VIII.

In eterno verranno alli due cozzi...E prima Dante e poi Virgilio ributtano il pien di fango nel suo fango e nella sua pena: Rimani! Via costà! Di più Flegias, il barcaiuolo dello Stige, è colui che grida nell'inferno Virgiliano: Imparategiustizia! Di più gli avari e prodighi sono concepiti come tali che si siano affannati e “rabbuffati„ per contrastare alla “ministra e duce„ che permuta li ben vani: ella ha un occultogiudizio, ellagiudica.[488]Già notai come il mal tenere è principio d'ingiustizia; chè non può alcuno abbondare senza che ad altrimanchi. Dice Dante altrove[489]che nell'avvenimento delle ricchezze “nulla distributiva giustizia risplende„. All'ingresso di questo cerchio è Pluto, che è detto maledetto lupo e il gran nemico; che è perciò l'avarizia, o meglio cupidità, in quanto riesce a mala volontà, cioè a ingiuria. E gl'ignavi, perchè non operarono, furono, sì, privi di ogni virtù, ma specialmente di quella a cui le altre virtù concludono: della giustizia; come della prudenza, che le altre virtù conduce, furono privi quelli del limbo. Tutte queste osservazioni portano a riconoscere che la giustizia c'entra nel disprezzo mostrato contro questi dannati e da Virgilio e da Dante.Si ricorda e si loda, insomma, la giustizia di Dio a proposito di loro, più che d'altri, perchè nella giustizia in qualche modo offesero. Ma gli ignavi sono nell'inferno del peccato originale, e non peccarono attualmente; ma gli avari e i fangosi sono incontinenti e non maliziosi o ingiusti. Bene; ma gl'ignavi rappresentano la mancanza di “giustizia originale„; ma gli avari sono rei della colpa media tra l'incontinenza e la ingiustizia; ma color cui vinse l'ira e i fitti nel fango ebbero i due vizi contrari alla fortezza, la quale è la virtù che è utile alla giustizia.VIII.La fortezza dei due viatori dell'oltremondo ha qui campo di manifestarsi come non altrove. C'è una città dalle mura di ferro rovente. Sulla porta più di mille caduti dal cielo, pieni di stizza e disdegno. La porta si chiude sul loro petto. Qui è l'arduo veramente: quello contro cui vale la passione dell'ira, quando è col suo ordine. Ricordate l'altra porta? Quella è spalancata. Gl'ignavi che corrono nel vestibolo, quand'erano in vita, esitarono e sostarono avanti una porta aperta. Ladifficultas, tratta dal peccato originale, fu in loro così assoluta che trovarono impossibile la più facile opera. La menoma particella della passion dell'ira, cioè di fortezza, della quale essa ira è cote, sarebbe bastata. Ma avanti la porta chiusa e assicurata e difesa dai mille diavoli, ci vuol invece il massimo di fortezza o d'ira.Virgilio a ciò si dispone e ciò promette. E dice a Dante: “Perch'io m'adiri, non sbigottire!„ Ma non si vede che s'adiri, esso; non si vede che si prepari, esso, a usare quest'ira. Chè dice subito:[490]già di qua da lei discende l'erta,passando per li cerchi senza scortatal che per lui ne fia la terra aperta.Dunque aspetta altri, e tuttavia, pur fermandosi ad ascoltare se s'appressa colui che deve aprir la terra, tuttavia dice, con interrotte parole:[491]Pure a noi converrà vincer la punga. . .  se non . . .  tal ne s'offerse...Oh! quanto tarda a me ch'altri qui giunga!Dante allora dubita che a quelli del limbo sia concesso passare oltre quelle mura e quella porta, escendere nell'inferno della malizia o dell'ingiustizia. E Virgilio risponde, che la cosa è rara, ma possibile; ch'esso andò altra volta sino al più basso; nel “cerchio di Giuda„.[492]E soggiunge: che la palude cinge Dite,[493]u' non potemo entrare omai senz'ira.Senz'ira, di chi? di Virgilio? Ma egli aspetta un altro. Eppure, a rassicurar Dante, dice che esso fece già il cammino sino al “più basso loco e il più oscuro„. E tuttavia non dice che egli può farsi strada; dice che “sa„ il cammino. E tuttavia non dice che l'altra volta facesse un viaggio simile a questo che ora fa con Dante; dice che l'altra volta fu “congiurato„ da una maga, per trarre dall'inferno uno spirito. Con quel “vero è„ Virgilio sembra subito preparare il suo ascoltatore alla differenza che c'è tra quel caso e questo. Quella volta non ci fu resistenza da parte dei diavoli, e da parte sua non ebbe luogo ira. Questa volta, sì, occorrerà ira, e sarà una battaglia, ed esso vincerà con l'ira, cioè con la fortezza. Ma la fortezza sarà d'un altro che egli aspetta.La sua invero non basta: è una fortezza puramente umana. Aristotele,[494]riportato nella Somma,[495]numera cinque modi di fortezza non vera. Lasciando i due ultimi, forte alcun può sembrare piuttosto che essere, se si volge a ciò che è difficile come se difficile non sia. Virgilio in vero si rivolge sulle prime ai diavoli, come se altro con loro non occorresse se non ciò che gli bastò con Minos, con Pluto, conFlegias, e gli basterà poi coi Centauri e Gerione e Anteo.[496]E il savio mio maestro fece segnodi voler lor parlar segretamente.Ma i diavoli vogliono trattener lui e rimandar Dante: e poi si richiudono. Che fa e dice e pensa Virgilio? Per tre guise succede che alcuno sembri forte e non sia: per ignoranza, quand'egli non percepisce la grandezza del pericolo; per avere egli buona speranza di vincere il pericolo, quand'egli abbia sperimentato d'esserne sovente scampato; per una cotale scienza e arte, come accade nei guerrieri, che, per la perizia delle armi e l'esercizio, non stimano gravi i pericoli della guerra, credendo di potersi difendere contro loro mediante loro arte. E così Virgilio dice che vincerà la prova, contro ogni difensione dei diavoli, mentre il fatto mostra che da sè non avrebbe vinto; e d'altra parte non prevede il pericolo del Gorgon che, senza il suo subito accorgimento, avrebbe, sì, tolto il passo a Dante. E conforta Dante ad aver buona speranza; ed esso medesimo ricorda d'aver fatto quella strada e accenna a un'arte, che è appunto la magica:[497]vero è ch'altra fiata quaggiù fuicongiurato da quella Eriton cruda,che richiamava l'ombre a' corpi sui.Non mi par dubbio che il Poeta delinei negli atti e nelle parole di Virgilio questa sorta di fortezza apparente;con questo, che non tanto egli la giudica apparente e non vera, quanto inferiore e non somma. Che egli conosce una nobiltà (che è la perfezione della virtù conveniente alle singole età), la nobiltà, “divina cosa„ cui quelli che hanno “sono quasi Dei„. Invero “come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica per lo testo di Omero...„[498]Il passo d'Aristotele è quello donde il Poeta ricavò la triplice disposizione che il ciel non vuole: malizia, incontinenza e bestialità, intesa a modo suo più forse che del filosofo. Egli lesse dunque: “Alla bestialità converrà dire che s'opponga la virtù sovrumana, eroica in certo modo e divina; come Omero ha indotto Priamo a dir di Ettore, perchè era assai forte (buono). E' non pareva essere figlio d'uomo mortale, sì di un Dio„.[499]E qui ci vuole uno la cui fortezza sia eroica, e che possa chiamarsi nobilissimo e divino: il che dà alla fortezza o nobiltà di Virgilio il carattere di minore e non di falsa. Ci vuole uno che abbia veramente esperimentato il pericolo. E con questo, bisogna che si trovi nella condizione di Virgilio, per poter scendere e sia quindi “del primo grado„ anch'esso, poichè quelli, sebben di rado, fanno quel cammino del basso inferno. Inoltre deve essere tale che, essendo pur esso che vince la punga, Virgilio possa ragionevolmente aver detto: “Pur a noi converrà vincere„.Ed ecco viene l'aspettato: il suo eroe. Pare un vento impetuoso. Tutti quei clamorosi e rissosi colpevolicontro fortezza, perchè audaci, perchè, diremmo noi, spacconi, fuggono a lui, calmo e sicuro, davanti e fanno groppo di sè “Al passo„ egli passa Stige “con le piante asciutte„. Egli è, a questi segni, il veramente forte.E qui la riprova ch'egli è del limbo. Ecco. L'offende l'aer grasso. Mena innanzi spesso l'una mano. Parea stanco solo di quell'angoscia. Ebbene? Ricordiamo: quelli del limbo sono “sol di tanto offesi„ che desiderano l'alto sole senza sperarlo,[500]e sono in luogo tristo “di tenebre solo„.[501]Dell'angoscie infernali essi non conoscono che l'aer grasso.È del limbo dunque. Or chi può essere tra gli spiriti magni del limbo questo supremamente forte? questo di cui Dante dice:[502]Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo?questo per cui Dante si volge al maestro, per dirgli alcunchè?E quei fe' segnoch'io stessi cheto ed inchinassi ad esso.Nel limbo, sopra il verde smalto, vide Dante molti spiriti magni. Di questi prima Elettra madre di Dardano e dei Dardanidi; prima Elettra con molti compagni,[503]tra' quaiconobbeed Ettore ed Enea,Di nessun altro egli dice, d'averlo conosciuto; sì,veduto. Conobbe soli questi due e Cesare. È impossibile non ricordare a questo punto che a provare che il popolo Romano ha diritto all'impero, perchè è il nobilissimo dei popoli, e che è tale perchè il suo padre fu il nobilissimo degli eroi; prima di recare le prove della sua nobiltà ereditaria e di parlare, a ciò, anche dell'avola vetustissima, Elettra; Dante, a dimostrare la nobiltà propria di Enea, dice:[504]“S'ha da ascoltare lo stesso (Virgilio) nel sesto. Quivi, parlando di Miseno morto, che era stato ministro d'Ettore in guerra e, dopo la morte d'Ettore, s'era dato come ministro a Enea, dice esso Misenonon inferiora sequutum, facendo comparazione di Enea a Ettore cui sopra tutti Omero glorifica...„ In quel terzetto è tutto questo pensiero. Ed egli pone primi tra gli spiriti magni i fondatori dell'impero, dall'avia vetustissimaa Cesare; e dice d'aver conosciuto Ettore ed Enea, nonchè Cesare, perchè sono gli eroi dell'Eneide, e l'Eneide egli la sa tutta quanta. E l'Eneide è come il Vangelo profano del suo poema; e il suo eroe è messo insieme a San Paolo, quale esempio d'uomo che corruttibile ancora andasse ad immortale secolo.[505]Questo Dante crede sulla parola di Virgilio: Tu dici. Or dunque poichè questo messo è del limbo, e perchè Dante s'accorge bene di lui e si rivolge subito a Virgilio per dirgli qualche cosa riguardo, certo, a questo suo essersi accorto di lui, noi possiamo facilmente indurci a credere che sia appunto Enea. Enea ha fatto quel cammino nelle condizioni proprie di Dante, ossia di corruttibile ancora; e non in quelle di Virgilio purospirito; perciò ha intera esperienza. Inoltre nessuno meglio di lui può attraversare con le piante asciutte la palude dei due vizi collaterali alla fortezza. Dante in vero lui, sulla fede di Virgilio, dichiara sopra tutti fornito, oltre che del freno che si chiama temperanza, anche dello sprone che si chiama fortezza;[506]di quella che egli altrove dice “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„;[507]di quello spronare per il quale “Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello inferno, contro tanti pericoli„. Ciò spiega, come egli passi la palude dell'infirmitase come i finti audaci si abbichino qua e là, come rane, fuggendo da lui. Ma c'è di più: egli apre la porta. La porta chiusa è quella della malizia che ha per fine l'ingiuria, ossia della ingiustizia. Ebbene come la palude dei vizi contrari a fortezza, è passata al passo con le piante asciutte da un supremamente forte, così la porta chiusa dei peccati contrari a giustizia, deve essere disserrata da un supremamente giusto. E questi è Enea. Dante cita le parole di Ilioneo:[508]“Re nostro era Enea, di cui nessun altro fu più giusto...