopo aggirarsi d'un gran tondoCon Rugger seco il grand'augel discese,Colte pianure, e delicati colli,Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:
Non vide nè il più bel nè il più giocondo
In tutta l'aria ove le penne stese;Nè se tutto girato avesse il mondoVedria di questo il più gentil paese.Ove dopo aggirarsi d'un gran tondoCon Rugger seco il grand'augel discese,Colte pianure, e delicati colli,Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:
In tutta l'aria ove le penne stese;
Nè se tutto girato avesse il mondo
Vedria di questo il più gentil paese.
Ove dopo aggirarsi d'un gran tondo
Con Rugger seco il grand'augel discese,
Colte pianure, e delicati colli,
Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:
Ma non appena da quelle piagge ha guardato d'attorno, che in un baleno sulla pendice a ponente gli si offre già innanzi il colle di Piteccio.
I ruderi di quel castello si scorgono ancora sopra il risalto d'una collina nella stretta valle del piccolo fiume Ombrone, o, come fu detto in antico, dell'Ombroncello, lungo l'antica strada Francesca; che, varcando l'Appennino sopra lo Spedaletto dell'Alpe, conduceva a Bologna. Cotal fortilizio era stato costruito in uno spazio di terreno assai limitato: se non si vogliano valutare le casipole del castello che [pg!171] gli sorgevano poco distanti; ed era appunto dietro l'antica chiesa a destra del detto Ombroncello, sull'alto di un poggetto a forma di cono, che va a riunirsi solo a maestro con gli altri poggi. Gli scorre pur sempre alle falde da un lato il detto fiume, dall'altro la forra detta delprataccio, e verso settentrione il torrentello detto diciriceia. Fra le piante di bei castagni onde è coperto, e di che è tanto ricca questa montagna, si scorgono ancora a diversi ordini e a piccole piagge le vestigia della circonvallazione del castello, e in alto alcuni resti di torri a pietra battuta, con in mezzo la rocca.
E fu in questo misero luogo, e in povere capanne lì intorno, che dovè riparare la famiglia de' Vergiolesi, e quanta altra gente, e della classe più agiata dei cittadini! E fu qui che Selvaggia, non ostante la sua debol salute, volle seguire il padre e il fratello. Ma già noi l'abbiam vista questa gentile farsi ognora maggior di se stessa. Educata con austeri costumi e fra un popolo battagliero, aveva sempre mostrato congiunta in sè la femminil tenerezza al più virile coraggio. Ora però la sua mente si era forte turbata per un fatto di recente avvenuto, da dover pagare in parte il suo debito ai pregiudizi del tempo.
È da sapere che allorquando si stipularono i capitoli della resa della città, il padre e il fratel suo dovettero assistere a quell'atto solenne. In quell'ora comparve a lei uno sconosciuto, grave all'aspetto (come glie l'annunziava la sua Margherita con la quale era rimasta), chiedendo in grazia di poterle parlare di cosa di gran momento. In tante vicende di tristi casi, la pietosa donzella credette di non doverglisi rifiutare, e consentì di riceverlo.
Quegli allora fattosi innanzi, in questi termini le favellò:
—Nobil donzella, le mie parole son brevi, ma foriere a voi, secondo che più vi piaccia o di lieta sorte, o di grande sciagura!
—Chi siete voi, messere, che così mi parlate?
—Uno che legge da gran tempo negli astri, e rivela agli uomini i loro destini. Ma quando di ciò poco anche vi prema, sappiate ch'io sono un Guelfo e uno dei Neri. Contrario, come sentite, alla vostra parte: ma pure adesso... oh! adesso, [pg!172] per pietà del vostro infelice paese, e perchè vi rinasca la bramata concordia: in nome di questa e di molti della mia parte che pur la invocano, chiedo pace fra voi e una famiglia da voi abborrita, e che stendiate amica la mano al capo di essa che molto vi ama.
—E a chi mai la mia mano?
—A Nello de' Fortebracci.
—Voi mi fate inorridire! Dio, Dio! che ascolto! Ignorate dunque, o messere, che quella destra che mi chiedete che io stringa, è macchiata del sangue di un mio fratello?
—E sia! Ma molte città italiane, voi vel sapete, dopo le guerre più fiere si ricongiunsero in pace stringendosi in connubio due giovani di famiglie le più avverse fra loro.
—In connubio! E l'osate, sciagurato questa parola?—piena di sdegno soggiunse.—E che? Quali vincoli passarono fra 'l suo e 'l mio cuore? E se anche ve ne fossero stati (chè no, mai!) dopo l'atroce fatto io, non che altro, potrei io neppur perdonare ad un omicida, e posso dirlo oggimai, ad un vil rinnegato?
