FEDE.

/* O let him whose sorrowNo relief find,Trust in God and borrowEase for heart and mind.

(Inno protestante).

Ormai non era più possibile negare che l'unico figlio ed erede del professore Trestelle, filosofo materialista, aveva un'ombra scura intorno al labbro superiore. E, dacchè questa verità era stata riconosciuta, le esigenze del signorino avevano rotto ogni freno. Le sue scarpe non erano mai lucide a sufficenza; ed i colori e la finezza delle calze erano argomento di lunghe e minute istruzioni, e di altrettante lagnanze; i solini riescivano sempre o troppo o poco insaldati, e nessuna tavolozza possedeva la tinta precisa di turchino che avrebbero dovuto avere.

La zia Giuliana, sorella del professore materialista, e la serva, erano affaccendate tutto il santo giorno per tenere in ordine il guardaroba del Don Giovanni in erba; ed intanto il governo della casa, la cucina ed il resto, andavano alla peggio.

Un giorno il professore filosofo, che nella sua qualità di materialista, alla tavola ci badava molto, chiamò sua sorella, posò gli occhiali sul volume di Darwin che stava leggendo, e disse:

—Così non si va avanti. Bisogna prendere una donna che si occupi esclusivamente della cucina.

La zia Giuliana cominciò le ricerche, e le aspiranti si succedettero a processione, e ciascuna aveva da narrare una storia commovente per raccomandarsi.

Il professore materialista rideva del suo riso da scettico a quelle narrazioni, e rimandava le postulanti.

Finalmente si presentò una vecchia smilza e lunga, vestita di nero, tutta ravviata e pulita, con uno scialle nero che le copriva il capo e veniva ad incrociarsi sul petto.

—Come vi chiamate? domandò la zia Giuliana.

—Cecchina.

—Siete maritata?

—Sono vedova.

Il professore, che assisteva a quel dialogo, smise di leggere, accavallò le gambe, e, preparando il sorriso scettico, stette a sentire la barbarie del marito. Ma la Cecchina non diceva nulla. Allora cominciò lui per incoraggiarla:

—E vostro marito….

—Mio marito è morto, che Dio l'abbia in gloria.

Il sorriso scettico si accentuò terribilmente, ed il professore ripresa:

—E non v'ha lasciato nulla?

—M'ha lasciato tre figlioli.

—E con questi tre figlioli siete obbligata a servire?

—Sono poveri ed hanno famiglia; se lavorano loro, è giusto che lavori anch'io.

—E vivete sola?

—Nossignore. Sto col più giovane dei miei figli e colla nuora.

—Andate d'accordo colla nuora?

—Si cerca di sopportarsi con pazienza, da buoni cristiani….

Il professore, senza alzar gli occhi dal libro, disse:

—Non credo che facciate al caso nostro. Si cercava una cuoca.

—Scusi tanto, riprese la Cecchina. Mi era stato detto che si contenterebbe d'un mangiare semplice…. Scusi tanto.

E s'avviò verso l'uscio. Ma la zia Giuliana le teneva dietro cogli occhi. Sapeva che la cucina casalinga e pulita era il debole di suo fratello, e la pulizia di quella donna la incantava. Perciò indovinò che non sarebbe disapprovata trattenendo la cuoca, e le domandò:

—E voi lo sapete fare un mangiare semplice e buono?

—I miei signori si contentavano, rispose la Cecchina.

—Perchè li avete lasciati i vostri padroni?

—Perchè i figli s'erano fatti grandi e volevano un cuoco.

La zia Giuliana disse che prenderebbe informazioni; ed infatti le fu confermato quanto la Cecchina aveva detto. Per dieci anni aveva servito nella famiglia d'un avvocato. La signora aveva una malattia in una gamba, e la povera donna l'aveva sempre curata, medicata, assistita. Poi l'aveva vegliata assiduamente quand'era stata per morire; ma morta lei, i figli avevano trovato che un cuoco avrebbe dato alla casa più lustro di quella povera vecchia, ed avevano licenziata la Cecchina senza nessun compenso pe' suoi lunghi e fedeli servigi, tranne il salario convenuto.

La Cecchina aveva cinquantasei anni, ma ne dimostrava almeno dieci di più. Aveva pochi capelli, quasi tutti bianchi, gli occhi infossati nelle orbite, e due solchi alle tempia, che facevano pensare ai crani umani allineati negli ossari; le guance erano due cavità, ed il mento sporgeva innanzi pel ravvicinamento delle gengive, a cui erano mancati quasi tutti i denti. Eppure dalla fronte, dalla linea diritta del naso, dalla piccolezza della bocca, e dall'ovale del volto, si capiva ancora che quella donna era stata bella.

La zia Giuliana disse che, fra le cuoche che s'erano offerte, quella era la migliore per ogni rispetto, ed il professore, sempre brontolando che era una beghina, una baciapile, un'ignorante, finì per accettarla al suo servizio.

E beghina era infatti la Cecchina. Ogni mattina, prima d'andare dai padroni, entrava in chiesa a sentire la messa, e la sera, nel tornare a casa sua, passava ancora a dire un'Avemmaria. Ma era laboriosa, discreta, onesta; e la zia Giuliana, che badava a mantenere l'ordine della famiglia ed era tollerante per il resto, lasciava che suo fratello gridasse contro la «strana confusione d'idee di quella donna e gli errori grossolani, e fatali al progredire della civiltà», e si teneva preziosa la nuova serva, e le pigliava a voler bene, e la interrogava sul suo passato.

C'erano degli episodi strazianti, delle scene tragiche in quell'esistenza oscura e desolata.

La Cecchina era figlia d'un salumaio di Como, che aveva un po' di quattrini e soltanto quattro figlioli; tre maschi e quell'unica fanciulla. S'era maritata a diciassette anni con un uomo vicino ai quaranta, che aveva una vecchia relazione con una mugnaia di Borgovico.

Naturalmente, di quella relazione la Cecchina non ne sapeva nulla allora; ma il marito, che era un barocciaio e faceva continui trasporti di grano al mulino, aveva sposato quella giovinetta più per i soldi del babbo che per lei; tanto più che il babbo salumaio, aveva una cera da moribondo pel mal di fegato che soffriva, e non gli si sarebbero dati sei mesi di vita; i figli maschi se n'erano andati pel mondo, chi a Lecco, chi a Varese, ed uno fino a Milano; ed il barocciaio calcolava che, morto il vecchio, avrebbe fatto casa comune colla suocera, e sopratutto banco comune nella bottega. Tutto questo andava molto a sangue alla mugnaia, la quale, per il denaro, avrebbe venduta l'anima al diavolo, e tanto più facilmente aveva venduto il suo carrettiere a quella giovinetta, sicura come era di ricomprarlo con un'occhiata furba de' suoi occhi trentenni.

Non occorre dire che, dopo il matrimonio, Ambrogio continuò, grazie al grano ed al mulino, la sua tresca colla mugnaia grassa come una quaglia, serbando alla giovane sposa gli amplessi violenti delle sue ore d'ebbrezza, e le busse delle ore tristi, quando l'altra lo tribolava per avere i quattrini, che il suocero si ostinava a serbare, con quel filo di vita epatica, che gli durava Dio sa come.

Intanto madre natura, che non è punto sentimentale, badava a fare il suo compito senza curarsi se il carrettiere fosse ubbriaco od innamorato; e nella casa della giovine sposa i bambini si tenevano dietro l'uno all'altro come le canne dell'organo; ce n'erano già tre, due maschi ed una bimba.

Ed il salumaio non moriva. Anzi, contro ogni aspettativa, un bel giorno gli morì la moglie di polmonite. La povera Cecchina pianse amaramente la perdita della sua mamma; ed il carrettiere riformò il suo programma, e pensò di andar a vivere col suocero il quale, oltre a mantenergli la moglie ed i figlioli, gli avrebbe lasciato metter mano nella cassetta del banco.

Ma il suocero, epatico e malandato com'era, si trovava per l'appunto nella stessa condizione di lui; aveva un'amante; e la recente vedovanza gli permetteva di sposarla. Figurarsi se voleva in casa tutta quella tribù di figlia e genero e bambini, a disturbargli la luna di miele! Lo avesse pur voluto lui, c'era la seconda moglie che ci metteva riparo, perchè alla cassetta del banco voleva starci lei; era quello l'unico amore che l'aveva spinta nelle braccia magre del vecchio salumaio.

Allora il barocciaio sfogò contro la Cecchina tutta l'amarezza della sua delusione, e furono rampogne, busse, miserie d'ogni sorta, fino al giorno tremendo in cui la poveretta si vide portare a casa il marito moribondo sopra una barella.

