CAPITOLO XXIII.I TRISTI PRESAGI.Quanti dolci pensier, quanto desio!——Dante,Inferno, Canto V.L'autunno era già avanzato. Alla montagna alta il freddo si fa sentire molto innanzi che al piano, e v'anticipa i tristi giorni. L'aspetto del cielo non v'è più bello siccome suole di quell'azzurro cristallino, di quel sereno diafano, privilegio di quelle alture. I primi venti, le prim'acque distruggono quel poco di florido che v'era rimasto, e rallegrava pur sempre i campi e le selve. Le rose selvatiche dell'estate, le rosse violette garofano, i fior bianchi e i gialli stellati, e altri molti di svariati colori, dai cigli, dai prati verdissimi, dal molle strato delle selve sono scomparsi. Dovunque tu volga il piede non calpesti che le foglie degli alberi, che poco fa eran lucide e verdi e piene d'umor vitale, ma che ora ingiallite e secche, a ogni venticello si spiccano, finchè a una a una non sien rese alla terra.In un di cotesti giorni una luce fioca penetrava dalle finestre nella camera di Selvaggia; perchè la nebbia sollevatasi dai sottoposti valloni, viepiù offuscava l'incerto raggio del sole, che trasparendo da molte e piccole nuvole, giungeva sbiadito, e come le piante, rattristava li spiriti.Lauretta era l'unica con cui Selvaggia lassù potesse aprire il suo cuore. Da qualche mese aveva fatto ritorno al Castel di Sambuca, abbandonato ora del tutto quel di Vergiole, [pg!266] dove messer Fredi consorte suo aveva voluto si riparassero co' suoi dopo l'assedio, ma dove neppur là i nuovi governanti li lasciavano in quiete, ma anzi li angustiavano con persecuzioni continue. Solo per pochi giorni ridiscesa a Vergiole, adesso era tornata presso l'amica per non più abbandonarla.Gran sollievo per Selvaggia fu sempre la compagnia di Lauretta. Erano, è vero, di una indole assai diversa; perchè Lauretta aveva un carattere riservato, positivo, tranquillo: Selvaggia invece espansivo, sensibile, e cuore e mente ardentissimi. Nondimeno fin dall'adolescenza, ogni volta che si trovavano insieme, parea si studiassero di temperare ciascuna e nasconder quasi l'indole loro, pur per amarsi. Selvaggia ammirava la fermezza d'animo di Lauretta, ma pur troppo non sapeva imitarla. È ben vero che avendo costei ricevuto questo dono dalla natura, non l'era d'uopo di gran virtù per mantenervisi. Ma frattanto più d'un conforto aveva ottenuto da questo dono, nelle sventure domestiche come nelle pubbliche: collegate queste in particolare con quelle tante e molto spesso temute pel suo messer Fredi. Divenuta sua sposa, si sentì anche più obbligata verso la sorella di lui, e verso un'amica tanto infelice. Ora poi che a' primi stridori della stagione il male di lei si era aggravato, dedicò ogni cura e ogni momento a recarle un sollievo.Cotesta mattina, quando Lauretta reduce da Vergiole le entrò in camera, trovò Selvaggia che giaceva in letto supina sollevata alquanto dai guanciali, e nella massima quiete. I capelli le stavan dietro raccolti, ma non sì che alcuna delle sue bionde anella non le scendesser dinanzi sui bianchi lini della sua veste; ed era in volto d'un tal rosso incarnato, che si sarebbe detto: «ella è sana.» Gli occhi avea chiusi come in un dolce sonno. Lauretta, per timor di destarla, si era avvicinata a passi lenti e leggeri, ritenendo quasi il respiro: e dal fondo del letto andava osservando se veramente dormisse; e allora, se meglio fosse stato di lasciarla in riposo. Quando Selvaggia in un subito aperse gli occhi; e accortasi dell'amica, la guardò e le sorrise. Poi tratta fuori una mano e porgendogliela:—Cara Lauretta!—esclamò.[pg!267] Ed essa pure chiamatala a nome, le venne accanto, e accolse quella mano nella sua con grande affetto.Allora Selvaggia a bassa e lenta voce così le parlò:—Dopo una notte agitata ed inquieta, un lieve sonno sul mattino ho potuto ottenerlo. Oh! raro, sai, mi si consente quest'oblio della vita, se pure funesti sogni non vengono a turbarmi anche questo. Trista vicenda, mel credi! Perchè nelle notti, che mi paiono interminabili, potessi almen non pensare, o in quel poco di sonno trovar pace alla mente!... Gran mercè, Lauretta, d'esser tornata sì presto! Ne aveva proprio bisogno di rivederti!E intanto le poneva la mano al viso come per carezzarla, e si avvicendavano il più tenero amplesso.—Sei tornata dunque per sempre? Deh! Lauretta, fa di rimanervi! La tua presenza mi è di tanto sollievo!—Sì, sì, starò teco: non vo' lasciarti mai più—riprese l'altra.—Pensa se m'è di piacere, mia buona amica! Fredi pure il desidera.—Fredi stesso? Oh! è stato sempre affettuoso per me!E a lei Lauretta:—Or vedi—svolgendole innanzi due candide ciarpe di seta a ricami di fiori, e con uno scudo a bande azzurre.—Osserva—le disse—è un mio trapunto dei mesi passati nella solitudine di Vergiole. Una ciarpa è per te; piccol ricambio di quella tua, caro dono per le mie nozze; l'altra pel tuo buon padre.—Oh! per me, Lauretta? Puoi immaginare se gradisco i tuoi doni!—e osservandoli—se non fosse che pel gentile pensiero! E l'altra dunque col nostro stemma a mio padre? Io non so se anch'ei come me l'accetterà unicamente per amor tuo. Perchè, ti confesso, sarebbe questo ornamento, solo per felice donzella e per venturoso guerriero. Di me non ti parlo! Del mio povero padre... Tu sai come un tempo questo stemma di nostra famiglia fu rispettato e temuto! Ora nell'esilio travolto con noi nell'oblio, è uno stemma che forse noi stessi (fremo a pensarlo!) sarem riserbati a vedere nel fango sotto il piede nemico![pg!268] —No, non dir questo, nol devi: a tali estremi non verremo per certo.