CAPITOLO XIII.Dal campo di Assur.
Era già presso gli Armeni il ventesimo quinto giorno di Adukanna, che i Babilonesi dicono Muna, o mese della mano, perocchè in esso si dà opera a raccogliere i frutti ond'è liberale la terra.
Oltre un mese era dunque trascorso dagli ultimi eventi narrati, e nelle ubertose convalli dell'Ararat gli abitatori dei campi attendevano a mieter le spighe, pur dianzi maturate ai cocenti raggi del sole. E tuttavia non erano lieti, come in simiglianti occasioni suol essere il colono, che vede centuplicato il frutto delle sue industri fatiche. La gaia canzone dei mietitori non risuonava pei colli, nelle ore del riposo tra gli affastellati covoni; le fronti apparivano pensose, le braccia sollecite più dell'usato al lavoro. Così il villano, che sente nell'aria grave la minaccia del nembo vicino, rauna il frumento battuto sull'aia e lo ripone in fretta ne' capaci granai.
Ora, qual nube era apparsa sull'orizzonte, che da Tarbazu a Nahiri e da Muhuzri a Milidda, per quanto è vasta l'Armenia da settentrione a mezzogiorno e da oriente a occidente, faceva così gravi i sembianti? Eche s'aveva egli a pensare di quelle file di mandriani che lunghesso i campestri sentieri guidavano a torme i cavalli verso le sponde di Van? E que' fabbri intenti nelle officine a foggiar lame di spade e punte di frecce, perchè tanto affrettavano essi i colpi dei pesanti martelli sul càlibe infuocato?
Una voce era corsa, sommessa e dubitosa da prima, indi a mano a mano più ricisa e più chiara, voce di guerra possibile, di guerra imminente coi popoli della pianura. Gli Accad si preparavano in silenzio alle offese, levavano gente dalle più lontane contrade, ingrossavano verso settentrione, tra Sippara e Gutiuna, rimontando l'Eufrate. Dove potevano essi volgere tanta piena d'armati, se non contro l'Armenia?
Inoltre, non erasi veduto, sugli ultimi giorni del mese trascorso, ritornare a' suoi monti il giovine re, il dilettissimo Ara, grave e severo come chi porti un triste presagio nell'animo? E non avea bisbigliato una voce che egli fosse scampato a fatica, anzichè liberamente partito, dalle mura inospitali di Babilu?
Che era egli avvenuto al pronipote d'Aìco, al più leggiadro dei re? Nulla di certo erasi risaputo all'intorno. Giunto appena in Armavir, il principe si era chiuso nel silenzio della sua reggia, nè alcuno dei suoi sudditi, coi quali era uso mostrarsi affabile tanto e cortese, aveva potuto per giorni parecchi godere della sua vista.
Da Bared, per altro, si era avuto, sebben lieve, un barlume. Ai grandi del reame e ai governatori delle città, congregati in Armavir, egli aveva parlato a un dipresso così: — Troppo grave tributo chiede Babilonia agli Armeni, volendo rapire ad essi il più amato tra i re. Già uno dei nostri, Sandi il cantore, caro al popolo, caro al monarca, fu vittima dei feroci amori diSemiramide. Ara il bello, il prode tra i prodi, avrebbe corsa la medesima sorte. —
Così narrando, Bared aveva chiesto ai congregati il silenzio. Ed essi l'aveano pure serbato, ma non tanto che non ne trapelasse alcun che, subitamente raccolto dagli avidi orecchi del volgo, sformato dal correre di labbro in labbro, e più facilmente creduto, quando si buccinò di apparecchi guerreschi in Babilonia, o parve di scorgere in Armenia che i governatori delle città intendessero a provvedimenti di efficace difesa.
Il presentimento di gravissimi casi era dunque negli animi. E parea cosa naturale ad ognuno. I venerandi Sos, dedicati al sacro ministero nelle foreste dei platani d'Aramaniag, presso il lago di Van, non avevano essi profetato, al tremolar delle foglie vocali, che Babilonia avrebbe arrecato sventura al giovine re? Ed ecco si adempievano i tristi presagi; la guerra non era indetta tra i due popoli, ma la s'indovinava, la si sentiva imminente, come nell'afa estiva i segni precursori della tempesta.
