IL PASSAGGIO DELL'ACHERONTEI.Come passa Dante l'Acheronte? Caron è partito su per l'onda bruna senza prender nella barca Dante e Virgilio. Caron aveva detto:[160]E: tu che se' costì anima viva,pàrtiti da cotesti che son morti.E vedendo che non si partiva, aveva soggiunto:per altra via, per altri portiverrai a piaggia, non qui: per passarepiù lieve legno convien che ti porti.A Dante, rimasto sulla riva, Virgilio dice:Quinci non passa mai anima buona,e però, se Caron di te si lagna,ben puoi saper omai che il suo dir suona.Allora accade un terremoto grande: la terra dà vento; balena una luce vermiglia. Dante cade senza più sentimento alcuno. E cade come addormentato. Quando è desto dall'alto sonnoper opera d'un tuono cheglielo rompe, si guarda attorno e si trova sulla proda della valle d'abisso. E scende nel limbo. Come ha passato l'Acheronte?Di là d'Acheronte sono, nel vestibolo, spiriti che l'Acheronte non possono passare. Delle anime, Caron a queste accenna, a quelle no:[161]gittansi di quel lito ad una ad unaper cenni, come augel per suo richiamo.E le anime paiono sì pronte di trapassare: ma molte di esse debbono invidiare il passaggio, senza ottenerlo. Sono queste gl'ignavi, che discosto dalla ripa corrono e corrono dietro la insegna.Perchè son respinte o lasciate là? Caron ne dice la ragione anche rispetto loro, quando respinge e lascia sulla ripa Dante:E tu che se' costì animaviva,pàrtiti da cotesti che son morti.Così dice al primo aspetto. Dante deve essere sceverato dai veri morti. Non può passar l'Acheronte, perchè è vivo. E vivi sono gl'ignavi. Essi non usarono mai della libertà del volere, e quindi vivi non furono mai. Ma come non furono mai vivi, così non sono ora nemmeno morti. In verità[162]questi non hannosperanza di morte,e la lor ciecavitaè tanto bassache invidiosi son d'ogni altra sorte.Se non hanno speranza di morte, non sono morti: di fatti la loro è vita, sebben cieca.Non erano vivi da vivi, non sono morti da morti. Perciò non possono passare, sebbene lo desiderino; perchè Caron li rifiuterebbe, come rifiuta Dante. Condizione per passare è la morte. Or Dante passa. Dunque muore.Muore. Non strabiliamo nè sorridiamo. Dante è il poeta del mistero. Aspettiamo, invece, lume e cerchiamolo. In tanto ecco una riprova del suo morire.La selva oscura è il difetto di virtù che consiglia e di nobile virtù, di lume e di libero arbitrio, di prudenza e libertà innate che il peccato originale toglie e il battesimo rende. Bene. Siccome il vestibolo infernale, dove sono gli ignavi e gli angeli neutrali, è pur simbolo di mancanza di questo medesimo libero arbitrio, mancanza che fa sì che il lume che ebbero sia come non fosse, e sia perciò assai fioco; siccome dal vestibolo non si passa oltre Acheronte se non a patto d'esser morti; così dobbiamo aspettarci che anche dalla selva non si esca senza morire.E così avviene. Dante, di sè, appena uscito dalla selva, dice:E come quei che con lena affannatauscito fuor dal pelago alla riva,si volge all'onda perigliosa e guata,così l'animo mio che ancor fuggiva,si volse indietro a rimirar lo passoche non lasciò giammai persona viva.Per quanto questo verso sia malmenato e stirato e torturato, e' non significherà mai se non questo, che nessuno uscì mai vivo dalla selva: dunque nemmeno Dante.E dunque Dante, per uscirne, morì.E si noti che Dante qui con sue misteriose e potenti parole ci ammonisce della somiglianza dell'uscir dalla selva e dell'uscir dal vestibolo. Già egli chiamapassol'uscita dalla selva, con un'espressione che noi meglio intendiamo per un fiume che per una selva.[163]Nel fatto egli paragona la selva a un pelago. E di lassù Lucia vede Dante che poi è arretrato verso la selva, lo vede, non al lembo d'una foresta, ma dove?sulla fiumana ove il mar non ha vanto.Dunque Dante passa la selva, che è paragonata a un pelago e detta una fiumana, e come tale ha unpasso; dice che la passa e non che ne esce; come passa l'Acheronte: morendo. E invero morte èl'alto passodi cui egli parla a Virgilio:[164]guarda la mia virtù s'ell'è possente,prima che all'alto passo tu mi fidi.E questoalto passoha molta somiglianza con l'alto sonno, di cui fu riscosso Dante, dopo passato l'Acheronte, per opera d'un greve tuono.L'alto passoè il transito; e l'espressione con la quale, nel medesimo discorso, il poeta significa la discesa di Enea all'Averno è quella stessa con cui gli scrittori cristiani significano la morte:ad immortale secolo andò. L'alto passofu per Enea un andare ad immortale secolo; dunque, anche per Dante. E quell'andare valemorire. Dunque Dante muore. Muore col passar la selva, muore col passar l'Acheronte.Così gl'ignavi che desiderano invano di passare, gridano cioè invocano, che cosa? che cosa, per passare? La morte. Lo dice chiaramente Virgilio a Dante:[165]E trarrotti di qui per loco eternoove udirai le disperate strida,vedrai gli antichi spiriti dolenti,che la secondamorteciascun grida.Ledisperatestrida sono le[166]diverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d'ira,voci alte e fioche, e suon di man con elle,che fanno le anime triste che non hannosperanzadi morte, e che suonano con le mani, mi pare, per cacciare i mosconi e le vespe. Gli antichi spiriti sono proprio gli angeli nè ribelli nè fedeli. E tutti e due, questi e quelli,ciascuno, invocano la morte. Non può essere dubbio, che non si tratti di queste anime triste e di questi angeli neutrali. Non può essere; chè Virgilio a Dante significa la sua propria missione circoscrivendola col suo proprio principio e con la sua propria fine, con ciò che prima gli farà vedere e con ciò che gli farà vedere all'ultimo; con le anime e gli angeli, dunque, del vestibolo, in principio, coi lussuriosi del Purgatorio, in fine:[167]E poi vedrai color che son contentinel foco, perchè speran di venire,quando che sia, alle beate genti.Dove si deve considerare l'antitesi perfetta, che segna appunto, come con un marchio di parole, che questi sono gli ultimi come quelli sono i primi. Là sono disperati, qua sperano; là sono dolenti, qua sono contenti; là paiono vinti nel duolo, sebbene non siano che stimolati da vespe e mosconi, sì che del loro misero modo Dante meraviglia; qua sono contenti sebbene siano nel fuoco; là strida, làdiverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d'ira,voci alte e fioche;qua la contentezza che si dimostra col canto:[168]Summae Deus clementiaenel senodel grande ardore allora udii cantando...e vidi spirti per la fiamma...Son contenti nel foco: come dire cantano nel seno del grande ardore, per la fiamma.I primi dunque che, con la scorta di Virgilio, Dante vide, invocano la morte, senza la quale non possono passare l'Acheronte. Non possono, perchè l'Acheronte non si passa che da morti, ed essi sono vivi. Vivi, sì, di cieca vita, ma vivi; non ben morti, diciamo. Ma Dante passa; dunque ben muore.Noi profondiamo nel miro gurge; e sentiamo il freddo e la vertigine dell'abisso: Noi scendiamo nelcupo del pensiero Dantesco, per la prima volta dopo sei secoli.II.Quella che le anime triste cogli angeli ignavi invocano, è la seconda morte: seconda, pur morte. Qual è questa seconda morte? E quella, come dice S. Agostino,[169]che tocca all'anima. “Sebbene veracemente l'anima sia detta immortale, pure ha una cotal sua morte... La morte dell'anima è quando l'abbandona Dio, come del corpo, quando lo abbandona l'anima...„ E si chiama seconda, perchè segue, perchè è dopo la prima. Ora sì quelli che sono passati oltre Acheronte e che abitano nei cerchi dell'inferno, sono morti di questa seconda morte, perchè la loro anima è abbandonata da Dio; e non sono morti della medesima seconda morte gli sciaurati del vestibolo, perchè sono sdegnati bensì dalla misericordia, ma anche dalla giustizia; e sì Dante di questa seconda morte non poteva morire, perchè non era morto della prima; che la seconda segue la prima. Dunque, se, per passare Acheronte, egli doveva morire, morire della prima doveva e non della seconda. E della prima, egli ci significa che morì.Di vero, al tremor della terra, egli si sentì bagnar di sudore, del sudore di morte; al balenar della luce vermiglia, cessò ogni suo sentimento: cadde: parve addormirsi. E quel sonno fu l'alto sonno. E da quell'alto sonno, dove si risvegliò? Si risvegliò nelregno dei morti, regno sconosciuto e deforme. Egli guardava e riguardava:[170]fiso riguardaiper conoscer lo loco dov'io fossi.Vero è che in su la proda mi trovaidella valle d'abisso.Vero è, per quanto inverosimile. Nel regno dei morti si trovò, nella tomba dove si trovano i morti. Quella era la grande tomba. Dante lo dice:[171]Loco è laggiù, da Belzebù remototanto quanto la tomba si distende.L'aura che v'è dentro è aura morta.[172]Per un pertugio tondo si vede luce: pertugio di sepolcro.Morì, adunque. Alla morte lo condusse Virgilio. Eppure questi dice:[173]fui mandato ad essoper luicampare, e non v'era altra viache questa per la quale io mi son messo.Per la via della morte? per scamparlo da morte, s'era messo per la via della morte?Sì. Il pensiero scorre limpido ma profondo; e, perchè profondo sebben limpido, è come l'acqua di Letè, che nulla nasconde, e pur si muove,bruna brunasotto l'ombra perpetua...sotto l'ombra del mistero cristiano.Dice S. Paolo:[174]“Ignorate, o fratelli, che quanti fummo battezzati In Gesù Cristo, fummo battezzatinella morte di lui? Siamo stati seppelliti, mediante il battesimo, con lui alla morte (in mortem), affinchè come esso risorse dai morti, per la gloria del padre, così noi camminiamo nella novità della vita„. Da questo e altri luoghi dell'apostolo delle genti, i mistici, e a capo di loro S. Agostino, hanno tratti molti profondi concetti, i quali Dante ha atteggiati e dramatizzati per sempre. In lui e per lui l'astrazione palpita e il mistero cammina e si vede. Or noi vediamo qui Dante morire ed essere seppellito, poichè alla fine esce da una tomba. Non è egli seppellito alla morte? non egli è seppellito dopo il battesimo? sì che poi cammina per la via nuova del solingo piano, sotto ignote stelle, presso acque ignote[175]. Nè tuttavia risorge allora veramente, come vedremo. Sì. Abbiamo detto che il vestibolo rappresenta lo stato dell'anima di chi non fece atto di libero arbitrio, come se non avesse ricevuto quel lume di grazia, che fa discernere il bene dal male. Questo lume, questa prudenza si infonde col battesimo negli uomini, per non parlare qui degli angeli. Or quelli sciaurati è come se non fossero battezzati. E simile è la selva al vestibolo, e Dante nella selva era come un ignavo nel vestibolo. Dunque era come non battezzato.[176]Il suo uscir dal vestibolo, passando l'Acheronte,è come dunque il suo passar la selva: è riacquistare quel lume e quella libertà che il battesimo infonde.Ora il battesimo è appunto la morte mistica dell'anima.[177]Noi siamo battezzati nella morte di Gesù. E Gesù, per ciò che morì (sono parole di Paolo), morì al peccato; il che dichiara S. Agostino dicendo che non propriamente al peccato morì, ma alla carne cioè alla somiglianza del peccato.