IV.DEL METODO DI SOCRATE

IV.DEL METODO DI SOCRATE

La esplicita testimonianza di Aristotele[97], che Socrate fosse stato il primo ad introdurre l'induzione e la definizione, è di un valore storico incontrastabile; e nel suo carattere limitativo esprime nettamente la posizione, e l'importanza di Socrate nello sviluppo delle ricerche logiche. Ma bisogna pure osservare, che per Aristotele il concetto della logica è di una natura affatto determinata; sì perchè egli ha escogitato ed esposto un complesso di forme e di principi così ricco ed esteso, da esaurire quasi del tutto l'argomento; come perchè ha avuto una coscienza netta della funzione logica in tutte le branche del sapere concreto: in conseguenza di che la sua testimonianza, assottigliando troppo in una forma schematica ed astratta il risultato dell'attività scientifica di Socrate, non vale a riprodurnei motivi, la genesi e lo sviluppo. Se il dialogo senofonteo e platonico non fossero lì sotto i nostri occhi, per attestare l'impressione genuina che la conversazione socratica lasciava nell'animo degl'interlocutori, e per rappresentare al vivo, e con drammatica evidenza i contrasti ed i pratici motivi, che determinavano Socrate a ricercare la definizione mediante il discorso, l'affermazione di Aristotele non sarebbe valsa ad altro, che a tenerci, in generale, informati della norma, che quello avea seguita nelle sue indagini. Oltre di che, era Aristotele tanto inteso a mettere le ricerche logiche in armonia coi suoi postulati sistematici, e con le formali esigenze della sua metafisica, ed avea raggiunta una così piena e perfetta notizia della funzione dimostrativa, che non potea farsi più un concetto delle esigenze psicologiche ed etiche, che aveano preparata e determinata la definizione socratica.

A molti degli espositori moderni è sembrato cosa naturale di asserire in genere, che Socrate sia stato il primo fra i filosofi, che abbiano avuta una coscienza netta del valore del metodo, senza che si dessero alcuna briga di esporre, nella sua forma originaleed autentica, il carattere genuino del metodo socratico[98]. Il concetto ovvio della induzione, come di quel procedimento logico secondo il quale si risale dal particolare all'universale, dal noto all'ignoto e così via, è stato spesse volte applicato al metodo socratico, con tanto poco gusto e poco lodevole facilità, che ci è parso davvero strano come non si sia generalmente notato quanto fosse inverosimile che Socrate avesse acquistata una coscienza netta e chiara di un procedimento, che tuttora non è dei meglio determinati[99]. E, inoltre, questo procedere dal particolare all'universale, che è facile ed ovvio nella nostra coltura scientifica, perchè ben per tempo siamo assuefatti a pensare i concetti nelle loro generali determinazioni, non si può capire come potesse immediatamenteacquistare nella coscienza di un uomo il valore di una regola costante, ed appresa in astratto, mentre le condizioni reali in cui si è svolto non erano punto favorevoli alla generalizzazione logica. E se noi ci limitassimo a pronunziare un giudizio sul metodo di Socrate, che fosse espresso nella breve e succinta affermazione, che egli si sforzava di determinare analiticamente il valore di un concetto, per fermarne inalterabilmente la natura mediante la definizione[100], dovremmo ben presto avvederci, che questa determinazione dice molto poco, ed è al tempo stesso difettosa, perchè assume come mezzo di spiegazione quello che dee appunto cercarsi di spiegare.

Prescindere da ogni anticipata teoria psicologica e metafisica, e seguire attentamente la genesi del dialogo, questa è la sola via che possa tenersi, con la speranza di riprodurre fedelmente le condizioni reali nelle quali si produsse la definizione socratica.

