LA MIRABILE VISIONEI. LA DONNA GENTILE E LUCIALa Donna Gentile che è nel cielo, significa per certo la Misericordia di Dio. Ella si compianse dell'impedimento del viatore, e frangeva il duro giudizio che di lui si faceva. Era la Misericordia che tratteneva la Giustizia. Ed è certo che la Donna, in cui la Misericordia s'impersona, si chiama Maria. Qual Donna può chiamarsi “gentile„ o nobile, per eccellenza, se non quella che “nobilitò„ l'umana natura? Qual Donna può compiacersi del male d'una creatura e frangere il giudizio a lei avverso, se non quella la cui[1080]benignità non pur soccorrea chi domanda, ma molte fiateliberamente al domandar precorre?se non quella in cui è “misericordia„ e “pietate„? Ma sopra tutto che ella si chiami Maria, si rileva da ciò che, Maria, come si discerne facilmente, ha intutta la Comedia una parte precipua. Dante dalla tenebra della selva giunge alla visione di Dio. Questa via fa seguendo l'istinto dello Spirito. Maria che dallo Spirito concepì, l'unica sposa dello Spirito, è, ragionevolmente, quella che la via gl'impetra. Così se Dante vedrà Dio, da Maria vi sarà disposto. Così, se Dante ha i doni dello Spirito, per i quali ottiene nel paradiso i premi proposti alle sette virtù nel purgatorio; è l'“ancilla dei„ col suo esempio che glieli ottiene. Così dunque, se quando rovina in basso loco, ha un soccorso dall'alto, è Maria che glielo porge, chiamando Lucia e mandandola a Beatrice, che manda Virgilio.[1081]E Dante era devoto del bel Fiore che sempre invocava e mane e sera.[1082]Lucia, la nostra fonte ci dice apertamente, chi è. È la Grazia della remission de' peccati; è Laban, cioèdealbatio. Dante stesso dichiara la ragion del suo nome. Egli dice: “bianchezza è un colore pieno dilucecorporale, più che null'altro„.[1083]Lucia, dunque, senza più verun dubbio, è questa “bianchezza diluce„, cioèdealbatio, cioè Laban, cioè Grazia della remission dei peccati, cioè Grazia senz'altro. E così Dante èfedeleo servo di Lucia, come Giacobbe di Laban.[1084]E, come Giacobbe, serve alla “Bianchezza di luce„, cioè alla Grazia della remissiondei peccati, durante sette e sette, non anni, ma peccati; mortali e veniali, e così acquista sette virtù, alle quali sono ascritti sette premi, che poi vedrà godere e godrà.Lucia è nemica di ciascun crudele; e invero a Beatrice parla pietosamente dello smarrito laggiù.[1085]È lei che trasporta Dante addormentato dalla valle amena alla soglia del purgatorio; ed è assomigliata a un'aquila che discende dal cielo come folgore; e nel cielo rapisce l'uomo che dorme; e nel cielo ardono tutti e due, sì che il sonno dell'uomo si rompe. Ed ella dice, mentre l'anima di Dante dentro dormiva sopra i fiori:[1086]Io son Lucia:lasciatemi pigliar costui che dorme,sì l'agevolerò per la sua via.Infine ella siede nel Paradiso “contro al maggior padre di famiglia„, cioè dirimpetto a Adamo, che è alla sinistra di Augusta, cioè della Donna Gentile o nobile per eccellenza, dell'umile e perciò alta più che creatura, di Maria.[1087]Ella invero si muove a un cenno di Maria, perchè dalla Misericordia di Dio proviene la Grazia.[1088]La Grazia si distingue dai dottori in operante e cooperante, preveniente e susseguente, che rende grato e che è data gratis.Alcuno può dire che la grazia preveniente si fonde con la misericordia, e che perciò Maria è la grazia preveniente, e Lucia la susseguente; e ancora, che la grazia operante si riferisce a Dio e perciò alla sua misericordia e quindi a Maria, e che in conseguenza Lucia è solamente la grazia cooperante, in cui la mente nostra non è solamente mossa dall'inspirazione divina, ma anche movente. Può dir questo e può dir altro, e recar molti lumi e far molto buio. Sta bene in fatto che sia la misericordia che precorra e prevenga:liberamente al domandar precorre;ma come la misericordia sebben sia di Dio, è non Dio stesso, sì Maria, o, insomma, lamisericordia di Dio, così questo precorrere è non la Misericordia, ma la Grazia di Dio. Come in mitologia se si riconosce, metti il caso, che Athena, è il senno di Zeus, non ne seguita che Athena sia Zeus, così in questa mitologia (sia detto senza alcuna irreverenza) cristiana e Dantesca, nè la Misericordia di Dio va confusa con Dio, nè la sua Grazia con la sua Misericordia. E in Lucia, s'ella è la Grazia, è molto probabile si trovino le note che alla Grazia assegnano i teologi. Di vero ella previene, quando va a Beatrice (è la Donna Gentile che previene; ma il suo prevenire si chiamaGratia praeveniens); sussegue, quando trasporta Dante; opera la prima volta; coopera la seconda, come ella dice chiaramente:sì l'agevolerò per la sua via.L'uomo è per la via del bene e del pentimento odella purgazione: la Grazia, cooperando con lui, l'agevola. Chè la Grazia è necessaria sì al principio della conversione, sì al progresso e alla perseveranza.[1089]E ricordiamo la definizione di S. Agostino, maestro e autore in questa materia. Eccola: la Grazia è “un certo aiuto di bene operare aggiunto alla natura e alla dottrina per inspirazione d'una sopra modo accesa e luminosa carità„.[1090]Or sappiamo non solo perchè la Grazia si chiami Lucia, ma anche perchè l'aquila che la simboleggia, dopo essere scesa come folgore e aver rapito Danteinfino al foco,[1091]ivi pareva ch'ella ed io ardesse,e sì l'incendio imaginato cosse...Or perchè ènimica di ciascun crudele? In questa espressione, comunque interpretata, è certo l'idea di mitezza e di dolcezza. Lucia è mite e dolce, sia che la vogliamo nemica di tutti i crudeli, sia che nemica d'ogni crudeltà. Orbene la Grazia, secondo il medesimo maestro e autore, è la manna, èbenedizione di dolcezza[1092]“per la quale avviene in noi che ci diletti e che desideriamo, ossia amiamo, ciò che ci comanda„; la Grazia “è significata con le parole latte e miele; chè la è dolce e nutriente„,[1093]è significata dallacopia di latte,[1094]poichè “emana dall'abbondanza dei visceri materni e con dilettevole misericordia è infusagratisai pargoli„:[1095]della quale imagine materna è traccia in Dante che trasportatoin sogno dall'aquila, si raffigura, quando è desto, in Achille,quando la madre da Chiron a Scirotrafugò lui dormendo in le sue braccia,che è proprio l'atteggiamento di Lucia chetolseDante e loposò, come mamma la sua creatura, il suo lattante. E tralascio molte altre cose sul potere illuminante della Grazia e sulla sua dolcezza, perchè quel che basta, basta. Io non voglio, almen qui, dissertare sulle idee di Dante e dei dottori e dei padri: voglio riconoscere quali sono codeste idee.È dunque nemica di ciascun crudele, perchè è manna e miele e latte. Inoltre è tale che nessun duro cuore la respinge, e toglie ogni durezza di cuore, toglie il cuor lapideo, cioè la volontà più dura e ostinata contro Dio.[1096]Ed ora c'è egli bisogno di dichiarare che Lucia è anchegratum faciensegratis data? Ammiriamo! Dante è il primo poeta, nel mondo, dopo quei primigenii che non hanno nome, dopo quei nuovi della terra e del sole e delle stelle e degli alberi e degli animali, che agli altri scopersero queste cose belle, significandole con parole e imagini. Essi mettevano il nome delle cose piccole alle grandi e delle vicine alle lontane e delle reali alle sognate. E Dante fu come essi un mitologo primitivo; il mitologo del mondo spirituale cristiano.Vedete: Lucia parla a Beatrice:Beatrice, loda di Dio vera;s'insinua con un elogio:chè non soccorri quei che t'amò tanto;ne ricerca il cuore memore:che uscio per te della volgare schiera?ne tenta l'amor proprio:Non odi tu la pietà del suo pianto?la esagita, la rimprovera:Non vedi tu la morte che il combatte;la sollecita:su la fiumana ove il mar non ha vanto?