«...... mestier facile e piano.»
«...... mestier facile e piano.»
I primi giorni non potevo allontanarmi dalla piazza dellaPuerta del Sol; ci stavo ore ed ore, e mi ci divertivo tanto, che avrei voluto passarci la giornata. È una piazza degna della sua fama; non tanto per la sua vastità e la sua bellezza, quanto per la gente, per la vita, per la varietà dello spettacolo che presenta a tutte le ore del giorno. Non è una piazza come le altre: è insieme un salone, un passeggio, un teatro, un'accademia, un giardino, una piazza d'armi, un mercato. Dallo spuntar del giorno fino a un'ora dopo mezzanotte, v'è una folla immobile, e una folla che va e viene per le dieci grandi strade che vi metton capo, e un inseguirsi, e un incrociarsi di carrozze che dà il capo giro. Là convengono i negozianti, là i demagoghi disoccupati, là gl'impiegati smessi, i vecchi pensionati, i giovani eleganti; là si traffica, si discorre di politica, si fa all'amore, si passeggia, si leggono i giornali, si dà la caccia ai debitori, si cercan gli amici, si preparano le dimostrazioni contro il Ministero, si coniano le false notizie che fanno il giro della Spagna, si tesse la cronaca scandalosa della città. Sui marciapiedi, che son larghi da poterci far passare quattro carrozze di fronte, bisogna aprirsi il passo a forza: nello spazio d'una lastra di pietra vedete una guardia civile, un venditor di fiammiferi, un sensale, un povero, un soldato, tutti in un mazzo. Passano frotte di scolari, serve, generali, ministri, contadini,toreros, signore; vagabondi spiantati che vi domandan l'elemosina nell'orecchioper non farsi scorgere, mezzani che vi guardano con occhio interrogativo, donne leggere che vi urtano al gomito; da tutte le parti cappelli in aria, sorrisi, strette di mano, saluti allegri, grida di:—Largo,—di facchini carichi e di merciaiuoli col botteghino al collo; urli di venditori di giornali, strilli di acquaiuoli, squilli di corno delle diligenze, chiocchi di frusta, rumor di sciabole, tintinnío di chitarre, canti di ciechi. Poi passano i reggimenti colle bande musicali, passa il Re, s'innaffia la piazza con immensi getti d'acqua che s'incrociano nell'aria, vengono i portatori d'avvisi ad annunciar gli spettacoli, irrompono sciami di monelli con bracciate disupplementi, esce un esercito d'impiegati dai Ministeri, ripassan le bande musicali, le botteghe s'illuminano, la folla si fa più fitta, i colpi di gomito spesseggiano, cresce il vocío, lo strepito, il moto. E non è moto di popolo affaccendato; è vivacità di gente allegra, è gaiezza carnevalesca, ozio inquieto, ribollimento, febbriciattola di piacere, che vi si attacca e vi tien lì o vi spinge in giro come un arcolaio senza lasciarvi uscir dalla piazza; una curiosità che non si stanca mai, una beata voglia di spassarsela, di non pensare a nulla, d'ascoltar chiacchiere, di bighellonare, di ridere. Tale è la famosa piazza diPuerta del Sol.
Un'ora passata là basta per far conoscer di vista, nei suoi varii aspetti, il popolo di Madrid. Il basso popolo veste come nelle nostre grandi città; i signori, se si toglie la cappa che portan l'inverno, siattengono al figurino di Parigi; e son tutti, dal duca allo scrivano, dallo sbarbatello al vecchio tentenna, lindi, azzimati, impomatati, inguantati, come uscissero allora allora dal gabinetto di toeletta. Somigliano da questo lato ai napoletani: belle capigliature nere, barbe coltissime, mani e piedi di donna. Raro il vedere un cappello basso: tutti cappelli a staio; e poi mazze, catene, ciondoli, spille, e nastri all'occhiello a migliaia. Le signore, fuor che in certi giorni di festa, vestono anch'esse alla francese; le donne del medio ceto portano ancora la mantiglia; gli antichi stivaletti di raso, lapeineta, i colori vivi, il costume nazionale, in una parola, è sparito. Son però sempre quelle donnine tanto decantate per i loro grandi occhi, per le loro mani di bimbe, per i loro piedini; di capelli nerissimi, ma di pelle meglio bianca che bruna, bene appettate, diritte, svelte, vivaci.
Per passare in rassegna il bel sesso di Madrid, bisogna andare alla passeggiata delPrado, che è per Madrid quello che son per Firenze le Cascine. IlPradopropriamente detto, è un larghissimo viale, non molto lungo, fiancheggiato da viali minori, che si stende ad oriente della città, accanto al famoso giardino delBuen retiro, ed è chiuso alle due estremità da due enormi vasche di pietra, l'una sormontata da una Cibele colossale, assisa sul cocchio, tratto dai cavalli marini; l'altra da un Nettuno di eguale grandezza; tutti e due incoronati di copiosi zampilli che s'incrociano e ricascano graziosamente con allegro mormorìo. Questo grande viale, assiepato lungo ilati da migliaia di seggiole, e da centinaia di banchi d'acquaioli e di aranciai, è la parte più frequentata delPrado, e si chiama ilSalon del Prado. Ma il passeggio prosegue oltre la fontana di Nettuno; vi sono altri viali, altre fontane, altre statue; si va in mezzo agli alberi e ai zampilli fino alla chiesa di Nostra Signora di Atocha, la famosa chiesa colmata di doni da Isabella II dopo l'attentato del 2 febbraio del 1852, nella quale il re Amedeo andò a visitare il cadavere del generale Prim. Di là si abbraccia collo sguardo un vasto tratto della deserta campagna di Madrid e le montagne nevose del Guadarrama. Ma ilPradoè il passeggio più famoso, non il più bello nè il più vasto della città. Sul prolungamento delSalone, al di là della fontana di Cibele, si stende per quasi due miglia il passeggio diRecoletos, fiancheggiato a destra dal vasto e ridente borgo di Salamanca, il borgo dei ricchi, dei deputati e dei poeti; a sinistra da una lunghissima catena di palazzine, di villette, di teatri, di edifizi nuovi coloriti di vivi colori. Non è un passeggio solo, son dieci, l'uno accanto all'altro, e l'un più bello dell'altro; strade per le carrozze, strade pei cavalli, viali per la gente che cerca la folla, viali pei solitarii, divisi da sterminate siepi di mortella, fiancheggiati, interrotti da giardini e da boschetti, nei quali sorgon statue e fontane, e s'intersecano sentierini misteriosi. I giorni di festa vi si gode uno spettacolo incantevole: da un capo all'altro dei viali, son due processioni opposte di gente, di carrozze, di cavalli; nelPradosi può appena camminare; i giardini sono affollati di migliaia di ragazzi; suonan le musiche dei teatri diurni; in ogni parte si sente un mormorío di fontane, un fruscío di vesti, un gridío di bambini, uno scalpitío di cavalli; non v'è solo il movimento, e la gaiezza d'una passeggiata; v'è il lusso, lo strepito, il turbinío, l'allegrezza febbrile d'una festa. La città, in quell'ore, è deserta. Sull'imbrunire, tutta quell'immensa folla si riversa nella gran strada Alcalà, e allora dalla fontana di Cibele fino allaPuerta del Solnon si vede che un mare di teste, solcate da una fila di carrozze a perdita d'occhio.
Come per le passeggiate, così in fatto di teatri e di spettacoli, Madrid è, senza dubbio, una delle prime città del mondo. Oltre il gran teatro dell'Opera, che è vastissimo e ricchissimo; oltre il teatro della Commedia, il teatro dellaZarzuela, il Circo di Madrid, che son tutti teatri di prim'ordine, per ampiezza, eleganza, e concorso di gente; v'è una corona di teatri minori per le compagnie drammatiche, per le compagnie equestri, per le accademie musicali, per ivaudevilles, teatri a sala, a palchi, a gallerie, grandi e piccini, signorili e plebei, per tutte le borse, per tutti i gusti e per tutte le ore della notte; e non ce n'è uno fra tanti che non sia ogni sera affollato. Poi v'è il Circo dei Galli, il Circo dei Tori, i balli popolari, i giochi; qualche giorno vi sono fino a venti spettacoli diversi, a cominciar da mezzodì fino a poco prima dell'alba. Lo spettacolo dell'Opera, per il quale il popolo spagnuolo è appassionato,è sempre splendido, non solamente nella stagione del carnevale, ma in tutte le stagioni: nel tempo ch'io fui a Madrid, cantava la Fricci al teatro dellaZarzuelae lo Stagno al Circo, l'una e l'altro, circondati di valentissimi artisti, con orchestre eccellenti e grandiose apparature. I più celebri cantanti del mondo fanno a gara per andar a cantare nella Capitale della Spagna; gli artisti vi sono ricercati, festeggiati; la passione della musica è la sola che può stare in bilancia colla passione dei tori. Anche il teatro della Commedia ha gran voga. L'Hatzembuch, il Breton de los Herreros, il Tamayo, il Ventura, il D'Ayala, il Guttierrez, ed altri moltissimi scrittori drammatici, quali morti, quali viventi, noti anche fuori di Spagna, hanno arricchito il teatro moderno d'un gran numero di commedie, che pur non avendo quel profondo stampo nazionale che rese immortali le opere drammatiche del gran secolo della letteratura spagnuola, son piene di calore, di sale, di sapore di lingua, e senza confronto più sanamente educative delle commedie francesi. E si rappresentan le commedie moderne, ma non si dimenticano le antiche: negli anniversarii del Lopez de Vega, del Calderon, del Moreto, del Tirso de Molina, dell'Alarcon, di Francesco de Rojas, e degli altri grandi luminari del teatro spagnuolo, si rappresentano con pompa solenne i loro capolavori. Gli attori però non finiscono di soddisfare gli autori; partecipano dei difetti dei nostri: moto, grido, singhiozzo soverchio; e molti preferiscono ancora i nostri,perchè ci trovan più varietà di cadenze e di accenti. Oltre la tragedia e la commedia, si rappresenta poi un componimento drammatico affatto spagnuolo, lozainete, nel quale fu maestro un Ramon de la Cruz, una specie di farsa, che è per lo più una rappresentazione di costumi andalusi, con personaggi della campagna e del volgo, ed attori che imitano il vestire, l'accento, i modi di quella gente con una maestria ammirabile. Le commedie vengon tutte stampate, e son lette avidamente, anche dal popolo minuto; i nomi degli scrittori sono popolarissimi; la letteratura drammatica, in una parola, è oggi ancora, come altre volte, la più diffusa e la più ricca.
