CAPITOLO XVI.La regina guerriera.
Così s'apparecchiavano le genti aicàne alla prova dell'armi. E frattanto, dal passo di Lukdi si avanzava l'esercito di Semiramide, facilmente respingendo i drappelli armeni colà posti in vedetta, e tacitamente distendendosi su per le circostanti alture. Buon nerbo di cavalieri e di fanti s'erano volti ad oriente, accennando a risalire verso le sorgenti del Tigri, siccome gli esploratori avean riferito ad Ara; ma poco oltre una mezza giornata di cammino, i cavalieri avean fatto sosta, e i fanti, scelti tra i più destri arcadori dell'esercito, aveano piegato non visti a settentrione, inerpicandosi per le ripide coste ed addentrandosi a gran fatica nelle impervie forre delle montagne.
Bene era Semiram quella eccelsa guerriera che il re d'Armenia, nella onesta schiettezza dell'animo suo, erasi affrettato a riconoscere. Mai donna degli antichissimi tempi era stata più addentro di costei nelle gravi cure e nelle aspre discipline della guerra, nè altra che potesse ragguagliarsi a lei avevano a darne le età più recenti.
Nata d'arcane nozze in Ascalona di Siria, nutrita neltempio di Derceto e cara (dicevano le favole del volgo) siccome figlia alla Dea, le grazie nascenti d'una sovrumana bellezza l'avean fatta sposa a Mènnone, prefetto e governatore, pel re degli Accad, di tutto il paese di Palastu, sulle rive del Mar d'occidente. Ora il re degli Accad era Nino, figlio d'Arbel, della stirpe di Nemrod, che allora, con tutte le forze del suo impero, si disponeva ad invadere la Bakdiana.
Chiamato era Mènnone al campo del re; nè potendo egli lungamente rimanervi senza la donna dell'amor suo, che colla leggiadria delle incomparabili forme e coll'avvedutezza del consiglio sì l'avea soggiogato, mandò alcuni suoi famigliari a chiamarla, che, come più presto poteva, si riducesse al suo fianco. E l'ebbe come desiderava, mentre l'esercito, corso tutto il paese dei Medi, stringea Bakdi, la capitale, vanamente d'assedio.
D'ingegno acutissimo e d'animo pronto, la donna leggiadra aveva colta quell'occasione per far mostra di sua grande virtù. E per poter con più sicurezza fare il viaggio, ch'era di molte giornate, aveva indossata una stola, per la quale non potesse distinguersi se fosse uomo o donna, chi n'era ammantato; giovandole inoltre quel vestimento, così a difesa delle candidissime carni contro gli ardori del giorno, come a farla più snella, in ogni occorrenza, o pericolo. E tanta fu la grazia di quel suo modo di vestirsi d'allora, che i Medi poscia, e gli Assiri, e da ultimo i Persi, insignoritosi dell'Asia, vollero portare la stola di Semiramide.
Intanto, giunta ella al campo, considerando come l'assedio era condotto, aveva visto tutta la forza del nemico rivolgersi contro i luoghi campestri ed ovvii alle irruzioni, ma nissuno frattanto custodire la rocca, che per natura e per arte era fortissima. Presi pertanto uomini che sapessero inerpicarsi sulle rupi, evalicata con essi una certa valle, ascese alle opposte eminenze ed occupò una parte della rocca, ed ai suoi, che combattevano nel piano, sotto le mura, diede il segnale. Fu allora che i difensori della città, colti da terrore improvviso per la rocca presa, non avendo più speranza di difendersi, abbandonarono le mura.
Volò il nome di Semiramide per tutte le bocche. La vide il re e, preso da tanta bellezza, ne innamorò vivamente. — Abbi, diss'egli a Mènnone, quanta sostanza del mio tesoro vorrai, e mi appartenga Semiram.
— Nulla sono le ricchezze del tuo regno, — rispose Mènnone al re, — nulla sarebbero quelle dei mari lontani al paragone di lei.
— Sii secondo appo me, — ripigliò Nino infiammato; — abbiti in moglie la mia figliuola Sosane, per cui tanti re della terra sospirano, e mi appartenga Semiram.
