CAPITOLO XXVI.

CAPITOLO XXVI.DOLOROSO PASSAGGIO DELL'APPENNINO.«Signore, e' non passò mai peregrino,Ovver d'altra maniera viandanteCon gli occhi sì dolenti per camminoNè così grevi di pene cotante,Com'io passai per il monte Appennino,Ove pianger mi fece il bel sembiante.Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,Ch'amor con le sue man mi pone avante.»——Sonetto diM. Cinoa Dante Alighieri.Correvano già molti giorni, e del grande infortunio il capitano non si poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici, e primo di tutti Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli cure s'adopravano a ricomporre la sua mente quasi sconvolta. Se da un lato il Vergiolesi avrebbe voluto rimanersi per sempre presso la tomba di quella cara figliuola, dall'altro il pensiero che quel suo castello dove aveva trovato alquanto di calma, era stato pur quello nel quale dovè mirarsi distrutte le sue più care speranze, tutti questi contrari affetti combattevano fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio. Se non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal fortilizio, e di saper profanata fors'anco l'ultima dimora della sua Selvaggia dalle irruenti soldatesche nemiche, fe' sì che un tal giorno, chiamato a consiglio messer Fredi e l'amico Buonaventura, risolse che piuttosto che veder quella terra e la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi un messo a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune. [pg!290] La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purchè concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri a Vergiole.Per compire in segreto una sì delicata missione nissuno gli parve più adatto dell'amico suo lì presente; tanto più che preso omai questo partito, voleva che senz'indugio e non più oltre di dodici giorni fosse dal Comune ratificata la scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare dall'infausto castello.Fra Buonaventura non esitò un momento ad accettar la missione; dopo la quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro a Firenze. Venutosi dunque con l'amico e con la famiglia ai più dolorosi congedi, cavalcò per Pistoia. Colà al palazzo del Comune fatto capo al gonfaloniere di giustizia e questi adunato subitamente straordinario consiglio, Buonaventura con accorte e savie parole dimostrò agli adunati l'utile grande che da simil proposta potevan ritrarre; e che però non dovessero lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi, piuttosto che i Bolognesi, un sì valido baluardo ai loro confini qual era quello della Sambuca. Niuno infatti fece opposizione a sì util proposta. Chè anzi ben accolta e ratificata in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai dodici anziani, si deliberò che di subito se ne spedisse al capitano la lettera d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel castello, il Comune (come dicon le cronache) inviò due suoi capitani, che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino. I quali, fatto l'inventario di ciò che ivi trovavasi, presero dal Vergiolesi la consegna della terra e della rocca conforme la scritta, ed ei incontanente con la famiglia se ne partì per Vergiole.Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi dal castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito dal suo scudiero, sopra uno snello palafreno varcato il Reno, si avanzava assai celere verso il villaggio di Pavana. A misura che saliva quel monte, invece di raffrenare il cavallo affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di continuo, nulla curando le difficoltà della via che ad ogni passo si facevan maggiori, non d'altro occupato che di giunger più presto [pg!291] alla meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di già sì vicino, il volto gli raggiava di gioia. Solo di quando in quando un leggero inarcar di ciglia lo mostrava agitato da contrari pensieri. Quando sopra una svolta del poggio, che aveva in prospetto l'altro più alto della Sambuca, i lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello, giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse la faccia; e fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno, si volse al suo familiare che al par del cavallo non vigoroso come quel del padrone, trafelato seguivalo, e con gran turbamento gli domandò:—Non odi tu? Che sarà questo mai?Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe chiedere ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne. Silenzioso invece e con triste presagio seguitò a salire, finchè non giunse alle prime case di presso al castello.Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria. La quale per caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire:—Ah! messer Cino!—esclamò subito—dove, dove mai v'incamminate! Deh! per pietà, rimanetevi, non proseguite!E insisteva venendogli innanzi tutta piangente.—Maria!—diss'egli spaventato, balzando da cavallo ed entrato in casa con lei.—Maria! Maria! che c'è mai di sventure? Che nuove hai da darmi?—Dolorose quanto mai si può dire! per voi e per tutti!—Spiegati, Maria, per carità; che è mai avvenuto?—Messer Cino, crediatelo—singhiozzando soggiunse—mi manca il cuore e la voce: io sono desolata, io ho perduto de' Vergiolesi...—De' Vergiolesi! Chi dunque?—Oh! la mia santa benefattrice!—Lei dicesti? Selvaggia?—Ed oggi, pur troppo (con voce più bassa e compunta gli soggiungeva) si rinnovan per lei i funerali nel tempio!A una nuova sì inattesa, a un dolore sì forte, messer Cino restò privo di sensi.Riavutosi quindi, le chiese:[pg!292] —E il suo povero padre?—Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo il castello a que' di Pistoia, che già son lassù. V'era anche donna Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con che cuore! E bisogna pur dirlo, tutti quanti rammentandovi e aspettando sempre vostre lettere; ma pur troppo so anch'io, inutilmente!E qui gli narrò in breve da chi e come le fossero intercettate. Lo che al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.Poi richiesta Maria delle più minute vicende di quella famiglia, conchiuse ella:—la stessa madonna Lauretta averle detto che quei poveri signori dopo il triste caso non cercarono altro che fuggire da quelle mura e tornare a Vergiole.—A Vergiole!—esclamò Cino.—Dunque io son solo e desolato quassù, dove poco fa tanto consorzio d'amica gente, e quell'angelica donna, in cui aveva posta per tutta la vita l'unica e la più cara speranza! Ohimè! che con essa è morto ogni mio desiderio! Misero me, che farò io?E dopo stato alcun tempo pensoso, si levò e disse:—Dura necessità, ma convien ch'io mi parta! Non però, Maria, debbo farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro. Sento pur troppo che il cuore al solo pensiero mi manca! Ma ella a compire questo religioso atto d'amore, dal cielo, oh lo spero! mi darà forza ed aita. Mi ci vorrai tu guidare, o Maria?—Ahimè, che rispondere! La vostra giusta afflizione non so dirvi quanto m'appena! Pensate che al suo sepolcro me ne vo ogni sera, e vi prego! E pover'a me! non ho più fiori quassù! Ma qualche corona di verdi fronde io ce la porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui di lei non avrò altro da consolarmi!E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:—Messere, se così vi piace, andiamo.E a lenti passi s'avviarono al cimitero.Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo che dovè provare messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli che con tanto desiderio aveva affrettato il momento del suo ritorno lassù, dopo una lontananza sì lunga e un sì inesplicabil [pg!293] silenzio! Dopochè a Milano non una nuova di Selvaggia e del padre suo erano giunte mai a fargli meno amara l'assenza! Un cotal duolo può solo immaginarlo colui che provò quant'è l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici, ogni giorno attenda lettere da' suoi più cari, e ogni giorno ne rimanga deluso.Vero è che molto egli era stato distratto e assiduamente occupato, con Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse città dell'alta Italia, a porre in accordo i principi e i signori lombardi, in particolare poi tutti i Ghibellini che facevan capo a Milano: sia per indurli a convenir sull'invito da spedirsi in Svizzera ad Arrigo imperatore affinchè calasse in Italia, sia per ordinare il modo che più si addicesse a riceverlo. Spesso però quando in lui prendeva posa la mente, destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori e i suoi voti. Non aver più nuove di lei! eppure quante lettere le aveva inviate! Non avendo veduto tornare il suo messo, ne aveva scritto ad un amico a Pistoia. Ma cresciutagli l'apprensione per la non pronta risposta, spediva un altro corriere con lettere pel Vergiolesi, ingiungendogli però (nel sospetto di ciò che avvenne) di prendere la via di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In questo, non ci voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del Romeo per ricever contezza degli amici suoi di Sambuca. Mentre però il Romeo caldamente esortavalo a recarsi tosto da loro; narravagli di Selvaggia, dell'ospizio cortese e delle parole che n'ebbe; credè d'altra parte di dovergli tacere sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse il turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si confermò nel sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero state intercettate le lettere, e che risolse d'accorrer subito al sospirato castello. Viaggiò senza posa dì e notte per valli e per monti, fosse pur disagiato il sentiero, pur per spingere il suo cavallo sul più breve cammino, ed arrivare il più presto fra' suoi amici e rivedere la sua diletta Selvaggia. Ed invece, ahimè! non ne dovea mirar che la tomba!A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi, ci soccorre per ventura messer Cino medesimo; e perchè meglio [pg!294] non potremmo porgerne idea, faremo di riportare il Sonetto, ch'ei ne lasciava nel suo Canzoniere, in morte di lei; dov'egli ricorda quel suo doloroso passaggio, e quell'estremo ufficio d'amore.Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,Ove adorai baciando il santo sasso,E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!Ove l'Onesta pose la sua fronte.E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonteQuel giorno, che di morte acerbo passoFece la donna dello mio cor lasso,Già piena tutta d'adornezze conte.Quivi chiamai a questa guisa Amore:Dolce mio dio, fa che quinci mi traggiaLa morte a sè, chè qui giace l' mio core!Ma poi che non m'intese il mio signore,Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,L'alpe passai con voce di dolore!Nè con altri sensi è da credere che messer Cino abbia dovuto sfogare il suo doloroso compianto anche allora che sceso da questi monti giunse nel seno di quella desolata famiglia al Castel di Vergiole: a quel castello da cui prese nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde massimamente ei fu celebre.[pg!295]