„ E Virgilio dice a lui, sul primo mostrarsi:[509]Poeta fui, e cantai di quel giustofigliuol d'Anchise...Enea è il giusto, per eccellenza: pensa Dante.Ed è invero il padre dell'alma Roma e di suo impero;[510]dell'impero che è la perfezione della vita attiva o civile, quando Cesare siede nella sella. E lagiustizia è la virtù che assomma le altre, con il cui uso si ottiene la beatitudine buona, se non ottima. E così Virgilio s'annunzia come il poeta dell'eroe giusto e padre dell'impero; quasi dicesse il poeta dell'attività o civiltà umana. E così Dante esce in quei ricordi così intempestivi, come sembrano, del successor di Piero e del papale ammanto. Al cantor della vita attiva Dante,a voler dir lo vero, con la modestia del discepolo, col rispetto all'infelice, soggiunge: la qual vita attiva o civile è preparazione all'altra, alla contemplativa o spirituale. Nè a caso è ricordato con Enea, Paolo: il primo scese agl'inferi, l'altro salì ai cieli; l'uno per la giustizia, che assomma le virtù cardinali, l'altro per la fede, che assomma le virtù sante; l'uno per il cammino del mondo, l'altro per quello di Deo. Ma basti per ora. Tuttavia chiediamo a Dante un altro perchè. Perchè quelli “del primo grado„, quelli che senza speme vivono in desìo, fanno, di rado bensì, ma qualche volta fanno, il cammino per il quale va Virgilio? Si muovono, cioè, per l'inferno, al contrario degli altri dannati, che sono confinati nel luogo della lor pena? Discendono per li cerchi dell'incontinenza ed entrano dalla porta della malizia e giungono infino all'ultimo dei tre cerchietti? Hanno, cioè, il passo per tutti i cerchi del peccato attuale? Risponde, per ora, il poeta: Perchè essi non si vestirono le tre virtù teologali, ma[511]senza vizioconobber l'altre e seguîr tutte quante.Ebbero, cioè, le virtù contrarie alle tre disposizioni.Ora dal limbo scende, come vento impetuoso, alcuno, “passando per li cerchi senza scorta„; per li cerchi dell'incontinenza di concupiscibile. Come non è questi il modello che Dante pone, di temperanza, anche dove quel personaggio non ha attinenza così grande con l'argomento del libro, che è il Convivio? Dove dice: “Quanto raffrenare (cioè l'uso del freno che dicesi temperanza) fu quello, quando avendo ricevuto da Dido tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo trattato si dirà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partì, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneide è scritto!„ E poi lo pone a modello di fortezza, dicendo: “Quanto spronar fu quello, quando esso Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno... contro a tanti pericoli, come nel sesto della detta storia si dimostra!„. In quel “senza scorta„ chi non vede sottinteso il pensiero “nemmeno con Sibilla questa volta, ma solo affatto?„ Se era modello di fortezza entrando solo con Sibilla, chi non vede che il poeta qui lo presenta solo affatto, senza scorta, senza la sua scorta, perchè ne vuol fare l'esempio della fortezza assoluta? Chi non vede? I ciechi, o quelli che chiudono gli occhi, per non vedere la fiammolina della lucerna ch'altri accenda. Ma ognuno deve vedere, col ricordo dell'Acheronte, col ricordo dell'alto sonno che è un alto passo e somiglia al passo della selva la quale è una riviera; col ricordo che passar l'Acheronte è morir la morte da esso fiume significata; deve vedere che passar lo Stige, passarlo al passo, con le piante asciutte, vale aver morta la morte significata da esso fiume: lamorte dei vizi collaterali alla fortezza. E qui abbiamo una gradazione innegabile. Virgilio e Dante lo passano sulla barca di Flegias: il Messo, a piedi, al modo che e Virgilio e Dante passano il fiumicello del limbo come terra dura.[512]Quel fiumicello significa appunto scienza o ignoranza, secondo chi lo passa o no. È ignoranza per gl'ignoranti che non lo possono passare; è scienza per chi sa, a cui è terra dura. Così Acheronte e Stige sono morte e vita: morte, lo Stige per esempio, ai non forti, vita ai forti. E i non forti non possono andar oltre, e i forti sì. Ora poichè quelli del limbo sono corporalmente morti e Dante è corporalmente vivo, si dovrebbe attendere il solito divario tra il vivo e i morti. Ma no. Dante fa la questione se quelli del limbo possano o no scendere nell'inferno basso, passare per i cerchi, scendere dalle rovine, entrar dalle porte che gli avversari chiudono, passare i fiumi che solo a certe condizioni si passano; ed ha risposta, che sì, possono. Dunque quelli del limbo sono eccettuati, e, fuori che per il primo passo, per quello d'Acheronte, essi scendono ed entrano e passano alle condizioni de' corporalmente vivi. E ho detto il perchè: perchè ebbero le virtù opposte alle tre disposizioni, cioè la vita opposta a quelle tre morti. Mancò loro solo la vita opposta alla morte dell'Acheronte. Ma questa morte comprende tutte le altre morti: la mancanza di battesimo involve tutto il peccato, tutta la tenebra, tutta la morte. E così? Così Catone dirà di Marzia che[513]“di là del mal fiume dimora„; misticamentedimora, mentre, localmente, dimora di qua, di qua dell'Acheronte, non di là. Chè quelli del limbo sono morti della seconda morte, della morte totale, perchè non adorarono debitamente Dio: morti dellavulneratio; e sono nel tempo stesso vivi delle altre morti, vivi delle tre disposizioni, vivi delle quattro ferite, perchè ebbero le quattro virtù.La nobiltà o virtù o fortezza eroica o divina del Messo vale ad aprire la porta di Dite, cioè la porta dell'ingiustizia: vale per la giustizia. Ora l'Enea del Convivio è il tipo della temperanza e della fortezza; ma si noti ch'egli è tale “nella parte dell'Eneida ove questa età si figura, la quale parte comprende il quarto e 'l quinto e 'l sesto libro dell'Eneida„.[514]Dante avrebbe trattato di lui nel seguito del Convivio, perchè egli promette di parlarne “nel settimo Trattato„. Il Convivio restò interrotto; ma il poeta ne parla invece nelMonarchiae nel Poema sacro. E ne parla per dire ch'egli è il nobilissimo padre del popolo Romano e ch'egli è “il giusto figliuol d'Anchise„, chefu dell'alma Roma e di suo imperonell'empireo ciel per padre eletto.La sua vittoria, che fu l'istituzione del perfetto stato di vita civile, come a dire, il trionfo della giustizia, fu cagionata dalle cose che intese negl'inferi. C'è,mi pare, un processo di proporzione evidente tra Enea e il Messo. Enea è portato ad esempio di perfetta temperanza e fortezza, e poi è detto giusto per eccellenza e instauratore della giustizia; il Messo è dimostrato supremamente temperante e forte, per la sua discesa senza scorta dai cerchi della concupiscenza, e poi è detto aprire la porta della ingiustizia. E le prime parole ch'egli dice ai diavoli e tutte le altre suonano questo senso: Perchè vi ribellate alla giustizia di Dio? Chè malizia per eccellenza, cioè ingiustizia, è la opposizione a Dio.E il Messo apre con una verghetta. Apre con essa la porta di Dite. Avanti la porta arcuata che interrompe le mura ferree della casa di Dite (che Dante forse confuse e a ogni modo fuse con la porta e le mura del Tartaro) l'Enea Virgiliano figge il ramo d'oro, che il poeta chiama “venerabile donum fatalis virgae„.[515]O non è quella verghetta? Come si doveva Dante rappresentare quell'Enea ch'egli diceva di non essere, ma di cui imitava ora il viaggio, se non con la verghetta in mano? Ma nell'Eneide la verghetta non serve ad aprire e passare. Eppure nel testo di Virgilio Dante leggeva:[516]Occupat Aeneas aditum  .  .  .  ..  .  .  .  ramumque adverso in limine figit;e leggeva in Servio:ingreditur, sicut supra diximus. Esupra[517]leggeva la medesima espressione per dire proprio: entra. E più sopra[518]leggeva che mediante quella “fatale verga„ si faceva traghettareda Caronte. Insomma, o trasformasse o frantendesse, nell'Eneide aveva la ispirazione o il modello di quest'uffizio del ramo d'oro. E non basta. In Servio il Poeta leggeva: “accostarsi alle sacre cerimonie di Proserpina non poteva se non preso il ramo„; e celebrare i misteri di Proserpina Servio dichiara come “andare agl'inferi„. Sapeva dunque il Poeta tutta la virtù simbolica del ramo in relazione a Proserpina. E chi non resta qui colpito dallo strale della verità, quando ripensa che in questo episodio è mentovata “la regina dell'eterno pianto„, e poco dopo “la donna che qui regge„?[519]O non è qui Proserpina richiamata dalla “verghetta„, dal ramo? Il qual ramo, infine, è detto da Servio simbolo di ciò “che si devono seguire le virtù„.[520]Che più? E anche un'altra particolarità ha il Messo che ha anche l'Enea di Virgilio. Il Messo è noiato “dall'aer grasso„, traversando lo Stige. Enea, entrando, come Dante forse interpretava, prima di figgere la verga, o forse, come egli ancora interpretava, prima di battere con essa alla porta, “sparge il corpo d'acqua recente„. E Dante leggeva in Servio: “Recenti; semper fluenti, dixit hoc propter paludem Stygiam„. Leggeva, o non aveva bisogno di leggere: “spargit aqua; purgat se nam impiatus (al. inquinatus) fuerat aspectu Tartari„.Dante si spiegava un po' grossamente quel lavacro lustrale: come se Enea fosse tinto dall'aria tinta, dall'aer grasso. E così fa che il suo Messo senta quella noia. Or come non è Enea che la risente?E il Messo parla. Non è Enea che ricorda il discorso di Caronte, la prima volta che discese?[521]“Egli venne a legare il custode del Tartaro...„: chè dice: Cerbero vostro. E in quel medesimo discorso Proserpina è chiamata “la signora„. Come non se ne ricordò Dante allor che disse “la signora dello eterno pianto„? E ancor più significativo, e adatto ad Enea, eroe pagano, come la menzione di Cerbero, è quel verso:[522]Che giova nellefatadar di cozzo.Dante aveva presente ilDesine fata deumdella Sibilla; aveva presente, sopra tutto il comento di Servio alle parole “verga fatale„; comento che si riduce a richiamare ilsi te fata vocant.[523]Anche la forma “fata„ è importante; come importantissimo è il notare che il versoond'esta tracotanza in voi s'alletta?è la traduzione d'un esametro virgiliano seguito a poca distanza dall'altro pur tenuto presente:[524]unde haec... tibi tam dira cupido?. . . . . . . . . . . . .Desine fata deum flecti sperare.Mirabile, e degno di attento studio, è questo appropriare che Dante fa del linguaggio alle sue persone: da Nembroto che parla la sua lingua inintelligibile,a Virgilio che a Sordello si rivela con la prima parola del suo epitafio: Mantova (meglio, forse,Mantua), che doveva, mi pare, seguire conme genuit.[525]La prima volta: ho detto; ho detto: risente. Invero si meditino queste poche parole[526]pronunziate dalla Sibilla, parole alle quali perciò Dante poteva attribuire un senso misterioso: “Se hai tanto affetto e desìobis Stygios innare lacus, bis nigra videreTartara:„parole di quel discorso dove sono la porta sempre aperta e la facile discesa all'Averno, e le selve e il ramo d'oro, e la verga che rinasce dove fu svelta, e altro ancora, che Dante tenne a mente. Dunquebispassare lo Stige,bisvedere il Tartaro (che in Dante è la città di Dite, sia perchè fuse o sia perchè confuse):bis, due volte. Non egli mise d'accordo qui il suo vangelo profano coi suoi libri sacri? non la Comedia qui dichiara e corregge la Tragedia? Enea, per Dante, è nel limbo. Ma Virgilio, per bocca della Sibilla, dice che due volte egli è per vedere lo Stige e il Tartaro. Una volta li vide in quella andata. La seconda, quando? Chè morendo, nel limbo andò; non passò lo Stige nè vide (si noti la precisione!) il Tartaro più. Dunque? Questa volta, dunque. Oh! potessi evocare Dante! Chè questo ci vorrebbe, solo questo basterebbe, per certi increduli o pervicaci o ciechi! Dante padre, non è vero che tu al maestro, quando ti volgesti, volevi dire: “Ora vedo come tu hai detto che due volte costui, il tuo eroe, avrebbepassato lo Stige e veduto il Tartaro o Dite„? Non è vero, Dante padre?Ma continuano e continueranno a dire che quel Duca,[527]cieco d'occhi, era cieco anche di mente, quelli, e son tanti, che hanno gli occhi e non vedono!IX.Dante e Virgilio entrano in Dite “senza alcuna guerra„. La guerra c'era stata e l'ira c'era voluta, e un'alta ira animatrice d'una eroica fortezza: la fortezza di lui che già nella Eneide presentava la spada nuda alle ombre e ai mostri dell'Averno; di lui pio, le cui parole sono sante.