— No; — disse a lui di rimando il marito. — Io ti rendo grazie, o re dell'onor singolare, che ogni altro mi invidierebbe per fermo. Che mi varrebbe esser secondo appo te, quando io non fossi più il primo e l'unico nel cuor di Semiram? Vada la tua gentil Sosane ad un possente, che sia degno di così alto parentado; nessuna figliuola di re mi pagherebbe la perdita del vago fior d'Ascalona.
— E sia; — gridò Nino, corrugando la fronte e mettendo lampi dagli occhi; — rinunzia alle ricchezze; rinunzia agli onori; ma io giuro per Nisroc, che in questo mentre già libra le tue sorti, tu non vedrai più il vago fior d'Ascalona. Con ferro rovente ti si sfonderanno le pupille tra un'ora; chè più non ti concedo di tempo a consigliarti di ciò. —
Preghiere, pianti e scongiuri, non valsero; bisognava obbedire. Mènnone, pel timore delle minaccie del re, eper la gelosia che era possente in cuor suo, montato in furore, corse alla sua tenda e s'uccise. Per tal modo, sebbene riluttante, Semiramide era fatta consorte di Nino.
Il fiero Cussita nulla tralasciò che giovasse a medicare l'acerba piaga, aperta da' suoi desiderii in quel giovine cuore. Unica sua compagna la volle; regina la pose su tutte le genti tra il Mar d'occidente e le terre dei Medi. Ma, più che il regio fasto e l'obbediente affetto dell'ammansato leone, valse il grand'animo desideroso di grandi cose, a lenire la sua cura. Indi a non molto, il suo possente signore moriva, lasciandola madre di Ninia. E fu allora che la sua mente gagliarda si palesò tutta quanta. Spiaceva agli Accad, perchè donna e straniera; ma la sua grandezza, superiore a quella di tanti uomini portatori di scettro, li vinse. E non si dolsero d'essere caduti in balìa d'una mano di donna, allorquando videro quella mano impugnare la lancia e lentar le redini del corsiero, che volava sempre dov'era più aspra la pugna.
Un giorno (e fu dei primi del suo regno), la rivolta era scoppiata nelle vie di Babilonia. La regina sedeva nel suo spogliatoio, in mezzo alle ancelle, intenta a rassettarsi le lucide chiome. Udire il molesto annunzio e balzare in piedi fu un punto. Scese nella corte del suo palazzo, ove stavano poche schiere adunate, e così scarmigliata come era, accesa in volto di sdegno, montò subitamente a cavallo, corse a furia dove più spesseggiavano i rivoltosi, entrò di lancio nel mezzo e con fiere parole li rampognò di lor fellonia. Sbigottiti gli uni, commossi gli altri da tanto ardimento, tutti soggiogati da una così felice mistura di sublime bellezza e di regale corruccio, posarono le armi, la gridaron regina e veramente figlia di Dea.
Abbellita in singolar modo la città e quasi riedificata da lei; la Media domata, e il suo vecchio re Ossiarte costretto a tributo; signoreggiata tutta la terra degli aromi, che si stende dal paese degli Aribi infino al mare di mezzodì; temente ed ossequioso il popolo altero di Mesraim; le insegne degli Accad condotte di vittoria in vittoria per l'estremo oriente, fino alle rive dell'Indo; erano questi i diritti di Semiramide alla obbedienza ed alla venerazione delle genti del Sennaar. E là sull'Indo, recata la guerra contro il re d'innumerevoli schiere, Staprobate, non aveva ella fatto prova d'altissimo ingegno, pari a quello dei più insigni condottieri d'esercito? Assai prima di Alessandro Macedone, non aveva ella provveduto al guado d'un largo fiume, con migliaia di barche, in tal guisa costrutte, che si potessero agevolmente scomporre e portare sui carri? E laggiù s'era ella mostrata grande nella prospera, più grande nella avversa fortuna, allorquando, fallita in sul meglio l'impresa, perchè i suoi soldati non erano avvezzi a combattere gli elefanti, condusse il suo esercito al ponte e lo ridusse in salvo, ultima a ritirarsi davanti al nemico e pronta a recidere le funi che teneano le barche congiunte.