V'è pure molta passione per laZarzuela, che si rappresenta usualmente nel teatro a cui dà il nome, e ch'è una composizione di mezzo tra la commedia e il melodramma, tra l'opera in musica e ilvaudeville, con una gradevole alternativa di prosa e di verso, di recitazione e di canto, di serio e di buffo, composizione esclusivamente spagnuola, e dilettevolissima. In altri teatri si rappresentano commedie politiche, miste di canto e di prosa del genere delle riviste dello Scalvini, farse satiriche di argomenti del giorno, una specie diautos sacramentales, con scene della passione di Gesù Cristo, nella Settimana Santa; e balli e ballonzoli e pantomime d'ogni natura. Nei teatri piccoli si danno tre o quattro rappresentazioni per sera, d'un'ora l'una, e gli spettatori si rinnovano ad ogni rappresentazione. Nel teatroCapellanes, famigerato, si balla tuttele sere dell'anno unkan-kanscandaloso oltre ogni oscena immaginazione, e là accorrono i giovinastri, le donne ardite, i vecchi libertini dal naso aggrinzato, armati di lenti, di occhiali, di cannocchiali, e di quanti istrumenti ottici valgano ad avvicinare le forme, come dice l'Aleardi, pubblicate dal palco.
Dopo il teatro, si trovan tutti i caffè pieni di gente, la città illuminata, le strade corse da innumerevoli carrozze, come sul far della sera. Uscendo dal teatro, in un paese straniero, si è un po' tristi: si son viste tante belle creature, e nessuna ci degnò d'uno sguardo! Ma un italiano, a Madrid, trova un conforto. Si cantan quasi sempre opere italiane, e si cantano in italiano; così che tornando a casa sentite canterellare colle parole della vostra lingua le ariette che vi son famigliari fin dall'infanzia; sentite unpalpitodi qui, unfiero genitordi là, untremenda vendettapiù oltre; e quelle parole vi fan l'effetto di saluti di gente amica. Ma per arrivar a casa, che fitta siepe di gonnelle dovete scavalcare! Si dà la palma a Parigi, e non dubito che la meriti; ma neanco Madrid non canzona; e che ardimento, e che parole di fuoco, e che provocazioni imperiose! Finalmente arrivate davanti a casa vostra; ma non avete la chiave della porta. “Non si confonda,” vi dice il primo cittadino che incontrate, “vede là in fondo alla strada quella lanterna? L'uomo che la porta è unsereno, e iserenoshanno le chiavi di tutte le case;” Allora voi gridate ad alta voce:—Sereno!—e la lanterna si avvicina, e un uomo con unenorme mazzo di chiavi tra le mani, datavi un'occhiata scrutatrice, v'apre la porta, vi fa lume fino al primo piano e vi augura la buona notte. Così tutte le sere: con una lira al mese voi siete libero dalla briga di portar in tasca le chiavi di casa. Ilserenoè un impiegato del Municipio, ve n'è uno per ogni strada, ed ognuno ha un fischietto; se vi piglia foco in casa o i ladri vi fan saltare la serratura, voi non avete che a buttarvi alla finestra e gridare:—Sereno! Aiuto!—Il sereno che è nella strada fischia, i sereni delle strade vicine fischiano, in pochi minuti tutti i sereni del quartiere accorrono in vostro soccorso. A qualunque ora della notte voi vi svegliate, sentite la voce del sereno che ve l'annunzia, soggiungendo che fa bel tempo, o che piove, o che sta per piovere. Quante cose sa e quante ne tace questa notturna sentinella! Quanti sommessi addii amorosi non sente! Quante letterine non vede cader dalle finestre, e chiavette saltellare sul lastrico, e mani trinciar l'aria in atto misterioso, e amanti imbacuccati infilar le porticine, e finestrelle illuminate oscurarsi ad un tratto, e neri fantasmi dileguare, al primo chiarir dell'alba, lungo i muri!...
Non dissi che dei teatri: a Madrid v'è un concerto musicale, si può dire, ogni giorno; concerti nei teatri, concerti nelle sale accademiche, concerti nelle strade, e poi una folla di suonatori ambulanti che vi assordano a tutte le ore del giorno. Dopo tutto questo viene fatto di dimandarecome mai un popolo tanto infatuato della musica, da averne bisogno, sto per dire, come dell'aria che respira, non abbia dato all'arte alcun grande maestro. Gli Spagnuoli non se ne sanno dar pace!
Ci sarebbe da imbrattar molta carta, a voler descrivere di Madrid i grandi sobborghi, le porte, i passeggi fuor della città, le piazze, le strade storiche; e cui piacesse non ommetter nulla, gli splendidi caffè: l'Imperialnella piazza dellaPuerta del Sol, ilFornosnella strada Alcalà, due vastissime sale, nelle quali, tolti i tavolini, potrebbe far gli esercizi uno squadrone di cavalleria; e gli altri innumerevoli che si trovano a ogni passo, in cui danzerebbero comodamente cento coppie di ballerini; le botteghe sfarzose che occupan tutto il pian terreno di vasti edifizi, tra le quali i grandi negozi di tabacchi di Avana, luogo di ritrovo dei signoroni, pieni di tanti sigari piccolissimi, grossi, enormi, tondi, piatti, puntati, fatti a serpe, ad arco, a uncino, d'ogni forma, d'ogni gusto e d'ogni prezzo, da contentare la più matta fantasia di fumatore, e ubbriacare tutta la popolazione d'una città; gli spaziosi mercati, le caserme da corpo d'esercito, il gran palazzo reale, in cui il Quirinale ed il Pitti si potrebbero nascondere senza timore di farsi scorgere; la gran strada di Atocha che attraversa la città, l'immenso giardino delBuen retiro, col suo gran lago, coi suoi poggi incoronati di chioschi, coi suoi mille uccelli pellegrini.... Ma più d'ogni altra cosa meritano attenzionei Musei d'armi, di pittura, di marina, a ciascuno dei quali sarebbe poco dedicare un volume.
L'armeria di Madrid è una delle più belle del mondo. Al primo entrare nella vastissima sala, il cuore vi dà un balzo e il sangue un tuffo, e voi restate immobile sulla soglia come uno smemorato. Un intero esercito di cavalieri coperti di ferro, colle spade nel pugno, colle lancie in resta, sfolgoranti, formidabili, si slanciano contro di voi, come una legione di spettri. È un esercito d'imperatori, di re, di duchi, chiusi nelle più splendide armature che siano mai uscite dalla mano dell'uomo, sulle quali da diciotto smisurate finestre si versa un torrente di luce, che ne cava un barbaglio di lampi, di scintille, di colori, da dar le traveggole. Le pareti sono coperte di corazze, d'elmi, d'archi, di fucili, di spade, di alabarde, di lancie da torneo, di moschettoni enormi, di lancioni giganteschi che s'alzan dal pavimento alla volta; dalla volta pendon bandiere di tutti gli eserciti del mondo, trofei di Lepanto, di San Quintino, della guerra d'indipendenza, delle guerre d'Affrica, di Cuba, del Messico; in ogni parte è una profusione di insegne gloriose, di armi illustri, di meravigliosi lavori d'arte, di effigie, di emblemi, di nomi immortali. Non si sa di dove cominciare ad ammirare; si corre, sulle prime, di qua e di là, guardando tutto e non vedendo nulla, e si è stanchi prima di aver cominciato. Nel mezzo della sala sono le armature equestri; cavalli e cavalieridisposti in fila, a tre a tre, a due a due, tutti rivolti nello stesso senso, come uno squadrone in colonna; e vi si distinguono a primo aspetto, fra le altre, le armature di Filippo II, di Carlo V, di Emanuele Filiberto, di Cristoforo Colombo. Qua e là, sopra piedestalli, si vedono elmi, cassidi, morioni, golette, rotelle, appartenenti a' re d'Aragona, di Castiglia, di Navarra, lavorate a rilievi finissimi d'argento che rappresentan battaglie, scene mitologiche, figure simboliche, trofei, grotteschi, ghirlande; alcuni d'inestimabile valore, opera dei più insigni artisti d'Europa; altri di forme strane, sopraccarichi di ornamenti, con creste, visiere e cimieri colossali; poi elmetti e corazzine di principini; spade e scudi donate da papi e da monarchi. In mezzo alle armature equestri, si vedono statue vestite di fantastiche assise di Americani, di Affricani, di Chinesi, ornate di penne e di sonagli, con archi e turcassi; spaventose maschere guerresche; abiti di mandarini intessuti d'oro e di seta. Lungo le pareti altre armature; quella del marchese di Pescara, quella del poeta Garcilaso della Vega, quella del marchese di Santa Cruz, quella gigantesca di Giovan Federico il Magnanimo, duca di Sassonia; e fra l'una e l'altra bandiere arabe, persiane, moresche, cadenti a brani. Nelle vetrine una serie di spade che a sentirvi dire il nome di coloro che le portarono, vi si rimescola il sangue: la spada del principe di Condé, la spada d'Isabella la Cattolica, la spada di Filippo II, la spada di Ferdinando Cortes,la spada del Conte duca di Olivares, la spada di Giovanni d'Austria, la spada di Conzalvo di Cordova, la spada del Pizzarro, la spada del Cid, e un po' più in là, la celata di re Boabdil di Granata, la targa di Francesco I, la seggiola da campo di Carlo V. In un canto della sala sono schierati i trofei degli eserciti ottomani, elmetti tempestati di gemme, sproni, staffe dorate, collari di schiavi, pugnali, scimitarre dal fodero di velluto, cerchiati d'oro, ricamati, imperlati; le spoglie di Alì Bascià, ucciso sulla nave capitana alla battaglia di Lepanto; il suo caffettano di broccato d'oro e d'argento, la cintura, i bozzacchini, lo scudo; le spoglie dei suoi figli; le bandiere strappate dalle galee. Da un altro lato, corone votive, croci e monili di principi goti. In un altro scompartimento, gli oggetti tolti agli Indiani di Mariveles, ai Mori di Cagayan e del Mindanao, ai selvaggi delle più remote isole dell'Oceania: collane di guscio di lumaca, pipe di lattone, idoli di legno, flauti di canna, ornamenti fatti di zampe d'insetti, schiavine di foglie di palma, foglie scritturate che servivan di salvacondotto, freccie avvelenate, scuri da carnefici. E poi da qualunque parte uno si volga, selle di re, cotte d'arme, colubrine, tamburi storici, ciarpe, iscrizioni, memorie ed immagini di tutti i tempi e di tutti i paesi, dalla calata dei Goti alla battaglia di Tetuan, dal Messico alla China; un emporio di tesori e di capolavori da cui uno si allontana, commosso, stordito e sfinito, per ritornar poi a sè come da un sogno, colla memoria stracca e confusa.