—Aveva il viso, i capelli, il collo, tutti coperti di sangue, narrava la Cecchina; e non si capiva neppure dove fosse la ferita. Quando vidi quell'orrore, mi posi a gridare: «Madonna santa! com'è stato?» E gli uomini che lo avevano portato mi risposero: «È per quella strega bionda di Borgovico. Ha saputo che Ermanno il barcaiolo le bazzicava in casa, e ci andava dopo di lui; e lui, nell'uscire, lo ha aspettato alla porta, e quando l'ha visto venire, gli è balzato incontro colla sua frusta da carrettiere, gridando:—«Vai dentro se n'hai il cuore, che ti stacco il collo con questa corda, guarda!» Ma l'altro, che va sempre col coltello affilato in tasca, ha detto: «Serbala per le bestie la tua corda da frusta, villano: questo taglia meglio, per Dio santo!» E lo ha steso in terra d'un colpo».

La Cecchina abbassava la voce nel raccontare quelle infamie, e sopratutto le bestemmie, come se temesse che il Padre Eterno avesse a sentirla di lassù. Ma la zia Giuliana la interrogava con tanto cuore, che lei si faceva animo a raccontar tutto, e proseguiva:

—Mandai una vicina a chiamare il medico, e misi in fascie un lenzuolo buono, per bendare la testa a mio marito, e mi veniva il pianto dal cuore, perchè, malgrado tutto, era il mio uomo, ed avevo quei figlioli; ed avrei fatto ogni cosa per assisterlo ed alleviargli il male. Ma appena potè parlare, egli domandò la sua mugnaia; la chiamava piangendo, «che quell'altro brigante non gliel'avesse a portar via». Cosa farci? Era moribondo, e la volontà dei moribondi non si deve contrariare. Mi toccò a me d'andarla a cercare, e pregarla di venire se non voleva farlo morir disperato. E poi dovetti starmene in un canto a veder lui che si buttava con le braccia fuori dal letto incontro a quella donna, e la supplicava:

«Oh Maddalena, non mi abbandonare, che t'ho voluto tanto bene; non mi abbandonare!» E morì pregando lei come se fosse stata la Madonna.

Rimasta vedova, la Cecchina aveva dovuto provvedere per parecchi anni a sè ed ai figli col solo lavoro delle sue mani. Aveva fatto la lavandaia, la serva, la barcaiola, la filatrice. Poi i figli avevano cominciato a guadagnare qualche cosa. Ma, avvezzi ad esser mantenuti dalla mamma, si facevano tirare pei denti a dar qualche soldino in casa, e soltanto la figliola, tornando dalla filanda, portava tutti i denari della settimana alla Cecchina, e non domandava nulla.

C'era un altro giorno doloroso, un altro nuvolone nero su quell'orizzonte grigio, su cui il sole non aveva mai mandato un raggio di calore nè di luce.

La Cecchina, istigata dalla zia Giuliana, narrava la partenza di suo figlio per l'esercito, mentre il professore sorbiva, lento lento, il caffè.

—Giovanni era stato esente dalla leva perchè era il primo ed io era vedova, diceva la vecchia; e pochi mesi dopo aveva preso moglie e se n'era andato a Dongo a lavorare nella fabbrica di ghisa. L'anno dopo dovette andare Michele alla leva; quello non c'era modo di salvarlo. Quando dovette partire, spogliai la casa di tutto quanto avevo. Quella poca tela messa da parte per la ragazza la vendetti; e poi gli diedi fin il mio anello nuziale, che lo vendesse a Milano per procurarsi qualche soldo. La mia figliola, poveretta, diceva: «Dategli tutto, mamma; accontentatelo, perchè sarà lui che dovrà darvi pane quando sarete vecchia; io me ne vado con questa tosse; m'ha uccisa la filanda». Io non credevo, perchè era tanto giovane e, dalla tosse in fuori, non pareva malata; era più stanca che altro; con un po' di riposo avrebbe ripreso colore e sarebbe tornata come prima; ne ero sicura. Quello che mi crucciava era Michele, che se ne andava via fin in capo al mondo, dove c'erano i briganti.

—Quella mattina, me la ricordo sempre. Tirava un vento che il battello a vapore saltava sul lago come un cervo nel bosco, e veniva giù una pioggerella diaccia, che era come sentirsi cadere addosso tante punte d'aghi. Quando mi alzai, Michele era già uscito; e la Teresa dormiva nel mio letto tutta rossa in volto come un fiore; dormiva il dolce sonno della gioventù; ed io pensai: «Che morire! questa la salvo per me; il re non me la prende questa, e fra un mese sarà guarita; non si muore con quei colori, e con quel sonno profondo».

—Ed uscii in punta di piedi pensando a quella consolazione che mi restava, in mezzo a tanti guai. Quando mi accorsi che pioveva, non tornai neppure indietro a pigliare l'ombrello per non svegliare la mia figliola. Per che cosa svegliarla? per condurla a piangere laggiù alla stazione? C'è sempre tempo di piangere a questo mondo.

Ci volle un bel tratto a giungere a Camerlata, e quando arrivai ero fradicia. La folla dei coscritti e dei parenti s'era riparata sotto la piccola tettoia, dove si stava pigiati che non si poteva muovere un dito. Ma io ero alta, e rizzandomi in punta di piedi, potevo cercare il mio figliolo al disopra delle teste degli altri. Dopo molto guardare, mi riescì di scorgerla in un angolo la sua testa bruna e riccioluta. Michele era là, rincantucciato in fondo alla stazione, col viso rivolto al muro; e guardava in terra. Mi sentii serrare il cuore. Ero sicura che pensava alla sua mamma, e si nascondeva la faccia, per non farsi scorgere che ci pativa tanto ad abbandonarmi; non era un ragazzo espansivo, ma in quel momento il suo cuore di figlio doveva farsi sentire. Chiamai più volte: «Michele! Michele!» Ma non mi udì. Allora feci a spintoni, senza badare alle maledizioni ed agli urti che mi rispondevano, ed a forza di fare, mi riescì di arrivargli vicino, tanto da potergli toccare una spalla. Si voltò in fretta, ed aveva gli occhi rossi e grossi come pugni. Gli stesi le braccia singhiozzando: «Sono qui, Michele, sono io». E mi pareva che dovessi morire là sul suo cuore, oppure andargli dietro dove il re lo mandava.

Ma lui non me le stese le sue braccia. Il capo solo aveva voltato verso di me, e la persona era ancora rivolta al muro, e le sue mani posavano sulle spalle d'una ragazza pallida, che piangeva senza asciugarsi le lagrime.

—Oh mamma! mi disse, cosa vi è saltato in mente di venir fuori con questo tempo?

Io non potei rispondere; avevo un gruppo in gola, ed un freddo mi correva nelle vene, come quando avevo veduto il mio uomo morire colle mani sulle mani della sua mugnaia. Mi caddero le braccia, e rimasi là senza dir nulla; egli mi susurrò spingendo il capo indietro:

—Andate, mamma, andate a casa; non lasciate sola quella poveretta, che se ne va alla malora, se ne va.

Che il signore mi perdoni, perchè in quel momento non ci ho veduto più, e gli ho gridato:

—Taci, malaugurio! Non ti basta di abbandonare la tua mamma come un cane per badare a far all'amore, mi vuoi far morire quella sola figliola che mi vuol bene! Non troverai mai bene a questo mondo, guarda!

M'era appena scappata di bocca quella parola, che ero pentita; ma avevano aperto i cancelli, e tutti s'erano pigiati per uscire. Mi trovai là, vergognosa di quanto avevo detto, abbandonata, estranea a tutti in mezzo a quella gente che si baciava e piangeva l'un per l'altro. Il cuore di mio figlio se l'era preso quella giovane che non aveva fatto nulla per lui. Ed io, che lo avevo allevato, e che m'ero distrutta lavorando per dargli pane, ero così mortificata d'essere andata là a sorprenderli, come se avessi fatta un'azionaccia.

Gli avevo portato un dispiacere e delle male parole all'ultim'ora, per mia memoria. Non osai più accostarmi. Lo vidi che dal vagone continuava a parlare con la sua ragazza ed a stringerle la mano traverso lo sportello, ed a guardarla con quegli occhioni gonfi, dove c'era tanto amore da riempiere il cuore a dieci mamme; ma non ne toccano alle povere mamme di quegli amori e di quelle occhiate là. Neppure quando il treno si mise a fischiare, per dire: «Badate, si va via; affrettatevi a salutare le vostre mamme»; neppure allora pensò a cercarmi. Le carrozze si allontanarono adagio, adagio, poi più in fretta, più in fretta, e lui sempre fisso a guardare quella giovane, come se lo avesse messo al mondo lei; e quando il treno era tanto lontano che stava per scomparire, si vedeva ancora una cosa che sporgeva dal finestrino e s'agitava adagio, adagio, con un movimento di grande malinconia: era la testa di Michele che salutava la sua ragazza.

