III.DEL VALORE FILOSOFICO DI SOCRATE

III.DEL VALORE FILOSOFICO DI SOCRATE

Una coscienza informata alle più intime convinzioni religiose, che riposano sul concetto dell'intelligenza come autrice e provvidente reggitrice del mondo, ed animata dal vivo bisogno di correggere e migliorare le opinioni altrui, non è ancora precisamente quello, che noi siamo usi di chiamare coscienza filosofica. La energia personale del carattere, congiunta alla rettitudine del giudizio morale, e ravvivata da una incessante lotta con tutti gli elementi più pronunziati della vita sociale ed artistica dei contemporanei, sarebbe bastata per fare di Socrate quello che ci è apparso finora; e per improntare nella sua persona quel carattere di dignità e di costante abnegazione, che la sua vita e la sua morte rivelano egualmente. Egli potea bene divenire un moralista popolare, un riformatore dello Stato, o qualcosa di simile, e pure non rivelare nelle sue convinzioni quel lavoro di esame e di ricerca, che costituiscela natura della scienza: egli potea, insomma, rimanere un eroe di moderazione e di costanza, senza essere un filosofo.

Ma la concorde testimonianza dell'antichità fa di lui l'autore di un nuovo indirizzo nelle ricerche filosofiche; e per quanto la divergenza dei ragguagli possa far nascere dei dubbi sul carattere preciso delle sue opinioni, egli è innegabile, che tolto di mezzo Socrate dalla tradizione filosofica dei Greci, non solo tutto lo svolgimento della filosofia da Platone in poi, ma lo stesso dialogo platonico come monumento letterario diviene inesplicabile.

Fare del valore filosofico di Socrate una quistione può invero sembrare ozioso ed inopportuno; e basta forse guardare un poco le storie della filosofia, e le molte monografie concernenti questo soggetto, per persuadersi, che nessuno più mette in dubbio il valore scientifico e l'importanza filosofica di lui. Tuttavia, se si pon mente alla circostanza non punto lieve, che appena in sul cominciamento di questo secolo si è detto sul conto di Socrate qualcosa che mostri, come la ricca immagine storica e leggendaria della sua persona si presti ancora a venir ristretta negli angusti limiti di una valutazione meramentescientifica[76], e che nulladimeno gli errori ed i malintesi continuano ancora, la nostra questione non parrà nè affatto superflua, nè del tutto tardiva. Molti parlano infatti della filosofia di Socrate come d'un insiemedi verità belle ed assodate[77], e poi disposte nell'ordine metodico di un sistema; e sconoscono in tal guisa la originalità della sua coscienza, e come in lui l'attività scientifica, essendo più un risultato che un proposito, rimanesse sempre nei limiti di un impulso personale. Da un'altra parte, s'è voluto procedere in questa indagine dalla supposizione, che tutte le inconseguenze dovessero rimuoversi,e che certi concetti appena appena accennati dovessero completarsi mediante la congettura; sicchè, misurando il valore di questo o quel pronunziato alla stregua speculativa della filosofia moderna, si è giunti a formare un Socrate immaginario, il quale corrisponde, o molto poco, o affatto nulla a quello della storia. E, in ultimo, come l'ammirazione che s'ha per Socrate si riferisce in gran parte alla morale perfezione del suo carattere, molti hanno stimato cosa naturale, rigettare come apocrifi quei pronunziati che sono inconciliabili con le nostre convinzioni morali; e, confondendo due criteri disparatissimi, son riusciti a falsare la storia per adattarla alle proprie vedute. Sovra tutte l'opinione, che il bene e l'utile siano identici, ha talmente imbarazzato alcuni critici, che, per paura di non degradare Socrate, hanno finito per rigettare la testimonianza di Senofonte[78].

