NOTE:

Cominciammo a girare di navata in navata, osservando ogni cosa minutamente. Quanta varietà in quell'edifizio che sembra a primo aspetto uniforme! Le proporzioni delle colonne, i disegni dei capitelli, le forme degli archi cangiano, si può dire, ad ogni passo. Delle colonne, la maggior parte sono antiche, e furon tolte dagli Arabi alla Spagna del Norte, alla Gallia, all'Affrica romana; e qualcuna è famaappartenesse ad un tempio di Giano, sulle rovine del quale venne costrutta la chiesa che gli Arabi distrussero per costrurre la moschea. Sopra parecchi capitelli si scorgono ancora le traccie delle croci che v'erano scolpite, e che gli Arabi ruppero a colpi di scalpello. In qualche colonna sono confitti ferri ricurvi ai quali si dice che gli Arabi legassero i Cristiani; e se n'accenna uno, tra gli altri, cui la tradizione popolare narra esser stato legato un cristiano per lo spazio di molti anni; nel qual tempo, a furia di raschiare coll'unghie, riuscì a incavare nella pietra una croce che i ciceroni fanno vedere con profonda venerazione.

Giungemmo alla Maksura, che è l'opera più completa e più meravigliosa dell'arte degli Arabi nel decimo secolo. Sul dinnanzi, sono tre cappelle contigue, colla volta ad archi dentellati, e le pareti coperte di stupendi musaici, che rappresentan gruppi di fiori e sentenze del Corano. In fondo alla cappella di mezzo, è ilmihrabprincipale, il luogo sacro dove stava lo spirito di Dio. È una nicchia di base ottagonale, chiusa di sopra da una colossale conchiglia di marmo. Nelmihrabera deposto il Corano, scritto dalla mano del califfo Othman, coperto d'oro, guernito di perle, inchiodato sovra una seggiola di legno d'aloe; e intorno ad esso venivano a fare sette giri ginocchioni le migliaia dei fedeli. Avvicinandomi al muro mi sentii mancar sotto il pavimento: il marmo è incavato!

Uscendo dalla nicchia, mi arrestai lungo tempoa contemplare la vòlta e le pareti della cappella principale, la sola parte della moschea che si conservò quasi intatta. È un luccichìo abbarbagliante di cristalli di mille colori, un intreccio di arabeschi che confonde la mente, una complicazione di bassorilievi, di dorature, di ornamenti, di minuzie di disegno e di colorito, d'una delicatezza, d'una grazia, d'una perfezione da far disperare il più paziente pittore. È impossibile ritener nulla nella mente di quel portentoso lavoro; voi potreste tornar cento volte a guardarlo, che non vi rimarrebbe dinanzi agli occhi, ripensandoci, altro che un formicolìo di puntini azzurri, rossi, verdi, dorati, luminosi, o un ricamo intricatissimo, cangiante continuamente e rapidissimamente di disegno e di colori. Solamente dalla focosa e instancabile immaginazione degli Arabi poteva uscire un siffatto miracolo d'arte.

Ricominciammo a girare per la moschea, osservando qua e là sui muri i rabeschi delle antiche porte che si scoprono via via sotto il detestabile intonaco cristiano. I miei compagni mi guardavano, ridevano e si mormoravan nell'orecchio non so che.

“Non se n'è ancora accorto?” mi domandò l'uno.

“Di che?”

Si riguardarono e sorrisero di nuovo.

“Crede lei d'aver visto tutta la moschea?” ripigliò il compagno.

“Io sì,” risposi guardandomi intorno.

“Ebbene,” disse il primo “lei non ha vedutotutto; e quello che le riman da vedere è nientemeno che una chiesa.”

“Una chiesa!” esclamai stupefatto; “ma dov'è?”

“Guardi,” rispose l'altro compagno, accennando, “è nel bel mezzo della moschea.”

“Potenzinterra!” E io non l'avevo veduta!

Si giudichi da questo della vastità della moschea. Andammo a vedere la chiesa. È una bella e ricchissima chiesa, con un altar maggiore magnifico e un coro degno di star accanto a quelli delle cattedrali di Burgos e di Toledo; ma come tutte le cose messe fuor di posto, muove più la stizza che l'ammirazione. Senza codesta chiesa, l'aspetto della moschea sarebbe molto migliore. Lo stesso Carlo V, che diede al Capitolo il permesso di costruirla, quando vide la prima volta il tempio maomettano, se ne pentì. Accanto alla chiesa è una specie di cappella araba, mirabilmente conservata, ricca di musaici non meno variati e splendidi che quelli della Maksura; nella quale è fama si radunassero i ministri della religione per discutere il libro del profeta.

Tale è la moschea d'oggigiorno. Ma quale doveva essere al tempo degli Arabi! Non era chiusa intorno intorno da un muro; ma aperta, in modo che da ogni sua parte si vedeva il giardino, e dal giardino si vedeva fino in fondo alle lunghissime navate, e l'aria spandeva fin sotto le volte della Maksura la fragranza degli aranci e dei fiori. Le colonne, che ora son meno di mille, erano millequattrocento; il soffitto era di legno di cedro e di larice,scolpito e smaltato con finissimo lavoro; le pareti eran rivestite di marmo; la luce di ottocento lampade riempite d'olio odoroso, faceva scintillare come perle i cristalli dei musaici, e produceva sul pavimento, sugli archi, sui muri, un gioco meraviglioso di colori e di riflessi. Un mare di splendori,—cantò un poeta,—riempiva il misterioso recinto, e il tepido ambiente era pregno d'aromi e d'armonie, e il pensiero dei fedeli vagava e si smarriva nel labirinto delle colonne luccicanti come lancie percosse dal sole.

Federico Schack, autore d'una bell'opera intitolata:Poesia e arte degli Arabi in Spagna e in Sicilia, fece una descrizione della moschea in un giorno di festa solenne, che dà una immagine vivissima del culto maomettano e completa il quadro del monumento.

All'uno e all'altro lato dell'Almimbar, o pulpito, ondeggiano due stendardi, per significare che l'Islam ha trionfato del Giudaismo e del Cristianesimo, e che il Corano ha vinto l'antico e il nuovo Testamento. Glialmnedanisalgono sulla galleria dell'alto minareto e intuonano ilselamo il saluto al profeta. Allora le navate della moschea si riempiono di credenti, i quali, con bianchi vestiti e festoso aspetto, accorrono alla orazione. In pochi istanti, per tutta l'estensione dell'edifizio, non si vede più che gente inginocchiata. Per la via segreta che congiunge il tempio all'alcazar, giunge il Califfo e va a sedere al suo posto elevato. Un lettore del Corano legge una Sura sul leggìo della tribuna. La voce delmuccinrisuona nuovamente invitando alle preghiere del mezzogiorno. Tutti i fedeli si alzano e mormorano le loro preghiere, facendo reverenze. Un servitore della moschea apre le porte del pulpito e impugna una spada, colla quale, voltandosi verso la Mecca, ammonisce che si lodi Maometto, mentre già dalla tribuna lo celebrano cantando imubaliges. Sale quindi il predicatore sul pulpito, togliendo di mano al servitore la spada, la quale ricorda e simboleggia la soggezione della Spagna al potere dell'Islam. È il giorno che si deve proclamare ilDjihado la guerra santa, la chiamata di tutti gli uomini atti ad andare alla guerra, perchè scendano in campo contro i Cristiani. La moltitudine ascolta con silenziosa devozione il discorso, intessuto di testi del Corano, il quale comincia così:

«Lodato sia Allà, che ha ingrandita la gloria del Islam, mercè la spada del campione della Fede, e che nel suo santo libro ha promesso al credente aiuto e vittoria.

»Allà sparge i suoi benefizii sui mondi.

»Se non spingesse gli uomini a slanciarsi armati contro gli uomini, la terra si perderebbe.

»Allà ha ordinato di combattere contro i popoli fin che conoscano che non v'è che un Dio.

»La fiamma della guerra non si estinguerà fino alla fine del mondo.

»La benedizione divina cadrà sovra la criniera del cavallo guerriero fino al giorno del giudizio.

»Armati da capo a piedi, o leggermente armati, alzatevi, partite!

»Oh credenti! Che sarà di voi se, quando vi si chiama alla battaglia, rimanete col viso rivolto al suolo?

»Preferite la vita di questo mondo alla vita futura?

»Credetemi: le porte del paradiso stanno all'ombra delle spade.

»Colui che muore nella battaglia per la causa di Dio, lava col sangue che sparge tutte le macchie dei suoi peccati.

»Il suo corpo non sarà lavato come gli altri cadaveri perchè nel giorno del giudizio le sue ferite manderanno fragranza come il musco.

»Quando i guerrieri si presenteranno alle porte del paradiso, una voce domanderà di dentro:—Che avete fatto nella vostra vita?—

»Ed essi risponderanno:—Noi abbiamo brandito la spada nella lotta per la causa di Dio!

»Allora le porte eterne si apriranno e i guerrieri entreranno quarant'anni prima degli altri.

»Su, dunque, credenti; abbandonate donne, figli, fratelli, averi, e uscite alla guerra santa!

