LA FONTE PRIMAI.Il lettore che mi ha seguito, domanderà: “L'altro viaggio è il cammino di Dio o della vita contemplativa, e il corto andare del bel monte è quello del mondo e della vita attiva. Bene. La vita attiva consiste nell'esercizio delle quattro virtù cardinali; ed è impedita da tre disposizioni cattive, equivalenti a incontinenza, di concupiscibile e d'irascibile, a violenza o bestialità, a frode; raffigurate nella lonza, nel leone, nella lupa. Bene. La lupa che assomma quelle disposizioni e in cui spariscono le altre due bestie, toglie a Dante il corto andare del monte. Per l'altro viaggio, Dante scende e poi sale; scende sino a trovare colui che assomma nelle sue tre faccie le tre male disposizioni, scende in basso loco, scende ove il sol tace, scende ov'egli rimane gelato e fioco. Esercita scendendo quelle quattro virtù; aiutato, sia pure, da sette spiriti, che alle quattro virtù pagane cristianamente equivalgono. E sale. Sale sulla cima d'un bel monte. Ivi è Beatrice, e, si intuisce, l'innocenza e la felicità. Salendo, purga le caligini, le schiume, le macchie di quelle medesime tre disposizioni, con quelle medesime quattro virtù, aiutato,più visibilmente, da quei sette spiriti che corrispondono, in ordine inverso, alle sette beatitudini le quali si odono sonare nelle sette cornici. In che modo questo viaggio è “altro„ da quell'andare verso il bel monte? Dante è sceso in questo viaggio, come nell'altro, sino al basso loco; e poi è risalito. Nell'altro, è vero, non risalì. Le virtù che aveva seco, non bastarono; ma quelle virtù le aveva. Ora tra il corto andare e l'altro viaggio è differenza in ciò, che là non riuscì alla meta e qua, sì, giunse: altra differenza non c'è. Or tu dici, come molti dissero e dicono, che invece è tanta differenza quanta tra la vita attiva e la vita contemplativa. Come mai?„Ecco: posso rispondere che la vita attiva dispone alla contemplativa; bisogna ricordare le quattro virtù che menano Dante a Beatrice, e le tre che aguzzano la sua vista;[1048]e che le virtù morali “essenzialmente„ non pertengono alla vita contemplativa, perchè il fine di questa è la considerazione della verità: ora per le virtù morali sapere quel che pertiene a considerazione di verità, è di poco momento, come il filosofo dice, inEth. II 2, X cap. ult.; e lo stesso inEth. X 7 e 8, afferma che le virtù morali pertengono alla felicità attiva e non alla contemplativa. Ma “dispositivamente„ le virtù morali pertengono alla vita contemplativa: chè l'atto della contemplazione, in cui essenzialmente consiste la vita contemplativa, è impedito sì dalla veemenza delle passioni, per cui l'intenzione dell'anima è dalle cose intelligibili tratta alle sensibili; e sì da tumulti esterni. Ora le virtù morali impediscono la veemenza dellepassioni, e sedano i tumulti delle esterne occupazioni. Così, le virtù morali “dispositivamente„ pertengono alla vita contemplativa„.[1049]Sicchè Dante, nel suo discendere per il baratro e nel suo salire per il monte, si è venuto disponendo alla vita contemplativa, mortificando le passioni e facendosi forte contro i tumulti esterni. E così ha fatto cosa che pertiene a contemplazione. Il che è chiaro dal raffronto di tutte le due cantiche a questo luogo d'Isidoro riportato nella Somma:[1050]“Nella vita attiva prima mediante l'esercizio del bene si devono esaurire tutti i vizi, affinchè l'uomo, nella contemplativa, già trapassi a contemplare il lume divinocon pura la vista (acie) della mente„. E noi abbiamo veduto che Dante purifica il cuore, cioè la vista, dall'ultima traccia di vizio, temprandolo attraverso il fuoco; sì che poi diventa acuto a vedere, cioè a contemplare. Or questo significa Dante con un di quei suoi modi ch'egli, se di là attende al destino del Poema Sacro, che lasciò senza comento, e così tale che la sua sentenza difficilmente si sarebbe potuta intendere, perchè esso non la contò; egli deve meravigliosamente godere che si trovi e si dichiari. È questo. Simbolo della vita attiva è Lia. E Lia appare in sogno al Poeta, quando già è passato attraverso le fiamme ed ha acuito l'occhio alla visione.[1051]Il sogno, come quello che è apparso nell'ora in cui la mente è divina, annunzia una verace apparizione. Di lì a poco Dante vede Matelda. Matelda significa per certo ciò che Lia. Lia nel sogno va “cogliendo fiori„ e canta;Lia va “movendo intorno le belle mani afarsiuna ghirlanda„;[1052]Matelda va anch'ella “cantando ed iscegliendo fior da fiore„.[1053]Eppure! Rachele raffigura la vita contemplativa perchè, tra altro, il suo nome s'interpreta “visum principium„, e così lei appaga “lo vedere„;[1054]mentre Lia vedeva poco, era di deboli occhi,lippis oculis.[1055]Questo difetto della vista di Lia fu di principal momento a determinare il significato mistico di lei in comparazione della veggente sorella. Ora Dante raffigura, in sogno, Lia che dice:[1056]Per piacermi allo specchio qui m'adorno:in un atto che è di contemplazione, perchè la suasuora Rachel mai non si smagadel suo miraglio, e siede tutto giorno.Come mai quest'altra Lia, che è Matelda, quelli occhi che avrebbero a esserelippi, li ha tali che[1057]non credo che splendesse tanto lumesotto le ciglia a Venere...?Altro chelippis oculisè codesta Lia! O come? Così. La vita attiva sta diventando contemplativa; è già disposta alla contemplazione. Dante ha, con l'esercizio delle virtù morali, acquistata, attraverso il fuoco dell'ultimo peccato, la mondizia della vista. È disposto a vedere. Non è così? È così. Perciò Lia si piace allo specchio e perciò Matelda ha gli occhi luminosi.