Noi ci siamo facilitata la soluzione del problema, col modo come abbiamo tratteggiata la coscienza di Socrate, ed esposti i vari motivi che lo determinavano alla sua attività correttiva e pedagogica; ed abbiamo così evitato l'inconveniente di prender le mosse dalle qualità formali o speculative del suo ingegno, per dedurne poi tutte le conseguenze dottrinali che i testimoni autentici ci hanno trasmesso[79]; perchè qui non si tratta di un lavoro coscientemente compiuto, per raggiungere la certezza teoretica mediante l'analisi e la critica delle altrui opinioni. Il motivo unico ed intrinseco di quella attività era il bisogno etico della certezza, e la convinzione, che questa non si acquisti se non mediante la conoscenza chiara ed evidente. Cerchiamo ora di caratterizzare sotto questo aspetto il valore filosofico di Socrate.

Senofonte e Platone[80]mettono in bocca agl'interlocutori di Socrate questa notevole accusa, ch'egli solesse ripeter sempre le medesime cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il libero corso all'esposizione dell'avversario, Socrate in fatti non sapea esprimere il suo pensiero in un discorso concepito in forma oratoria, alla maniera di Gorgia e di Protagora suoi interlocutori, nè potea vagare in tutto il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi alla maniera sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa innata sobrietà di spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che era divenuta natura, lo conteneano in certi limiti costanti, ai quali egli cercava ridurre i suoi uditori[81]. Questo fare era monotono, ed avea l'aria di pedanteria: tanto più, perchè rinunziare al mezzo tanto potente della persuasione oratorianon potea non sembrar cosa strana in una democrazia, dove tutte le pubbliche faccende dipendeano dall'arte della parola. Ma tornava forse Socrate di continuo all'affermazione di questa o quella massima morale, per ripeterla ogni istante, ed improntarla nell'animo degli uditori?[82]Era egli forse un moralista bello e compiuto, che catechizza e predica; o tenea forse in serbo uno schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di quistioni? Nulla di tutto ciò. Il suo discorso cadea sopra oggetti disparatissimi, e quali l'occasione prossima li venisse offrendo: nessuno studio nella scelta degli argomenti potea disporre il suo animo alla ripetizione monotona delle medesime cose, nè dalla sua occupazione dialogica risultò mai un complesso di pronunziati, che prendessero forma di massime e di precetti. Le condizioni stesse della coltura etica ed artistica non consentiano, che a quel tempo si potesse apprendere, come avvennepiù tardi, le relazioni morali nell'astratta universalità della massima, o formulare nettamente una esigenza logica; tanto è vero, che i discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero più a sviluppare, ciascuno per proprio conto, i germi che avean raccolto dalle accidentali conversazioni del maestro, che a discutere sul valore positivo di questo o quel principio[83].

Quella monotonia notata dagli avversari non concerneva che l'esigenza della formale evidenza e certezza del discorso; ed era quindi l'intenzionale ritorno ai medesimi presupposti, nel lato formale d'ogni quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come già isolato, e distinto dall'oggetto della ricerca, e come presente alla coscienza del filosofo per sè ed obbiettivamente; perchè agisce solo come reale esigenza dicolui, che ragionando avverte per la prima volta, che il ragionamento dev'essere conseguente, fondato ed evidente.

La maniera corretta e cosciente del ragionare è nella nostra coltura filosofica cosa troppo ovvia, e la nostra educazione ci fornisce ben presto dello schema logico della definizione, della pruova ecc., in guisa, che possiamo al tempo stesso indurre, dedurre, ed argomentare perfettamente, ed aver coscienza della forma logica per sè stessa, e studiarla nei suoi caratteri e nel suo valore: ma tutto ciò era allora impossibile. In Socrate l'esigenza del sapere esatto e formalmente corretto è ancora un semplice atto di personale energia, un bisogno intrinseco di certezza e di acquiescenza alla normalità di una opinione chiaramente concepita, un lavoro che si compie per la necessaria coefficienza dei vari elementi etici della coltura e della tradizione, e non può ancora presentarsi allo spirito come un dato di estrinseca evidenza.

