LE TRE FIEREI.Ritorno a Dante che dopo ilpassodella selva riposa un poco il corpo, mentre l'animo fugge ancora e più fugge che caccia[223](fugge dalla selva e caccia verso il colle), ma tuttavia e caccia. La selva è come il vestibolo e quasi il limbo. È il peccato originale, sia in chi non è deterso, sia in chi è come non deterso.Chè il battesimo infonde il lume o la prudenza affinchè l'animo veda ciò che è da fuggire e ciò che è da cacciare; ma talora la infonde invano, chè l'animo, per così dire, tien chiusi gli occhi e non guarda. Passata che Dante ha la selva, il suo animo fugge e caccia: vede. Ha riacquistata la prudenza. L'errante ha mortificato la morte dalla quale egli era tenuto nella selva. Egli si trova nelle condizioni stesse di quando poi avrà passato l'Acheronte. Passato l'Acheronte e traversando il limbo: chè il limbo lo visita essendo morto di quella morte, che là tiene sospirosi i parvoli innocenti e gli spiriti magni. Lo visita morto di quella morte; ma il limbo è pur una selva, che egli passa:[224]passavam la selva tuttavia,la selva, dico, di spiriti spessi.Oh! per quelli spiriti era selva, per lui non più. Ed era sonno. Nel sonno non è libero arbitrio.[225]Ma il volere egli lo aveva riavuto libero da quell'iniziale e totale impedimento, da cui era rimasto inceppato nei non battezzati. Latenebraegli l'aveva scossa. Per il che misteriosamente vedrà anche dove è buio di inferno.Egli è uscito dalla selva. E che vi ha scorto? Dice:[226]per trattar del ben ch'i' vi trovai,dirò dell'altre cose, ch'io v'ho scorte.Dove parla di queste altre cose? Quali sono queste altre cose? Osservo che nella ripetizione, per così dire, della selva e della viltà e del passo e della tenebra e del lume, quale è poi nell'inferno, dove il passo dell'Acheronte è il passo della selva, assomigliata a un pelago e a una fiumana; in tale ripetizione, Dante continua a passar la selva anche dopo aver passato l'Acheronte. Dunque ciò che racconterà dopo il passo, è ancora di quelle “altre cose„ che ha scorte nella selva. Invero, per un esempio, dopo il passo della selva, egli posa un poco il corpo lasso. Dopo il passo dell'Acheronte egli muove intorno “l'occhio riposato„. O sia l'occhio o sia il corpo riposato, questo riposo, dell'occhio o del corpo, risponde a quello del corpo lasso. Risponde perfettamente,anche se si deve intendere, come intendo io, dell'occhio; chè nella selva, allegoricamente parlando, egli soffrì per un falso vedere, per un veder ciò che non era e non vedere ciò che era, per il difetto del lume che vien dal sereno e che, se di là non viene, è tenebra. Naturale è quindi ch'egli assommi nella stanchezza dell'occhio la sua morale stanchezza di tale cui mancasse la prudenza che mostra le sue vie al cuore. Dunque fu riposato dopo il passo della selva e dopo il passo dell'Acheronte. E dopo quest'ultimo, era ancora nella selva cioè nel limbo; e dunque ancor ciò che racconta dopo il passo della selva, è di quelle cose che vide nella selva.Che cosa vide? Egli riprese[227]via per la piaggia disertasì che il piè fermo sempre era il più basso.Ed ecco una lonza: Essa è leggera e veloce, coperta di pelle macchiata o gaietta. Faceva come il cane, che scacciato corre via e poi si rivolta con insistente abbaiare al passeggero:e non mi si partìa dinanzi al volto,anzi impediva tanto il mio cammino...Questo cammino era quello dell'animo, che fuggiva dalpassodella selva e cacciava verso il colle; dell'animo che già discerneva, dell'animo in cui era un poco quetata la viltà o paura. Ora se la paura è lo stato dell'animo privo della prudenza, e perciò delle altre tre virtù cardinali, ossia d'ogni virtù, è naturaleche cessi al finir della notte, s'ella era connessa con quella notte; ma non cessi del tutto; chè se il cessar della notte significa il ritorno pieno della prudenza, il riapparire della prudenza non significa il riapparire delle altre virtù; sebbene ne dia indizio e speranza. Perciò la paura fu soltanto “un poco, queta„, la paura[228]che nel lago del cuorgliera duratala notteche passòcon tanta pietà.Or l'animo che cacciava verso il colle, trovò un impedimento nella fiera alla gaietta pelle. Ma era il principio del mattino e stagione di primavera, sicchè Dante sperava bene, quando gli si presentò un leonecon la test'alta e con rabbiosa fame,da spaventar l'aria; e poi una lupa magra e avida, chemolte genti fè già viver grame,e spaventevole anch'essa quanto e più del leone. La vista del leone dà paura; la paura che esce dalla vista della lupa fa subito perdere “la speranza dell'altezza„. Sì che Dante avanti questa “bestia senza pace„, piangendo e attristandosi, come chi impensatamente, dopo avere sperata la vittoria, vede di perdere, arretra verso l'oscurità, rovina in basso loco. Allora si mostra a lui Virgilio.Questo dramma è interpretato nel racconto che fa Virgilio a Dante del motivo e delle circostanzedella sua venuta, nei rimproveri che Beatrice fa a Dante e in qualche altro passo.Beatrice dopo aver detto, che tosto dopo la sua morte, il suo amicovolse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false;il che si riferisce allo smarrimento nella selva; dopo aver detto:nè impetrare spirazion mi valsecon le quali ed in sogno ed altrimentilo rivocai;il che pur si riferisce al suo tortire per la selva, e ai bagliori della luna, forse, traverso il folto dei pruni, in quella notte che cominciò con un sonno e continuò, naturalmente, con sogni; aggiunge:Tanto giù cadde, che tutti argomentialla salute sua eran già corti,fuor che mostrargli le perdute genti.[229]“Tanto giù cadde„ corrisponde a “mentre che io rovinava in basso loco„. Beatrice qui non narra tutto quello che raccontò a Virgilio, quando visitò l'uscio de' morti. Allora narrò, e Virgilio lo ridisse a Dante, il tutto partitamente. Dante era impedito nella diserta piaggia: era dunque già, dopo l'alba e dopo il riposo, in via per la piaggia diserta; tanto impedito[230]che volto è per paura.Era dunque non più solo avanti la lonza, ma avanti il leone e specialmente avanti la lupa; chè la paura è di tutte e due, o di tutte e tre le fiere, e anche della selva, ma solo quella ispirata dalla lupalo ripingeva là dove il sol tace.Fu questo l'impedimento[231]di cui si compianse una donna gentile nel cielo, la quale mandò Lucia a Beatrice. E da lei Beatrice sa che Dante pietosamente piange e che lo combatte la morte “su la fiumana„. La morte lo combatte; dice Lucia. “Tutti argomenti alla salute sua eran già corti„ conferma Beatrice. La “pièta del suo pianto„ è il rovinare di Dante in basso loco piangendo e rattristandosi. Nel miraggio, per cui un'azione terrestre si stampa, per così dire, nel cielo, trasfigurandosi, sì che alcuni tratti si conservano, altri si perdono, il pensiero di Dante che assomigliò la selva a un pelago dell'onda perigliosa e sè a un naufrago ansante, ha un'ombra nel cielo; e la selva diviene fiumana: ha un'eco nel cielo; ed è affermata peggiore di un pelago. E dunque Dante è ripinto verso la notte: ove il sol tace; verso la valle: in basso loco. È tornato o sta per tornare a quello stato dell'animo, in cui più non si discerne, in cui più non luce la prudenza, e con essa mancano le altre virtù; riprova l'amarezza della morte; anzi la morte ora lo combatte così, che la sua salute non può essere opera che di lassù.Sta per ritornare alla condizione di viltà, in cui era prima del passo della selva? a quella condizione,che poi vide essere degli sciaurati che mai non fur vivi, e di cui fama non è alcuna? di quelli, per cui il lume raggiò invano sebbene fosse acceso? di quelli così simili e così dissimili ai non battezzati?Il fatto è che in quel momento Dante si trova avanti un'ombra. È d'un magnanimo, e di uno che cantò il più nobile degli eroi. E dannati sono il poeta e l'eroe. Non ebbero battesimo, eppure fu l'uno magnanimo e l'altro eroe. E si trovano di faccia, avanti la selva del peccato originale, uno che fu da quello offeso, non ostante la sua virtù, e un altro, che sebbene non offeso da quello, sta per vivere o, meglio, per morire, senza alcuna virtù.II.Quali sono le fiere che Dante vide, prima una, poi due quasi insieme, e che ora sono, fantasticamente, ridotte a una?Fu a Dante impedimento la selva selvaggia e aspra e forte, e nella quale, a detta di Beatrice, egli pareva trovare, a ogni momento, fosse e catene.[232]Paura in Dante fu della selva, sì che la si rinnovava al pensiero, e ch'ella solo dopo ilpassofu queta. Le tre fiere impediscono il cammino e incutono paura. Impediva il cammino la lonza; il leone veniva contro lui; la lupa lo ripingeva. Avanti la lonza, si rivolse più volte per tornare; il leone gli diede paura; gravezza gli porse la lupa con la paura che usciva da lei.