—Pensiamo a un modo.
—Lavorate insieme alla propaganda?
—Sì.
—La defunta ebbe motivo di essere gelosa di questa donna?
—Nessun motivo.
—Null'altro fuorchè l'ideale comune vi lega? Non mentite; da queste carte sapremo la verità.
—Attesto che null'altro ci lega.
La sua voce pareva sincera.
—A vostra insaputa la giovane vi amerebbe e sarebbe stata per ciò secretamente gelosa della contessa?
L'interrogato tacque un poco prima di rispondere.
—No,—disse poi.
—Dove eravate quando udiste lo sparo?
—In camera mia.
—Nella camera da letto?
—Nello scrittoio.
—A che ora sarebbe precisamente avvenuto il suicidio?
—Alle undici e tre quarti.
—Che faceste udendo il colpo?
—Accorsi.
—La vostra compagna accorse dopo di voi?—domandò ancora il giudice, studiandosi di dare alla sua voce un tono di stanchezza quasi infastidita per nascondere l'importanza della domanda.
—Accorse con me.
Entrambi, da principio, avevano risposto al singolare, quando naturalmente avrebbero dovuto dire: «Accorremmo.» Il Ferpierre dava un certo peso a questo fatto, parendogli di poterne dedurre che i due non erano insieme come asserivano. Ma chi era presso la contessa? Chi mentiva? Su chi rivolgere i sospetti?
—Rammentate quando la defunta comprò quell'arma?
—La vinse a una lotteria tempo addietro.
—E le cartucce?
—Furono comprate quando volle esercitarsi a tirare.
—Allora, riassumendo, ella si sarebbe uccisa per i dolori che voi le cagionaste; perchè, sposatasi a voi senza riti, non potè sopportare il vostro abbandono? Però se amava un altro?… Voi avete confessato che sospettaste il suo nuovo amore… Perchè si sarebbe uccisa, se amava un altro? Da chi potevano venirle impedimenti ed ostacoli a una nuova felicità?
—Da sè stessa.
—Che intendete dire?
—I suoi sentimenti del dovere, del rispetto, dell'onestà, erano altissimi.
—Se voi sospettaste che volesse uccidersi, come mai non le toglieste quell'arma?
—Non sospettai.
—La sua donna ha detto invece che era da prevedersi!
—-Ella godeva della sua confidenza, non io.
—Infatti, se eravate la causa dei suoi dolori!… Però costei non vi avvertì mai? Non vi disse mai di vegliare?
—No.
—Sentiremo ora da lei.
Il magistrato si decideva improvvisamente a metterli l'uno dinanzi all'altra.
Rammentando la relazione del giudice di pace, secondo la quale il principe al sopravvenire di Giulia Pico s'era turbato e aveva ricominciato a tremare nervosamente ed a respirare con ansia, il Ferpierre pensava che forse in lei Alessio Zakunine avesse visto un'accusatrice e che da ciò provenisse il suo turbamento. Ma ora, all'annunzio del confronto al quale stava per essere sottoposto, nulla rivelava nella sua espressione che la prova gli paresse temibile.
La donna, nella camera funerale, rendeva alla salma della padrona gli estremi pietosi ufficii prima che la trasportassero via: lavata la fronte e la guancia sanguinosa, ricomponeva i capelli, incrociava le mani sul seno, intrecciava alle dita la corona del rosario. La poveretta non vedeva ciò che faceva, così fitto velo di lacrime le appannava gli occhi. Vicino a lei la baronessa di Börne si dava ancora da fare, zelante e loquace: quando la familiare fu chiamata di là per poco non le andò dietro.
Due, tre volte dovette il Ferpierre ripetere le sue domande alla povera donna, talmente costei era stordita dal dolore. Giulia Pico, di quarantacinque anni, nata a Bellano, sul lago di Como, stava al servizio della contessa d'Arda da quando questa era ancora fanciulla, nella casa paterna, a Milano.
—Voi avete detto che la vostra padrona manifestò più volte il proposito di morire?
—Sì.
—Da quanto tempo?
—Da molto… da oltre un anno.
—Non rivelaste mai questo pericolo al suo amico?
—Sì.
Il giudice, come se la smentita non lo stupisse, quasi il principe non fosse presente, continuò a interrogare la familiare senza neppure voltarsi dalla parte dell'accusato.
—Quando glie lo rivelaste? In quali circostanze? Procurate d'esser precisa.
—L'anno passato, un giorno il signore stava per partire… la signora lo pregò lungamente di non lasciarla sola… Egli partì; allora ella pianse molto, molto: parlò della morte… Al ritorno del signore io gli dissi d'aver cura di lei.
