CAPITOLO XIII.

CAPITOLO XIII.Il conte degli Ariberti non sapeva ancora come sarebbe morto, ma voleva morire a ogni costo e per il momento gli bastava la certezza di farla finita prima di domenica.Più di tutto lo seduceva l'idea di perdersi nella profondità del mare come un atomo che lentamente viene assorbito da una gocciola d'acqua, senza lotta e senza dolore. Gli pareva, una volta inghiottito da quell'enorme distesa di cavalloni verdastri, d'esser così ben sepolto che nemmeno la sua memoria non sarebbe più ritornata a galla; e così quei signori di Vicenza, dimenticandolo affatto, non avrebbero riso di lui per la brutta figura che faceva ad essere stato, in certo qual modo, messo in libertà dalla contessa Navaredo.Ma anche il morire non è sempre una cosa presto fatta, e alle volte per quanto chi ci voglia riuscire, ci si metta di buona lena, non arriva a capo di nulla. Morire sott'acqua poi, nel caso di Prandino, nuotatore espertissimo, era un'impresa estremamente difficile.Quando si trovò innanzi un buon tratto nel mare, portato dalle onde in su e in giù come da un'altalena, si determinò nel disperato proposito e si cacciò sotto risolutamente, ma fece fiasco. Per quanto lavorasse di braccia e di gambe, l'acqua lo riportava a galla dopo pochi istanti, e tornato fuori colla testa, doveva respirare per forza. Un'altra volta, dopo d'essersi tuffato, provò ad aprire la bocca: ma non fece altro che bere!....Eppure non c'era verso!.... bisognava morire!.... Morire?.... Perchè morire?.... E a questo punto il fresco dell'acqua, che calmando il sistema nervoso del giovinotto, lo conduceva a più miti consigli, lo tenne prima un poco perplesso sulla decisione da prendere e poi addirittura lo fece cambiar di parere.Morire?.... Chè! Vivere bisogna; vivere per potersi difendere dalle false accuse e dichiarare a tutti che non era stata l'Elisa la prima a piantar lui, ma che viceversa era stato lui a piantare l'Elisa! Bisognava vivere per vendicarsi del sottoprefetto D'Abalà a costo d'improvvisargli apposta unadimostrazione.... e, in tutti i casi, prima di morire voleva mostrare i denti alla Cecilia e, almeno una volta, provare il gusto matto di tirare le orecchie a Gegio! Sì, sì, bisognava vivere!.... Ma, e le ottocento cinquanta lire da pagarsi domenicaa Badoero? Questo funesto ricordo lo sgomentò; si lasciò di nuovo calare a fondo e fece di tutto per rimanervi; ma, povero diavolo, anche questa volta non ci riuscì.— No, no; bisogna morire!Coûte que coûte(come dice la perfida!) bisogna morire! — E poi, forse ch'egli avrebbe potuto vivere a Vicenza il giorno del matrimonio dell'Elisa col Maggiore?I suoi amici che avevano tentato di soppiantarlo quand'era lui il fortunato, adesso gli domanderebbero — “se gli parevano dolci i confettini!„ E se il cavalier Pinocchio lo destinasse per il momento alla vendita dei biglietti e toccasse a lui, proprio a lui (quando ci si mette l'ironia del destino è così spietata!) toccasse a lui di staccare i biglietti per quel viaggio di nozze? — Bisogna morire! e Prandino chiuse gli occhi, abbandonandosi all'urto delle onde che gli si rompevano scroscianti contro la faccia.Pensò, visto e provato che andar a fondo non poteva, di spingersi tanto innanzi nel mare, fino a raggiungere quella striscia scura, plumbea, che chiudea l'orizzonte. Allora, quando le forze gli fossero mancate, egli verrebbe travolto dai flutti e sommerso a poco a poco, senza nemmeno accorgersene.Già, si capisce che non gli premeva molto di assistere con tutta la sua presenza di spirito aquel trapasso dalla vita alla morte: per quante ne dicano i misantropi, non è mai una gita di piacere! E poi, Prandino, tutti i gusti son gusti, avrebbe desiderato di morire dormendo. Intanto continuava a nuotare di lena e ad allontanarsi sempre più dalla riva. Dopo qualche tempo cominciò per davvero a trovarsi un po' stanco. Tuttavia continuò sempre a nuotare: era deciso! adesso però nuotava molto più adagio. Il vento gli sibilava acuto, molesto nelle orecchie e gli battea il viso, l'acqua salata gli bruciava gli occhi, ma egli non indietreggiava, avanzava anzi sempre verso il largo, rassegnato al suo destino, finchè sentì i primi brividi di freddo corrergli per la vita.