[178]E noi perciò in lui, cioè nella sua morte, cioè nel nostro battesimo, moriamo al peccato. E il peccato è la morte; dunque moriamo alla morte. Dante muore alla morte, cioè rinasce alla vita, perchè quella morte mistica è una natività.[179]Ora se chi muore, prima era vivo, anche chi rinasce, doveva prima essere morto. Questo noi dobbiamo aspettarci che Dante dica di sè, se ciò che dimostrai vero, è vero. Ebbene sì, Dante prima d'uscir dalla selva, la quale è uguale al vestibolo, era morto, o quasi morto. La selvatanto è amara che poco è più morte.E abbiamo spiegato perchè egli era quasi morto, non morto del tutto. Egli aveva avuto il lume di grazia, e questo di quando in quando tornava a splendere per lui. E così quelli del vestibolo il lume l'ebbero, se il volere non lo vollero avere; e sono perciò anch'essi quasi morti, non al tutto morti. Difatti invocano la morte. Ma vivi del tutto non sono per ciò, che la loro vita è cieca e bassa.Ma una differenza è pur essenziale tra l'errante nella selva e i correnti nel vestibolo. Questa: che l'uno è corporalmente vivo, gli altri sono corporalmente morti. Or la morte che Dante patisce dentro la selva è una quasi morte dell'anima, come quella che hanno gl'ignavi. Che cosa libera l'uno e che cosa libererebbe gli altri da questo destino, da questa quasi morte? Il passo della selva e il passo dell'Acheronte. L'uno, con esso, muore alla morte, cioè rinasce alla vita; gli altri avrebbero quella che invocano, la seconda morte. L'Acheronte, per uno corporalmente vivo, è la morte mistica, ossia la rinascita; per uno corporalmente morto, è la morte spirituale. Chi lo passa muore; se è corporalmente vivo, alla morte; se è corporalmente morto, della morte: alla morte e della morte seconda.Gl'ignavi, se volevano morire di quella morte mistica che è morte alla morte e nascita alla vita, dovevano, quando erano vivi, uscir dalla selva, dove chi si aggira è come morto, e vive non vivo. Ma essi, no, non furono mai vivi, e si aggirarono sempre per la selva, in cui era bensì luce, e luce di luna piena, ma quale essi non usarono per uscire dai pruni della servitù. Non vollero essi quella morteche è la vita, e perciò vivi non furono. Per essere vivi, dovevano mettersi per quelpasso: morire. Errarono invece irresoluti nel fioco lume della selva selvaggia, come ora corrono senza effetto nel fioco lume del vestibolo. La selva aveva ilpasso, per il quale potevano trovar la morte che è vita; il vestibolo anch'esso ha unpasso, per il quale essi non saprebbero trovare se non quella morte che è la morte totale, dell'anima. Ma nè per quello vollero mettersi, quand'erano corporalmente vivi, e così non vissero mai, perchè non morirono della morte che è vita; nè per questo possono, per quanto vogliano. Anch'essi hanno un desiderio che eternamente è dato loro per lutto; quello di morire della seconda morte. Ma è un desio senza speme, anche il loro. Non furono mai vivi, non sono nemmen proprio morti; e corrono e gridano e si disperano in eterno in quel vestibolo che assomiglia alla selva in tutto, fuor che in questo, che nella selva il passo è morte che è vita vera e nel vestibolo il passo è morte che è vera morte; e fin che si è forma d'ossa e di polpe quel varco là si può, volendo, varcare; ma poi che si è ombra e putredine, quest'altro no, non si può varcare nemmen volendo.III.Ma se si vede ancora lodolce lome, sì, quel passo, che è vera morte, si può passare col medesimo effetto di chi passa la selva, cioè di vivere la vera vita. E come? L'ho detto. Il varco dell'Acheronte conserva la sua natura: il varco dell'Acheronte è morte sì per chi è vivo e sì per chi è morto; maper chi lo passa morto, è seconda morte; per chi lo passa vivente, seconda morte non può essere, perchè non è seconda morte dove non è la prima. Dunque per chi lo passa vivente, l'alto passo è morte prima, non seconda. Ma poichè l'uomo che passa, è forma d'ossa e di polpe sì di là e sì di qua del passo, questa prima morte è mistica, non reale. È la morte per cui si resta vivi, anzi per cui si rivive e si rinasce. Il passo dell'Acheronte è dunque simile in tutto al passo della selva, per uno che abbia seco di quel di Adamo. E per trovare questo passo, l'uomo, come ebbe nella selva lo splendore della luna piena, che si faceva strada tra i pruni, così qui nel vestibolo ha un fioco lume.Donde quel lume? Il quale ragionevolmente dobbiamo supporre fioco non per fievolezza del luminare, che nella selva è la luna piena, quand'ella diametralmente contempla il suo fratello; ma per l'impedimento del luogo stesso, dove quel lume penetra a stento; del luogo stesso che lassù è una selva selvaggia e quaggiù è l'inferno. Sceso invero Dante al primo cerchio, trova tenebre perfette. Virgilio dice:[180]Or discendiam laggiù nel cieco mondo...Egli lo guiderà, perchè pratico del luogo, pur tra l'oscurità. Or se il vestibolo ha luce, ciò avverrà per qualche causa di fuori, non ostante la tenebra propria del luogo stesso. Quale questa causa?Una porta è spalancata sul vestibolo. I suoi serramisono infranti. È aperta e non si può più chiudere.[181]Chi la spalancò, rompendone i serrami, fu il Cristo redentore. Virgilio lo vide. Egli era da poco nel limbo, quando ci vide venire[182]un possentecon segno di vittoria incoronato.I caduti dal cielo avevano negato il passo: egli aveva rotto i serrami. Ed era entrato e aveva passato l'Acheronte. Quelli che in lui venturo avevano creduto, furono liberi. E libero d'allora in poi fu il volere, e si riaprì la fonte del meritare. Poco prima della morte del Cristo, avvenne un terremoto, per il quale si feceroriversinell'inferno.[183]Poco dopo la porta si apriva. E aperta rimase.Che fu la morte del Cristo? L'abbiamo già visto: fu il nostro battesimo. Nella sua morte noi siamo battezzati. Noi morimmo alla morte o al peccato, nella morte di lui. E così si può dire, al peccato e alla morte generalmente; e non al peccato originale; perchè prima di quell'ultimo alito del Dio uomo, alito preceduto dariversinell'inferno e seguito dalla rottura della porta, prima di quell'ultimo alito il peccato originale era il peccato. Era il peccato che conduceva a tutti i peccati e tutti virtualmente li conteneva e contiene.[184]Dante esprime questo pensamento, dicendo che i patriarchi e tutti quelli del limbo, erano allora preda di Dite; il quale, dopo, non dominò sin lassù, ma soltanto in quella città che ha appunto nome Dite[185]da lui. Esso Dite, a simiglianza di Dio,forse, che “in tutte parti impera e quivi„ cioè nel paradiso “regge„, è bensì “l'imperator del doloroso regno„, ma “regge„ solo in quella città che ha la sua porta più “segreta„ che quella dell'inferno tutto.[186]Or prima della morte del Cristo, reggeva anche nel limbo: tanto è vero che a contrastare il passo al possente, dietro la porta dell'inferno tutto, erano i piovuti del cielo; i quali, poi, furono confinati dentro quella città dalla porta più segreta. Il “grande stuolo„[187]soltanto là si può vedere, soltanto di là cominciò Dante a vederlo. Di che, altrove. Qui riconosciamo che la rottura della porta e il passo dell'Acheronte, per opera del Redentore, significano appunto il battesimo, che noi avemmo nella sua morte, del quale primi goderono quelli che crederono nel Cristo venturo, e conobbero quindi subito il frutto della croce. E la porta che rimase aperta simboleggia appunto il volere che rimase libero. Dante prende a Virgilio l'idea della porta spalancata notte e giorno, e la fonde con l'altra cristiana, che il Cristo ruppe le porte d'inferno.[188]Ma la porta Virgiliana significa, col suo essere aperta sempre, che notte e giorno si può morire; e la porta Dantesca, per essere senza serrame, significa che sempre, da quando i serrami furono rotti, l'uomo può salvarsi.Eppure una porta aperta, se un senso ha da avere, parrebbe dovesse aver questo, che chi vuole può entrare, e che ognuno può entrare; e quella dell'inferno, dunque, col suo essere aperta, che ognunopuò andare all'inferno, se vuole. Ma no. Prima che i serrami cadessero, ognuno, volesse o no, morendo andava all'inferno; ognuno, anche i credenti nella futura incarnazione e passione di Dio. Questa necessità ruppe il Redentore, e subito liberò quei credenti e d'allora in poi tutti i credenti. Dunque la rottura della porta significa appunto lo infrangimento di quella necessità. Ma non è men vero che, se la necessità della morte è infranta, resta intera la possibilità di essa. Ora è questa possibilità simboleggiata anch'essa nella porta aperta? Non crederei. Se ciò fosse, poichè la possibilità della morte esisteva, e come, con la necessità, poichè prima della discesa del Cristo tutti gli uomini potevano dannarsi, tanto è vero che tutti si dannavano; se ciò fosse, la porta dell'inferno anche prima della discesa del Cristo doveva essere aperta. E invece no, era serrata. Se i libri sacri dicono che Gesù ruppe quella porta, dicono che era chiusa. E il grande mitografo del misticismo e della scolastica, Dante, ci pone sotto l'occhio, come è suo costume, questo concetto che pure i libri sacri esprimono con un'imagine.In vero Dante quel primo dramma, della resistenza de' piovuti dal cielo al figlio di Dio, ce lo richiama con l'altro dramma, della loro resistenza a Virgilio e poi al Messo del cielo. Di ciò che allora successe, egli ci dà notizia con quello che succede ora. Quello che qui vediamo, alla difensione della porta più segreta, Dante vuole che noi vediamo a quella della men segreta. Dice Virgilio:[189]io vincerò la prova,qual ch'alla difension dentro s'aggiri(non si tratta dei serrami fatti girare nei loro anelli? non si tratta dei ritegni, che, come dice poi, non valsero[190]contro la verghetta, del Messo del cielo? ma ciò poco monta). Séguita Virgilio:Questa lor tracotanza non è nuova,che già l'usaro a men segreta porta,la qual senza serrame ancor si trova.Sovr'essa vedestù la scritta morta.Ora se la tracotanza usata alla porta di Dite fu tale, che i diavoli chiudessero la porta che prima era aperta, noi dobbiamo credere che simile fosse quella usata alla porta d'inferno, e che similmente questa fosse prima aperta; se no, altrimenti. Ebbene tutto mena a credere che la porta di Dite sia concepita da Dante come chiusa. Dite è una città murata e afforzata: come starebbe a porta sempre aperta? No: c'è alcuno sempre in veletta. Su un'alta torre c'è qualcuno che segna con due fiammette[191]l'appressarsi di qualcuno. Un'altra rende cenno di lontano. Sono quelli il segno per il barcaiuolo, che vada a imbarcar dannati. Non altro? Anche altro; perchè poi Dante e il suo duca, sbarcando, si trovano avanti[192]più di mille in sulle porteda' ciel piovuti, che stizzosamentedicean: Chi è costui, che senza morteva per lo regno della morta gente?Dante è breve, ma chiaro. Il segno ha avvertito anche la custodia della porta, perchè sia pronta ad aprire. I custodi hanno aperto, hanno guardato, hanno visto che un de' due che Flegias ha recati, è vivo. Sono allora accorsi diavoli in frotta, a veder la novità forse minacciosa per loro. Come sanno da Virgilio ciò ch'a lor si porse, subito tutti rientrano,ricorrono[193]dentro, e chiudono, e serrano. Erano corsi fuori, ricorrono dentro; avevano aperto, chiudono. Così mi pare. E poi Dante