Se noi ci sforziamo per poco di rappresentarci il mondo, secondo l'immagine, che la coscienza anche più colta dei contemporanei di Socrate ne avea espressa nella storia,nella poesia, nelle leggende, nelle massime e nei detti dei sapienti; e se guardiamo poi quanta differenza corra da quella pienezza ed inconsapevolezza d'intuizione, alle aporie della ricerca, solo allora intendiamo quanta profondità filosofica fosse nelle ricerche di Socrate, e la parsimonia stessa dei mezzi da lui adoperati diverrà più degna di ammirazione, perchè è pruova evidente della energia, con la quale egli seppe avvertire la necessità di correggere ad una stregua costante tutte le incertezze della conoscenza ordinaria, e fermarsi poi ed insistere tutta la vita nel criterio acquistato.

I presupposti logici, ai quali tutte le quistioni del dialogo socratico sono riducibili, consistono nella epagoge e nella definizione; e noi cercheremo in séguito di esporre il modo, come queste due funzioni si sono spiegate in quell'orizzonte scientifico che Socrate s'era tracciato. Per ora basterà aver notato, come questa è la prima volta che nello spirito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di determinare la natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna acquistare una coscienza precisa ed inalterabile delle condizioni in cui deve trovarsi la conoscenza, perchèpossa dirsi certa ed evidente. Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato come elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente di sceverare dalla natura immediata e dalle condizioni incerte e fluttuanti del soggetto pensante, apparisce nella sfera della ricerca socratica come qualcosa di affatto connaturato con le esigenze pratiche di colui che ricercava; e senza isolarsi dai motivi che l'aveano praticamente prodotto, acquistò un grado di sufficiente evidenza nella coscienza, tanto da rimanere, non solo principio efficace in Socrate, ma costante centro ed impulso di ogni posteriore attività scientifica[84].

La caratteristica, che noi abbiamo data dell'attività filosofica di Socrate in generale, pare risponda a quello che già s'è detto da altri; e che non serva se non a rifermare un'opinione corrente, secondo la quale Socrate sarebbe stato il primo che avesse avuta una chiara coscienza del valore del sapere[85]. Si è, infatti, detto più volte, che l'idea del sapere sia la scoverta di Socrate, e che cessando per opera sua la esclusiva ricerca del mondo naturale, la filosofia fosse divenuta la scienza dell'idea, del soggetto, dello spirito e così via[86]. Senza la pretensione della novità, noi riteniamo per erronee una gran parte di quelle caratteristiche; e perchè attribuiscono a Socrate una consapevolezza maggiore di quella ch'egli s'avesse, e perchè devono poi fare molte congetture per spiegare ed intendere la natura dell'etica socratica. Basterànotare solo questo, che partendosi dalla supposizione, che Socrate avesse avuto coscienza del sapere preso per sè stesso, come forma o attività in generale, non solo si cade nell'inconveniente di non poter trovare un solo luogo di Senofonte che confermi questa opinione, ma si è poi obbligati a fare una quistione oziosa su la natura empirica oa prioridel sapere socratico, che non c'è motivo al mondo per proporsela; e, in ultimo, si è poi costretti a ritenere, che Socrate abbia in virtù di una scelta, e per certe ragioni teoretiche, limitato le sue ricerche all'etica[87]; mentre la repugnanza contro le indagini naturali deve in lui ammettersi, non come un risultato dei criteri logici che applicava, ma invece come una prima e semplice esigenza delle sue convinzioni religiose.

Abbiamo invero detto, che il valore filosofico di Socrate consiste nella esigenza di un sapere normale e certo; ma la forma limitativa, con la quale abbiamo espressa questa opinione, esclude di fatto tutte le caratteristiche alle quali può in apparenza sembrareche ci avviciniamo. Che il sapere figuri allora per la prima volta come una potenza determinata, e serva a correggere l'opinione e la tradizione, ed a condurre come norma sicura la ricerca del filosofo in tutte le complicazioni e le incertezze del dialogo, ciò non vuol dire, che il concetto del sapere abbia raggiunta una tale importanza ed obbiettività, da segnare esso stesso il termine e lo scopo della ricerca. E quando in fine, dal confronto di Socrate coi precedenti tentativi filosofici si vuole arguire la consapevolezza che egli ha potuto raggiungere della sua posizione storica[88], si viene a confondere due ordini di criteri del tutto diversi; perchè dal giudizio che noi riportiamo su la importanza di una personalità storica, non può indursi qual grado di consapevolezza quella persona stessa abbia raggiunto.