[1097]la spaventa. Beatrice, a questa preghiera in cui è tutto l'artifizio dell'oratoria ingenua, con quelle interrogazioni, con quelle anafore,Non odi tu? Non vedi tu?, Beatrice,dopo cotai parole fatte(la quale espressione si riferisce non solo a ciò che fu detto ma al come fu detto), balza dalbeato scanno, e scende a visitar l'uscio dei morti. Va bene? Ma il bello e il grande di Dante non è nell'aver fatto qui un discorsino ben concinnato, secondo e le regole nell'oratoria e i dettami dell'amor che spira; sì è in tale sublime etopeia dell'astratto, in tale precisa significazione d'un mito spirituale:La Grazia che rende grato. Nè meno mirabile è la traduzione in imagine dell'altro concetto teologico:La Grazia data gratis. Abbiamovisto come esprime S. Agostino questa intima inspirazione divina, superiore, e di gran lunga, ai nostri meriti, per la quale un pescatore diventa un apostolo, senz'altra manifesta sua operazione che quella di lasciar fare. Oltre evidente, è assai soave la sua espressione: la Grazia scende nel cuore, come il latte nella bocca del pargolo, oh! gratuitamente davvero. Ma Dante ha più larga imagine, cioè ne ha due, e non è meno soave nella seconda delle due, come è più preciso nel complesso di entrambe. L'aquila che scende come folgore ricorda la colomba e le lingue di fuoco che fanno di pescatori apostoli:Gratia gratis data, che empie di fervore e d'ebbrezza i cuori. Ma poi ci è Lucia che giunge presso il dormiente. Dante dorme: come avrebbe potuto salire? Non solo non moveva i passi, ma dormiva. E Lucia lo porta su, come una madre il suo piccolo, e dice d'agevolarlo soltanto. Nel che è da vedere un altro concetto teologico, che in noi anche la penitenza è opera di Grazia; da noi, non ci sapremmo nemmeno pentire! Dio ci perdona, se ci pentiamo; ma non ci pentiamo, se non ce lo da lui, il pentire. Si può esser più buoni di così? si può dare piùgratis, quello che si dà?Aggiungiamo che Lucia dipende da Maria che è misericordia e “carità„. Ella ha attinenza a un'altra virtù teologica, alla “speranza„. Chè “sotto la Grazia è speranza, come timore sotto la Legge„.[1098]La Giustizia pronunziava il suo giudizio. Maria lo franse e chiamò Lucia. In tanto Dante perdeva “la speranza dell'altezza„.II. VIRGILIONel gorgoglio della piccola fonte ho inteso il nome misterioso di Lucia. Lucia è “bianchezza di luce„, Lucia è “Grazia„. Ella è la dolce madre che prende l'anima in collo, e le fa suggere il latte, senza chiederle compenso, contristandosi se non c'è chi lo voglia. Domandiamo alla fonte, che sa tante intime cose della mente di Dante, se sa il nome del dolcissimo padre; e se questo è quello che già andava per le bocche della gente, come quel della dolce madre. E la fonte mi pispiglia quel nome di mistero. E quel nome non era ancor andato per le bocche della gente, perchè sonava soltanto nel chiocchiolìo appartato della fonte ignota. Quel nome è “Studium„.“In quelli„ dice la fonte umile e grande “in quelli che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lostudio, ma s'ha da rivocare ad ordine, in modo che cominci dalla fede e con la bontà de' costumi si sforzi di giungere là dove aspira„. Virgilio apparisce a Dante che già rovina in basso loco. Questi ha avanti sè la lupa che raffigura e assomma tutta la malizia. E Virgilio non crede che Dante possa riuscire a vincere codesta malizia e salire al colle. Al colle salirebbe Dante con l'esercizio delle quattro virtù che assommano le virtù morali: con la bontà dei costumi. Ma quelle e questa non basterebbero. La bestia lo ucciderebbe. Quindi gli propone altro viaggio. Questo viaggio è pursempre una guerra contro la medesima bestia che assomma le altre due, contro Lucifero tricipite, di cui riescono, Dante e Virgilio, vincitori, mettendo il capo ov'egli ha le gambe; o contro le tre fiere, contro la lonza gaietta in sè e trista negli effetti, contro il leone violento, che è ira bestiale, e contro la lupa insaziabile, che è invidia infernale e infernale superbia; o contro le tre Furie, che rappresentano quest'ira e invidia e superbia, e che hanno un Gorgon che dà la disperazione e non fa più tornar su; ed è una guerra che si combatte con l'armi stesse che l'altra: con la temperanza e la fortezza e la giustizia e la prudenza; ossia con le virtù morali, ossiabonis moribus. Ma la guerra non è più nella deserta piaggia. Dante con la sua guida s'è inabissato, è morto. E quando risorge, sempre con la sua guida, ascende e ascende, sempre con quelle armi purificando ogni traccia di male; e giunge cosìbonis moribus, giunge là dove aspira. Chi lo guida e incuora e sostiene e reca in braccio e, insomma, l'accompagna, è lostudio, salvo che una volta al cantore si sostituisce l'eroe, e un'altra, al dolce padre la dolce madre.Virgilio è dunque lo studio che “con la bontà de' costumi si sforza di giungere là dove aspira„.E “comincia dalla fede„. Dante dubita di lui. Avanti il pericolo imminente della lupa, sì, gli si affida. Sa la virtù sua. Lo conosce, lo ama. Per fuggire quel male e peggio, acconsente a seguirlo. Si muove Virgilio, e Dante gli tien dietro. Ma viene la sera. Nel silenzio delle cose, il nuovo pellegrino si abbandona del venire. E quell'ombra, per far che l'uomo si solva dalla sua tema, gli dice che è mandatoda Beatrice. Non basta: gli dice che Beatrice fu mossa da Lucia. Non basta: gli dice che Lucia fu mandata da Maria, della quale egli non pronunzia il nome, come non pronunzia quello del Possente figliuol di lei. Quando sa che Virgilio viene per parte di tre donne benedette della corte del cielo, allora Dante si sente tornare il buon ardire nel cuore, e gli dice: Tu duca, tu signore, tu maestro! È questo invero studionon improbandum, perchè comincia dalla fede. Nè ciò basta. Per restringerci al poco ed essenziale, il lettore ricordi che quando l'ombra e l'uomo sono nel limbo, tra gli spiriti magni, in mezzo alle scuole poetiche e filosofiche dell'antichità pagana o non credente, là dove lo studio per un'anima pia è più pericoloso, l'uomo cristiano si volge all'ombra pagana:[1099]Dimmi, maestro mio, dimmi, signore.E sono le parole di prima, ripetute con una intenzione. Ebbene il cristiano al pagano domanda del Cristo Redentore. E perchè?Per voler esser certodi quellafedeche vince ogni errore.Allo studio, pur fatto di filosofi e poeti pagani, si deve chiedere conferma della fede.Perchè lo studio, per un uomo del tempo di Dante, s'intende che era di autori latini. Boezio e Tullio sono gli autori che Dante legge, nella sua tanta tristizia, e v'entra “tant'entro, quanto l'artedi grammatica, ch'egliavea, e un poco disuoingegno potea fare„.[1100]Or se uno d'essi autori valeva a impersonare tale studio, questi era Virgilio.[1101]Già ai tempi di Quintiliano e prima “Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento elementare che al superiore„. E così continuò per un pezzo;[1102]e nei tempi oscuri di mezzo[1103]“dove regnò la grammatica, ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi„. E ciò valeva, più che per qualunque altro, per Dante, il quale già nella Vita Nuova, quando per il suo ingegno “molte cose, quasi come sognando, già vedea„,[1104]citava prima e più diffusamente di ogni altro poeta Virgilio, a dimostrare che i poeti devono parlare “non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d'aprire per prosa„.[1105]Si aggiunga a ciò che Virgilio cantò la giustizia di Enea; che visse ai tempi d'Augusto, quando “esistendo perfetta monarchia, il mondo d'ogni parte fu quieto„;[1106]che portava, sì dietro sè, ma tal lume che stenebrava altrui, essendo egli quasi un profeta, inconscio, di Gesù;[1107]che oltre aver cantata la discesa agl'inferi d'Enea, ed essere perciò come l'evangelista dell'eroe della vita attiva, aveva acquistato nei tempi di mezzo fama di mago.Ma il concetto precipuo di Virgilio è “studio„, quello studio che s'iniziava con la grammatica. Dante dice d'aver tolto da lui lo bello stile. Prima Dante ebbe da lui l'arte del dire, poi la via dell'oltremondo. Così Stazio a Virgilio stesso dice:[1108]Tu prima m'inviastiverso Parnaso a ber nelle sue grotte,e poi appresso Dio m'alluminasti.Facesti come quei che va di notte...Così poteva dirgli e in parte dice Dante: Da te tolsi lo bello stile; e poi mi conducesti per i due regni del reato e della macchia. E non lo condusse soltanto come imaginato duca; ma veramente gli fornì imagini e idee e colori, dagli infanti del primo limitare agli Elisi della foresta viva. Onde bene a ragione esclama sul primo vederlo:[1109]Vagliami il lungostudioe il grandeamore!pronunziando, con accortezza di cui nessuno si è accorto, le parole che esprimono l'essenza mistica di quell'ombra: studio e amore. Chè Dante esitò nel tradurre quelle parole di S. Agostino,non est improbandum studium, come noi stessi esiteremmo, se tradurre in “studio„ o in “amore„. Studio e amore assomigliano. Dante lo sapeva: “Peramoreio intendo lostudioil quale io mettea per acquistare l'amore di questa donna... È unostudioil quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienza; e un altrostudio, il quale nell'abito acquistato adopera, usando quello;e questo primo è quello, ch'io chiamo quiAmore...