qui ha il pensiero nella filosofia cristiana, ma l'occhio nella visione Virgiliana. La porta dell'interno Averno è in Virgilio aperta notte e giorno, ma quella del Tartaro è chiusa, e grande, e con stipiti di ferro che nè uomini nè Dei possano infrangere:[194]si apre solo quando il reo ha subìto il giudizio di Radamanto e il flagello di Tisifone.E in Dante, come chiusa è la porta di Dite, così chiusa doveva essere l'altra, quella dell'inferno totale. Non era questa, prima della discesa di Gesù, equivalente a quella? Dite non reggeva ancor lassù? il grande stuolo non era a quella porta men segreta? E aprivano, via via, a chi si presentava. E dunque la porta chiusa è simbolo di dannazione e di morte e di servitù e di peccato, e la porta aperta e lasciata senza serrami, sì che non può più chiudersi, è simbolo di redenzione e di battesimo e di salvazione e di libertà.Pure anche qui distinguiamo. Per uno che beva ancora la luce, è segno di redenzione; per chi è corporalmentemorto, è segno sì di redenzione, ma della redenzione che fu vana per lui. La porta è spalancata, ma su vi è la scritta di morte:lasciate ogni speranza o voi ch'entrate!E gli sciaurati corrono corrono dietro la rapida insegna che è la croce, smaniosi d'ogni altra sorte; sì della seconda morte che avrebbero, se passassero l'Acheronte; sì della seconda vita, che avrebbero se potessero uscire dalla porta. E la porta è spalancata, ed essi non possono attraversarla, e stridono disperatamente. Quel fioco lume che entra dalla porta aperta è il loro più grande tormento. Bene Virgilio annunzia a Dante quelle disperate strida, bene il Poeta le descrive con una forza che sarebbe strana per noi, se non pensassimo che nel vestibolo più che altrove doveva aver luogo la disperazione; avanti quella porta che invano è spalancata e invano fu rotta. Tutti i dannati potevano salvarsi; meno di tutti quelli del limbo, più di tutti questi del vestibolo. Che dovevano fare? Al male non si condussero. Il male non li tentò. Dunque? Oh! i rifiuti della vita e della morte! Non possono passar l'Acheronte, perchè sono ancor misticamente vivi; non possono attraversare la porta, perchè sono corporalmente morti.[195]IV.Avanti la porta Dante esita. Il Maestro, che s'è accorto che il discepolo è stato ripreso dalla viltà laquale già l'aveva preso al solo pensiero dell'alto passo, il Maestro, l'ombra del magnanimo, gli dice solennemente:[196]ogni viltà convien che qui sia morta.Sotto il senso più generale d'un'esortazione vigorosa nel primo momento dell'impresa e nel primo ingresso dell'oltremondo, vive un senso più particolare. Di vero, Virgilio non continua spiegando ilquiripetuto “Quisi convien lasciare ogni sospetto, ogni viltà convien chequisia morta„, con la menzione di tutto l'inferno, sì con queste parole:[197]Noi siam venuti allocoov'io t'ho detto,che tu vedrai le genti dolorose,c'hanno perduto il ben dell'intelletto.Ciò che Virgilio aveva detto, ecco, è questo:[198]perlocoeternoove udirai le disperate strida,vedrai gli antichi spiriti dolenti,che la seconda morte ciascun grida;e questi dolenti che stridono disperatamente e invocano la seconda morte, la quale non possono avere, e che Dante designa a sua volta,[199]color cui tu fai cotanto mesti,sono gli sciaurati, uomini ed angeli, neutrali del vestibolo. E sono quindi una cosa, con costoro cotanto mesti e dolenti, anche “le genti dolorose„. E si dice di loro “c'hanno perduto il ben dell'intelletto„; non si dice generalmente di tutti i dannati. Perchè, aparer mio, di loro si può, se d'altri mai, di loro in modo tipico si può dire, ch'hanno perduto quel bene. In vero, qual è quel bene? È il bene che scevera gli uomini dai bruti; cui chi non ha o perde, non vive: secondo ciò che Dante afferma:[200]“... vivere è l'essere delli viventi; e perciocchè vivere è per molti modi, siccome nelle piante vegetare, negli animali vegetare e sentire e muovere, negli uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare, ovvero intendere (alcuni testi hannointelligere); e le cose si deono denominare dalla più nobile parte; manifesto è, che vivere negli animali è sentire, animali dico bruti, vivere nell'uomo è ragione usare.„[201]Or qui Dante ha nel pensiero appunto questo ragionamento conviviale, che lo conduceva a dir vile, anzi vilissimo, e bestia, e morto, chi non segue, non potendo essere “da sè guidato„, le vestigie degli altri. E qui Dante tocca di quelli che non usano affatto l'intelletto, quindi non si servono di quello “alcuno lumetto di ragione„ che ci vuole per o discernere da sè o imparar da altri a discernere le vie del cuore.Ed è naturale che a Dante, uscito allora allora dalla selva e già in cammino, rovinando, per tornarvi; Virgilio parlasse di quelli che dalla selva non uscirono mai; ed è naturalissimo che entrando nel vestibolo dei vili e non mai vivi, che è la stessa cosa, Virgilio parli di viltà, e dica:Ogni viltà convien che qui sia morta;che viltà è più propriamente, come Virgilio dichiara, quella[202]la qual molte fiate l'uomo ingombrasì che d'onrata impresa lo rivolve,come falso veder bestia, quand'ombra.Ora e Dante nella selva e gl'ignavi nella vita questo fecero continuamente, e in questo somigliarono a bestie ombrose, che vedevano ciò che non era e ciò che era non vedevano: onde nulla quelli mai operarono, e nulla avrebbe operato esso, se infine non avesse passato la selva e quetato un poco la paura del cuore, cioè l'irresolutezza dell'appetito che fugge e caccia. Ben altrimenti si condusse quell'Enea, che Dante dice di non essere: “Io non Enea...„. Quegli, esempio di nobiltà, cioè di non viltà,[203]per quello spronare dell'animo, “sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno„. Ma Dante per le parole e per il lieto viso di Virgilio si conforta. La viltà muore. Egli entra nel vestibolo dove è la viltà assoluta. Il maestro gli aveva detto:[204]non ragioniam di lor ma guarda e passa.Questa è come la catarsi del suo errore nella selva. Egli guarda e passa, tra persone delle quali alcune riconosce e non nomina, alle quali sarebbe stato simile se nella selva fosse rimasto. E vede e conosce l'ombra d'uno che fece un rifiuto grande quale egli avrebbe fatto, se per i conforti del maestro non avesse cacciata dal cuore e non avesse uccisa,mortificata, la viltà.Giunge, guardando e passando, all'Acheronte. Caron lo respinge, e prima sembra confonderlo con gli sciaurati del vestibolo che, essendo ancora misticamente vivi della loro cieca vita, egli non può prendere nella sua nave. Poi, vedendo che non si allontanava, che non si partiva, che non andava tra gli esclusi dalla seconda morte, vedendo forse in ciò un segno insolito di nobiltà (non viltà), comprende che la sua vita è d'altro genere. E gli dice:Per altra via, per altri portiverrai a piaggia, non qui: per passare,più lieve legno convien che ti porti.Quale sarebbe questo più lieve legno? Come mai a uno, che ha di quel d'Adamo, e perciò ha peso, assai grave per le navi fantastiche dell'oltremondo, e perciò fa sembrare carca di sè la nave piccoletta di Flegias, a uno vivente Caron assegnerebbe nave più lieve? E quale questa via e questi porti diversi dai consueti? Noi possiamo dire che in verità egli non approdò al medesimo porto, che gli altri imbarcati da Caron, e non tenne quindi la medesima via: il poeta ci avrebbe detto qualcosa dello sbarco, come ci ha parlato dell'imbarco. Or egli lo sbarco non vide, come vide l'imbarco. Ma il fatto è chemeglio noi comprendiamo qui il senso mistico che il reale e poetico. L'altra via è quella che non è la morte, gli altri porti sono quelli che non sono la perdizione; e il poeta parla di più porti, perchè le sedi a cui vanno a finire quelli che Caron imbarca sono più d'uno; sono tanti quanti i cerchi. Caron ha compreso che Dante non viene a prendere posto tra i dannati; tanto è vero che Virgilio non altro gli soggiunge se non: “Vuolsi così„: così, come hai capito.In verità, ripeto, Dante per passare morrà, ma alla morte morrà; conseguirà, cioè, quella natività seconda, che conduce alla vita. Il che è raffigurato nel battesimo. Nè si opponga che il battesimo Dante l'aveva già avuto. Sì; ma era quasi come non l'avesse avuto; poichè la libertà del volere era come non l'avesse. Or l'ha racquistata; e il passaggio dell'Acheronte raffigura per lui come la sanzione di questo racquisto.Il battesimo è raffigurato misticamente e nel camminare di Gesù sulle acque e nel passaggio del mar rosso e anche in altro.[205]Gesù[206]era solo sul monte, e la navicella era trabalzata dai flutti nel mezzo del mare. Che il vento era contrario. Or nella quarta vigilia della notte, venne ai discepoli camminando sopra il mare. E vedendolo camminare sul mare, si turbarono dicendo: È un fantasma. E pertimore gridarono. E subito Gesù parlò a loro dicendo: Abbiate fiducia: son io: non temete. E rispondendo Pietro disse: Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque. Ed egli disse: Vieni. E Pietro discendendo dalla navicella, camminava sull'acqua, per venire a Gesù. Ma vedendo il vento forte, temè, e cominciando ad affondare, gridò dicendo: Signore, fammi salvo! E incontanente Gesù stendendo la mano, lo prese e gli disse: O di piccola fede, perchè hai dubitato? Ed essendo montati sulla navicella, il vento cessò.In questa narrazione, in cui, secondo gli interpreti, è adombrato il battesimo, c'è il vento forte e lo spavento. E nella narrazione di Dante c'è l'uno e l'altro:[207]dello spaventola mente di sudore ancor mi bagna,La terra lagrimosa diede vento...E c'è nel racconto di Matteo anche il buio, poichè era la quarta vigilia della notte, quando Gesù camminava sul mare; e c'è nel racconto di Dante il buio della campagna. E la notte era già cominciata da qualche tempo.[208]Ma più espressa menzione ha delle tenebre il vangelo di Giovanni.