Il valore filosofico di Socrate sta in relazione diretta con l'orizzonte della sua coscienza;nel quale noi abbiamo rinvenuti motivi di natura più immediata, più complessa, e più personale di quelli che conducono esclusivamente alla conoscenza speculativa. Questa determinazione intrinseca della sua attività ci fornisce ora di mezzi sufficienti, per rifare indirettamente, e mediante la congettura, il processo genetico della sua coscienza filosofica, che è stato impossibile d'intendere su la semplice testimonianza delle fonti storiche.

Socrate non occupa immediatamente un posto nella storia della filosofia, mercè l'accettazione o la critica di una tradizione teoretica; e per questa ragione stessa non arrivò all'affermazione astratta del principio logico della certezza, come regolativo della ricerca e correttivo del conoscere comune ed inconsapevole. Le condizioni speciali del suo carattere lo aveano predisposto a sentire profondamente il bisogno di una religione intima e depurata dalle esteriorità della tradizione; e di una certezza etica che lo tenesse libero dalle fluttuazioni dei momentanei interessi e delle opinioni correnti: e quella naturale predisposizione toccò il suo soddisfacimento in un concetto della divinità, che riconosceva insiememente la bellezza ed armonia delmondo, e la libertà umana come predeterminata al bene. La costanza, la fermezza d'animo, il naturale sentimento del giusto, la morale certezza della inalterabilità della legge, la perpetua acquiescenza al corso delle cose perchè riconosciuto provvidenziale, — tutte queste tendenze sollecitarono la sua intelligenza, predisposta alla riflessione, a cercare una norma costante dei giudizi, e trovatala egli persistette ad applicarla come stregua alla condotta morale sua propria, e dei suoi concittadini. E scorgendo egli, che il materiale delle opinioni e dei giudizi etici, qual era raccolto nella lingua e nella tradizione ed espresso nella coscienza politica dei contemporanei, se a prima vista potea avere il suo fondamento nelle costanti condizioni della natura umana, non corrispondeva sempre a quel grado di consapevolezza, che le sue abitudini riflessive gli aveano reso connaturale, il bisogno di fare entrare nell'animo altrui l'intimità e lo spirito di conseguenza lo fece divenire maestro di morale, ed educatore della gioventù.

In questa nostra maniera d'intendere l'attività filosofica di Socrate trovano un posto naturale alcune opinioni, che incontestabilmentegli appartengono, e che altrimenti non sarebbero spiegabili; ed, oltre a ciò, molte questioni, che si non sollevate su la dottrina socratica, rimangono escluse di fatto. Toccheremo alcuni di questi punti.

Molti espositori della dottrina di Socrate non hanno sufficientemente intesa l'importanza di quella opinione riferita da Platone, e indirettamente confermata da Senofonte[89], la quale concerne la limitazione del sapere umano, e la sua assoluta inferiorità al sapere divino. Anzi, si è giunti fino a negare, che questo principio sia stato pronunziato con seria convinzione; ed alcuni hanno voluto spiegarlo con certe ragioni di convenienza, le quali, se pure riuscissero a chiarire qualchecosa, non si sa quanto lascerebbero di genuino nella dottrina socratica.