„[1110]Ciò a proposito di quel primo verso dolcissimo,Amor, che nella mente mi ragiona,il quale risuona a piè del monte dalla bocca di Casella:[1111]Lo mio maestro ed io e quella gentech'eran con lui, parean sì contenti,com'a nessun toccasse altro la mente.Il Maestro poi pare da sè stesso rimorso per il picciol fallo[1112]di quella sosta. Perchè aveva egli sostato? perchè era stato così fisso e attento? In quella canzone si toccava di lui! Il dolcissimo padre (siano grazie alla fonte romita che ce l'ha detto) si chiama, se si vuole, studio, ma si chiama, se si vuole, amore. E ragionava invero Virgilio più volte della donna di Dante, nella mente di lui, da quando col suo nome lo indusse al viaggio, a quando col suo nome gli fece traversare le fiamme.III. MATELDADeh! bella donna, ch'ai raggi d'amoreti scaldi, s'io vo' credere ai sembiantiche sogliono esser testimon del core,vegnati voglia di trarreti avanti...[1113]e di palesarmi il tuo vero nome, o tu che hai quello di Matelda, nella bocca di Beatrice; e nella mente di Dante, qual altro? Un nome molto augusto, molto lieto, molto forte. Il vulgo ne fa strazio, mettendolo al suo ozio ambizioso e irrequieto, alla sua ladroncelleria, alla sua gola di parer quel che non è e diverso tutto da quel ch'è. Ma a me suona soave e possente, perchè tu a me non esprimi cosa differente dalla vergine natura che fa così bene e fa così bello, e con grande gioia e senza cercar gloria; e non esprimi cosa diversa dal lavoro che bea e non bea nel sabato soltanto. Matelda soletta che canti, come innamorata, e scegli fior da fiore tra i tanti e tanti che pingono la tua via, che sei così lieta nelle opere delle tue mani, che immergi nel Letè che purifica, che conduci all'Eunoè che ravviva, Matelda, figlia della natura e gioconda del tuo lavoro, tu ti chiami “ars„.La fonte ci parla di giustizia che per sè non s'ama, perchè è piena d'un travaglio di azioni e di passioni; parla d'una “pazienza della fatica,tolerantia laboris„, che a noi è disposata dopo sette anni di servaggio. In vero Lia che appare in sogno a Dante, preannunziando la canora coglitrice di fiori, è la “faticante„; è il simbolo della vita attiva che nella giustizia si assomma. E Matelda è l'imagine di tal simbolo: sta a Lia, come Beatrice a Rachele. Dunque Matelda è la vita attiva, è la fatica, è la giustizia? Non propriamente. Lia che appare in sogno è una Lia che si specchia, come Rachele, sebbene non così intensamente e assiduamente. Non siede tutto giorno. Coglie fiori, movendo le mani, per adornarsi e poi piacersi allo specchio. E il medesimo fa Matelda, e canta, come l'altra; ed ha non gli occhi debili dell'anticaLia, ma occhi belli qual Rachele o quasi.[1114]Di levar gli occhi suoi mi fece dono:non credo che splendesse tanto lumesotto le ciglia a Venere trafittadal figlio...È sì, dunque, la vita attiva, perchè muove le belle mani; ma non è la fatica. Ella canta ed ella ricorda un salmo che dicedelectasti;[1115]che dice: “Esulterò nelle opere delle tue mani„. È un lavoro dunque ch'ella fa, ma a somiglianza di quello che fa Dio, che di ogni operazione sua si diletta vedendo che ella è bene e assai bene.[1116]Matelda segue, quanto può, come il discente fa il maestro, l'arte dell'onnipotente artefice. Matelda è la figlia della natura, è l'arte nipote a Dio.[1117]La bella Donna è invero nel Paradiso terrestre dove fu innocente l'umana radice.[1118]Lo sommo Ben, che solo esso a sè piace,fece l'uom buono e a bene, e questo locodiede per arra a lui d'eterna pace.[1119].Fece l'uom buono, cioè a sua somiglianza; lo fece a bene, cioè, “lo prese e lo pose nel paradiso della delizia, perchè operasse...„. Matelda non si è straniata da Dio, ed è perciò a sua somiglianza. Perciò, nella sua foggia e nel suo nome di Lia, si piace allo specchio, come lo sommo Bene piace a sè. Perciò, opera come lui, e si diletta delle opere delle sue mani, e vede “che è assai bene„. Matelda è dunque, sì, la vita attiva, ma nel Paradiso deliziano, ma comesarebbe se l'uomo fosse dimorato in quel luogo che è arra d'eterna pace; vita attiva, ma senza travaglio, con piena giocondità. Muove ella sì le mani, ma cogliendo i fiori della natura e di Dio, e i fiori sono tanti, ed ella li sceglie cantando. È, ripetiamolo, la vita attiva, di che non si può dubitare, perchè sta a Lia come Beatrice a Rachele; è, dirò così, la Lia di quel Giacobbe che è Dante; ma è nel paradiso dell'innocenza o della giustizia originale. Ora, come afferma S. Agostino,[1120]l'operazione non sarebbe stata laboriosa (Lia non sarebbe statalaborans), come dopo il peccato, là nel paradiso terreno; ma gioconda (Lia avrebbe cantato e danzato, non altro facendo che cogliendo i fiori, “ond'era pinta tutta la sua via„). Orbene: Matelda è la Lianon laborans, nè piùlippis oculis: chè questa infermità s'interpreta con le parole della Sapienza:[1121]“Timidi sono i pensieri de' mortali e incerti i nostri provvederi„. Di Matelda invece sicuri sono i consigli e risoluti i pensieri; e gli occhi luminosi, e canora la voce, e gioiosa l'attività. Tornando al passo degli usurieri, ella “sa„ seguire il sommo artefice che opera bene e per il bene e compiacendosi dell'opera sua; mentre questo misero Adamo che è in noi, ch'era stato fatto a imagine e somiglianza di Dio, dopo la sua condanna e cacciata, anche quando non cede al tedio dell'operare divenuto pianto e affanno, anche quando quello non ricusa violento, anche quando non mette l'intelletto a fare il male; ebbene, il misero Adamo si sforza a imitare il maestro, ma “quanto puote„. Matelda è l'arte che segue l'arte e l'intelletto di Dio,come li avrebbe seguiti quella di Adamo, se avesse voluto rimanere dove Matelda dimora, dove l'operare è onesto riso e dolce gioco: nell'Eden. Il ricordo della Fisica e del Genesi, a proposito dell'usura, ci dà il proprio nome dell'operazione dell'uomo nel Paradiso terrestre: arte. Ora Matelda è l'operare in esso Paradiso: dunque è l'arte.Chè l'arte è virtù intellettuale, ed è abito operativo.[1122]E così Lia, che è l'orma di Matelda nel sogno, si piace allo specchio e nel tempo stesso si appaga dell'oprare e muove le belle mani e colle mani si adorna. Ciò è quanto dire che è intellettuale e operativa. Matelda, istessamente, sceglie fior da fiore, e ha gli occhi splendenti di lume: è operativa e intellettuale. È intellettuale: disnebbia l'intelletto di Dante con la luce che rende il salmodelectasti;[1123]è venuta presta a ogni questione di Dante “tanto che basti„;[1124]il che vuol dire che, quanto a intelletto, c'è chi val più di lei, ma pure anch'ella vale. E invero spiega a Dante la condizion del Paradiso terrestre; e quand'egli a Beatrice domanda ancor qualche cosa intorno a quello, Beatrice non risponde ma dice: Prega Matelda che il ti dica.[1125]E Matelda è operativa: è lei che tuffa Dante nel Letè, è lei che lo mena a bere all'Eunoè.[1126]È intellettuale e operativa: l'arte.E le sue azioni verso Dante sono accompagnate a un risorgere della virtù di lui. Egli vide la donna sopra lui, per esserne tuffato nel Letè, “quando il cor virtù di fuor„ gli rese.[1127]Ed ella ravviva poila sua virtù tramortita menandolo nell'Eunoè. E Beatrice afferma che a ciò Matelda è “usa„. Or questo di ravvivar la virtù è uffizio dell'operare, come Dante ha espresso più volte, a proposito dell'accidia o della tristizia, contro cui è rimedio il batter le calcagne a terra;[1128]a cui è nemica l'attività o l'operosità, figurata in una donna “santa e presta„.[1129]La quale se è operosità, è abito operativo, cioè arte; e parla, come ben lo conoscesse, a Virgilio che fiso la guarda. Or come non è Matelda? La quale avrebbe così, come Lucia, la sua parte ne' sogni di Dante.In vero santa e presta è, la donna del sogno, come quella che passeggia nel luogo dell'innocenza, e che è così presta al desiderio di Dante, e s'appressa come donna che balli, e scivola sulle acque, lieve come spola.