CAPITOLO VIII.

CAPITOLO VIII.Il giorno dopo faceva un tempaccio indiavolato. Era una burrasca di mare: pioveva a dirotto e soffiava un vento freddo giù per lecalli, che sbatteva gli ombrelli contro le mostre delle botteghe e agitava l'acqua verde deirii. Nessuno, tranne qualche matto d'inglese o di tedesco, si sarebbe sognato d'andare al Lido.L'Elisa, un po' stanca dal viaggio e dalla notte che aveva passata in gondola, rimase a letto fin tardi, indugiò ad abbigliarsi e fu visibile soltanto all'ora del pranzo, chè, innegligé, non si lasciava mai veder da nessuno; e si capisce!...La Contessina invece, dovendo restar chiusa in albergo, approfittò del suo tempo per disfare le valigie e regolare i conti con Prandino, al quale non parve vero di entrar quasi nel suo, quantunque, per dire la verità, non ci fosse pericoli.Colla sua solita pazienza e timida rassegnazione, si digerì poi una solenne lavata di capodalla Cecilia a proposito della mancia ch'egli aveva creduto di mettere in mano, senza prima parlare con lei, all'uomo del battello: questi, alla fine, li aveva canzonati per buscarsi lui quellacorsadalla stazione all'albergo, e non meritava certo che i gonzi lo regalassero anche per soprammercato!...Prandino del resto lo sapeva già, che non l'avrebbe passata liscia senza pigliarsi un rabbuffo! Che!... Quando doveva metter mano alla borsa, non c'era versi, madama D'Abalà diventava rabbiosa, bisbetica, insopportabile; e allora gli occhietti guardavan losco e si faceva in faccia tutta rossa, e non le rimaneva di bianco altro che la punta sottile del suo naso minuto.— No, no, — borbottava contando i biglietti la terza volta, e osservando i più sucidi contro la finestra per paura che fossero doppi; — no, no; un'altra volta non mi muovo più, se non ho mio marito, che dei ragazzi da condurre a spasso me ne basta uno: Gegio, e spesso e volentieri, potendolo, farei anche senza di lui!... Una volta, vedete, a Firenze, perchè un vetturino pretendeva più della tariffa, mio marito, senza fare nè ai nè bai, lo prese per un orecchio e lo consegnò lui stesso ad una guardia di città!...— Queste bravate di tuo marito le puoi contareal primo che passa, ma non a me che lo conosco, — pensava Prandino. Però non rispose nulla, anzi rimase colla testa bassa, come fosse mortificato davvero per quel confronto.Fatte le valigie, fatti i conti, la Cecilia per non istare in ozio, cominciò a sentirsi male, a bere delle tazze di brodo col limone, e a sorseggiare dell'acqua di tutto cedro, fino all'ora di pranzo, dove mangiò per due, com'era naturale. L'Elisa più tardi volle scrivere delle lettere, e il direttore dell'albergofece salireal numero quaranta della carta colla marca della casa in oro, e mandò alla Contessa tutti i giornali illustrati dellaSalle de lecture.In quanto a Prandino, egli cominciò a metter muso; l'Elisa non si faceva vedere; e lui ogni momento scendeva giù dal portiere a domandare se non c'era stato nessuno a cercarlo; tanto che il portiere, seccato, gli rispose brusco, che, se capitassero persone pel signor Conte, lo farebbe avvisato, perchè egli stava alla porta appunto per ciò!....Prandino sperava in una visita di Badoero: questa forse avrebbe fatto uscire l'Elisa dalla sua camera, e forse, chissà, gli avrebbe dato un po' d'importanza anche presso quella rusticona della Cecilia. Ma Badoero, contro tutte le espansioni della sera innanzi, non si lasciò vedere. Allora Prandino,per isvagarsi, dovette condur Gegio in piazza san Marco a gettare il becchime ai colombi che, fortunatamente colla loro piacevole dimestichezza, fecero scordare a Gegio l'idea fissa che aveva in testa dalla mattina di prendere una gramolata daFlorian, tanto che appena messo il naso fuori dell'albergo aveva cominciato subito a brontolare che aveva sete.Tutto sommato però, quella mezza giornata, non fu proprio cattiva per l'Ariberti. Quando tornò all'albergo, si sentì dire che il numero quaranta lo cercava: figurarsi! Mandò Gegio in fretta dalla mamma, promettendogli che il giorno dopo sarebbero andati in piazza a pigliare i colombi colla rete, e in due salti corse dall'Elisa.— Si può?— Avanti!Nella cameretta buia, le tendine erano calate e le persiane chiuse, si respirava un profumo divinaigrese diviolettes, che ad altri avrebbe forse dato il mal di capo; ma a Prandino invece ricreava e irritava i sensi: era l'odore particolare della sua donna.L'Elisa gli venne incontro mostrandoglisi a poco a poco nell'oscurità, ancora più bionda, ancora più bianca e ancora più bella del solito. Si movea lentamente con un languore pieno di sentimento, con una stanchezza piena di fascino ecogli occhi, ch'ella s'era fatti ancora più profondi colkeul, così che dal suo volto e da tutta la sua persona apparivano a Prandino le tracce, a lui tanto care, della notte che aveano passata in gondola, soli, soletti.— Che vuoi, cara?Nella camera si sentiva la respirazione grave, affannosa del giovinotto.— Nulla. Voleva darti un bacio prima di scendere.Prandino, tremante di voluttà, voleva stringerla, baciarla, morderla, fors'anco: ma lei no; gli si oppose, e lo staccò da sè risolutamente.— Andiamo; basta; sta quieto, bambino. È ora d'andare a pranzo.E visto che l'altro stava fermo, intimidito, gli si appoggiò al braccio, gli sorrise di nuovo col suo languore di donna stanca, affranta, e scesero insieme, ninnolandosi un po' lungo le scale, nellasalle à manger.Ma, proprio, la fortuna di noi miseri mortali pende da un filo invisibile come la famosa spada di Damocle: quando pareva che tutto andasse a seconda all'Ariberti, che tutto lo accarezzasse, anche i piedini di Elisa, mancò poco ch'egli non si strozzasse con una lisca di pesce.Il direttore dell'albergo, ch'era come sempre tutto daddoli per la Contessa del numero quaranta,fino a degnarsi di servirla lui e di domandarle ogni tanto se la portata non le piaceva, o se desiderava che le fosse cambiata, era entrato in sala con un piego sopra un vassoio d'argento.— Un telegramma per la signora Contessa! — e glielo porse inchinandosi graziosamente.L'Elisa lo ringraziò piegando il capo e girando gli occhi, ma poi, appena aperto il telegramma, arrossì, sorrise, parve confondersi, e lo passò in fretta alla Cecilia.— È del Maggiore — pensò subito Prandino fra sè e sè, e fu proprio quello il momento, che la lisca gli andò a traverso.La Cecilia guardò sua madre, aggrottando le ciglia per capir qualche cosa, ma senza parlare. Elisa le strizzò l'occhio, poi:— È di tuo marito — le disse continuando a sorridere, tutta rossa in viso a dispetto della cipria. — Vuol sapere se abbiamo fatto buon viaggio.Prandino rialzò il capo respirando, chè la lisca, a quelle parole, trovò la sua strada diritta, e il buon ragazzo, tutto consolato, non si adirò nemmeno contro Gegio, che, con una pallottola di pane, era riescito a colpirlo proprio in un occhio!...Povero Prandino!... Meglio per lui, del resto, ma ad ogni modo era un osservatore assai superficiale.Se no, come avrebbe potuto credere che la Cecilia così taccagna, non uscisse in una sfuriata contro l'onorevole sotto prefetto, quando davvero egli avesse spesa una lira per avere le notizie, mentre se ne poteva levare il gusto qualche ora più tardi, con una cartolina da due soldi?...Il giorno dopo Badoero passò apposta dallaGondola d'oroe lasciò detto al portiere che avvertissero il conte degli Ariberti di non mancare al vaporetto delle tre.L'Ariberti alle due e cinquanta era già sul ponte coll'Elisa, Gegio e la Cecilia che teneva in mano un cuscino di tela greggia con in mezzo lo stemma in rosso e la corona dei Navaredo, perchè, nel suo stato, soffriva a sedersi sulle panchette dure di legno.Badoero non si fece aspettare: vestito come un cuoco, tutto di bianco, profumato, unguentato, impomatato, entrò sul vaporetto lentamente e leggermente, dondolandosi sulle gambette lunghe e molli e passando dal montatoio sul ponte con un salterello da cavallerizzo. Appena scorse Prandino, lo salutò con un cenno lieve del capo e poi gli si avvicinò nella corsia, dritto, impalato, guardandosi attorno con occhiatacce assassine e dispensando saluti, sorrisi e scappellate fra le bagnanti che già si accalcavano sul vaporettoe lo riempivano di risa, di chiacchiere e di colori.Prandino gli venne incontro e lo raggiunse a mezza strada.