—Ecco; l'uomo non è che un animale, disse il professore materialista, che, senza parere, aveva dato retta a quel discorso, e seconda gli istinti della natura.

E la Cecchina, che non aveva capito le sue parole, disse, appunto come se rispondesse:

—Se non fosse stato il pensiero della religione, io l'avrei strangolata quella giovane, che mi rubava il cuore di mio figlio. Ma pensavo che questa vita passa presto, e ne viene un'altra dove saremo tutti uguali, poveri e ricchi, e chi più avrà patito troverà più compenso….

Il professore mise fuori una risatina scettica, e la Cecchina, credendo che riflessa di quanto leggeva nel libro, abbassò la voce e disse, parlando alla zia Giuliana:

—È sempre la speranza d'una vita migliore che ci dà la forza di sopportare i dolori di questa vita qui.

Una mattina che Ettore doveva andare a caccia, fece un casa del diavolo perchè la Cecchina tardava a giungere con certe calze di lana forti, che aveva avuto l'incarico di preparargli per quel giorno.

—Non può tardar molto, disse la zia Giuliana; sarà andata alla messa.

—Ma è insopportabile questa beghina, gridò il giovinotto. Ci fa aspettar tutti pel suo pregiudizio della messa. Cosa spera cavarne? Il pane siamo noi che glielo diamo.

—Bisogna aver pazienza, osservò la zia; è una buona donna.

—La morale, sentenziò il professore, può svolgersi e progredire da sè, distaccandosi dalla religione.

—Ma che cosa promette la morale a questi disgraziati, che non hanno avuto un'ora di gioia in tutta la loro vita? Che compenso può dare per tutti i dolori che hanno patito? domandò la zia.

—Se fossero meno ignoranti, rispose il professore, comprenderebbero….

—Ah! se lo fossero, meno ignoranti! Ma intanto sono così; e patiscono, ed hanno patito dacchè sono al mondo; e dacchè sono al mondo si sono rassegnati, perchè hanno creduto ad un compenso nel mondo di là. Ma va ad illuminarli colla tua scienza; va a dirgli che il mondo di là non esiste; che quando avranno ben tribolato finchè resta fiato nei loro poveri polmoni, andranno sotterra, e sarà finito tutto; che delle gioie che gli altri godono, degli amori che ci consolano, de' tuoi buoni pranzi, del bel fuoco a cui ti scaldi, della poltrona morbida dove siedi comodamente a chiacchierare per distruggere la loro fede, non ne proveranno mai le dolcezze; che se furono diseredati in questa vita, peggio per loro; che l'altra non è che un sogno…. Provati ad illuminare la loro ignoranza prima di farli eguali a te, e vedrai se si rassegneranno ancora, e se non diranno che, poichè non c'è una vita migliore, vogliono ad ogni costo la loro parte di bene in questa.

La sera, nell'ora in cui il tepore del caminetto ed il caffè caldo e profumato tenevano legato il filosofo nella sua poltrona, la zia Giuliana interrogò la Cecchina sulla sua figliola.

—Oh! Dio! Di tutti i miei dolori, quello è stato il più crudele, esclamò la vecchia. Da quel giorno che Michele me l'aveva detto, non potei più levarmelo dalla mente che se ne andava. Più la vedevo rossa, e più pensavo: «Ecco; ha la febbre che la brucia di dentro». La condussi all'ospitale, ma non la vollero tenere; e mi dissero che bisognava nutrirla bene. Sempre carne e vino buono. Dove le potevo pigliare queste cose io? Lavoravo come un ciuco; tutto il giorno alla fonte a lavare, che mi si raggranchivano le gambe pel gelo; tutta la notte ad agucchiare, dormendo appena tanto da non morire; ma ci voleva altro. Quando passavo dinnanzi al caffè e vedevo dei giovinotti forti e robusti che mangiavano delle bistecche, mi sentivo tutto il sangue, tutto il mio sangue di madre, che ribolliva: e dover tornare a casa a darle della minestra di riso a quella poveretta! E così se n'è andata; l'ho vista morire ogni giorno un poco, finchè una mattina mi disse:

—Mamma, torna presto dalla fontana, perchè mi sento come se dovessi andarmene quest'oggi.

Anch'io lo sentivo, e mi si schiantava il cuore. Non andai alla fonte; andai dal parroco, e per quella volta non ebbi vergogna a dirgli che mi desse qualche cosa per fare un brodo a quella povera creatura cara.

Ma quando tornai colla carne, era già fredda. Neppure vederla morire, m'è toccato! Ah! se non fosse il pensiero di ritrovarla nel mondo di là….

—Non aveste mai una consolazione in tanti anni, che ci narrate sempre dolori? domandò la zia Giuliana.

—Mai! esclamò la Cocchina, coll'accento della verità. Poi, riprendendosi, soggiunse:

—La mia consolazione è di pregare il Signore che mi riunisca alla mia figliola nell'altra vita, e che dia del bene a' miei figli che sono tanto poveri che si induriscono il cuore e diventano persino cattivi.

La zia Giuliana prese dal tavolino il trattato di filosofia e lo porse malignamente al professore. Ma quella sera il filosofo non lesse forte, e la mattina dopo, quando Ettore ricominciava a gridare contro la bigotteria della Cecchina, che per andare a pregucchiare gli faceva aspettare il caffè, fu il babbo stesso che disse:

—Lasciala stare, povera donna…. Poichè la sua fede le fa del bene….

Il maestro Cavalletti aveva la moglie, otto figlioli, sè stesso ed una servetta da mantenere; è vero che esercitava due professioni: dava lezioni di pianoforte ad una lira per lezione—prezzo da provincia,—e sonava la viola nell'orchestra del teatro, quando il teatro era aperto, che è quanto dire soltanto nel carnovale. Ma erano sempre undici persone a vivere sul lavoro di dieci dita. È facile immaginare come scarseggiassero i mobili in quella casa. Però non mancava un così detto pianoforte, vecchia spinetta scordata ed inaccordabile, sulla quale tutti i membri della famiglia sapevano eseguire un pezzo ad orecchio, non escluso l'ultimo bambino di cinque anni, che sonava la prima battuta delParigi, o cara,con un ditino solo.

Il più vecchio della casa era il babbo, che non aveva ancora quarant'anni; erano tutti sani, tutti belli, tutti allegri. Dal mattino alla sera la spinetta non si chiudeva mai, e le sue note stridenti straziavano senza posa i nervi dei vicini; ma i Cavalletti avevano dei nervi robusti, e sopportavano con serenità olimpica le stonature, le voci rauche ed affannose di quell'invalida, che da tempi immemorabili formava il diletto della famiglia.

Un'altra cosa, che durava da tempi immemorabili, e che non era tollerata con altrettanta rassegnazione, specialmente dalla signora Cavalletti, era l'assenza completa degli alari nel camino. Ogni volta che s'accendeva il fuoco, bisognava architettare con infinito studio l'edificio delle legna per tenerle sollevate senza quegli arnesi indispensabili. Ma, appena il fascio di rami era bruciato nel mezzo,crac, si piegava, e tutte le legna precipitavano giù nella cenere, soffocavano la vampa e spegnevano il fuoco. Bisognava ricominciare daccapo, per riescire, su per giù, agli stessi risultati, e dopo vari esperimenti, la cenere pioveva fuori dal caminetto, le legna sporgevano nere, polverose, aggressive, tutta la famiglia aveva le mani tinte, e la stanza era più diaccia di prima; le ragazze si lagnavano d'aver insudiciato il ricamo, i ragazzi ridevano, ed i parenti, visto il caso disperato, concludevano che il meglio era andarsi a coricare; si risparmiava freddo, legna e fatica. Soltanto la signora Cavalletti mentre ricopriva colla cenere quel simulacro di fuoco, diceva: «Se ci fossero gli alari!…»

Una mattina il maestro, nell'uscir di casa, vide dal portinaio due alari di ferro. Era la fine dell'anno, l'epoca dei pagamenti, ed il borsellino del maestro non era del tutto a secco.

Si pose a contemplare quei due arnesi, formati da pochi bastoncini di ferro, che parevano due croci.

—Li vuol comperare? disse il portinaio. Sono dell'inquilino del terzo piano che li vuol rinnovare.

—Quanto costano? domandò il maestro, nel quale la tentazione si era svegliata affamata, come una marmotta che si desta dopo sei mesi di sonno.

—Non saprei; ma poco di certo, rispose il portinaio; li hanno dati alla cuoca; è lei che li vende.

Si chiamò la cuoca, si scambiarono domande ed offerte, ed il maestro finì per pagare due lire e cinquanta centesimi quegli alari, che risalirono trionfalmente i tre piani da cui erano discesi, ed uno di più, e furono accolti dalla signora Cavalletti coll'entusiasmo con cui si accoglie l'appagamento d'un ideale.