[1130]Ed è con Virgilio in tal nesso, che ben si spiega come, nel sogno di Dante, il poeta avesse gli occhi fitti nella bella donna. Con Matelda può stare Virgilio che avanti Beatrice sparisce. E quand'ella parla dei poeti che sognarono l'Eden, Virgilio col suo alunno Stazio sorride, mentre l'altro alunno si rivolge tutto a loro. Oh! Virgilio poteva ben trattenersi con Matelda, se Matelda è l'arte! Oh! a Matelda bene aveva addotti Dante e Stazio, i suoi due alunni, Virgilio, se Virgilio è lo studio! E come, con suoi accorgimenti, di cui non deve ormai più dubitare il lettore, avendoli già trovati tante volte, il Poeta ci dice il proprio nome della bella Donna, precedendola e seguendola! Chè Virgilio,dopo aver fatta salire al Giacobbe novello la grande scala, dice:[1131]“Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„; e Dante, dopo aver raccontato dell'Eunoè, si rivolge al lettore dicendo, che non lo “lascia più ir lo fren dell'arte„. In vero se Virgilio è lo studio, rispetto a Dante, è in sè e ha in sè l'arte; e se Matelda è l'arte, come ha purificato così ha ammaestrato Dante. E ne dicono il proprio nome sin gli uccelli della foresta, che la donna sola soli ascolta; che operano ogni lor arte.Io non mi pento d'aver fatto sì che quelli i quali giustamente proclamano l'attenzione e la cura e l'acume essere necessari a intendere gli scrittori, chiamassero sottigliezza e sofisticheria la mia attenzione e la mia cura e il mio acume e la mia lunga pazienza e lo studio e l'amore. A me non incresce che da quelli i quali asseverano giustamente che lo studio di uno scrittore non si può nè deve scompagnare dall'esame delle sue probabili fonti e dall'indagine de' pensamenti probabilmente suoi e della sua educazione e cultura, sia stato l'esame che io ho fatto delle dottrine di Dante in confronto di quelle dei teologi, affermato un capriccio, un ghiribizzo, un fuorviare e un vaneggiare. Non me ne pento e non me ne incresce. Facciano pure i critici e i dotti un'eccezione per me, giudicando solo per me falso il metodo ed errata la disciplina che per tutti gli altri è diritto ed è corretta. Dicano ciò che vogliano. Dicano gli orbi che sono oscuro. Dicano i sordi che io parlo sottile. Io amo e lodo e benedico questa sottigliezza e questateologicheria che, se non ad altro, mi ha condotto a trovare il tuo nome misterioso, o Matelda!O arte che dici e canti e danzi e sai quanto basta, e intendi e operi, e sei pura e purifichi, e sei forte e afforzi; arte che ti fai una ghirlanda scegliendo fior da fiore in una pianura tutta gremita di fiori gialli e vermigli; arte a cui conduce lo studio, e che vivi in istato come di natura; arte cortese, arte pietosa, arte santa, arte piena d'amore, arte tutta innocenza: trai ancora quelli che Virgilio a te adduca, sovresso l'acqua di Letè, lieve come spola; menali ancora, quelli che Beatrice a te affida, a ber l'acqua d'Eunoè e ravvivane la virtù, e falli disposti a salire alle stelle, o la più gentile delle creature di Dante, Matelda!IV. CATONEE non è assurdo pensare che, come Lucia è così chiamata da Dante, ad esprimere la bianchezza abbagliante di luce, che è la Grazia della remission di peccati, così Matelda nel suo nome abbia la ragion del suo essere.[1132]Chè il suo nome sembra ad alcuno contenere grecamente l'idea di apprendere e quella di gioia. Or Dante, sapesse o non sapesse di greco, il significato della radice math lo sapeva o lo indovinavao lo travedeva nelle parolemathesisemathematica. Mi fermano queste parole del Convivio:[1133]“per virtù di loroartili Matematici...„ E mi fermano quest'altre del Paradiso: “chi pesca per lo vero e non ha l'arte„. Chè di questi inetti pescatori, tra altri, un esempio assai strano è portato, Brisso, il quale è ricordato da Aristotele come cercatore della quadratura del circolo.[1134]Mi parrebbe probabile che nella parolamathematicao, vogliam piuttosto, nell'idea dimathematica, Dante supponesse viva la parola e idea di “arte„. Quanto alla seconda parte del nome, non vorrei affermare che Dante conoscesse il verboeldomai. Piuttosto andrei a congetturare, mi sembra con verisimiglianza, che, nel nome femminile di Matelda, Dante o supponesse o meglio inserisse a forza l'idea diEdencome ce n'è un poco il suono, o non poco, se si ricordano altre etimologie Dantesche. “Eden„ egli trovava interpretato in S. Bernardo pervoluptas.[1135]E così il nome di Matelda, nella sua mente, avrebbe sonato: Gioia nell'arte, arte tra la gioia. E luce può rendere a noi,come, per bocca di Matelda, a Dante, il salmo,Delectasti in operibus...Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell'arte che ha, si ricerca la buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo: “L'artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a far opera fedele„.[1136]Nel fatto, e il nostro lungo studio e la piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di virtù l'uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell'altro viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su. Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del santo monte, e non alle falde. E l'una e l'altra differiscono dalla Lia della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l'una, e l'altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò pare un gran divario con la fonte.Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder le stelle, trova non una donna soletta o sola,[1137]sì “un veglio solo„:[1138]solo anch'esso. Questo essere solo del veglio e della donna, che appaiono l'uno alle falde e l'altra sulla cima del monte, l'uno dopo il primo settennato e l'altra dopo il secondo, risponde fedelmente alla dichiarazione che fa S. Agostino di Lia supposta a Rachele dopo i primi sette anni di servaggio, nella notte nuziale. Il Poeta par che dica: Non c'era quell'altra: il veglio era solo, la donna era sola. Così nella nostra fonte si legge: “Vorrebbe l'uomo giunger subito alle nozze della più bella; ma non è usanza che la minore (per tempo) si mariti avanti la maggiore. Or primo nella retta erudizione dell'uomo è il travaglio di operare le cose giuste, seconda la gioia di intendere le cose vere„. Bene il veglio solo è questo travaglio di operar la giustizia; la donna sola è questa operazion di giustizia, ma senza più travaglio. Tutti e due operano per la purificazione di Dante. Se Matelda lo trae al Letè e lo mena all'Eunoè, Catone comanda che gli si ricinga un giunco e gli si lavi il viso.[1139]E così, restando pensamento proprio del Poeta quello di porre dopo il secondo settennato una Lia veggente, una Lia non piùlaborans, il Poeta avrebbe seguito il Padre nel porre dopo il primo settennato, se non Lia di debili occhi, almeno ciò che Lia significa nell'interpretazione di lui: la operosa giustizia.In vero ella è raffigurata in un vecchio solo, con lunga barba e lunghi capelli che tremolano come piume al suo severo parlare. La sua faccia è irradiata dalle quattro luci sante, dalle quattro stelle che sono ninfe nella divina foresta, dalle quattrovirtù cardinali.[1140]Poichè la giustizia racchiude le altre tre, noi possiamo dire che giustizia è il nome mistico del veglio, o meglio, poichè virtù è termine comune delle quattro virtù cardinali, diremo che è “virtus„. Egli raffigura quella virtù morale che perfeziona la buona volontà, la quale così fa che l'uomo usi bene l'arte sua; raffigura quella giustizia che fa retta la volontà, sì da inchinare l'artefice a fare opera fedele. Il veglio solo è la virtù, la donna sola è l'arte. Certo l'uno alle falde e l'altra sulla cima si rispondono, sebbene l'uno sia un vecchio e l'altra una giovane, e l'uno sia austero e l'altra gioconda. Si rispondono per questa idea comune: la libertà: la libertà dell'arbitrio o del volere. L'una è nel luogo dove fu creato l'uomo in libertà di volere; donde fu cacciato, dopo la iattura di quella; dove ritorna, quando la riacquista, come Virgilio stesso proclama. L'altro... All'altro Virgilio stesso dice, di Dante:[1141]
La Donna Gentile che è nel cielo, significa per certo la Misericordia di Dio. Ella si compianse dell'impedimento del viatore, e frangeva il duro giudizio che di lui si faceva. Era la Misericordia che tratteneva la Giustizia. Ed è certo che la Donna, in cui la Misericordia s'impersona, si chiama Maria. Qual Donna può chiamarsi “gentile„ o nobile, per eccellenza, se non quella che “nobilitò„ l'umana natura? Qual Donna può compiacersi del male d'una creatura e frangere il giudizio a lei avverso, se non quella la cui[1080]
benignità non pur soccorrea chi domanda, ma molte fiateliberamente al domandar precorre?
benignità non pur soccorrea chi domanda, ma molte fiateliberamente al domandar precorre?