L'immagine della vita, che mercè la percezione e la incosciente riflessione si forma e sviluppa nella coscienza comune ed incolta, consiste in una mutabile e perpetua vicenda di rappresentazioni e sentimenti, su la quale le leggi del meccanismo psichico esercitano il loro assoluto ed esclusivo dominio. Solo l'interesse individuale della propria conservazione e la ripetizione di certi atti abituali possono imprimere nell'insieme delle rappresentazioni, che sono successivamente presenti alla coscienza, degli impulsi per certe direzioni costanti; mercè i quali si stabilisce il predominio di alcuni elementi della vita psichica su tutti gli altri, ed in conseguenza di questo predominio, essa si costituisce in tutte le sue specificazioni, come carattere, costume ed abito. Nella sfera della valutazione, questa costanza assume la forma di opinione, e viene espressa come giudizio tradizionale di una classe, di una casta o di un popolo. Questa opinione tanto più è parziale, ostinata ed esclusiva, in quanto che, poggiandosi sul meccanismo naturale della vita psichica, nonammette la libera scelta dell'individuo, e non lascia a tutti gli elementi dell'anima il campo libero per coadiuvarsi e fortificarsi. La coscienza dell'individuo, in questo primo e più semplice stato della vita psichica, obbiettivando imperfettamente, riesce a considerare come qualcosa di esterno e di assolutamente immodificabile il limite intrinseco della propria attività, e confondendo le proprie condizioni con quelle della natura, naturalizza sè stessa nel mito, nella parola tradizionale e nel costume.

Questo stato primitivo della coscienza umana, sebbene corrisponda all'epoca della prima formazione della società, si continua e perpetua anche nei periodi posteriori della storia, perchè acquista un carattere sostanziale nei costumi e ferma la sua espressione nei miti e nella poesia primitiva. Il sorgere successivo ed il lento sviluppo della riflessione, che sono determinati da cause molto complesse e varie secondo gl'individui, non riescono ad escludere tutto ad un tratto le diverse manifestazioni di quella coscienza primitiva ed irriflessa; e la trasformazione degli antichi elementi in concetti, coscientemente appresi e pensati, non avviene che per lavia d'un lungo processo, e di una lotta assidua, incessante e secolare. Questo processo di trasformazione non ha luogo solo per l'azione di quei motivi intrinseci di esame e di critica, che possono dirsi teoretici; ma emerge necessariamente dalle collisioni pratiche fra la volontà dell'individuo e l'opinione tradizionale espressa nel costume; e, più tardi, assume il carattere d'una lotta sociale fra classe e classe, individuo e individuo. Nella storia, di questa lotta, quello fra gli elementi della vita primitiva, che offra più materia al contrasto e che persista con maggiore tenacità, è la lingua, che nell'epoca delle tradizioni primitive e della poesia popolare esprime, per tutti egualmente, dei criteri costanti di valutazione, e che conserva nelle epoche posteriori l'apparenza di una norma, alla quale tutti gl'individui debbano necessariamente ed inevitabilmente adattarsi. Ma, quando gli uomini hanno cessato di trovarsi istintivamente d'accordo in quello che deve chiamarsi giusto, virtuoso, onesto, lecito, santo, empio, ecc., e hanno perduta la fede in quei tipi astratti del mito e della leggenda, nei quali la fantasia primitiva avea espresso ed ipostatato i comuni criteri della valutazione morale,allora sorge necessariamente nell'individuo il bisogno di rifarsi da sè quella certezza, che prima avea nell'acquiescenza in un criterio comune e naturale, e dice τὶ ἐστι?[101]

La storia delle trasformazioni della coscienza etica è espressa nella letteratura greca in una forma monumentale: ed ora riesce ancora possibile al critico ed al filosofo di seguirla in tutte le sue fasi e di notarne minutamente le gradazioni e lo sviluppo[102]. Le relazioni etiche, gli affetti dell'animo, le passioni, i giudizi morali passano successivamente per una serie di determinazioni sempre più profonde e più ricche, finchè la divergenza dei criteri individuali non arriva a suscitare il bisogno dell'indagine, dell'esame e della critica, e ad esigere che la ricerca ristabilisca coscientemente, nella forma riflessa del sapere scientifico, il criterio della certezza. I Sofisti rappresentano, come filosofi e come organi della coltura generale, questo statodi morale inquietezza, che esercitava tanta influenza nella vita pubblica, e fino nelle produzioni dell'arte drammatica; ma nessuno di essi fu dotato dell'energia morale, che era necessaria per rifare con la scienza quello stato di certezza intrinseca, che la coscienza etica esige come condizione essenziale[103].