Donna invero eccelsa per grandezza d'animo e per felice accoppiamento di virtù virili e di grazie femminee, a tutto intendeva, di tutto si pigliava gran cura, e in pace maturava gli accorgimenti di guerra, in guerra assicurava le arti della pace, senz'altro pensiero, fuor quello della felicità del suo popolo. Il monte Bagistano da lei foggiato a monumento della sua gloria, città nuove, templi, strade militari, canali portatori di acqua ai campi infecondi, tutto recava l'impronta del suo genio multiforme. Per lei la stirpe degli Accad fu grande e avventurosa, come non era stata mai; lampada chedà guizzo di più splendida luce, quando ella è presso a mancare.
E ben meritava la pace e la contentezza per sè, lei che cotanto aveva fatto per la prosperità del suo popolo. Ma, pur troppo, egli non v'è tregua al dolore, pei nati dalla creta. E appunto allora, quando ella sperava rifarsi dalle molte fatiche ne' taciti gaudii del cuore, in gloriosa quiete, confortata dal più nobile affetto, un'altra guerra le appariva necessaria. Il delicato sentir della donna e la maestà della regina erano stati offesi del pari. E da chi? Da un re tributario; dall'uomo in cui aveva ella riposto sua fede, a cui s'era data in balìa, con quel sublime abbandono, con quella piena dimenticanza di sè che accompagnano e dimostrano le profonde passioni, le sole vere e desiderabili della vita.
Stava ella al passo di Lukdi, siccome si è detto, e le sue schiere, passate in rassegna, a mano a mano si avviavano ai luoghi assegnati.
Giusta il costume suo in simiglianti occasioni, la regina aveva fatta sul piano un'alzata di terra, a guisa di poggio, su cui vedevasi eretto il suo trono, sotto un padiglione di bisso divisato a colori. Sorgeva a manca un'antenna, dal cui sommo sventolava una striscia di porpora, insegna del comando che tutti potessero agevolmente vedere da lunge, e a destra lo stendardo degli Accad, che era un leone alato, dalla faccia umana, tutto d'oro massiccio, annestato sulla punta di un lungo giavellotto.
A' piedi dello stendardo e distribuiti sul pendìo di quella eminenza, trecento sceptùchi, o portatori di scettro, vegliavano, tutti nobilmente vestiti di bianca e corta tunica, frangiata d'oro, sotto di cui apparivano le anassìridi di cuoio colorato, che s'attagliavano alla gamba e la facevano più salda al cammino.
Dall'altra banda, ove sorgeva l'antenna colle insegne del comando supremo, stavano a custodia trecento portatori di lancia, terribili a vedersi nelle corazze di rame e negli elmi criniti.
Alle falde del poggio era il carro di guerra della regina, tutto di bronzo, con aurei fregi, che simulavano soli fiammanti. Otto poderosi cavalli di Media erano fermi al timone, tutti bardati a squamme di ferro e muniti d'un'ampia rotella sul petto, dal cui mezzo sporgeva un minaccioso spuntone. Succinti valletti erano di fianco ai cavalli, per tenerne le redini e frenarne i moti impazienti; l'auriga stava immobile al suo posto, aspettando la regina, mentre lo scudiero disponeva in bell'ordine, sulla proda del carro, l'arco, la faretra, i giavellotti e lo scudo.
Semiramide intanto stavasi ritta sul trono, in nobile atteggiamento, con una lancia nel pugno. Indossava una tunica di porpora, del color d'amatista, e una bianca sopravveste, serrata ai fianchi da un'aurea cintura, donde pendeva la spada, col fodero tempestato di gemme. Non avea collana o monile; per contro, al sommo del petto appariva fuor della tunica una gorgiera di ferro lucente, segno che tutta la persona era catafratta del pari. Un elmo alato le cingeva le tempie, lasciando libero il passo alla chioma nera che scendeva in larghe anella sugli òmeri.
Così chiusa nell'armi ed altera, i Greci l'avrebbero tolta per Minerva discesa tra gli uomini, e si sarebbero prostrati a' suoi piedi, adorandola. Il pastore di Frigia l'avrebbe piuttosto creduta Venere, rivestita delle spoglie di Marte, e a lei pur sempre, a lei sola, avrebbe dato il vanto della bellezza. Severa bellezza era per altro la sua; una torva luce, come lampo per notte buia, rischiarava il profondo di quegli occhi stupendi; eranochiuse, irrigidite da acerbo dispetto, quelle labbra di corallo, che agli umili riguardanti facevano sognare la ineffabile ebbrezza d'un bacio.
