V.DELL'ETICA SOCRATICA IN GENERALE,E DEL CONCETTO DEL BENE
Fra tutti gli oggetti conoscibili nessuno offre tante difficoltà alla determinazione teoretica, quanto quel complesso di relazioni che riposano su i nostri giudizi di approvazione o di riprovazione, mediante predicati che esprimono la repugnanza o il compiacimento, e che costituiscono la sfera etica della nostra interna attività. Per isolare quei predicati nella forma di una definizione non basta seguire un procedimento ricercativo, che concerna la distinzione e l'analisi di un dato costante, chiaro alla nostra coscienza nella forma di una rappresentazione estrinsecamente evidente; ma bisogna che essi siano, innanzi tutto, praticamente da noi prodotti ed appresi nella loro efficacia positiva, perchè divengano termini costanti della ricerca. Quello che sia buono, e quindi riducibile alla forma astratta del concetto del bene, bisogna che sia precedentemente appreso e voluto come tale nelle reali e costanti condizionidella vita, e che serva già di norma ai giudizi di valutazione, che noi naturalmente esprimiamo. L'etica, in somma, suppone la coscienza morale, non solo come oggetto, ma come criterio e norma costante del giudizio teoretico. Ma, d'altra parte, la ricerca scientifica non può anticipatamente ammettere, che i limiti dell'investigazione le siano belli ed assegnati dalle naturali condizioni della vita; perchè, siccome è proprio della ricerca, che essa non deve ammettere se non quello che il corso spontaneo dell'esame porta con sè come legittima conseguenza, una qualunque anticipazione dei risultati apparisce lesiva dell'indipendenza e libertà dell'indagine.
Questa doppia esigenza ha esercitata una così decisiva influenza nel campo delle ricerche etiche, che essa appunto è stata precipua cagione di tutti quei falsi scrupoli, che hanno spesse volte menato i filosofi, o a sagrificare la spontaneità del giudizio morale ai postulati del dottrinarismo logico e metafisico, o a degradare la scienza per farne un organo secondario rispetto a quella che s'è chiamata naturale coscienza del bene. E la difficoltà è divenuta ancora più grave, quando s'è voluto rimuoverla con tutto quell'apparato diipotesi psicologiche, che ha dato luogo alle speciose teorie di un'anima divisa in attiva e passiva, o moltiplicata all'infinito in una strana varietà di riluttanti potenze e facoltà; le quali tuttora, volere o non volere, danno fastidio a molti che si sforzano di ricondurre l'armonia nel concetto dello spirito.
Nella prima epoca della scienza etica, quando essa non avea ancora sorpassato i limiti di una ricerca rudimentale, si era molto lontani da tutte queste complicate e difficili quistioni che abbiamo accennate; ed allora si era tanto sforniti di uno schema psicologico e metafisico, che i concetti generici del volere e dell'intelletto e i termini astratti di causalità, finalità ecc. non poteano esercitare un'influenza anticipata su la natura delle indagini, e molto meno determinarne i formali presupposti. Improntare ai concetti tradizionali un valore assoluto ed incondizionato, o sostituire a quelli degli altri che fossero più coscientemente appresi, ma non meno evidenti ed immediati nella loro pratica applicazione, e coordinare poi tutti questi varî concetti nell'insieme di una veduta razionale; — questo era allora il problema dell'etica. I Sofisti e Socrate s'aggiravano nelmedesimo orizzonte sociale e letterario; e sì gli uni come l'altro erano intesi ad esaminare la natura ed il valore dei giudizi etici, che veniano loro trasmessi dalla tradizione, o imposti dalle reali condizioni della vita. Ma le personali condizioni della coscienza di Socrate erano state tanto potenti da rivolgerne tutta l'attività alla ricerca di una norma costante dei giudizi etici; e l'avevano tanto allontanato da quei bisogni di pratica sodisfazione, i quali governano la condotta dei Sofisti, che, sebbene questi fossero vissuti nelle medesime condizioni e fossero stati sollecitati da motivi identici, solo a Socrate può attribuirsi il merito di aver fondata la scienza; mentre dei Sofisti non può dirsi, se non che essi, nella versatilità della loro natura, avvertirono molto vivamente il bisogno della ricerca etica, senza aver prodotto niente che possa dirsi d'un valore intrinseco e durativo.