[233]Consimili, dunque, effetti sono della selva edelle fiere. La selva è peccato: come non peccato le fiere? Ma la selva è il peccato originale: come le fiere non il peccato attuale? Ma la selva è la tenebra: come le fiere non l'ombra della carne e il veleno?E la selva è raffigurata nel vestibolo e nel limbo, che hanno in sè il peccato originale, nelle sue due forme, volontaria, per così dire, e necessaria; di suprema viltà, perchè dopo il battesimo, di suprema nobiltà, sebbene e perchè senza il battesimo. E dopo il vestibolo e il limbo, sono cerchi di peccatori e di peccati diversi. Così è ragionevole che dopo la selva siano altri peccati diversi. Ora i peccati dell'inferno si riducono a tre disposizioni che il ciel non vuole.[234]Le fiere sono tre, come non credere subito, che elle sieno tre, perchè tre le disposizioni? che quelle raffigurino queste?Le tre disposizioni che il ciel non vuole sono l'incontinenza, la malizia e la matta bestialità. D'incontinenza sono rei i dannati dei primi quattro cerchi dopo il limbo. La malizia e la bestialità sono più giù. Prima a Dante, delle fiere si presenta la lonza; poi le altre due. Non è probabile che, delle tre disposizioni, la lonza, raffiguri l'incontinenza? L'incontinenza è la più leggera delle tre:[235]men Dio offende e men biasimo accatta.La lonza, se non piacevole all'aspetto e agli atteggiamenti, come del resto è, con la sua snellezza e con la sua pelle gaietta, è senza dubbio meno terribile delle altre due. Dante aveva ragione di bene sperare di lei, quando sopravvennero le altre due. Questafiera meno terribile come non è la disposizione meno biasimevole?Le altre due disposizioni sono da Virgilio che ne parla, discorse a parte. Sono molto simili tra loro tanto che si aggruppano sotto il comun nome di malizia:[236]le altre due fiere vengono insieme, quasi nello stesso tempo, contro Dante. Sono molto simili tra loro: l'una ha rabbiosa fame, l'altra è carca di tutte brame, e dopo il pasto ha più fame di prima; dell'uno dà paura la vista; l'altra porge gravezza con la paura ch'esce dalla sua vista. Come queste due fiere che vengono insieme e sono così simili, non sono la bestialità e la malizia, che sono aggruppate insieme e tanto tra loro simili, che fanno una sola malizia? la sola malizia, che dall'aquila è chiamata veleno?Le due ultime fiere non impediscono solamente il cammino. La lonza, sì; solo impedisce. Dante è più volte tentato di tornarsene, per quella, diremmo, noia di aver sempre avanti quella fiera. La snellezza e molta prestezza le servono, pare, per allontanarsi quand'è scacciata, e poi ritrovarsi di nuovo sulla via di colui che sale per l'erta. Il fatto è che, sebbene Dante più volte si volti per ritornare, non ci narra che in queste tante volte la lonza l'abbia mai offeso. Le altre due, e specialmente la lupa, gli si fanno incontro col proposito di offenderlo. Mentre noi supponiamo che Dante, non ostante la lonza, avanzi sempre, noi vediamo che, per via della lupa, arretra sempre.Perchè? Perchè la lupa, e anche il leone, s'intende, non impediscono soltanto, ma uccidono: la lupanon lascia altrui passar per la sua via,ma tanto lo impedisce che l'uccide.La lonza impedisce, anch'ella, il cammino, ma non al punto d'uccidere: tanto è vero, che per l'ora del tempo e la dolce stagione Dante è indotto a bene sperare, e riuscirebbe a salir l'erta. Or dunque le due ultime fiere hanno il proposito di uccidere, di sbramare l'uno la rabbiosa fame, l'altra la fame insaziabile, con le carni del passeggero. Ebbene come non raffigurano esse la malizia, che ha appunto un fine d'ingiuria, che l'incontinenza non ha, e questo fine adempie o con forza o con frode? e così si distingue in violenza o bestialità,[237]che torna lo stesso, e frode?E la violenza e la frode sono nell'inferno punite in quest'ordine: prima la violenza e poi la frode; e il leone e la lupa vengono avanti il passeggero in quest'ordine, prima il leone e poi la lupa. E la violenza è meno grave della frode:[238]Ma perchè frode è dell'uom proprio male,più spiace a Dio.E perchè la frode più spiace a Dio, i frodolenti “stan di sutto„. E il leone, sebbene sia rappresentatocon la test'alta e con rabbiosa fame, pure oltre la paura, che male fece a Dante? dove è egli più all'ultimo? La lupa, invece, ripinge il misero, che piange e grida per lei, e finirebbe con l'ucciderlo. E la frode spiace più a Dio, perchè il suo fine d'ingiuria l'adempie col sussidio dell'intelligenza, per vie tortuose, dunque, ed inganni; mentre la violenza è senza intelletto; è matta, è bestialità. Ebbene il leone viene con la test'alta, che è un segno di sventataggine, e con fame rabbiosa, per la quale ciecamente si butterebbe a qualunque sbaraglio. L'aria teme alla sua vista o forse ai suoi ruggiti. Nel che è un'idea di superfluo e di vano e di troppo; come è (vedete Capaneo!) nella violenza. La lupa invece ha un andare guardingo, per giungere a sbramare la sua fame sempre nuova e intera, per fare ingiuria e per uccidere. Ella è senza pace; non dà tregua. “A poco a poco„ ripinge il passeggero. Non par di vederla avanzarsi tortuosamente, tacita, se il leone ruggisce, con la testa bassa, se il leone ha la testa alta, e sparire e riapparire, se il leone apertamente vien contra? E non è la frode, dunque, come la lupa? Inoltre la violenza è cieca cupidigia e ira folle cioè cieca brama di vendetta,[239]matta e bestiale brama di vendetta, e contro gli altri e sì contro sè stesso, in modo che l'uomo si fa ingiusto contro sè giusto,[240]e sì persino contro Dio, che è tanto alto e tanto sicuro! E la frode ha cupidigia di tante cose, quante vediamo essere state bramate dai tanti diversi peccatori di Malebolge e della Ghiaccia; danaro, peresempio, dai ladri, dai barattieri, dai simoniaci; grazia, per esempio, dagli ipocriti; fama, per esempio, dai pravi consiglieri; onore e podere, per esempio, dagli uccisori di Cesare. O non sono codeste brame le tutte brame della lupa? e quell'unica brama la rabbiosa fame del leone? E la lupa ha natura malvagia e ria, sì che non empie mai la sua voglia;[241]e il leone, no: questa natura non l'ha, questa voglia inesplebile non l'ha. In vero la voglia di vendetta con la vendetta si compie, se non è così matta da volgersi contro Dio;[242]chè allora è infinita anche essa; perchè inafferrabile è Dio, o folli e ciechi e bestie!E insomma non pare a ognuno che la malvagità e reità della lupa in confronto della rabbia del leone, messe in relazione, quelle e questa, con la fame che è in tutte e due le fiere, non segnino la gradazione che è tra la frode e la violenza?D'ognimalizia...ingiuria è il fine, ed ogni fin cotaleo con forza o con frode altrui contrista.(Dante piange e s'attrista e grida per la lupa, non per la lonza).Ma perchè frode è dell'uom propriomalepiù spiace a Dio.Maliziaè di tutte e due le fiere: del leone e della lupa; e di tutte e due le disposizioni: della violenza e della frode; ma la frode ha unmalein più, comemalvagia e riaè la lupa.III.Dante, nel ragionamento intorno all'ordine dei peccati nell'inferno,[243]ha due autori avanti al pensiero: Cicerone, per la divisione della malizia in violenza e frode, Aristotele per la triplice disposizione che il ciel non vuole. Egli le fonde insieme, facendo un po' forza, a dir vero, alla dottrina d'Aristotele; e pareggia la matta bestialità dell'Etica alla malizia, anzi ingiustizia, con forza (vis) delde Officiis. Ora questo è il luogo di Cicerone, che Dante poteva leggere ancora nel Tesoro di Brunetto e nelMoralium dogma:[244]“Poichè in due modi, cioè o con violenza (vi) o con frode, si commette ingiuria, la frode parcome di volpe (vulpeculae), la violenza, di leone: l'una e l'altra alienissima dall'uomo (cioè straniera all'uomo, disumana); ma la frode è degna di maggior odio„. C'è qui la divisione della malizia, come Dante chiama quella che Cicerone chiamainiustitia, in violenza (vim) e frode, e anche il cenno della maggior gravità della frode. E nel medesimo trattato leggeva anche la ragione di questa maggior gravità:[245]“in ogni ingiustizia corre molto divario, se l'ingiuria si commetta per un qualche turbamento dell'animo (animi), turbamento che per lo più è breve e lì per lì, o a bella posta e a caso pensato. Chè sono più leggeri i torti che accadono per qualche repentino moto, di quelli che si fanno dopo premeditazione e preparazione„. Ebbene chi dirà che Dante non abbia preso a Tullio quel simbolo del leone per la violenza o malizia di cui ingiuria è il fine, cioè ingiustizia con forza? Ma poi trovava lavulpeculaper rappresentare la frode. E sì, avrebbe presa anche quella, come se ne ricordò per Guido da Montefeltro, di cui dice le opere “non leonine ma di volpe„, e “le volpi sì piene di froda„,[246]come se ne ricordò per la “cuna del trionfal veiculo„,[247]quando dopo l'aquila, a simboleggiare la persecuzione dei tiranni, cioè la violenza contro la chiesa, pone la volpe a simboleggiare l'eresia, la cauta e fraudolenta nemica; avrebbe presa anche la volpe, se così piccolo e vile animale, che Cicerone stesso abbassava con quel diminutivo di spregio, non gli fosse dispiaciuto. Dopo il ruggito del leone, il guaitodella volpe! questo più spaventevole di quello! E far la volpe assetata di sangue umano, divoratrice di genti, porgitrice di gravezza con la paura che usciva di sua vista! Dante cercò un'altra bestia; e ne trovò, ne' bestiarii del suo tempo, una adatta anche più della volpe a significare la frode. Trovò la lupa.