Ai fianchi della regina, ma alquanto in disparte, si vedevano i primi uffiziali dell'esercito, vecchi e sagaci consiglieri di guerra. Sui gradini del trono stavano immoti i portatori di flagello, vivi emblemi delle pene imminenti ai ribelli, ai trasgressori de' comandi reali. Dietro a lei gli eunuchi, riconoscibili alle guance imberbi e alle fattezze muliebri, ardevano soavi aromi e scuotevano flabelli di candide penne.
Nella pianura sottostante, l'esercito si scorgeva tutto in moto, e in ordine così lungo, che l'occhio non poteva abbracciarlo d'un tratto. S'inoltrava quella moltitudine immensa, balenando, ondeggiando, siccome campo di spighe. Nitrivano i cavalli scalpitanti; sonavano con alto fragore i carri, dando frequenti sobbalzi lunghesso il sentiero; strepitavano i timpani, gli oricalchi e gli strumenti della musica guerriera. Gli scudi, le loriche, gli elmi e le lancie, luccicavano al sole, confondevano lo sguardo. Pareva di scorgere Sam, nell'ora che si mostra sull'orizzonte, e fa scintillare in mobili pagliuole d'argento le creste del mare agitato.
Qua e là, per mezzo allo sterminato piano di elmi e di punte lucenti, si rizzavano le lunghe cervici dei dromedari sabei, le doppie terga dei cammelli di Bakdi, le immani teste orecchiute degli elefanti indiani, colle lor proboscidi erette e le torri barcollanti sul dorso, e trofei, bandiere, pennoncelli di cento colori; tutto in moto verso le falde del poggio, innanzi al quale dovea passare ogni schiera.
Colà diffatti si scorgeva un ampio e lungo steccato, entro al quale i guerrieri, poichè tutto l'avean colmo, si fermavano un tratto, indi proseguivano speditamentela via. In quel modo si noveravano allora le forze degli eserciti. Capace era lo steccato di una miriade, cioè di diecimila uomini mandati innanzi su d'una fronte di cento; epperò, a mano a mano che i guerrieri varcavano lo spazio misurato e una o più schiere addensate giungevano a riempirne i limiti estremi, lo scriba segnava un numero nel suo papiro, e così via via fino all'ultimo, per poi cavarne la somma.
Quel dì lo scriba reale aveva a segnare settanta numeri e più, imperocchè tante miriadi conduceva seco la regina degli Accad; cinquecentomila fanti e dugentomila cavalli. Il primo novero già era stato fatto nel campo di Assur, ed in altra maniera anch'essa in uso a que' tempi. Secondo quella, ogni soldato passando gittava una freccia entro una cesta, a tal uopo preparata. A mano a mano che le ceste si riempivano, eran chiuse col regio suggello e si riponevano in luogo da ciò. Finita che fosse la guerra, si rimettevano in ordine e, rotti i suggelli, ogni soldato di là passando ripigliava una freccia. Le ultime rimaste, come di leggieri s'argomenta, davano il numero dei perduti in battaglia.
E passavano i guerrieri, passavano lieti e superbi dinanzi al poggio reale, facendo suonar l'aria di lor grida discordi.
Primi erano i soldati delle contrade a mezzogiorno di Babilonia; sessantamila di numero. Si riconoscevano gli uomini di Mahabu e di Karbaniti, sui confini di Mesraim; gli Arìbi e i Kidri, i Nabati, i Curassiti e i Sabei, fieri abitanti della vasta penisola che s'immerge come ascia lucente nel mare lontano. Guidavano innumeri torme otto principi di quelle ultime regioni che son presso alla aurifera spiaggia di Ofir; i capi delle tribù di Caldìli, di Rapiati, di Magalani, Cadascì, Dihtani, Ihilu, Gahpani, Guzbièh. Tutti costoro, valenti arcadori,vestiano succinte tuniche e portavano calzari intessuti con fibre di palma; cingevano il capo di bende a più giri ravvolte e corte spade recavano al destro lato sospese. Nel sembiante della più parte di loro erano impressi i segni della stirpe camitica; breve la fronte, il naso piatto, corti i capegli e crespi, la carnagione abbronzata.