Quali motivi di pratica certezza spingessero Socrate alla ricerca etica, e quali elementi d'intima convinzione morale avess'egli riposti nella eccellenza e bontà del suo carattere, non abbiamo più bisogno di ripetere.E, se noi diciamo che il metodo era per lui un bisogno individuale; o meglio, che l'esigenza pratica della determinazione esatta dei giudizi morali dovea assumere in lui la forma di una costante e normale ripetizione di un certo processo intellettuale, non crediamo, per le cose dette innanzi, di pronunziare un giudizio infondato, e che deva essere inteso come restrittivo della importanza filosofica del dialogo socratico. La pratica e la teoria, l'arte e la scienza non apparivano ancora in quel tempo come attività perfettamente distinte; e l'esercizio di una naturale inclinazione potea raggiungere un grado anche molto elevato di perfezione, senza che l'individuo fosse consapevole delle formali condizioni nelle quali l'arte si svolgeva: sicchè può dirsi, senza difficoltà, che la logica stessa, come naturale attitudine e pratica esigenza, s'è per la prima volta costituita e fermata come qualche cosa d'istintivo e di naturale[105]. Seguiamo ora, per quanto è possibile, lo svolgimento del metodo nei limiti del dialogo socratico, a conferma della nostra opinione.

Tutto quello che gli uomini ordinariamente pensano intorno al carattere delle virtù e intorno ai beni, come mezzi al conseguimento della felicità, deriva solo dall'abito, dalle sociali convenienze, dalla incosciente ripetizione dei medesimi atti e dalla falsa opinione, che s'ha delle proprie forze e della propria missione. E quando i criteri cominciano a divergere e il bisogno di riflettere è divenuto imperioso, perduta la fede in quella misura costante, ch'era riposta nella tradizione e nei costumi, e mancando l'attitudine a riprodurre la certezza mediante la scienza, l'uomo non sa più cosa voglia e non voglia, e che deva lodare o biasimare. E chi è interrogato e deve assegnare la natura di quello che suole chiamare bene, male, piacevole, utile e così via, non ha un punto certo al quale s'appoggi, e non resiste alla tentazione di perdere ogni fede nella esistenza di una costante misura dei valori etici. L'unità estrinseca della parola, che nel costante valore fonetico serba una certa apparenza di uniformità, non vale che ad accrescere la confusione e l'incertezza; perchè, mentre dapprima siamo vinti dall'illusione che le stesse parole esprimano le medesime rappresentazioni, a lungo andarela convinzione, che acquistiamo della profonda differenza che passa fra i nostri e gli altrui concetti, diviene più evidente di quella illusione, e finisce per bandirla del tutto[106]. Nella pratica della vita queste difficoltà teoretiche della coscienza morale menano alla divergenza delle opinioni e all'incertezza assoluta sul valore etico di tutti i predicati che possono concernere la lode o il biasimo; e di qui procedono le inimicizie e l'attrito, che alterano e corrompono le sostanziali relazioni della famiglia e dello stato[107].

Lo spirito ha bisogno di una certa energia per liberarsi da quella illusione di apparente uniformità; e d'una anco maggiore, per determinarsi, mediante una interrogazione sospensiva, alla ricerca del valore costante, che è espresso nel predicato etico. Questo è il primo e più elementare stadio della ricercadi Socrate; il quale, nel bel mezzo d'un discorso che può concernere l'elogio di un'azione, o il giudizio pronunziato sopra una relazione, o sopra una forma costante della vita etica, con una recisa e sospensiva domanda dice: τὶ ἐστι?

