CAPITOLO XXII.IL TRADIMENTO.«Vieni, corri forteAlla morte! traditori!Quivi le spade fuori,Colpi tagliando e dando,E le lance spezzando.»——Serventese diGiannozzo da Firenze.Che faceva intanto il capitan Vergiolesi al castello della Sambuca? S'aggirava dì e notte minaccioso per que' dintorni, forte del suo coraggio e de' suoi uomini accresciuti di numero e armati di tutto punto: e austero co' suoi per la disciplina, implacabile coi nemici, dovunque e a tutti incuteva terrore. Era lassù il leone della foresta, il cui solo ruggito spaventava chi volesse aggredirlo. Lo stesso Musone, il fiero, l'audace bandito, da que' pressi doveva girar largo. E di fatto le sue aggressioni eran tutte sul Bolognese; perchè guai a lui se fosse venuto di qua dal confine! Una volta che volle tentare un assalto sullo stesso capitano, mentre sceso dal castello in un'ora di notte, con pochi de' suoi perlustrava la via, se a lui riuscì di scamparla, non così a due de' suoi masnadieri, che caddero trucidati.Questo ora sapeva male a Musone d'averla a far con un uomo sì feroce e sì destro, e con armigeri notte e dì a perlustrare ogni via che mettesse al castello. Il colpo da [pg!255] tentar su Selvaggia, con la relazione stretta già con quel Vanni, gli pareva bell'e fatto. Per suo mezzo si sarebbe appiattato con altri in casa sua all'insaputa della stessa moglie, e quando Selvaggia, com'era solita, vi fosse giunta, con uno strattagemma allontanata pur dietro casa Maria, l'avrebber rapita. Sicuro che allettavalo a ciò la grossa somma, che per mezzo di Nuto, il Fortebracci gli aveva promesso. Ma prima di trattarne con Vanni, nel mestiere non ancora matricolato, com'ei diceva, perchè poi non l'avesse a tradire, tentò più volte se avesse potuto prender non visto qualcuno di que' sentieri per al castello: quando, trovatili sempre come assiepati di militi, ei senza più desistè dall'impresa, e al Fortebracci la dimostrò per allora impossibile. Premevagli troppo la pelle che poteva salvarsela con altri guadagni, senza che avesse a rischiarla cotanto per far servigio a costui. Gli bastava d'intendersela con quel furbaccio dell'oste della Moscacchia per sicure corrispondenze, e talora col giungervi nottetempo egli stesso. Lì sul confine, per un andirivieni di passeggieri, la palla al balzo o più presto o più tardi gli doveva capitare: e forse di nuovo in altro modo (diceva in aria di mistero al Fortebracci forte irritato con lui) non dubitasse, gli avrebbe giovato.Frattanto che era mai avvenuto delle minacce del Legato di Bologna, e delle intimazioni al Vergiolesi di sgombrar dal castello?Dopo la risposta assai perentoria che il Vergiolesi gli aveva spedito, si eran risolute a parole. Incerti sempre i Bolognesi delle forze che avesse, in quanto che quella sua gente (non molta a dir vero), facendola comparire a brigate or qua or là sulle alture di que' burroni, aveva fama di essere straordinariamente accresciuta; non intendevano rinunziare all'impresa d'un'aggressione al castello, ma frattanto temporeggiavano, aspettando occasione più propizia.Se al capitano premeva molto, in pro suo e del suo partito, la difesa di quel fortilizio, non meno gli stava a cuore che i poveri Pistoiesi fosser trattati il meno male possibile. Però non mancava per mezzo de' suoi corrieri d'aver contezza di tutto, e quasi ogni giorno: in particolare dal suo [pg!256] degno concittadino ed amico Lapo de' Rossi, che, come dicemmo, succeduto a messer Cino nell'ufficio di giudice delle cause civili, era di pari animo nell'amore alla terra natale. Dire che i Neri si ritraessero da quel governo era ormai impossibile. Ma che non vi si tenessero con angherie inaudite e sempre peggiori, questo era che almeno chiedevano. Dove che avendoli supplicati da ogni parte ma senza frutto, que' miseri cittadini si vedevano ridotti di nuovo alla disperazione. I Lucchesi più che i Fiorentini eran quelli che più li tribolavano. E' dicevano apertamente che volevano disfar Pistoia.Narran le storie che di recente era stato mandato loro da Lucca per capitano un certo Tomuccio Sandoni. I Pistoiesi perchè lo seppero di vil condizione e disagiato, e che al solito avrebbe inteso più a guadagnare che al bene della città, non lo voller ricevere. In questo, a dì 5 di giugno 1309, si levò un improvviso rumore che parve una voce che venisse dal cielo, e fu un gridare per ogni via: «Afforziam la città!» Allora un suonare a stormo da ogni campanile; e veder uscir tutti quanti uomini e donne, chi a prender tavole, legnami e ferramenti, chi a fare steccati e bertesche intorno alle mura abbattute. In poche ore la città era tutta afforzata. Poi cominciarono a scavare i fossi dal lato di Lucca. Ser Tomuccio, spaventato da questa rivolta, corse a Lucca e riferì l'accaduto: e subito i Lucchesi con grosse schiere, popolo e cavalieri, cavalcarono per Valdinievole. I Pistoiesi sentito questo, mandarono in contado per tutti i loro amici, che dalle castella movessero armati a difenderli: e messi fuor di città ragazzi e fanciulle, deliberarono, che se i Lucchesi venissero, disperatamente gli avrebbero combattuti fino agli estremi; perchè dicevano: «Meglio è morire una volta che mille!»Di già l'oste lucchese si era avanzata fino all'Ombrone, a un miglio circa dalla città. Tanto bastò! I Pistoiesi usciron subito; e col forte proposito di morte dare e morte ricevere, si baciarono in bocca l'un l'altro; e via, serrati in schiere, e con l'armi in pugno a respingerli! Eran quasi presso all'Ombrone, quando, con gran stupore, videro arrivare [pg!257] di là dal fiume il capitan Vergiolesi! Era stato l'amico De Rossi che l'aveva di tutto informato. Ed egli, saputa appena l'iniqua aggressione, si era mosso dalla Sambuca con militi a piede e a cavallo, acresciuti di gente del contado lungo la via. Preso ardimento da tante armi che aveva raccolte, varcato l'Ombrone più in alto, lo costeggiava dal lato destro per venire a tendere una imboscata al nemico dopo disceso dal Serravalle. I Lucchesi allora accortisi del pericolo, nel timore di esser serrati dalle avverse schiere, non osarono di passare il fiume. E peggio per loro se lo avessero fatto! Così li ammonirono certi savi uomini fiorentini, che, essendo in Pistoia, si recarono al campo lucchese, e li consigliarono a retrocedere. Tanta era la gente in armi della città e del contado, irritata e risoluta a combatterli, che al primo scontro sarebbero stati disfatti.Molto allora fu lodato da ogni classe e fazione di cittadini il generoso e inaspettato soccorso del Vergiolesi. Riconobbero tutti che non poteva esser giunto più opportuno e propizio per distogliere dalla comune terra natale il fiero nembo che sopra le si addensava. Un'ambasceria de' più notevoli pistoiesi con a capo il De Rossi incontanente recossi a lui per rendergli grazie. Ma già egli, appena ebbe visto che i Lucchesi se ne partivano, conseguito l'intento, raccolti i suoi, se ne tornò alla Sambuca.Sparsasi la notizia d'una spedizione sì fortunata, e al sapere che sotto l'insegne del capitan ghibellino molti sempre accorrevano, il suo partito nel Pistoiese e altrove ne prese animo: tanto che a Firenze alcuni giovani segretamente deliberarono di cavalcare alla Sambuca a rafforzargli le schiere. Non appena il capitano ne fu informato, che descrisse loro per lettere la via da seguire; e promise che al castello di Treppio avrebber trovato un suo messo per guidarli sicuri in Sambuca.—A cavallo, a cavallo!—s'udì gridare una tal notte sulla spianata d'un castello degli Adimari, sulle belle colline di presso Empoli. E i valletti di subito a trarsi ciascun per le briglie a due a due i destrieri, e condurseli innanzi alla porta del turrito castello; assicurarsi se le selle fosser ben [pg!258] cinte, le bisacce con quel che occorreva: un chiedersi a mezza voce fra loro se tutti eran pronti; e là fra le tenebre, al dischiudersi di quella porta, seguendo il figlio del castellano, una trentina di giovani eran tutti in arcioni.Quelli che tenevan co' Cerchi, e con parte Bianca, de' Fiorentini erano adesso tutti gli Adimari, tranne de' loro M. Filippo di M. Boccaccio—lo fiorentino spirito bizzarro—dettoArgentianche da Dante, perchè ricchissimo, e aveva la boria di far ferrare d'argento i cavalli. Poi i Mozzi, i Nelli, i Mannelli, i Bardi, i Rossi, e il Baschiera della Tosa: poi gli Abati, i Malespini, gli Scali, i Falconieri, i Gherardini, i Bostichi, i Giandonati; que' dei Pigli, de' Vecchietti, degli Arrigucci, dei Cavalcanti: solo alcuni de' loro però; perchè in una stessa famiglia, spesso accadeva che altri seguisser l'avversa fazione. Molti poi de' popolani minuti, fra' quali, M. Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e il Corazza Ubaldini, e i più de' Ghibellini di Firenze. Di queste casate uscivano i prodi giovani che dicemmo; venutivi co' propri cavalli e armati di tutt'arme, e già postisi in via pel generoso divisamento di soccorrere il Vergiolesi. Altrettanti del popolo dovevan seguirli, quando costoro giunti a Sambuca li avrebbero avvisati.Era una bella notte d'estate. A un'aria fresca, sotto un cielo stellato, per luoghi domestici, il viaggio non potea cominciarsi con migliori auspici. Speranzosi tutti, di forte animo, e uguali e concordi, non avevan neppur pensato ad eleggersi un capo che gli guidasse. Solo per la molta stima che avevan per l'Adimari, degno erede di quel Bellincion Berti, figlio di Berto Adimari e padre della bella Gualdrada, da Ottone il grande data in isposa al conte Guido da Poppi; poi perchè da lui invitati, quasi a un comando vi s'eran raccolti; tacitamente lo riconobbero come lor condottiero.Avanzatisi verso Prato, avevan di già risalito il fiume Bisenzio, e piegando poi a Cantagallo, eran giunti a pieno giorno su per le gole appennine. Incerti di che animo i castellani di Treppio fossero verso loro, e come gli avrebbero accolti, propose l'Adimari e fu consentito da tutti, di far alto lì all'aperto fra quelle selve: discesero allora: e legati i cavalli ai vicini castagni, si adagiarono sul molle strato; e [pg!259] a quell'ombre, fra gli scherzi e la spensierata allegria di quell'età, coi cibi portati a una fonte vicina, si diedero a ristorarsi. Ripreso poi il cammino, prestamente giunsero a Treppio. Allorchè si fece loro incontro un pastore, che diceva essere stato spedito dal capitan Vergiolesi per servir loro di guida fino al Castel di Sambuca. Non dubitarono punto che costui fosse quegli che il capitano promise di inviar loro lassù, e dietro tale scorta credutisi più sicuri, proseguirono il viaggio.S'avviavano in un alto piano per mezzo a bei castagneti, rasentando talora lo scrimolo di strette e profondissime valli, formate da un altro torrente Limentra. Discesi poi al villaggio di Badi, e di qui posto piede nel territorio bolognese, mentre avrebber dovuto sempre costeggiarne il confine e direttamente calare a Pavana per risalire a Sambuca; invece da quel pastore, pensatamente fatti sconfinare, furon guidati verso di tramontana. E intanto costui, giù giù per una strada scoscesa, dava ad intendere a tutti quanti, ignari affatto di quelle vie, che non facevano che costeggiare il confine toscano, dentro il quale era quel villaggio che già scorgevano in basso nella valle dell'altra Limentra, e dove di necessità dovevan far capo per varcare questo nuovo torrente. Chi gli avesse veduti que' baldi giovani per quella poca pianura che trovarono finalmente prima d'entrare nel villaggio, dopo un discender sì faticoso! Andati sempre sui monti l'uno dopo l'altro e spesso a piede con a mano i cavalli, ora montati in sella si avanzavano a due a due; ma più briosi i cavalli, e i cavalieri più lieti, più loquaci e già soddisfatti; scorte al fine, sul poggio dinanzi, le mura merlate del Castel di Sambuca!A colui che volesse avere un'idea della foggia di que' cavalieri e militi cittadini a un tempo, credo che non potrebber meglio offerirgliela che gli abitanti dell'isola di Sardegna, allorchè sulla sera villici e proprietari a cavallo, dalla campagna (non avendovi ancora che poche case coloniche) fanno ritorno in città. Portano in capo un nero e lungo berretto di lana che ricade loro da un lato: a sera poi vi sovrappongono il cappuccio che tengon dietro alla cappa, com'era uso nel medio evo. Se non che nella estate se la gittano dietro [pg!260] le spalle. A una cintola di cuoio tengon appese le corte armi. Vanno a drappelli, cavalcando piccoli ma vivaci destrieri dell'isola, con gran bisacce sui fianchi; e solo invece di picche (s'intende) hanno schioppi, che, o tengono in obliquo sopra una spalla, o per traverso dinanzi alla sella, ossivvero nella destra elevati, col calciule posato sul fianco.Con questo modo presso a poco entravano i nostri giovani nel villaggio, senz'avvedersi di essere stati condotti su quel di Bologna, in un paese nemico, e nel covo del rio Musone al villaggio della Moscacchia! Trafelati però e infiacchiti dal disagio e dal caldo, dopo essere stati per tante ore a cavallo, veduta l'insegna d'un'osteria, non parve vero a ciascuno di farvi alto, e prender di nuovo da ristorarsi.—Oh! qui c'è tutto, messeri; venite, venite—disse loro la guida, che già per la via faceva presentire a' loro stomachi questo conforto.—Tutto, tutto abbiam qui, e a' vostri comandi, gentiluomini riveriti—soggiunse l'oste dalla porta dell'albergo, levatosi il suo bianco berretto, e mostrando un faccione rosso come un gambero, con certi cernecchi di capelli rossastri e setolosi, e tentennando la sua gran pancia, sostenuta da un paio di gambe corte corte.—Entrate, entrate!E data un'occhiata per traverso alla guida, questi, come se per caso nel passare si fosse in lui imbattuto, gli susurrò alla sfuggita: «Son loro!»Inteso ciò, il mariuolo dell'oste con un'aria tutta ridente se n'andò attorno a que' cavalieri a raddoppiar di profferte e di salamelecchi, e a prender gli ordini per preparar loro la refezione.Rientrato poi nell'osteria con la guida, toccando a questo la spalla, e con certi occhi stralunati gli disse:—Bada sai! Lascia prima che mangino e che abbian pagato!—S'intende—rispose l'altro.—I buoni affari bisogna trattarli a pancia piena. E vedi che io oggi te ne fo far uno co' fiocchi. Piuttosto ti dico che tu pensi subito a me! m'hai capito?[pg!261] —Non dubitare; i meglio bocconi son tuoi. Poi tu dovresti sapere che alla circostanza non ho i granchi alle mani!—Va bene! Me lo credevo—rispose l'altro, assicurato di buona mancia. E seguitò a tener d'occhio e a porger l'orecchio su tutto e su tutti.In breve i nostri, tolte le selle ciascuno al proprio cavallo, con manciate di fieno l'avea stropicciato e asciugato: poi legatili tutti a' vicini castagni e procurato loro da nutrirsi, l'un dopo l'altro se ne entravano nell'osteria.Era omai sulla sera. Il caldo, sebbene in montagna non sia mai affannoso, pure in quell'ora e in quel basso vi si sentiva: da quei giovani poi molto più, affaticati non poco per tutto il giorno. Però non parve vero a ciascuno di scingersi l'armi e spogliarsi delle vesti. Posaron tutto nella prima stanza: poi non fecero altro che affrettare briosamente l'ostiere, perchè nell'altra vicina li servisse alla mensa. Non è da dire di che sorta fosse quel loro apparecchio. Un lungo e sudicio tavolino, sul quale eran solo distese alcune foglie di castagno; cinque o sei boccali, ed orciuoli e alcuni piatti; e torno torno due panche male in gambe per i convitati. Una stanza poi a tetto, tappezzata di ragnateli; e vari straccali polverosi dall'altra parte. Ma il buon umore che regnava fra loro fece mandar in burla ogni cosa. Tutti gridavano a una voce:—Ostiere, sei pronto? portaci da mangiare, galeotto che sei! Non pensi che abbiamo una fame da lupi?Per accrescer quel brio giovanile bastò loro che seduti alla tavola, si vedessero comparire una giovane fantesca. Era questa una paffuta montanina avvistatotta, e accorta: la disperazione dell'ostessa, che facendola da gelosa l'avrebbe voluta cacciar le mille volte, se altrettante quel furbaccio di suo marito, in un'osteria di confine come la sua, con un andirivieni di contrabbandieri che pagavano a bizzeffe, e sapeva tenerseli cari, e al bisogno servirli, non l'avesse convinta che un zimbello miglior di lei non poteva trovarsi, e che anche per questo d'avventori non ne mancava. Adesso era lei questa destra fantesca che portava in tavola le vivande, e che intesasi col padrone, badava a mescere a tutti del vin [pg!262] generoso. Accettando così da essi per quasi un'ora e ricambiando gli scherzi, que' giovanotti non s'erano accorti che costei li aveva ben bene avvinazzati. Però l'oste si affrettò a far loro un conto spropositato, che presentato e richiesto da lei stessa con molte lusinghe, non esitarono a pagar per l'intero, aggiungendovi il di più della buona grazia per lei medesima. Vi avevano invitato alla mensa anche il pastore che fu loro di guida: ma esso si scusò con dire che era solito a prender cibo co' suoi amici in cucina per farvi due ciarle.Intanto quest'uomo aveva mangiato e bevuto, sì, ma in un attimo era stato visto sparire da un uscio di dietro. Quando a un tratto, quei giovani che ancora trincavano e facevan cuccagna, si videro entrar nella stanza quanti militi ce ne potesse capire, che puntate contro essi le spade, e altri addossatisi con le allabarde fin da una bassa finestra, intimaron loro d'arrendersi! Erano le milizie del Comune di Bologna, il cui territorio avendo quei giovani violato entrandovi armati, quel capitano ingiunse loro l'ordine di seguirle.Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro; poi alzatisi tutti:—Traditore di guida!—esclamarono; e si sarebber dati a strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari con molta serietà disse loro:—E non vedete che siam disarmati? Incauti noi! Ora ci è forza d'arrendersi!E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno della perfida guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini del capitano della montagna bolognese avevan già circondato la casa; e altrettanti militi a piede impadronitisi de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le vesti, li avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a Bologna. Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a compirlo. Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi alla Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi presso Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di sue milizie, che già nella mente esaltata si fingevano di poter presto prender la rivincita sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani poi del Vergiolesi non s'eran guardati di palesar liberamente a Selvaggia, forse per consolarla, ma presente la [pg!263] sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da' giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che per loro spedivano a Treppio, e fino il dì dell'arrivo. La buona Maria a quello sciagurato di suo marito, che ogni tanto tornava a casa dando ad intendere di andare a opra qua e là, e le riportava danari, per effetto di buon cuore e dalla gioia che ne provava gli confidò ogni cosa per filo e per segno. Tanto bastò che ne fosse informato Musone. Questi mandò subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi spedita dal Vergiolesi andò in cerca egli stesso con quanti più uomini potè raccogliere, penetrò fra i boschi e sulla via fino a Treppio, l'appostò, e gli riusci d'arrestarla. Ne fece prevenire l'oste della Moscacchia suo manutengolo; e prima d'ogni altra cosa pattuì per una grossa ricompensa col capitano della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini. Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver che far con costui, non si lasciò sfuggire, per acquistar favore e denari dal vigile Cardinale. Frattanto Musone con questo colpo faceva, come suol dirsi, un fatto e due servizi. Dava ad intendere al Fortebracci nascosto lì in quell'osteria che tuttociò aveva operato per favorire i suoi disegni, quelli d'avversare ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan bolognese mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese arrischiate si fosse dato per attestare a messer il Cardinale la sua devozione al partito dei Guelfi.Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma non conduce a buon porto, e che una le paga tutte, parve che fosse noto anche allora. Infatti così dicevan fra loro in una grossa brigata i militi del capitan Vergiolesi, il giorno stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti prigionieri. E lo dicevano perchè riprendendo la via del castello, avevano poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la via, Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse detto al tremendo bandito che dovesse perder la vita per man di colui al quale tuttodì la insidiava! Ma tant'è; la sua sorte questa volta non gli fu dato sfuggirla! Cadde in un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero avea tentato [pg!264] un bel colpo; non pensando però al pericolo in che s'era posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida sorpresa, finchè non suppose allontanati di molto i militi del capitan bolognese, col quale aveva trattato sì, ma però alla larga per sospetto d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi, avvisato, era accorso con molti uomini sulle tracce di que' giovani generosi, Musone e i suoi scherani furon circondati da lui, e tutti come assassini il capitano militarmente li sentenziò, ed ebbero quella morte.[pg!265]
CAPITOLO XXII.IL TRADIMENTO.«Vieni, corri forteAlla morte! traditori!Quivi le spade fuori,Colpi tagliando e dando,E le lance spezzando.»——Serventese diGiannozzo da Firenze.Che faceva intanto il capitan Vergiolesi al castello della Sambuca? S'aggirava dì e notte minaccioso per que' dintorni, forte del suo coraggio e de' suoi uomini accresciuti di numero e armati di tutto punto: e austero co' suoi per la disciplina, implacabile coi nemici, dovunque e a tutti incuteva terrore. Era lassù il leone della foresta, il cui solo ruggito spaventava chi volesse aggredirlo. Lo stesso Musone, il fiero, l'audace bandito, da que' pressi doveva girar largo. E di fatto le sue aggressioni eran tutte sul Bolognese; perchè guai a lui se fosse venuto di qua dal confine! Una volta che volle tentare un assalto sullo stesso capitano, mentre sceso dal castello in un'ora di notte, con pochi de' suoi perlustrava la via, se a lui riuscì di scamparla, non così a due de' suoi masnadieri, che caddero trucidati.Questo ora sapeva male a Musone d'averla a far con un uomo sì feroce e sì destro, e con armigeri notte e dì a perlustrare ogni via che mettesse al castello. Il colpo da [pg!255] tentar su Selvaggia, con la relazione stretta già con quel Vanni, gli pareva bell'e fatto. Per suo mezzo si sarebbe appiattato con altri in casa sua all'insaputa della stessa moglie, e quando Selvaggia, com'era solita, vi fosse giunta, con uno strattagemma allontanata pur dietro casa Maria, l'avrebber rapita. Sicuro che allettavalo a ciò la grossa somma, che per mezzo di Nuto, il Fortebracci gli aveva promesso. Ma prima di trattarne con Vanni, nel mestiere non ancora matricolato, com'ei diceva, perchè poi non l'avesse a tradire, tentò più volte se avesse potuto prender non visto qualcuno di que' sentieri per al castello: quando, trovatili sempre come assiepati di militi, ei senza più desistè dall'impresa, e al Fortebracci la dimostrò per allora impossibile. Premevagli troppo la pelle che poteva salvarsela con altri guadagni, senza che avesse a rischiarla cotanto per far servigio a costui. Gli bastava d'intendersela con quel furbaccio dell'oste della Moscacchia per sicure corrispondenze, e talora col giungervi nottetempo egli stesso. Lì sul confine, per un andirivieni di passeggieri, la palla al balzo o più presto o più tardi gli doveva capitare: e forse di nuovo in altro modo (diceva in aria di mistero al Fortebracci forte irritato con lui) non dubitasse, gli avrebbe giovato.Frattanto che era mai avvenuto delle minacce del Legato di Bologna, e delle intimazioni al Vergiolesi di sgombrar dal castello?Dopo la risposta assai perentoria che il Vergiolesi gli aveva spedito, si eran risolute a parole. Incerti sempre i Bolognesi delle forze che avesse, in quanto che quella sua gente (non molta a dir vero), facendola comparire a brigate or qua or là sulle alture di que' burroni, aveva fama di essere straordinariamente accresciuta; non intendevano rinunziare all'impresa d'un'aggressione al castello, ma frattanto temporeggiavano, aspettando occasione più propizia.Se al capitano premeva molto, in pro suo e del suo partito, la difesa di quel fortilizio, non meno gli stava a cuore che i poveri Pistoiesi fosser trattati il meno male possibile. Però non mancava per mezzo de' suoi corrieri d'aver contezza di tutto, e quasi ogni giorno: in particolare dal suo [pg!256] degno concittadino ed amico Lapo de' Rossi, che, come dicemmo, succeduto a messer Cino nell'ufficio di giudice delle cause civili, era di pari animo nell'amore alla terra natale. Dire che i Neri si ritraessero da quel governo era ormai impossibile. Ma che non vi si tenessero con angherie inaudite e sempre peggiori, questo era che almeno chiedevano. Dove che avendoli supplicati da ogni parte ma senza frutto, que' miseri cittadini si vedevano ridotti di nuovo alla disperazione. I Lucchesi più che i Fiorentini eran quelli che più li tribolavano. E' dicevano apertamente che volevano disfar Pistoia.Narran le storie che di recente era stato mandato loro da Lucca per capitano un certo Tomuccio Sandoni. I Pistoiesi perchè lo seppero di vil condizione e disagiato, e che al solito avrebbe inteso più a guadagnare che al bene della città, non lo voller ricevere. In questo, a dì 5 di giugno 1309, si levò un improvviso rumore che