CAPITOLO XVII.L'AMBASCERIA.A che, Roma superba, tante leggiDi senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di editti,Se 'l mondo come pria più non correggi?Leggi, miser' a te! misera, leggiGli antichi fatti de' tuoi figli invitti,Che ti fer già mill'Affriche ed EgittiReggere; ed or sei retta e nulla reggi!——MesserCino,Sonetto.Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria in Porto, nel tempo di che discorriamo risedeva come legato pontificio in Bologna. Il capitan Vergiolesi vedevasi tuttodì minacciato da lui, e da quel Comune che parteggiava pe' Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma delle ragioni era quella del diritto di conquista, contro l'avverso partito; del più forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo della Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar di nascosto il suo consanguineo Lando de' Vergiolesi, sotto nome di ambasciatore del vescovo di Pistoia, a papa Clemente in Avignone, acciocchè e' comandasse che i Bolognesi desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa, sospettando del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or come questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato [pg!207] altre volte, trattandosi di possesso già feudo dell'episcopio, per viepiù impegnare il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli invece come sentì che il mandato non v'era, comandò che lo congedassero. Intanto faceva scrivere al cardinale legato di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel vescovo di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente, e nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Inviò subitamente al castello un suo ambasciatore a significare al Vergiolesi il pontificale decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo dei Lambertazzi.Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa de' Geremei, richiama alla mente il tragico fine di due giovani amanti, Imelda e Bonifacio; colei della prima, questi dell'altra famiglia. Erano corsi poco più che tre lustri da che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva diviso in due parti tutta Bologna. Questa città appellata per antonomasia ladotta; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori; fiorente in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Università, la più illustre d'Italia, non potè sottrarsi alle feroci ire delle fazioni.Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e i Geremei e i Guelfi tutti volendo prendere la rivincita sulle sconfitte che ebber sofferto da' Lambertazzi e consorti capitanati dal celebre conte di Montefeltro; faceva aspra vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili. Messer Lotteringo che era di questo partito, veduta la mala parata, e preso poi da smodata ambizione, lasciò a tempo la propria parte e s'acconciò coi curiali del cardinale. Il Pelagrua, considerato com'egli fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno e della parola, molto volentieri l'accolse fra' suoi; e subito, come a trionfo sull'avverso partito, lo inviava ora al caporal del medesimo, in qualità di ambasciatore di Santa Chiesa. E già costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere la sua missione.Quello spazio di cammino che v'è da Bologna ai dintorni della Sambuca, e che ora per via ferrata fino al ponte della Venturina si compirebbe in poco più di due ore, bisognava allora percorrerlo a cavallo in due buoni giorni. Era quella [pg!208] una via che, per quanto la più frequentata per passar l'Appennino e venire in Toscana, traversata però da fiumane senz'alcun ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano spesso il viaggio; ardua per le frequenti salite e discese; pericolosa per le vicine boscaglie, d'onde da qualche tempo sbucavano assassini e aggredivano il viandante; divisò l'ambasciatore di cavalcarla in pieno giorno con genti del suo seguito e ben armate. Il primo dì fino al paesello di Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna, alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea di Porretta, rinomata anche allora, e già da cento anni, per le sue acque termali. Sperò poi la mattina seguente pervenire alla Sambuca, ove poco innanzi gli fosse dato di guadare il piccolo Reno.Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del Pistoiese (a Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel di Pistoia, per quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi andati dilagavasi tanto, che v'avea formato una isoletta per la quale andò sì famoso. Perchè è da sapere che fu colà dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor persone da una riva e dall'altra del fiume. Lepido visitò il luogo prima che gli altri v'entrassero. Vi giunsero poi Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme si fecero certi non avere alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del come partirsi fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista di proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri; eccettuandone diciassette che immantinente ordinarono fossero trucidati. Fra questi il primo designato alla morte volle Antonio che fosse Cicerone, il grande oratore, il suo stesso benefattore! Da gran tempo quell'isola più non esiste. Così potesse cancellarsi la memoria delle tante scelleraggini che vi furono ordite!Era circa il mezzo del dì che l'ambasciatore con la sua gente giungeva al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza del padre andato a munire i confini, fu ei che l'accolse: e per la sua natural cortesia, e pel titolo del personaggio [pg!209] s'ingegnò di trattarlo con ogni riguardo. E mentre doveva attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli presentò messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in Bologna, subito si riconobbero: e benchè adesso di contrario partito, si assisero insieme: e com'è costume fra civil gente, con animo il più pacato (lo che se non sempre in questi tempi si suol seguire, tanto era più difficile in quelli) si diedero a discutere sulla parte politica che ciascuno avea presa.—E voi dunque—prese a dire messer Cino—venite qual ambasciatore di parte guelfa?—Sì, messer Cino; è la parte cui pel meglio della mia Bologna credei d'accostarmi.—Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso la mia Pistoia, per andare fra i Ghibellini a Milano.—Voi dunque sperate nell'imperatore?—Spero—soggiunse Cino—in un braccio potente, che ferisca e distrugga le cento idre che avvelenano l'Italia!E l'altro allora:—Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo anch'io necessario. Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero, non vi pare sarebbe meglio cercarlo al pontefice, messo da Dio a conciliare gli umani dissidi, fautore di civiltà; e che finoab antiquosi pose sempre come scudo fra noi italiani e i barbari?—Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam di persone, come ora saremmo astretti: quando è omai noto che papa Clemente d'Italia non è, e neppur vuol saperne, stabilitosi già in Avignone. Del rimanente, non v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adoprò a salvare il popolo e la civiltà latina dall'oppressione straniera e dalla barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma dappoichè la Chiesa si obbligò di per sè, e quasi direi s'infeudò all'impero coi titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e coi diritti che si assunsero di poi su i Comuni, dovete convenire che essa medesima divenne emula ed ostile ai poteri civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena per isventura essendo stata l'Italia, ne restò scissa in piccoli [pg!210] Stati fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse mai a collegarli, e con efficacia a difenderli.Cui l'ambasciatore:—E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto fece in pro della civiltà e della Chiesa il papato sotto il pontefice Gregorio settimo? Non fu egli quel vostro terribile e sapiente monaco toscano3che presso alla sedia papale d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un Niccolò e d'un Alessandro, iniziò le riforme, e afforzò il sacerdozio, prossimo a lottar con l'impero?—Dimenticarlo! no certo.—Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile impresa non si prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento definitivo del celibato ecclesiastico....—Sia pure, benchè tardi, e fosse opera che non poi rispondesse alle sue intenzioni.—L'abolizione delle elezioni simoniache feudali.—E ben fece.—L'indipendenza assoluta dell'autorità ecclesiastica....—Ch'io pur vorrei.—Il sottrarre la Chiesa dalle pretese delle due investiture, e dal volerla quasi feudo imperiale.—Oh sì! Quest'idea concorda con la indipendenza: ma badate, che di pretese anche dall'altra parte non fu penuria!—L'affermazione, forse vorreste dire, di incoronare, confermare e giudicare l'imperatore?—E qui sta il male!—Ma, e non fu un dare un più stabile fondamento alla Chiesa quest'autorità su i regnanti, al pari del poter temporale offertole da Costantino, e accresciuto dalle donazioni di Pipino, di Carlomagno, e della contessa Matilde?—Messer l'ambasciatore, io vi dico che questo anzi, pe' suoi effetti, de' mali fu il pessimo4!—Terrete dunque per niente—soggiunse l'ambasciatore—l'aver [pg!211] preparato la grand'epoca delle Crociate; il potere imperiale abbattuto in Italia; e alla perfine l'aver dato origine alla formazione dei Comuni?—Chi sa? Altri forse e in altro modo.....—No, no, non altri che il papa poteva riuscirvi. Voi sapete come la potenza del male fra la chieresia e il laicato aveva preso baldanza, e dirò così, riparavasi dagli anatemi con la porpora imperiale di Arrigo. Bisognava confondere i rei disegni di quel principe tedesco ribelle alla Chiesa, e punirlo.—Ma e allora la potestà laicale?—Oh! essa non ne doveva sentire alcun danno. Quasi impossibil missione era questa, gli è vero, o almeno più che umana; e, crediatelo, da non potersi compire che per opera del sacerdozio cristiano di cui era capo il successore di Pietro, quel potente Gregorio! Ed ei la compì, e la civil società fu salva, e pacificata la Chiesa.