CAPITOLO XXI.La mano di Nisroc.
La fortuna, che già sembrava avere abbandonato le insegne di Semiramide, tornava ora a farle buon viso. Era pentimento, sommessione all'audacia, o crudelissimo scherno? Risorgeva la regina più gloriosa e più forte dal suo abbattimento, o non era a vedersi altro in quella ardita riscossa che il sollevarsi del guerriero sulle ginocchia e l'ultimo suo brandir l'arme sanguinosa contro il nemico che sta per finirlo? I prossimi eventi doveano dar la risposta.
Intanto, mercè la sua rapida corsa e l'occasione prontamente afferrata, ella era venuta a capo di penetrare in Babilonia e di farla sua fino alla sinistra riva del fiume. Solleciti messaggi avevano mosso Faleg dal suo baluardo di Sippara, e mentre egli rumoreggiava alle porte della sponda destra, tirandosi sopra una gran parte dell'esercito dei ribelli, la regina tentava con barche e zattere d'otri gonfiati il passaggio del fiume, e finalmente ristorava la travata del ponte sotto una pioggia di dardi.
Ninia e Zerduste, con tutti i loro, si ritrassero in Barsipa, la città sacerdotale, congiunta a Babilonia daun prolungamento del muro esterno, ma forte di per sè stessa e dentro e fuori, acconcia a durare per mesi e mesi un assedio.
Colà, all'ombra del più eccelso tempio di Babilonia e del mondo, incuorato dalla inflessibile baldanza di Zerduste, sorretto dal favore dei sacerdoti, ammaliato dalle carezze di Anaìti, posava il giovin ribelle, o non curante, o inconsapevole del suo delitto. Infine, non era egli il re, unica prole di Nino, ultimo della stirpe di Nemrod? I santi ministri delle sette luci della terra non aveano essi consacrato il suo capo? l'oracolo di Belo non avea egli pronunziato la reità di Semiramide al cospetto dei cieli? Inoltre, conforme al volere dei sommi Dei di Babilonia, non era forse il volere del Dio di Zerduste? Mai tra rivali divinità si era manifestata una simigliante concordia.
Invero l'astuto principe di Bakdi si era rigidamente astenuto dal palesar la sua fede. Da lunga pezza egli solea dire al suo regio discepolo che il tempo non era anche venuto di annunziare il regno di Ahuramazda alle genti; questa essere dottrina eccelsa pei savi; al volgo doversi lasciare intanto le sue idolatrie grossolane. Nessuna prova di loro virtù avevano fatta gli Dei di Babilonia a favore di Ninia; laddove il soffio potente di Ahura gli aveva restituita la sua diletta Anaìti. Egli l'avea pure veduta, là, nel suo casolare tra i palmeti di Gomer, distesa sul letto di morte, le membra prosciolte e fredde; invano avea pianto amarissime lagrime; invano avea chiesto a' suoi numi un prodigio. Ma laggiù ne' sotterranei di Babilonia, ove il Dio vero nascondeva ancora il suo purissimo culto, egli avea pure udito dalla voce di Mazda la cagione per cui era morta Anaìti. «Non tra ozii imbelli doveano poltrire i nati di re; amori e carezze di donna amata esser premio ai valorosi,ai fedeli seguaci degl'insegnamenti celesti, non facil sollazzo, non riposo consentito a mezzo il cammino, quando il debito delle sante opere e la via lunga sospingono. A lui, per ventura, agevole il meritarsi quel premio intercedendo la cara autorità di Zerduste, nè chiedendosi troppo lungo disagio a chi dovea regger lo scettro, moderatore di popoli. Cedesse adunque ai lagni di Babilonia, sdegnata per una stolta e rovinosa guerra e per maggiori danni minacciati al buon seme cussita; cedesse alle voci che il cielo provvidamente spirava sulle labbra degl'idoli bugiardi; cingesse corona di re, ed Anaìti sorgeva dal suo letto funereo. Resa a lui dal favore di Mazda, al suo ardimento, al suo perseverar ne' propositi, era sospesa la vita della fanciulla diletta.»