Se un giorno un grande poeta italiano vorrà cantare la scoperta del nuovo mondo, in nessun luogo potrà attingere più possenti ispirazioni che nel Museo navale di Madrid, perchè in nessun luogo si sente più profondamente l'aura vergine dell'America selvaggia, e la presenza arcana di Colombo. V'è una sala chiamata Gabinetto degli Scopritori: il poeta, entrandovi, se ha davvero anima di poeta, si scoprirà il capo con venerazione. In qualunque punto della sala cada lo sguardo, si vede un'immagine che fa battere il cuore: non si è più in Europa, nè in questo secolo; si è nell'America del secolo decimoquinto, si respira quell'aria, si vedon quei luoghi, si sente quella vita. Nel mezzo è un alto trofeo d'armi tolte agl'indigeni delle terre scoperte: scudi rivestiti di pelli di fiere, giavellotti di canna colle cocche pennute, sciabole di legno entro guaine di vimini, coll'else ornate di crini e di capelli cascanti in lunghe ciocche; mazze, aste, clave enormi; grandi spade dentellate a modo di sega, scettri informi, turcassi da giganti, vestimenti di pelo di scimmia, daghe di re e di carnefici, armi dei selvaggi di Cuba, del Messico, della nuova Caledonia, delle Caroline, delle isole più remote del Pacifico, nere, strane, orrende, che destan nella fantasia visioni confuse di lotte terribili, nell'oscurità misteriosa delle foreste vergini, entro sterminati laberinti d'alberi ignoti. E intorno a queste spoglie d'un mondo selvaggio, le immagini e le memorie dei vincitori: qui il ritratto di Colombo, là ilritratto del Pizzarro, più in là il ritratto di Ferdinando Cortes; in una parete, la carta d'America che tracciò Giovanni de la Cosa, nel secondo viaggio del Genovese, sur un'ampia tela sparsa di figure, di colori, di segni, che dovevan servire a diriger le spedizioni nell'interno delle terre; vicino alla tela, un pezzo dell'albero sotto il quale riposò il conquistatore del Messico nella famosanotte triste, dopo che s'era aperto il passo attraverso l'immenso esercito che lo aspettava nella valle d'Otumba; un vaso cavato dal tronco dell'albero presso il quale morì il celebre capitano Cook; imitazioni di barche, di barconi, di zattere usate dai selvaggi; una corona di ritratti di navigatori illustri; e nella parte di mezzo un gran quadro che rappresenta le tre navi di Cristoforo Colombo, laNina, laPintae laSanta Maria, nel momento in cui scopron la terra Americana, e tutti i marinai, ritti sulle poppe, agitando le braccia e gettando alte grida, salutano il nuovo mondo e ringraziano Iddio. Non v'è parola che esprima l'emozione che si prova alla vista di quello spettacolo, nè lagrima che valga quella che vi tremola negli occhi in quel punto, nè anima umana che in quel momento non si senta più grande!
Le altre sale, che son dieci, sono anch'esse piene di oggetti preziosi. Nella sala accanto al Gabinetto degli Scopritori son raccolte le memorie della battaglia di Trafalgar: il quadro della Santissima Trinità, ch'era nello stanzino di poppa della naveReal Trinidad, e che fu tolto dagl'Inglesi pochi minutiprima che la nave andasse a fondo; il cappello e la spada di Federico Gravina, capitano generale della flotta spagnuola, morto in quella giornata; un grande modello compiuto della naveSant'Anna, una delle poche che usciron salve dalla battaglia; bandiere, ritratti d'ammiragli, quadri rappresentanti episodi di quella lotta tremenda. E accanto alle memorie di Trafalgar, altre molte che non parlano meno efficacemente all'anima, come un calice fatto col legno dell'albero dettoCeiba, all'ombra del quale fu celebrata la prima messa nell'Avana il 19 marzo del 1519; il bastone del capitano Cook; idoli di selvaggi, scalpelli di pietra coi quali gl'Indiani di Porto-ricco foggiavano gl'idoli prima dello scoprimento dell'isola. E dopo questa, un altra gran sala, entrando nella quale uno si trova in mezzo a una flotta di galee, di caravelle, di feluche, di brigantini, di corvette, di fregate, di navi di tutti i mari e di tutti i secoli, armate, imbandierate, approvvigionate, che par non aspettino altro che il vento per prendere il mare e sparpagliarsi pel mondo. Nelle altre sale, un visibilio di macchine, di ordigni, d'armi navali; di quadri rappresentanti tutte le imprese marittime del popolo spagnuolo; di ritratti d'ammiragli, di navigatori, di marinai; di trofei d'Asia, d'America, d'Affrica, d'Oceania, fitti, ammontati, da doverci passar dinanzi correndo per far in tempo a veder ogni cosa prima che ci colga la notte. Uscendo dal Museo Navale, par di tornare da un viaggio intorno al globo: quanto si è vissuto in quelle poche ore!
V'è ancora a Madrid un grande Museo d'Artiglieria, un immenso Museo del Genio, un bel Museo Archeologico, un ragguardevole Museo di storia naturale; vi sono altre mille cose degne di veduta; delle quali bisogna nulla meno sacrificar la descrizione al meraviglioso Museo di pittura.
Il giorno in cui s'entra per la prima volta in un Museo come quello di Madrid costituisce una data storica nella vita d'un uomo; è un avvenimento importante come il matrimonio, la nascita d'un bambino, la presa d'un'eredità; se ne sentono gli effetti fino alla morte. E ciò perchè un Museo come quello di Madrid, come quello di Firenze, come quello di Roma, è un mondo; una giornata passata fra quelle pareti è un anno di vita; un anno di vita agitata da tutte le passioni che ci possono agitare nella vita reale: l'amore, la religione, il furor di patria, l'ardor della gloria; un anno di vita per quello che ci si gode, per quello che ci s'impara, per quello che ci si pensa, per i conforti che ci si raccolgono per l'avvenire; un anno di vita in cui si sian letti mille volumi, esperimentati mille affetti, corse mille avventure. Questi pensieri volgevo in mente dirigendomi a rapidi passi verso il palazzo del Museo di pittura, posto a sinistra del Prado, per chi venga dalla strada d'Alcalà; ed era tanta la gioia che mi agitava, che giunto dinanzi alla porta, mi fermai, e dissi a me stesso:—Vediamo!... Che cosa hai tu fatto nella vita permeritare d'entrar lì dentro? Nulla! Ebbene, il giorno che ti colpisca una disgrazia, china la testa, e tien per saldata la partita.—
Entrai e mi levai il cappello senza accorgermene: il cuore mi batteva forte e mi correva un leggiero tremito da capo a piedi. Nella prima sala non sono che alcuni grandi quadri di Luca Giordano: passai oltre. Nella secondacominciai a non esser più io, e in luogo di mettermi a guardar quadro per quadro, rimisi l'esame a poi, e feci il giro del Museo quasi correndo. Nella seconda sala sono i quadri del Goya, l'ultimo grande pittore spagnuolo; nella terza, vasta quant'una piazza, sono i capolavori dei primi maestri. Entrando, vi trovate da un lato le Vergini del Murillo, dall'altro i Santi del Ribera, un po' più oltre i ritratti del Velasquez; in mezzo alla sala, i quadri di Raffaello, di Michelangelo, d'Andrea del Sarto; in fondo il Tiziano, il Tintoretto, Paolo Veronese, il Correggio, il Domenichino, Guido Reni. Tornate indietro, entrate in una gran sala a destra: vedete in fondo altri quadri di Raffaello, a destra e a sinistra il Velasquez, il Tiziano e il Ribera; accanto alla porta il Rubens, Van Dyck, frate Angelico, il Murillo. In un'altra sala la scuola francese: Poussin, Duguet, Lorrain; in due altre vastissime, le pareti coperte di quadri del Breughel, del Téniers, del Jordaens, del Rubens, del Dürer, del Schoen, del Mengs, del Rembrandt, del Bosch; in tre altre non meno vaste, quadri alla rinfusa di Joanes, del Carbajal, dell'Herrera, di Luca Giordano, del Carducci, delSalvator Rosa, del Menendez, del Cano, del Ribera. Girate per un'ora, e non avete visto nulla; per la prim'ora è una battaglia: i capolavori lottano per disputarsi la vostra anima; laConcezionedel Murillo copre d'un torrente di luce ilMartirio di San Bartolomeodel Ribera; ilSan Giacomodi Ribera schiaccia ilSanto Stefanodi Joanes; ilCarlo Vdel Tiziano fulmina ilConte duca Olivaresdel Velasquez; loSpasimo di Siciliadi Raffaello ottenebra tutti i quadri che gli fanno corona; gliUbriaconidel Velasquez sconcertano con un riflesso di gioia baccanalesca i visi dei santi e dei principi vicini; il Rubens atterra il Van Dyck, Paolo Veronese sopraffà il Tiepolo, il Goya ammazza il Madrazo; i vinti si rifanno su altri minori, altrove si sovrappongono alla loro volta ai vincitori; è una gara di miracoli d'arte, in mezzo a cui la vostra anima inquieta tremula come una fiamma agitata da mille soffi, e il vostro cuore si espande in un sentimento d'orgoglio per la potenza del genio umano.