»E tu, o Dio, signore del mondo presente e del mondo futuro, combatti per gli eserciti di coloro che riconoscono la tua unità! Atterra gli increduli, gl'idolatri, i nemici della tua santa fede! Rovescia i loro stendardi, e rimettili, con quanto posseggono, come bottino, ai mussulmani!»

Il predicatore, appena terminato il suo discorso, esclama, volgendosi alla Congregazione:—Chiedetea Dio!—e prega in silenzio. Tutti i fedeli, toccando il suolo colla fronte, seguono il suo esempio. Imubaligescantano:—Amen! Amen, o Signore di tutti gli esseri!—Ardente come il calore che precede l'imminente tempesta, l'entusiasmo della moltitudine, rattenuto prima in un silenzio meraviglioso, prorompea allora in sordi mormorii, che alzandosi come le onde e traboccando per tutto il tempio, fanno finalmente risuonar le navate, le cappelle, le volte dell'eco di mille voci unite in un sol grido:—Non v'è altro Dio che Allà!—......

La moschea di Cordova è oggi ancora, per consentimento universale, il più bel tempio mussulmano, e uno dei più ammirabili monumenti del mondo.

Quando uscimmo dalla moschea, era già trascorsa d'un buon tratto l'ora dellasiesta, che nelle città della Spagna meridionale fanno tutti, e ch'è una necessità il fare, a cagione dell'insopportabile calore dell'ore bruciate; e le strade cominciavano a popolarsi. Ohimè!—dicevo io ai miei compagni:—quanto sta male il cappello a staio per le strade di Cordova! Come avete cuore di appiccicare il figurino della moda su questo bel quadro orientale? Perchè non vi vestite da Arabi?—Passavano zerbinotti, operai, ragazzi: guardavo tutti con grande curiosità, sperando di trovare qualcuna di quelle fantastiche figure, che il Doré ci rappresentò come esempi del tipoandaluso: con quel bruno carico, con quellegrosse labbra, con quei grandi occhi. Non ne incontrai. Andando verso il centro della città, vidi le prime Andaluse, signore, signorine, donne del popolo, quasi tutte piccine, sottili, ben fatte, alcune belle, molte simpatiche, la maggior parte nè carne nè pesce, come in tutti i paesi. Nel vestire, all'infuori della così dettamantilla, nessuna differenza dalle donne francesi e nostre; gran volume di capelli finti, a treccie, a ciocche, a lunghi riccioli, e sottane succinte, a sgonfietti e increspature, e stivaletti col tacco a punta di pugnale. L'antico costume andaluso è scomparso dalle città.

Credevo che sul far della sera le strade sarebbero state affollate; ma non vidi che poca gente, e soltanto nelle strade dei quartieri principali; le altre rimasero deserte come nelle ore dellasiesta. E convien passare appunto per queste strade deserte, per goder Cordova la notte. Si vedono brillare i lumi neipatios; si vedono, negli angoli oscuri, le coppie amorose strette in intimo colloquio; la ragazza, per lo più, alla finestra, con una mano abbandonata mollemente fuori dell'inferriata, e il giovane accanto al muro, in atteggiamento poetico, e coll'occhio all'erta; non mai tanto però che gli riesca di staccar la bocca da quella mano, prima che se ne accorga chi passa; e si senton suoni di chitarra, mormorii di fontane, sospiri, risa di fanciulle, fruscii misteriosi....

L'indomani mattina, ancora tutto turbato dai sogni orientali della notte, ricominciai a girare per lacittà. Per descrivere tutto quello che v'è di notevole ci vorrebbe un volume; è un vero Museo d'antichità romane ed arabe; vi si trovano a profusione colonne militari, iscrizioni in onore degli imperatori, resti di statue e di bassorilievi; sei antiche porte; un gran ponte sul Guadalquivir, del tempo di Ottavio Augusto, ricostrutto dagli Arabi; rovine di torri e di mura, case che appartennero ai Califfi, e che serbano le colonne e gli archi sotterranei delle sale da bagno; e per tutto porte, vestiboli, scale, da far la delizia d'una legione d'archeologi.

Verso mezzogiorno, passando per una stradina solitaria, vidi scritto sul muro d'una casa, accanto a un'iscrizione romana:—Casa de huespedes. Almuerzos y comidas;—e leggendo, sentii lo stimolo, come dice il Giusti, di sì bassa fame, che deliberai di saziarla in quel qualunque bugigattolo al quale m'ero abbattuto. Infilai una porticina, mi trovai in unpatio. Era unpatiomeschino, senza marmi e senza fontane, ma bianco come la neve e fresco come un giardino. Non vedendo nè tavole nè seggiole, temetti d'aver sbagliato porta, e mi mossi per uscire. Una vecchierella, sbucata non so di dove, mi arrestò.

“Si mangia?” domandai.

“Si señor” mi rispose.

“Che cosa c'è?”

“Uevos, chorizo, chuletas, pescado, naranjas, vino de Málaga.”

“Muy bien: tráigame Usted todo lo que Usted tiene.”

Cominciò a portarmi la tavola e la seggiola, edio sedetti e aspettai. A un tratto sentii aprire una porta dietro di me, mi voltai.... Angeli del cielo, che vidi! La più bella di tutte le più belle Andaluse, non solo di quelle vedute a Cordova, ma di tutte quelle che vidi poi a Siviglia, a Cadice, a Granata; una ragazza, mi si lasci dir la parola, tremenda, da far fuggire, o commettere qualche diavoleria; uno di quei visi che facevan gridare: oh povero me! a Giuseppe Baretti, quando viaggiava in Spagna. Stette qualche momento immobile, cogli occhi fissi nei miei, come per dire:—ammirami;—poi si voltò verso la cucina e gridò:—Tia, despáchate!—(Zia, spicciati); il che offrì a me l'occasione di renderlemuchas graciascolla lingua impacciata, e a lei il pretesto d'avvicinarsi rispondendo:—No hay de que—con una voce così soave, che mi sforzò ad offrirle una seggiola, sulla quale sedette. Era una ragazza sui vent'anni, alta, diritta come una palma, bruna, con due grand'occhi pieni di dolcezza, luccicanti ed umidi che pareva avessero versato allora allora una lagrima; e una nerissima capigliatura ondulata, con una rosa fra le treccie. Pareva una delle vergini arabe della tribù degli Usras, che facevano morir d'amore.

Cominciò la conversazione ella stessa.

“Usted es extranjero, me parece?”

“Sì.”

“Frances?”

“Italiano.”

“Italiano? Paisano del Rey?”

“Sì.”

“Le conoce Usted?”

“Di vista.”

“Dicenque es un buen mozo.” (bel giovanotto).

Io non risposi, essa si mise a ridere; e mi domandò:—Que mira Usted?—e continuando a ridere, nascose il piede, che, sedendo, aveva messo bene innanzi, perchè lo vedessi. Oh! non v'è donna in quei paesi, che non sappia che i piedini andalusi sono famosi nel mondo.

Colsi l'occasione, tirai il discorso sulla fama delle donne d'Andalusia, e le espressi la mia ammirazione colle parole più calde del mio dizionario. Mi lasciò dire, guardando con molta attenzione dentro una fessura della tavola, poi rialzò il viso e mi domandò:

“Y en Italia, como son las mujeres?”

“Oh! belle, anche in Italia.”

“Pero.... seran frias!” (fredde).

“Oh no, davvero!” m'affrettai a rispondere; “ma lei sa... in ogni paese le donne hanno unnon so chedi diverso da quelle di tutti gli altri paesi; e fra tutti inon so che, quello delle Andaluse, per un povero viaggiatore che non ha ancora i capelli bianchi, è forse il più pericoloso di tutti; e c'è una parola per dire quello che penso; se non se la ricordasse, glie la direi; le direi:Señorita, Usted es la Andalusa mas....” (più....)

“Salada!” (esclamò la ragazza coprendosi il viso colle mani).

“Salada!... la Andalusa mas salada de Córdoba.”

Salada, salata: tale è la parola che si usa comunemente in Andalusia per dire una donna bella, vezzosa, carina, languida, ardente, e tutto quello che volete; una donna con due labbra che dicano:—Bebedme!—bevetemi; e due occhi che vi costringano a mordervi il labbro di sotto.

La zia mi portò le uova, le costolette, ilchorizo, gli aranci, e la ragazza riprese la conversazione.

“Usted es italiano: ha visto Usted al Papa?”

“No, mi dispiace.”

“Es posible? Un italiano que no viò al Papa! Y diga Usted: porqué le hacen tanto sufrir los italianos?” (perchè lo fanno tanto soffrire?)

“Soffrire, in che modo?”

“Ya! Dicen que le han cerrado en su casa y que le tiran pedradas en las ventanas!” (e che gli tiran sassate nelle finestre).

“Ma no! non lo creda! non c'è ombra di vero, ec.”

“Viò Usted Venezia?”

“Oh! Venezia, sì.”

“Es verdadquees una ciudad que sobrenada en la mar?” (una città che galleggia sul mare).