[248]Il lupo, per limitarci a qualche cosa di ciò che se ne diceva, il lupo[249]è “crudele; spia l'assenza dei cani e dei pastori; insidia i chiusi delle pecore; ulula orrendamente; veduto prima che egli veda, non nuoce; vedendo egli per primo, toglie la voce„. È antica questa ultima storiella; e mi pare sia ricordata da Dante:questa mi porse tanto di gravezzacon la paura ch'uscia di sua vista...Sono quelli occhi che gravano su tutto l'essere del passeggero. E si veda come la lupa convenientemente simboleggi la frode, poichè ella è astuta e insidiosa; e, sopra tutto, “veduta prima, non nuoce„. Inoltre[250]“si dice ch'esso (lupo) viva, a volte, di preda, a volte diterra, anche di vento„. Come non ricordare il veltro, che della lupa è il nemico contrapposto, e non ciberàterra...? Non ciberàterra, viene a dire il poeta, come costei. E il peltro, che certo significa la ricchezza, è lapreda, cui il veltro non vorrà ecui cerca la lupa. Tralascio tante astuzie, vere e supposte, che del lupo si raccontano in cotali libri: mi basta ora riferire queste tre cose: che si sapeva a quei tempi che “le meretrici le chiamiamo lupe, perchè devastano i beni degli amadori„; s'imaginava a quei tempi che i lupi erano così chiamati “quasi leopedi„, perchè nei piedi è la loro virtù, come dei leoni è altrove;[251]si affermava a quei tempi “che figura di lupo porta il diavolo, che sempre invidia il genere umano„. Con queste tre cose, noi ci possiamo spiegare come Dante dica che la lupa si ammoglia a molti animali; e, che ella è come un leone vigliacco, poichè al leone è simile nella rapacità e terribilità, e peggiore, ma viene, innanzia poco a poco, e poi fugge avanti il veltro; e che infine e ciò monta più, dall'inferno “invidia prima dipartilla„. E pensiamo che il diavolo porta figura di lupo, perchè il lupo insidia i chiusi delle pecore come il diavolo le chiese dei fedeli; e sapete come il lupo si appressa ai chiusi delle pecore, e perciò il diavolo alle chiese dei fedeli? “Se ha bisogno di predare di notte, come un cane mansuetoa poco a poco(sensim) si avanza verso l'ovile„; e tante altre astuzie trova![252]A poco a poco, ricordiamo!Rifiutando lavulpeculaciceroniana, Dante trovò una bestia non solo, per l'astuzia, consimile alla volpe, non solo più della volpe spaventevole e rapace; ma più atta, comeleopede, a far compagnia al leone, e, come solito simbolo del diavolo, più atta a significare quella, direm così per ora, generale corruzione,da cui doveva liberare l'umile Italia un veltro che si nutrisse di “sapienza e amore e virtute„; veltro di ben alta natura, eppure non d'altra natura che di cane quale è interpretata da quei mistici: “Medico molto è detto il cane (salute, almeno, degli ammalati dunque) perchè chi gli altri regge (qui praeest aliis), deve vegliare agli studi dellasapienzaed evitare a ogni modo la crapula„:[253]già deve cibare sapienza, non terra nè peltro.E qui basti concludere che Dante ha sostituita la volpe con la lupa, non per esprimere un pensiero diverso da quello di Cicerone, ma per esprimerlo più fortemente. La volpe insidia i pollai, come il lupo gli ovili; ed avida è quella, come è questo; eppure a nessuno verrebbe in mente, se qui fosse volpe e non lupa, di dire che la volpe non significasse la frode, e significasse, mettiamo il caso, l'avarizia.IV.La lonza non è in Cicerone, come nè l'incontinenza. A raffigurare l'incontinenza, Dante cercò fiera meno fiera. E meno fiera delle altre due è la lonza, sia ella il leopardo o la lince o la pantera. E più speciosa, anche, poichè ella ha il pel maculato e la pelle gaietta o dipinta.[254]Si può certo interpretare diversamente questa dipintura della pelle; ma si può certo interpretare anche così: bella e graziosa d'aspetto. E la lonza è leggiera e presta molto. Anche qui le interpretazioni possibili sono tante; ma traesse anche, per esempio, questa: che ella non ha freno al suo corso, ossia che è incontinenza. Ma un particolare intorno ad essa è tale da non ammettere se non una spiegazione ragionevole. Eccola. Dante[255]aveva una corda intorno cinta,e con essa pensò alcuna voltaprender la lonza alla pelle dipinta.Or questa corda è più probabilmente il cingolo della castità, o più genericamente la continenza. E la continenza non è il contrario di qualsivoglia vizio o peccato, ma di soli quelli che vengono da un naturale émpito, da un soverchio amore del bene; di soli quelli che sono proprii dell'appetito, il quale, come ha bisogno di sprone, così, e più, ha bisogno di freno. E quella corda è quel freno.[256]E un altro particolare intorno ad essa non è spiegabile se non in un modo: quello della cagione che aveva Dante a bene sperare. Qual era? “L'ora del tempo e la dolce stagione„. L'unica spiegazione ragionevole è quella che Dante stesso ne dà. Invero egli fa cantare a certi fitti nel fango:[257]Tristi fummonell'aer dolce che del sol s'allegra. . . . . . . . . . . . . .or ci attristiam nella belletta negra.Per pena, cioè, di essere stati tristi nell'aer dolce, rallegrato dal sole, ora ci attristiamo nella melma,in cui non è luce. La belletta è opposto all'aere; il suo nigrore, al sole. Tristi non dovevano essere nell'aere dolce e nel sole; questo e quello dovevano essere farmaco alla loro tristizia. Ora questo farmaco non è quello stesso che valse, a Dante? che gli diede speranza, e perciò impedì che egli già avanti la lonza si attristasse, come fece poi avanti la lupa?[258]Invero la cagione a bene sperare fu “l'ora del tempo„, e il tempo era dal principio del mattino e il sole montava su: era il sole, dunque. E poi era la dolce stagione, e la stagione era di primavera, e l'aere, che faceva dolce la stagione, era, dunque, dolce. A quei fitti nel fango l'aer dolce e il sole non valse; e furono tristi: a Dante sì, valse, e non s'attristò e sperò bene. Or come si chiama la tristizia di quei ranocchi gorgoglianti nel fango? Quei della palude pingue di che sono rei? Quei della palude pingue, come quelli[259]che porta il vento e che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue,cioè i lussuriosi e golosi e avari con prodighi, sono appunto colpevoli di quella incontinenza la qualemen Dio offende e men biasimo accatta,che la malizia. Contro l'incontinenza avrebbe giovato l'aere e il sole a quelli della palude; giovò, l'aere e il sole, a Dante contro la lonza. Dunque la lonza è l'incontinenza.Ma si può dire: come il peccato di quei fitti nelfango può essere raffigurato in quella fiera così leggiera e presta? E a ogni modo, si può aggiungere, quel peccato è sì d'incontinenza, ma non è l'incontinenza. Anzi, si può domandare, che peccato è? Mettiamo tristizia, mettiamo accidia. Come la tristizia può essere in quella fiera snella? come l'accidia in quella fiera presta? Non ti si crede, si può concludere.Bene: l'incontinenza Dante la raffigura un'altra volta in forma d'ossa e di polpe. Egli è nel monte; nella cornice dell'accidia. Ha domandato al maestro, quale offensione si purga in quel giro. Il maestro gli ha risposto prima un poco oscuro, poi ha dichiarato tutto il sistema del purgatorio, conchiudendo: Qui l'accidia; sopra noi, per tre cerchi, l'amore tripartito del bene non buono. Ora sente anime d'accidiosi dire, con rimbrotti, esempi d'accidia: gli ebrei, che non giunsero al Giordano; le donne troiane, che non vennero nel Lazio. Dicono e passano. Dante pensa; e di pensiero in pensiero, chiude gli occhi, e il suo pensamento divien sogno.Egli pensava certo all'accidia; e sogna, che cosa? Innanzi all'alba, egli dice,[260]mi venne in sogno una femmina balba,negli occhi guercia e sopra i pie' distorta,con le man monche e di colore scialba.Dante la mirava, e come il suo sguardo fosse raggio di sole a un intorpidito dal freddo notturno, ecco che le scioglieva la lingua, ne drizzava la persona, le colorava d'amore il volto. Ed ella si diede a cantare; e cantava così dolcemente!Io son, cantava, io son dolce Sirenache i marinari in mezzo mar dismago.Ed ecco apparire una donna santa e presta, el'altra prendeva e dinanzi l'aprìafendendo