[528]Ora sono, al medesimo piano, presso a poco, della palude stigia, lungo gli spaldi della città roggia, in un cimitero.[529]I coperchi delle arche sono alzati: nessuno fa guardia. È il fatto, per una parte, degl'ignavi del vestibolo, che non escono sebbene la porta sia aperta. E per l'altra è il fatto del limbo, anzi del nobile castello; chè qui sono grandi e sapienti, e nessun male di loro si può raccontare, salvo che uno:mala luce.[530]In verità sono eresiarche; e sono di loro i seguaci d'Epicuro[531]che l'anima col corpo morta fanno.Quelli del limbo ebbero il lume che è tenebra. Peccarono per l'ignoranza originale. Questi ebbero malaluce. Dio splende a loro sin laggiù. Si direbbe ch'essi il lume che vien dal sereno, l'avessero avuto; che fossero redenti, insomma: in vero Farinata nomina il secondo Federico e il Cardinale, e si vede il Cavalcanti, e su un grande avello è il nome d'un papa; e la parola eresiarche porta a pensare a cristiani dissidenti, e non a pagani.Pur v'è Epicuro.[532]Dante forse lo considera come un eresiarca di quelle scuole filosofiche, che pur avanti il Cristianesimo, pur non potendo vedere l'alto Sole, avevano qualche lume, dirò, riflesso da Dio: quel lume che è simboleggiato nel fuoco e nella luce del nobile castello. Gli eresiarche, con quel barlume da Dio che splende loro anche nell'inferno, vedono ciò che è lontano e ciò che s'appressa o “è„, non vedono. Nella vita era il medesimo; e così in loro si osserva il contrappasso. Vedevano ciò che è lontano: erano in vero prudenti e savi imperatori, papi, uomini di parte e di guerra, dotti: ciò che è tanto vicino a noi che è in noi, non vedevano. In che differiscono dai sospesi nel limbo? In questo che essendo dentro Dite è punita in loro la malizia, di cui ingiuria è il fine; e non v'è fine senza volontà. Quellamalaluce implica dunque l'inordinazione della volontà. Ma anche il difetto degli spiriti magni è volontario. Sì, ma quasi, ma in un certo modo, ma nel primo parente. In questi è del tutto e assolutamente e personalmente volontario, e si tratta del medesimo lume che è tenebra: ossia d'ignoranza. Ignoranza dunque volontaria. Però senza ingiuria. Gli eresiarche se avessero commesso ingiuria, sarebbero,per esempio, tra quelli che fecero forza nella Deitade[533]o tra gli autori di scismi o anche tra i traditori. Il loro fu peccato omninamente speculativo.Di loro non si ragiona nella partizione che fa Virgilio dei peccati e delle pene. E così non si ragiona, in quella, degl'ignavi del vestibolo e dei sospesi del limbo. D'un dei peccatori si dice che fu di quelli “che a ben far poser gli ingegni„, e che fu sì degno.[534]A questo Dante desidera parlare, e da tempo, e gli mostra riverenza e ammirazione e anche pietà.[535]Tutto ciò e con proprie parole e sopra tutto col fare dell'Uberti il più sublime e del Cavalcanti il più affettuoso de' peccatori infernali; col persuadere a noi la riverenza e l'ammirazione e la pietà per loro. Inoltre lo sdegnoso è chiamato “magnanimo„[536]cioè forte. Ed ecco che Farinata e gli altri sono il proprio contrario dei non forti che schiamazzano e gorgogliano alle falde della città; come Virgilio, pur magnanimo,[537]e gli altri spiriti magni sono il proprio contrario degli sciaurati che corrono e gridano oltre il fiume. In verità gli sciaurati e i sospesi sono al loro posto, per ladifficultaso infermità originale i primi, per l'ignoranza pur originale i secondi; e qui i fangosi sono fuor di Dite per l'infermità attuale, che li rese inetti alla giustizia, e i sepolti sono dentro Dite per ignoranza attuale o volontaria o mala, non ostante la loro giustizia.Nel limbo Dante vede la “scuola di quel signor dell'altissimo canto„; ha dai grandi poeti, dopo che essi hanno un po' ragionato con Virgilio, un salutevolcenno; è fatto della loro schiera, parla con loro di cose[538]che il tacere è bellosì com'era il parlar colà dov'era.Avanti la tomba di Farinata egli apprende il proprio esilio,[539]e la vanità del tentativo di ritorno. Gloria e dolore, connessi insieme, connettono il nobile castello e il cimitero. E del resto anche qui si parla di altezza d'ingegno.[540]E come là si ragiona di fede, qui si parla di Beatrice:[541]La mente tua conservi quel ch'uditohai contra te: mi comandò quel saggio:ed ora attendi qui! E drizzò il dito.Quando sarai dinanzi al dolce raggiodi quella,il cui bell'occhio tutto vede,da lei saprai di tua vita il viaggio.A me basti osservare che qui come nel primo cerchio, si ricorda una sapienza massima; e che quel cerchio è il luogo tristo di tenebre, e che queste arche hanno un barlume che si ha a spegnere nel giorno dell'ira. E qui Virgilio dà al discepolo un consiglio di prudenza: ricordarsi ciò che ha udito quivi ma aspettar lume da Beatrice. E qui Virgilio prudentemente fa sostar Dante[542]sì che s'ausi prima un poco il sensoal tristo fiato;e qui l'ammaestra intorno ai peccati e alle pene, egli ricorda i suoi studi, la sua Etica, la sua Fisica, e lo rimprovera dolcemente delle sue dimenticanze. C'è per i dannati, in questo cerchio, l'ignoranza, e per Dante la prudenza.E si scende nel cerchietto dai tre gironi, dove è punita la malizia con forza o violenza. Nel primo girone, contro gli uomini; nel secondo, contro sè e contro le cose sue; nel terzo, contro Dio, la natura e l'arte. Per scendere c'è una rovina guardata da un'“ira bestiale„. Virgilio dice di averla spenta.[543]Come la spense? Il savio grida ver lui, lo chiama bestia, gli ricorda la sua morte sotto la mazza di Teseo, gli ricorda lo scorno della sua sorella, gli ricorda le sue e altrui pene. Egli come toro ferito e non finito, non sa più gire; saltella qua e là, sì che mentre è in furia, Dante può scendere. L'ira quando è portata al sommo grado, rende impotente l'uomo.Si direbbe che il Minotauro potrebbe rappresentare il vizio di Filippo Argenti, che volge i denti contro sè medesimo. Potrebbe; se Dante non avesse saputo di che cibo si pasceva quella bestia uccisa dal duca di Atene. Il Minotauro sta a rappresentare un altro effetto della passione ira: una cieca cupidigia e ira folle; diciamo, una “violenza„ per la quale alcuno “noccia„.[544]Diciamo in fine, la passione dell'ira che genera la “matta bestialità„. Chè questo è altro nome di quella che si chiama malizia con forza e violenza. Così omettendo il cerchio sesto degli eresiarche, il quale per tante ragioni dette e da dirsi, sta a parte, Enea, il nobilissimo ha, per la sua temperanza disceso i cerchi della concupiscenza,per la fortezza ha passato a piedi asciutti la palude dei due vizi contrari a fortezza; per la giustizia ha disserrata la porta dell'ingiustizia; per la virtù eroica ha dischiuso il cammino a ciò che della virtù eroica è l'opposto: alla bestialità.Ma la violenza è proprio bestialità? Invero nell'Etica Nicomachea il concetto di bestialità sembra differire da quello di Dante, se Dante chiama bestialità la violenza. Pure anche lì,[545]con i cannibali e altri depravati, sono messi quelli che violano la natura ne' loro piaceri; e tra altri dementi e morbosi è ricordato Falari, il cui bue Dante conosceva. Or nel primo girone sono i tiranni e nel terzo i sodomiti. Ma con un'altra opera Aristotele può aver suggerito al Poeta non solo che violenza, ossia la prima specie della malizia o ingiustizia, è bestialità; ma che la bestialità tipica è quella appunto dei tiranni, che primi Dante vede nella riviera di sangue. E troviamo in quel passo il leone, che può benissimo essere il nesso che nel pensiero di Dante collegò la vis Ciceroniana con la bestialità Aristotelica. A proposito di questa il filosofo osserva: “chi ha fatto più mali, tra un leone e Dionisio o Falari e Clearco e simili malvagi uomini?„[546]Dove è da osservare che dopo Alessandro, nell'enumerazione che fa il Poeta, dei tiranni, è Dionisio fero: fero, cioè bestiale; chèferitastrovava egli per bestialità a ogni tratto.[547]Or quando si pensi che la violenza è la prima specie dell'ingiustizia, si troverà che certamente egli la chiama ancora bestialità, da chi consideriqueste parole: “Il nome di sevizia e ferità si intende dalla somiglianza delle fiere che si dicono ancorasaevae. Chè siffatti animalinoccionoagli uomini, per pascersi de' loro corpi, non per alcuna causa digiustizia, la cui considerazione pertiene alla ragion sola. E perciò, a parlar propriamente, ferità o sevizia si dice secondo che alcuno, nelpunire, non considera la colpa di colui che è punito, ma solamente questo, ch'e' si diletta nel tormentare gli uomini. E così è palese che è una specie di bestialità; chè tale diletto non è umano, ma bestiale„.[548]E s'aggiunge, che questa ferità o sevizia non si oppone a clemenza, ma a quella sopraeccellente virtù che il filosofo chiama eroica e divina. Bestialità è dunque la prima specie d'ingiustizia; e perciò i tiranni e i masnadieri che scannarono e taglieggiarono non solo sono i primi che si vedano, ma sono in Flegetonte. Questo è il fiume che corrisponde alla rovina guardato dalla “ira bestiale„. Or negli altri due fiumi del peccato attuale, sono puniti i rei della sorta più rea della disposizione. Lo Stige nel suo fango invischia gl'incontinenti d'irascibile, il Cocito nel suo ghiaccio serra i fraudolenti in chi si fida. Abbiamo visto che degl'incontinenti i peggio trattati sono appunto quelli del pantano; vedremo quelli di Cocito. Ora perchè il Flegetonte non bolle nel suo sangue i più rei, sì i meno? Certo Dante trovò più appropriato il bollor dell'onda rossa a quelli che dieder di piglio nel sangue; forse Dante era ispirato dalla fossa piena di sangue cui Annibale disse bello spettacolo;[549]sì che trovò giusto fare che le anime nonpossano svellersi più dalla vista che al loro “ciglio„ fu sì gradita.[550]Vero o probabile che ciò sia, Dante mostra per chiari indizi che egli diverge dalla sua norma, qui; poichè avendo stabilito che il fiume sia d'una pena e d'un peccato l'un estremo come la rovina è l'altro, qui finge che esso riconosca Flegetonte solo all'ultimo, quando egli è nell'ultimo girone che punisce la colpa più grave, ossia la violenza contro Dio, mentre la riviera rossa e' l'ha veduta nel primo.[551]Maestro, ove si trovaFlegetonte?Ma egli attese, oltre che a tutto il resto, anche a dichiarare che la violenza o malizia con forza o bestialità era un peccato contro la giustizia; e ciò non poteva meglio dimostrare che immergendo nel bollor vermiglio quelli dei violenti che in esercitar la giustizia non avevano servato ordine. La giustizia; o la vendetta, che sono sovente la stessa cosa e hanno, sì presso Dante e sì presso i dottori, lo stesso nome. Ora noi dobbiamo ricordare che avendo il Poeta accolto (come ormai ha da essere poco dubbio) la teorica delle quattro ferite, qui sarebbe la ferita a cui è contraria la giustizia: la ferita della malizia in genere. Ed esso pur dovendo, per gli altri suoi concetti morali e poetici, qui collocare un peccato in cui non è intelletto e c'è solo, di ciò che è peculiare agli uomini, la volontà; sa pure seguire l'altra normafacendo della violenza o bestialità l'ingiustizia tipica. E ciò non solo, ponendo così in vista, a bella prima, i tiranni e i loro imitatori, ma con altre chiare parole. Pier della Vigna riassume e dichiara la sua colpa così:[552]