Quel giorno la serva rientrando dal mercato, i ragazzi e le giovinette tornando dalla scuola, trovarono i bambini in capo alla scala, che, cogli occhi luccicanti ed il sorriso che scopriva i dentini bianchi, facevano a chi darebbe primo la grande novella e gridavano tutti col più alto tono della loro vocina:

—Sai che ci sono gli alari! Ci sono gli alari!

I nuovi venuti, senza nemmeno posare il cappello, colla cartella dei libri a tracolla, correvano a vedere, e tutti gli altri dietro per gioire della loro ammirazione. Anche il maestro, che aveva fatto l'acquisto, quando giunse a pranzo ricevette da tutta la famiglia in coro il grande annunzio, e sebbene rispondesse ridendo: «Li ho comperati io», dovette andar a vedere gli alari a posto nel camino spento, salvo ad ammirarli dopo pranzo nell'esercizio delle loro funzioni. Quel giorno il desinare fu corto. Tutti erano impazienti di dar fuoco alle legna. E la sera nessuno ebbe sonno, nessuno si tinse le mani, la signora Cavalletti non ebbe nulla da fare col fuoco, che crepitava allegro fra rami e ceppi solidamente sorretti dagli alari. Tutta la famiglia, raccolta intorno al camino, apprezzava la nuova agiatezza che s'era procurata, e ne godeva.

—Era una spesa necessaria, diceva il capo di casa.

—E ne avremo finchè vivremo noi, e poi li lasceremo ai nostri figli, soggiungeva la madre.

—Così il caminetto fa buona figura, osservavano le ragazze, e se capitasse qualche amico, non si avrebbe a tremare di vedergli rovinare il focolare domestico sulle scarpe, per disgustarlo delle gioie della famiglia.

E capitò infatti qualcheduno, e si fecero cuocere le castagne per festeggiare l'acquisto degli alari.

Tutti si coricarono tardi, ben riscaldati e contenti; il fuoco, che era stato fino allora una fonte di lagnanze, di disturbi e di liti, divenne un elemento di benessere nelle serate d'inverno, e la famiglia Cavalletti, dopo l'acquisto degli alari, ebbe un desiderio di meno ed un piacere di più.

L'inquilino del terzo piano era un romanziere; uomo d'ingegno, di spirito, colto, amabile, riesciva piacevolissimo in compagnia. Aveva la moglie ed una figliola di sedici anni, colte esse pure, che sapevano intrattenere il capo di casa, e tenergli testa nelle conversazioni, spesso un po' fantastiche, un po' sottili, colle quali rallegrava, e qualche volta turbava anche, le sue serate domestiche. Il dottor Valeri passava spesso la sera dal signor Carpi, che abitava il primo piano del casamento: un riccone che aveva molti quattrini e li spendeva allegramente.

Appunto una sera, entrando nel salotto sfarzoso del suo vicino, il dottore vide luccicare nel caminetto due alari monumentali di bronzo dorato. Non avevano gran pregio per il disegno, e non erano neppure di molto buon gusto. Ma costavano parecchie centinaia di lire, ed il proprietario, che li aveva fatti venire da Parigi, ne andava superbo, senza troppo badare alle linee più o meno artistiche; erano due alari da gran signore, tutti ne convenivano. Cosa si doveva pretendere di più?

—Che progresso! esclamava il signor Carpi giubilando. Quando penso a certi vecchi alari di ferro che ho trovati nel castello di Trestelle quando l'ho comperato, e che ornavano il focolare ospitale di quei marchesi! Io non sono marchese; i miei avi non so che fossero alle crociate; eppure con questi alari se ne comprerebbero dieci paia di quelli là. Al punto cui sono giunti ora ilcomforte l'eleganza, la vita riesce veramente bella.

E, sdraiato in una comoda poltrona, gioiva del suo splendido acquisto, che aggiungeva un lusso di più alle tante ricchezze della sua casa.

Fu appunto quella sera che il dottor Valeri, amante del bello come tutti i poeti, alla vista di quei sontuosi alari di cattivo gusto, sentì tutta la miseria de' suoi rustici alari di ferro, e provò il desiderio d'averne un paio più eleganti dei suoi, e di miglior gusto di quelli del Carpi. Il giorno dopo andò egli stesso nel miglior negozio della città, fece metter sossopra ogni cosa, fece una scelta, poi si pentì, poi scelse di nuovo; mutò parere una dozzina di volte, e finì per comprare due buoni alari di ferro nichellato, conmotividi bronzo dorato, che pagò circa un centinaio di lire. Regalò alla cuoca i loro modesti predecessori, che passarono a deliziare la famiglia del quarto piano, e collocò nel caminetto i nuovi alari maestosi e lucenti.

Ma non si è poeti senza essere un po' filosofi, e non si è filosofi senza essere cavillosi, senza almanaccare e far lunari a proposito di tutto, senza cercare in ogni cosa il pelo nell'ovo, a costo di rendersi infelici.

Quella sera il dottor Valeri, stando accanto al fuoco, incominciò ad osservare ben davvicino coll'occhialetto i nuovi alari, poi disse:

—Questi lavori francesi hanno però sempre qualcosa che non soddisfa interamente il gusto. Li chiamano lavori d'arte industriale, ma «Maurice ne fait rien, c'est Lazare qui fait tout». L'arte ci entra per 5 e l'industria per 95. Sono cose fatte bene, ma, anche in quelle che hanno maggior apparenza di lusso, si vede la lesineria, la preoccuzione del far presto e del buon mercato. In ogni disegno, in ogni fregio, apparisce l'avidità del fabbricante, che pensa a risparmiare cinquanta centesimi di metallo e di lavoro.

—Via! disse la signora Valeri, non cominciamo a guastarci il piacere di quest'acquisto col troppo sottilizzarci sopra. È un fatto che di alari simili se ne vedono pochi.

—Se ne vedono pochi! esclamò il dottor Valeri. E non sai che il fabbricante ne manda migliaia e migliaia di questo stessissimo modello per tutto il mondo? Già, sono copiati, e male, da un paio d'alari del museo di Cluny, che ricordo benissimo, e che vidi anche incisi in un libro del Lacroix. Figurarsi che gusto, avere un oggetto che conoscevo a memoria prima di possederlo, e che forse m'accadrà d'incontrare domani in dieci case d'amici. Metteva conto di spender cento lire per questo!

—Cento lire! sospirò la signorina. E pensare che c'è tanta gente che muore di freddo, e che con cento lire si potrebbero comperare venti quintali di legna! Pensare che quei poveri naufraghi dellaJeannettevanno errando fra le nevi ed i ghiacci della Siberia, senza fuoco e senza pane!

—Ci si trovano per loro volontà, disse la mamma, nè possiamo aiutarli.

—Sì; ma la loro volontà è stata eroica, e quell'eroismo frutta a loro tanti patimenti, i piedi gelati, la tisi, l'oftalmia, forse la morte; e noi perchè siamo indolenti, ci godiamo le poltrone soffici, il fuoco e gli alari…. È la giustizia di questo mondo.

—Fortunatamente queste miserie sono rare, osservò la signora Valeri.Qui non ne vediamo.

—Ma ne vediamo delle altre non meno strazianti, ribattè la ragazza. Alla villa dei signori Icchese, che pure sono dei padroni buoni e generosi, c'è nel casamento dei contadini un vecchio, infermo da molti, molti anni. La mattina, tutti i suoi di casa vanno a lavorare in campagna, e lui rimane solo; non può voltarsi se altri non l'aiuta; deve passare la giornata, otto, dieci ore, sempre nella stessa positura; gli dolgono le ossa fino allo spasimo, gli si lacera la pelle, gli si formano delle piaghe; ma deve rimanere là, immobile sul fianco indolenzito, senza un cane che lo assista; ed è un capo di casa, un padre di famiglia. E quando i giovani rientrano dai campi, stanchi, affamati, lo voltano con mal garbo, infastiditi di quella nuova fatica. Ha il letto in una stanza a terreno, proprio di contro alla finestra; e quando io passavo nel cortile, e lo vedevo là, con quegli occhi fissi e desolati, in quell'abbandono, fra quelle coperte miserabili e sporche, vecchio, sofferente, inebetito, sentivo vergogna della mia gioventù, della mia salute, de' miei bei vestiti, e passavo tutta curva per non far nascere nella sua mente un confronto disperante.

—Tu l'hai veduto soltanto in quest'ultimo periodo della sua vita; in gioventù sarà stato felice. Intanto ha dei figli, dunque ebbe degli amori e delle gioie. Credi pure, bimba, che queste disuguaglianze profondamente ingiuste non possono esistere; la somma della felicità e dell'infelicità è distribuita equamente per ogni vita umana.

