CAPITOLO XVI.I CASTELLI DI PITECCIO E DELLA SAMBUCA.«Mirate, disse poi, quell'alta moleChe di quel monte in su la cima siede.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi con la guida del nascente soleSu per quell'erto moverete il piede.»——Tasso,Gerusalemme, C. XV.—Ser Lippo Carratella, crediatelo, troppa più gente e più arnesi di guerra ci vuole per cacciar da quel nido lassù quelli avvoltoi de' Bianchi! È bene che vediate co' vostri occhi in che sito inaccessibile si trovi questo castello. E sì che quando io mi partii da Firenze mi si diceva, che Piteccio non era altro che una bicocca, e che in pochi giorni l'avrei diroccato. Or dite un poco, che ve ne pare?—Anch'io, lo confesso, l'ho creduta impresa di piccol momento. Quando poi mi fu detto che per osteggiarlo i Pistoiesi ebbero eletto voi, messer Buondelmonti, a lor capitano di guerra, io tanto più fui sul credere che in breve quel nido sarebbe stato disfatto. Ma corrono già molti mesi che costoro non hanno fatto che depredarci con notturne sortite; e fino alcune guardie delle porte della città con audacia incredibile son venuti ad ucciderci, que' feroci!E a lui il Carratella:—Importa dunque, vedete, che mi si spediscano subito altre due brigate di buone lance, e quel che più preme, buoni trabucchi e manganelle per rizzarle da ogni parte della Terra, [pg!189] molestar senza posa il castello, e ristringer l'assedio. Vorreste voi darla vinta al cardinal degli Orsini, che Legato di S. Chiesa, oggi perchè meglio gli torna, viene a difendere i Bianchi?E l'altro:—Oh! per Pistoia questa volta non fece a tempo! Essa fu nostra prima che egli v'entrasse. Andato a Bologna, sapete bene che non vi fu più felice. Vi dirò anzi che, avvedutisi appena que' Bolognesi della sua predilezione pe' Bianchi e pe' Ghibellini, potè sottrarsi a fatica dagl'insulti del popolo e fuggirsene a Imola. E allora (ecco con che armi combatton costoro!) per vendetta scomunicò Bologna, le tolse la Università, e con una certa bolla che pubblicò, tanto fece, che tutti i professori e gli scolari l'abbandonarono e si volsero allo Studio di Padova. Noi nondimeno abbiamo avuto il di sopra! E faccian pure a lor grado; il nostro partito a buon conto, da ogni lato si fa più potente.—Ma niuna notizia vi è pervenuta de' molti armati ch'ei radunava in Arezzo? Il partito Ghibellino di là mi spaventa! Dall'ultime lettere ho inteso ch'egli ebbe in aiuto il marchese della Marca, e assai gentiluomini di quelle contrade; molti Guelfi Bianchi e Ghibellini di Firenze, e gran numero di cavalli da Roma e da Pisa, e da molti cherici di Lombardia: in tutto si ragionava che fossero due mila quattrocento cavalli.—Io no, capitano, nissuna nuova. So che un forte esercito si raccoglieva a Firenze per fargli contro.—Questo già m'era noto. Ma!—sopr'a pensiero soggiunse—pure a quest'ora doveva giungere un messo.—E ancora si fecero poche altre parole; quando un suo scudiero entra nella tenda e gli presenta le lettere della Signoria di Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei dischiusele in fretta e percorsele appena....—Oh! ecco; udiamo, udiamo! È il potestà che mi scrive. E sì!... mi parla del cardinale: quel ch'io voleva!—leggiamo.—«Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero la via di Siena con molto sospetto. Infine entrarono in quel d'Arezzo, dove disfecero molte fortezze degli Ubertini. [pg!190] Al piano non discesero perchè i passi potevan esser loro contesi. Il cardinale era sì forte di gente da sopraffarci: ma intanto battaglia non vi prese. E sì che i Ghibellini tanto superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece inaspettatamente li congedò! Ma guai a chi esce fuori dell'arte sua! La porpora cardinalizia non gli bastò, questa volta, a cacciargli da dosso il timor panico e la paura. A' nostri non parve vero, e si ritirarono. Un altro ammonimento per tal modo gli abbiamo dato: presso a poco come lo demmo, se vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui ebbe il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene in Francia! Voi vedete con ciò una nuova sconfitta de' Bianchi. Importa adesso che presto si finisca con cotesto rimasuglio di Piteccio. La Signoria vi ci esorta, e confida nel vostro valore.»E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:—E io per questo confido in voi, ser capitano! O avrò subito uomini e armi, o protestando lascerò l'impresa, e a voi di riferirne il perchè!—A me?—maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.—Ma io farò ogni possibile!.... e da me certo non dipenderà se la Signoria non vedrà presto compiuti i suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto, vedete, sollecito il mio ritorno a Pistoia.—E l'altro:—Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo de' Neri sotto il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti fiorentino, allora potestà di Pistoia e a un tempo capitano di guerra per assediare il castello, e ser Lippo Carratella lucchese, capitano del popolo di Pistoia: perchè il suo territorio a ponente con la montagna era toccato ai Lucchesi. Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente. Ma, o che i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo un sì lungo assedio come quel di Pistoia; o che il Carratella (non dedito ad altro che a far denari, come facevano tutti i nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco occupato, egli è certo che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini audacissimi, e [pg!191] volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a scorrazzare ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e fino alla città, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti lor s'opponessero.La rappresaglia ogni giorno si facea più feroce. Compromesso ora il Carratella anche per la lettera del potestà di Firenze, spedì in breve con due buone brigate di lancieri li stromenti guerreschi. Ad imprender però un assedio regolare si opponeva molto la postura del luogo. Si trattava di una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi trabucchi ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne vicine, e contro il castello: all'altezza cui esso poggiava non giungevano giammai; e in quella vece, a misura che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran saettati, feriti e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i ripari murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di cono, come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que' del castello avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore. Sicchè era un molestarli continuo, e un impedire che salisser più sopra. Non dissimulavan però che, dopo i validi rinforzi ottenuti dai Neri, la condizione loro si faceva ogni giorno peggiore. Più rischioso e difficile l'incettar vettovaglie; e a lungo andare ben s'accorgevano che alle forze stragrandi non avrebber potuto resistere. Non volendo però rinnovare con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo pensiero del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava che avrebbero avuto l'altro grandioso e più valido della Sambuca: che lassù importava di ripararsi, e lassù senza tema avrebber potuto sfidare il più terribil nemico. Confermato ogni dì più in questa idea, ne tenne proposito co' suoi capitani, che v'assentirono pienamente. Non rimaneva a tal fine che scegliere il tempo opportuno.Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea, come narran le storie. Una fitta pioggia del dì antecedente aveva prodotto alla montagna un freddo umido e pungente, e sollevato per la pianura una nebbia foltissima, che già si estendeva su pe' fianchi delle prossime valli. Convenner tutti [pg!192] che la notte veniente sarebbe stata la più opportuna per lasciare il castello.Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e tutto dai pochi consapevoli disposto e raccolto nella giornata, il Vergiolesi mandò agli steccati nel sen della valle, laggiù ai posti avanzati dov'eran le guardie degli assedianti, un drappello de' più animosi, ingiungendo loro si assicurassero delle scolte nemiche perchè non avessero a inoltrarsi e a dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza. Ma costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare quell'infausto luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi co' quali erano spesso alle prese, risolsero di sbrigarsene con la spada. La notte era quasi sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi alli steccati, dal profondo silenzio che regnava dovunque, possono accorgersi che que' militi, distesi sotto un gran capanno di paglia, a quell'ora già avvinazzati, profondamente se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano il ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.L'uscir dal castello era il primo passo, e com'è solito, il più difficile e il più periglioso. Ma sulla strada che avevano a fare non c'era da scegliere. Poco più sopra passava una via mulattiera che portava su in vetta dell'Appennino; e che, ora a tramontana, ora a maestro, aveva sempre una forte salita. In quella stagione e a quell'ora, molto difficile rimaneva anco a' più pratici di percorrerla senza grave rischio. S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei monti, che non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti che si perdevano in profondi burroni. Era stretta più anche delle ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le cascate superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato li favoriva, dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni passo, e il diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per lo che portavano alcuni a varie distanze lanterne cieche, che a qualche passo pericoloso dischiudevano per avere al bisogno un fioco raggio di luce; superato il quale, le richiudevano.I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati) bisognò che fra quelle tenebre e quel nebbione andasser [pg!193] quasi con le mani e co' piedi per esplorar la via, e indicarla ciascuno a chi dietro veniva; finchè aiutati da certe guide non ebber raccapezzato il sentiero. Venivano poi alcuni della cavallata con alla testa il capitan messer Fredi: poi i muli carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi casse e di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e il capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a uno a uno; se non che il cavallo di Selvaggia, per ordine di messer Lippo era retto a mano da Guidotto, il suo fido e robusto scudiero. In ultimo altri militi a piedi e a cavallo e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar la Sambuca si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto ordine, se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in orecchie, e pronti sempre se il nemico desse pur pure un sentore di volerli inseguire. Così, in quel silenzio e fra quelle tenebre, il più piccol rumore, gli ultimi in ispecie, li faceva arrestare e l'insospettiva. Varcato finalmente il giogo della Castellina e giunti ai così detti Lagoni dove sorge l'Ombrone; avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di difficile faticoso viaggio, eran già pervenuti sul primo crinale dell'Appennino.Dal lato di mezzodì non v'era più omai da temere; però, prima di scendere nell'opposta vallata della Limentra, il Vergiolesi volle mandare esploratori lungo di essa per non trovarsi sorpreso nel basso di Spedaletto da altri nemici, che potevano essere i Bolognesi. Costretto ad attendere, fece far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente preoccupato dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto di natura imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto di temuti pericoli, non già per sè e pe' suoi, ma per la diletta figliuola, avevano esaltato lo spirito fuor di modo. Le tenebre che, all'uomo che ha bisogno di luce, di per se stesse incuton terrore, e che talora il più animoso lo gittano in uno sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su que' monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi [pg!194] nemici gli balenò per la mente. E nell'accesa fantasia quello audace sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e peggio anche, se si creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo dinanzi a sè con un esercito di giganti: di pari animo forse che gli stessi suoi militi (sebbene con altri intenti) ma più disperati e agguerriti. Gli sembrò di vederli nuovamente lassù, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli innanzi a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma, come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco su quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane, e conteso loro di scendere per le gole della Limentra per recarsi nella Gallia Cispadana a sollevare i popoli in lor favore. E come Petreio avesse dato di nuovo il segnale della battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due capitani, Manlio e Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai indietreggiare. Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con pochi, e soverchiato dal numero più che dal valore, gli parve proprio di vederlo lanciarsi furibondo com'un leone nel folto delle falangi nemiche, e combattendo perire! Così al Vergiolesi, vinto ei pure e ramingo, tormentava la mente quella impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli incertezze del suo partito e del fine che si era proposto, pien di disdegno invidiò la fine di quel gran partigiano, del quale con pari coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri propositi, e con nemici più degni di lui.Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano posa era assorto in questi pensieri, fu scosso e richiamato dal ritorno dei militi che già innanzi aveva spediti a investigare i luoghi e le vie della vallata di Limentra, dove ora dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli riferirono, esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e a piè della valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al sicuro, per poi riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio. A queste novelle il suo spirito si ravvivò. Ripreso l'usato e previdente coraggio, comandò d'affrettarsi per quelle crine, e dietro i noti esploratori incominciar la discesa.Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito [pg!195] e salito fra selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque ora che sia, di giunger sopra un'altura. Par che lassù, a quell'aria fina, e per lo più ventilata, il respiro si faccia più libero. Con gli occhi poi, se è giorno fatto, potendo spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche la mente ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non fu serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta sì, ma grave ed immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda, un canto d'uccello, una voce vivente, nè campani o belati di greggi. Quella gran caravana già sul varco della collina, per quanto assiderata da una gelida brezza più sensibile sul mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti allora con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodì, prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per rivedere ancora una volta da quello sbocco la valle nativa, le mura e le torri della loro città, e per dar loro un estremo affettuoso saluto! Ma qual delusione! Quella vasta pianura, coperta da fitta nebbia fino al crinale de' poggi, parea come un mare che agita e rigonfia la sua superficie anco quando è tranquillo. Il cielo era plumbeo, nè dava pur pure speranza d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente d'un chiarore sì fosco come quando è foriero d'un temporale. Nondimeno nissun vento il più lieve, per allora, dava segno di pioggia. Fu questo che fra tante vicende qualche poco li confortò. Sicchè, già fatto giorno e per vie migliori, o piuttosto più rischiarate, di più buon animo cominciarono la discesa.A misura che andavano in basso, per un sentiero allora alla destra del fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra folte boscaglie onde era coperta quella vallata, si presentava a' loro occhi la sommità d'un'alta torre di stil bizantino, che sorgeva dal sen della valle; e a poco a poco il tetto d'una chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno spedaletto diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti che qua e là si trovavano allora per quel territorio. V'erano anche in quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di Fontana Taona, cui, fino dal 1056, il conte Guido IV che dimorava in Pistoia, donò alcuni beni. E colassù abitarono [pg!196] in prima i Benedettini; poi, sino al fine del secoloXIV, i Vallombrosani. Nella pieve di Piteglio fu pure un convento di Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il maggior passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicchè a questo Spedaletto, appellato di San Bartolomeo sull'Alpi, erano addetti particolarmente dal 1200 alcuni di detti frati eremitani di S. Agostino. E il pietoso ufficio li richiamava fin anco nelle prime ore di notte a suonare una grossa campana posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa valle lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra del fiume) aperta non son molti anni da Pistoia a Bologna, vede ancora quella torre in parte diruta, e l'antica chiesa con l'ospizio, ora parrocchia, che sempre si chiama lo Spedaletto.Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere si fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi, fu un offerirsi di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare ai militi di gran fuochi nelle prossime case, e nei prati lì presso al fiume; chi a riporre cavalli di maggior riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a disporre i viveri per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo quante cure si diedero i suoi perchè potesse riaversi dal rigore della stagione e dalla stanchezza, perchè non è a dire se avesse sofferto! Il suo estremo pallore già abbastanza lo rivelava. Ma per quanto di salute fosse scaduta oltremodo, e vi si aggiungesser disagi siccome questi, gravi a un guerriero, tanto più poi a una donna qual ella era di complessione sì delicata, il suo molto spirito le faceva tutto obliare. Ed era anzi lieta di poter dire a suo padre, sì premuroso per lei, che ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il cammino. Tutti i militi indistintamente avevan già con premura chiesto nuove della nobile figlia del lor capitano, e si tenevano in pregio a vederla con tal coraggio divider con essi le fatiche e gli stenti, e la reputavano come la dama della lor cavalleria. Sicchè per quelli animi fieri, ma di affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo [pg!197] poi pel padre suo! Rassicurato così il Vergiolesi della cosa che or più gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto per circa due ore, ordinò si riprendesse il viaggio, volendo giungere alla Sambuca di pieno giorno.La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo da Pistoia, tocca Porretta, ed è quasi piana fino a Bologna; prima lungo la Limentra, poi lungo il Reno, le cui acque traversa varie volte su bellissimi ponti; in allora oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era un Cassero, o luogo fortificato, discendeva giù in basso per riprendere una forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino al ponte a Taviano, risalire infine e giù di nuovo calare fino a Pavana e fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!Oltre a questa strada sì faticosa, poco dopo da che si eran mossi, ebber per giunta un'altra grave molestia, per una pioggia fredda e minuta che cominciò a sciogliersi sopra di loro. Fanti e cavalli bisognò affrettare il passo, per arrivare più presto a quello stabile asilo di che andavano in traccia: il quale benchè in luogo sì alpestre, era da tutti bramato come un gran benefizio. E già eran giunti in un largo della valle da dove, benchè l'aria piovigginosa ne velasse alquanto la prospettiva, poterono scorger su in alto, quasi a picco sulla sinistra del fiume il merlato e turrito castello della Sambuca. Quando a un tratto cessata la pioggia, s'offerse loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo. Questo era ilbrucello. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha nome dicalavernae divetrioreche spesso in inverno si rinnova su questi monti a danno degli alberi e in specialità dei castagni. Se avvenga che dopo una gran nebbia e una fitta pioggia, per un vento boreale in un subito l'aria si rassereni, quell'umidore si condensa all'istante su tutti i rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba, cingendoli per ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante. Il perchè se i venti meridionali non squaglino subito un cotal ghiaccio, (e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a quei monti di gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono un nuovo sorprendente spettacolo) allora le piante rese più fragili dal nuovo peso, ma più poi perchè l'acqua avendo [pg!198] penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di tutti i rami, quindi congelatasi, e cresciuta però di volume: ne avviene che ne frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicchè i rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve (doglia grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare e un troncarsi e cader di rami de' castagni, da' più minuti a' più grossi: e talora è un vederli spaccarsi a mezzo finanche il fusto: e poi un rotolare sopra un terreno lastricato di ghiaccio, giù per le chine delle vallate, traendo seco quanto loro si para dinanzi!Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di questa valle, rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a rimirar quelle piagge e quegli alberi come di vetro, e si può dire questa selva incantata! Misericordia! gridavano i più; e torcevano il guardo, facendosi per paura il segno di croce! Se le fantasie orientali ci avesser narrato d'un bosco, dove per un essere straordinario si fossero fatti di simili incantamenti, in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere, si sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva accadesser l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata Selvaggia. Ma essa invece quella gentile a tale aspetto non meno degli altri era stata sorpresa dallo spavento. Delicata com'era, e pel grand'umidore venutole dalla pioggia che le aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelò che a spingersi innanzi per trovare un ricovero.Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisognò sgombrare frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la via, e financo, dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli ghiacciati che spesse volte la traversavano. Non sì però che i piedi ai cavalli non scivolassero; tantochè sulle prime qualcuno, mal sorreggendosi, rotolò giù per un balzo, e trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per sicurezza, li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due robusti palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano ai passaggi di qualche rischio. Gli arcieri più destri condotti da una guida eran già arrivati alla prima torretta, posta [pg!199] sulla porta del più basso muraglione del castello di Sambuca. Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de' Vergiolesi, che dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di Pistoia, preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin sull'alto della rocca. Di lassù, come a segno del preso possesso, ordinò che si desse fiato alle trombe.All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle, que' coloni da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E se ad essi recò sorpresa, non è a dire quanto quel suono giunse gradito all'orecchio de' militi che ancor salivano! Fu di lassù che con questo mezzo il capitano potè dir loro:—Il possesso è già preso!—E fu di lassù che a un cielo già chiaro ei potè anche osservare quante difficoltà dovesser vincere quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa venir su a gran stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un dopo l'altro, e superar con prestezza quegli ardui e tortuosi sentieri, non ostante il gelo di per la strada e l'umidor per le membra. Finalmente quasi tutti senza gravi sciagure eran giunti dentro il bramato castello. E allora come grande e generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in luogo sì ampio e sì forte, fu un riaversi e un confortarsi a vicenda: e speditamente si diedero a provvedere a se stessi e a' lor destrieri, dimentichi già de' trascorsi disagi.Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, che alle falde è bagnata dal fiumicello Limentra, è quasi che nuda, aspra, e a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa che s'alterna con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli di monte. Solo qua e là fra que' massi di sotto al castello si vede spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini. Colui che venendo da mezzodì, dal fondo del fiume vi volge lo sguardo, riman sorpreso a mirarlo sì alto; sicchè con quell'aggregato di case che par tutto un fortilizio, con mura merlate, come era da pochi anni, scosceso tanto da ogni parte, da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe un castello incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una [pg!200] terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due torri si può dire la traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi a ponente, sulla vetta del monte cui s'appoggia il castello, la così dettatorraccia; e un'altra al di là della valle a levante, sul monte dettoalla tosa; nome ch'egli ebbe dall'esser tutto rasato anche adesso, e senza un fil d'erba. Queste torri servivano pel castello come di altrettanti telegrafi, che con fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso fumo accennavano, la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello su in alto due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la Pistoiese; l'altra, a greco, detta la Bolognese. Di qui moveva una via, tutta per una selva di castagni, che con le tortuose radici, coperte di musco e di borraccina, s'intersecano fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva capo giù a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a Bologna.Certo è che chi occupava a que' tempi questa Sambuca (che per la stessa sua etimologia significamacchina guerresca) poteva dire di aver la chiave della Toscana, e un valido fortilizio per far fronte a' rivali. Perocchè fosse per questa valle della Limentra cui il castello sovrasta, l'antica via che collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e sempre nel medio evo era il sentiero più frequentato per passar dalla Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. Il Castel di Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino dal mille l'ebbero in feudo i vescovi di Pistoia. Preso il primo dai Bolognesi, poi dai Pistoiesi ricuperato, il vescovo Graziadio lo cede in feudo ai conti di Panico. Ma nel 1256, Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovò il diritto per sè e pel suo Comune, e ne investì un suo parente col titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato così questo castello con altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non è meraviglia se il capitano una volta costretto ad esulare, e dai Neri assegnatolo al suo partito, nutrisse brama di porvi stanza. Fra gli oggetti che vi trovava, oltre un fornimento di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue sale, in [pg!201] quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice di nero legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel campo nella parte inferiore una iscrizione latina che diceva così: «Guidaloste Vergiolesi nobile pistoiese, nel 1252 eletto vescovo di Pistoia: nel 1259 fu vicario dell'arcivescovo di Ravenna, quando questi andò Legato pontificio contro l'immane Ezzelino. Reduce a Pistoia vi morì nel 1283 lodato e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura.» A quella vista il fiero vegliardo provò un'interna compiacenza, che per tante cagioni nell'altero suo animo doveva esser grandissima. Signore del castello, si sentì rinvigorire lo spirito, come chi finalmente ha ricuperato la propria casa. Chiamativi tosto a consiglio i suoi capitani, e mostrata loro con certo vanto l'immagine di quel suo antenato, fece loro sentire di qual benefizio essi medesimi gli fossero debitori, quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo modo ripetere da costui il libero possesso di uno de' più validi castelli della Toscana. Che ad essi però spettava il debito di ben munirlo e di guardarlo da qualunque aggressione.Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di già lo narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un popolo inerme e straziato sempre da nuove imposte e balzelli, invece di farsi più mite diveniva ogni giorno peggiore. Messer Cino che nella sua qualità di giudice delle cause civili, alle preghiere d'un popolo abbandonato da tutti, v'era rimasto in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai quali doveva attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquità, e che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il diritto e la legge, risolse d'abbandonare l'infelice città. Ma frattanto ne era dolente oltremodo! Patria e amore erano stati sempre gli intenti del giovine Sinibuldi. Inviso ora alla nuova fazione, nelle stesse sue rime si disfogava a dir quello che sovente vien sul labbro a coloro che qualche cosa operarono pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de Rossi, probo e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come [pg!202] giudice delle cause civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva a' suoi amici: a Cecco d'Ascoli, chiedendo che consultasse le stelle per qual parte dovesse prender cammino: a Dante, e si condoleva «d'esser dalla patria per grave esiglio fatto pellegrino»: infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli che al solo pensare come la sua valle natìa fosse distrutta, si sentiva il pianto sul ciglio: ma però di partire non poteva più a meno, e con questi versi glie ne dicea la cagione:Lasciai la patria e gli onorati scanni,Ed io m'ho preso volontario esiglio,Da che qui la virtù par si condanni.Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendochè non potesse venire a patti nè col proprio ufficio, nè per egual modo co' suoi oppressori. Non v'era più allettato da legami di parentela, dopochè alcuni de' suoi avevan dovuto esulare; e il suo venerando zio Bartolomeo, sul finire del 1307, dalla sede episcopale di Pistoia era stato trasferito a quella di Fuligno. Non avrebbe più poi potuto ritrovarvisi co' suoi Vergiolesi, e così con Selvaggia.Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto più caro dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi sentimenti, e dove puoi espandere il tue cuore liberamente. Questo sacrifizio che ora, rimasto solo fra un avverso partito, doveva fare agli affetti più sacri, era per lui insopportabile. Quella casa ospitale dove abitava l'amata sua donna, ed ei soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza, era chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohimè! era stato trapiantato fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva come sperdesse e languisse ogni giorno! E ne sentiva tal doglia, che omai non ad altro anelava che a porsi in viaggio per rivederla. Quindi all'amico Druso, cui prima di partire avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, così si scusava:Duolmi che verso il Po spingemi un vento,E non là dove siete.Il suo pensiero fu quello di andarsene in Lombardia, e primamente a Milano, a quella nobile e potente città italiana [pg!203] dov'era l'accolta de' Ghibellini, per mandare ad effetto il generoso divisamento, che già l'Alighieri gli aveva esternato. Intanto però avrebbe sodisfatto al suo cuore; perchè, presa da Pistoia la via di Bologna, si sarebbe fermato a visitare alla Sambuca gli amici Vergiolesi che tuttodì gli scrivevano, e gli si mostravano bramosi di rivederlo.Era già scorso circa un anno da che Selvaggia vi aveva preso dimora. Il padre e il fratello, concordi col capitan de Reali che molto stimavano, eran sempre all'aperto su pe' monti a cavallo: qua a fortificar qualche sbocco, e a visitare i prossimi confini col Bolognese, per tenere in rispetto le genti vicine che non corressero su quel di Pistoia: là a dar ordini per nuove scolte che sorvegliassero le vie minacciate da bande di fieri assassini. Secondati a dovere dai militi subalterni, questa vita era proprio per loro. Ma la povera Selvaggia qual conforto potea ritrovarvi? Le sue cugine che l'avevano accompagnata fino a Piteccio, dopo breve dimora si eran ritirate col padre in una loro campagna. Lauretta, divenuta consorte di messer Fredi suo fratello, aveva preso stanza in Vergiole. Solo in estate era venuta da lei, e vi s'era trattenuta per qualche tempo: non quanto però avrebbe voluto, per una grave malattia sopraggiunta a suo padre, che la richiamò a Vergiole. E il solo riflettere che quella gentile aveva dovuto passar sola nel romito Castel di Sambuca tutto un inverno!....Da quella vedetta una bolgia ampia di neve le si parava dinanzi, e non altro! Un gran vallone formatovi da tre montagne, strette in tal modo, che alle falde non davano adito che al passaggio di un fiume, e solo a settentrione aperte un po' più, era questo tutto il suo orizzonte! Quando poi accadeva che la neve ghiacciasse, allora sì che dovunque era solitudine e ombra di morte da sentirsi stringere il cuore! Interrotto allora ogni umano consorzio! Chi infatti, come in altre stagioni, si sarebbe attentato a salirvi? A porsi in via lassù, il certo pericolo di scivolare e cader giù nel burrone, ed esser sepolti fra le volute di neve che si staccasser dall'alto, meno estremi casi, da Pavana o da altri paesetti d'in basso v'allontanava ciascuno. Essa poi nell'inverno nemmeno [pg!204] v'avesse udito il consueto fragore monotono del sottoposto torrente! Questo pure co' molti rii che lo alimentano era arrestato dal gelo! Nell'altre stagioni v'udiva almeno il cantar degli uccelli, il suono di qualche zampogna, o la prolungata cantilena de' rispetti che si alternavano da un poggio all'altro le giovani pecoraie. Adesso non le giungeva alle orecchie che uno squillo di tromba per l'appello de' militi, o il rintocco d'una campana pe' sacri riti. Pochi abitatori rimanevano nella terra in quella stagione; costretti a condursi per le maremme a guadagnar di che vivere. Gli uccelli stessi erano spariti da que' dintorni, perchè quando è tempo di neve volano al basso per cercar d'alimento. Aggiungi un castello, per quanto ampio, tutto però per milizie, e non punto provvisto d'alcuno degli agi della città, tanto meno di quanto occorresse per premunir dal gran freddo, e curare al bisogno la sua debol salute; e da ciò s'argomenti che nuove annegazioni materiali avesse dovuto farvi, oltr'a quelle indicibili dello spirito!Pensiamo ora qual sollievo potè sentire quel cuore, e di qual gioia inebriarsi all'arrivo di messer Cino! Era già più oltre del mezzo di primavera; ma per Selvaggia fu proprio quello il suo primo e il suo più bel giorno! Quella valle tanto gelida e scura, da quell'istante le si fece un incanto. Quel cielo non le parve mai sì sereno: i prati nel loro bel verde le sembraron fioriti come giardini!L'è rivenuto il fior di primavera,L'è ritornata la verdura al prato.L'è ritornato chi prima non c'era,È ritornato lo mio innamorato!L'è ritornata la pianta col frutto;Quando c'è 'l vostro cuore, il mio c'è tutto.L'è ritornato il frutto con la rosa;Quando c'è il vostro core, il mio riposa.Questo canto che aveva già incominciato a sentir risuonar per le selve da una povera pastorella cui era tornato di maremma il suo damo, pareva proprio intonato per lei. Era l'inno d'amore, l'inno del cor suo.[pg!205] E Cino?.... A riveder finalmente la sua «giovine bella, luce del suo cuore,» non ebbe contento che a questo potesse agguagliare! I Vergiolesi per fine, tutti lieti di sua venuta, l'accolsero come uno dei più intimi amici, come un di lor parte, e si onorarono d'averlo fra loro.[pg!206]
CAPITOLO XVI.I CASTELLI DI PITECCIO E DELLA SAMBUCA.«Mirate, disse poi, quell'alta moleChe di quel monte in su la cima siede.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi con la guida del nascente soleSu per quell'erto moverete il piede.»——Tasso,Gerusalemme, C. XV.—Ser Lippo Carratella, crediatelo, troppa più gente e più arnesi di guerra ci vuole per cacciar da quel nido lassù quelli avvoltoi de' Bianchi! È bene che vediate co' vostri occhi in che sito inaccessibile si trovi questo castello. E sì che quando io mi partii da Firenze mi si diceva, che Piteccio non era altro che una bicocca, e che in pochi giorni l'avrei diroccato. Or dite un poco, che ve ne pare?—Anch'io, lo confesso, l'ho creduta impresa di piccol momento. Quando poi mi fu detto che per osteggiarlo i Pistoiesi ebbero eletto voi, messer Buondelmonti, a lor capitano di guerra, io tanto più fui sul credere che in breve quel nido sarebbe stato disfatto. Ma corrono già molti mesi che costoro non hanno fatto che depredarci con notturne sortite; e fino alcune guardie delle porte della città con audacia incredibile son venuti ad ucciderci, que' feroci!E a lui il Carratella:—Importa dunque, vedete, che mi si spediscano subito altre due brigate di buone lance, e quel che più preme, buoni trabucchi e manganelle per rizzarle da ogni parte della Terra, [pg!189] molestar senza posa il castello, e ristringer l'assedio. Vorreste voi darla vinta al cardinal degli Orsini, che Legato di S. Chiesa, oggi perchè meglio gli torna, viene a difendere i Bianchi?E l'altro:—Oh! per Pistoia questa volta non fece a tempo! Essa fu nostra prima che egli v'entrasse. Andato a Bologna, sapete bene che non vi fu più felice. Vi dirò anzi che, avvedutisi appena que' Bolognesi della sua predilezione pe' Bianchi e pe' Ghibellini, potè sottrarsi a fatica dagl'insulti del popolo e fuggirsene a Imola. E allora (ecco con che armi combatton costoro!) per vendetta scomunicò Bologna, le tolse la Università, e con una certa bolla che pubblicò, tanto fece, che tutti i professori e gli scolari l'abbandonarono e si volsero allo Studio di Padova. Noi nondimeno abbiamo avuto il di sopra! E faccian pure a lor grado; il nostro partito a buon conto, da ogni lato si fa più potente.—Ma niuna notizia vi è pervenuta de' molti armati ch'ei radunava in Arezzo? Il partito Ghibellino di là mi spaventa! Dall'ultime lettere ho inteso ch'egli ebbe in aiuto il marchese della Marca, e assai gentiluomini di quelle contrade; molti Guelfi Bianchi e Ghibellini di Firenze, e gran numero di cavalli da Roma e da Pisa, e da molti cherici di Lombardia: in tutto si ragionava che fossero due mila quattrocento cavalli.—Io no, capitano, nissuna nuova. So che un forte esercito si raccoglieva a Firenze per fargli contro.—Questo già m'era noto. Ma!—sopr'a pensiero soggiunse—pure a quest'ora doveva giungere un messo.—E ancora si fecero poche altre parole; quando un suo scudiero entra nella tenda e gli presenta le lettere della Signoria di Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei dischiusele in fretta e percorsele appena....—Oh! ecco; udiamo, udiamo! È il potestà che mi scrive. E sì!... mi parla del cardinale: quel ch'io voleva!—leggiamo.—«Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero la via di Siena con molto sospetto. Infine entrarono in quel d'Arezzo, dove disfecero molte fortezze degli Ubertini. [pg!190] Al piano non discesero perchè i passi potevan esser loro contesi. Il cardinale era sì forte di gente da sopraffarci: ma intanto battaglia non vi prese. E sì che i Ghibellini tanto superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece inaspettatamente li congedò! Ma guai a chi esce fuori dell'arte sua! La porpora cardinalizia non gli bastò, questa volta, a cacciargli da dosso il timor panico e la paura. A' nostri non parve vero, e si ritirarono. Un altro ammonimento per tal modo gli abbiamo dato: presso a poco come lo demmo, se vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui ebbe il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene in Francia! Voi vedete con ciò una nuova sconfitta de' Bianchi. Importa adesso che presto si finisca con cotesto rimasuglio di Piteccio. La Signoria vi ci esorta, e confida nel vostro valore.»E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:—E io per questo confido in voi, ser capitano! O avrò subito uomini e armi, o protestando lascerò l'impresa, e a voi di riferirne il perchè!—A me?—maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.—Ma io farò ogni possibile!.... e da me certo non dipenderà se la Signoria non vedrà presto compiuti i suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto, vedete, sollecito il mio ritorno a Pistoia.—E l'altro:—Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo de' Neri sotto il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti fiorentino, allora potestà di Pistoia e a un tempo capitano di guerra per assediare il castello, e ser Lippo Carratella lucchese, capitano del popolo di Pistoia: perchè il suo territorio a ponente con la montagna era toccato ai Lucchesi. Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente. Ma, o che i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo un sì lungo assedio come quel di Pistoia; o che il Carratella (non dedito ad altro che a far denari, come facevano tutti i nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco occupato, egli è certo che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini audacissimi, e [pg!191] volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a scorrazzare ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e fino alla città, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti lor s'opponessero.La rappresaglia ogni giorno si facea più feroce. Compromesso ora il Carratella anche per la lettera del potestà di Firenze, spedì in breve con due buone brigate di lancieri li stromenti guerreschi. Ad imprender però un assedio regolare si opponeva molto la postura del luogo. Si trattava di una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi trabucchi ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne vicine, e contro il castello: all'altezza cui esso poggiava non giungevano giammai; e in quella vece, a misura che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran saettati, feriti e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i ripari murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di cono, come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que' del castello avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore. Sicchè era un molestarli continuo, e un impedire che salisser più sopra. Non dissimulavan però che, dopo i validi rinforzi ottenuti dai Neri, la condizione loro si faceva ogni giorno peggiore. Più rischioso e difficile l'incettar vettovaglie; e a lungo andare ben s'accorgevano che alle forze stragrandi non avrebber potuto resistere. Non volendo però rinnovare con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo pensiero del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava che avrebbero avuto l'altro grandioso e più valido della Sambuca: che lassù importava di ripararsi, e lassù senza tema avrebber potuto sfidare il più terribil nemico. Confermato ogni dì più in questa idea, ne tenne proposito co' suoi capitani, che v'assentirono pienamente. Non rimaneva a tal fine che scegliere il tempo opportuno.Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea, come narran le storie. Una fitta pioggia del dì antecedente aveva prodotto alla montagna un freddo umido e pungente, e sollevato per la pianura una nebbia foltissima, che già si estendeva su pe' fianchi delle prossime valli. Convenner tutti [pg!192] che la notte veniente sarebbe stata la più opportuna per lasciare il castello.Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e tutto dai pochi consapevoli disposto e raccolto nella giornata, il Vergiolesi mandò agli steccati nel sen della valle, laggiù ai posti avanzati dov'eran le guardie degli assedianti, un drappello de' più animosi, ingiungendo loro si assicurassero delle scolte nemiche perchè non avessero a inoltrarsi e a dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza. Ma costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare quell'infausto luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi co' quali erano spesso alle prese, risolsero di sbrigarsene con la spada. La notte era quasi sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi alli steccati, dal profondo silenzio che regnava dovunque, possono accorgersi che que' militi, distesi sotto un gran capanno di paglia, a quell'ora già avvinazzati, profondamente se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano il ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.L'uscir dal castello era il primo passo, e com'è solito, il più difficile e il più periglioso. Ma sulla strada che avevano a fare non c'era da scegliere. Poco più sopra passava una via mulattiera che portava su in vetta dell'Appennino; e che, ora a tramontana, ora a maestro, aveva sempre una forte salita. In quella stagione e a quell'ora, molto difficile rimaneva anco a' più pratici di percorrerla senza grave rischio. S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei monti, che non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti che si perdevano in profondi burroni. Era stretta più anche delle ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le cascate superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato li favoriva, dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni passo, e il diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per lo che portavano alcuni a varie distanze lanterne cieche, che a qualche passo pericoloso dischiudevano per avere al bisogno un fioco raggio di luce; superato il quale, le richiudevano.I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati) bisognò che fra quelle tenebre e quel nebbione andasser [pg!193] quasi con le mani e co' piedi per esplorar la via, e indicarla ciascuno a chi dietro veniva; finchè aiutati da certe guide non ebber raccapezzato il sentiero. Venivano poi alcuni della cavallata con alla testa il capitan messer Fredi: poi i muli carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi casse e di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e il capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a uno a uno; se non che il cavallo di Selvaggia, per ordine di messer Lippo era retto a mano da Guidotto, il suo fido e robusto scudiero. In ultimo altri militi a piedi e a cavallo e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar la Sambuca si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto ordine, se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in orecchie, e pronti sempre se il nemico desse pur pure un sentore di volerli inseguire. Così, in quel silenzio e fra quelle tenebre, il più piccol rumore, gli ultimi in ispecie, li faceva arrestare e l'insospettiva. Varcato finalmente il giogo della Castellina e giunti ai così detti Lagoni dove sorge l'Ombrone; avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di difficile faticoso viaggio, eran già pervenuti sul primo crinale dell'Appennino.Dal lato di mezzodì non v'era più omai da temere; però, prima di scendere nell'opposta vallata della Limentra, il Vergiolesi volle mandare esploratori lungo di essa per non trovarsi sorpreso nel basso di Spedaletto da altri nemici, che potevano essere i Bolognesi. Costretto ad attendere, fece far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente preoccupato dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto di natura imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto di temuti pericoli, non già per sè e pe' suoi, ma per la diletta figliuola, avevano esaltato lo spirito fuor di modo. Le tenebre che, all'uomo che ha bisogno di luce, di per se stesse incuton terrore, e che talora il più animoso lo gittano in uno sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su que' monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi [pg!194] nemici gli balenò per la mente. E nell'accesa fantasia quello audace sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e peggio anche, se si creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo dinanzi a sè con un esercito di giganti: di pari animo forse che gli stessi suoi militi (sebbene con altri intenti) ma più disperati e agguerriti. Gli sembrò di vederli nuovamente lassù, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli innanzi a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma, come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco su quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane, e conteso loro di scendere per le gole della Limentra per recarsi nella Gallia Cispadana a sollevare i popoli in lor favore. E come Petreio avesse dato di nuovo il segnale della battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due capitani, Manlio e Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai indietreggiare. Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con pochi, e soverchiato dal numero più che dal valore, gli parve proprio di vederlo lanciarsi furibondo com'un leone nel folto delle falangi nemiche, e combattendo perire! Così al Vergiolesi, vinto ei pure e ramingo, tormentava la mente quella impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli incertezze del suo partito e del fine che si era proposto, pien di disdegno invidiò la fine di quel gran partigiano, del quale con pari coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri propositi, e con nemici più degni di lui.Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano posa era assorto in questi pensieri, fu scosso e richiamato dal ritorno dei militi che già innanzi aveva spediti a investigare i luoghi e le vie della vallata di Limentra, dove ora dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli riferirono, esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e a piè della valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al sicuro, per poi riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio. A queste novelle il suo spirito si ravvivò. Ripreso l'usato e previdente coraggio, comandò d'affrettarsi per quelle crine, e dietro i noti esploratori incominciar la discesa.Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito [pg!195] e salito fra selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque ora che sia, di giunger sopra un'altura. Par che lassù, a quell'aria fina, e per lo più ventilata, il respiro si faccia più libero. Con gli occhi poi, se è giorno fatto, potendo spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche la mente ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non fu serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta sì, ma grave ed immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda, un canto d'uccello, una voce vivente, nè campani o belati di greggi. Quella gran caravana già sul varco della collina, per quanto assiderata da una gelida brezza più sensibile sul mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti allora con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodì, prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per rivedere ancora una volta da quello sbocco la valle nativa, le mura e le torri della loro città, e per dar loro un estremo affettuoso saluto! Ma qual delusione! Quella vasta pianura, coperta da fitta nebbia fino al crinale de' poggi, parea come un mare che agita e rigonfia la sua superficie anco quando è tranquillo. Il cielo era plumbeo, nè dava pur pure speranza d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente d'un chiarore sì fosco come quando è foriero d'un temporale. Nondimeno nissun vento il più lieve, per allora, dava segno di pioggia. Fu questo che fra tante vicende qualche poco li confortò. Sicchè, già fatto giorno e per vie migliori, o piuttosto più rischiarate, di più buon animo cominciarono la discesa.A misura che andavano in basso, per un sentiero allora alla destra del fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra folte boscaglie onde era coperta quella vallata, si presentava a' loro occhi la sommità d'un'alta torre di stil bizantino, che sorgeva dal sen della valle; e a poco a poco il tetto d'una chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno spedaletto diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti che qua e là si trovavano allora per quel territorio. V'erano anche in quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di Fontana Taona, cui, fino dal 1056, il conte Guido IV che dimorava in Pistoia, donò alcuni beni. E colassù abitarono [pg!196] in prima i Benedettini; poi, sino al fine del secoloXIV, i Vallombrosani. Nella pieve di Piteglio fu pure un convento di Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il maggior passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicchè a questo Spedaletto, appellato di San Bartolomeo sull'Alpi, erano addetti particolarmente dal 1200 alcuni di detti frati eremitani di S. Agostino. E il pietoso ufficio li richiamava fin anco nelle prime ore di notte a suonare una grossa campana posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa valle lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra del fiume) aperta non son molti anni da Pistoia a Bologna, vede ancora quella torre in parte diruta, e l'antica chiesa con l'ospizio, ora parrocchia, che sempre si chiama lo Spedaletto.Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere si fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi, fu un offerirsi di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare ai militi di gran fuochi nelle prossime case, e nei prati lì presso al fiume; chi a riporre cavalli di maggior riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a disporre i viveri per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo quante cure si diedero i suoi perchè potesse riaversi dal rigore della stagione e dalla stanchezza, perchè non è a dire se avesse sofferto! Il suo estremo pallore già abbastanza lo rivelava. Ma per quanto di salute fosse scaduta oltremodo, e vi si aggiungesser disagi siccome questi, gravi a un guerriero, tanto più poi a una donna qual ella era di complessione sì delicata, il suo molto spirito le faceva tutto obliare. Ed era anzi lieta di poter dire a suo padre, sì premuroso per lei, che ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il cammino. Tutti i militi indistintamente avevan già con premura chiesto nuove della nobile figlia del lor capitano, e si tenevano in pregio a vederla con tal coraggio divider con essi le fatiche e gli stenti, e la reputavano come la dama della lor cavalleria. Sicchè per quelli animi fieri, ma di affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo [pg!197] poi pel padre suo! Rassicurato così il Vergiolesi della cosa che or più gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto per circa due ore, ordinò si riprendesse il viaggio, volendo giungere alla Sambuca di pieno giorno.La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo da Pistoia, tocca Porretta, ed è quasi piana fino a Bologna; prima lungo la Limentra, poi lungo il Reno, le cui acque traversa varie volte su bellissimi ponti; in allora oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era un Cassero, o luogo fortificato, discendeva giù in basso per riprendere una forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino al ponte a Taviano, risalire infine e giù di nuovo calare fino a Pavana e fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!Oltre a questa strada sì faticosa, poco dopo da che si eran mossi, ebber per giunta un'altra grave molestia, per una pioggia fredda e minuta che cominciò a sciogliersi sopra di loro. Fanti e cavalli bisognò affrettare il passo, per arrivare più presto a quello stabile asilo di che andavano in traccia: il quale benchè in luogo sì alpestre, era da tutti bramato come un gran benefizio. E già eran giunti in un largo della valle da dove, benchè l'aria piovigginosa ne velasse alquanto la prospettiva, poterono scorger su in alto, quasi a picco sulla sinistra del fiume il merlato e turrito castello della Sambuca. Quando a un tratto cessata la pioggia, s'offerse loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo. Questo era ilbrucello. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha nome dicalavernae divetrioreche spesso in inverno si rinnova su questi monti a danno degli alberi e in specialità dei castagni. Se avvenga che dopo una gran nebbia e una fitta pioggia, per un vento boreale in un subito l'aria si rassereni, quell'umidore si condensa all'istante su tutti i rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba, cingendoli per ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante. Il perchè se i venti meridionali non squaglino subito un cotal ghiaccio, (e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a quei monti di gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono un nuovo sorprendente spettacolo) allora le piante rese più fragili dal nuovo peso, ma più poi perchè l'acqua avendo [pg!198] penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di tutti i rami, quindi congelatasi, e cresciuta però di volume: ne avviene che ne frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicchè i rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve (doglia grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare e un troncarsi e cader di rami de' castagni, da' più minuti a' più grossi: e talora è un vederli spaccarsi a mezzo finanche il fusto: e poi un rotolare sopra un terreno lastricato di ghiaccio, giù per le chine delle vallate, traendo seco quanto loro si para dinanzi!Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di questa valle, rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a rimirar quelle piagge e quegli alberi come di vetro, e si può dire questa selva incantata! Misericordia! gridavano i più; e torcevano il guardo, facendosi per paura il segno di croce! Se le fantasie orientali ci avesser narrato d'un bosco, dove per un essere straordinario si fossero fatti di simili incantamenti, in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere, si sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva accadesser l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata Selvaggia. Ma essa invece quella gentile a tale aspetto non meno degli altri era stata sorpresa dallo spavento. Delicata com'era, e pel grand'umidore venutole dalla pioggia che le aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelò che a spingersi innanzi per trovare un ricovero.Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisognò sgombrare frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la via, e financo, dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli ghiacciati che spesse volte la traversavano. Non sì però che i piedi ai cavalli non scivolassero; tantochè sulle prime qualcuno, mal sorreggendosi, rotolò giù per un balzo, e trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per sicurezza, li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due robusti palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano ai passaggi di qualche rischio. Gli arcieri più destri condotti da una guida eran già arrivati alla prima torretta, posta [pg!199] sulla porta del più basso muraglione del castello di Sambuca. Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de' Vergiolesi, che dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di Pistoia, preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin sull'alto della rocca. Di lassù, come a segno del preso possesso, ordinò che si desse fiato alle trombe.All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle, que' coloni da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E se ad essi recò sorpresa, non è a dire quanto quel suono giunse gradito all'orecchio de' militi che ancor salivano! Fu di lassù che con questo mezzo il capitano potè dir loro:—Il possesso è già preso!—E fu di lassù che a un cielo già chiaro ei potè anche osservare quante difficoltà dovesser vincere quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa venir su a gran stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un dopo l'altro, e superar con prestezza quegli ardui e tortuosi sentieri, non ostante il gelo di per la strada e l'umidor per le membra. Finalmente quasi tutti senza gravi sciagure eran giunti dentro il bramato castello. E allora come grande e generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in luogo sì ampio e sì forte, fu un riaversi e un confortarsi a vicenda: e speditamente si diedero a provvedere a se stessi e a' lor destrieri, dimentichi già de' trascorsi disagi.Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, che alle falde è bagnata dal fiumicello Limentra, è quasi che nuda, aspra, e a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa che s'alterna con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli di monte. Solo qua e là fra que' massi di sotto al castello si vede spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini. Colui che venendo da mezzodì, dal fondo del fiume vi volge lo sguardo, riman sorpreso a mirarlo sì alto; sicchè con quell'aggregato di case che par tutto un fortilizio, con mura merlate, come era da pochi anni, scosceso tanto da ogni parte, da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe un castello incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una [pg!200] terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due torri si può dire la traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi a ponente, sulla vetta del monte cui s'appoggia il castello, la così dettatorraccia; e un'altra al di là della valle a levante, sul monte dettoalla tosa; nome ch'egli ebbe dall'esser tutto rasato anche adesso, e senza un fil d'erba. Queste torri servivano pel castello come di altrettanti telegrafi, che con fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso fumo accennavano, la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello su in alto due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la Pistoiese; l'altra, a greco, detta la Bolognese. Di qui moveva una via, tutta per una selva di castagni, che con le tortuose radici, coperte di musco e di borraccina, s'intersecano fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva capo giù a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a Bologna.Certo è che chi occupava a que' tempi questa Sambuca (che per la stessa sua etimologia significamacchina guerresca) poteva dire di aver la chiave della Toscana, e un valido fortilizio per far fronte a' rivali. Perocchè fosse per questa valle della Limentra cui il castello sovrasta, l'antica via che collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e sempre nel medio evo era il sentiero più frequentato per passar dalla Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. Il Castel di Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino dal mille l'ebbero in feudo i vescovi di Pistoia. Preso il primo dai Bolognesi, poi dai Pistoiesi ricuperato, il vescovo Graziadio lo cede in feudo ai conti di Panico. Ma nel 1256, Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovò il diritto per sè e pel suo Comune, e ne investì un suo parente col titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato così questo castello con altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non è meraviglia se il capitano una volta costretto ad esulare, e dai Neri assegnatolo al suo partito, nutrisse brama di porvi stanza. Fra gli oggetti che vi trovava, oltre un fornimento di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue sale, in [pg!201] quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice di nero legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel campo nella parte inferiore una iscrizione latina che diceva così: «Guidaloste Vergiolesi nobile pistoiese, nel 1252 eletto vescovo di Pistoia: nel 1259 fu vicario dell'arcivescovo di Ravenna, quando questi andò Legato pontificio contro l'immane Ezzelino. Reduce a Pistoia vi morì nel 1283 lodato e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura.» A quella vista il fiero vegliardo provò un'interna compiacenza, che per tante cagioni nell'altero suo animo doveva esser grandissima. Signore del castello, si sentì rinvigorire lo spirito, come chi finalmente ha ricuperato la propria casa. Chiamativi tosto a consiglio i suoi capitani, e mostrata loro con certo vanto l'immagine di quel suo antenato, fece loro sentire di qual benefizio essi medesimi gli fossero debitori, quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo modo ripetere da costui il libero possesso di uno de' più validi castelli della Toscana. Che ad essi però spettava il debito di ben munirlo e di guardarlo da qualunque aggressione.Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di già lo narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un popolo inerme e straziato sempre da nuove imposte e balzelli, invece di farsi più mite diveniva ogni giorno peggiore. Messer Cino che nella sua qualità di giudice delle cause civili, alle preghiere d'un popolo abbandonato da tutti, v'era rimasto in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai quali doveva attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquità, e che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il diritto e la legge, risolse d'abbandonare l'infelice città. Ma frattanto ne era dolente oltremodo! Patria e amore erano stati sempre gli intenti del giovine Sinibuldi. Inviso ora alla nuova fazione, nelle stesse sue rime si disfogava a dir quello che sovente vien sul labbro a coloro che qualche cosa operarono pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de Rossi, probo e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come [pg!202] giudice delle cause civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva a' suoi amici: a Cecco d'Ascoli, chiedendo che consultasse le stelle per qual parte dovesse prender cammino: a Dante, e si condoleva «d'esser dalla patria per grave esiglio fatto pellegrino»: infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli che al solo pensare come la sua valle natìa fosse distrutta, si sentiva il pianto sul ciglio: ma però di partire non poteva più a meno, e con questi versi glie ne dicea la cagione:Lasciai la patria e gli onorati scanni,Ed io m'ho preso volontario esiglio,Da che qui la virtù par si condanni.Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendochè non potesse venire a patti nè col proprio ufficio, nè per egual modo co' suoi oppressori. Non v'era più allettato da legami di parentela, dopochè alcuni de' suoi avevan dovuto esulare; e il suo venerando zio Bartolomeo, sul finire del 1307, dalla sede episcopale di Pistoia era stato trasferito a quella di Fuligno. Non avrebbe più poi potuto ritrovarvisi co' suoi Vergiolesi, e così con Selvaggia.Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto più caro dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi sentimenti, e dove puoi espandere il tue cuore liberamente. Questo sacrifizio che ora, rimasto solo fra un avverso partito, doveva fare agli affetti più sacri, era per lui insopportabile. Quella casa ospitale dove abitava l'amata sua donna, ed ei soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza, era chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohimè! era stato trapiantato fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva come sperdesse e languisse ogni giorno! E ne sentiva tal doglia, che omai non ad altro anelava che a porsi in viaggio per rivederla. Quindi all'amico Druso, cui prima di partire avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, così si scusava:Duolmi che verso il Po spingemi un vento,E non là dove siete.Il suo pensiero fu quello di andarsene in Lombardia, e primamente a Milano, a quella nobile e potente città italiana [pg!203] dov'era l'accolta de' Ghibellini, per mandare ad effetto il generoso divisamento, che già l'Alighieri gli aveva esternato. Intanto però avrebbe sodisfatto al suo cuore; perchè, presa da Pistoia la via di Bologna, si sarebbe fermato a visitare alla Sambuca gli amici Vergiolesi che tuttodì gli scrivevano, e gli si mostravano bramosi di rivederlo.Era già scorso circa un anno da che Selvaggia vi aveva preso dimora. Il padre e il fratello, concordi col capitan de Reali che molto stimavano, eran sempre all'aperto su pe' monti a cavallo: qua a fortificar qualche sbocco, e a visitare i prossimi confini col Bolognese, per tenere in rispetto le genti vicine che non corressero su quel di Pistoia: là a dar ordini per nuove scolte che sorvegliassero le vie minacciate da bande di fieri assassini. Secondati a dovere dai militi subalterni, questa vita era proprio per loro. Ma la povera Selvaggia qual conforto potea ritrovarvi? Le sue cugine che l'avevano accompagnata fino a Piteccio, dopo breve dimora si eran ritirate col padre in una loro campagna. Lauretta, divenuta consorte di messer Fredi suo fratello, aveva preso stanza in Vergiole. Solo in estate era venuta da lei, e vi s'era trattenuta per qualche tempo: non quanto però avrebbe voluto, per una grave malattia sopraggiunta a suo padre, che la richiamò a Vergiole. E il solo riflettere che quella gentile aveva dovuto passar sola nel romito Castel di Sambuca tutto un inverno!....Da quella vedetta una bolgia ampia di neve le si parava dinanzi, e non altro! Un gran vallone formatovi da tre montagne, strette in tal modo, che alle falde non davano adito che al passaggio di un fiume, e solo a settentrione aperte un po' più, era questo tutto il suo orizzonte! Quando poi accadeva che la neve ghiacciasse, allora sì che dovunque era solitudine e ombra di morte da sentirsi stringere il cuore! Interrotto allora ogni umano consorzio! Chi infatti, come in altre stagioni, si sarebbe attentato a salirvi? A porsi in via lassù, il certo pericolo di scivolare e cader giù nel burrone, ed esser sepolti fra le volute di neve che si staccasser dall'alto, meno estremi casi, da Pavana o da altri paesetti d'in basso v'allontanava ciascuno. Essa poi nell'inverno nemmeno [pg!204] v'avesse udito il consueto fragore monotono del sottoposto torrente! Questo pure co' molti rii che lo alimentano era arrestato dal gelo! Nell'altre stagioni v'udiva almeno il cantar degli uccelli, il suono di qualche zampogna, o la prolungata cantilena de' rispetti che si alternavano da un poggio all'altro le giovani pecoraie. Adesso non le giungeva alle orecchie che uno squillo di tromba per l'appello de' militi, o il rintocco d'una campana pe' sacri riti. Pochi abitatori rimanevano nella terra in quella stagione; costretti a condursi per le maremme a guadagnar di che vivere. Gli uccelli stessi erano spariti da que' dintorni, perchè quando è tempo di neve volano al basso per cercar d'alimento. Aggiungi un castello, per quanto ampio, tutto però per milizie, e non punto provvisto d'alcuno degli agi della città, tanto meno di quanto occorresse per premunir dal gran freddo, e curare al bisogno la sua debol salute; e da ciò s'argomenti che nuove annegazioni materiali avesse dovuto farvi, oltr'a quelle indicibili dello spirito!Pensiamo ora qual sollievo potè sentire quel cuore, e di qual gioia inebriarsi all'arrivo di messer Cino! Era già più oltre del mezzo di primavera; ma per Selvaggia fu proprio quello il suo primo e il suo più bel giorno! Quella valle tanto gelida e scura, da quell'istante le si fece un incanto. Quel cielo non le parve mai sì sereno: i prati nel loro bel verde le sembraron fioriti come giardini!L'è rivenuto il fior di primavera,L'è ritornata la verdura al prato.L'è ritornato chi prima non c'era,È ritornato lo mio innamorato!L'è ritornata la pianta col frutto;Quando c'è 'l vostro cuore, il mio c'è tutto.L'è ritornato il frutto con la rosa;Quando c'è il vostro core, il mio riposa.Questo canto che aveva già incominciato a sentir risuonar per le selve da una povera pastorella cui era tornato di maremma il suo damo, pareva proprio intonato per lei. Era l'inno d'amore, l'inno del cor suo.[pg!205] E Cino?.... A riveder finalmente la sua «giovine bella, luce del suo cuore,» non ebbe contento che a questo potesse agguagliare! I Vergiolesi per fine, tutti lieti di sua venuta, l'accolsero come uno dei più intimi amici, come un di lor parte, e si onorarono d'averlo fra loro.[pg!206]
I CASTELLI DI PITECCIO E DELLA SAMBUCA.