E qui mi fece mille istanze, perchè le descrivessi Venezia, e le dicessi com'era fatta la gente in quella strana città, e che fa tutto il giorno, e come va vestita. E mentre io discorrevo, oltre lo sforzo che avevo a fare per esprimermi con un po' di garbo, e per mandar giù le ova mal cotte e ilchorizostantìo, dovevo veder lei avvicinarsi man manoa me, forse senza accorgersene, per udir meglio; e avvicinarsi tanto da farmi sentir l'odore della rosa che aveva nei capelli, e il calore del suo respiro; dovevo, dico, far tre sforzi in una volta, l'uno colla testa, l'altro collo stomaco, e il terzo con tutto, e sentirmi anche dire di tanto in tanto:—Que bonito!—che significa:—Quanto è bello!—complimento che si riferiva al Canal Grande, e che mi faceva l'effetto che farebbe a uno spiantato, un sacchetto pieno di marenghi, fattogli sonar sotto il naso da un banchiere impertinente.

“Ah! señorita!” dissi in fine, cominciando a perdere la pazienza; “che vale che le città sian belle, alla fine dei conti? Chi ci è nato, non ci bada; e il viaggiatore.... nemmeno. Io sono arrivato ieri a Cordova, è una bella città, non c'è dubbio; ebbene: lo vuol credere? ho già dimenticato tutto quello che ho visto, non ho più voglia di veder niente, non so neanco più in che città mi trovi. Palazzi! moschee! mi fan ridere! Quando vi avranno messo un fuoco nell'anima chi vi consumi, andrete a smorzarlo nella moschea! Si faccia un po' più in là, scusi. Quando vi sentirete una smania addosso che vi farebbe stritolar un piatto coi denti, andrete a contemplare i palazzi? Creda! è una triste vita quella del viaggiatore! È una penitenza delle più dure! È un supplizio! È un...” Un prudente colpo di ventaglio mi chiuse la bocca, che andava tropp'oltre e colle parole e coll'atto. Attaccai la costoletta.

“Pobrecito!” mormorò l'Andalusa ridendo, dopoaver dato un'occhiata intorno; “Son todos ardientes como Usted los italianos?”

“Che so io! Son tutte belle come lei le Andaluse?”

La ragazza stese la mano sulla tavola.

“Nasconda quella mano,” le dissi.

“Porqué?” domandò essa.

“Perchè voglio mangiare in pace.”

“Mangi con una mano sola.”

“Ah!”

Mi parve di stringere la manina d'una bimba di sei anni; il coltello cadde in terra; un denso velo si stese sulla costoletta.

A un tratto mi sentii la mano vuota, apersi gli occhi, vidi la ragazza tutta turbata, mi voltai indietro: giusto cielo! c'era un bel pezzo di giovanotto, con la giacchettina attillata, coi calzoni stretti, col piccolo cappello di velluto, oh terrore!un torero!Diedi un guizzo, come se mi fossi sentito piantar nel collo duebanderillas de fuego.

—Capisco a volo!—dissi tra me, come quel tale nella commediaMoglie e Buoi; e sfido a non capire! La ragazza, un po' imbarazzata, fece la presentazione:—“Un italiano de paso por Cordoba,” e soggiunse in fretta: “che vorrebbe sapere a che ora parte il treno per Siviglia.”

Iltorero, che al primo vedermi, aveva corrugato la fronte, si rasserenò, mi disse l'ora della partenza, sedette, ed entrò amichevolmente in conversazione. Io gli domandai notizie dell'ultimacorridache s'era fatta a Cordova; era unbanderillero, mi raccontò per filo e per segno le vicende della giornata. La ragazza, in quel frattempo, coglieva dei fiori nei vasi delpatio. Terminai la mia colazione, offersi un bicchier di Malaga altorero, feci un brindisi al felice piantamento di tutte le suebanderillasavvenire, pagai lo scotto (tres pecetas, c'eran compresi i begli occhi, si capisce), e poi, fatto muso franco, anche per dissipare fin l'ombra d'un sospetto nell'anima del mio formidabile rivale, dissi alla ragazza:—“Señorita!A chi parte non si nega nulla; io, per lei, sono come un moribondo, non mi rivedrà mai più, non sentirà mai più pronunziare il mio nome: può dunque lasciarmi un ricordo: mi dia quel mazzolino di fiori.”

“Eccolo,” mi disse la ragazza; “l'avevo fatto per lei.”

Diede un'occhiata altorero; iltorerofece un atto di approvazione.

“Le doy gracias con toda la fuerza de mi corazon,” risposi, e m'avviai per uscire. M'accompagnarono tutti e due verso la porta.

“Hay funciones de toros en Italia?” mi domandò il giovane.

“Oh Dio! no. Non le abbiamo ancora.”

“Peccato! Cerchi di metterle in moda anche in Italia, e io andrò abanderillara Roma.”

“Farò tutto il possibile. Signorina, perch'io la possa salutare abbia la bontà di dirmi il suo nome.”

“Consuelo.”

“Quédese Usted con Dios, Consuelo!”

“Váyase Usted con Dios, señor italiano!”

E infilai la stradina solitaria.

Nei dintorni di Cordova non c'è notevoli monumenti arabi a vedere. Eppure tutta la valle era un tempo sparsa di stupendi edifizi. Lontano tre miglia dalla città, a settentrione, alle falde d'un monte, sorgeva Medina Az-Zahra, lacittà fiorente, una delle più meravigliose opere d'architettura del califfato di Abdurrahman III, iniziata dal Califfo stesso in omaggio a una sua favorita di nome Az-Zahra. Le fondamenta furon gettate l'anno novecentotrentasei, e diecimila operai vi lavorarono per venticinque anni. I poeti arabi celebrarono Medina Az-Zahra come la più splendida delle reggie umane, e il più delizioso giardino della terra. Non era un edifizio, ma un vastissimo congiunto di palazzi, di giardini, di cortili, di porticati, di torri. Ivi piante pellegrine della Siria, giuochi fantastici di fontane altissime, fiumicelli fiancheggiati dalle palme, e vasti bacini colmi di mercurio, che scintillavano ai raggi del sole come laghi di fuoco; porte d'ebano e d'avorio, tempestate di gemme; migliaia di colonne di preziosissimi marmi, grandi terrazze aeree, e fra la moltitudine innumerevole delle statue, dodici animali d'oro massiccio, luccicanti di perle, che schizzavan dalla bocca e dalle nari acque odorose. In questa immensa reggia formicolavano migliaia di servi, di schiavi, di donne, e accorrevano da ogni partedel mondo i musici e i poeti. E nondimeno, codesto Abdurrahman III, che visse fra tante delizie, che regnò per cinquant'anni, che fu potente, glorioso e fortunato in ogni vicenda e in ogni impresa, scrisse prima di morire che durante il suo lungo regno non era stato felice che quattordici giorni! E la sua favolosacittà fiorente, settantaquattr'anni dopo che n'era stata posta la prima pietra, fu invasa, saccheggiata ed arsa da un'orda barbaresca, ed oggi non ne restan che poche pietre, che appena ne rammentano il nome. Di un'altra splendida città, di nome Zahira, che sorgeva ad oriente di Cordova, fatta costrurre dal poderoso Almansur, governatore del Regno, non restan neanco le rovine: una mano di ribelli la ridusse in cenere poco dopo la morte del suo fondatore.

«Tutto ritorna alla gran madre antica.»

«Tutto ritorna alla gran madre antica.»

Invece di fare una scarrozzata nei dintorni di Cordova, mi diedi a errare qua e là, almanaccando sui nomi delle strade, che per me è uno dei più saporiti piaceri che si possan provare in una città sconosciuta. Cordova,alma ingeniorum parens, avrebbe di che scrivere ad ogni angolo di strada il nome d'un artista o d'un dotto illustre nato fra le sue mura; e, sia detto ad onor suo, li ha tutti ricordati con materna gratitudine. Voi ci trovate la piazzetta di Seneca, e la casa,—se sarà quella,—nella quale nacque; la via di Lucano; la via di Ambrosio Morales,l'istoriografo di Carlo V, continuatore dellaCronaca generale della Spagnacominciata da Florian di Ocampo; la via di Paolo Cespedes, pittore, architetto, scultore, archeologo, autore d'un poema didatticoEl arte de la pintura, sfortunatamente non finito, sparso di stupende bellezze. Ardente di entusiasmo per Michelangelo, del quale aveva ammirato le opere in Italia, gli sciolse nel suo poema un inno di lode che è uno dei più bei tratti della poesia spagnuola; e mio malgrado, m'escon dalla penna gli ultimi versi, che ogni italiano, anche non conoscendo la lingua sorella, può intendere e sentire. Non credere, egli dice al lettore, di poter scoprire la perfezione della pittura in altra cosa

«Que en aquella escelente obra espantosaMayor de cuantas se han jamas pintado,Que hizo[3]el Buonarrota de su manoDivina, en el etrusco Vaticano!Cual nuevo Prometeo en alto vueloAlzándose, estendiò las alas tanto,Que puesto encima el estrellado[4]cieloUna parte alcanzò[5]del fuego santo;Con que tornando enriquecido al sueloCon nueva maravilla y nuevo espanto,Diò vida con eternos resplandoresÀ marmoles, à bronces, à colores.¡O mas que mortal hombre! ¿Angel divinoO cual te nomaré? No humano ciertoEs tu ser, que del cerco empireo vino[6]Al estilo y pincel vida y concierto:Tu mostraste à los hombres el caminoPor mil edades escondido, inciertoDe la reina virtud; a ti se debeHonra que en cierto dia el sol renueve.»