Seguivano gli uomini delle regioni d'occidente, di Martu, di Aharru e di Hatti. Erano costoro duecento migliaia, tutti della progenie di Sem. Numerosi tra essi i Dimaskiti, quei di Birtu, la città bianca sul monte, di Laki, di Sinari, alle falde del Libano, di Arvada, che è sul mare, di Bit Buruta, di Sidunnù, la trafficante di porpora. Mancavano quei d'Izcaluna, avendo Semiramide liberati i suoi concittadini dall'ufficio dell'armi. C'erano in quella voce i fieri abitatori di Palastu, armati di fionda e di accette di selce. Seguivano del pari le insegne i popoli marinari di Yatnana, che è Cipro, e delle altre isole, di Idihal, Kitusi, Sillua, Pappa, Aprodissa, poste sul mare del sole occidente; questi armati di scure e diligenti artefici di macchine da espugnare città; gli altri tutti, nominati più sopra, arcieri gagliardi e destri nel maneggiare la clava nodosa.
Veniano dopo questi i guerrieri delle regioni settentrionali di Nahiri e di Assur, di Urusu e di Urumi, di Nazibi e di Arbel, di Tusan e di Amida, che è sulla riva sinistra del Tigri, di Ninua, la futura rivale di Babilu, di Tuhani e di Izama, di Kabsu, nei pressi di Nipur, le cui abitazioni son fabbricate in alto sui greppi come nidi d'uccelli, di Haran e di Resen, di Tadmor e di Reoboth. Tutti costoro discendenti di Assur, Semiti, fuggiaschi dalla terra di Sennaar ai primi tempi della dominazione cussita, ed ora assoggettati da Nino e da Semiramide all'impero babilonese. Forti guerrieri sonessi e nel combattere corpo a corpo valenti. Portano corazze a sette doppi di lino, macerato da prima nell'aceto, donde si fa più tenace e più saldo; imbracciano tondi scudi, e cingono elmi di bronzo; spade, archi e mazze ferrate, son l'armi loro. Di essi una parte è a cavallo, e gli uni e gli altri ascendono a cento migliaia.
Quarto in ordine di cammino veniva il forte popolo d'Elam, che è di là dai monti orientali. Si notavano per la bella presenza gli uomini di Susan, città reale, di Rasu e di Hamanu. Seguivano i Madai, nobilissima schiatta, i Parsua, gli Ariarvi, i cittadini di Muru e di Bakdi, tutti della antichissima e pura stirpe di Javan, e di sangue, ma non più di memorie e d'affetti, congiunti agli Armeni. I Parsua attiravano più d'ogni altra gente lo sguardo, per le loro bionde capigliature inanellate e per gli occhi bigi, che li faceano parer quasi una famiglia al tutto separata dalle altre. Elamiti, Medi, Persi, Ariani, Margiani e Battriani (che così, lievemente mutati, giunsero i nomi loro alle età susseguenti) erano duecento migliaia; metà de' quali a cavallo con archi sugli òmeri, corazze di ferro a squamme, elmetti e scudi parimente di ferro. Destri erano costoro a trar l'arco cavalcando e a tôr la mira fuggendo, colla fronte ed il petto rivolti all'indietro. I fanti vestiano di cuoio; portavano come i cavalieri, le anassìridi di pelle a difesa delle gambe; armi da offesa aveano i giavellotti, ascie a due tagli e spade di ferro alla cintura.
A queste genti tenevano dietro gli abitatori del Sennaar, i fieri Cussiti, gli Accad, i Sumir aspro favellanti, tutta, insomma, quella mescolanza di popoli diversi, che furono i fondatori di Babilu. Cinquanta migliaia erano i cavalieri, con loriche ed elmi di forbito rame, lancie ritte sulla staffa e mazze ferrate pendentiall'arcione. Più numerosi i fanti, tutti vestiti di cuoio; parte fiondatori, con bisacce sull'òmero, che recavano selci, ghiande di piombo, o d'argilla e bitume; parte arcadori, dalle cui spalle pendevano le capaci faretre.