—Tu non sai forse, disse il dottor Valeri alla moglie, che questo, prima di te, lo disse il Leopardi. Io ci ho pensato a lungo, ed ho finito col persuadermi che è vero; perchè i piaceri non si gustano se non relativamente alla condizione in cui si vive. Se quel vecchio fosse trasportato nello stato nostro, godrebbe una beatitudine infinita, esulterebbe di gioia. Se egli pensasse a noi, supporrebbe che noi viviamo una vita di delizie. Invece il nostro animo è nient'altro che tranquillo, ed in un angolo del nostro cuore veglia la malinconia. E se nella condizione nostra mettessimo ora un gran signore, il signor Carpi, per esempio, si troverebbe miserabile.

—Eppure, babbo, non puoi negare che abbiamo gustati dei giorni di vera felicità, e speriamo di gustarne ancora; mentre quel vecchio….

—Quel vecchio avrà esauriti i suoi. Noi abbiamo goduti dei giorni di felicità? Li sconteremo più tardi colle ricordanze e coi confronti. L'ha detto anche Dante che la ricordanza dei giorni felici è il maggiore dei dolori. È un fatto che la somma della felicità è uguale per ogni vita umana. Quanto più uno s'affretta a goderla, a restringerla in un breve spazio di tempo, tanto più squallidi rimangono gli anni sui quali l'ha presa in anticipazione. Una donna che è molto bella, molto amata in gioventù, esaurisce tutte le sue gioie, e poi passa il resto de' suoi giorni a rimpiangere la bellezza perduta, a desolarsi della sua decadenza, del suo isolamento. Napoleone I a Sant'Elena era di certo più infelice de' suoi compagni, perchè era caduto da più alto, aveva goduto di più. A noi stessi, questa sera danno piacere questi alari nuovi, ma domani la serata ci parrà più vuota perchè non avremo un'altra novità da gustare. Qualunque cosa facciamo, non possiamo che trasportare da un giorno all'altro la poca gioia assegnata a ciascun giorno, e mangiare anticipatamente la rendita dei giorni futuri.

Rimasero tutti per qualche momento silenziosi, guardando il fuoco malinconicamente.

Intanto entrò la serva, tutta animata e sorridente, e, nell'accendere i lumi per i padroni, disse:

—Scendo ora dal quarto piano. Si è fatto un gran ridere; si sono mangiate le castagne; una vera festa per quegli alari che hanno comperato.

—Ne sono contenti? domandò il dottor Valeri.

—Altro che contenti! Felici! esclamò la serva.

—Ecco, concluse la signora Valeri; loro sono felici, e noi… Sapete che ho da dirvi? Che è un guaio lavorar troppo col cervello, che… «Ah! ne raisonnons pas, c'est bien assez de vivre».

Era una giornata serena dello scorso agosto. Il cielo era tutto azzurro cupo, tranquillo, senza una nube bianchiccia o cinerea, che macchiasse di un'ombra nera le pendici rocciose dei monti; senza neppure quegli screzi rosei a tinte luminose e calde, che sono, sull'infinita serenità del cielo, come l'espressione dell'affetto sulla bellezza d'un volto.

Il sole alto del meriggio spandeva una luce bianca, abbagliante, monotona sul vasto piano della Brianza, ed appena le masse enormi delle montagne gettavano delle ombre scure sulle colline sottostanti.

Nelle adiacenze della villa tutto era fresco e rinverdito dalle pioggie recenti; i fiori abbondavano, e, con quel resto di profumo scampato alle frequenti lavature degli acquazzoni, attiravano i piccoli sciami di farfalle bianche, a svolazzarci intorno il loro giorno di vita.

M'avanzai sulla scalinata fuori dalle sale vaste ed ariose, facendo lunghe inspirazioni di quell'aria buona, e pensando che i contadini, se si nutrono male, se lavorano come negri, se patiscono ogni sorta di disagi, hanno però quel grande compenso dell'aria vasta, abbondante, pura dai miasmi e dalle esalazioni malsane delle grandi città. Hanno la luce, lo spazio e l'immensa bellezza della natura….

Pensavo codesto allontanandomi via via dalla villa, isolata nel suo largo piano di giardini e pergole e boschetti, ed avviandomi verso un gruppo di case coloniche sferzate dal sollione. Mi ricordavo i bei quadri del Santoro Rubens, tanto ammirati all'Esposizione di Torino, ed un po' trascurati dai critici; quei gruppi di case bianche, un po' screpolate, un po' scrostate, battute dal sole ardente del mezzodì, povere, nude, di cui la grande bellezza è la verità. E pensavo, come avevo pensato dinanzi ai quadri del Santoro, che avrei voluto vivere in quelle case, che il bello non è soltanto nelle ville e nei palazzi signorili; che, forse, la villa maestosa che mi ero lasciata dietro, era meno pittoresca di quei casamenti miserabili, a cui l'arte non avrebbe avuto bisogno d'aggiungere nulla, nulla fuorchè il loro immenso sfondo di cielo azzurro, per farne un bel quadro.

In tutto questo c'è la bellezza della semplicità, della natura. I contadini godono il meglio della creazione: vivono una vita primitiva, che è la vera vita, naturale, senza artifizi, e crescono più forti di noi, ed hanno meno impegni e meno crucci; e non hanno il cuore avvelenato dai nostri dubbi e dal nostro scetticismo, e conservano gli affetti vergini e forti. Oh, la pace serena delle campagne!….

Di passo in passo, e di paradosso in paradosso, giunsi nel cortile dei coloni. Sebbene avessi gli abiti corti, dovetti rialzarli qua, e poi là, e poi ancora là, per non insudiciarli in certe pozzanghere melmose, che le oche sorseggiavano beatamente, dimenando la coda in segno di piacere.

Una serie di pollai e di porcili, catapecchie di canne e di legna erette alla peggio, facevano un semicerchio di fronte alle case. Ogni famiglia aveva il suo, ed il cortile ne era circuito ed enormemente ristretto. Ed ogni famiglia possedeva il suo letamaio appena fuori dell'uscio. Sotto la vampa del sole, quelle grandi masse in putrefazione fermentavano, ed esalavano un puzzo atroce che avvelenava l'aria. E tra casa e casa, i fasci di canapa, rizzati ad asciugare, confondevano le loro esalazioni pestifere con quelle dei pollai, dei porcili, del letame. Erano ondate di malaria che mi sentivo entrare per la bocca, pel naso, per tutti i pori, e mi davano un senso di paura che mi limitava il respiro, come se, ad ogni inspirazione, dovessi ingoiare i germi di una malattia.

Ma i contadini non ne facevano caso. Le donne erano sedute sui rispettivi usci coi bambini in collo; i fanciulletti ruzzolavano in terra nel sudiciume, mangiucchiando un resto di zuppa, fatta con pane dì granturco e brodo di acqua e lardo. E gli uomini, che avevano finito quel banchetto, s'occupavano, chi a rassettare la canapa, chi a frenare col badile certi rigagnolotti nerastri e viscidi, che sfuggivano dalla base dei letamai, ricchezze disperse, che s'infiltravano nel suolo infecondo del cortile e delle stanze terrene.

Una giovane bruna, massiccia, con due larghi occhioni stupidi e chiari, annaspava matasse di seta, piangendo in silenzio; un pianto cruccioso, soffocato, punto drammatico, un vero pianto di dolore; un pianto di madre.

Non poteva parlare; furono le altre donne della sua casa, Maddalena la cognata, e la vecchia nonna, che risposero per lei. Aveva una bimba moribonda.

—Sono i denti, disse la nonna. È più d'un mese che sta male a quel modo; ma ora avrà presto finito…..

—In casa nostra i maschi sono forti, ma le bimbe non si salvano, soggiunse la Maddalena. Io ne ho perdute sei…. o sette?….

—Sette, suggerì la nonna.

—È vero, sette. Sono morte tutte. Cosa farci? Sono cose preparate.

—Il Signore ce le dà, il Signore ce le piglia, tornò a dire la vecchia, a cui il puzzo del letamaio insegnava l'apatica rassegnazione di Giobbe,

Un singhiozzo infrenabile della povera mamma; desolata, rispose a quella sentenza crudele. Continuò a girare l'aspo con una mano sola, mentre coll'altra alzava il grembiule, e vi nascondeva dentro le sue lagrime silenziose.

Salii al piano disopra per vedere la bimba malata. La finestra della stanza da letto era chiusa, e, di fuori, una specie di tettoia di paglia scendeva giù come una tenda, per intercettare quella poca luce che avrebbe potuto entrare da quell'apertura troppo stretta. Un odore di granturco, di frutti conservati, di saponata e di panni sporchi, respingeva indietro. La bimba moribonda era stesa sulla culla, e ravvoltolata in una quantità assurda di pannolini, di fascio, di gonnellino, di scialli, tutta roba di colore sospetto, che esalava un odore scellerato. Aveva coperto anche il viso con un cencio di salvietta.