«Que en aquella escelente obra espantosaMayor de cuantas se han jamas pintado,Que hizo[3]el Buonarrota de su manoDivina, en el etrusco Vaticano!

Cual nuevo Prometeo en alto vueloAlzándose, estendiò las alas tanto,Que puesto encima el estrellado[4]cieloUna parte alcanzò[5]del fuego santo;Con que tornando enriquecido al sueloCon nueva maravilla y nuevo espanto,Diò vida con eternos resplandoresÀ marmoles, à bronces, à colores.¡O mas que mortal hombre! ¿Angel divinoO cual te nomaré? No humano ciertoEs tu ser, que del cerco empireo vino[6]Al estilo y pincel vida y concierto:Tu mostraste à los hombres el caminoPor mil edades escondido, inciertoDe la reina virtud; a ti se debeHonra que en cierto dia el sol renueve.»

Mormorando questi versi, riuscii nella via Juan de Mena, l'Ennio spagnuolo, come lo chiamano i suoi concittadini, autore d'un poema fantasmagorico, intitolato:Il labirinto, imitazione dellaDivina Commedia, di gran fama ai suoi tempi; e non privo, in vero, di qualche pagina di poesia ispirata e profonda; ma, nell'assieme, gonfio di pedantesco misticismo, e freddo. Giovanni II, re di Castiglia, andava pazzo di questoLabirinto, lo teneva accanto al messale nel suo gabinetto, lo portava seco alla caccia; ma, vedete capriccio di Re! il poema non aveva che trecento strofe, e a Giovanni II parevan poche, e sapete per qual ragione? Per la ragione che l'anno è di trecento sessantacinque giorni, e a lui pareva che quanti sono i giorni dell'anno tante dovessero essere le strofe del poema; e pregò il poeta di comporne altre sessantacinque, e il poeta lo obbedì; lietissimo, l'adulatore! di vedersi offerto un pretesto per adulare ancora; benchè l'avesse già tanto adulato, fino al segno di pregarlo che gli correggesse i suoi versi! Dalla via Juan de Mena, passai nella via Gongora, il Marini della Spagna, non meno grande d'ingegno, ma forse anche più corruttore della sua letteratura che non sia stato della nostra il Marini, poichè guastò, stroppiò, imbastardì in mille modi anche la lingua; onde Lopez de Vega argutamente fa chiedere da un poeta gongorista al suo ascoltatore:—Mi capisci?—e questi risponde:—Sì!—e il poeta di rimando:—Menti! perchè non mi capisco neanch'io.—Non però scevro affatto digongorismo neanche il Lopez, cui bastò l'animo di scrivere che il Tasso non era che l'aurora del sol di Marini; nè scevro il Calderon, nè gli altri più grandi. Ma basti di poesia, per non uscire di carreggiata.

Dopo lasiesta, andai a ricercare i miei due compagni, che mi condussero nei sobborghi della città, nei quali vidi per la prima volta donne e uomini di tipo veramente andaluso, quale io me lo raffigurava, con occhi e colori e atteggiamenti d'Arabi; e intesi pure per la prima volta il parlar proprio del popolo d'Andalusia, più molle e più cantato che nelle Castiglie, ed anche più gaio e più immaginoso, e accompagnato da un gesticolare più vivo. Domandai ai miei compagni se fosse vero quello che suol dirsi dell'Andalusia: che cioè colla pubertà precoce sian precoci i vizii, e voluttuosi i costumi, e gli amori sfrenati.Harto verdadero!risposero: troppo vero! e qui spiegazioni, descrizioni e racconti, che tengo nella penna. Ritornammo in città, mi condussero in uno stupendo Casino, con giardini e sale splendide, in una delle quali, la più vasta e la più ricca, ornata dei ritratti di tutti i Cordovesi illustri, sorge una specie di palco scenico, su cui salgono i poeti a leggere le loro poesie le sere solenni destinate a pubblico certame d'ingegno; e i vincitori ricevono una corona d'alloro dalle mani delle più belle e colte fanciulle della città, assise sur un semicerchio di seggiole inghirlandate di rose. La sera ebbi il piacere di conoscere parecchi giovani Cordovesi,ardentemiente afectos, come si dice in spagnuolo leccato,al cultivo de las Musas, franchi, cortesi, vivacissimi, con una farraggine di versi nella testa, e infarinati di letteratura italiana; cosicchè, figuratevi, dall'imbrunire a mezzanotte, per quelle misteriose stradine che m'avevan fatto girar la testa la sera prima, fu un continuo clamoroso scambiarsi di sonetti, d'inni e di ballate delle due lingue, dal Petrarca al Prati, dal Cervantes allo Zorilla; e una allegrissima conversazione chiusa e suggellata da molte cordiali strette di mano, e da calde promesse di scriversi, di mandarsi libri, di venire in Italia, di tornare in Spagna, ec. ec.; non altro che parole, come sempre, ma parole non meno care per questo.

L'indomani partii per Siviglia. Alla stazione vidi Frascuelo, Lagartijo, il Cuco, e tutta la compagnia deitorerosdi Madrid, che mi salutarono con uno sguardo benevolo di protezione. Mi cacciai in un vagone polveroso, e quando il treno si mosse, e Cordova apparve ai miei occhi per l'ultima volta, la salutai coi versi del poeta arabo, un po' troppo sensuali, se si vuole, per il gusto d'un europeo; ma, in fin dei conti, adatti all'occasione:

«Addio, Cordova!Per vivere sempre fra le tue mura, vorrei far vita più lunga di Noè. Vorrei avere i tesori di Faraone per spenderli in vino e in belle Cordovesi, dagli occhi soavi, che invitano ai baci.»

NOTE:[3]Fece.[4]Stellato.[5]Conseguì.[6]Venne.

[3]Fece.

[3]Fece.

[4]Stellato.

[4]Stellato.

[5]Conseguì.

[5]Conseguì.

[6]Venne.

[6]Venne.

Il viaggio da Cordova a Siviglia non desta la meraviglia come quello da Toledo a Cordova; ma è pur bello ancora; sono sempre quei boschi di aranci, quegli oliveti sconfinati, quei colli vestiti di pampini, quei prati coperti di fiori. A poche miglia da Cordova si vedon le torri diroccate del formidabile castello di Almodovar, posto sur una roccia altissima, che domina un immenso spazio all'intorno; a Hornachuelos, un altro vecchio castello sulla sommità d'una collina, in mezzo un paesaggio solitario e melanconico; più oltre la bianca città di Palma, nascosta in un foltissimo bosco d'aranci, cinto alla sua volta da una corona di orti e di giardini; e via via si trascorre in mezzo a campi biondeggianti di grano, fiancheggiati da lunghissime siepi di fichi d'India, da filari di piccole palme, da boschetti di pini, da folte piantagioni di alberi fruttiferi; e ad ogni tratto si vedon colli e castelli e torrenti e svelti campanili di villaggi celati tra gli alberi, e cime azzurre di monti lontani.

Son belle sopra ogni cosa le piccole case campestrisparse lungo la strada. Non ricordo d'averne veduta una che non fosse bianca come la neve. È bianca la casa, bianco il parapetto del pozzo vicino, bianco il muricciuolo che cinge l'orto, bianchi i due pilastrini della porta del giardino; ogni cosa par stata imbiancata il giorno innanzi. Alcune di queste case hanno una o due finestrine binate alla moresca, altre qualche arabesco sulla porta, altre il tetto coperto di tegole variopinte come le case arabe. Qua e là, pei campi, si vedon cappe rosse e bianche di contadini, cappelli di velluto in mezzo all'erba, ciarpe di tutti i colori. I contadini che si vedono sulle aiuole, o che accorrono a veder passare il treno, sono vestiti tal quale ce li rappresentano i quadri di costumi di quarant'anni fa: hanno un cappello di velluto con una grandissima tesa un po' rivoltata, con una piccola cupola a pan di zucchero; una giacchettina corta, un panciotto aperto, un par di calzoni tagliati al ginocchio come quelli dei preti, un par di ghette alte fino ai calzoni, e una fascia intorno alla vita. Questa foggia di vestire, incomoda, ma bella, s'attaglia mirabilmente alle forme snelle di quegli uomini, i quali preferiscono assai lo star bellamente male allo star bene senza grazia, e s'acconciano di buon grado a stintignare una mezz'ora ogni mattina, pur di avere indosso un paio di calzoncini che mettano in rilievo il fianco svelto e la gamba ben tornita. Non han nulla di comune coi nostri contadini del settentrione, dal muso duro e dall'occhio attonito. Quelli vi fissan negli occhi, conun sorriso, i loro grandi occhi neri, come se vi volessero dire:—Non mi riconoscete?—lancian degli sguardi audaci alle signore che metton la testa fuori del finestrino; accorrono per porgervi un fiammifero prima che voi glielo abbiate domandato; qualche volta rispondono in rima a una vostra interrogazione, e son capaci persino di ridere per farvi vedere i loro denti bianchi.

