La donna ispiratrice

La donna ispiratrice

Fioriva luminoso e fragrante calen d'aprile in Firenze; quando io ebbi, pur ora, la ventura di passare colà pochi giorni. Nelle limpide e bionde ore mattutine, le vie erano piene di una folla lietamente affaccendata, dolcemente ciarliera e le donne recavan fiori fra le mani, e non so quale fluida gioia di vivere inondava del suo benessere le persone e le cose. Sull'antico Ponte Vecchio, nelle bottegucce degli orafi, le contadine di Fiesole e di Signa si fermavanoa comperare gli ori leggeri e scintillanti, ancora simili, nella forma, ai monili del Trecento, gli ori che doveano adornare il bruno collo di felici spose, e i rudi loro uomini, quasi balzati da un quadro di Masaccio, contrattavano il largo anello nuziale: mentre con passo ritmico, via andavano le fanciulle straniere, cariche di bei gigli fiorentini, di ranuncoli bizzarri, di fini mughetti, andavano pallide e delicate figure di creature esotiche, ignote a noi, figure sparenti in un sogno di beltà e in un segreto desiderio di amore!

Anche, in quelle ore prime, nero e bianco si erge nel sole il Duomo, purissimo di sentimento mistico, purissimo di pensiero d'arte: la gente ondeggiaintorno, col riso negli occhi, e Arnolfo di Lapo contempla il cielo onde gli venne l'ardore e la forza del suo nobile lavoro. Dentro, le penombre si allungano sotto le antichissime volte: ed è con un senso di stanchezza dolce che le ginocchia si piegano, nel tempio meraviglioso, ed è una lenta, lunga, cheta preghiera che sgorga dall'anima silenziosamente inebbriata. Duplice, interiore, muta ebbrezza, che viene dalla fede rinnovellata nelle più fresche e più limpide sorgenti, che viene dalla beltà dell'arte: estasi taciturna che sospinge lo spirito sovra vette sublimi. Ombre vagolano, assai, pianamente, per la vastità: accanto ai vecchi pilastri su cui si appoggiarono le spalle dei padriantichi fiorentini, ancora erano anime cristiane: e con cauti passi i visitatori si aggirano, salutando, ogni tanto l'altare, ove i sacerdoti cantano le liturgie della giornata. Qui, sui gradini della Confessione, presso l'immenso messale miniato schiuso sopra un alto leggìo di legno scolpito, due persone s'inchinano, insieme, accanto. Vengono di lontano, costoro: hanno lasciato il freddo e grigio loro paese, cercando il sole per benedire il gentile e soave idillio del loro sponsalizio, cercando di soddisfare la loro sete di vivere, non solo alla passione santificata innanzi a Dio, ma alla venustà delle cose, alla indicibile leggiadria della natura. La donna è uno stelo sottile,tutta piena di grazia pudica, una bionda gracile e fragile, sotto la veletta bianca che soffonde anche più il fine viso: l'uomo è più pensoso e più terreno.

E ancora, a traverso il tempo, il fascino si perpetua, in quelle anime non italiche, in quei cuori che sentono così diversamente da noi: essi pregano, è vero: ma, quasi inconsciamente, l'amore si fonde nel pensiero religioso e le due mani degli sposi si uniscono, senza che la gentile stretta tenerissima offenda la santità del tempio, ove sorride benignamente Santa Maria del Fiore. E a chi guarda, senza beffarda curiosità, a chi guarda con simpatia, la piccola innocente scena d'amore, lavisione antica riappare, la visione degli amori di un tempio, quando il Poeta vide la sua donna nel tempio e la guardò e l'amò, mentre ella pregava. O roride mattinate di Pasqua, con le campane sonanti nell'aria chiara, con quei canti di donne e di fanciulli, o vesperi di maggio tutti coloriti di roseo e di zaffiro, voi vedeste il Poeta innamorato e voi vedeste Beatrice, questa benedetta, questa donna della salute, questa gentilissima! I nostri torbidi occhi moderni, afflitti e inariditi da tanti mediocri spettacoli, i nostri poveri occhi così disgustati e così stanchi, non possono evocarvi, Beatrice, Beatrice, in questa cara ora, nel Duomo, che fugacemente: voi apparitee sparite e noi non possediamo la magica parola che vi trattenga innanzi a noi!