Quel principio invece, non solo è schiettamente pensato, ma sta tanto in cima di tutta la filosofia socratica, che per sè solo basta a caratterizzarla. Il sapere socratico è essenzialmente identico al fare; e questo convincimento non è il risultato di una equazione, stabilita per via di una serie di deduzioni più o meno fondate sopra un'anticipata conoscenza logica e psicologica, ma è qualcosa d'immediato nella coscienza di Socrate, il quale era arrivato all'esigenza del sapere, spinto appunto dal bisogno di rendersi evidente e certo il giudizio morale. L'esigenza etica ed il bisogno religioso, combinandosi insieme e coadiuvandosi vicendevolmente, lo menarono a riconoscere la limitazione del sapere umano, perchè il sapere del quale egli avea notizia era quello appunto che determina a fare; e, nello stesso tempo, gli fecero ammettere la superiorità del sapere divino, come quello che era impulso ad una più larga sfera di azioni, e ad una produzione più ampia e più perfetta. Non può negarsi, che tutti questi concetti sono espressi da Senofonte con tale una semplicità, e diremmoquasi infantile ingenuità, da non potere per sè soli formare una teologia razionale, sicchè rimangono inferiori di gran lunga, non solo alla teologia cristiana, ma benanche a quella di Platone e degli Stoici; ma questa stessa forma immediata e semplice e una pruova ancora più convincente della loro autenticità. E, misurando alla stregua della coltura greca d'allora il principio socratico della superiorità dell'intelligenza divina su l'umana, si scorge bene, che esso segna un gran progresso nella storia della religione e della filosofia; ed a persuadersene basterà confrontarlo col concetto affatto meccanico dell'intelligenza presso Anassagora[90].

Abbiamo già visto, che ammettendo in Socrate il principio del sapere, come concepitoin abstractoe nella sua generalità, non potrebbe più spiegarsi perchè mai avess'egli dovuto limitarsi all'etica, e rigettare come empia ed infruttuosa la ricerca naturale. Ma il concetto, che s'era formato della limitazione del sapere umano, vale anche ad intendere, sotto che riguardo egli differisse dai Sofisti essenzialmente, e pei motivi e pel fine della sua attività scientifica; per tacere ora di altri punti più determinati, che toccheremo in séguito.

La coscienza sofistica esprimeva l'incontro di due tendenze, che aveano seguito lungamente il proprio cammino, ciascuna per sè stessa, senza incontrarsi e combinarsi nei medesimi individui. Le ricerche su la natura e l'origine del mondo naturale aveano condotto ad una serie d'ipotesi, e queste a porre certi principî, come fondamento e spiegazione del cosmo: e la successione non interrotta dei tentativi avea quasi esaurita ogni possibilità di nuovi principî. Tutta quella tradizioneera al tempo di Pericle, e poco appresso, rappresentata da vari seguaci delle diverse scuole, che tentavano di trovare un'ultima soluzione nella conciliazione di vari principî fin allora tenuti per repugnanti tra loro. Sotto questo riguardo i Sofisti, sebbene nessuno di essi fosse stato capace di elevarsi ad una concezione organica dell'universo, rappresentavano ancora la filosofia naturale, perchè giovandosi tutti di questa o quella supposizione filosofica, la metteano a profitto come generale elemento di coltura. L'altra tendenza poi, che era in essi pia efficace, era quella che risultava dalla dissoluzione dell'antica morale tradizionale, e che cercava una espressione adequata dei nuovi bisogni nella ricerca individuale, poggiata sul criterio della convinzione personale. L'incontro di queste due tendenze non è stato qualcosa di arbitrario e di elettivo nella posizione dei Sofisti; e su ciascuno di essi un motivo diverso ha potuto esercitare maggiormente la sua influenza, mentre gli effetti che produssero furono quasi identici. E questa sola circostanza può spiegare, come quegli uomini di tempra affatto diversa, di tendenze divergenti e qualche volta opposte, essendo natinei punti più diversi nel mondo greco, e trovandosi solo accidentalmente qualche volta insieme, sapessero esercitare una svariata e grande influenza come esortatori dei principi e consiglieri delle radunanze popolari; e, senza un proposito prestabilito e senza unità di dottrina, potessero concorrere tutti a produrre le medesime conseguenze; ed in nome d'un sapere universale e con certe massime riformatrici fossero stati capaci di gettare sfiducia ed irrequietezza negli animi, e di eccitare il gusto per tante svariate discipline. Il nome comune di Sofisti che fu loro dato, e che dapprima non importava una nota di riprovazione, è un indizio sicuro dell'effetto che erano in grado di produrre. Il loro significato nella storia generale della coltura greca è di gran lunga superiore al loro valore filosofico; e appunto perchè non furono dei filosofi, nello stretto senso della parola, divennero istrumenti di propaganda scientifica e creatori di molte discipline positive. Le ricerche grammaticali e retoriche furono da essi intraprese nel fine pratico del corretto parlare e della persuasione oratoria; e le loro indagini influirono in gran parte a fare avvertire le condizioni formali del ragionamentoe favorirono la formazione della logica. La loro attività pratica, e gl'interessi politici che ne regolavano la condotta, li determinarono a ricercare la natura delle relazioni etiche ed il valore delle virtù nella famiglia e nello stato.