A la Rinconada si comincia a vedere, in dirittura della strada ferrata, il campanile della Cattedrale di Siviglia; e a destra, di là dal Guadalquivir, le belle colline coperte d'oliveti, ai piedi delle quali giaccion le rovine d'Italica. Il treno volava, e io parlavo tra me e me, a mezza voce, affrettando le parole via via che spesseggiavan le case, con quell'affanno pien di desiderio e di gioia, che si prova salendo le scale dell'amante. Siviglia! Siviglia è là! È là la regina dell'Andalusia, l'Atene spagnuola, la madre del Murillo, la città dei poeti e degli amori, la famosa Siviglia, di cui pronunciavo il nome fin da fanciullo con un sentimento di dolce simpatia! Chi m'avesse detto, qualche anno fa, che io l'avrei veduta! Eppure non è un sogno! Quelle case son ben di Siviglia, quei contadini laggiù son Sivigliani; quel campanile ch'io vidi, è la Giralda! Io a Siviglia? È strano! Mi vien voglia di ridere! Che farà mia madre in questo momento! Se fosse qui! Se fosse qui il tale, il tal altro! Peccato esser solo! Ecco le case bianche, i giardini, le stradine.... Siamo nella città.... Ora si scende.... Ah! come è bella la vita!....

Arrivai a un albergo, buttai la valigia nelpatio, e cominciai a errare per la città. Mi parve di riveder Cordova ingrandita, abbellita e arricchita; le strade son più larghe, le case son più alte, ipatiospiù spaziosi; ma l'aspetto generale della città è il medesimo; è quella bianchezza purissima, quella rete intricata di stradine, quell'odor diffuso d'aranci, quell'aria gentile di mistero, quella sembianza orientale, che desta nel cuore un sentimento dolcissimo di amorosa malinconia, e nella mente mille fantasie e desiderii e visioni d'un mondo lontano, d'una vita nuova, d'una gente ignota, d'un paradiso terrestre pieno d'amori, di delizie, di pace. In quelle strade si legge la storia della città; ogni balcone, ogni frammento di scultura, ogni crocicchio solitario rammenta l'avventura notturna d'un Re, le ispirazioni d'un poeta, le vicende di una bella, un amore, un duello, un rapimento, una favola, una festa. Qui è una memoria di Maria Padilla, là di don Pedro, più oltre del Cervantes, altrove del Colombo, di Santa Teresa, del Velasquez, del Murillo. Una colonna rammenta la dominazione Romana, una torre, lo splendore della monarchia di Carlo V, un alcazar, la magnificenza della corte degli Arabi. Accanto alle modeste casine bianche, s'innalzano i sontuosi palazzi marmorei; le piccole strade tortuose sboccano nelle vaste piazze popolate di aranci; dal crocicchio deserto e silenzioso si riesce, con un breve giro, nella strada corsa da una folla rumorosa; e per tutto dove si passa, si vedono a traverso i graziosi cancellideipatios, fiori, statue, fontane, fughe di sale, muri coperti di arabeschi, finestrine arabe, sottili colonne di marmi preziosi; e a ogni finestra, in ogni giardino, donnine vestite di bianco, mezzo nascoste, come timide ninfe, fra le foglie dei pampini e i cespugli delle rose.

Di strada in strada arrivai alla riva del Guadalquivir, sui viali del passeggio della Cristina, che è per Siviglia ciò che per Firenze il Lungarno. Qui si gode uno spettacolo incantevole.

Mi avvicinai prima alla famosa Torre dell'Oro. Questa famosa Torre, chiamata dell'Oro o perchè vi si chiudeva l'oro che i bastimenti spagnuoli portavano dall'America, o perchè il re Don Pedro vi nascondeva i suoi tesori, è ottagona, formata da tre piani rientranti, coronata di merli e bagnata dal fiume. La tradizione narra che questa torre fu costrutta al tempo dei Romani, e che vi soggiornò per lungo tempo la bellissima favorita di quel Re, quando la torre era congiunta all'alcazar da un edifizio che venne demolito per far luogo al passeggio della Cristina.

Questo passeggio si stende dal palazzo del duca di Montpensier fino alla Torre dell'Oro ed è tutto ombreggiato da platani d'Oriente, da quercie, da cipressi, da salici, da pioppi, e d'altri alberi del settentrione, che gli Andalusi ammirano come ammireremmo noi le palme e gli aloè nelle campagne del Piemonte e della Lombardia. Un gran ponte accavalcia il fiume, e conduce al sobborgo di Triana, del quale si vedono le prime case sulla sponda opposta. Una lunga filadi bastimenti, di golette, di barconi si stende sul fiume, e fra la Torre dell'Oro e il palazzo del Duca, è un va e vieni di barchette. Tramontava il sole. Una folla di signore formicolava pei viali, frotte di operaie passavano nel ponte, ferveva il lavoro sui bastimenti, sonava una banda musicale nascosta tra gli alberi, il fiume era color di rosa, l'aria odorava di fiori, il cielo pareva tutto in fuoco.

Rientrai in città, e godetti il meraviglioso spettacolo di Siviglia notturna. Ipatiosdi tutte le case erano illuminati; quei delle case modeste, rischiarati da una mezza luce che ne abbelliva d'un'aria di mistero la grazia; quei dei palazzi, pieni di fiammelle, che facevan sfolgorare gli specchi e scintillare come getti d'argento vivo gli zampilli delle fontane, e luccicare di mille colori i marmi dei vestiboli, i musaici delle pareti, le vetriere delle porte, i cristalli dei doppieri. Si vedeva dentro un formicaio di signore, si sentiva per tutto un suon di risa, di voci, di musiche; pareva di passare in mezzo a tante sale da ballo; da ogni porta usciva un'onda di luce, di fragranze e d'armonie; le strade erano affollate; fra gli alberi delle piazze, sotto gli atrii, in fondo ai vicoli, sui terrazzini, da ogni parte si vedevan gonnelle bianche ondeggiare, sparire e riapparire nell'ombra; e testine ornate di fiori vezzeggiare alle finestre; e gruppi di giovani attraversar la folla gettando allegre grida; e gente salutarsi e discorrere fra le finestre e la strada, e per tutto un moto affrettato, un gridìo, un riso, una gaiezza carnevalesca.Siviglia non era più che un immenso giardino, nel quale folleggiava un popolo fremente di giovinezza e d'amore.

Per uno straniero, quelli son momenti assai tristi. Mi ricordo che avrei dato del capo nel muro. Erravo qua e là mezzo sbalordito, col capo basso, col cuore stretto, come se tutta quella gente si divertisse per insultare la mia solitudine e la mia malinconia. Era troppo tardi per portare le lettere di raccomandazione, troppo presto per andare a dormire: ero schiavo di quella folla e di quell'allegrezza, e dovetti subirla per molte ore. Provai un sollievo sforzandomi di non guardar in viso le donne; ma non ci riuscivo sempre, e quando i miei occhi incontravano per caso due pupille nere, la trafittura era più acerba, appunto perchè improvvisa, che se avessi sfidato il pericolo col cuore pronto. Ero pure in mezzo a quelle Sivigliane tremendamente famose! Le vedevo passare, strette al braccio dei loro mariti e dei loro amanti, toccavo le loro vesti, inspiravo il loro profumo, sentivo il suono delle loro molli parole, e il sangue mi saliva al capo come un'onda di fuoco. Fortunatamente mi ricordai d'aver inteso dire a Madrid da un Sivigliano che il Console d'Italia soleva passar la serata nella bottega d'un suo figliuolo negoziante; cercai questa bottega, la rinvenni, vi trovai il Console, e consegnandogli una lettera d'un amico suo:—Caro Signore!—gli dissi con un tuono drammatico che lo fece ridere;—mi soccorra lei; Siviglia mi fa paura!

A mezzanotte la città non aveva mutato aspetto; v'era ancora tutta quella folla e tutta quella luce; tornai all'albergo e mi chiusi nella camera coll'intenzione di andar a letto. Peggio che peggio. Le finestre della camera davano sur una piazza dove formicolava un visibilio di gente intorno a una banda musicale che non finiva mai di suonare; cessata la musica, cominciaron le chitarre, le grida degli acquaioli, i canti, le risa; tutta la notte fu un baccano da svegliare le talpe. Io feci un sogno delizioso e tormentoso ad un tempo; ma più tormentoso. Mi pareva d'esser legato al letto da una lunghissima treccia nera attorcigliata in mille nodi, e di sentirmi sulle labbra una bocca di brage che mi toglieva il respiro, e intorno al collo due manine vigorose che mi schiacciavano il capo contro il manico d'una chitarra.

La mattina seguente andai difilato a vedere la Cattedrale.