Non il bene ma i beni formano oggetto della prima ricerca etica[123]. Perchè possa ridursi ad un solo concetto generale, e si riesca a sostanzializzare una relazione ed unpredicato che dapprima si presenta in una molteplicità di situazioni concrete, bisogna non solo che l'attività logica abbia raggiunto un alto grado di perfezione ed una più intrinseca virtù, ma che l'individuo sia eziandio riuscito ad isolarsi maggiormente dalla tradizione e dalla società, in guisa che rifletta nei risultati delle sue indagini l'ideale isolamento della propria coscienza[124]. L'identità del concetto del bene si presenta per la prima volta alla coscienza solo nella denominazione comune dei molteplici oggetti, che sono termine o mezzo all'attività; e quello che impronta all'apparente identità un certo carattere di definizione etica consiste soltanto in quella simiglianza di sentimenti di riprovazione o di lode, che costituisce la naturale coscienza morale. Da questa semplice identità, che esprime la costanza di un giudizio abituale, alla determinazione obbiettiva ed incondizionata di un valore etico ci corre molto; e noi non sappiamo intendere come siansi potute applicare tante vedute, che risultano dall'ulteriore progresso della scienza etica, all'esame di quei pochi pronunziati che formanola dottrina di Socrate, senza che apparisse chiara la incongruenza del criterio. Per Socrate, era tanto impossibile che egli intendesse la natura del bene, preso per sè ed isolatamente come un concetto di valore assoluto, per quanto abbiamo visto essere inverosimile che egli si proponesse la quistione del saperein abstractoed oggettivamente. La sua ricerca etica è qualcosa d'intermedio fra la comune riflessione morale, e la indagine sistematica poggiata su la norma costante di un sapere logico; sicchè segna appunto il termine fra le due sfere ed il primo passaggio dall'una nell'altra. Questo cercheremo di chiarire.
Nella storia della coltura ellenica non si rinviene indizi evidenti di una ricerca etica, prima dei tempi sofistici e socratici[125]. È vero che da Omero ai Tragici, da Talete ad Anassagora, dalle leggende popolari alla severa storia di Tucidide si scorge un continuo progresso nell'imagine della vita etica; e che, essendo le tradizioni mitiche ogni giorno più assorbite dalle esigenze religiose e allargandosiincessantemente l'influenza dei motivi pratici ed individuali, i Greci pervennero ad esprimere e rappresentare l'insieme delle relazioni morali in una serie di concetti determinati e di poetiche invenzioni[126]. I concetti della colpa, dell'espiazione, della coscienza morale, della provvidenza presentano un ampio sviluppo, che può tuttora seguirsi nella più gran parte dei suoi momenti, e che può offrire materia ed argomento a lunghe ed interessanti indagini. Ma tutto questo processo lento e spontaneo, che rivela l'influenza di una più larga coscienza pratica, sorta dall'attrito delle stirpi e delle classi, e mostra al tempo stesso indizi chiarissimi di un progresso avvenuto nella riflessione individuale mercè l'azione di nuovi motivi pratici ed artistici, non può dirsi ancora nè ricerca nè scienza[127]. Il mondo delle relazioni morali era ancora intuito come qualcosa di plastico:era un ordine dato immediatamente nei suoi caratteri essenziali, e che presentava la medesima ferrea ed ineluttabile necessità del mondo naturale.
Il primo apparire della ricerca etica non può certo assegnarsi con precisione cronologica, perchè fu determinato lentamente da cause successive, che non manifestarono la loro azione in un prodotto istantaneo; e, sotto questo riguardo, può ammettersi che la riflessione etica sia più antica dei tempi sofistici. Ma per via di esclusione può e deve dirsi, che i Sofisti e Socrate furono i primi che si proponessero l'esame dei giudizi etici, e che da quel tempo in poi la ricerca etica cominciò a divenire il motivo determinante non solo della filosofia, ma anche di tutta la coltura scientifica ed artistica.
La ricerca etica di Socrate non si è incarnata in una teoria sistematicamente esposta e trasmessa alla posteriorità in un lavoro letterario. Questa circostanza, che non è accidentale e che ha tanta intima relazione con l'altro fatto molto notevole, che la letteratura dei Socratici fu affatto dialogica, avrebbe dovuto mettere in guardia molti critici ed espositori contro la falsa esigenza di voler trovarein Socrate più di quella che egli potea offrire. L'orizzonte delle sue ricerche rimase sempre qualche cosa di affatto personale, essendo la proiezione di un lungo ed intimo lavoro, diretto allo scopo di compensare con la certezza intrinseca del convincimento l'esquilibrio morale ch'era proceduto dalle tendenze arbitrarie dei contemporanei. E, per far questo, egli dovette produrre una nuova imagine del mondo, contrapponendo, in un antitesi insolubile, il campo dell'attività umana alla sfera dell'azione divina nella natura, e distinguendo due ordini di realtà, che corrispondessero ai due gradi di conoscenza che gli erano evidenti: quello che concerne il fine pratico del benessere, e quello che riguarda la produttività divina. Questa differenza, appresa in una forma ingenua ed elementare, determinò per la prima volta il valore intrinseco del bene, e valse a predisporre gli spiriti ad un maggiore raccoglimento nella ricerca del valore incondizionato del giudizio etico; ma non per questo dobbiamo noi giudicare Socrate alla stregua delle indagini posteriori. E, da un altro canto, le convinzioni religiose trascendevano in lui gli angusti confini dell'etica tradizionale, perchè gli offrivanouna stregua più larga alla quale potesse misurare i risultati della sua indagine logica. Nondimeno queste convinzioni non possono chiamarsi nè i presupposti nè le conclusioni metafisiche dell'etica, perchè non segnano le estreme diramazioni di svariate ricerche, ma si presentano come prodotto simultaneo ed immediato di una coscienza ricca di attività morale, che impronta nelle diverse direzioni dello spirito un carattere di uniformità e di analogia. Sotto questo riguardo non può dirsi che Socrate abbia coscientemente fatto un'etica, come disciplina speciale e distinta dalla metafisica e dalla religione, ma che essendo arrivato a proporsi la quistione di una determinazione esatta dei concetti etici, riuscì ad isolare la sfera morale dalla naturale, ed a precisarne i caratteri più essenziali e le forme più comuni.