parve una voce che venisse dal cielo, e fu un gridare per ogni via: «Afforziam la città!» Allora un suonare a stormo da ogni campanile; e veder uscir tutti quanti uomini e donne, chi a prender tavole, legnami e ferramenti, chi a fare steccati e bertesche intorno alle mura abbattute. In poche ore la città era tutta afforzata. Poi cominciarono a scavare i fossi dal lato di Lucca. Ser Tomuccio, spaventato da questa rivolta, corse a Lucca e riferì l'accaduto: e subito i Lucchesi con grosse schiere, popolo e cavalieri, cavalcarono per Valdinievole. I Pistoiesi sentito questo, mandarono in contado per tutti i loro amici, che dalle castella movessero armati a difenderli: e messi fuor di città ragazzi e fanciulle, deliberarono, che se i Lucchesi venissero, disperatamente gli avrebbero combattuti fino agli estremi; perchè dicevano: «Meglio è morire una volta che mille!»Di già l'oste lucchese si era avanzata fino all'Ombrone, a un miglio circa dalla città. Tanto bastò! I Pistoiesi usciron subito; e col forte proposito di morte dare e morte ricevere, si baciarono in bocca l'un l'altro; e via, serrati in schiere, e con l'armi in pugno a respingerli! Eran quasi presso all'Ombrone, quando, con gran stupore, videro arrivare [pg!257] di là dal fiume il capitan Vergiolesi! Era stato l'amico De Rossi che l'aveva di tutto informato. Ed egli, saputa appena l'iniqua aggressione, si era mosso dalla Sambuca con militi a piede e a cavallo, acresciuti di gente del contado lungo la via. Preso ardimento da tante armi che aveva raccolte, varcato l'Ombrone più in alto, lo costeggiava dal lato destro per venire a tendere una imboscata al nemico dopo disceso dal Serravalle. I Lucchesi allora accortisi del pericolo, nel timore di esser serrati dalle avverse schiere, non osarono di passare il fiume. E peggio per loro se lo avessero fatto! Così li ammonirono certi savi uomini fiorentini, che, essendo in Pistoia, si recarono al campo lucchese, e li consigliarono a retrocedere. Tanta era la gente in armi della città e del contado, irritata e risoluta a combatterli, che al primo scontro sarebbero stati disfatti.Molto allora fu lodato da ogni classe e fazione di cittadini il generoso e inaspettato soccorso del Vergiolesi. Riconobbero tutti che non poteva esser giunto più opportuno e propizio per distogliere dalla comune terra natale il fiero nembo che sopra le si addensava. Un'ambasceria de' più notevoli pistoiesi con a capo il De Rossi incontanente recossi a lui per rendergli grazie. Ma già egli, appena ebbe visto che i Lucchesi se ne partivano, conseguito l'intento, raccolti i suoi, se ne tornò alla Sambuca.Sparsasi la notizia d'una spedizione sì fortunata, e al sapere che sotto l'insegne del capitan ghibellino molti sempre accorrevano, il suo partito nel Pistoiese e altrove ne prese animo: tanto che a Firenze alcuni giovani segretamente deliberarono di cavalcare alla Sambuca a rafforzargli le schiere. Non appena il capitano ne fu informato, che descrisse loro per lettere la via da seguire; e promise che al castello di Treppio avrebber trovato un suo messo per guidarli sicuri in Sambuca.—A cavallo, a cavallo!—s'udì gridare una tal notte sulla spianata d'un castello degli Adimari, sulle belle colline di presso Empoli. E i valletti di subito a trarsi ciascun per le briglie a due a due i destrieri, e condurseli innanzi alla porta del turrito castello; assicurarsi se le selle fosser ben [pg!258] cinte, le bisacce con quel che occorreva: un chiedersi a mezza voce fra loro se tutti eran pronti; e là fra le tenebre, al dischiudersi di quella porta, seguendo il figlio del castellano, una trentina di giovani eran tutti in arcioni.Quelli che tenevan co' Cerchi, e con parte Bianca, de' Fiorentini erano adesso tutti gli Adimari, tranne de' loro M. Filippo di M. Boccaccio—lo fiorentino spirito bizzarro—dettoArgentianche da Dante, perchè ricchissimo, e aveva la boria di far ferrare d'argento i cavalli. Poi i Mozzi, i Nelli, i Mannelli, i Bardi, i Rossi, e il Baschiera della Tosa: poi gli Abati, i Malespini, gli Scali, i Falconieri, i Gherardini, i Bostichi, i Giandonati; que' dei Pigli, de' Vecchietti, degli Arrigucci, dei Cavalcanti: solo alcuni de' loro però; perchè in una stessa famiglia, spesso accadeva che altri seguisser l'avversa fazione. Molti poi de' popolani minuti, fra' quali, M. Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e il Corazza Ubaldini, e i più de' Ghibellini di Firenze. Di queste casate uscivano i prodi giovani che dicemmo; venutivi co' propri cavalli e armati di tutt'arme, e già postisi in via pel generoso divisamento di soccorrere il Vergiolesi. Altrettanti del popolo dovevan seguirli, quando costoro giunti a Sambuca li avrebbero avvisati.Era una bella notte d'estate. A un'aria fresca, sotto un cielo stellato, per luoghi domestici, il viaggio non potea cominciarsi con migliori auspici. Speranzosi tutti, di forte animo, e uguali e concordi, non avevan neppur pensato ad eleggersi un capo che gli guidasse. Solo per la molta stima che avevan per l'Adimari, degno erede di quel Bellincion Berti, figlio di Berto Adimari e padre della bella Gualdrada, da Ottone il grande data in isposa al conte Guido da Poppi; poi perchè da lui invitati, quasi a un comando vi s'eran raccolti; tacitamente lo riconobbero come lor condottiero.Avanzatisi verso Prato, avevan di già risalito il fiume Bisenzio, e piegando poi a Cantagallo, eran giunti a pieno giorno su per le gole appennine. Incerti di che animo i castellani di Treppio fossero verso loro, e come gli avrebbero accolti, propose l'Adimari e fu consentito da tutti, di far alto lì all'aperto fra quelle selve: discesero allora: e legati i cavalli ai vicini castagni, si adagiarono sul molle strato; e [pg!259] a quell'ombre, fra gli scherzi e la spensierata allegria di quell'età, coi cibi portati a una fonte vicina, si diedero a ristorarsi. Ripreso poi il cammino, prestamente giunsero a Treppio. Allorchè si fece loro incontro un pastore, che diceva essere stato spedito dal capitan Vergiolesi per servir loro di guida fino al Castel di Sambuca. Non dubitarono punto che costui fosse quegli che il capitano promise di inviar loro lassù, e dietro tale scorta credutisi più sicuri, proseguirono il viaggio.S'avviavano in un alto piano per mezzo a bei castagneti, rasentando talora lo scrimolo di strette e profondissime valli, formate da un altro torrente Limentra. Discesi poi al villaggio di Badi, e di qui posto piede nel territorio bolognese, mentre avrebber dovuto sempre costeggiarne il confine e direttamente calare a Pavana per risalire a Sambuca; invece da quel pastore, pensatamente fatti sconfinare, furon guidati verso di tramontana. E intanto costui, giù giù per una strada scoscesa, dava ad intendere a tutti quanti, ignari affatto di quelle vie, che non facevano che costeggiare il confine toscano, dentro il quale era quel villaggio che già scorgevano in basso nella valle dell'altra Limentra, e dove di necessità dovevan far capo per varcare questo nuovo torrente. Chi gli avesse veduti que' baldi giovani per quella poca pianura che trovarono finalmente prima d'entrare nel villaggio, dopo un discender sì faticoso! Andati sempre sui monti l'uno dopo l'altro e spesso a piede con a mano i cavalli, ora montati in sella si avanzavano a due a due; ma più briosi i cavalli, e i cavalieri più lieti, più loquaci e già soddisfatti; scorte al fine, sul poggio dinanzi, le mura merlate del Castel di Sambuca!A colui che volesse avere un'idea della foggia di que' cavalieri e militi cittadini a un tempo, credo che non potrebber meglio offerirgliela che gli abitanti dell'isola di Sardegna, allorchè sulla sera villici e proprietari a cavallo, dalla campagna (non avendovi ancora che poche case coloniche) fanno ritorno in città. Portano in capo un nero e lungo berretto di lana che ricade loro da un lato: a sera poi vi sovrappongono il cappuccio che tengon dietro alla cappa, com'era uso nel medio evo. Se non che nella estate se la gittano dietro [pg!260] le spalle. A una cintola di cuoio tengon appese le corte armi. Vanno a drappelli, cavalcando piccoli ma vivaci destrieri dell'isola, con gran bisacce sui fianchi; e solo invece di picche (s'intende) hanno schioppi, che, o tengono in obliquo sopra una spalla, o per traverso dinanzi alla sella, ossivvero nella destra elevati, col calciule posato sul fianco.Con questo modo presso a poco entravano i nostri giovani nel villaggio, senz'avvedersi di essere stati condotti su quel di Bologna, in un paese nemico, e nel covo del rio Musone al villaggio della Moscacchia! Trafelati però e infiacchiti dal disagio e dal caldo, dopo essere stati per tante ore a cavallo, veduta l'insegna d'un'osteria, non parve vero a ciascuno di farvi alto, e prender di nuovo da ristorarsi.