In eterno verranno alli due cozzi...

In eterno verranno alli due cozzi...

E prima Dante e poi Virgilio ributtano il pien di fango nel suo fango e nella sua pena: Rimani! Via costà! Di più Flegias, il barcaiuolo dello Stige, è colui che grida nell'inferno Virgiliano: Imparategiustizia! Di più gli avari e prodighi sono concepiti come tali che si siano affannati e “rabbuffati„ per contrastare alla “ministra e duce„ che permuta li ben vani: ella ha un occultogiudizio, ellagiudica.[488]Già notai come il mal tenere è principio d'ingiustizia; chè non può alcuno abbondare senza che ad altrimanchi. Dice Dante altrove[489]che nell'avvenimento delle ricchezze “nulla distributiva giustizia risplende„. All'ingresso di questo cerchio è Pluto, che è detto maledetto lupo e il gran nemico; che è perciò l'avarizia, o meglio cupidità, in quanto riesce a mala volontà, cioè a ingiuria. E gl'ignavi, perchè non operarono, furono, sì, privi di ogni virtù, ma specialmente di quella a cui le altre virtù concludono: della giustizia; come della prudenza, che le altre virtù conduce, furono privi quelli del limbo. Tutte queste osservazioni portano a riconoscere che la giustizia c'entra nel disprezzo mostrato contro questi dannati e da Virgilio e da Dante.