—Non verremo tu dici? Oh! se sempre il desiderio dei buoni si vedesse compiuto, e quel de' tristi perisse! Ma intanto tu forse, Lauretta mia, non hai avuto contezza degli ultimi eventi? Quanto propizi pe' Bolognesi che tuttodì ci tendono insidie, altrettanto sventurati per noi!Lauretta da Fredi sapeva tutto, ed essa pure se n'era angustiata: ma per pietà dell'amica cercò di troncare quell'argomento sì disgustoso su cui l'altra volea prolungarsi, inutilmente non solo, ma con suo grave danno; e postasi a sedere presso al suo letto, così la mise in discorso:—Dimmi, Selvaggia, il male non ti tormenta?—No, adesso no. Il peggio gli è quando s'affatica il mio petto, che poi si allenisce e mi prostra. E allora i giorni mi paion tanto lunghi!... Sola, qui sola, abbandonata!...—E questa parola la proferì con tal senso affannoso, che ad un tempo due grosse lacrime le apparvero sugli occhi.—Abbandonarti! chi mai?—riprese Lauretta.—Non siamo qui tutti? per te e sempre?Ma ella subito la interruppe, temendo di esser apparsa poco delicata verso l'amica, e soggiunse:—Voleva dire che, chiusa fra queste mura, senza neppure poter respirare da qualche tempo un po' d'aria libera.... vedere il verde della campagna.... Oh! ma che dico! anch'essa la campagna è già triste! Gli alberi han perduto le foglie come io la speranza! Oh! dove sono le rose e le viole che mi fiorivano nel giardino di nostra casa? Qui il gelo e la neve ricuopre e inaridisce ogni fiore non solo, ma ogni fil d'erba e l'uccide: e questo gelo, lo sento, è il mio gelo di morte! Quelle allora eran le rose della mia giovinezza, e mi piaceva tanto di coltivarle! Perchè poi d'ogni fiore io m'ingegnava di trarne un simbolo di speranza. Ma oggi!...Cui subito Lauretta:—Stagione di fiori certo non è questa, e dovunque; e per uscir poi all'aperto, per te così debole, non sarebbe opportuno. Ma tornerà primavera col suo clima più tepido, e [pg!269] anche qui la salute, sì, sì, mia diletta, la salute sul tuo viso si vedrà rifiorire. Questo però a patto che tu or non disperi.Ed ella:—Ah sì! al par di me tu lo sai, buon'amica, vi sono steli che anche spiccati innanzi tempo dal fusto, con qualche cura fioriscono: ma di vita artificiale e d'un giorno. E a chi vorresti desiderar cotal vita?Poi come fa chi, di fervida fantasia, vorrebbe pur anche da lievi cose trarre argomento a sperare, benchè sulle labbra per un triste presagio non abbia che lamenti e sconforti, di quell'ultime parole di Lauretta lasciatone interprete il core, con più vivezza riprese:—Purchè io non disperi, dicevi! Avresti forse, Lauretta, qualche buona nuova da darmi? Perchè non t'affretti, se puoi, a trarre d'affanno la tua Selvaggia? Non fosti tu sempre la mia prima amica? Non ricordo io forse quando noi fino da fanciullette cominciammo ad amarci? Oh allora!... allora io era felice! E fu un tempo che tu stessa solevi appellarmi avventurosa fra tutte: e per qualche anno, nol nego, ne sentii compiacenza. Era forse quel dolce tempo quando io in primavera nel mio castel di Vergiole, con altre donzelle (e spesso tu pure) me n'usciva all'aperto dinanzi al piazzale, e mi piaceva di scherzar col falcone sul braccio, e lanciarlo nelle regioni dell'aria, e docile ed addestrato, vederlo far larghi giri, e ritornar sopr'a me. O me n'andava a diporto pe' vicini e culti verzieri di rose, di mortelle, e di lauri; alle bell'ombre de' contigui boschi di lecci, d'albatri e di felceti: o anche talvolta giù in basso pe' prati, e sulle rive fiorite del rio. El era con voi, dolci amiche, se ben mi sovviene, che in pienezza di gioia, e improvvida dell'avvenire d'ogni fiore mi tesseva ghirlanda, d'ogni canto mi dilettava. Oh! le mie belle colline, ove sì benigna e soave è la guardatura del cielo!... un tepore, una vita... e tanto ampio e tanto lieto orizzonte! Ne' tempi poi più vicini ben io ricordo che talora al castello rimasta sola, dal mio liuto soleva trarre armonie melodiose, mentre che nell'acceso pensiero vagheggiava il ritorno d'alcuni de' miei e quello di lui!... [pg!270] Oh! care fantasie! o bei giorni ridenti!... E ora!!... Le corde del mio liuto!... vedilo là appeso a quella parete—si son rilassate come le fibre di questo cuore! È vero che anche per più gravi cagioni! Provasti mai, Lauretta, quando l'animo tuo per gioia o per doglia è fortemente commosso, ad aver bisogno di espandere in qualche modo il cor tuo? Vedi (e m'avrai anco spesso sentito) era proprio allora ch'io soleva ricorrere al mio stromento, come ad un fido amico, e sola nel segreto delle mie stanze, toccando quelle corde io vi diffondeva tutta l'anima mia: e que' suoni talvolta sposati a qualche mio canto, anco non volendo m'uscivano or mesti or lieti, secondo che mesta o lieta io mi fossi, e armonizzavano con gl'intimi sensi che avevano in me predominio.E Lauretta:—Oh! se il rammento! Que' suoni tanto prendevan qualità dallo stato dell'animo, che anche di lunge avrei potuto comprendere quale ti avrei trovata quel giorno.