— Ci siamo! pensò, e Prandino fece il morto, tanto per cominciare.La durò così ancora per qualche minuto, quando d'un tratto egli si sentì trasportare con violenza da una forza nuova, ignota, che lo trascinava velocemente. Spaventato, si allungò nell'acqua, per opporsi a quell'onda impetuosa, ma rotto com'era dalla fatica, ci riusciva a stento e capiva che presto egli sarebbe rimasto vinto, sopraffatto: era stato portato via da una corrente tanto più forte quanto il mare era più grosso.In quel punto, Elisa, il Maggiore, la Cecilia e anche le ottocento cinquanta lire, gli si dileguaronoin un attimo dal cuore e si risvegliò in lui prepotente l'istinto della conservazione. Fece, sforzi disperati, sovrumani.... ma, per quanto si adoperasse con tutto il suo vigore, non riusciva che a resistere all'urto dell'onda e a star fermo: retrocedere gli era impossibile.... Già, in breve, stanco, sfinito, non poteva più nemmeno tenersi a galla.... già l'onda vittoriosa gli era passata due volte sulla testa, già, spossato, stava per venir meno e questa volta trovarlo proprio davvero il modo di calare a fondo.... quando, senza saper come, senza saper nemmeno s'era proprio desto o se sognava, si trovò dritto in piedi, là, in mezzo alla burrasca, coll'acqua che gli arrivava appena alle spalle!A un migliaio di metri all'incirca dal Lido, si allunga per un buon tratto di mare, un banco di sabbia: la corrente lo aveva portato là sopra, e Prandino era salvo: salvo, ma non sicuro. Adesso quei cavalloni verdastri, impetuosi, spumeggianti, lo spaventavano, e tutte quelle creste candide che correvano sulle onde, gli sembravano altrettanti mostri marini che gli venissero incontro. Si raccomandò a Dio, pensò a sua madre e chiamò al soccorso, con quanto fiato gli rimaneva in corpo.—Semo qua, paron, semo qua— gli rispose subito una voce poco lontana.Era la barca destinata al salvataggio dei nuotatoriche, come vuole il regolamento, quando Ariberti si allontanò troppo dalla riva, gli aveva tenuto dietro, senza che il poveretto, fisso collo sguardo nel tendone buio dell'orizzonte, e mezzo accecato com'era dal bruciore e dagli sprazzi dell'acqua, se ne fosse accorto.Due battellieri, dalle braccia robuste, lo tirarono su di tutto peso nel guscio, e, quando fu dentro, gli domandarono come mai s'era arrischiato di allontanarsi tanto, col mare così grosso.— È stata la corrente che mi ha portato via — rispose Prandino, arrossendo per la doppia vergogna dell'essersi voluto annegare e del non esservi riuscito.Tutto curvo, seduto sopra una panchetta della barca, coi denti che gli battevano dal freddo, col vento che gli soffiava addosso, egli, silenzioso, mortificato, si lasciò condurre a riva. Ma, tuttavia, mentre si avvicinava alla spiaggia e loStabilimentos'ingrandiva a vista d'occhio, così da distinguere le persone che si movevano sulla terrazza, tornò a pensare a' casi suoi e a convincersi che, per quanto gli potesse spiacere di morire, nulladimeno, non poteva più vivere. Anche un po' per non rendersi ridicolo a sè stesso, non c'era verso, doveva venire a quella conclusione. Però, avrebbe scelto un altro genere dimorte. I battellieri gli narrarono il caso d'un tedesco che, l'anno prima, s'era annegato, per l'appunto al Lido, e che fu ripescato monco di un piede e senz'occhi: gli erano stati divorati dai pesci.Prandino, al racconto, sentì in tutto il corpo un senso vivo di ribrezzo. Scegliendo quel genere di morte, sott'acqua, non aveva riflettuto al pericolo d'essere mangiato vivo.... o anche morto, che, quasi, gli sarebbe spiaciuto ugualmente. No, no; bisognava trovare un'altra specie di suicidio: col freddo che aveva intorno, avrebbe preferito piuttosto di morire nel fuoco, bruciato; tanto più che quella massa enorme, spaventosa, d'acqua ondeggiante e quegli odori acuti d'effluvi salini, gli davano nausea!....Voleva finire i suoi giorni a Vicenza, dov'era nato. In quel momento supremo, voleva trovarsi vicino a sua madre.... Voleva abbracciarla un'ultima volta, povera mamma!.... A Vicenza, ancora, non si saprebbe nulla del matrimonio della Contessa, e