se non quella in cui è “misericordia„ e “pietate„? Ma sopra tutto che ella si chiami Maria, si rileva da ciò che, Maria, come si discerne facilmente, ha intutta la Comedia una parte precipua. Dante dalla tenebra della selva giunge alla visione di Dio. Questa via fa seguendo l'istinto dello Spirito. Maria che dallo Spirito concepì, l'unica sposa dello Spirito, è, ragionevolmente, quella che la via gl'impetra. Così se Dante vedrà Dio, da Maria vi sarà disposto. Così, se Dante ha i doni dello Spirito, per i quali ottiene nel paradiso i premi proposti alle sette virtù nel purgatorio; è l'“ancilla dei„ col suo esempio che glieli ottiene. Così dunque, se quando rovina in basso loco, ha un soccorso dall'alto, è Maria che glielo porge, chiamando Lucia e mandandola a Beatrice, che manda Virgilio.[1081]E Dante era devoto del bel Fiore che sempre invocava e mane e sera.[1082]
Lucia, la nostra fonte ci dice apertamente, chi è. È la Grazia della remission de' peccati; è Laban, cioèdealbatio. Dante stesso dichiara la ragion del suo nome. Egli dice: “bianchezza è un colore pieno dilucecorporale, più che null'altro„.[1083]Lucia, dunque, senza più verun dubbio, è questa “bianchezza diluce„, cioèdealbatio, cioè Laban, cioè Grazia della remission dei peccati, cioè Grazia senz'altro. E così Dante èfedeleo servo di Lucia, come Giacobbe di Laban.[1084]E, come Giacobbe, serve alla “Bianchezza di luce„, cioè alla Grazia della remissiondei peccati, durante sette e sette, non anni, ma peccati; mortali e veniali, e così acquista sette virtù, alle quali sono ascritti sette premi, che poi vedrà godere e godrà.
Lucia è nemica di ciascun crudele; e invero a Beatrice parla pietosamente dello smarrito laggiù.[1085]È lei che trasporta Dante addormentato dalla valle amena alla soglia del purgatorio; ed è assomigliata a un'aquila che discende dal cielo come folgore; e nel cielo rapisce l'uomo che dorme; e nel cielo ardono tutti e due, sì che il sonno dell'uomo si rompe. Ed ella dice, mentre l'anima di Dante dentro dormiva sopra i fiori:[1086]
Io son Lucia:lasciatemi pigliar costui che dorme,sì l'agevolerò per la sua via.
Io son Lucia:lasciatemi pigliar costui che dorme,sì l'agevolerò per la sua via.
Infine ella siede nel Paradiso “contro al maggior padre di famiglia„, cioè dirimpetto a Adamo, che è alla sinistra di Augusta, cioè della Donna Gentile o nobile per eccellenza, dell'umile e perciò alta più che creatura, di Maria.[1087]Ella invero si muove a un cenno di Maria, perchè dalla Misericordia di Dio proviene la Grazia.[1088]
La Grazia si distingue dai dottori in operante e cooperante, preveniente e susseguente, che rende grato e che è data gratis.
Alcuno può dire che la grazia preveniente si fonde con la misericordia, e che perciò Maria è la grazia preveniente, e Lucia la susseguente; e ancora, che la grazia operante si riferisce a Dio e perciò alla sua misericordia e quindi a Maria, e che in conseguenza Lucia è solamente la grazia cooperante, in cui la mente nostra non è solamente mossa dall'inspirazione divina, ma anche movente. Può dir questo e può dir altro, e recar molti lumi e far molto buio. Sta bene in fatto che sia la misericordia che precorra e prevenga:
liberamente al domandar precorre;
liberamente al domandar precorre;
ma come la misericordia sebben sia di Dio, è non Dio stesso, sì Maria, o, insomma, lamisericordia di Dio, così questo precorrere è non la Misericordia, ma la Grazia di Dio. Come in mitologia se si riconosce, metti il caso, che Athena, è il senno di Zeus, non ne seguita che Athena sia Zeus, così in questa mitologia (sia detto senza alcuna irreverenza) cristiana e Dantesca, nè la Misericordia di Dio va confusa con Dio, nè la sua Grazia con la sua Misericordia. E in Lucia, s'ella è la Grazia, è molto probabile si trovino le note che alla Grazia assegnano i teologi. Di vero ella previene, quando va a Beatrice (è la Donna Gentile che previene; ma il suo prevenire si chiamaGratia praeveniens); sussegue, quando trasporta Dante; opera la prima volta; coopera la seconda, come ella dice chiaramente:
sì l'agevolerò per la sua via.
sì l'agevolerò per la sua via.
L'uomo è per la via del bene e del pentimento odella purgazione: la Grazia, cooperando con lui, l'agevola. Chè la Grazia è necessaria sì al principio della conversione, sì al progresso e alla perseveranza.[1089]E ricordiamo la definizione di S. Agostino, maestro e autore in questa materia. Eccola: la Grazia è “un certo aiuto di bene operare aggiunto alla natura e alla dottrina per inspirazione d'una sopra modo accesa e luminosa carità„.[1090]Or sappiamo non solo perchè la Grazia si chiami Lucia, ma anche perchè l'aquila che la simboleggia, dopo essere scesa come folgore e aver rapito Danteinfino al foco,[1091]
ivi pareva ch'ella ed io ardesse,e sì l'incendio imaginato cosse...
ivi pareva ch'ella ed io ardesse,e sì l'incendio imaginato cosse...
Or perchè ènimica di ciascun crudele? In questa espressione, comunque interpretata, è certo l'idea di mitezza e di dolcezza. Lucia è mite e dolce, sia che la vogliamo nemica di tutti i crudeli, sia che nemica d'ogni crudeltà. Orbene la Grazia, secondo il medesimo maestro e autore, è la manna, èbenedizione di dolcezza[1092]“per la quale avviene in noi che ci diletti e che desideriamo, ossia amiamo, ciò che ci comanda„; la Grazia “è significata con le parole latte e miele; chè la è dolce e nutriente„,[1093]è significata dallacopia di latte,[1094]poichè “emana dall'abbondanza dei visceri materni e con dilettevole misericordia è infusagratisai pargoli„:[1095]della quale imagine materna è traccia in Dante che trasportatoin sogno dall'aquila, si raffigura, quando è desto, in Achille,
quando la madre da Chiron a Scirotrafugò lui dormendo in le sue braccia,
quando la madre da Chiron a Scirotrafugò lui dormendo in le sue braccia,
che è proprio l'atteggiamento di Lucia chetolseDante e loposò, come mamma la sua creatura, il suo lattante. E tralascio molte altre cose sul potere illuminante della Grazia e sulla sua dolcezza, perchè quel che basta, basta. Io non voglio, almen qui, dissertare sulle idee di Dante e dei dottori e dei padri: voglio riconoscere quali sono codeste idee.
È dunque nemica di ciascun crudele, perchè è manna e miele e latte. Inoltre è tale che nessun duro cuore la respinge, e toglie ogni durezza di cuore, toglie il cuor lapideo, cioè la volontà più dura e ostinata contro Dio.[1096]
Ed ora c'è egli bisogno di dichiarare che Lucia è anchegratum faciensegratis data? Ammiriamo! Dante è il primo poeta, nel mondo, dopo quei primigenii che non hanno nome, dopo quei nuovi della terra e del sole e delle stelle e degli alberi e degli animali, che agli altri scopersero queste cose belle, significandole con parole e imagini. Essi mettevano il nome delle cose piccole alle grandi e delle vicine alle lontane e delle reali alle sognate. E Dante fu come essi un mitologo primitivo; il mitologo del mondo spirituale cristiano.
Vedete: Lucia parla a Beatrice:
Beatrice, loda di Dio vera;
Beatrice, loda di Dio vera;
s'insinua con un elogio:
chè non soccorri quei che t'amò tanto;
chè non soccorri quei che t'amò tanto;
ne ricerca il cuore memore:
che uscio per te della volgare schiera?
che uscio per te della volgare schiera?
ne tenta l'amor proprio:
Non odi tu la pietà del suo pianto?
