CAPITOLO XX.Alla Riscossa.
Sei giorni erano scorsi dopo le gravi rivelazioni e i più gravi annunzi del vecchio della Triade, e il grosso dell'esercito babilonese era già molto innanzi sulla via del ritorno.
Si affrettavano le schiere, veniano senza indugio, a marcie sforzate. Essendo allora nei massimi ardori dell'estate, non viaggiavano che a lume di stelle; però faceano più spedito cammino. Sostavano poche ore dopo il romper dell'alba, e si rimettevano in viaggio al tramonto del sole. Ma dopo il sesto giorno, varcato già dall'esercito il paese di Nahiri, si cominciò a guadagnare altresì qualche ora sul giorno, tanta era la fretta di Semiramide, il suo desiderio di accorciare lo spazio.
Nè, in tanta agonia di corso lanciato, aveva la regina trascurati gli accorgimenti di guerra, in cui era meritamente famosa. Giunte le sue schiere nei pressi di Haran, ella aveva spiccato cinquantamila uomini, mandandoli innanzi per la valle dell'Eufrate. Li comandava Faleg, sperimentato guerriero, fido seguace delle fortunedi Semiramide, la quale, da umil grado, lo aveva innalzato ai primi onori della milizia.
Quelle cinquanta migliaia erano l'antiguardo dell'esercito. Il grosso, comandato dalla regina guerriera, doveva tener dietro a due giornate di marcia. Così era detto apertamente, e lasciato credere ai soldati, ma Faleg non ignorava che egli doveva esser solo su quella via; cionondimeno, animosamente scendeva verso Baliki e Cabur, a marcie spedite, ma giuste.
Frattanto la regina, con tutta la numerosa sua gente, piegando rapida a manca, andava a cercare la valle del Tigri, a ridosso dei monti di Lallua, ed avviavasi finalmente sulla destra riva del fiume, scendeva, come si è detto, con quanta celerità per lei si potesse.
Quale intento era il suo?
Certo, e non era da dubitarne, i ribelli di Babilonia aveano in quei giorni raunato un esercito. Quanta gente era valida alle armi nella città e in tutta la terra di Sennaar tra Bitdakuri e Larsa, già dovea essere sotto le loro insegne, volente o nolente. E fors'anco d'altri paesi aspettavano aiuto. Scendendo ella, siccome era naturale che facesse, lungo l'Eufrate, i ribelli non le avrebbero opposto resistenza che a Sippara, dove, consentendolo il luogo, si sarebbero fortificati e muniti d'ogni difesa. Laggiù dunque, o poco lungi, lo scontro; indi, se soverchiati da lei, sarebbero corsi a rifugio in Babilonia.
Ora, chiuse ad un esercito assalitore le porte di Babilonia, malagevole al sommo, per non dire impossibile, sarebbe stato lo entrare.
La gran capitale degli Accad era cinta all'intorno di salde mura e fortificata di valli profondi, nè Semiramide ignorava cotesto, ella che aveva innalzate quelle mura, credute universalmente inespugnabili allora. Potevala gente assediata ridursi per fame? Colmi erano pel logorare di un anno i granai, e tra la prima e la seconda cinta di mura, stendevasi tanto di terreno da cavarne un raccolto che bastasse per tutto l'anno seguente.
Così giustamente pensando, la regina aveva anche nel suo sagace consiglio noverati i giorni di sicurezza che si riprometteva il nemico. Semiramide, anco ad avere in tempo l'annunzio della rivolta, e senza gli indugi che si sarebbe tentato di frapporre ai messaggi, non avrebbe potuto essere avvisata di nulla innanzi il dodicesimo giorno di Tana. E allora, se libera di partire dall'Armenia (che non era nemmanco da credersi, tante erano e varie le sorti di guerra!), ella non avrebbe pure potuto così speditamente raccogliere le sue forze, e rimettersi in cammino, da giungere nel piano di Sennaar innanzi il principio di Ululù[4]. Così dovevano pensare i ribelli, e da ultimo confortarsi nella fiducia che, se anco Semiramide avesse usato d'ogni sua sollecitudine, e guadagnato qualche giorno di cammino, eglino, appostati nei pressi di Sippara, l'avrebbero trattenuta colà.
In quella vece, e a danno dei giudizi dell'inimico, che era egli avvenuto? Che la regina aveva risaputo il tradimento nel decimo giorno di Tana; che tosto avea levato il campo dall'Armenia, e il sedicesimo giorno, varcato già il paese di Nahiri, s'affrettava alla pianuradi Babilonia, ma non già per la valle dell'Eufrate, sibbene per quella del Tigri, mentre Faleg, avviato con quel nerbo di forze sull'antico cammino, ne copriva la rapida marcia.