Per descrivere ammodo codesto smisurato edifizio, bisognerebbe aver sotto mano una raccolta di tutti gli aggettivi più sperticati e di tutte le più strampalate similitudini che uscirono dalla penna degli iperboleggiatori di tutti i paesi, ogni volta che ebbero a dipingere qualcosa di prodigiosamente alto, di mostruosamente largo, di spaventosamente profondo, d'incredibilmente grandioso. Quando ne parlo cogli amici, senza accorgermene, faccio anch'io, come ilMirabeau di Vittor Ugo,un colossal mouvement d'épaules, e gonfio le gote e ingrosso a grado a grado la voce a somiglianza di Tommaso Salvini nella tragediaSansone, quando con un accento che fa fremer la platea, dice che si sente ricrescer ne' nervi il vigore. Parlar della Cattedrale di Siviglia, stanca come suonare un grosso strumento a fiato o sostenere una conversazione da una sponda all'altra d'un torrente rumoroso.

La Cattedrale di Siviglia è isolata in mezzo ad una vastissima piazza, e però se ne può misurar la grandezza con un colpo d'occhio. Sul primo momento, pensai al motto famoso che proferì il Capitolo della Chiesa primitiva, decretando l'8 luglio del 1401, la costruzione della nuova Cattedrale:—Inalziamo un siffatto monumento che faccia dire ai posteri che noi eravamo pazzi.—Quei reverendi canonici non hanno fallito al loro intento. Ma per accertarsene bisogna entrare. L'aspetto esterno della Cattedrale è grandioso e magnifico; ma senza paragone meno che l'interno. Manca la facciata; un alto muro circonda tutto l'edifizio a modo d'una fortezza. Per quanto si giri e si guardi, non si riesce a fissar nella mente un contorno unico che, al pari dell'epigrafe d'un libro, porga un chiaro concetto del disegno dell'opera; si ammira e si prorompe più d'una volta nell'esclamazione:—È immenso!—ma non ci si appaga; e s'entra nella chiesa frettolosamente, desiderosi di provare un sentimento di meraviglia più intero.

Al primo entrare si rimane sbalorditi, ci si sente smarriti come in un abisso; e per qualche momento non si fa che descrivere collo sguardo immense curve per quell'immenso spazio, quasi per accertarsi che la vista non c'inganna e la fantasia non c'illude. Poi ci si avvicina a uno dei pilastri, si misura, e si guardano gli altri lontani: son grossi come torri, e paion sottili da far fremere al pensiero che l'edifizio vi poggia su. Si percorrono ad uno ad uno, con uno sguardo rapido, dal pavimento alla vòlta, e par di poter contare i momenti che lo sguardo impiega a salire. Son cinque navate, che formerebbero ciascuna una grande chiesa. In quella di mezzo potrebbe passeggiare a testa alta un'altra Cattedrale colla sua cupola e il suo campanile. Tutte insieme formano sessantotto vòlte ardimentose che, a guardarle, par che lentamente si allarghino e si sollevino. Tutto è enorme in questa Cattedrale. La cappella maggiore, posta nel mezzo della navata principale, e alta fin quasi a toccar la volta, pare una cappella costrutta per de' sacerdoti giganti a' quali gli altari comuni non arrivino sino al ginocchio; il cero pasquale sembra un albero di bastimento; il candelabro di bronzo che lo sopporta, un pilastro d'una chiesa; gli organi, case; il coro, è un museo di scultura e di cesellatura, da meritare ei solounavisita d'una giornata. Le cappelle sono degne della chiesa: vi sono profusi i capolavori di sessantasette scultori e di trentotto pittori. Il Montanes, il Zurbaran, il Murillo, il Valdes, l'Herrera, il Boldan, il Roëlas, il Campana, v'hanno lasciatomille traccie immortali della loro mano. La cappella di san Ferdinando, che racchiude i sepolcri di questo Re, della sua sposa Beatrice, di Alfonso il Saggio, del celebre ministro Florida Blanca, e d'altri personaggi illustri, è una delle più belle e più ricche. Il corpo del re Ferdinando, che redense Siviglia dalla signoria degli Arabi, vestito della sua assisa guerriera, colla corona e col manto, riposa in una cassa di cristallo, coperta d'un velo. Da un lato è la spada che portava il giorno della sua entrata in Siviglia; dall'altro la canna, emblema del comando. In quella stessa cappella si conserva una piccola vergine d'avorio, che il santo Re portava seco in guerra, e altre reliquie di gran valore. Nelle restanti cappelle sono grandi altari di marmo, tombe di stile gotico, statue di pietra, di legno, d'argento, chiuse in ampie casse di cristallo, col petto e le mani coperte di diamanti e di rubini; e stupendi quadri, che, sgraziatamente, la scarsa luce che scende dalle alte finestre non rischiara tanto che si possano ammirare in tutta la loro bellezza.

Ma dalla considerazione delle cappelle, dei quadri, delle sculture, si ritorna senza posa ad ammirare la Cattedrale nel suo grandioso e, se si potesse dire, formidabile aspetto. Dopo essersi slanciati su fino a quelle altezze vertiginose, lo sguardo e la mente ricadono a terra, quasi stanchi dello sforzo, come per ripigliar nuova lena a salire. E le immagini che vi pullulano nel capo, rispondono alla vastità della Basilica: angeli smisurati, teste di cherubini mostruose,ali grandi come vele di naviglio, e svolazzi di manti candidi immensi. L'impressione che vi produce codesta Cattedrale è tutta religiosa; ma non mesta; è quel sentimento che trasporta il pensiero negli spazi interminati e nei tremendi silenzi, nei quali s'annegava il pensiero di Leopardi; è un sentimento pieno di desiderio e di ardire; il brivido voluttuoso che si prova sull'orlo d'un abisso; il turbamento e la confusione delle grandi idee; il divino terrore dell'infinito.

Come è la cattedrale più varia della Spagna (chè l'architettura gotica, la germanica, la greco-romana, l'araba e quella nominata volgarmenteplaterescavi lasciarono ciascheduna una impronta), ella è pure la più ricca e la più privilegiata. Nei tempi della maggior potenza del clero, vi si bruciavano, ogni anno, ventimila libbre di cera; vi si celebravano, ogni giorno, su ottanta altari, cinquecento messe; il vino che si consumava nel sacrifizio ascendeva all'incredibile quantità di diciottomila settecento cinquanta litri. I canonici avevano un servidorame da monarchi, si recavano alla chiesa in splendide carrozze tirate da superbi cavalli, si facevano sventolare dai chierici, mentre celebravan la messa, con enormi ventagli ornati di piume e di perle; diritto concesso loro dal Papa, del quale alcuni approfittano ancora oggigiorno. Non occorre parlare delle feste della settimana santa che sono ancora adesso famose nel mondo, e alle quali accorre gente da tutte le parti d'Europa.

Ma il privilegio più curioso della cattedrale di Siviglia è la così detta danzade los seises, che ha luogo ogni sera, sull'imbrunire, per otto giorni consecutivi, dopo la festa delCorpus Domini. Poichè fui a Siviglia in quei giorni, l'andai a vedere, e mi parve cosa degna di esser descritta. Da quanto me n'era stato detto prima, mi pareva che la dovesse essere una pagliacciata scandalosa, ed entrai nella chiesa coll'animo preparato a un sentimento di sdegno per la profanazione del luogo sacro. La chiesa era buia; la sola cappella maggiore illuminata; una folla di donne ginocchioni ingombrava lo spazio fra la cappella e il coro. Alcuni preti stavan seduti a destra e sinistra dell'altare; davanti alla gradinata era disteso un ampio tappeto; due file di ragazzi dagli otto ai dodici anni, vestiti da cavalieri spagnuoli del medio evo, con cappello piumato e calze bianche, eran schierati gli uni di fronte agli altri, in faccia all'altare. A un cenno dato da un sacerdote, una soave musica di violini ruppe il silenzio profondo della chiesa, e le due schiere di ragazzi si mossero con un passo di contraddanza, e cominciarono a dividersi, a intrecciarsi, a sciogliersi, a riannodarsi, con mille graziosissimi giri; e poi proruppero tutti insieme in un canto armonioso e gentile, che echeggiò nell'oscurità della vasta cattedrale come la voce d'un coro d'angeli; e un momento dopo, si misero ad accompagnare la danza ed il canto colle nacchere. Nessuna cerimonia religiosa mi commosse mai come questa. È impossibile esprimere l'effettoche producevano quelle vocine sotto quelle immense vòlte; quelle creaturine ai piedi di quell'altare enorme; quella danza composta, quasi umile; quel costume antico, quella folla prostrata, e intorno intorno quelle tenebre. Uscii dalla chiesa coll'anima serena come se avessi pregato.