[209]“Salito sur una nave, vennero di là del mare a Capharnaum; e già erano venute le tenebre; e Gesù non era venuto a loro. E il mare, soffiando un gran vento, si gonfiava. Avendo, dunque, vogato per quasi venticinque o trenta stadi, vedono Gesù che camminava sopra il mare e si faceva presso la nave, e temerono„. Equi il racconto comincia con “l'aer bruno„, come quello di Dante. Forse dunque Dante volle che si pensasse a un suo camminare sulle acque. Altra volta egli passa[210]“un bel fiumicello... come terra dura„. Ma qui è caduto, ma qui è come morto, qui, anzi, muore.Oh! se fosse lecito penetrare nella mente del poeta, in quella mente, e cercarvi le parole che non disse e le imagini che non espresse, e che egli portò con sè nell'eterno silenzio, come Michelangelo le statue che vide nelle rupi e non vi scoperse! Se fosse lecito! Una nuova schiera s'aduna già nella ripa, venendo dalla prima morte, per passare alla seconda. Il ramo mette a ogni battito di polso, nuove foglie. Le foglie secche, rifiuto della vita e della morte, mulinano nel vestibolo che ha aperta la porta, donde viene un fioco lume. La barca di Caron vanisce via per l'onda bruna. Ed ecco colui, che, al soffio del vento e al lampo vermiglio, è caduto, si rialza con gli occhi chiusi e, insieme all'ombra del poeta morto, scivola sull'ombra e passa. I dannati che aspettano la barca e gli altri che desiderano invano di passare, si volgono, battendo i denti e anelando tra la corsa, a lui, e dicono certo quello che i discepoli di Gesù: È un fantasma! E il fantasma si trova di là. È dritto levato. Riapre gli occhi, che trova riposati dal breve sonno che fu una morte; guarda. Nulla. Non discerne nulla. È sulla proda della valle d'abisso, donde sale un tuono infinito.Ma forse noi dobbiamo ricorrere all'altra sacra narrazione; quella delPhase. Faraone,[211]che insegueil popolo ebreo, è in Phihahiroth contra Beelsephon. Gli ebrei hanno il Mar rosso davanti, e alle spalle i carri e i cavalieri d'Egitto. Grande è il loro timore. Nella notte l'angelo che li precedeva, si mette dietro loro e con lui è la colonna di nube; ed era “una nube tenebrosa e che illuminava la notte„. E Moisè stende la mano sul mare, e il Signore toglie via il mare, al soffio d'un vento forte e bruciante per tutta la notte (flante vento vehementi et urente tota nocte); e l'acqua si divide.Qui è la buia campagna, vicino a una spiaggia. Soffia un vento che brucia. Non l'interpretò Dante come luce vermiglia cui balena il vento? Dunque l'Acheronte si divise per lui? Il fatto è che questa divisione delle acque è simbolo del battesimo, il simbolo di quellavia, per la quale si va nella terra promessa, fuggendo dalla lunga schiavitù, giungendo alla patria abbandonata, alportodella salute, a Dio. Questo ebbe in mente il poeta?E allora come traversò? Qual'è il più lieve legno che lo portò? Poichè Dante non ozia con le parole. Il nostro battesimo è nella morte del Cristo. Per questo si ha il segno della croce sull'acqua lustrale; e lo stendere,[212]che fa Moisè, la mano sopra il mare, cui Dio toglie via, è appunto figurazione della croce. E l'arca, per la quale il genere umano si salvò dalla sommersione nelle acque del diluvio, anche l'arca è imagine della croce. E la croce è detta il “legno„ o il “legno della croce„; e questo “legno„, dice e ripete S. Agostino, è la nave per passare il mare di questo secolo, e questa croce sideve abbracciare per non essere presi e inghiottiti dal gorgo di questo mondo. Udite, e basti per tanti altri, questo passo: “Tu eri buttato là lontano da quella patria. Dai flutti di questo secolo è interrotta la via, e non c'è per dove passare in patria, se non vi seiportato dal legno(nisi ligno porteris). Esso (Gesù) divenne via, e ciò per il mare; quindi camminò nel mare, per mostrare che vi era via nel mare. Ma tu, che non puoi come esso, camminar sul mare, làsciatiportar per nave,portar dal legno: credi nel crocifisso e potrai arrivare„.[213]Che il più lieve legno sia la croce? Caron poteva dire: più lieve burchio, più lieve nave, vasel più lieve: ma dice più generalmente, legno. E dice più lieve, come a dire, che galleggi anche qua, sull'onda morta; come l'arca sul diluvio. È la croce, il legno della croce: non si può dubitare.Ma il poeta, sempre coerente, non spiega il mistero, che, con la spiegazione, non sarebbe mistero; non ci narra quello che egli essendo come morto, non potè vedere e quindi non può narrare. Non ci dice come materialmente con la croce o sulla croce passasse, al modo che non ci dirà come nel limbo ci sia il lume e non ci sia, ci siano tenebre e non ci siano. Certo quel passo dell'Acheronte è la morte mistica e la figurazione del battesimo, ed è con le circostanze del camminare di Gesù sopra le acque e con quelle delPhasedegli ebrei, col vento forte e con la notte e col lampeggiare e con le acque. E c'è la terra che trema, come tremò alla morte delRedentore: e la terra si mosse e le pietre si spezzarono e i sepolcri si apersero:[214]e c'è la croce su cui si traversa il mare del secolo e del mondo e delle tenebre e del peccato e della morte.V.E Dante si trova di là e discende nel cieco mondo. Virgilio gli è di guida per l'oscura contrada che a lui è pur troppo nota. All'entrare nel vestibolo Dante ha bisogno di conforto, chè sospetta e invilisce. All'entrare nel limbo, smuore, Virgilio. Non è tema, è pietà: pure puòsentirsiper tema. Nel fatto, Dante mancava, nella selva, di libero volere, come se lume non avesse avuto, e Virgilio, nella sua vita lontana, quel lume non aveva avuto, e perciò non libero volere, non ragione di meritare.Ora Dante aveva mortificato la sua viltà all'entrare nell'inferno e nel passare tra i vili, e aveva racquistato intero il lume, morendo della morte mistica che è una seconda natività. Misticamente egli ha subìto la morte di Gesù. La terra trema per lui, come tremò per il figlio di Dio. Come il figlio di Dio, discende. Il legno della croce fu a lui veicolo, come al Possente. Egli vive, per il fatto che è morto. Virgilio invece, corporalmente morto e non più che ombra o spirito, attraversando l'Acheronte non faceva se non quello che aveva già fatto la prima volta, quando lasciò il suo corpo a Brandizio: nonfaceva se non morire della seconda morte. Onde la sua angoscia, per sè e per gli altri.Or noi dobbiamo fermare nel pensiero questo fatto. Dante morendo della morte mistica, per cui si acquista il lume e il libero volere, viene a trovarsi tra quelli che di quella morte mistica non vollero (ma quasi involontariamente, poveri bimbi, miseri spiriti magni!) non vollero morire, e perciò morirono poi della seconda morte. Dante, dunque, muore la morte, o vogliam dire mortifica in sè, la morte dei dannati che visita. Ciò almeno nel primo cerchio; e anche nel vestibolo, dove mortifica la viltà, che è quella mezza vita e mezza morte de' non mai vivi e disperati di morire.Ciò almeno nel vestibolo e nel limbo. O sempre? per tutto l'inferno? Pensiamo alla grande divisione: tenebra, ombra della carne, veleno.Il lume che non è lume, anzi è tenebra, è per certo il fuoco che non impedisce che il luogo ove raggia, non sia di tenebre; è la sapienza e scienza, qual fu di Aristotile e di Plato e di molti altri, che non adorarono Dio debitamente; sapienza e scienza che non venivano dal sereno, e non erano perciò luce, ma tenebra. E l'ombra della carne e l'oscurarsi di quel lume per via della concupiscenza. E il veleno è il corrompersi di quel lume, in modo che volga al male chi lo ha, invece di dirigerlo al bene: ed è la malizia.Ora noi vediamo che Dante con aperte parole dice di morire anche avanti la concupiscenza e anche avanti la malizia; di morire di quella morte che è un rivivere, e che quindi non sapremmo dire se sia vita o morte. Non sapremmo dir noi, nè sa dir esso, ilpoeta. Chè avanti il simbolo più comprensivo della malizia, avanti a Dite che è il re della città roggia, la quale è il regno della malizia,[215]Dante dice:[216]Io non morii e non rimasi vivo:pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,qual io divenni, d'uno e d'altro privo.Resta la concupiscenza. Ebbene nel cerchio di essa, il quale punisce la forma più lieve ma più, diremo, caratteristica di essa; nel cerchio della lussuria, Dante muore.[217]Egli dice:di pietadeio venni meno sì com'io morissee caddi, come corpo morto cade.E si noti che con un processo tanto solito in Dante quanto inavvertito dagli interpreti, il poeta compie a mano a mano il suo pensiero e a grande distanza, sì che la parola ultima di quello che, se noi non attendiamo, resterebbe un enigma forte, è pronunziata molto tempo dopo la prima. Della morte alla tenebra parla come d'uno svenimento. Della morte alla concupiscenza dice, sì, che era come una morte. La prima volta cadde come uomo cui sonno piglia; la seconda, cade come corpo morto. Morte dunque o non morte?Ed egli solve l'enigma solo parlando della terzavolta, di quando morì la morte che è morte al veleno o alla malizia e dice che quella non era morte e non era vita; cioè che era morte e vita nel tempo stesso: morte al peccato e vita a Dio. Ma, per essere più precisi, forse sola quella dell'alto passo, fu morte; morte generica al peccato generico. Le altre sono “sepultura„. Invero, dopo quella morte, come Gesù morì e discese agl'inferi, così Dante agl'inferi discende. E gl'inferi sono, come egli dice, la tomba; e v'è in essa un vermo reo, più vermi, e aura morta e sucidume e notte.[218]Ora dice S. Ambrogio, riportato da quello che egli convertì:[219]“Noi vediamo come è la morte mistica: ora consideriamo come ha da essere la sepultura„. Chè non basta che muoiano i vizi, se non marcisce la lussuria del corpo e non si dissolve la compagine di tutti i vincoli carnali. C'è, dopo la morte al peccato e la natività a Dio, ancor da fare: dobbiamo prima di tutto dissolvere, distruggere la concupiscenza.[220]E invero vediamo che Dante cade come corpo morto nel cerchio della lussuria, a breve distanza della prima morte mistica.E quel cadere simboleggia ciò che S. Ambrogio dice, seppellire il peccato, dopo averlo mortificato.Ma questo mortificare è un vivificare. Bene S. Agostino comenta[221]le parole di Anna profetessa. “Il Signore mortifica e vivifica, conduce giù agl'inferi e riconduce su„; le comenta coi profondi concetti di S. Paolo. Mortifica, come mortificò il figlio; vivifica, come vivificò il figlio. Perciò lo scendere agl'inferi Dante narra, come un tornare alla vita pervia della morte; morte alla tenebra, alla concupiscenza, alla malizia. Non ascende, come dice lo Apostolo delle genti, su tutti i cieli chi non discende negli ultimi abissi;[222]cioè Gesù ascende perchè discese. E come lui, ogni uomo che farà quel ch'esso fece. E come lui, Dante; che ora discende per ascendere; e muore per vivere; e visita l'inferno per vedere il paradiso.Il velame comincia a sollevarsi.
Come passa Dante l'Acheronte? Caron è partito su per l'onda bruna senza prender nella barca Dante e Virgilio. Caron aveva detto:[160]
E: tu che se' costì anima viva,pàrtiti da cotesti che son morti.
E: tu che se' costì anima viva,pàrtiti da cotesti che son morti.
E vedendo che non si partiva, aveva soggiunto:
per altra via, per altri portiverrai a piaggia, non qui: per passarepiù lieve legno convien che ti porti.
per altra via, per altri portiverrai a piaggia, non qui: per passarepiù lieve legno convien che ti porti.
A Dante, rimasto sulla riva, Virgilio dice:
Quinci non passa mai anima buona,e però, se Caron di te si lagna,ben puoi saper omai che il suo dir suona.
Quinci non passa mai anima buona,e però, se Caron di te si lagna,ben puoi saper omai che il suo dir suona.
Allora accade un terremoto grande: la terra dà vento; balena una luce vermiglia. Dante cade senza più sentimento alcuno. E cade come addormentato. Quando è desto dall'alto sonnoper opera d'un tuono cheglielo rompe, si guarda attorno e si trova sulla proda della valle d'abisso. E scende nel limbo. Come ha passato l'Acheronte?
Di là d'Acheronte sono, nel vestibolo, spiriti che l'Acheronte non possono passare. Delle anime, Caron a queste accenna, a quelle no:[161]
gittansi di quel lito ad una ad unaper cenni, come augel per suo richiamo.
gittansi di quel lito ad una ad unaper cenni, come augel per suo richiamo.
E le anime paiono sì pronte di trapassare: ma molte di esse debbono invidiare il passaggio, senza ottenerlo. Sono queste gl'ignavi, che discosto dalla ripa corrono e corrono dietro la insegna.