Ma la magica parola si può ritrovare, nella notte, in Firenze. Se, dovunque, la notte, è suggestiva dei più cari e dei più spasimanti sogni, se, dappertutto, quando le ombre sono ascese dalla terra al cielo, ognuno può rievocare il solo vero bene che possiede il nostro cuore, cioè il passato e ognuno può domandare alle fantasie la parola dell'avvenire, Firenze è il paese più pieno di gentili e seducenti fantasmi. Nella notte, la folla è scomparsa dalle vie: le botteghe, le porte sono sbarrate: sono chiuse e oscure le finestre, i balconi: tutto è silenzio. Le favorevoliombre avvolgono tutto ciò che è nuovo: e quasi che un supremo artista prepari ai nostri occhi uno spettacolo indimenticabile, solo le delicate e forti linee delle antiche case, delle chiese, delle statue emergono e palpitano innanzi a noi. Allora, voi vagabondate senza fine, per le strade deserte e tacite, colpito ad ogni istante da una bellezza schietta che nulla più viola, che nulla più deturpa: voi andate per le viuzze, dove gli alti palagi in cui ancora rifulge la grandezza toscana, mettono le masse dei loro travertini e le sbarre delle loro inferriate, lavorate come gioielli. In queste notti, il fascino del fiume sovra tutto vi vince; va, l'Arno, passando tutto d'argento sottole colonne dei vecchissimi ponti: va l'Arno che ha visto e che sa: i fanali dei Lungarni vi si riflettono e vi tremolano: chinatevi bene, se la notte è limpida, voi vedrete, in Arno, vibrare, riflessa, la luce delle più vivide stelle, la bianca luce di Venere seguace della Luna, la rossa di Saturno. Quanto tempo si resta così, guardando le acque che corrono via? Chi sa! L'ora passa, inavvertita: e innanzi ai vostri allucinati occhi, in una divina allucinazione, qualche cosa di bianco, appare, un candore fuggente. Non è forse la fantasima di Ginevra, forse, nel suo funereo lenzuolo che corre le vie di Firenze? Conoscete voi la istoria d'amore? Ginevra degli Amieri amava edera amata: ma là volontà crudele dei parenti non volle maritarla al gentiluomo che essa amava e la forzò a nozze con un uomo odioso. Ella sofferse due o tre anni, in questo matrimonio: poi, per la pena d'amore che non le dava mai pace, ammalò gravemente e morì. La misero, coperta di fiori, in una chiesa e tutti tornarono alle loro case, lasciando solo quel cadavere, con un chierico che lo vegliava. Ora, Ginevra non era morta, era semplicemente caduta in un torpore mortale; nella notte, si svegliò, si levò dalla bara, si levò dai fiori, vestita di bianco, innanzi al chierico esterrefatto: e sgomenta, smarrita, andò girando come folle, per la città. La prima porta a cui andò a bussare,Ginevra, fu quella di suo padre: costui aperse, la prese per un fantasma, la esorcizzò con le parole sacre e la scacciò via. Allora, essa, desolata, corse alla casa di suo marito: bussò: non le aprirono: bussò ancora: nulla. Tese l'orecchio e le giunsero suoni di risa e di canti. Suo marito cenava giocondamente con una sua amante, dimentico nella notte istessa della morta. Pure quella porta fu schiusa e il marito vide Ginevra: ma egli non disse neppure gli esorcismi, egli la scacciò brutalmente, come una ladra, come una vagabonda e le sbattette la porta sul viso. Povera Ginevra, nella notte, sola, avvolta nelle vesti funebri, cacciata via da tutti, inutilmente risuscitata,ella pensò se non era meglio ritornarsene sul letto funereo e aspettare colà veramente la morte, giacchè niuno più volea saperne di lei. Disperata, con un'idea estrema, ella andò a battere alla porta del suo amore, di colui che ella aveva amato, riamata: era l'ultimo tentativo. Costui venne ad aprire: vegliava, piangeva sulla sua Ginevra morta. Rivedendola in quella ora, così vestita, come pazza, egli non le chiese se fosse un fantasma o un essere vivente: egli non si spaventò, non si arretrò, non si sorprese: semplicemente le tese le braccia e le disse:entra.

Così, nella notte chiara, è dolcissima cosa sedersi sotto la loggia dovel'immenso talento di Orcagna profuse i suoi tesori e guardare il cielo come la bronzea Giuditta lo guarda, e fissare gli occhi sulla piazza ove s'erge il palazzo della Signoria. L'aria è fresca, il silenzio è profondo: il profilo leggiadro e forte che il grande Donatello lasciò all'ammirazione delle genti, pare più puro e più vivo. Allora, se da un fascio di fiori giacente, accanto a voi, sale un profumo primaverile, se qualcuno vi ripete un verso del Poeta, o semplicemente questo verso vi canta nell'anima, siete voi, voi sola, Beatrice, voi che riapparite, più lenta nell'incesso, più molle nell'andare, giovinetta vestita di vermiglio e dalla cinta gemmata, donna che sapevate così passaree salutare, portando via il cuore del vostro poeta. Oh queste apparizioni hanno bisogno della notte alta e solitaria, del grande silenzio dove vegliano da secoli i palazzi e le statue, hanno bisogno di anime umili ed esaltate insieme da tutte le poesie, queste apparizioni sono concesse a chi crede ancora nelle cose del cuore. Ah voi l'abitate ancora, Firenze, o Beatrice, eternamente congiunta in paradiso al vostro Poeta: voi, bellezza, voi, amore, voi, candore, voi, musa, voi, ispiratrice, siete sempre l'anima muliebre dove si assorbe e si esplica la verginalità, la grazia, la mitezza fiorentina: voi lasciate vagare la vostra ombra amorosa e familiare, in queste vie ove eglivi adorò, perchè noi conoscessimo ancora, sempre, la verità profonda e fulgida, la sola verità, che non vi è di poeta senza amore e che nulla vi è di grande, nel mondo, senza la donna, senza la ispiratrice.