—Che cosa avete da rispondere?—pronunziò freddamente il Ferpierre, rivoltandosi verso il principe e guardandolo fiso.
—Non rammento il fatto del quale parla,—rispose questi sostenendo fermamente lo sguardo del giudice.—Ho confessato i miei torti, più volte questa donna me li rappresentò. Forse intendeva mostrarmi il pericolo, ma non disse mai chiaramente che cosa aveva ragione di temere.
—Negli ultimi tempi,—riprese il giudice rivolto a lei,—parlava ella ancora del suo proposito?
—No.
—Come spiegate questo fatto? Non aveva tuttavia ragione di dolersi di lui?
—Il signore era più premuroso da qualche tempo.
—È vero ciò che dice costei?
—Non è vero. Se io avessi riconosciuto i miei torti, se ne avessi fatto ammenda, ella vivrebbe.
Riabbassato lo sguardo, egli parlava ora con accento di così sincero rimorso che il Ferpierre ne fu impressionato. Se la cameriera diceva che il suo padrone era ridiventato migliore, e se costui aveva prima taciuto e quindi anche negava questo fatto perseverando invece nell'incolparsi, l'accusa appariva meno fondata. Allora, se bisognava credere agli argomenti del Vérod, i sospetti dovevano piuttosto rivolgersi contro la giovane studente? Il principe voleva dimostrare il suicidio per salvare la compagna di fede?
—Della donna che era qui in casa, di questa Natzichev, che cosa pensava la vostra padrona?
—Non so. Non la vedeva.
—Pure sapeva delle sue visite? Le dispiacevano?
—Non so…
Parve al giudice che la presenza dell'accusato le impedisse ora di parlare liberamente.
—Lasciateci soli,—disse pertanto al Zakunine. Poi, quando costui, inchinata la testa, fu scomparso dietro l'uscio dove i gendarmi vigilavano, si avvicinò alla donna.
—Sentite,—riprese, piano ma vivacemente e in tono di persuasiva confidenza;—noi qui siamo dinanzi a un dubbio grave. Mentre le apparenze dimostrano che la vostra padrona si è uccisa, qualcuno asserisce che è stata assassinata. Nessuno meglio di voi può aiutare la giustizia a scoprire la verità. Voi pensavate che ella si fosse tolta la vita; ora che avete udito l'accusa non dubitate?
La donna giunse le mani, malcerta, confusa.
—Che dirvi, signore!… È una cosa di spavento!… Io non so…
—Che pensate del vostro padrone? Lo credete capace d'aver commesso un delitto simile?
Ella rispose dopo un minuto di esitazione, ma risoluta:
—No.
—Perchè dite così?
—Volle molto bene alla signora, quando si conobbero. Le volle un bene pazzo. La consolò dei suoi tanti dolori.
—Che dolori?
—Soffriva, era mortalmente inferma. A distanza di pochi mesi perdette il padre e il marito; restò sola al mondo. Il signor conte morì anche in un modo spaventevole, schiacciato sotto un treno.
—Ma il principe poi la maltrattò?
—Sì, offese le sue credenze, l'abbandonò; ma ciò non è una ragione per sospettare questa cosa orribile.
—Rammentate quando, come, perchè cominciarono i mali trattamenti?
—In Italia, quando il signore fu espulso dal nostro paese.
—Da quanto tempo?
—Dall'altro anno. La signora aveva tanto sperato che laggiù egli sarebbe stato migliore, più suo!…
—Vi furono diverbii tra loro?
—Non diverbii propriamente. La signora pregava sempre, quando chiedeva qualche cosa; il signore la lasciava dire, non rispondeva e faceva poi a suo modo.
—La tradì, anche?
—Non so. Chi può dire che cosa facesse nel lungo tempo che stava lontano!
—Diceste che da poco egli era diventato migliore. Da quanto?
—Da tre o quattro mesi.
—Come v'accorgeste del mutamento?
—Venne a trovarla dopo una lunghissima lontananza, quando credevo che non sarebbe mai più tornato.
—Veniva da Zurigo?
—Da Zurigo, credo.
—Restò a lungo?
—Pochi giorni, ma tornò poi molte volte ancora, a Nizza e qui. Pareva un altro. Pareva temesse di lei.
—Come spiegate il mutamento?
—Non posso dire. Forse riconosceva d'aver fatto male vedendola così triste e dolente…
—State bene attenta alla domanda che vi farò. Che cosa era per la vostra padrona il signor Vérod?… Dite quel che sapete. Bisogna scoprire la verità, punire i colpevoli se ce ne sono, vendicare la morte della povera signora se è stata assassinata. Volete che gli assassini restino impuniti?