Perchè son respinte o lasciate là? Caron ne dice la ragione anche rispetto loro, quando respinge e lascia sulla ripa Dante:
E tu che se' costì animaviva,pàrtiti da cotesti che son morti.
E tu che se' costì animaviva,pàrtiti da cotesti che son morti.
Così dice al primo aspetto. Dante deve essere sceverato dai veri morti. Non può passar l'Acheronte, perchè è vivo. E vivi sono gl'ignavi. Essi non usarono mai della libertà del volere, e quindi vivi non furono mai. Ma come non furono mai vivi, così non sono ora nemmeno morti. In verità[162]
questi non hannosperanza di morte,e la lor ciecavitaè tanto bassache invidiosi son d'ogni altra sorte.
questi non hannosperanza di morte,e la lor ciecavitaè tanto bassache invidiosi son d'ogni altra sorte.
Se non hanno speranza di morte, non sono morti: di fatti la loro è vita, sebben cieca.
Non erano vivi da vivi, non sono morti da morti. Perciò non possono passare, sebbene lo desiderino; perchè Caron li rifiuterebbe, come rifiuta Dante. Condizione per passare è la morte. Or Dante passa. Dunque muore.
Muore. Non strabiliamo nè sorridiamo. Dante è il poeta del mistero. Aspettiamo, invece, lume e cerchiamolo. In tanto ecco una riprova del suo morire.
La selva oscura è il difetto di virtù che consiglia e di nobile virtù, di lume e di libero arbitrio, di prudenza e libertà innate che il peccato originale toglie e il battesimo rende. Bene. Siccome il vestibolo infernale, dove sono gli ignavi e gli angeli neutrali, è pur simbolo di mancanza di questo medesimo libero arbitrio, mancanza che fa sì che il lume che ebbero sia come non fosse, e sia perciò assai fioco; siccome dal vestibolo non si passa oltre Acheronte se non a patto d'esser morti; così dobbiamo aspettarci che anche dalla selva non si esca senza morire.
E così avviene. Dante, di sè, appena uscito dalla selva, dice:
E come quei che con lena affannatauscito fuor dal pelago alla riva,si volge all'onda perigliosa e guata,così l'animo mio che ancor fuggiva,si volse indietro a rimirar lo passoche non lasciò giammai persona viva.
E come quei che con lena affannatauscito fuor dal pelago alla riva,si volge all'onda perigliosa e guata,
così l'animo mio che ancor fuggiva,si volse indietro a rimirar lo passoche non lasciò giammai persona viva.
Per quanto questo verso sia malmenato e stirato e torturato, e' non significherà mai se non questo, che nessuno uscì mai vivo dalla selva: dunque nemmeno Dante.
E dunque Dante, per uscirne, morì.
E si noti che Dante qui con sue misteriose e potenti parole ci ammonisce della somiglianza dell'uscir dalla selva e dell'uscir dal vestibolo. Già egli chiamapassol'uscita dalla selva, con un'espressione che noi meglio intendiamo per un fiume che per una selva.[163]Nel fatto egli paragona la selva a un pelago. E di lassù Lucia vede Dante che poi è arretrato verso la selva, lo vede, non al lembo d'una foresta, ma dove?
sulla fiumana ove il mar non ha vanto.
sulla fiumana ove il mar non ha vanto.
Dunque Dante passa la selva, che è paragonata a un pelago e detta una fiumana, e come tale ha unpasso; dice che la passa e non che ne esce; come passa l'Acheronte: morendo. E invero morte èl'alto passodi cui egli parla a Virgilio:[164]
guarda la mia virtù s'ell'è possente,prima che all'alto passo tu mi fidi.
guarda la mia virtù s'ell'è possente,prima che all'alto passo tu mi fidi.
E questoalto passoha molta somiglianza con l'alto sonno, di cui fu riscosso Dante, dopo passato l'Acheronte, per opera d'un greve tuono.L'alto passoè il transito; e l'espressione con la quale, nel medesimo discorso, il poeta significa la discesa di Enea all'Averno è quella stessa con cui gli scrittori cristiani significano la morte:ad immortale secolo andò. L'alto passofu per Enea un andare ad immortale secolo; dunque, anche per Dante. E quell'andare valemorire. Dunque Dante muore. Muore col passar la selva, muore col passar l'Acheronte.
Così gl'ignavi che desiderano invano di passare, gridano cioè invocano, che cosa? che cosa, per passare? La morte. Lo dice chiaramente Virgilio a Dante:[165]
E trarrotti di qui per loco eternoove udirai le disperate strida,vedrai gli antichi spiriti dolenti,che la secondamorteciascun grida.
E trarrotti di qui per loco eterno
ove udirai le disperate strida,vedrai gli antichi spiriti dolenti,che la secondamorteciascun grida.
Ledisperatestrida sono le[166]
diverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d'ira,voci alte e fioche, e suon di man con elle,
diverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d'ira,voci alte e fioche, e suon di man con elle,
che fanno le anime triste che non hannosperanzadi morte, e che suonano con le mani, mi pare, per cacciare i mosconi e le vespe. Gli antichi spiriti sono proprio gli angeli nè ribelli nè fedeli. E tutti e due, questi e quelli,ciascuno, invocano la morte. Non può essere dubbio, che non si tratti di queste anime triste e di questi angeli neutrali. Non può essere; chè Virgilio a Dante significa la sua propria missione circoscrivendola col suo proprio principio e con la sua propria fine, con ciò che prima gli farà vedere e con ciò che gli farà vedere all'ultimo; con le anime e gli angeli, dunque, del vestibolo, in principio, coi lussuriosi del Purgatorio, in fine:[167]
E poi vedrai color che son contentinel foco, perchè speran di venire,quando che sia, alle beate genti.
E poi vedrai color che son contentinel foco, perchè speran di venire,quando che sia, alle beate genti.
Dove si deve considerare l'antitesi perfetta, che segna appunto, come con un marchio di parole, che questi sono gli ultimi come quelli sono i primi. Là sono disperati, qua sperano; là sono dolenti, qua sono contenti; là paiono vinti nel duolo, sebbene non siano che stimolati da vespe e mosconi, sì che del loro misero modo Dante meraviglia; qua sono contenti sebbene siano nel fuoco; là strida, là
diverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d'ira,voci alte e fioche;
diverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d'ira,voci alte e fioche;
qua la contentezza che si dimostra col canto:[168]
Summae Deus clementiaenel senodel grande ardore allora udii cantando...e vidi spirti per la fiamma...
Summae Deus clementiaenel senodel grande ardore allora udii cantando...
e vidi spirti per la fiamma...
Son contenti nel foco: come dire cantano nel seno del grande ardore, per la fiamma.
I primi dunque che, con la scorta di Virgilio, Dante vide, invocano la morte, senza la quale non possono passare l'Acheronte. Non possono, perchè l'Acheronte non si passa che da morti, ed essi sono vivi. Vivi, sì, di cieca vita, ma vivi; non ben morti, diciamo. Ma Dante passa; dunque ben muore.
Noi profondiamo nel miro gurge; e sentiamo il freddo e la vertigine dell'abisso: Noi scendiamo nelcupo del pensiero Dantesco, per la prima volta dopo sei secoli.
Quella che le anime triste cogli angeli ignavi invocano, è la seconda morte: seconda, pur morte. Qual è questa seconda morte? E quella, come dice S. Agostino,[169]che tocca all'anima. “Sebbene veracemente l'anima sia detta immortale, pure ha una cotal sua morte... La morte dell'anima è quando l'abbandona Dio, come del corpo, quando lo abbandona l'anima...„ E si chiama seconda, perchè segue, perchè è dopo la prima. Ora sì quelli che sono passati oltre Acheronte e che abitano nei cerchi dell'inferno, sono morti di questa seconda morte, perchè la loro anima è abbandonata da Dio; e non sono morti della medesima seconda morte gli sciaurati del vestibolo, perchè sono sdegnati bensì dalla misericordia, ma anche dalla giustizia; e sì Dante di questa seconda morte non poteva morire, perchè non era morto della prima; che la seconda segue la prima. Dunque, se, per passare Acheronte, egli doveva morire, morire della prima doveva e non della seconda. E della prima, egli ci significa che morì.
Di vero, al tremor della terra, egli si sentì bagnar di sudore, del sudore di morte; al balenar della luce vermiglia, cessò ogni suo sentimento: cadde: parve addormirsi. E quel sonno fu l'alto sonno. E da quell'alto sonno, dove si risvegliò? Si risvegliò nelregno dei morti, regno sconosciuto e deforme. Egli guardava e riguardava:[170]
fiso riguardaiper conoscer lo loco dov'io fossi.Vero è che in su la proda mi trovaidella valle d'abisso.
fiso riguardaiper conoscer lo loco dov'io fossi.
Vero è che in su la proda mi trovaidella valle d'abisso.
Vero è, per quanto inverosimile. Nel regno dei morti si trovò, nella tomba dove si trovano i morti. Quella era la grande tomba. Dante lo dice:[171]
Loco è laggiù, da Belzebù remototanto quanto la tomba si distende.
Loco è laggiù, da Belzebù remototanto quanto la tomba si distende.
L'aura che v'è dentro è aura morta.[172]Per un pertugio tondo si vede luce: pertugio di sepolcro.
Morì, adunque. Alla morte lo condusse Virgilio. Eppure questi dice:[173]
fui mandato ad essoper luicampare, e non v'era altra viache questa per la quale io mi son messo.
fui mandato ad essoper luicampare, e non v'era altra viache questa per la quale io mi son messo.
Per la via della morte? per scamparlo da morte, s'era messo per la via della morte?
Sì. Il pensiero scorre limpido ma profondo; e, perchè profondo sebben limpido, è come l'acqua di Letè, che nulla nasconde, e pur si muove,
bruna brunasotto l'ombra perpetua...
bruna brunasotto l'ombra perpetua...
sotto l'ombra del mistero cristiano.
Dice S. Paolo:[174]“Ignorate, o fratelli, che quanti fummo battezzati In Gesù Cristo, fummo battezzatinella morte di lui? Siamo stati seppelliti, mediante il battesimo, con lui alla morte (in mortem), affinchè come esso risorse dai morti, per la gloria del padre, così noi camminiamo nella novità della vita„. Da questo e altri luoghi dell'apostolo delle genti, i mistici, e a capo di loro S. Agostino, hanno tratti molti profondi concetti, i quali Dante ha atteggiati e dramatizzati per sempre. In lui e per lui l'astrazione palpita e il mistero cammina e si vede. Or noi vediamo qui Dante morire ed essere seppellito, poichè alla fine esce da una tomba. Non è egli seppellito alla morte? non egli è seppellito dopo il battesimo? sì che poi cammina per la via nuova del solingo piano, sotto ignote stelle, presso acque ignote[175]. Nè tuttavia risorge allora veramente, come vedremo. Sì. Abbiamo detto che il vestibolo rappresenta lo stato dell'anima di chi non fece atto di libero arbitrio, come se non avesse ricevuto quel lume di grazia, che fa discernere il bene dal male. Questo lume, questa prudenza si infonde col battesimo negli uomini, per non parlare qui degli angeli. Or quelli sciaurati è come se non fossero battezzati. E simile è la selva al vestibolo, e Dante nella selva era come un ignavo nel vestibolo. Dunque era come non battezzato.[176]Il suo uscir dal vestibolo, passando l'Acheronte,è come dunque il suo passar la selva: è riacquistare quel lume e quella libertà che il battesimo infonde.