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L'ispiratrice, la Musa! Nessun più invidiabile destino, per una donna: nessuna vita meglio vissuta che compiendo piamente il dolce e alto incarico, per cui il Signore presceglie le sue creature predilette. E che significa, per una donna, essere una ispiratrice? Significa, è vero, essere bella, ma di una bellezza che non porti seco il gelo dellavanità e la crudeltà dell'egoismo: significa essere giovane, ma di una gioventù non deturpata dalla frivolezza e dalla superficialità; significa esser buona, non della bontà ristretta e arida che si contenta di non fare il male: significa esser virtuosa, ma non di una virtù arcigna e angolosa: significa essere innamorata, ma innamorata non nel senso esigente, pretensioso e tormentoso, come molte donne, ahimè sono! La beltà di una Musa deve essere fatta della più completa unione fra lo spirito e le linee, fra gli occhi e lo sguardo, fra la bocca e il sorriso, fra la persona e il suo passo: tanto che agli occhi estatici del poeta appaia una figura dove brilli la divina armonia chefa vibrare tutte le corde della mente e del cuore. La gioventù di questa felice donna, che ebbe una così gran parte nel mondo dell'intelletto e del sentimento, deve avere la freschezza rorida del fiore, il candore affascinante, la semplicità che prende e che trascina, la serenità che placa tutte le tempeste: la sua bontà deve essere sapiente, larga, profonda, efficace, fonte inesauribile di ogni dolcezza e di ogni tenerezza, una bontà che tutto sa, che tutto comprende, che tutto perdona, che nulla dimentica, ma che ricorda per perdonare ancora: la sua virtù deve essere clemente e assolvitrice: e il suo amore, questo amore che deve dare al poeta tutta la forza e tutta lafelicità, questo amore, deve essere un miracolo di altruismo, un abbandono tenero e costante, una indulgenza mite e generosa, una passione alta e pure misurata, un senso schietto e silenzioso di abnegazione senza lacrime, di sacrificio senza rimprovero. Non così, forse, eravate voi, Beatrice, cara soave creatura che così poco rimaneste sulla terra, ma che vi restaste abbastanza per compire il vostro fato, ma che deste, dagli occhi e dal sorriso e dal saluto la viva fiamma che doveva perpetuare, nei secoli, il nome del vostro Poeta e il Vostro! Così, così, voi, esile giovanetta di Toscana, amata sin da quando eravate fanciulletta, amabile creatura fatta di preghiera e di amore,tutta serena nella leggiadria e tutta chiusa nella verecondia, creatura che amaste, come nel più bel romanzo di amore che abbia il mondo, nellaVita Nuova, è narrato. Povero, tenue, e pure profondo e vasto e ardente amore, raccontato con la parola più nobile e più schietta, col verso più innamorato e più passionale, riferendone gli episodii più semplici, più giovanili e più ingenui, tanto che ogni uomo, il più rozzo, nellaVita Nuovatrova rispecchiato un suo amore, un suo idillio: giacchè le esistenze più misere e più brutali hanno avuto un idillio, nella vita! Voi eravate così, Beatrice e fra quante donne amarono i poeti, in tutte le plaghe del mondo ein tutti i tempi, fra quante dettero il loro cuore e la loro persona, il loro amore e la loro vita; voi, prima, voi Musa delle Muse, voi, ispiratrice delle ispiratrici, mistico fantasma aureolato, luminoso, precedente, lontano, la lunga schiera delle martiri felici che vissero e perirono per amare un poeta.

Certo, non tutte potettero rassomigliare alla sublime fanciulla fiorentina, che presto la morte rapì al mondo e collocò nella gloria del Signore, dove il suo poeta la rivedette, dove la raggiunse. Certo un essere così giovanilmente perfetto, così datore di ogni bene, così fatto per attraversare semplicemente la terra, per ritornare al Cielo, mai più riapparve nel mondo. Maciò non importa. La donna ispiratrice può non essere bella, ma avrà sempre la grazia che conquide e che meglio conquide: può non essere giovane, ma trovare nell'amore il filtro che le ridà l'ora bella e piena di giovinezza: può il suo cuore essere stato maltrattato dalla vita, ma le donne sanno, dove è il balsamo che tocca e che sana: può avere l'anima abbeverata di amarezza, ma essere più forte dei veleni che prepara l'esistenza. Che importa! La donna è quello che vuole. Nel campo dello spirito e del sentimento, ella può invocare da Dio e volere fortemente tutti i miracoli che vivificano, che trasformano, che risuscitano, che mutano l'essenza dell'anima, che rifanno tuttoun cuore. Ella può quel che vuole, se vuole. Ricordatevi, ricordatevi, voi che avete vissuto, come me, voi cui interessa lo spettacolo dello spirito, ricordatevi quante volte, in nome di un'idea, per un sentimento, perfino per un interesse, voi vedeste mutarsi completamente un cuore muliebre, e dove era la perversità, ritornare la ingenuità più sapiente, più conscia, e dove era la secchezza e il gelo, nascere ogni fiore di dolce colore, di dolce fragranza: ricordatevi, voi cui il problema dello spirito umano tormenta i buoni occhi osservatori, quante volte vi parve di veder nascere un'anima, novellamente, un'altra anima, e ve ne meravigliaste grandemente. Tutti i miracoli sono concessia una donna, quando l'agiti dentro lo stimolo irresistibile di un ideale: tutto esso può sperare, felice taumaturga, in onore di un affetto, sia odio, sia amore. Io credo che si può nascere Salomè e diventare Maria Maddalena, nascere Dubarry e diventare Carlotta Corday, nascere Cleopatra e diventare Beatrice!

