CAPITOLO XX.IL ROMEO.«Romeo persona umile e peregrina. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Indi partissi povero e vetusto;E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.Mendicando sua vita a frusto a frusto,Assai lo loda e più lo loderebbe.»——Dante,Paradiso, C. VI.Poco lungi dalla rocca della Sambuca, dal lato di mezzodì, in una piaggetta che aveva nome dicolle fiorito, dove poi fu eretto un asilo di povere donne consacratesi alla istruzione delle fanciulle de' vicini villaggi, scaturiva di sotto a un tabernacolo della Vergine appellatadel giglio, una fonte di purissima acqua. Sul tramonto del sole era questo il convegno delle donne sì del castello che dei dintorni, le quali fin dal basso del fiume vi giungevano co' loro brocchetti.Or avvenne che esse un tal giorno e in quell'ora vider salire a quella volta un pellegrino. Lo indicava per tale il suo abito soprattutto. Largo il cappello, vesta nera succinta fino al ginocchio; le gambe con usatti o corsaletti di pelle giù sino ai sandali; sugli omeri poi un mantelletto o bavero nero, dove erano appese qua e là piccole conchiglie, e sul petto una lucida croce. Non portava con sè che un'ampia scarsella, una barletta e un mandolino, pendenti dalla corda che cingevagli i fianchi. Come uomo che toccava già la vecchiezza se ne veniva su su lentamente appoggiandosi al suo [pg!233] lungo bordone. Lo andavano accompagnando due pastorelli, scalzi e mal vestiti, ma bianchi e rossi come rose; che allettati dalle sue parole cortesi, e incuriositi di lui per l'abito non comune, avevan lasciato altri loro compagni, e volentieri s'eran prestati a scortarlo sulla via del castello. Anco dall'aspetto, chi l'avesse bene osservato; una lunga barba grigia ma con due occhi vividi; un volto per quanto scarno, di bianchissima carnagione, e con una fisonomia di grazia e affabilità non comune; l'avrebbe subito giudicato per di nobil famiglia. Nè è da stupire in que' tempi, nei quali uomini d'ogni classeper rimedio dell'anime loro, ad espiazione di grandi delitti, o per senso di profonda umiltà, o per voto, s'imponevano sacri pellegrinaggi.Giunto lassù a quella fontana, benchè alquanto affannato per la salita, la prima cosa, voltosi a quelle donne, disse loro:—Date da bere al povero pellegrino, datelo di grazia, a un vecchio Romeo!Di che esse, non appena richieste, fecero a gara per compiacerlo. Ma una fra le altre, Maria, la fantesca di Selvaggia, più aggraziata e più franca, gli si fece dinanzi, e sollevatogli con bel garbo sul suo braccio il brocchetto già pieno, glielo piegò, tanto ch'ei vi bevesse. Così al vecchio Eliezzero là nella Mesopotamia volle esser cortese la buona figliuola di Batuele.Ma intanto che egli s'era posto a sedere sopra un masso vicino, le donne avevano scorto che portava con sè un musicale strumento. Sicchè vaghe com'erano d'udire qualche armonia; rara sorte in que' poggi, se non fosse stato talora il suono del liuto di madonna Selvaggia, da qualche tempo però tanto meno frequente; fu un muoversi tutte e far pressa e preghiera al buon Romeo di toccarne le corde. Di che ei per la cortesia ricevuta volle subito compiacerle, aggiungendo che avrebbe anche tentato di far loro udire una certa canzone. Allora esse gli si misero in cerchio, e posarono al piede i brocchetti. Trepidanti poi, le più giovani in specie, per l'atteso piacere, ma pur raffrenando la naturale allegria, s'imposer silenzio, e non intesero che ad ascoltarlo. Sicchè ei levatosi in piè, e toltosi dal fianco il liuto, e trattone un [pg!234] breve preludio, su flebile arpeggio, in questa guisa cominciò a cantare:Son Romeo che mari e montiNotte e dì finor varcai.Strani casi ed ho raccontiChe palesi non fur mai:Vera e mesta istoria è questaChe narrar da voi s'udrà.Fuvvi in Siena una donzellaDisposata a rio signore;Egli infida alma rubella,Ella giglio di candore.Ma il crudele omai l'aborre,Ch'altra donna in cor gli sta.In maremma abbandonataEi la chiuse in suo castello.Attendea la fiduciataPer più lune il crudo Nello:Fu delusa in sua fidanza!Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObliar cotanto affetto?E l'affanno della PiaAnco il cielo avrà reietto?E quell'aere malignoIl suo spiro estinguerà?Fra gli orror di muti avelliS'aggirò la sconsolata:Cercò pace almen fra quelliOnde viva era dannata.Ma qual vista! Un'urna, e appressoVedovella al suol si sta.Poveretta! al tuo lamentoCh'io congiunga il pianto mio!Deh m'abbraccia! adesso io sentoChe pietoso è meco Iddio:Ah! che il pianto insiem versatoÈ del cielo una pietà.Deh! ti prego; a lui, se maiCorrerà questa maremma,«Diè morendo, oh sì, dirai,[pg!235]A me pura la sua gemma!Ti ricordi della Pia,Che innocente, estinta è là!»E si giacque! E di palloreTinte avea le belle gote:Le man tremule sul core.Le pupille al cielo immote.Stanca alfin, siccome fiore,Il bel capo rechinò,E del suo crudele amoreIl dolor la consumò!La mesta canzone riempi di tristezza e di compassione il cuore di quelle donne. La buona Maria volle guidare il Romeo al castello, sicura che la sua signora l'avrebbe molto gradito. Ed egli che sentiva il bisogno di riposarsi, non essendosi fermato che allo Spedaletto circa sei miglia distante, non esitò a seguirla. Le giovani allora quasi tutte gli tenner dietro, nella speranza di sentirgli ripetere quella canzone. In questo Selvaggia sorpresa d'udire in tanta solitudine melodie, benchè di lunge non ben distinte, ma d'un andamento sì melanconico, aveva spedito a sapere d'onde venissero e da chi mai. E come da Maria le fu narrata ogni cosa, a lei pure prese vaghezza d'udir quella storia.Il Romeo con le donne era rimasto sul piazzaletto che è dinanzi alla porta. Selvaggia si recò subito nella sala, e consentì che le donne stesse vi venisser con lui. Le quali com'ebber riveduta la buona loro signora, meravigliarono che in sì breve tempo quel suo volto fosse divenuto sì pallido, e quel suo sguardo vivace e lieto, apparisse languido e mesto.Ma intanto come natura era in lei esser sempre con tutti affettuosa e gentile:—Venite, venite—diss'ella a coloro che si avanzavano peritose.—E voi, buon pellegrino—facendosegli incontro—siate fra noi il ben arrivato! Profittate a vostro agio della nostra ospitalità, che, per quanto assente mio padre, per noi, non sarà che di piacere e di grazia.—Gran mercè, madonna,—soggiunse il Romeo.—La [pg!236] fama del vostro bell'animo che suona sì degnamente, mi faceva sicuro di vostra buona accoglienza.—Frattanto—soggiunse ella—qui presso a me assidetevi, e prendete posa dal viaggio, mentre che vi faremo apprestare un qualche ristoro. E se vi piace, ditemi in grazia d'onde venite, e come per questi monti; e quale mai storia racchiude la vostra canzone.Cui egli rispose:—Abbiatevi da sapere, o nobil signora, che corrono già nove anni da che mi partii da Milano, la terra de' padri miei, deliberato di recarmi a visitar la tomba del principe degli apostoli. E ciò avvenne quando al principio di questo secolo (nè ciò potrà esservi ignoto) papa Bonifazio ottavo intimò il giubileo, e pose a Roma general perdono di colpa e di pena a quanti visitassero, de' Romani per un mese, degli estranei per quindici dì, le basiliche di S. Pietro e S. Paolo.—E il concorso com'andò voce, veramente fu grande?—Quanto mai possa dirsi!—rispose egli.—Perchè Bonifazio ad agevolarvi l'andata, nella pienezza di sua potenza fulminò l'interdetto a chiunque (fosse stato il più grande dei re!) per Roma e per questo fine avesse impedito il viaggio. Tantochè potete pensare che genti d'ogni grado e d'ogni nazione che vi si recarono!Non vi dirò di molti principi che v'intervennero. Ricordo fra' più illustri Amedeo quinto, principe di Savoia, del quale tutti esaltavano non che il valore guerresco, l'animo gentile, e la protezione alle arti belle. E infatti a Roma aveva condotto con sè dal suo Stato, com'io pur vidi, valenti artisti d'ogni maniera ad ammirarne le grandi opere, e a quelle ispirarsi per commetter loro grandi lavori. Noi italiani, quei molti in particolare che eravamo in vesta di pellegrini (e a me piace, vedete, con questo abito di ritornare alla patria) uomini e donne solevamo raccoglierci a cento a cento fuor delle mura. Di là si moveva e si faceva l'ingresso nella santa città, cantando i cantici della chiesa fino alla basilica di S. Pietro. Oh allora il pietoso spettacolo, se l'aveste veduto! Era un continuo scontrarsi con altre schiere di penitenti che ripartivano: e tutti come uguali nella fiducia, [pg!237] un medesimo animo ci guidava, una stessa gioia ci commoveva!Per amor della perdonanza, lo credereste? molti pellegrini a condursi i figliuoletti per mano; e i vecchi genitori talora per la stanchezza impotenti a più moversi, fino a portarseli sulle spalle! Eppure a que' giorni dopo i disagi di lungo cammino anco i più gagliardi a mala pena si reggevano, in piedi! Ma tant'è! l'amore e la fede vincon sempre ogni ostacolo! E la più parte, vedete, erano scalzi, trafelati dalla fatica, e smunti poi dai patimenti per la scarsezza del vitto essendo venuti a brigate, e a intere famiglie limosinando: di que' de' nostri quassù, fin di Piemonte, e chi financo dall'estrema Sicilia. Tanta poi era la folla, dì e notte, per la città, che l'antico ponte Elio sul Tevere, detto or di Sant'Angelo; perchè la gente astretta a passarlo per la visita delle basiliche non vi s'accalcasse per modo, che intoppatasi facesse subbuglio e avesse a cadere nel fiume; e' fu diviso per lo lungo con uno stabile spartimento. Sicchè quelli che andavano a S. Pietro volgevan la faccia a castel Sant'Angelo; a quella gran mole che fu già sepolcro dell'imperatore Adriano; e quelli che venivano per ire a S. Paolo, eran volti verso il monte Giordano. E pensate voi quanto danaro in tutto quel tempo fu raccolto per ogni chiesa! Giorno e notte presso l'altare (io gli ho veduti) due cherici stavan lì a riceverlo. Generalmente fu asserito che in tutto quell'anno aveavi sempre in Roma, ogni giorno, oltre ai romani, dugentomila pellegrini; e che oltre a due milioni fossero stati i devoti visitatori.