—Non sarò io—rispose messer Cino—che disconosca il genio di quel grand'uomo. So che Ildebrando grandi cose operò a pro della Chiesa, regina allora delle coscienze, e tutrice di libertà e de' princìpi morali dei popoli. So che una dittatura papale nelle età barbare, non solo fu scusabile, ma necessaria per opporsi agli arbitrii del senso, e salvare i diritti dell'umana ragione. Ma l'arrogarsi il pontefice un arbitrato universale nelle cose temporali, mentre la lotta era appunto su di esse: il voluto avvilimento e la destituzione d'Arrigo, per quanto molto colpevole, e l'eccessivo rigore nel perdonarlo; fu un dar sospetto che quei mezzi, sebbene in lui pel fine primario di fare indipendente la Chiesa, non fossero adoperati anche per ambizione di dominio terreno. E quello d'aver dichiarato l'imperatore decaduto dal regno, quello di avere sciolto i suoi sudditi dall'obbedienza e fedeltà; se in Gregorio no veramente, pe' suoi successori divennero [pg!212] esempi pericolosi, e ampia sorgente di scandali e di turbamenti fra le nazioni5.E a lui l'ambasciatore:—Nessuna specie che voi, Ghibellino, non possiate persuadervi come la potenza imperiale in Italia papa Gregorio fosse riuscito a prostrarla talmente, che non mai più ad assoluta com'allora si rialzò.E l'altro:—Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni di diritto ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne fu per certo Gregorio. Voi sapete che io, anche come legista, debbo sempre difendere gli altrui giusti diritti. Intendo qui solo di riferirmi a ciò che il pontefice avrebbe potuto fare a util d'Italia; per la quale, vedete, noi Ghibellini! alacremente adesso ci adoperiamo. Cotalchè però mi si conceda di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo, e che non mai s'immischiò di cose temporali: perchè le proprietà possedute dalla Chiesa a suo tempo, non è a dire che gli costituissero un principato. E' gli parve d'aver sempre presente quel che Dio sentenziò per Ezzechiello, se ben mi ricordo, intorno a' figli di Levi: «Ei non avranno eredità: loro eredità sono io: e non darete loro porzione alcuna d'Isdraele, perchè la loro porzione sono io.»—Ma credete voi, messer Cino—soggiunse l'altro—che a papa Clemente, benchè francese, non stia a cuore l'Italia?—Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua traslazione d'Italia in Francia ne dia buon concetto. Ma piacemi che notiate che a quel primo Gregorio poteva esser veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la ragione gli è in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano le sorti dell'umanità tutta quanta. E voi sapete che inno di grazie quel santo pontefice rivolse all'Eterno per aver ispirato ad un potente un poco d'amore per l'Italia abbandonata [pg!213] agli strazi dei barbari! Non oppresso dal peso delle cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi figliuoli. E perchè non poteva cadere in sospetto dinanzi al potere civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse ciò per farvelo attendere più spedito e sicuro, e la sua libera voce potè essere più ascoltata. Ed oh! se un papa di questa tempra sorgesse, quanto gran bene al civile stato e alla Chiesa!Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da cagioni più alte e più generali: vo' dire, non già per opera d'individui, ma sibbene de' popoli. Chè, quanto ai Comuni, stanchi omai della dispotica protezione o d'un principe o d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de' propri diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero reggimento. Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano e cavalleresco, gli è vero, ma bramosi a un tempo di cercare e di estendere fin nell'Oriente i loro commerci.—E chi animò—soggiunse l'ambasciatore—chi protesse se non i papi, da Urbano secondo, quel sacro e nobile impulso?—Sì, sì, messere, io vel consento: santa voce fu quella, e trovò eco in animi già disposti: ma l'impulso era dato. Ma e poi, del pari che i popoli, seguitarono i papi la loro via? Le grandi riforme d'Ildebrando, ditemi un poco, dopo Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in breve sotto a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo l'aspirazione dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello stesso concetto che a noi pure sembra oggi il più accettabile. Nondimeno, dopo la morte di lui, si formò in Napoli un partito per porre l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale nè teocratico. Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re Manfredi in particolare, se avesse posto animo intero al ben del paese, avrebbe potuto essere la salute d'Italia. Frattanto chi altri, se non i papi, glie l'avversarono? Rammenterete che fu un Carlo di Angiò chiamato dal papa, che mosse guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a dirsi! fu un arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che volle insepolto il cadavere di Manfredi su i confini del regno, [pg!214] e pasto alle fiere! Sul compire del secolo decorso non vedemmo noi forse, messer Lotteringo, i successori d'Ugo Capeto venire in Italia a prendervi ardire e padronanza inaudita? Quello stesso Carlo d'Angiò, imbaldanzito per la corona di Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di discordie fra i nostri Comuni per divenirne signore? E chi de' pontefici cercò fermamente di distornarvelo?—Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo, e Nicolò terzo!—Gli unici, sì, che volesser frenare il potere stragrande dell'Angioino in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso straniero, un Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare a reami Lombardia e Toscana, tenute da Carlo in vicarìa dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli Orsini. Ma morto appena Niccolò, e succedutogli il francese Martino quarto, non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri siciliani non l'avesse avvisato che mala impresa erano queste terre per lui!Or dite un poco, dopo tutto ciò perchè mai papa Bonifazio con un re francese collegarsi di nuovo? E vedete trista mercede! Bonifazio dal re francese e da' suoi è fatto prigioniero e deriso! Di che io non posso che vituperare l'oltracotante insultator del pontefice. Oh sì! Venero anch'io, non crediate, messer l'ambasciatore (benchè noi giureconsulti civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che d'eretici paterini) venero anch'io la suprema dignità della Chiesa, che vorrei santa, invulnerata e indipendente; e per qualche tempo ho sperato che il pontefice, sedente in Roma, e con la sua grande religiosa missione, si assumesse perfine a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho veduto a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio era pure italiano, e carità di patria e della Chiesa doveva consigliarlo altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto dopo di lui, ma che la morte in breve ce lo rapì: quando oggi abbiamo un Clemente francese, che vincolatosi a re Filippo, accetta il papato, e a quali condizioni! e abbandona la sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....[pg!215] —Oh questo speriamo che non sarà!—lo interruppe l'ambasciatore.E Cino:—Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi che per tal guisa e' si renda al tutto mancipio dello straniero? Ecco frattanto che il buon pontefice (m'addolora a pensarlo!) per credersi forse meglio sicuro nella civil potestà, si rifugia presso di tale che già gli scava la fossa! Dopo tutto ciò, che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia? A tanti mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora questa gran Roma! Essa è agitata dal popolo, e dagl'insolenti baroni. Da un lato la brama di libertà; dall'altro le ambizioni dei Colonna e degli Orsini che se ne contendono il dominio. I cardinali, i legati, da Avignone vanno e vengono. Alle prese col Senato, mutan leggi ogni giorno, bandiscono editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto sostituito al civile. Uomini poi come son di partito, non solo non conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese curiali: i governanti poi peggio, con sordide avarizie, che crescon balzelli e destano ire e scontento! Credono farsi forti di soldatesche e di cortigiani: adulano il pontefice e lo traggono a mal partito. Oh! la Provenza fatta capitale del mondo cristiano, ancora alcun poco, e saprà vendicarsi di Roma divenuta provincia!—Ma che forse Clemente—soggiunse l'altro—anche di Francia non spediva legati a Firenze, e al duca di Calabria al campo, perchè si togliesse l'assedio alla vostra Pistoia? Non li ha inviati a Bologna e dovunque fosser discordie?—Troppo tardi, e però indarno! E voi Bolognese non dovete ignorarlo! Clemente sul suolo di Francia, lontano dalla sua Roma, e collegato co' nostri nemici, perdeva quasi fra i popoli ogni prestigio! E di fatto quando ancora ha potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il suo stato, se le sue città dipendono sempre da tanti piccoli tiranni? E di più, che timore parvi che incutano da qualche tempo gl'interdetti dei papi? Se essi invece, ministri del perdono di Dio (e voi ben diceste, messi a conciliare gli umani dissidi) avessero benignamente richiamato gli erranti, [pg!216] levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e chiesto alle città partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a concordia: se essi, primi ad esempio, la potestà ecclesiastica avesser ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto libera la civile; allora, oh! allora la parola e l'autorità loro sarebbe stata per ogni dove tanto più efficace e potente, e Italia di già avrebbe goduto una più florida vita.—E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre repubbliche e principati si comporranno a concordia, e si daranno agevolmente in tutela d'un solo, e d'un imperatore germanico? Attendete, e lo vedremo venir, sì, a pacificare l'Italia, ma alla sua maniera però: vo' dire, a lusingarla da prima con belle parole: quindi a prostrarla con le imposte, col terrore e le stragi!Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto stromento alle proprie ambizioni e agli odi di parte! È ormai tempo che i veri amatori della patria v'apprestin rimedio, se non vuolsi che in breve tutta quanta sia campo di civil guerra. Sperare che Italia, confederata fra' suoi Comuni e le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa, troppa individualità è fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi predomina! Meglio sarà raccogliere i freni di popoli sì sbrigliati nella man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano come l'avremmo voluto non può aversi) purchè virtuoso, autorevole, e di braccio potente.—E sperate con questo?....—Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto da spirito di partito....—Oh si!—interruppe l'altro.—Voi dite di far parte da voi medesimi, ma intanto siete coi Ghibellini!—Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento più Bianco che Nero. Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per noi l'esser oggi coi Ghibellini è un mezzo unico di previdenza che si estende a tutta la nazione; è il principio dell'autorità imperiale contro la curiale a utile dell'Italia. Ma ci preme egualmente di richiamarla a' principii sì civili che religiosi. Però, forti del nostro proposito, con questo modo avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni, [pg!217] e di raccogliere le membra sparte della nazione. Con ciò s'intende che, mantenuta intatta la sede e l'autorità del pontefice, la potestà spirituale non invada la temporale; l'una sia distinta dall'altra; ed ambedue cospirino al comun bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede del grande impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari all'altezza e alla difficoltà dell'impresa, scenda in Italia e vada a Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti di nuovo la vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio. Di colà solamente, afforzata in esso unico moderatore, l'autorità delle leggi e la potenza dell'armi, potrà riconquistare alla patria l'antica gloria e l'imperio su tutte le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia con sapienza, amore e virtù; e che ciascun municipio, convenendo in quel solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il suo libero reggimento6.Se l'imperatore, nè Guelfo nè Ghibellino, fatto tacere intorno a sè ogni spirito di fazione, starà solo per la giustizia, in breve ne vedremo mirabili effetti. Un imperatore e re de' Romani che viene con lealtà salvatore e riordinatore d'Italia, non l'avremo per certo come straniero. Se poi i popoli infermi e sdegnosi di farmachi rigetteranno questa salute, e il nostro concetto sarà disperso; se di gente libera e di nazione potente quale potremmo essere, vorremo starci in discordia e in servitù, forte ce ne dorrà, ma non sarà nostra colpa.Forse in un tempo assai lontano da questo, dopochè l'Italia per guerre fratricide sarà fatta deserta, e i suoi popoli, chi prima chi poi, cadranno in preda di più fieri tiranni: dopochè nuovamente saran dilaniati per guerre di conquiste principesche, o per altre terribili di religione: quando perfino le più libere idee a prezzo di molto sangue avranno sconvolto i troni più antichi, e su quelle rovine risorto che sia il sole di libertà, e rinnovatosi il giure europeo, i più degli Stati, con patto novello, con una separazione assoluta fra essi e la [pg!218] Chiesa giungeranno a godere i nuovi frutti di civiltà; allora forse questo nostro divisamento, sopravvissuto di secolo in secolo e propugnato da liberi petti; oh! allora chi sa che per incredibili eventi non si veda compiuto; e Italia, solo allora risorta e con un suo proprio principe, ritorni unita, forte e gloriosa!Mentre che messer Cino, come ispirato, con tai parole poneva fine al suo dire, annunziavasi nella sala il ritorno del capitano. Allora il Sinibuldi si congedò: e l'ambasciatore trovatosi in presenza del Vergiolesi, liberamente gli espose la sua missione.—Io non so—freddamente e con sarcasmo risposegli il capitano—con qual vero nome appellare questo benigno atto pontificio, e questa nobile ambasceria che il vostro legato vi commetteva! Impormi di rendere questa rocca al vescovo di Pistoia, che neppur ei la domanda? E come e perchè questo? Oh! non si rendono agevolmente le castella ai decreti d'un papa, che, pregato mediatore per la giustizia, autorizza invece una minacciata conquista: nè tanto meno si cedono alle folli pretese d'un cardinale, quando Filippo Vergiolesi ne fu solennemente investito, e n'è legittimo possessore!Questo voi direte, messer l'ambasciatore, al cardinale Arnaldo di Pelagrua; e che, se egli il castel di Sambuca per violenza il vorrà, venga con le sue genti, ch'io con le mie, dalle mie torri e da' miei balzi l'attendo!Ciò detto, comandò che l'ambasciatore e sue genti fossero serviti di vivande e rinfreschi, e con ogni sorta di cortesie fossero accomiatati.[pg!219]
CAPITOLO XVII.L'AMBASCERIA.A che, Roma superba, tante leggiDi senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di editti,Se 'l mondo come pria più non correggi?Leggi, miser' a te! misera, leggiGli antichi fatti de' tuoi figli invitti,Che ti fer già mill'Affriche ed EgittiReggere; ed or sei retta e nulla reggi!——MesserCino,Sonetto.Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria in Porto, nel tempo di che discorriamo risedeva come legato pontificio in Bologna. Il capitan Vergiolesi vedevasi tuttodì minacciato da lui, e da quel Comune che parteggiava pe' Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma delle ragioni era quella del diritto di conquista, contro l'avverso partito; del più forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo della Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar di nascosto il suo consanguineo Lando de' Vergiolesi, sotto nome di ambasciatore del vescovo di Pistoia, a papa Clemente in Avignone, acciocchè e' comandasse che i Bolognesi desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa, sospettando del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or come questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato [pg!207] altre volte, trattandosi di possesso già feudo dell'episcopio, per viepiù impegnare il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli invece come sentì che il mandato non v'era, comandò che lo congedassero. Intanto faceva scrivere al cardinale legato di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel vescovo di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente, e nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Inviò subitamente al castello un suo ambasciatore a significare al Vergiolesi il pontificale decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo dei Lambertazzi.Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa de' Geremei, richiama alla mente il tragico fine di due giovani amanti, Imelda e Bonifacio; colei della prima, questi dell'altra famiglia. Erano corsi poco più che tre lustri da che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva diviso in due parti tutta Bologna. Questa città appellata per antonomasia ladotta; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori; fiorente in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Università, la più illustre d'Italia, non potè sottrarsi alle feroci ire delle fazioni.Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e i Geremei e i Guelfi tutti volendo prendere la rivincita sulle sconfitte che ebber sofferto da' Lambertazzi e consorti capitanati dal celebre conte di Montefeltro; faceva aspra vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili. Messer Lotteringo che era di questo partito, veduta la mala parata, e preso poi da smodata ambizione, lasciò a tempo la propria parte e s'acconciò coi curiali del cardinale. Il Pelagrua, considerato com'egli fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno e della parola, molto volentieri l'accolse fra' suoi; e subito, come a trionfo sull'avverso partito, lo inviava ora al caporal del medesimo, in qualità di ambasciatore di Santa Chiesa. E già costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere la sua missione.Quello spazio di cammino che v'è da Bologna ai dintorni della Sambuca, e che ora per via ferrata fino al ponte della Venturina si compirebbe in poco più di due ore, bisognava allora percorrerlo a cavallo in due buoni giorni. Era quella [pg!208] una via che, per quanto la più frequentata per passar l'Appennino e venire in Toscana, traversata però da fiumane senz'alcun ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano spesso il viaggio; ardua per le frequenti salite e discese; pericolosa per le vicine boscaglie, d'onde da qualche tempo sbucavano assassini e aggredivano il viandante; divisò l'ambasciatore di cavalcarla in pieno giorno con genti del suo seguito e ben armate. Il primo dì fino al paesello di Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna, alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea di Porretta, rinomata anche allora, e già da cento anni, per le sue acque termali. Sperò poi la mattina seguente pervenire alla Sambuca, ove poco innanzi gli fosse dato di guadare il piccolo Reno.Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del Pistoiese (a Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel di Pistoia, per quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi andati dilagavasi tanto, che v'avea formato una isoletta per la quale andò sì famoso. Perchè è da sapere che fu colà dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor persone da una riva e dall'altra del fiume. Lepido visitò il luogo prima che gli altri v'entrassero. Vi giunsero poi Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme si fecero certi non avere alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del come partirsi fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista di proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri; eccettuandone diciassette che immantinente ordinarono fossero trucidati. Fra questi il primo designato alla morte volle Antonio che fosse Cicerone, il grande oratore, il suo stesso benefattore! Da gran tempo quell'isola più non esiste. Così potesse cancellarsi la memoria delle tante scelleraggini che vi furono ordite!Era circa il mezzo del dì che l'ambasciatore con la sua gente giungeva al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza del padre andato a munire i confini, fu ei che l'accolse: e per la sua natural cortesia, e pel titolo del personaggio [pg!209] s'ingegnò di trattarlo con ogni riguardo. E mentre doveva attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli presentò messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in Bologna, subito si riconobbero: e benchè adesso di contrario partito, si assisero insieme: e com'è costume fra civil gente, con animo il più pacato (lo che se non sempre in questi tempi si suol seguire, tanto era più difficile in quelli) si diedero a discutere sulla parte politica che ciascuno avea presa.—E voi dunque—prese a dire messer Cino—venite qual ambasciatore di parte guelfa?—Sì, messer Cino; è la parte cui pel meglio della mia Bologna credei d'accostarmi.—Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso la mia Pistoia, per andare fra i Ghibellini a Milano.—Voi dunque sperate nell'imperatore?—Spero—soggiunse Cino—in un braccio potente, che ferisca e distrugga le cento idre che avvelenano l'Italia!E l'altro allora:—Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo anch'io necessario. Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero, non vi pare sarebbe meglio cercarlo al pontefice, messo da Dio a conciliare gli umani dissidi, fautore di civiltà; e che finoab antiquosi pose sempre come scudo fra noi italiani e i barbari?—Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam di persone, come ora saremmo astretti: quando è omai noto che papa Clemente d'Italia non è, e neppur vuol saperne, stabilitosi già in Avignone. Del rimanente, non v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adoprò a salvare il popolo e la civiltà latina dall'oppressione straniera e dalla barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma dappoichè la Chiesa si obbligò di per sè, e quasi direi s'infeudò all'impero coi titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e coi diritti che si assunsero di poi su i Comuni, dovete convenire che essa medesima divenne emula ed ostile ai poteri civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena per isventura essendo stata l'Italia, ne restò scissa in piccoli [pg!210] Stati fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse mai a collegarli, e con efficacia a difenderli.Cui l'ambasciatore:—E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto fece in pro della civiltà e della Chiesa il papato sotto il pontefice Gregorio settimo? Non fu egli quel vostro terribile e sapiente monaco toscano3che presso alla sedia papale d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un Niccolò e d'un Alessandro, iniziò le riforme, e afforzò il sacerdozio, prossimo a lottar con l'impero?—Dimenticarlo! no certo.—Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile impresa non si prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento definitivo del celibato ecclesiastico....—Sia pure, benchè tardi, e fosse opera che non poi rispondesse alle sue intenzioni.—L'abolizione delle elezioni simoniache feudali.—E ben fece.—L'indipendenza assoluta dell'autorità ecclesiastica....—Ch'io pur vorrei.—Il sottrarre la Chiesa dalle pretese delle due investiture, e dal volerla quasi feudo imperiale.—Oh sì! Quest'idea concorda con la indipendenza: ma badate, che di pretese anche dall'altra parte non fu penuria!—L'affermazione, forse vorreste dire, di incoronare, confermare e giudicare l'imperatore?—E qui sta il male!—Ma, e non fu un dare un più stabile fondamento alla Chiesa quest'autorità su i regnanti, al pari del poter temporale offertole da Costantino, e accresciuto dalle donazioni di Pipino, di Carlomagno, e della contessa Matilde?—Messer l'ambasciatore, io vi dico che questo anzi, pe' suoi effetti, de' mali fu il pessimo4!—Terrete dunque per niente—soggiunse l'ambasciatore—l'aver [pg!211] preparato la grand'epoca delle Crociate; il potere imperiale abbattuto in Italia; e alla perfine l'aver dato origine alla formazione dei Comuni?—Chi sa? Altri forse e in altro modo.....—No, no, non altri che il papa poteva riuscirvi. Voi sapete come la potenza del male fra la chieresia e il laicato aveva preso baldanza, e dirò così, riparavasi dagli anatemi con la porpora imperiale di Arrigo. Bisognava confondere i rei disegni di quel principe tedesco ribelle alla Chiesa, e punirlo.—Ma e allora la potestà laicale?—Oh! essa non ne doveva sentire alcun danno. Quasi impossibil missione era questa, gli è vero, o almeno più che umana; e, crediatelo, da non potersi compire che per opera del sacerdozio cristiano di cui era capo il successore di Pietro, quel potente Gregorio! Ed ei la compì, e la civil società fu salva, e pacificata la Chiesa.—Non sarò io—rispose messer Cino—che disconosca il genio di quel grand'uomo. So che Ildebrando grandi cose operò a pro della Chiesa, regina allora delle coscienze, e tutrice di libertà e de' princìpi morali dei popoli. So che una dittatura papale nelle età barbare, non solo fu scusabile, ma necessaria per opporsi agli arbitrii del senso, e salvare i diritti dell'umana ragione. Ma l'arrogarsi il pontefice un arbitrato universale nelle cose temporali, mentre la lotta era appunto su di esse: il voluto avvilimento e la destituzione d'Arrigo, per quanto molto colpevole, e l'eccessivo rigore nel perdonarlo; fu un dar sospetto che quei mezzi, sebbene in lui pel fine primario di fare indipendente la Chiesa, non fossero adoperati anche per ambizione di dominio terreno. E quello d'aver dichiarato l'imperatore decaduto dal regno, quello di avere sciolto i suoi sudditi dall'obbedienza e fedeltà; se in Gregorio no veramente, pe' suoi successori divennero [pg!212] esempi pericolosi, e ampia sorgente di scandali e di turbamenti fra le nazioni5.E a lui l'ambasciatore:—Nessuna specie che voi, Ghibellino, non possiate persuadervi come la potenza imperiale in Italia papa Gregorio fosse riuscito a prostrarla talmente, che non mai più ad assoluta com'allora si rialzò.E l'altro:—Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni di diritto ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne fu per certo Gregorio. Voi sapete che io, anche come legista, debbo sempre difendere gli altrui giusti diritti. Intendo qui solo di riferirmi a ciò che il pontefice avrebbe potuto fare a util d'Italia; per la quale, vedete, noi Ghibellini! alacremente adesso ci adoperiamo. Cotalchè però mi si conceda di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo, e che non mai s'immischiò di cose temporali: perchè le proprietà possedute dalla Chiesa a suo tempo, non è a dire che gli costituissero un principato. E' gli parve d'aver sempre presente quel che Dio sentenziò per Ezzechiello, se ben mi ricordo, intorno a' figli di Levi: «Ei non avranno eredità: loro eredità sono io: e non darete loro porzione alcuna d'Isdraele, perchè la loro porzione sono io.»—Ma credete voi, messer Cino—soggiunse l'altro—che a papa Clemente, benchè francese, non stia a cuore l'Italia?—Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua traslazione d'Italia in Francia ne dia buon concetto. Ma piacemi che notiate che a quel primo Gregorio poteva esser veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la ragione gli è in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano le sorti dell'umanità tutta quanta. E voi sapete che inno di grazie quel santo pontefice rivolse all'Eterno per aver ispirato ad un potente un poco d'amore per l'Italia abbandonata [pg!213] agli strazi dei barbari! Non oppresso dal peso delle cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi figliuoli. E perchè non poteva cadere in sospetto dinanzi al potere civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse ciò per farvelo attendere più spedito e sicuro, e la sua libera voce potè essere più ascoltata. Ed oh! se un papa di questa tempra sorgesse, quanto gran bene al civile stato e alla Chiesa!Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da cagioni più alte e più generali: vo' dire, non già per opera d'individui, ma sibbene de' popoli. Chè, quanto ai Comuni, stanchi omai della dispotica protezione o d'un principe o d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de' propri diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero reggimento. Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano e cavalleresco, gli è vero, ma bramosi a un tempo di cercare e di estendere fin nell'Oriente i loro commerci.—E chi animò—soggiunse l'ambasciatore—chi protesse se non i papi, da Urbano secondo, quel sacro e nobile impulso?—Sì, sì, messere, io vel consento: santa voce fu quella, e trovò eco in animi già disposti: ma l'impulso era dato. Ma e poi, del pari che i popoli, seguitarono i papi la loro via? Le grandi riforme d'Ildebrando, ditemi un poco, dopo Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in breve sotto a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo l'aspirazione dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello stesso concetto che a noi pure sembra oggi il più accettabile. Nondimeno, dopo la morte di lui, si formò in Napoli un partito per porre l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale nè teocratico. Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re Manfredi in particolare, se avesse posto animo intero al ben del paese, avrebbe potuto essere la salute d'Italia. Frattanto chi altri, se non i papi, glie l'avversarono? Rammenterete che fu un Carlo di Angiò chiamato dal papa, che mosse guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a dirsi! fu un arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che volle insepolto il cadavere di Manfredi su i confini del regno, [pg!214] e pasto alle fiere! Sul compire del secolo decorso non vedemmo noi forse, messer Lotteringo, i successori d'Ugo Capeto venire in Italia a prendervi ardire e padronanza inaudita? Quello stesso Carlo d'Angiò, imbaldanzito per la corona di Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di discordie fra i nostri Comuni per divenirne signore? E chi de' pontefici cercò fermamente di distornarvelo?—Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo, e Nicolò terzo!—Gli unici, sì, che volesser frenare il potere stragrande dell'Angioino in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso straniero, un Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare a reami Lombardia e Toscana, tenute da Carlo in vicarìa dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli Orsini. Ma morto appena Niccolò, e succedutogli il francese Martino quarto, non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri siciliani non l'avesse avvisato che mala impresa erano queste terre per lui!Or dite un poco, dopo tutto ciò perchè mai papa Bonifazio con un re francese collegarsi di nuovo? E vedete trista mercede! Bonifazio dal re francese e da' suoi è fatto prigioniero e deriso! Di che io non posso che vituperare l'oltracotante insultator del pontefice. Oh sì! Venero anch'io, non crediate, messer l'ambasciatore (benchè noi giureconsulti civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che d'eretici paterini) venero anch'io la suprema dignità della Chiesa, che vorrei santa, invulnerata e indipendente; e per qualche tempo ho sperato che il pontefice, sedente in Roma, e con la sua grande religiosa missione, si assumesse perfine a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho veduto a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio era pure italiano, e carità di patria e della Chiesa doveva consigliarlo altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto dopo di lui, ma che la morte in breve ce lo rapì: quando oggi abbiamo un Clemente francese, che vincolatosi a re Filippo, accetta il papato, e a quali condizioni! e abbandona la sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....[pg!215] —Oh questo speriamo che non sarà!—lo interruppe l'ambasciatore.E Cino:—Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi che per tal guisa e' si renda al tutto mancipio dello straniero? Ecco frattanto che il buon pontefice (m'addolora a pensarlo!) per credersi forse meglio sicuro nella civil potestà, si rifugia presso di tale che già gli scava la fossa! Dopo tutto ciò, che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia? A tanti mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora questa gran Roma! Essa è agitata dal popolo, e dagl'insolenti baroni. Da un lato la brama di libertà; dall'altro le ambizioni dei Colonna e degli Orsini che se ne contendono il dominio. I cardinali, i legati, da Avignone vanno e vengono. Alle prese col Senato, mutan leggi ogni giorno, bandiscono editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto sostituito al civile. Uomini poi come son di partito, non solo non conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese curiali: i governanti poi peggio, con sordide avarizie, che crescon balzelli e destano ire e scontento! Credono farsi forti di soldatesche e di cortigiani: adulano il pontefice e lo traggono a mal partito. Oh! la Provenza fatta capitale del mondo cristiano, ancora alcun poco, e saprà vendicarsi di Roma divenuta provincia!—Ma che forse Clemente—soggiunse l'altro—anche di Francia non spediva legati a Firenze, e al duca di Calabria al campo, perchè si togliesse l'assedio alla vostra Pistoia? Non li ha inviati a Bologna e dovunque fosser discordie?—Troppo tardi, e però indarno! E voi Bolognese non dovete ignorarlo! Clemente sul suolo di Francia, lontano dalla sua Roma, e collegato co' nostri nemici, perdeva quasi fra i popoli ogni prestigio! E di fatto quando ancora ha potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il suo stato, se le sue città dipendono sempre da tanti piccoli tiranni? E di più, che timore parvi che incutano da qualche tempo gl'interdetti dei papi? Se essi invece, ministri del perdono di Dio (e voi ben diceste, messi a conciliare gli umani dissidi) avessero benignamente richiamato gli erranti, [pg!216] levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e chiesto alle città partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a concordia: se essi, primi ad esempio, la potestà ecclesiastica avesser ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto libera la civile; allora, oh! allora la parola e l'autorità loro sarebbe stata per ogni dove tanto più efficace e potente, e Italia di già avrebbe goduto una più florida vita.—E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre repubbliche e principati si comporranno a concordia, e si daranno agevolmente in tutela d'un solo, e d'un imperatore germanico? Attendete, e lo vedremo venir, sì, a pacificare l'Italia, ma alla sua maniera però: vo' dire, a lusingarla da prima con belle parole: quindi a prostrarla con le imposte, col terrore e le stragi!Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto stromento alle proprie ambizioni e agli odi di parte! È ormai tempo che i veri amatori della patria v'apprestin rimedio, se non vuolsi che in breve tutta quanta sia campo di civil guerra. Sperare che Italia, confederata fra' suoi Comuni e le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa, troppa individualità è fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi predomina! Meglio sarà raccogliere i freni di popoli sì sbrigliati nella man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano come l'avremmo voluto non può aversi) purchè virtuoso, autorevole, e di braccio potente.—E sperate con questo?....—Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto da spirito di partito....—Oh si!—interruppe l'altro.—Voi dite di far parte da voi medesimi, ma intanto siete coi Ghibellini!—Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento più Bianco che Nero. Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per noi l'esser oggi coi Ghibellini è un mezzo unico di previdenza che si estende a tutta la nazione; è il principio dell'autorità imperiale contro la curiale a utile dell'Italia. Ma ci preme egualmente di richiamarla a' principii sì civili che religiosi. Però, forti del nostro proposito, con questo modo avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni, [pg!217] e di raccogliere le membra sparte della nazione. Con ciò s'intende che, mantenuta intatta la sede e l'autorità del pontefice, la potestà spirituale non invada la temporale; l'una sia distinta dall'altra; ed ambedue cospirino al comun bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede del grande impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari all'altezza e alla difficoltà dell'impresa, scenda in Italia e vada a Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti di nuovo la vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio. Di colà solamente, afforzata in esso unico moderatore, l'autorità delle leggi e la potenza dell'armi, potrà riconquistare alla patria l'antica gloria e l'imperio su tutte le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia con sapienza, amore e virtù; e che ciascun municipio, convenendo in quel solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il suo libero reggimento6.Se l'imperatore, nè Guelfo nè Ghibellino, fatto tacere intorno a sè ogni spirito di fazione, starà solo per la giustizia, in breve ne vedremo mirabili effetti. Un imperatore e re de' Romani che viene con lealtà salvatore e riordinatore d'Italia, non l'avremo per certo come straniero. Se poi i popoli infermi e sdegnosi di farmachi rigetteranno questa salute, e il nostro concetto sarà disperso; se di gente libera e di nazione potente quale potremmo essere, vorremo starci in discordia e in servitù, forte ce ne dorrà, ma non sarà nostra colpa.Forse in un tempo assai lontano da questo, dopochè l'Italia per guerre fratricide sarà fatta deserta, e i suoi popoli, chi prima chi poi, cadranno in preda di più fieri tiranni: dopochè nuovamente saran dilaniati per guerre di conquiste principesche, o per altre terribili di religione: quando perfino le più libere idee a prezzo di molto sangue avranno sconvolto i troni più antichi, e su quelle rovine risorto che sia il sole di libertà, e rinnovatosi il giure europeo, i più degli Stati, con patto novello, con una separazione assoluta fra essi e la [pg!218] Chiesa giungeranno a godere i nuovi frutti di civiltà; allora forse questo nostro divisamento, sopravvissuto di secolo in secolo e propugnato da liberi petti; oh! allora chi sa che per incredibili eventi non si veda compiuto; e Italia, solo allora risorta e con un suo proprio principe, ritorni unita, forte e gloriosa!Mentre che messer Cino, come ispirato, con tai parole poneva fine al suo dire, annunziavasi nella sala il ritorno del capitano. Allora il Sinibuldi si congedò: e l'ambasciatore trovatosi in presenza del Vergiolesi, liberamente gli espose la sua missione.—Io non so—freddamente e con sarcasmo risposegli il capitano—con qual vero nome appellare questo benigno atto pontificio, e questa nobile ambasceria che il vostro legato vi commetteva! Impormi di rendere questa rocca al vescovo di Pistoia, che neppur ei la domanda? E come e perchè questo? Oh! non si rendono agevolmente le castella ai decreti d'un papa, che, pregato mediatore per la giustizia, autorizza invece una minacciata conquista: nè tanto meno si cedono alle folli pretese d'un cardinale, quando Filippo Vergiolesi ne fu solennemente investito, e n'è legittimo possessore!Questo voi direte, messer l'ambasciatore, al cardinale Arnaldo di Pelagrua; e che, se egli il castel di Sambuca per violenza il vorrà, venga con le sue genti, ch'io con le mie, dalle mie torri e da' miei balzi l'attendo!Ciò detto, comandò che l'ambasciatore e sue genti fossero serviti di vivande e rinfreschi, e con ogni sorta di cortesie fossero accomiatati.[pg!219]
L'AMBASCERIA.