—Oh! qui c'è tutto, messeri; venite, venite—disse loro la guida, che già per la via faceva presentire a' loro stomachi questo conforto.—Tutto, tutto abbiam qui, e a' vostri comandi, gentiluomini riveriti—soggiunse l'oste dalla porta dell'albergo, levatosi il suo bianco berretto, e mostrando un faccione rosso come un gambero, con certi cernecchi di capelli rossastri e setolosi, e tentennando la sua gran pancia, sostenuta da un paio di gambe corte corte.—Entrate, entrate!E data un'occhiata per traverso alla guida, questi, come se per caso nel passare si fosse in lui imbattuto, gli susurrò alla sfuggita: «Son loro!»Inteso ciò, il mariuolo dell'oste con un'aria tutta ridente se n'andò attorno a que' cavalieri a raddoppiar di profferte e di salamelecchi, e a prender gli ordini per preparar loro la refezione.Rientrato poi nell'osteria con la guida, toccando a questo la spalla, e con certi occhi stralunati gli disse:—Bada sai! Lascia prima che mangino e che abbian pagato!—S'intende—rispose l'altro.—I buoni affari bisogna trattarli a pancia piena. E vedi che io oggi te ne fo far uno co' fiocchi. Piuttosto ti dico che tu pensi subito a me! m'hai capito?[pg!261] —Non dubitare; i meglio bocconi son tuoi. Poi tu dovresti sapere che alla circostanza non ho i granchi alle mani!—Va bene! Me lo credevo—rispose l'altro, assicurato di buona mancia. E seguitò a tener d'occhio e a porger l'orecchio su tutto e su tutti.In breve i nostri, tolte le selle ciascuno al proprio cavallo, con manciate di fieno l'avea stropicciato e asciugato: poi legatili tutti a' vicini castagni e procurato loro da nutrirsi, l'un dopo l'altro se ne entravano nell'osteria.Era omai sulla sera. Il caldo, sebbene in montagna non sia mai affannoso, pure in quell'ora e in quel basso vi si sentiva: da quei giovani poi molto più, affaticati non poco per tutto il giorno. Però non parve vero a ciascuno di scingersi l'armi e spogliarsi delle vesti. Posaron tutto nella prima stanza: poi non fecero altro che affrettare briosamente l'ostiere, perchè nell'altra vicina li servisse alla mensa. Non è da dire di che sorta fosse quel loro apparecchio. Un lungo e sudicio tavolino, sul quale eran solo distese alcune foglie di castagno; cinque o sei boccali, ed orciuoli e alcuni piatti; e torno torno due panche male in gambe per i convitati. Una stanza poi a tetto, tappezzata di ragnateli; e vari straccali polverosi dall'altra parte. Ma il buon umore che regnava fra loro fece mandar in burla ogni cosa. Tutti gridavano a una voce:—Ostiere, sei pronto? portaci da mangiare, galeotto che sei! Non pensi che abbiamo una fame da lupi?Per accrescer quel brio giovanile bastò loro che seduti alla tavola, si vedessero comparire una giovane fantesca. Era questa una paffuta montanina avvistatotta, e accorta: la disperazione dell'ostessa, che facendola da gelosa l'avrebbe voluta cacciar le mille volte, se altrettante quel furbaccio di suo marito, in un'osteria di confine come la sua, con un andirivieni di contrabbandieri che pagavano a bizzeffe, e sapeva tenerseli cari, e al bisogno servirli, non l'avesse convinta che un zimbello miglior di lei non poteva trovarsi, e che anche per questo d'avventori non ne mancava. Adesso era lei questa destra fantesca che portava in tavola le vivande, e che intesasi col padrone, badava a mescere a tutti del vin [pg!262] generoso. Accettando così da essi per quasi un'ora e ricambiando gli scherzi, que' giovanotti non s'erano accorti che costei li aveva ben bene avvinazzati. Però l'oste si affrettò a far loro un conto spropositato, che presentato e richiesto da lei stessa con molte lusinghe, non esitarono a pagar per l'intero, aggiungendovi il di più della buona grazia per lei medesima. Vi avevano invitato alla mensa anche il pastore che fu loro di guida: ma esso si scusò con dire che era solito a prender cibo co' suoi amici in cucina per farvi due ciarle.Intanto quest'uomo aveva mangiato e bevuto, sì, ma in un attimo era stato visto sparire da un uscio di dietro. Quando a un tratto, quei giovani che ancora trincavano e facevan cuccagna, si videro entrar nella stanza quanti militi ce ne potesse capire, che puntate contro essi le spade, e altri addossatisi con le allabarde fin da una bassa finestra, intimaron loro d'arrendersi! Erano le milizie del Comune di Bologna, il cui territorio avendo quei giovani violato entrandovi armati, quel capitano ingiunse loro l'ordine di seguirle.Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro; poi alzatisi tutti:—Traditore di guida!—esclamarono; e si sarebber dati a strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari con molta serietà disse loro:—E non vedete che siam disarmati? Incauti noi! Ora ci è forza d'arrendersi!E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno della perfida guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini del capitano della montagna bolognese avevan già circondato la casa; e altrettanti militi a piede impadronitisi de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le vesti, li avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a Bologna. Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a compirlo. Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi alla Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi presso Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di sue milizie, che già nella mente esaltata si fingevano di poter presto prender la rivincita sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani poi del Vergiolesi non s'eran guardati di palesar liberamente a Selvaggia, forse per consolarla, ma presente la [pg!263] sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da' giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che per loro spedivano a Treppio, e fino il dì dell'arrivo. La buona Maria a quello sciagurato di suo marito, che ogni tanto tornava a casa dando ad intendere di andare a opra qua e là, e le riportava danari, per effetto di buon cuore e dalla gioia che ne provava gli confidò ogni cosa per filo e per segno. Tanto bastò che ne fosse informato Musone. Questi mandò subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi spedita dal Vergiolesi andò in cerca egli stesso con quanti più uomini potè raccogliere, penetrò fra i boschi e sulla via fino a Treppio, l'appostò, e gli riusci d'arrestarla. Ne fece prevenire l'oste della Moscacchia suo manutengolo; e prima d'ogni altra cosa pattuì per una grossa ricompensa col capitano della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini. Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver che far con costui, non si lasciò sfuggire, per acquistar favore e denari dal vigile Cardinale. Frattanto Musone con questo colpo faceva, come suol dirsi, un fatto e due servizi. Dava ad intendere al Fortebracci nascosto lì in quell'osteria che tuttociò aveva operato per favorire i suoi disegni, quelli d'avversare ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan bolognese mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese arrischiate si fosse dato per attestare a messer il Cardinale la sua devozione al partito dei Guelfi.Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma non conduce a buon porto, e che una le paga tutte, parve che fosse noto anche allora. Infatti così dicevan fra loro in una grossa brigata i militi del capitan Vergiolesi, il giorno stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti prigionieri. E lo dicevano perchè riprendendo la via del castello, avevano poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la via, Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse detto al tremendo bandito che dovesse perder la vita per man di colui al quale tuttodì la insidiava! Ma tant'è; la sua sorte questa volta non gli fu dato sfuggirla! Cadde in un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero avea tentato [pg!264] un bel colpo; non pensando però al pericolo in che s'era posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida sorpresa, finchè non suppose allontanati di molto i militi del capitan bolognese, col quale aveva trattato sì, ma però alla larga per sospetto d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi, avvisato, era accorso con molti uomini sulle tracce di que' giovani generosi, Musone e i suoi scherani furon circondati da lui, e tutti come assassini il capitano militarmente li sentenziò, ed ebbero quella morte.[pg!265]
IL TRADIMENTO.