È Dante, se s'interpreta il simbolo, è Dante medesimo in loro, che ha stenebrato gli occhi infermi, e già è per contemplare.Ciò dopo di aver finito di purgare le sette macchie veniali che lasciano i sette peccati mortali... Sette? Ma sì. Debbo ancora ripetere che le tre disposizioni si spicciolano in sette peccati, di quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontrano con acerbi rimbrotti; che fanno quattro; più le tre malizie; che fanno tre; e sette dunque in tutto? E che questi sette peccati sono i sette peccati mortali? Debbo ancora ripeterlo?Ma sono più di sette.E debbo ancora ripetere che i sepolti nel cimitero non contano nel novero degli abitanti d'una città? che quelli del vestibolo, quelli cioè che sono di là del fiume, sono fuori dell'inferno, che comincia (è chiaro) col principio, cioè col primo cinghio? che quelli del limbo dopo il gran dì, non ci saranno più, e risusciteranno, come quelli del cimitero saranno sepolti? che la “sospensione„ la quale è sì nel limbo e sì nel cimitero, cesserà, come Dante, secondo una virtù indubitabile del suo stile, dice per gli uni volendo intendere anche degli altri, cesserà nel “gran dì„? che la mezza sepoltura e tenebra degli uni diventerà intera, come la mezza luce (perchè hanno un fuoco tra le tenebre) e la mezza, innocenza (poichè hanno le quattro ma non le tre virtù) diventerà intera negli altri?Sette, dunque. E i sette peccati capitali e mortali.Rimane qualche dubbio?II.La Comedia di Dante ha questo argomento, quale è esposto nel prologo di tutto il Poema Sacro. Tre bestie, e specialmente l'ultima, impediscono a Dante il corto andare del bel monte; cioè la vita attiva. Virgilio, mosso da Beatrice che è pregata da Lucia che è mandata da una Donna Gentile, propone a lui un “altro viaggio„, che è, prima, dell'attività dispositiva alla contemplazione, e poi della contemplazione, se la volontà purificata dall'ultimo fuoco sarà da sè disposta.[1058]È dunque il dramma della vita attiva e contemplativa. Le quali sono dai mistici raffigurate in modo diverso. Nel Convivio Dante prende, a raffigurarle, le due persone evangeliche di Marta e Maria; nella Comedia, quelle bibliche di Rachele e Lia. In vero dopo la purificazione nel fuoco, egli vede Lia che si guarda allo specchio, e Matelda che ha gli occhi, non più deboli, ma luminosi. Beatrice, d'occhi incomparabilmente vivi, poichè con la vista di essi ella lo alzerà di spera in spera, Beatrice siede con l'antica Rachele.[1059]Ebbene ecco una esposizione delle vicende di Lia e Rachele intese misticamente.[1060]Le due mogli libere di Giacobbe significano il nuovo testamento dal quale siamo stati chiamati in libertà.[1061]Nè sono due a caso.“Sono due, perchè due vite a noi sono dimostrate nel corpo del Cristo, una temporale del lavoro; l'altra eterna, della contemplazione. L'una il Signore rappresentò con la passione, l'altra con la risurrezione.[1062]I nomi stessi di quelle donne ce ne fanno fede. Lia vuol direlaborans, Rachelevisum principium, ossia il Verbo dal quale si vede il principio. L'azione della vita umana e mortale, nella quale viviamoex fide, facendo molte laboriose opere incerti come siano per riuscire a prò di coloro cui vogliamo provvedere, è Lia prima moglie di Giacobbe; e perciò si narra che fosse d'occhi infermi,chè i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro provvidenze.[1063]La speranza invece dell'eterna contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità, è Rachele: ond'ella è ancor detta di buon viso e di bella figura. Ogni piamente studioso ama costei, e per lei serve alla Grazia di Dio, dalla quale i nostri peccati, anche se fossero come il fenicio, sono fatti bianchi come neve. Chè,Laban, cui Giacobbe servì per amor di Rachele, s'interpretaDealbatio„.[1064]Non cerca la giustizia[1065]proprio, chi serve alla Grazia; ma vuol vivere in pace nel Verbo dal quale si vede il principio: serve dunque per Rachele e non per Lia.[1066]“Chi, in fine, può amare nelle opere della Giustizia quel travaglio d'azioni e passioni? Chi può desiderare quella vita per sè stessa? E così nè Giacobbe Lia„. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva d'essere unito a Rachele, ebbe invece Lia, e Giacobbe la tollerò, pur non potendola amare, e l'ebbe cara per i figli che gli diede. “Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell'imbianchimento (dealbationis) de' suoi peccati, nella sua conversione non fu tratto da altro amore che dalla “dottrina di sapienza„.Ora per intenderci meglio, reco il luogo della Genesi:[1067]“Laban aveva due figlie; la maggiore Lia di nome, e la seconda si chiamava Rachele. Ma Lia era di debili occhi: Rachele di bel viso e avvenente figura. La quale amando Giacobbe, disse:Io tiserviròper Rachele tua miglior figliuola,sette anni. Rispose Laban: Meglio è che a te la dia, che a un altro: rimani presso me.Servìdunque Giacobbe per Rachelesette anni; e gli parevano pochi giorni per la grandezza dell'amor suo. E disse a Laban: Dammi la moglie mia, perchè è già compiuto il tempo, che io entri a lei. Esso, chiamate molte turbe d'amici a convito, fece le nozze. E nella sera introdusse a lui l'altra figlia, Lia, dando alla figlia un'ancella di nome Zelfa. Alla quale essendo, secondo il costume, entrato Giacobbe, venuto il mattino, vede Lia; e disse al suocero suo: Che è questo che mi hai voluto tu fare? non ti servii per Rachele? perchè m'hai tu imposto? Rispose Laban: Non è nel paese nostro usanza, che noi diamo a nozze prima le minori. Compisci la settimana di giorni di questa unione; e io ti darò l'altra per ilservizioche m'hai a faredurante altri sette anni. Si acchetò alla richiesta, e finita la settimana condusse in moglie Rachele, a cui il padre aveva data la schiava Bala. E finalmente, venuto a capo delle nozze bramate, preferì l'amor della seconda a quello della prima, servendo altri sette annipresso lui„.E torniamo ad Aurelio Agostino. Egli parla della “dottrina di sapienza„ la quale è Rachele. Continua: E i più credono d'averla a ottenere “tosto che si siano esercitati neisetteprecetti della legge, che riguardano l'amor del prossimo, che non si noccia ad altrui: vale a dire, Onora il padre e la madre, non fornicare, non uccidere, non rubare, non dir falso testimonio, non desiderare la donna del prossimo, non desiderar la cosa del prossimo„. E invece no: dopo aver osservati a tutt'uomo questisetteprecetti, “attraverso varie tentazioni, quasi in mezzo alla notte di questo secolo„, ottiene, che cosa? Invece “della desiderata e sperata dilettazione della dottrina„, ottiene “la tolleranza della fatica„: Lia la faticante, invece di Rachele la veggente. Eppure ci si adatta, se il suo amore è perseverante, per giungere all'altra, “ricevuti altri sette precetti: come se gli si dicesse: Servi altri sette anni per Rachele. E tali precetti sono che egli sia povero in ispirito, mite, piangente, famelico e sitibondo di giustizia, misericorde, mundicorde, pacifico„.