fino a domenica, c'era tempo; questa proroga se la poteva concedere senza offendere la fermezza del suo carattere, essa, invece di distoglierlo, lo rendeva più saldo nel suo proponimento.Quando uscì vestito dal camerino, trovò sull'uscio i battellieri che lo avevano salvato, colcappello in mano, che aspettavano la mancia. Nè si accontentarono così facilmente. Erano in tre e ci vollero cinque lire.Per bacco: avevano salvato un conte, non una persona qualunque!Prandino pagò, sospirando, e pensò che a Venezia tutto era caro, e che non si poteva nemmeno tentar di morire senza spendere quattrini. Ma ci sarebbe da scommettere, a ogni modo, che quelle cinque lire lì, trovò che erano meno buttate via delle altre spese la sera innanzi, nella bottiglia di birra inglese.Uscito fuori dai corridoi, era in preda a una viva preoccupazione: schivare in tutti i modi di incontrarsi colla Contessa. Non voleva rivederla più: gli avrebbe fatto troppo male.Questa volta, la sorte fu mite: gli risparmiò quell'angoscia. Ma non così potè schivare Jamagata, che adocchiò, appoggiato alla porta delCaffè Ristorante, colla faccia melanconica, d'una tristezza gialla, che faceva ancora più pena, mentre Potapow, di lietissimo umore, lo tormentava con facezie un poco spinte.—Allez vous à Venise?— chiese Jamagata a Prandino, che passava dritto, fingendo di non vederlo.—Oui, monsieur.Vado a Venezia.—Si le temps n'était si mauvais, je viendrais moi aussi.E sospirò profondamente, in modo tale da far capire all'Ariberti che anche Jamagata sapeva qualche cosa del matrimonio d'Elisa.Potapow, invece di commoversi a quella muta desolazione, uscì in una sonora risata e continuando le allusioni impertinenti.—Courage, Courage!— disse al Console sentimentale, —le temps et les femmes il faut les prendre comme le bon Dieu nous les donne!—Vous m'ennuyez, monsieur le Comte, vous m'ennuyez!— esclamò Jamagata con vivacità, diventando violetto, chè, alla fine, cominciava a perdere la flemma diplomatica.Potapow, saltellando dalla collera, gli rispose per le rime; l'altro continuò più forte; il battibecco si faceva vivo, quando comparve sulla porta l'ombra nera del cavalier Ramolini, che fu come un secchio d'acqua fredda sui contendenti, ma nello stato d'animo in cui si trovava l'Ariberti, quel diverbio non lo commoveva: ne approfittò invece per dileguarsi senz'altri intoppi dallo Stabilimento.Adesso Venezia gli metteva addosso un'uggia insopportabile, avrebbe voluto ritornare a Vicenza subito, quella stessa sera. Gli pareva che più presto fosse andato via, più presto avrebbe trovato pace. Credeva, povero illuso, di lasciar là, alla stazione, tutti i suoi dolori, e una voltachiuso in vagone e messosi in via, di dover respirar più leggero. Ma, mentre attraversava la laguna in vaporetto, sembrò che le cateratte del cielo si aprissero ad un secondo diluvio e Prandino arrivò allaGondola d'orocosì bagnato dalla testa ai piedi ed in tale stato da vincere la musoneria del portiere che, vedendolo, si mise a ridere.— L'ha presa tutta, mi pare?— Sicuro. Fatemi mandare il conto sopra,all'ottantasei.— Parte il signore?— Sì, parto.— Subito?— No, domattina, colla prima corsa. — Bisognava che si mettesse in letto, aspettando che si asciugasse un po' la sua roba.— Allora c'è tempo.— Non importa: il conto lo voglio subito.Levato il dente, come si dice, è levato il dolore; e poi adesso Prandino avea premura di vedere il conto dell'albergo, per sapere quanto denaro gli restava da portar a casa.— Ilquarantaparte con lei?— No!L'Ariberti diventò rosso fin alla punta dei capelli. Quel petulante di portiere aspettava allora a diventare verboso!Venuto il conto, pagato, preso un biglietto di seconda classe alla ferrovia, tutto sommato gli rimanevano ancora cento dieci lire. Dunque non gliene occorrevano che settecento quaranta per Badoero!!... A questa scoperta gli si allargò il cuore; ma per poco. Tant'è, domenica non le avrebbe avute, nemmeno ridotte a settecento quaranta, e però il conte Eriprando degli Ariberti era sempre vicino al fallimento.Maledetto il giorno ch'egli era partito per Venezia. Maledetta l'Elisa, il Maggiore, il Badoero e le bagnature!...