A che, Roma superba, tante leggiDi senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di editti,Se 'l mondo come pria più non correggi?Leggi, miser' a te! misera, leggiGli antichi fatti de' tuoi figli invitti,Che ti fer già mill'Affriche ed EgittiReggere; ed or sei retta e nulla reggi!——MesserCino,Sonetto.
A che, Roma superba, tante leggiDi senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di editti,Se 'l mondo come pria più non correggi?Leggi, miser' a te! misera, leggiGli antichi fatti de' tuoi figli invitti,Che ti fer già mill'Affriche ed EgittiReggere; ed or sei retta e nulla reggi!
A che, Roma superba, tante leggi
Di senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di editti,Se 'l mondo come pria più non correggi?
Di senator, di plebe, e degli scritti
Di prudenti, di placiti e di editti,
Se 'l mondo come pria più non correggi?
Leggi, miser' a te! misera, leggi
Gli antichi fatti de' tuoi figli invitti,Che ti fer già mill'Affriche ed EgittiReggere; ed or sei retta e nulla reggi!
Gli antichi fatti de' tuoi figli invitti,
Che ti fer già mill'Affriche ed Egitti
Reggere; ed or sei retta e nulla reggi!
——MesserCino,Sonetto.
Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria in Porto, nel tempo di che discorriamo risedeva come legato pontificio in Bologna. Il capitan Vergiolesi vedevasi tuttodì minacciato da lui, e da quel Comune che parteggiava pe' Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma delle ragioni era quella del diritto di conquista, contro l'avverso partito; del più forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo della Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar di nascosto il suo consanguineo Lando de' Vergiolesi, sotto nome di ambasciatore del vescovo di Pistoia, a papa Clemente in Avignone, acciocchè e' comandasse che i Bolognesi desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa, sospettando del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or come questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato [pg!207] altre volte, trattandosi di possesso già feudo dell'episcopio, per viepiù impegnare il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli invece come sentì che il mandato non v'era, comandò che lo congedassero. Intanto faceva scrivere al cardinale legato di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel vescovo di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente, e nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Inviò subitamente al castello un suo ambasciatore a significare al Vergiolesi il pontificale decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo dei Lambertazzi.
Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa de' Geremei, richiama alla mente il tragico fine di due giovani amanti, Imelda e Bonifacio; colei della prima, questi dell'altra famiglia. Erano corsi poco più che tre lustri da che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva diviso in due parti tutta Bologna. Questa città appellata per antonomasia ladotta; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori; fiorente in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Università, la più illustre d'Italia, non potè sottrarsi alle feroci ire delle fazioni.
Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e i Geremei e i Guelfi tutti volendo prendere la rivincita sulle sconfitte che ebber sofferto da' Lambertazzi e consorti capitanati dal celebre conte di Montefeltro; faceva aspra vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili. Messer Lotteringo che era di questo partito, veduta la mala parata, e preso poi da smodata ambizione, lasciò a tempo la propria parte e s'acconciò coi curiali del cardinale. Il Pelagrua, considerato com'egli fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno e della parola, molto volentieri l'accolse fra' suoi; e subito, come a trionfo sull'avverso partito, lo inviava ora al caporal del medesimo, in qualità di ambasciatore di Santa Chiesa. E già costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere la sua missione.
Quello spazio di cammino che v'è da Bologna ai dintorni della Sambuca, e che ora per via ferrata fino al ponte della Venturina si compirebbe in poco più di due ore, bisognava allora percorrerlo a cavallo in due buoni giorni. Era quella [pg!208] una via che, per quanto la più frequentata per passar l'Appennino e venire in Toscana, traversata però da fiumane senz'alcun ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano spesso il viaggio; ardua per le frequenti salite e discese; pericolosa per le vicine boscaglie, d'onde da qualche tempo sbucavano assassini e aggredivano il viandante; divisò l'ambasciatore di cavalcarla in pieno giorno con genti del suo seguito e ben armate. Il primo dì fino al paesello di Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna, alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea di Porretta, rinomata anche allora, e già da cento anni, per le sue acque termali. Sperò poi la mattina seguente pervenire alla Sambuca, ove poco innanzi gli fosse dato di guadare il piccolo Reno.
Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del Pistoiese (a Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel di Pistoia, per quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi andati dilagavasi tanto, che v'avea formato una isoletta per la quale andò sì famoso. Perchè è da sapere che fu colà dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor persone da una riva e dall'altra del fiume. Lepido visitò il luogo prima che gli altri v'entrassero. Vi giunsero poi Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme si fecero certi non avere alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del come partirsi fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista di proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri; eccettuandone diciassette che immantinente ordinarono fossero trucidati. Fra questi il primo designato alla morte volle Antonio che fosse Cicerone, il grande oratore, il suo stesso benefattore! Da gran tempo quell'isola più non esiste. Così potesse cancellarsi la memoria delle tante scelleraggini che vi furono ordite!
Era circa il mezzo del dì che l'ambasciatore con la sua gente giungeva al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza del padre andato a munire i confini, fu ei che l'accolse: e per la sua natural cortesia, e pel titolo del personaggio [pg!209] s'ingegnò di trattarlo con ogni riguardo. E mentre doveva attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli presentò messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in Bologna, subito si riconobbero: e benchè adesso di contrario partito, si assisero insieme: e com'è costume fra civil gente, con animo il più pacato (lo che se non sempre in questi tempi si suol seguire, tanto era più difficile in quelli) si diedero a discutere sulla parte politica che ciascuno avea presa.
—E voi dunque—prese a dire messer Cino—venite qual ambasciatore di parte guelfa?
—Sì, messer Cino; è la parte cui pel meglio della mia Bologna credei d'accostarmi.
—Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso la mia Pistoia, per andare fra i Ghibellini a Milano.
—Voi dunque sperate nell'imperatore?
—Spero—soggiunse Cino—in un braccio potente, che ferisca e distrugga le cento idre che avvelenano l'Italia!
E l'altro allora:
—Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo anch'io necessario. Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero, non vi pare sarebbe meglio cercarlo al pontefice, messo da Dio a conciliare gli umani dissidi, fautore di civiltà; e che finoab antiquosi pose sempre come scudo fra noi italiani e i barbari?
—Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam di persone, come ora saremmo astretti: quando è omai noto che papa Clemente d'Italia non è, e neppur vuol saperne, stabilitosi già in Avignone. Del rimanente, non v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adoprò a salvare il popolo e la civiltà latina dall'oppressione straniera e dalla barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma dappoichè la Chiesa si obbligò di per sè, e quasi direi s'infeudò all'impero coi titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e coi diritti che si assunsero di poi su i Comuni, dovete convenire che essa medesima divenne emula ed ostile ai poteri civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena per isventura essendo stata l'Italia, ne restò scissa in piccoli [pg!210] Stati fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse mai a collegarli, e con efficacia a difenderli.
Cui l'ambasciatore:
—E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto fece in pro della civiltà e della Chiesa il papato sotto il pontefice Gregorio settimo? Non fu egli quel vostro terribile e sapiente monaco toscano3che presso alla sedia papale d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un Niccolò e d'un Alessandro, iniziò le riforme, e afforzò il sacerdozio, prossimo a lottar con l'impero?
—Dimenticarlo! no certo.
—Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile impresa non si prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento definitivo del celibato ecclesiastico....
—Sia pure, benchè tardi, e fosse opera che non poi rispondesse alle sue intenzioni.
—L'abolizione delle elezioni simoniache feudali.
—E ben fece.
—L'indipendenza assoluta dell'autorità ecclesiastica....
—Ch'io pur vorrei.
—Il sottrarre la Chiesa dalle pretese delle due investiture, e dal volerla quasi feudo imperiale.
—Oh sì! Quest'idea concorda con la indipendenza: ma badate, che di pretese anche dall'altra parte non fu penuria!
—L'affermazione, forse vorreste dire, di incoronare, confermare e giudicare l'imperatore?
—E qui sta il male!
—Ma, e non fu un dare un più stabile fondamento alla Chiesa quest'autorità su i regnanti, al pari del poter temporale offertole da Costantino, e accresciuto dalle donazioni di Pipino, di Carlomagno, e della contessa Matilde?
—Messer l'ambasciatore, io vi dico che questo anzi, pe' suoi effetti, de' mali fu il pessimo4!
—Terrete dunque per niente—soggiunse l'ambasciatore—l'aver [pg!211] preparato la grand'epoca delle Crociate; il potere imperiale abbattuto in Italia; e alla perfine l'aver dato origine alla formazione dei Comuni?
—Chi sa? Altri forse e in altro modo.....
—No, no, non altri che il papa poteva riuscirvi. Voi sapete come la potenza del male fra la chieresia e il laicato aveva preso baldanza, e dirò così, riparavasi dagli anatemi con la porpora imperiale di Arrigo. Bisognava confondere i rei disegni di quel principe tedesco ribelle alla Chiesa, e punirlo.
—Ma e allora la potestà laicale?
—Oh! essa non ne doveva sentire alcun danno. Quasi impossibil missione era questa, gli è vero, o almeno più che umana; e, crediatelo, da non potersi compire che per opera del sacerdozio cristiano di cui era capo il successore di Pietro, quel potente Gregorio! Ed ei la compì, e la civil società fu salva, e pacificata la Chiesa.
—Non sarò io—rispose messer Cino—che disconosca il genio di quel grand'uomo. So che Ildebrando grandi cose operò a pro della Chiesa, regina allora delle coscienze, e tutrice di libertà e de' princìpi morali dei popoli. So che una dittatura papale nelle età barbare, non solo fu scusabile, ma necessaria per opporsi agli arbitrii del senso, e salvare i diritti dell'umana ragione. Ma l'arrogarsi il pontefice un arbitrato universale nelle cose temporali, mentre la lotta era appunto su di esse: il voluto avvilimento e la destituzione d'Arrigo, per quanto molto colpevole, e l'eccessivo rigore nel perdonarlo; fu un dar sospetto che quei mezzi, sebbene in lui pel fine primario di fare indipendente la Chiesa, non fossero adoperati anche per ambizione di dominio terreno. E quello d'aver dichiarato l'imperatore decaduto dal regno, quello di avere sciolto i suoi sudditi dall'obbedienza e fedeltà; se in Gregorio no veramente, pe' suoi successori divennero [pg!212] esempi pericolosi, e ampia sorgente di scandali e di turbamenti fra le nazioni5.
E a lui l'ambasciatore:
—Nessuna specie che voi, Ghibellino, non possiate persuadervi come la potenza imperiale in Italia papa Gregorio fosse riuscito a prostrarla talmente, che non mai più ad assoluta com'allora si rialzò.
E l'altro:
—Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni di diritto ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne fu per certo Gregorio. Voi sapete che io, anche come legista, debbo sempre difendere gli altrui giusti diritti. Intendo qui solo di riferirmi a ciò che il pontefice avrebbe potuto fare a util d'Italia; per la quale, vedete, noi Ghibellini! alacremente adesso ci adoperiamo. Cotalchè però mi si conceda di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo, e che non mai s'immischiò di cose temporali: perchè le proprietà possedute dalla Chiesa a suo tempo, non è a dire che gli costituissero un principato. E' gli parve d'aver sempre presente quel che Dio sentenziò per Ezzechiello, se ben mi ricordo, intorno a' figli di Levi: «Ei non avranno eredità: loro eredità sono io: e non darete loro porzione alcuna d'Isdraele, perchè la loro porzione sono io.»
—Ma credete voi, messer Cino—soggiunse l'altro—che a papa Clemente, benchè francese, non stia a cuore l'Italia?
—Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua traslazione d'Italia in Francia ne dia buon concetto. Ma piacemi che notiate che a quel primo Gregorio poteva esser veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la ragione gli è in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano le sorti dell'umanità tutta quanta. E voi sapete che inno di grazie quel santo pontefice rivolse all'Eterno per aver ispirato ad un potente un poco d'amore per l'Italia abbandonata [pg!213] agli strazi dei barbari! Non oppresso dal peso delle cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi figliuoli. E perchè non poteva cadere in sospetto dinanzi al potere civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse ciò per farvelo attendere più spedito e sicuro, e la sua libera voce potè essere più ascoltata. Ed oh! se un papa di questa tempra sorgesse, quanto gran bene al civile stato e alla Chiesa!
Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da cagioni più alte e più generali: vo' dire, non già per opera d'individui, ma sibbene de' popoli. Chè, quanto ai Comuni, stanchi omai della dispotica protezione o d'un principe o d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de' propri diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero reggimento. Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano e cavalleresco, gli è vero, ma bramosi a un tempo di cercare e di estendere fin nell'Oriente i loro commerci.
—E chi animò—soggiunse l'ambasciatore—chi protesse se non i papi, da Urbano secondo, quel sacro e nobile impulso?
—Sì, sì, messere, io vel consento: santa voce fu quella, e trovò eco in animi già disposti: ma l'impulso era dato. Ma e poi, del pari che i popoli, seguitarono i papi la loro via? Le grandi riforme d'Ildebrando, ditemi un poco, dopo Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in breve sotto a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo l'aspirazione dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello stesso concetto che a noi pure sembra oggi il più accettabile. Nondimeno, dopo la morte di lui, si formò in Napoli un partito per porre l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale nè teocratico. Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re Manfredi in particolare, se avesse posto animo intero al ben del paese, avrebbe potuto essere la salute d'Italia. Frattanto chi altri, se non i papi, glie l'avversarono? Rammenterete che fu un Carlo di Angiò chiamato dal papa, che mosse guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a dirsi! fu un arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che volle insepolto il cadavere di Manfredi su i confini del regno, [pg!214] e pasto alle fiere! Sul compire del secolo decorso non vedemmo noi forse, messer Lotteringo, i successori d'Ugo Capeto venire in Italia a prendervi ardire e padronanza inaudita? Quello stesso Carlo d'Angiò, imbaldanzito per la corona di Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di discordie fra i nostri Comuni per divenirne signore? E chi de' pontefici cercò fermamente di distornarvelo?
—Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo, e Nicolò terzo!
—Gli unici, sì, che volesser frenare il potere stragrande dell'Angioino in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso straniero, un Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare a reami Lombardia e Toscana, tenute da Carlo in vicarìa dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli Orsini. Ma morto appena Niccolò, e succedutogli il francese Martino quarto, non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri siciliani non l'avesse avvisato che mala impresa erano queste terre per lui!