Giacchè tutte le Muse che ispirarono i grandi poeti dell'umanità furono donne essenzialmente diverse, di tempi, di paesi, di condizioni così varie e così dissimili, che mai altre. Volti bianchi e volti bruni, fronti dove risiedeva viva la gioventù e fronti già tocche indelebilmente dagli anni, creature austere e fantasie capricciose, anime ilcui maggior pregio era la debolezza e volontà violente di trionfatrici, tutte le forme plastiche e tutte le essenze spirituali formano la schiera delle ispiratrici: eppure sotto la carezza delle loro bianche mani, i cuori dei poeti si aprirono e nacque la poesia alata e folgorante per i cieli dell'arte. Un solo grande vincolo le accomunava, le accomuna ancora, tutte quante, ed è questo desiderio di essere la fonte, donde l'ingegno del poeta trarrà ogni beltà d'immagini e ogni preziosità di forma, di essere la fiamma che incende le polveri onde alta e nobile, non devastatrice, si leva la gran vampa che sorprende le menti degli uomini, questo vincolo le unisce, questa missione grande,spesso dolorosa, spesso martirizzante. Ah dolce e amara cosa essere una Musa! Dire: ecco, quest'uomo ha in sè una forza, ma essa dorme, io la sveglierò; tutte le facoltà di questo ingegno sono nobili, ma immerse nell'ignavia, io vincerò la loro lunga inerzia: il lavoro che svincola lo spirito e gli dà le ali, è in orrore a quest'uomo, e io lo indurrò ad amarlo: la via, la bella via è innanzi agli occhi di costui, ma egli chiude gli occhi per non vederla, indolente, fiacco, scoraggiato, io prenderò la sua mano e camminerò con lui. Camminare con lui: la gran parola! Vuol dire mettere la sua piccola mano nella mano talvolta gelida, talvolta perfida, talvolta debole, talvoltapaurosa di un uomo e sorreggerne tutte le debolezze, riscaldarne il gelo, vincerne le perfidie e domarne tutti gli sgomenti: questo con una piccola mano feminile carezzevole e sicura, salda e leale. Vuol dire camminare anche avanti, perchè i triboli della strada feriscano prima lei la ispiratrice, che li scarta, che li allontana e non lacrima per le ferite: andare avanti, perchè il poeta non devii, perchè egli continui direttamente il suo cammino verso la sua meta: andare avanti, perchè il proprio core sia scudo ai colpi di tutti i maghi e di tutte le streghe che giurano vendetta, sempre, sovra ogni culla di poeta: questo è camminare con lui. Ma vuol dire anche stargli vicinoe piangere tutte le sue lagrime, se le lacrime sono necessarie; e dargli tutti i sorrisi, anche col cuore straziato quando egli voglia un sorriso; e sorreggerlo nelle ore di fiacchezza mortale: e medicare amorosamente tutte le ferite che il mondo riserba specialmente ai poeti; e cingere quell'amata persona delle proprie braccia per ridarle il vigore e posare quel capo adorato sul proprio cuore, per ridargli la pace. Camminare con lui, vuol dire anche dimenticare la propria beltà e la propria giovinezza, obbliare di essere una donna con una volontà propria, con un carattere proprio: annullare lentamente la personalità propria: dimenticarsi di essere: sparire nell'ombra delpoeta. Camminare con lui, significa, spesso, per la Musa, per l'inspiratrice non essere nè amata più, nè ammirata più: significa avere avuto un'ora di amore e una vita di dolore: significa subire l'abbandono più crudele, essere tradita sempre, quando si è sempre fedele: vedere mille rivali trionfare e trionfare la gran rivale, sovra tutto, che è la poesia: andare alla morte, significa, camminare con lui! Ma, in cambio di questo assorbimento, di questo annichilimento, di questa morte, rivivere più pura, più bella, più splendida nelle opere del poeta: prendere un posto così luminoso che poche creature umane possono diversamente: salire a una gloria che durerà nel tempo,quando centinaia di primavere, già, abbiano sfrondato le loro rose sulla tomba della Musa. Meraviglioso premio che va alle più fortunate inspiratrici: premio stupendo a tutta una esistenza martirizzata! E neppure tutte le raggiungono, questa corona di luce, questa bella palma data al miglior sangue dal loro cuore versato: molte inspiratrici restano sconosciute, giacchè l'ingrato poeta dimenticò colei che fu l'origine della propria fortuna spirituale, o l'adombrò in modo che niuno potesse riconoscerla. E allora queste ispiratrici si appagano, tacitamente, di avere dato al poeta tutto quello che gli mancava, si consolano pensando che il tale libro, il tale poema, non esisterebbe,se il loro amore non avesse circondato l'amato capo di un'aureola di serenità, credono di avere ottenuto il premio se colui che amarono fu grande, anche un poco per esse. Se madame de Beaumont è morta per l'egoista, per il disumano visconte di Chateaubriand, strappando a tutti le lagrime, salvo che al suo poeta, i critici non sanno ancora dire chi fu che inspirò all'olimpico Wolfango Goethe la Carlotta del suoWerthere la Margherita del suoFaust!