L'esame delle dottrine sofistiche non ha che fare col nostro argomento; tanto più, che, se volessimo toccarlo solo di passaggio, tutto l'andamento del nostro lavoro dovrebb'essere cangiato. Qui vogliamo solo notare, che Socrate per molti riguardi può dirsi si aggirasse nel medesimo orizzonte dei Sofisti; tanto che all'occhio volgare egli apparve tutt'uno con quelli. Questa identità consiste principalmente nell'interesse pratico, che era impulso alle indagini scientifiche dell'uno e degli altri, e che aveali egualmente condotti alla ricerca ed alla determinazione dei concetti etici. Sotto un risguardo più generale, Socrate ed i Sofisti coincidevano nell'interesse comune di una consapevole maniera di ragionare. Ma tutta questa apparente identità sparisce, quando si prendono ad esaminare i motivi della ricerca socratica, che risultavano appunto da un bisogno affatto etico e religioso; e poi si confrontano conla posizione del tutto arbitraria dei Sofisti, che, usando l'arte della parola come mezzo estrinseco di persuasione ed accettando in gran parte come legittima la morale ordinaria del popolo, non si elevarono mai ad una perfetta e schietta intelligenza della natura umana. Ma la differenza e la opposizione apparisce maggiormente in quel principio di Socrate, che poc'anzi abbiamo esaminato. Socrate, con l'ammettere la limitazione del sapere umano, non pronunziava solo una massima di morale rassegnazione, o di religiosa riverenza verso la divinità, ma esprimeva eziandio con maggiore evidenza il bisogno di un criterio di assoluta certezza. Il sapere diveniva così non solo formalmente certo, ma intrinsecamente predeterminato ad uno scopo, nel quale dovea attuare, e necessariamente esaurire, la propria attività e potenza. E sebbene sembri, che la relazione, che Socrate stabiliva fra il sapere umano ed il sapere divino, importi una degradazione del primo, e che da essa possa desumersi la relatività e la contingenza della scienza umana; pure, se si guarda più addentro, si vede, che la superiorità di Socrate su i Sofisti consiste appunto nella chiara coscienza che egli s'ebbedella intrinseca misura del sapere, e del modo come essa era predeterminata da tutto l'ordine della natura. Il sapere umano da un canto, ed il divino dall'altro, appariscono come due sfere affatto diverse; ma, in fondo, come la loro differenza non consiste nella diversa natura dei soggetti intelligenti, ma sì bene nel grado di attività e nella diversa sfera d'azione, così s'intende perchè Socrate sia stato non solo capace di dare un largo impulso alle ricerche logiche ed etiche, ma eziandio alla metafisica.