—Ciao.—Ciao, mio caro!— Se lo permetti, — e Prandino gli parlò all'orecchio stringendogli un braccio colla mano, — ti presento alla contessa Navaredo, di Vicenza, e a sua figlia, la contessina d'Abalà.Badoero, che in tutte quelle bagnanti cercava invano una mima del teatro del Lido, per la quale sentiva del tenero assai, continuò a guardarsi d'attorno, ma rispose unooh!lungo, eloquentissimo, accompagnandolo con un inchino e mosse dietro ad Ariberti, che camminava male fra tutta quella gente stipata, dispensando altrettantipardon!quante erano le punte dei piedi che incontrava colle sue.— Contessa, Contessina: il conte Badoero, mio cugino.Questa volta furono le due signore che mormorarono unooh!molto più debole però e molto più corto, chinando il capo leggermente. L'Elisa arrossì: già, alla sua età, aveva imparato ad arrossir sempre, quando credeva che le stesse bene.— È la prima volta quest'anno che vengono al Lido? Già, già, sicuramente, perchè Aribertim'ha detto che sono arrivate appunto l'altro giorno. Venezia però la conoscono? Non si domanda nemmeno, diamine! da Vicenza a Venezia è la corsa di un paio d'ore. Che tempaccio ieri! Loro signore non avranno preso il bagno, mi figuro?... Sfido io! chi doveva arrischiarsi, ieri, d'andare al Lido? Non ci fu altri che quel matto di Roders, un americano, un mio amico, che ha fatta la traversata insandolo.— Quanta gente che continua a salire! — esclamò la Cecilia accomodandosi sul cuscino e stringendosi vicino all'Elisa. — Vorrà dire però che quando saremo stipati come le acciughe chi sarà capitato tardi se ne ritornerà indietro.— O aspetterà un altro vaporetto. Già, partono ogni venti minuti.— Oh mio Dio, mio Dio! che puzzo di carbone! Che, che! io non ci posso resistere, non voglio già beccarmi il dolor di testa per nessuno, io! — esclamò la Cecilia quando proprio il vaporetto era pieno.Non c'era verso, dovettero passare dall'altra parte, urtando e pigiando quella folla, la Cecilia facendosi da guardinfante colle due mani e fissando la gente, che stentava un po' a muoversi, cogli occhietti loschi dalla bile.Elisa le teneva dietro con aria distratta, forse per fare impressione a Badoero, il quale allungavasempre il collo cercando la mima che non trovava mai. Il conte degli Ariberti veniva l'ultimo, tutto rosso dalla vergogna, strascinandosi Gegio con una mano e coll'altra tenendosi stretto sotto il braccio il cuscino stemmato.— Oh, finalmente! — esclamò la Cecilia, quando si fu di nuovo adagiata. — È innegabile che una volta, daRima, i bagni erano più comodi. Oh, sì davvero! E poi si faceva più presto e si spendeva meno.— Oggi, sa, Contessa, c'è folla perchè è domenica.— Anche qui come a Vicenza? — esclamò Prandino: — la domenica non si può andare in nessun luogo.— Sicuro: tutto il mondo è paese. Per questo appunto lenostre signorenon vengono mai al Lido la domenica.— No?— No. C'è troppa gente. Ma vedranno domani; ce ne sarà meno assai e poi troveranno unasocietàmolto piùdistinta!— È vero che al Lido ci sono le carrozze e i cavalli? — saltò su Gegio a domandare tutto a un tratto, tirando la giacca a Badoero.— Sì, carino. C'è iltramvai.— Mamma, andiamo intramvai? Io voglio andare intramvai!— Sì, sì: chetati, carino, si va intramvai, fino allo stabilimento. È suo figlio? — chiese poi a Cecilia.— Mio figlio. Andiamo, Gegio, da bravo, sta su dritto e saluta il signor Conte.Gegio si strinse nelle spalle, e si voltò divertendosi a sputare nell'acqua.— Carino proprio davvero; e quanti anni ha?...— Tre anni, — rispose l'Elisa.— Per bacco, è molto sviluppato!— Lamamma grandedice sempre che ho tre anni! — esclamò Gegio, voltandosi verso Badoero, e dando un urtone a un tedesco. — Anche l'anno passato a Lonigo io avevo tre anni!...— Finiscila, stupido! — e la Cecilia gli diede un pizzicotto così forte in un orecchio che Gegio diventò rosso dalla rabbia e dal dolore e colla manina chiusa allungò un pugno a sua madre. Fra madre e figlio, naturalmente, stava per succedere una tragedia, quando Badoero, tanto per volgere altrove l'attenzione, esclamò ridendo, chè proprio non poteva più contenersi:— Oh, ecco Potapow e Jamagata che arrivano gli ultimi; ah, ah, ah! se non fanno presto restano proprio con un palmo di naso.Ma Potapow e Jamagata si misero a correre e così arrivarono a tempo per imbarcarsi. Potapow era un vecchietto rubizzo, vegetopiuttosto grasso, e nel vestito era sudicino, anzichenò. Aveva la barba intera d'un grigio giallognolo: parlava sempre, toccava tutto e non istava mai fermo. Invece, il commendatore Jamagata, lucente nell'abito nero, di una pulitezza squisita e di una eleganza severissima, alto, dritto, composto, nel suo genere giapponese era un uomo bellissimo. Naturalmente, s'era tagliato la coda, ma in compenso si era fatto crescere i baffi; cioè, intendiamoci, non aveva da coltivare che sette peli alla destra e cinque alla sinistra del naso.Il russo ed il giapponese si vedevano sempre insieme: ma nulladimeno si detestavano cordialmente. Fra loro due c'era dell'astio, dell'invidia e della rivalità. Dicevano corna l'uno dell'altro, si contraddicevano, garrivano spesso, giocandosi dei tiri, facendosi dei dispettucci e a volte scambiandosi anche qualche impertinenza. Il russo era allegro e chiassoso, il giapponese grave e malinconico, il primo assolutista e avaro, il secondo splendido e liberale, l'uno materialista e scettico, l'altro sentimentale e credente, quello licenziosetto e spregiudicato, questo casto e tenero di cuore.Mentre il vaporetto dal guscio giallo scendeva giù velocemente solcando l'acqua cristallina della laguna, con la tolda così tutta coperta dai vivacicolori delle vesti, dei capelli, degli ombrellini verdi, rossi, bianchi da sembrare un gran cesto carico di fiori, successe la presentazione del Conte e del Commendatore alle contesse Navaredo e al conte Eriprando degli Ariberti. Il giapponese si sedette vicino all'Elisa, il russo rimase in piedi dinanzi a Cecilia. Jamagata parlò colla Contessa delle melanconiche idealità di Venezia; Potapow consigliò Cecilia a prendere un libretto d'abbonamento pei bagni del Lido, avvertendola poi di confrontare attentamente le serie delle contromarche perchè alle volte erano sbagliate.Solamente il conte Eriprando era un po' messo da parte e ciò perchè egli non godeva di troppa dimestichezza colla lingua francese. Una volta, vedendo ch'egli stava là tutto muto, accarezzandosi i baffi e ridendo quando ridevano gli altri, —Parlez-vous français, monsieur le comte?— gli chiese Potapow.