Sbollito il primo entusiasmo, si comincia ad ammirare. In mezzo a un esercito di tali artisti, dei quali ciascuno richiederebbe un libro a sè, mi attengo agli Spagnuoli, e tra questi, ai quattro che mi destarono un'ammirazione più profonda, e delle cui tele serbo una memoria più distinta.
Il più recente è il Goya, nato verso la metà del secolo scorso. È il pittore più spagnuolo della Spagna, il pittore deitoreros, dei popolani, dei contrabbandieri, delle streghe, dei ladri, della guerra d'indipendenza,di quell'antica società spagnuola che si dissolvette sotto i suoi occhi; un fiero aragonese, d'una tempra di ferro, appassionato per i combattimenti dei tori, tanto che negli ultimi anni della sua vita, soggiornando a Bordeaux, correva una volta la settimana a Madrid non per altro che per vedere quello spettacolo, e se ne tornava come una freccia senza neanco salutare gli amici; un ingegno robusto, mordace, imperioso, fulmineo, che nel calore delle sue violente ispirazioni copriva in pochi istanti di figure una parete o una tela, e dava i tocchi d'effetto con quanto gli cadeva in mano, spugne, scope, bastoni; che tracciando il viso d'un personaggio odiato, l'insultava; che dipingeva un quadro come avrebbe combattuto una lotta; disegnatore arditissimo, colorista originale e possente, creatore d'una pittura inimitabile, di ombre paurose, di luci arcane, di sembianze stravolte, e pur vere; grande maestro nell'espressione di tutti gli affetti terribili, dell'ira, dell'odio, della disperazione, della rabbia sanguinaria; pittore atletico, battagliero, instancabile; naturalista come il Velasquez, fantastico come l'Hogart, energico come il Rembrandt, ultimo lampo color di sangue del genio spagnuolo. Son parecchi quadri suoi nel Museo di Madrid, tra i quali uno amplissimo rappresentante tutta la famiglia di Carlo IV; ma i due nei quali versò tutta l'anima sua, sono: i soldati francesi che fucilano gli Spagnuoli il 2 di maggio, e una lotta di popolani di Madrid coi mammalucchi di Napoleone I, a figure di grandezzanaturale. Son due quadri che fanno inorridire. Non si può immaginar nulla di più tremendo, non si può dare alla prepotenza una forma più esecrabile, alla disperazione un aspetto più spaventoso, al furore della mischia un'espressione più feroce. Nel primo, un cielo oscuro, il lume d'una lanterna, un lago di sangue, un mucchio di cadaveri, una folla di condannati a morte, una fila di soldati francesi nell'atto di sparare; nell'altro, cavalli svenati, cavalieri tirati giù di sella, pugnalati, pestati, lacerati; che visi! che atteggiamenti! par di sentire le grida e di veder correre il sangue; la scena vera non potrebbe destar più orrore; il Goya deve aver dipinto quei quadri cogli occhi stravolti, colla schiuma alla bocca, colla furia d'un ossesso; è l'ultimo segno a cui può arrivar la pittura prima di tradursi in azione; varcato quel segno, si butta il pennello e si afferra un pugnale; per far qualcosa di più terribile di quei quadri, bisogna uccidere; dopo quei colori, c'è il sangue.
Del Ribera, che noi conosciamo sotto il nome diSpagnoletto, v'è tanti quadri da formarne un Museo; la maggior parte figure di santi, di grandezza naturale; unMartirio di San Bartolommeodi più figure, e un Prometeo colossale incatenato a uno scoglio. Altri quadri di lui si trovano in altri Musei, all'Escurial, nelle chiese, chè fu artista fecondissimo e operosissimo, come quasi tutti gli artisti spagnuoli. Veduto un quadro suo, si riconoscono, al primo colpo d'occhio, tutti gli altri; e non è mestieridi aver un occhio esperto. Son vecchi santi estenuati, con teste calve, nude, sulle quali si contan le vene; occhi pesti, guancie scarne, fronti raggrinzite, petti infossati che lascian vedere le costole; braccia, mani che non hanno che pelle ed ossa; corpi rifiniti, disfatti, vestiti di cenci, gialli del giallo smorto de' cadaveri, piagati sconciamente, sconciamente sanguinosi; son carcasse che paion tratte allora dalla bara, portanti nel viso l'impronta di tutti gli spasimi delle malattie, della tortura, della fame, dell'insonnia; figure di tavole anatomiche sulle quali potete studiare tutti i segreti dell'organismo umano. Ammirabili, sì, per ardimento di disegno, per vigore di colorito e per gli altri mille pregi che procacciarono al Ribera la fama di potentissimo pittore; ma l'arte vera e grande ah! non è quella. In quei visi non è quel lume celeste, quell'immortal raggio dell'almache rivela col sublime dolore le speranze sublimi,gl'intimi lampi e i desiderii immensi; quel lume che distrae l'occhio dalla piaga, e leva il pensiero al cielo; non v'è che il dolor crudo che mette ribrezzo e terrore; non v'è che la stanchezza della vita e il presentimento della morte; non v'è che la vita umana che fugge, senza il riflesso di quella immortale che giunge. Non v'è uno di quei Santi di cui si ricordi l'immagine con amore; si guardano, e si sente freddo al cuore, ma il cuore non batte; il Ribera non amava. Eppure nel percorrere le sale del Museo, per quanto fosse vivo il sentimento quasi di ripugnanza che molti di quei quadri m'ispiravano, bisognava che li guardassi,e non ne potevo staccar gli occhi, tanta è la forza attrattiva del vero, anche spiacente; e tanto son veri i quadri del Ribera! Quei visi li riconoscevo, li avevo visti negli ospedali, nelle stanze mortuarie, dietro le porte delle chiese; son visi di accattoni, di moribondi, di condannati a morte, che mi si parano dinanzi di notte, oggi ancora, percorrendo una strada deserta, passando accanto a un cimitero, salendo su per una scala ignota. Ve n'è alcuni che non si posson guardare; un eremita, nudo, steso in terra, che pare uno scheletro colla pelle; un vecchio santo, al quale la pelle consunta dà l'apparenza d'un corpo scorticato; il Prometeo colle viscere fuor del petto. Al Ribera piaceva il sangue, le membra lacerate, lo strazio; doveva godere a rappresentar dolori; doveva credere in un inferno più orrendo di quel di Dante, e in un Dio più terribile di quel di Filippo II. Nel Museo di Madrid egli rappresenta il terrore religioso, la vecchiezza, i patimenti, la morte.
Più gaio, più vario, più splendido il grande Velasquez. Quasi tutti i suoi capolavori son là. Sono un mondo; v'è ritratto tutto: la guerra, la corte, il trivio, la taverna, il paradiso; è una galleria di nani, d'imbecilli, di pezzenti, di buffoni, d'ubriachi, di commedianti, di re, di guerrieri, di martiri, di numi; tutti vivi, parlanti, in atteggiamenti nuovi, arditi, colla fronte serena, col sorriso sulle labbra, pieni di freschezza e di vigore; il grande ritratto del conte duca d'Olivarez a cavallo, il quadro celebrede las Meninas, quello delleFilatrici, quello deiBevitori,quello dellaFucina di Vulcano, quello dellaResa di Breda; ampie tele piene di figure che par che escano dal quadro, delle quali, viste una volta, si ricorda distintamente ogni più sfuggevole tratto o moto od ombra del viso, come di persone vive, incontrate pur ora; gente con cui pare d'aver parlato, e a cui si pensa, molto tempo dopo, come a conoscenti di non si sa quando; gente che spira allegrezza e desta coll'ammirazione il sorriso, e fa sentire quasi un rincrescimento di non poterla gustare che cogli occhi, di non potersi mescolare con loro, e attingere un po' della loro rigogliosa vita. Non è effetto della prevenzione favorevole che dà il nome del grande artista, non c'è bisogno di essere intendente d'arte; la donnicciuola, il ragazzo si arrestano dinanzi a quei quadri, batton le mani e ridono; è la natura ritratta con una fedeltà superiore ad ogni immaginazione; si scorda il pittore, non si pensa all'arte, non si scopre l'intento: si dice:—È vero! È così! È l'immagine che avevo in mente!—Si direbbe che il Velasquez non ci ha messo nulla di suo, che ha lasciato fare la mano, e che la mano non fece che fissare le linee e i colori sulla tela d'una camera ottica che riproduceva i personaggi veri ch'egli ritrasse. Più di sessanta quadri suoi son nel Museo di Madrid, e non si vedessero che una sola volta, e di volo, non se ne scorderebbe uno. È dei quadri del Velasquez come del romanzo di Alessandro Manzoni, che dopo letto una diecina di volte, s'intreccia e si confonde siffattamente coi nostri particolariricordi, che ci par d'averlo vissuto. Così i personaggi dei quadri del Velasquez si mescolano nella folla dei nostri amici e conoscenti, vicini e lontani, di tutta la vita, e ci si presentano alla mente e s'intrattengon con noi, senza che noi ci ricordiamo neppure di averli visti dipinti.