Ora il battesimo è appunto la morte mistica dell'anima.[177]Noi siamo battezzati nella morte di Gesù. E Gesù, per ciò che morì (sono parole di Paolo), morì al peccato; il che dichiara S. Agostino dicendo che non propriamente al peccato morì, ma alla carne cioè alla somiglianza del peccato.[178]E noi perciò in lui, cioè nella sua morte, cioè nel nostro battesimo, moriamo al peccato. E il peccato è la morte; dunque moriamo alla morte. Dante muore alla morte, cioè rinasce alla vita, perchè quella morte mistica è una natività.[179]
Ora se chi muore, prima era vivo, anche chi rinasce, doveva prima essere morto. Questo noi dobbiamo aspettarci che Dante dica di sè, se ciò che dimostrai vero, è vero. Ebbene sì, Dante prima d'uscir dalla selva, la quale è uguale al vestibolo, era morto, o quasi morto. La selva
tanto è amara che poco è più morte.
tanto è amara che poco è più morte.
E abbiamo spiegato perchè egli era quasi morto, non morto del tutto. Egli aveva avuto il lume di grazia, e questo di quando in quando tornava a splendere per lui. E così quelli del vestibolo il lume l'ebbero, se il volere non lo vollero avere; e sono perciò anch'essi quasi morti, non al tutto morti. Difatti invocano la morte. Ma vivi del tutto non sono per ciò, che la loro vita è cieca e bassa.
Ma una differenza è pur essenziale tra l'errante nella selva e i correnti nel vestibolo. Questa: che l'uno è corporalmente vivo, gli altri sono corporalmente morti. Or la morte che Dante patisce dentro la selva è una quasi morte dell'anima, come quella che hanno gl'ignavi. Che cosa libera l'uno e che cosa libererebbe gli altri da questo destino, da questa quasi morte? Il passo della selva e il passo dell'Acheronte. L'uno, con esso, muore alla morte, cioè rinasce alla vita; gli altri avrebbero quella che invocano, la seconda morte. L'Acheronte, per uno corporalmente vivo, è la morte mistica, ossia la rinascita; per uno corporalmente morto, è la morte spirituale. Chi lo passa muore; se è corporalmente vivo, alla morte; se è corporalmente morto, della morte: alla morte e della morte seconda.
Gl'ignavi, se volevano morire di quella morte mistica che è morte alla morte e nascita alla vita, dovevano, quando erano vivi, uscir dalla selva, dove chi si aggira è come morto, e vive non vivo. Ma essi, no, non furono mai vivi, e si aggirarono sempre per la selva, in cui era bensì luce, e luce di luna piena, ma quale essi non usarono per uscire dai pruni della servitù. Non vollero essi quella morteche è la vita, e perciò vivi non furono. Per essere vivi, dovevano mettersi per quelpasso: morire. Errarono invece irresoluti nel fioco lume della selva selvaggia, come ora corrono senza effetto nel fioco lume del vestibolo. La selva aveva ilpasso, per il quale potevano trovar la morte che è vita; il vestibolo anch'esso ha unpasso, per il quale essi non saprebbero trovare se non quella morte che è la morte totale, dell'anima. Ma nè per quello vollero mettersi, quand'erano corporalmente vivi, e così non vissero mai, perchè non morirono della morte che è vita; nè per questo possono, per quanto vogliano. Anch'essi hanno un desiderio che eternamente è dato loro per lutto; quello di morire della seconda morte. Ma è un desio senza speme, anche il loro. Non furono mai vivi, non sono nemmen proprio morti; e corrono e gridano e si disperano in eterno in quel vestibolo che assomiglia alla selva in tutto, fuor che in questo, che nella selva il passo è morte che è vita vera e nel vestibolo il passo è morte che è vera morte; e fin che si è forma d'ossa e di polpe quel varco là si può, volendo, varcare; ma poi che si è ombra e putredine, quest'altro no, non si può varcare nemmen volendo.
Ma se si vede ancora lodolce lome, sì, quel passo, che è vera morte, si può passare col medesimo effetto di chi passa la selva, cioè di vivere la vera vita. E come? L'ho detto. Il varco dell'Acheronte conserva la sua natura: il varco dell'Acheronte è morte sì per chi è vivo e sì per chi è morto; maper chi lo passa morto, è seconda morte; per chi lo passa vivente, seconda morte non può essere, perchè non è seconda morte dove non è la prima. Dunque per chi lo passa vivente, l'alto passo è morte prima, non seconda. Ma poichè l'uomo che passa, è forma d'ossa e di polpe sì di là e sì di qua del passo, questa prima morte è mistica, non reale. È la morte per cui si resta vivi, anzi per cui si rivive e si rinasce. Il passo dell'Acheronte è dunque simile in tutto al passo della selva, per uno che abbia seco di quel di Adamo. E per trovare questo passo, l'uomo, come ebbe nella selva lo splendore della luna piena, che si faceva strada tra i pruni, così qui nel vestibolo ha un fioco lume.
Donde quel lume? Il quale ragionevolmente dobbiamo supporre fioco non per fievolezza del luminare, che nella selva è la luna piena, quand'ella diametralmente contempla il suo fratello; ma per l'impedimento del luogo stesso, dove quel lume penetra a stento; del luogo stesso che lassù è una selva selvaggia e quaggiù è l'inferno. Sceso invero Dante al primo cerchio, trova tenebre perfette. Virgilio dice:[180]
Or discendiam laggiù nel cieco mondo...
Or discendiam laggiù nel cieco mondo...
Egli lo guiderà, perchè pratico del luogo, pur tra l'oscurità. Or se il vestibolo ha luce, ciò avverrà per qualche causa di fuori, non ostante la tenebra propria del luogo stesso. Quale questa causa?
Una porta è spalancata sul vestibolo. I suoi serramisono infranti. È aperta e non si può più chiudere.[181]Chi la spalancò, rompendone i serrami, fu il Cristo redentore. Virgilio lo vide. Egli era da poco nel limbo, quando ci vide venire[182]
un possentecon segno di vittoria incoronato.
un possentecon segno di vittoria incoronato.
I caduti dal cielo avevano negato il passo: egli aveva rotto i serrami. Ed era entrato e aveva passato l'Acheronte. Quelli che in lui venturo avevano creduto, furono liberi. E libero d'allora in poi fu il volere, e si riaprì la fonte del meritare. Poco prima della morte del Cristo, avvenne un terremoto, per il quale si feceroriversinell'inferno.[183]Poco dopo la porta si apriva. E aperta rimase.
Che fu la morte del Cristo? L'abbiamo già visto: fu il nostro battesimo. Nella sua morte noi siamo battezzati. Noi morimmo alla morte o al peccato, nella morte di lui. E così si può dire, al peccato e alla morte generalmente; e non al peccato originale; perchè prima di quell'ultimo alito del Dio uomo, alito preceduto dariversinell'inferno e seguito dalla rottura della porta, prima di quell'ultimo alito il peccato originale era il peccato. Era il peccato che conduceva a tutti i peccati e tutti virtualmente li conteneva e contiene.[184]Dante esprime questo pensamento, dicendo che i patriarchi e tutti quelli del limbo, erano allora preda di Dite; il quale, dopo, non dominò sin lassù, ma soltanto in quella città che ha appunto nome Dite[185]da lui. Esso Dite, a simiglianza di Dio,forse, che “in tutte parti impera e quivi„ cioè nel paradiso “regge„, è bensì “l'imperator del doloroso regno„, ma “regge„ solo in quella città che ha la sua porta più “segreta„ che quella dell'inferno tutto.[186]Or prima della morte del Cristo, reggeva anche nel limbo: tanto è vero che a contrastare il passo al possente, dietro la porta dell'inferno tutto, erano i piovuti del cielo; i quali, poi, furono confinati dentro quella città dalla porta più segreta. Il “grande stuolo„[187]soltanto là si può vedere, soltanto di là cominciò Dante a vederlo. Di che, altrove. Qui riconosciamo che la rottura della porta e il passo dell'Acheronte, per opera del Redentore, significano appunto il battesimo, che noi avemmo nella sua morte, del quale primi goderono quelli che crederono nel Cristo venturo, e conobbero quindi subito il frutto della croce. E la porta che rimase aperta simboleggia appunto il volere che rimase libero. Dante prende a Virgilio l'idea della porta spalancata notte e giorno, e la fonde con l'altra cristiana, che il Cristo ruppe le porte d'inferno.[188]Ma la porta Virgiliana significa, col suo essere aperta sempre, che notte e giorno si può morire; e la porta Dantesca, per essere senza serrame, significa che sempre, da quando i serrami furono rotti, l'uomo può salvarsi.
Eppure una porta aperta, se un senso ha da avere, parrebbe dovesse aver questo, che chi vuole può entrare, e che ognuno può entrare; e quella dell'inferno, dunque, col suo essere aperta, che ognunopuò andare all'inferno, se vuole. Ma no. Prima che i serrami cadessero, ognuno, volesse o no, morendo andava all'inferno; ognuno, anche i credenti nella futura incarnazione e passione di Dio. Questa necessità ruppe il Redentore, e subito liberò quei credenti e d'allora in poi tutti i credenti. Dunque la rottura della porta significa appunto lo infrangimento di quella necessità. Ma non è men vero che, se la necessità della morte è infranta, resta intera la possibilità di essa. Ora è questa possibilità simboleggiata anch'essa nella porta aperta? Non crederei. Se ciò fosse, poichè la possibilità della morte esisteva, e come, con la necessità, poichè prima della discesa del Cristo tutti gli uomini potevano dannarsi, tanto è vero che tutti si dannavano; se ciò fosse, la porta dell'inferno anche prima della discesa del Cristo doveva essere aperta. E invece no, era serrata. Se i libri sacri dicono che Gesù ruppe quella porta, dicono che era chiusa. E il grande mitografo del misticismo e della scolastica, Dante, ci pone sotto l'occhio, come è suo costume, questo concetto che pure i libri sacri esprimono con un'imagine.
In vero Dante quel primo dramma, della resistenza de' piovuti dal cielo al figlio di Dio, ce lo richiama con l'altro dramma, della loro resistenza a Virgilio e poi al Messo del cielo. Di ciò che allora successe, egli ci dà notizia con quello che succede ora. Quello che qui vediamo, alla difensione della porta più segreta, Dante vuole che noi vediamo a quella della men segreta. Dice Virgilio:[189]
io vincerò la prova,qual ch'alla difension dentro s'aggiri
io vincerò la prova,qual ch'alla difension dentro s'aggiri
(non si tratta dei serrami fatti girare nei loro anelli? non si tratta dei ritegni, che, come dice poi, non valsero[190]contro la verghetta, del Messo del cielo? ma ciò poco monta). Séguita Virgilio:
Questa lor tracotanza non è nuova,che già l'usaro a men segreta porta,la qual senza serrame ancor si trova.Sovr'essa vedestù la scritta morta.
Questa lor tracotanza non è nuova,che già l'usaro a men segreta porta,la qual senza serrame ancor si trova.
Sovr'essa vedestù la scritta morta.
Ora se la tracotanza usata alla porta di Dite fu tale, che i diavoli chiudessero la porta che prima era aperta, noi dobbiamo credere che simile fosse quella usata alla porta d'inferno, e che similmente questa fosse prima aperta; se no, altrimenti. Ebbene tutto mena a credere che la porta di Dite sia concepita da Dante come chiusa. Dite è una città murata e afforzata: come starebbe a porta sempre aperta? No: c'è alcuno sempre in veletta. Su un'alta torre c'è qualcuno che segna con due fiammette[191]l'appressarsi di qualcuno. Un'altra rende cenno di lontano. Sono quelli il segno per il barcaiuolo, che vada a imbarcar dannati. Non altro? Anche altro; perchè poi Dante e il suo duca, sbarcando, si trovano avanti[192]
più di mille in sulle porteda' ciel piovuti, che stizzosamentedicean: Chi è costui, che senza morteva per lo regno della morta gente?
più di mille in sulle porteda' ciel piovuti, che stizzosamentedicean: Chi è costui, che senza morte
va per lo regno della morta gente?