E frattanto, che diceva, che lasciava intendere il re? Taciturno era giunto nella sua diletta Armavir; taciturno era rimasto nella reggia, cupo, grave d'inesplorati pensieri. Senonchè, alcuni giorni dopo, egli era uscito dalla città, in volta per le provincie, e al campo di Aiotzor lo si era veduto star lungamente immoto, con le braccia conserte sul petto, e gli occhi fisi sulla collina di Kerezmanc. Ora, sul campo di Aiotzor, il suo grande progenitore aveva sconfitto l'esercito di Nemrod, e sopra il poggio di Kerezmanc era caduto il gigante, trafitto dalla infallibil freccia di Aìco. E da quella sosta pensosa, di cui nessuno aveva ardito chiedere al re la cagione, tutti avevano cavato il pronostico delle sovrastanti sciagure.
Oltre di che, il sembiante di Ara vedevasi profondamente mutato. Certo su quella testa leggiadra era stata gittata una malìa. Popolo di maghi, il babilonese! Laggiù, comuni i sortilegi e gl'incanti, e gli occhi, le labbra, i volti, le mani, esercitavano un influsso malefico.
E in questa occasione si erano infiammati nel popolo l'amore e la devozione pel re. In quella guisa che una leggiadra donna torna più cara ai riguardanti, se nube di tristezza le faccia velo alla fronte, Ara il bello, così malinconico e grave, destava maggiormente l'affetto dei cuori. E confusamente indovinando le cagioni della sua tristezza, si malediceva a Semiram; in ciò prime le donne, che ognun sa più esperte e più pronte degli uomini a scorgere la mano del loro sesso nei nostri mal celati rammarichi. Un amore infelice diffonde una cert'aria sul nostro volto, che elleno sole sanno intender che sia, poichè elleno sole hanno virtù di chiamarla coi loro rigori, di scongiurarla coi loro sorrisi. Egli è forse per ciò che l'uomo ferito d'amore, cioè a dire amato, o reso infelice da una, trova altre in maggior numero, consolatrici volenterose, o rivali.
Così uomini e donne sentivano pietà della mestizia di Ara; lo amavano sventurato, più assai che non lo amassero felice da prima. E in tutti un tacito foggiarsi sul suo grave contegno; un prepararsi istintivo agli eventi; un ansioso interrogar gli echi e odorar l'aria infida della pianura.
Si era adunque sul finire del mese di Adukanna, ed Ara viveva pensieroso nelle più solitarie stanze del suo palazzo, donde si scorgevano le onde tranquille del lago di Van, allorquando un drappello di Babilonesi giunse alle porte di Armavir e il suo capitano chiese d'essere introdotto alla presenza del re.
— Venga! — disse Ara, a cui l'annunzio repentino, quantunque da più giorni atteso, avea cagionato un turbamento indicibile, che non era già figlio di paura, sibbene di ripugnanza, per un messaggio di quella donna così profondamente odiata e diletta.
Invero egli amava quella donna pur sempre. Creda ciò impossibile chi nulla sa dei fieri contrasti d'un affetto gagliardo e delle arcane contraddizioni del cuore. Ei l'amava, esecrandola. Impunemente non s'era egli accostato ai sacri misteri di Militta Zarpanit; impunemente non aveva detto a quella bellissima tra le donne: «io t'adoro; la dea ha assunte le tue forme, per farmi il più lieto, o il più triste degli uomini; qualunque cosa avvenga, sarò tuo, sempre tuo!» Bene erasi egli allontanato dalla odiata regina, ma fieramente amando la donna; era fuggito, ma recando lo strale confitto nella ferita. E voleva disprezzarla, e non poteva; tanto olocausto non gli era dato di fare all'ombra amata di Sandi. L'amore è possente come vin generoso, e più ancora che in altri, nel petto dei forti. Gli Elleni, trovatori felici di profonde allegorie, doveano adombrarlo nella veste di Nesso, che s'apprende alle carni del semidio e si consuma, nell'apprestato rogo, con lui.
Il re d'Armenia si circondò, per ricevere il messaggiero babilonese, di tutti i grandi della sua corte, guerrieri la più parte e cantori; quelli avvezzi a combattere, questi a celebrare le gesta dei prodi.
— Venga il Babilonese! — dicevano essi. — Reca egli messaggio di guerra?
— Forse! — rispose gravemente il re.
— E tu, che gli risponderai, nobile figlio di Aràmo?
— Quello che voi rispondereste, o miei fedeli; pace a chi viene con amiche parole; guerra a chi cova sinistri disegni.
— Guerra adunque vuol essere! L'orgogliosa signora di Babilonia non può mandare cortesi messaggi agli Armeni.
— Ella ha costrette a tributo le aquile della montagna! — dicevano i guerrieri. — Ha tentato di umiliare, nei pronipoti loro, i domatori della superbia di Nemrod. Ella invidia le recenti palme ai vincitori di Masciag, ai generosi custodi della pianura, contro le irruzioni dei predatori Turani!