i drappi, e mostravami il ventre:quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa.Ed era alto il dì: il sacro monte era pieno del sol nuovo. Ma Dante pensava a quel sogno. L'angelo, con le ali di cigno, sventolò su lui le penne, e cantò:Beati qui lugent. Non erano, Dante e Virgilio, ancora nel cerchio dell'avarizia, ma vi salivano. E Dante pensava sempre, e Virgilio gli dichiara il sogno dicendo che quell'antica strega è quellache sola sopra noi omai si piagne.Dunque è l'avarizia, gola, lussuria, che formano insieme col peccato punito nello Stige, che cosa? L'incontinenza.Ora questa antica strega è solo quei tre peccati? Se è l'incontinenza, ha da comprendere anche quel quarto, duplice, a quel che pare, di color cui vinse l'ira e di coloro che furono tristi. Ha da comprendere; ma comprende? E sì, comprende. La femmina è balba. I fitti nel fango non possono dire il loro inno con parola integra, e lo gorgogliano nella strozza. Perchè? Perchè, dice Gregorio Nysseno,[261]c'è la tristizia che tronca la voce e si chiama accidia. Questi fitti nel fango, che del resto portarono dentroaccidioso fummo, sono tristi e hanno tronche le parole.Ora anche le altre particolarità della femmina, sono consonanti a questa. È balba, cioè non ha la voce integra; e così non ha integra la vista, perchè è guercia; nè integro il moto, chè è distorta sopra i piedi, nè il gesto, chè ha le man monche, nè il colore e il calore, chè è scialba e intirizzata. Non può nè parlare nè vedere nè camminare nè far nulla; e non vive. Di più ha il volto smarrito, come dire, triste o spaurito. Ognun vede che è proprio l'accidia. O come dunque è l'incontinenza che si piange nei tre cerchi superiori?La lingua si scioglie, il volto si colora, ed ella canta, ed ella è dolce sirena. Da accidia diventa concupiscenza. Or ognuno vede ancora che la balbuzie e tutto il resto sono gli effetti dell'incontinenza triplice di concupiscibile. Il pallore può essere effetto sì di lussuria e sì di gola e d'avarizia, e così l'impedimento della lingua e degli occhi, e il camminar barcollando e l'inettitudine al lavoro: più, pensiamo noi, delle due prime che dell'ultima. A ogni modo, nell'inferno Dante presenta gli avari, come stati guerci, e come risurretturi coi pugni chiusi; e i golosi pone a giacere:elle giacean per terra tutte quante,e li dice poco in gambe e biechi e ciechi:gli diritti occhi torse allora in biechi:guardommi un poco, e poi chinò la testa;cadde con essa a par degli altri ciechi:guardatura e atto e caduta di ebbro, pieno di crapula e di sonno. Sì che noi possiamo affermare chenella antica strega sono tutte le note dell'incontinenza di concupiscibile, o come effetti nella vita stessa, o come effetti, non dissimili, oltre la vita, nel luogo della pena. È dunque l'accidia, questa femmina balba; l'accidia effetto, e l'accidia causa dell'incontinenza.È l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. E il concetto è tanto semplice quanto vero. Colui che non opera è soggetto alle tentazioni della carne; colui che cede alle tentazioni della carne, cade nell'ozio e nella inerzia, e debilita l'anima e corrompe il corpo, finchè diviene un carcame che puzza.A questa incontinenza potenziale ed effettuale, a questa accidia causa ed effetto d'incontinenza, qual rimedio si propone? Dice Virgilio a Dante, dopo avergli significato l'essere dell'antica strega:[262]Bàstiti, e batti a terra le calcagne,gli occhi rivolgi al logoro, che giralo rege eterno con le rote magne.Dio è il falconiere, che al generoso falcone mostra, prillando, il piumato richiamo delle spere che girano: le cose belle ch'egli muove. Il camminare quindi, cioè il vivere operosamente,[263]e il contemplare le bellezze dell'universo, è rimedio contro l'antica strega. E non è il medesimo, che contro la tristezza? E non è il medesimo che contro la lonza? E dunque la lonza è incontinenza. E dunque la tristizia dei fitti nel fango sta alla lonza, come la femmina balba e zoppa e monca e guercia e pallida e cascante sta alla dolce sirena ch'ella diventa sotto lo sguardo del sognatore.V.L'antica strega è l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. Quale incontinenza? Chè ella è di due specie: di concupiscibile e d'irascibile. E bene Dante così la distingue nel Convivio e nella Comedia.Nel Convivio[264]dice: “Questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch'esso sia nobile, alla ragione ubbidire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni; come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungere (megliopungare)„. Ed esempla l'uso del freno e dello sprone con lo eroe dell'Eneide, il quale si partì da Didone; e questo è l'uso del freno; ed entrò nell'inferno, e questo è l'uso dello sprone. Altrove,[265]della fortezza dice che è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione della nostra vita„. E della temperanza, ch'ella “è regola e freno della nostra golosità e della nostra soperchievole astinenza nelle cose che conservano la nostra vita„. Insomma egli, seguendo Aristotele, afferma come ogni virtù sia “un abito elettivo consistente nel mezzo„. Nella Comedia non pare che pensi di tutte le virtù a questo modo; chè, se così avesse pensato, anche nel cerchiodella lussuria e della gola avrebbe messo, oltre quelli che trasmodano per il troppo, anche quelli che trasmodano per il poco: “per la soperchievole astinenza„. Egli, nella Comedia, dà a divedere che nella lussuria e nella gola l'astinenza non è mai soperchievole. Se pure questa astinenza egli non vede che porti ad altre reità, le quali siano punite altrove; poniamo, in quanto alla gola, nel cerchio degli avari; in quanto alla lussuria, nel girone ove è Brunetto. A ogni modo, l'astinenza per sè e in sè non condanna, se non nell'avarizia e nel peccato della palude stigia. Nel quarto cerchio si peccò, pare, intorno a liberalità[266]“la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali„. In verità vi è punito il mal dare e il mal tenere; e l'ontoso metro dei dannati è: Perchè tieni? e, Perchè burli?[267]Gli uni e gli altri non ebbero freno; cioè temperanza: gli uni a tenere, gli altri a spendere. E così conferma Stazio[268]il quale dice ch'egli comprese, da un verso dell'Eneide, che l'appetito doveva essereretto, cioè governato e frenato, tanto nello spendere, quanto nel tenere: non ci dovevano essere nè pugni chiusi nè mani che aprano l'ali.Ora se l'incontinenza è duplice, Dante la punì nell'inferno nelle sue due specie? Sì: chiaramente. Egli definisce l'incontinenza d'irascibile, quando nel Convivio parla della fortezza, dicendo ch'ella è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„. L'audacia e la timidità sono subbiettivamente nell'irascibile.[269]Ora s'intende facilmentecome nella palude stigia siano puniti quelli che non moderarono la timidità loro. Già il timore è tristizia;[270]e i fitti nel fango furono e sono tristi; e poi nel fango hanno a stare, come porci in brago, certuni ch'or sono “lassù gran regi„.[271]E questi, per tagliar corto, sono certamente tali che non ebbero la virtù più propria dei re, la magnanimità, cioè la fortezza; ed ebbero invece “la viltate„ quale, ad esempio, quella[272]“di quel che guarda l'isola del foco„. La loro incontinenza, dunque, è punita; perchè incontinenza è, secondo Virgilio: incontinenza, dunque, d'irascibile. Nell'inferno, possiamo già dirlo, si puniscono le due specie d'incontinenza.E Dante espressamente lo dice. Egli, udita la lezione di Virgilio intorno alla malizia, mostra di meravigliarsi[273], come, se ogni malizia è punita entro il baratro, siano anche puniti
Ritorno a Dante che dopo ilpassodella selva riposa un poco il corpo, mentre l'animo fugge ancora e più fugge che caccia[223](fugge dalla selva e caccia verso il colle), ma tuttavia e caccia. La selva è come il vestibolo e quasi il limbo. È il peccato originale, sia in chi non è deterso, sia in chi è come non deterso.
Chè il battesimo infonde il lume o la prudenza affinchè l'animo veda ciò che è da fuggire e ciò che è da cacciare; ma talora la infonde invano, chè l'animo, per così dire, tien chiusi gli occhi e non guarda. Passata che Dante ha la selva, il suo animo fugge e caccia: vede. Ha riacquistata la prudenza. L'errante ha mortificato la morte dalla quale egli era tenuto nella selva. Egli si trova nelle condizioni stesse di quando poi avrà passato l'Acheronte. Passato l'Acheronte e traversando il limbo: chè il limbo lo visita essendo morto di quella morte, che là tiene sospirosi i parvoli innocenti e gli spiriti magni. Lo visita morto di quella morte; ma il limbo è pur una selva, che egli passa:[224]
passavam la selva tuttavia,la selva, dico, di spiriti spessi.
passavam la selva tuttavia,la selva, dico, di spiriti spessi.