Ed ora parliamo del Murillo col tuono di voce più soave che possa uscire dalla nostra bocca. Il Velasquez, nell'arte, è un'aquila; il Murillo è un angelo; il Velasquez s'ammira, il Murillo s'adora. Le sue tele lo fanno conoscere, come se gli si fosse vissuti assieme. Era bello, era buono, era pio: l'invidia non sapeva dove morderlo, intorno alla corona della gloria egli portava un'aureola d'amore. Era nato per dipingere il cielo. Aveva sortito un genio pacato e sereno, che si levava a Dio sulle ali d'una placida ispirazione; e però i suoi quadri più ammirabili spirano un'aura di modesta dolcezza, che desta la simpatia e l'affetto prima ancora che la meraviglia. Una semplice e nobile eleganza di contorni, un'espressione piena di vivezza e di grazia, un'armonia ineffabile di colori, sono ciò che colpisce a primo aspetto; ma più si guarda, più si scopre, e la meraviglia si trasforma a poco a poco in un sentimento dolcissimo di letizia. I suoi santi hanno un aspetto benigno, che rallegra e consola; i suoi angeli, ch'egli aggruppava con una maestria meravigliosa, fanno fremer le labbra dal desiderio dei baci; le sue Vergini, vestite di bianco e avvolte in un gran manto azzurro, con grandi occhi neri, colle manigiunte, sottili, flessibili, aeree, fanno tremare il cuore di dolcezza e gonfiar gli occhi di lagrime. Egli congiunge la verità del Velasquez, agli effetti vigorosi del Ribera, all'armoniosa trasparenza del Tiziano, alla brillante vivezza del Rubens. La Spagna gli diede il nome diPittore delle Concezioni, poichè fu insuperabile nell'arte di rappresentare questa divina idea. Vi son quattro grandiConcezioninel Museo di Madrid. Io passai dinanzi a quei quattro quadri, delle mezze giornate, immobile, quasi estatico. Mi rapiva sopra tutte quella non intera, colle braccia incrociate sul petto, e la mezza luna traverso alla vita; molti la pospongono alle altre; io fremevo al sentirlo dire; ero preso d'una passione inesprimibile per quel viso. Più d'una volta, guardandola, mi sentii scorrer le lagrime giù per le guancie. Dinanzi a quel quadro, il mio cuore s'ingentiliva, il mio intelletto si sollevava ad un'altezza di pensieri cui non era mai arrivato. Non era l'entusiasmo della fede; era un desiderio, un'aspirazione immensa alla fede, una speranza che mi faceva intravvedere una vita più nobile, più feconda, più bella di quella che avevo condotto fino allora; un sentimento nuovo della preghiera, un bisogno d'amare, di far del bene, di soffrire per gli altri, di espiare, di nobilitar la mia mente e il mio cuore. Non son mai stato tanto vicino alla fede come in quei momenti; non son mai stato così buono e così affettuoso; e credo che sul mio volto non abbia mai brillato più splendidamente la mia anima. LaVergine dei dolori,Sant'Anna che insegna a leggere alla Vergine,Cristo crocifisso, l'Annunziazione, l'Adorazione dei pastori, laSacra famiglia, laVergine del Rosario,Il bambino Gesùson tutti quadri mirabili e belli d'una luce queta e soave, che va all'anima. Bisogna vedere la domenica i fanciulli, le ragazze, le donne del popolo dinanzi a quelle immagini; vedere come i loro volti s'illuminano, e sentire che dolci parole escon dalle loro labbra. Il Murillo, per loro, è un santo; ne pronunziano il nome con un sorriso, come per dire:—È nostro!—e pronunziandolo, vi guardano come per imporvi un atto di reverenza. Gli artisti non ne portan tutti lo stesso giudizio; ma l'amano anche essi sopra ogni altro, e non riescono a sceverare l'ammirazione dall'amore. Il Murillo non è soltanto un grande pittore, è una grand'anima; è più che una gloria, è un affetto della Spagna; è più che un maestro sovrano del bello, è un benefattore, un ispiratore di buone azioni, una immagine cara che, afferrata una volta nelle sue tele, si porta nel cuore tutta la vita, con un sentimento di gratitudine e di devozione religiosa. È uno di quegli uomini, dei quali un non so qual sentimento secreto ci dice che li dovremo rivedere, che il rivederli ci è dovuto come un premio, che non possono essere spariti per sempre, che in qualche luogo sono ancora, che la loro vita non è stata che un lampo d'una luce inestinguibile, che dovrà apparire un giorno in tutto il suo splendore agli occhi dei mortali. Si dirà: errori della fantasia! Ah, cari errori!
Dopo le opere di questi quattro grandi maestri, vi son da ammirare i quadri di Joanes, artista intimamente italiano, a cui il disegno corretto e la nobiltà dei caratteri valsero il titolo, benchè profferito sotto voce, di Raffaello spagnuolo; non nell'arte, ma nella vita simile a frate Angelico, poichè il suo studio era un oratorio, dove si digiunava e facea penitenza, ed egli pure, prima di mettersi all'opera, andava a pigliar la comunione. Poi i quadri di Alonso Cano; i quadri del Pacheco, maestro del Murillo; del Pareja, schiavo del Velasquez; del Navarrate il Muto; del Menendez, gran pittore di fiori; dell'Herrera, del Coello, del Carbajal, del Collantes, del Rizi. Del Zurbaran, uno dei più grandi pittori spagnuoli, degno di star accanto ai tre primi, v'è poco. Di quadri d'altri artisti, minori di quegli accennati, ma pure per meriti diversi ammirabili, son pieni i corridoi, le anticamere, le sale di passaggio. Ma non è questo il solo Museo di pittura di Madrid: vi sono centinaia di quadri nell'Accademia di San Fernando, nel ministero delFomento, e in altre Gallerie private. Ci vorrebbero mesi e mesi a veder bene ogni cosa; che non ci vorrebbe a descrivere, anche a chi avesse ingegno da tanto? Uno dei più potenti scrittori di Francia, amantissimo della pittura e gran maestro di descrizioni, messo al punto, si spaventò, e non seppe far di meglio che cavarsi d'impiccio dicendo che ci sarebbe troppo da dire; e s'egli stimò bene di tacere, a me deve sembrare d'aver già detto anche troppo. È una delle più dolorose conseguenzed'un bel viaggio questa di trovarsi ad avere nella mente una folla di belle immagini e nel cuore un tumulto di grandi affetti, e non potere, non sapere esprimerne che una sì piccola parte! Con che profondo sdegno lacererei queste pagine quando penso a quei quadri! O Murillo, o Velasquez, o povera penna mia!
Pochi giorni dopo ch'ero arrivato a Madrid, vidi per la prima volta, sboccando dalla strada d'Alcalà nella piazza della Porta del Sole, il re Amedeo. Provai un piacere vivissimo, come se avessi riveduto il più intimo dei miei amici. È curiosa quella di trovarsi in un paese dove l'unica persona che si conosca è il Re! Verrebbe voglia di corrergli dietro gridando:—Maestà! son io, sono arrivato.—
Don Amedeo seguiva a Madrid le abitudini paterne. Si levava all'alba e andava a fare una passeggiata nei giardini del Moro che si stendono tra il Palazzo reale e il Manzanare; o si recava a visitare i Musei, attraversando la città a piedi, con un solo aiutante di campo.Las criadas, tornando a casa trafelate colla cesta ripiena, raccontavano alle padrone sonnecchianti che l'avevano incontrato, che gli eran passate accanto, quasi da toccarlo; e le padrone repubblicane dicevano:—Asì debe hacer,—e le carliste storcevan la bocca mormorando:—Que clase de rey!—(che razza di re), o come intesi dire una volta:—Quiere á toda costa que le peguen un tiro.—(Vuole a tutti i costi che gli tirino unafucilata.) Rientrato in Palazzo, riceveva il Capitano generale e il Governatore di Madrid, i quali, giusta una consuetudine antica, dovevan presentarsi ogni giorno al Re per domandargli se avesse nulla da ordinare all'esercito e alla polizia. Venivan dopo i ministri. Oltre a vederli tutti insieme in Consiglio una volta la settimana, Amedeo ne riceveva uno ogni giorno. Partito il ministro, cominciava l'udienza: Don Amedeo dava udienza ogni giorno per un'ora almeno, molte volte per due. Le domande erano innumerevoli, e gli oggetti delle domande facili a indovinarsi: sussidi, pensioni, impieghi, privilegi, croci; il Re riceveva tutti. La Regina pure riceveva; benchè non ogni giorno, a cagione del suo mutevole stato di salute. A lei spettavano tutte le opere di beneficenza. Essa riceveva in presenza d'un maggiordomo e d'una dama d'onore, alla stess'ora che il Re, ogni sorta di gente: signore, operai, donne del popolo, ascoltando pietosamente lunghi racconti di miserie e di dolori. Oltre a cento mila lire al mese ella distribuiva in opere di carità, senza contare le largizioni straordinarie agli ospizi, agli ospedali, agli altri istituti di beneficenza. Alcuni di questi fondò ella stessa. Sulla riva del Manzanare, in vista del palazzo reale, in un luogo aperto e ridente, si vede una casetta dipinta a vivi colori, con un giardinetto all'intorno, di dove, passando, si senton risa, grida e vagiti di bimbi. La Regina fece costruire quella casa per raccogliervi i figliuoli piccini delle lavandaie, i quali, mentre lemadri lavoravano, solevan rimaner per le strade esposti a mille pericoli. Là son maestre, balie, donne di servizio, che provvedono a tutti i bisogni dei bimbi: è insieme un ospizio e una scuola. Le spese per la fabbricazione della casa e per il suo mantenimento furon fatte colle venticinque mila lire mensili che lo Stato aveva assegnate al Duca di Puglia. La Regina istituì pure un Ospizio pei trovatelli; una casa, o specie di collegio, pei figliuoli delle operaie da tabacco; una distribuzione di minestra, carne e pane per tutti i poveri della città. Ella stessa si recò più volte ad assistere alla distribuzione, improvvisamente, per accertarsi che non vi si facessero abusi, e avendone scoperti, provvide perchè non s'avessero a rinnovare. Oltre a ciò, le monache di carità ricevevano da lei ogni mese trentamila lire per soccorrere quelle famiglie che per la loro condizione sociale non potevano concorrere alla distribuzione della minestra. Degli atti privati di beneficenza che faceva la Regina era difficile aver notizia perchè soleva farli senza parlarne ad alcuno. Poco si sapeva pure delle sue abitudini, perchè faceva ogni cosa senza pompa, e con un riserbo che sarebbe parso quasi eccessivo anche in una signora privata. Nemmeno le dame di corte sapevano ch'ella andava a sentir la predica a San Luigi dei Francesi: una signora la vide per la prima volta, per caso, in mezzo alle sue vicine. Nel suo vestire non aveva alcun distintivo di Regina, neanco i giorni di pranzo a Corte. La regina Isabella portava ungran manto rosso colle armi di Castiglia, diadema, ornamenti ed insegne: Donna Vittoria nulla. Si vestiva per lo più coi colori della bandiera spagnuola, e con una semplicità che annunziava la corona assai più che lo splendore e lo sfarzo. Nè l'oro spagnuolo ci aveva che vedere neanco con quella semplicità, tutte le spese ch'ella faceva per sè, pei suoi bambini, per le sue cameriere, le faceva col danaro suo.