Rapida invero, e quasi fulminea, se i moti degli uomini possono ragguagliarsi agl'impeti delle forze celesti. Certo, così veloce correva oltre col pensiero la regina, e appunto per vincere in parte quelle fastidiose lentezze che il lungo spazio portava, Semiramide aveva comandato di far cammino anche alcune ore del giorno. Nè più era costume di attendere coloro che la stanchezza opprimeva; posassero pure coi loro capi; avrebbero proseguito nella notte e tentato di raggiungere i più gagliardi alla stazione vicina.
Così diceva, ben certa in cuor suo che molti sarebbero rimasti indietro di parecchie giornate. Ma ella, co' suoi migliori, con cento migliaia almeno, sarebbe giunta il ventesimo giorno di Tana alla sua capitale, e senza impedimento di nemici, girando alle spalle della città, dove per fermo non doveva esser buona vigilanza d'armati.
Il regal prigioniero seguiva il corso di quella sterminata falange, adagiato su d'una lettiga, tratta da cammelli, la cui sollecita e dolce andatura, non affaticava punto il ferito. Lo scortavano gli arcadori di Birtu ed era giusto che un tale onore fosse per l'appunto serbato a quei medesimi che avevano ferito e fatto prigioniero il malka delle montagne. Del resto a più certa custodia era Hurki con essi, e lo seguivano trecento melofori, o portatori di lancia della regina.
Dall'altra parte, Faleg, proseguendo la sua marcia lunghesso l'Eufrate, era giunto il diciottesimo giorno in vista delle torri di Sippara. Colà avea fatto sosta e mandato un drappello d'arcadori a sopravvedere ilpaese. Ma udito poco stante come la terra non fosse guardata, e solo nella notte vegnente si aspettasse una grossa mano di ribelli, prontamente vi si condusse co' suoi, che gli parve grande ventura avere quel fortissimo sito, ricco di vettovaglie e d'ogni maniera sussidii, senza colpo ferire.
Piantatosi colà, e mentre pur le sue schiere attendevano a collocarsi nell'ordine più acconcio sui rialti e nei piani a mezzogiorno delle mura, Faleg inviava messaggi a Ninia, in nome della regina.
Egli infatti non poteva più far le viste d'ignorare la rivolta avvenuta. I cittadini di Sippara gli avevano detto apertamente:
— Regna Ninia in Babilonia e su tutta la terra del Sennaar. Il Saccanàco, vicario dei sommi Dei, lo ha incoronato re nel tempio di Belo, che sta in cima alla torre delle sette sfere. Semiramide, come nemica del popolo di Kiprat Arbat, che ella ha condotto a perire per suo folle pensiero nelle strette d'Armenia, è stata spogliata del regio comando e il suo scettro gittato nell'Eufrate, in mezzo ai cadaveri che il biondo fiume trasporta alla foce. —
Così stando le cose, non tornava difficile a Faleg di argomentare che l'invio dei messaggi niente avrebbe giovato per mutare i consigli dei ribellati. Egli anzi prevedeva in cuor suo che i messaggeri non sarebbero giunti fino alla reggia, forse nemmeno avrebbero potuto varcare le porte della città. Ma egli, per contro, faceva in tal modo avvertiti i rivoltosi della vicinanza di Semiramide, ed otteneva l'intento di trattenerli dalla loro disegnata marcia su Sippara, procurandosi il tempo di affortificare il suo campo e di pigliar lingua, così intorno agli ultimi casi, come intorno alle forze di cui disponea la rivolta.
Tranquilla scorse la notte; ma sull'apparire dei vegnente mattino, l'esercito dei ribelli si dilagò nella pianura davanti alle torri di Sippara. Ancora non sembrava molto ordinato e bene ad arnese; tuttavia s'inoltrava, accennando ad un subito assalto. Così voleva Zerduste.
Il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, aveva detto tra sè:
— La regina è rimasta indietro, a malgrado d'ogni suo desiderio e d'ogni sforzo per affrettare il cammino, impedita com'è dalla stessa moltitudine de' suoi combattenti. Tutto ciò ch'ella ha potuto fare, si è di spingere avanti le squadre più leggere e più pronte, sotto il comando di Faleg. Ascendono forse a cinquanta migliaia; non sono certamente di più; chè i cittadini, fuggiti da Sippara per darcene avviso, non hanno potuto ingannarsi. Or dunque, assaltiamoli con quanta gente è stata da noi raccolta finora o vediamo di vincerli alla spartita, prima che ricevano aiuto. —
Invero, egli si pentiva amaramente di non aver fatto occupare la città nel giorno addietro; chè forse, con una parte degli uomini a ciò destinati, il poteva. Ma, per contro, come arguire una tanta celerità in Semiramide? Da chi e per che modo avrebb'ella risaputi i gravissimi casi di Babilonia, più giorni innanzi che le fossero riferiti dai corrieri, o lasciati temere da un improvviso difetto delle corrispondenze consuete?