Oh! per quelli spiriti era selva, per lui non più. Ed era sonno. Nel sonno non è libero arbitrio.[225]Ma il volere egli lo aveva riavuto libero da quell'iniziale e totale impedimento, da cui era rimasto inceppato nei non battezzati. Latenebraegli l'aveva scossa. Per il che misteriosamente vedrà anche dove è buio di inferno.
Egli è uscito dalla selva. E che vi ha scorto? Dice:[226]
per trattar del ben ch'i' vi trovai,dirò dell'altre cose, ch'io v'ho scorte.
per trattar del ben ch'i' vi trovai,dirò dell'altre cose, ch'io v'ho scorte.
Dove parla di queste altre cose? Quali sono queste altre cose? Osservo che nella ripetizione, per così dire, della selva e della viltà e del passo e della tenebra e del lume, quale è poi nell'inferno, dove il passo dell'Acheronte è il passo della selva, assomigliata a un pelago e a una fiumana; in tale ripetizione, Dante continua a passar la selva anche dopo aver passato l'Acheronte. Dunque ciò che racconterà dopo il passo, è ancora di quelle “altre cose„ che ha scorte nella selva. Invero, per un esempio, dopo il passo della selva, egli posa un poco il corpo lasso. Dopo il passo dell'Acheronte egli muove intorno “l'occhio riposato„. O sia l'occhio o sia il corpo riposato, questo riposo, dell'occhio o del corpo, risponde a quello del corpo lasso. Risponde perfettamente,anche se si deve intendere, come intendo io, dell'occhio; chè nella selva, allegoricamente parlando, egli soffrì per un falso vedere, per un veder ciò che non era e non vedere ciò che era, per il difetto del lume che vien dal sereno e che, se di là non viene, è tenebra. Naturale è quindi ch'egli assommi nella stanchezza dell'occhio la sua morale stanchezza di tale cui mancasse la prudenza che mostra le sue vie al cuore. Dunque fu riposato dopo il passo della selva e dopo il passo dell'Acheronte. E dopo quest'ultimo, era ancora nella selva cioè nel limbo; e dunque ancor ciò che racconta dopo il passo della selva, è di quelle cose che vide nella selva.
Che cosa vide? Egli riprese[227]
via per la piaggia disertasì che il piè fermo sempre era il più basso.
via per la piaggia disertasì che il piè fermo sempre era il più basso.
Ed ecco una lonza: Essa è leggera e veloce, coperta di pelle macchiata o gaietta. Faceva come il cane, che scacciato corre via e poi si rivolta con insistente abbaiare al passeggero:
e non mi si partìa dinanzi al volto,anzi impediva tanto il mio cammino...
e non mi si partìa dinanzi al volto,anzi impediva tanto il mio cammino...
Questo cammino era quello dell'animo, che fuggiva dalpassodella selva e cacciava verso il colle; dell'animo che già discerneva, dell'animo in cui era un poco quetata la viltà o paura. Ora se la paura è lo stato dell'animo privo della prudenza, e perciò delle altre tre virtù cardinali, ossia d'ogni virtù, è naturaleche cessi al finir della notte, s'ella era connessa con quella notte; ma non cessi del tutto; chè se il cessar della notte significa il ritorno pieno della prudenza, il riapparire della prudenza non significa il riapparire delle altre virtù; sebbene ne dia indizio e speranza. Perciò la paura fu soltanto “un poco, queta„, la paura[228]
che nel lago del cuorgliera duratala notteche passòcon tanta pietà.
che nel lago del cuorgliera duratala notteche passòcon tanta pietà.
Or l'animo che cacciava verso il colle, trovò un impedimento nella fiera alla gaietta pelle. Ma era il principio del mattino e stagione di primavera, sicchè Dante sperava bene, quando gli si presentò un leone
con la test'alta e con rabbiosa fame,
con la test'alta e con rabbiosa fame,
da spaventar l'aria; e poi una lupa magra e avida, che
molte genti fè già viver grame,
molte genti fè già viver grame,
e spaventevole anch'essa quanto e più del leone. La vista del leone dà paura; la paura che esce dalla vista della lupa fa subito perdere “la speranza dell'altezza„. Sì che Dante avanti questa “bestia senza pace„, piangendo e attristandosi, come chi impensatamente, dopo avere sperata la vittoria, vede di perdere, arretra verso l'oscurità, rovina in basso loco. Allora si mostra a lui Virgilio.
Questo dramma è interpretato nel racconto che fa Virgilio a Dante del motivo e delle circostanzedella sua venuta, nei rimproveri che Beatrice fa a Dante e in qualche altro passo.
Beatrice dopo aver detto, che tosto dopo la sua morte, il suo amico
volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false;
volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false;
il che si riferisce allo smarrimento nella selva; dopo aver detto:
nè impetrare spirazion mi valsecon le quali ed in sogno ed altrimentilo rivocai;
nè impetrare spirazion mi valsecon le quali ed in sogno ed altrimentilo rivocai;
il che pur si riferisce al suo tortire per la selva, e ai bagliori della luna, forse, traverso il folto dei pruni, in quella notte che cominciò con un sonno e continuò, naturalmente, con sogni; aggiunge:
Tanto giù cadde, che tutti argomentialla salute sua eran già corti,fuor che mostrargli le perdute genti.[229]
Tanto giù cadde, che tutti argomentialla salute sua eran già corti,fuor che mostrargli le perdute genti.[229]
“Tanto giù cadde„ corrisponde a “mentre che io rovinava in basso loco„. Beatrice qui non narra tutto quello che raccontò a Virgilio, quando visitò l'uscio de' morti. Allora narrò, e Virgilio lo ridisse a Dante, il tutto partitamente. Dante era impedito nella diserta piaggia: era dunque già, dopo l'alba e dopo il riposo, in via per la piaggia diserta; tanto impedito[230]
che volto è per paura.
che volto è per paura.
Era dunque non più solo avanti la lonza, ma avanti il leone e specialmente avanti la lupa; chè la paura è di tutte e due, o di tutte e tre le fiere, e anche della selva, ma solo quella ispirata dalla lupa
lo ripingeva là dove il sol tace.
lo ripingeva là dove il sol tace.
Fu questo l'impedimento[231]di cui si compianse una donna gentile nel cielo, la quale mandò Lucia a Beatrice. E da lei Beatrice sa che Dante pietosamente piange e che lo combatte la morte “su la fiumana„. La morte lo combatte; dice Lucia. “Tutti argomenti alla salute sua eran già corti„ conferma Beatrice. La “pièta del suo pianto„ è il rovinare di Dante in basso loco piangendo e rattristandosi. Nel miraggio, per cui un'azione terrestre si stampa, per così dire, nel cielo, trasfigurandosi, sì che alcuni tratti si conservano, altri si perdono, il pensiero di Dante che assomigliò la selva a un pelago dell'onda perigliosa e sè a un naufrago ansante, ha un'ombra nel cielo; e la selva diviene fiumana: ha un'eco nel cielo; ed è affermata peggiore di un pelago. E dunque Dante è ripinto verso la notte: ove il sol tace; verso la valle: in basso loco. È tornato o sta per tornare a quello stato dell'animo, in cui più non si discerne, in cui più non luce la prudenza, e con essa mancano le altre virtù; riprova l'amarezza della morte; anzi la morte ora lo combatte così, che la sua salute non può essere opera che di lassù.
Sta per ritornare alla condizione di viltà, in cui era prima del passo della selva? a quella condizione,che poi vide essere degli sciaurati che mai non fur vivi, e di cui fama non è alcuna? di quelli, per cui il lume raggiò invano sebbene fosse acceso? di quelli così simili e così dissimili ai non battezzati?
Il fatto è che in quel momento Dante si trova avanti un'ombra. È d'un magnanimo, e di uno che cantò il più nobile degli eroi. E dannati sono il poeta e l'eroe. Non ebbero battesimo, eppure fu l'uno magnanimo e l'altro eroe. E si trovano di faccia, avanti la selva del peccato originale, uno che fu da quello offeso, non ostante la sua virtù, e un altro, che sebbene non offeso da quello, sta per vivere o, meglio, per morire, senza alcuna virtù.
Quali sono le fiere che Dante vide, prima una, poi due quasi insieme, e che ora sono, fantasticamente, ridotte a una?
Fu a Dante impedimento la selva selvaggia e aspra e forte, e nella quale, a detta di Beatrice, egli pareva trovare, a ogni momento, fosse e catene.[232]Paura in Dante fu della selva, sì che la si rinnovava al pensiero, e ch'ella solo dopo ilpassofu queta. Le tre fiere impediscono il cammino e incutono paura. Impediva il cammino la lonza; il leone veniva contro lui; la lupa lo ripingeva. Avanti la lonza, si rivolse più volte per tornare; il leone gli diede paura; gravezza gli porse la lupa con la paura che usciva da lei.[233]Consimili, dunque, effetti sono della selva edelle fiere. La selva è peccato: come non peccato le fiere? Ma la selva è il peccato originale: come le fiere non il peccato attuale? Ma la selva è la tenebra: come le fiere non l'ombra della carne e il veleno?