—Oh, très peu!... — rispose Prandino colle labbra strette, e poi tacque arrossendo, perchè dubitò di aver detto uno strafalcione; e tanto per fare un po' il disinvolto, voleva che Gegio ammirasse le isolette deiFrarie diSant'Elena. Ma Gegio nemmeno gli badava: il ragazzo fissava Jamagata cogli occhi sbarrati, mangiandosi le unghie.Prandino cominciava a essere un po' seccato.Quel parlar francese lo infastidiva: egli aveva creduto di venire a Venezia a far la prima figura vicino alla contessa Navaredo e adesso invece gli toccava l'ultima parte.E già non ne poteva proprio più, quando il vaporetto rallentava la corsa, e poco dopo si fermava all'approdo. Furono aperti gli sportelli, furon gettati i montatoi, e la gente cominciò a scendere. Allora Prandino lavorò tanto bene coi gomiti che riuscì in breve a ficcarsi proprio dietro all'Elisa, e quando ella discese, lui, risoluto, con una mano appoggiata allo sportello, cacciò fuori la gamba sul montatoio, e le rimase vicino, impedendo il passo a Jamagata.Intanto la gente prendeva d'assalto itramways, che, appena carichi, correvano via di trotto, l'uno dopo l'altro.Jamagata e Potapow, pratici del luogo, non si perdettero in complimenti: il commendatore saltò sultramwaye con tutte due le mani aiutò la Cecilia. Questa vi salì spinta per di dietro da Potapow, che si volse poi a tirar su anche l'Elisa. Prandino, nuovo in quelle confusioni, e non abituato a fare l'inglese, s'intimidisce, non ha coraggio di passar davanti alle signore, e iltramwaysi riempie: corre in su e in giù, inquieto, affannato per trovarsi un posto purchessia, ma intanto che cerca, iltramwaysi mette in movimentoe parte lasciandolo lì con un palmo di naso e con Gegio fra le gambe, il quale, vedendo la mamma allontanarsi, comincia a piangere e finisce a strillare.L'Ariberti si guarda attorno, smarrito, mortificato: chiama Badoero: ma il Badoero s'era dileguato anche lui. Lì, poco discosto, c'era un altrotramway, mezzo vuoto, che si disponeva a partire. Prandino, trascinando Gegio, si mette a correre, e vi salta dentro che già si muove.— Parte per il Lido? — domanda trafelato al conduttore.— No, per Venezia! — rispose questo ridendo e schioccando la frusta sulla groppa dei cavalli.— Se avessero osato di rispondere così a mio marito, guai! — esclamò più tardi la Cecilia, dopo che Prandino le ebbe contata quella canzonatura, — guai!... egli avrebbe buttato quel villano giù dal carrozzone. È vero però che mio marito non avrebbe certo fatta una domanda così sciocca: — soggiunse poi in via di conclusione, per paura che l'Ariberti le potesse rimaner in credito di una gentilezza.Quando egli giunse allostabilimentoe attraversò la sala delCaffè ristorante, scura e bassa pari a quella di una nave, come si affacciò aduna delle uscite che mettevano sulla terrazza, si fermò là su due piedi.Il mare tranquillo, in calma, lo accecava col riflesso di un azzurro largo, ampio, infinito, più del barbaglio del sole che saettava i suoi raggi sulle onde calde, con striscie gialle, mobili, scintillanti. A quell'ora sul mare non si vedeva una vela, nel cielo non correva una nube, non appariva neppure nella sconfinata immensità d'acqua, di cielo e di luce, l'ala bianca e rapida dell'alcione.L'Ariberti, respirando con voluttà l'aria frizzante, si mosse, si avanzò verso il lungo parapetto della terrazza; ma allora l'andirivieni affollato, rumoroso dei forestieri ai bagni e dei veneziani a spasso, lo tolse dalla sua estatica contemplazione, e quel frastuono babelico, quel viavai delle fogge più strane, quel pettegolezzo di colori, lo attrasse ammirato, come prima lo aveva reso attonito il grandioso spettacolo del mare, e ciò mentre l'acqua ch'egli udiva rompersi e scorrere sotto il tavolato della terrazza lo impressionava così, da fargli muover le gambe con un certo sospetto. Quelle donne belle, eleganti, disinvolte che gli passavano vicino, lo facevano arrossire senza ch'egli ne sapesse la ragione. Certo, egli le trovava tutte più belle dell'Elisa, e pensando a lei adesso, si sentiva comeun po' mortificato. Quelle vesti così nuove, quei cappelli così arditi, che parevano panierini ricolmi di fiori o di frutta, o ricchi nodi svolazzanti di nastri e di trine, quel lusso, quella sensualità, gli misero addosso un'invidia indefinibile, un'ansia infinita di desideri che sentiva confusamente nel cervello, nel cuore, nel sangue, ma che non avrebbe saputo esprimere; una smania d'essere pur qualche cosa, in quel mondo a lui così straniero, di attirare sopra di sè l'attenzione di tutta quella gente che non si curava de' fatti suoi, che non lo guardava, che nemmeno sapeva chi egli fosse di nome. Si avvicinò al parapetto; giù, nell'acqua, c'era una compagnia di giovinotti con maglia a righe, come quelle deiclowns, che offrivano un piacevole spettacolo di scambietti, di salti, di capriole, alle signore che li stavano a guardare dall'alto. Prandino pensò allora di saltar giù, in quella folla, per superare tutti quei nuotatori, per farsi ammirare!... Ma poi guardandosi attorno, stanco, intristito, e vedendosi così solo, mentre molte coppie di donnine e di giovinotti, passeggiando in su e in giù, combinavano insieme l'amore e lareazione, tornò a pensare all'Elisa con un impeto prepotente di affetto, e insieme con un gran desiderio d'aver anche lui la sua amante da sfoggiare, e però ricominciò a trovarla bella, a sentirsela cara e a volerle bene.Fu il Badoero che lo fece tornare in sè, dandogli un pizzicotto.— Oh,ciao, Badoero!... E la Contessa, dov'è andata?— Dall'altra parte; a spogliarsi per fare il bagno.— Io voglio andare a fare il bagno colla mamma grande! — piagnuccolò Gegio appena udì quelle parole.— Appunto; la contessa Cecilia, — (le conoscenze nuove, si sa bene, chiamavano contessa anche lei), — la contessa Cecilia cercava il bambino, ed era irritata contro di te, perchè diceva che ti perdi d'animo per un nonnulla.— E adesso, che cosa si fa?— Condurremo il ragazzo da sua madre e poi andremo a fare il bagno anche noi. Non ti pare?— Sicuro, perdina! non vedo il momento di rinfrescarmi.Il Badoero, tutto consolato perchè finalmente aveva sbirciata l'Emma, la sua mima, giù in mare, che prendeva atteggiamenti plastici a fior d'acqua, circondata da tre o quattro adoratori, prese lui Gegio per mano e lo condusse nel compartimento riservato alle donne, raccomandando alla bagnaiuola che lo facesse entrare nel camerino delle contesse Navaredo. Poi raggiunse l'Ariberti sulla terrazza donde uscirono tutti e due di nuovo, per andare a bagnarsi.— Sai, — diceva il Badoero a Prandino, parlando a voce alta, mentre si spogliavano in due camerini attigui, — se stasera, sul tardi, ti vedo alFlorian, ti presento alla principessa di Lentz e poi andremo daBauera cenare.— Grazie, — rispondeva l'altro dall'altra parte.— Se vuoi ti condurrò anche alclub.— Grazie.— Già non ti abbisognerà nulla; ma, si sa bene, in ogni occorrenza devi far capitale di me.— Grazie.— Me ne avrei a male, se non fosse così.Uscirono presto, quasi nello stesso punto. Il cugino scese il primo dalla scaletta; l'altro gli tenne dietro.L'acqua era bassa, non arrivava a toccar loro le ginocchia.— Sei nuotatore, non è vero?— Figurati: nuotatore d'acqua dolce!...— Tanto meglio, così andremo al largo.— Sicuro.— Passeremo dall'altra parte, dove ci sono le signore.— Ma, non è proibito?— Che! È proibito avvicinarsi alle signore dentro allo steccato: ma fuori non c'è nessuno che possa trovar nulla da ridire.— Tanto meglio!Camminando nell'acqua, si lasciarono dietro la folla dei nuotatori inesperti che facevano il chiasso, vociando, ridendo, spruzzandosi gli uni cogli altri, tuffandosi a vicenda, o dondolando, come salami, appesi alle corde.Quando il fondo cominciò a mancare, i due cugini si allungarono, si distesero e nuotarono via, filando velocemente.L'acqua era calda: il sole dall'alto dardeggiava infocato.— Vedi la Contessa? — chiese il Badoero a Prandino.— No, non vedo che la D'Abalà sulla terrazza: minaccia Gegio coll'ombrellino, perchè non vuol lasciarsi tuffare dal bagnaiuolo.— La D'Abalà, naturalmente, non farà bagni...— No.— Si capisce.— Oh! eccola, la Contessa! Nuota sola sola: esce adesso dallo steccato!