[1068]A questo punto nessuno, credo, dubiterà più. L'argomento della Comedia è la rinunzia alla vita attiva, a Lia, e l'adozione della vita contemplativa, di Rachele. Abbiamo osservato che, nella Comedia, la vita contemplativa contiene l'attiva; che, cioè, l'attiva dispone alla contemplativa; che non ha Rachele chi non prende Lia. E abbiamo veduto che ciò esprime Dante facendo che Lia, quand'esso è nella vita attiva convenevolmente esercitato e purificato, non ha più deboli gli occhi; chè ella si specchia e Matelda raggia. E abbiamo veduto che in ognun dei sette gradi del purgatorio suona una delle sette beatitudini, annoverate e disposte in un suo modo dal Poeta: in modo che, sdoppiando la fame e la sete, restino pur sette, in modo che ultima rimanga quella che è penultima, cioè la mondizia del cuore, perchè, questa, interpretata come purità dell'occhio interno, dispone immediatamente alla sapienza e alla visione. In vero Beatrice è di là con occhi di Rachele, dove si prepara una visione mirificadi passato e d'avvenire. E abbiamo veduto che nella discesa al centro della terra il viatore è riuscito a metter sotto Lucifero tricipite; cioè la malizia di cui ingiuria è il fine, cioè l'ingiustizia con la sua possa malefica, col malefico volere, col malefico intelletto: sì che egli, con penosa azione e passione, ha ottenuta la giustizia e la pazienza della fatica per la giustizia. Vero è che non l'ha ottenuta con l'esercizio propriamente dei sette precetti di giustizia, che sono gli ultimi sette dei comandamenti di Dio, ma (in ciò migliorando il suo testo) con l'esercizio di tutti; non di quelli soltanto di giustizia propriamente detta, ma di quelli ancora che appartengono a quella spezial giustizia che si chiamapietasereligio:[1069]non della sola umanità, come ha Cicerone, ma della pietà. Di più ha letto nella sua Etica che l'uomo non erra soltanto per male che faccia al prossimo, ma per male ancora che faccia a sè, abusando della sua possa appetitiva, non frenando o non ispronando i sensi, non avendo, insomma, continenza. E così ha aggiunto l'incontinenza all'ingiustizia. Ma con tutto ciò (e qui potrei gridare molto alto), ma con tutto ciò, enumerando tra lui e il suo maestro, i vari peccati che di queste disposizioni cattive derivano, sette ne trovano, sette ne dicono, sette ne fissano. Chi vorrà rimanere in dubbio che il numero settenario non sia di necessità, data l'essenza del mito, per così dire, che presiede al Poema? Giacobbe giunge a Lia dopo sette anni, cercando Rachele; giunge a Rachele dopo altri sette anni, pattuiti se non compiuti: Dante giunge a Liae a Rachele dopo sette esercitazioni di giustizia, e sette purificazioni e beatitudini.Dante ha certo mutato nell'interpretazione mistica di S. Agostino. Possiamo anzi dubitare che abbia egli attinto direttamente a questa fonte e non a qualche rivolo sceso da essa. Ma nulla c'impedisce di credere ch'esso abbia mutato, e corretto anzi, da sè. Or i cambiamenti persuadono sempre più che a base del Poema Sacro è quest'interpretazione mistica degli amori del patriarca.In vero Dante ha enumerate e disposte diversamente le beatitudini, mettendo ultima la mondizia del cuore: per qual ragione se non per questa, di rendere più evidente il passaggio da Lia a Rachele, cioè dalla vita attiva alla contemplativa? Lia non appare a Dante dopo i primi, diciamo, sette anni; ma dopo i secondi: perchè, se non per questo, che essendo i secondi sette anni raffigurati nelle sette beatitudini, delle quali ultima è la mondizia del cuore ossia la purità dell'occhio, egli trovava coincidente con l'attitudine alla vita contemplativa la perfezione della vita attiva? e doveva trovare Lia a specchiarsi come Rachele? e trovava in Matelda gli occhi luminosi di Beatrice?Si noti. Egli leggeva nel suo testo che i secondi sette anni sono le beatitudini. Si persuadeva, leggendo qua e là, per esempio in Ugo di San Vittore,[1070]che le beatitudini erano opposte ai sette peccati capitali, perchè esprimono il premio propostoa sette virtù contrarie a quelli. In poche parole, codesto Padre indica il legame tra questi cinque settenari, ciò sono vizi, petizioni della preghiera dominicale, doni, virtù, beatitudini.[1071]“I vizi sono cotali languori dell'anima o ferite dell'uomo interiore: l'uomo è come un malato; Dio è il medico; i doni dello Spirito sono l'antidoto; le virtù la salute; le beatitudini il gaudio della felicità„. È inutile ammonire il lettore della grande somiglianza di questo concetto con quello di Beda, che indicò quattro ferite dell'anima, corrispondenti, come vedemmo, alle tre disposizioni Aristoteliche, delle quali una, l'incontinenza, è duplice. Ora è ben certo che nel purgatorio Dantesco si ricuciono sette piaghe, che sono le macchie lasciate dai sette peccati capitali. Come non accogliere, dopo i lunghi miei ragionamenti, il pensiero che i sette peccati, sette e non più, in cui si risolvono le tre disposizioni o quattro ferite dell'inferno, siano pur i sette peccati capitali corrispondenti a quelli del purgatorio, come ferita corrisponde a cicatrice? Ma procediamo.S. Agostino stesso induceva Dante a pensare ai sette peccati; perchè i precetti simboleggiati dai sette e sette anni di servaggio a Laban, se da una parte erano