Si ricorda e si loda, insomma, la giustizia di Dio a proposito di loro, più che d'altri, perchè nella giustizia in qualche modo offesero. Ma gli ignavi sono nell'inferno del peccato originale, e non peccarono attualmente; ma gli avari e i fangosi sono incontinenti e non maliziosi o ingiusti. Bene; ma gl'ignavi rappresentano la mancanza di “giustizia originale„; ma gli avari sono rei della colpa media tra l'incontinenza e la ingiustizia; ma color cui vinse l'ira e i fitti nel fango ebbero i due vizi contrari alla fortezza, la quale è la virtù che è utile alla giustizia.

La fortezza dei due viatori dell'oltremondo ha qui campo di manifestarsi come non altrove. C'è una città dalle mura di ferro rovente. Sulla porta più di mille caduti dal cielo, pieni di stizza e disdegno. La porta si chiude sul loro petto. Qui è l'arduo veramente: quello contro cui vale la passione dell'ira, quando è col suo ordine. Ricordate l'altra porta? Quella è spalancata. Gl'ignavi che corrono nel vestibolo, quand'erano in vita, esitarono e sostarono avanti una porta aperta. Ladifficultas, tratta dal peccato originale, fu in loro così assoluta che trovarono impossibile la più facile opera. La menoma particella della passion dell'ira, cioè di fortezza, della quale essa ira è cote, sarebbe bastata. Ma avanti la porta chiusa e assicurata e difesa dai mille diavoli, ci vuol invece il massimo di fortezza o d'ira.

Virgilio a ciò si dispone e ciò promette. E dice a Dante: “Perch'io m'adiri, non sbigottire!„ Ma non si vede che s'adiri, esso; non si vede che si prepari, esso, a usare quest'ira. Chè dice subito:[490]

già di qua da lei discende l'erta,passando per li cerchi senza scortatal che per lui ne fia la terra aperta.

già di qua da lei discende l'erta,passando per li cerchi senza scortatal che per lui ne fia la terra aperta.

Dunque aspetta altri, e tuttavia, pur fermandosi ad ascoltare se s'appressa colui che deve aprir la terra, tuttavia dice, con interrotte parole:[491]

Pure a noi converrà vincer la punga. . .  se non . . .  tal ne s'offerse...Oh! quanto tarda a me ch'altri qui giunga!

Pure a noi converrà vincer la punga. . .  se non . . .  tal ne s'offerse...Oh! quanto tarda a me ch'altri qui giunga!

Dante allora dubita che a quelli del limbo sia concesso passare oltre quelle mura e quella porta, escendere nell'inferno della malizia o dell'ingiustizia. E Virgilio risponde, che la cosa è rara, ma possibile; ch'esso andò altra volta sino al più basso; nel “cerchio di Giuda„.[492]E soggiunge: che la palude cinge Dite,[493]

u' non potemo entrare omai senz'ira.

u' non potemo entrare omai senz'ira.

Senz'ira, di chi? di Virgilio? Ma egli aspetta un altro. Eppure, a rassicurar Dante, dice che esso fece già il cammino sino al “più basso loco e il più oscuro„. E tuttavia non dice che egli può farsi strada; dice che “sa„ il cammino. E tuttavia non dice che l'altra volta facesse un viaggio simile a questo che ora fa con Dante; dice che l'altra volta fu “congiurato„ da una maga, per trarre dall'inferno uno spirito. Con quel “vero è„ Virgilio sembra subito preparare il suo ascoltatore alla differenza che c'è tra quel caso e questo. Quella volta non ci fu resistenza da parte dei diavoli, e da parte sua non ebbe luogo ira. Questa volta, sì, occorrerà ira, e sarà una battaglia, ed esso vincerà con l'ira, cioè con la fortezza. Ma la fortezza sarà d'un altro che egli aspetta.

La sua invero non basta: è una fortezza puramente umana. Aristotele,[494]riportato nella Somma,[495]numera cinque modi di fortezza non vera. Lasciando i due ultimi, forte alcun può sembrare piuttosto che essere, se si volge a ciò che è difficile come se difficile non sia. Virgilio in vero si rivolge sulle prime ai diavoli, come se altro con loro non occorresse se non ciò che gli bastò con Minos, con Pluto, conFlegias, e gli basterà poi coi Centauri e Gerione e Anteo.[496]

E il savio mio maestro fece segnodi voler lor parlar segretamente.

E il savio mio maestro fece segnodi voler lor parlar segretamente.

Ma i diavoli vogliono trattener lui e rimandar Dante: e poi si richiudono. Che fa e dice e pensa Virgilio? Per tre guise succede che alcuno sembri forte e non sia: per ignoranza, quand'egli non percepisce la grandezza del pericolo; per avere egli buona speranza di vincere il pericolo, quand'egli abbia sperimentato d'esserne sovente scampato; per una cotale scienza e arte, come accade nei guerrieri, che, per la perizia delle armi e l'esercizio, non stimano gravi i pericoli della guerra, credendo di potersi difendere contro loro mediante loro arte. E così Virgilio dice che vincerà la prova, contro ogni difensione dei diavoli, mentre il fatto mostra che da sè non avrebbe vinto; e d'altra parte non prevede il pericolo del Gorgon che, senza il suo subito accorgimento, avrebbe, sì, tolto il passo a Dante. E conforta Dante ad aver buona speranza; ed esso medesimo ricorda d'aver fatto quella strada e accenna a un'arte, che è appunto la magica:[497]

vero è ch'altra fiata quaggiù fuicongiurato da quella Eriton cruda,che richiamava l'ombre a' corpi sui.

vero è ch'altra fiata quaggiù fuicongiurato da quella Eriton cruda,che richiamava l'ombre a' corpi sui.

Non mi par dubbio che il Poeta delinei negli atti e nelle parole di Virgilio questa sorta di fortezza apparente;con questo, che non tanto egli la giudica apparente e non vera, quanto inferiore e non somma. Che egli conosce una nobiltà (che è la perfezione della virtù conveniente alle singole età), la nobiltà, “divina cosa„ cui quelli che hanno “sono quasi Dei„. Invero “come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica per lo testo di Omero...„[498]Il passo d'Aristotele è quello donde il Poeta ricavò la triplice disposizione che il ciel non vuole: malizia, incontinenza e bestialità, intesa a modo suo più forse che del filosofo. Egli lesse dunque: “Alla bestialità converrà dire che s'opponga la virtù sovrumana, eroica in certo modo e divina; come Omero ha indotto Priamo a dir di Ettore, perchè era assai forte (buono). E' non pareva essere figlio d'uomo mortale, sì di un Dio„.[499]

E qui ci vuole uno la cui fortezza sia eroica, e che possa chiamarsi nobilissimo e divino: il che dà alla fortezza o nobiltà di Virgilio il carattere di minore e non di falsa. Ci vuole uno che abbia veramente esperimentato il pericolo. E con questo, bisogna che si trovi nella condizione di Virgilio, per poter scendere e sia quindi “del primo grado„ anch'esso, poichè quelli, sebben di rado, fanno quel cammino del basso inferno. Inoltre deve essere tale che, essendo pur esso che vince la punga, Virgilio possa ragionevolmente aver detto: “Pur a noi converrà vincere„.

Ed ecco viene l'aspettato: il suo eroe. Pare un vento impetuoso. Tutti quei clamorosi e rissosi colpevolicontro fortezza, perchè audaci, perchè, diremmo noi, spacconi, fuggono a lui, calmo e sicuro, davanti e fanno groppo di sè “Al passo„ egli passa Stige “con le piante asciutte„. Egli è, a questi segni, il veramente forte.

E qui la riprova ch'egli è del limbo. Ecco. L'offende l'aer grasso. Mena innanzi spesso l'una mano. Parea stanco solo di quell'angoscia. Ebbene? Ricordiamo: quelli del limbo sono “sol di tanto offesi„ che desiderano l'alto sole senza sperarlo,[500]e sono in luogo tristo “di tenebre solo„.[501]Dell'angoscie infernali essi non conoscono che l'aer grasso.

È del limbo dunque. Or chi può essere tra gli spiriti magni del limbo questo supremamente forte? questo di cui Dante dice:[502]

Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo?

Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo?

questo per cui Dante si volge al maestro, per dirgli alcunchè?

E quei fe' segnoch'io stessi cheto ed inchinassi ad esso.

E quei fe' segnoch'io stessi cheto ed inchinassi ad esso.