Quando regnavano i Borboni tutto il palazzo reale era occupato: il Re abitava la parte sinistra, verso la piazza d'Oriente; Isabella, la parte che guarda da un lato sulla piazza d'Oriente, e dall'altro sulla piazza dell'Armeria; il Montpensier, la parte opposta a quella della regina; i principi avevano ciascuno un appartamento verso il Giardino del Moro. Nel tempo che vi soggiornò il re Amedeo, una gran parte dell'immenso edifizio rimase vuota. Egli non aveva che tre piccole stanze: un salottino da studio, una camera da letto, e iltocador(stanzino da toeletta). La camera da letto dava in un lungo corridoio che conduceva alle due stanzine dei principi, accanto alle quali era l'appartamento della Regina, che non voleva scostarsi mai dai suoi figliuoli. V'era poi un salone pei ricevimenti. Tutta questa parte del palazzo che serviva per l'intera famiglia reale, era occupata prima dalla sola regina Isabella. Quando ella seppe che Don Amedeo e donna Vittoria s'eran contentati di così piccolo spazio, si dice che abbia esclamato con meraviglia:—Poveri giovani, non vi si potranno muovere!—
Il Re e la Regina solevan pranzare con un maggiordomo e una dama di Corte. Dopo il pranzo, il Re fumava un sigaro di Virginia (se lo sappiano i detrattori di questo principe dei sigari), e andava nel suo gabinetto ad occuparsi delle cose di Stato. Soleva pigliar molti appunti e consigliarsi spesso colla Regina, specie quando si trattava di metter l'accordo tra i Ministri, o comporre gli animi divisi dei capi di parte. Leggeva un gran numero di gazzette d'ogni colore, le lettere cieche che lo minacciavan di morte, quelle che gli davan dei consigli, le poesie satiriche, i progetti di rinnovamento sociale, tutto quello che gli mandavano. Verso le tre esciva dal Palazzo a cavallo, le trombe della Guardia squillavano, un servitore vestito di rosso lo seguiva alla distanza di cinquanta passi. A vederlo, si sarebbe detto ch'egli non sapeva d'essere il Re: guardava i bambini che passavano, le insegne delle botteghe, i soldati, le diligenze, le fontane, con un'espressione di curiosità quasi infantile. Percorreva tutta la strada Alcalà, lentamente, come un cittadino sconosciuto che pensasse ai fatti suoi, e se ne andava al Prado a godere la sua parte d'aria e di sole. I Ministri strillavano; i borbonici, assuefatti all'imponente corteo d'Isabella, dicevano ch'egli strascinava per le strade la maestà del trono di San Ferdinando; persino il servitore che lo seguiva, guardava intorno con un'aria crucciata, come per dire:—Vedete un po' che pazzie!—ma checchè si dicesse, il Re non poteva pigliar l'abitudine di aver paura. E gli Spagnuoli, convien dirlo, gli rendevangiustizia, e qual si fosse il giudizio che portassero della sua mente, della sua condotta e del suo governo, non mancavan mai di soggiungere:—In quanto a coraggio poi, non c'è nulla da dire.
Ogni domenica v'era pranzo a Corte. Erano invitati generali, deputati, professori, accademici, uomini chiari nelle lettere e nelle scienze: la Regina parlava con tutti e di tutto, con una sicurezza e una grazia, che per quanto si sapesse prima del suo ingegno e della sua coltura, superava sempre l'aspettativa. Il popolo, naturalmente, parlando di quello ch'ella sa, faceva le frangie: diceva del greco, dell'arabo, del sanscrito, dell'astronomia, della matematica. Ma è vero che discorreva argutamente di cose lontanissime da ogni consuetudine di studi femminili, e non con quel parlar vago e spicciativo che è proprio di chi non sa altro che titoli e nomi. Aveva studiato profondamente la lingua spagnuola, e la parlava oramai come la propria; la storia, la letteratura, i costumi della sua nuova patria, le eran famigliari; non le mancava per essere spagnuola davvero, che il desiderio di rimanere in Ispagna. Iliberalibrontolavano, i borbonici dicevano:—Non è la nostra regina;—ma tutti nutrivan per lei un profondo rispetto. I giornali più arrabbiati dicevan tutt'al piùla esposa de Don Amedeo, invece di direLa reina. Il più violento dei deputati repubblicani, facendo allusione a lei in un suo discorso alle Cortes, non potè a meno di proclamarla—illustre e virtuosa.—Era la sola persona della Casa sulla qualenessuno si permettesse mai uno scherzo nè di lingua nè di penna: era come una figura lasciata in bianco in mezzo a un quadro di caricature maligne.
Quanto al Re, par che la stampa spagnuola godesse d'una libertà sconfinata. Sotto la salvaguardia dell'appellativo di Savoiardo, di straniero, di giovane della Corte, i giornali avversi alla dinastia dicevano, in sostanza, quello che volevano, e ne dicevan delle amene. Questo se la pigliava a cuore perchè il Re erafeo de cara y de perfil, (brutto di viso e di profilo); quello si rodeva perchè camminava troppo stecchito; un terzo trovava a ridire sulla sua maniera di rendere il saluto; e altre piccinerìe da non credersi. Ciò non ostante il popolo di Madrid aveva per lui, se non l'entusiasmo dell'Agenzia Stefani, almeno una simpatia molto viva. La semplicità dei suoi costumi e la bontà del suo cuore eran proverbiali anche fra i fanciulli. Si sapeva ch'egli non serbava rancore con nessuno, neanco con quelli che si eran condotti poco degnamente con lui; che non aveva mai fatto un atto dispettoso a nessuno; che non s'era mai lasciato sfuggire di bocca una parola amara contro i suoi nemici. A chi parlasse di pericoli personali ch'egli potesse correre, ogni buon popolano rispondeva sdegnosamente che il popolo spagnuolo rispetta chi ha fede in lui; i suoi nemici più acerrimi, ne parlavano con ira, ma non con odio; coloro stessi che non si levavano il cappello incontrandolo per via, si sentivano stringere il cuore vedendo che altri non se lo levava, e non potevano nascondereun sentimento di tristezza. Vi sono immagini di Re caduti sulle quali si stende un drappo nero, altre che si ricoprono d'un velo bianco che le fa intravvedere più belle e più venerabili; su codesta, la Spagna ha steso un velo bianco. E chi sa se un giorno la vista di codesta immagine non strapperà dal petto d'ogni onesto spagnuolo un sospiro segreto, come il ricordo d'una cara persona offesa, o come una voce pacata e benigna che dica in suono di mesto rimprovero:—Eppure.... tu hai fatto male!