esortazioni a virtù, e, cioè, povertà di spirito e mitezza e vai dicendo, dall'altra erano divieto di peccato: salvo il primo, onora il padre e la madre; salvo il primo che Dante, come abbiamo mostrato, sceverava, d'accordo coi teologi, dagli altri della seconda tavola e metteva, come attinente apietas, nella prima, con gli altri precetti attinenti areligio. Eranodunque divieti di peccato; e così Dante trovava nel tradizionale numero settenario dei peccati, qualche cosa di meglio e di più compito che i sei comandamenti di giustizia, col settimo di pietà! Al qual uopo parli finalmente il Sene che fu l'ultima guida di Dante. Egli dice che “sette impedimenti ci ritardano da ubbidire ai dieci precetti„. I suoi non sono propriamente i sette peccati mortali; ma sette sono, e sono opposti a dieci. E il dieci si trova col sette non solo nel Paradiso di Dante, ma e nell'inferno e nel purgatorio.[1072]E aggiungo che S. Bernardo contro i sette impedimenti invoca “il settiforme ausilio dello Spirito Santo„.Nè aggiungo altro. Posso ripetere che usando della libertà concessa ai mistici, Dante interpretò e numerò a suo modo le beatitudini, fondendo quella dei pacifici in quella dei mansueti, e ponendola per terza contro l'ira; ponendo seconda quella dei misericordi, contro l'invidia; e sopratutto pronunziando ultima quella dei puri di cuori, perchè a questi è ripromessa la visione. E posso concludere che ognuno può ripudiare i miei argomenti in tutto o in parte, e credere o non credere quel che vuole intorno alle virtù e ai vizi e alle disposizioni e alle ferite; ma una cosa non può ripudiare, una cosa deve credere, che il numero di sette per i peccati dell'inferno, numero affermato nell'enumerazione di Virgilio e Dante, è di necessità: che sette e non più sono, perchè sette e non più devono essere, sette e sette essendo gli anni del servaggio di Giacobbe per Rachele.III.Continuo a riassumere e citare dalla fonte.Oh! l'uomo vorrebbe, senza alcuna fatica, che si ha da abbracciare “in agendo patiendoque„[1073]giunger subito alle delizie della bella e perfetta sapienza; ma questo non è possibile nella terra dei morenti.[1074]Il che è significato dalle parole di Laban, che non è usanza del paese maritar le minori avanti le maggiori. In verità, quanto a tempo, è primo il travaglio di operare il giusto che la voluttà di intendere il vero. A ciò si riferisce il detto (Eccl. 1, 33): Hai bramato sapienza; osserva i comandamenti, e il Signore te la darà. I comandamenti, che pertengono a giustizia; la giustizia che è secondo fede.[1075]E a quel detto equivale quest'altro: se non crederete, non intenderete; sì che si mostra che lagiustizia pertiene a fede e l'intendere a sapienza. “In coloro che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo studio (studium) ma è da rivocare all'ordine, sì che dalla fede cominci e coi buoni costumi si sforzi di pervenire là dove è avviato„.[1076]In eo quod versatur(al. quod adversatur) è virtù laboriosa; in ciò a cui tende, è “luminosa sapienza„. Che c'è bisogno di credere ciò che non si vede palese? può dire alcuno. Mostrami il principio delle cose. Desiderio naturale quanto ardente; ma si deve rispondere: Prima Lia va a nozze, e poi Rachele.[1077]Godeste ardore (sempre quellostudium) valga a ciò, che non si ricusi l'ordine, ma piuttosto si tolleri. Se no, non si arriva a ciò che si ama con tanto ardore. “Una volta arrivati, ecco che si avrà in questo secolo, non solo avvenente intelligenza, ma anche laboriosa giustizia„.Pertanto due sono le mogli di Giacobbe libere: ambedue sono le figlie della “remission dei peccati„, cioè dell'imbianchimento, cioè di Laban. Una è amata, l'altra è tollerata. Ma quella che è tollerata, è fecondata prima e più, in modo che, se non per sè, almeno è amata per i figli. E i figli della giustizia o dei giusti sono quelli che i giusti, predicando il Vangelo tra molte tentazioni e tribolazioni, generano per il regno di Dio. Poichè c'è un discorso di fede, con cui si predica la crocifission del Cristo e tuttociò che della sua umanità si comprende più facilmente e non turba i pur deboli occhi di Lia.[1078]Ma anche a Rachele, dapprima sterile (perchè chi contempla virtù e divinità eterna di Dio vuol essere lontano da ogni operazione), vuol partorire. Perchè? “Perchè vuol insegnare ciò che sa„. Ed è gelosa di Lia. Perchè? “Perchè si duole che gli uomini corrano a quella virtù, per la quale si provveda a loro infermità e necessità, piuttosto che a quelle donde imparino alcunchè di celeste e immutabile„.Nel principio Rachele dà a suo marito l'ancella Baia, che s'interpretainveterata, per aver figli almen di quella. E ciò vuol dire che la dottrina di sapienza si adatta a insinuare i suoi profondi insegnamenti per mezzo di imagini e similitudini corporee. Che “dalla vecchia vita dedita ai sensi carnali si sollevano imagini anche quando si ascolta parlare della spirituale e immutabile sostanza della divinità„.E pure Rachele partorisce anch'ella, ma appena. Chè rarissimo è che una verità, quale, per esempio “Nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo„, si comprenda pur in parte a dovere, senza il fantasma del pensiero carnale.E anche Lia ha un'ancella, Zelfa, che s'interpretaos hians, e significa la predicazione buona aparole, se non a fatti. E Lia ottiene, con un dono di pomi di mandragora, per sè una notte maritale di Rachele. E ciò significa che gli uomini nati per la vita attiva, se anche si sono dati alla contemplativa, devono per l'utilità comune prendersi l'esperienza delle tentazioni e il peso delle cure; “che alla dottrina stessa di sapienza, cui si dedicarono, non si dia biasimo e mala voce„.Questa la fonte. Così una sottil vena d'acqua tra roccie aspre, facendosi via tra sassi, diventa a mano a mano, coi botri e coi ruscelli e coi fiumi che di qua e di là scendono ad alimentarla, la grande fiumana imperiale che irriga la pianura e regge le navi e scorre per lungo tratto, distinta di dolcezza, nel mare infinito.[1079]
