Chapter 5

Ah! si ha un bell'avere la fibra forte: in quel momento si diventa bianchi come cadaveri!

Io non ricordo che in confuso ciò che seguì nei primi istanti; non so dove avessi la testa. Il toro si slanciò contro il primopicador, poi retrocedette, riprese la corsa, e si slanciò contro il secondo; seguì una lotta, non ricordo; di lì a un minuto il toro si slanciò contro il terzo; poi corse in mezzo all'Arena, si fermò e guardò. Guardai io pure e mi copersi il viso colle mani. Tutta la parte dell'Arena che il toro aveva percorso era rigata di sangue; il primo cavallo giaceva in terra, col ventre squarciato, colle viscere sparse; il secondo, col petto aperto da una larga ferita da cui sgorgava il sangue a fiotti, andava qua e là barcollando; il terzo, ch'era stato buttato a terra, si sforzava di rialzarsi; ichulos, accorsi in fretta, sollevavano da terra ipicadores, toglievan la sella e le briglie al cavallo morto, cercavan di mettere in piedi il ferito; un urlìo d'inferno risuonava da tutte le parti del Circo. Così comincia per lo più lo spettacolo. I primi a ricever l'urto del toro sono ipicadores; l'aspettano di piè fermo, e gli piantano la lancia tra capo e collo nell'atto ch'ei s'abbassa per dar la cornata al cavallo. La lancia, si noti, non ha che una piccola punta, che non può aprire una ferita profonda, e ipicadoresdebbono, facendo forza col braccio, tener il toro lontano, e salvarela cavalcatura. Ci vuol un colpo d'occhio sicuro, un braccio di bronzo e un cuore intrepido; non sempre ci riescono; anzi non ci riescono il più delle volte, e il toro pianta le corna nella pancia del cavallo, e ilpicadorcade a terra. Allora icapeadoresaccorrono, e mentre il toro sbarazza le corna dalle viscere della sua vittima, gli agitano lecapassugli occhi, lo distraggono, si fanno inseguire, e lasciano in salvo il cavaliere caduto, che ichulosvanno a soccorrere, per rimetterlo in sella se il cavallo regge ancora, o portarlo all'infermeria, se si è sfracellata la testa.

Il toro, fermo in mezzo all'Arena, colle corna insanguinate, anelante, guardava intorno come per dire:—Ne avete assai?—Uno stuolo dicapeadoresgli corse incontro, l'attorniò, e cominciarono a provocarlo, a aizzarlo, a farlo correre di qua e di là, scotendogli le cappe sugli occhi, facendogliele passare sulla testa, attirandolo e sfuggendolo con rapidissime giravolte, per tornare a provocarlo e a sfuggirlo daccapo; e il toro a dar dietro or all'uno ora all'altro, a inseguirli fino alla barriera, e là a picchiar cornate contro gli assiti, a scalpitare, a far capriole, a muggire, a riconfiggere le corna, passando, nel ventre dei cavalli morti, a far degli sforzi per saltare nella corsia, a correr l'Arena da tutte le parti. Intanto erano entrati altripicadoresper sostituire i due ai quali era stato ucciso il cavallo, e s'eran posti, lontani l'un dall'altro, dalla banda deltoril, colla lancia in resta, aspettando che il toroassalisse. Icapeadoreslo tirarono destramente da quel lato: il toro, visto il primo cavallo, gli si slanciò contro a capo basso. Ma questa volta il suo assalto andò fallito; la lancia delpicadorgli si confisse nella spalla, e resistette; il toro s'ostinò, ponzò, fece impeto con tutta la sua mole; ma invano; ilpicadortenne duro, il toro dette indietro, il cavallo fu salvo, e uno scoppio fragoroso d'applausi salutò il salvatore. L'altropicadorfu meno fortunato: il toro lo assalì, egli non riuscì a piantar la lancia, il corno formidabile penetrò nel ventre del cavallo colla rapidità d'una spada, si dibattè nella ferita, si ritrasse: gli intestini del povero animale caddero e rimasero sospesi dondolando come un sacco quasi fino a terra; ilpicadorrimase in sella. Qui si vide un'orrenda cosa. Invece di scendere, ilpicador, visto che la ferita non era mortale, diè una spronata e s'andò ad appostare da un'altra parte per aspettare un secondo assalto: il cavallo attraversò l'Arena con le viscere fuor, del corpo, che gli battevan nelle gambe e gl'intralciavano il passo; il toro l'inseguì per qualche momento, e si fermò. In quel punto s'udì uno squillo di tromba: era il segnale che ipicadoresdovevano ritirarsi, s'aperse una porta, se n'andarono l'un dopo l'altro al galoppo; rimasero due cavalli morti, e qua e là guazzi e righe di sangue, che duechuloscopriron di terra.

Dopo ipicadoresvengono ibanderilleros. Pei profani è la parte dello spettacolo, perchè meno cruenta, più dilettevole. Lebanderillassono frecciuole lungheun due palmi, ornate di carta colorata, munite d'una punta metallica formata in modo che, una volta confitta nelle carni, non se ne può più staccare, e il toro agitandosi e scuotendola non fa che configgerla più addentro. Ilbanderilleroprende due di queste freccie, una per mano, e si va a piantar ritto una quindicina di passi davanti al toro, e alzando le braccia e gridando, lo provoca ad assalirlo. Il toro gli si slancia contro; ilbanderillero, alla sua volta, corre verso il toro; questi abbassa la testa per dargli le corna nel ventre, quegli gli pianta lebanderillasnel collo, una di qua e una di là, e con una rapidissima giravolta si salva. Se si china, se gli fallisce un piede, se esita un secondo, è infilato come un ranocchio. Il toro mugge, sbuffa, salta e si mette a inseguire icapeadorescon uno spaventoso furore; in un minuto tutti son saltati nella corsia, l'arena è sgombra, la belva col muso schiumante, cogli occhi sanguigni, col collo rigato di sangue, pesta la terra, si dibatte, percuote la barriera, domanda vendetta, vuol uccidere, ha bisogno di strage, nessuno s'attenta ad affrontarla, gli spettatori empiono l'aria di grida:—Avanti! coraggio! L'altrobanderillero!—l'altrobanderillerosi fa innanzi e pianta le sue freccie, poi un terzo, poi di nuovo il primo. Quel giorno gliene piantaron otto; la povera bestia, quando si sentì configger le ultime due, mandò un muggito lungo, straziante, orrendo, e slanciatosi dietro ad uno dei suoi nemici, lo inseguì sino alla barriera, spiccò un salto, e cascò con lui nella corsia;i dieci mila spettatori si levarono in piedi tutti in un punto, gridando:—Lo ha ucciso!—Ma ilbanderilleros'era scansato. Il toro corse e ricorse avanti e indietro fra le due barriere, sotto una pioggia di bastonate e di pugni, sin che s'abbattè in una porta aperta, rientrò nell'arena, e la porta si richiuse. Allora tutti ibanderillerose tutti icapeadoresgli si slanciarono di nuovo intorno; uno passandogli dietro, gli diè uno strappo alla coda, e disparve come un fulmine; un altro, trapassando rapidissimamente, gli avvolse lacapaintorno alle corna; un terzo spinse l'audacia sino ad andargli a togliere con una mano un piccolo nastro di seta che aveva attaccato sulla groppa; un quarto, più temerario di tutti, puntò un'asta in terra, mentre il toro correva, e spiccato un salto, gli passò al di sopra e andò a cascare dall'altra parte, buttando l'asta tra le gambe dell'animale stupefatto. E tutto questo facevano con una rapidità da prestigiatori e una grazia da ballerini, come se avessero scherzato con una pecora! E intanto la folla immensa faceva rimbombare il circo di risa, di applausi, di grida di gioia, di meraviglia, di terrore.