E tuttavia, o notizia o sentore della rivolta aveva ella avuto in Armenia. E come ciò, mentre egli, a mala pena di poche ore, per le vanterie dei messi di Faleg, udiva l'annunzio della pronta e piena vittoria di Aiotzor? Egli era ben lungi dal sospettare di Sumàti, che forse era morto nel tentare di ridursi al campo aicàno. Questa era almeno la conghiettura più ovvia,imperocchè il subito scontro dei due eserciti dimostrava apertamente come al vecchio Indiano fosse fallito il disegno di penetrare fin nelle tende di Ara e persuaderlo a non accettare battaglia. Solo alcuni giorni di poi, doveva egli risapere della presa di Sumàti, colto coll'armi in pugno al fianco di Ara, e della sua morte volontaria nel lago di Van, certo per sottrarsi ai tormenti cui lo avrebbe dannato la regina e al pericolo grande che il dolore gli strappasse il suo segreto di bocca.
Comunque fosse di quella celerità prodigiosa, egli non era tempo di fantasticare sul passato; bensì occorreva di dare, e tosto, nell'antiguardo di Semiramide. E corsero i ribelli all'assalto; ma per quel giorno e per l'altro che seguì, fu opera vana. Nessun vantaggio si otteneva da alcuna delle due parti. Faleg non si perigliava troppo lontano dalle mura, per tema d'esser preso alle spalle. Egli più forte per agguerrite schiere, ma queglino più numerosi d'assai. A lui metteva conto il rimanere colà; agli altri, poichè di vincerlo non era nulla, tornava anco di averlo chiuso in quel luogo, dove, se più tardava la regina, lo avrebbero prestamente affamato. Sentiano in quella vece approssimarsi il grosso delle forze nemiche? E allora correvano a rifugio in Babilonia, aspettando colà i Medi e i Persi, che già a quell'ora dovevano valicare i monti di Elam, e il disperdimento dello stesso esercito di Semiramide, in cui erano tante migliaia di quelle due nazioni oramai sollevate.
Intanto la condizione di Faleg, ottima per assicurare la sorte d'un combattimento, per tutto l'altro era pessima. Nella antica e nobil città che egli occupava erasi sparsa la fama dei troppo sangue che la vittoria di Aiotzor era ai Babilonesi costata. Da parecchi giorni ilvicino Eufrate non volgea che cadaveri, alla vista di tutte le genti del Sennaar. Inoltre, i soldati suoi, come quelli che si reputavano tornati in patria, non aveano taciuto dei danni sofferti; segnatamente avean detto della sacra miriade, di cui a mala pena poche centinaia erano scampate da morte. Però si udiva già a mormorare contro la regina, nelle mura amiche di Sippara, contro la guerra finita pur dianzi e contro quest'altra che cominciava. Infine, chi era Semiramide, se non una straniera, e, come regina, assai più fortunata che saggia? Laddove Ninia era del sangue di Nemrod; egli o presto o tardi legittimo re; meglio adunque riconoscerlo allora, evitando mali maggiori.
Questo, e il pensiero delle scarse vettovaglie, inducevano tristezza, fastidio, ripugnanza negli animi. Sarebbero essi durati nell'obbedienza più oltre? Per buona sorte, diceva Faleg tra sè, la regina non doveva esser lungi da Babilonia; ad ogni modo, quei due giorni di combattimento a Sippara, le avrebbero spianata grandemente la via.
Nè s'ingannava. Appunto in quella notte che seguiva il secondo assalto di Sippara, la regina giungeva, con poco più di centomila combattenti, alla vista di Babilonia, davanti ad una delle porte che guardavano il sole oriente. Appiattato l'esercito nei campi, dove già cresceano le biade pel secondo raccolto, chiuse con buona custodia d'armati le uscite dei villaggi, perchè nessuno avesse modo di recare l'annunzio alla vicina città, Semiramide si avanzò con uno stuolo di cavalieri lunghesso il canale Libil Higal, per esplorare il terreno.