Tutti ora ammettono la differenza fra Socrate e i Sofisti; ma la più parte dei critici nell'assegnarla s'è principalmente fermata alla differenza dei risultati dottrinali, guardandola sotto l'aspetto della certezza logica. Noi veramente non sappiamo intendere, come Socrate avrebbe potuto sfuggire l'eristica e l'antilogistica dei Sofisti, e sentire vivamente il bisogno di un sapere normale ed obbiettivo, se prima le esigenze religiose della sua coscienza non lo avessero disposto ad ammettere nell'intelligenza, come principio dell'universo, una misura assoluta ed intrinseca della intelligenza umana, come relativa e predeterminata all'attuazione del fine individuale esociale del benessere. E, come non può ritenersi, che Socrate adoperasse nella critica dei Sofisti un istrumento di cui non avea notizia, intendiamo dire la logica come scienza formalmente costituita; ed essendo del rimanente innegabile, che dall'attività filosofica di Socrate procedette la critica della Sofistica, che occupa tanta parte del dialogo platonico; per non cadere nell'inconveniente, o d'identificare Socrate con Platone, o di riavvicinare talmente Socrate ai Sofisti, da farli coincidere assolutamente nell'esigenza affatto formale della ricerca senza termine obbiettivo, bisogna ammettere che Socrate fosse premunito contro le divagazioni di una ricerca arbitraria, mercè una chiara ed evidente convinzione intorno al valore etico dell'uomo e della divinità. E questa posizione è quella appunto che apparisce chiara in Senofonte; sebbene i Memorabili, per la loro natura affatto apologetica, e per la poca intenzione filosofica dell'autore, non facciano sempre rilevare l'antitesi tra il principio socratico e la coscienza sofistica.

E qui cade in acconcio di osservare, che il concetto, che noi ci siamo formati del valore filosofico di Socrate è indirettamenteconfermato dalla grande varietà dei risultati scientifici delle varie scuole, fondate dai suoi seguaci; perchè, sebbene un insegnamento affatto orale, e quasi occasionale, qual era quello di Socrate, dovesse di necessità lasciare un largo campo all'influenza della persona, e limitare quella precisa ed esatta trasmissione della dottrina, che può emergere solo dalla comunicazione scritta, pure la natura stessa delle convinzioni del maestro avea dovuto lasciare nell'animo degli ammiratori e seguaci tracce tanto diverse, per quanto era varia in essi la capacità, o di fermarsi alla riverenza per la persona, o di valutare la importanza delle convinzioni etiche, o di sapersi avvantaggiare della tendenza logica per costituire la scienza.

Alcuni hanno considerato Socrate come quello che per la prima volta ha determinato il principio della soggettività; perchè egli, si dice, riducendo tutto il sapere al valore logico della definizione, e valendosi per determinar questa dell'esperienza interna del soggetto, ossia dell'induzione, ha riconosciutonell'esame della conoscenza il principio d'ogni sapere concreto, ed affermato, che il pensiero umano nelle sue normali condizioni è la misura di tutte le cose[91]. Questa soggettività socratica è stata celebrata con una certa pompa di espressioni, che aggiunge niente, se non toglie molto, alla semplicità e spontaneità del filosofo ateniese[92].

Altri poi, insistendo sul termine reale della ricerca socratica, e partendo dalla supposizione, che la costanza, con la quale Socrate prese a determinare i criterî della certezza, non potea essere scompagnata dalla convinzione, che quella fosse la via per intendere e comprendere la realtà delle cose, hanno affermato che la sua filosofia fosse affatto oggettiva[93].

Questo contrasto di opinioni ha ora perduto ogni importanza, e nessuna crederà più, che con termini d'un valore tanto generico, e di un significato, che varia troppo spesso secondo le opinioni di coloro che li adoperano, possa esprimersi completamente una caratteristica storica[94]. Quello che importa è di sapere, fino a che punto Socrate abbia avuto coscienza del suo principio ricercativo, e in che rapporto stesse questa sua consapevolezza con la natura dei problemi ch'egli s'era proposti; e noi abbiamo su questo argomento già discorso a lungo, e tanto da escludere indirettamente l'opinione di coloro, che fanno di Socrate il creatore del principio della soggettività. Aggiungiamo ora alcune osservazioni.