Non è senza ragione che siamo tornati su l'argomento della coscienza socratica in generale, perchè, ad ogni passo che facciamo nell'esposizione, troviamo qualcosa che non è dottrina; e siamo costretti a confessarci, che nella persona di Socrate la filosofia non ha ancora acquistata la potenza di fare dall'un capo all'altro il processo scientifico, eche deve poggiarsi sopra presupposti di una natura affatto immediata. L'etica di Socrate ha radice nell'esigenza naturale della εὐδαιμονία, e mette capo nella rappresentazione della provvidenza come preordinatrice della natura al fine del benessere umano; e dubita tanto poco di questi presupposti, che non ne fa mai oggetto della investigazione scientifica. E di qui procede ancora, che il Socrate platonico presenta una maggiore intimità, perchè in quella imagine è espresso il risultato di una consapevolezza logica più approfondita.
Ma fino a che punto può ammettersi che con Socrate cominci la scienza etica, se abbiamo tanto insistito su i presupposti non scientifici delle sue convinzioni? La risposta a questa domanda l'abbiamo già data nei due capitoli precedenti, ne' quali abbiamo espresso nettamente il significato del metodo socratico, non perchè fossimo convinti che quello schema logico stesse così isolato e per sè stesso, ma perchè volevamo assegnare l'elemento speculativo dell'etica socratica. Anzi quella forma non è che forma del contenuto etico; ed il dialogo, che non cadeva mai su la definizione dell'animale o della pianta, delsole o della luna ecc., seguiva lo sviluppo che abbiamo esposto solo nell'intento di determinare i mezzi che conferiscono al conseguimento dell'εὐδαιμονία (definizione dei beni), o le attività morali generatrici delle azioni (natura delle virtù), o gli abiti che ne sono conseguenza (stati della vita). Fino a che punto poi Socrate venisse a modificare molti dei concetti tradizionali, in conseguenza dello sviluppo dell'induzione, e giusta le esigenze della definizione, potrebbe solo vedersi in una storia generale della coltura greca; e a noi basterà notare, che egli non si proponeva altro, se non determinare coscientemente il valore dei predicati e dei giudizi etici.
Il risultato della definizione contiene in sè tutto il valore scientifico dell'etica socratica. L'incertezza dei criteri nella valutazione di un bene, nella determinazione del concetto di una virtù ecc. soggiace a tutto quel processo di rettificazione che abbiamo esposto. Nella definizione è data una nuova condizione, un nuovo stato nella vita dello spirito; una certezza superiore alle fluttuazioni dell'opinione è espressa nella cosciente enumerazione delle note costanti d'un concetto. Questa certezza ha il carattere di morale acquiescenza;perchè la sodisfazione, invano cercata nella rappresentazione ordinaria di un bene, si ottiene per la prima volta nella evidenza e perspicuità del significato costante del concetto. Il dialogo socratico si esaurisce nella isolata definizione, mercè la quale l'impulso razionale si appaga di un sapere che risponde alla pratica esigenza del momento; senza che lo spirito cerchi ancora di coordinare insieme diverse definizioni, per distinguere in un complesso di risultati speculativi le conseguenze dottrinali dai motivi pratici. La definizione, guardata nel suo lato concreto, presenta diversi caratteri: l'identità e l'esclusione di ogni altro elemento che possa alterarne e svisarne la natura: la possibilità che venga applicata come sicura norma nell'esame delle umane azioni, con la certezza che quanto vi può essere d'inadeguato alla stessa sia erroneo e falso: la sua immancabile attività, come forza che agisce in un dato senso e per una direzione costante. Sotto quest'ultimo riguardo la definizione è il punto di partenza di tutte le conclusioni dell'etica socratica.