— Per bacco! Ci vedi da lontano cogli occhi del cuore....— Tu scherzi, cuginetto mio!...— No davvero! E te ne dò subito una prova: io mi fermo qui coll'Emma e ti lascio libero.La piccola Emma, con una maglia rossa, scollata, che la faceva distinguere a mezzo chilometrodi distanza, ferma, in piedi, più vicina alla riva, usciva dall'acqua — dalla cintola in su — come Farinata dal fuoco: però l'Emma a vederla così, non metteva punto sgomento.—Voi ti, giavan, adess te vegnet giò?— questo fu il saluto dato dalla Veneremeneghinaa Badoero, il quale, al suo apparire, fece allontanare due o tre giovinottini che le boccheggiavano d'intorno, come all'avvicinarsi di un pesce più grosso, i pesciolini minuti si disperdono, guizzando via lesti lesti.Quando Prandino raggiunse l'Elisa, questa cominciò a nuotare di fianco: aveva avuta anche l'altra furberia d'indossare un camiciotto da bagno molto scuro e così, benchè l'acqua fosse limpida, riusciva a nascondere il soverchio rotondeggiare delle sue forme: precauzioni affatto inutili, del resto, per il buon Prandino, chè egli era innamorato, e si sa bene: più ce n'era di quella donna e più ne amava!— Sei tu?— Sì.— Come hai fatto a ravvisarmi così di lontano, sotto questo cappellone....— Lo sai bene: io ti vedrei anche se tu fossi in capo al mondo.Prandino ansava e nuotava adesso con maggior fatica. Le braccia bianche, il piedino lungo, elegante,e le gambe rotonde della Contessa, vedute così sott'acqua, gli toglievano il respiro.— Sei stanco?— Tutt'altro.— Andiamo un po' fuori?— Come vuoi. Già bisogna venire in mezzo al mare per trovarti sola.— Sai che Jamagata ha già cominciato a farmi la corte? — E l'Elisa diede in una risata, uscendo fuori dall'acqua con un braccio per accomodarsi il cappellone di paglia.— Me ne sono accorto; e tu, non c'è che dire, te la lasci fare per benino!— Che vuoi? Un giapponese, non m'era ancora capitato!— Cioè?...— A proposito, bambino, non dir nulla con Cecilia, che siamo usciti insieme a nuotare, se no, mi fa certe prediche noiose che non finiscono mai! — Fra le altrefanciullaggini, all'Elisa era rimasta anche questa, di fingere cioè ch'ella fosse tenuta d'occhio da sua figlia.— Per me, io non le dico nulla di sicuro!... Ma senti, cara, non ti lascerai fare la corte da Jamagata: me lo prometti, non è vero?— Chi lo sa? È tanto sentimentale! — L'Elisa guizzò nell'acqua, girando sopra sè stessa e fremendo dal piacere.Prandino le si cacciò ai fianchi: — Giurami, che mi hai risposto così per ischerzo!...— Tirati in là; andiamo, tirati in là, chè mi fai bere.— Ti farò bere apposta, se continui a far la civetta!...— Andiamo, andiamo!... Sei matto! Nuota più distante, chè, se ci vedono, fo davvero una bella figura!L'Elisa non ischerzava più: Prandino si allontanò subito da lei.— Vuoi che ritorniamo indietro?— Come desideri!— Si sta così bene qui soli, in mezzo all'acqua.— Ti diverti, Prandino?— Assai!— Come ieri sera?— Oh, no! Ieri sera, per modo di dire, fu il più bel giorno della mia vita.— Quanto sei sciocco!...— Sfido io: ti hanno abituata allo spirito del Giappone.— Giappone o Cina, sta sicuro che Jamagata di queste sciocchezze non ne dice!— Bada!... ti fo bere!— Tirati in là!...— Perdinci, come ti sei fatta paurosa!...— Andremo ancora un'altra sera in gondola;e prenderemo con noi anche Cecilia, non è vero? — L'Elisa aveva detto ciò per ischerzo, ma vedendo che l'altro in acqua come in terra prendeva il cappello colla stessa facilità. — Non arrabbiarti, permaloso che sei — aggiunse subito — non capisci che l'ho detto per ridere?— Dammi la mano....— No....— Dammi la mano!— No. Non fare scherzi, sai: non mi accomoda! — E l'Elisa si voltò per ritornare verso lostabilimento.— Oh Dio! — esclamò — quanto ci siamo allontanati.Difatti sulla sabbia bigia della riva, i bagnanti che vi formicolavano qua e là, sembravano altrettanti bambini: lostabilimentobasso, angusto, ristretto, pareva poco più grande d'un balocco.Nuotavano tutti e due adagio adagio, senza parlare: lui un po' indietro, intento cogli occhi per iscoprire sotto l'acqua tutti i movimenti dell'Elisa, e lei godendosi, colle pupille socchiuse, il barbaglio della luce calda, molle, snervante, che sollevava dal mare un odore acuto di alghe e di sale.— Chi è quel cappellone laggiù, che nuota dritto verso di noi? — chiese Prandino, sempre pieno di sospetti, alla sua compagna, indicandoleun coso lontano che sembrava una zucca gialla, galleggiante a fior d'acqua.— Non so, non vedo nulla — rispose l'Elisa. Però, la perfida non diceva la verità nemmeno questa volta!... Tanto è vero che increspò le labbra a un sorriso di soddisfazione e che, colla scusa di accomodarsi di nuovo il cappello, levò fuori dell'acqua un braccio bianchissimo, grassotto, che ebbe così, grondante sotto il sole, un momentaneo luccichìo. Poi tornò a nuotare di fianco, molto di fianco, allungando e allargando i movimenti.— Ti dico che quello là ci viene incontro! — tornò a ripetere Prandino coll'innocenza che gli era abituale. Ma poi, quando si avvicinarono ancora di più ed egli potè adocchiare chi ci stava sotto il cappellone, il suo povero cuore gli cominciò a saltar dentro come se gli battesse la furlana e quella larga distesa d'acqua azzurra gli girò attorno alla vista.— Contessa.... arriva da.... Trieste?!Maledizione! era proprio lui, il Maggiore!— Addio Del Mantico! Ritorno col conte Eriprando, da una bellissima traversata.L'Ariberti non potè dire una sola parola: per superarsi, per vincere la commozione di quella sorpresa così sgradita, accelerò troppo i movimenti, però lo prese un po' d'ansia, d'affanno, e, mentre gli altri due si scambiavano dei complimentigraziosissimi, lui diede giù una bevuta così abbondante, che lo fece starnutire per un pezzo.— Conte, si beve?— Si beve e si beve amaro!Prandino continuò a sputare, a schiarirsi la gola, e a soffiar l'acqua dal naso.Il Maggiore, veduto in maglia da bagno, non era avvenente per nessun verso. Egli non aveva la malizia dell'Elisa, che nuotava di fianco, e però si vedeva tutto, così grasso e grosso com'era, col collo corto e largo, col petto setoloso, mentre i baffi gli pendevano molli, cadenti, rendendo buffo quel suo faccione tondo, bruciato dal sole.— Lo sapeva, Maggiore, di trovarmi al Lido?— No, non lo sa....peva, ma lo spe....rava.Anche il Del Mantico era ansante nel parlare. Non era un nuotatore della forza di Prandino, e nell'acqua si stancava subito.— Ma come ha fatto a riconoscermi così da lontano, e senza l'occhialino?...— Mi fu indi...cata dalla contes...sina Cecilia!— Strega del diavolo! — borbottò Prandino, la cui grande infelicità riempiva adesso, per lui, tutto quell'immenso spazio d'acqua e di cielo.L'Elisa, pratica di tali scene, capì che la posizione poteva farsi un po' difficile, e pensò bene di lasciare soli i due rivali a sbrigarsela come credessero meglio.— Qui, signori miei, bisogna dividerci, se non vogliamo far nascere scandali.— A ben rivederla, Con...tessa!— Si ferma a Venezia, Maggiore?— Potrebbe.... darsi!— Allora,au revoir!—Au revoir.L'Ariberti non salutò nemmeno la Contessa, che filò via dritta dritta, verso il compartimento delle signore; invece cominciò a nuotare come i cani, sbattendo l'acqua colle mani e coi piedi.Il Maggiore aveva fatto uno sforzo e non ne poteva più; buon per lui che si cominciò presto a toccare il fondo! Prandino continuò a tenersi muto, il Maggiore ugualmente, e tutti e due salirono ai rispettivi camerini, per due scalette differenti.Quando l'Ariberti si trovò chiuso, solo solo nella sua gabbia, rimase là per un momento, come istupidito dall'affanno e dal dolore; ma poi, mentre si asciugava, cominciò a piangere, e a piangere dirottamente.Povero ragazzo!..