CAPITOLO XXVI.DOLOROSO PASSAGGIO DELL'APPENNINO.«Signore, e' non passò mai peregrino,Ovver d'altra maniera viandanteCon gli occhi sì dolenti per camminoNè così grevi di pene cotante,Com'io passai per il monte Appennino,Ove pianger mi fece il bel sembiante.Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,Ch'amor con le sue man mi pone avante.»——Sonetto diM. Cinoa Dante Alighieri.Correvano già molti giorni, e del grande infortunio il capitano non si poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici, e primo di tutti Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli cure s'adopravano a ricomporre la sua mente quasi sconvolta. Se da un lato il Vergiolesi avrebbe voluto rimanersi per sempre presso la tomba di quella cara figliuola, dall'altro il pensiero che quel suo castello dove aveva trovato alquanto di calma, era stato pur quello nel quale dovè mirarsi distrutte le sue più care speranze, tutti questi contrari affetti combattevano fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio. Se non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal fortilizio, e di saper profanata fors'anco l'ultima dimora della sua Selvaggia dalle irruenti soldatesche nemiche, fe' sì che un tal giorno, chiamato a consiglio messer Fredi e l'amico Buonaventura, risolse che piuttosto che veder quella terra e la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi un messo a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune. [pg!290] La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purchè concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri a Vergiole.Per compire in segreto una sì delicata missione nissuno gli parve più adatto dell'amico suo lì presente; tanto più che preso omai questo partito, voleva che senz'indugio e non più oltre di dodici giorni fosse dal Comune ratificata la scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare dall'infausto castello.Fra Buonaventura non esitò un momento ad accettar la missione; dopo la quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro a Firenze. Venutosi dunque con l'amico e con la famiglia ai più dolorosi congedi, cavalcò per Pistoia. Colà al palazzo del Comune fatto capo al gonfaloniere di giustizia e questi adunato subitamente straordinario consiglio, Buonaventura con accorte e savie parole dimostrò agli adunati l'utile grande che da simil proposta potevan ritrarre; e che però non dovessero lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi, piuttosto che i Bolognesi, un sì valido baluardo ai loro confini qual era quello della Sambuca. Niuno infatti fece opposizione a sì util proposta. Chè anzi ben accolta e ratificata in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai dodici anziani, si deliberò che di subito se ne spedisse al capitano la lettera d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel castello, il Comune (come dicon le cronache) inviò due suoi capitani, che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino. I quali, fatto l'inventario di ciò che ivi trovavasi, presero dal Vergiolesi la consegna della terra e della rocca conforme la scritta, ed ei incontanente con la famiglia se ne partì per Vergiole.Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi dal castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito dal suo scudiero, sopra uno snello palafreno varcato il Reno, si avanzava assai celere verso il villaggio di Pavana. A misura che saliva quel monte, invece di raffrenare il cavallo affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di continuo, nulla curando le difficoltà della via che ad ogni passo si facevan maggiori, non d'altro occupato che di giunger più presto [pg!291] alla meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di già sì vicino, il volto gli raggiava di gioia. Solo di quando in quando un leggero inarcar di ciglia lo mostrava agitato da contrari pensieri. Quando sopra una svolta del poggio, che aveva in prospetto l'altro più alto della Sambuca, i lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello, giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse la faccia; e fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno, si volse al suo familiare che al par del cavallo non vigoroso come quel del padrone, trafelato seguivalo, e con gran turbamento gli domandò:—Non odi tu? Che sarà questo mai?Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe chiedere ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne. Silenzioso invece e con triste presagio seguitò a salire, finchè non giunse alle prime case di presso al castello.Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria. La quale per caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire:—Ah! messer Cino!—esclamò subito—dove, dove mai v'incamminate! Deh! per pietà, rimanetevi, non proseguite!E insisteva venendogli innanzi tutta piangente.—Maria!—diss'egli spaventato, balzando da cavallo ed entrato in casa con lei.—Maria! Maria! che c'è mai di sventure? Che nuove hai da darmi?—Dolorose quanto mai si può dire! per voi e per tutti!—Spiegati, Maria, per carità; che è mai avvenuto?—Messer Cino, crediatelo—singhiozzando soggiunse—mi manca il cuore e la voce: io sono desolata, io ho perduto de' Vergiolesi...—De' Vergiolesi! Chi dunque?—Oh! la mia santa benefattrice!—Lei dicesti? Selvaggia?—Ed oggi, pur troppo (con voce più bassa e compunta gli soggiungeva) si rinnovan per lei i funerali nel tempio!A una nuova sì inattesa, a un dolore sì forte, messer Cino restò privo di sensi.Riavutosi quindi, le chiese:[pg!292] —E il suo povero padre?—Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo il castello a que' di Pistoia, che già son lassù. V'era anche donna Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con che cuore! E bisogna pur dirlo, tutti quanti rammentandovi e aspettando sempre vostre lettere; ma pur troppo so anch'io, inutilmente!E qui gli narrò in breve da chi e come le fossero intercettate. Lo che al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.Poi richiesta Maria delle più minute vicende di quella famiglia, conchiuse ella:—la stessa madonna Lauretta averle detto che quei poveri signori dopo il triste caso non cercarono altro che fuggire da quelle mura e tornare a Vergiole.—A Vergiole!—esclamò Cino.—Dunque io son solo e desolato quassù, dove poco fa tanto consorzio d'amica gente, e quell'angelica donna, in cui aveva posta per tutta la vita l'unica e la più cara speranza! Ohimè! che con essa è morto ogni mio desiderio! Misero me, che farò io?E dopo stato alcun tempo pensoso, si levò e disse:—Dura necessità, ma convien ch'io mi parta! Non però, Maria, debbo farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro. Sento pur troppo che il cuore al solo pensiero mi manca! Ma ella a compire questo religioso atto d'amore, dal cielo, oh lo spero! mi darà forza ed aita. Mi ci vorrai tu guidare, o Maria?—Ahimè, che rispondere! La vostra giusta afflizione non so dirvi quanto m'appena! Pensate che al suo sepolcro me ne vo ogni sera, e vi prego! E pover'a me! non ho più fiori quassù! Ma qualche corona di verdi fronde io ce la porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui di lei non avrò altro da consolarmi!E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:—Messere, se così vi piace, andiamo.E a lenti passi s'avviarono al cimitero.Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo che dovè provare messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli che con tanto desiderio aveva affrettato il momento del suo ritorno lassù, dopo una lontananza sì lunga e un sì inesplicabil [pg!293] silenzio! Dopochè a Milano non una nuova di Selvaggia e del padre suo erano giunte mai a fargli meno amara l'assenza! Un cotal duolo può solo immaginarlo colui che provò quant'è l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici, ogni giorno attenda lettere da' suoi più cari, e ogni giorno ne rimanga deluso.Vero è che molto egli era stato distratto e assiduamente occupato, con Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse città dell'alta Italia, a porre in accordo i principi e i signori lombardi, in particolare poi tutti i Ghibellini che facevan capo a Milano: sia per indurli a convenir sull'invito da spedirsi in Svizzera ad Arrigo imperatore affinchè calasse in Italia, sia per ordinare il modo che più si addicesse a riceverlo. Spesso però quando in lui prendeva posa la mente, destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori e i suoi voti. Non aver più nuove di lei! eppure quante lettere le aveva inviate! Non avendo veduto tornare il suo messo, ne aveva scritto ad un amico a Pistoia. Ma cresciutagli l'apprensione per la non pronta risposta, spediva un altro corriere con lettere pel Vergiolesi, ingiungendogli però (nel sospetto di ciò che avvenne) di prendere la via di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In questo, non ci voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del Romeo per ricever contezza degli amici suoi di Sambuca. Mentre però il Romeo caldamente esortavalo a recarsi tosto da loro; narravagli di Selvaggia, dell'ospizio cortese e delle parole che n'ebbe; credè d'altra parte di dovergli tacere sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse il turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si confermò nel sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero state intercettate le lettere, e che risolse d'accorrer subito al sospirato castello. Viaggiò senza posa dì e notte per valli e per monti, fosse pur disagiato il sentiero, pur per spingere il suo cavallo sul più breve cammino, ed arrivare il più presto fra' suoi amici e rivedere la sua diletta Selvaggia. Ed invece, ahimè! non ne dovea mirar che la tomba!A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi, ci soccorre per ventura messer Cino medesimo; e perchè meglio [pg!294] non potremmo porgerne idea, faremo di riportare il Sonetto, ch'ei ne lasciava nel suo Canzoniere, in morte di lei; dov'egli ricorda quel suo doloroso passaggio, e quell'estremo ufficio d'amore.Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,Ove adorai baciando il santo sasso,E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!Ove l'Onesta pose la sua fronte.E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonteQuel giorno, che di morte acerbo passoFece la donna dello mio cor lasso,Già piena tutta d'adornezze conte.Quivi chiamai a questa guisa Amore:Dolce mio dio, fa che quinci mi traggiaLa morte a sè, chè qui giace l' mio core!Ma poi che non m'intese il mio signore,Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,L'alpe passai con voce di dolore!Nè con altri sensi è da credere che messer Cino abbia dovuto sfogare il suo doloroso compianto anche allora che sceso da questi monti giunse nel seno di quella desolata famiglia al Castel di Vergiole: a quel castello da cui prese nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde massimamente ei fu celebre.[pg!295]