Ora, a mala pena nel tempio di Belo il credulo adolescente aveva impugnato lo scettro d'oro, non erasi infuso di bel nuovo lo spirito vitale nelle rigide membra di lei? Non aveva egli sentito sotto la sua mano tremante riscaldarsi e palpitare quel bianco seno a cui tre giorni innanzi aveano tentato invano ridar la vita i suoi baci? Così Ninia era stato condotto ai voleri di Zerduste e fatto ribelle, nimico alla maestà di sua madre. Nè già viveva pel regno, di cui lasciava ogni pensiero al sapiente maestro; nè già si curava della sua sconfinata autorità, se non per ricordare che la regia possanza è una piramide al cui sommo sta preparata e colma la coppa di tutte le umane delizie. Viveva allora per Anaìti, per quella fiorente bellezza che si profondeva inconsapevole a lui, tremante di dover morire se egli vacillasse, e per amore, per ambizione, per paura, incatenata al suo fianco. E in lui, il saperla così sospesa tra morte e vita accresceva gli ardori. Si ama, dicono, assai più fortemente ciò chesi teme di perdere. Triste sentenza, se vera; ma forse ciò che pei nobili cuori non è, potrebbe credersi vero per l'anima fiacca e per l'indole tutta sensuale di Ninia; di quel lioncello, a cui, per mezzo agl'ingenui moti della tenera età, crescea la ferocia dell'avita natura.
Insignoritosi con tali arti della mente di Ninia, il principe di Bakdi non avea durato fatica ad attizzar gli sdegni del popolo; la mercè di falsi messaggi e di aggranditi pericoli, aveva aggiunto esca al fuoco, e, con l'immagine dei certissimi danni, infiammati gli spiriti a rivolta.
Facili i volghi ad essere trascinati; più facili, se vissuti in lenta ed inerte soggezione, a credere ogni cosa, a farsi stromento docilissimo in mano agli scaltri. Nè manco agevole, pel grado suo e per l'imperio ch'esercitava su Ninia, gli era tornato di vincere la riluttanza dei sacerdoti. Sempre più ardente di giorno in giorno la plebe; impensierite pei lor cari assenti le più ragguardevoli famiglie; tutti contrarii ad una guerra che accortamente si mostrava esser frutto di un'amorosa follia; non avrebbero ardito i sacerdoti far contro alla corrente delle popolari opinioni. Volevasi Ninia per re; meglio averlo tale e dominarlo, come offeriva Zerduste, che osteggiarlo invano, opponendosi ai voti del popolo. Il saccanàco, il gran vicario degli Dei, si faceva schiavo in tal guisa agli eventi, assicurava ai più forti la benevolenza del cielo; vecchio costume degli uomini che si vantano di custodirne i responsi! E maledetta Semiramide lontana, Ninia era incoronato sulla gran torre di Barsipa; armi ed armati si raccoglievano dalle vicine provincie; i Medi, gli Elamiti, e quanti eran popoli soggetti di là dallo Zagro, tutti incitati a scuotere il giogo. L'impero, saldo in apparenza e durevole, si sarebbe sfasciato dopo il trionfo delle schiere ribelli, sepure lo stesso Zerduste, sotto colore di chiamare i Medi a difesa della stirpe di Nemrod, non pensava a disfarsi, per utile suo, di quel malaccorto adolescente, trastullo nelle sue mani, vera larva di re.
E intanto che costui, riparato con Ninia entro le mura di Barsipa, faceva assegnamento sulla irruzione dei Medi, sullo scompigliarsi dell'esercito di Semiramide e sulle ire di Babilonia, cresciute a dismisura per la morte di tante migliaia de' suoi cittadini, la fortissima donna vacillava nei suoi consigli, esitava a condurre innanzi l'opera sua. Il nemico ch'ella doveva combattere, che un colpo malaugurato de' suoi ingegni di guerra poteva stendere al suolo, era Ninia, era suo figlio! Il tradimento dei Casdim la turbava altresì, la faceva più perplessa. Bene erano ossequenti a lei i sacerdoti di Militta e di Nebo, rimasti in città; ma che potevano costoro, contro il maggior numero rifugiato in Barsipa od anco di là possente sul popolo, tranne il pregare in silenzio?
Fatta accorta del pericolo, confidandosi inoltre che il suo inaspettato trionfo in Babilonia avesse ridotto quei temuti nemici a più miti consigli, diè mano a pratiche segrete con essi, facendo che alcuno dei sacerdoti di Nebo andasse a Barsipa, come a cercarvi rifugio, e, avuto agio di parlare col saccanàco, ogni più larga promessa e giuramento gli facesse, in nome di lei. Frattanto i giorni scorrevano, ed altri dolori le si stringevano al cuore.