—E ditemi, nobil Romeo;—lo richiese Selvaggia—vi dimoraste per molti giorni?—Quando ebbi ottenuta la perdonanza, e già passatovi da più che un mese, mi partii dalla gran città, non vi so dir come pieno l'animo per le meraviglie della Roma pagana e della cristiana! Allora, chiamato da un mio parente per negozi domestici, m'inoltrai nel mezzodì dell'Italia, e giunsi a Napoli. Colà, fosser cagione i disagi d'un sì lungo peregrinaggio, infermai gravemente, e qualche anno fui costretto di rimanervi. Non appena la salute mi consentì di lasciar [pg!238] quel bel cielo e quell'incantevol paese, toccai di nuovo Roma. Ma qual differenza da quella Roma che aveva già vista! Vedovata del suo pontefice (chè come sapete, Clemente V fu eletto e stabilivasi in Francia) mi diede immagine della compianta Gerusalemme! In preda ai partiti, la desolazione e i lamenti non vi mancavano! Mi rimisi tosto in cammino, e sulla via del ritorno come aveva fatto pensiero, volli fermarmi a visitare la bella città di Siena. Oh! quando si rientra in questo vostro paese, benedetto e privilegiato che gli è per l'idioma gentile, e per tanto più civili costumi; per la bellezza delle sue terre, e per la sua libertà; oh! non so dirvi che senso di gioia ci si rinnova! Limosinando di borgata in borgata, di città in città, dopo sì lungo viaggio pervenni a Siena in salute, e serbo sempre memoria di quella gente nobilmente ospitale. Ma ahimè! fu colà che intesi un tal fatto da impietosirne le belve! Per lo che a sollievo dell'animo mio, e perchè le gentili anime si compiangesser con me sopra le umane sciagure, mi proposi compor su di esso una canzone, quella che di lontano ascoltaste.—E qual è mai, se vi piace, cotesta istoria, mio buon Romeo?—Orrenda!—diss'egli—più di quello che sia dato di credere! Madonna Pia, la giovane e vaga figliuola di messer Buonconte de' Guastelloni di Siena, abbiate da sapere, che (corrono circa vent'anni) fu maritata a messer Baldo d'Aldobrandino de' Tolomei. Come poi intorno al 1290 ne rimase vedova, quattro o cinque anni dopo si disposava a un cotal Nello o Paganello d'Inghiramo Pagnocchieschi, signore del Castel della Pietra8. Ma non sì tosto ei la ebbe impalmata, che gli entrava in cuore una ardente passione per Margherita contessa di S. Fiora. Di qual potenza si fosse il demone che invase quel perfido, udirete dappoi. La grazia e la virtù della donna sua si dileguarono in un subito da quel petto. Odio invece e livore vi sottentrò; e concepì fin d'allora l'orribil [pg!239] pensiero di disfarsi di quella misera per congiungersi alla ricca e volubil contessa. Nello infatti divenne poi il consorte di Margherita, e fu il suo quarto marito! Ma con qual mistero, con qual perfidia pervenisse a' suoi fini, io solo...; chè per certo non so se la nuova qui...—Oh! nemmeno un sentore n'era giunto fra noi!—Si dunque; io solo potrò raccontarvelo. E vi prego fin d'ora, per onore di lei e del vero, non diate ascolto ad accuse contro a questa povera Pia. Varie e calunniose voci si fecero andare per Siena dal suo vile uccisore per ismentire in qualche modo il delitto. E fuvvi persino chi pronunziò il nome d'un suo amante riamato, e che il marito per gelosia furibondo ne divisasse la morte. Ma come potete pensare che a noi pellegrini andando di casa in casa è reso più agevole che a chi che sia di essere al fatto delle vicende domestiche; or io posso dirvi che, un venerando vecchio della casa, de' Guastelloni, avo della Pia, presso del quale fui ospitato, mi svelò tutta quanta la nefanda trama di Nello, asserendomi con giuramento che una sì nera calunnia falsamente fu apposta a quella gentile; a lei, non d'altro colpevole che d'aver troppo creduto ad un marito infedele, e di avere, fino agli estremi perdonando, portatogli affetto!Ricordo come il povero vecchio già quasi infermo, un tal dì, tutto tremante stringendomi la destra, e sfogandosi in lacrime mi diceva:—Con questa cara figliuola la nostra casa è disfatta! Io non reggo al dolore! La povera Pia sappiate che laggiù in maremma in que' bassi fondi, in un castello di suo marito, quel della Pietra.... Oh! la mia bella e virtuosa nipote! da lui, da lui proprio vi fu confinata! E intendete voi con qual fiero proposito? Perchè il dolore dell'abbandono (chè ella lo amava tanto!), ma più poi la malaria, per que' pestiferi miasmi lì presso a uno stagno, lentamente operassero in lei quel ch'ei voleva, la morte! ma, senza traccia di ferro del suo vile assassino! Sebbene non mancò chi narrasse che laggiù (ei più crudele e violento!) da un suo scherano la facesse precipitar da un balcone! Fu sparso poi ad arte pur questo: ch'ei trovatala morta per malor subitaneo, una forte disperazione lo sorprendesse. Disperato si, credo, [pg!240] come Caino, del perdono di Dio; perchè tal misfatto contro a una innocente chi potrà mai perdonarglielo? E fiero allora il vegliardo mi si diè a esclamare: Maledizione! maledizione sul capo di quell'iniquo! Dio ci castiga; chè già noi... oh si! dovevamo conoscerlo noi questo traditor della patria, quando fuggì gli Aretini alla Pieve del Toppo!.... e allora.... impedire a ogni costo!.... Ahimè! ahimè! (e affannato percotevasi il capo con ambe le mani). Poi ripreso vigore esclamò;—Oh! perchè non ho io tanto forti le membra da impugnare una spada, e prenderne su di lui la bramata vendetta! Che almeno nell'infausto castello fra i più crudi rimorsi finisca l'iniquo i suoi giorni; e dipoi quell'edificio dalla vetta delle sue torri sia diroccato, nè mano di uomo possa più rialzarlo; e fin le stesse macerie nel suo putrido stagno vadan sepolte! Ma che di sopra a tante sozzure, deh! giustizia di Dio! si elevi una nobile voce che impietosisca le future generazioni, narrando lo strazio con cui si disfece la vita d'una sì cara ed innocente figliuola!Pur troppo vi so dire—ei conchiuse—che tutta Siena e il contado di gran pietà ne furon commossi! Ma che giova però? La mia diletta, l'onore di mia famiglia, ahi! ahimè! non è più!—Così il nobile Guastelloni al Romeo; e così questi ne riferiva dolente, la narrazione nella sala del castello de' Vergiolesi, sicchè tutte le astanti se n'erano contristate. Selvaggia poi di tal maniera, chè era rimasta come stupida pel turbamento. Questa commozione tanto più forte si pareva in lei, per una serie di tristi vicende fatta omai più sensibile alle sventure, e perchè in quell'istante l'animo suo era preoccupato dal lungo silenzio di Cino, inconcepibile dopo l'affetto che le avea dimostrato, e le ripetute promesse.In questo le donne avevan pregato il Romeo a ripetere quella canzone, fidando che ella, come innanzi se n'era espressa, l'avrebbe gradita. E quegli presane licenza di già l'intonava. Ma come n'ebbe modulate le prime strofe, Selvaggia che vi potè porre attenzione, ne fu di nuovo sì scossa, che a bassa voce e tremante cominciò a ripetere que' versi che le parvero come dettati per lei; e dicea ne' sospiri:[pg!241]«Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObbliar cotanto affetto?»Ma già il Romeo, avvedutosi del suo turbamento, si era imposto silenzio.Ella, fatta pallida oltre l'usato, si levava dalla sua sedia; e pronunziando pur sempre fra sè quelle funeste parole, congiunte insieme le palme, e volto a terra lo sguardo, a lenti passi ritiravasi nelle sue stanze.La mattina seguente bramoso il Romeo di rimettersi in via, dimandò di prender congedo dalla nobile castellana. Allora fu introdotto nella sua camera, dov'ella di già alzata lo ricevette. Una modesta mobilia e non più che la necessaria vi si vedeva. Bianche cortine circondavano il letto: dove da un lato una croce, dall'altro un inginocchiatoio, e sopra pendente dalla parete un quadretto in campo d'oro con una Vergine, d'autore bizantino. Un forziere di legno intarsiato a vari colori: uno stipo antichissimo; poche sedie, un tavolino e null'altro. Ella era seduta sopra una sedia a bracciali. Vestiva un'ampia zimarra di panno chiaro con doppia bottoniera dinanzi, e sopra, un nero gamurrino cinto alla vita, con grandi maniche; l'una e l'altro di panno inglese, reso finissimo dai cimatori fiorentini nell'arte di Calimala. Su d'un piccolo tavolino che avea dinanzi, erano poche cartapecore bianche, con appresso il calamaio. Alcuni libri ben rilegati, fra i quali il nuovo Testamento con la versione in volgare, coperto con velluto chermisi con fermagli d'oro; il cui manoscritto il più forbito su carta bianchissima impomiciata e a larghissimi margini, si pregiava per miniature mirabili e fregi d'oro sì ben condotti e finiti, che non poteano attribuirsi che al celebre Oderigi da Gobbio. Alcuni tratti della Consolazione di Severino Boezio voltati pure in volgare, e legati in un libro, con poche poesie provenzali che andavano sotto il nome di Folchetto di Marsilia. Aveavi una cronachetta d'Elisa e di Abelardo: alcuni romanzi di Turpino e di Lancellotto; tutti quasi i racconti della Tavola Rotonda; e infine una raccolta di versi dei più eletti trovatori italiani da lei stessa copiati con grande amore: non che i più pregiati [pg!242] di Lemmo, del Cavalcanti, dell'Alighieri, e quelli di Cino de' quali egli le fece dono.—E volete dunque partirvene?—al Romeo appena entrato diss'ella.—Sì, mia nobil Selvaggia. Mi tarda assai di proseguire il cammino per le mie terre lombarde, e vengo però a rendervi grazie....Ed essa interrompendolo:—A voi gran mercè, buon Romeo! Ma, e tornate per via diretta a Milano?—Sì veramente.