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Ma non tutti gli uomini possono essere poeti: Dio concesse questo donofatale a pochi eletti, a poche aquile capaci di fissare il sole, ma, talvolta, destinate a morire fulminate. In cento altre forme, in cento altre manifestazioni del pensiero e dell'azione, lo spirito dell'uomo può volare nei cieli della grandezza. Da secoli l'umanità si dibatte contro i problemi che la turbano e l'attraggono irresistibilmente: e il piccolo gruppo di pensosi, a traverso il tempo, è cresciuto, cresciuto: dove uno è morto, dieci sono nati: un combattente è caduto, cento novelli guerrieri si sono avanzati. Legioni di smorti e pure ardenti lavoratori passano le loro giornate, curvi dai travagli che dà l'esercizio della scienza e dell'arte; schiere di ostinati ricercatori, allora manipoli,adesso schiere, domandano allo studio paziente e tenace, uno dei segreti dell'esistenza che una suprema ironia continua a nasconder loro, beffardamente sogghignando; il mondo racchiude, oramai, falangi di apostoli che rinunziando, con gli occhi serrati per non cedere alle tentazioni, a ogni comune bene, gittano la loro vita, perchè il destino dei loro fratelli sia meno grave, meno doloroso: tanto che quest'audace e misera umanità, ieri ancora inconscia, ma già inquieta, è oggi in un incessante spasimo di pensiero, in un febbrile movimento che mai si possa. Colui che, nel silenzio della notte, tenta fermare nel verso l'impeto di una passione, la luce d'un'idea,colui che dove tutto è tenebra, innanzi a sè, vede sorgere una immagine e tremante di gioia e di paura, vuol renderla in tutta la sua vivezza, colui che vuol mettere, nel nobile crogiuolo della forma lirica, tutto quello che freme in lui e che palpita intorno, il poeta, infine combatte una battaglia solinga e disperata, simile a quella di Giacobbe con l'Angelo: e la vittoria ha con sè così alte lusinghe, che è poco dare per essa la forza, l'amore e la vita. Ma le lotte di tante altre anime di artisti, di scienziati, di filosofi, di mistici, d'inventori, ma le torture che sono inflitte a costoro dalle cose nemiche e dagli uomini nemici, anche hanno il loro singulto che schianta il petto, anchehanno il loro grido lungo e roco, che fa impallidire chi lo ascolta. E spesso, tutta questa pugna è inutile e le vigorie degli uomini si sciupano, si disperdono in vani tentativi: spesso, colui che cerca, nulla trova: spesso, quando egli ha trovato, si accorge che quanto chiedeva e ha ottenuto, è inane, spesso il premio raggiunto, è destinato a onorare chi non l'ottenne: la vicenda delle cose umane ha sanguinose ingiustizie, delusioni terribili, scherni che fanno impazzire. Ah non solo il poeta può essere un eroe e può essere un martire; non solo! Il mondo ha altri martiri e altri eroi: più umili, più buoni, più oscuri; una folla di martiri e di eroi. Il poeta ha, nella vitae nella morte, un'ora di apoteosi: questi altri eroi, spesso, non l'hanno mai, e la polvere delle loro ossa tormentate, torna alla terra, oscuramente!

Ebbene, ognuno di questi uomini di pensieri e di volontà ha avuto la sua Musa, la sua ispiratrice; la tradizione sublime, la sublime eredità di Beatrice è passata nelle vene di tante altre donne, quasi tutte ignote: accanto a ogni anima che tentò strappare i veli crudeli che ci celano ancora tanta parte dell'ideale, vi è, sempre, noi lo sappiamo, sebbene nessuno ce lo abbia detto, vi è sempre un'altra anima, vi è un sorriso, vi è un bacio, vi è la donna, la donna che ispira, anche se la sua mente sia angusta, anche se il suo mondospirituale sia meschino, anche se ella sia fatta di semplice beltà, anche se ella non sia bella, ma piaccia, anche se ella non piaccia, ma ami! Ride, perfida, dalle tele la donna che Giorgio Barbarelli amò e odiò, insieme, ma che gli dette, più largo e più umano, il senso dell'arte, onde il nome di Giorgio ne tiene alto il suo posto, nella pleiade veneziana: in una piccola via di Trastevere, una guida, un amico, vi mostra la finestretta donde la Fornarina attendeva, nei vespri di Roma, il suo Raffaello. Ella lo uccise, dicono: ma, veramente, ella rivelò al freddo e purissimo cultore dell'arte classica, all'adoratore della bellezza, greca, una beltà viva e parlante, una suffusionedi grazia e di sorriso che solo l'amore potea ispirare: e se egli è vero che morì per lei, egli morì bene e la morte fa sapiente, colpendolo quando già il suo genio aveva dato tutti i suoi frutti, quando egli aveva detto la sua più grande parola. La vanità maschile dichiara pomposamente che il grande Leonardo non amò nessuna donna: ma nel Louvre di Parigi sorride misticamente e sensualmente la sua Gioconda, sorride con tanta finezza tanta malizia tanta seduzione e tanta perversità, che si comprende come questo ritratto di Monna Lisa, durasse, nientemeno, cinque anni e il cav. Giocondo, suo marito, assai s'impazientisse di questa lunghezza.