Il lettore che mi ha seguito, domanderà: “L'altro viaggio è il cammino di Dio o della vita contemplativa, e il corto andare del bel monte è quello del mondo e della vita attiva. Bene. La vita attiva consiste nell'esercizio delle quattro virtù cardinali; ed è impedita da tre disposizioni cattive, equivalenti a incontinenza, di concupiscibile e d'irascibile, a violenza o bestialità, a frode; raffigurate nella lonza, nel leone, nella lupa. Bene. La lupa che assomma quelle disposizioni e in cui spariscono le altre due bestie, toglie a Dante il corto andare del monte. Per l'altro viaggio, Dante scende e poi sale; scende sino a trovare colui che assomma nelle sue tre faccie le tre male disposizioni, scende in basso loco, scende ove il sol tace, scende ov'egli rimane gelato e fioco. Esercita scendendo quelle quattro virtù; aiutato, sia pure, da sette spiriti, che alle quattro virtù pagane cristianamente equivalgono. E sale. Sale sulla cima d'un bel monte. Ivi è Beatrice, e, si intuisce, l'innocenza e la felicità. Salendo, purga le caligini, le schiume, le macchie di quelle medesime tre disposizioni, con quelle medesime quattro virtù, aiutato,più visibilmente, da quei sette spiriti che corrispondono, in ordine inverso, alle sette beatitudini le quali si odono sonare nelle sette cornici. In che modo questo viaggio è “altro„ da quell'andare verso il bel monte? Dante è sceso in questo viaggio, come nell'altro, sino al basso loco; e poi è risalito. Nell'altro, è vero, non risalì. Le virtù che aveva seco, non bastarono; ma quelle virtù le aveva. Ora tra il corto andare e l'altro viaggio è differenza in ciò, che là non riuscì alla meta e qua, sì, giunse: altra differenza non c'è. Or tu dici, come molti dissero e dicono, che invece è tanta differenza quanta tra la vita attiva e la vita contemplativa. Come mai?„
Ecco: posso rispondere che la vita attiva dispone alla contemplativa; bisogna ricordare le quattro virtù che menano Dante a Beatrice, e le tre che aguzzano la sua vista;[1048]e che le virtù morali “essenzialmente„ non pertengono alla vita contemplativa, perchè il fine di questa è la considerazione della verità: ora per le virtù morali sapere quel che pertiene a considerazione di verità, è di poco momento, come il filosofo dice, inEth. II 2, X cap. ult.; e lo stesso inEth. X 7 e 8, afferma che le virtù morali pertengono alla felicità attiva e non alla contemplativa. Ma “dispositivamente„ le virtù morali pertengono alla vita contemplativa: chè l'atto della contemplazione, in cui essenzialmente consiste la vita contemplativa, è impedito sì dalla veemenza delle passioni, per cui l'intenzione dell'anima è dalle cose intelligibili tratta alle sensibili; e sì da tumulti esterni. Ora le virtù morali impediscono la veemenza dellepassioni, e sedano i tumulti delle esterne occupazioni. Così, le virtù morali “dispositivamente„ pertengono alla vita contemplativa„.[1049]Sicchè Dante, nel suo discendere per il baratro e nel suo salire per il monte, si è venuto disponendo alla vita contemplativa, mortificando le passioni e facendosi forte contro i tumulti esterni. E così ha fatto cosa che pertiene a contemplazione. Il che è chiaro dal raffronto di tutte le due cantiche a questo luogo d'Isidoro riportato nella Somma:[1050]“Nella vita attiva prima mediante l'esercizio del bene si devono esaurire tutti i vizi, affinchè l'uomo, nella contemplativa, già trapassi a contemplare il lume divinocon pura la vista (acie) della mente„. E noi abbiamo veduto che Dante purifica il cuore, cioè la vista, dall'ultima traccia di vizio, temprandolo attraverso il fuoco; sì che poi diventa acuto a vedere, cioè a contemplare. Or questo significa Dante con un di quei suoi modi ch'egli, se di là attende al destino del Poema Sacro, che lasciò senza comento, e così tale che la sua sentenza difficilmente si sarebbe potuta intendere, perchè esso non la contò; egli deve meravigliosamente godere che si trovi e si dichiari. È questo. Simbolo della vita attiva è Lia. E Lia appare in sogno al Poeta, quando già è passato attraverso le fiamme ed ha acuito l'occhio alla visione.[1051]Il sogno, come quello che è apparso nell'ora in cui la mente è divina, annunzia una verace apparizione. Di lì a poco Dante vede Matelda. Matelda significa per certo ciò che Lia. Lia nel sogno va “cogliendo fiori„ e canta;Lia va “movendo intorno le belle mani afarsiuna ghirlanda„;[1052]Matelda va anch'ella “cantando ed iscegliendo fior da fiore„.[1053]Eppure! Rachele raffigura la vita contemplativa perchè, tra altro, il suo nome s'interpreta “visum principium„, e così lei appaga “lo vedere„;[1054]mentre Lia vedeva poco, era di deboli occhi,lippis oculis.[1055]Questo difetto della vista di Lia fu di principal momento a determinare il significato mistico di lei in comparazione della veggente sorella. Ora Dante raffigura, in sogno, Lia che dice:[1056]
Per piacermi allo specchio qui m'adorno:
Per piacermi allo specchio qui m'adorno:
in un atto che è di contemplazione, perchè la sua
suora Rachel mai non si smagadel suo miraglio, e siede tutto giorno.
suora Rachel mai non si smagadel suo miraglio, e siede tutto giorno.
Come mai quest'altra Lia, che è Matelda, quelli occhi che avrebbero a esserelippi, li ha tali che[1057]
non credo che splendesse tanto lumesotto le ciglia a Venere...?
non credo che splendesse tanto lumesotto le ciglia a Venere...?
Altro chelippis oculisè codesta Lia! O come? Così. La vita attiva sta diventando contemplativa; è già disposta alla contemplazione. Dante ha, con l'esercizio delle virtù morali, acquistata, attraverso il fuoco dell'ultimo peccato, la mondizia della vista. È disposto a vedere. Non è così? È così. Perciò Lia si piace allo specchio e perciò Matelda ha gli occhi luminosi.È Dante, se s'interpreta il simbolo, è Dante medesimo in loro, che ha stenebrato gli occhi infermi, e già è per contemplare.