—Oh! egli dev'esser pur là—(pensò fra se stessa; che fare? che dirgli?) A questa idea le sue guance sì pallide si acceser d'un tratto siccome fuoco.E il Romeo le soggiunse:—Io sono di nobil famiglia: non posso dirvi di più. Un impulso irresistibile mi trasse ad andarmene in romeaggio; e ora, sano di corpo, e tranquillo e sodisfatto dell'animo, ritorno alla mia terra natale. Se in alcuna cosa di vostro servigio potessi adoprarmi da quelle parti, me ne terrei grandemente onorato.—Oh! se sapeste quanto per me la graziosa vostra profferta.....—Parlate, su via, parlate, ch'io sarò lieto d'ogni vostro comando.—Poichè vi piace—soggiunse ella—dirovvi dunque che un amico nostro e concittadino, messer Cino de' Sinibuldi, passò già per di qui, e dimorato per breve tempo fra noi, partivasi per Lombardia.—Ma, ahimè!—traendo un lungo sospiro—molto tempo è omai corso che nissuna novella ci è venuta di lui! E sì che di scriverci ne avea a tutti impromesso, e noi per certo a lui affezionato, lo speravamo! Egli è uomo di leggi e di lettere, e valente, sapete! scrittore di leggiadri versi, grande amico dell'illustre Alighieri. Poi egli, in tanto feroce parteggiar di cittadini, si serbò sempre puro di sangue fraterno: e ov'ei s'intromise, fu per senso di nobile animo, e per amor di concordia. Gli è per questo che si è recato colà fra i Ghibellini ad affrettar la discesa [pg!243] dell'imperatore in Italia. Non vi può esser noto dove ora si sia; ma io son d'avviso a Milano. Ad ogni modo per ciò che v'ho detto vi sarà agevole, spero, di ritrovarlo. E allora.... Oh! allora—come in atto supplichevole seguitò ella—in nome di Dio ve ne prego! narrategli il turbamento e il sospetto in che tutti ci ha posti la privazione assoluta de' suoi caratteri, e di qualunque suo familiare: e ad ogni caso voi pure inviatecene qualche nuova. Duolmi che nè mio padre nè mio fratello sien qui per sentirvi ripetere questa stessa preghiera!—Il piacer vostro mi è legge, o signora. Mi avete proferito un tal nome, che per la prima volta udii a Roma articolar con affetto sulle labbra d'un buon vecchio morente, ch'io per qualche giorno assistei nell'ospizio de' pellegrini.—Oh! che mai dite! e chi era mai cotest'uomo?—Corse voce per alcuni che fosse pistoiese; per altri fiorentino di patria; certo, al gentile idioma, toscano; e s'appellava Casella.—Ahimè!—esclamò ella—l'amico di messer Lemmo nostro, che anch'egli poco fa si moriva! affezionato poi tanto a messer Cino! Amicissimo dell'Alighieri, cui musicava le canzoni, gli apprendeva il bel canto, e le cui melodie gli giungevan sì grate!—E a' quali, vedete, ei mi commise, se in Toscana li avessi incontrati, di porger loro l'estremo saluto! E vi fu visitato, ricordo, da alcuni nobili cittadini, fra' quali da un Giovanni Villani; e, se non erro, anche dall'Alighieri, che mi fu detto trovarsi in Roma in quel tempo per cagione d'ambascerie.—Ahi! la morte! la morte!—proruppe allora Selvaggia—quanto debb'esser più angosciosa, soli, in lontani paesi, senza il conforto de' suoi!....Quindi con entusiasmo soggiunse:—Deh! che vivano almeno e messer Cino e Dante! Viva il grande Alighieri per compiere il suo divino poema; del quale io, ecco qui, fra le prime ebbi in sorte d'aver trascritti alcuni Canti dalla mano stessa di Cino, e come cosa sacra per doppia cagione io li serbo! Il pensare che egli dalla sua [pg!244] Beatrice!.... O avventurosa! che seppe a tant'altezza di propositi, a sì divino concetto ispirare il suo nobil poeta! Sì; chiedo al cielo che Dante e Cino, con la gloria del nome e dell'opere loro, vincano alfine la crudeltà de' loro avversari, e si acquistino immortal fama presso ogni gente!Benchè ora in terra d'esilio, astretti a separarsi da' loro concittadini, pur troppo discordevoli tanto!.... oh! ma alcuni però restaron qua avvinti ad essi di tale affetto!—e ripeteva con calore—di grande inesprimibile affetto!.... E voi, buon Romeo, pel cortese animo vostro, ritrovando messer Cino a Milano, voi spero glielo ridirete a mio nome, e del padre e del fratel mio, e di mia cugina Lauretta. E che di noi più non si scordi, e che per lettere il più presto ci mostri che non ci ha del tutto obliati!—Riposto il piede sul suolo lombardo, sarà mia cura—rispose egli—non dubitate, di andare in traccia di lui, e fedelmente gli narrerò quel ch'io vidi, e quel che voi m'esponeste.Cui ella:—Grazie, oh! grazie! che il cielo vi assista!....Voleva più dire, ma affralita, e fortemente commossa, le venne meno la voce: e solo col languido sguardo accompagnò il Romeo sino al limitare di quella porta; d'onde ei di nuovo con vivo accento esclamò:—Deh! possa Iddio consolarvi! Sarà questa la mia preghiera sempre! Addio!Quest'ultima parola parve le risonasse nel cuore come una tremenda inesorabil sentenza.—Ah! pur troppo addio tutte care speranze!—ella ripetè varie volte; e ricadde nel più grave abbandono![pg!245]
CAPITOLO XX.IL ROMEO.«Romeo persona umile e peregrina. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Indi partissi povero e vetusto;E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.Mendicando sua vita a frusto a frusto,Assai lo loda e più lo loderebbe.»——Dante,Paradiso, C. VI.Poco lungi dalla rocca della Sambuca, dal lato di mezzodì, in una piaggetta che aveva nome dicolle fiorito, dove poi fu eretto un asilo di povere donne consacratesi alla istruzione delle fanciulle de' vicini villaggi, scaturiva di sotto a un tabernacolo della Vergine appellatadel giglio, una fonte di purissima acqua. Sul tramonto del sole era questo il convegno delle donne sì del castello che dei dintorni, le quali fin dal basso del fiume vi giungevano co' loro brocchetti.Or avvenne che esse un tal giorno e in quell'ora vider salire a quella volta un pellegrino. Lo indicava per tale il suo abito soprattutto. Largo il cappello, vesta nera succinta fino al ginocchio; le gambe con usatti o corsaletti di pelle giù sino ai sandali; sugli omeri poi un mantelletto o bavero nero, dove erano appese qua e là piccole conchiglie, e sul petto una lucida croce. Non portava con sè che un'ampia scarsella, una barletta e un mandolino, pendenti dalla corda che cingevagli i fianchi. Come uomo che toccava già la vecchiezza se ne veniva su su lentamente appoggiandosi al suo [pg!233] lungo bordone. Lo andavano accompagnando due pastorelli, scalzi e mal vestiti, ma bianchi e rossi come rose; che allettati dalle sue parole cortesi, e incuriositi di lui per l'abito non comune, avevan lasciato altri loro compagni, e volentieri s'eran prestati a scortarlo sulla via del castello. Anco dall'aspetto, chi l'avesse bene osservato; una lunga barba grigia ma con due occhi vividi; un volto per quanto scarno, di bianchissima carnagione, e con una fisonomia di grazia e affabilità non comune; l'avrebbe subito giudicato per di nobil famiglia. Nè è da stupire in que' tempi, nei quali uomini d'ogni classeper rimedio dell'anime loro, ad espiazione di grandi delitti, o per senso di profonda umiltà, o per voto, s'imponevano sacri pellegrinaggi.Giunto lassù a quella fontana, benchè alquanto affannato per la salita, la prima cosa, voltosi a quelle donne, disse loro:—Date da bere al povero pellegrino, datelo di grazia, a un vecchio Romeo!Di che esse, non appena richieste, fecero a gara per compiacerlo. Ma una fra le altre, Maria, la fantesca di Selvaggia, più aggraziata e più franca, gli si fece dinanzi, e sollevatogli con bel garbo sul suo braccio il brocchetto già pieno, glielo piegò, tanto ch'ei vi bevesse. Così al vecchio Eliezzero là nella Mesopotamia volle esser cortese la buona figliuola di Batuele.Ma intanto che egli s'era posto a sedere sopra un masso vicino, le donne avevano scorto che portava con sè un musicale strumento. Sicchè vaghe com'erano d'udire qualche armonia; rara sorte in que' poggi, se non fosse stato talora il suono del liuto di madonna Selvaggia, da qualche tempo però tanto meno frequente; fu un muoversi tutte e far pressa e preghiera al buon Romeo di toccarne le corde. Di che ei per la cortesia ricevuta volle subito compiacerle, aggiungendo che avrebbe anche tentato di far loro udire una certa canzone. Allora esse gli si misero in cerchio, e posarono al piede i brocchetti. Trepidanti poi, le più giovani in specie, per l'atteso piacere, ma pur raffrenando la naturale allegria, s'imposer silenzio, e non intesero che ad ascoltarlo. Sicchè ei levatosi in piè, e toltosi dal fianco il liuto, e trattone un [pg!234] breve preludio, su flebile arpeggio, in questa guisa cominciò a cantare:Son Romeo che mari e montiNotte e dì finor varcai.Strani casi ed ho raccontiChe palesi non fur mai:Vera e mesta istoria è questaChe narrar da voi s'udrà.Fuvvi in Siena una donzellaDisposata a rio signore;Egli infida alma rubella,Ella giglio di candore.Ma il crudele omai l'aborre,Ch'altra donna in cor gli sta.In maremma abbandonataEi la chiuse in suo castello.Attendea la fiduciataPer più lune il crudo Nello:Fu delusa in sua fidanza!Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObliar cotanto affetto?E l'affanno della PiaAnco il cielo avrà reietto?E quell'aere malignoIl suo spiro estinguerà?Fra gli orror di muti avelliS'aggirò la sconsolata:Cercò pace almen fra quelliOnde viva era dannata.Ma qual vista! Un'urna, e appressoVedovella al suol si sta.Poveretta! al tuo lamentoCh'io congiunga il pianto mio!Deh m'abbraccia! adesso io sentoChe pietoso è meco Iddio:Ah! che il pianto insiem versatoÈ del cielo una pietà.Deh! ti prego; a lui, se maiCorrerà questa maremma,«Diè morendo, oh sì, dirai,[pg!235]A me pura la sua gemma!Ti ricordi della Pia,Che innocente, estinta è là!»E si giacque! E di palloreTinte avea le belle gote:Le man tremule sul core.Le pupille al cielo immote.Stanca alfin, siccome fiore,Il bel capo rechinò,E del suo crudele amoreIl dolor la consumò!La mesta canzone riempi di tristezza e di compassione il cuore di quelle donne. La buona Maria volle guidare il Romeo al castello, sicura che la sua signora l'avrebbe molto gradito. Ed egli che sentiva il bisogno di riposarsi, non essendosi fermato che allo Spedaletto circa sei miglia distante, non esitò a seguirla. Le giovani allora quasi tutte gli tenner dietro, nella speranza di sentirgli ripetere quella canzone. In questo Selvaggia sorpresa d'udire in tanta solitudine melodie, benchè di lunge non ben distinte, ma d'un andamento sì melanconico, aveva spedito a sapere d'onde venissero e da chi mai. E come da Maria le fu narrata ogni cosa, a lei pure prese vaghezza d'udir quella storia.Il Romeo con le donne era rimasto sul piazzaletto che è dinanzi alla porta. Selvaggia si recò subito nella sala, e consentì che le donne stesse vi venisser con lui. Le quali com'ebber riveduta la buona loro signora, meravigliarono che in sì breve tempo quel suo volto fosse divenuto sì pallido, e quel suo sguardo vivace e lieto, apparisse languido e mesto.Ma intanto come natura era in lei esser sempre con tutti affettuosa e gentile:—Venite, venite—diss'ella a coloro che si avanzavano peritose.—E voi, buon pellegrino—facendosegli incontro—siate fra noi il ben arrivato! Profittate a vostro agio della nostra ospitalità, che, per quanto assente mio padre, per noi, non sarà che di piacere e di grazia.—Gran mercè, madonna,—soggiunse il Romeo.—La [pg!236] fama del vostro bell'animo che suona sì degnamente, mi faceva sicuro di vostra buona accoglienza.—Frattanto—soggiunse ella—qui presso a me assidetevi, e prendete posa dal viaggio, mentre che vi faremo apprestare un qualche ristoro. E se vi piace, ditemi in grazia d'onde venite, e come per questi monti; e quale mai storia racchiude la vostra canzone.Cui egli rispose:—Abbiatevi da sapere, o nobil signora, che corrono già nove anni da che mi partii da Milano, la terra de' padri miei, deliberato di recarmi a visitar la tomba del principe degli apostoli. E ciò avvenne quando al principio di questo secolo (nè ciò potrà esservi ignoto) papa Bonifazio ottavo intimò il giubileo, e pose a Roma general perdono di colpa e di pena a quanti visitassero, de' Romani per un mese, degli estranei per quindici dì, le basiliche di S. Pietro e S. Paolo.—E il concorso com'andò voce, veramente fu grande?—Quanto mai possa dirsi!—rispose egli.—Perchè Bonifazio ad agevolarvi l'andata, nella pienezza di sua potenza fulminò l'interdetto a chiunque (fosse stato il più grande dei re!) per Roma e per questo fine avesse impedito il viaggio. Tantochè potete pensare che genti d'ogni grado e d'ogni nazione che vi si recarono!Non vi dirò di molti principi che v'intervennero. Ricordo fra' più illustri Amedeo quinto, principe di Savoia, del quale tutti esaltavano non che il valore guerresco, l'animo gentile, e la protezione alle arti belle. E infatti a Roma aveva condotto con sè dal suo Stato, com'io pur vidi, valenti artisti d'ogni maniera ad ammirarne le grandi opere, e a quelle ispirarsi per commetter loro grandi lavori. Noi italiani, quei molti in particolare che eravamo in vesta di pellegrini (e a me piace, vedete, con questo abito di ritornare alla patria) uomini e donne solevamo raccoglierci a cento a cento fuor delle mura. Di là si moveva e si faceva l'ingresso nella santa città, cantando i cantici della chiesa fino alla basilica di S. Pietro. Oh allora il pietoso spettacolo, se l'aveste veduto! Era un continuo scontrarsi con altre schiere di penitenti che ripartivano: e tutti come uguali nella fiducia, [pg!237] un medesimo animo ci guidava, una stessa gioia ci commoveva!Per amor della perdonanza, lo credereste? molti pellegrini a condursi i figliuoletti per mano; e i vecchi genitori talora per la stanchezza impotenti a più moversi, fino a portarseli sulle spalle! Eppure a que' giorni dopo i disagi di lungo cammino anco i più gagliardi a mala pena si reggevano, in piedi! Ma tant'è! l'amore e la fede vincon sempre ogni ostacolo! E la più parte, vedete, erano scalzi, trafelati dalla fatica, e smunti poi dai patimenti per la scarsezza del vitto essendo venuti a brigate, e a intere famiglie limosinando: di que' de' nostri quassù, fin di Piemonte, e chi financo dall'estrema Sicilia. Tanta poi era la folla, dì e notte, per la città, che l'antico ponte Elio sul Tevere, detto or di Sant'Angelo; perchè la gente astretta a passarlo per la visita delle basiliche non vi s'accalcasse per modo, che intoppatasi facesse subbuglio e avesse a cadere nel fiume; e' fu diviso per lo lungo con uno stabile spartimento. Sicchè quelli che andavano a S. Pietro volgevan la faccia a castel Sant'Angelo; a quella gran mole che fu già sepolcro dell'imperatore Adriano; e quelli che venivano per ire a S. Paolo, eran volti verso il monte Giordano. E pensate voi quanto danaro in tutto quel tempo fu raccolto per ogni chiesa! Giorno e notte presso l'altare (io gli ho veduti) due cherici stavan lì a riceverlo. Generalmente fu asserito che in tutto quell'anno aveavi sempre in Roma, ogni giorno, oltre ai romani, dugentomila pellegrini; e che oltre a due milioni fossero stati i devoti visitatori.—E ditemi, nobil Romeo;—lo richiese Selvaggia—vi dimoraste per molti giorni?—Quando ebbi ottenuta la perdonanza, e già passatovi da più che un mese, mi partii dalla gran città, non vi so dir come pieno l'animo per le meraviglie della Roma pagana e della cristiana! Allora, chiamato da un mio parente per negozi domestici, m'inoltrai nel mezzodì dell'Italia, e giunsi a Napoli. Colà, fosser cagione i disagi d'un sì lungo peregrinaggio, infermai gravemente, e qualche anno fui costretto di rimanervi. Non appena la salute mi consentì di lasciar [pg!238] quel bel cielo e quell'incantevol paese, toccai di nuovo Roma. Ma qual differenza da quella Roma che aveva già vista! Vedovata del suo pontefice (chè come sapete, Clemente V fu eletto e stabilivasi in Francia) mi diede immagine della compianta Gerusalemme! In preda ai partiti, la desolazione e i lamenti non vi mancavano! Mi rimisi tosto in cammino, e sulla via del ritorno come aveva fatto pensiero, volli fermarmi a visitare la bella città di Siena. Oh! quando si rientra in questo vostro paese, benedetto e privilegiato che gli è per l'idioma gentile, e per tanto più civili costumi; per la bellezza delle sue terre, e per la sua libertà; oh! non so dirvi che senso di gioia ci si rinnova! Limosinando di borgata in borgata, di città in città, dopo sì lungo viaggio pervenni a Siena in salute, e serbo sempre memoria di quella gente nobilmente ospitale. Ma ahimè! fu colà che intesi un tal fatto da impietosirne le belve! Per lo che a sollievo dell'animo mio, e perchè le gentili anime si compiangesser con me sopra le umane sciagure, mi proposi compor su di esso una canzone, quella che di lontano ascoltaste.—E qual è mai, se vi piace, cotesta istoria, mio buon Romeo?—Orrenda!—diss'egli—più di quello che sia dato di credere! Madonna Pia, la giovane e vaga figliuola di messer Buonconte de' Guastelloni di Siena, abbiate da sapere, che (corrono circa vent'anni) fu maritata a messer Baldo d'Aldobrandino de' Tolomei. Come poi intorno al 1290 ne rimase vedova, quattro o cinque anni dopo si disposava a un cotal Nello o Paganello d'Inghiramo Pagnocchieschi, signore del Castel della Pietra8. Ma non sì tosto ei la ebbe impalmata, che gli entrava in cuore una ardente passione per Margherita contessa di S. Fiora. Di qual potenza si fosse il demone che invase quel perfido, udirete dappoi. La grazia e la virtù della donna sua si dileguarono in un subito da quel petto. Odio invece e livore vi sottentrò; e concepì fin d'allora l'orribil [pg!239] pensiero di disfarsi di quella misera per congiungersi alla ricca e volubil contessa. Nello infatti divenne poi il consorte di Margherita, e fu il suo quarto marito! Ma con qual mistero, con qual perfidia pervenisse a' suoi fini, io solo...; chè per certo non so se la nuova qui...—Oh! nemmeno un sentore n'era giunto fra noi!—Si dunque; io solo potrò raccontarvelo. E vi prego fin d'ora, per onore di lei e del vero, non diate ascolto ad accuse contro a questa povera Pia. Varie e calunniose voci si fecero andare per Siena dal suo vile uccisore per ismentire in qualche modo il delitto. E fuvvi persino chi pronunziò il nome d'un suo amante riamato, e che il marito per gelosia furibondo ne divisasse la morte. Ma come potete pensare che a noi pellegrini andando di casa in casa è reso più agevole che a chi che sia di essere al fatto delle vicende domestiche; or io posso dirvi che, un venerando vecchio della casa, de' Guastelloni, avo della Pia, presso del quale fui ospitato, mi svelò tutta quanta la nefanda trama di Nello, asserendomi con giuramento che una sì nera calunnia falsamente fu apposta a quella gentile; a lei, non d'altro colpevole che d'aver troppo creduto ad un marito infedele, e di avere, fino agli estremi perdonando, portatogli affetto!Ricordo come il povero vecchio già quasi infermo, un tal dì, tutto tremante stringendomi la destra, e sfogandosi in lacrime mi diceva:—Con questa cara figliuola la nostra casa è disfatta! Io non reggo al dolore! La povera Pia sappiate che laggiù in maremma in que' bassi fondi, in un castello di suo marito, quel della Pietra.... Oh! la mia bella e virtuosa nipote! da lui, da lui proprio vi fu confinata! E intendete voi con qual fiero proposito? Perchè il dolore dell'abbandono (chè ella lo amava tanto!), ma più poi la malaria, per que' pestiferi miasmi lì presso a uno stagno, lentamente operassero in lei quel ch'ei voleva, la morte! ma, senza traccia di ferro del suo vile assassino! Sebbene non mancò chi narrasse che laggiù (ei più crudele e violento!) da un suo scherano la facesse precipitar da un balcone! Fu sparso poi ad arte pur questo: ch'ei trovatala morta per malor subitaneo, una forte disperazione lo sorprendesse. Disperato si, credo, [pg!240] come Caino, del perdono di Dio; perchè tal misfatto contro a una innocente chi potrà mai perdonarglielo? E fiero allora il vegliardo mi si diè a esclamare: Maledizione! maledizione sul capo di quell'iniquo! Dio ci castiga; chè già noi... oh si! dovevamo conoscerlo noi questo traditor della patria, quando fuggì gli Aretini alla Pieve del Toppo!.... e allora.... impedire a ogni costo!.... Ahimè! ahimè! (e affannato percotevasi il capo con ambe le mani). Poi ripreso vigore esclamò;—Oh! perchè non ho io tanto forti le membra da impugnare una spada, e prenderne su di lui la bramata vendetta! Che almeno nell'infausto castello fra i più crudi rimorsi finisca l'iniquo i suoi giorni; e dipoi quell'edificio dalla vetta delle sue torri sia diroccato, nè mano di uomo possa più rialzarlo; e fin le stesse macerie nel suo putrido stagno vadan sepolte! Ma che di sopra a tante sozzure, deh! giustizia di Dio! si elevi una nobile voce che impietosisca le future generazioni, narrando lo strazio con cui si disfece la vita d'una sì cara ed innocente figliuola!Pur troppo vi so dire—ei conchiuse—che tutta Siena e il contado di gran pietà ne furon commossi! Ma che giova però? La mia diletta, l'onore di mia famiglia, ahi! ahimè! non è più!