E la selva è raffigurata nel vestibolo e nel limbo, che hanno in sè il peccato originale, nelle sue due forme, volontaria, per così dire, e necessaria; di suprema viltà, perchè dopo il battesimo, di suprema nobiltà, sebbene e perchè senza il battesimo. E dopo il vestibolo e il limbo, sono cerchi di peccatori e di peccati diversi. Così è ragionevole che dopo la selva siano altri peccati diversi. Ora i peccati dell'inferno si riducono a tre disposizioni che il ciel non vuole.[234]Le fiere sono tre, come non credere subito, che elle sieno tre, perchè tre le disposizioni? che quelle raffigurino queste?
Le tre disposizioni che il ciel non vuole sono l'incontinenza, la malizia e la matta bestialità. D'incontinenza sono rei i dannati dei primi quattro cerchi dopo il limbo. La malizia e la bestialità sono più giù. Prima a Dante, delle fiere si presenta la lonza; poi le altre due. Non è probabile che, delle tre disposizioni, la lonza, raffiguri l'incontinenza? L'incontinenza è la più leggera delle tre:[235]
men Dio offende e men biasimo accatta.
men Dio offende e men biasimo accatta.
La lonza, se non piacevole all'aspetto e agli atteggiamenti, come del resto è, con la sua snellezza e con la sua pelle gaietta, è senza dubbio meno terribile delle altre due. Dante aveva ragione di bene sperare di lei, quando sopravvennero le altre due. Questafiera meno terribile come non è la disposizione meno biasimevole?
Le altre due disposizioni sono da Virgilio che ne parla, discorse a parte. Sono molto simili tra loro tanto che si aggruppano sotto il comun nome di malizia:[236]le altre due fiere vengono insieme, quasi nello stesso tempo, contro Dante. Sono molto simili tra loro: l'una ha rabbiosa fame, l'altra è carca di tutte brame, e dopo il pasto ha più fame di prima; dell'uno dà paura la vista; l'altra porge gravezza con la paura ch'esce dalla sua vista. Come queste due fiere che vengono insieme e sono così simili, non sono la bestialità e la malizia, che sono aggruppate insieme e tanto tra loro simili, che fanno una sola malizia? la sola malizia, che dall'aquila è chiamata veleno?
Le due ultime fiere non impediscono solamente il cammino. La lonza, sì; solo impedisce. Dante è più volte tentato di tornarsene, per quella, diremmo, noia di aver sempre avanti quella fiera. La snellezza e molta prestezza le servono, pare, per allontanarsi quand'è scacciata, e poi ritrovarsi di nuovo sulla via di colui che sale per l'erta. Il fatto è che, sebbene Dante più volte si volti per ritornare, non ci narra che in queste tante volte la lonza l'abbia mai offeso. Le altre due, e specialmente la lupa, gli si fanno incontro col proposito di offenderlo. Mentre noi supponiamo che Dante, non ostante la lonza, avanzi sempre, noi vediamo che, per via della lupa, arretra sempre.Perchè? Perchè la lupa, e anche il leone, s'intende, non impediscono soltanto, ma uccidono: la lupa
non lascia altrui passar per la sua via,ma tanto lo impedisce che l'uccide.
non lascia altrui passar per la sua via,ma tanto lo impedisce che l'uccide.
La lonza impedisce, anch'ella, il cammino, ma non al punto d'uccidere: tanto è vero, che per l'ora del tempo e la dolce stagione Dante è indotto a bene sperare, e riuscirebbe a salir l'erta. Or dunque le due ultime fiere hanno il proposito di uccidere, di sbramare l'uno la rabbiosa fame, l'altra la fame insaziabile, con le carni del passeggero. Ebbene come non raffigurano esse la malizia, che ha appunto un fine d'ingiuria, che l'incontinenza non ha, e questo fine adempie o con forza o con frode? e così si distingue in violenza o bestialità,[237]che torna lo stesso, e frode?
E la violenza e la frode sono nell'inferno punite in quest'ordine: prima la violenza e poi la frode; e il leone e la lupa vengono avanti il passeggero in quest'ordine, prima il leone e poi la lupa. E la violenza è meno grave della frode:[238]
Ma perchè frode è dell'uom proprio male,più spiace a Dio.
Ma perchè frode è dell'uom proprio male,più spiace a Dio.
E perchè la frode più spiace a Dio, i frodolenti “stan di sutto„. E il leone, sebbene sia rappresentatocon la test'alta e con rabbiosa fame, pure oltre la paura, che male fece a Dante? dove è egli più all'ultimo? La lupa, invece, ripinge il misero, che piange e grida per lei, e finirebbe con l'ucciderlo. E la frode spiace più a Dio, perchè il suo fine d'ingiuria l'adempie col sussidio dell'intelligenza, per vie tortuose, dunque, ed inganni; mentre la violenza è senza intelletto; è matta, è bestialità. Ebbene il leone viene con la test'alta, che è un segno di sventataggine, e con fame rabbiosa, per la quale ciecamente si butterebbe a qualunque sbaraglio. L'aria teme alla sua vista o forse ai suoi ruggiti. Nel che è un'idea di superfluo e di vano e di troppo; come è (vedete Capaneo!) nella violenza. La lupa invece ha un andare guardingo, per giungere a sbramare la sua fame sempre nuova e intera, per fare ingiuria e per uccidere. Ella è senza pace; non dà tregua. “A poco a poco„ ripinge il passeggero. Non par di vederla avanzarsi tortuosamente, tacita, se il leone ruggisce, con la testa bassa, se il leone ha la testa alta, e sparire e riapparire, se il leone apertamente vien contra? E non è la frode, dunque, come la lupa? Inoltre la violenza è cieca cupidigia e ira folle cioè cieca brama di vendetta,[239]matta e bestiale brama di vendetta, e contro gli altri e sì contro sè stesso, in modo che l'uomo si fa ingiusto contro sè giusto,[240]e sì persino contro Dio, che è tanto alto e tanto sicuro! E la frode ha cupidigia di tante cose, quante vediamo essere state bramate dai tanti diversi peccatori di Malebolge e della Ghiaccia; danaro, peresempio, dai ladri, dai barattieri, dai simoniaci; grazia, per esempio, dagli ipocriti; fama, per esempio, dai pravi consiglieri; onore e podere, per esempio, dagli uccisori di Cesare. O non sono codeste brame le tutte brame della lupa? e quell'unica brama la rabbiosa fame del leone? E la lupa ha natura malvagia e ria, sì che non empie mai la sua voglia;[241]e il leone, no: questa natura non l'ha, questa voglia inesplebile non l'ha. In vero la voglia di vendetta con la vendetta si compie, se non è così matta da volgersi contro Dio;[242]chè allora è infinita anche essa; perchè inafferrabile è Dio, o folli e ciechi e bestie!
E insomma non pare a ognuno che la malvagità e reità della lupa in confronto della rabbia del leone, messe in relazione, quelle e questa, con la fame che è in tutte e due le fiere, non segnino la gradazione che è tra la frode e la violenza?
D'ognimalizia...ingiuria è il fine, ed ogni fin cotaleo con forza o con frode altrui contrista.
D'ognimalizia...ingiuria è il fine, ed ogni fin cotaleo con forza o con frode altrui contrista.
(Dante piange e s'attrista e grida per la lupa, non per la lonza).
Ma perchè frode è dell'uom propriomalepiù spiace a Dio.
Maliziaè di tutte e due le fiere: del leone e della lupa; e di tutte e due le disposizioni: della violenza e della frode; ma la frode ha unmalein più, comemalvagia e riaè la lupa.
Dante, nel ragionamento intorno all'ordine dei peccati nell'inferno,[243]ha due autori avanti al pensiero: Cicerone, per la divisione della malizia in violenza e frode, Aristotele per la triplice disposizione che il ciel non vuole. Egli le fonde insieme, facendo un po' forza, a dir vero, alla dottrina d'Aristotele; e pareggia la matta bestialità dell'Etica alla malizia, anzi ingiustizia, con forza (vis) delde Officiis. Ora questo è il luogo di Cicerone, che Dante poteva leggere ancora nel Tesoro di Brunetto e nelMoralium dogma:[244]“Poichè in due modi, cioè o con violenza (vi) o con frode, si commette ingiuria, la frode parcome di volpe (vulpeculae), la violenza, di leone: l'una e l'altra alienissima dall'uomo (cioè straniera all'uomo, disumana); ma la frode è degna di maggior odio„. C'è qui la divisione della malizia, come Dante chiama quella che Cicerone chiamainiustitia, in violenza (vim) e frode, e anche il cenno della maggior gravità della frode. E nel medesimo trattato leggeva anche la ragione di questa maggior gravità:[245]“in ogni ingiustizia corre molto divario, se l'ingiuria si commetta per un qualche turbamento dell'animo (animi), turbamento che per lo più è breve e lì per lì, o a bella posta e a caso pensato. Chè sono più leggeri i torti che accadono per qualche repentino moto, di quelli che si fanno dopo premeditazione e preparazione„. Ebbene chi dirà che Dante non abbia preso a Tullio quel simbolo del leone per la violenza o malizia di cui ingiuria è il fine, cioè ingiustizia con forza? Ma poi trovava lavulpeculaper rappresentare la frode. E sì, avrebbe presa anche quella, come se ne ricordò per Guido da Montefeltro, di cui dice le opere “non leonine ma di volpe„, e “le volpi sì piene di froda„,[246]come se ne ricordò per la “cuna del trionfal veiculo„,[247]quando dopo l'aquila, a simboleggiare la persecuzione dei tiranni, cioè la violenza contro la chiesa, pone la volpe a simboleggiare l'eresia, la cauta e fraudolenta nemica; avrebbe presa anche la volpe, se così piccolo e vile animale, che Cicerone stesso abbassava con quel diminutivo di spregio, non gli fosse dispiaciuto. Dopo il ruggito del leone, il guaitodella volpe! questo più spaventevole di quello! E far la volpe assetata di sangue umano, divoratrice di genti, porgitrice di gravezza con la paura che usciva di sua vista! Dante cercò un'altra bestia; e ne trovò, ne' bestiarii del suo tempo, una adatta anche più della volpe a significare la frode. Trovò la lupa.[248]
Il lupo, per limitarci a qualche cosa di ciò che se ne diceva, il lupo[249]è “crudele; spia l'assenza dei cani e dei pastori; insidia i chiusi delle pecore; ulula orrendamente; veduto prima che egli veda, non nuoce; vedendo egli per primo, toglie la voce„. È antica questa ultima storiella; e mi pare sia ricordata da Dante:
questa mi porse tanto di gravezzacon la paura ch'uscia di sua vista...