Il giorno dopo faceva un tempaccio indiavolato. Era una burrasca di mare: pioveva a dirotto e soffiava un vento freddo giù per lecalli, che sbatteva gli ombrelli contro le mostre delle botteghe e agitava l'acqua verde deirii. Nessuno, tranne qualche matto d'inglese o di tedesco, si sarebbe sognato d'andare al Lido.

L'Elisa, un po' stanca dal viaggio e dalla notte che aveva passata in gondola, rimase a letto fin tardi, indugiò ad abbigliarsi e fu visibile soltanto all'ora del pranzo, chè, innegligé, non si lasciava mai veder da nessuno; e si capisce!...

La Contessina invece, dovendo restar chiusa in albergo, approfittò del suo tempo per disfare le valigie e regolare i conti con Prandino, al quale non parve vero di entrar quasi nel suo, quantunque, per dire la verità, non ci fosse pericoli.

Colla sua solita pazienza e timida rassegnazione, si digerì poi una solenne lavata di capodalla Cecilia a proposito della mancia ch'egli aveva creduto di mettere in mano, senza prima parlare con lei, all'uomo del battello: questi, alla fine, li aveva canzonati per buscarsi lui quellacorsadalla stazione all'albergo, e non meritava certo che i gonzi lo regalassero anche per soprammercato!...

Prandino del resto lo sapeva già, che non l'avrebbe passata liscia senza pigliarsi un rabbuffo! Che!... Quando doveva metter mano alla borsa, non c'era versi, madama D'Abalà diventava rabbiosa, bisbetica, insopportabile; e allora gli occhietti guardavan losco e si faceva in faccia tutta rossa, e non le rimaneva di bianco altro che la punta sottile del suo naso minuto.

— No, no, — borbottava contando i biglietti la terza volta, e osservando i più sucidi contro la finestra per paura che fossero doppi; — no, no; un'altra volta non mi muovo più, se non ho mio marito, che dei ragazzi da condurre a spasso me ne basta uno: Gegio, e spesso e volentieri, potendolo, farei anche senza di lui!... Una volta, vedete, a Firenze, perchè un vetturino pretendeva più della tariffa, mio marito, senza fare nè ai nè bai, lo prese per un orecchio e lo consegnò lui stesso ad una guardia di città!...

— Queste bravate di tuo marito le puoi contareal primo che passa, ma non a me che lo conosco, — pensava Prandino. Però non rispose nulla, anzi rimase colla testa bassa, come fosse mortificato davvero per quel confronto.

Fatte le valigie, fatti i conti, la Cecilia per non istare in ozio, cominciò a sentirsi male, a bere delle tazze di brodo col limone, e a sorseggiare dell'acqua di tutto cedro, fino all'ora di pranzo, dove mangiò per due, com'era naturale. L'Elisa più tardi volle scrivere delle lettere, e il direttore dell'albergofece salireal numero quaranta della carta colla marca della casa in oro, e mandò alla Contessa tutti i giornali illustrati dellaSalle de lecture.

In quanto a Prandino, egli cominciò a metter muso; l'Elisa non si faceva vedere; e lui ogni momento scendeva giù dal portiere a domandare se non c'era stato nessuno a cercarlo; tanto che il portiere, seccato, gli rispose brusco, che, se capitassero persone pel signor Conte, lo farebbe avvisato, perchè egli stava alla porta appunto per ciò!....

Prandino sperava in una visita di Badoero: questa forse avrebbe fatto uscire l'Elisa dalla sua camera, e forse, chissà, gli avrebbe dato un po' d'importanza anche presso quella rusticona della Cecilia. Ma Badoero, contro tutte le espansioni della sera innanzi, non si lasciò vedere. Allora Prandino,per isvagarsi, dovette condur Gegio in piazza san Marco a gettare il becchime ai colombi che, fortunatamente colla loro piacevole dimestichezza, fecero scordare a Gegio l'idea fissa che aveva in testa dalla mattina di prendere una gramolata daFlorian, tanto che appena messo il naso fuori dell'albergo aveva cominciato subito a brontolare che aveva sete.

Tutto sommato però, quella mezza giornata, non fu proprio cattiva per l'Ariberti. Quando tornò all'albergo, si sentì dire che il numero quaranta lo cercava: figurarsi! Mandò Gegio in fretta dalla mamma, promettendogli che il giorno dopo sarebbero andati in piazza a pigliare i colombi colla rete, e in due salti corse dall'Elisa.

— Si può?

— Avanti!

Nella cameretta buia, le tendine erano calate e le persiane chiuse, si respirava un profumo divinaigrese diviolettes, che ad altri avrebbe forse dato il mal di capo; ma a Prandino invece ricreava e irritava i sensi: era l'odore particolare della sua donna.

L'Elisa gli venne incontro mostrandoglisi a poco a poco nell'oscurità, ancora più bionda, ancora più bianca e ancora più bella del solito. Si movea lentamente con un languore pieno di sentimento, con una stanchezza piena di fascino ecogli occhi, ch'ella s'era fatti ancora più profondi colkeul, così che dal suo volto e da tutta la sua persona apparivano a Prandino le tracce, a lui tanto care, della notte che aveano passata in gondola, soli, soletti.

— Che vuoi, cara?

Nella camera si sentiva la respirazione grave, affannosa del giovinotto.

— Nulla. Voleva darti un bacio prima di scendere.

Prandino, tremante di voluttà, voleva stringerla, baciarla, morderla, fors'anco: ma lei no; gli si oppose, e lo staccò da sè risolutamente.

— Andiamo; basta; sta quieto, bambino. È ora d'andare a pranzo.

E visto che l'altro stava fermo, intimidito, gli si appoggiò al braccio, gli sorrise di nuovo col suo languore di donna stanca, affranta, e scesero insieme, ninnolandosi un po' lungo le scale, nellasalle à manger.

Ma, proprio, la fortuna di noi miseri mortali pende da un filo invisibile come la famosa spada di Damocle: quando pareva che tutto andasse a seconda all'Ariberti, che tutto lo accarezzasse, anche i piedini di Elisa, mancò poco ch'egli non si strozzasse con una lisca di pesce.

Il direttore dell'albergo, ch'era come sempre tutto daddoli per la Contessa del numero quaranta,fino a degnarsi di servirla lui e di domandarle ogni tanto se la portata non le piaceva, o se desiderava che le fosse cambiata, era entrato in sala con un piego sopra un vassoio d'argento.

— Un telegramma per la signora Contessa! — e glielo porse inchinandosi graziosamente.

L'Elisa lo ringraziò piegando il capo e girando gli occhi, ma poi, appena aperto il telegramma, arrossì, sorrise, parve confondersi, e lo passò in fretta alla Cecilia.

— È del Maggiore — pensò subito Prandino fra sè e sè, e fu proprio quello il momento, che la lisca gli andò a traverso.

La Cecilia guardò sua madre, aggrottando le ciglia per capir qualche cosa, ma senza parlare. Elisa le strizzò l'occhio, poi:

— È di tuo marito — le disse continuando a sorridere, tutta rossa in viso a dispetto della cipria. — Vuol sapere se abbiamo fatto buon viaggio.

Prandino rialzò il capo respirando, chè la lisca, a quelle parole, trovò la sua strada diritta, e il buon ragazzo, tutto consolato, non si adirò nemmeno contro Gegio, che, con una pallottola di pane, era riescito a colpirlo proprio in un occhio!...

Povero Prandino!... Meglio per lui, del resto, ma ad ogni modo era un osservatore assai superficiale.Se no, come avrebbe potuto credere che la Cecilia così taccagna, non uscisse in una sfuriata contro l'onorevole sotto prefetto, quando davvero egli avesse spesa una lira per avere le notizie, mentre se ne poteva levare il gusto qualche ora più tardi, con una cartolina da due soldi?...

Il giorno dopo Badoero passò apposta dallaGondola d'oroe lasciò detto al portiere che avvertissero il conte degli Ariberti di non mancare al vaporetto delle tre.

L'Ariberti alle due e cinquanta era già sul ponte coll'Elisa, Gegio e la Cecilia che teneva in mano un cuscino di tela greggia con in mezzo lo stemma in rosso e la corona dei Navaredo, perchè, nel suo stato, soffriva a sedersi sulle panchette dure di legno.

Badoero non si fece aspettare: vestito come un cuoco, tutto di bianco, profumato, unguentato, impomatato, entrò sul vaporetto lentamente e leggermente, dondolandosi sulle gambette lunghe e molli e passando dal montatoio sul ponte con un salterello da cavallerizzo. Appena scorse Prandino, lo salutò con un cenno lieve del capo e poi gli si avvicinò nella corsia, dritto, impalato, guardandosi attorno con occhiatacce assassine e dispensando saluti, sorrisi e scappellate fra le bagnanti che già si accalcavano sul vaporettoe lo riempivano di risa, di chiacchiere e di colori.