Le parole non possono chiarirsi se non col mezzo delle parole; e la possibilità di determinare il valore di una di esse, mediante quello di un'altra, riposa su la supposizione di una costante ed identica associazione di idee, nell'animo di colui che parla e di colui che ascolta. Finchè questa supposizione non diviene convinzione, non si sa fino a che punto qualcosa di realmente pensato risponda all'espressione estrinseca, che ha luogo mediante la parola. Questo stato dell'animo, in cui si cerca di pensare realmente quello che deve essere costantemente inteso e contenuto in una rappresentazione, costituisce l'aporia; l'incertezza, cioè, che occupa l'individuo, nell'atto che s'avvede della propria insufficienza ad afferrare e comprendere il valore intrinseco della propria opinione: e questa aporia è, appunto, lo scopo dell'interrogazione socratica.

I suoi interlocutori sono costretti ad affermare il loro imbarazzo ed a confessarsi ignoranti;perchè in essi, insieme con l'aporia, è sorto il bisogno del vero sapere ed una certa anticipata notizia della possibilità della certezza. Ma l'abito contratto già prima di cadere nell'aporia, l'abito di aggiustar fede al valore delle proprie convinzioni, tuttochè non fossero state mai nè esaminate nè riformate dalla interna esperienza, riprende il disopra, e li fa ricadere nell'illusione. Essi credono di sapere cosa sia il giusto, il santo, l'utile, il bello, perchè l'immagine concreta dei tribunali o delle religiose tradizioni, dei propri bisogni soddisfatti o dei sensi appagati fa loro ritornare nell'animo l'antica opinione; ed essi credono di conoscere davvero il valore etico che si cerca, perchè, nei casi speciali e nelle particolari contingenze della vita, ne hanno avuta una notizia apparentemente completa.

E qui bisogna che l'interrogazione si moltiplichi, e divenga tante domande, per quante sono le rappresentazioni addotte a chiarire e ad esemplificare il concetto che si cerca. Questa nuova esigenza porta con sè un allargamento dell'indagine e un apparente allontanarsi dalla quistione primieramente proposta. Il dialogo s'impiglia in molte e svariatedifficoltà; una corta inquietezza s'impadronisce degl'interlocutori; il risultato diviene incerto, e si è quasi ad un passo dall'eristica ed antilogistica dei Sofisti[108].

E, quasi ad accrescere le difficoltà ed a renderle invincibili, Socrate confessa la propria ignoranza; e nella piena coscienza dell'altrui presunzione ed insufficienza manifesta uno dei tratti più notevoli della sua natura: l'ironia. Il filosofo, infatti, non può, in quella condizione in cui s'è messo, non confessare la propria ignoranza, perchè il suo sapere è pura esigenza, o meglio consiste solamente nella coscienza dell'attuale incertezza. Quello, che egli cerca, deve ancora trovarlo; nè basta che l'abbia ottenuto una volta, perchè lo formuli in una maniera generale e lo tenga in serbo per mostrarlo a quando a quando. Il motivo dialogico, che è il solo movente dellaquistione, varia secondo le occasioni, e porta l'indagine sopra oggetti ed argomenti sempre diversi; sicchè si tratta sempre di eccitare nuovamente il bisogno dell'aporia, perchè questa invogli alla ricerca e fissi implicitamente la natura del processo. E di qui procede ancora, che Socrate, non avendo una notizia anticipata di quello che cerca e mettendo in opera la sua attività formale sempre nei limiti precisi e determinati di un dialogo, comincia dall'ammettere negli altri una piena scienza di quello che si cerca; e dalla loro confessione che nulla sappiano, o dall'incertezza con la quale pronunziano le loro opinioni, è indotto all'ironia, che in lui assumeva la forma costante di un abito filosofico[109].