—Così il nobile Guastelloni al Romeo; e così questi ne riferiva dolente, la narrazione nella sala del castello de' Vergiolesi, sicchè tutte le astanti se n'erano contristate. Selvaggia poi di tal maniera, chè era rimasta come stupida pel turbamento. Questa commozione tanto più forte si pareva in lei, per una serie di tristi vicende fatta omai più sensibile alle sventure, e perchè in quell'istante l'animo suo era preoccupato dal lungo silenzio di Cino, inconcepibile dopo l'affetto che le avea dimostrato, e le ripetute promesse.In questo le donne avevan pregato il Romeo a ripetere quella canzone, fidando che ella, come innanzi se n'era espressa, l'avrebbe gradita. E quegli presane licenza di già l'intonava. Ma come n'ebbe modulate le prime strofe, Selvaggia che vi potè porre attenzione, ne fu di nuovo sì scossa, che a bassa voce e tremante cominciò a ripetere que' versi che le parvero come dettati per lei; e dicea ne' sospiri:[pg!241]«Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObbliar cotanto affetto?»Ma già il Romeo, avvedutosi del suo turbamento, si era imposto silenzio.Ella, fatta pallida oltre l'usato, si levava dalla sua sedia; e pronunziando pur sempre fra sè quelle funeste parole, congiunte insieme le palme, e volto a terra lo sguardo, a lenti passi ritiravasi nelle sue stanze.La mattina seguente bramoso il Romeo di rimettersi in via, dimandò di prender congedo dalla nobile castellana. Allora fu introdotto nella sua camera, dov'ella di già alzata lo ricevette. Una modesta mobilia e non più che la necessaria vi si vedeva. Bianche cortine circondavano il letto: dove da un lato una croce, dall'altro un inginocchiatoio, e sopra pendente dalla parete un quadretto in campo d'oro con una Vergine, d'autore bizantino. Un forziere di legno intarsiato a vari colori: uno stipo antichissimo; poche sedie, un tavolino e null'altro. Ella era seduta sopra una sedia a bracciali. Vestiva un'ampia zimarra di panno chiaro con doppia bottoniera dinanzi, e sopra, un nero gamurrino cinto alla vita, con grandi maniche; l'una e l'altro di panno inglese, reso finissimo dai cimatori fiorentini nell'arte di Calimala. Su d'un piccolo tavolino che avea dinanzi, erano poche cartapecore bianche, con appresso il calamaio. Alcuni libri ben rilegati, fra i quali il nuovo Testamento con la versione in volgare, coperto con velluto chermisi con fermagli d'oro; il cui manoscritto il più forbito su carta bianchissima impomiciata e a larghissimi margini, si pregiava per miniature mirabili e fregi d'oro sì ben condotti e finiti, che non poteano attribuirsi che al celebre Oderigi da Gobbio. Alcuni tratti della Consolazione di Severino Boezio voltati pure in volgare, e legati in un libro, con poche poesie provenzali che andavano sotto il nome di Folchetto di Marsilia. Aveavi una cronachetta d'Elisa e di Abelardo: alcuni romanzi di Turpino e di Lancellotto; tutti quasi i racconti della Tavola Rotonda; e infine una raccolta di versi dei più eletti trovatori italiani da lei stessa copiati con grande amore: non che i più pregiati [pg!242] di Lemmo, del Cavalcanti, dell'Alighieri, e quelli di Cino de' quali egli le fece dono.—E volete dunque partirvene?—al Romeo appena entrato diss'ella.—Sì, mia nobil Selvaggia. Mi tarda assai di proseguire il cammino per le mie terre lombarde, e vengo però a rendervi grazie....Ed essa interrompendolo:—A voi gran mercè, buon Romeo! Ma, e tornate per via diretta a Milano?—Sì veramente.—Oh! egli dev'esser pur là—(pensò fra se stessa; che fare? che dirgli?) A questa idea le sue guance sì pallide si acceser d'un tratto siccome fuoco.E il Romeo le soggiunse:—Io sono di nobil famiglia: non posso dirvi di più. Un impulso irresistibile mi trasse ad andarmene in romeaggio; e ora, sano di corpo, e tranquillo e sodisfatto dell'animo, ritorno alla mia terra natale. Se in alcuna cosa di vostro servigio potessi adoprarmi da quelle parti, me ne terrei grandemente onorato.—Oh! se sapeste quanto per me la graziosa vostra profferta.....—Parlate, su via, parlate, ch'io sarò lieto d'ogni vostro comando.—Poichè vi piace—soggiunse ella—dirovvi dunque che un amico nostro e concittadino, messer Cino de' Sinibuldi, passò già per di qui, e dimorato per breve tempo fra noi, partivasi per Lombardia.—Ma, ahimè!—traendo un lungo sospiro—molto tempo è omai corso che nissuna novella ci è venuta di lui! E sì che di scriverci ne avea a tutti impromesso, e noi per certo a lui affezionato, lo speravamo! Egli è uomo di leggi e di lettere, e valente, sapete! scrittore di leggiadri versi, grande amico dell'illustre Alighieri. Poi egli, in tanto feroce parteggiar di cittadini, si serbò sempre puro di sangue fraterno: e ov'ei s'intromise, fu per senso di nobile animo, e per amor di concordia. Gli è per questo che si è recato colà fra i Ghibellini ad affrettar la discesa [pg!243] dell'imperatore in Italia. Non vi può esser noto dove ora si sia; ma io son d'avviso a Milano. Ad ogni modo per ciò che v'ho detto vi sarà agevole, spero, di ritrovarlo. E allora.... Oh! allora—come in atto supplichevole seguitò ella—in nome di Dio ve ne prego! narrategli il turbamento e il sospetto in che tutti ci ha posti la privazione assoluta de' suoi caratteri, e di qualunque suo familiare: e ad ogni caso voi pure inviatecene qualche nuova. Duolmi che nè mio padre nè mio fratello sien qui per sentirvi ripetere questa stessa preghiera!—Il piacer vostro mi è legge, o signora. Mi avete proferito un tal nome, che per la prima volta udii a Roma articolar con affetto sulle labbra d'un buon vecchio morente, ch'io per qualche giorno assistei nell'ospizio de' pellegrini.—Oh! che mai dite! e chi era mai cotest'uomo?—Corse voce per alcuni che fosse pistoiese; per altri fiorentino di patria; certo, al gentile idioma, toscano; e s'appellava Casella.—Ahimè!—esclamò ella—l'amico di messer Lemmo nostro, che anch'egli poco fa si moriva! affezionato poi tanto a messer Cino! Amicissimo dell'Alighieri, cui musicava le canzoni, gli apprendeva il bel canto, e le cui melodie gli giungevan sì grate!—E a' quali, vedete, ei mi commise, se in Toscana li avessi incontrati, di porger loro l'estremo saluto! E vi fu visitato, ricordo, da alcuni nobili cittadini, fra' quali da un Giovanni Villani; e, se non erro, anche dall'Alighieri, che mi fu detto trovarsi in Roma in quel tempo per cagione d'ambascerie.—Ahi! la morte! la morte!—proruppe allora Selvaggia—quanto debb'esser più angosciosa, soli, in lontani paesi, senza il conforto de' suoi!....Quindi con entusiasmo soggiunse:—Deh! che vivano almeno e messer Cino e Dante! Viva il grande Alighieri per compiere il suo divino poema; del quale io, ecco qui, fra le prime ebbi in sorte d'aver trascritti alcuni Canti dalla mano stessa di Cino, e come cosa sacra per doppia cagione io li serbo! Il pensare che egli dalla sua [pg!244] Beatrice!.... O avventurosa! che seppe a tant'altezza di propositi, a sì divino concetto ispirare il suo nobil poeta! Sì; chiedo al cielo che Dante e Cino, con la gloria del nome e dell'opere loro, vincano alfine la crudeltà de' loro avversari, e si acquistino immortal fama presso ogni gente!Benchè ora in terra d'esilio, astretti a separarsi da' loro concittadini, pur troppo discordevoli tanto!.... oh! ma alcuni però restaron qua avvinti ad essi di tale affetto!—e ripeteva con calore—di grande inesprimibile affetto!.... E voi, buon Romeo, pel cortese animo vostro, ritrovando messer Cino a Milano, voi spero glielo ridirete a mio nome, e del padre e del fratel mio, e di mia cugina Lauretta. E che di noi più non si scordi, e che per lettere il più presto ci mostri che non ci ha del tutto obliati!—Riposto il piede sul suolo lombardo, sarà mia cura—rispose egli—non dubitate, di andare in traccia di lui, e fedelmente gli narrerò quel ch'io vidi, e quel che voi m'esponeste.Cui ella:—Grazie, oh! grazie! che il cielo vi assista!....Voleva più dire, ma affralita, e fortemente commossa, le venne meno la voce: e solo col languido sguardo accompagnò il Romeo sino al limitare di quella porta; d'onde ei di nuovo con vivo accento esclamò:—Deh! possa Iddio consolarvi! Sarà questa la mia preghiera sempre! Addio!Quest'ultima parola parve le risonasse nel cuore come una tremenda inesorabil sentenza.—Ah! pur troppo addio tutte care speranze!—ella ripetè varie volte; e ricadde nel più grave abbandono![pg!245]
IL ROMEO.