Prandino gli venne incontro e lo raggiunse a mezza strada.

—Ciao.

—Ciao, mio caro!

— Se lo permetti, — e Prandino gli parlò all'orecchio stringendogli un braccio colla mano, — ti presento alla contessa Navaredo, di Vicenza, e a sua figlia, la contessina d'Abalà.

Badoero, che in tutte quelle bagnanti cercava invano una mima del teatro del Lido, per la quale sentiva del tenero assai, continuò a guardarsi d'attorno, ma rispose unooh!lungo, eloquentissimo, accompagnandolo con un inchino e mosse dietro ad Ariberti, che camminava male fra tutta quella gente stipata, dispensando altrettantipardon!quante erano le punte dei piedi che incontrava colle sue.

— Contessa, Contessina: il conte Badoero, mio cugino.

Questa volta furono le due signore che mormorarono unooh!molto più debole però e molto più corto, chinando il capo leggermente. L'Elisa arrossì: già, alla sua età, aveva imparato ad arrossir sempre, quando credeva che le stesse bene.

— È la prima volta quest'anno che vengono al Lido? Già, già, sicuramente, perchè Aribertim'ha detto che sono arrivate appunto l'altro giorno. Venezia però la conoscono? Non si domanda nemmeno, diamine! da Vicenza a Venezia è la corsa di un paio d'ore. Che tempaccio ieri! Loro signore non avranno preso il bagno, mi figuro?... Sfido io! chi doveva arrischiarsi, ieri, d'andare al Lido? Non ci fu altri che quel matto di Roders, un americano, un mio amico, che ha fatta la traversata insandolo.

— Quanta gente che continua a salire! — esclamò la Cecilia accomodandosi sul cuscino e stringendosi vicino all'Elisa. — Vorrà dire però che quando saremo stipati come le acciughe chi sarà capitato tardi se ne ritornerà indietro.

— O aspetterà un altro vaporetto. Già, partono ogni venti minuti.

— Oh mio Dio, mio Dio! che puzzo di carbone! Che, che! io non ci posso resistere, non voglio già beccarmi il dolor di testa per nessuno, io! — esclamò la Cecilia quando proprio il vaporetto era pieno.

Non c'era verso, dovettero passare dall'altra parte, urtando e pigiando quella folla, la Cecilia facendosi da guardinfante colle due mani e fissando la gente, che stentava un po' a muoversi, cogli occhietti loschi dalla bile.

Elisa le teneva dietro con aria distratta, forse per fare impressione a Badoero, il quale allungavasempre il collo cercando la mima che non trovava mai. Il conte degli Ariberti veniva l'ultimo, tutto rosso dalla vergogna, strascinandosi Gegio con una mano e coll'altra tenendosi stretto sotto il braccio il cuscino stemmato.

— Oh, finalmente! — esclamò la Cecilia, quando si fu di nuovo adagiata. — È innegabile che una volta, daRima, i bagni erano più comodi. Oh, sì davvero! E poi si faceva più presto e si spendeva meno.

— Oggi, sa, Contessa, c'è folla perchè è domenica.

— Anche qui come a Vicenza? — esclamò Prandino: — la domenica non si può andare in nessun luogo.

— Sicuro: tutto il mondo è paese. Per questo appunto lenostre signorenon vengono mai al Lido la domenica.

— No?

— No. C'è troppa gente. Ma vedranno domani; ce ne sarà meno assai e poi troveranno unasocietàmolto piùdistinta!

— È vero che al Lido ci sono le carrozze e i cavalli? — saltò su Gegio a domandare tutto a un tratto, tirando la giacca a Badoero.

— Sì, carino. C'è iltramvai.

— Mamma, andiamo intramvai? Io voglio andare intramvai!

— Sì, sì: chetati, carino, si va intramvai, fino allo stabilimento. È suo figlio? — chiese poi a Cecilia.

— Mio figlio. Andiamo, Gegio, da bravo, sta su dritto e saluta il signor Conte.

Gegio si strinse nelle spalle, e si voltò divertendosi a sputare nell'acqua.

— Carino proprio davvero; e quanti anni ha?...

— Tre anni, — rispose l'Elisa.

— Per bacco, è molto sviluppato!

— Lamamma grandedice sempre che ho tre anni! — esclamò Gegio, voltandosi verso Badoero, e dando un urtone a un tedesco. — Anche l'anno passato a Lonigo io avevo tre anni!...

— Finiscila, stupido! — e la Cecilia gli diede un pizzicotto così forte in un orecchio che Gegio diventò rosso dalla rabbia e dal dolore e colla manina chiusa allungò un pugno a sua madre. Fra madre e figlio, naturalmente, stava per succedere una tragedia, quando Badoero, tanto per volgere altrove l'attenzione, esclamò ridendo, chè proprio non poteva più contenersi:

— Oh, ecco Potapow e Jamagata che arrivano gli ultimi; ah, ah, ah! se non fanno presto restano proprio con un palmo di naso.

Ma Potapow e Jamagata si misero a correre e così arrivarono a tempo per imbarcarsi. Potapow era un vecchietto rubizzo, vegetopiuttosto grasso, e nel vestito era sudicino, anzichenò. Aveva la barba intera d'un grigio giallognolo: parlava sempre, toccava tutto e non istava mai fermo. Invece, il commendatore Jamagata, lucente nell'abito nero, di una pulitezza squisita e di una eleganza severissima, alto, dritto, composto, nel suo genere giapponese era un uomo bellissimo. Naturalmente, s'era tagliato la coda, ma in compenso si era fatto crescere i baffi; cioè, intendiamoci, non aveva da coltivare che sette peli alla destra e cinque alla sinistra del naso.

Il russo ed il giapponese si vedevano sempre insieme: ma nulladimeno si detestavano cordialmente. Fra loro due c'era dell'astio, dell'invidia e della rivalità. Dicevano corna l'uno dell'altro, si contraddicevano, garrivano spesso, giocandosi dei tiri, facendosi dei dispettucci e a volte scambiandosi anche qualche impertinenza. Il russo era allegro e chiassoso, il giapponese grave e malinconico, il primo assolutista e avaro, il secondo splendido e liberale, l'uno materialista e scettico, l'altro sentimentale e credente, quello licenziosetto e spregiudicato, questo casto e tenero di cuore.

Mentre il vaporetto dal guscio giallo scendeva giù velocemente solcando l'acqua cristallina della laguna, con la tolda così tutta coperta dai vivacicolori delle vesti, dei capelli, degli ombrellini verdi, rossi, bianchi da sembrare un gran cesto carico di fiori, successe la presentazione del Conte e del Commendatore alle contesse Navaredo e al conte Eriprando degli Ariberti. Il giapponese si sedette vicino all'Elisa, il russo rimase in piedi dinanzi a Cecilia. Jamagata parlò colla Contessa delle melanconiche idealità di Venezia; Potapow consigliò Cecilia a prendere un libretto d'abbonamento pei bagni del Lido, avvertendola poi di confrontare attentamente le serie delle contromarche perchè alle volte erano sbagliate.

Solamente il conte Eriprando era un po' messo da parte e ciò perchè egli non godeva di troppa dimestichezza colla lingua francese. Una volta, vedendo ch'egli stava là tutto muto, accarezzandosi i baffi e ridendo quando ridevano gli altri, —Parlez-vous français, monsieur le comte?— gli chiese Potapow.

—Oh, très peu!... — rispose Prandino colle labbra strette, e poi tacque arrossendo, perchè dubitò di aver detto uno strafalcione; e tanto per fare un po' il disinvolto, voleva che Gegio ammirasse le isolette deiFrarie diSant'Elena. Ma Gegio nemmeno gli badava: il ragazzo fissava Jamagata cogli occhi sbarrati, mangiandosi le unghie.

Prandino cominciava a essere un po' seccato.Quel parlar francese lo infastidiva: egli aveva creduto di venire a Venezia a far la prima figura vicino alla contessa Navaredo e adesso invece gli toccava l'ultima parte.

E già non ne poteva proprio più, quando il vaporetto rallentava la corsa, e poco dopo si fermava all'approdo. Furono aperti gli sportelli, furon gettati i montatoi, e la gente cominciò a scendere. Allora Prandino lavorò tanto bene coi gomiti che riuscì in breve a ficcarsi proprio dietro all'Elisa, e quando ella discese, lui, risoluto, con una mano appoggiata allo sportello, cacciò fuori la gamba sul montatoio, e le rimase vicino, impedendo il passo a Jamagata.