Socrate non differisce dagli altri filosofi che lo precedettero solamente per l'oggetto della ricerca, ma eziandio e principalmente per la maniera seguita nel ricercare, e per lo scopo della ricerca. I motivi individualiprevalsero in lui siffattamente, o la tendenza arbitraria ch'era invalsa in quell'epoca, di subordinare tutto al, criterio personale, lo preoccupò tanto, ch'egli fu al tempo stesso rappresentante di un nuovo principio, ed iniziatore di una reazione assoluta contro le opinioni relative e soggettive dei Sofisti. Ma il principio del sapere non può dirsi gli fosse presente alla coscienza, in un valore incondizionato, e nella sua assoluta indifferenza rispetto al contenuto ed al fine dell'attività umana. In conseguenza può dirsi, che Socrate abbia influito ad approfondire la natura del soggetto[95], ed a preparare tutta la filosofia idealistica che venne dappoi; ma questo non importa che il suo principio fosse quello della soggettività. Anzi, non è inopportuno ricordare, che in tutta la filosofia antica il progresso che ci è, dalle rudimentali spiegazioni del mondo fisico fino all'idea platonica ed all'entelechia aristotelica, concerne sempre lo studio, l'analisi, e la deduzione della realtà, qual'essa è stata percepita ed appresa dal soggetto, senza che il filosofo si elevi a contrapporre il soggetto preso per sè stesso all'oggettoin quanto estrinseco; perchè la stessa scepsi filosofica intende la contradizione solo come uno stato erroneo della rappresentazione, non mai come fondata in una reale ed essenziale opposizione di soggetto ed oggetto. La scepsi socratica, che in séguito esporremo, non ha niente a fare con la generale quistione su la conoscibilità delle cose; e rimane sempre predeterminata dal fine pratico, che ha il suo fondamento nella relazione dell'uomo con la divinità.

Che se per questa ragione vuol dirsi che la filosofia di Socrate è oggettiva, una simile opinione ci par giusta solo fino al punto, che non si attribuisca a lui più consapevolezza di quella che s'avea; ed a condizione si ammetta, che tutta la filosofia greca è oggettiva: perchè non è che una successiva e lenta esplicazione della ricerca, sul dato della tradizione e su l'immagine concreta del mondo, che non supponeva un ideale metafisico-religioso, come quello che il cristianesimo ha lasciato in eredità alla filosofia moderna, con tutta la evidenza di una profonda opposizione fra Dio e mondo, spirito e natura.

La fisonomia della ricerca socratica è tanto originale, ed esprime così al vivo la spontaneità e le personali esigenze di colui che ricercava, che a molti è sembrato naturale di scorgere in Socrate una certa natura di spirito mistico e profetico, che non consente venga egli considerato come uomo d'ingegno e di tendenze speculative. L'immediatezza mistica e religiosa, che non va ristretta nei limiti della schietta filosofia, si sarebbe appalesata in lui come in un apostolo ed in un profeta; sicchè molte delle sue massime, più che il risultato di un'attività scientifica, sarebbero l'espressione di uno spirito affatto religioso, e dotato del misterioso dono dell'ispirazione. Questa opinione[96], che non ha certo la sua conferma nelle testimonianze autentiche, per quanto possa apparire, e sia invero, strana e paradossale, ha un certo fondamentonella difficoltà che si prova a concepire ed intendere tutto quello che c'è di nuovo nella coscienza filosofica di Socrate, se si prende solo a considerare la semplice tradizione teoretica, e si prescinde dalle speciali condizioni della sua persona e della sua coscienza religiosa. E, da un'altra parte, la poca o niuna conoscenza dello sviluppo della coscienza religiosa dei Greci può indurre in molti la falsa opinione, che tutto quello che contradice al grossolano concetto della mitologia sia qualcosa di straordinario, mentre invece non è che una delle fasi del normale sviluppo della coscienza ellenica.

I tratti storici, che possono desumersi da Senofonte e Platone, valgono tanto ad intendere il sano sentimento religioso di Socrate, il quale non ha niente di non ellenico, che non c'è punto bisogno di supplire con avventate congetture un elemento, del quale la storia ci fornisce con tanta evidenza, e di svisare Socrate, ch'era Greco anzi Ateniese, per farne qualcosa di simile ai profeti dell'Antico Testamento, o ai mistici cristiani.


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