«Romeo persona umile e peregrina. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Indi partissi povero e vetusto;E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.Mendicando sua vita a frusto a frusto,Assai lo loda e più lo loderebbe.»——Dante,Paradiso, C. VI.
«Romeo persona umile e peregrina. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Indi partissi povero e vetusto;E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.Mendicando sua vita a frusto a frusto,Assai lo loda e più lo loderebbe.»
«Romeo persona umile e peregrina
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Indi partissi povero e vetusto;
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Indi partissi povero e vetusto;
E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.
Mendicando sua vita a frusto a frusto,Assai lo loda e più lo loderebbe.»
Mendicando sua vita a frusto a frusto,
Assai lo loda e più lo loderebbe.»
——Dante,Paradiso, C. VI.
Poco lungi dalla rocca della Sambuca, dal lato di mezzodì, in una piaggetta che aveva nome dicolle fiorito, dove poi fu eretto un asilo di povere donne consacratesi alla istruzione delle fanciulle de' vicini villaggi, scaturiva di sotto a un tabernacolo della Vergine appellatadel giglio, una fonte di purissima acqua. Sul tramonto del sole era questo il convegno delle donne sì del castello che dei dintorni, le quali fin dal basso del fiume vi giungevano co' loro brocchetti.
Or avvenne che esse un tal giorno e in quell'ora vider salire a quella volta un pellegrino. Lo indicava per tale il suo abito soprattutto. Largo il cappello, vesta nera succinta fino al ginocchio; le gambe con usatti o corsaletti di pelle giù sino ai sandali; sugli omeri poi un mantelletto o bavero nero, dove erano appese qua e là piccole conchiglie, e sul petto una lucida croce. Non portava con sè che un'ampia scarsella, una barletta e un mandolino, pendenti dalla corda che cingevagli i fianchi. Come uomo che toccava già la vecchiezza se ne veniva su su lentamente appoggiandosi al suo [pg!233] lungo bordone. Lo andavano accompagnando due pastorelli, scalzi e mal vestiti, ma bianchi e rossi come rose; che allettati dalle sue parole cortesi, e incuriositi di lui per l'abito non comune, avevan lasciato altri loro compagni, e volentieri s'eran prestati a scortarlo sulla via del castello. Anco dall'aspetto, chi l'avesse bene osservato; una lunga barba grigia ma con due occhi vividi; un volto per quanto scarno, di bianchissima carnagione, e con una fisonomia di grazia e affabilità non comune; l'avrebbe subito giudicato per di nobil famiglia. Nè è da stupire in que' tempi, nei quali uomini d'ogni classeper rimedio dell'anime loro, ad espiazione di grandi delitti, o per senso di profonda umiltà, o per voto, s'imponevano sacri pellegrinaggi.
Giunto lassù a quella fontana, benchè alquanto affannato per la salita, la prima cosa, voltosi a quelle donne, disse loro:
—Date da bere al povero pellegrino, datelo di grazia, a un vecchio Romeo!
Di che esse, non appena richieste, fecero a gara per compiacerlo. Ma una fra le altre, Maria, la fantesca di Selvaggia, più aggraziata e più franca, gli si fece dinanzi, e sollevatogli con bel garbo sul suo braccio il brocchetto già pieno, glielo piegò, tanto ch'ei vi bevesse. Così al vecchio Eliezzero là nella Mesopotamia volle esser cortese la buona figliuola di Batuele.
Ma intanto che egli s'era posto a sedere sopra un masso vicino, le donne avevano scorto che portava con sè un musicale strumento. Sicchè vaghe com'erano d'udire qualche armonia; rara sorte in que' poggi, se non fosse stato talora il suono del liuto di madonna Selvaggia, da qualche tempo però tanto meno frequente; fu un muoversi tutte e far pressa e preghiera al buon Romeo di toccarne le corde. Di che ei per la cortesia ricevuta volle subito compiacerle, aggiungendo che avrebbe anche tentato di far loro udire una certa canzone. Allora esse gli si misero in cerchio, e posarono al piede i brocchetti. Trepidanti poi, le più giovani in specie, per l'atteso piacere, ma pur raffrenando la naturale allegria, s'imposer silenzio, e non intesero che ad ascoltarlo. Sicchè ei levatosi in piè, e toltosi dal fianco il liuto, e trattone un [pg!234] breve preludio, su flebile arpeggio, in questa guisa cominciò a cantare:
Son Romeo che mari e montiNotte e dì finor varcai.Strani casi ed ho raccontiChe palesi non fur mai:Vera e mesta istoria è questaChe narrar da voi s'udrà.Fuvvi in Siena una donzellaDisposata a rio signore;Egli infida alma rubella,Ella giglio di candore.Ma il crudele omai l'aborre,Ch'altra donna in cor gli sta.In maremma abbandonataEi la chiuse in suo castello.Attendea la fiduciataPer più lune il crudo Nello:Fu delusa in sua fidanza!Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObliar cotanto affetto?E l'affanno della PiaAnco il cielo avrà reietto?E quell'aere malignoIl suo spiro estinguerà?Fra gli orror di muti avelliS'aggirò la sconsolata:Cercò pace almen fra quelliOnde viva era dannata.Ma qual vista! Un'urna, e appressoVedovella al suol si sta.Poveretta! al tuo lamentoCh'io congiunga il pianto mio!Deh m'abbraccia! adesso io sentoChe pietoso è meco Iddio:Ah! che il pianto insiem versatoÈ del cielo una pietà.Deh! ti prego; a lui, se maiCorrerà questa maremma,«Diè morendo, oh sì, dirai,[pg!235]A me pura la sua gemma!Ti ricordi della Pia,Che innocente, estinta è là!»E si giacque! E di palloreTinte avea le belle gote:Le man tremule sul core.Le pupille al cielo immote.Stanca alfin, siccome fiore,Il bel capo rechinò,E del suo crudele amoreIl dolor la consumò!
Son Romeo che mari e montiNotte e dì finor varcai.Strani casi ed ho raccontiChe palesi non fur mai:Vera e mesta istoria è questaChe narrar da voi s'udrà.Fuvvi in Siena una donzellaDisposata a rio signore;Egli infida alma rubella,Ella giglio di candore.Ma il crudele omai l'aborre,Ch'altra donna in cor gli sta.In maremma abbandonataEi la chiuse in suo castello.Attendea la fiduciataPer più lune il crudo Nello:Fu delusa in sua fidanza!Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObliar cotanto affetto?E l'affanno della PiaAnco il cielo avrà reietto?E quell'aere malignoIl suo spiro estinguerà?Fra gli orror di muti avelliS'aggirò la sconsolata:Cercò pace almen fra quelliOnde viva era dannata.Ma qual vista! Un'urna, e appressoVedovella al suol si sta.Poveretta! al tuo lamentoCh'io congiunga il pianto mio!Deh m'abbraccia! adesso io sentoChe pietoso è meco Iddio:Ah! che il pianto insiem versatoÈ del cielo una pietà.Deh! ti prego; a lui, se maiCorrerà questa maremma,«Diè morendo, oh sì, dirai,[pg!235]A me pura la sua gemma!Ti ricordi della Pia,Che innocente, estinta è là!»E si giacque! E di palloreTinte avea le belle gote:Le man tremule sul core.Le pupille al cielo immote.Stanca alfin, siccome fiore,Il bel capo rechinò,E del suo crudele amoreIl dolor la consumò!
Son Romeo che mari e monti
Notte e dì finor varcai.Strani casi ed ho raccontiChe palesi non fur mai:Vera e mesta istoria è questaChe narrar da voi s'udrà.
Notte e dì finor varcai.
Strani casi ed ho racconti
Che palesi non fur mai:
Vera e mesta istoria è questa
Che narrar da voi s'udrà.
Fuvvi in Siena una donzella
Disposata a rio signore;Egli infida alma rubella,Ella giglio di candore.Ma il crudele omai l'aborre,Ch'altra donna in cor gli sta.
Disposata a rio signore;
Egli infida alma rubella,
Ella giglio di candore.
Ma il crudele omai l'aborre,
Ch'altra donna in cor gli sta.
In maremma abbandonata
Ei la chiuse in suo castello.Attendea la fiduciataPer più lune il crudo Nello:Fu delusa in sua fidanza!Ei mai più non tornerà!
Ei la chiuse in suo castello.
Attendea la fiduciata
Per più lune il crudo Nello:
Fu delusa in sua fidanza!
Ei mai più non tornerà!
Ei mai più? Così potria
Obliar cotanto affetto?E l'affanno della PiaAnco il cielo avrà reietto?E quell'aere malignoIl suo spiro estinguerà?
Obliar cotanto affetto?
E l'affanno della Pia
Anco il cielo avrà reietto?
E quell'aere maligno
Il suo spiro estinguerà?
Fra gli orror di muti avelli
S'aggirò la sconsolata:Cercò pace almen fra quelliOnde viva era dannata.Ma qual vista! Un'urna, e appressoVedovella al suol si sta.
S'aggirò la sconsolata:
Cercò pace almen fra quelli
Onde viva era dannata.
Ma qual vista! Un'urna, e appresso
Vedovella al suol si sta.
Poveretta! al tuo lamento
Ch'io congiunga il pianto mio!Deh m'abbraccia! adesso io sentoChe pietoso è meco Iddio:Ah! che il pianto insiem versatoÈ del cielo una pietà.
Ch'io congiunga il pianto mio!
Deh m'abbraccia! adesso io sento
Che pietoso è meco Iddio:
Ah! che il pianto insiem versato
È del cielo una pietà.
Deh! ti prego; a lui, se mai
Correrà questa maremma,«Diè morendo, oh sì, dirai,
Correrà questa maremma,
«Diè morendo, oh sì, dirai,
[pg!235]
A me pura la sua gemma!Ti ricordi della Pia,Che innocente, estinta è là!»
A me pura la sua gemma!
Ti ricordi della Pia,
Che innocente, estinta è là!»
E si giacque! E di pallore
Tinte avea le belle gote:Le man tremule sul core.Le pupille al cielo immote.
Tinte avea le belle gote:
Le man tremule sul core.
Le pupille al cielo immote.
Stanca alfin, siccome fiore,
Il bel capo rechinò,E del suo crudele amoreIl dolor la consumò!
Il bel capo rechinò,
E del suo crudele amore
Il dolor la consumò!