Una domenica il Re passò in rassegna ivoluntarios de la libertad, che sono una specie di guardie nazionali italiane, colla differenza che quelli prestano un buon servizio spontaneamente, e queste non lo prestan neppur cattivo per forza. Ivoluntariosdovevano schierarsi lungo i viali del Prado; una folla immensa li aspettava. Quando io arrivai v'eran già tre o quattro battaglioni. Il primo era il battaglione dei veterani, tutti uomini sulla cinquantina, non pochi vecchissimi, vestiti di nero, col cappelletto alla Ros, con galloni sopra galloni, e croci sopra croci, lindi e luccicanti come allievi di Accademia, enel mover degli occhialterie tardi, da confondere i granatieri della Vecchia guardia. C'era dopo un altro battaglione con un'altra uniforme: calzoni bigi, tunica aperta e rivoltata sul petto con larghe mostre di panno rossissimo; non più Ros, cheppì con pennacchio azzurro, e baionetta innastata sul fucile. Altro battaglione,altra uniforme; non più cheppì, di nuovo Ros; non più mostre di panno rosso, ma di panno verde; calzoni d'altro colore; non baionette, ma daghe. Un quarto battaglione, un quarto uniforme: pennacchi, colori, armi, tutto diverso. Giungono altri battaglioni, altre foggie. Alcuni hanno l'elmo prussiano, altri l'elmo senza punta; chi ha le baionette, chi le daghe diritte, chi le daghe ricurve, chi le daghe serpeggianti; qui soldati coi cordoni, là senza cordoni, più in là cordoni di nuovo; centurini, spalline, cravatte, penne, ogni cosa cangia ad ogni tratto. E son tutte divise sfoggiate e pompose con cento colori e cento gingilli che pendono, luccicano e svolazzano. Ogni battaglione ha una bandiera di forma diversa, coperta di ricami, di nastri, di frangie; fra gli altri si vedon dei militi vestiti da paesani, con una banda qualunque cucita a lunghi punti sovra un par di calzoni rappezzati; alcuni senza cravatta, altri con cravatta nera, panciotto aperto e camicia ricamata; ragazzi di quindici, di dodici anni, armati di tutto punto, in mezzo alle file; vivandierine con sottane corte e calzoni rossi, e canestri pieni di sigari e d'aranci. Davanti ai battaglioni, è un continuo correre di ufficiali a cavallo. Ogni maggiore porta sul capo, o sul petto o sulla sella qualche ornamento di sua invenzione; ad ogni tratto passa una staffetta che non si sa a che diavol di Corpo appartenga; si vedon galloni sulle braccia, sulle spalle, intorno al collo, d'argento, d'oro, di lana; medaglie e croci fitte tanto da nasconderemezzo il petto, messe l'una su l'altra, e sopra e sotto la cintura; guanti di tutti i colori dell'iride; sciabole, spade, spadine, spadoni, pistole, rivoltelle; un miscuglio, insomma, di tutte le divise e di tutte le armi di tutti gli eserciti, una varietà da stancare dieci commissioni ministeriali per la modificazione del vestiario, una confusione da perderci il capo. Non ricordo se fossero dodici o quattordici battaglioni; ciascuno dei quali scegliendo la propria divisa, s'era sforzato di riuscire quanto più era possibile diverso da tutti gli altri. Erano comandati dal Sindaco, che aveva anch'egli un'uniforme fantastica. Potevano essere un ottomila uomini. All'ora fissata, un improvviso scorrazzare di ufficiali di stato maggiore e un sonar clamoroso di trombe annunziò l'arrivo del Re. Arrivò in fatti dalla strada d'Alcalà Don Amedeo, a cavallo, vestito da capitan generale, con stivaloni, calzoni bianchi e divisa a coda di rondine; e dietro a lui un folto stuolo di generali, d'aiutanti di campo, di servitori rosso-vestiti, di lancieri, di corazzieri, di guardie. Dopo che ebbe percorsa tutta la fronte dell'esercito, dal Prado fino alla chiesa di Atocha, in mezzo a una folla fitta e silenziosa, ritornò verso la strada Alcalà. Qui era una moltitudine immensa che ondeggiava e rumoreggiava come un mare. Il Re e il suo stato maggiore s'andarono a fermare davanti alla chiesa di San José colle spalle volte alla facciata, e la cavalleria fece sgombrare, a gran fatica, un piccolo spazio per dove potessero sfilare i battaglioni.
Sfilarono per plotoni. Via via che passavano, a un cenno del comandante gridavano:—Viva el Rey! Viva Don Amadeo primero!
Il primo ufficiale che lanciò il grido ebbe una idea infelice. L'evviva gridato spontaneamente dai primi diventò come un dovere per tutti gli altri; e fu cagione che il pubblico pigliasse la maggior o minor forza ed armonia delle voci come segno di dimostrazione politica. Alcuni plotoni gridavano un evviva così fioco e corto, che pareva la voce d'un gruppo di malati che chiedessero aiuto: allora la folla prorompeva in risa. Altri plotoni gridavano a squarciagola, ed anco il loro grido era interpretato come una dimostrazione di ostilità alla dinastia. Varie voci correvano fra la gente serrata intorno a me. Uno diceva:—Ora viene il tal battaglione, è un battaglione di repubblicani, vedrete che non grida.—Il battaglione non gridava: gli spettatori tossivano. Un altro diceva:—È una vergogna, una mancanza d'educazione;a mi tampoco me gusta Don Amadeo, pero callo(taccio)y respeto.—Vi fu qualche litigio. Un giovinastro gridò viva con voce in falsetto, uncaballerogli diede dell'impertinente, quegli si risentì, alzarono tutti e due le mani, un terzo li divise. Tra battaglione e battaglione passavano cittadini a cavallo; alcuni non si levavano il cappello, e fissavano nondimeno il Re; e allora si sentivan nella folla voci diverse comemuy bienemal criado. Altri che avrebbero voluto salutare, non salutavano per paura; e passavano col capo basso eil viso rosso. Altri invece, stomacati da quello spettacolo, facevano alla barba di tutti una coraggiosa dimostrazione diamedeismo, passando col cappello in mano, e guardando ora rispettosamente il Re, ora fieramente la folla, pel tratto di una decina di passi. Il Re restò immobile fino alla fine dello sfilamento con una espressione inalterata di serena alterezza. Così ebbe fine la rassegna.
Questa milizia nazionale, benchè meno disfatta e sfinita della nostra, non è più tuttavia che una larva; il ridicolo ne ha corroso le radici; ma come divertimento nei giorni di festa, benchè il numero dei volontarii sia molto scemato (ascendevano una volta a trentamila), è sempre uno spettacolo che rivende tutte le antenne e tutti i cenci rossi del signor Ottino.
Il trentun di marzo s'inaugurò lo spettacolo delle corse dei Tori. Discorriamone a nostro bell'agio, perchè l'argomento n'è degno. Chi ha letto la descrizione del Baretti, faccia conto di non aver letto nulla. Il Baretti non vide che le corse dei tori di Lisbona, che appetto a quelle di Madrid son giuochi da ragazzi; la sede dell'arte è Madrid; qui i grandi artisti, qui gli spettacoli sfarzosi, qui gli spettatori esperti, qui i giudiciche sanciscono la gloria. Il Circo di Madrid è ilTeatro della Scaladell'arte toresca.
L'inaugurazione delle Corse dei Tori a Madrid è assai più importante d'un cangiamento di Ministero; un mese prima n'è sparso l'annunzio in tutta la Spagna; da Cadice a Barcellona, da Bilbao ad Almeria, nei palazzi dei Grandi e nei tugurii dei poveri, si parla degli artisti e delle razze dei tori; si istituiscono corse di piacere fra le provincie e la Capitale; chi è corto a quattrini, fa dei risparmi per potersi procurare un bel posto nel Circo il giorno solenne; i padri e le madri promettono ai figliuoli studiosi che ce li condurranno; gli amanti lo promettono alle belle; i giornali assicurano che si avrà una buonastagione; itorerosscritturati, che si vedon già per Madrid, son segnati a dito; corre voce che i tori sono già arrivati, c'è chi li ha visti, si briga per andarli a vedere; son tori dei pascoli del duca di Veragua, del marchese de la Merced, dell'eccellentissima signora vedova di Villaseca, stupendi, formidabili; s'apre l'ufficio per gli abbonamenti, accorrono in folla i dilettanti, i servitori delle famiglie nobili, i sensali, gli amici incaricati dagli assenti; il primo giorno l'Impresario ha incassato cinquantamila lire, il secondo, trenta, in una settimana cento mila; Frascuelo, il famosomatador, è arrivato; è arrivato il Cuco, è arrivato il Calderon; ci son tutti; ancora tre giorni! migliaia di persone non parlan d'altro, vi son signore che sognano il Circo, ministri che non han più il capo agli affari, vecchi dilettantiche non stan più nella pelle; operai, poveri che non fumano più ilcigarritoper aver quei pochi soldi il giorno dello spettacolo. Finalmente s'arriva alla vigilia: il sabato mattina, prima dell'alba, in una stanza a terreno della strada d'Alcalà, si cominciano a vendere i biglietti; v'è già una folla di gente prima che s'apra la porta; urlano, si pigiano, si picchiano; venti guardie civili colla rivoltella alla cintura duran fatica a ottener un po' di quiete; fino a notte è un via vai incessante. Spunta il giorno sospirato: lo spettacolo comincia alle tre; a mezzodì muove gente da tutte le parti verso il Circo; il Circo è all'estremità del borgo di Salamanca, al di là del Prado, fuori di porta Alcalà; tutte le strade che vi conducono, sono corse da una processione di popolo; nei dintorni dell'edifizio è un formicolaio; arrivano drappelli di soldati e di volontarii della libertà, preceduti dalle bande musicali; una turba d'acquaioli e d'aranciai empiono il cielo di grida; i rivenditori di biglietti corrono qua e là chiamati da cento voci; disgraziato chi non ha ancora il suo biglietto! pagherà il doppio, il triplo, il quadruplo! ma che importa? si pagò un biglietto anche cinquanta, anche ottanta lire! Si aspetta il Re, si dice che verrà pure la Regina; cominciano ad arrivare le carrozze dei pezzi grossi; il duca Fernan Nunez, il duca di Abrantes, il marchese de la Vega de Armijo, una folla di grandi di Spagna, le deesse dell'aristocrazia; i ministri, i generali, gli ambasciatori, tuttociò che v'è di bello, di splendido e di potente nellagrande città. S'entra nel Circo per molte porte; prima d'entrare s'è già assordati.