—Or bene, mia buona amica—soggiungeva Selvaggia—questo caro, questo prezioso conforto io lo perdei da quel giorno che una guerra fratricida fu dichiarata al nostro paese. Pur troppo una dura necessità la difesa! Noi vinti, tutto, tutto perdemmo!... Nondimeno quel mio stromento oh sì! me lo volli con me nell'esilio. Quassù, è vero, non era il caso di doverlo appendere come le giovani ebree ai salici del fiume d'una terra straniera. Ma i nemici, tu sai, non ci son lungi! Gli elementi c'imperversano, e ovunque è squallore e isolamento! Almeno se, pur non tocco da me, il mio povero liuto avesse avuto potenza di rendermi un qualche suono, l'avrei appeso come un'arpa eolia alla rocca del castello, perchè di lassù i venti pietosi mi susurrassero fra quelle corde la mia mesta elegia! Poche volte, quando un breve sereno mi riapparve su questo cielo tanto ingombro di nubi, mi diedi a levare alcun suono. Ora però quelle corde... rilassate non solo, ma credilo, sono infrante!... infrante per sempre! Così, che resta mai, anche sol nella mente, di que' giorni giovenili e sì lieti che tutti voi m'invidiaste? Un dolore, un gran dolore, il ricordarsi de' tempi felici! Oh! se sapessero ora come cambiati! Dimmi, dimmi, [pg!271] Lauretta, non ho io sempre seguito col fido sguardo, il mio astro? Io lo credevo astro di luce perenne: e invece, ahimè! è sparito dinanzi a' miei occhi come una meteora! Eppure quante volte sperando mi sono illusa! Perchè, perchè inesorabile tanto? Per qual dura cagione, per quale?... L'ho io forse meritato un sì spietato abbandono?Il parlar concitato e a gran passione le aveva prodotto un insolito affanno; e alfine era rimasta con gli occhi chiusi e come in deliquio; mentre le sue guance sì pallide, che solo il sonno aveva potuto alquanto colorire, adesso si eran fatte di fuoco. Cominciò dopo brevi momenti a riprendere il primo stato. Poi, gentile com'era, dubitando sempre di essere altrui di gravezza, un tremulo sorriso, proprio per Lauretta, richiamò sulle labbra; e volgendosi a lei che s'ingegnava di confortarla, affabilmente le disse:—Vedi quante molestie debbo recarti! Ma, ti prego, per me non t'affannare! non è nulla, sai, amica mia, non è nulla. Finirà! finirà!Queste parole appassionate e funeste, alla povera Lauretta passarono il cuore. Ella stessa non sapeva darsi ragione dell'assoluto silenzio del suo cugino. Conosceva omai a fondo il cuore di Cino, quel suo cuore amoroso, non smentito mai per tutta la vita, e d'un amore tutto dato a Selvaggia, per non dover dubitare, che dopo anche l'ultime prove d'affetto, e le promesse fattele in quello stesso castello, non avesse a ricordarsi per lettere di quella sua donna, di quella famiglia, di lei stessa. Ma e che per questo? Non poteva averlo incolto qualche sventura? Questo era il più triste de' suoi presagi, e faceva ogni sforzo per cacciarlo da sè. Potevano le sue lettere essere andate perdute. Difficile, è vero, era la corrispondenza epistolare in que' tempi; per le pessime strade, pe' pericoli delle aggressioni, e per tanti ostacoli, dipendenti dai costumi, dalle leggi e da un insieme di cose, che impedivano il rapido progresso materiale e morale: ostacoli di tal sorta, da mostrare anche in questo la gran differenza che passa da quell'età alla nostra! Nondimeno i corrieri de' cittadini (chè allora i più doviziosi, in mancanza di poste pubbliche, ne tenevano per conto loro) non che quelli [pg!272] de' governi, andavano e venivano tutto giorno. Tutti questi riflessi mentre non le davan modo a dedurne la vera cagione, e la colmavano d'amarezza, non le consentivano d'altra parte di articolare contro di lui con Selvaggia una minima accusa. E come col capitano e con Fredi per più volte n'avevan parlato, così si convenne d'evitare il più possibile con Selvaggia quest'argomento, o presentarglielo, se ella v'entrasse per una delle tante sventure che aggravavano la parte loro: e per riguardo poi a sì stimabile amico, come una di quelle tristi vicende che impensatamente t'avvengono, nè puoi evitare; certo però questa indipendente da lui; ma infine pur troppo un nuovo dispiacer di famiglia![pg!273]
CAPITOLO XXIII.I TRISTI PRESAGI.Quanti dolci pensier, quanto desio!——Dante,Inferno, Canto V.L'autunno era già avanzato. Alla montagna alta il freddo si fa sentire molto innanzi che al piano, e v'anticipa i tristi giorni. L'aspetto del cielo non v'è più bello siccome suole di quell'azzurro cristallino, di quel sereno diafano, privilegio di quelle alture. I primi venti, le prim'acque distruggono quel poco di florido che v'era rimasto, e rallegrava pur sempre i campi e le selve. Le rose selvatiche dell'estate, le rosse violette garofano, i fior bianchi e i gialli stellati, e altri molti di svariati colori, dai cigli, dai prati verdissimi, dal molle strato delle selve sono scomparsi. Dovunque tu volga il piede non calpesti che le foglie degli alberi, che poco fa eran lucide e verdi e piene d'umor vitale, ma che ora ingiallite e secche, a ogni venticello si spiccano, finchè a una a una non sien rese alla terra.In un di cotesti giorni una luce fioca penetrava dalle finestre nella camera di Selvaggia; perchè la nebbia sollevatasi dai sottoposti valloni, viepiù offuscava l'incerto raggio del sole, che trasparendo da molte e piccole nuvole, giungeva sbiadito, e come le piante, rattristava li spiriti.Lauretta era l'unica con cui Selvaggia lassù potesse aprire il suo cuore. Da qualche mese aveva fatto ritorno al Castel di Sambuca, abbandonato ora del tutto quel di Vergiole, [pg!266] dove messer Fredi consorte suo aveva voluto si riparassero co' suoi dopo l'assedio, ma dove neppur là i nuovi governanti li lasciavano in quiete, ma anzi li angustiavano con persecuzioni continue. Solo per pochi giorni ridiscesa a Vergiole, adesso era tornata presso l'amica per non più abbandonarla.Gran sollievo per Selvaggia fu sempre la compagnia di Lauretta. Erano, è vero, di una indole assai diversa; perchè Lauretta aveva un carattere riservato, positivo, tranquillo: Selvaggia invece