DOLOROSO PASSAGGIO DELL'APPENNINO.

«Signore, e' non passò mai peregrino,Ovver d'altra maniera viandanteCon gli occhi sì dolenti per camminoNè così grevi di pene cotante,Com'io passai per il monte Appennino,Ove pianger mi fece il bel sembiante.Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,Ch'amor con le sue man mi pone avante.»——Sonetto diM. Cinoa Dante Alighieri.

«Signore, e' non passò mai peregrino,Ovver d'altra maniera viandanteCon gli occhi sì dolenti per camminoNè così grevi di pene cotante,Com'io passai per il monte Appennino,Ove pianger mi fece il bel sembiante.Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,Ch'amor con le sue man mi pone avante.»

«Signore, e' non passò mai peregrino,

Ovver d'altra maniera viandanteCon gli occhi sì dolenti per camminoNè così grevi di pene cotante,

Ovver d'altra maniera viandante

Con gli occhi sì dolenti per cammino

Nè così grevi di pene cotante,

Com'io passai per il monte Appennino,

Ove pianger mi fece il bel sembiante.Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,Ch'amor con le sue man mi pone avante.»

Ove pianger mi fece il bel sembiante.

Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,

Ch'amor con le sue man mi pone avante.»

——Sonetto diM. Cinoa Dante Alighieri.

Correvano già molti giorni, e del grande infortunio il capitano non si poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici, e primo di tutti Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli cure s'adopravano a ricomporre la sua mente quasi sconvolta. Se da un lato il Vergiolesi avrebbe voluto rimanersi per sempre presso la tomba di quella cara figliuola, dall'altro il pensiero che quel suo castello dove aveva trovato alquanto di calma, era stato pur quello nel quale dovè mirarsi distrutte le sue più care speranze, tutti questi contrari affetti combattevano fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio. Se non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal fortilizio, e di saper profanata fors'anco l'ultima dimora della sua Selvaggia dalle irruenti soldatesche nemiche, fe' sì che un tal giorno, chiamato a consiglio messer Fredi e l'amico Buonaventura, risolse che piuttosto che veder quella terra e la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi un messo a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune. [pg!290] La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purchè concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri a Vergiole.

Per compire in segreto una sì delicata missione nissuno gli parve più adatto dell'amico suo lì presente; tanto più che preso omai questo partito, voleva che senz'indugio e non più oltre di dodici giorni fosse dal Comune ratificata la scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare dall'infausto castello.