«Mirate, disse poi, quell'alta moleChe di quel monte in su la cima siede.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi con la guida del nascente soleSu per quell'erto moverete il piede.»——Tasso,Gerusalemme, C. XV.
«Mirate, disse poi, quell'alta moleChe di quel monte in su la cima siede.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi con la guida del nascente soleSu per quell'erto moverete il piede.»
«Mirate, disse poi, quell'alta mole
Che di quel monte in su la cima siede.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi con la guida del nascente soleSu per quell'erto moverete il piede.»
Che di quel monte in su la cima siede.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Voi con la guida del nascente sole
Su per quell'erto moverete il piede.»
——Tasso,Gerusalemme, C. XV.
—Ser Lippo Carratella, crediatelo, troppa più gente e più arnesi di guerra ci vuole per cacciar da quel nido lassù quelli avvoltoi de' Bianchi! È bene che vediate co' vostri occhi in che sito inaccessibile si trovi questo castello. E sì che quando io mi partii da Firenze mi si diceva, che Piteccio non era altro che una bicocca, e che in pochi giorni l'avrei diroccato. Or dite un poco, che ve ne pare?
—Anch'io, lo confesso, l'ho creduta impresa di piccol momento. Quando poi mi fu detto che per osteggiarlo i Pistoiesi ebbero eletto voi, messer Buondelmonti, a lor capitano di guerra, io tanto più fui sul credere che in breve quel nido sarebbe stato disfatto. Ma corrono già molti mesi che costoro non hanno fatto che depredarci con notturne sortite; e fino alcune guardie delle porte della città con audacia incredibile son venuti ad ucciderci, que' feroci!
E a lui il Carratella:
—Importa dunque, vedete, che mi si spediscano subito altre due brigate di buone lance, e quel che più preme, buoni trabucchi e manganelle per rizzarle da ogni parte della Terra, [pg!189] molestar senza posa il castello, e ristringer l'assedio. Vorreste voi darla vinta al cardinal degli Orsini, che Legato di S. Chiesa, oggi perchè meglio gli torna, viene a difendere i Bianchi?
E l'altro:
—Oh! per Pistoia questa volta non fece a tempo! Essa fu nostra prima che egli v'entrasse. Andato a Bologna, sapete bene che non vi fu più felice. Vi dirò anzi che, avvedutisi appena que' Bolognesi della sua predilezione pe' Bianchi e pe' Ghibellini, potè sottrarsi a fatica dagl'insulti del popolo e fuggirsene a Imola. E allora (ecco con che armi combatton costoro!) per vendetta scomunicò Bologna, le tolse la Università, e con una certa bolla che pubblicò, tanto fece, che tutti i professori e gli scolari l'abbandonarono e si volsero allo Studio di Padova. Noi nondimeno abbiamo avuto il di sopra! E faccian pure a lor grado; il nostro partito a buon conto, da ogni lato si fa più potente.
—Ma niuna notizia vi è pervenuta de' molti armati ch'ei radunava in Arezzo? Il partito Ghibellino di là mi spaventa! Dall'ultime lettere ho inteso ch'egli ebbe in aiuto il marchese della Marca, e assai gentiluomini di quelle contrade; molti Guelfi Bianchi e Ghibellini di Firenze, e gran numero di cavalli da Roma e da Pisa, e da molti cherici di Lombardia: in tutto si ragionava che fossero due mila quattrocento cavalli.
—Io no, capitano, nissuna nuova. So che un forte esercito si raccoglieva a Firenze per fargli contro.
—Questo già m'era noto. Ma!—sopr'a pensiero soggiunse—pure a quest'ora doveva giungere un messo.—E ancora si fecero poche altre parole; quando un suo scudiero entra nella tenda e gli presenta le lettere della Signoria di Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei dischiusele in fretta e percorsele appena....—Oh! ecco; udiamo, udiamo! È il potestà che mi scrive. E sì!... mi parla del cardinale: quel ch'io voleva!—leggiamo.—
«Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero la via di Siena con molto sospetto. Infine entrarono in quel d'Arezzo, dove disfecero molte fortezze degli Ubertini. [pg!190] Al piano non discesero perchè i passi potevan esser loro contesi. Il cardinale era sì forte di gente da sopraffarci: ma intanto battaglia non vi prese. E sì che i Ghibellini tanto superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece inaspettatamente li congedò! Ma guai a chi esce fuori dell'arte sua! La porpora cardinalizia non gli bastò, questa volta, a cacciargli da dosso il timor panico e la paura. A' nostri non parve vero, e si ritirarono. Un altro ammonimento per tal modo gli abbiamo dato: presso a poco come lo demmo, se vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui ebbe il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene in Francia! Voi vedete con ciò una nuova sconfitta de' Bianchi. Importa adesso che presto si finisca con cotesto rimasuglio di Piteccio. La Signoria vi ci esorta, e confida nel vostro valore.»
E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:
—E io per questo confido in voi, ser capitano! O avrò subito uomini e armi, o protestando lascerò l'impresa, e a voi di riferirne il perchè!
—A me?—maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.—Ma io farò ogni possibile!.... e da me certo non dipenderà se la Signoria non vedrà presto compiuti i suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto, vedete, sollecito il mio ritorno a Pistoia.—E l'altro:
—Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!
Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo de' Neri sotto il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti fiorentino, allora potestà di Pistoia e a un tempo capitano di guerra per assediare il castello, e ser Lippo Carratella lucchese, capitano del popolo di Pistoia: perchè il suo territorio a ponente con la montagna era toccato ai Lucchesi. Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente. Ma, o che i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo un sì lungo assedio come quel di Pistoia; o che il Carratella (non dedito ad altro che a far denari, come facevano tutti i nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco occupato, egli è certo che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini audacissimi, e [pg!191] volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a scorrazzare ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e fino alla città, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti lor s'opponessero.
La rappresaglia ogni giorno si facea più feroce. Compromesso ora il Carratella anche per la lettera del potestà di Firenze, spedì in breve con due buone brigate di lancieri li stromenti guerreschi. Ad imprender però un assedio regolare si opponeva molto la postura del luogo. Si trattava di una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi trabucchi ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne vicine, e contro il castello: all'altezza cui esso poggiava non giungevano giammai; e in quella vece, a misura che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran saettati, feriti e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i ripari murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di cono, come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que' del castello avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore. Sicchè era un molestarli continuo, e un impedire che salisser più sopra. Non dissimulavan però che, dopo i validi rinforzi ottenuti dai Neri, la condizione loro si faceva ogni giorno peggiore. Più rischioso e difficile l'incettar vettovaglie; e a lungo andare ben s'accorgevano che alle forze stragrandi non avrebber potuto resistere. Non volendo però rinnovare con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo pensiero del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava che avrebbero avuto l'altro grandioso e più valido della Sambuca: che lassù importava di ripararsi, e lassù senza tema avrebber potuto sfidare il più terribil nemico. Confermato ogni dì più in questa idea, ne tenne proposito co' suoi capitani, che v'assentirono pienamente. Non rimaneva a tal fine che scegliere il tempo opportuno.
Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea, come narran le storie. Una fitta pioggia del dì antecedente aveva prodotto alla montagna un freddo umido e pungente, e sollevato per la pianura una nebbia foltissima, che già si estendeva su pe' fianchi delle prossime valli. Convenner tutti [pg!192] che la notte veniente sarebbe stata la più opportuna per lasciare il castello.
Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e tutto dai pochi consapevoli disposto e raccolto nella giornata, il Vergiolesi mandò agli steccati nel sen della valle, laggiù ai posti avanzati dov'eran le guardie degli assedianti, un drappello de' più animosi, ingiungendo loro si assicurassero delle scolte nemiche perchè non avessero a inoltrarsi e a dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza. Ma costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare quell'infausto luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi co' quali erano spesso alle prese, risolsero di sbrigarsene con la spada. La notte era quasi sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi alli steccati, dal profondo silenzio che regnava dovunque, possono accorgersi che que' militi, distesi sotto un gran capanno di paglia, a quell'ora già avvinazzati, profondamente se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano il ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.
L'uscir dal castello era il primo passo, e com'è solito, il più difficile e il più periglioso. Ma sulla strada che avevano a fare non c'era da scegliere. Poco più sopra passava una via mulattiera che portava su in vetta dell'Appennino; e che, ora a tramontana, ora a maestro, aveva sempre una forte salita. In quella stagione e a quell'ora, molto difficile rimaneva anco a' più pratici di percorrerla senza grave rischio. S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei monti, che non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti che si perdevano in profondi burroni. Era stretta più anche delle ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le cascate superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato li favoriva, dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni passo, e il diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per lo che portavano alcuni a varie distanze lanterne cieche, che a qualche passo pericoloso dischiudevano per avere al bisogno un fioco raggio di luce; superato il quale, le richiudevano.