In quell'ora ardente, in quei giorni canicolari, la cosa che faceva più spavento a quel cuore di madre, era l'aria; e soffocava la sua creaturina sotto quel mucchio di sudiciume per preservarla dal freddo.

La piccina era tutta gonfia, e sulle sue piccole membra arrotondate dall'edema, dovunque c'era una di quelle fossette che sono la grande bellezza dei bambini, il tempo aveva deposto una traccia nera. Non potei a meno di farlo notare alla madre, e di domandarle se non lavava la sua figliola.

Mi rispose che attribuiva la sua malattia all'averle lavati i piedini un mese prima,in luglio, coll'acqua del pozzo.

Le diedi un po' sulla voce; cercai di persuaderla che l'acqua non fa male, che la nettezza è il primo elemento di salute, che i bambini vanno lavati spesso, ecc., ecc.

Quelle donne m'ascoltavano meravigliate e la Maddalena disse:

—Ecco. Noi s'ha tanta paura a toccare i bambini coll'acqua fredda, e loro, che sono signori, non ci badano manco.Forsenon si farebbe male a lavarli, come dice lei.

E la nonna, dopo un momento di riflessione, fece questa scoperta peregrina:

—E sarebbero anche più puliti!

Ridiscesi quel rompicollo di scala buia, e tornai nel cortile, seguita dalle tre donne.

La Maddalena teneva in braccio una piccola trovatella, che aveva presa a baliatico dall'ospedale, dopo aver sepolta, come la madre dei Macabei, la sua settima figliola. Era una bimba sottile fino alla trasparenza, delicata e bianca come un gelsomino, ma bella come l'amore dei mortali ne crea di rado.

—Madonna santa! Dice che è bella codesta? esclamò la nonna. Se pare un morticino!

—Sarebbe forse bella, disse la Maddalena che ci metteva dell'ambizione, se non fosse tanto distrutta e senza colore.

—Ma come volete che i bambini stieno bene con questo putridume d'intorno? Perchè avete messo la canapa qui? Non sapete che guasta l'aria, che la rende malsana?….

—Lo crede, signora? disse con aria di dubbio. Noi ci si è avvezzi e non si sente nulla. Si potrebbe ben metterla un po' più lontano la canapa.

—E i letamai? soggiunsi incoraggiata da questa mezza concessione.Perchè non li trasportate giù nei campi lontano dall'abitato?

—Oh provvidenza cara! esclamò la nonna ridendo. E tutti si misero a ridere; poi un uomo si fece innanzi appoggiato al badile con un atteggiamento dottorale e mi disse:

—Ce lo metterebbe lei il suo scrigno, laggiù nei campi? Il letamaio, si figuri che sia il nostro scrigno; è di lì che caviamo quel poco pane. Se lo mettiamo lontano, come si fa a sorvegliarlo perchè non ce lo rubino?

—Ma intanto qui l'aria si guasta, ed i bambini muoiono. Sospirai scoraggiata da quell'argomentazione troppo convincente.

—Questo è vero che ne muoiono tanti, confermò la madre dei Macabei.Ma cosa farci?

E la vecchia soggiunse:

—Vanno a star più bene di noi. Hanno finito di tribolare.

La madre della piccola malata continuava ad annaspare in silenzio, ingoiando tratto tratto un singhiozzo; ed ogni tanto mi guardava con certi occhi ebeti, traverso le lagrime, che facevano piangere. Non avevo mai visto dolore più represso e muto nella sua intensità. Se ne vergognava, e faceva sforzi inauditi per dissimularlo.

Il giorno dopo, quando tornai nel cortile, la bambina era morta.

—E la Teresa? domandai. È lassù presso il cadaverino della sua figliola?

—Che! mi risposero. È andata alla Madonna del Bosco. Dice che vuol star là tutto il giorno.

Se n'era andata, mentre il corpo della piccola morta era sempre là nella culla.

—È andata sola? domandai. Suo marito non è con lei?

—Oh signora! Suo marito è nei campi a lavorare.

—Povera donna! sospirai, addolorata dalla grande sventura che le era toccata.

—Crede, che m'è dispiaciuto anche a me? disse la nonna, dubitando quasi ch'io potessi prestar fede a tanta sensibilità.

—Ed alla mamma rincresceanchedi più; soggiunse la Maddalena, che era riescita a questa scoperta dopo i suoi sette esperimenti.

Più tardi vidi il marito della Teresa seduto sul sasso davanti all'uscio col figliolo primogenito sulle ginocchia. Lo carezzava leggermente colle sue grosse mani; pareva un padre amoroso; credo che lo fosse realmente per quel fanciullo robusto; ma una bimba di pochi mesi, è troppo piccola e fragile cosa, per quelle rozze nature; non ha ancora una personalità; sembra a loro una puerilità il piangere per quell'inezia muta ed inerte nelle sue fasce, come si piange per una persona matura. Gli domandai della moglie, e mi rispose con aria da uomo che la sa lunga:

—Io gliel'ho detto alla mia donna, che non istia a far scene: che non va bene. Vuol ammalarsi anche lei?

—E la lasciate laggiù sola, alla Madonna?

Pietro mi guardò, poi si guardarono l'un l'altro, lui, la nonna e la cognata un po' confusi. Non capivano cosa pretendessi.

—Quando tornerà? domandai.

—Ma! disse la nonna. Non l'ha detto. Ha i suoi parenti da quelle parti; forse anderà da loro.

—Ma verrà prima di sera?

—Chissà! rispose il marito. Potrebbe restare a dormire da' suoi.

Erano tutti tranquilli. Nessuno si mostrava afflitto per la bimba morta, nessuno era inquieto per la madre, il cui dolore, in mezzo a quella rozza apatia, pareva un caso patologico, un esaltamento. Cercavano anzi di scusarla, mi dicevano che era giovane, che era la prima volta che le moriva una creatura, e che era accaduta la disgrazia quando non ci era ancora preparata. E ripetevano come per riabilitarla ai miei occhi:

—Ma fra qualche giorno le passerà, e non ci penserà più.

Ero tormentata dal pensiero di quella donna abbandonata a sè stessa, con quel gran dolore, in un luogo solitario. Pensavo ad alcune mie amiche inconsolabili, che, dopo molti anni, piangono ancora amaramente i figlioletti perduti, e soffrono al vedere un bambino di quell'età. Pensavo di che compianto, di che doglianze, di che venerazione noi circondiamo quel santo dolore di madre, senza che ci riesca tuttavia di mitigarlo. E fremevo all'idea di quell'anima desolata e sola nell'isolamento della campagna, senza una parola amica per confortarla, senza uno sguardo amoroso che vegliasse su di lei. Ai piedi della Madonna del Bosco sapevo che scorre l'Adda; e sapevo pure a che consigli estremi e disperati può condurre un gran dolore.

Tutto il giorno fui in pena; e quando cominciò a farsi buio indussi Pietro ad andare in cerca della moglie. Ci andò per compiacermi, senza comprendere di cosa avessi paura.

Non c'erano che due chilometri, e tornò presto, tranquillo come quand'era partito.

—È andata da' suoi, mi disse. Gliel'ho detto ancora che non deve crucciarsi a quel modo. S'avrebbe pari se s'avesse a far così. Anche a mio fratello è morta una bimba quest'inverno; e bella, e prosperosa! È morta in due giorni di quel male in gola; ed aveva già quattro anni….

—Ma anche a lui sarà dispiaciuto…., osservai.

—Siii; sulle prime gli è dispiaciuto tanto; ma cosa farci? È venuto con me una giornata; siamo stati fino alla sera a Lecco…..

Prima di lasciare la campagna andai daccapo a vedere della Teresa. Era tornata, ma non era in casa. Domandai come stesse:

—Oh le è passato, mi risposero parecchie voci; poi la Maddalena soggiunse:

—Forsedi dentro le rincresce ancora; ma ora èragionevole.

Passando nell'orto vidi la Teresa, curva a terra che raccoglieva delle patate. La chiamai e si rizzò per salutarmi. Aveva gli occhi rossi e le lagrime le rigavano il viso. Se le asciugò in fretta col rovescio della mano, e si sforzò di sorridere nel dirmi:

—Buon giorno, signora.

Aveva il pianto alla gola e le tremava la voce, povera donna. In quella venivano in su due contadini, un giovane ed un vecchio, curvi sotto il carico enorme di cinquanta chilogrammi di fieno, che portavano sul capo. Sotto quella frangia di erbe penzolanti che li soffocava, il loro volto era violaceo, le vene erano turgide, gli occhi iniettati per lo sforzo. Le goccie di sudore, dalla fronte scendevano sulle ciglia, e prima di cadere pendevano tremolando come lagrime. Nel passarci accanto il più vecchio guardò la Teresa, e fece l'atto di crollare il capo, che però il peso esorbitante gli constringeva all'immobilità, e disse con voce strozzata dallo sforzo:

—È ancora giovane, povera figliola. Lasci passare degli anni, e poi lo capirà anche lei, che quelli che stanno meglio sono quelli che se ne vanno in paradiso.