«Vieni, corri forteAlla morte! traditori!Quivi le spade fuori,Colpi tagliando e dando,E le lance spezzando.»——Serventese diGiannozzo da Firenze.
«Vieni, corri forteAlla morte! traditori!Quivi le spade fuori,Colpi tagliando e dando,E le lance spezzando.»
«Vieni, corri forte
Alla morte! traditori!Quivi le spade fuori,Colpi tagliando e dando,E le lance spezzando.»
Alla morte! traditori!
Quivi le spade fuori,
Colpi tagliando e dando,
E le lance spezzando.»
——Serventese diGiannozzo da Firenze.
Che faceva intanto il capitan Vergiolesi al castello della Sambuca? S'aggirava dì e notte minaccioso per que' dintorni, forte del suo coraggio e de' suoi uomini accresciuti di numero e armati di tutto punto: e austero co' suoi per la disciplina, implacabile coi nemici, dovunque e a tutti incuteva terrore. Era lassù il leone della foresta, il cui solo ruggito spaventava chi volesse aggredirlo. Lo stesso Musone, il fiero, l'audace bandito, da que' pressi doveva girar largo. E di fatto le sue aggressioni eran tutte sul Bolognese; perchè guai a lui se fosse venuto di qua dal confine! Una volta che volle tentare un assalto sullo stesso capitano, mentre sceso dal castello in un'ora di notte, con pochi de' suoi perlustrava la via, se a lui riuscì di scamparla, non così a due de' suoi masnadieri, che caddero trucidati.
Questo ora sapeva male a Musone d'averla a far con un uomo sì feroce e sì destro, e con armigeri notte e dì a perlustrare ogni via che mettesse al castello. Il colpo da [pg!255] tentar su Selvaggia, con la relazione stretta già con quel Vanni, gli pareva bell'e fatto. Per suo mezzo si sarebbe appiattato con altri in casa sua all'insaputa della stessa moglie, e quando Selvaggia, com'era solita, vi fosse giunta, con uno strattagemma allontanata pur dietro casa Maria, l'avrebber rapita. Sicuro che allettavalo a ciò la grossa somma, che per mezzo di Nuto, il Fortebracci gli aveva promesso. Ma prima di trattarne con Vanni, nel mestiere non ancora matricolato, com'ei diceva, perchè poi non l'avesse a tradire, tentò più volte se avesse potuto prender non visto qualcuno di que' sentieri per al castello: quando, trovatili sempre come assiepati di militi, ei senza più desistè dall'impresa, e al Fortebracci la dimostrò per allora impossibile. Premevagli troppo la pelle che poteva salvarsela con altri guadagni, senza che avesse a rischiarla cotanto per far servigio a costui. Gli bastava d'intendersela con quel furbaccio dell'oste della Moscacchia per sicure corrispondenze, e talora col giungervi nottetempo egli stesso. Lì sul confine, per un andirivieni di passeggieri, la palla al balzo o più presto o più tardi gli doveva capitare: e forse di nuovo in altro modo (diceva in aria di mistero al Fortebracci forte irritato con lui) non dubitasse, gli avrebbe giovato.
Frattanto che era mai avvenuto delle minacce del Legato di Bologna, e delle intimazioni al Vergiolesi di sgombrar dal castello?
Dopo la risposta assai perentoria che il Vergiolesi gli aveva spedito, si eran risolute a parole. Incerti sempre i Bolognesi delle forze che avesse, in quanto che quella sua gente (non molta a dir vero), facendola comparire a brigate or qua or là sulle alture di que' burroni, aveva fama di essere straordinariamente accresciuta; non intendevano rinunziare all'impresa d'un'aggressione al castello, ma frattanto temporeggiavano, aspettando occasione più propizia.
Se al capitano premeva molto, in pro suo e del suo partito, la difesa di quel fortilizio, non meno gli stava a cuore che i poveri Pistoiesi fosser trattati il meno male possibile. Però non mancava per mezzo de' suoi corrieri d'aver contezza di tutto, e quasi ogni giorno: in particolare dal suo [pg!256] degno concittadino ed amico Lapo de' Rossi, che, come dicemmo, succeduto a messer Cino nell'ufficio di giudice delle cause civili, era di pari animo nell'amore alla terra natale. Dire che i Neri si ritraessero da quel governo era ormai impossibile. Ma che non vi si tenessero con angherie inaudite e sempre peggiori, questo era che almeno chiedevano. Dove che avendoli supplicati da ogni parte ma senza frutto, que' miseri cittadini si vedevano ridotti di nuovo alla disperazione. I Lucchesi più che i Fiorentini eran quelli che più li tribolavano. E' dicevano apertamente che volevano disfar Pistoia.
Narran le storie che di recente era stato mandato loro da Lucca per capitano un certo Tomuccio Sandoni. I Pistoiesi perchè lo seppero di vil condizione e disagiato, e che al solito avrebbe inteso più a guadagnare che al bene della città, non lo voller ricevere. In questo, a dì 5 di giugno 1309, si levò un improvviso rumore che parve una voce che venisse dal cielo, e fu un gridare per ogni via: «Afforziam la città!» Allora un suonare a stormo da ogni campanile; e veder uscir tutti quanti uomini e donne, chi a prender tavole, legnami e ferramenti, chi a fare steccati e bertesche intorno alle mura abbattute. In poche ore la città era tutta afforzata. Poi cominciarono a scavare i fossi dal lato di Lucca. Ser Tomuccio, spaventato da questa rivolta, corse a Lucca e riferì l'accaduto: e subito i Lucchesi con grosse schiere, popolo e cavalieri, cavalcarono per Valdinievole. I Pistoiesi sentito questo, mandarono in contado per tutti i loro amici, che dalle castella movessero armati a difenderli: e messi fuor di città ragazzi e fanciulle, deliberarono, che se i Lucchesi venissero, disperatamente gli avrebbero combattuti fino agli estremi; perchè dicevano: «Meglio è morire una volta che mille!»