Sin, il casto pianeta a lei caro, splendeva alto nel firmamento azzurro, illuminando la pianura all'intorno e la via battuta che conduceva ad una delle porte. Ementre Semiramide cautamente s'inoltrava pe' colti, evitando la strada e non perdendola d'occhio, le venne udito da lunge un rumore misurato e crescente, come lo scalpitìo di una cavalcata, che a quella volta spronasse.
Incontanente fe' ristare i suoi cavalieri, e muti, ansiosi, stettero tutti origliando.
Il rumore si avvicinava sempre più. Semiramide, che già meditava un audace disegno, si volse a guardare i suoi cavalieri, se fossero abbastanza coperti agli occhi del nemico. Erano essi dietro un campo di sèsamo, di rigogliosa cresciuta e di larghissime foglie, siccome portava la natura di quel fertile suolo. La regina non si tenne paga tuttavia e comandò che tutti smontassero da cavallo, pur rimanendo con un piè sulla staffa e la mano alla criniera.
Così del tutto nascosti, spiavano l'arrivo della cavalcata nemica. Essa pervenne indi a poco su quel tratto di strada che essi vedevano e veloce trascorse. Erano a mala pena sei cavalieri, e alle fogge, vedute così di profilo a lume di luna, apparivano Medi. Forse erano esploratori, fors'anco portatori di messaggi a qualche luogo vicino.
Semiramide lasciò che andassero oltre a lor posta. Infatti, a mezzo miglio discosto era accampato il suo esercito, nè potevano essi cansare d'esser fatti prigioni.
Ella intanto diè il cenno e l'esempio di risalire in arcione. Dietro a lei tutto il drappello si cacciò a galoppo sulla strada, serrandosi sulle orme dei Medi. Udirono essi l'improvviso rumore alle spalle, e pensando che fossero altri cavalieri usciti di città, per richiamarli indietro, o per altro che loro importasse sapere, si fermarono tosto. E innanzi che avessero tempo a raccapezzarsi, a conoscere d'esser caduti in agguato,erano circondati da un nugolo di fantasmi; chè tali doveano parer loro, in quel luogo, i cavalieri di Semiramide, creduti ancora così lontani, e sulla via dell'Eufrate.
Thuravara, il loro capo, fu condotto alla presenza della regina. Tremò egli, quando ebbe ravvisata Semiramide, e, a mala pena interrogato, disse tutto ciò che a lei mettesse conto sapere. Thuravara, creato di Zerduste, non ignorava qual sorte lo attendesse, ove, con pronta sommissione e con utili ragguagli, non si fosse raccomandato alla clemenza di lei.
La regina adunque udì dal suo labbro che Faleg resisteva da due giorni tenacemente sulle alture di Sippara, ove Zerduste credeva fosse ella per giungere, col rimanente dell'esercito. Per altro, in quella medesima sera, due esploratori erano tornati da Burat, che è sull'Eufrate, a una giornata più in alto di Sippara, nè lassù si aveva fumo di soldatesche vicine. Cotesto aveva confortato Zerduste nel suo primo pensiero, che l'invio di Faleg fosse tutto quanto ella aveva potuto fare, al primo annunzio della rivolta di Babilonia, e che ella fosse, con tutto l'esercito suo, di parecchie giornate più indietro.
Del resto, soggiungeva Thuravara, Ninia e il suo fedele ministro dimoravano nel palazzo della riva occidentale, per esser più vicini alle venute e più pronti alle acconcie difese. Avevano essi un esercito di duecento migliaia; ma la più parte di gente ragunaticcia, nè ancora bastantemente addestrati. Si aspettavano bensì grossi soccorsi dai Medi e dagli Elamiti, già chiamati in arme dal preveggente Zerduste, alla vigilia della rivolta e della incoronazione di Ninia. Egli, Thuravara, andava per l'appunto sulla via di Libil Higal, a vedere se ancora giungessero, e ad affrettarne l'entrata in città.Armi, poi, e vettovaglie, come alla regina doveva esser noto, in Babilonia abbondavano.
Udì Semiramide i copiosi ragguagli, e come Thuravara ebbe finito, gli disse:
— La tua vita dipende dal parlar che farai. Qual motto hanno ora i custodi delle porte?
— Per Anaìti! — rispose tosto il Medo infedele.
— Che significa ciò? — chiese la regina in atto di stupore.
— È il re, — soggiunse Thuravara, — è il figliuol tuo, mia clemente signora, che in tal guisa ricorda la diletta del suo cuore.
— La risuscitata! — sclamò Semiramide.
— Sì, potente regina.