espansivo, sensibile, e cuore e mente ardentissimi. Nondimeno fin dall'adolescenza, ogni volta che si trovavano insieme, parea si studiassero di temperare ciascuna e nasconder quasi l'indole loro, pur per amarsi. Selvaggia ammirava la fermezza d'animo di Lauretta, ma pur troppo non sapeva imitarla. È ben vero che avendo costei ricevuto questo dono dalla natura, non l'era d'uopo di gran virtù per mantenervisi. Ma frattanto più d'un conforto aveva ottenuto da questo dono, nelle sventure domestiche come nelle pubbliche: collegate queste in particolare con quelle tante e molto spesso temute pel suo messer Fredi. Divenuta sua sposa, si sentì anche più obbligata verso la sorella di lui, e verso un'amica tanto infelice. Ora poi che a' primi stridori della stagione il male di lei si era aggravato, dedicò ogni cura e ogni momento a recarle un sollievo.Cotesta mattina, quando Lauretta reduce da Vergiole le entrò in camera, trovò Selvaggia che giaceva in letto supina sollevata alquanto dai guanciali, e nella massima quiete. I capelli le stavan dietro raccolti, ma non sì che alcuna delle sue bionde anella non le scendesser dinanzi sui bianchi lini della sua veste; ed era in volto d'un tal rosso incarnato, che si sarebbe detto: «ella è sana.» Gli occhi avea chiusi come in un dolce sonno. Lauretta, per timor di destarla, si era avvicinata a passi lenti e leggeri, ritenendo quasi il respiro: e dal fondo del letto andava osservando se veramente dormisse; e allora, se meglio fosse stato di lasciarla in riposo. Quando Selvaggia in un subito aperse gli occhi; e accortasi dell'amica, la guardò e le sorrise. Poi tratta fuori una mano e porgendogliela:—Cara Lauretta!—esclamò.[pg!267] Ed essa pure chiamatala a nome, le venne accanto, e accolse quella mano nella sua con grande affetto.Allora Selvaggia a bassa e lenta voce così le parlò:—Dopo una notte agitata ed inquieta, un lieve sonno sul mattino ho potuto ottenerlo. Oh! raro, sai, mi si consente quest'oblio della vita, se pure funesti sogni non vengono a turbarmi anche questo. Trista vicenda, mel credi! Perchè nelle notti, che mi paiono interminabili, potessi almen non pensare, o in quel poco di sonno trovar pace alla mente!... Gran mercè, Lauretta, d'esser tornata sì presto! Ne aveva proprio bisogno di rivederti!E intanto le poneva la mano al viso come per carezzarla, e si avvicendavano il più tenero amplesso.—Sei tornata dunque per sempre? Deh! Lauretta, fa di rimanervi! La tua presenza mi è di tanto sollievo!—Sì, sì, starò teco: non vo' lasciarti mai più—riprese l'altra.—Pensa se m'è di piacere, mia buona amica! Fredi pure il desidera.—Fredi stesso? Oh! è stato sempre affettuoso per me!E a lei Lauretta:—Or vedi—svolgendole innanzi due candide ciarpe di seta a ricami di fiori, e con uno scudo a bande azzurre.—Osserva—le disse—è un mio trapunto dei mesi passati nella solitudine di Vergiole. Una ciarpa è per te; piccol ricambio di quella tua, caro dono per le mie nozze; l'altra pel tuo buon padre.—Oh! per me, Lauretta? Puoi immaginare se gradisco i tuoi doni!—e osservandoli—se non fosse che pel gentile pensiero! E l'altra dunque col nostro stemma a mio padre? Io non so se anch'ei come me l'accetterà unicamente per amor tuo. Perchè, ti confesso, sarebbe questo ornamento, solo per felice donzella e per venturoso guerriero. Di me non ti parlo! Del mio povero padre... Tu sai come un tempo questo stemma di nostra famiglia fu rispettato e temuto! Ora nell'esilio travolto con noi nell'oblio, è uno stemma che forse noi stessi (fremo a pensarlo!) sarem riserbati a vedere nel fango sotto il piede nemico![pg!268] —No, non dir questo, nol devi: a tali estremi non verremo per certo.—Non verremo tu dici? Oh! se sempre il desiderio dei buoni si vedesse compiuto, e quel de' tristi perisse! Ma intanto tu forse, Lauretta mia, non hai avuto contezza degli ultimi eventi? Quanto propizi pe' Bolognesi che tuttodì ci tendono insidie, altrettanto sventurati per noi!Lauretta da Fredi sapeva tutto, ed essa pure se n'era angustiata: ma per pietà dell'amica cercò di troncare quell'argomento sì disgustoso su cui l'altra volea prolungarsi, inutilmente non solo, ma con suo grave danno; e postasi a sedere presso al suo letto, così la mise in discorso:—Dimmi, Selvaggia, il male non ti tormenta?—No, adesso no. Il peggio gli è quando s'affatica il mio petto, che poi si allenisce e mi prostra. E allora i giorni mi paion tanto lunghi!... Sola, qui sola, abbandonata!...—E questa parola la proferì con tal senso affannoso, che ad un tempo due grosse lacrime le apparvero sugli occhi.—Abbandonarti! chi mai?—riprese Lauretta.—Non siamo qui tutti? per te e sempre?Ma ella subito la interruppe, temendo di esser apparsa poco delicata verso l'amica, e soggiunse:—Voleva dire che, chiusa fra queste mura, senza neppure poter respirare da qualche tempo un po' d'aria libera.... vedere il verde della campagna.... Oh! ma che dico! anch'essa la campagna è già triste! Gli alberi han perduto le foglie come io la speranza! Oh! dove sono le rose e le viole che mi fiorivano nel giardino di nostra casa? Qui il gelo e la neve ricuopre e inaridisce ogni fiore non solo, ma ogni fil d'erba e l'uccide: e questo gelo, lo sento, è il mio gelo di morte! Quelle allora eran le rose della mia giovinezza, e mi piaceva tanto di coltivarle! Perchè poi d'ogni fiore io m'ingegnava di trarne un simbolo di speranza. Ma oggi!...Cui subito Lauretta:—Stagione di fiori certo non è questa, e dovunque; e per uscir poi all'aperto, per te così debole, non sarebbe