A proposito di questo ballo mi fu raccontato un aneddoto assai curioso. Due secoli or sono, un arcivescovo di Siviglia al quale pareva che colle contraddanze e le nacchere non si lodasse degnamente il Signore, volle proibire la cerimonia. Ne seguì un sottosopra: il popolo strepitò; i canonici alzaron la voce; l'arcivescovo fu costretto a chieder soccorso al papa. Il papa, curioso, volle vedere coi suoi occhi il ballonzolo per poter giudicare con conoscimento di causa. I ragazzi, vestiti da cavalieri, furon condotti a Roma, ricevuti nel Vaticano e fatti danzare e cantare in presenza di Sua Santità. Sua Santità rise, non disapprovò, e volendo dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia contentare i canonici senza scontentare l'arcivescovo, decretò che i ragazzi potessero continuare a ballare finché avessero logorato i vestiti che si trovavano addosso; dopo di che la cerimonia si sarebbe considerata come abolita. L'arcivescovo rise sotto i baffi, se li aveva, e i canonici risero anch'essi, come quelli che avevan già trovata la maniera di farla in barba all'arcivescovo e al papa. E infatti essi rinnovarono ai ragazzi ogni anno una parte del vestiario, in modo che non si potesse dire mai che tutto il vestiario era logoro; e l'arcivescovoche, da uomo scrupoloso, pigliava l'ordine del papa alla lettera, non si potè opporre alla ripetizione della cerimonia. Così si continuò a ballare e si balla e si ballerà fin che piaccia ai canonici e a Domeneddio.

Mentre stavo per uscir dalla chiesa, un sacrestano mi fece un cenno, mi condusse dietro al coro, e m'indicò una lastra del pavimento, sulla quale lessi una iscrizione che mi fece battere il cuore. Sotto quella pietra sono sepolte le ossa di Ferdinando Colombo, figlio di Cristoforo, nato a Cordova, morto a Siviglia il 12 luglio del 1536, nell'età di cinquant'anni. Sotto l'iscrizione si leggono alcuni distici latini del seguente significato:

«Che vale ch'io abbia bagnato dei miei sudori l'intero universo, ch'io abbia percorso tre volte il nuovo mondo scoperto da mio padre, ch'io abbia abbellito le rive del tranquillo Beti, e preferito i miei gusti semplici alle ricchezze per riunire intorno a te le divinità della sorgente di Castalia, e offrirti i tesori raccolti già da Tolomeo, se tu, passando in silenzio su questa pietra, non rivolgi nemmeno un saluto a mio padre, e a me un lieve ricordo?»

Il sacrestano che ne sapeva più di me, mi spiegò questa iscrizione. Ferdinando Colombo fu, giovanissimo, paggio di Isabella la Cattolica e del principe Don Giovanni; viaggiò nelle Indie con suo padre e suo fratello, l'ammiraglio Don Diego, seguì l'imperatore Carlo V nelle sue guerre, fece altri viaggi in Asia, in Affrica e nell'America, e per tutto raccolsecon infinite cure e ingenti spese libri preziosissimi, dei quali compose una biblioteca, che dopo la sua morte passò nelle mani del capitolo della cattedrale, e rimane tuttora col titolo famoso di Biblioteca Colombina. Prima di morire scrisse egli stesso i distici latini che si leggono sulla pietra della sua tomba e manifestò il desiderio di essere sepolto nella cattedrale. Negli ultimi momenti della sua vita, si fece portare un vassoio pieno di cenere, se ne asperse il viso pronunziando le parole della Sacra Scrittura:Memento homo quia pulvis es, intonò ilTe Deum, sorrise e spirò colla serenità d'un santo. Subito mi prese il desiderio di visitar la biblioteca e uscii dalla chiesa.

Un cicerone mi arrestò sulla soglia per domandarmi se avevo visto ilPatio de los Naranjos(il cortile degli aranci), e avendogli risposto di no, mi ci condusse. Il cortile degli aranci è posto a tramontana della cattedrale, e cinto d'un gran muro merlato. Nel mezzo sorge una fontana, circondata da un boschetto d'aranci, e da un lato, accanto al muro, un pulpito di marmo, ai piedi del quale narra la tradizione che predicasse san Vincenzo Ferrero. Nello spazio di questo cortile, che è amplissimo, sorgeva l'antica moschea che si crede sia stata costrutta verso la fine del secolo duodecimo. Ora non ne rimane più traccia. All'ombra degli aranci, sull'orlo della vasca della fontana, vanno a pigliare il fresco i buoni siviglianien las ardientes siestas del estio; e a rammentare il voluttuoso paradiso di Maometto non resta che la leggiadra verzura e l'aria imbalsamata,e ad ora ad ora qualche bella fanciulla dai grandi occhi che vi saetta trasvolando in mezzo agli alberi lontani.

La famosa Giralda della cattedrale di Siviglia, è un'antica torre araba, costrutta, a quanto si afferma, nell'anno mille, sul disegno dell'architetto Gaver, inventore dell'algebra; modificata nella parte superiore dopo la riconquista, e ridotta così a campanile cristiano; ma pur sempre araba all'aspetto, e tuttavia più altera dello sparito stendardo dei vinti, che non della croce a lei nuovamente imposta dai vincitori. È un monumento che produce una sensazione nuova; fa sorridere; è smisurato e imponente come una piramide egizia, e ad un tempo gaio e gentile come un chiosco di giardino. È una torre di mattoni, quadrata, d'un bellissimo color di rosa, nuda fino a una certa altezza, e di qui in su ornata di finestrine moresche, binate, sparse qua e là come a caso, munite di balconcini che fanno un bellissimo vedere. Sul piano dove posava anticamente un tetto variopinto, sormontato d'un'asta di ferro che sorreggeva quattro enormi palle dorate; sorge il campanile cristiano, di tre piani, il primo occupato dalle campane, il secondo cinto d'una balaustrata, il terzo formato da una specie di cupola, sulla quale gira come una banderuola una colossale statua di bronzo dorato, che rappresenta la Fede, con una palma da una mano e dall'altra uno stendardo, visibile a grande distanza da Siviglia, e quando vi batte il sole, scintillante a somiglianza di un enorme rubino confittonella corona d'un re titano che signoreggi collo sguardo tutta la vallata andalusa.

Salii fino alla sommità, e là fui ampiamente compensato delle fatiche della salita. Siviglia, tutta bianca come una città di marmo, cinta d'una corona di giardini, di boschi e di viali, in mezzo ad una campagna sparsa di ville, si stende sotto allo sguardo in tutta la pompa della sua bellezza orientale. Il Guadalquivir carico di navi l'attraversa e l'abbraccia con un larghissimo giro. Qui la Torre dell'Oro disegna le sue graziose forme sulle acque azzurre del fiume, là l'Alcazar ostenta le sue austere torri, più oltre giardini del Montpensier spingono oltre i tetti degli edifizii un ammasso enorme di verzura; lo sguardo penetra dentro il circo dei tori, nei giardini delle piazze, neipatiosdelle case, nei claustri delle chiese, in tutte le strade che vengono a sboccare intorno alla cattedrale; lontano, si scorgono i villaggi di Santi-Ponce, di Algaba ed altri che biancheggiano alle falde delle colline; a destra del Guadalquivir, il grande borgo di Triana; da un lato, lontanissimo, le creste dentellate della Sierra Morena; dal lato opposto altri monti svariati d'infinite tinte azzurrine; e sopra questo meraviglioso panorama il più puro, il più trasparente, il più incantevole cielo che abbia mai sorriso allo sguardo dell'uomo.

Sceso dalla Giralda, andai a vedere la biblioteca Colombina, posta in un edifizio antico, accanto alPatio de los Naranjos. Dopo aver visto una collezione di messali, di bibbie, di manoscritti preziosi,uno tra i quali attribuito ad Alfonso il Saggio, intitolato:Il Libro del Tesoro, scritto con diligentissima cura nella vecchia lingua spagnuola; vidi,—lasciatemelo ripetere,—vidi,—io—coi miei occhi inumiditi, e premendomi una mano sul cuore che mi batteva forte, vidi un libro, un trattato di cosmografia e di astronomia, in latino, coi margini coperti di note scritte dalla mano di Cristoforo Colombo. Egli aveva studiato quel libro quando volgeva in mente il grande disegno, aveva vegliato su quelle pagine, le aveva toccate, forse la sua divina fronte, in quelle veglie faticose, si era qualche volta chinata con uno stanco abbandono su quelle pergamene, e le aveva bagnate di sudore! È un pensiero che fa fremere! Ma c'è ben altro! Vidi uno scritto della mano di Colombo, nel quale sono raccolte tutte le profezie degli antichi scrittori sacri e profani intorno alla scoperta d'un nuovo mondo; scritto del quale egli si servì, a quanto pare, per indurre i sovrani di Spagna a fornirgli i mezzi di tentare la sua impresa. V'è, fra gli altri, un passo dellaMedeadel Seneca, che dice:Venient annis sæcula seris, quibus oceanus vincula rerum laxet, et ingens Pateat tellus. E nel volume del Seneca, che si trova pure nella biblioteca Colombina, accanto al passo citato, v'è una annotazione del figlio Ferdinando, che dice:—Questa profezia è stata avverata da mio padre, l'ammiraglio Cristoforo Colombo, l'anno 1492.—Mi si riempiron gli occhi di lacrime; avrei voluto esser solo per baciare quei libri, per stancarmi a forza dirivolgerli tra le mani, per poterne staccare un piccolo frammento e portarlo con me, come una cosa sacra. Cristoforo Colombo! Ho visto i suoi caratteri! Ho toccato i fogli ch'egli ha toccato! L'ho sentito così vicino a me! Uscendo dalla biblioteca, non so.... mi sarei gettato in mezzo alle fiamme per salvare un bambino, mi sarei spogliato per soccorrere un povero, avrei fatto lietamente qualche grande sacrifizio; ero tanto ricco!