Il beato Angelico ha vissuto una vita di purità e di fede, piegato in adorazione davanti ai suoi ideali mistici: la storia, la critica non trovano nell'esistenza di questo piissimo artista la traccia di una sola donna. Eppure vi è! Ed è la Madonna, la ispiratrice di frate Angelico, la Madonna, che dolcemente gli appariva, nelle sue notti senza sonno, sulle colline fiorite di Fiesole, la città etrusca: è la Madonna che appariva al suo fedele, circondata dagli angeli oranti e cantanti le glorie del Signore e della Vergine! E se bene si guardasse in tutte le esistenze dei grandi, se si potesse ficcare lo sguardo in tutte le ore della loro vita, si troverebbe una figura feminile che liaccompagna nel viaggio, che, forse senza neppure intenderlo, è la ragione segreta del lavoro e delle loro opere. Figure velate, è vero. Chi le conosce? Chi ne ricorda i nomi? Nessuno. Sono lunghe teorie di creature avvolte nei veli del mistero: sono processioni di anime di cui nessuno seppe la storia. Amarono, furono amate, ecco tutto: e forse non amarono abbastanza, non abbastanza furono amate, ma vissero nella casa dove un uomo di genio, di pensiero, di azione, visse, ma furono le compagne, le mogli, le amanti di un guerriero, di un conquistatore, di un filosofo, di uno scienziato, di un'artista, ma furono, accanto a lui, il simulacro della feminilità, il simbolo diBeatrice. E colui che le sogna, colui che sa che esse esistettero, anche se niuno ne ha fatto menzione, colui che induce la loro vita, colui che le indovina, figure immobili e sorridenti, figure fedeli, forse e, forse, infedeli, ma sempre piene di fascino, colui che intuisce la loro grazia e il loro potere, le vede, come sono state, nelle mille espressioni di mille vite diverse, negli amori e nelle passioni, negli affetti e nelle adorazioni, nelle tenerezze e negli entusiasmi, le vede, angeli, donne, femmine, talvolta, fatte per la felicità e fatte per la tortura ma esse sole sorgenti di tortura e sorgenti di felicità: le vede, legate a un uomo coi vincoli creati dall'amore, dal capriccio,dalla consuetudine, forse anche dal disprezzo e dall'odio: le vede, le più alte, quelle che intesero tutta la loro missione, vivere perchè egli raccolga tutte le dolcezze e tutte le ebbrezze, costoro, le dirette nipoti di Beatrice: le vede, le altre, quelle che non seppero comprendere, ma, almeno, si lasciarono amare, ma, almeno, misero tutta la loro bellezza in omaggio di un'arte o di una scienza. Che importa, se neppure il loro nome è giunto sino a noi? Che fa, un nome? Che dice una storia? Esse hanno esistito: la pruova della loro vita è nelle opere degli artisti e dei pensatori, degli scienziati e dei mistici. Esse hanno vissuto, giacchè l'umanità ha avuto le sue alte cime,giacchè l'uomo è stato grande. Pallide donne, rosee fanciulle, volti consunti dagli anni e dai dolori, fronti candide che non furono mai solcate da tristezze, cuori macerati nelle lacrime, bocche che seppero solamente baciare, esse furono: popolane amanti e costanti, grandi dame purissime e altiere, borghesi gentili e semplici, donne d'amore appassionate e crudeli, monache smorte sotto il biancore delle cuffie; innamorate, amanti, spose, mogli; tenere, dure, amorose, folli, spietate, adoratrici, adorate, viventi tutta una vita accanto a lui, o passandovi solo un giorno: apparendogli nel nimbo di una poesia quasi sovrumana e sparendo subito, per sempre, o servendolo umilmente,nella schiavitù desiderata e voluta dell'amore.

Talvolta, una linea di una statua, il colore di un quadro, una pagina di prosa, un verso parla di loro: talvolta, nulla. Ma in tutta la loro espressione e in tutta la loro suggestione di beltà o di grandezza, parlano i poemi e i quadri, parlano le statue e i libri, parlano le grandi scoperte e le grandi invenzioni, parlano le guerre vinte e i paesi conquistati, narrando la istoria grande della ispirazione feminile. Gli uomini dicono che una donna è incapace di fare un capolavoro. Forse: non lo so. So che vi è una donna, in ogni capolavoro di un uomo.