Non odi tu la pietà del suo pianto?
la esagita, la rimprovera:
Non vedi tu la morte che il combatte;
Non vedi tu la morte che il combatte;
la sollecita:
su la fiumana ove il mar non ha vanto?[1097]
su la fiumana ove il mar non ha vanto?[1097]
la spaventa. Beatrice, a questa preghiera in cui è tutto l'artifizio dell'oratoria ingenua, con quelle interrogazioni, con quelle anafore,Non odi tu? Non vedi tu?, Beatrice,dopo cotai parole fatte(la quale espressione si riferisce non solo a ciò che fu detto ma al come fu detto), balza dalbeato scanno, e scende a visitar l'uscio dei morti. Va bene? Ma il bello e il grande di Dante non è nell'aver fatto qui un discorsino ben concinnato, secondo e le regole nell'oratoria e i dettami dell'amor che spira; sì è in tale sublime etopeia dell'astratto, in tale precisa significazione d'un mito spirituale:La Grazia che rende grato. Nè meno mirabile è la traduzione in imagine dell'altro concetto teologico:La Grazia data gratis. Abbiamovisto come esprime S. Agostino questa intima inspirazione divina, superiore, e di gran lunga, ai nostri meriti, per la quale un pescatore diventa un apostolo, senz'altra manifesta sua operazione che quella di lasciar fare. Oltre evidente, è assai soave la sua espressione: la Grazia scende nel cuore, come il latte nella bocca del pargolo, oh! gratuitamente davvero. Ma Dante ha più larga imagine, cioè ne ha due, e non è meno soave nella seconda delle due, come è più preciso nel complesso di entrambe. L'aquila che scende come folgore ricorda la colomba e le lingue di fuoco che fanno di pescatori apostoli:Gratia gratis data, che empie di fervore e d'ebbrezza i cuori. Ma poi ci è Lucia che giunge presso il dormiente. Dante dorme: come avrebbe potuto salire? Non solo non moveva i passi, ma dormiva. E Lucia lo porta su, come una madre il suo piccolo, e dice d'agevolarlo soltanto. Nel che è da vedere un altro concetto teologico, che in noi anche la penitenza è opera di Grazia; da noi, non ci sapremmo nemmeno pentire! Dio ci perdona, se ci pentiamo; ma non ci pentiamo, se non ce lo da lui, il pentire. Si può esser più buoni di così? si può dare piùgratis, quello che si dà?
Aggiungiamo che Lucia dipende da Maria che è misericordia e “carità„. Ella ha attinenza a un'altra virtù teologica, alla “speranza„. Chè “sotto la Grazia è speranza, come timore sotto la Legge„.[1098]La Giustizia pronunziava il suo giudizio. Maria lo franse e chiamò Lucia. In tanto Dante perdeva “la speranza dell'altezza„.
Nel gorgoglio della piccola fonte ho inteso il nome misterioso di Lucia. Lucia è “bianchezza di luce„, Lucia è “Grazia„. Ella è la dolce madre che prende l'anima in collo, e le fa suggere il latte, senza chiederle compenso, contristandosi se non c'è chi lo voglia. Domandiamo alla fonte, che sa tante intime cose della mente di Dante, se sa il nome del dolcissimo padre; e se questo è quello che già andava per le bocche della gente, come quel della dolce madre. E la fonte mi pispiglia quel nome di mistero. E quel nome non era ancor andato per le bocche della gente, perchè sonava soltanto nel chiocchiolìo appartato della fonte ignota. Quel nome è “Studium„.
“In quelli„ dice la fonte umile e grande “in quelli che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lostudio, ma s'ha da rivocare ad ordine, in modo che cominci dalla fede e con la bontà de' costumi si sforzi di giungere là dove aspira„. Virgilio apparisce a Dante che già rovina in basso loco. Questi ha avanti sè la lupa che raffigura e assomma tutta la malizia. E Virgilio non crede che Dante possa riuscire a vincere codesta malizia e salire al colle. Al colle salirebbe Dante con l'esercizio delle quattro virtù che assommano le virtù morali: con la bontà dei costumi. Ma quelle e questa non basterebbero. La bestia lo ucciderebbe. Quindi gli propone altro viaggio. Questo viaggio è pursempre una guerra contro la medesima bestia che assomma le altre due, contro Lucifero tricipite, di cui riescono, Dante e Virgilio, vincitori, mettendo il capo ov'egli ha le gambe; o contro le tre fiere, contro la lonza gaietta in sè e trista negli effetti, contro il leone violento, che è ira bestiale, e contro la lupa insaziabile, che è invidia infernale e infernale superbia; o contro le tre Furie, che rappresentano quest'ira e invidia e superbia, e che hanno un Gorgon che dà la disperazione e non fa più tornar su; ed è una guerra che si combatte con l'armi stesse che l'altra: con la temperanza e la fortezza e la giustizia e la prudenza; ossia con le virtù morali, ossiabonis moribus. Ma la guerra non è più nella deserta piaggia. Dante con la sua guida s'è inabissato, è morto. E quando risorge, sempre con la sua guida, ascende e ascende, sempre con quelle armi purificando ogni traccia di male; e giunge cosìbonis moribus, giunge là dove aspira. Chi lo guida e incuora e sostiene e reca in braccio e, insomma, l'accompagna, è lostudio, salvo che una volta al cantore si sostituisce l'eroe, e un'altra, al dolce padre la dolce madre.
Virgilio è dunque lo studio che “con la bontà de' costumi si sforza di giungere là dove aspira„.
E “comincia dalla fede„. Dante dubita di lui. Avanti il pericolo imminente della lupa, sì, gli si affida. Sa la virtù sua. Lo conosce, lo ama. Per fuggire quel male e peggio, acconsente a seguirlo. Si muove Virgilio, e Dante gli tien dietro. Ma viene la sera. Nel silenzio delle cose, il nuovo pellegrino si abbandona del venire. E quell'ombra, per far che l'uomo si solva dalla sua tema, gli dice che è mandatoda Beatrice. Non basta: gli dice che Beatrice fu mossa da Lucia. Non basta: gli dice che Lucia fu mandata da Maria, della quale egli non pronunzia il nome, come non pronunzia quello del Possente figliuol di lei. Quando sa che Virgilio viene per parte di tre donne benedette della corte del cielo, allora Dante si sente tornare il buon ardire nel cuore, e gli dice: Tu duca, tu signore, tu maestro! È questo invero studionon improbandum, perchè comincia dalla fede. Nè ciò basta. Per restringerci al poco ed essenziale, il lettore ricordi che quando l'ombra e l'uomo sono nel limbo, tra gli spiriti magni, in mezzo alle scuole poetiche e filosofiche dell'antichità pagana o non credente, là dove lo studio per un'anima pia è più pericoloso, l'uomo cristiano si volge all'ombra pagana:[1099]
Dimmi, maestro mio, dimmi, signore.
Dimmi, maestro mio, dimmi, signore.
E sono le parole di prima, ripetute con una intenzione. Ebbene il cristiano al pagano domanda del Cristo Redentore. E perchè?
Per voler esser certodi quellafedeche vince ogni errore.
Per voler esser certodi quellafedeche vince ogni errore.
Allo studio, pur fatto di filosofi e poeti pagani, si deve chiedere conferma della fede.
Perchè lo studio, per un uomo del tempo di Dante, s'intende che era di autori latini. Boezio e Tullio sono gli autori che Dante legge, nella sua tanta tristizia, e v'entra “tant'entro, quanto l'artedi grammatica, ch'egliavea, e un poco disuoingegno potea fare„.[1100]Or se uno d'essi autori valeva a impersonare tale studio, questi era Virgilio.[1101]Già ai tempi di Quintiliano e prima “Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento elementare che al superiore„. E così continuò per un pezzo;[1102]e nei tempi oscuri di mezzo[1103]“dove regnò la grammatica, ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi„. E ciò valeva, più che per qualunque altro, per Dante, il quale già nella Vita Nuova, quando per il suo ingegno “molte cose, quasi come sognando, già vedea„,[1104]citava prima e più diffusamente di ogni altro poeta Virgilio, a dimostrare che i poeti devono parlare “non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d'aprire per prosa„.[1105]Si aggiunga a ciò che Virgilio cantò la giustizia di Enea; che visse ai tempi d'Augusto, quando “esistendo perfetta monarchia, il mondo d'ogni parte fu quieto„;[1106]che portava, sì dietro sè, ma tal lume che stenebrava altrui, essendo egli quasi un profeta, inconscio, di Gesù;[1107]che oltre aver cantata la discesa agl'inferi d'Enea, ed essere perciò come l'evangelista dell'eroe della vita attiva, aveva acquistato nei tempi di mezzo fama di mago.Ma il concetto precipuo di Virgilio è “studio„, quello studio che s'iniziava con la grammatica. Dante dice d'aver tolto da lui lo bello stile. Prima Dante ebbe da lui l'arte del dire, poi la via dell'oltremondo. Così Stazio a Virgilio stesso dice:[1108]
Tu prima m'inviastiverso Parnaso a ber nelle sue grotte,e poi appresso Dio m'alluminasti.Facesti come quei che va di notte...
Tu prima m'inviastiverso Parnaso a ber nelle sue grotte,e poi appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte...
Così poteva dirgli e in parte dice Dante: Da te tolsi lo bello stile; e poi mi conducesti per i due regni del reato e della macchia. E non lo condusse soltanto come imaginato duca; ma veramente gli fornì imagini e idee e colori, dagli infanti del primo limitare agli Elisi della foresta viva. Onde bene a ragione esclama sul primo vederlo:[1109]
Vagliami il lungostudioe il grandeamore!