Squilla un'altra volta la tromba; ibanderilleroshan finito; ora tocca all'espada; è il momento solenne, è la crisi del dramma; la folla si queta, le signore si sporgon fuori dei palchi, il Re si alza in piedi. Il celebre Frascuelo, tenendo in una mano la spada e lamuleta, che è un pezzo di stoffa rossa attaccata a un bastoncino, entra nell'arena, si presenta dinanzi al palco reale, si leva il berretto, econsacra al Re, pronunciando una poetica frase, il toro che va ad uccidere; poi getta il berretto in aria, come per dire:—Vincerò o morirò!—e seguìto dallo splendido corteo deicapeadores, si muove con passo risoluto verso il toro. Qui segue una vera lotta corpo a corpo, degna d'un canto d'Omero. Da un lato la belva colle sue corna terribili, colla sua forza enorme, colla sua sete di sangue, inasprita dal dolore, acciecata dall'ira, torva, insanguinata, spaventosa; dall'altra un giovane di vent'anni, vestito come un ballerino, a piedi, solo, senza difesa con una leggera spadina tra le mani. Ma egli ha diecimila sguardi addosso! Il Re gli prepara un dono! La sua amante è lassù, in un palco, cogli occhi fissi su di lui! Mille signore tremano per la sua vita! Il toro si ferma, lo guarda; egli guarda il toro, e gli agita dinanzi il panno rosso; il toro si caccia sotto, l'espadasi scansa, il corno formidabile gli rasenta il fianco, urta il panno rosso e colpisce nel vuoto. Un tuono d'applausi scoppia su tutte le gradinate, in tutti i palchi, in tutte le gallerie. Le signore guardano col canocchiale e gridano:—Non ha impallidito!—Si fa silenzio daccapo, non si sente una voce, non un bisbiglio. L'audacetorerofa volteggiare a più riprese lamuletasugli occhi dell'animale inferocito, gliela passa sulla testa, tra le corna, intorno al collo, lo fa retrocedere, avanzare, girare, saltare; si fa assalire dieci volte, e dieci volte, con un leggerissimo movimento, scansa la morte; lascia cader lamuleta, la raccoglie sotto gli occhi del toro, gli ridesul muso, lo provoca, l'insulta, se ne trastulla; tutt'a un tratto si ferma, si mette in guardia, alza la spada, piglia la mira; il toro lo guarda; ancora un istante, e si slancieranno addosso, l'un all'altro, nello stesso punto; uno dei due deve morire; diecimila sguardi corrono con una rapidità fulminea dalla punta della spada alla punta delle corna, dieci mila cuori battono di ansietà e di terrore, tutti i visi sono immobili, non si sente un respiro, l'immensa folla par pietrificata,—ancora un istante,—ecco il punto! Il toro si slancia, l'uomo vibra la spada; un solo altissimo grido, seguito da uno scoppio tempestoso di applausi, prorompe da ogni parte; la spada penetrò fino all'elsa nel collo del toro, il toro barcolla, e gettando dalla bocca un fiotto di sangue, cade come colpito da un fulmine. L'uomo ha vinto! Allora segue un tumulto indescrivibile; la moltitudine sembra forsennata; tutti si levano in piedi, scotendo le braccia, gettando alte grida; le signore sventolano i fazzoletti, batton le mani, agitano i ventagli; la banda suona; l'espadavincitore s'avvicina alla barriera e fa il giro dell'arena; via via che passa, dalle gallerie, dai palchi, dalle gradinate, gli spettatori rapiti d'entusiasmo gli gettano addosso manate di sigari, portafogli, bastoni, cappelli, tutto quello che cade loro sotto le mani; in pochi momenti il fortunatotoreroha le braccia ingombre di roba, chiama in soccorso icapeadores, rigetta i cappelli agli ammiratori, ringrazia, risponde come può ai saluti, alle lodi, ai titoli gloriosi che gli si gridanda mille parti, e giunge finalmente sotto il palco del Re. Allora tutti gli occhi si rivolgono sul Re. Il Re mette una mano in tasca, tira fuori un portasigari pieno di biglietti di banca e lo butta giù; iltorerolo coglie in aria, la moltitudine prorompe in applausi. Intanto la banda suona l'aria funebre al toro; s'apre una porta, entrano di galoppo quattro stupende mule ornate di pennacchi, di fiocchi e di nastri gialli e rossi, condotte da uno stuolo dichulosche gridano e fan chioccare le fruste; trascinano via un dopo l'altro, i cavalli morti, e poi il toro, che vien subito portato in una piazzetta vicino al circo dove l'aspetta una turba di monelli, per intingere il dito nel suo sangue, dopo di che vien scorticato, tagliato e venduto. Rimasta libera l'arena, squilla la tromba, suona il tamburo: un altro toro si precipita fuori della gabbia, assalta ipicadores, squarcia il ventre ai cavalli, offre il collo allebanderillas, è ucciso da un'espada; e così si presentano nell'arena, l'un dopo l'altro, senza alcuna interruzione, sei tori.

Quante scosse, quanti brividi, quanti accessi di freddo al cuore e di sangue al capo, vi pigliano durante quello spettacolo! Quanti pallori improvvisi! Ma voi, straniero, voi solo impallidite: il ragazzo che avete accanto ride, la fanciulla che vi siede dinanzi è pazza dalla gioia, la signora che vedete nel palco vicino, dice che non s'è mai divertita tanto! Che gridìo! Che esclamazioni! Là per imparare la lingua! Comparisce il toro, è giudicato da mille voci:—Che bella testa!—Che occhi! Quello faràsangue!—Anda que vales un tesoro!—Gli gridano delle frasi d'amore. Ha ucciso un cavallo:—Bueno!—Guarda quanta roba gli ha cavato dal ventre!—Unpicadorfallisce il colpo, e ferisce malamente il toro, o si perita ad affrontarlo: allora è un diluvio d'ingiurie atroci;—Poltrone! Impostore! Assassino! Vatti a nascondere! Fatti ammazzare!—Tutti s'alzano, lo segnano a dito, gli mostrano i pugni, gli tiran sul viso le scorze d'arancio e i mozziconi dei sigari, lo minacciano col bastone. Quando l'espadafredda il toro alla prima, allora sono parole da innamorati in delirio, gesti da pazzi:—Vieni qui, angelo!—Dio ti benedica, Frascuelo!—Gli mandan dei baci, lo chiamano, tendon le mani come per abbracciarlo. Che profusione di epiteti, di frizzi, di proverbi! Quanto fuoco! Quanta vita!

Ma io non dissi che delle vicende d'un toro; in un'interacorridaseguon mille accidenti. In quello stesso giorno un toro cacciò la testa sotto il ventre d'un cavallo, sollevò cavallo e cavaliere, e portatili un po' in trionfo a traverso l'arena, li scaraventò in terra tutti e due come un sacco di cenci. Un altro toro uccise quattro cavalli in pochi minuti; un terzo investì così malamente unpicador, che questo cadde, diè del capo nella barriera e svenne, e fu portato via. Ma non per questo, nè per un ferimento grave, e neanco per la morte d'untoreros'interrompe lo spettacolo; il programma lo dice; se uno muore, ce n'è un altro pronto. Il toro non assaltasempre; ve ne son dei vigliacchi, che vanno incontro alpicador, s'arrestano, e dopo un istante di esitazione, fuggono; altri, dopo il primo assalto, non assaltan più; altri, d'indole mite e benigna, non rispondon neanco alle provocazioni, si lascian venire addosso ilpicador, si lascian piantare la lancia nel collo, danno indietro, scrollan la testa, come per dire:—Non voglio!—, fuggono e poi si voltano, tutt'a un tratto, a guardare con aria attonita lo stuolo deicapeadoresche gl'insegue come se volessero dimandare:—Che volete da me? Che v'ho fatto? Perchè mi volete uccidere?—Allora la folla prorompe in imprecazioni contro il toro vigliacco, contro l'impresario, contro itoreros; e prima qualcuno dei dilettanti deltoril, poi gli spettatori della banda del sole, poi i signori della banda dell'ombra, poi le signore, poi tutti gli spettatori del circo gridano a una voce:Banderillas de fuego!—Il grido è diretto all'Alcade; lebanderillasdi fuoco servono a inferocire il toro; sonbanderillasmunite d'un razzo che s'accende nell'atto stesso che la punta penetra nelle carni, e brucia la ferita cagionando un dolore atroce, e stordisce ed irrita l'animale al punto da mutarlo di vigliacco in temerario, di queto in furioso. Per metter lebanderillas de fuegoci vuole il permesso dell'Alcade; se l'Alcade esita a darlo, tutti gli spettatori s'alzano in piedi; e allora è un colpo d'occhio stupendo; si vedon dieci mila fazzoletti che sventolano come le bandierine di dieci reggimenti di lancieri, e formanodai palchi all'Arena, tutt'intorno, uno strato bianco ondeggiante sotto il quale sparisce quasi la folla; e dieci mila voci gridano:—fuego! fuego! fuego!—Allora l'Alcade cede; ma se s'ostina nel suo no, i fazzoletti spariscono, s'alzano i pugni e i bastoni, prorompono le ingiurie:—No sea usted necio!—Non faccia il minchione!—Non rompa i corbelli!—Las banderillas al Alcalde!—Fuego al Alcalde!