questa mi porse tanto di gravezzacon la paura ch'uscia di sua vista...
Sono quelli occhi che gravano su tutto l'essere del passeggero. E si veda come la lupa convenientemente simboleggi la frode, poichè ella è astuta e insidiosa; e, sopra tutto, “veduta prima, non nuoce„. Inoltre[250]“si dice ch'esso (lupo) viva, a volte, di preda, a volte diterra, anche di vento„. Come non ricordare il veltro, che della lupa è il nemico contrapposto, e non ciberàterra...? Non ciberàterra, viene a dire il poeta, come costei. E il peltro, che certo significa la ricchezza, è lapreda, cui il veltro non vorrà ecui cerca la lupa. Tralascio tante astuzie, vere e supposte, che del lupo si raccontano in cotali libri: mi basta ora riferire queste tre cose: che si sapeva a quei tempi che “le meretrici le chiamiamo lupe, perchè devastano i beni degli amadori„; s'imaginava a quei tempi che i lupi erano così chiamati “quasi leopedi„, perchè nei piedi è la loro virtù, come dei leoni è altrove;[251]si affermava a quei tempi “che figura di lupo porta il diavolo, che sempre invidia il genere umano„. Con queste tre cose, noi ci possiamo spiegare come Dante dica che la lupa si ammoglia a molti animali; e, che ella è come un leone vigliacco, poichè al leone è simile nella rapacità e terribilità, e peggiore, ma viene, innanzia poco a poco, e poi fugge avanti il veltro; e che infine e ciò monta più, dall'inferno “invidia prima dipartilla„. E pensiamo che il diavolo porta figura di lupo, perchè il lupo insidia i chiusi delle pecore come il diavolo le chiese dei fedeli; e sapete come il lupo si appressa ai chiusi delle pecore, e perciò il diavolo alle chiese dei fedeli? “Se ha bisogno di predare di notte, come un cane mansuetoa poco a poco(sensim) si avanza verso l'ovile„; e tante altre astuzie trova![252]A poco a poco, ricordiamo!
Rifiutando lavulpeculaciceroniana, Dante trovò una bestia non solo, per l'astuzia, consimile alla volpe, non solo più della volpe spaventevole e rapace; ma più atta, comeleopede, a far compagnia al leone, e, come solito simbolo del diavolo, più atta a significare quella, direm così per ora, generale corruzione,da cui doveva liberare l'umile Italia un veltro che si nutrisse di “sapienza e amore e virtute„; veltro di ben alta natura, eppure non d'altra natura che di cane quale è interpretata da quei mistici: “Medico molto è detto il cane (salute, almeno, degli ammalati dunque) perchè chi gli altri regge (qui praeest aliis), deve vegliare agli studi dellasapienzaed evitare a ogni modo la crapula„:[253]già deve cibare sapienza, non terra nè peltro.
E qui basti concludere che Dante ha sostituita la volpe con la lupa, non per esprimere un pensiero diverso da quello di Cicerone, ma per esprimerlo più fortemente. La volpe insidia i pollai, come il lupo gli ovili; ed avida è quella, come è questo; eppure a nessuno verrebbe in mente, se qui fosse volpe e non lupa, di dire che la volpe non significasse la frode, e significasse, mettiamo il caso, l'avarizia.
La lonza non è in Cicerone, come nè l'incontinenza. A raffigurare l'incontinenza, Dante cercò fiera meno fiera. E meno fiera delle altre due è la lonza, sia ella il leopardo o la lince o la pantera. E più speciosa, anche, poichè ella ha il pel maculato e la pelle gaietta o dipinta.[254]Si può certo interpretare diversamente questa dipintura della pelle; ma si può certo interpretare anche così: bella e graziosa d'aspetto. E la lonza è leggiera e presta molto. Anche qui le interpretazioni possibili sono tante; ma traesse anche, per esempio, questa: che ella non ha freno al suo corso, ossia che è incontinenza. Ma un particolare intorno ad essa è tale da non ammettere se non una spiegazione ragionevole. Eccola. Dante[255]
aveva una corda intorno cinta,e con essa pensò alcuna voltaprender la lonza alla pelle dipinta.
aveva una corda intorno cinta,e con essa pensò alcuna voltaprender la lonza alla pelle dipinta.
Or questa corda è più probabilmente il cingolo della castità, o più genericamente la continenza. E la continenza non è il contrario di qualsivoglia vizio o peccato, ma di soli quelli che vengono da un naturale émpito, da un soverchio amore del bene; di soli quelli che sono proprii dell'appetito, il quale, come ha bisogno di sprone, così, e più, ha bisogno di freno. E quella corda è quel freno.[256]E un altro particolare intorno ad essa non è spiegabile se non in un modo: quello della cagione che aveva Dante a bene sperare. Qual era? “L'ora del tempo e la dolce stagione„. L'unica spiegazione ragionevole è quella che Dante stesso ne dà. Invero egli fa cantare a certi fitti nel fango:[257]
Tristi fummonell'aer dolce che del sol s'allegra. . . . . . . . . . . . . .or ci attristiam nella belletta negra.
Tristi fummonell'aer dolce che del sol s'allegra. . . . . . . . . . . . . .or ci attristiam nella belletta negra.
Per pena, cioè, di essere stati tristi nell'aer dolce, rallegrato dal sole, ora ci attristiamo nella melma,in cui non è luce. La belletta è opposto all'aere; il suo nigrore, al sole. Tristi non dovevano essere nell'aere dolce e nel sole; questo e quello dovevano essere farmaco alla loro tristizia. Ora questo farmaco non è quello stesso che valse, a Dante? che gli diede speranza, e perciò impedì che egli già avanti la lonza si attristasse, come fece poi avanti la lupa?[258]Invero la cagione a bene sperare fu “l'ora del tempo„, e il tempo era dal principio del mattino e il sole montava su: era il sole, dunque. E poi era la dolce stagione, e la stagione era di primavera, e l'aere, che faceva dolce la stagione, era, dunque, dolce. A quei fitti nel fango l'aer dolce e il sole non valse; e furono tristi: a Dante sì, valse, e non s'attristò e sperò bene. Or come si chiama la tristizia di quei ranocchi gorgoglianti nel fango? Quei della palude pingue di che sono rei? Quei della palude pingue, come quelli[259]
che porta il vento e che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue,
che porta il vento e che batte la pioggiae che s'incontran con sì aspre lingue,
cioè i lussuriosi e golosi e avari con prodighi, sono appunto colpevoli di quella incontinenza la quale
men Dio offende e men biasimo accatta,
men Dio offende e men biasimo accatta,
che la malizia. Contro l'incontinenza avrebbe giovato l'aere e il sole a quelli della palude; giovò, l'aere e il sole, a Dante contro la lonza. Dunque la lonza è l'incontinenza.
Ma si può dire: come il peccato di quei fitti nelfango può essere raffigurato in quella fiera così leggiera e presta? E a ogni modo, si può aggiungere, quel peccato è sì d'incontinenza, ma non è l'incontinenza. Anzi, si può domandare, che peccato è? Mettiamo tristizia, mettiamo accidia. Come la tristizia può essere in quella fiera snella? come l'accidia in quella fiera presta? Non ti si crede, si può concludere.
Bene: l'incontinenza Dante la raffigura un'altra volta in forma d'ossa e di polpe. Egli è nel monte; nella cornice dell'accidia. Ha domandato al maestro, quale offensione si purga in quel giro. Il maestro gli ha risposto prima un poco oscuro, poi ha dichiarato tutto il sistema del purgatorio, conchiudendo: Qui l'accidia; sopra noi, per tre cerchi, l'amore tripartito del bene non buono. Ora sente anime d'accidiosi dire, con rimbrotti, esempi d'accidia: gli ebrei, che non giunsero al Giordano; le donne troiane, che non vennero nel Lazio. Dicono e passano. Dante pensa; e di pensiero in pensiero, chiude gli occhi, e il suo pensamento divien sogno.