Tenni dietro coll'occhio a quella vecchia figura ricurva, schiacciata sotto quel carico inumano. Dio gli conservi la fede consolante del paradiso!

—Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo, che ha lo stesso nome di me! esclamava un fanciulletto di undici anni, in sottanella da chierico, entrando tutto affannato nella cucina del signor Dogliani, colla cartella a tracolla, e il panierino della colazione sul braccio.

—Oh!

—Ah sì!

—Che ridere! risposero ad una ad una le tre sorelline alle quali aveva parlato; ma risposero sbadatamente, senza distogliere la loro attenzione dalla cuoca che stava girando lo sprone intorno agli agnellotti per frastagliarli a bei festoncini uniformi.

—Tutti e due i nomi! tornò a dire lo scolaretto accostandosi alla tavola. E guardava le bambine aspettandosi di vederle molto meravigliate.

—Tutti e due i nomi! Vincenzo Dogliani!

Ma le bambine avevano ben altro da fare pel momento che dargli retta. La Laura prendeva ad uno ad uno gli agnellotti, e li disponeva giro giro sulla tafferia. La Maria, un po' più piccina, che poteva avere sette anni, raccoglieva i ritagli di pasta man mano che la cuoca li staccava, e li passava all'Elena, la sorella maggiore, già vicina ai dieci anni, che ne faceva una pagnotta, la rimpastava e la rispianava, col matterello.

Vincenzo stette un tratto a guardarle, poi, vedendo che nessuno gli badava, cercò di togliere il matterello all'Elena, col pretesto ch'egli aveva maggior forza per maneggiarlo, e la fece stizzire. Tentò aiutare la Laura, e si fece dar sulla voce dalla cuoca perchè toccava gli agnellotti colle mani sudice; e finì col prendere il vasetto della tafferia, e, colla scusa di infarinare gli agnellotti, fece cadere una tale pioggia di farina sulla tavola, sulle mani della cuoca, sul capo delle bambine, dappertutto, che la cuoca, spazientita, li cacciò fuori tutti quattro, e chiuse dispettosamente l'uscio della cucina.

L'Elena si mise a correre ridendo e scotendo il capo per farne cadere la farina, e gli altri dietro, tenendosi per gli abiti.

Così entrarono come una raffica nella stanza da pranzo, dove il signor Dogliani leggeva un giornale accanto al fuoco mezzo spento, ed una giornante stirava la biancheria di bucato sulla tavola a ribalte, che più tardi doveva essere allargata ed apparecchiata pel pranzo, ed intanto, colle ribalte pendenti e coperta dallo stiratoio, serviva ad un uso più modesto.

In casa Dogliani tutto era modesto. Non c'era salotto, nè studio; quella stanza da pranzo teneva luogo di tutto; era vasta e ben rischiarata da due porte a vetrate che mettevano nel giardino. Presso una di quelle porte, che non si apriva mai, c'era un tavolino da lavoro dove la Caterina, ch'era l'unica serva di casa, sedeva la sera a rammendare il bucato, ed a prepararlo per quella stiratora, la quale andava a giornata una volta ogni settimana. Alla parete di contro era addossata una vecchia credenza, e presso la credenza c'era l'uscio. Le altre pareti erano occupate, una dal camino colla rispettiva cassina per la legna, l'altra da una scrivania sulla quale i ragazzi facevano i compiti di scuola, quando il signor Dogliani non ci sedeva lui col suo librone dei conti.

Il signor Dogliani era un uomo sulla cinquantina, taciturno, spesso accigliato, un po' scontroso. Voleva un gran bene ai figli, ma non lo sapeva dimostrare, o non voleva; di certo non li accarezzava punto, non si intratteneva a chiacchierare e ridere con loro, ed essi erano sempre in suggezione col babbo. Del resto era spesso fuori a sorvegliare i suoi fondi, ed i figlioli passavano la giornata a scuola. Si riunivano soltanto all'ora del pranzo.

Quel giorno, dopo essere entrati con tanto chiasso, le tre bimbe ed il fanciulletto ammutolirono subito appena s'avvidero che il babbo era già in casa. Lo salutarono, poi si raggrupparono intorno al tavolo per guardare la stiratora, che badava a dire: «Laura, non appoggiare i gomiti sulla salvietta che non la posso piegare. Maria, tira indietro le manine, bada che il ferro scotta.»

Vincenzo credette il momento buono per richiamare l'attenzione delle bambine sulla grande nuova che aveva riportata dalla scuola, e che in cucina non aveva suscitata tutta la meraviglia ch'egli si era promessa.

—Date retta dunque, disse a mezza voce. Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo che ha lo stesso nome di me; nome e cognome….

Questa volta il risultato fu più inaspettato ancora della prima, perchè, mentre le bambine stavano per rispondere, la stiratora urtò col piede Vincenzo sotto la tavola, poi si mise un dito sulla bocca, accennando che stesse zitto, e che anche le bambine stessero zitte, che c'era il babbo.

—Che male c'è?… cominciava a dire Vincenzo, alzando apposta la voce, perchè gli pareva che anche il babbo dovesse interessarsi di quel fatto, ed ammonire la stiratora che lo lasciasse parlare.

Ma il babbo non intervenne, e l'altra daccapo ad urtargli il piede con più forza, ed a fargli dei cenni misteriosi perchè stesse zitto. Poi disse:

—Fammi il favore, Vincenzo, domanda alla Caterina se l'altro ferro è caldo.

Era una buona donna, vecchia di casa, avvezza a trattare i ragazzi senza cerimonie, e Vincenzo obbedì, ed uscì correndo per andare in cucina. Ma non poteva capire perchè non s'avesse a parlare dinanzi al babbo di quel suo compagno fenomenale. Era così bello d'aver quella cosa meravigliosa da raccontare! Dacchè aveva udito la combinazione strana di quel nome, era stato ansioso d'andarlo a ripetere a casa, di chiacchierarne colle sorelline, e colla Caterina. Perchè mai glielo proibivano?

—Perchè mai? domandavano impensierite le bambine che erano corse tutte in cucina sulle calcagna del fratello, secondo una loro abitudine di partire e di arrivar sempre in frotta come una volata di passeri.

—Zitti, ragazzi! esclamò la stiratora, entrando anche lei in cucina col ferro in mano col pretesto di cambiarlo. Non parlate di quello scolaro nuovo dinanzi al babbo.

—Ma perchè, Rosa? Di', perchè? esclamarono in coro i bambini, piantandole in volto i loro otto occhi sbarrati, curiosi, come otto punti interrogativi. E la Rosa, sempre affaccendata e misteriosa;

—Perchè gli farebbe dispiacere. Lasciatemi andare, via….

—No, no. Di', che cosa gli importa al babbo? Che cosa c'è da far dispiacere?

—Non gli fa dispiacere, lo irrita.

—Ma perchè? Perchè?

—Ve lo dirò poi; lasciatemi andare, che non s'avveda che sono uscita per parlare di questo. E cercava di svincolarsi; ma i ragazzi la stringevano davvicino:

—No, no. Dillo ora, Rosa. Perchè?

—Perchè quel ragazzo è figlio d'un suo fratello; ma zitti; vi dirò tutto questa sera. E profittando dello sbalordimento prodotto da quella rivelazione, la Rosa sfuggì alle otto braccia che la trattenevano, e tornò al suo lavoro.

Questa volta sì che lo stupore fu grande! Esistevano un fratello del babbo, ed un suo figliolo! Dunque essi avevano un cugino! I ragazzi perdettero la parola dalla stupefazione, ed invece di correre tutti in sala da pranzo dietro la stiratora, come non avrebbero mancato di fare in tutt'altra circostanza, rimasero aggruppati sull'uscio della cucina a fare delle congetture, a parlare tutti insieme, finchè la cuoca li chiamò perchè aiutassero a preparare la tavola, mentre la Maria stava ancora domandando a tutti «se un cugino che non si è mai visto resta cugino egualmente» senza aver ottenuto una risposta che schiarisse il suo dubbio.

Di solito a pranzo il babbo domandava:—Cosa c'è stato di nuovo alla scuola? Ed i ragazzi cominciavano a raccontare, si animavano, parlavano forte, ridevano o si bisticciavano; e, ad ogni modo, il signor Dogliani poteva tacere e pensare a tutt'altro, senza che per questo regnasse nel desinare di famiglia quel silenzio glaciale, che toglie l'appetito e fa cattivo sangue. Ma quel giorno non la fece la domanda che dava la stura alle chiacchiere. Di certo aveva udita la famosa nuova di Vincenzo, e non voleva che se ne riparlasse.

Fu un pranzo silenzioso, sbrigato alla lesta; e subito dopo il signorDogliani uscì.