L'agonia del toro è tremenda. Qualche volta iltoreronon aggiusta il colpo a dovere, e la spada penetra bensì fino all'elsa, ma fuor della via del cuore. Allora il toro si mette a correr l'arena colla spada confitta nelle carni, irrigando il terreno di sangue, mandando altissimi muggiti, divincolandosi e scontorcendosi in mille modi per liberarsi da quella tortura; e in quell'impetuosa corsa, qualche volta la spada salta via; qualche volta si configge più addentro, e gli cagiona la morte. Sovente l'espadaè costretto a dargli una seconda stoccata, non di rado una terza, talora una quarta; il toro versa un torrente di sangue; tutte lecapasdeicapeadoresne sono intrise, n'è macchiato l'espada, n'è aspersa la barriera, per tutto cola sangue, gli spettatori indignati coprono iltorerod'ingiurie. Qualche volta il toro profondamente ferito, cade a terra; ma non muore, e resta là immobile, colla testa alta, minaccioso, come per dire:—Venite, assassini, se vi basta l'animo!—Allora la lotta è finita; bisogna accorciar l'agonia; un uomo misterioso scavalca labarriera, s'avvicina a passi furtivi, si apposta dietro al toro, e colto il momento, gli vibra un colpo di pugnale nella testa, che gli penetra al cervello e lo fredda. Spesso neanche questo colpo non riesce; l'uomo misterioso deve vibrarne due, tre, persino quattro; allora l'indignazione del popolo si scatena come una tempesta, gli danno del boia, del codardo, dell'infame, gli augurano la morte, se lo avesser nelle mani, lo strozzerebbero come un cane. Altre volte il toro, ferito a morte, barcolla un pezzo prima di cadere, e barcollando s'allontana a lento passo dal luogo dove fu colpito per andar a morir in pace in un canto appartato; tutti itoreroslo seguono lentamente, come un corteggio funebre, a una certa distanza; la folla tien dietro cogli occhi a tutti i suoi movimenti, conta i suoi passi, misura il progresso dell'agonía; un silenzio profondo accompagna i suoi ultimi momenti; la sua morte ha qualcosa di maestoso e di solenne. Vi son dei tori indomabili, che non vogliono chinar la testa se non traendo l'ultimo respiro; tori che, versando ruscelli di sangue per la bocca, minacciano ancora; tori che, trafitti da dieci colpi di spada, pugnalati, dissanguati, alzano ancora il collo con un movimento superbo che fa retrocedere lo stuolo dei loro persecutori fino a metà dell'arena; tori che hanno un'agonía più spaventevole della loro prima furia, che straziano i cavalli morti, spezzano la barriera, calpestano rabbiosamente lecapassparse per l'arena, saltano nella corsia, corrono intorno colla testa alta guardandogli spettatori con un'aria di sfida, cadono, si rialzano, muoiono muggendo.

L'agonia dei cavalli, meno lunga, è più dolorosa. Ad alcuni il toro spezza una gamba, ad altri trafigge il collo da parte a parte, altri uccide, con una cornata al petto, sul colpo, senza che versin neanco una goccia di sangue; altri, presi dallo spavento, piglian la carriera, diritto davanti a sè, e vanno a urtare la testa con un tremendo colpo contro la barriera, e cadono morti; altri si dibattono lungo tempo in un lago di sangue prima di morire; altri, feriti, sanguinosi, sbudellati, storpiati, galoppano ancora con una furia disperata, vanno incontro al toro, stramazzano, si rialzano e combattono ancora, fin che son portati via, disfatti, ma vivi; e allora gli si rimetton gl'intestini al posto, gli si cucisce la pancia, e servono per un'altra volta; altri, paurosi, all'avvicinarsi della belva, tremano verga a verga, scalpitano, rinculano, nitriscono, non vogliono morire; e son quelli che destano più pietà. Qualche volta un sol toro ne uccide cinque; qualche volta, in unacorrida, ne muoion venti, tutti ipicadoressono intrisi di sangue, l'arena sparsa di viscere fumanti, i tori stanchi di uccidere.

Itoreros, anch'essi, hanno i loro brutti momenti. Ipicadores, talvolta, invece di cadere sotto il cavallo, cadono tra il cavallo e il toro; allora questo si precipita su di loro per ucciderli; la folla getta un grido; ma uncapeadorardito getta lacapasugli occhi alla belva, e rischiando la sua vita salvaquella del compagno. Sovente, invece di slanciarsi contro lamuleta, il toro accorto, si slancia contro l'espada, lo rasenta, lo investe, lo insegue, lo costringe a buttar via l'arma e a salvarsi, pallido e tremante, di là dalla barriera. Qualche volta l'urta colla testa e lo atterra; l'espadasparisce in un nuvolo di polvere, la folla grida:—È morto!—il toro passa, l'espadaè salvo. Qualche volta gli arriva sotto ad un tratto, lo solleva colla testa e lo sbatte da un lato. Non di rado il toro non si lascia pigliar di mira colla spada, ilmatadornon riesce a coglierlo di fronte, e poichè non lo può ferire, giusta gli statuti, che in quel dato punto e in quel dato modo, si stanca inutilmente per lunga pezza, e stancandosi si confonde, e corre cento volte il rischio di farsi uccidere; e intanto la folla urla, fischia, l'insulta; finchè il pover uomo, disperato, si risolve a uccidere o a morire, e vibra il colpo come vien viene; ed o gli riesce ed è levato a cielo, o gli fallisce, ed è vilipeso, schernito, tempestato di scorze d'arancio, fosse anche il più intrepido, il più valente, il più decantatotorerodella Spagna.

Nella folla, poi, durante lo spettacolo, seguono mille avvenimenti. Di tratto in tratto scoppia una rissa fra due spettatori. Pigiata com'è la gente, qualche bastonata tocca ai vicini; i vicini dan di mano ai bastoni e picchiano anch'essi; il circolo delle bastonate s'allarga, la rissa si estende a tutto lo scompartimento della gradinata; in pochi momenti, cappelli in aria, cravatte in brani, visi sanguinosi, grida da intronareil cielo, tutti gli spettatori in piedi, le guardie in moto, itoreros, di attori, divenuti spettatori. Altre volte è un gruppo di giovanotti burloni che si voltan tutti insieme da una parte gridando: “Eccolo là.”—“Chi?”—Nessuno; ma intanto i vicini si alzano, i lontani salgono in piedi sui sedili, le signore si sporgon fuori dei palchi; in un momento tutto il Circo è sossopra. Allora il gruppo dei giovanotti dà in una sonora risata; i vicini, per non parer minchioni, fanno eco; si ride nei palchi, si ride nelle gallerie, diecimila persone ridono. Altre volte è uno straniero, spettatore per la prima volta della corsa dei tori, che sviene; la notizia si spande in un baleno, tutti s'alzano, tutti cercano, tutti gridano, si fa un casa del diavolo che non ha nome. Altre volte è un bell'umore che saluta un suo amico posto all'estremità opposta del Circo con un portavoce che fa l'effetto d'uno scoppio di tuono. Quella grande folla è agitata in pochi istanti da mille sentimenti contrarli; passa con una vicenda incessante dal terrore all'entusiasmo, dall'entusiasmo alla pietà, dalla pietà all'ira, dall'ira all'allegrezza, alla meraviglia, alla gioia sfrenata.