Il conte degli Ariberti non sapeva ancora come sarebbe morto, ma voleva morire a ogni costo e per il momento gli bastava la certezza di farla finita prima di domenica.

Più di tutto lo seduceva l'idea di perdersi nella profondità del mare come un atomo che lentamente viene assorbito da una gocciola d'acqua, senza lotta e senza dolore. Gli pareva, una volta inghiottito da quell'enorme distesa di cavalloni verdastri, d'esser così ben sepolto che nemmeno la sua memoria non sarebbe più ritornata a galla; e così quei signori di Vicenza, dimenticandolo affatto, non avrebbero riso di lui per la brutta figura che faceva ad essere stato, in certo qual modo, messo in libertà dalla contessa Navaredo.

Ma anche il morire non è sempre una cosa presto fatta, e alle volte per quanto chi ci voglia riuscire, ci si metta di buona lena, non arriva a capo di nulla. Morire sott'acqua poi, nel caso di Prandino, nuotatore espertissimo, era un'impresa estremamente difficile.

Quando si trovò innanzi un buon tratto nel mare, portato dalle onde in su e in giù come da un'altalena, si determinò nel disperato proposito e si cacciò sotto risolutamente, ma fece fiasco. Per quanto lavorasse di braccia e di gambe, l'acqua lo riportava a galla dopo pochi istanti, e tornato fuori colla testa, doveva respirare per forza. Un'altra volta, dopo d'essersi tuffato, provò ad aprire la bocca: ma non fece altro che bere!....

Eppure non c'era verso!.... bisognava morire!.... Morire?.... Perchè morire?.... E a questo punto il fresco dell'acqua, che calmando il sistema nervoso del giovinotto, lo conduceva a più miti consigli, lo tenne prima un poco perplesso sulla decisione da prendere e poi addirittura lo fece cambiar di parere.