Il re d'Armenia andava ricuperando la sanità ad occhi veggenti. La ferita non aveva nulla avuto di grave, tranne forse lo spargimento copioso del sangue. Vinta la febbre mercè il farmaco dell'Indiano, egli era tornato in sè medesimo, e la ingenita vitalità aveva trionfato di tutto, perfino della negra mestizia che gl'ingombravalo spirito. Il cammino da' suoi monti natali alla pianura del Sennaar non gli era tornato a disagio, dappoichè la sua scorta viaggiava sempre nelle ore notturne, ed egli posava su morbide piume, procedendo leggero e senza scosse, o sobbalzi, al dolcissimo passo dei cammelli battriani. La tacita compagnia giungeva in Babilonia tre giorni dopo il vittorioso ingresso di Semiramide, e la frescura dei pensili orti, l'abbondanza di tutti gli agi del vivere, aveano rinfrancate le membra affralite del giovine, facendo il resto la gioventù, questa medicina incomparabile, che tutti, ahimè! non sempre portiamo dentro di noi. Sbiancato mostrava il volto, già tinto di rosa e ammorbidito da riflessi dorati; una nube di tristezza offuscava il placido lume degli occhi; pure la sua bellezza non avea nulla perduto della prima virtù; simile al fiore che il soffio della bufera ha alidito, ma che un tiepido raggio di sole ravviva.
Semiramide lo aveva veduto. Nel suo breve colloquio con lei, il prigione erasi mostrato ossequioso, ma freddo. Posto di bel nuovo al cospetto di quella sovrumana bellezza che lo aveva rapito, memore di tante angoscie, più ancora di tante dolcezze, combattuto da contrarii pensieri e da immagini di lutto recente, si adirava con sè medesimo, si struggeva di non odiarla quanto avrebbe dovuto.
— Son vinto e tuo prigioniero; — le disse. — Fammi morire; altro io non aspetto oramai. Donna di grande animo ti dice la fama e le imprese tue ti dimostrano. Fanne un'ultima prova per me, affrettando il mio fine, ed io benedirò l'odio tuo.
— Nemico di un giorno, e pensi ch'io t'odii? — replicò nobilmente la regina. — Ho vendicato un oltraggio, ho punito un atto di ribellione; tutto l'altro io non ricordo, non vedo. Son regina per te come per tutti;ciò soltanto soffri da Semiramide. Ella è soddisfatta; nè pensa ai dolori patiti, o alle profonde allegrezze che si riprometteva dalla sincerità del suo cuore, se non per lagnarsi della sorte, a lei così larga dispensatrice di potenza, e così avara di giustizia nel mondo. Credi tu che di questa potenza m'importi? Credi tu che mi prema del regio fasto, dell'impero accresciuto e di questa Babilonia, che un mio cenno ha creata? Io sono più superba a gran pezza; mi paragono alla stella che trascorre veloce lo spazio e non cura il solco di luce che lascia dietro di sè. Mi spegnerò come ho vissuto, splendendo; ma non vo' che nulla offuschi a' tuoi occhi il mio raggio; non l'amor tuo, la tua stima domando. So quali ragioni t'abbiano mosso alla fuga; Sumàti, innanzi di cercare spontaneo la morte nelle acque salse di Van, mi ha confessato ogni cosa. Tu fosti vittima di un'empia macchinazione, che l'abisso non poteva immaginar la più nera. Per darle a' tuoi occhi colore di verità, un tuo fedele ti ha venduto ai nostri comuni nemici.
— Un mio fedele! — sclamò Ara turbato. — Altri non meritò più questo nome, che Bared. Impossibile! Bared pugnava al mio fianco. Non tradiscono i valorosi. Fatto prigione con me, perchè non lo vedo io al mio fianco? —
Tosto, ad un cenno di Semiramide, fu cercato per ogni dove l'infido scudiero del re. Ma invano. Bared, nel muoversi dei prigioni da Armavir, profittando della confusione in cui era l'esercito, avea preso la fuga, nè più s'era avuta nuova di lui.
— Tu lo vedi, o regina? — disse Ara, con piglio severo. — Anche Bared, l'ultimo testimone, ti manca. Egli pure, come Sumàti....