L'impressione insomma che lascia nell'animo questo spettacolo è indescrivibile, è un miscuglio di sentimenti nel quale è impossibile raccapezzar nulla di schietto, non si sa che pensarne. A momenti, inorriditi, vorreste fuggire dal Circo, e giurate di non tornarci mai più; a momenti, meravigliati, rapiti, quasi ebbri, non vorreste che lo spettacolo avesse mai fine;ora vi sentite quasi pigliar male; ora anche voi, come i vostri vicini, prorompete in grida, in risa e in applausi; il sangue vi fa ribrezzo, ma il coraggio meraviglioso dell'uomo vi esalta; il pericolo vi stringe il cuore, ma la vittoria vi rallegra; a poco a poco la febbre che agita la folla s'impadronisce di voi; non riconoscete più voi stesso; siete un altro; avete anche voi degli accessi d'ira, di ferocia, d'entusiasmo; vi sentite vigoroso e audace; la lotta vi accende il sangue; il balenío della spada vi mette un fremito; e poi quelle migliaia di visi, quello strepito, quella musica, quei muggíti, quel sangue, quei silenzi profondi, quei fragori improvvisi, quella vastità, quella luce, quei colori, quel non so che di grande, di forte, di crudele, di magnifico, che v'abbarbaglia, vi stordisce e vi rimescola....

Bello è il veder uscir la gente; son dieci torrenti che sgorgano da dieci porte e allagano in pochi minuti il borgo di Salamanca, il Prado, i viali diRecoletos, la strada Alcalà; migliaia di carrozze aspettano nei dintorni del Circo; per un'ora, da qualunque parte uno si volga, non vede che un formicolaio a perdita d'occhio; e tutti tacciono; le emozioni hanno spossato tutti; non si sente che il rumore dei passi; pare che la folla voglia dileguarsi furtivamente; una specie di tristezza è sottentrata alla clamorosa allegria di poc'anzi. Io, per mio conto, la prima volta che uscii da quel Circo, avevo appena tanta forza da reggermi in piedi; la testa mi girava come un arcolaio, le orecchie mi fischiavano, per tuttovedevo corna di tori, occhi iniettati di sangue, cavalli morti, luccichío di spade. Presi la via più corta per andare a casa, e appena arrivato, mi cacciai in letto, e m'addormentai d'un sonno profondo. L'indomani mattina venne in gran fretta la padrona di casa a domandarmi: “Ebbene? che gliene parve? s'è divertito? ci tornerà? che cosa ne dice?”—“Non so” risposi “mi par d'aver sognato, gliene parlerò poi, ho bisogno di pensarci.”—Venne il sabato, la vigilia della seconda corsa dei tori. “Ci va?” mi domandò la padrona. “No...” risposi pensando ad altro. Uscii, infilai la strada d'Alcalà, mi trovai, senza accorgermene, davanti alla bottega dove si vendono i biglietti; c'era un visibilio di gente; dissi fra me:—Ci ho da andare?... Sì?... No?...—“Vuole un biglietto?” mi domandò un ragazzo: “un asiento de sombra, tendido numero seis, barrera, quince reales?” Ed io risposi: “Qua!”

Ma per comprender bene la natura di codesto spettacolo, bisogna conoscerne la storia. Quando si sia fatto per la prima volta un combattimento coi tori, non si sa in modo sicuro; la tradizione narra che fu ilCid Campeadoril primo cavaliere che scese colla lancia nell'arena, e uccise da cavallo il formidabile animale. D'allora in poi i giovani nobili si dedicarono con grande ardore a questo esercizio; in tutte le feste solenni vi furon corse di tori; e solamente alla nobiltà era concesso l'onore di combattere; i re stessi scendevan nell'arena; durante tuttoil medio-evo era codesto lo spettacolo favorito delle corti, e l'esercizio prediletto dei guerrieri, non solo tra gli Spagnuoli, ma anco tra gli Arabi; e gli uni e gli altri gareggiavano nell'arena toresca come sul campo di battaglia. Isabella la Cattolica volle proibire le corse dei tori, perchè, avendone vista una, le aveva fatto orrore; ma i molti e potenti partigiani dello spettacolo la distolsero dal mandare ad effetto quel disegno. Dopo Isabella, le corse presero un grande incremento. Carlo V stesso uccise di propria mano un toro nella piazza maggiore di Valladolid; Ferdinando Pizzarro, il celebre conquistatore del Perù, fu untorerovalente; il re Don Sebastiano di Portogallo colse nell'arena più d'un alloro; Filippo III fece abbellire il circo di Madrid; Filippo IV vi combattè; Carlo II protesse l'arte; sotto il regno di Filippo V, si costrussero, per ordine del Governo, parecchi circhi; ma l'onore ditorearapparteneva sempre esclusivamente alla nobiltà; non sitoreabache a cavallo, e con cavalli bellissimi, e però non si spargeva altro sangue che quello del toro. Solamente verso la metà del secolo scorso l'arte si estese al popolo, e sorsero itorerospropriamente detti, artisti di professione, che combattevano a piedi e a cavallo. Il famoso Francisco Romero de Ronda perfezionò iltoreoa piedi, introdusse l'uso di uccidere il toro, faccia a faccia, con la spada e lamuleta, e fissò le regole dell'arte. D'allora in poi lo spettacolo diventò nazionale e il popolo vi accorse con entusiasmo. Il re Carlo II lo proibì; ma la sua proibizionenon fece che convertire l'entusiasmo popolare, come dice un cronista spagnuolo, in unaaficion epidémica. Il re Ferdinando VII, appassionato pei tori, istituì una scuola di tauromachía a Siviglia; Isabella II fu più entusiasta di Ferdinando VII; Amedeoprimeronon fu da meno, a quello che si dice, di Isabella II. Ed ora iltoreofiorisce più che mai nella Spagna; più di cento sono i grandi proprietarii che allevano tori per gli spettacoli; Madrid, Siviglia, Barcellona, Cadice, Valenza, Jerez, Porto di Santa Maria hanno un circo di tori di prim'ordine; non meno di cinquanta sono i piccoli circhi capaci di tremila fino a novemila spettatori; in tutti i villaggi, dove non c'è circo, si fanno lecorridasnelle piazze; a Madrid tutte le domeniche, nelle altre città ogni volta che si può, da per tutto con immenso concorso di gente dalle città vicine, dai villaggi, dalla campagna, dai monti, dalle isole, e persino di fuori Stato. Non tutti gli Spagnuoli, è vero, son matti di codesto spettacolo; molti non ci vanno mai; non pochi lo disapprovano, lo condannano, lo vorrebbero veder bandito dalla Spagna; qualche giornalista, di tanto in tanto, alza un grido di protesta; qualche deputato, l'indomani dell'uccisione d'untorero, parla di fare un'interpellanza al Governo; ma son tutti nemici timidi e fiacchi. Per contro si scrivono apologie delle corse dei tori, si fabbricano nuovi circhi, si rinnovano gli antichi, si deridono gli stranieri che gridano alla barbarie spagnuola.