— Ella odia la gente nostra; — soggiungevano i cantori; — ella ha ucciso Sandi, il soave garzone, il signore dei carmi, amico e fratello del re. —
In quella che così parlavano essi, cercando d'indovinare il messaggio imminente, comparve il babilonese nella sala del trono. Indossava il candi, tunica rossa, frangiata d'oro sui lembi, che gli scendea ben oltre il ginocchio, e sovr'essa il sàrapo, camiciotto di lana bianca, dalle corte maniche, le quali lasciavano scorgere le braccia ignude e i polsi cinti d'armille d'oro. Le gambe apparivano chiuse ne' saraballi, o schinieri di cuoio, fin sulla noce del piede, dove, sul fondo rosso della calza di lana, salivano i correggiuoli incrociati dei sandali, le cui suola si raffermavano alla pianta, la mercè d'un anello rigirato sul pollice. Costui era per fermo uno dei primarii uffiziali di Babilonia, e ben lo dimostravano il balteo lucente, la guaina leggiadramente lavorata e la tiara bianco-dorata, i cui lembi chiusi a soggolo, scendevano e coprirgli le guancie ed il mento.
Due guerrieri, armati di tutto punto, seguivano l'ambasciatore. Uno di essi recava tra le mani una spada senza guaina; l'altro un giavellotto dalla punta aguzza e lucente.
Ara, poichè il messaggiero gli fu venuto davanti, ravvisò tosto in lui quel medesimo uffiziale che conlarga mano di cavalieri babilonesi gli era uscito incontro, per servirgli di scorta alle mura della capitale di Nemrod. Che voleva dir ciò? Era egli caso, o meditata ironia?
Seduto sopra il suo trono, che era tutto coperto di negre pelli foderate di porpora, vestito a bruno egli stesso, senz'altro segno di regio fasto che la sua benda di perle intorno alle tempie, grave nell'aspetto come si conveniva all'attesa d'un grave personaggio, stette Ara guardando l'inviato di Semiramide.
Il babilonese s'inchinò profondamente, raccogliendo le braccia sul petto; indi così prese a parlare:
— Re degli Armeni, vivi in perpetuo!
— Grazie a te, messaggiero! — rispose Ara, con piglio cortese. — Chi ti manda alla reggia dei figli d'Aìco?
— La gran Semiramide, cui Nebo protegge, a cui Belo ha concessa la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra.
— Che gli Dei le concedano lunghi giorni di vita. E che chiede essa da noi?
— Ragione della tua fuga; — rispose lo inviato. — Sceso in Babilonia a portarle tributo, accolto nella sua reggia con animo e pompa veramente ospitali, perchè sei tu uscito dalla città e dal reame, celatamente, a guisa di ladrone, e senza pur render grazie alla regina delle oneste accoglienze?
— Altero parli, — disse a lui di rimando il re, trattenendosi a stento, — più assai che a me non si convenga di udire.
— Così m'è stato ingiunto; — notò il babilonese, inchinandosi. — Pel mio labbro ti parla Semiramide, non io, oscuro soldato che la possente regina degli Accad ha scelto ad interprete de' suoi alti comandi.
— Sta bene; — soggiunse Ara concentrato. — E a donna non risponderò io come la giusta ira consiglia. Nè tutto dirò io ciò che penso; bada bene, non tutto! Ciò dunque rispondi alla signora degli Accad: il re d'Armenia non esser fuggito dalla sua presenza, bensì liberamente partito, come principe che aveva compiuto il debito suo. Più non aggiungo nè mi dorrà che sembri scortese atto a' suoi popoli, ciò ch'ella intenderà, se ben guarda, essere stato umano consiglio nel suo ospite d'un giorno. Ora, che altro mi dice ella per le tue labbra?
— Tu hai niegato il saluto al figlio di lei, nel quale t'abbattesti per via, fuor delle case di Lahiru; hai usato villania al principe Ninia, all'erede del trono di Nemrod, al futuro signore di tutte le genti, dimenticando che la montagna, come la pianura, è soggetta all'impero degli Accad.
— Ah, non sarà! — interruppe Ara, dando un sobbalzo, a quelle parole dell'inviato. — Regnino costoro su monti e piani, donde sorge e dove tramonta il sole; a me non si spetta di contenderlo. Ben so che i gioghi dell'Ararat sono e dureranno vergini di loro conquista, fino a tanto cingerà spada il figlio di Aràmo.
— Tu dunque nieghi ai re di Babilonia il tributo? — chiese il messaggiero. — E non lo avevi tu recato pur dianzi?