Nel limbo, sopra il verde smalto, vide Dante molti spiriti magni. Di questi prima Elettra madre di Dardano e dei Dardanidi; prima Elettra con molti compagni,[503]

tra' quaiconobbeed Ettore ed Enea,

tra' quaiconobbeed Ettore ed Enea,

Di nessun altro egli dice, d'averlo conosciuto; sì,veduto. Conobbe soli questi due e Cesare. È impossibile non ricordare a questo punto che a provare che il popolo Romano ha diritto all'impero, perchè è il nobilissimo dei popoli, e che è tale perchè il suo padre fu il nobilissimo degli eroi; prima di recare le prove della sua nobiltà ereditaria e di parlare, a ciò, anche dell'avola vetustissima, Elettra; Dante, a dimostrare la nobiltà propria di Enea, dice:[504]“S'ha da ascoltare lo stesso (Virgilio) nel sesto. Quivi, parlando di Miseno morto, che era stato ministro d'Ettore in guerra e, dopo la morte d'Ettore, s'era dato come ministro a Enea, dice esso Misenonon inferiora sequutum, facendo comparazione di Enea a Ettore cui sopra tutti Omero glorifica...„ In quel terzetto è tutto questo pensiero. Ed egli pone primi tra gli spiriti magni i fondatori dell'impero, dall'avia vetustissimaa Cesare; e dice d'aver conosciuto Ettore ed Enea, nonchè Cesare, perchè sono gli eroi dell'Eneide, e l'Eneide egli la sa tutta quanta. E l'Eneide è come il Vangelo profano del suo poema; e il suo eroe è messo insieme a San Paolo, quale esempio d'uomo che corruttibile ancora andasse ad immortale secolo.[505]Questo Dante crede sulla parola di Virgilio: Tu dici. Or dunque poichè questo messo è del limbo, e perchè Dante s'accorge bene di lui e si rivolge subito a Virgilio per dirgli qualche cosa riguardo, certo, a questo suo essersi accorto di lui, noi possiamo facilmente indurci a credere che sia appunto Enea. Enea ha fatto quel cammino nelle condizioni proprie di Dante, ossia di corruttibile ancora; e non in quelle di Virgilio purospirito; perciò ha intera esperienza. Inoltre nessuno meglio di lui può attraversare con le piante asciutte la palude dei due vizi collaterali alla fortezza. Dante in vero lui, sulla fede di Virgilio, dichiara sopra tutti fornito, oltre che del freno che si chiama temperanza, anche dello sprone che si chiama fortezza;[506]di quella che egli altrove dice “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„;[507]di quello spronare per il quale “Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello inferno, contro tanti pericoli„. Ciò spiega, come egli passi la palude dell'infirmitase come i finti audaci si abbichino qua e là, come rane, fuggendo da lui. Ma c'è di più: egli apre la porta. La porta chiusa è quella della malizia che ha per fine l'ingiuria, ossia della ingiustizia. Ebbene come la palude dei vizi contrari a fortezza, è passata al passo con le piante asciutte da un supremamente forte, così la porta chiusa dei peccati contrari a giustizia, deve essere disserrata da un supremamente giusto. E questi è Enea. Dante cita le parole di Ilioneo:[508]“Re nostro era Enea, di cui nessun altro fu più giusto...„ E Virgilio dice a lui, sul primo mostrarsi:[509]

Poeta fui, e cantai di quel giustofigliuol d'Anchise...

Poeta fui, e cantai di quel giustofigliuol d'Anchise...

Enea è il giusto, per eccellenza: pensa Dante.

Ed è invero il padre dell'alma Roma e di suo impero;[510]dell'impero che è la perfezione della vita attiva o civile, quando Cesare siede nella sella. E lagiustizia è la virtù che assomma le altre, con il cui uso si ottiene la beatitudine buona, se non ottima. E così Virgilio s'annunzia come il poeta dell'eroe giusto e padre dell'impero; quasi dicesse il poeta dell'attività o civiltà umana. E così Dante esce in quei ricordi così intempestivi, come sembrano, del successor di Piero e del papale ammanto. Al cantor della vita attiva Dante,a voler dir lo vero, con la modestia del discepolo, col rispetto all'infelice, soggiunge: la qual vita attiva o civile è preparazione all'altra, alla contemplativa o spirituale. Nè a caso è ricordato con Enea, Paolo: il primo scese agl'inferi, l'altro salì ai cieli; l'uno per la giustizia, che assomma le virtù cardinali, l'altro per la fede, che assomma le virtù sante; l'uno per il cammino del mondo, l'altro per quello di Deo. Ma basti per ora. Tuttavia chiediamo a Dante un altro perchè. Perchè quelli “del primo grado„, quelli che senza speme vivono in desìo, fanno, di rado bensì, ma qualche volta fanno, il cammino per il quale va Virgilio? Si muovono, cioè, per l'inferno, al contrario degli altri dannati, che sono confinati nel luogo della lor pena? Discendono per li cerchi dell'incontinenza ed entrano dalla porta della malizia e giungono infino all'ultimo dei tre cerchietti? Hanno, cioè, il passo per tutti i cerchi del peccato attuale? Risponde, per ora, il poeta: Perchè essi non si vestirono le tre virtù teologali, ma[511]

senza vizioconobber l'altre e seguîr tutte quante.

senza vizioconobber l'altre e seguîr tutte quante.

Ebbero, cioè, le virtù contrarie alle tre disposizioni.

Ora dal limbo scende, come vento impetuoso, alcuno, “passando per li cerchi senza scorta„; per li cerchi dell'incontinenza di concupiscibile. Come non è questi il modello che Dante pone, di temperanza, anche dove quel personaggio non ha attinenza così grande con l'argomento del libro, che è il Convivio? Dove dice: “Quanto raffrenare (cioè l'uso del freno che dicesi temperanza) fu quello, quando avendo ricevuto da Dido tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo trattato si dirà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partì, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneide è scritto!„ E poi lo pone a modello di fortezza, dicendo: “Quanto spronar fu quello, quando esso Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno... contro a tanti pericoli, come nel sesto della detta storia si dimostra!„. In quel “senza scorta„ chi non vede sottinteso il pensiero “nemmeno con Sibilla questa volta, ma solo affatto?„ Se era modello di fortezza entrando solo con Sibilla, chi non vede che il poeta qui lo presenta solo affatto, senza scorta, senza la sua scorta, perchè ne vuol fare l'esempio della fortezza assoluta? Chi non vede? I ciechi, o quelli che chiudono gli occhi, per non vedere la fiammolina della lucerna ch'altri accenda. Ma ognuno deve vedere, col ricordo dell'Acheronte, col ricordo dell'alto sonno che è un alto passo e somiglia al passo della selva la quale è una riviera; col ricordo che passar l'Acheronte è morir la morte da esso fiume significata; deve vedere che passar lo Stige, passarlo al passo, con le piante asciutte, vale aver morta la morte significata da esso fiume: lamorte dei vizi collaterali alla fortezza. E qui abbiamo una gradazione innegabile. Virgilio e Dante lo passano sulla barca di Flegias: il Messo, a piedi, al modo che e Virgilio e Dante passano il fiumicello del limbo come terra dura.[512]Quel fiumicello significa appunto scienza o ignoranza, secondo chi lo passa o no. È ignoranza per gl'ignoranti che non lo possono passare; è scienza per chi sa, a cui è terra dura. Così Acheronte e Stige sono morte e vita: morte, lo Stige per esempio, ai non forti, vita ai forti. E i non forti non possono andar oltre, e i forti sì. Ora poichè quelli del limbo sono corporalmente morti e Dante è corporalmente vivo, si dovrebbe attendere il solito divario tra il vivo e i morti. Ma no. Dante fa la questione se quelli del limbo possano o no scendere nell'inferno basso, passare per i cerchi, scendere dalle rovine, entrar dalle porte che gli avversari chiudono, passare i fiumi che solo a certe condizioni si passano; ed ha risposta, che sì, possono. Dunque quelli del limbo sono eccettuati, e, fuori che per il primo passo, per quello d'Acheronte, essi scendono ed entrano e passano alle condizioni de' corporalmente vivi. E ho detto il perchè: perchè ebbero le virtù opposte alle tre disposizioni, cioè la vita opposta a quelle tre morti. Mancò loro solo la vita opposta alla morte dell'Acheronte. Ma questa morte comprende tutte le altre morti: la mancanza di battesimo involve tutto il peccato, tutta la tenebra, tutta la morte. E così? Così Catone dirà di Marzia che[513]“di là del mal fiume dimora„; misticamentedimora, mentre, localmente, dimora di qua, di qua dell'Acheronte, non di là. Chè quelli del limbo sono morti della seconda morte, della morte totale, perchè non adorarono debitamente Dio: morti dellavulneratio; e sono nel tempo stesso vivi delle altre morti, vivi delle tre disposizioni, vivi delle quattro ferite, perchè ebbero le quattro virtù.

La nobiltà o virtù o fortezza eroica o divina del Messo vale ad aprire la porta di Dite, cioè la porta dell'ingiustizia: vale per la giustizia. Ora l'Enea del Convivio è il tipo della temperanza e della fortezza; ma si noti ch'egli è tale “nella parte dell'Eneida ove questa età si figura, la quale parte comprende il quarto e 'l quinto e 'l sesto libro dell'Eneida„.[514]Dante avrebbe trattato di lui nel seguito del Convivio, perchè egli promette di parlarne “nel settimo Trattato„. Il Convivio restò interrotto; ma il poeta ne parla invece nelMonarchiae nel Poema sacro. E ne parla per dire ch'egli è il nobilissimo padre del popolo Romano e ch'egli è “il giusto figliuol d'Anchise„, che

fu dell'alma Roma e di suo imperonell'empireo ciel per padre eletto.

fu dell'alma Roma e di suo imperonell'empireo ciel per padre eletto.

La sua vittoria, che fu l'istituzione del perfetto stato di vita civile, come a dire, il trionfo della giustizia, fu cagionata dalle cose che intese negl'inferi. C'è,mi pare, un processo di proporzione evidente tra Enea e il Messo. Enea è portato ad esempio di perfetta temperanza e fortezza, e poi è detto giusto per eccellenza e instauratore della giustizia; il Messo è dimostrato supremamente temperante e forte, per la sua discesa senza scorta dai cerchi della concupiscenza, e poi è detto aprire la porta della ingiustizia. E le prime parole ch'egli dice ai diavoli e tutte le altre suonano questo senso: Perchè vi ribellate alla giustizia di Dio? Chè malizia per eccellenza, cioè ingiustizia, è la opposizione a Dio.