E non si fan solocorridasdi tori l'estate, nè lo spettacolo è sempre uguale. L'inverno, nel circo di Madrid, ogni domenica c'è rappresentazione; non sono quei tori belli e focosi dell'estate, non sono i grandi artisti che la Spagna ammira; son torelli di picciola mole e di piccolo animo, sonotorerosnon ancora provetti nell'arte; ma c'è spettacolo a ogni modo, e benchè non ci vada il Re, nè il fiore della cittadinanza, come alle corse d'estate, il circo è sempre pieno di gente. Si sparge poco sangue, non si uccidono che due tori, si chiude lo spettacolo con dei fuochi d'artifizio; è un divertimento, come dicono con disprezzo i torofili appassionati, da serve e da bambini. Ma v'è un episodio, negli spettacoli d'inverno, che diverte assai. Quando itoreroshanno ucciso itoros de muerte, l'arena rimane a disposizione dei dilettanti; da tutte le parti ci salta dentro gente; in un minuto v'è un centinaio di operai, di scolari, di monelli, chi con un mantello in mano, chi con uno scialle, chi con un cencio qualunque, affollati a destra e a sinistra deltoril, pronti a ricevere il toro. La porta s'apre, un toro colle corna fasciate si slancia nell'arena, e lì comincia un parapiglia da non potersi descrivere; la folla lo circonda, lo insegue, lo tira di qua e di là, locapeacoi mantelli e cogli scialli, lo provoca e lo tormenta in mille maniere, finchè il povero animale non potendone più, è fatto uscir dall'arena, e un altro gli sottentra. È incredibile l'audacia con cui quei ragazzi gli si cacciansotto, lo trascinan per la coda, gli saltano addosso; incredibile l'agilità con cui ne scansano i colpi. Qualche volta il toro, voltandosi all'improvviso, ne arriva qualcuno, lo atterra, lo butta in aria, lo solleva in alto sulle corna; talora ne rovescia nella polvere con un sol colpo una mezza dozzina, e toro ed uomini spariscono in un nuvolo di polvere, e lo spettatore teme per un istante che ne sia stato ammazzato qualcuno. Nemmanco per idea! Gl'intrepidicapeadoress'alzano coll'ossa péste e col viso polveroso, scrollan le spalle, e daccapo. Ma non è neanco questo il più bell'episodio degli spettacoli d'inverno. Qualche volta invece deitorerosaffrontano il toro letoreras; donne vestite da danzatrici di corda; faccie, davanti alle quali, non gli angeli, ma Lucifero:

«Farìa dell'ali agli occhi una visiera;»

«Farìa dell'ali agli occhi una visiera;»

lepicadorasa cavallo a un asino, laespada—quella ch'io vidi era una vecchia sessantenne, chiamata laMartina, asturiana, nota in tutti i circhi di Spagna,—laespadaa piedi, collo stocco e lamuleta, come il più intrepidomatadordel sesso forte; tutta lacuadrillaaccompagnata da un corteo dichuloscon grandi parrucche e grandi gobbe. Per quaranta lire quelle disgraziate rischian la vita! Un toro, il giorno ch'io assistei a quello spettacolo, ruppe un braccio a unabanderillera, e a un'altra lacerò le sottane per modo che la lasciò in mezzo al circo con appena tanta roba addosso da coprir quello che dev'essere assolutamente coperto.

Dopo le donne, le fiere. In vari tempi si fece combattere il toro coi leoni e colle tigri; pochi anni or sono ebbe luogo una di codeste lotte nel Circo di Madrid. È celebre quella che fece fare il conte duca di Olivares per festeggiar il giorno onomastico, se non m'inganna la memoria, di Don Baltasar Carlos d'Austria, principe delle Asturie. Il toro combattè col leone, colla tigre, col leopardo, e riuscì vincitore di tutti. Anche nel combattimento di pochi anni sono, la tigre e il leone ebbero la peggio; l'una e l'altro si slanciarono impetuosamente addosso al toro; ma prima di riuscire ad addentargli il collo, infilati dal terribile corno, caddero a terra in un lago di sangue. Il solo elefante, un elefante enorme che vive tuttora nei giardini del Buon Ritiro, riportò la vittoria: il toro lo assalì, quegli non fece che mettergli la testa sul dorso e premere, e la pressione fu così delicata che il malcauto assalitore ne fu schiacciato come una polpetta. Ma è agevole immaginare quanta destrezza, quanto coraggio, e che imperturbabile tranquillità d'animo occorra ad un uomo per affrontare con la spada un animale che uccide il leone, che assale l'elefante, e che per tutto dove tocca, squarcia, spezza, rovescia ed insanguina! E vi son degli uomini che l'affrontano tutti i giorni!

Itorerosnon son mica artisti, come qualcuno può supporre, da mettersi in un mazzo coi saltimbanchi, e pei quali il popolo non nutra altro sentimento che quello dell'ammirazione. Iltoreroè rispettato anche fuori del Circo, gode la protezione dei giovani aristocratici,va al teatro in palco, frequenta il più signorile caffè di Madrid, è salutato per la strada con profonde scappellate da persone di garbo. Gliespadaillustri, come il Frascuelo, il Lagartijo, il Cayetano, guadagnano la bellezza di qualche diecina di mila lire all'anno, possedono case e ville, abitano in appartamenti sontuosi, vestono con isfarzo, profondon monti di scudi nei loro vestiti inargentati e dorati, viaggiano da principi e fumano sigari d'Avana. Il loro vestire, fuor del Circo, è curiosissimo: un cappello all'Orsini di velluto nero, una giacchettina stretta alla vita, sbottonata, che non arriva a toccare i calzoni; un panciotto aperto fino all'ombelico, che lascia vedere una camicia bianca finissima; nessuna cravatta; una fascia di seta rossa o azzurra intorno ai fianchi; un par di calzoni giusti alla gamba come calze da ballerini, un par di scarpette di pelle del Marocco ornate di ricami, un piccolo codino a treccia che scende sul dorso; e poi bottoni d'oro, catenelle, diamanti, anelli, ciondoli, tutta una bottega da orefice addosso. Molti tengon cavallo da sella, qualcuno carrozza, e quando non ammazzano, son sempre in giro al Prado, alla Puerta del Sol, nei giardini di Recoletos, colle loro spose o le loro amanti splendidamente vestite e amorosamente superbe. I loro nomi, i loro visi, le loro gesta sono assai più noti al popolo che le gesta, i visi e i nomi dei comandanti d'esercito e dei ministri di Stato.Torerosnelle commedie,torerosnelle canzoni,torerosnei quadri,torerosnelle vetrine deivenditori di stampe, statue che rappresentantoreros, ventagli coi ritratti deitoreros, fazzoletti con l'effigie deitoreros; se ne vede, se ne rivede e se ne intravvede da tutte le parti. Il mestiere del torero è il più lucroso e più onorifico mestiere a cui un coraggioso figliuolo del popolo possa aspirare. Moltissimi, di fatti, vi si dedicano. Ma pochissimi riescono eccellenti; i più rimangon mediocricapeadores, pochi arrivano ad esserebanderillerosdi vaglia, meno ancorapicadoresdi grido; braviespada, poi, non diventano che pochi prediletti dalla natura e dalla fortuna; bisogna esser venuti al mondo con quel bernoccolo; si nasceespadacome si nasce poeta. Di uccisi dal toro ce n'è di rado, si contan sulle dita per un lungo giro di tempo; ma gli stroppiati, i malconci, i ridotti in stato da non poter più combattere, sono innumerevoli. Se ne vedono per le città col bastone e le stampelle, chi senza un braccio, chi senza una gamba. Il famosoTato, che fu il primo deitoreroscontemporanei, perdette una gamba; nei pochi mesi ch'io stetti in Spagna, fu mezzo ammazzato unbanderilleroa Siviglia, fu ferito gravemente unpicadora Madrid, fu malconcio il Lagartijo, furono uccisi trecapeadoresdilettanti in un villaggio. Non c'è quasitoreroche non abbia sparso sangue nell'Arena.