— Libero presente fu quello, e pegno di amicizia, tributo non già! — rispose Ara sollecito. — Rammenti tu le mie parole, alle porte di Babilu? — Nemici da prima e più e più volte alle prese, furono i padri nostri coi re della vasta pianura; amici noi, se tali ci accolgono: vassalli non mai!
— Non farò contesa di vane parole con te; — disse freddamente il messaggiero. — Sia pure libero presente,e pegno d'amicizia, come giova all'orgoglio aicàno di chiamarlo; ma proseguirai tu a darlo in futuro?
— Il futuro è in grembo di Zervane Acherene! — rispose il re, con accento di mal frenata impazienza. — Chi può dire oggi ciò che domani avverrà?
— Esso non è dunque nella tua mente? — incalzò il babilonese. — Non nella fede giurata?
— Giurata! Quando? e da chi? — proruppe il re, con voce tonante. — Bada a te, messaggiero; la menzogna è sul tuo labbro, e chi t'ha detto avere gli Aìcani giurato un patto di servitù, ha mentito al cospetto dei cieli. Ma, poichè egli bisogna dir tutto, — proseguì Ara, tornando, sebbene a fatica, in sè stesso, e piegando la voce ad accento di sottile ironia, — dimmi ancora; se io pure ti rispondessi che l'Armenia seguiterà a pagare, come voi lo chiamate, un tributo, basterebbe ciò alla regina degli Accad?
— No, difatti.... — rispose quell'altro, — non basterebbe.
— Ah, — esclamò Ara, sorridendo amaramente. — E che altro si vuole?
— Che tu abbia a tornare, scortato da noi....
— In Babilonia?
— No; al campo della regina, che è di presente in Assur, nel paese di Nahiri. Colà, al cospetto di tutti i popoli che seguono in armi la possente regina, tu giurerai fedeltà al trono degli Accad, e quindi, tu e i successori tuoi, sarete prosciolti da ogni tributo. Semiramide è generosa, non avida di ricchezze pel tesoro di Babilu. Spesso ella dona in un giorno, ciò che dieci provincie potrebbero darle in un anno. Tu vedi, o re, da ciò che ella chiede, come non la muova cupidigia o mal animo contro le genti d'Armenia.
— Grande è Semiramide! — notò con piglio sarcastico,il re. — Se ella mi avesse chiesto cosa che tornasse a danno del mio popolo, avrei recisamente negato. Ella chiede in quella vece la mia umiliazione. E a ciò forse potrò io inchinarmi; — aggiunse dopo essere stato alquanto sopra di sè. — Ma che ne pensano coloro che m'hanno riconosciuto pel loro signore? coloro che da me s'aspettano diportamenti degni del nome aicàno? A voi, grandi del reame, e governatori delle città, il giudizio! Rispondete liberamente al messaggiero, e come l'utile del popol nostro consiglia. Debbo io andarne al campo di Assur?
— Pronipote di Aìco, — disse gravemente Vasdag, principe di Tarbazu, che è sulle rive dell'Eusino, — tu non puoi giungere a mezzogiorno più oltre del campo di Aiotzor e della valle memorata di Kerezmanc.
— Colà, — aggiunse un altro, e tutti i presenti assentirono, — dee piantarsi il tuo stendardo di guerra.
— Tu li odi? — chiese Ara al messaggiero babilonese.
— Ho udito; — rispose quegli, con atto di commiato. — Semiramide prevedeva una simigliante risposta, e dal campo di Assur vi annunzia i suoi alti disegni. Ella stessa verrà ben più oltre di Kerezmanc; verrà in Armavir e in quante città novera il reame dei figli d'Aìco.
— Come ospite? — chiese nobilmente Ara, alzandosi in piedi, poichè la conferenza accennava al suo termine.
— Come vincitrice! — disse quell'altro, con accento di minaccia.
E trattosi indietro, tolse dalle mani dei due guerrieri il giavellotto e la spada, che gittò poscia solennemente ai piedi del trono.
— Conservate questi segni di guerra; — soggiunse il messaggero babilonese. — Semiramide verrà col suoesercito a raccoglierli nel sangue vostro e li consacrerà alla memoria di Bel Nemrod, su quella rocca di cui veggo sorgere i fianchi dirupati dalle acque del lago.
— Se non li riporteremo noi prima al campo di Assur! — disse Valdag, alzando la spada e il giavellotto da terra.
— O in Babilonia! — aggiunse un altro, tra le grida dei consenzienti compagni.
— Tacete! — gridò il re. — Non s'addice ai prodi essere vantatori. Va, messaggiero, al campo di Assur, e reca alla tua grande signora che i figli d'Aìco, fidenti nell'armi loro e nella giustizia dei Numi, attenderanno di piè fermo l'assalto. —