opportuno. Ma tornerà primavera col suo clima più tepido, e [pg!269] anche qui la salute, sì, sì, mia diletta, la salute sul tuo viso si vedrà rifiorire. Questo però a patto che tu or non disperi.Ed ella:—Ah sì! al par di me tu lo sai, buon'amica, vi sono steli che anche spiccati innanzi tempo dal fusto, con qualche cura fioriscono: ma di vita artificiale e d'un giorno. E a chi vorresti desiderar cotal vita?Poi come fa chi, di fervida fantasia, vorrebbe pur anche da lievi cose trarre argomento a sperare, benchè sulle labbra per un triste presagio non abbia che lamenti e sconforti, di quell'ultime parole di Lauretta lasciatone interprete il core, con più vivezza riprese:—Purchè io non disperi, dicevi! Avresti forse, Lauretta, qualche buona nuova da darmi? Perchè non t'affretti, se puoi, a trarre d'affanno la tua Selvaggia? Non fosti tu sempre la mia prima amica? Non ricordo io forse quando noi fino da fanciullette cominciammo ad amarci? Oh allora!... allora io era felice! E fu un tempo che tu stessa solevi appellarmi avventurosa fra tutte: e per qualche anno, nol nego, ne sentii compiacenza. Era forse quel dolce tempo quando io in primavera nel mio castel di Vergiole, con altre donzelle (e spesso tu pure) me n'usciva all'aperto dinanzi al piazzale, e mi piaceva di scherzar col falcone sul braccio, e lanciarlo nelle regioni dell'aria, e docile ed addestrato, vederlo far larghi giri, e ritornar sopr'a me. O me n'andava a diporto pe' vicini e culti verzieri di rose, di mortelle, e di lauri; alle bell'ombre de' contigui boschi di lecci, d'albatri e di felceti: o anche talvolta giù in basso pe' prati, e sulle rive fiorite del rio. El era con voi, dolci amiche, se ben mi sovviene, che in pienezza di gioia, e improvvida dell'avvenire d'ogni fiore mi tesseva ghirlanda, d'ogni canto mi dilettava. Oh! le mie belle colline, ove sì benigna e soave è la guardatura del cielo!... un tepore, una vita... e tanto ampio e tanto lieto orizzonte! Ne' tempi poi più vicini ben io ricordo che talora al castello rimasta sola, dal mio liuto soleva trarre armonie melodiose, mentre che nell'acceso pensiero vagheggiava il ritorno d'alcuni de' miei e quello di lui!... [pg!270] Oh! care fantasie! o bei giorni ridenti!... E ora!!... Le corde del mio liuto!... vedilo là appeso a quella parete—si son rilassate come le fibre di questo cuore! È vero che anche per più gravi cagioni! Provasti mai, Lauretta, quando l'animo tuo per gioia o per doglia è fortemente commosso, ad aver bisogno di espandere in qualche modo il cor tuo? Vedi (e m'avrai anco spesso sentito) era proprio allora ch'io soleva ricorrere al mio stromento, come ad un fido amico, e sola nel segreto delle mie stanze, toccando quelle corde io vi diffondeva tutta l'anima mia: e que' suoni talvolta sposati a qualche mio canto, anco non volendo m'uscivano or mesti or lieti, secondo che mesta o lieta io mi fossi, e armonizzavano con gl'intimi sensi che avevano in me predominio.E Lauretta:—Oh! se il rammento! Que' suoni tanto prendevan qualità dallo stato dell'animo, che anche di lunge avrei potuto comprendere quale ti avrei trovata quel giorno.—Or bene, mia buona amica—soggiungeva Selvaggia—questo caro, questo prezioso conforto io lo perdei da quel giorno che una guerra fratricida fu dichiarata al nostro paese. Pur troppo una dura necessità la difesa! Noi vinti, tutto, tutto perdemmo!... Nondimeno quel mio stromento oh sì! me lo volli con me nell'esilio. Quassù, è vero, non era il caso di doverlo appendere come le giovani ebree ai salici del fiume d'una terra straniera. Ma i nemici, tu sai, non ci son lungi! Gli elementi c'imperversano, e ovunque è squallore e isolamento! Almeno se, pur non tocco da me, il mio povero liuto avesse avuto potenza di rendermi un qualche suono, l'avrei appeso come un'arpa eolia alla rocca del castello, perchè di lassù i venti pietosi mi susurrassero fra quelle corde la mia mesta elegia! Poche volte, quando un breve sereno mi riapparve su questo cielo tanto ingombro di nubi, mi diedi a levare alcun suono. Ora però quelle corde... rilassate non solo, ma credilo, sono infrante!... infrante per sempre! Così, che resta mai, anche sol nella mente, di que' giorni giovenili e sì lieti che tutti voi m'invidiaste? Un dolore, un gran dolore, il ricordarsi de' tempi felici! Oh! se sapessero ora come cambiati! Dimmi, dimmi, [pg!271] Lauretta, non ho io sempre seguito col fido sguardo, il mio astro? Io lo credevo astro di luce perenne: e invece, ahimè! è sparito dinanzi a' miei occhi come una meteora! Eppure quante volte sperando mi sono illusa! Perchè, perchè inesorabile tanto? Per qual dura cagione, per quale?... L'ho io forse meritato un sì spietato abbandono?Il parlar concitato e a gran passione le aveva prodotto un insolito affanno; e alfine era rimasta con gli occhi chiusi e come in deliquio; mentre le sue guance sì pallide, che solo il sonno aveva potuto alquanto colorire, adesso si eran fatte di fuoco. Cominciò dopo brevi momenti a riprendere il primo stato. Poi, gentile com'era, dubitando sempre di essere altrui di gravezza, un tremulo sorriso, proprio per Lauretta, richiamò sulle labbra; e volgendosi a lei che s'ingegnava di confortarla, affabilmente le disse:—Vedi quante molestie debbo recarti! Ma, ti prego, per me non t'affannare! non è nulla, sai, amica mia, non è nulla. Finirà! finirà!Queste parole appassionate e funeste, alla povera Lauretta passarono il cuore. Ella stessa non sapeva darsi ragione dell'assoluto silenzio del suo cugino. Conosceva omai a fondo