L'esame psicologico degli elementi appetitivi e conoscitivi della natura umana ha da gran tempo cambiata la fisonomia dell'etica,ed ha messo i filosofi nella condizione di cercare in una sfera più larga l'elemento etico del bene. Questa è invece la proprietà essenziale dell'etica socratica, che, prendendo essa le mosse dalla rettificazione delle rappresentazioni mediante il dialogo, nella conclusione logica del dialogo stesso trova la natura del bene; ed essendo la ricerca coordinata all'intuizione immediata della natura umana come tendente all'εὐδαιμονία, la conclusione logica è appresa come tutt'una cosa con la potenzialità del bene, ossia con l'energia morale e con l'efficacia pratica, che producono la vita perfetta. E da questo presupposto procede quella opinione paradossastica di Socrate, che chi conosce il bene non può non volerlo, e deve necessariamente rigettare il male[128]. Noi scorgiamo in questa affermazione tutta l'erroneità di un concetto parziale della natura umana; ma pure essa era una naturalissima conseguenza del supposto, che, cercando l'uomo il suo benessere, non possa rigettarlo quando l'abbia ritrovato.
Prima di entrare nella specializzata esposizione dell'etica socratica, vogliamo qui aggiungere alcune osservazioni di un valore generale.
1) Socrate è stato forse il primo che abbia chiaramente inteso, come il bene non consista in qualcosa di estrinseco, stato condizione o possesso che sia, ma nella coscienza del bene, come mezzo certo per appagare l'esigenza della felicità. Egli ha in tal guisa formolato ed espresso il bisogno dell'intimità, che costituisce il valore personale dell'uomo. Le abitudini, le tradizioni, le doti personali, gli stati e le forme della vita sociale non devono ricevere i predicati etici dall'opinione; ma bisogna che se li facciano improntare, secondo la norma costante del concetto, da una ricerca approfondita e formalmente certa. Questa nuova esigenza è non solo di un gran valore nella storia della filosofia, ma segna eziandio un gran progresso nella coscienza etica in generale, perchè ha determinato approssimativamente il valore intellettivo della coscienza morale, riponendo nella consapevolezza l'impulso principale al ben fare.
2) Questo bisogno di elevare il concetto del bene ad una più alta potenza, coll'isolarlo dalle forme concrete e storiche, importava solamente una maggiore consapevolezza e normalità nella valutazione dei beni in particolare, non una esclusione o modificazione dell'ethos popolare, dal punto di vista di un ideale di pratica riforma. La sfera dell'etica scientifica non è ancora distinta da quella dell'etica pratica; e tutte le relazioni concrete della vita sociale ricadono nella definizione del bene, conservando le loro proprietà storiche ed elleniche, senza che Socrate tenti d'innovare positivamente l'ordine costituito.
3) Ma l'esigenza della consapevolezza avea acquistato in lui tale predominio, e governava sì fattamente le sue pratiche abitudini, che egli facea dipendere il riconoscimento delle forme reali della vita, e di tutte le concrete determinazioni etiche della famiglia e dello Stato, da una cosciente adesione, risultato dell'esame, mercè la quale l'intrinseca energia dell'animo dev'essere disposta ad una serie di atti conformati tutti inevitabilmente al conseguimento dell'εὐδαιμονία.
4) Come la ricerca socratica non raggiunse mai la universalità ed astrattezza delconcetto, per questa ragione appunto rimase molto lontana dalla ipostasi metafisica del bene, che Platone determinò in séguito. La natura etica del Dio di Socrate è un prodotto spontaneo dell'esigenza religiosa, ed un risultato in gran parte naturale ed incosciente della coltura ellenica, che non porta con sè, come legittima conseguenza, la equazione fra il concetto di Dio e quello del bene, o la determinazione dell'uno mediante l'altro. Il concetto del bene rimane così limitato, come l'esperienza cotidiana ce lo fa apprendere e concepire in tutte le svariate condizioni della vita; ed il nuovo elemento della consapevolezza vale solo ad approfondire l'intenzionalità dell'individuo nella ricerca del suo meglio, non a cambiare intrinsecamente la relazione fra il soggetto e la obbiettiva natura del bene.
5) Essendo la ricerca motivata in tutto e per tutto da una pratica esigenza, e sussidiata da una coscienza logica ancora elementare ed imperfetta, non potè compiere tutto il giro sistematico di un'etica scientifica, e cadde spesso in inconseguenze o scese ad affermazioni di una natura affatto popolare. Quest'ultimo lato è quello che la tradizioneprecettistica dei secoli posteriori, per la deficienza di coltura storica e filosofica rilevò con maggiore interesse, finchè si finì per attribuire a Socrate tutte quelle massime che sembravano coerenti all'imagine di un uomo moralmente perfetto[129].