Intanto la gente prendeva d'assalto itramways, che, appena carichi, correvano via di trotto, l'uno dopo l'altro.

Jamagata e Potapow, pratici del luogo, non si perdettero in complimenti: il commendatore saltò sultramwaye con tutte due le mani aiutò la Cecilia. Questa vi salì spinta per di dietro da Potapow, che si volse poi a tirar su anche l'Elisa. Prandino, nuovo in quelle confusioni, e non abituato a fare l'inglese, s'intimidisce, non ha coraggio di passar davanti alle signore, e iltramwaysi riempie: corre in su e in giù, inquieto, affannato per trovarsi un posto purchessia, ma intanto che cerca, iltramwaysi mette in movimentoe parte lasciandolo lì con un palmo di naso e con Gegio fra le gambe, il quale, vedendo la mamma allontanarsi, comincia a piangere e finisce a strillare.

L'Ariberti si guarda attorno, smarrito, mortificato: chiama Badoero: ma il Badoero s'era dileguato anche lui. Lì, poco discosto, c'era un altrotramway, mezzo vuoto, che si disponeva a partire. Prandino, trascinando Gegio, si mette a correre, e vi salta dentro che già si muove.

— Parte per il Lido? — domanda trafelato al conduttore.

— No, per Venezia! — rispose questo ridendo e schioccando la frusta sulla groppa dei cavalli.

— Se avessero osato di rispondere così a mio marito, guai! — esclamò più tardi la Cecilia, dopo che Prandino le ebbe contata quella canzonatura, — guai!... egli avrebbe buttato quel villano giù dal carrozzone. È vero però che mio marito non avrebbe certo fatta una domanda così sciocca: — soggiunse poi in via di conclusione, per paura che l'Ariberti le potesse rimaner in credito di una gentilezza.

Quando egli giunse allostabilimentoe attraversò la sala delCaffè ristorante, scura e bassa pari a quella di una nave, come si affacciò aduna delle uscite che mettevano sulla terrazza, si fermò là su due piedi.

Il mare tranquillo, in calma, lo accecava col riflesso di un azzurro largo, ampio, infinito, più del barbaglio del sole che saettava i suoi raggi sulle onde calde, con striscie gialle, mobili, scintillanti. A quell'ora sul mare non si vedeva una vela, nel cielo non correva una nube, non appariva neppure nella sconfinata immensità d'acqua, di cielo e di luce, l'ala bianca e rapida dell'alcione.

L'Ariberti, respirando con voluttà l'aria frizzante, si mosse, si avanzò verso il lungo parapetto della terrazza; ma allora l'andirivieni affollato, rumoroso dei forestieri ai bagni e dei veneziani a spasso, lo tolse dalla sua estatica contemplazione, e quel frastuono babelico, quel viavai delle fogge più strane, quel pettegolezzo di colori, lo attrasse ammirato, come prima lo aveva reso attonito il grandioso spettacolo del mare, e ciò mentre l'acqua ch'egli udiva rompersi e scorrere sotto il tavolato della terrazza lo impressionava così, da fargli muover le gambe con un certo sospetto. Quelle donne belle, eleganti, disinvolte che gli passavano vicino, lo facevano arrossire senza ch'egli ne sapesse la ragione. Certo, egli le trovava tutte più belle dell'Elisa, e pensando a lei adesso, si sentiva comeun po' mortificato. Quelle vesti così nuove, quei cappelli così arditi, che parevano panierini ricolmi di fiori o di frutta, o ricchi nodi svolazzanti di nastri e di trine, quel lusso, quella sensualità, gli misero addosso un'invidia indefinibile, un'ansia infinita di desideri che sentiva confusamente nel cervello, nel cuore, nel sangue, ma che non avrebbe saputo esprimere; una smania d'essere pur qualche cosa, in quel mondo a lui così straniero, di attirare sopra di sè l'attenzione di tutta quella gente che non si curava de' fatti suoi, che non lo guardava, che nemmeno sapeva chi egli fosse di nome. Si avvicinò al parapetto; giù, nell'acqua, c'era una compagnia di giovinotti con maglia a righe, come quelle deiclowns, che offrivano un piacevole spettacolo di scambietti, di salti, di capriole, alle signore che li stavano a guardare dall'alto. Prandino pensò allora di saltar giù, in quella folla, per superare tutti quei nuotatori, per farsi ammirare!... Ma poi guardandosi attorno, stanco, intristito, e vedendosi così solo, mentre molte coppie di donnine e di giovinotti, passeggiando in su e in giù, combinavano insieme l'amore e lareazione, tornò a pensare all'Elisa con un impeto prepotente di affetto, e insieme con un gran desiderio d'aver anche lui la sua amante da sfoggiare, e però ricominciò a trovarla bella, a sentirsela cara e a volerle bene.

Fu il Badoero che lo fece tornare in sè, dandogli un pizzicotto.

— Oh,ciao, Badoero!... E la Contessa, dov'è andata?

— Dall'altra parte; a spogliarsi per fare il bagno.

— Io voglio andare a fare il bagno colla mamma grande! — piagnuccolò Gegio appena udì quelle parole.

— Appunto; la contessa Cecilia, — (le conoscenze nuove, si sa bene, chiamavano contessa anche lei), — la contessa Cecilia cercava il bambino, ed era irritata contro di te, perchè diceva che ti perdi d'animo per un nonnulla.

— E adesso, che cosa si fa?

— Condurremo il ragazzo da sua madre e poi andremo a fare il bagno anche noi. Non ti pare?

— Sicuro, perdina! non vedo il momento di rinfrescarmi.

Il Badoero, tutto consolato perchè finalmente aveva sbirciata l'Emma, la sua mima, giù in mare, che prendeva atteggiamenti plastici a fior d'acqua, circondata da tre o quattro adoratori, prese lui Gegio per mano e lo condusse nel compartimento riservato alle donne, raccomandando alla bagnaiuola che lo facesse entrare nel camerino delle contesse Navaredo. Poi raggiunse l'Ariberti sulla terrazza donde uscirono tutti e due di nuovo, per andare a bagnarsi.

— Sai, — diceva il Badoero a Prandino, parlando a voce alta, mentre si spogliavano in due camerini attigui, — se stasera, sul tardi, ti vedo alFlorian, ti presento alla principessa di Lentz e poi andremo daBauera cenare.

— Grazie, — rispondeva l'altro dall'altra parte.

— Se vuoi ti condurrò anche alclub.

— Grazie.

— Già non ti abbisognerà nulla; ma, si sa bene, in ogni occorrenza devi far capitale di me.

— Grazie.

— Me ne avrei a male, se non fosse così.

Uscirono presto, quasi nello stesso punto. Il cugino scese il primo dalla scaletta; l'altro gli tenne dietro.

L'acqua era bassa, non arrivava a toccar loro le ginocchia.

— Sei nuotatore, non è vero?

— Figurati: nuotatore d'acqua dolce!...

— Tanto meglio, così andremo al largo.

— Sicuro.

— Passeremo dall'altra parte, dove ci sono le signore.

— Ma, non è proibito?

— Che! È proibito avvicinarsi alle signore dentro allo steccato: ma fuori non c'è nessuno che possa trovar nulla da ridire.

— Tanto meglio!

Camminando nell'acqua, si lasciarono dietro la folla dei nuotatori inesperti che facevano il chiasso, vociando, ridendo, spruzzandosi gli uni cogli altri, tuffandosi a vicenda, o dondolando, come salami, appesi alle corde.

Quando il fondo cominciò a mancare, i due cugini si allungarono, si distesero e nuotarono via, filando velocemente.

L'acqua era calda: il sole dall'alto dardeggiava infocato.

— Vedi la Contessa? — chiese il Badoero a Prandino.

— No, non vedo che la D'Abalà sulla terrazza: minaccia Gegio coll'ombrellino, perchè non vuol lasciarsi tuffare dal bagnaiuolo.

— La D'Abalà, naturalmente, non farà bagni...

— No.

— Si capisce.

— Oh! eccola, la Contessa! Nuota sola sola: esce adesso dallo steccato!

— Per bacco! Ci vedi da lontano cogli occhi del cuore....

— Tu scherzi, cuginetto mio!...

— No davvero! E te ne dò subito una prova: io mi fermo qui coll'Emma e ti lascio libero.

La piccola Emma, con una maglia rossa, scollata, che la faceva distinguere a mezzo chilometrodi distanza, ferma, in piedi, più vicina alla riva, usciva dall'acqua — dalla cintola in su — come Farinata dal fuoco: però l'Emma a vederla così, non metteva punto sgomento.