Ciò dopo di aver finito di purgare le sette macchie veniali che lasciano i sette peccati mortali... Sette? Ma sì. Debbo ancora ripetere che le tre disposizioni si spicciolano in sette peccati, di quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontrano con acerbi rimbrotti; che fanno quattro; più le tre malizie; che fanno tre; e sette dunque in tutto? E che questi sette peccati sono i sette peccati mortali? Debbo ancora ripeterlo?
Ma sono più di sette.
E debbo ancora ripetere che i sepolti nel cimitero non contano nel novero degli abitanti d'una città? che quelli del vestibolo, quelli cioè che sono di là del fiume, sono fuori dell'inferno, che comincia (è chiaro) col principio, cioè col primo cinghio? che quelli del limbo dopo il gran dì, non ci saranno più, e risusciteranno, come quelli del cimitero saranno sepolti? che la “sospensione„ la quale è sì nel limbo e sì nel cimitero, cesserà, come Dante, secondo una virtù indubitabile del suo stile, dice per gli uni volendo intendere anche degli altri, cesserà nel “gran dì„? che la mezza sepoltura e tenebra degli uni diventerà intera, come la mezza luce (perchè hanno un fuoco tra le tenebre) e la mezza, innocenza (poichè hanno le quattro ma non le tre virtù) diventerà intera negli altri?
Sette, dunque. E i sette peccati capitali e mortali.
Rimane qualche dubbio?
La Comedia di Dante ha questo argomento, quale è esposto nel prologo di tutto il Poema Sacro. Tre bestie, e specialmente l'ultima, impediscono a Dante il corto andare del bel monte; cioè la vita attiva. Virgilio, mosso da Beatrice che è pregata da Lucia che è mandata da una Donna Gentile, propone a lui un “altro viaggio„, che è, prima, dell'attività dispositiva alla contemplazione, e poi della contemplazione, se la volontà purificata dall'ultimo fuoco sarà da sè disposta.[1058]È dunque il dramma della vita attiva e contemplativa. Le quali sono dai mistici raffigurate in modo diverso. Nel Convivio Dante prende, a raffigurarle, le due persone evangeliche di Marta e Maria; nella Comedia, quelle bibliche di Rachele e Lia. In vero dopo la purificazione nel fuoco, egli vede Lia che si guarda allo specchio, e Matelda che ha gli occhi, non più deboli, ma luminosi. Beatrice, d'occhi incomparabilmente vivi, poichè con la vista di essi ella lo alzerà di spera in spera, Beatrice siede con l'antica Rachele.[1059]Ebbene ecco una esposizione delle vicende di Lia e Rachele intese misticamente.[1060]Le due mogli libere di Giacobbe significano il nuovo testamento dal quale siamo stati chiamati in libertà.[1061]Nè sono due a caso.“Sono due, perchè due vite a noi sono dimostrate nel corpo del Cristo, una temporale del lavoro; l'altra eterna, della contemplazione. L'una il Signore rappresentò con la passione, l'altra con la risurrezione.[1062]I nomi stessi di quelle donne ce ne fanno fede. Lia vuol direlaborans, Rachelevisum principium, ossia il Verbo dal quale si vede il principio. L'azione della vita umana e mortale, nella quale viviamoex fide, facendo molte laboriose opere incerti come siano per riuscire a prò di coloro cui vogliamo provvedere, è Lia prima moglie di Giacobbe; e perciò si narra che fosse d'occhi infermi,chè i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro provvidenze.[1063]La speranza invece dell'eterna contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità, è Rachele: ond'ella è ancor detta di buon viso e di bella figura. Ogni piamente studioso ama costei, e per lei serve alla Grazia di Dio, dalla quale i nostri peccati, anche se fossero come il fenicio, sono fatti bianchi come neve. Chè,Laban, cui Giacobbe servì per amor di Rachele, s'interpretaDealbatio„.[1064]
Non cerca la giustizia[1065]proprio, chi serve alla Grazia; ma vuol vivere in pace nel Verbo dal quale si vede il principio: serve dunque per Rachele e non per Lia.[1066]“Chi, in fine, può amare nelle opere della Giustizia quel travaglio d'azioni e passioni? Chi può desiderare quella vita per sè stessa? E così nè Giacobbe Lia„. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva d'essere unito a Rachele, ebbe invece Lia, e Giacobbe la tollerò, pur non potendola amare, e l'ebbe cara per i figli che gli diede. “Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell'imbianchimento (dealbationis) de' suoi peccati, nella sua conversione non fu tratto da altro amore che dalla “dottrina di sapienza„.
Ora per intenderci meglio, reco il luogo della Genesi:[1067]“Laban aveva due figlie; la maggiore Lia di nome, e la seconda si chiamava Rachele. Ma Lia era di debili occhi: Rachele di bel viso e avvenente figura. La quale amando Giacobbe, disse:Io tiserviròper Rachele tua miglior figliuola,sette anni. Rispose Laban: Meglio è che a te la dia, che a un altro: rimani presso me.Servìdunque Giacobbe per Rachelesette anni; e gli parevano pochi giorni per la grandezza dell'amor suo. E disse a Laban: Dammi la moglie mia, perchè è già compiuto il tempo, che io entri a lei. Esso, chiamate molte turbe d'amici a convito, fece le nozze. E nella sera introdusse a lui l'altra figlia, Lia, dando alla figlia un'ancella di nome Zelfa. Alla quale essendo, secondo il costume, entrato Giacobbe, venuto il mattino, vede Lia; e disse al suocero suo: Che è questo che mi hai voluto tu fare? non ti servii per Rachele? perchè m'hai tu imposto? Rispose Laban: Non è nel paese nostro usanza, che noi diamo a nozze prima le minori. Compisci la settimana di giorni di questa unione; e io ti darò l'altra per ilservizioche m'hai a faredurante altri sette anni. Si acchetò alla richiesta, e finita la settimana condusse in moglie Rachele, a cui il padre aveva data la schiava Bala. E finalmente, venuto a capo delle nozze bramate, preferì l'amor della seconda a quello della prima, servendo altri sette annipresso lui„.