E il Messo apre con una verghetta. Apre con essa la porta di Dite. Avanti la porta arcuata che interrompe le mura ferree della casa di Dite (che Dante forse confuse e a ogni modo fuse con la porta e le mura del Tartaro) l'Enea Virgiliano figge il ramo d'oro, che il poeta chiama “venerabile donum fatalis virgae„.[515]O non è quella verghetta? Come si doveva Dante rappresentare quell'Enea ch'egli diceva di non essere, ma di cui imitava ora il viaggio, se non con la verghetta in mano? Ma nell'Eneide la verghetta non serve ad aprire e passare. Eppure nel testo di Virgilio Dante leggeva:[516]

Occupat Aeneas aditum  .  .  .  ..  .  .  .  ramumque adverso in limine figit;

Occupat Aeneas aditum  .  .  .  ..  .  .  .  ramumque adverso in limine figit;

e leggeva in Servio:ingreditur, sicut supra diximus. Esupra[517]leggeva la medesima espressione per dire proprio: entra. E più sopra[518]leggeva che mediante quella “fatale verga„ si faceva traghettareda Caronte. Insomma, o trasformasse o frantendesse, nell'Eneide aveva la ispirazione o il modello di quest'uffizio del ramo d'oro. E non basta. In Servio il Poeta leggeva: “accostarsi alle sacre cerimonie di Proserpina non poteva se non preso il ramo„; e celebrare i misteri di Proserpina Servio dichiara come “andare agl'inferi„. Sapeva dunque il Poeta tutta la virtù simbolica del ramo in relazione a Proserpina. E chi non resta qui colpito dallo strale della verità, quando ripensa che in questo episodio è mentovata “la regina dell'eterno pianto„, e poco dopo “la donna che qui regge„?[519]O non è qui Proserpina richiamata dalla “verghetta„, dal ramo? Il qual ramo, infine, è detto da Servio simbolo di ciò “che si devono seguire le virtù„.[520]Che più? E anche un'altra particolarità ha il Messo che ha anche l'Enea di Virgilio. Il Messo è noiato “dall'aer grasso„, traversando lo Stige. Enea, entrando, come Dante forse interpretava, prima di figgere la verga, o forse, come egli ancora interpretava, prima di battere con essa alla porta, “sparge il corpo d'acqua recente„. E Dante leggeva in Servio: “Recenti; semper fluenti, dixit hoc propter paludem Stygiam„. Leggeva, o non aveva bisogno di leggere: “spargit aqua; purgat se nam impiatus (al. inquinatus) fuerat aspectu Tartari„.

Dante si spiegava un po' grossamente quel lavacro lustrale: come se Enea fosse tinto dall'aria tinta, dall'aer grasso. E così fa che il suo Messo senta quella noia. Or come non è Enea che la risente?E il Messo parla. Non è Enea che ricorda il discorso di Caronte, la prima volta che discese?[521]“Egli venne a legare il custode del Tartaro...„: chè dice: Cerbero vostro. E in quel medesimo discorso Proserpina è chiamata “la signora„. Come non se ne ricordò Dante allor che disse “la signora dello eterno pianto„? E ancor più significativo, e adatto ad Enea, eroe pagano, come la menzione di Cerbero, è quel verso:[522]

Che giova nellefatadar di cozzo.

Che giova nellefatadar di cozzo.

Dante aveva presente ilDesine fata deumdella Sibilla; aveva presente, sopra tutto il comento di Servio alle parole “verga fatale„; comento che si riduce a richiamare ilsi te fata vocant.[523]Anche la forma “fata„ è importante; come importantissimo è il notare che il verso

ond'esta tracotanza in voi s'alletta?

ond'esta tracotanza in voi s'alletta?

è la traduzione d'un esametro virgiliano seguito a poca distanza dall'altro pur tenuto presente:[524]

unde haec... tibi tam dira cupido?. . . . . . . . . . . . .Desine fata deum flecti sperare.

unde haec... tibi tam dira cupido?. . . . . . . . . . . . .Desine fata deum flecti sperare.

Mirabile, e degno di attento studio, è questo appropriare che Dante fa del linguaggio alle sue persone: da Nembroto che parla la sua lingua inintelligibile,a Virgilio che a Sordello si rivela con la prima parola del suo epitafio: Mantova (meglio, forse,Mantua), che doveva, mi pare, seguire conme genuit.[525]

La prima volta: ho detto; ho detto: risente. Invero si meditino queste poche parole[526]pronunziate dalla Sibilla, parole alle quali perciò Dante poteva attribuire un senso misterioso: “Se hai tanto affetto e desìo

bis Stygios innare lacus, bis nigra videreTartara:„

bis Stygios innare lacus, bis nigra videreTartara:„

parole di quel discorso dove sono la porta sempre aperta e la facile discesa all'Averno, e le selve e il ramo d'oro, e la verga che rinasce dove fu svelta, e altro ancora, che Dante tenne a mente. Dunquebispassare lo Stige,bisvedere il Tartaro (che in Dante è la città di Dite, sia perchè fuse o sia perchè confuse):bis, due volte. Non egli mise d'accordo qui il suo vangelo profano coi suoi libri sacri? non la Comedia qui dichiara e corregge la Tragedia? Enea, per Dante, è nel limbo. Ma Virgilio, per bocca della Sibilla, dice che due volte egli è per vedere lo Stige e il Tartaro. Una volta li vide in quella andata. La seconda, quando? Chè morendo, nel limbo andò; non passò lo Stige nè vide (si noti la precisione!) il Tartaro più. Dunque? Questa volta, dunque. Oh! potessi evocare Dante! Chè questo ci vorrebbe, solo questo basterebbe, per certi increduli o pervicaci o ciechi! Dante padre, non è vero che tu al maestro, quando ti volgesti, volevi dire: “Ora vedo come tu hai detto che due volte costui, il tuo eroe, avrebbepassato lo Stige e veduto il Tartaro o Dite„? Non è vero, Dante padre?

Ma continuano e continueranno a dire che quel Duca,[527]cieco d'occhi, era cieco anche di mente, quelli, e son tanti, che hanno gli occhi e non vedono!

Dante e Virgilio entrano in Dite “senza alcuna guerra„. La guerra c'era stata e l'ira c'era voluta, e un'alta ira animatrice d'una eroica fortezza: la fortezza di lui che già nella Eneide presentava la spada nuda alle ombre e ai mostri dell'Averno; di lui pio, le cui parole sono sante.[528]Ora sono, al medesimo piano, presso a poco, della palude stigia, lungo gli spaldi della città roggia, in un cimitero.[529]I coperchi delle arche sono alzati: nessuno fa guardia. È il fatto, per una parte, degl'ignavi del vestibolo, che non escono sebbene la porta sia aperta. E per l'altra è il fatto del limbo, anzi del nobile castello; chè qui sono grandi e sapienti, e nessun male di loro si può raccontare, salvo che uno:mala luce.[530]In verità sono eresiarche; e sono di loro i seguaci d'Epicuro[531]

che l'anima col corpo morta fanno.

che l'anima col corpo morta fanno.

Quelli del limbo ebbero il lume che è tenebra. Peccarono per l'ignoranza originale. Questi ebbero malaluce. Dio splende a loro sin laggiù. Si direbbe ch'essi il lume che vien dal sereno, l'avessero avuto; che fossero redenti, insomma: in vero Farinata nomina il secondo Federico e il Cardinale, e si vede il Cavalcanti, e su un grande avello è il nome d'un papa; e la parola eresiarche porta a pensare a cristiani dissidenti, e non a pagani.

Pur v'è Epicuro.[532]Dante forse lo considera come un eresiarca di quelle scuole filosofiche, che pur avanti il Cristianesimo, pur non potendo vedere l'alto Sole, avevano qualche lume, dirò, riflesso da Dio: quel lume che è simboleggiato nel fuoco e nella luce del nobile castello. Gli eresiarche, con quel barlume da Dio che splende loro anche nell'inferno, vedono ciò che è lontano e ciò che s'appressa o “è„, non vedono. Nella vita era il medesimo; e così in loro si osserva il contrappasso. Vedevano ciò che è lontano: erano in vero prudenti e savi imperatori, papi, uomini di parte e di guerra, dotti: ciò che è tanto vicino a noi che è in noi, non vedevano. In che differiscono dai sospesi nel limbo? In questo che essendo dentro Dite è punita in loro la malizia, di cui ingiuria è il fine; e non v'è fine senza volontà. Quellamalaluce implica dunque l'inordinazione della volontà. Ma anche il difetto degli spiriti magni è volontario. Sì, ma quasi, ma in un certo modo, ma nel primo parente. In questi è del tutto e assolutamente e personalmente volontario, e si tratta del medesimo lume che è tenebra: ossia d'ignoranza. Ignoranza dunque volontaria. Però senza ingiuria. Gli eresiarche se avessero commesso ingiuria, sarebbero,per esempio, tra quelli che fecero forza nella Deitade[533]o tra gli autori di scismi o anche tra i traditori. Il loro fu peccato omninamente speculativo.