Dante è breve, ma chiaro. Il segno ha avvertito anche la custodia della porta, perchè sia pronta ad aprire. I custodi hanno aperto, hanno guardato, hanno visto che un de' due che Flegias ha recati, è vivo. Sono allora accorsi diavoli in frotta, a veder la novità forse minacciosa per loro. Come sanno da Virgilio ciò ch'a lor si porse, subito tutti rientrano,ricorrono[193]dentro, e chiudono, e serrano. Erano corsi fuori, ricorrono dentro; avevano aperto, chiudono. Così mi pare. E poi Dante qui ha il pensiero nella filosofia cristiana, ma l'occhio nella visione Virgiliana. La porta dell'interno Averno è in Virgilio aperta notte e giorno, ma quella del Tartaro è chiusa, e grande, e con stipiti di ferro che nè uomini nè Dei possano infrangere:[194]si apre solo quando il reo ha subìto il giudizio di Radamanto e il flagello di Tisifone.
E in Dante, come chiusa è la porta di Dite, così chiusa doveva essere l'altra, quella dell'inferno totale. Non era questa, prima della discesa di Gesù, equivalente a quella? Dite non reggeva ancor lassù? il grande stuolo non era a quella porta men segreta? E aprivano, via via, a chi si presentava. E dunque la porta chiusa è simbolo di dannazione e di morte e di servitù e di peccato, e la porta aperta e lasciata senza serrami, sì che non può più chiudersi, è simbolo di redenzione e di battesimo e di salvazione e di libertà.
Pure anche qui distinguiamo. Per uno che beva ancora la luce, è segno di redenzione; per chi è corporalmentemorto, è segno sì di redenzione, ma della redenzione che fu vana per lui. La porta è spalancata, ma su vi è la scritta di morte:
lasciate ogni speranza o voi ch'entrate!
lasciate ogni speranza o voi ch'entrate!
E gli sciaurati corrono corrono dietro la rapida insegna che è la croce, smaniosi d'ogni altra sorte; sì della seconda morte che avrebbero, se passassero l'Acheronte; sì della seconda vita, che avrebbero se potessero uscire dalla porta. E la porta è spalancata, ed essi non possono attraversarla, e stridono disperatamente. Quel fioco lume che entra dalla porta aperta è il loro più grande tormento. Bene Virgilio annunzia a Dante quelle disperate strida, bene il Poeta le descrive con una forza che sarebbe strana per noi, se non pensassimo che nel vestibolo più che altrove doveva aver luogo la disperazione; avanti quella porta che invano è spalancata e invano fu rotta. Tutti i dannati potevano salvarsi; meno di tutti quelli del limbo, più di tutti questi del vestibolo. Che dovevano fare? Al male non si condussero. Il male non li tentò. Dunque? Oh! i rifiuti della vita e della morte! Non possono passar l'Acheronte, perchè sono ancor misticamente vivi; non possono attraversare la porta, perchè sono corporalmente morti.[195]
Avanti la porta Dante esita. Il Maestro, che s'è accorto che il discepolo è stato ripreso dalla viltà laquale già l'aveva preso al solo pensiero dell'alto passo, il Maestro, l'ombra del magnanimo, gli dice solennemente:[196]
ogni viltà convien che qui sia morta.
ogni viltà convien che qui sia morta.
Sotto il senso più generale d'un'esortazione vigorosa nel primo momento dell'impresa e nel primo ingresso dell'oltremondo, vive un senso più particolare. Di vero, Virgilio non continua spiegando ilquiripetuto “Quisi convien lasciare ogni sospetto, ogni viltà convien chequisia morta„, con la menzione di tutto l'inferno, sì con queste parole:[197]
Noi siam venuti allocoov'io t'ho detto,che tu vedrai le genti dolorose,c'hanno perduto il ben dell'intelletto.
Noi siam venuti allocoov'io t'ho detto,che tu vedrai le genti dolorose,c'hanno perduto il ben dell'intelletto.
Ciò che Virgilio aveva detto, ecco, è questo:[198]
perlocoeternoove udirai le disperate strida,vedrai gli antichi spiriti dolenti,che la seconda morte ciascun grida;
perlocoeterno
ove udirai le disperate strida,vedrai gli antichi spiriti dolenti,che la seconda morte ciascun grida;
e questi dolenti che stridono disperatamente e invocano la seconda morte, la quale non possono avere, e che Dante designa a sua volta,[199]
color cui tu fai cotanto mesti,
color cui tu fai cotanto mesti,
sono gli sciaurati, uomini ed angeli, neutrali del vestibolo. E sono quindi una cosa, con costoro cotanto mesti e dolenti, anche “le genti dolorose„. E si dice di loro “c'hanno perduto il ben dell'intelletto„; non si dice generalmente di tutti i dannati. Perchè, aparer mio, di loro si può, se d'altri mai, di loro in modo tipico si può dire, ch'hanno perduto quel bene. In vero, qual è quel bene? È il bene che scevera gli uomini dai bruti; cui chi non ha o perde, non vive: secondo ciò che Dante afferma:[200]“... vivere è l'essere delli viventi; e perciocchè vivere è per molti modi, siccome nelle piante vegetare, negli animali vegetare e sentire e muovere, negli uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare, ovvero intendere (alcuni testi hannointelligere); e le cose si deono denominare dalla più nobile parte; manifesto è, che vivere negli animali è sentire, animali dico bruti, vivere nell'uomo è ragione usare.„[201]Or qui Dante ha nel pensiero appunto questo ragionamento conviviale, che lo conduceva a dir vile, anzi vilissimo, e bestia, e morto, chi non segue, non potendo essere “da sè guidato„, le vestigie degli altri. E qui Dante tocca di quelli che non usano affatto l'intelletto, quindi non si servono di quello “alcuno lumetto di ragione„ che ci vuole per o discernere da sè o imparar da altri a discernere le vie del cuore.Ed è naturale che a Dante, uscito allora allora dalla selva e già in cammino, rovinando, per tornarvi; Virgilio parlasse di quelli che dalla selva non uscirono mai; ed è naturalissimo che entrando nel vestibolo dei vili e non mai vivi, che è la stessa cosa, Virgilio parli di viltà, e dica:
Ogni viltà convien che qui sia morta;
Ogni viltà convien che qui sia morta;
che viltà è più propriamente, come Virgilio dichiara, quella[202]
la qual molte fiate l'uomo ingombrasì che d'onrata impresa lo rivolve,come falso veder bestia, quand'ombra.
la qual molte fiate l'uomo ingombrasì che d'onrata impresa lo rivolve,come falso veder bestia, quand'ombra.
Ora e Dante nella selva e gl'ignavi nella vita questo fecero continuamente, e in questo somigliarono a bestie ombrose, che vedevano ciò che non era e ciò che era non vedevano: onde nulla quelli mai operarono, e nulla avrebbe operato esso, se infine non avesse passato la selva e quetato un poco la paura del cuore, cioè l'irresolutezza dell'appetito che fugge e caccia. Ben altrimenti si condusse quell'Enea, che Dante dice di non essere: “Io non Enea...„. Quegli, esempio di nobiltà, cioè di non viltà,[203]per quello spronare dell'animo, “sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno„. Ma Dante per le parole e per il lieto viso di Virgilio si conforta. La viltà muore. Egli entra nel vestibolo dove è la viltà assoluta. Il maestro gli aveva detto:[204]
non ragioniam di lor ma guarda e passa.
non ragioniam di lor ma guarda e passa.
Questa è come la catarsi del suo errore nella selva. Egli guarda e passa, tra persone delle quali alcune riconosce e non nomina, alle quali sarebbe stato simile se nella selva fosse rimasto. E vede e conosce l'ombra d'uno che fece un rifiuto grande quale egli avrebbe fatto, se per i conforti del maestro non avesse cacciata dal cuore e non avesse uccisa,mortificata, la viltà.
Giunge, guardando e passando, all'Acheronte. Caron lo respinge, e prima sembra confonderlo con gli sciaurati del vestibolo che, essendo ancora misticamente vivi della loro cieca vita, egli non può prendere nella sua nave. Poi, vedendo che non si allontanava, che non si partiva, che non andava tra gli esclusi dalla seconda morte, vedendo forse in ciò un segno insolito di nobiltà (non viltà), comprende che la sua vita è d'altro genere. E gli dice:
Per altra via, per altri portiverrai a piaggia, non qui: per passare,più lieve legno convien che ti porti.
Per altra via, per altri portiverrai a piaggia, non qui: per passare,più lieve legno convien che ti porti.
Quale sarebbe questo più lieve legno? Come mai a uno, che ha di quel d'Adamo, e perciò ha peso, assai grave per le navi fantastiche dell'oltremondo, e perciò fa sembrare carca di sè la nave piccoletta di Flegias, a uno vivente Caron assegnerebbe nave più lieve? E quale questa via e questi porti diversi dai consueti? Noi possiamo dire che in verità egli non approdò al medesimo porto, che gli altri imbarcati da Caron, e non tenne quindi la medesima via: il poeta ci avrebbe detto qualcosa dello sbarco, come ci ha parlato dell'imbarco. Or egli lo sbarco non vide, come vide l'imbarco. Ma il fatto è chemeglio noi comprendiamo qui il senso mistico che il reale e poetico. L'altra via è quella che non è la morte, gli altri porti sono quelli che non sono la perdizione; e il poeta parla di più porti, perchè le sedi a cui vanno a finire quelli che Caron imbarca sono più d'uno; sono tanti quanti i cerchi. Caron ha compreso che Dante non viene a prendere posto tra i dannati; tanto è vero che Virgilio non altro gli soggiunge se non: “Vuolsi così„: così, come hai capito.
In verità, ripeto, Dante per passare morrà, ma alla morte morrà; conseguirà, cioè, quella natività seconda, che conduce alla vita. Il che è raffigurato nel battesimo. Nè si opponga che il battesimo Dante l'aveva già avuto. Sì; ma era quasi come non l'avesse avuto; poichè la libertà del volere era come non l'avesse. Or l'ha racquistata; e il passaggio dell'Acheronte raffigura per lui come la sanzione di questo racquisto.
Il battesimo è raffigurato misticamente e nel camminare di Gesù sulle acque e nel passaggio del mar rosso e anche in altro.[205]Gesù[206]era solo sul monte, e la navicella era trabalzata dai flutti nel mezzo del mare. Che il vento era contrario. Or nella quarta vigilia della notte, venne ai discepoli camminando sopra il mare. E vedendolo camminare sul mare, si turbarono dicendo: È un fantasma. E pertimore gridarono. E subito Gesù parlò a loro dicendo: Abbiate fiducia: son io: non temete. E rispondendo Pietro disse: Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque. Ed egli disse: Vieni. E Pietro discendendo dalla navicella, camminava sull'acqua, per venire a Gesù. Ma vedendo il vento forte, temè, e cominciando ad affondare, gridò dicendo: Signore, fammi salvo! E incontanente Gesù stendendo la mano, lo prese e gli disse: O di piccola fede, perchè hai dubitato? Ed essendo montati sulla navicella, il vento cessò.
In questa narrazione, in cui, secondo gli interpreti, è adombrato il battesimo, c'è il vento forte e lo spavento. E nella narrazione di Dante c'è l'uno e l'altro:[207]
dello spaventola mente di sudore ancor mi bagna,La terra lagrimosa diede vento...
dello spaventola mente di sudore ancor mi bagna,
La terra lagrimosa diede vento...