E torniamo ad Aurelio Agostino. Egli parla della “dottrina di sapienza„ la quale è Rachele. Continua: E i più credono d'averla a ottenere “tosto che si siano esercitati neisetteprecetti della legge, che riguardano l'amor del prossimo, che non si noccia ad altrui: vale a dire, Onora il padre e la madre, non fornicare, non uccidere, non rubare, non dir falso testimonio, non desiderare la donna del prossimo, non desiderar la cosa del prossimo„. E invece no: dopo aver osservati a tutt'uomo questisetteprecetti, “attraverso varie tentazioni, quasi in mezzo alla notte di questo secolo„, ottiene, che cosa? Invece “della desiderata e sperata dilettazione della dottrina„, ottiene “la tolleranza della fatica„: Lia la faticante, invece di Rachele la veggente. Eppure ci si adatta, se il suo amore è perseverante, per giungere all'altra, “ricevuti altri sette precetti: come se gli si dicesse: Servi altri sette anni per Rachele. E tali precetti sono che egli sia povero in ispirito, mite, piangente, famelico e sitibondo di giustizia, misericorde, mundicorde, pacifico„.[1068]A questo punto nessuno, credo, dubiterà più. L'argomento della Comedia è la rinunzia alla vita attiva, a Lia, e l'adozione della vita contemplativa, di Rachele. Abbiamo osservato che, nella Comedia, la vita contemplativa contiene l'attiva; che, cioè, l'attiva dispone alla contemplativa; che non ha Rachele chi non prende Lia. E abbiamo veduto che ciò esprime Dante facendo che Lia, quand'esso è nella vita attiva convenevolmente esercitato e purificato, non ha più deboli gli occhi; chè ella si specchia e Matelda raggia. E abbiamo veduto che in ognun dei sette gradi del purgatorio suona una delle sette beatitudini, annoverate e disposte in un suo modo dal Poeta: in modo che, sdoppiando la fame e la sete, restino pur sette, in modo che ultima rimanga quella che è penultima, cioè la mondizia del cuore, perchè, questa, interpretata come purità dell'occhio interno, dispone immediatamente alla sapienza e alla visione. In vero Beatrice è di là con occhi di Rachele, dove si prepara una visione mirificadi passato e d'avvenire. E abbiamo veduto che nella discesa al centro della terra il viatore è riuscito a metter sotto Lucifero tricipite; cioè la malizia di cui ingiuria è il fine, cioè l'ingiustizia con la sua possa malefica, col malefico volere, col malefico intelletto: sì che egli, con penosa azione e passione, ha ottenuta la giustizia e la pazienza della fatica per la giustizia. Vero è che non l'ha ottenuta con l'esercizio propriamente dei sette precetti di giustizia, che sono gli ultimi sette dei comandamenti di Dio, ma (in ciò migliorando il suo testo) con l'esercizio di tutti; non di quelli soltanto di giustizia propriamente detta, ma di quelli ancora che appartengono a quella spezial giustizia che si chiamapietasereligio:[1069]non della sola umanità, come ha Cicerone, ma della pietà. Di più ha letto nella sua Etica che l'uomo non erra soltanto per male che faccia al prossimo, ma per male ancora che faccia a sè, abusando della sua possa appetitiva, non frenando o non ispronando i sensi, non avendo, insomma, continenza. E così ha aggiunto l'incontinenza all'ingiustizia. Ma con tutto ciò (e qui potrei gridare molto alto), ma con tutto ciò, enumerando tra lui e il suo maestro, i vari peccati che di queste disposizioni cattive derivano, sette ne trovano, sette ne dicono, sette ne fissano. Chi vorrà rimanere in dubbio che il numero settenario non sia di necessità, data l'essenza del mito, per così dire, che presiede al Poema? Giacobbe giunge a Lia dopo sette anni, cercando Rachele; giunge a Rachele dopo altri sette anni, pattuiti se non compiuti: Dante giunge a Liae a Rachele dopo sette esercitazioni di giustizia, e sette purificazioni e beatitudini.
Dante ha certo mutato nell'interpretazione mistica di S. Agostino. Possiamo anzi dubitare che abbia egli attinto direttamente a questa fonte e non a qualche rivolo sceso da essa. Ma nulla c'impedisce di credere ch'esso abbia mutato, e corretto anzi, da sè. Or i cambiamenti persuadono sempre più che a base del Poema Sacro è quest'interpretazione mistica degli amori del patriarca.
In vero Dante ha enumerate e disposte diversamente le beatitudini, mettendo ultima la mondizia del cuore: per qual ragione se non per questa, di rendere più evidente il passaggio da Lia a Rachele, cioè dalla vita attiva alla contemplativa? Lia non appare a Dante dopo i primi, diciamo, sette anni; ma dopo i secondi: perchè, se non per questo, che essendo i secondi sette anni raffigurati nelle sette beatitudini, delle quali ultima è la mondizia del cuore ossia la purità dell'occhio, egli trovava coincidente con l'attitudine alla vita contemplativa la perfezione della vita attiva? e doveva trovare Lia a specchiarsi come Rachele? e trovava in Matelda gli occhi luminosi di Beatrice?
Si noti. Egli leggeva nel suo testo che i secondi sette anni sono le beatitudini. Si persuadeva, leggendo qua e là, per esempio in Ugo di San Vittore,[1070]che le beatitudini erano opposte ai sette peccati capitali, perchè esprimono il premio propostoa sette virtù contrarie a quelli. In poche parole, codesto Padre indica il legame tra questi cinque settenari, ciò sono vizi, petizioni della preghiera dominicale, doni, virtù, beatitudini.[1071]“I vizi sono cotali languori dell'anima o ferite dell'uomo interiore: l'uomo è come un malato; Dio è il medico; i doni dello Spirito sono l'antidoto; le virtù la salute; le beatitudini il gaudio della felicità„. È inutile ammonire il lettore della grande somiglianza di questo concetto con quello di Beda, che indicò quattro ferite dell'anima, corrispondenti, come vedemmo, alle tre disposizioni Aristoteliche, delle quali una, l'incontinenza, è duplice. Ora è ben certo che nel purgatorio Dantesco si ricuciono sette piaghe, che sono le macchie lasciate dai sette peccati capitali. Come non accogliere, dopo i lunghi miei ragionamenti, il pensiero che i sette peccati, sette e non più, in cui si risolvono le tre disposizioni o quattro ferite dell'inferno, siano pur i sette peccati capitali corrispondenti a quelli del purgatorio, come ferita corrisponde a cicatrice? Ma procediamo.