Di già l'oste lucchese si era avanzata fino all'Ombrone, a un miglio circa dalla città. Tanto bastò! I Pistoiesi usciron subito; e col forte proposito di morte dare e morte ricevere, si baciarono in bocca l'un l'altro; e via, serrati in schiere, e con l'armi in pugno a respingerli! Eran quasi presso all'Ombrone, quando, con gran stupore, videro arrivare [pg!257] di là dal fiume il capitan Vergiolesi! Era stato l'amico De Rossi che l'aveva di tutto informato. Ed egli, saputa appena l'iniqua aggressione, si era mosso dalla Sambuca con militi a piede e a cavallo, acresciuti di gente del contado lungo la via. Preso ardimento da tante armi che aveva raccolte, varcato l'Ombrone più in alto, lo costeggiava dal lato destro per venire a tendere una imboscata al nemico dopo disceso dal Serravalle. I Lucchesi allora accortisi del pericolo, nel timore di esser serrati dalle avverse schiere, non osarono di passare il fiume. E peggio per loro se lo avessero fatto! Così li ammonirono certi savi uomini fiorentini, che, essendo in Pistoia, si recarono al campo lucchese, e li consigliarono a retrocedere. Tanta era la gente in armi della città e del contado, irritata e risoluta a combatterli, che al primo scontro sarebbero stati disfatti.
Molto allora fu lodato da ogni classe e fazione di cittadini il generoso e inaspettato soccorso del Vergiolesi. Riconobbero tutti che non poteva esser giunto più opportuno e propizio per distogliere dalla comune terra natale il fiero nembo che sopra le si addensava. Un'ambasceria de' più notevoli pistoiesi con a capo il De Rossi incontanente recossi a lui per rendergli grazie. Ma già egli, appena ebbe visto che i Lucchesi se ne partivano, conseguito l'intento, raccolti i suoi, se ne tornò alla Sambuca.
Sparsasi la notizia d'una spedizione sì fortunata, e al sapere che sotto l'insegne del capitan ghibellino molti sempre accorrevano, il suo partito nel Pistoiese e altrove ne prese animo: tanto che a Firenze alcuni giovani segretamente deliberarono di cavalcare alla Sambuca a rafforzargli le schiere. Non appena il capitano ne fu informato, che descrisse loro per lettere la via da seguire; e promise che al castello di Treppio avrebber trovato un suo messo per guidarli sicuri in Sambuca.
—A cavallo, a cavallo!—s'udì gridare una tal notte sulla spianata d'un castello degli Adimari, sulle belle colline di presso Empoli. E i valletti di subito a trarsi ciascun per le briglie a due a due i destrieri, e condurseli innanzi alla porta del turrito castello; assicurarsi se le selle fosser ben [pg!258] cinte, le bisacce con quel che occorreva: un chiedersi a mezza voce fra loro se tutti eran pronti; e là fra le tenebre, al dischiudersi di quella porta, seguendo il figlio del castellano, una trentina di giovani eran tutti in arcioni.
Quelli che tenevan co' Cerchi, e con parte Bianca, de' Fiorentini erano adesso tutti gli Adimari, tranne de' loro M. Filippo di M. Boccaccio—lo fiorentino spirito bizzarro—dettoArgentianche da Dante, perchè ricchissimo, e aveva la boria di far ferrare d'argento i cavalli. Poi i Mozzi, i Nelli, i Mannelli, i Bardi, i Rossi, e il Baschiera della Tosa: poi gli Abati, i Malespini, gli Scali, i Falconieri, i Gherardini, i Bostichi, i Giandonati; que' dei Pigli, de' Vecchietti, degli Arrigucci, dei Cavalcanti: solo alcuni de' loro però; perchè in una stessa famiglia, spesso accadeva che altri seguisser l'avversa fazione. Molti poi de' popolani minuti, fra' quali, M. Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e il Corazza Ubaldini, e i più de' Ghibellini di Firenze. Di queste casate uscivano i prodi giovani che dicemmo; venutivi co' propri cavalli e armati di tutt'arme, e già postisi in via pel generoso divisamento di soccorrere il Vergiolesi. Altrettanti del popolo dovevan seguirli, quando costoro giunti a Sambuca li avrebbero avvisati.
Era una bella notte d'estate. A un'aria fresca, sotto un cielo stellato, per luoghi domestici, il viaggio non potea cominciarsi con migliori auspici. Speranzosi tutti, di forte animo, e uguali e concordi, non avevan neppur pensato ad eleggersi un capo che gli guidasse. Solo per la molta stima che avevan per l'Adimari, degno erede di quel Bellincion Berti, figlio di Berto Adimari e padre della bella Gualdrada, da Ottone il grande data in isposa al conte Guido da Poppi; poi perchè da lui invitati, quasi a un comando vi s'eran raccolti; tacitamente lo riconobbero come lor condottiero.
Avanzatisi verso Prato, avevan di già risalito il fiume Bisenzio, e piegando poi a Cantagallo, eran giunti a pieno giorno su per le gole appennine. Incerti di che animo i castellani di Treppio fossero verso loro, e come gli avrebbero accolti, propose l'Adimari e fu consentito da tutti, di far alto lì all'aperto fra quelle selve: discesero allora: e legati i cavalli ai vicini castagni, si adagiarono sul molle strato; e [pg!259] a quell'ombre, fra gli scherzi e la spensierata allegria di quell'età, coi cibi portati a una fonte vicina, si diedero a ristorarsi. Ripreso poi il cammino, prestamente giunsero a Treppio. Allorchè si fece loro incontro un pastore, che diceva essere stato spedito dal capitan Vergiolesi per servir loro di guida fino al Castel di Sambuca. Non dubitarono punto che costui fosse quegli che il capitano promise di inviar loro lassù, e dietro tale scorta credutisi più sicuri, proseguirono il viaggio.
S'avviavano in un alto piano per mezzo a bei castagneti, rasentando talora lo scrimolo di strette e profondissime valli, formate da un altro torrente Limentra. Discesi poi al villaggio di Badi, e di qui posto piede nel territorio bolognese, mentre avrebber dovuto sempre costeggiarne il confine e direttamente calare a Pavana per risalire a Sambuca; invece da quel pastore, pensatamente fatti sconfinare, furon guidati verso di tramontana. E intanto costui, giù giù per una strada scoscesa, dava ad intendere a tutti quanti, ignari affatto di quelle vie, che non facevano che costeggiare il confine toscano, dentro il quale era quel villaggio che già scorgevano in basso nella valle dell'altra Limentra, e dove di necessità dovevan far capo per varcare questo nuovo torrente. Chi gli avesse veduti que' baldi giovani per quella poca pianura che trovarono finalmente prima d'entrare nel villaggio, dopo un discender sì faticoso! Andati sempre sui monti l'uno dopo l'altro e spesso a piede con a mano i cavalli, ora montati in sella si avanzavano a due a due; ma più briosi i cavalli, e i cavalieri più lieti, più loquaci e già soddisfatti; scorte al fine, sul poggio dinanzi, le mura merlate del Castel di Sambuca!
A colui che volesse avere un'idea della foggia di que' cavalieri e militi cittadini a un tempo, credo che non potrebber meglio offerirgliela che gli abitanti dell'isola di Sardegna, allorchè sulla sera villici e proprietari a cavallo, dalla campagna (non avendovi ancora che poche case coloniche) fanno ritorno in città. Portano in capo un nero e lungo berretto di lana che ricade loro da un lato: a sera poi vi sovrappongono il cappuccio che tengon dietro alla cappa, com'era uso nel medio evo. Se non che nella estate se la gittano dietro [pg!260] le spalle. A una cintola di cuoio tengon appese le corte armi. Vanno a drappelli, cavalcando piccoli ma vivaci destrieri dell'isola, con gran bisacce sui fianchi; e solo invece di picche (s'intende) hanno schioppi, che, o tengono in obliquo sopra una spalla, o per traverso dinanzi alla sella, ossivvero nella destra elevati, col calciule posato sul fianco.