Fra Buonaventura non esitò un momento ad accettar la missione; dopo la quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro a Firenze. Venutosi dunque con l'amico e con la famiglia ai più dolorosi congedi, cavalcò per Pistoia. Colà al palazzo del Comune fatto capo al gonfaloniere di giustizia e questi adunato subitamente straordinario consiglio, Buonaventura con accorte e savie parole dimostrò agli adunati l'utile grande che da simil proposta potevan ritrarre; e che però non dovessero lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi, piuttosto che i Bolognesi, un sì valido baluardo ai loro confini qual era quello della Sambuca. Niuno infatti fece opposizione a sì util proposta. Chè anzi ben accolta e ratificata in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai dodici anziani, si deliberò che di subito se ne spedisse al capitano la lettera d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel castello, il Comune (come dicon le cronache) inviò due suoi capitani, che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino. I quali, fatto l'inventario di ciò che ivi trovavasi, presero dal Vergiolesi la consegna della terra e della rocca conforme la scritta, ed ei incontanente con la famiglia se ne partì per Vergiole.

Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi dal castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito dal suo scudiero, sopra uno snello palafreno varcato il Reno, si avanzava assai celere verso il villaggio di Pavana. A misura che saliva quel monte, invece di raffrenare il cavallo affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di continuo, nulla curando le difficoltà della via che ad ogni passo si facevan maggiori, non d'altro occupato che di giunger più presto [pg!291] alla meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di già sì vicino, il volto gli raggiava di gioia. Solo di quando in quando un leggero inarcar di ciglia lo mostrava agitato da contrari pensieri. Quando sopra una svolta del poggio, che aveva in prospetto l'altro più alto della Sambuca, i lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello, giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse la faccia; e fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno, si volse al suo familiare che al par del cavallo non vigoroso come quel del padrone, trafelato seguivalo, e con gran turbamento gli domandò:

—Non odi tu? Che sarà questo mai?

Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe chiedere ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne. Silenzioso invece e con triste presagio seguitò a salire, finchè non giunse alle prime case di presso al castello.

Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria. La quale per caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire:

—Ah! messer Cino!—esclamò subito—dove, dove mai v'incamminate! Deh! per pietà, rimanetevi, non proseguite!

E insisteva venendogli innanzi tutta piangente.

—Maria!—diss'egli spaventato, balzando da cavallo ed entrato in casa con lei.—Maria! Maria! che c'è mai di sventure? Che nuove hai da darmi?

—Dolorose quanto mai si può dire! per voi e per tutti!

—Spiegati, Maria, per carità; che è mai avvenuto?

—Messer Cino, crediatelo—singhiozzando soggiunse—mi manca il cuore e la voce: io sono desolata, io ho perduto de' Vergiolesi...

—De' Vergiolesi! Chi dunque?

—Oh! la mia santa benefattrice!

—Lei dicesti? Selvaggia?

—Ed oggi, pur troppo (con voce più bassa e compunta gli soggiungeva) si rinnovan per lei i funerali nel tempio!

A una nuova sì inattesa, a un dolore sì forte, messer Cino restò privo di sensi.

Riavutosi quindi, le chiese:

[pg!292] —E il suo povero padre?

—Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo il castello a que' di Pistoia, che già son lassù. V'era anche donna Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con che cuore! E bisogna pur dirlo, tutti quanti rammentandovi e aspettando sempre vostre lettere; ma pur troppo so anch'io, inutilmente!

E qui gli narrò in breve da chi e come le fossero intercettate. Lo che al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.

Poi richiesta Maria delle più minute vicende di quella famiglia, conchiuse ella:—la stessa madonna Lauretta averle detto che quei poveri signori dopo il triste caso non cercarono altro che fuggire da quelle mura e tornare a Vergiole.

—A Vergiole!—esclamò Cino.—Dunque io son solo e desolato quassù, dove poco fa tanto consorzio d'amica gente, e quell'angelica donna, in cui aveva posta per tutta la vita l'unica e la più cara speranza! Ohimè! che con essa è morto ogni mio desiderio! Misero me, che farò io?

E dopo stato alcun tempo pensoso, si levò e disse:

—Dura necessità, ma convien ch'io mi parta! Non però, Maria, debbo farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro. Sento pur troppo che il cuore al solo pensiero mi manca! Ma ella a compire questo religioso atto d'amore, dal cielo, oh lo spero! mi darà forza ed aita. Mi ci vorrai tu guidare, o Maria?

—Ahimè, che rispondere! La vostra giusta afflizione non so dirvi quanto m'appena! Pensate che al suo sepolcro me ne vo ogni sera, e vi prego! E pover'a me! non ho più fiori quassù! Ma qualche corona di verdi fronde io ce la porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui di lei non avrò altro da consolarmi!

E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:

—Messere, se così vi piace, andiamo.

E a lenti passi s'avviarono al cimitero.

Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo che dovè provare messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli che con tanto desiderio aveva affrettato il momento del suo ritorno lassù, dopo una lontananza sì lunga e un sì inesplicabil [pg!293] silenzio! Dopochè a Milano non una nuova di Selvaggia e del padre suo erano giunte mai a fargli meno amara l'assenza! Un cotal duolo può solo immaginarlo colui che provò quant'è l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici, ogni giorno attenda lettere da' suoi più cari, e ogni giorno ne rimanga deluso.

Vero è che molto egli era stato distratto e assiduamente occupato, con Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse città dell'alta Italia, a porre in accordo i principi e i signori lombardi, in particolare poi tutti i Ghibellini che facevan capo a Milano: sia per indurli a convenir sull'invito da spedirsi in Svizzera ad Arrigo imperatore affinchè calasse in Italia, sia per ordinare il modo che più si addicesse a riceverlo. Spesso però quando in lui prendeva posa la mente, destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori e i suoi voti. Non aver più nuove di lei! eppure quante lettere le aveva inviate! Non avendo veduto tornare il suo messo, ne aveva scritto ad un amico a Pistoia. Ma cresciutagli l'apprensione per la non pronta risposta, spediva un altro corriere con lettere pel Vergiolesi, ingiungendogli però (nel sospetto di ciò che avvenne) di prendere la via di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In questo, non ci voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del Romeo per ricever contezza degli amici suoi di Sambuca. Mentre però il Romeo caldamente esortavalo a recarsi tosto da loro; narravagli di Selvaggia, dell'ospizio cortese e delle parole che n'ebbe; credè d'altra parte di dovergli tacere sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse il turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si confermò nel sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero state intercettate le lettere, e che risolse d'accorrer subito al sospirato castello. Viaggiò senza posa dì e notte per valli e per monti, fosse pur disagiato il sentiero, pur per spingere il suo cavallo sul più breve cammino, ed arrivare il più presto fra' suoi amici e rivedere la sua diletta Selvaggia. Ed invece, ahimè! non ne dovea mirar che la tomba!

A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi, ci soccorre per ventura messer Cino medesimo; e perchè meglio [pg!294] non potremmo porgerne idea, faremo di riportare il Sonetto, ch'ei ne lasciava nel suo Canzoniere, in morte di lei; dov'egli ricorda quel suo doloroso passaggio, e quell'estremo ufficio d'amore.

Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,Ove adorai baciando il santo sasso,E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!Ove l'Onesta pose la sua fronte.E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonteQuel giorno, che di morte acerbo passoFece la donna dello mio cor lasso,Già piena tutta d'adornezze conte.Quivi chiamai a questa guisa Amore:Dolce mio dio, fa che quinci mi traggiaLa morte a sè, chè qui giace l' mio core!Ma poi che non m'intese il mio signore,Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,L'alpe passai con voce di dolore!

Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,Ove adorai baciando il santo sasso,E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!Ove l'Onesta pose la sua fronte.E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonteQuel giorno, che di morte acerbo passoFece la donna dello mio cor lasso,Già piena tutta d'adornezze conte.Quivi chiamai a questa guisa Amore:Dolce mio dio, fa che quinci mi traggiaLa morte a sè, chè qui giace l' mio core!Ma poi che non m'intese il mio signore,Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,L'alpe passai con voce di dolore!

Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,

Ove adorai baciando il santo sasso,E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!Ove l'Onesta pose la sua fronte.

Ove adorai baciando il santo sasso,

E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!

Ove l'Onesta pose la sua fronte.

E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonte

Quel giorno, che di morte acerbo passoFece la donna dello mio cor lasso,Già piena tutta d'adornezze conte.

Quel giorno, che di morte acerbo passo

Fece la donna dello mio cor lasso,

Già piena tutta d'adornezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore:

Dolce mio dio, fa che quinci mi traggiaLa morte a sè, chè qui giace l' mio core!

Dolce mio dio, fa che quinci mi traggia

La morte a sè, chè qui giace l' mio core!

Ma poi che non m'intese il mio signore,

Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,L'alpe passai con voce di dolore!

Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,

L'alpe passai con voce di dolore!

Nè con altri sensi è da credere che messer Cino abbia dovuto sfogare il suo doloroso compianto anche allora che sceso da questi monti giunse nel seno di quella desolata famiglia al Castel di Vergiole: a quel castello da cui prese nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde massimamente ei fu celebre.

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