Entrai: il Circo è immenso. Visto di fuori non presenta nulla di notevole, è un edifizio rotondo, basso, senza finestre, intonacato di giallo; ma all'entrare, si prova un senso vivissimo di meraviglia. È un Circo per un popolo, ci stanno diecimila spettatori, ci potrebbe armeggiare un reggimento di cavalleria. L'arena è circolare, vastissima, da contener dieci dei nostri circhi equestri, cinta da una barriera di legno, alta fin quasi al collo d'un uomo, munita dalla parte interna d'un piccolo rilievo, a pochi palmi da terra, sul quale mettono il piede itorerosper saltar al di là, quando il toro gl'insegue. Dopo questa barriera, ve n'è un'altra più alta, perchè il toro salta sovente al di là della prima; fra questa e quella corre tutt'intorno all'arena una corsía, larga un po' più d'un metro, nella quale vanno e vengono itorerosprima del combattimento, e stanno durante il combattimento i servitori del Circo, i falegnami pronti a riparare ai guasti che può fare il toro, le guardie, i venditori d'aranci, i dilettanti che godono dell'amicizia dell'Impresario, i pezzi grossi ai quali è concesso di fare un buco nel regolamento. Al di là della seconda barriera, s'alza una gradinata di pietra; al di là della gradinata i palchi; sotto i palchi corre una galleria occupata da tre giri di sedili. I palchi son grandi da capire ciascuno due o tre famiglie; il palco del Re è una gran sala; accanto al palco del Re, v'è quello delMunicipio, dal quale il Sindaco, o qualcuno per lui, presiede allo spettacolo. V'è il palco dei Ministri, del Governatore, degli Ambasciatori; ogni famiglia nobile n'ha uno; i giovanottibontonisti, come direbbe il Giusti, n'hanno uno in molti; ci son poi i palchi d'affitto, che costano un subisso. Tutti i posti delle gradinate son numerati; ciascuno ha il suo biglietto; l'entrata si fa senza il menomo disordine. Il Circo è diviso in due: la parte dove batte il sole, la parte all'ombra; in questa si paga di più; nell'altra va il basso popolo. L'arena ha quattro porte a intervalli quasi uguali fra loro: la porta per la quale entrano itoreros, quella per i tori, quella pei cavalli, quella per gli annunziatori dello spettacolo, sotto il palco del Re. Al di sopra della porta per la quale entrano i tori, s'alza una specie di terrazza, che si chiama iltoril: fortunato chi ci può trovar posto! Su questa terrazza, sur un palchetto, stanno coloro che, a un cenno che si fa dal palco del Municipio, suonan la tromba e il tamburo per annunziare l'uscita del toro. In faccia al Toril, dalla parte opposta dell'Arena, sulla gradinata, c'è la banda musicale. Tutta la gradinata è divisa in scompartimenti, ognuno dei quali ha la sua porta d'entrata. Prima che cominci lo spettacolo, il popolo può entrar nell'Arena, e girare per tutti i recessi dell'edifizio; si va a vedere i cavalli, chiusi in un cortile, destinati la maggior parte, ahimè! a morire; si va a vedere i chiusi oscuri entro cui son serrati i tori, che si fan poi passare dall'uno all'altro, finoa un corridoio, dal quale si slancian nell'arena; si va a vedere l'Infermeria dove son trasportati itorerosferiti; una volta c'era da veder pure una Cappella, nella quale celebravasi la messa durante il combattimento, e itorerosandavano a pregare prima d'affrontare la belva; si va presso la porta principale d'entrata, dove sono esposte lebanderillasche saranno confitte nel collo ai tori, e dove si vede una folla ditorerosvecchi, quale storpio, quale senza un braccio, quale colle stampelle, e ditorerosgiovani, che non sono ancora ammessi agli onori del Circo di Madrid; si compra un numero del giornale ilBuletin de los Torosche promette meraviglie per lafunciondel giorno; ci si fa dare dai custodi il programma dello spettacolo, e un fogliolino stampato, diviso in colonne, per notarvi i colpi di picca, le stoccate, le cadute, le ferite; si gira per gl'interminabili corridoi e le interminabili scale in mezzo a una folla che va e viene, sale e scende gridando e strepitando, da far tremar l'edifizio; e finalmente si ritorna al proprio posto.
Il Circo è pieno zeppo ed offre uno spettacolo del quale è impossibile, a chi non l'abbia visto, di formarsi un'immagine; è un mare di teste, di cappelli, di ventagli, di mani che s'agitano in aria; dalla parte dell'ombra, dove sono i signori, tutto nero; dalla parte del sole, dov'è il basso popolo, mille colori vivissimi di vestiti, di ombrellini, di ventagli di carta, un'immensa mascherata; non c'è più posto per un bambino; la folla è compatta come unafalange, nessuno può uscire, si stenta a muovere le braccia. E non è un brulichío, uno strepito come negli altri teatri; è diverso; è un'agitazione, una vita affatto propria del Circo; tutti gridano, si chiamano, si salutano, con un'allegrezza frenetica; i bambini e le donne strillano, gli uomini più gravi folleggiano come giovinetti; i giovani, a gruppi di venti, di trenta insieme, vociando in cadenza, e battendo le canne sulle gradinate, annunziano al rappresentante del Municipio che è l'ora; nei palchi è un ribollimento da piccionaja di teatro diurno; al gridío assordante della folla si mescono gli urli d'un centinaio di rivenditori che gettano aranci da tutte le parti; suona la banda, i tori muggiscono, rumoreggia la folla accalcata di fuori; è uno spettacolo che dà le vertigini; prima che la lotta cominci, si è già stanchi, ebbri, smemorati.
All'improvviso s'alza un grido:—El Rey!—Il Re è arrivato; è arrivato in una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, montati da servitori vestiti del pittoresco costume andaluso; le vetriere che chiudono il palco reale s'aprono; il Re entra con un folto corteo di ministri, di generali, di maggiordomi. La Regina non c'è; si prevedeva: si sa che ha orrore di codesto spettacolo; oh! ma il Re non ci poteva mancare, c'è sempre venuto; si dice che ne va matto. È l'ora, si comincia. Mi ricorderò per tutta la vita del freddo che sentii nelle vene in quel punto.
Squilla la tromba: quattro guardie del Circo, a cavallo, con cappello e pennacchio alla Enrico IV, mantellina nera, giustacore, stivaloni, spada, entranodalla porta che è sotto il palco del Re, e fanno a lento passo il giro dell'Arena; la gente sgombra, ognuno va al suo posto, l'Arena riman vuota. I quattro cavalieri si vanno a mettere a due a due dinanzi alla porta, ancora chiusa, che fa fronte al palco reale. I diecimila spettatori hanno l'occhio là, si fa un silenzio generale; di là deve uscir lacuadrilla, tutti itoreros, in gran gala, che vengono a presentarsi al Re e al popolo. La banda suona, la porta s'apre, s'ode uno scoppio immenso d'applausi, itorerossi avanzano. Vengon primi i treespadas, Frascuelo, Lagartijo, Cayetano, i tre famosi, vestiti del costume di Figaro nelBarbiere di Siviglia, di raso, di seta, di velluto ranciato, incarnato, azzurro, coperti di ricami, di frangie, di galloni, di filigrane, di lustrini, di ciondolini d'oro e d'argento, che nascondon quasi tutto il vestito; avvolti in ampie cappe gialle e rosse; con calze bianche, cintura di seta, un gruppo di treccie sulla nuca, un berretto di pelo. Vengon dopo ibanderillerose icapeadores, uno stuolo, anch'essi coperti d'oro e d'argento; poi ipicadoresa cavallo, a due a due, con una gran lancia nel pugno, un cappello grigio, basso, di grandissima tesa, una giacchettina ricamata, un paio di calzoni di pelle di bufalo gialla, imbottiti e guarniti al di dentro di lamine di ferro; poi ichulos, o servitori, vestiti dei loro panni di gala; e tutti insieme attraversano maestosamente l'Arena, dirigendosi verso il palco del Re. Nulla si può immaginare di più pittoresco di quello spettacolo: vi son tutti i colori d'un giardino, tutti glisplendori d'un corteo reale, tutta la gaiezza d'una frotta di maschere, tutta l'imponenza d'una schiera di guerrieri; a chiuder gli occhi, non si vede che un barbaglio d'oro e d'argento. E son uomini bellissimi, ipicadoresalti e tarchiati come atleti; gli altri sottili, svelti, di forme scultorie, visi bruni, occhi grandi e fieri; figure di gladiatori antichi, vestite con uno sfarzo da principi asiatici.
Tutta lacuadrillasi arresta dinanzi al palco del Re e saluta; l'Alcade fa cenno che si può cominciare; cade dal palco nell'Arena la chiave deltorildove son chiusi i tori; una guardia del Circo la raccoglie e la rimette al custode che si va a piantare accanto alla porta, pronto ad aprire. Lo stuolo deitorerossi scioglie, gliespadassaltano al di là della barriera, icapeadoressi sparpagliano per l'Arena agitando le lorocapasrosse e gialle, deipicadoresalcuni si ritirano ad aspettare il loro turno, gli altri spronano il cavallo e vanno ad appostarsi a sinistra deltoril, alla distanza di una ventina di passi l'un dall'altro, colle spalle volte alla barriera, e la lancia in resta. È un momento d'agitazione, d'ansietà inesprimibile; tutti gli sguardi son fissi alla porta dalla quale uscirà il toro; tutti i cuori battono; un silenzio profondo regna in tutto il Circo; non si sente che il muggito del toro che s'avanza di chiuso in chiuso, nell'oscurità della sua vasta prigione, quasi gridando:—Sangue! Sangue!—I cavalli tremano, ipicadoresimpallidiscono;—ancora un istante;—squilla la tromba, la porta si spalanca, un toroenorme si slancia nell'Arena; un grido formidabile, scoppiato a un punto da dieci mila petti, lo saluta. La strage comincia.