Si può figurarsi con che furia i ragazzi si precipitarono in cucina intorno alla Rosa che finiva di mangiare, per farle dire di quello zio e di quel cugino.

—Sì; il vostro babbo aveva un fratello, disse la Rosa; ed erano venuti su insieme come voialtri, e, da uomini fatti, vivevano ancora uniti. Possedevano questa casa in Santhià, ed un po' di terreno che non bastava a farli vivere. Quell'altro, il signor Teodoro, faceva dei grandi affittamenti di prati e risaie; e vostro padre dirigeva i lavori, teneva i conti, badava al raccolto, alle vendite. Così gli interessi comuni prosperavano. Ma quando tutti e due pigliarono moglie quasi nello stesso tempo, dovettero separarsi. Allora il babbo si tenne la casa; al signor Teodoro toccarono quei pochi fondi di famiglia; e ciascuno tirò via ad affittar terreni ed a farli fruttare per suo conto. Questo fratello qui era di umore tranquillo, pensava a lungo prima di fare una cosa, e non la faceva se non la credeva buona; e la vostra povera mamma era una donnina di casa, modesta, che lavorava dalla mattina alla sera. Quegli altri invece, se il marito era allegro e sbadato e temerario, la moglie lo era due volte tanto. «Se si facesse quell'affidamento di diecimila lire?» diceva lui. «Facciamolo anche di quindicimila», diceva la moglie. E, conchiuso il contratto, badavano a raccogliere i frutti del terreno, ma punto punto a pagare l'affitto; ed a fine d'anno i raccolti erano goduti, quattrini non ne restavano, bisognava ricorrere ai mezzi rovinosi, ipotecare quei pochi fondi che erano rimasti dall'eredità paterna, vendere. Poi, appena avevano ripiegato alla meglio, non pensavano più a malinconie, e ripigliavano la loro vita allegra. C'erano sempre frotte di signori di Vercelli invitati in casa loro, e pranzi e cene che era una baldoria, e viaggi ad ogni tratto.

I bambini stavano a sentire esterrefatti quelle narrazioni che parevano una fola, e tratto tratto scambiavano tra loro degli sguardi che esprimevano una grande ammirazione per quello zio splendido e giocondo. La stiratora continuò:

—Bisogna anche dire che qui voialtri venivate al mondo in fretta e in furia, uno sulle calcagna dell'altro, come fate ora quando correte per la casa, e la vostra mamma, buon'anima, non aveva tempo d'uscir dall'uscio; mentre laggiù c'era un solo bambino, un po' infermiccio che stava seduto in una carriola, e non dava da fare a nessuno.

—Era quello lì della mia scuola? domandò Vincenzo che non poteva figurarsi quel ragazzo tanto lungo, seduto in una carriola da bimbo infermiccio.

—Era quello, rispose la Rosa. Lo avevano chiamato Vincenzo, come te, dal nome di vostro nonno. Come fu, come non fu, un bel giorno capitarono qui il signor Teodoro e la moglie, che non ci venivano mai, e presero il padrone alle strette, là nella stanza da pranzo, e gli fecero una scenata, che li sentivo esclamare e piangere fin fuori dall'uscio chiuso. Il fatto era questo: che il signor Teodoro, con quella smania di far le cose in grande, e di guadagnare grandi somme, si era arrischiato in una speculazione con un negoziante di Vercelli, aveva sottoscritto delle carte per avere denaro in prestito; poi era venuto il tempo di pagare; le carte erano lì che parlavano chiaro, e lui non aveva quattrini. E non c'era modo di uscirne: o pagare, o fallire.

—Che cos'è fallire? domandarono i ragazzi.

—È un imbroglio da negozianti che non mi riesce di spiegarvi. Tanto non capireste. Ma di certo non è una cosa buona, tutt'altro. E qui il padrone strepitava «che non avesse ad accadere quella vergogna, che anche lui ne avrebbe patito nella riputazione, che un galantuomo non deve fallire….» Poi quando quell'altro parlò chiaro e domandò il denaro a lui, ventimila lire che gli occorrevano entro pochi giorni, il vostro babbo si consultò con la signora, buon'anima, e poi rispose:

—Senti; queste ventimila lire io e mia moglie le abbiamo messe da parte a forza di lavoro e di economia, perchè abbiamo dei figlioli; chissà quanto ci vorrà a rifar questa somma, seppure la si rifarà mai coi raccolti che non sono più quelli di una volta. Dunque bada a pensarci seriamente; se questo denaro ti può salvare dal fallimento, pazienza, te lo daremo, e sarà quel che Dio vorrà. Ma se devi fallire ad ogni modo, non lo portar via ai nostri poveri bambini, a cui lasci già la vergogna e gli toccherebbe la povertà insieme.

Ma quell'altro giurò per tutti i santi: «che con quei quattrini là, non solo avrebbe accomodato tutti gli affari suoi, ma avrebbe fatto questo e quest'altro, e guadagnato il doppio di quella somma, e che l'avrebbe restituita coi frutti», e un mondo di promesse alla sua maniera. Qui il babbo non ci credeva a tutte quelle grandezze, perchè sapeva che testa aveva suo fratello; ma disse alla signora:

—Questo gli risparmierà il fallimento; cosa vuoi farci? ci va del nostro onore.

E lei rispose:

—Ma sì; se è necessario daglieli pure, e qualche santo provvederà.

E gli diedero le ventimila lire per salvare la loro riputazione di gente onesta.

Ma non salvarono nulla, perchè il signor Teodoro, quand'ebbe i denari in mano, pensò a fare delle grandi speculazioni in America, e scappò laggiù lasciando qui tutt'i debiti. A Santhià non si parlava d'altro, e qui in casa si è fatto un gran piangere ed un gran vergognarsi. D'allora vostro padre, che era già sempre di poche parole, si è fatto così silenzioso, ed è divenuto più solitario e scontroso che non era prima; perchè gli pareva che la gente nel vederlo dicesse: «Eccolo il fratello del fallito». Dio, se ci ha patito! E la vostra povera mamma,—io le ho sapute da lei tutte queste cose, che mi voleva bene, e mi diceva tutto per isfogarsi,—non fu più lei dopo quel gran cruccio, e per la pena di veder suo marito umiliato a quel modo; si può dire che è stato quello il principio della sua malattia, povera donna, che Dio l'abbia in gloria. Ora sono due anni che il signor Teodoro è tornato dall'America con quel figliolino, che s'è rinforzato un po'; la moglie gli è morta laggiù in mezzo ai selvaggi; e lui ha girato un po' a Vercelli, un po' a Chivasso, un po' a Torino, ha finito di consumare quei pochi quattrini che aveva, ed ora è venuto a Santhià, e vorrebbe che il fratello si rimettesse a far interessi comuni con lui. Glielo ha fatto dire da varie persone, ma il babbo ha risposto che lui fa conto di non aver fratelli, dacchè quello che aveva non è più degno di portare il suo nome, per la cattiva azione che ha fatta. Dice che è stato il disonore della famiglia e la rovina de' suoi figli, e non vuol sentirne parlare. Ecco. Dunque, tu, Vincenzo, bada a non venir più fuori colla tua novità del ragazzo nuovo, che ha il nome eguale al tuo, perchè gli fai dispiacere, al babbo. Questa mattina t'ha udito; ho visto io che il giornale gli si è messo a tremare nelle mani.

Vincenzo e le due sorelle maggiori avevano ascoltato con grande attenzione e curiosità quella lunga chiacchierata, e la prolungarono ancora con molte domande sui particolari, mentre la piccola Maria dormiva placidamente, colle braccia incrociate sulla tavola ed il capino sulle braccia.

Da quel giorno il nuovo Vincenzo Dogliani, quel personaggio di cui non si poteva parlare ad alta voce, e che aveva una storia, divenne, nella immaginazione de' suoi cugini, una specie di eroe da romanzo. Lo chiamavano Vicenzino per distinguerlo dal primo Vincenzo, ed appena questi tornava dalla scuola, le sorelline, curiose di qualsiasi informazioni sul cuginetto, domandavano:

—E Vicenzino?

Vincenzo dal canto suo era sempre pronto a darne notizie.

—Il suo compito è stato il più bello della scuola, Ha avuto nove in geografia. Quest'altro mese avrà la medaglia…

Ma le ragazze preferivano altri particolari meno scolastici. Volevano sapere se era bello, e quanto era alto, e dove abitava, e se il suo babbo non lo accompagnava alla scuola; e, soprattutto, una domanda ripetevano ansiosamente ogni giorno:

—Non gli hai parlato?

Sgraziatamente ci volle del tempo avanti che Vincenzo potesse rispondere di sì. Vicenzino si teneva in disparte, ed evitava studiatamente il cugino. Egli conosceva i rapporti di parentela che univano le due famiglie, e le cause che le avevano disunite.


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