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Ma non tutte le donne possono essere innamorate, amanti, spose, mogli. Avete osservato quanto e troppo si parli dell'amore, in questo nostro tempo, e come questo elemento unico, egoisticamente attragga tutti gli sforzi degli artisti e tutte le ricerche degli psicologi? Avete notato come la passione che pure considera e riassume tutti gli ardori di tutti gli effetti, sia monocorde, nel mondo moderno, sia la sola passione d'amore quella che ci occupi e ci preoccupi, tutti quanti, attori e spettatori, soggetti di cronaca e cronisti? Avete considerato che il mondo moderno non si degna studiare la donna chenei soli rapporti del sesso, nella sola manifestazione amorosa, trascurando tutto il resto? Ama, non ama, non può amare, non vuole amare, non deve amare, non sa amare, non può vivere senza amare, muore di amore, muore per amore; ecco le sole questioni che opprimono gli studiosi e gli artisti. Ma dunque, non sa e non deve fare altro la donna, e veramente non sa e non fa altro, questa nostra donna? Null'altro? Ma dunque ella non esiste più, in tutti gli altri suoi affetti, ella non è più una figlia amorosa, ella non è più una sorella amorosa, ella non è più un'amica amorosa, ella non è più una cristiana pregante, ella non è più una donna che pensa, che sente, chevive, oltre l'amore? Possibile? Possibile? E giacchè nessuno psicologo, ahimè, nessun artista, ha potuto negare la tremenda verità ed è che l'amore sia un sentimento breve e fallace, un sentimento più degli altri soggetto a tutte le miserie, ed a tutte le caducità umane giacchè le limitazioni, le imperfezioni, le delusioni dell'amore non le può negare nessuno, giacchè esso, sovra tutto, è breve, breve, breve, vuol dire che la esistenza feminile conta solo, nel mondo sentimentale, per due anni, per un anno, per sei mesi? E le donne che non riescono a essere amate, le donne che non riescono ad amare? Non esistono costoro? È possibile? E quando non si può più nè amare,nè essere amate di amore, bisogna, dunque, veramente morire? Solo l'amante ha diritto di vivere, solo l'amante, è oggetto di analisi nei romanzi e nei trattati di psicologia? E la madre, signori, signore, la madre? La madre che è madre, sempre, col suo cuore, da venti anni sino alla morte, la madre il cui sentimento non teme il tempo, non teme il tradimento, non teme l'abbandono, la madre che ama, che è amata, oltre la tomba? La madre, il cui sentimento è rafforzato dall'istinto, più vero, più innegabile, la madre che ama con le sue viscere e col suo cuore, la madre il cui amore ha mille forme, mille furori, mille ardori, mille follie? O psicologi, o artisti, o figli, o ingrati!

Ma se, nell'assorbimento ingiusto e monotono, indizio di debolezza e d'impotenza dell'arte e della psicologia moderna, se in questa idea fissa dell'amore, se in questa monomania in cui quelli che pensano e che osservano restringono meschinissimamente la loro visione, è dimenticata questa forma così svariata e così nobile, così umana e così divina che è la madre, ella non perde, no, il suo fedele, costante, immutabile posto d'ispiratrice, che tenne nel tempo, che nel tempo terrà. Se l'amante prende un uomo e lo fa diventare un artista, la madre riceve da Dio un bimbo e dà alla società un uomo: e i germi della grandezza spirituale che l'amore fa fiorire, furono inveroseminati, dalle mani materne. O anni dell'infanzia, quando, ai mistici che onorarono la filosofia religiosa e la fede, le prime preghiere furono insegnate da una cara voce e le manine furono congiunte da due bianche mani affettuose; o anni dell'infanzia quando, a coloro che furono grandi nella poesia e nella prosa, i primi libri furono aperti dalle stesse mani provvide e la testa materna si chinò accanto a quella del fanciullo, per rendergli più agevole, meno pesante lo studio; o anni dell'infanzia, quando i primi conati della mente trovarono i buoni, dolci occhi materni sorridenti incoraggianti! O voci di Dio, o voci dell'arte, o voci della scienza, non parlaste, voi, permezzo dellasuavoce? Le sacre parole che accendono l'anima, le parole che dànno i sogni e che dànno le visioni, le parole che schiudono gli orizzonti, oltre i confini del mondo, non è, forse, lei che le ha pronunziate, per laprima?