Egli pensava certo all'accidia; e sogna, che cosa? Innanzi all'alba, egli dice,[260]
mi venne in sogno una femmina balba,negli occhi guercia e sopra i pie' distorta,con le man monche e di colore scialba.
mi venne in sogno una femmina balba,negli occhi guercia e sopra i pie' distorta,con le man monche e di colore scialba.
Dante la mirava, e come il suo sguardo fosse raggio di sole a un intorpidito dal freddo notturno, ecco che le scioglieva la lingua, ne drizzava la persona, le colorava d'amore il volto. Ed ella si diede a cantare; e cantava così dolcemente!
Io son, cantava, io son dolce Sirenache i marinari in mezzo mar dismago.
Io son, cantava, io son dolce Sirenache i marinari in mezzo mar dismago.
Ed ecco apparire una donna santa e presta, e
l'altra prendeva e dinanzi l'aprìafendendo i drappi, e mostravami il ventre:quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa.
l'altra prendeva e dinanzi l'aprìafendendo i drappi, e mostravami il ventre:quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa.
Ed era alto il dì: il sacro monte era pieno del sol nuovo. Ma Dante pensava a quel sogno. L'angelo, con le ali di cigno, sventolò su lui le penne, e cantò:Beati qui lugent. Non erano, Dante e Virgilio, ancora nel cerchio dell'avarizia, ma vi salivano. E Dante pensava sempre, e Virgilio gli dichiara il sogno dicendo che quell'antica strega è quella
che sola sopra noi omai si piagne.
che sola sopra noi omai si piagne.
Dunque è l'avarizia, gola, lussuria, che formano insieme col peccato punito nello Stige, che cosa? L'incontinenza.
Ora questa antica strega è solo quei tre peccati? Se è l'incontinenza, ha da comprendere anche quel quarto, duplice, a quel che pare, di color cui vinse l'ira e di coloro che furono tristi. Ha da comprendere; ma comprende? E sì, comprende. La femmina è balba. I fitti nel fango non possono dire il loro inno con parola integra, e lo gorgogliano nella strozza. Perchè? Perchè, dice Gregorio Nysseno,[261]c'è la tristizia che tronca la voce e si chiama accidia. Questi fitti nel fango, che del resto portarono dentroaccidioso fummo, sono tristi e hanno tronche le parole.Ora anche le altre particolarità della femmina, sono consonanti a questa. È balba, cioè non ha la voce integra; e così non ha integra la vista, perchè è guercia; nè integro il moto, chè è distorta sopra i piedi, nè il gesto, chè ha le man monche, nè il colore e il calore, chè è scialba e intirizzata. Non può nè parlare nè vedere nè camminare nè far nulla; e non vive. Di più ha il volto smarrito, come dire, triste o spaurito. Ognun vede che è proprio l'accidia. O come dunque è l'incontinenza che si piange nei tre cerchi superiori?
La lingua si scioglie, il volto si colora, ed ella canta, ed ella è dolce sirena. Da accidia diventa concupiscenza. Or ognuno vede ancora che la balbuzie e tutto il resto sono gli effetti dell'incontinenza triplice di concupiscibile. Il pallore può essere effetto sì di lussuria e sì di gola e d'avarizia, e così l'impedimento della lingua e degli occhi, e il camminar barcollando e l'inettitudine al lavoro: più, pensiamo noi, delle due prime che dell'ultima. A ogni modo, nell'inferno Dante presenta gli avari, come stati guerci, e come risurretturi coi pugni chiusi; e i golosi pone a giacere:
elle giacean per terra tutte quante,
elle giacean per terra tutte quante,
e li dice poco in gambe e biechi e ciechi:
gli diritti occhi torse allora in biechi:guardommi un poco, e poi chinò la testa;cadde con essa a par degli altri ciechi:
gli diritti occhi torse allora in biechi:guardommi un poco, e poi chinò la testa;cadde con essa a par degli altri ciechi:
guardatura e atto e caduta di ebbro, pieno di crapula e di sonno. Sì che noi possiamo affermare chenella antica strega sono tutte le note dell'incontinenza di concupiscibile, o come effetti nella vita stessa, o come effetti, non dissimili, oltre la vita, nel luogo della pena. È dunque l'accidia, questa femmina balba; l'accidia effetto, e l'accidia causa dell'incontinenza.
È l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. E il concetto è tanto semplice quanto vero. Colui che non opera è soggetto alle tentazioni della carne; colui che cede alle tentazioni della carne, cade nell'ozio e nella inerzia, e debilita l'anima e corrompe il corpo, finchè diviene un carcame che puzza.
A questa incontinenza potenziale ed effettuale, a questa accidia causa ed effetto d'incontinenza, qual rimedio si propone? Dice Virgilio a Dante, dopo avergli significato l'essere dell'antica strega:[262]
Bàstiti, e batti a terra le calcagne,gli occhi rivolgi al logoro, che giralo rege eterno con le rote magne.
Bàstiti, e batti a terra le calcagne,gli occhi rivolgi al logoro, che giralo rege eterno con le rote magne.
Dio è il falconiere, che al generoso falcone mostra, prillando, il piumato richiamo delle spere che girano: le cose belle ch'egli muove. Il camminare quindi, cioè il vivere operosamente,[263]e il contemplare le bellezze dell'universo, è rimedio contro l'antica strega. E non è il medesimo, che contro la tristezza? E non è il medesimo che contro la lonza? E dunque la lonza è incontinenza. E dunque la tristizia dei fitti nel fango sta alla lonza, come la femmina balba e zoppa e monca e guercia e pallida e cascante sta alla dolce sirena ch'ella diventa sotto lo sguardo del sognatore.
L'antica strega è l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. Quale incontinenza? Chè ella è di due specie: di concupiscibile e d'irascibile. E bene Dante così la distingue nel Convivio e nella Comedia.
Nel Convivio[264]dice: “Questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch'esso sia nobile, alla ragione ubbidire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni; come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungere (megliopungare)„. Ed esempla l'uso del freno e dello sprone con lo eroe dell'Eneide, il quale si partì da Didone; e questo è l'uso del freno; ed entrò nell'inferno, e questo è l'uso dello sprone. Altrove,[265]della fortezza dice che è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione della nostra vita„. E della temperanza, ch'ella “è regola e freno della nostra golosità e della nostra soperchievole astinenza nelle cose che conservano la nostra vita„. Insomma egli, seguendo Aristotele, afferma come ogni virtù sia “un abito elettivo consistente nel mezzo„. Nella Comedia non pare che pensi di tutte le virtù a questo modo; chè, se così avesse pensato, anche nel cerchiodella lussuria e della gola avrebbe messo, oltre quelli che trasmodano per il troppo, anche quelli che trasmodano per il poco: “per la soperchievole astinenza„. Egli, nella Comedia, dà a divedere che nella lussuria e nella gola l'astinenza non è mai soperchievole. Se pure questa astinenza egli non vede che porti ad altre reità, le quali siano punite altrove; poniamo, in quanto alla gola, nel cerchio degli avari; in quanto alla lussuria, nel girone ove è Brunetto. A ogni modo, l'astinenza per sè e in sè non condanna, se non nell'avarizia e nel peccato della palude stigia. Nel quarto cerchio si peccò, pare, intorno a liberalità[266]“la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali„. In verità vi è punito il mal dare e il mal tenere; e l'ontoso metro dei dannati è: Perchè tieni? e, Perchè burli?[267]Gli uni e gli altri non ebbero freno; cioè temperanza: gli uni a tenere, gli altri a spendere. E così conferma Stazio[268]il quale dice ch'egli comprese, da un verso dell'Eneide, che l'appetito doveva essereretto, cioè governato e frenato, tanto nello spendere, quanto nel tenere: non ci dovevano essere nè pugni chiusi nè mani che aprano l'ali.
Ora se l'incontinenza è duplice, Dante la punì nell'inferno nelle sue due specie? Sì: chiaramente. Egli definisce l'incontinenza d'irascibile, quando nel Convivio parla della fortezza, dicendo ch'ella è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„. L'audacia e la timidità sono subbiettivamente nell'irascibile.[269]Ora s'intende facilmentecome nella palude stigia siano puniti quelli che non moderarono la timidità loro. Già il timore è tristizia;[270]e i fitti nel fango furono e sono tristi; e poi nel fango hanno a stare, come porci in brago, certuni ch'or sono “lassù gran regi„.[271]E questi, per tagliar corto, sono certamente tali che non ebbero la virtù più propria dei re, la magnanimità, cioè la fortezza; ed ebbero invece “la viltate„ quale, ad esempio, quella[272]“di quel che guarda l'isola del foco„. La loro incontinenza, dunque, è punita; perchè incontinenza è, secondo Virgilio: incontinenza, dunque, d'irascibile. Nell'inferno, possiamo già dirlo, si puniscono le due specie d'incontinenza.
E Dante espressamente lo dice. Egli, udita la lezione di Virgilio intorno alla malizia, mostra di meravigliarsi[273], come, se ogni malizia è punita entro il baratro, siano anche puniti