Si avanzavano poscia le artiglierie, torri, uncini e macchine da trarre, con cammelli carichi di munizioni, dardi intrisi di nafta, palle di bitume e di zolfo. Seguivano quaranta elefanti, smisurati animali condotti dalle rive dell'Indo, ognun de' quali portava il suo custode sulla negra cervice e una torre sul dorso, con dieci uomini armati di giavellotti e di frecce. Ultimi quattrocento carri di guerra, con scelti guerrieri, armati d'aste poderose e accompagnati da esperti cocchieri.
Chiudevano la marcia diecimila uomini di scelta cavalleria. Militava in quella schiera il fiore e il nerbo della gioventù babilonese, tutti usciti dalle prime famiglie del Sennaar. Era gran lustro lo entrarvi, imperocchè s'avevano a comandanti dei drappelli uomini di regio sangue, o congiunti di parentado colla discendenza di Nemrod.
Le fogge e l'armi rispondevano per lo sfarzo loro alla dignità di quel nobilissimo corpo. Sulla lorica di ferro temprato portavano il candi, tessuto di bisso, di latteo colore, con fregi di porpora, cosparso di soli fiammanti in oro. Sul capo aveano la tiara, i cui lembi si raccoglievano a soggolo, lasciando scoverta appena la metà delle guance. Ricche cinture sostenevano le lunghe spade dalle lucenti guaine, ed archi e faretre pendeano dagli òmeri. Bianchi erano come neve i cavalli, cresciuti pur essi nelle regie mandre di Sippara. E così bianchi sulle bianche cavalcature, rutilanti d'oro e di porpora, era una vaghezza a vederli.
Diceansi i cavalieri di Belo, o, con altre parole, lasacra miriade. Accompagnavano l'esercito, quando esso stava sotto il comando del re, e in battaglia non erano adoperati che ne' momenti supremi. La conscia nobiltà del sangue e l'obbligo dei forti esempi, li facevano valorosi a gara su tutte le schiere. Andavano contro il nemico a corsa sfrenata, lasciando le redini sul collo ai destrieri; quando si scorgeva quella moltitudine incalzare a galoppo, coi brevi mantelli e le criniere svolazzanti in mezzo a un nembo di polvere, egli parea di vedere una legione di spiriti celesti, scesi a combattere le miserande pugne degli uomini.
Passando di sotto al poggio, i cavalieri di Belo acclamarono con alte grida la possente regina, che d'un gesto cortese ricambiò loro il saluto; indi ella pure si mosse, per salire sul suo cocchio di guerra, che l'attendeva nel basso.
Dietro a lei scendevano a cercare le loro cavalcature i suoi uffiziali, gli sceptuchi e i melofori; quindi gli eunuchi, i serventi, i custodi del tesoro. E postosi in moto il corteo, si affrettarono sull'orme i bagaglioni colle salmerie, e una grossa compagnia di cavalieri, che doveva proteggere le spalle dell'esercito e impedire lo sbandarsi ai codardi.
Al passo di Lukdi non era stata quella confusione, che in tanta moltitudine d'armati era agevole immaginare. Gli ordini della regina erano stati avvedutamente distribuiti, e i comandanti, aiutati da guide esperte dei luoghi, avean prese le vie a ciascuno assegnate.
I fanti s'inerpicarono per le costiere e per le viottole alpestri; i cavalli seguirono le strade che correvano lungo le rive del fiume. Sulla più vasta, che risaliva la sponda destra, s'avanzavano preceduti da buon nerbo d'arcieri, i carri di guerra e la sacra miriade. Tenean dietro a questa le macchine, gli elefanti e i bagaglioni,che ad un certo luogo doveano far sosta, per non riuscire d'ostacolo ai movimenti dell'esercito.
Ogni cosa per tal modo disposta, la marcia che dovea condurre l'esercito babilonese in vista del campo d'Ajotzor, fu recata a buon fine in quel giorno. Gli Aicàni aveano udito dalle loro scolte l'avvicinarsi del nemico, e, come s'è detto, erano pronti a riceverlo.
L'alba del giorno seguente salutò i due campi, l'uno in presenza dell'altro.