il cuore di Cino, quel suo cuore amoroso, non smentito mai per tutta la vita, e d'un amore tutto dato a Selvaggia, per non dover dubitare, che dopo anche l'ultime prove d'affetto, e le promesse fattele in quello stesso castello, non avesse a ricordarsi per lettere di quella sua donna, di quella famiglia, di lei stessa. Ma e che per questo? Non poteva averlo incolto qualche sventura? Questo era il più triste de' suoi presagi, e faceva ogni sforzo per cacciarlo da sè. Potevano le sue lettere essere andate perdute. Difficile, è vero, era la corrispondenza epistolare in que' tempi; per le pessime strade, pe' pericoli delle aggressioni, e per tanti ostacoli, dipendenti dai costumi, dalle leggi e da un insieme di cose, che impedivano il rapido progresso materiale e morale: ostacoli di tal sorta, da mostrare anche in questo la gran differenza che passa da quell'età alla nostra! Nondimeno i corrieri de' cittadini (chè allora i più doviziosi, in mancanza di poste pubbliche, ne tenevano per conto loro) non che quelli [pg!272] de' governi, andavano e venivano tutto giorno. Tutti questi riflessi mentre non le davan modo a dedurne la vera cagione, e la colmavano d'amarezza, non le consentivano d'altra parte di articolare contro di lui con Selvaggia una minima accusa. E come col capitano e con Fredi per più volte n'avevan parlato, così si convenne d'evitare il più possibile con Selvaggia quest'argomento, o presentarglielo, se ella v'entrasse per una delle tante sventure che aggravavano la parte loro: e per riguardo poi a sì stimabile amico, come una di quelle tristi vicende che impensatamente t'avvengono, nè puoi evitare; certo però questa indipendente da lui; ma infine pur troppo un nuovo dispiacer di famiglia![pg!273]
I TRISTI PRESAGI.
Quanti dolci pensier, quanto desio!——Dante,Inferno, Canto V.
Quanti dolci pensier, quanto desio!
Quanti dolci pensier, quanto desio!
——Dante,Inferno, Canto V.
L'autunno era già avanzato. Alla montagna alta il freddo si fa sentire molto innanzi che al piano, e v'anticipa i tristi giorni. L'aspetto del cielo non v'è più bello siccome suole di quell'azzurro cristallino, di quel sereno diafano, privilegio di quelle alture. I primi venti, le prim'acque distruggono quel poco di florido che v'era rimasto, e rallegrava pur sempre i campi e le selve. Le rose selvatiche dell'estate, le rosse violette garofano, i fior bianchi e i gialli stellati, e altri molti di svariati colori, dai cigli, dai prati verdissimi, dal molle strato delle selve sono scomparsi. Dovunque tu volga il piede non calpesti che le foglie degli alberi, che poco fa eran lucide e verdi e piene d'umor vitale, ma che ora ingiallite e secche, a ogni venticello si spiccano, finchè a una a una non sien rese alla terra.
In un di cotesti giorni una luce fioca penetrava dalle finestre nella camera di Selvaggia; perchè la nebbia sollevatasi dai sottoposti valloni, viepiù offuscava l'incerto raggio del sole, che trasparendo da molte e piccole nuvole, giungeva sbiadito, e come le piante, rattristava li spiriti.
Lauretta era l'unica con cui Selvaggia lassù potesse aprire il suo cuore. Da qualche mese aveva fatto ritorno al Castel di Sambuca, abbandonato ora del tutto quel di Vergiole, [pg!266] dove messer Fredi consorte suo aveva voluto si riparassero co' suoi dopo l'assedio, ma dove neppur là i nuovi governanti li lasciavano in quiete, ma anzi li angustiavano con persecuzioni continue. Solo per pochi giorni ridiscesa a Vergiole, adesso era tornata presso l'amica per non più abbandonarla.
Gran sollievo per Selvaggia fu sempre la compagnia di Lauretta. Erano, è vero, di una indole assai diversa; perchè Lauretta aveva un carattere riservato, positivo, tranquillo: Selvaggia invece espansivo, sensibile, e cuore e mente ardentissimi. Nondimeno fin dall'adolescenza, ogni volta che si trovavano insieme, parea si studiassero di temperare ciascuna e nasconder quasi l'indole loro, pur per amarsi. Selvaggia ammirava la fermezza d'animo di Lauretta, ma pur troppo non sapeva imitarla. È ben vero che avendo costei ricevuto questo dono dalla natura, non l'era d'uopo di gran virtù per mantenervisi. Ma frattanto più d'un conforto aveva ottenuto da questo dono, nelle sventure domestiche come nelle pubbliche: collegate queste in particolare con quelle tante e molto spesso temute pel suo messer Fredi. Divenuta sua sposa, si sentì anche più obbligata verso la sorella di lui, e verso un'amica tanto infelice. Ora poi che a' primi stridori della stagione il male di lei si era aggravato, dedicò ogni cura e ogni momento a recarle un sollievo.
Cotesta mattina, quando Lauretta reduce da Vergiole le entrò in camera, trovò Selvaggia che giaceva in letto supina sollevata alquanto dai guanciali, e nella massima quiete. I capelli le stavan dietro raccolti, ma non sì che alcuna delle sue bionde anella non le scendesser dinanzi sui bianchi lini della sua veste; ed era in volto d'un tal rosso incarnato, che si sarebbe detto: «ella è sana.» Gli occhi avea chiusi come in un dolce sonno. Lauretta, per timor di destarla, si era avvicinata a passi lenti e leggeri, ritenendo quasi il respiro: e dal fondo del letto andava osservando se veramente dormisse; e allora, se meglio fosse stato di lasciarla in riposo. Quando Selvaggia in un subito aperse gli occhi; e accortasi dell'amica, la guardò e le sorrise. Poi tratta fuori una mano e porgendogliela:
—Cara Lauretta!—esclamò.
[pg!267] Ed essa pure chiamatala a nome, le venne accanto, e accolse quella mano nella sua con grande affetto.