La mesta canzone riempi di tristezza e di compassione il cuore di quelle donne. La buona Maria volle guidare il Romeo al castello, sicura che la sua signora l'avrebbe molto gradito. Ed egli che sentiva il bisogno di riposarsi, non essendosi fermato che allo Spedaletto circa sei miglia distante, non esitò a seguirla. Le giovani allora quasi tutte gli tenner dietro, nella speranza di sentirgli ripetere quella canzone. In questo Selvaggia sorpresa d'udire in tanta solitudine melodie, benchè di lunge non ben distinte, ma d'un andamento sì melanconico, aveva spedito a sapere d'onde venissero e da chi mai. E come da Maria le fu narrata ogni cosa, a lei pure prese vaghezza d'udir quella storia.
Il Romeo con le donne era rimasto sul piazzaletto che è dinanzi alla porta. Selvaggia si recò subito nella sala, e consentì che le donne stesse vi venisser con lui. Le quali com'ebber riveduta la buona loro signora, meravigliarono che in sì breve tempo quel suo volto fosse divenuto sì pallido, e quel suo sguardo vivace e lieto, apparisse languido e mesto.
Ma intanto come natura era in lei esser sempre con tutti affettuosa e gentile:
—Venite, venite—diss'ella a coloro che si avanzavano peritose.—E voi, buon pellegrino—facendosegli incontro—siate fra noi il ben arrivato! Profittate a vostro agio della nostra ospitalità, che, per quanto assente mio padre, per noi, non sarà che di piacere e di grazia.
—Gran mercè, madonna,—soggiunse il Romeo.—La [pg!236] fama del vostro bell'animo che suona sì degnamente, mi faceva sicuro di vostra buona accoglienza.
—Frattanto—soggiunse ella—qui presso a me assidetevi, e prendete posa dal viaggio, mentre che vi faremo apprestare un qualche ristoro. E se vi piace, ditemi in grazia d'onde venite, e come per questi monti; e quale mai storia racchiude la vostra canzone.
Cui egli rispose:
—Abbiatevi da sapere, o nobil signora, che corrono già nove anni da che mi partii da Milano, la terra de' padri miei, deliberato di recarmi a visitar la tomba del principe degli apostoli. E ciò avvenne quando al principio di questo secolo (nè ciò potrà esservi ignoto) papa Bonifazio ottavo intimò il giubileo, e pose a Roma general perdono di colpa e di pena a quanti visitassero, de' Romani per un mese, degli estranei per quindici dì, le basiliche di S. Pietro e S. Paolo.
—E il concorso com'andò voce, veramente fu grande?
—Quanto mai possa dirsi!—rispose egli.—Perchè Bonifazio ad agevolarvi l'andata, nella pienezza di sua potenza fulminò l'interdetto a chiunque (fosse stato il più grande dei re!) per Roma e per questo fine avesse impedito il viaggio. Tantochè potete pensare che genti d'ogni grado e d'ogni nazione che vi si recarono!
Non vi dirò di molti principi che v'intervennero. Ricordo fra' più illustri Amedeo quinto, principe di Savoia, del quale tutti esaltavano non che il valore guerresco, l'animo gentile, e la protezione alle arti belle. E infatti a Roma aveva condotto con sè dal suo Stato, com'io pur vidi, valenti artisti d'ogni maniera ad ammirarne le grandi opere, e a quelle ispirarsi per commetter loro grandi lavori. Noi italiani, quei molti in particolare che eravamo in vesta di pellegrini (e a me piace, vedete, con questo abito di ritornare alla patria) uomini e donne solevamo raccoglierci a cento a cento fuor delle mura. Di là si moveva e si faceva l'ingresso nella santa città, cantando i cantici della chiesa fino alla basilica di S. Pietro. Oh allora il pietoso spettacolo, se l'aveste veduto! Era un continuo scontrarsi con altre schiere di penitenti che ripartivano: e tutti come uguali nella fiducia, [pg!237] un medesimo animo ci guidava, una stessa gioia ci commoveva!
Per amor della perdonanza, lo credereste? molti pellegrini a condursi i figliuoletti per mano; e i vecchi genitori talora per la stanchezza impotenti a più moversi, fino a portarseli sulle spalle! Eppure a que' giorni dopo i disagi di lungo cammino anco i più gagliardi a mala pena si reggevano, in piedi! Ma tant'è! l'amore e la fede vincon sempre ogni ostacolo! E la più parte, vedete, erano scalzi, trafelati dalla fatica, e smunti poi dai patimenti per la scarsezza del vitto essendo venuti a brigate, e a intere famiglie limosinando: di que' de' nostri quassù, fin di Piemonte, e chi financo dall'estrema Sicilia. Tanta poi era la folla, dì e notte, per la città, che l'antico ponte Elio sul Tevere, detto or di Sant'Angelo; perchè la gente astretta a passarlo per la visita delle basiliche non vi s'accalcasse per modo, che intoppatasi facesse subbuglio e avesse a cadere nel fiume; e' fu diviso per lo lungo con uno stabile spartimento. Sicchè quelli che andavano a S. Pietro volgevan la faccia a castel Sant'Angelo; a quella gran mole che fu già sepolcro dell'imperatore Adriano; e quelli che venivano per ire a S. Paolo, eran volti verso il monte Giordano. E pensate voi quanto danaro in tutto quel tempo fu raccolto per ogni chiesa! Giorno e notte presso l'altare (io gli ho veduti) due cherici stavan lì a riceverlo. Generalmente fu asserito che in tutto quell'anno aveavi sempre in Roma, ogni giorno, oltre ai romani, dugentomila pellegrini; e che oltre a due milioni fossero stati i devoti visitatori.
—E ditemi, nobil Romeo;—lo richiese Selvaggia—vi dimoraste per molti giorni?
—Quando ebbi ottenuta la perdonanza, e già passatovi da più che un mese, mi partii dalla gran città, non vi so dir come pieno l'animo per le meraviglie della Roma pagana e della cristiana! Allora, chiamato da un mio parente per negozi domestici, m'inoltrai nel mezzodì dell'Italia, e giunsi a Napoli. Colà, fosser cagione i disagi d'un sì lungo peregrinaggio, infermai gravemente, e qualche anno fui costretto di rimanervi. Non appena la salute mi consentì di lasciar [pg!238] quel bel cielo e quell'incantevol paese, toccai di nuovo Roma. Ma qual differenza da quella Roma che aveva già vista! Vedovata del suo pontefice (chè come sapete, Clemente V fu eletto e stabilivasi in Francia) mi diede immagine della compianta Gerusalemme! In preda ai partiti, la desolazione e i lamenti non vi mancavano! Mi rimisi tosto in cammino, e sulla via del ritorno come aveva fatto pensiero, volli fermarmi a visitare la bella città di Siena. Oh! quando si rientra in questo vostro paese, benedetto e privilegiato che gli è per l'idioma gentile, e per tanto più civili costumi; per la bellezza delle sue terre, e per la sua libertà; oh! non so dirvi che senso di gioia ci si rinnova! Limosinando di borgata in borgata, di città in città, dopo sì lungo viaggio pervenni a Siena in salute, e serbo sempre memoria di quella gente nobilmente ospitale. Ma ahimè! fu colà che intesi un tal fatto da impietosirne le belve! Per lo che a sollievo dell'animo mio, e perchè le gentili anime si compiangesser con me sopra le umane sciagure, mi proposi compor su di esso una canzone, quella che di lontano ascoltaste.
—E qual è mai, se vi piace, cotesta istoria, mio buon Romeo?
—Orrenda!—diss'egli—più di quello che sia dato di credere! Madonna Pia, la giovane e vaga figliuola di messer Buonconte de' Guastelloni di Siena, abbiate da sapere, che (corrono circa vent'anni) fu maritata a messer Baldo d'Aldobrandino de' Tolomei. Come poi intorno al 1290 ne rimase vedova, quattro o cinque anni dopo si disposava a un cotal Nello o Paganello d'Inghiramo Pagnocchieschi, signore del Castel della Pietra8. Ma non sì tosto ei la ebbe impalmata, che gli entrava in cuore una ardente passione per Margherita contessa di S. Fiora. Di qual potenza si fosse il demone che invase quel perfido, udirete dappoi. La grazia e la virtù della donna sua si dileguarono in un subito da quel petto. Odio invece e livore vi sottentrò; e concepì fin d'allora l'orribil [pg!239] pensiero di disfarsi di quella misera per congiungersi alla ricca e volubil contessa. Nello infatti divenne poi il consorte di Margherita, e fu il suo quarto marito! Ma con qual mistero, con qual perfidia pervenisse a' suoi fini, io solo...; chè per certo non so se la nuova qui...
—Oh! nemmeno un sentore n'era giunto fra noi!
—Si dunque; io solo potrò raccontarvelo. E vi prego fin d'ora, per onore di lei e del vero, non diate ascolto ad accuse contro a questa povera Pia. Varie e calunniose voci si fecero andare per Siena dal suo vile uccisore per ismentire in qualche modo il delitto. E fuvvi persino chi pronunziò il nome d'un suo amante riamato, e che il marito per gelosia furibondo ne divisasse la morte. Ma come potete pensare che a noi pellegrini andando di casa in casa è reso più agevole che a chi che sia di essere al fatto delle vicende domestiche; or io posso dirvi che, un venerando vecchio della casa, de' Guastelloni, avo della Pia, presso del quale fui ospitato, mi svelò tutta quanta la nefanda trama di Nello, asserendomi con giuramento che una sì nera calunnia falsamente fu apposta a quella gentile; a lei, non d'altro colpevole che d'aver troppo creduto ad un marito infedele, e di avere, fino agli estremi perdonando, portatogli affetto!
Ricordo come il povero vecchio già quasi infermo, un tal dì, tutto tremante stringendomi la destra, e sfogandosi in lacrime mi diceva:—Con questa cara figliuola la nostra casa è disfatta! Io non reggo al dolore! La povera Pia sappiate che laggiù in maremma in que' bassi fondi, in un castello di suo marito, quel della Pietra.... Oh! la mia bella e virtuosa nipote! da lui, da lui proprio vi fu confinata! E intendete voi con qual fiero proposito? Perchè il dolore dell'abbandono (chè ella lo amava tanto!), ma più poi la malaria, per que' pestiferi miasmi lì presso a uno stagno, lentamente operassero in lei quel ch'ei voleva, la morte! ma, senza traccia di ferro del suo vile assassino! Sebbene non mancò chi narrasse che laggiù (ei più crudele e violento!) da un suo scherano la facesse precipitar da un balcone! Fu sparso poi ad arte pur questo: ch'ei trovatala morta per malor subitaneo, una forte disperazione lo sorprendesse. Disperato si, credo, [pg!240] come Caino, del perdono di Dio; perchè tal misfatto contro a una innocente chi potrà mai perdonarglielo? E fiero allora il vegliardo mi si diè a esclamare: Maledizione! maledizione sul capo di quell'iniquo! Dio ci castiga; chè già noi... oh si! dovevamo conoscerlo noi questo traditor della patria, quando fuggì gli Aretini alla Pieve del Toppo!.... e allora.... impedire a ogni costo!.... Ahimè! ahimè! (e affannato percotevasi il capo con ambe le mani). Poi ripreso vigore esclamò;—Oh! perchè non ho io tanto forti le membra da impugnare una spada, e prenderne su di lui la bramata vendetta! Che almeno nell'infausto castello fra i più crudi rimorsi finisca l'iniquo i suoi giorni; e dipoi quell'edificio dalla vetta delle sue torri sia diroccato, nè mano di uomo possa più rialzarlo; e fin le stesse macerie nel suo putrido stagno vadan sepolte! Ma che di sopra a tante sozzure, deh! giustizia di Dio! si elevi una nobile voce che impietosisca le future generazioni, narrando lo strazio con cui si disfece la vita d'una sì cara ed innocente figliuola!