Con questo modo presso a poco entravano i nostri giovani nel villaggio, senz'avvedersi di essere stati condotti su quel di Bologna, in un paese nemico, e nel covo del rio Musone al villaggio della Moscacchia! Trafelati però e infiacchiti dal disagio e dal caldo, dopo essere stati per tante ore a cavallo, veduta l'insegna d'un'osteria, non parve vero a ciascuno di farvi alto, e prender di nuovo da ristorarsi.
—Oh! qui c'è tutto, messeri; venite, venite—disse loro la guida, che già per la via faceva presentire a' loro stomachi questo conforto.
—Tutto, tutto abbiam qui, e a' vostri comandi, gentiluomini riveriti—soggiunse l'oste dalla porta dell'albergo, levatosi il suo bianco berretto, e mostrando un faccione rosso come un gambero, con certi cernecchi di capelli rossastri e setolosi, e tentennando la sua gran pancia, sostenuta da un paio di gambe corte corte.
—Entrate, entrate!
E data un'occhiata per traverso alla guida, questi, come se per caso nel passare si fosse in lui imbattuto, gli susurrò alla sfuggita: «Son loro!»
Inteso ciò, il mariuolo dell'oste con un'aria tutta ridente se n'andò attorno a que' cavalieri a raddoppiar di profferte e di salamelecchi, e a prender gli ordini per preparar loro la refezione.
Rientrato poi nell'osteria con la guida, toccando a questo la spalla, e con certi occhi stralunati gli disse:
—Bada sai! Lascia prima che mangino e che abbian pagato!
—S'intende—rispose l'altro.—I buoni affari bisogna trattarli a pancia piena. E vedi che io oggi te ne fo far uno co' fiocchi. Piuttosto ti dico che tu pensi subito a me! m'hai capito?
[pg!261] —Non dubitare; i meglio bocconi son tuoi. Poi tu dovresti sapere che alla circostanza non ho i granchi alle mani!
—Va bene! Me lo credevo—rispose l'altro, assicurato di buona mancia. E seguitò a tener d'occhio e a porger l'orecchio su tutto e su tutti.
In breve i nostri, tolte le selle ciascuno al proprio cavallo, con manciate di fieno l'avea stropicciato e asciugato: poi legatili tutti a' vicini castagni e procurato loro da nutrirsi, l'un dopo l'altro se ne entravano nell'osteria.
Era omai sulla sera. Il caldo, sebbene in montagna non sia mai affannoso, pure in quell'ora e in quel basso vi si sentiva: da quei giovani poi molto più, affaticati non poco per tutto il giorno. Però non parve vero a ciascuno di scingersi l'armi e spogliarsi delle vesti. Posaron tutto nella prima stanza: poi non fecero altro che affrettare briosamente l'ostiere, perchè nell'altra vicina li servisse alla mensa. Non è da dire di che sorta fosse quel loro apparecchio. Un lungo e sudicio tavolino, sul quale eran solo distese alcune foglie di castagno; cinque o sei boccali, ed orciuoli e alcuni piatti; e torno torno due panche male in gambe per i convitati. Una stanza poi a tetto, tappezzata di ragnateli; e vari straccali polverosi dall'altra parte. Ma il buon umore che regnava fra loro fece mandar in burla ogni cosa. Tutti gridavano a una voce:
—Ostiere, sei pronto? portaci da mangiare, galeotto che sei! Non pensi che abbiamo una fame da lupi?
Per accrescer quel brio giovanile bastò loro che seduti alla tavola, si vedessero comparire una giovane fantesca. Era questa una paffuta montanina avvistatotta, e accorta: la disperazione dell'ostessa, che facendola da gelosa l'avrebbe voluta cacciar le mille volte, se altrettante quel furbaccio di suo marito, in un'osteria di confine come la sua, con un andirivieni di contrabbandieri che pagavano a bizzeffe, e sapeva tenerseli cari, e al bisogno servirli, non l'avesse convinta che un zimbello miglior di lei non poteva trovarsi, e che anche per questo d'avventori non ne mancava. Adesso era lei questa destra fantesca che portava in tavola le vivande, e che intesasi col padrone, badava a mescere a tutti del vin [pg!262] generoso. Accettando così da essi per quasi un'ora e ricambiando gli scherzi, que' giovanotti non s'erano accorti che costei li aveva ben bene avvinazzati. Però l'oste si affrettò a far loro un conto spropositato, che presentato e richiesto da lei stessa con molte lusinghe, non esitarono a pagar per l'intero, aggiungendovi il di più della buona grazia per lei medesima. Vi avevano invitato alla mensa anche il pastore che fu loro di guida: ma esso si scusò con dire che era solito a prender cibo co' suoi amici in cucina per farvi due ciarle.
Intanto quest'uomo aveva mangiato e bevuto, sì, ma in un attimo era stato visto sparire da un uscio di dietro. Quando a un tratto, quei giovani che ancora trincavano e facevan cuccagna, si videro entrar nella stanza quanti militi ce ne potesse capire, che puntate contro essi le spade, e altri addossatisi con le allabarde fin da una bassa finestra, intimaron loro d'arrendersi! Erano le milizie del Comune di Bologna, il cui territorio avendo quei giovani violato entrandovi armati, quel capitano ingiunse loro l'ordine di seguirle.
Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro; poi alzatisi tutti:—Traditore di guida!—esclamarono; e si sarebber dati a strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari con molta serietà disse loro:—E non vedete che siam disarmati? Incauti noi! Ora ci è forza d'arrendersi!
E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno della perfida guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini del capitano della montagna bolognese avevan già circondato la casa; e altrettanti militi a piede impadronitisi de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le vesti, li avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a Bologna. Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a compirlo. Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi alla Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi presso Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di sue milizie, che già nella mente esaltata si fingevano di poter presto prender la rivincita sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani poi del Vergiolesi non s'eran guardati di palesar liberamente a Selvaggia, forse per consolarla, ma presente la [pg!263] sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da' giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che per loro spedivano a Treppio, e fino il dì dell'arrivo. La buona Maria a quello sciagurato di suo marito, che ogni tanto tornava a casa dando ad intendere di andare a opra qua e là, e le riportava danari, per effetto di buon cuore e dalla gioia che ne provava gli confidò ogni cosa per filo e per segno. Tanto bastò che ne fosse informato Musone. Questi mandò subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi spedita dal Vergiolesi andò in cerca egli stesso con quanti più uomini potè raccogliere, penetrò fra i boschi e sulla via fino a Treppio, l'appostò, e gli riusci d'arrestarla. Ne fece prevenire l'oste della Moscacchia suo manutengolo; e prima d'ogni altra cosa pattuì per una grossa ricompensa col capitano della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini. Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver che far con costui, non si lasciò sfuggire, per acquistar favore e denari dal vigile Cardinale. Frattanto Musone con questo colpo faceva, come suol dirsi, un fatto e due servizi. Dava ad intendere al Fortebracci nascosto lì in quell'osteria che tuttociò aveva operato per favorire i suoi disegni, quelli d'avversare ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan bolognese mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese arrischiate si fosse dato per attestare a messer il Cardinale la sua devozione al partito dei Guelfi.
Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma non conduce a buon porto, e che una le paga tutte, parve che fosse noto anche allora. Infatti così dicevan fra loro in una grossa brigata i militi del capitan Vergiolesi, il giorno stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti prigionieri. E lo dicevano perchè riprendendo la via del castello, avevano poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la via, Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse detto al tremendo bandito che dovesse perder la vita per man di colui al quale tuttodì la insidiava! Ma tant'è; la sua sorte questa volta non gli fu dato sfuggirla! Cadde in un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero avea tentato [pg!264] un bel colpo; non pensando però al pericolo in che s'era posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida sorpresa, finchè non suppose allontanati di molto i militi del capitan bolognese, col quale aveva trattato sì, ma però alla larga per sospetto d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi, avvisato, era accorso con molti uomini sulle tracce di que' giovani generosi, Musone e i suoi scherani furon circondati da lui, e tutti come assassini il capitano militarmente li sentenziò, ed ebbero quella morte.
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