— Basta! — tuonò la regina, il cui sangue si rimescolòtutto e riarse, come le fosse penetrato un dardo rovente nel cuore.
E furono le ultime parole di lei. Composta negli atti, grave nell'aspetto, ma fieramente combattuta nell'animo, vacillante, smarrita di sensi, uscì la misera donna. Ella non era più Semiramide; non era più la regina. Sì, ben lo sentiva in quel punto; la sua fortuna era fuggita per sempre; la dura mano di Nisroc si aggravava su lei.
A che più combattere? Per quali speranze? A qual pro? È dei giovani il travagliarsi, durare aspre fatiche animosi; dei giovani, che hanno il futuro davanti a sè, per chiamarli colle arcane sue voci, stimolarli colle sue confuse promesse. Ma il vecchio, deserto d'ogni promessa e d'ogni speranza, a che tenderebbe i nervi e l'ingegno, conscio pur troppo che pochi passi più oltre una fossa lo aspetta? Così Semiramide, a cui la gioventù splendeva ancora sul volto, ma più non esultava nel cuore. Vivere, vincere, regnare, perchè? Non è grata fatica, dove manchi la speranza del premio. È vanità rialzare un trono, su cui non abbia a sedere che un'ombra. Cedono allora, cedono le anime grandi ai più profondi sconforti. Gittar l'opera di tante braccia obbedienti, spargere inutilmente il sangue proprio e l'altrui, peggio che errore non è forse un delitto? E varrà egli per avventura, contro queste voci della coscienza, il dire che giusta è la causa per cui si combatte? Sarà scusa bastevole al cospetto del mondo, o conforto per sè, l'aver combattuto per seguire sua generosa natura?
Chiusa nel silenzio delle sue stanze, la regina pensava. Che aveva ella fatto di così reo, da meritarle un tal scempio? Vedova di Nino, aveva, più ancora che colle sue vittorie, colla temuta altezza del nome, formato il più vasto impero che fosse mai; aveva recatoun sorriso di grazia nella forza, un raggio di serena maestà nella ferocia di que' prepotenti Cussiti. Luce e bellezza è la donna nel mondo; solo quando ella vi apparve, credettero gl'immortali che Dio avesse compiuto l'opera sua. Tale era stata Semiramide sul trono degli Accad, luce e bellezza all'impero. Ma forse l'alba dei leggiadri costumi non era anche spuntata, ed ella, precoce apparizione, dovea rimanere come un gentile esempio ai venturi, meteora luminosa in quelle tenebre lunghe.
Cionondimeno, era egli forse un delitto lo aver tentato di raggentilire i culti disumani e rozzi, lo avere raunati tanti sparsi popoli in un grande consorzio, lo aver recati i benefizi d'una civiltà nascente su tanta parte della terra? E di che, se Giustizia celeste presiede all'opere umane, di che era ella punita? D'esser donna e pietosa, d'aver confidato negli uomini, d'averli reputati magnanimi e schietti al pari di sè, di non aver creduto alle tenebre perchè essa era la luce, al livore perchè essa era la bontà, all'ingratitudine, alla viltà, al tradimento, perchè essa era la generosità, la grandezza e la fede. Sì, quella era colpa sua, nè doveva per ciò muover lagno agli Dei. Ah, come avrebbe voluto mutarsi allora, farsi tutt'altra da quella di prima, esser barbara, incrudelire, operare il male, come tanti nel mondo, per la sola voluttà del male! Ah, se quel tristo adolescente, quel mostro di perfidia precoce, non fosse uscito dal suo grembo, come le sarebbe bastato l'animo di entrare in Barsipa col ferro e col fuoco, e là, al sommo della torre, costringerlo a bere il sangue del suo Zerduste e del gran sacerdote di Belo, confitti a lungo martirio sugli altari bugiardi!
Ma ella era madre; era magnanima e pia; i feroci pensieri trascorreano veloci nella sua mente, a guisadi nuvole rotte in un cielo sereno. La nobile creatura non poteva mentire all'indole sua; doveva struggersi nel suo dolore impossente e cadere, se così voleva il destino.