Vagliami il lungostudioe il grandeamore!
pronunziando, con accortezza di cui nessuno si è accorto, le parole che esprimono l'essenza mistica di quell'ombra: studio e amore. Chè Dante esitò nel tradurre quelle parole di S. Agostino,non est improbandum studium, come noi stessi esiteremmo, se tradurre in “studio„ o in “amore„. Studio e amore assomigliano. Dante lo sapeva: “Peramoreio intendo lostudioil quale io mettea per acquistare l'amore di questa donna... È unostudioil quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienza; e un altrostudio, il quale nell'abito acquistato adopera, usando quello;e questo primo è quello, ch'io chiamo quiAmore...„[1110]Ciò a proposito di quel primo verso dolcissimo,
Amor, che nella mente mi ragiona,
Amor, che nella mente mi ragiona,
il quale risuona a piè del monte dalla bocca di Casella:[1111]
Lo mio maestro ed io e quella gentech'eran con lui, parean sì contenti,com'a nessun toccasse altro la mente.
Lo mio maestro ed io e quella gentech'eran con lui, parean sì contenti,com'a nessun toccasse altro la mente.
Il Maestro poi pare da sè stesso rimorso per il picciol fallo[1112]di quella sosta. Perchè aveva egli sostato? perchè era stato così fisso e attento? In quella canzone si toccava di lui! Il dolcissimo padre (siano grazie alla fonte romita che ce l'ha detto) si chiama, se si vuole, studio, ma si chiama, se si vuole, amore. E ragionava invero Virgilio più volte della donna di Dante, nella mente di lui, da quando col suo nome lo indusse al viaggio, a quando col suo nome gli fece traversare le fiamme.
Deh! bella donna, ch'ai raggi d'amoreti scaldi, s'io vo' credere ai sembiantiche sogliono esser testimon del core,vegnati voglia di trarreti avanti...[1113]
Deh! bella donna, ch'ai raggi d'amoreti scaldi, s'io vo' credere ai sembiantiche sogliono esser testimon del core,
vegnati voglia di trarreti avanti...[1113]
e di palesarmi il tuo vero nome, o tu che hai quello di Matelda, nella bocca di Beatrice; e nella mente di Dante, qual altro? Un nome molto augusto, molto lieto, molto forte. Il vulgo ne fa strazio, mettendolo al suo ozio ambizioso e irrequieto, alla sua ladroncelleria, alla sua gola di parer quel che non è e diverso tutto da quel ch'è. Ma a me suona soave e possente, perchè tu a me non esprimi cosa differente dalla vergine natura che fa così bene e fa così bello, e con grande gioia e senza cercar gloria; e non esprimi cosa diversa dal lavoro che bea e non bea nel sabato soltanto. Matelda soletta che canti, come innamorata, e scegli fior da fiore tra i tanti e tanti che pingono la tua via, che sei così lieta nelle opere delle tue mani, che immergi nel Letè che purifica, che conduci all'Eunoè che ravviva, Matelda, figlia della natura e gioconda del tuo lavoro, tu ti chiami “ars„.
La fonte ci parla di giustizia che per sè non s'ama, perchè è piena d'un travaglio di azioni e di passioni; parla d'una “pazienza della fatica,tolerantia laboris„, che a noi è disposata dopo sette anni di servaggio. In vero Lia che appare in sogno a Dante, preannunziando la canora coglitrice di fiori, è la “faticante„; è il simbolo della vita attiva che nella giustizia si assomma. E Matelda è l'imagine di tal simbolo: sta a Lia, come Beatrice a Rachele. Dunque Matelda è la vita attiva, è la fatica, è la giustizia? Non propriamente. Lia che appare in sogno è una Lia che si specchia, come Rachele, sebbene non così intensamente e assiduamente. Non siede tutto giorno. Coglie fiori, movendo le mani, per adornarsi e poi piacersi allo specchio. E il medesimo fa Matelda, e canta, come l'altra; ed ha non gli occhi debili dell'anticaLia, ma occhi belli qual Rachele o quasi.[1114]
Di levar gli occhi suoi mi fece dono:non credo che splendesse tanto lumesotto le ciglia a Venere trafittadal figlio...
Di levar gli occhi suoi mi fece dono:
non credo che splendesse tanto lumesotto le ciglia a Venere trafittadal figlio...
È sì, dunque, la vita attiva, perchè muove le belle mani; ma non è la fatica. Ella canta ed ella ricorda un salmo che dicedelectasti;[1115]che dice: “Esulterò nelle opere delle tue mani„. È un lavoro dunque ch'ella fa, ma a somiglianza di quello che fa Dio, che di ogni operazione sua si diletta vedendo che ella è bene e assai bene.[1116]Matelda segue, quanto può, come il discente fa il maestro, l'arte dell'onnipotente artefice. Matelda è la figlia della natura, è l'arte nipote a Dio.[1117]
La bella Donna è invero nel Paradiso terrestre dove fu innocente l'umana radice.[1118]
Lo sommo Ben, che solo esso a sè piace,fece l'uom buono e a bene, e questo locodiede per arra a lui d'eterna pace.[1119].
Lo sommo Ben, che solo esso a sè piace,fece l'uom buono e a bene, e questo locodiede per arra a lui d'eterna pace.[1119].
Fece l'uom buono, cioè a sua somiglianza; lo fece a bene, cioè, “lo prese e lo pose nel paradiso della delizia, perchè operasse...„. Matelda non si è straniata da Dio, ed è perciò a sua somiglianza. Perciò, nella sua foggia e nel suo nome di Lia, si piace allo specchio, come lo sommo Bene piace a sè. Perciò, opera come lui, e si diletta delle opere delle sue mani, e vede “che è assai bene„. Matelda è dunque, sì, la vita attiva, ma nel Paradiso deliziano, ma comesarebbe se l'uomo fosse dimorato in quel luogo che è arra d'eterna pace; vita attiva, ma senza travaglio, con piena giocondità. Muove ella sì le mani, ma cogliendo i fiori della natura e di Dio, e i fiori sono tanti, ed ella li sceglie cantando. È, ripetiamolo, la vita attiva, di che non si può dubitare, perchè sta a Lia come Beatrice a Rachele; è, dirò così, la Lia di quel Giacobbe che è Dante; ma è nel paradiso dell'innocenza o della giustizia originale. Ora, come afferma S. Agostino,[1120]l'operazione non sarebbe stata laboriosa (Lia non sarebbe statalaborans), come dopo il peccato, là nel paradiso terreno; ma gioconda (Lia avrebbe cantato e danzato, non altro facendo che cogliendo i fiori, “ond'era pinta tutta la sua via„). Orbene: Matelda è la Lianon laborans, nè piùlippis oculis: chè questa infermità s'interpreta con le parole della Sapienza:[1121]“Timidi sono i pensieri de' mortali e incerti i nostri provvederi„. Di Matelda invece sicuri sono i consigli e risoluti i pensieri; e gli occhi luminosi, e canora la voce, e gioiosa l'attività. Tornando al passo degli usurieri, ella “sa„ seguire il sommo artefice che opera bene e per il bene e compiacendosi dell'opera sua; mentre questo misero Adamo che è in noi, ch'era stato fatto a imagine e somiglianza di Dio, dopo la sua condanna e cacciata, anche quando non cede al tedio dell'operare divenuto pianto e affanno, anche quando quello non ricusa violento, anche quando non mette l'intelletto a fare il male; ebbene, il misero Adamo si sforza a imitare il maestro, ma “quanto puote„. Matelda è l'arte che segue l'arte e l'intelletto di Dio,come li avrebbe seguiti quella di Adamo, se avesse voluto rimanere dove Matelda dimora, dove l'operare è onesto riso e dolce gioco: nell'Eden. Il ricordo della Fisica e del Genesi, a proposito dell'usura, ci dà il proprio nome dell'operazione dell'uomo nel Paradiso terrestre: arte. Ora Matelda è l'operare in esso Paradiso: dunque è l'arte.
Chè l'arte è virtù intellettuale, ed è abito operativo.[1122]E così Lia, che è l'orma di Matelda nel sogno, si piace allo specchio e nel tempo stesso si appaga dell'oprare e muove le belle mani e colle mani si adorna. Ciò è quanto dire che è intellettuale e operativa. Matelda, istessamente, sceglie fior da fiore, e ha gli occhi splendenti di lume: è operativa e intellettuale. È intellettuale: disnebbia l'intelletto di Dante con la luce che rende il salmodelectasti;[1123]è venuta presta a ogni questione di Dante “tanto che basti„;[1124]il che vuol dire che, quanto a intelletto, c'è chi val più di lei, ma pure anch'ella vale. E invero spiega a Dante la condizion del Paradiso terrestre; e quand'egli a Beatrice domanda ancor qualche cosa intorno a quello, Beatrice non risponde ma dice: Prega Matelda che il ti dica.[1125]E Matelda è operativa: è lei che tuffa Dante nel Letè, è lei che lo mena a bere all'Eunoè.[1126]È intellettuale e operativa: l'arte.