— E per grazia de' sommi Dei, non è egli vero? — incalzò ella con accento d'amara ironia.
Thuravara chinò vergognoso la fronte.
— Sta bene; — proseguì la regina, senza curarsi della risposta. — Tu, vieni tra le nostre ordinanze; e guai a te se non m'hai detto il vero! —
Poco stante, era dato il cenno all'esercito, che tutto avesse a rimettersi in moto ed accostarsi alle porte. Ella, col suo stuolo di cavalieri, precedeva le squadre.
Giunsero in breve alle mura. Il ponte era alzato davanti alla porta, ma allo scalpitar dei cavalli sulla pianura, le scolte s'erano affacciate alle feritoie, e allo squillar d'una tromba sul ciglione del fosso, furono pronte a chiedere ai nuovi arrivati:
— Chi siete? In nome di chi venite?
— Siamo guerrieri di Ninia; — risposero gli altri. — Usciti dalle porte di settentrione, torniamo da questa, e per Anaìti veniamo. Sbrigatevi; sono i Medi aspettati con noi. —
Il ponte fu tosto calato. Semiramide fu la prima aspingere il suo cavallo sull'ampio tavolato di cipresso.
— Giungono i soccorsi di Media! — gridavano intanto sotto l'androne i custodi. — Il veggente Nebo ci assiste.
— Egli viene su voi, traditori, per fulminar le sue collere! — gridò Semiramide, menando a cerchio la mazza ferrata entro lo stuolo malcauto. — Per Anaìti custodivate le porte!... Per Semiramide arrendetevi, o tutti di mala morte morrete.
— La regina! sì, è dessa la regina! — andavano ripetendo i malcapitati, mentre, quinci e quindi fuggendo, tentavano schermirsi dai colpi. — Chi l'avrebbe mai detto? Ahimè! c'ingannarono i sacerdoti; non erano per Ninia gli Dei! —
Ben presto fu fatta strage di quella turba fuggente; i più lontani, sentendosi incalzati dai cavalieri, si buttavano ginocchioni, chiedendo mercè, ed aveano così salva la vita. Non uno andò fino al baluardo interno della città, per recarvi la terribile nuova, e prima ancora, prima sempre tra tutti, vi giunse l'audace guerriera, il cui esercito, infiammato dalla portentosa felicità dell'evento, già si accalcava sul ponte, sbucava dal profondo androne, si dilagava nel vastissimo piano tra Imgur Bel e Nivitti.
Non era pugna, nè inseguimento di nemici; era libera corsa sfrenata, in mezzo a spaventati drappelli. Entro il baluardo di Nivitti Bel fu un tumulto indicibile. I primi che videro le negre schiere apparire agli sbocchi delle vie e irrompere nella città, minacciosi come una legione di spiriti d'abisso, si sparpagliarono tosto per le strade minori, quali cercando nelle lor case rifugio, quali fuggendo senza saper dove, non d'altro solleciti che di scansare l'imminente pericolo, tutti levando altissime strida e mettendo a romore escompiglio la sterminata città. Semiramide! È qui Semiramide alla riscossa! Sventura al popolo delle quattro favelle, su cui la regia vendetta discende!
La tristissima voce per ogni dove s'è sparsa, ha preceduto le squadre degl'invasori. Quanti n'han tempo, o modo, si dànno alla fuga verso l'Eufrate; l'ampia travata del ponte cigola sotto il peso e la furia di quell'onda di popolo, che incalza alla destra riva: uomini, donne, fanciulli, mezzo vestiti, scarmigliati, ignudi, come il terribile annunzio li colse, come la paura li spinse.
Non cura la regina i fuggenti; anzitutto ella mira a impadronirsi della reggia. Sfondano i suoi guerrieri l'ingresso, chiamano per nome, invitano alla obbedienza i custodi. È la loro regina, è Semiramide, che batte alle porte; chi più oltre serberà fede al ribelle, innanzi che giunga il sole al meriggio, penderà inchiodato dai merli.
È l'alba, e già Semiramide ha ricuperato la sua reggia, nobile e forte arnese, dove ella troverà armi, tesori e sicurezza ai nuovi combattimenti. Dall'altra sponda del fiume hanno appiccato il fuoco al tavolato del ponte; fuoco arde nel valico sotterraneo, per dar tempo ai ribelli di chiuderne più sicuramente lo sbocco. Ma che importa? Semiramide è padrona, con un colpo audace, in poche ore, di tutta la parte orientale di Babilonia.
— Grazie, santissimi Numi! — ella dice. — Voi non avete tolta la vostra mano da me; io sono ancora la regina degli Accad. —