Prima di partire da Madrid volli parlare col tanto celebrato Frascuelo, il principe degliespadas, l'idolo del popolo di Madrid, la gloria dell'arte. Ungenovese, capitano di bastimento, che lo conosceva, s'incaricò di fare la presentazione; fissammo il giorno, ci trovammo nel caffè imperiale dellaPuerta del Sol. Mi vien da ridere quando penso all'emozione che provai vedendolo comparire da lontano e venire verso di noi. Era vestito con gran lusso, carico di ciondoli, luccicante come un generale in grande uniforme; attraversò il caffè, mille teste si voltarono, mille occhi si fissarono su di lui, su di me, sul mio compagno: io mi sentii diventar pallido. “Ecco il signor Salvador Sanchez,” disse il Capitano (Frascuelo è un soprannome). E poi, presentando me a Frascuelo: “Ecco il signor tale dei tali, suo ammiratore.” L'illustrematadors'inchinò, io feci una riverenza, sedemmo e cominciammo a discorrere. Che strano uomo! A sentirlo discorrere si sarebbe detto che non aveva cuore d'infilzare una mosca con una spilla. È un giovanotto di venticinque anni, di mezzana statura, svelto, bruno, bello, con uno sguardo fisso e un sorriso d'uomo distratto. Gli domandai mille cose intorno all'arte sua e alla sua vita; parlava a monosillabi; bisognava che gli cavassi le parole di bocca, a una a una, a furia di domandare. Ai complimenti rispondeva guardandosi la punta dei piedi con uno sguardo modesto. Gli chiesi se fosse mai stato ferito: si toccò un ginocchio, una coscia, la spalla, il petto, e disse: “Qui, e poi qui, e poi qui e poi ancora qui;” sorridendo colla semplicità d'un bambino. Mi scrisse l'indirizzo di casa sua, mi invitò ad andarlo a trovare, mi diede un sigaro,e se n'andò. Tre giorni dopo, alla corsa dei tori, ero in un posto vicino alla barriera; egli mi passò davanti per raccogliere i sigari che gli gettavano gli spettatori; gli lanciai un sigaro di Milano di quei colla paglia; lo prese, lo guardò, sorrise, e cercò chi gliel'aveva gettato; gli feci un cenno, mi vide, ed esclamò:—Ah! el italiano!—Mi pare ancora di vederlo: aveva un vestito color cenerino coperto di ricami d'oro e una mano macchiata di sangue.....

Ma, insomma, un giudizio finale sulle corse dei tori! Sono o no una cosa barbara, indegna d'un popolo civile? Sono o no uno spettacolo che guasta il cuore? Fuori una parola schietta! Una parola schietta? Io non voglio, rispondendo in un modo, tirarmi addosso un diluvio d'invettive, e rispondendo in un altro, darmi della zappa sui piedi, dacchè debbo confessare che sono andato al Circo tutte le domeniche. Ho narrato e descritto, il lettore ne sa quanto me, giudichi lui, e mi conceda di non metterci bocca.

Vidi, a Madrid, la famosa cerimonia funebre che si celebra ogni anno, il 2 di maggio, in onore degli Spagnuoli che morirono combattendo, o furon passati per l'armi dai soldati francesi, sessantacinque anni or sono, in quella tremenda giornata che empì d'orrore l'Europa e fece scoppiare la guerra d'indipendenza.

All'alba tuona il cannone, e in tutte le chiese parrocchiali di Madrid, e dinanzi a un altare eretto accanto al Monumento si comincia a celebrar messe, e si seguita fino a sera. La ceremonia consiste in una solenne processione che parte per lo più dalle vicinanze del palazzo reale, va a sentire un sermone nella chiesa di Sant'Isidoro, dove giacquero sepolte fino al 1840 le ossa del morti; e poi si reca al Monumento a sentire la messa.

In tutte le strade per le quali dovea passare la processione erano schierati i battaglioni dei volontari, i reggimenti di fanteria, gli squadroni di corazzieri, le guardie civili a piedi, le artiglierie, i cadetti; da ogni parte suonavan trombe, tamburi, bande; si vedeva da lontano, al di sopra della folla, un viavai continuo di cappelli di generali, di pennacchi d'aiutanti, di bandiere, di spade; accorrevano da tutte le strade le carrozze del Senato e delle Cortes, grandi come carri trionfali, dorate fin nelle ruote, listate di velluto e di seta, sopraccariche di frangie e di fiocchi, e tirate da superbi cavalli impennacchiati. Le finestre di tutte le case erano ornate di arazzi e di fiori; tutto il popolo di Madrid era in moto.

Vidi passare la processione per la strada d'Alcalà. Venivano innanzi i cacciatori della milizia cittadina a cavallo; poi i ragazzi di tutti i collegi, di tutti gli asili, di tutti gli ospizi di Madrid, a due a due, migliaia; poi gl'invalidi dell'esercito, quali con le stampelle, quali con la testa fasciata, alcunisorretti dai compagni, altri decrepiti, quasi portati; soldati, generali, con antiche divise, col petto coperto di ciondoli e di nastri, e lunghe spade e cappelli piumati; poi una folla d'ufficiali di tutti i Corpi, luccicanti d'oro e d'argento, e vestiti di mille colori; poi gli alti impiegati dello Stato, i deputati provinciali, i deputati del Congresso, i Senatori; poi gli araldi del Municipio e delle Camere, con ampie toghe di velluto e le mazze d'argento; poi tutti gli impiegati municipali, tutti glialcaldesdi Madrid, vestiti di nero, colle medaglie al collo; infine il Re, vestito da generale, a piedi, accompagnato dal Sindaco, dal capitano generale della Provincia, dai generali, dai ministri, dai deputati, dagli ufficiali d'ordinanza, dagli aiutanti di campo, tutti col capo scoperto. Chiudevano la processione le cento guardie a cavallo, sfolgoreggianti come guerrieri del medio evo; le guardie reali a piedi, con gran berretto di pelo alla foggia della guardia napoleonica, tunica rossa a coda di rondine, calzoni bianchi, due larghe tracolle incrociate sul petto, ghette nere fino al ginocchio, spada, fiocchi, cordoni, fermagli, gingilli; poi ancora volontari, soldati di fanteria, artiglieri, popolo. Tutti andavano a passo lento; sonavano tutte le bande e tutte le campane; il popolo era silenzioso; e quell'insieme di bambini, di poveri, di preti, di magistrati, di veterani mutilati, di grandi di Spagna, presentava un aspetto gentile e magnifico, che ispirava ad un tempo tenerezza e riverenza.

La processione sboccò nel Prado e si diresse verso il Monumento. I viali, i campi, i giardini erano pieni di popolo. Le signore ritte nelle carrozze, sulle seggiole, sui sedili di pietra, coi bambini tra le braccia; gente sugli alberi e sui tetti; a ogni passo, bandiere, iscrizioni funebri, elenchi delle vittime del 2 di maggio, poesie appiccicate ai tronchi delle piante, giornali listati di nero, stampe rappresentanti episodi della strage, ghirlande, crocifissi, tavolini con vassoi per limosine, candele accese, ritratti, statuette, giocattoli pei ragazzi coll'immagine del Monumento; per tutto ricordi del 1808, emblemi, segni di lutto, di festa, di guerra. Gli uomini quasi tutti vestiti di nero; le donne in gran gala, con lunghi strascichi e il velo; frotte di contadini accorsi da tutti i villaggi, coi loro panni festivi; e in mezzo a tutta questa folla un gridìo assordante di acquaiuoli, di guardie, di ufficiali.