Allora Selvaggia a bassa e lenta voce così le parlò:
—Dopo una notte agitata ed inquieta, un lieve sonno sul mattino ho potuto ottenerlo. Oh! raro, sai, mi si consente quest'oblio della vita, se pure funesti sogni non vengono a turbarmi anche questo. Trista vicenda, mel credi! Perchè nelle notti, che mi paiono interminabili, potessi almen non pensare, o in quel poco di sonno trovar pace alla mente!... Gran mercè, Lauretta, d'esser tornata sì presto! Ne aveva proprio bisogno di rivederti!
E intanto le poneva la mano al viso come per carezzarla, e si avvicendavano il più tenero amplesso.
—Sei tornata dunque per sempre? Deh! Lauretta, fa di rimanervi! La tua presenza mi è di tanto sollievo!
—Sì, sì, starò teco: non vo' lasciarti mai più—riprese l'altra.—Pensa se m'è di piacere, mia buona amica! Fredi pure il desidera.
—Fredi stesso? Oh! è stato sempre affettuoso per me!
E a lei Lauretta:
—Or vedi—svolgendole innanzi due candide ciarpe di seta a ricami di fiori, e con uno scudo a bande azzurre.—Osserva—le disse—è un mio trapunto dei mesi passati nella solitudine di Vergiole. Una ciarpa è per te; piccol ricambio di quella tua, caro dono per le mie nozze; l'altra pel tuo buon padre.
—Oh! per me, Lauretta? Puoi immaginare se gradisco i tuoi doni!—e osservandoli—se non fosse che pel gentile pensiero! E l'altra dunque col nostro stemma a mio padre? Io non so se anch'ei come me l'accetterà unicamente per amor tuo. Perchè, ti confesso, sarebbe questo ornamento, solo per felice donzella e per venturoso guerriero. Di me non ti parlo! Del mio povero padre... Tu sai come un tempo questo stemma di nostra famiglia fu rispettato e temuto! Ora nell'esilio travolto con noi nell'oblio, è uno stemma che forse noi stessi (fremo a pensarlo!) sarem riserbati a vedere nel fango sotto il piede nemico!
[pg!268] —No, non dir questo, nol devi: a tali estremi non verremo per certo.
—Non verremo tu dici? Oh! se sempre il desiderio dei buoni si vedesse compiuto, e quel de' tristi perisse! Ma intanto tu forse, Lauretta mia, non hai avuto contezza degli ultimi eventi? Quanto propizi pe' Bolognesi che tuttodì ci tendono insidie, altrettanto sventurati per noi!
Lauretta da Fredi sapeva tutto, ed essa pure se n'era angustiata: ma per pietà dell'amica cercò di troncare quell'argomento sì disgustoso su cui l'altra volea prolungarsi, inutilmente non solo, ma con suo grave danno; e postasi a sedere presso al suo letto, così la mise in discorso:
—Dimmi, Selvaggia, il male non ti tormenta?
—No, adesso no. Il peggio gli è quando s'affatica il mio petto, che poi si allenisce e mi prostra. E allora i giorni mi paion tanto lunghi!... Sola, qui sola, abbandonata!...—E questa parola la proferì con tal senso affannoso, che ad un tempo due grosse lacrime le apparvero sugli occhi.
—Abbandonarti! chi mai?—riprese Lauretta.—Non siamo qui tutti? per te e sempre?
Ma ella subito la interruppe, temendo di esser apparsa poco delicata verso l'amica, e soggiunse:
—Voleva dire che, chiusa fra queste mura, senza neppure poter respirare da qualche tempo un po' d'aria libera.... vedere il verde della campagna.... Oh! ma che dico! anch'essa la campagna è già triste! Gli alberi han perduto le foglie come io la speranza! Oh! dove sono le rose e le viole che mi fiorivano nel giardino di nostra casa? Qui il gelo e la neve ricuopre e inaridisce ogni fiore non solo, ma ogni fil d'erba e l'uccide: e questo gelo, lo sento, è il mio gelo di morte! Quelle allora eran le rose della mia giovinezza, e mi piaceva tanto di coltivarle! Perchè poi d'ogni fiore io m'ingegnava di trarne un simbolo di speranza. Ma oggi!...
Cui subito Lauretta:
—Stagione di fiori certo non è questa, e dovunque; e per uscir poi all'aperto, per te così debole, non sarebbe opportuno. Ma tornerà primavera col suo clima più tepido, e [pg!269] anche qui la salute, sì, sì, mia diletta, la salute sul tuo viso si vedrà rifiorire. Questo però a patto che tu or non disperi.
Ed ella:
—Ah sì! al par di me tu lo sai, buon'amica, vi sono steli che anche spiccati innanzi tempo dal fusto, con qualche cura fioriscono: ma di vita artificiale e d'un giorno. E a chi vorresti desiderar cotal vita?