Or dite un poco, dopo tutto ciò perchè mai papa Bonifazio con un re francese collegarsi di nuovo? E vedete trista mercede! Bonifazio dal re francese e da' suoi è fatto prigioniero e deriso! Di che io non posso che vituperare l'oltracotante insultator del pontefice. Oh sì! Venero anch'io, non crediate, messer l'ambasciatore (benchè noi giureconsulti civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che d'eretici paterini) venero anch'io la suprema dignità della Chiesa, che vorrei santa, invulnerata e indipendente; e per qualche tempo ho sperato che il pontefice, sedente in Roma, e con la sua grande religiosa missione, si assumesse perfine a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho veduto a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio era pure italiano, e carità di patria e della Chiesa doveva consigliarlo altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto dopo di lui, ma che la morte in breve ce lo rapì: quando oggi abbiamo un Clemente francese, che vincolatosi a re Filippo, accetta il papato, e a quali condizioni! e abbandona la sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....
[pg!215] —Oh questo speriamo che non sarà!—lo interruppe l'ambasciatore.
E Cino:
—Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi che per tal guisa e' si renda al tutto mancipio dello straniero? Ecco frattanto che il buon pontefice (m'addolora a pensarlo!) per credersi forse meglio sicuro nella civil potestà, si rifugia presso di tale che già gli scava la fossa! Dopo tutto ciò, che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia? A tanti mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora questa gran Roma! Essa è agitata dal popolo, e dagl'insolenti baroni. Da un lato la brama di libertà; dall'altro le ambizioni dei Colonna e degli Orsini che se ne contendono il dominio. I cardinali, i legati, da Avignone vanno e vengono. Alle prese col Senato, mutan leggi ogni giorno, bandiscono editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto sostituito al civile. Uomini poi come son di partito, non solo non conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese curiali: i governanti poi peggio, con sordide avarizie, che crescon balzelli e destano ire e scontento! Credono farsi forti di soldatesche e di cortigiani: adulano il pontefice e lo traggono a mal partito. Oh! la Provenza fatta capitale del mondo cristiano, ancora alcun poco, e saprà vendicarsi di Roma divenuta provincia!
—Ma che forse Clemente—soggiunse l'altro—anche di Francia non spediva legati a Firenze, e al duca di Calabria al campo, perchè si togliesse l'assedio alla vostra Pistoia? Non li ha inviati a Bologna e dovunque fosser discordie?
—Troppo tardi, e però indarno! E voi Bolognese non dovete ignorarlo! Clemente sul suolo di Francia, lontano dalla sua Roma, e collegato co' nostri nemici, perdeva quasi fra i popoli ogni prestigio! E di fatto quando ancora ha potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il suo stato, se le sue città dipendono sempre da tanti piccoli tiranni? E di più, che timore parvi che incutano da qualche tempo gl'interdetti dei papi? Se essi invece, ministri del perdono di Dio (e voi ben diceste, messi a conciliare gli umani dissidi) avessero benignamente richiamato gli erranti, [pg!216] levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e chiesto alle città partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a concordia: se essi, primi ad esempio, la potestà ecclesiastica avesser ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto libera la civile; allora, oh! allora la parola e l'autorità loro sarebbe stata per ogni dove tanto più efficace e potente, e Italia di già avrebbe goduto una più florida vita.
—E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre repubbliche e principati si comporranno a concordia, e si daranno agevolmente in tutela d'un solo, e d'un imperatore germanico? Attendete, e lo vedremo venir, sì, a pacificare l'Italia, ma alla sua maniera però: vo' dire, a lusingarla da prima con belle parole: quindi a prostrarla con le imposte, col terrore e le stragi!
Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto stromento alle proprie ambizioni e agli odi di parte! È ormai tempo che i veri amatori della patria v'apprestin rimedio, se non vuolsi che in breve tutta quanta sia campo di civil guerra. Sperare che Italia, confederata fra' suoi Comuni e le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa, troppa individualità è fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi predomina! Meglio sarà raccogliere i freni di popoli sì sbrigliati nella man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano come l'avremmo voluto non può aversi) purchè virtuoso, autorevole, e di braccio potente.
—E sperate con questo?....
—Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto da spirito di partito....
—Oh si!—interruppe l'altro.—Voi dite di far parte da voi medesimi, ma intanto siete coi Ghibellini!
—Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento più Bianco che Nero. Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per noi l'esser oggi coi Ghibellini è un mezzo unico di previdenza che si estende a tutta la nazione; è il principio dell'autorità imperiale contro la curiale a utile dell'Italia. Ma ci preme egualmente di richiamarla a' principii sì civili che religiosi. Però, forti del nostro proposito, con questo modo avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni, [pg!217] e di raccogliere le membra sparte della nazione. Con ciò s'intende che, mantenuta intatta la sede e l'autorità del pontefice, la potestà spirituale non invada la temporale; l'una sia distinta dall'altra; ed ambedue cospirino al comun bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede del grande impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari all'altezza e alla difficoltà dell'impresa, scenda in Italia e vada a Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti di nuovo la vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio. Di colà solamente, afforzata in esso unico moderatore, l'autorità delle leggi e la potenza dell'armi, potrà riconquistare alla patria l'antica gloria e l'imperio su tutte le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia con sapienza, amore e virtù; e che ciascun municipio, convenendo in quel solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il suo libero reggimento6.
Se l'imperatore, nè Guelfo nè Ghibellino, fatto tacere intorno a sè ogni spirito di fazione, starà solo per la giustizia, in breve ne vedremo mirabili effetti. Un imperatore e re de' Romani che viene con lealtà salvatore e riordinatore d'Italia, non l'avremo per certo come straniero. Se poi i popoli infermi e sdegnosi di farmachi rigetteranno questa salute, e il nostro concetto sarà disperso; se di gente libera e di nazione potente quale potremmo essere, vorremo starci in discordia e in servitù, forte ce ne dorrà, ma non sarà nostra colpa.
Forse in un tempo assai lontano da questo, dopochè l'Italia per guerre fratricide sarà fatta deserta, e i suoi popoli, chi prima chi poi, cadranno in preda di più fieri tiranni: dopochè nuovamente saran dilaniati per guerre di conquiste principesche, o per altre terribili di religione: quando perfino le più libere idee a prezzo di molto sangue avranno sconvolto i troni più antichi, e su quelle rovine risorto che sia il sole di libertà, e rinnovatosi il giure europeo, i più degli Stati, con patto novello, con una separazione assoluta fra essi e la [pg!218] Chiesa giungeranno a godere i nuovi frutti di civiltà; allora forse questo nostro divisamento, sopravvissuto di secolo in secolo e propugnato da liberi petti; oh! allora chi sa che per incredibili eventi non si veda compiuto; e Italia, solo allora risorta e con un suo proprio principe, ritorni unita, forte e gloriosa!
Mentre che messer Cino, come ispirato, con tai parole poneva fine al suo dire, annunziavasi nella sala il ritorno del capitano. Allora il Sinibuldi si congedò: e l'ambasciatore trovatosi in presenza del Vergiolesi, liberamente gli espose la sua missione.
—Io non so—freddamente e con sarcasmo risposegli il capitano—con qual vero nome appellare questo benigno atto pontificio, e questa nobile ambasceria che il vostro legato vi commetteva! Impormi di rendere questa rocca al vescovo di Pistoia, che neppur ei la domanda? E come e perchè questo? Oh! non si rendono agevolmente le castella ai decreti d'un papa, che, pregato mediatore per la giustizia, autorizza invece una minacciata conquista: nè tanto meno si cedono alle folli pretese d'un cardinale, quando Filippo Vergiolesi ne fu solennemente investito, e n'è legittimo possessore!
Questo voi direte, messer l'ambasciatore, al cardinale Arnaldo di Pelagrua; e che, se egli il castel di Sambuca per violenza il vorrà, venga con le sue genti, ch'io con le mie, dalle mie torri e da' miei balzi l'attendo!
Ciò detto, comandò che l'ambasciatore e sue genti fossero serviti di vivande e rinfreschi, e con ogni sorta di cortesie fossero accomiatati.
[pg!219]