Pur tuttavia, il semplice interrogare, che menava all'aporia ed alla sospensione d'ogni giudizio definitivo, era già un momento della scienza; e sebbene la confessione della propria ignoranza potesse sembrare una esclusione anticipata d'ogni certezza da parte di colui che interrogava, in fondo non era che un atto di rassegnazione alla intrinseca necessità dello sviluppo del dialogo. La domanda τὶ ἐστι; circoscrive tutta la ricerca sul valore di un concetto alla evidente determinabilità di quello, che in esso si pensa. Il contenuto, che a prima vista sembra espresso nella semplice denominazione, bisogna che sia davvero posto e determinato nella sua inerenza ed identità; e questo processo non può compiersi da sopra in sotto, o, come diremmo noi, deduttivamente, perchè manca ancora la coscienza di un valore logico incondizionato ed assoluto. La determinazione del contenuto costante di una rappresentazione, in altri termini, la elevazione della rappresentazione a concetto, avviene nel dialogo socratico mediante il movimento ascensivo o epagogico della incertezza delle opinioni comuni a quella costanza ed evidenza di affermazioni, che risulta dall'esaurire tutte le comuniaccettazioni della parola in questione. Nella nostra coltura logica apparisce cosa facilissima determinare la inerenza e la vicendevole comprensione delle note d'un concetto, perchè l'attività intellettiva è anticipatamente fornita d'una moltitudine di elementi astratti ed universali, dei quali si serve come di organi; ma, dal punto di vista storico, quel procedimento socratico era di una somma difficoltà, perchè la coscienza non avea ancora alcuna notizia della universalità del concetto, e non avea innanzi a sè che una molteplicità di rappresentazioni, tutte apprese nella loro pratica incertezza e fluttuazione.

Questo processo formativo dei concetti costituisce l'induzione socratica, che abbiamo visto prender le mosse dall'interrogazione. Mediante questa, la rappresentazione, di cui è parola in questo o in quel dialogo, passa successivamente per tutte le sue più ovvie significazioni; ed in questo passaggio riesce agevole, a coloro che ricercano, di notarne i caratteri più costanti e di raccoglierli e comprenderli insieme nell'identità di una forma comune. La rappresentazione, così determinata nel suo valore costante, deve esser tale che possa funzionare da predicato in questoo in quel giudizio, senza che apparisca contradizione o incongruenza. Ma in virtù di questo postulato, che è implicito nella ricerca, apparisce nuovamente l'aporia; perchè il concetto (il nome), già determinato, non esprime tutto il valore della cosa che deve designare, e riesce spesso inadeguato alle reali relazioni, in cui l'obbietto, preso a definire, si trova con altri obbietti analoghi o diversi. Quella determinazione bisogna sia allora corretta. Tutti i casi speciali, nei quali la rappresentazione si presenta nel discorso, costituiscono il largo campo dell'esperienza del filosofo, che cercando qua e là i punti costanti ed evidenti, nei quali l'oggetto che si cerca è presente alla coscienza, se ne vale come di addentellati per progredire con movimento ascensivo verso la sintesi dei vari tratti caratteristici della significazione. Il discorso equivale così ad un reale processo di separazione e di riassunto[110], e mette termine nell'adeguata comprensione del concetto cercato. Il punto di partenza, ossia il nome,che nella sua semplice unità fonetica era dapprima il centro della ricerca, diviene, in ultimo, l'estremo termine del pensiero: quello cui si va a metter capo col farne consapevolmente l'espressione di un contenuto evidentemente pensato; e le immagini concrete, che dapprima s'aggruppavano incertamente intorno alla vaga denominazione, non reggendo più alla nuova sintesi, devono scomporsi e prendere un nuovo posto; e solo il nuovo elemento, che s'è ottenuto mediante la ricerca, il contenuto costante della rappresentazione, raccolto via via mediante l'induzione, può determinare la coordinazione e subordinazione nella quale le immagini devono coesistere, mentre il concetto si costituisce nella certezza ed inalterabilità dei suoi limiti.