Morire?.... Chè! Vivere bisogna; vivere per potersi difendere dalle false accuse e dichiarare a tutti che non era stata l'Elisa la prima a piantar lui, ma che viceversa era stato lui a piantare l'Elisa! Bisognava vivere per vendicarsi del sottoprefetto D'Abalà a costo d'improvvisargli apposta unadimostrazione.... e, in tutti i casi, prima di morire voleva mostrare i denti alla Cecilia e, almeno una volta, provare il gusto matto di tirare le orecchie a Gegio! Sì, sì, bisognava vivere!.... Ma, e le ottocento cinquanta lire da pagarsi domenicaa Badoero? Questo funesto ricordo lo sgomentò; si lasciò di nuovo calare a fondo e fece di tutto per rimanervi; ma, povero diavolo, anche questa volta non ci riuscì.

— No, no; bisogna morire!Coûte que coûte(come dice la perfida!) bisogna morire! — E poi, forse ch'egli avrebbe potuto vivere a Vicenza il giorno del matrimonio dell'Elisa col Maggiore?

I suoi amici che avevano tentato di soppiantarlo quand'era lui il fortunato, adesso gli domanderebbero — “se gli parevano dolci i confettini!„ E se il cavalier Pinocchio lo destinasse per il momento alla vendita dei biglietti e toccasse a lui, proprio a lui (quando ci si mette l'ironia del destino è così spietata!) toccasse a lui di staccare i biglietti per quel viaggio di nozze? — Bisogna morire! e Prandino chiuse gli occhi, abbandonandosi all'urto delle onde che gli si rompevano scroscianti contro la faccia.

Pensò, visto e provato che andar a fondo non poteva, di spingersi tanto innanzi nel mare, fino a raggiungere quella striscia scura, plumbea, che chiudea l'orizzonte. Allora, quando le forze gli fossero mancate, egli verrebbe travolto dai flutti e sommerso a poco a poco, senza nemmeno accorgersene.

Già, si capisce che non gli premeva molto di assistere con tutta la sua presenza di spirito aquel trapasso dalla vita alla morte: per quante ne dicano i misantropi, non è mai una gita di piacere! E poi, Prandino, tutti i gusti son gusti, avrebbe desiderato di morire dormendo. Intanto continuava a nuotare di lena e ad allontanarsi sempre più dalla riva. Dopo qualche tempo cominciò per davvero a trovarsi un po' stanco. Tuttavia continuò sempre a nuotare: era deciso! adesso però nuotava molto più adagio. Il vento gli sibilava acuto, molesto nelle orecchie e gli battea il viso, l'acqua salata gli bruciava gli occhi, ma egli non indietreggiava, avanzava anzi sempre verso il largo, rassegnato al suo destino, finchè sentì i primi brividi di freddo corrergli per la vita.

— Ci siamo! pensò, e Prandino fece il morto, tanto per cominciare.

La durò così ancora per qualche minuto, quando d'un tratto egli si sentì trasportare con violenza da una forza nuova, ignota, che lo trascinava velocemente. Spaventato, si allungò nell'acqua, per opporsi a quell'onda impetuosa, ma rotto com'era dalla fatica, ci riusciva a stento e capiva che presto egli sarebbe rimasto vinto, sopraffatto: era stato portato via da una corrente tanto più forte quanto il mare era più grosso.

In quel punto, Elisa, il Maggiore, la Cecilia e anche le ottocento cinquanta lire, gli si dileguaronoin un attimo dal cuore e si risvegliò in lui prepotente l'istinto della conservazione. Fece, sforzi disperati, sovrumani.... ma, per quanto si adoperasse con tutto il suo vigore, non riusciva che a resistere all'urto dell'onda e a star fermo: retrocedere gli era impossibile.... Già, in breve, stanco, sfinito, non poteva più nemmeno tenersi a galla.... già l'onda vittoriosa gli era passata due volte sulla testa, già, spossato, stava per venir meno e questa volta trovarlo proprio davvero il modo di calare a fondo.... quando, senza saper come, senza saper nemmeno s'era proprio desto o se sognava, si trovò dritto in piedi, là, in mezzo alla burrasca, coll'acqua che gli arrivava appena alle spalle!