Il Monumento del 2 maggio, che sorge nel punto dove furon fucilati il maggior numero degli Spagnuoli, benchè non abbia un valore artistico pari alla fama, è,—per servirmi d'una parola da strapazzo ma significativa,—imponente. È semplice, nudo, e al parer di molti anche pesante e sgraziato; ma arresta lo sguardo e il pensiero, anche di chi non sappia che cosa sia; a prima vista, si capisce che in quel luogo dev'essere accaduto alcun che di tremendo. Sopra un rialto ottagonale di granito con quattro gradinate, s'innalza un grandioso sarcofago di forma quadrata, munito d'iscrizioni, di stemmi, e d'un bassorilievoche rappresenta i due ufficiali spagnuoli morti il 2 maggio nella difesa del Parco d'artiglieria. Sul sarcofago sorge un piedistallo d'ordine dorico, sul quale stanno quattro statuette che simboleggiano l'amor di patria, il valore, la costanza, la virtù. In mezzo alle statue s'erge un alto obelisco, con suvvi scritto a caratteri d'oro:Dos de mayo. Intorno al Monumento si stende un giardino rotondo, intersecato da otto viali che convergono al centro; ogni viale è fiancheggiato da cipressi; il giardino è cinto d'una cancellata di ferro, circuita alla sua volta da una gradinata di marmo. Quel boschetto di cipressi, quel giardino chiuso e solitario, in mezzo al passeggio più allegro di Madrid, è come una immagine della morte in mezzo alle gioie della vita; non si può passar di là senza volgergli uno sguardo; non si può guardarlo, senza pensare; di notte, quando vi batte la luna sembra un'apparizione fantastica, e spira intorno un'aura di mestizia solenne.

Arrivò il Re, fu celebrata la messa, sfilarono tutti i reggimenti, e terminò la cerimonia. Così si celebra l'anniversario del 2 di maggio dal 1814 in poi, con una dignità, con un affetto, con una venerazione, che non onora solamente il popolo spagnuolo, ma il cuore umano. È la vera festa nazionale della Spagna, è il solo giorno dell'anno in cui tacciono le ire di parte, e tutti i cuori si uniscono in un sentimento comune. Nè in questo sentimento, come si potrebbe credere, è nulla d'amaro contro la Francia. La Spagna harovesciato tutta la colpa della guerra, e delle stragi che ne furono cagione, sovra Napoleone e Murat; i Francesi sono amichevolmente accolti come tutti gli altri stranieri; delle infauste giornate di maggio non si parla che per rendere onore ai morti e alla patria; tutto, in questa cerimonia, è nobile e grande; dinanzi a quel sacro Monumento la Spagna non ha che parole di perdono e di pace.

Un'altra cosa da vedersi, a Madrid, sono i combattimenti dei Galli.

Lessi un giorno nellaCorrespondencia, il seguente avviso:—«En la funcion que se celebrarà mañana en el circo de Gallos de Recoletos, habrà, entre otras, dos peleas(combattimenti),en las que figurarán gallos de los conocidos aficionados Francisco Calderon y Don Josè Diez, por lo que se espera serà muy animada la diversion.» Lo spettacolo cominciava a mezzogiorno: ci andai. Fui colpito dalla originalità e dalla leggiadria del teatro. Sembra un chiosco da collinetta di giardino; ma è vasto tanto da contenere poco meno di un migliaio di persone. La forma è perfettamente cilindrica. Nel mezzo sorge una specie di palco circolare, alto poco più di tre palmi, coperto d'un tappeto verde, e aggirato da una ringhiera dell'altezza di quelle dei terrazzini: è il campo di battaglia dei galli. Tra ferro e ferro della ringhiera si stende una sottilissima rete di fili metallici, che preclude lo scampo ai combattenti. Intorno a questa specie di gabbia,il piano della quale è grande quanto una gran tavola da pranzo, ricorre un cerchio di poltrone, e dietro a questo, un po' più alto, un secondo; le une e le altre rivestite di panno rosso. Su parecchie delle prime è scritto a lettere di scatola:—Presidente—Secretario—ed altri titoli di personaggi che compongono il tribunale dello spettacolo. Al di là delle poltrone s'alza come una gradinata di banchi, fino alla parete, nella quale s'apre una galleria sostenuta da dieci sottili colonne. La luce viene dall'alto. Il rosso vivo delle poltrone, i fiori dipinti sui muri, le colonne, la luce, l'aria, in una parola, del teatro, ha un non so che di nuovo e di pittoresco, che piace e rallegra. A prima vista, pare che in quel luogo si debba piuttosto sentire una musica festiva e gentile che assistere ad una lotta di bestie.

Quando entrai, v'era già un centinaio di persone.—O che gente è questa?—mi domandai. E veramente ilpubblicodel circo dei Galli non rassomiglia a quello di nessun altro teatro; è una mescolanzasui generische si vede soltanto a Madrid. Non c'è donne, non ragazzi, non soldati, non operai, poichè è giorno di lavoro e un'ora incomoda; e nondimeno vi si nota una maggior varietà di aspetti, di vestiti e di atteggiamenti che in qualunque altro ritrovo popolare. È tutta gente che non ha che fare lungo la giornata: commedianti coi capelli lunghi e lo staio spelato;toreros,—c'era Calderon, il famosopicador,—colla loro ciarpa rossa intorno alla vita; studenti colle traccie sul viso della notte passata algioco; negozianti di galli, giovanotti eleganti, vecchi signoriaficionadosvestiti di nero, con guanti neri e cravattone. Questi intorno alla gabbia. Più in là,rari nantes, qualche inglese, qualche bighellone, di quei che si vedon per tutto, i servitori del circo, una donna di mala vita, una guardia civile. Tranne i forestieri e la guardia, gli altri,—signori,toreros, negozianti, commedianti,—si conoscon tutti, e parlan tutti tra loro, a una voce sola, della qualità dei galli annunziati dal programma dello spettacolo, delle scommesse del giorno innanzi, degli accidenti delle lotte, di zampe, di penne, di sproni, di ali, di becchi, di ferite, ostentando la ricchissima terminologia dell'arte, e citando regole, esempi, galli dei tempi andati, e lotte e vincite e perdite famose.

Lo spettacolo cominciò all'ora fissata. Si presentò un uomo in mezzo al circo con un foglio in mano e cominciò a leggere; tutti tacquero. Lesse una serie di numeri che indicavano il peso delle varie coppie di galli che dovevan combattere, poichè, coppia per coppia, non possono pesare l'un più dell'altro di là d'una misura determinata del codice gallistico. Ricominciaron le chiacchiere, poi ricessarono a un tratto. Un altr'uomo con due cassette tra le braccia venne innanzi; aperse uno sportello della ringhiera, salì sul palco, e attaccò le due cassette ai due capi d'una bilancia pendente dal soffitto. Due testimoni s'accertarono che il peso era quasi eguale dalle due parti, tutti sedettero, il presidente si mise al suo posto, il segretario gridò:—Silencio!—, il pesatoree un altro servitore presero una cassetta ciascuno, e sporgendola dai due opposti sportelli della ringhiera, l'apersero tutti e due insieme. I galli uscirono, gli sportelli si richiusero, gli spettatori serbarono per qualche momento un silenzio profondo.

Eran due galliandalusi di razza ingleseper servirmi della curiosa definizione datami da uno spettatore, alti, smilzi, diritti come fusi, con un lungo collo mobilissimo, completamente spennati nelle parti posteriori, e dal petto in su; senza cresta, la testa piccina, e un par d'occhi che rivelavano l'indole battagliera. Gli spettatori li osservarono attentamente senza profferire parola. Gliaficionados, in quei pochi istanti, giudicano dai colori, dalle forme, dai movimenti dei due animali quale sarà probabilmente il vincitore; poi propongono le scommesse. È un giudizio, come ognun può comprendere, molto incerto; ma è l'incertezza che dà vita al gioco. A un tratto, il silenzio è rotto da uno scoppio di grida.

—Un duro(uno scudo)por el derecho!—Un duro por el izquierdo!(il sinistro)—Va!—Tres duros por el negro!—Quatro duros por el pardo! (il grigio)—Una onza(ottanta lire)por el chico!—Va!—Va por el negro!—Va por el pardo!—

Tutti urlano, agitano le mani, si accennano l'un l'altro col bastone, le scommesse s'incrociano in tutti i sensi; in pochi momenti v'è un migliaio di lire in gioco.