Poi come fa chi, di fervida fantasia, vorrebbe pur anche da lievi cose trarre argomento a sperare, benchè sulle labbra per un triste presagio non abbia che lamenti e sconforti, di quell'ultime parole di Lauretta lasciatone interprete il core, con più vivezza riprese:
—Purchè io non disperi, dicevi! Avresti forse, Lauretta, qualche buona nuova da darmi? Perchè non t'affretti, se puoi, a trarre d'affanno la tua Selvaggia? Non fosti tu sempre la mia prima amica? Non ricordo io forse quando noi fino da fanciullette cominciammo ad amarci? Oh allora!... allora io era felice! E fu un tempo che tu stessa solevi appellarmi avventurosa fra tutte: e per qualche anno, nol nego, ne sentii compiacenza. Era forse quel dolce tempo quando io in primavera nel mio castel di Vergiole, con altre donzelle (e spesso tu pure) me n'usciva all'aperto dinanzi al piazzale, e mi piaceva di scherzar col falcone sul braccio, e lanciarlo nelle regioni dell'aria, e docile ed addestrato, vederlo far larghi giri, e ritornar sopr'a me. O me n'andava a diporto pe' vicini e culti verzieri di rose, di mortelle, e di lauri; alle bell'ombre de' contigui boschi di lecci, d'albatri e di felceti: o anche talvolta giù in basso pe' prati, e sulle rive fiorite del rio. El era con voi, dolci amiche, se ben mi sovviene, che in pienezza di gioia, e improvvida dell'avvenire d'ogni fiore mi tesseva ghirlanda, d'ogni canto mi dilettava. Oh! le mie belle colline, ove sì benigna e soave è la guardatura del cielo!... un tepore, una vita... e tanto ampio e tanto lieto orizzonte! Ne' tempi poi più vicini ben io ricordo che talora al castello rimasta sola, dal mio liuto soleva trarre armonie melodiose, mentre che nell'acceso pensiero vagheggiava il ritorno d'alcuni de' miei e quello di lui!... [pg!270] Oh! care fantasie! o bei giorni ridenti!... E ora!!... Le corde del mio liuto!... vedilo là appeso a quella parete—si son rilassate come le fibre di questo cuore! È vero che anche per più gravi cagioni! Provasti mai, Lauretta, quando l'animo tuo per gioia o per doglia è fortemente commosso, ad aver bisogno di espandere in qualche modo il cor tuo? Vedi (e m'avrai anco spesso sentito) era proprio allora ch'io soleva ricorrere al mio stromento, come ad un fido amico, e sola nel segreto delle mie stanze, toccando quelle corde io vi diffondeva tutta l'anima mia: e que' suoni talvolta sposati a qualche mio canto, anco non volendo m'uscivano or mesti or lieti, secondo che mesta o lieta io mi fossi, e armonizzavano con gl'intimi sensi che avevano in me predominio.
E Lauretta:
—Oh! se il rammento! Que' suoni tanto prendevan qualità dallo stato dell'animo, che anche di lunge avrei potuto comprendere quale ti avrei trovata quel giorno.
—Or bene, mia buona amica—soggiungeva Selvaggia—questo caro, questo prezioso conforto io lo perdei da quel giorno che una guerra fratricida fu dichiarata al nostro paese. Pur troppo una dura necessità la difesa! Noi vinti, tutto, tutto perdemmo!... Nondimeno quel mio stromento oh sì! me lo volli con me nell'esilio. Quassù, è vero, non era il caso di doverlo appendere come le giovani ebree ai salici del fiume d'una terra straniera. Ma i nemici, tu sai, non ci son lungi! Gli elementi c'imperversano, e ovunque è squallore e isolamento! Almeno se, pur non tocco da me, il mio povero liuto avesse avuto potenza di rendermi un qualche suono, l'avrei appeso come un'arpa eolia alla rocca del castello, perchè di lassù i venti pietosi mi susurrassero fra quelle corde la mia mesta elegia! Poche volte, quando un breve sereno mi riapparve su questo cielo tanto ingombro di nubi, mi diedi a levare alcun suono. Ora però quelle corde... rilassate non solo, ma credilo, sono infrante!... infrante per sempre! Così, che resta mai, anche sol nella mente, di que' giorni giovenili e sì lieti che tutti voi m'invidiaste? Un dolore, un gran dolore, il ricordarsi de' tempi felici! Oh! se sapessero ora come cambiati! Dimmi, dimmi, [pg!271] Lauretta, non ho io sempre seguito col fido sguardo, il mio astro? Io lo credevo astro di luce perenne: e invece, ahimè! è sparito dinanzi a' miei occhi come una meteora! Eppure quante volte sperando mi sono illusa! Perchè, perchè inesorabile tanto? Per qual dura cagione, per quale?... L'ho io forse meritato un sì spietato abbandono?
Il parlar concitato e a gran passione le aveva prodotto un insolito affanno; e alfine era rimasta con gli occhi chiusi e come in deliquio; mentre le sue guance sì pallide, che solo il sonno aveva potuto alquanto colorire, adesso si eran fatte di fuoco. Cominciò dopo brevi momenti a riprendere il primo stato. Poi, gentile com'era, dubitando sempre di essere altrui di gravezza, un tremulo sorriso, proprio per Lauretta, richiamò sulle labbra; e volgendosi a lei che s'ingegnava di confortarla, affabilmente le disse:
—Vedi quante molestie debbo recarti! Ma, ti prego, per me non t'affannare! non è nulla, sai, amica mia, non è nulla. Finirà! finirà!
Queste parole appassionate e funeste, alla povera Lauretta passarono il cuore. Ella stessa non sapeva darsi ragione dell'assoluto silenzio del suo cugino. Conosceva omai a fondo il cuore di Cino, quel suo cuore amoroso, non smentito mai per tutta la vita, e d'un amore tutto dato a Selvaggia, per non dover dubitare, che dopo anche l'ultime prove d'affetto, e le promesse fattele in quello stesso castello, non avesse a ricordarsi per lettere di quella sua donna, di quella famiglia, di lei stessa. Ma e che per questo? Non poteva averlo incolto qualche sventura? Questo era il più triste de' suoi presagi, e faceva ogni sforzo per cacciarlo da sè. Potevano le sue lettere essere andate perdute. Difficile, è vero, era la corrispondenza epistolare in que' tempi; per le pessime strade, pe' pericoli delle aggressioni, e per tanti ostacoli, dipendenti dai costumi, dalle leggi e da un insieme di cose, che impedivano il rapido progresso materiale e morale: ostacoli di tal sorta, da mostrare anche in questo la gran differenza che passa da quell'età alla nostra! Nondimeno i corrieri de' cittadini (chè allora i più doviziosi, in mancanza di poste pubbliche, ne tenevano per conto loro) non che quelli [pg!272] de' governi, andavano e venivano tutto giorno. Tutti questi riflessi mentre non le davan modo a dedurne la vera cagione, e la colmavano d'amarezza, non le consentivano d'altra parte di articolare contro di lui con Selvaggia una minima accusa. E come col capitano e con Fredi per più volte n'avevan parlato, così si convenne d'evitare il più possibile con Selvaggia quest'argomento, o presentarglielo, se ella v'entrasse per una delle tante sventure che aggravavano la parte loro: e per riguardo poi a sì stimabile amico, come una di quelle tristi vicende che impensatamente t'avvengono, nè puoi evitare; certo però questa indipendente da lui; ma infine pur troppo un nuovo dispiacer di famiglia!
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