Gli eventi incalzavano. Medi, Persi, Elamiti, si erano ribellati ai governatori delle provincie. Le torme loro muoveano minacciose dai monti, alla volta del Sennaar; cotesto recavano i frettolosi messaggi, come nel profetico sogno della rocca di Van. Fortuna estrema per lei, che i popoli sollevati non si fossero posti prima in cammino, come, nella veemenza de' suoi desiderii, aveva sperato Zerduste! Frattanto egli bisognava spedire un buon nerbo di valorosi ad affrontarli; ella stessa avrebbe dovuto correr laggiù, coglierli alla sprovveduta e sconfiggerli. Ma come uscire di Babilonia, come sfornire la città di soldati, mentre i ribelli erano così numerosi in Barsipa e dall'alto delle mura certo spiavano l'occasione di rifarsi alle offese?
Inoltre, Babilonia non era sicura, vacillava nell'obbedienza. I grandi, forza e decoro della città, si erano allontanati con Ninia; il popolo rimaneva ma inquieto, cruccioso, sbigottito tra i mali presenti e l'incertezza del futuro. Cessate le feste, rovinati i commerci, rotte le consuetudini d'una vita facile e piana, a cui era necessaria la prosperità di tutto l'impero, ben si scorgeva che il ritorno della pristina pace non era più possibile oramai senza varcare un'altra sequela di durissime prove. E d'ogni cosa (siccome avviene in mezzo alle pubbliche calamità, che fanno gli animi ingiusti) si accagionava l'autorità più vicina, quella a cui sarebbe bisognato dar forza per uscire con essa d'angustie; s'accagionava Semiramide, la regina vera, l'autrice di tanta prosperità passata; non Ninia, il ribelle, delle cui grandi opere, delle cui felici impromesse, null'altro per anche era noto, fuorchè il suo tradimento.
Gran colpa agli occhi del volgo, un'ora di mutata fortuna! A Semiramide niente giovava aver tante cose operato per la felicità di quel popolo. Che era per costoro il passato! Un generoso liquore bevuto a rapidi sorsi, un'ebbrezza, un sogno felice, di cui non si serba gratitudine, e molto è se la memoria rimane. Del presente la si accusava, del triste presente, di ciò che la regina non avea fatto per soggettarsi il destino, di ciò che Ninia, Zerduste, complice il popolo di Babilonia, avevano perpetrato contro di lei.
Intanto lutto, squallore e tumulto per ogni dove. In mezzo all'abbondanza, si pativa difetto d'ogni cosa. Col pretesto della pugna imminente, si smetteva il lavoro; si domandava pane, e avutolo si chiedeva che fossero aperti i granai. Nè di minore ansietà era cagione l'esercito. Tutte quelle migliaia di guerrieri d'ogni nazione, forti e compatte schiere all'aperto, riuscivano colà branchi disordinati e turbolenti, facili a scorarsi, più facili a secondare, che non a contenere ne' suoi vaneggiamenti, la plebe.
Emissarii di Zerduste, fautori di ribellione, correvano di continuo tra le file. Erano popolo, nè poteva sospettarsi di loro.
— Contro chi combattete? — dicevano. — E per chi? Doloroso è morire, quando a nulla giova la morte. Sapete a cui siano propizi gli Dei? Non certo a Semiramide! La sua stella è tramontata, dopo ch'ella ha voluto sacrificare agl'idoli stranieri. Ninia ha da essere un giorno il re nostro; a che combatterlo oggi? Egli è oramai al suo sedicesimo anno, e l'ha educato al regno la savia tutela di Zerduste. Egli è ragionevole che, cresciuto negli anni e nella saviezza il discendente di Nemrod, lo scettro continui ad esser impugnato da una fragil mano di donna? Compagna la fortunaed auspice la gran memoria di Nino, costei ha potuto condurre innanzi malagevoli imprese, altre lasciarne a mezzo, senza troppo suo scorno. Oggi, abbandonata dal favore dei cieli, esce in mostruose follie. Il miglior sangue di Babilonia s'è sparso inutilmente nelle gole d'Armenia. Il vostro si spargerà inutilmente del pari sotto le inespugnabili mura di Barsipa, con alto rammarico dei vostri cari, che v'aspettano tremanti alle case natali. Ninia vi darà pace; egli vi rimanderà liberi e ricchi alle vostre contrade. Che può darvi oramai Semiramide, se non certezza di forsennati assalti e di morte ingloriosa? tra breve incalzeranno alle porte i popoli sollevati dalle regioni orientali. Avremo guerra dentro e fuori, carestia, desolazione, esterminio. Che farete voi, uomini di Elam, voi Medi, Persi, Ariarvi, cavalieri animosi; su cui Semiramide fa assegnamento per distruggere il popolo delle quattro favelle? Uscirete voi in campo aperto, spingerete i baldi corsieri contro i vostri fratelli di sangue, scesi dai monti in aiuto del legittimo re? —
Con arti siffatte era tentata e scossa la fedeltà dell'esercito. Nè più molto occorreva; forse una lieve occasione dovea bastare a discioglierlo.