I due galli, da principio, non si guardano. Unovolto da una parte, l'altro dall'altra, cantano, allungando il collo verso gli spettatori, come se domandassero:—Che cosa volete?—A poco a poco, senza far segno di essersi visti, s'avvicinano; pare che l'uno voglia pigliar l'altro di sorpresa. All'improvviso, colla rapidità del lampo, spiccano un salto coll'ali aperte, s'urtan nell'aria, e ricadono, spandendo intorno un nuvolo di penne. Dopo il primo urto, si fermano, e si piantano l'uno dinanzi all'altro, col collo teso e i becchi che quasi si toccano, guardandosi fissi, immobili, come se volessero avvelenarsi cogli occhi. Poi di nuovo s'avventano l'un contro l'altro con una grande violenza, dopo di che gli assalti si succedono senza interruzione. Si feriscono a zampate, a spronate, a colpi di becco; si stringono coll'ali in modo che paiono un gallo solo con due teste; si caccian l'un sotto il ventre dell'altro, si sbattono contro i ferri della ringhiera, si inseguono, cadono, strisciano, svolazzano; e via via i colpi si fan più fitti, volan via le piume della testa, i colli diventan color di fuoco, e metton sangue. Poi prendono a punzecchiarsi nel capo, intorno agli occhi, negli occhi, si scarnificano colla furia di due forsennati che abbian paura d'esser divisi; par che sappiano che uno dei due deve morire; non mettono una voce, non un gemito; non si sente che lo strepito delle ali agitate, delle penne che si rompono, dei becchi che picchian nell'ossa; e non un istante di tregua; è un furore che va dritto alla morte.

Gli spettatori seguon coll'occhio intento tutte lemosse, contan le penne divelte, numerano le ferite; e il gridìo si fa sempre più concitato, e le scommesse più forti:—Cinco duros por el chico!(il piccolo)—Ocho duros por el pardo!—Veinte duros por el negro!—Va!—Va!—

A un certo punto, uno dei due galli fa un movimento che tradisce l'inferiorità delle sue forze, e comincia a dar segno di stanchezza. Pur resistendo sempre, le sue beccate si succedon più rade, le sue spronate più fiacche, i suoi salti più bassi; par che comprenda che dovrà morire; non combatte più per uccidere, combatte per non essere ucciso; retrocede, fugge, cade, si rialza, torna a cadere, barcolla come preso dal capogiro. Allora lo spettacolo comincia ad essere orribile. Dinanzi al nemico che cede, il vincitore inferocisce; le sue beccate cadono fitte, rabbiose, spietate negli occhi della vittima colla regolarità dell'ago d'una macchina da cucire; il suo collo s'allunga e scatta col vigore d'una molla, il suo becco afferra le carni, si torce e dilania; poi si figge nella ferita, e vi si dibatte come per cercare le fibre più riposte; poi picchia e ripicchia sul capo, come se volesse aprire il cranio e cavarne il cervello. Non c'è parola che esprima l'orrore di quel picchiare continuo, instancabile, inesorabile. La vittima si dibatte, scappa, s'aggira per la gabbia, e quegli dietro, accanto, addosso, indivisibile come un'ombra, colla testa china su quella del fuggitivo come un confessore, sempre picchiando, punzecchiando, lacerando. Ha qualcosa dell'aguzzino, del boia; par che dicaqualcosa nell'orecchio alla sua vittima, par che accompagni ogni colpo con un insulto:—To', prendi, soffri, muori, no! vivi, prendi anche questa, quest'altra, ancor una!—Un po' della sua rabbia sanguinaria s'insinua nelle vostre vene, quella crudeltà codarda vi mette una smania di vendetta, lo strozzereste colle vostre mani, gli schiacciereste il capo col piede. Il gallo vinto, tutto intriso di sangue, spennato, vacillante, tenta ancora di tratto in tratto qualche assalto, dà qualche beccata, e sfugge, e si slancia contro i ferri della ringhiera per cercare uno scampo.

Gli scommettitori s'accendono ed urlano di più in più forte. Non possono più scommettere sulla lotta, scommettono sull'agonia.—Cinco duros á que no tira tres veces!(Che la vittima non tenta più tre assalti).—Tres duros á que no tira cinco!—Quatro duros á que no tira dos!—Va!—Va!

A questo punto udii una voce che mi fece rabbrividire:—Es ciego!—(È cieco).

Mi avvicinai alla ringhiera, guardai il gallo vinto e torsi il viso con raccapriccio. Non aveva più pelle, non aveva più occhi, il suo collo non era più che un osso sanguinoso, il capo era un teschio, le ali, ridotte a tre o quattro penne, strascicavano come due cenci; pareva impossibile che così disfatto potesse vivere e camminare; non aveva più forma. Eppure quel resto, quel mostro, quello scheletro stillante di sangue, si difendeva ancora, si dibatteva nelle tenebre, scotendo le ali dimezzate come due moncherini,allungando il collo scarnificato, agitando il teschio a caso, qua e là, come i cani neonati; era schifoso ed orribile; io socchiudevo gli occhi per vederlo in confuso. E il carnefice continuava a beccare le piaghe, a sforacchiare le occhiaie, a picchiare sul nudo cranio; non era più una lotta, era un rodimento; pareva che volesse disfarlo, senza ucciderlo; a volte, quando la vittima rimaneva un momento immobile, si chinava a guardarla coll'attenzione d'un anatomico; a volte si scostava e la guardava dall'alto coll'indifferenza d'un becchino; poi di nuovo addosso coll'avidità d'un vampiro, e lì becca, e succhia e strazia con più vigore di prima. Finalmente il moribondo, fermatosi all'improvviso, chinò il capo a terra come preso dal sonno, e il carnefice, guardandolo attentamente, ristette.

Allora le grida raddoppiarono; non si poteva più scommettere sulle convulsioni dell'agonia, si scommetteva sui sintomi della morte:—Cinco duros á que no levanta mas la cabeza!(che non rialza più il capo).—Dos duros á que la levanta!—Tres duros á que la levanta dos veces!—Va!—Va!

Il gallo moribondo rialzò adagio adagio la testa; il boia, pronto, gli rovesciò addosso una tempesta di beccate; le grida tornarono a scoppiare; la vittima fece di nuovo un leggero movimento,—toccò un'altra beccata,—si scosse,—toccò una beccata ancora,—versò sangue per la bocca, vacillò e cadde. Il vincitore, vigliacco, si mise a cantare. Venne un servitore e li portò via tutti e due.

Tutti gli spettatori s'alzarono e cominciò una rumorosa conversazione; i vincitori sghignazzando, i vinti bestemmiando, e gli uni e gli altri discutendo i meriti dei galli e le vicende della lotta:—Buena pelea!—Buenos los gallos!—Los gallos malos!—No valen nada!—No entiende Usted!—Cállese Usted!—Buenos!—Malos!

—Sentarse, caballeros!—gridò il presidente; tutti sedettero e cominciò un'altra lotta.

Io diedi un'occhiata al campo di battaglia, ed uscii. Qualcuno esiterà a crederlo: quello spettacolo mi fece più orrore che la prima corsa dei tori. Non avevo idea d'una ferocia così crudele; non credevo, prima di vedere, che una bestia, dopo averne reso impotente un'altra, potesse torturarla, martoriarla, straziarla in quel modo, coll'accanimento dell'odio e colla voluttà della vendetta; non credevo che il furore d'una bestia potesse giungere al segno di presentare il carattere della più forsennata malvagità umana. Oggi ancora, ed è trascorso tanto tempo, ogni volta che ricordo quello spettacolo, volto involontariamente la testa da un lato, come per fuggir l'orrenda vista del gallo moribondo; e non mi accade mai di metter le mani sovra una ringhiera, senza ch'io abbassi gli occhi coll'idea di vedere il suolo sparso di penne e di sangue. Se andrete in Spagna, seguite il mio consiglio:


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