S. Agostino stesso induceva Dante a pensare ai sette peccati; perchè i precetti simboleggiati dai sette e sette anni di servaggio a Laban, se da una parte erano esortazioni a virtù, e, cioè, povertà di spirito e mitezza e vai dicendo, dall'altra erano divieto di peccato: salvo il primo, onora il padre e la madre; salvo il primo che Dante, come abbiamo mostrato, sceverava, d'accordo coi teologi, dagli altri della seconda tavola e metteva, come attinente apietas, nella prima, con gli altri precetti attinenti areligio. Eranodunque divieti di peccato; e così Dante trovava nel tradizionale numero settenario dei peccati, qualche cosa di meglio e di più compito che i sei comandamenti di giustizia, col settimo di pietà! Al qual uopo parli finalmente il Sene che fu l'ultima guida di Dante. Egli dice che “sette impedimenti ci ritardano da ubbidire ai dieci precetti„. I suoi non sono propriamente i sette peccati mortali; ma sette sono, e sono opposti a dieci. E il dieci si trova col sette non solo nel Paradiso di Dante, ma e nell'inferno e nel purgatorio.[1072]E aggiungo che S. Bernardo contro i sette impedimenti invoca “il settiforme ausilio dello Spirito Santo„.
Nè aggiungo altro. Posso ripetere che usando della libertà concessa ai mistici, Dante interpretò e numerò a suo modo le beatitudini, fondendo quella dei pacifici in quella dei mansueti, e ponendola per terza contro l'ira; ponendo seconda quella dei misericordi, contro l'invidia; e sopratutto pronunziando ultima quella dei puri di cuori, perchè a questi è ripromessa la visione. E posso concludere che ognuno può ripudiare i miei argomenti in tutto o in parte, e credere o non credere quel che vuole intorno alle virtù e ai vizi e alle disposizioni e alle ferite; ma una cosa non può ripudiare, una cosa deve credere, che il numero di sette per i peccati dell'inferno, numero affermato nell'enumerazione di Virgilio e Dante, è di necessità: che sette e non più sono, perchè sette e non più devono essere, sette e sette essendo gli anni del servaggio di Giacobbe per Rachele.
Continuo a riassumere e citare dalla fonte.
Oh! l'uomo vorrebbe, senza alcuna fatica, che si ha da abbracciare “in agendo patiendoque„[1073]giunger subito alle delizie della bella e perfetta sapienza; ma questo non è possibile nella terra dei morenti.[1074]Il che è significato dalle parole di Laban, che non è usanza del paese maritar le minori avanti le maggiori. In verità, quanto a tempo, è primo il travaglio di operare il giusto che la voluttà di intendere il vero. A ciò si riferisce il detto (Eccl. 1, 33): Hai bramato sapienza; osserva i comandamenti, e il Signore te la darà. I comandamenti, che pertengono a giustizia; la giustizia che è secondo fede.[1075]
E a quel detto equivale quest'altro: se non crederete, non intenderete; sì che si mostra che lagiustizia pertiene a fede e l'intendere a sapienza. “In coloro che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo studio (studium) ma è da rivocare all'ordine, sì che dalla fede cominci e coi buoni costumi si sforzi di pervenire là dove è avviato„.[1076]In eo quod versatur(al. quod adversatur) è virtù laboriosa; in ciò a cui tende, è “luminosa sapienza„. Che c'è bisogno di credere ciò che non si vede palese? può dire alcuno. Mostrami il principio delle cose. Desiderio naturale quanto ardente; ma si deve rispondere: Prima Lia va a nozze, e poi Rachele.[1077]Godeste ardore (sempre quellostudium) valga a ciò, che non si ricusi l'ordine, ma piuttosto si tolleri. Se no, non si arriva a ciò che si ama con tanto ardore. “Una volta arrivati, ecco che si avrà in questo secolo, non solo avvenente intelligenza, ma anche laboriosa giustizia„.
Pertanto due sono le mogli di Giacobbe libere: ambedue sono le figlie della “remission dei peccati„, cioè dell'imbianchimento, cioè di Laban. Una è amata, l'altra è tollerata. Ma quella che è tollerata, è fecondata prima e più, in modo che, se non per sè, almeno è amata per i figli. E i figli della giustizia o dei giusti sono quelli che i giusti, predicando il Vangelo tra molte tentazioni e tribolazioni, generano per il regno di Dio. Poichè c'è un discorso di fede, con cui si predica la crocifission del Cristo e tuttociò che della sua umanità si comprende più facilmente e non turba i pur deboli occhi di Lia.[1078]
Ma anche a Rachele, dapprima sterile (perchè chi contempla virtù e divinità eterna di Dio vuol essere lontano da ogni operazione), vuol partorire. Perchè? “Perchè vuol insegnare ciò che sa„. Ed è gelosa di Lia. Perchè? “Perchè si duole che gli uomini corrano a quella virtù, per la quale si provveda a loro infermità e necessità, piuttosto che a quelle donde imparino alcunchè di celeste e immutabile„.
Nel principio Rachele dà a suo marito l'ancella Baia, che s'interpretainveterata, per aver figli almen di quella. E ciò vuol dire che la dottrina di sapienza si adatta a insinuare i suoi profondi insegnamenti per mezzo di imagini e similitudini corporee. Che “dalla vecchia vita dedita ai sensi carnali si sollevano imagini anche quando si ascolta parlare della spirituale e immutabile sostanza della divinità„.
E pure Rachele partorisce anch'ella, ma appena. Chè rarissimo è che una verità, quale, per esempio “Nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo„, si comprenda pur in parte a dovere, senza il fantasma del pensiero carnale.
E anche Lia ha un'ancella, Zelfa, che s'interpretaos hians, e significa la predicazione buona aparole, se non a fatti. E Lia ottiene, con un dono di pomi di mandragora, per sè una notte maritale di Rachele. E ciò significa che gli uomini nati per la vita attiva, se anche si sono dati alla contemplativa, devono per l'utilità comune prendersi l'esperienza delle tentazioni e il peso delle cure; “che alla dottrina stessa di sapienza, cui si dedicarono, non si dia biasimo e mala voce„.
Questa la fonte. Così una sottil vena d'acqua tra roccie aspre, facendosi via tra sassi, diventa a mano a mano, coi botri e coi ruscelli e coi fiumi che di qua e di là scendono ad alimentarla, la grande fiumana imperiale che irriga la pianura e regge le navi e scorre per lungo tratto, distinta di dolcezza, nel mare infinito.[1079]