— Viva Ninia, in perpetuo! — già avevano incominciato a gridare i nativi del Sennaar.
— E Anaìti, con lui, la vezzosa regina! — soggiungevano i popolani. — Quella è nostra, nata del nostro sangue più schietto. Felice chi la vedrà, come noi l'abbiam veduta, passare per queste vie, bella come il sole nascente, e dall'alto del suo cocchio d'argento e d'oro sparger sorrisi e saluti, come sparge fragranze il fiore della mandragora. È dessa, Anaìti, la vera rosa del Sennaar; la venturiera d'Ascalona più non usurpi quel nome. —
E scorreva, tra i dissennati, scorreva, versato largamente nei calici, il liquor della palma. Cittadini e soldati, dopo aver maledetto alle regali follie, pianto sui mali presenti e sui temuti danni futuri, gozzovigliavano, infingardivano, tumultuavano insieme.
I capitani delle squadre, giustamente inquieti, andavano a consiglio presso la regina.
— I soldati, sparsi tra il popolo, avranno perduto ogni ritegno ben presto; la licenza e la ribellione son penetrate nel campo. Bada, o regina; se i rivoltosi di Media giungeranno alle porte, con quali forze andremo noi a combatterli? —
Semiramide, oppressa da tanta rovina, perduta nel suo ascoso dolore, non sapeva a qual partito appigliarsi. Dar tosto l'assalto a Barsipa? Sì certo era quello il più saggio consiglio; e là, o vincere, o morire! Ma il suo cuore materno tremava. Infatti, come mai, senza mandare in fiamme il covo dei ribelli, avrebbe ella potuto metter piede colà?
Faleg, sempre costante nella sua fede e ammonito dalla necessità di uscir presto da quella incertezza, propose un suo divisamento alla regina.
— Se tu tentassi di bandire una tregua, e di chiamare a parlamento gli anziani di Babilonia, insieme coi grandi rifuggiti in Barsipa? Tu udresti ciò ch'essi dimandano; essi le tue proposte, o signora. Imperocchè, tu lo vedi, questa inerzia è fatale. O assalire i baluardi, o calare agli accordi, ma subito!
— E sia, come tu saviamente proponi! — rispose la regina. — Vengano a parlamento e dicano l'animo loro qual è. —
Indettatosi d'ogni cosa con lei, Faleg esce sollecito dalla reggia e manda gli araldi per la città. Egli stesso sale arditamente in arcione e s'avvia, con pochi uominidi scorta, a Barsipa. Giunto a' piè delle mura e fatte squillare le trombe, così parla ai ribelli:
— In nome della possente signora degli Accad, cui Nebo ha concesso l'impero dello scettro e la vittoria della spada, a voi cittadini e difensori di Barsipa, tregua è proposta da questo momento fino all'alba di doman l'altro, che sarà il trentesimo giorno di Tana. I soccorsi, che voi attendete dalle terre del sole oriente, non giungeranno prima di sei giorni in vicinanza di Babilu. Così recano i nostri esploratori; vedete voi medesimi se vi confortino più felici notizie. In questo termine, io ve lo annunzio, Barsipa sarà espugnata col ferro e col fuoco. Or dunque, accettate la tregua, e quale di voi l'abbia grato, purchè sia dei maggiorenti di Kiprat Arbat (o principe tra i suoi, se straniero alla terra del Sennaar), venga a parlamento nella reggia, insieme cogli anziani di Babilu. Udrà la regina le proposte de' suoi avversarii e che cosa essi chiedono da lei per far posare la guerra; ella dirà ciò che da loro s'aspetta, o che può loro concedere. Liberi e sacri gli inviati di Barsipa; maledetto dai sommi Dei chiunque, durante la tregua, tenterà cosa alcuna a danno del suo più odiato nemico. —