Pur troppo vi so dire—ei conchiuse—che tutta Siena e il contado di gran pietà ne furon commossi! Ma che giova però? La mia diletta, l'onore di mia famiglia, ahi! ahimè! non è più!—
Così il nobile Guastelloni al Romeo; e così questi ne riferiva dolente, la narrazione nella sala del castello de' Vergiolesi, sicchè tutte le astanti se n'erano contristate. Selvaggia poi di tal maniera, chè era rimasta come stupida pel turbamento. Questa commozione tanto più forte si pareva in lei, per una serie di tristi vicende fatta omai più sensibile alle sventure, e perchè in quell'istante l'animo suo era preoccupato dal lungo silenzio di Cino, inconcepibile dopo l'affetto che le avea dimostrato, e le ripetute promesse.
In questo le donne avevan pregato il Romeo a ripetere quella canzone, fidando che ella, come innanzi se n'era espressa, l'avrebbe gradita. E quegli presane licenza di già l'intonava. Ma come n'ebbe modulate le prime strofe, Selvaggia che vi potè porre attenzione, ne fu di nuovo sì scossa, che a bassa voce e tremante cominciò a ripetere que' versi che le parvero come dettati per lei; e dicea ne' sospiri:
[pg!241]
«Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObbliar cotanto affetto?»
«Ei mai più non tornerà!Ei mai più? Così potriaObbliar cotanto affetto?»
«Ei mai più non tornerà!
Ei mai più? Così potria
Obbliar cotanto affetto?»
Ma già il Romeo, avvedutosi del suo turbamento, si era imposto silenzio.
Ella, fatta pallida oltre l'usato, si levava dalla sua sedia; e pronunziando pur sempre fra sè quelle funeste parole, congiunte insieme le palme, e volto a terra lo sguardo, a lenti passi ritiravasi nelle sue stanze.
La mattina seguente bramoso il Romeo di rimettersi in via, dimandò di prender congedo dalla nobile castellana. Allora fu introdotto nella sua camera, dov'ella di già alzata lo ricevette. Una modesta mobilia e non più che la necessaria vi si vedeva. Bianche cortine circondavano il letto: dove da un lato una croce, dall'altro un inginocchiatoio, e sopra pendente dalla parete un quadretto in campo d'oro con una Vergine, d'autore bizantino. Un forziere di legno intarsiato a vari colori: uno stipo antichissimo; poche sedie, un tavolino e null'altro. Ella era seduta sopra una sedia a bracciali. Vestiva un'ampia zimarra di panno chiaro con doppia bottoniera dinanzi, e sopra, un nero gamurrino cinto alla vita, con grandi maniche; l'una e l'altro di panno inglese, reso finissimo dai cimatori fiorentini nell'arte di Calimala. Su d'un piccolo tavolino che avea dinanzi, erano poche cartapecore bianche, con appresso il calamaio. Alcuni libri ben rilegati, fra i quali il nuovo Testamento con la versione in volgare, coperto con velluto chermisi con fermagli d'oro; il cui manoscritto il più forbito su carta bianchissima impomiciata e a larghissimi margini, si pregiava per miniature mirabili e fregi d'oro sì ben condotti e finiti, che non poteano attribuirsi che al celebre Oderigi da Gobbio. Alcuni tratti della Consolazione di Severino Boezio voltati pure in volgare, e legati in un libro, con poche poesie provenzali che andavano sotto il nome di Folchetto di Marsilia. Aveavi una cronachetta d'Elisa e di Abelardo: alcuni romanzi di Turpino e di Lancellotto; tutti quasi i racconti della Tavola Rotonda; e infine una raccolta di versi dei più eletti trovatori italiani da lei stessa copiati con grande amore: non che i più pregiati [pg!242] di Lemmo, del Cavalcanti, dell'Alighieri, e quelli di Cino de' quali egli le fece dono.
—E volete dunque partirvene?—al Romeo appena entrato diss'ella.
—Sì, mia nobil Selvaggia. Mi tarda assai di proseguire il cammino per le mie terre lombarde, e vengo però a rendervi grazie....
Ed essa interrompendolo:
—A voi gran mercè, buon Romeo! Ma, e tornate per via diretta a Milano?
—Sì veramente.
—Oh! egli dev'esser pur là—(pensò fra se stessa; che fare? che dirgli?) A questa idea le sue guance sì pallide si acceser d'un tratto siccome fuoco.
E il Romeo le soggiunse:
—Io sono di nobil famiglia: non posso dirvi di più. Un impulso irresistibile mi trasse ad andarmene in romeaggio; e ora, sano di corpo, e tranquillo e sodisfatto dell'animo, ritorno alla mia terra natale. Se in alcuna cosa di vostro servigio potessi adoprarmi da quelle parti, me ne terrei grandemente onorato.
—Oh! se sapeste quanto per me la graziosa vostra profferta.....
—Parlate, su via, parlate, ch'io sarò lieto d'ogni vostro comando.
—Poichè vi piace—soggiunse ella—dirovvi dunque che un amico nostro e concittadino, messer Cino de' Sinibuldi, passò già per di qui, e dimorato per breve tempo fra noi, partivasi per Lombardia.—Ma, ahimè!—traendo un lungo sospiro—molto tempo è omai corso che nissuna novella ci è venuta di lui! E sì che di scriverci ne avea a tutti impromesso, e noi per certo a lui affezionato, lo speravamo! Egli è uomo di leggi e di lettere, e valente, sapete! scrittore di leggiadri versi, grande amico dell'illustre Alighieri. Poi egli, in tanto feroce parteggiar di cittadini, si serbò sempre puro di sangue fraterno: e ov'ei s'intromise, fu per senso di nobile animo, e per amor di concordia. Gli è per questo che si è recato colà fra i Ghibellini ad affrettar la discesa [pg!243] dell'imperatore in Italia. Non vi può esser noto dove ora si sia; ma io son d'avviso a Milano. Ad ogni modo per ciò che v'ho detto vi sarà agevole, spero, di ritrovarlo. E allora.... Oh! allora—come in atto supplichevole seguitò ella—in nome di Dio ve ne prego! narrategli il turbamento e il sospetto in che tutti ci ha posti la privazione assoluta de' suoi caratteri, e di qualunque suo familiare: e ad ogni caso voi pure inviatecene qualche nuova. Duolmi che nè mio padre nè mio fratello sien qui per sentirvi ripetere questa stessa preghiera!
—Il piacer vostro mi è legge, o signora. Mi avete proferito un tal nome, che per la prima volta udii a Roma articolar con affetto sulle labbra d'un buon vecchio morente, ch'io per qualche giorno assistei nell'ospizio de' pellegrini.
—Oh! che mai dite! e chi era mai cotest'uomo?
—Corse voce per alcuni che fosse pistoiese; per altri fiorentino di patria; certo, al gentile idioma, toscano; e s'appellava Casella.
—Ahimè!—esclamò ella—l'amico di messer Lemmo nostro, che anch'egli poco fa si moriva! affezionato poi tanto a messer Cino! Amicissimo dell'Alighieri, cui musicava le canzoni, gli apprendeva il bel canto, e le cui melodie gli giungevan sì grate!
—E a' quali, vedete, ei mi commise, se in Toscana li avessi incontrati, di porger loro l'estremo saluto! E vi fu visitato, ricordo, da alcuni nobili cittadini, fra' quali da un Giovanni Villani; e, se non erro, anche dall'Alighieri, che mi fu detto trovarsi in Roma in quel tempo per cagione d'ambascerie.
—Ahi! la morte! la morte!—proruppe allora Selvaggia—quanto debb'esser più angosciosa, soli, in lontani paesi, senza il conforto de' suoi!....
Quindi con entusiasmo soggiunse:
—Deh! che vivano almeno e messer Cino e Dante! Viva il grande Alighieri per compiere il suo divino poema; del quale io, ecco qui, fra le prime ebbi in sorte d'aver trascritti alcuni Canti dalla mano stessa di Cino, e come cosa sacra per doppia cagione io li serbo! Il pensare che egli dalla sua [pg!244] Beatrice!.... O avventurosa! che seppe a tant'altezza di propositi, a sì divino concetto ispirare il suo nobil poeta! Sì; chiedo al cielo che Dante e Cino, con la gloria del nome e dell'opere loro, vincano alfine la crudeltà de' loro avversari, e si acquistino immortal fama presso ogni gente!
Benchè ora in terra d'esilio, astretti a separarsi da' loro concittadini, pur troppo discordevoli tanto!.... oh! ma alcuni però restaron qua avvinti ad essi di tale affetto!—e ripeteva con calore—di grande inesprimibile affetto!.... E voi, buon Romeo, pel cortese animo vostro, ritrovando messer Cino a Milano, voi spero glielo ridirete a mio nome, e del padre e del fratel mio, e di mia cugina Lauretta. E che di noi più non si scordi, e che per lettere il più presto ci mostri che non ci ha del tutto obliati!
—Riposto il piede sul suolo lombardo, sarà mia cura—rispose egli—non dubitate, di andare in traccia di lui, e fedelmente gli narrerò quel ch'io vidi, e quel che voi m'esponeste.
Cui ella:
—Grazie, oh! grazie! che il cielo vi assista!....
Voleva più dire, ma affralita, e fortemente commossa, le venne meno la voce: e solo col languido sguardo accompagnò il Romeo sino al limitare di quella porta; d'onde ei di nuovo con vivo accento esclamò:
—Deh! possa Iddio consolarvi! Sarà questa la mia preghiera sempre! Addio!
Quest'ultima parola parve le risonasse nel cuore come una tremenda inesorabil sentenza.
—Ah! pur troppo addio tutte care speranze!—ella ripetè varie volte; e ricadde nel più grave abbandono!
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