E le sue azioni verso Dante sono accompagnate a un risorgere della virtù di lui. Egli vide la donna sopra lui, per esserne tuffato nel Letè, “quando il cor virtù di fuor„ gli rese.[1127]Ed ella ravviva poila sua virtù tramortita menandolo nell'Eunoè. E Beatrice afferma che a ciò Matelda è “usa„. Or questo di ravvivar la virtù è uffizio dell'operare, come Dante ha espresso più volte, a proposito dell'accidia o della tristizia, contro cui è rimedio il batter le calcagne a terra;[1128]a cui è nemica l'attività o l'operosità, figurata in una donna “santa e presta„.[1129]La quale se è operosità, è abito operativo, cioè arte; e parla, come ben lo conoscesse, a Virgilio che fiso la guarda. Or come non è Matelda? La quale avrebbe così, come Lucia, la sua parte ne' sogni di Dante.
In vero santa e presta è, la donna del sogno, come quella che passeggia nel luogo dell'innocenza, e che è così presta al desiderio di Dante, e s'appressa come donna che balli, e scivola sulle acque, lieve come spola.[1130]Ed è con Virgilio in tal nesso, che ben si spiega come, nel sogno di Dante, il poeta avesse gli occhi fitti nella bella donna. Con Matelda può stare Virgilio che avanti Beatrice sparisce. E quand'ella parla dei poeti che sognarono l'Eden, Virgilio col suo alunno Stazio sorride, mentre l'altro alunno si rivolge tutto a loro. Oh! Virgilio poteva ben trattenersi con Matelda, se Matelda è l'arte! Oh! a Matelda bene aveva addotti Dante e Stazio, i suoi due alunni, Virgilio, se Virgilio è lo studio! E come, con suoi accorgimenti, di cui non deve ormai più dubitare il lettore, avendoli già trovati tante volte, il Poeta ci dice il proprio nome della bella Donna, precedendola e seguendola! Chè Virgilio,dopo aver fatta salire al Giacobbe novello la grande scala, dice:[1131]“Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„; e Dante, dopo aver raccontato dell'Eunoè, si rivolge al lettore dicendo, che non lo “lascia più ir lo fren dell'arte„. In vero se Virgilio è lo studio, rispetto a Dante, è in sè e ha in sè l'arte; e se Matelda è l'arte, come ha purificato così ha ammaestrato Dante. E ne dicono il proprio nome sin gli uccelli della foresta, che la donna sola soli ascolta; che operano ogni lor arte.
Io non mi pento d'aver fatto sì che quelli i quali giustamente proclamano l'attenzione e la cura e l'acume essere necessari a intendere gli scrittori, chiamassero sottigliezza e sofisticheria la mia attenzione e la mia cura e il mio acume e la mia lunga pazienza e lo studio e l'amore. A me non incresce che da quelli i quali asseverano giustamente che lo studio di uno scrittore non si può nè deve scompagnare dall'esame delle sue probabili fonti e dall'indagine de' pensamenti probabilmente suoi e della sua educazione e cultura, sia stato l'esame che io ho fatto delle dottrine di Dante in confronto di quelle dei teologi, affermato un capriccio, un ghiribizzo, un fuorviare e un vaneggiare. Non me ne pento e non me ne incresce. Facciano pure i critici e i dotti un'eccezione per me, giudicando solo per me falso il metodo ed errata la disciplina che per tutti gli altri è diritto ed è corretta. Dicano ciò che vogliano. Dicano gli orbi che sono oscuro. Dicano i sordi che io parlo sottile. Io amo e lodo e benedico questa sottigliezza e questateologicheria che, se non ad altro, mi ha condotto a trovare il tuo nome misterioso, o Matelda!
O arte che dici e canti e danzi e sai quanto basta, e intendi e operi, e sei pura e purifichi, e sei forte e afforzi; arte che ti fai una ghirlanda scegliendo fior da fiore in una pianura tutta gremita di fiori gialli e vermigli; arte a cui conduce lo studio, e che vivi in istato come di natura; arte cortese, arte pietosa, arte santa, arte piena d'amore, arte tutta innocenza: trai ancora quelli che Virgilio a te adduca, sovresso l'acqua di Letè, lieve come spola; menali ancora, quelli che Beatrice a te affida, a ber l'acqua d'Eunoè e ravvivane la virtù, e falli disposti a salire alle stelle, o la più gentile delle creature di Dante, Matelda!
E non è assurdo pensare che, come Lucia è così chiamata da Dante, ad esprimere la bianchezza abbagliante di luce, che è la Grazia della remission di peccati, così Matelda nel suo nome abbia la ragion del suo essere.[1132]Chè il suo nome sembra ad alcuno contenere grecamente l'idea di apprendere e quella di gioia. Or Dante, sapesse o non sapesse di greco, il significato della radice math lo sapeva o lo indovinavao lo travedeva nelle parolemathesisemathematica. Mi fermano queste parole del Convivio:[1133]“per virtù di loroartili Matematici...„ E mi fermano quest'altre del Paradiso: “chi pesca per lo vero e non ha l'arte„. Chè di questi inetti pescatori, tra altri, un esempio assai strano è portato, Brisso, il quale è ricordato da Aristotele come cercatore della quadratura del circolo.[1134]Mi parrebbe probabile che nella parolamathematicao, vogliam piuttosto, nell'idea dimathematica, Dante supponesse viva la parola e idea di “arte„. Quanto alla seconda parte del nome, non vorrei affermare che Dante conoscesse il verboeldomai. Piuttosto andrei a congetturare, mi sembra con verisimiglianza, che, nel nome femminile di Matelda, Dante o supponesse o meglio inserisse a forza l'idea diEdencome ce n'è un poco il suono, o non poco, se si ricordano altre etimologie Dantesche. “Eden„ egli trovava interpretato in S. Bernardo pervoluptas.[1135]E così il nome di Matelda, nella sua mente, avrebbe sonato: Gioia nell'arte, arte tra la gioia. E luce può rendere a noi,come, per bocca di Matelda, a Dante, il salmo,Delectasti in operibus...
Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell'arte che ha, si ricerca la buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo: “L'artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a far opera fedele„.[1136]Nel fatto, e il nostro lungo studio e la piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di virtù l'uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell'altro viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su. Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del santo monte, e non alle falde. E l'una e l'altra differiscono dalla Lia della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l'una, e l'altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò pare un gran divario con la fonte.
Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder le stelle, trova non una donna soletta o sola,[1137]sì “un veglio solo„:[1138]solo anch'esso. Questo essere solo del veglio e della donna, che appaiono l'uno alle falde e l'altra sulla cima del monte, l'uno dopo il primo settennato e l'altra dopo il secondo, risponde fedelmente alla dichiarazione che fa S. Agostino di Lia supposta a Rachele dopo i primi sette anni di servaggio, nella notte nuziale. Il Poeta par che dica: Non c'era quell'altra: il veglio era solo, la donna era sola. Così nella nostra fonte si legge: “Vorrebbe l'uomo giunger subito alle nozze della più bella; ma non è usanza che la minore (per tempo) si mariti avanti la maggiore. Or primo nella retta erudizione dell'uomo è il travaglio di operare le cose giuste, seconda la gioia di intendere le cose vere„. Bene il veglio solo è questo travaglio di operar la giustizia; la donna sola è questa operazion di giustizia, ma senza più travaglio. Tutti e due operano per la purificazione di Dante. Se Matelda lo trae al Letè e lo mena all'Eunoè, Catone comanda che gli si ricinga un giunco e gli si lavi il viso.[1139]E così, restando pensamento proprio del Poeta quello di porre dopo il secondo settennato una Lia veggente, una Lia non piùlaborans, il Poeta avrebbe seguito il Padre nel porre dopo il primo settennato, se non Lia di debili occhi, almeno ciò che Lia significa nell'interpretazione di lui: la operosa giustizia.
In vero ella è raffigurata in un vecchio solo, con lunga barba e lunghi capelli che tremolano come piume al suo severo parlare. La sua faccia è irradiata dalle quattro luci sante, dalle quattro stelle che sono ninfe nella divina foresta, dalle quattrovirtù cardinali.[1140]Poichè la giustizia racchiude le altre tre, noi possiamo dire che giustizia è il nome mistico del veglio, o meglio, poichè virtù è termine comune delle quattro virtù cardinali, diremo che è “virtus„. Egli raffigura quella virtù morale che perfeziona la buona volontà, la quale così fa che l'uomo usi bene l'arte sua; raffigura quella giustizia che fa retta la volontà, sì da inchinare l'artefice a fare opera fedele. Il veglio solo è la virtù, la donna sola è l'arte. Certo l'uno alle falde e l'altra sulla cima si rispondono, sebbene l'uno sia un vecchio e l'altra una giovane, e l'uno sia austero e l'altra gioconda. Si rispondono per questa idea comune: la libertà: la libertà dell'arbitrio o del volere. L'una è nel luogo dove fu creato l'uomo in libertà di volere; donde fu cacciato, dopo la iattura di quella; dove ritorna, quando la riacquista, come Virgilio stesso proclama. L'altro... All'altro Virgilio stesso dice, di Dante:[1141]