Dopo la biblioteca, l'Alcazar; ma prima di arrivare all'Alcazar, benchè si trovi nella stessa piazza della cattedrale, sentii per la prima volta che cos'è il sole dell'Andalusia. Siviglia è la città più calda della Spagna, quella era l'ora più calda della giornata, ed io mi trovavo nel punto più caldo della città; v'era un oceano di luce; non una porta, non una finestra aperta, non un'anima viva; se m'avessero detto che Siviglia era disabitata, l'avrei potuto credere. Attraversai la piazza lentamente cogli occhi socchiusi, col viso raggrinzato, col sudore che mi filava a grosse goccie giù per le guancie e per il petto, con le mani che mi pareva d'averle tuffate in un secchio d'acqua. Vicino all'Alcazar trovai una specie di baracca d'un acquaiolo, e mi cacciai sotto colla precipitazione d'un uomo che si ripari da una tempesta di sassi. Ripreso un po' di fiato, mi mossi verso l'Alcazar.

L'Alcazar, antico palazzo dei Re mori, è uno dei monumenti meglio conservati della Spagna. Visto difuori, pare una fortezza: è tutto cinto di alte mura, di torri merlate e di vecchie case, che formano davanti alla facciata due spaziosi cortili. La facciata è nuda e severa come le altre parti esteriori dell'edifizio. La porta è ornata di arabeschi dorati e dipinti, fra i quali si vede una iscrizione gotica che accenna il tempo in cui l'Alcazar fu restaurato per ordine del re Don Pedro. L'Alcazar, infatti, benchè sia un palazzo arabo, è opera più dei re Cristiani che dei re Arabi. Fondato non si sa precisamente in che anno, fu ricostrutto dal re Abdelasio verso la fine del dodicesimo secolo; conquistato dal re Ferdinando verso la metà del secolo decimo terzo; rifatto una seconda volta, nel secolo seguente, dal re Don Pedro; abitato poi, per più o meno tempo, da quasi tutti i re di Castiglia; e infine scelto da Carlo V per celebrarvi il suo matrimonio coll'Infanta di Portogallo. L'Alcazar fu testimone degli amori e dei delitti di tre schiatte di Re; ogni sua pietra desta un ricordo e custodisce un segreto.

Si entra, si attraversano due o tre sale, nelle quali non riman più d'arabo che il soffitto e qualche musaico a piè dei muri, e si riesce in un cortile dove si rimane attoniti dalla meraviglia. Un portico ad archi elegantissimi si stende lungo i quattro lati, sostenuto da colonnine di marmo, unite a due a due; e gli archi e i muri e le finestre e le porte son coperte di sculture, di musaici, di arabeschi intricatissimi e delicatissimi, dove traforati come veli di trina; dove fitti e chiusi come tappeti trapunti; dovesporgenti e penzoli come mazzi e ghirlande di fiori; e fuor che i musaici dai mille colori, ogni cosa è bianco, nitido, luccicante come l'avorio. Ai quattro lati son quattro grandi porte per le quali si entra nelle sale reali. Qui la meraviglia si muta in incanto. Quanto di più ricco, di più vario, di più splendido può sognare la più ardente fantasia nel più ardente dei suoi sogni, si trova in codeste sale. Dal pavimento alla volta, intorno alle porte, lungo gli spigoli delle finestre, negli angoli più appartati, in qualunque parte cada lo sguardo, appare un tal formicolío di ornamenti d'oro e di pietre preziose, una così fitta rete di arabeschi e d'iscrizioni, una così meravigliosa profusione di disegni e di colori, che appena si son fatti venti passi, si è sbalorditi e confusi, e l'occhio erra qua e là stanco, quasi cercando un palmo di parete nuda, in cui rifugiarsi e riposare. In una di queste sale il custode vi accennaunamacchia rossastra che copre un buon tratto del pavimento marmoreo, e vi dice con voce solenne:

“Questa è la traccia del sangue di Don Fadrique gran mastro dell'Ordine di Sant'Jago, ucciso in questo luogo medesimo, l'anno 1358, per ordine del re Don Pedro, suo fratello.”

Mi ricordo che quando udii queste parole guardai in viso il custode coll'aria di voler dire:—Gnamo, via;—e che il buon uomo mi rispose con un tuono secco:

“Caballero, se io le dicessi di creder la cosa sulla mia parola, ella avrebbe ogni ragione di dubitarne;ma quando la cosa la può veder lei coi suoi occhi, sbaglierò, ma... mi pare...”

“Sì,” m'affrettai a dire, “sì, è sangue, lo credo, lo vedo, non parliamone più.”

Ma se si può scherzar sulla macchia del sangue, non si può sulla tradizione di quel delitto; l'aspetto del luogo ne ravviva nella mente tutti i più orrendi particolari. Per l'ampie sale dorate par di sentir risuonare il passo di Don Fadrique, inseguito dai balestrieri armati di mazze; il palazzo è immerso nelle tenebre; non si sente altro rumore che quello dei carnefici e della vittima; Don Fadrique cerca di entrar nel cortile, Lopez de Padilla lo agguanta, Fadrique si scioglie, è nel cortile, afferra la spada, maledizione! la croce dell'elsa s'è intricata nel mantello dell'Ordine di Sant'Jago, i balestrieri sopraggiungono, ei non ha più tempo a sguainare la lama, fugge qua e là a tentoni, Fernandez de Roa lo raggiunge e lo atterra con un colpo di mazza, gli altri gli si avventano addosso e feriscono, Faldrico spira in un lago di sangue....

Ma questo tristo ricordo si perde in mezzo alle mille immagini della vita deliziosa dei re Arabi. Quelle finestrine gentili, alle quali par che si debba affacciar da un momento all'altro un volto languido di Odalisca; quelle porte segrete, davanti alle quali vi fermate vostro malgrado, come se aveste sentito il fruscío d'una veste; quei dormentori dei Sultani, immersi in una oscurità misteriosa, nei quali vi par di sentir confusi in un solo i gemiti amorosi ditutte le fanciulle che vi perdettero il fior verginale; quella prodigiosa varietà di colori e di fregi che a somiglianza di una concitatissima e sempre cangiante sinfonia vi leva i sensi in non so quale smarrimento fantastico che vi fa dubitar di sognare; quell'architettura delicata e leggerissima, tutta colonnine che paion braccia di donne, archetti capricciosi, stanzini, volte affollate di ornamenti che pendono in forma di stallatiti, di diacciuoli e di grappoli, variopinte come aiuole fiorite; tutto questo vi mette il desiderio di sedervi in mezzo a una di quelle sale, e di star là premendovi sul cuore una bella testa bruna d'Andalusa, che vi faccia dimenticare il mondo e il tempo, e con un lunghissimo bacio che vi assorbisca la vita vi addormenti per sempre.

Al pian terreno, la più bella sala è quella degli ambasciatori, formata da quattro grandi archi che sostengono una galleria di quarantaquattro archi minori, e in alto una leggiadra cupola scolpita, dipinta, dorata, ricamata con una grazia inimitabile e uno sfarzo favoloso. Al piano superiore, dov'eran gli appartamenti d'inverno, non rimane che un oratorio di Ferdinando e d'Isabella la Cattolica, e una piccola stanza che si dice sia quella in cui dormiva il re Don Pedro. Di qui si scende per una scala stretta e misteriosa nelle stanze in cui abitava la famosa Maria di Padilla, favorita di Don Pedro, che la tradizione popolare accusa d'aver istigato il re al fratricidio.

I giardini dell'Alcazar non sono molto vasti, nèstraordinariamente belli; ma i ricordi che destano valgon più della vastità e della bellezza. All'ombra di quegli aranci e di quei cipressi, al mormorio di quelle fontane, quando splendeva in quel purissimo cielo andaluso una grande e candida luna, e il folto sciame dei cortigiani e degli schiavi posava; quanti lunghi sospiri di ardenti sultane! quante umili parole di re superbi! che tremendi amori, e che tremendi amplessi!—Itimad! mio amore!—mormoravo io, pensando all'amante famosa di re Al-Motamid, e intanto giravo di sentiero in sentiero come inseguendo il suo fantasma;—Itimad! Non lasciarmi solo in questo tacito paradiso! Arrestati! Rendimi un'ora della felicità di questa notte! Ti ricordi? Tu venisti a me, e la tua ricca chioma cadde sulle mie spalle come un manto; e in quel modo che il guerriero impugna la sua spada, io afferrai il tuo collo più bianco e più morbido di quello del cigno! Com'eri bella! Come il mio cuore ansioso estinse la sua sete dentro la tua bocca color di sangue! Il tuo bel corpo uscì dalla tua veste splendidamente ricamata, come una lama nitida e scintillante esce dalla guaina; e allora io premetti con ambe le mani i tuoi grandi fianchi, e la tua vita sottile e tutta la perfezione della tua bellezza! Come sei cara, Itimad! Il tuo bacio è dolce come il vino, e il tuo sguardo, come il vino, fa smarrir la ragione!


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