Prima ispiratrice! Quando appena appena gli occhi del fanciullo si schiudono, intendendolo rudimentalmente, allo spettacolo del mondo, è la madre che gli addita la semplice beltà delle cose: più tardi, egli ne comprenderà il senso, più tardi, egli ne afferrerà tutti i significati, ma la impressione primiera, quella che uno sguardo sapiente e dolce gli indicò, rimarrà come sorgente eterna di ammirazione. Quando appena appena il cuore del fanciullo comincia a palpitare, amando qualcuno,è un cuore palpitante che si appoggia sul suo, è una parola tenera che gli spiega le ragioni e gli scopi dell'amore, è una guida amorosa che gli insegna perchè si deve amare e come si deve amare. Quando l'aspetto dei cieli immensi e le vivide stelle, e tutto l'organismo mirabile del creato e dell'uomo si rivelano confusamente al bimbo, la madre, prima ispiratrice di fede e di pietà, gli dice come Iddio volle questa grandezza a lui simile, come lui sublime. Spesso, nella infanzia, coloro che furono, più tardi, destinati a essere le fiaccole dell'umanità, non dànno segno d'ingegno più vivace: spesso, il loro mondo interiore, già esistente, non sa esprimersi. Ah che la madre vedequello che gli altri non vedono. Ah che essa sa quello che gli altri non sanno; ella ha il presentimento ed ella ha lo spirito profetico; e ciò che, più tardi, meraviglierà il mondo, non la stupisce! A questi figliuoli che già portano impressa sulla fronte il mistico suggello dell'idea, a questi figli che furono segnati dallo spirito, a questi fanciulli fatali, i cui occhi già cercano alla vita quello che essa non può dar loro che più tardi, per forza, per violenza, le carezze materne vanno più pietose, più soavi, già lenienti i primi segreti sussulti. Ah chi li conosce, questi primi sussulti dei fanciulli che saranno artisti e pensatori, chi li conosce e chi ne freme, di terrore e di orgoglio, se nonvoi, madre! Queste prime ansie che conturbano l'adolescenza e la rendono infinitamente triste, quando la coscienza dell'ingegno soffoca di emozione il giovanetto, voi le raccogliete, o madre! Siete voi che comprendete e cercate placare le subite e bizzarre ribellioni di uno spirito che si sprigiona dalla mediocrità, le malinconie lunghe e ingiustificate dei quindici anni, e la selvatichezza scontrosa e le fughe da tutti i contatti volgari: voi che intendete il segreto delle notti già trascorse alla lettura e allo studio, il segreto della mano che disegna e che cancella, il moto della mano che cerca sui tasti, qualche cosa che non giungo a precisare! Il primo aprirsi, sgomento e inebbriatodell'animo del vostro fanciullo, quando batte sul cuore l'arte e batte la scienza, quando il pensiero già martella nella testa, è spiato da voi e voi ve ne spaventate e ve ne inebbriate, come vostro figlio, e voi avete negli occhi la sua stessa luce di paura e di felice meraviglia, voi madre sua, madre di questo ingegno che si è svegliato e che vibra, madre di quest'anima che grandeggerà, domani!

Prima ispiratrice! Le opere di giovinezza così folte di cose e così ingenue, così ricche di energie accumulate e così simpaticamente inesperte, così audaci e così innocenti, queste opere di giovinezza, ritengono tutta la ispirazione materna. Vi spira dentro unatenerezza che, ahimè, sparirà successivamente, poichè la vita è amara ed è anche amara l'arte: vi è un candore affascinante che non resisterà ai morsi dell'esistenza, ma che forma la delizia delle opere di gioventù: vi è una bontà, riflesso, eco, della bontà materna. Uno scrittore, un'artista giovanile può essere violento, se il suo bel sangue ricco ribolle, non sarà mai crudele; può essere aggressivo, non sarà mai spietato; può essere appassionato, sarà sempre casto, poichè alle sue spalle, avanti a lui, la mano materna, la voce materna, la parola materna ancora guidano il suo intelletto. Purtroppo, purtroppo, tutto ciò è destinato a dileguarsi, a perire: i roventied essicanti aliti del mondo distruggono questa rugiada, distruggono questo balsamo. Ma esso fu: ma nel cuore del più perverso artista, ma nell'anima del più gelido pensatore, ancora, talvolta, tutto si penetra di dolcezza, tutto si colorisce di bontà e il nome materno, mai sarà da essi nominato senza il miracolo gentile.

Ispiratrice prima, o madre, ma per voi non si scrive laCommedia, non si scrive ilCanzoniere, nè si dipinge laTrasfigurazione, nè si compone laNona sinfonia: i figli non vi immortalano. Voi li fate belli e sani, voi date loro il talento e la cultura, voi insegnate loro la preghiera e il lavoro, voi asciugate le loro lagrime e carezzatei loro volti, ma un'altra donna viene e ve li porta via, un'altra donna che essi canteranno, che sarà la loro Musa e il loro altare, il loro amore e il loro rogo. Ogni tanto, il figlio, l'artista ritornerà, stanco, disfatto, alle braccia materne: ma per fuggirne: e voi, forse, morirete sconsolata. Non l'amore solo ve li ruba: ma è l'idea, è la loro idea, questa terribile, lusinghiera abitatrice dello spirito. La gelida morte vi porta nelle sue braccia, lontano da lui. Sconsolata, lontana! Il mondo delle anime, oltre la tomba, è fatto per voi, madre: ancora i grandi, buoni, occhi materni guardano il poeta e lo benedicono.


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