A un migliaio di metri all'incirca dal Lido, si allunga per un buon tratto di mare, un banco di sabbia: la corrente lo aveva portato là sopra, e Prandino era salvo: salvo, ma non sicuro. Adesso quei cavalloni verdastri, impetuosi, spumeggianti, lo spaventavano, e tutte quelle creste candide che correvano sulle onde, gli sembravano altrettanti mostri marini che gli venissero incontro. Si raccomandò a Dio, pensò a sua madre e chiamò al soccorso, con quanto fiato gli rimaneva in corpo.

—Semo qua, paron, semo qua— gli rispose subito una voce poco lontana.

Era la barca destinata al salvataggio dei nuotatoriche, come vuole il regolamento, quando Ariberti si allontanò troppo dalla riva, gli aveva tenuto dietro, senza che il poveretto, fisso collo sguardo nel tendone buio dell'orizzonte, e mezzo accecato com'era dal bruciore e dagli sprazzi dell'acqua, se ne fosse accorto.

Due battellieri, dalle braccia robuste, lo tirarono su di tutto peso nel guscio, e, quando fu dentro, gli domandarono come mai s'era arrischiato di allontanarsi tanto, col mare così grosso.

— È stata la corrente che mi ha portato via — rispose Prandino, arrossendo per la doppia vergogna dell'essersi voluto annegare e del non esservi riuscito.

Tutto curvo, seduto sopra una panchetta della barca, coi denti che gli battevano dal freddo, col vento che gli soffiava addosso, egli, silenzioso, mortificato, si lasciò condurre a riva. Ma, tuttavia, mentre si avvicinava alla spiaggia e loStabilimentos'ingrandiva a vista d'occhio, così da distinguere le persone che si movevano sulla terrazza, tornò a pensare a' casi suoi e a convincersi che, per quanto gli potesse spiacere di morire, nulladimeno, non poteva più vivere. Anche un po' per non rendersi ridicolo a sè stesso, non c'era verso, doveva venire a quella conclusione. Però, avrebbe scelto un altro genere dimorte. I battellieri gli narrarono il caso d'un tedesco che, l'anno prima, s'era annegato, per l'appunto al Lido, e che fu ripescato monco di un piede e senz'occhi: gli erano stati divorati dai pesci.

Prandino, al racconto, sentì in tutto il corpo un senso vivo di ribrezzo. Scegliendo quel genere di morte, sott'acqua, non aveva riflettuto al pericolo d'essere mangiato vivo.... o anche morto, che, quasi, gli sarebbe spiaciuto ugualmente. No, no; bisognava trovare un'altra specie di suicidio: col freddo che aveva intorno, avrebbe preferito piuttosto di morire nel fuoco, bruciato; tanto più che quella massa enorme, spaventosa, d'acqua ondeggiante e quegli odori acuti d'effluvi salini, gli davano nausea!....

Voleva finire i suoi giorni a Vicenza, dov'era nato. In quel momento supremo, voleva trovarsi vicino a sua madre.... Voleva abbracciarla un'ultima volta, povera mamma!.... A Vicenza, ancora, non si saprebbe nulla del matrimonio della Contessa, e fino a domenica, c'era tempo; questa proroga se la poteva concedere senza offendere la fermezza del suo carattere, essa, invece di distoglierlo, lo rendeva più saldo nel suo proponimento.

Quando uscì vestito dal camerino, trovò sull'uscio i battellieri che lo avevano salvato, colcappello in mano, che aspettavano la mancia. Nè si accontentarono così facilmente. Erano in tre e ci vollero cinque lire.

Per bacco: avevano salvato un conte, non una persona qualunque!

Prandino pagò, sospirando, e pensò che a Venezia tutto era caro, e che non si poteva nemmeno tentar di morire senza spendere quattrini. Ma ci sarebbe da scommettere, a ogni modo, che quelle cinque lire lì, trovò che erano meno buttate via delle altre spese la sera innanzi, nella bottiglia di birra inglese.