Questo lavoro non è una scoverta ma una creazione; perchè non determina la natura di un fatto più o meno remoto dalla immediata percezione interna, ma esprime la produzione lenta e metodica di un nuovo stato nella natura delle rappresentazioni. Il risultato dell'indagine socratica, il concetto definito, acquista, poi che è stato determinato e costituito, il carattere dell'assolutaidentità[111]; e serve così a correggere la rappresentazione e la parola. Ma, come l'attività socratica non riuscì mai ad isolare il formalismo logico dalle condizioni reali in cui s'era sviluppato, così l'interesse dialogico dell'induzione e della definizione non si manifestò che in una forma concreta ed occasionale, come bisogno etico e pedagogico: e non potette, per questa ragione appunto, obbiettivarsi in un'ipostasi metafisica[112]. Nulladimeno, per quanto il concetto socratico sia lontano da ogni idea metafisica, non può sconoscersi che esso sia stato il primo motivo e la prossima occasione delle idee platoniche.

Questa nostra esposizione del metodo socratico è attinta genuinamente dallo schema generico del dialogo senofonteo e platonico; ed è stata ravvivata da una indagine genetica su i motivi dell'aporia e dell'interrogazionesospensiva, Senofonte e Platone hanno per noi lo stesso valore, quando si tratta di assegnare il carattere formale solamente, e non le conclusioni positive del dialogo socratico[113]; perchè solo nella diversità di queste è riposta la novità del platonismo, che cercava ricavare dall'induzione l'assolutezza ed il carattere incondizionale delle idee. Ed abbiamo così evitata la posizione erronea di coloro che, prendendo le mosse dal concetto astratto del metodo, hanno poi cercato di applicarlo alla investigazione del dialogo socratico. Cercheremo ora di completare con alcune osservazioni quella immagine complessiva, che abbiamo delineata.

Nello svolgimento dialogico, che abbiamo esposto, non può sconoscersi la costanza di un formalismo, che si ripete in condizioni fisse ed impreteribili. Quello che noi abbiamoespresso in uno schema generico è stato desunto e raccolto da una molteplicità di casi speciali, che se non tutti rivelano una formale compitezza, pure, nell'insieme, s'integrano in una immagine complessiva. La ripetizione dei medesimi motivi e la incertezza dei criterî nei giudizi morali producevano sempre la medesima esigenza di una verificazione coscienziosa del contenuto normale dei concetti. Ora può domandarsi fino a che punto Socrate avesse acquistata l'astratta consapevolezza delle condizioni costanti della ricerca, o a dirla più esplicitamente: sapea egli di seguire un processo teoretico ed universale, e ne avea nell'animo uno schema generale? Su questa quistione non possiamo più stare a sentire con pari credenza Platone e Senofonte, perchè il primo avea già raggiunto una più perfetta notizia del problema logico, e s'era formato un concetto astratto del sapere, che il secondo è molto lontano dal volere attribuire al comune maestro. Nè può dirsi che Senofonte non avesse avuto sufficiente coltura filosofica, per intendere ed approfondire i pronunziati di Socrate[114]; perchè inquesto caso, non solo bisognerebbe rigettarne assolutamente la testimonianza, ma rinunziare per sempre a qualunque indagine su i limiti che corrono tra la filosofia socratica e la platonica.

E pure, senza insistere di soverchio su la incapacità filosofica di Senofonte, la sua testimonianza a noi pare sufficiente per determinare negativamente il grado di consapevolezza logica che Socrate avea raggiunto; il quale consistea nella normale, ma sempre pratica convinzione, che solo colui che possiede la notizia esatta delle generali condizioni di una pratica attività potesse convenientemente e saggiamente condursi nell'esercizio delle proprie funzioni[115]. Questa logica consapevolezza è ancora tutt'una cosa con la pratica esigenza del retto operare; ed il filosofo, che avea abbandonata ogni indagine su gli oggetti che non concernono immediatamente il benessere umano, per la stessa posizione che s'era fatta, non potea astrarreil concetto del sapere dalla concretezza del saputo.