E c'è nel racconto di Matteo anche il buio, poichè era la quarta vigilia della notte, quando Gesù camminava sul mare; e c'è nel racconto di Dante il buio della campagna. E la notte era già cominciata da qualche tempo.[208]Ma più espressa menzione ha delle tenebre il vangelo di Giovanni.[209]“Salito sur una nave, vennero di là del mare a Capharnaum; e già erano venute le tenebre; e Gesù non era venuto a loro. E il mare, soffiando un gran vento, si gonfiava. Avendo, dunque, vogato per quasi venticinque o trenta stadi, vedono Gesù che camminava sopra il mare e si faceva presso la nave, e temerono„. Equi il racconto comincia con “l'aer bruno„, come quello di Dante. Forse dunque Dante volle che si pensasse a un suo camminare sulle acque. Altra volta egli passa[210]“un bel fiumicello... come terra dura„. Ma qui è caduto, ma qui è come morto, qui, anzi, muore.
Oh! se fosse lecito penetrare nella mente del poeta, in quella mente, e cercarvi le parole che non disse e le imagini che non espresse, e che egli portò con sè nell'eterno silenzio, come Michelangelo le statue che vide nelle rupi e non vi scoperse! Se fosse lecito! Una nuova schiera s'aduna già nella ripa, venendo dalla prima morte, per passare alla seconda. Il ramo mette a ogni battito di polso, nuove foglie. Le foglie secche, rifiuto della vita e della morte, mulinano nel vestibolo che ha aperta la porta, donde viene un fioco lume. La barca di Caron vanisce via per l'onda bruna. Ed ecco colui, che, al soffio del vento e al lampo vermiglio, è caduto, si rialza con gli occhi chiusi e, insieme all'ombra del poeta morto, scivola sull'ombra e passa. I dannati che aspettano la barca e gli altri che desiderano invano di passare, si volgono, battendo i denti e anelando tra la corsa, a lui, e dicono certo quello che i discepoli di Gesù: È un fantasma! E il fantasma si trova di là. È dritto levato. Riapre gli occhi, che trova riposati dal breve sonno che fu una morte; guarda. Nulla. Non discerne nulla. È sulla proda della valle d'abisso, donde sale un tuono infinito.
Ma forse noi dobbiamo ricorrere all'altra sacra narrazione; quella delPhase. Faraone,[211]che insegueil popolo ebreo, è in Phihahiroth contra Beelsephon. Gli ebrei hanno il Mar rosso davanti, e alle spalle i carri e i cavalieri d'Egitto. Grande è il loro timore. Nella notte l'angelo che li precedeva, si mette dietro loro e con lui è la colonna di nube; ed era “una nube tenebrosa e che illuminava la notte„. E Moisè stende la mano sul mare, e il Signore toglie via il mare, al soffio d'un vento forte e bruciante per tutta la notte (flante vento vehementi et urente tota nocte); e l'acqua si divide.
Qui è la buia campagna, vicino a una spiaggia. Soffia un vento che brucia. Non l'interpretò Dante come luce vermiglia cui balena il vento? Dunque l'Acheronte si divise per lui? Il fatto è che questa divisione delle acque è simbolo del battesimo, il simbolo di quellavia, per la quale si va nella terra promessa, fuggendo dalla lunga schiavitù, giungendo alla patria abbandonata, alportodella salute, a Dio. Questo ebbe in mente il poeta?
E allora come traversò? Qual'è il più lieve legno che lo portò? Poichè Dante non ozia con le parole. Il nostro battesimo è nella morte del Cristo. Per questo si ha il segno della croce sull'acqua lustrale; e lo stendere,[212]che fa Moisè, la mano sopra il mare, cui Dio toglie via, è appunto figurazione della croce. E l'arca, per la quale il genere umano si salvò dalla sommersione nelle acque del diluvio, anche l'arca è imagine della croce. E la croce è detta il “legno„ o il “legno della croce„; e questo “legno„, dice e ripete S. Agostino, è la nave per passare il mare di questo secolo, e questa croce sideve abbracciare per non essere presi e inghiottiti dal gorgo di questo mondo. Udite, e basti per tanti altri, questo passo: “Tu eri buttato là lontano da quella patria. Dai flutti di questo secolo è interrotta la via, e non c'è per dove passare in patria, se non vi seiportato dal legno(nisi ligno porteris). Esso (Gesù) divenne via, e ciò per il mare; quindi camminò nel mare, per mostrare che vi era via nel mare. Ma tu, che non puoi come esso, camminar sul mare, làsciatiportar per nave,portar dal legno: credi nel crocifisso e potrai arrivare„.[213]
Che il più lieve legno sia la croce? Caron poteva dire: più lieve burchio, più lieve nave, vasel più lieve: ma dice più generalmente, legno. E dice più lieve, come a dire, che galleggi anche qua, sull'onda morta; come l'arca sul diluvio. È la croce, il legno della croce: non si può dubitare.
Ma il poeta, sempre coerente, non spiega il mistero, che, con la spiegazione, non sarebbe mistero; non ci narra quello che egli essendo come morto, non potè vedere e quindi non può narrare. Non ci dice come materialmente con la croce o sulla croce passasse, al modo che non ci dirà come nel limbo ci sia il lume e non ci sia, ci siano tenebre e non ci siano. Certo quel passo dell'Acheronte è la morte mistica e la figurazione del battesimo, ed è con le circostanze del camminare di Gesù sopra le acque e con quelle delPhasedegli ebrei, col vento forte e con la notte e col lampeggiare e con le acque. E c'è la terra che trema, come tremò alla morte delRedentore: e la terra si mosse e le pietre si spezzarono e i sepolcri si apersero:[214]e c'è la croce su cui si traversa il mare del secolo e del mondo e delle tenebre e del peccato e della morte.
E Dante si trova di là e discende nel cieco mondo. Virgilio gli è di guida per l'oscura contrada che a lui è pur troppo nota. All'entrare nel vestibolo Dante ha bisogno di conforto, chè sospetta e invilisce. All'entrare nel limbo, smuore, Virgilio. Non è tema, è pietà: pure puòsentirsiper tema. Nel fatto, Dante mancava, nella selva, di libero volere, come se lume non avesse avuto, e Virgilio, nella sua vita lontana, quel lume non aveva avuto, e perciò non libero volere, non ragione di meritare.
Ora Dante aveva mortificato la sua viltà all'entrare nell'inferno e nel passare tra i vili, e aveva racquistato intero il lume, morendo della morte mistica che è una seconda natività. Misticamente egli ha subìto la morte di Gesù. La terra trema per lui, come tremò per il figlio di Dio. Come il figlio di Dio, discende. Il legno della croce fu a lui veicolo, come al Possente. Egli vive, per il fatto che è morto. Virgilio invece, corporalmente morto e non più che ombra o spirito, attraversando l'Acheronte non faceva se non quello che aveva già fatto la prima volta, quando lasciò il suo corpo a Brandizio: nonfaceva se non morire della seconda morte. Onde la sua angoscia, per sè e per gli altri.
Or noi dobbiamo fermare nel pensiero questo fatto. Dante morendo della morte mistica, per cui si acquista il lume e il libero volere, viene a trovarsi tra quelli che di quella morte mistica non vollero (ma quasi involontariamente, poveri bimbi, miseri spiriti magni!) non vollero morire, e perciò morirono poi della seconda morte. Dante, dunque, muore la morte, o vogliam dire mortifica in sè, la morte dei dannati che visita. Ciò almeno nel primo cerchio; e anche nel vestibolo, dove mortifica la viltà, che è quella mezza vita e mezza morte de' non mai vivi e disperati di morire.
Ciò almeno nel vestibolo e nel limbo. O sempre? per tutto l'inferno? Pensiamo alla grande divisione: tenebra, ombra della carne, veleno.
Il lume che non è lume, anzi è tenebra, è per certo il fuoco che non impedisce che il luogo ove raggia, non sia di tenebre; è la sapienza e scienza, qual fu di Aristotile e di Plato e di molti altri, che non adorarono Dio debitamente; sapienza e scienza che non venivano dal sereno, e non erano perciò luce, ma tenebra. E l'ombra della carne e l'oscurarsi di quel lume per via della concupiscenza. E il veleno è il corrompersi di quel lume, in modo che volga al male chi lo ha, invece di dirigerlo al bene: ed è la malizia.
Ora noi vediamo che Dante con aperte parole dice di morire anche avanti la concupiscenza e anche avanti la malizia; di morire di quella morte che è un rivivere, e che quindi non sapremmo dire se sia vita o morte. Non sapremmo dir noi, nè sa dir esso, ilpoeta. Chè avanti il simbolo più comprensivo della malizia, avanti a Dite che è il re della città roggia, la quale è il regno della malizia,[215]Dante dice:[216]
Io non morii e non rimasi vivo:pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
Io non morii e non rimasi vivo:pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
Resta la concupiscenza. Ebbene nel cerchio di essa, il quale punisce la forma più lieve ma più, diremo, caratteristica di essa; nel cerchio della lussuria, Dante muore.[217]Egli dice:
di pietadeio venni meno sì com'io morissee caddi, come corpo morto cade.
di pietadeio venni meno sì com'io morissee caddi, come corpo morto cade.
E si noti che con un processo tanto solito in Dante quanto inavvertito dagli interpreti, il poeta compie a mano a mano il suo pensiero e a grande distanza, sì che la parola ultima di quello che, se noi non attendiamo, resterebbe un enigma forte, è pronunziata molto tempo dopo la prima. Della morte alla tenebra parla come d'uno svenimento. Della morte alla concupiscenza dice, sì, che era come una morte. La prima volta cadde come uomo cui sonno piglia; la seconda, cade come corpo morto. Morte dunque o non morte?
Ed egli solve l'enigma solo parlando della terzavolta, di quando morì la morte che è morte al veleno o alla malizia e dice che quella non era morte e non era vita; cioè che era morte e vita nel tempo stesso: morte al peccato e vita a Dio. Ma, per essere più precisi, forse sola quella dell'alto passo, fu morte; morte generica al peccato generico. Le altre sono “sepultura„. Invero, dopo quella morte, come Gesù morì e discese agl'inferi, così Dante agl'inferi discende. E gl'inferi sono, come egli dice, la tomba; e v'è in essa un vermo reo, più vermi, e aura morta e sucidume e notte.[218]Ora dice S. Ambrogio, riportato da quello che egli convertì:[219]“Noi vediamo come è la morte mistica: ora consideriamo come ha da essere la sepultura„. Chè non basta che muoiano i vizi, se non marcisce la lussuria del corpo e non si dissolve la compagine di tutti i vincoli carnali. C'è, dopo la morte al peccato e la natività a Dio, ancor da fare: dobbiamo prima di tutto dissolvere, distruggere la concupiscenza.[220]E invero vediamo che Dante cade come corpo morto nel cerchio della lussuria, a breve distanza della prima morte mistica.
E quel cadere simboleggia ciò che S. Ambrogio dice, seppellire il peccato, dopo averlo mortificato.
Ma questo mortificare è un vivificare. Bene S. Agostino comenta[221]le parole di Anna profetessa. “Il Signore mortifica e vivifica, conduce giù agl'inferi e riconduce su„; le comenta coi profondi concetti di S. Paolo. Mortifica, come mortificò il figlio; vivifica, come vivificò il figlio. Perciò lo scendere agl'inferi Dante narra, come un tornare alla vita pervia della morte; morte alla tenebra, alla concupiscenza, alla malizia. Non ascende, come dice lo Apostolo delle genti, su tutti i cieli chi non discende negli ultimi abissi;[222]cioè Gesù ascende perchè discese. E come lui, ogni uomo che farà quel ch'esso fece. E come lui, Dante; che ora discende per ascendere; e muore per vivere; e visita l'inferno per vedere il paradiso.
Il velame comincia a sollevarsi.