—Voi ti, giavan, adess te vegnet giò?— questo fu il saluto dato dalla Veneremeneghinaa Badoero, il quale, al suo apparire, fece allontanare due o tre giovinottini che le boccheggiavano d'intorno, come all'avvicinarsi di un pesce più grosso, i pesciolini minuti si disperdono, guizzando via lesti lesti.

Quando Prandino raggiunse l'Elisa, questa cominciò a nuotare di fianco: aveva avuta anche l'altra furberia d'indossare un camiciotto da bagno molto scuro e così, benchè l'acqua fosse limpida, riusciva a nascondere il soverchio rotondeggiare delle sue forme: precauzioni affatto inutili, del resto, per il buon Prandino, chè egli era innamorato, e si sa bene: più ce n'era di quella donna e più ne amava!

— Sei tu?

— Sì.

— Come hai fatto a ravvisarmi così di lontano, sotto questo cappellone....

— Lo sai bene: io ti vedrei anche se tu fossi in capo al mondo.

Prandino ansava e nuotava adesso con maggior fatica. Le braccia bianche, il piedino lungo, elegante,e le gambe rotonde della Contessa, vedute così sott'acqua, gli toglievano il respiro.

— Sei stanco?

— Tutt'altro.

— Andiamo un po' fuori?

— Come vuoi. Già bisogna venire in mezzo al mare per trovarti sola.

— Sai che Jamagata ha già cominciato a farmi la corte? — E l'Elisa diede in una risata, uscendo fuori dall'acqua con un braccio per accomodarsi il cappellone di paglia.

— Me ne sono accorto; e tu, non c'è che dire, te la lasci fare per benino!

— Che vuoi? Un giapponese, non m'era ancora capitato!

— Cioè?...

— A proposito, bambino, non dir nulla con Cecilia, che siamo usciti insieme a nuotare, se no, mi fa certe prediche noiose che non finiscono mai! — Fra le altrefanciullaggini, all'Elisa era rimasta anche questa, di fingere cioè ch'ella fosse tenuta d'occhio da sua figlia.

— Per me, io non le dico nulla di sicuro!... Ma senti, cara, non ti lascerai fare la corte da Jamagata: me lo prometti, non è vero?

— Chi lo sa? È tanto sentimentale! — L'Elisa guizzò nell'acqua, girando sopra sè stessa e fremendo dal piacere.

Prandino le si cacciò ai fianchi: — Giurami, che mi hai risposto così per ischerzo!...

— Tirati in là; andiamo, tirati in là, chè mi fai bere.

— Ti farò bere apposta, se continui a far la civetta!...

— Andiamo, andiamo!... Sei matto! Nuota più distante, chè, se ci vedono, fo davvero una bella figura!

L'Elisa non ischerzava più: Prandino si allontanò subito da lei.

— Vuoi che ritorniamo indietro?

— Come desideri!

— Si sta così bene qui soli, in mezzo all'acqua.

— Ti diverti, Prandino?

— Assai!

— Come ieri sera?

— Oh, no! Ieri sera, per modo di dire, fu il più bel giorno della mia vita.

— Quanto sei sciocco!...

— Sfido io: ti hanno abituata allo spirito del Giappone.

— Giappone o Cina, sta sicuro che Jamagata di queste sciocchezze non ne dice!

— Bada!... ti fo bere!

— Tirati in là!...

— Perdinci, come ti sei fatta paurosa!...

— Andremo ancora un'altra sera in gondola;e prenderemo con noi anche Cecilia, non è vero? — L'Elisa aveva detto ciò per ischerzo, ma vedendo che l'altro in acqua come in terra prendeva il cappello colla stessa facilità. — Non arrabbiarti, permaloso che sei — aggiunse subito — non capisci che l'ho detto per ridere?

— Dammi la mano....

— No....

— Dammi la mano!

— No. Non fare scherzi, sai: non mi accomoda! — E l'Elisa si voltò per ritornare verso lostabilimento.

— Oh Dio! — esclamò — quanto ci siamo allontanati.

Difatti sulla sabbia bigia della riva, i bagnanti che vi formicolavano qua e là, sembravano altrettanti bambini: lostabilimentobasso, angusto, ristretto, pareva poco più grande d'un balocco.

Nuotavano tutti e due adagio adagio, senza parlare: lui un po' indietro, intento cogli occhi per iscoprire sotto l'acqua tutti i movimenti dell'Elisa, e lei godendosi, colle pupille socchiuse, il barbaglio della luce calda, molle, snervante, che sollevava dal mare un odore acuto di alghe e di sale.

— Chi è quel cappellone laggiù, che nuota dritto verso di noi? — chiese Prandino, sempre pieno di sospetti, alla sua compagna, indicandoleun coso lontano che sembrava una zucca gialla, galleggiante a fior d'acqua.

— Non so, non vedo nulla — rispose l'Elisa. Però, la perfida non diceva la verità nemmeno questa volta!... Tanto è vero che increspò le labbra a un sorriso di soddisfazione e che, colla scusa di accomodarsi di nuovo il cappello, levò fuori dell'acqua un braccio bianchissimo, grassotto, che ebbe così, grondante sotto il sole, un momentaneo luccichìo. Poi tornò a nuotare di fianco, molto di fianco, allungando e allargando i movimenti.

— Ti dico che quello là ci viene incontro! — tornò a ripetere Prandino coll'innocenza che gli era abituale. Ma poi, quando si avvicinarono ancora di più ed egli potè adocchiare chi ci stava sotto il cappellone, il suo povero cuore gli cominciò a saltar dentro come se gli battesse la furlana e quella larga distesa d'acqua azzurra gli girò attorno alla vista.

— Contessa.... arriva da.... Trieste?!

Maledizione! era proprio lui, il Maggiore!

— Addio Del Mantico! Ritorno col conte Eriprando, da una bellissima traversata.

L'Ariberti non potè dire una sola parola: per superarsi, per vincere la commozione di quella sorpresa così sgradita, accelerò troppo i movimenti, però lo prese un po' d'ansia, d'affanno, e, mentre gli altri due si scambiavano dei complimentigraziosissimi, lui diede giù una bevuta così abbondante, che lo fece starnutire per un pezzo.

— Conte, si beve?

— Si beve e si beve amaro!

Prandino continuò a sputare, a schiarirsi la gola, e a soffiar l'acqua dal naso.

Il Maggiore, veduto in maglia da bagno, non era avvenente per nessun verso. Egli non aveva la malizia dell'Elisa, che nuotava di fianco, e però si vedeva tutto, così grasso e grosso com'era, col collo corto e largo, col petto setoloso, mentre i baffi gli pendevano molli, cadenti, rendendo buffo quel suo faccione tondo, bruciato dal sole.

— Lo sapeva, Maggiore, di trovarmi al Lido?

— No, non lo sa....peva, ma lo spe....rava.

Anche il Del Mantico era ansante nel parlare. Non era un nuotatore della forza di Prandino, e nell'acqua si stancava subito.

— Ma come ha fatto a riconoscermi così da lontano, e senza l'occhialino?...

— Mi fu indi...cata dalla contes...sina Cecilia!

— Strega del diavolo! — borbottò Prandino, la cui grande infelicità riempiva adesso, per lui, tutto quell'immenso spazio d'acqua e di cielo.

L'Elisa, pratica di tali scene, capì che la posizione poteva farsi un po' difficile, e pensò bene di lasciare soli i due rivali a sbrigarsela come credessero meglio.

— Qui, signori miei, bisogna dividerci, se non vogliamo far nascere scandali.

— A ben rivederla, Con...tessa!

— Si ferma a Venezia, Maggiore?

— Potrebbe.... darsi!

— Allora,au revoir!

—Au revoir.

L'Ariberti non salutò nemmeno la Contessa, che filò via dritta dritta, verso il compartimento delle signore; invece cominciò a nuotare come i cani, sbattendo l'acqua colle mani e coi piedi.

Il Maggiore aveva fatto uno sforzo e non ne poteva più; buon per lui che si cominciò presto a toccare il fondo! Prandino continuò a tenersi muto, il Maggiore ugualmente, e tutti e due salirono ai rispettivi camerini, per due scalette differenti.

Quando l'Ariberti si trovò chiuso, solo solo nella sua gabbia, rimase là per un momento, come istupidito dall'affanno e dal dolore; ma poi, mentre si asciugava, cominciò a piangere, e a piangere dirottamente.

Povero ragazzo!..


Back to IndexNext