I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati) bisognò che fra quelle tenebre e quel nebbione andasser [pg!193] quasi con le mani e co' piedi per esplorar la via, e indicarla ciascuno a chi dietro veniva; finchè aiutati da certe guide non ebber raccapezzato il sentiero. Venivano poi alcuni della cavallata con alla testa il capitan messer Fredi: poi i muli carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi casse e di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e il capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a uno a uno; se non che il cavallo di Selvaggia, per ordine di messer Lippo era retto a mano da Guidotto, il suo fido e robusto scudiero. In ultimo altri militi a piedi e a cavallo e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar la Sambuca si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto ordine, se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in orecchie, e pronti sempre se il nemico desse pur pure un sentore di volerli inseguire. Così, in quel silenzio e fra quelle tenebre, il più piccol rumore, gli ultimi in ispecie, li faceva arrestare e l'insospettiva. Varcato finalmente il giogo della Castellina e giunti ai così detti Lagoni dove sorge l'Ombrone; avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di difficile faticoso viaggio, eran già pervenuti sul primo crinale dell'Appennino.
Dal lato di mezzodì non v'era più omai da temere; però, prima di scendere nell'opposta vallata della Limentra, il Vergiolesi volle mandare esploratori lungo di essa per non trovarsi sorpreso nel basso di Spedaletto da altri nemici, che potevano essere i Bolognesi. Costretto ad attendere, fece far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente preoccupato dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.
Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto di natura imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto di temuti pericoli, non già per sè e pe' suoi, ma per la diletta figliuola, avevano esaltato lo spirito fuor di modo. Le tenebre che, all'uomo che ha bisogno di luce, di per se stesse incuton terrore, e che talora il più animoso lo gittano in uno sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su que' monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi [pg!194] nemici gli balenò per la mente. E nell'accesa fantasia quello audace sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e peggio anche, se si creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo dinanzi a sè con un esercito di giganti: di pari animo forse che gli stessi suoi militi (sebbene con altri intenti) ma più disperati e agguerriti. Gli sembrò di vederli nuovamente lassù, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli innanzi a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma, come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco su quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane, e conteso loro di scendere per le gole della Limentra per recarsi nella Gallia Cispadana a sollevare i popoli in lor favore. E come Petreio avesse dato di nuovo il segnale della battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due capitani, Manlio e Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai indietreggiare. Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con pochi, e soverchiato dal numero più che dal valore, gli parve proprio di vederlo lanciarsi furibondo com'un leone nel folto delle falangi nemiche, e combattendo perire! Così al Vergiolesi, vinto ei pure e ramingo, tormentava la mente quella impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli incertezze del suo partito e del fine che si era proposto, pien di disdegno invidiò la fine di quel gran partigiano, del quale con pari coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri propositi, e con nemici più degni di lui.
Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano posa era assorto in questi pensieri, fu scosso e richiamato dal ritorno dei militi che già innanzi aveva spediti a investigare i luoghi e le vie della vallata di Limentra, dove ora dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli riferirono, esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e a piè della valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al sicuro, per poi riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio. A queste novelle il suo spirito si ravvivò. Ripreso l'usato e previdente coraggio, comandò d'affrettarsi per quelle crine, e dietro i noti esploratori incominciar la discesa.
Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito [pg!195] e salito fra selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque ora che sia, di giunger sopra un'altura. Par che lassù, a quell'aria fina, e per lo più ventilata, il respiro si faccia più libero. Con gli occhi poi, se è giorno fatto, potendo spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche la mente ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non fu serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta sì, ma grave ed immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda, un canto d'uccello, una voce vivente, nè campani o belati di greggi. Quella gran caravana già sul varco della collina, per quanto assiderata da una gelida brezza più sensibile sul mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti allora con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodì, prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per rivedere ancora una volta da quello sbocco la valle nativa, le mura e le torri della loro città, e per dar loro un estremo affettuoso saluto! Ma qual delusione! Quella vasta pianura, coperta da fitta nebbia fino al crinale de' poggi, parea come un mare che agita e rigonfia la sua superficie anco quando è tranquillo. Il cielo era plumbeo, nè dava pur pure speranza d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente d'un chiarore sì fosco come quando è foriero d'un temporale. Nondimeno nissun vento il più lieve, per allora, dava segno di pioggia. Fu questo che fra tante vicende qualche poco li confortò. Sicchè, già fatto giorno e per vie migliori, o piuttosto più rischiarate, di più buon animo cominciarono la discesa.
A misura che andavano in basso, per un sentiero allora alla destra del fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra folte boscaglie onde era coperta quella vallata, si presentava a' loro occhi la sommità d'un'alta torre di stil bizantino, che sorgeva dal sen della valle; e a poco a poco il tetto d'una chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno spedaletto diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti che qua e là si trovavano allora per quel territorio. V'erano anche in quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di Fontana Taona, cui, fino dal 1056, il conte Guido IV che dimorava in Pistoia, donò alcuni beni. E colassù abitarono [pg!196] in prima i Benedettini; poi, sino al fine del secoloXIV, i Vallombrosani. Nella pieve di Piteglio fu pure un convento di Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il maggior passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicchè a questo Spedaletto, appellato di San Bartolomeo sull'Alpi, erano addetti particolarmente dal 1200 alcuni di detti frati eremitani di S. Agostino. E il pietoso ufficio li richiamava fin anco nelle prime ore di notte a suonare una grossa campana posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa valle lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra del fiume) aperta non son molti anni da Pistoia a Bologna, vede ancora quella torre in parte diruta, e l'antica chiesa con l'ospizio, ora parrocchia, che sempre si chiama lo Spedaletto.
Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere si fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi, fu un offerirsi di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare ai militi di gran fuochi nelle prossime case, e nei prati lì presso al fiume; chi a riporre cavalli di maggior riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a disporre i viveri per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo quante cure si diedero i suoi perchè potesse riaversi dal rigore della stagione e dalla stanchezza, perchè non è a dire se avesse sofferto! Il suo estremo pallore già abbastanza lo rivelava. Ma per quanto di salute fosse scaduta oltremodo, e vi si aggiungesser disagi siccome questi, gravi a un guerriero, tanto più poi a una donna qual ella era di complessione sì delicata, il suo molto spirito le faceva tutto obliare. Ed era anzi lieta di poter dire a suo padre, sì premuroso per lei, che ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il cammino. Tutti i militi indistintamente avevan già con premura chiesto nuove della nobile figlia del lor capitano, e si tenevano in pregio a vederla con tal coraggio divider con essi le fatiche e gli stenti, e la reputavano come la dama della lor cavalleria. Sicchè per quelli animi fieri, ma di affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo [pg!197] poi pel padre suo! Rassicurato così il Vergiolesi della cosa che or più gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto per circa due ore, ordinò si riprendesse il viaggio, volendo giungere alla Sambuca di pieno giorno.
La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo da Pistoia, tocca Porretta, ed è quasi piana fino a Bologna; prima lungo la Limentra, poi lungo il Reno, le cui acque traversa varie volte su bellissimi ponti; in allora oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era un Cassero, o luogo fortificato, discendeva giù in basso per riprendere una forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino al ponte a Taviano, risalire infine e giù di nuovo calare fino a Pavana e fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!
Oltre a questa strada sì faticosa, poco dopo da che si eran mossi, ebber per giunta un'altra grave molestia, per una pioggia fredda e minuta che cominciò a sciogliersi sopra di loro. Fanti e cavalli bisognò affrettare il passo, per arrivare più presto a quello stabile asilo di che andavano in traccia: il quale benchè in luogo sì alpestre, era da tutti bramato come un gran benefizio. E già eran giunti in un largo della valle da dove, benchè l'aria piovigginosa ne velasse alquanto la prospettiva, poterono scorger su in alto, quasi a picco sulla sinistra del fiume il merlato e turrito castello della Sambuca. Quando a un tratto cessata la pioggia, s'offerse loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo. Questo era ilbrucello. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha nome dicalavernae divetrioreche spesso in inverno si rinnova su questi monti a danno degli alberi e in specialità dei castagni. Se avvenga che dopo una gran nebbia e una fitta pioggia, per un vento boreale in un subito l'aria si rassereni, quell'umidore si condensa all'istante su tutti i rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba, cingendoli per ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante. Il perchè se i venti meridionali non squaglino subito un cotal ghiaccio, (e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a quei monti di gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono un nuovo sorprendente spettacolo) allora le piante rese più fragili dal nuovo peso, ma più poi perchè l'acqua avendo [pg!198] penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di tutti i rami, quindi congelatasi, e cresciuta però di volume: ne avviene che ne frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicchè i rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve (doglia grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare e un troncarsi e cader di rami de' castagni, da' più minuti a' più grossi: e talora è un vederli spaccarsi a mezzo finanche il fusto: e poi un rotolare sopra un terreno lastricato di ghiaccio, giù per le chine delle vallate, traendo seco quanto loro si para dinanzi!
Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di questa valle, rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a rimirar quelle piagge e quegli alberi come di vetro, e si può dire questa selva incantata! Misericordia! gridavano i più; e torcevano il guardo, facendosi per paura il segno di croce! Se le fantasie orientali ci avesser narrato d'un bosco, dove per un essere straordinario si fossero fatti di simili incantamenti, in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere, si sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva accadesser l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata Selvaggia. Ma essa invece quella gentile a tale aspetto non meno degli altri era stata sorpresa dallo spavento. Delicata com'era, e pel grand'umidore venutole dalla pioggia che le aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelò che a spingersi innanzi per trovare un ricovero.
Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisognò sgombrare frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la via, e financo, dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli ghiacciati che spesse volte la traversavano. Non sì però che i piedi ai cavalli non scivolassero; tantochè sulle prime qualcuno, mal sorreggendosi, rotolò giù per un balzo, e trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per sicurezza, li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due robusti palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano ai passaggi di qualche rischio. Gli arcieri più destri condotti da una guida eran già arrivati alla prima torretta, posta [pg!199] sulla porta del più basso muraglione del castello di Sambuca. Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de' Vergiolesi, che dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di Pistoia, preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin sull'alto della rocca. Di lassù, come a segno del preso possesso, ordinò che si desse fiato alle trombe.
All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle, que' coloni da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E se ad essi recò sorpresa, non è a dire quanto quel suono giunse gradito all'orecchio de' militi che ancor salivano! Fu di lassù che con questo mezzo il capitano potè dir loro:—Il possesso è già preso!—E fu di lassù che a un cielo già chiaro ei potè anche osservare quante difficoltà dovesser vincere quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa venir su a gran stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un dopo l'altro, e superar con prestezza quegli ardui e tortuosi sentieri, non ostante il gelo di per la strada e l'umidor per le membra. Finalmente quasi tutti senza gravi sciagure eran giunti dentro il bramato castello. E allora come grande e generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in luogo sì ampio e sì forte, fu un riaversi e un confortarsi a vicenda: e speditamente si diedero a provvedere a se stessi e a' lor destrieri, dimentichi già de' trascorsi disagi.
Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, che alle falde è bagnata dal fiumicello Limentra, è quasi che nuda, aspra, e a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa che s'alterna con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli di monte. Solo qua e là fra que' massi di sotto al castello si vede spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini. Colui che venendo da mezzodì, dal fondo del fiume vi volge lo sguardo, riman sorpreso a mirarlo sì alto; sicchè con quell'aggregato di case che par tutto un fortilizio, con mura merlate, come era da pochi anni, scosceso tanto da ogni parte, da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe un castello incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una [pg!200] terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due torri si può dire la traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi a ponente, sulla vetta del monte cui s'appoggia il castello, la così dettatorraccia; e un'altra al di là della valle a levante, sul monte dettoalla tosa; nome ch'egli ebbe dall'esser tutto rasato anche adesso, e senza un fil d'erba. Queste torri servivano pel castello come di altrettanti telegrafi, che con fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso fumo accennavano, la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello su in alto due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la Pistoiese; l'altra, a greco, detta la Bolognese. Di qui moveva una via, tutta per una selva di castagni, che con le tortuose radici, coperte di musco e di borraccina, s'intersecano fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva capo giù a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a Bologna.
Certo è che chi occupava a que' tempi questa Sambuca (che per la stessa sua etimologia significamacchina guerresca) poteva dire di aver la chiave della Toscana, e un valido fortilizio per far fronte a' rivali. Perocchè fosse per questa valle della Limentra cui il castello sovrasta, l'antica via che collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e sempre nel medio evo era il sentiero più frequentato per passar dalla Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. Il Castel di Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino dal mille l'ebbero in feudo i vescovi di Pistoia. Preso il primo dai Bolognesi, poi dai Pistoiesi ricuperato, il vescovo Graziadio lo cede in feudo ai conti di Panico. Ma nel 1256, Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovò il diritto per sè e pel suo Comune, e ne investì un suo parente col titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato così questo castello con altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non è meraviglia se il capitano una volta costretto ad esulare, e dai Neri assegnatolo al suo partito, nutrisse brama di porvi stanza. Fra gli oggetti che vi trovava, oltre un fornimento di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue sale, in [pg!201] quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice di nero legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel campo nella parte inferiore una iscrizione latina che diceva così: «Guidaloste Vergiolesi nobile pistoiese, nel 1252 eletto vescovo di Pistoia: nel 1259 fu vicario dell'arcivescovo di Ravenna, quando questi andò Legato pontificio contro l'immane Ezzelino. Reduce a Pistoia vi morì nel 1283 lodato e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura.» A quella vista il fiero vegliardo provò un'interna compiacenza, che per tante cagioni nell'altero suo animo doveva esser grandissima. Signore del castello, si sentì rinvigorire lo spirito, come chi finalmente ha ricuperato la propria casa. Chiamativi tosto a consiglio i suoi capitani, e mostrata loro con certo vanto l'immagine di quel suo antenato, fece loro sentire di qual benefizio essi medesimi gli fossero debitori, quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo modo ripetere da costui il libero possesso di uno de' più validi castelli della Toscana. Che ad essi però spettava il debito di ben munirlo e di guardarlo da qualunque aggressione.
Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di già lo narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un popolo inerme e straziato sempre da nuove imposte e balzelli, invece di farsi più mite diveniva ogni giorno peggiore. Messer Cino che nella sua qualità di giudice delle cause civili, alle preghiere d'un popolo abbandonato da tutti, v'era rimasto in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai quali doveva attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquità, e che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il diritto e la legge, risolse d'abbandonare l'infelice città. Ma frattanto ne era dolente oltremodo! Patria e amore erano stati sempre gli intenti del giovine Sinibuldi. Inviso ora alla nuova fazione, nelle stesse sue rime si disfogava a dir quello che sovente vien sul labbro a coloro che qualche cosa operarono pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de Rossi, probo e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come [pg!202] giudice delle cause civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva a' suoi amici: a Cecco d'Ascoli, chiedendo che consultasse le stelle per qual parte dovesse prender cammino: a Dante, e si condoleva «d'esser dalla patria per grave esiglio fatto pellegrino»: infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli che al solo pensare come la sua valle natìa fosse distrutta, si sentiva il pianto sul ciglio: ma però di partire non poteva più a meno, e con questi versi glie ne dicea la cagione:
Lasciai la patria e gli onorati scanni,Ed io m'ho preso volontario esiglio,Da che qui la virtù par si condanni.
Lasciai la patria e gli onorati scanni,Ed io m'ho preso volontario esiglio,Da che qui la virtù par si condanni.
Lasciai la patria e gli onorati scanni,
Ed io m'ho preso volontario esiglio,Da che qui la virtù par si condanni.
Ed io m'ho preso volontario esiglio,
Da che qui la virtù par si condanni.
Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendochè non potesse venire a patti nè col proprio ufficio, nè per egual modo co' suoi oppressori. Non v'era più allettato da legami di parentela, dopochè alcuni de' suoi avevan dovuto esulare; e il suo venerando zio Bartolomeo, sul finire del 1307, dalla sede episcopale di Pistoia era stato trasferito a quella di Fuligno. Non avrebbe più poi potuto ritrovarvisi co' suoi Vergiolesi, e così con Selvaggia.
Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto più caro dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi sentimenti, e dove puoi espandere il tue cuore liberamente. Questo sacrifizio che ora, rimasto solo fra un avverso partito, doveva fare agli affetti più sacri, era per lui insopportabile. Quella casa ospitale dove abitava l'amata sua donna, ed ei soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza, era chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohimè! era stato trapiantato fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva come sperdesse e languisse ogni giorno! E ne sentiva tal doglia, che omai non ad altro anelava che a porsi in viaggio per rivederla. Quindi all'amico Druso, cui prima di partire avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, così si scusava:
Duolmi che verso il Po spingemi un vento,E non là dove siete.
Duolmi che verso il Po spingemi un vento,E non là dove siete.
Duolmi che verso il Po spingemi un vento,
E non là dove siete.
Il suo pensiero fu quello di andarsene in Lombardia, e primamente a Milano, a quella nobile e potente città italiana [pg!203] dov'era l'accolta de' Ghibellini, per mandare ad effetto il generoso divisamento, che già l'Alighieri gli aveva esternato. Intanto però avrebbe sodisfatto al suo cuore; perchè, presa da Pistoia la via di Bologna, si sarebbe fermato a visitare alla Sambuca gli amici Vergiolesi che tuttodì gli scrivevano, e gli si mostravano bramosi di rivederlo.
Era già scorso circa un anno da che Selvaggia vi aveva preso dimora. Il padre e il fratello, concordi col capitan de Reali che molto stimavano, eran sempre all'aperto su pe' monti a cavallo: qua a fortificar qualche sbocco, e a visitare i prossimi confini col Bolognese, per tenere in rispetto le genti vicine che non corressero su quel di Pistoia: là a dar ordini per nuove scolte che sorvegliassero le vie minacciate da bande di fieri assassini. Secondati a dovere dai militi subalterni, questa vita era proprio per loro. Ma la povera Selvaggia qual conforto potea ritrovarvi? Le sue cugine che l'avevano accompagnata fino a Piteccio, dopo breve dimora si eran ritirate col padre in una loro campagna. Lauretta, divenuta consorte di messer Fredi suo fratello, aveva preso stanza in Vergiole. Solo in estate era venuta da lei, e vi s'era trattenuta per qualche tempo: non quanto però avrebbe voluto, per una grave malattia sopraggiunta a suo padre, che la richiamò a Vergiole. E il solo riflettere che quella gentile aveva dovuto passar sola nel romito Castel di Sambuca tutto un inverno!....
Da quella vedetta una bolgia ampia di neve le si parava dinanzi, e non altro! Un gran vallone formatovi da tre montagne, strette in tal modo, che alle falde non davano adito che al passaggio di un fiume, e solo a settentrione aperte un po' più, era questo tutto il suo orizzonte! Quando poi accadeva che la neve ghiacciasse, allora sì che dovunque era solitudine e ombra di morte da sentirsi stringere il cuore! Interrotto allora ogni umano consorzio! Chi infatti, come in altre stagioni, si sarebbe attentato a salirvi? A porsi in via lassù, il certo pericolo di scivolare e cader giù nel burrone, ed esser sepolti fra le volute di neve che si staccasser dall'alto, meno estremi casi, da Pavana o da altri paesetti d'in basso v'allontanava ciascuno. Essa poi nell'inverno nemmeno [pg!204] v'avesse udito il consueto fragore monotono del sottoposto torrente! Questo pure co' molti rii che lo alimentano era arrestato dal gelo! Nell'altre stagioni v'udiva almeno il cantar degli uccelli, il suono di qualche zampogna, o la prolungata cantilena de' rispetti che si alternavano da un poggio all'altro le giovani pecoraie. Adesso non le giungeva alle orecchie che uno squillo di tromba per l'appello de' militi, o il rintocco d'una campana pe' sacri riti. Pochi abitatori rimanevano nella terra in quella stagione; costretti a condursi per le maremme a guadagnar di che vivere. Gli uccelli stessi erano spariti da que' dintorni, perchè quando è tempo di neve volano al basso per cercar d'alimento. Aggiungi un castello, per quanto ampio, tutto però per milizie, e non punto provvisto d'alcuno degli agi della città, tanto meno di quanto occorresse per premunir dal gran freddo, e curare al bisogno la sua debol salute; e da ciò s'argomenti che nuove annegazioni materiali avesse dovuto farvi, oltr'a quelle indicibili dello spirito!
Pensiamo ora qual sollievo potè sentire quel cuore, e di qual gioia inebriarsi all'arrivo di messer Cino! Era già più oltre del mezzo di primavera; ma per Selvaggia fu proprio quello il suo primo e il suo più bel giorno! Quella valle tanto gelida e scura, da quell'istante le si fece un incanto. Quel cielo non le parve mai sì sereno: i prati nel loro bel verde le sembraron fioriti come giardini!
L'è rivenuto il fior di primavera,L'è ritornata la verdura al prato.L'è ritornato chi prima non c'era,È ritornato lo mio innamorato!L'è ritornata la pianta col frutto;Quando c'è 'l vostro cuore, il mio c'è tutto.L'è ritornato il frutto con la rosa;Quando c'è il vostro core, il mio riposa.
L'è rivenuto il fior di primavera,L'è ritornata la verdura al prato.L'è ritornato chi prima non c'era,È ritornato lo mio innamorato!L'è ritornata la pianta col frutto;Quando c'è 'l vostro cuore, il mio c'è tutto.L'è ritornato il frutto con la rosa;Quando c'è il vostro core, il mio riposa.
L'è rivenuto il fior di primavera,
L'è ritornata la verdura al prato.
L'è ritornato chi prima non c'era,
È ritornato lo mio innamorato!
L'è ritornata la pianta col frutto;
Quando c'è 'l vostro cuore, il mio c'è tutto.
L'è ritornato il frutto con la rosa;
Quando c'è il vostro core, il mio riposa.
Questo canto che aveva già incominciato a sentir risuonar per le selve da una povera pastorella cui era tornato di maremma il suo damo, pareva proprio intonato per lei. Era l'inno d'amore, l'inno del cor suo.
[pg!205] E Cino?.... A riveder finalmente la sua «giovine bella, luce del suo cuore,» non ebbe contento che a questo potesse agguagliare! I Vergiolesi per fine, tutti lieti di sua venuta, l'accolsero come uno dei più intimi amici, come un di lor parte, e si onorarono d'averlo fra loro.
[pg!206]