Uscito fuori dai corridoi, era in preda a una viva preoccupazione: schivare in tutti i modi di incontrarsi colla Contessa. Non voleva rivederla più: gli avrebbe fatto troppo male.

Questa volta, la sorte fu mite: gli risparmiò quell'angoscia. Ma non così potè schivare Jamagata, che adocchiò, appoggiato alla porta delCaffè Ristorante, colla faccia melanconica, d'una tristezza gialla, che faceva ancora più pena, mentre Potapow, di lietissimo umore, lo tormentava con facezie un poco spinte.

—Allez vous à Venise?— chiese Jamagata a Prandino, che passava dritto, fingendo di non vederlo.

—Oui, monsieur.Vado a Venezia.

—Si le temps n'était si mauvais, je viendrais moi aussi.

E sospirò profondamente, in modo tale da far capire all'Ariberti che anche Jamagata sapeva qualche cosa del matrimonio d'Elisa.

Potapow, invece di commoversi a quella muta desolazione, uscì in una sonora risata e continuando le allusioni impertinenti.

—Courage, Courage!— disse al Console sentimentale, —le temps et les femmes il faut les prendre comme le bon Dieu nous les donne!

—Vous m'ennuyez, monsieur le Comte, vous m'ennuyez!— esclamò Jamagata con vivacità, diventando violetto, chè, alla fine, cominciava a perdere la flemma diplomatica.

Potapow, saltellando dalla collera, gli rispose per le rime; l'altro continuò più forte; il battibecco si faceva vivo, quando comparve sulla porta l'ombra nera del cavalier Ramolini, che fu come un secchio d'acqua fredda sui contendenti, ma nello stato d'animo in cui si trovava l'Ariberti, quel diverbio non lo commoveva: ne approfittò invece per dileguarsi senz'altri intoppi dallo Stabilimento.

Adesso Venezia gli metteva addosso un'uggia insopportabile, avrebbe voluto ritornare a Vicenza subito, quella stessa sera. Gli pareva che più presto fosse andato via, più presto avrebbe trovato pace. Credeva, povero illuso, di lasciar là, alla stazione, tutti i suoi dolori, e una voltachiuso in vagone e messosi in via, di dover respirar più leggero. Ma, mentre attraversava la laguna in vaporetto, sembrò che le cateratte del cielo si aprissero ad un secondo diluvio e Prandino arrivò allaGondola d'orocosì bagnato dalla testa ai piedi ed in tale stato da vincere la musoneria del portiere che, vedendolo, si mise a ridere.

— L'ha presa tutta, mi pare?

— Sicuro. Fatemi mandare il conto sopra,all'ottantasei.

— Parte il signore?

— Sì, parto.

— Subito?

— No, domattina, colla prima corsa. — Bisognava che si mettesse in letto, aspettando che si asciugasse un po' la sua roba.

— Allora c'è tempo.

— Non importa: il conto lo voglio subito.

Levato il dente, come si dice, è levato il dolore; e poi adesso Prandino avea premura di vedere il conto dell'albergo, per sapere quanto denaro gli restava da portar a casa.

— Ilquarantaparte con lei?

— No!

L'Ariberti diventò rosso fin alla punta dei capelli. Quel petulante di portiere aspettava allora a diventare verboso!

Venuto il conto, pagato, preso un biglietto di seconda classe alla ferrovia, tutto sommato gli rimanevano ancora cento dieci lire. Dunque non gliene occorrevano che settecento quaranta per Badoero!!... A questa scoperta gli si allargò il cuore; ma per poco. Tant'è, domenica non le avrebbe avute, nemmeno ridotte a settecento quaranta, e però il conte Eriprando degli Ariberti era sempre vicino al fallimento.

Maledetto il giorno ch'egli era partito per Venezia. Maledetta l'Elisa, il Maggiore, il Badoero e le bagnature!...


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