Di loro non si ragiona nella partizione che fa Virgilio dei peccati e delle pene. E così non si ragiona, in quella, degl'ignavi del vestibolo e dei sospesi del limbo. D'un dei peccatori si dice che fu di quelli “che a ben far poser gli ingegni„, e che fu sì degno.[534]A questo Dante desidera parlare, e da tempo, e gli mostra riverenza e ammirazione e anche pietà.[535]Tutto ciò e con proprie parole e sopra tutto col fare dell'Uberti il più sublime e del Cavalcanti il più affettuoso de' peccatori infernali; col persuadere a noi la riverenza e l'ammirazione e la pietà per loro. Inoltre lo sdegnoso è chiamato “magnanimo„[536]cioè forte. Ed ecco che Farinata e gli altri sono il proprio contrario dei non forti che schiamazzano e gorgogliano alle falde della città; come Virgilio, pur magnanimo,[537]e gli altri spiriti magni sono il proprio contrario degli sciaurati che corrono e gridano oltre il fiume. In verità gli sciaurati e i sospesi sono al loro posto, per ladifficultaso infermità originale i primi, per l'ignoranza pur originale i secondi; e qui i fangosi sono fuor di Dite per l'infermità attuale, che li rese inetti alla giustizia, e i sepolti sono dentro Dite per ignoranza attuale o volontaria o mala, non ostante la loro giustizia.

Nel limbo Dante vede la “scuola di quel signor dell'altissimo canto„; ha dai grandi poeti, dopo che essi hanno un po' ragionato con Virgilio, un salutevolcenno; è fatto della loro schiera, parla con loro di cose[538]

che il tacere è bellosì com'era il parlar colà dov'era.

che il tacere è bellosì com'era il parlar colà dov'era.

Avanti la tomba di Farinata egli apprende il proprio esilio,[539]e la vanità del tentativo di ritorno. Gloria e dolore, connessi insieme, connettono il nobile castello e il cimitero. E del resto anche qui si parla di altezza d'ingegno.[540]E come là si ragiona di fede, qui si parla di Beatrice:[541]

La mente tua conservi quel ch'uditohai contra te: mi comandò quel saggio:ed ora attendi qui! E drizzò il dito.Quando sarai dinanzi al dolce raggiodi quella,il cui bell'occhio tutto vede,da lei saprai di tua vita il viaggio.

La mente tua conservi quel ch'uditohai contra te: mi comandò quel saggio:ed ora attendi qui! E drizzò il dito.

Quando sarai dinanzi al dolce raggiodi quella,il cui bell'occhio tutto vede,da lei saprai di tua vita il viaggio.

A me basti osservare che qui come nel primo cerchio, si ricorda una sapienza massima; e che quel cerchio è il luogo tristo di tenebre, e che queste arche hanno un barlume che si ha a spegnere nel giorno dell'ira. E qui Virgilio dà al discepolo un consiglio di prudenza: ricordarsi ciò che ha udito quivi ma aspettar lume da Beatrice. E qui Virgilio prudentemente fa sostar Dante[542]

sì che s'ausi prima un poco il sensoal tristo fiato;

sì che s'ausi prima un poco il sensoal tristo fiato;

e qui l'ammaestra intorno ai peccati e alle pene, egli ricorda i suoi studi, la sua Etica, la sua Fisica, e lo rimprovera dolcemente delle sue dimenticanze. C'è per i dannati, in questo cerchio, l'ignoranza, e per Dante la prudenza.

E si scende nel cerchietto dai tre gironi, dove è punita la malizia con forza o violenza. Nel primo girone, contro gli uomini; nel secondo, contro sè e contro le cose sue; nel terzo, contro Dio, la natura e l'arte. Per scendere c'è una rovina guardata da un'“ira bestiale„. Virgilio dice di averla spenta.[543]Come la spense? Il savio grida ver lui, lo chiama bestia, gli ricorda la sua morte sotto la mazza di Teseo, gli ricorda lo scorno della sua sorella, gli ricorda le sue e altrui pene. Egli come toro ferito e non finito, non sa più gire; saltella qua e là, sì che mentre è in furia, Dante può scendere. L'ira quando è portata al sommo grado, rende impotente l'uomo.

Si direbbe che il Minotauro potrebbe rappresentare il vizio di Filippo Argenti, che volge i denti contro sè medesimo. Potrebbe; se Dante non avesse saputo di che cibo si pasceva quella bestia uccisa dal duca di Atene. Il Minotauro sta a rappresentare un altro effetto della passione ira: una cieca cupidigia e ira folle; diciamo, una “violenza„ per la quale alcuno “noccia„.[544]Diciamo in fine, la passione dell'ira che genera la “matta bestialità„. Chè questo è altro nome di quella che si chiama malizia con forza e violenza. Così omettendo il cerchio sesto degli eresiarche, il quale per tante ragioni dette e da dirsi, sta a parte, Enea, il nobilissimo ha, per la sua temperanza disceso i cerchi della concupiscenza,per la fortezza ha passato a piedi asciutti la palude dei due vizi contrari a fortezza; per la giustizia ha disserrata la porta dell'ingiustizia; per la virtù eroica ha dischiuso il cammino a ciò che della virtù eroica è l'opposto: alla bestialità.

Ma la violenza è proprio bestialità? Invero nell'Etica Nicomachea il concetto di bestialità sembra differire da quello di Dante, se Dante chiama bestialità la violenza. Pure anche lì,[545]con i cannibali e altri depravati, sono messi quelli che violano la natura ne' loro piaceri; e tra altri dementi e morbosi è ricordato Falari, il cui bue Dante conosceva. Or nel primo girone sono i tiranni e nel terzo i sodomiti. Ma con un'altra opera Aristotele può aver suggerito al Poeta non solo che violenza, ossia la prima specie della malizia o ingiustizia, è bestialità; ma che la bestialità tipica è quella appunto dei tiranni, che primi Dante vede nella riviera di sangue. E troviamo in quel passo il leone, che può benissimo essere il nesso che nel pensiero di Dante collegò la vis Ciceroniana con la bestialità Aristotelica. A proposito di questa il filosofo osserva: “chi ha fatto più mali, tra un leone e Dionisio o Falari e Clearco e simili malvagi uomini?„[546]Dove è da osservare che dopo Alessandro, nell'enumerazione che fa il Poeta, dei tiranni, è Dionisio fero: fero, cioè bestiale; chèferitastrovava egli per bestialità a ogni tratto.[547]Or quando si pensi che la violenza è la prima specie dell'ingiustizia, si troverà che certamente egli la chiama ancora bestialità, da chi consideriqueste parole: “Il nome di sevizia e ferità si intende dalla somiglianza delle fiere che si dicono ancorasaevae. Chè siffatti animalinoccionoagli uomini, per pascersi de' loro corpi, non per alcuna causa digiustizia, la cui considerazione pertiene alla ragion sola. E perciò, a parlar propriamente, ferità o sevizia si dice secondo che alcuno, nelpunire, non considera la colpa di colui che è punito, ma solamente questo, ch'e' si diletta nel tormentare gli uomini. E così è palese che è una specie di bestialità; chè tale diletto non è umano, ma bestiale„.[548]E s'aggiunge, che questa ferità o sevizia non si oppone a clemenza, ma a quella sopraeccellente virtù che il filosofo chiama eroica e divina. Bestialità è dunque la prima specie d'ingiustizia; e perciò i tiranni e i masnadieri che scannarono e taglieggiarono non solo sono i primi che si vedano, ma sono in Flegetonte. Questo è il fiume che corrisponde alla rovina guardato dalla “ira bestiale„. Or negli altri due fiumi del peccato attuale, sono puniti i rei della sorta più rea della disposizione. Lo Stige nel suo fango invischia gl'incontinenti d'irascibile, il Cocito nel suo ghiaccio serra i fraudolenti in chi si fida. Abbiamo visto che degl'incontinenti i peggio trattati sono appunto quelli del pantano; vedremo quelli di Cocito. Ora perchè il Flegetonte non bolle nel suo sangue i più rei, sì i meno? Certo Dante trovò più appropriato il bollor dell'onda rossa a quelli che dieder di piglio nel sangue; forse Dante era ispirato dalla fossa piena di sangue cui Annibale disse bello spettacolo;[549]sì che trovò giusto fare che le anime nonpossano svellersi più dalla vista che al loro “ciglio„ fu sì gradita.[550]Vero o probabile che ciò sia, Dante mostra per chiari indizi che egli diverge dalla sua norma, qui; poichè avendo stabilito che il fiume sia d'una pena e d'un peccato l'un estremo come la rovina è l'altro, qui finge che esso riconosca Flegetonte solo all'ultimo, quando egli è nell'ultimo girone che punisce la colpa più grave, ossia la violenza contro Dio, mentre la riviera rossa e' l'ha veduta nel primo.[551]

Maestro, ove si trovaFlegetonte?

Maestro, ove si trovaFlegetonte?

Ma egli attese, oltre che a tutto il resto, anche a dichiarare che la violenza o malizia con forza o bestialità era un peccato contro la giustizia; e ciò non poteva meglio dimostrare che immergendo nel bollor vermiglio quelli dei violenti che in esercitar la giustizia non avevano servato ordine. La giustizia; o la vendetta, che sono sovente la stessa cosa e hanno, sì presso Dante e sì presso i dottori, lo stesso nome. Ora noi dobbiamo ricordare che avendo il Poeta accolto (come ormai ha da essere poco dubbio) la teorica delle quattro ferite, qui sarebbe la ferita a cui è contraria la giustizia: la ferita della malizia in genere. Ed esso pur dovendo, per gli altri suoi concetti morali e poetici, qui collocare un peccato in cui non è intelletto e c'è solo, di ciò che è peculiare agli uomini, la volontà; sa pure seguire l'altra normafacendo della violenza o bestialità l'ingiustizia tipica. E ciò non solo, ponendo così in vista, a bella prima, i tiranni e i loro imitatori, ma con altre chiare parole. Pier della Vigna riassume e dichiara la sua colpa così:[552]


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