—Ma voi non sapete, quando ciò non faceste, il triste oroscopo che debbo io rivelarvi?
—Sia che vuolsi! Per me la mia vita...
—Non è la vostra, o Selvaggia, che corre pericolo; è quella di messer Cino... intendete! ed è quella del padre vostro!
—Oh, no, no! Dio disperderà la fatal predizione!
—Pensate che voi tutti siete in potere dei vostri nemici! e che...
—Lo so! E mi uccidano pure!—con sicura alterezza esclamò.
—Non sopra a voi, lo ripeto, piomberà la vendetta, ma sopr'a loro, e spedita! Salvateli, o un tardo rimorso...
—Oh! uscitemi dinanzi, spietato uomo che siete! Mi fate orrore, nè sostengo più d'ascoltarvi!
E spaventata se ne partiva chiudendogli in faccia la porta, e rifugiandosi a gemere nelle sue stanze.
Non sì che ella in tutto prestasse fede a quel tristo: nondimeno è da pensare alle credenze sull'astrologia e sugli [pg!173] oroscopi, allora accettate come realtà di dottrina anco dagli uomini più sapienti: fra i quali, fino a un certo limite da messer Cino, intimissimo del famoso astrologo Cecco d'Ascoli; quando quegli in un sonetto lo interroga perchè per virtù dell'astrologia, consultando le stelle, gli sappia dire se, dovendo partir da Pistoia, gli sia espediente di dirigersi piuttosto a Roma o a Firenze. Questo soltanto poteva esser bastevole a far provare a Selvaggia un senso d'inquietezza continua: oltre che bisogna riflettere allo stato di dolore e di turbamento nel quale in quell'istante si trovavano tutti gli animi; quello poi d'un'affettuosa figliuola del capo del vinto partito, e dell'amante di messer Cino; e così comprendere a fondo in quale ambascia l'avesse posta un siffatto colloquio. Nè stenterà il lettore a riconoscere in quell'incognito il vilissimo Nuto, infintosi astrologo anche una volta; stato sempre a' servigi del Fortebracci, e a lui congiunto nell'opere più nefande.
Messer Nello, gettatosi omai anima e corpo dal partito de' Neri, di cuore perfido, e sempre dubbio ed infinto, non era riuscito non solo a procacciarsi stima neppur da loro, ma dopo il fatto della porta di Ripalta, lo riguardavano anzi con odio e disprezzo. Ora è da credere che inviasse quel tristo a Selvaggia, non già per attendersi una favorevol risposta: un abbisso omai divideva quelle famiglie! Ma operava ciò che sogliono i depravati e i prepotenti. La difficoltà stessa e gli ostacoli per vincere l'animo di una donna, allora si che maggiormente li provoca e li rende audaci! In ultimo poi, sentendosi vili e impotenti, vogliono almeno aver la satanica sodisfazione di minacciare un delicato e debole spirito, e spaventarlo.
Messer Lippo non è a dire in quale apprensione ritrovasse Selvaggia dopo questo fatto! Dalla Cattedrale era già rientrato in sua casa in compagnia di messer Cino. Preoccupato e pien di disdegno pel contratto di resa, poco badando alla figlia, si era gittato sopra una sedia esclamando:—Ecco, amico mio, voi lo vedeste! il sacrificio della patria è consumato! Ora per noi che rimane? Vituperi ed insulti!
[pg!174] —Padre, padre mio!—proruppe allora Selvaggia gittandosi fra le sue braccia.—Ed io ne son già una vittima!
Ma ella tremava ancora dallo spavento... Il Vergiolesi sopraffatto credè che un'ugual cagione l'avesse sì conturbata. Essa però non esitò un momento, con accento convulso, a svelargli la minaccia insidiosa che aveva ricevuta.
Allora il Vergiolesi in piede, con violenza repressa esclamò:
—Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto! E a te, angelo mio, si volse ancora questo rettile per avvelenare la tua esistenza? Dov'è, dov'è questo infame?...
E già furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e per farne vendetta.
Ma Selvaggia a un tal atto diè un grido:—No, no, questo mai!—E a mani giunte s'infrappose fra lui e la porta, e pregò le risparmiasse un nuovo dolore. Messer Cino egli pure lo scongiurò e gli disse:—Vorreste voi in questo modo avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue d'un vile, venuto già in dispregio d'ogni partito? Tanto più poi sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo da lui prezzolato?
Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamò:—Ei può vantare d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio! mio figlio morì della morte dei valorosi: egli... Oh! egli, l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso, morrà di quella dei traditori!
Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui egli da tutti fu accagionato, non trovò più favore dagli stessi suoi partigiani: e anco dopo l'assedio non ebbe già diviso co' Neri alcun ufficio nella città; e questo perchè conosciutolo, non se ne voller fidare. Isolato, malvisto, se n'era accorto e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! così di già era incominciato per lui il più aspro gastigo! Sicchè simulando necessità d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa del proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti da Prato si era rimesso in Pistoia, andò invece a ripararsi con Nuto e con un suo fido servo, in una sua romita casa di campagna montana, assai distante dalla città.
[pg!175] Di già le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso si erano affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le spagnole invece condotte a Firenze dal Maliscalco del duca, don Diego della Ratta, stavano là in quel bel paese molto volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto dì, e poco disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al di fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti; rimisero dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero, e riformarono la città d'anziani e d'altri ufficiali, tutti di lor fazione. Avvenuta questa riforma, credendo i Pistoiesi aver pace, e d'esser trattati da' Fiorentini e Lucchesi con equi modi, accadde invece tutto il contrario. Se potè dirsi che Pistoia fu tribolata, farà stupore a narrare che non mai come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!
La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra loro, Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare alla città più d'un miglio d'intorno. Vedemmo già ne' capitoli della resa essere stati eletti, potestà messer Pazzino de' Pazzi, e capitano Ser Lippo Carratella. Ma come grandissimi per que' tempi erano i loro salari, oltre quelli di molt'altre autorità, fu però stragrande la imposta, cui ciascun cittadino dovè soggiacere. Poi per insulto contro ai patti profferti e posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi dall'altro, fecer disfare le mura della città, che eran bellissime, e riempire i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual luogo serbò fino a oggi il nome diCorso allo spianato. Oltre che per più irrisione e più strazio obbligarono li stessi cittadini all'opera scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove si fossero rifiutati, v'era minaccia di morte! Cominciaron poi a far disfare tutte le fortezze, le case, i palagi, e le torri de' Bianchi e de' Ghibellini, e durarono più di due mesi continui. Alcune anche di dette case donarono a chi tornò loro più in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe il palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati; e i figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel [pg!176] Comune di Agliana. Infine vi fu stanziato un Governo dispotico, e sì crudo e tiranno, da far piangere amaramente sulla loro vittoria quelli stessi fuorusciti che invocarono le armi straniere per far ritorno alla patria. I magistrati intendevano più a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva esser condannato, era assoluto per moneta; e così per lo contrario, se la parte era avversa.
Messer Cino, come uno dei giudici delle cause civili, era l'unico nella cui provata integrità e bontà que' miseri confidassero. Fu detto però che egli pure con gli esuli volesse partire. Ma se per allora nol fece, gli accompagnò per lungo tratto nel più doloroso cordoglio. Il pensiero di quella sua donna che tanto amava, e dalla quale chi sa quanto tempo doveva star lunge, lo avrebbe indotto a seguirli. Ma un riflesso più tormentoso gli occupava la mente. Non appena corse voce per la città che ei volesse lasciar l'ufficio e partirsene, tante furono le preghiere dei suoi clienti, che eran pure i suoi cari concittadini, e tante erano le difese di già affidategli, che non ebbe animo d'abbandonare una causa, fatta ora più sacrosanta perchè quella degli oppressi che doveva tutelare da' nuovi oppressori. E nella idea generosa si confermò anche più, sapendo che quelli della parte Nera debitori dei Bianchi, tornati appena in città, fecer sancire questo ingiusto decreto: «che non potessero esser molestati ed astretti a pagare se non dopo tre anni dal giorno in che eran rientrati in Pistoia.» Tale articolo promosse molte liti e questioni, delle quali messer Cino nel suo Comento dichiara che dovette spesso esser giudice.
Se l'età nostra in Italia non ha veduto dagli eserciti invasori (che per colmo di scherno si disser talora alleati), smantellate le mura delle città; molte inique e crudeli opere, e molte ingiustizie simili a queste vi furon fatte, nonostante patti e promesse. Ilguai ai vintigridato da Brenno conquistatore di Roma, pur troppo di secolo in secolo si andò ripetendo! E noi frattanto abbiam visto come i miseri Pistoiesi dopo un tale assedio dovettero sentir tutto il peso della barbara imprecazione!
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