In conseguenza di ciò, tutte le differenze, che la speculazione posteriore ha scorte nel processo dimostrativo, appariscono nella persona di Socrate come governate ancora da una psicologica motivazione; e si sviluppano nella pienezza della loro formale natura solo nel caso concreto del dialogo speciale. E a questa determinazione, come già altri ha notato[116], non fa eccezione quello che Senofonte riferisce: aver Socrate tenuta per norma sicura del ragionamento il prender le mosse dalle opinioni generalmente accettate[117]; perchè questa, più che una regola logica, è una semplice riflessione sul fatto stesso del dialogo. Nè deve far meraviglia che Aristotele ora dica che il merito di Socrate consista nell'avere fermato il concetto della definizione e dell'induzione, e poi, un'altra volta, si limitiad accennare la definizione solamente[118]; perchè questi due processi erano l'uno ii risultato dell'altro, o meglio l'uno c'era solamente in ragione dell'altro.

Rimane ora a sapere, se, anche con l'esclusione di una dichiarata coscienza logica, il dialogo senofonteo non mostri indizi sicuri di una attività logica più larga di quella che può riassumersi nelle due forme dell'induzione e della definizione. E in fatti non può negarsi, che l'esigenza della divisione, che fu poi tanto approfondita da Platone, vi è evidente, sì nella determinazione del valore intrinseco del concetto, come nell'applicazione di esso qual predicato nel discorso. Lo stesso concetto della pruova comincia a chiarirsi, nei suoi rapporti col valore normativo del concetto; e spesso la varietà empirica delle note del concetto, che erano state raccolte via via nel dialogo, è messa a profitto per determinare un giudizio speciale mediante un sillogismo di analogia[119].

La ricchezza e lo sviluppo del dialogo socratico contiene in germe tutti i momenti logici del processo induttivo; ed è in virtù di quell'impulso che in un'epoca posteriore si costituì la teoria astratta della scienza.

La esplicita distinzione fra il sapere e l'opinione, e fra il concetto e la rappresentazione, h stata frutto della speculazione platonica. Ora ad alcuni è sembrato conveniente farla risalire fino a Socrate, perchè la forzata interpetrazione di questo o quel luogo di Senofonte[120]pareva potesse confermare l'autorità di quei dialoghi platonici, che comunemente son tenuti per socratici[121]. Ma, se siva a vedere un po' meglio, quella interpretrazione non regge affatto, e l'autorità di Platone non prova niente. Ad altri è sembrato naturale fare di questa quistione un postulato[122], affermando che nello spirito del Socratismo era inevitabile la chiara coscienza di questa distinzione, perchè essa ne determina la certezza intrinseca ed il valore scientifico. Noi invero non sappiamo negare che l'esigenza della distinzione è data in tutto il dialogo socratico; ma, nel difetto di uria precisa testimonianza, non sapremmo dare il carattere storico di un fatto ad una semplice supposizione, per quanto essa possa essere verosimile.

E lo stesso diciamo del principio d'identità, del quale non sapremmo riferire a Socrate la determinazione esplicita, sebbene sia innegabile che costituisca il valore positivo della sua coscienza logica, e si manifesti molte volte nel dialogo senofonteo. E come Platone è stato il primo che l'abbia formulato chiaramente, non possiamo negare, che in quella formula egli non ha fatto altro che esprimere un criterio pratico e costante del dialogo socratico.

Qui cade ancora in acconcio di osservare che, quando si è detto la definizione socratica esser tale da esprimere la realtà dell'oggetto e non la veduta soggettiva del pensatore, in questa opinione non si è detto niente che caratterizzi il valore filosofico di quel processo dialogico. La ricerca scientifica era tanto lontana, a quel tempo, da una generale questione sul valore soggettivo o oggettivo della conoscenza, che qualunque caratteristica espressa con questi termini non definisce nè il valore storico, nè il grado di perfezione sistematica di una dottrina filosofica.


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