—Vi dirò quel che compresi. La poveretta non mi parlò mai di lui. Una volta mi disse solamente: «Come è gentile il signor Vérod, è vero?…» Compresi che la sua compagnia, che la sua amicizia le erano molto gradite, benchè qualche volta lo evitasse…
—Come mai?
—Non so: alle volte pareva anzi che le dispiacesse, quasi che avesse avversione anche per lui. Ma era cosa passeggera…
—Forse temeva che il signor Vérod, come tutti gli uomini, non dovesse alla lunga trattarla con la delicatezza dei primi tempi?
—Non credo. Il signor Vérod è tanto buono! Forse temeva, sì; ma…
—Di che cosa?
—Di sè stessa.
—Allora, se ella aveva questa simpatia, e se il vostro padrone se ne accorse come voi, credete che egli divenisse migliore con lei per paura di perderla, per gelosia del Vérod?
Ella aperse le braccia e scrollò il capo.
—Non posso dire, signore.
—Della Russa, della studente, che cosa pensate?… Che cosa veniva a far qui?
—Stavano chiusi nello scrittoio del signore: non so che dicessero.
—Quante volte venne?
—Tre o quattro volte.
—Non avete mai sospettato che tra loro ci fosse una relazione molto intima… che fossero amanti?
—Non posso dire. Un giorno…
—Che cosa?
—La vidi che baciava la mano al signore.
—Non udiste che cosa dicevano?
—Parlavano russo, non potevo comprendere.
—Facciamo una supposizione. Ammettiamo che costei amasse il vostro padrone. Dovrebbe per conseguenza essere stata gelosa della contessa, è vero?
La donna rispose con una ambigua espressione del viso che poteva significare tanto ignoranza quanto consenso.
—Se sapeva della disunione, la sua gelosia non sarebbe stata però molto ragionevole…—soggiunse il Ferpierre, il quale si proponeva da sè stesso le obbiezioni e, nello sforzo di veder chiaro in quel mistero, annunziava tutti i pensieri che gli si venivano affacciando.—Seppe che erano in discordia?
—Non posso dire.
—S'accorse che ultimamente il principe era divenuto migliore per la defunta?
—Non so, signore.
—Quando se ne fosse accorta, se lo amava, la gelosia avrebbe potuto armarla?
Ma la donna non disse nulla, quasi comprendendo che il magistrato, più che interrogarla, non faceva oramai altro che parlare con sè stesso, che pensare ad alta voce.
Tramontava il sole. Dietro la catena del Jura i raggi d'oro che fendevano le nuvole agglomerate sui culmini davano imagine d'un immenso trofeo di spade. Sotto le rive di ponente il lago era di lavagna; verde come uno stagno fra le basse rive boscose di San Sulpizio, ridiveniva azzurro al largo, nell'alta conca chiusa dalle Alpi vallesi dove le nevi s'infiammavano all'ultima luce. Due vele immobili, incrociate come due ali, sulle acque immobili; una tenue riga di fumo verso Collonge; niun altro segno di vita. Nel silenzio infinito lenti rintocchi lontanamente dicevano che una vita erasi spenta.
Al cielo, alla terra, alla luce, Roberto Vérod chiedeva quella vita. Tratto tratto egli perdeva la coscienza dell'incredibile verità; dinanzi allo spettacolo che tante volte aveva rimirato con lei gli pareva d'esserle ancora d'accanto; poi, girando lo sguardo ansioso, la solitudine lo sgominava, l'orrore s'aggravava su lui. Andava, andava, ignaro della sua via, per respirare: l'immobilità lo avrebbe soffocato. Su per l'erta di Losanna, oltre la Croce, una carrozza lo avanzò. Allora egli fermossi, tremando.
Su quella via, in quel punto, alla stess'ora, egli l'aveva vista la prima volta apparire; un anno addietro, mentre errava per quella via, ella era passata, forse in quella stessa carrozza. L'imagine risorse in lui così viva, che ne fu abbagliato.
Che faceva egli a quel tempo? Che pensava? Che aspettava? Grigia, disutile, vuota era la vita sua a quel tempo. Trentaquattro anni, non rughe sulla fronte; ma quante nell'anima! Il chiuso pensiero, l'assiduo esame interiore, l'inveterato istinto e l'ostinato bisogno di guardare in sè stesso lo avevano avvelenato. La goccia d'acqua sembra più liquida perla quando l'occhio armato di lenti vi scorge dentro un orrido mondo? Col pensiero egli aveva guardato troppo sè stesso e le cose, e la bellezza aveva perduto ogni incanto, e della gioia egli aveva saputo il costo, e la speranza gli s'era consunta dinanzi. Una volta, in più fresca età, di quel suo genio dell'esame egli era stato superbo come d'una forza, come di una potenza; con gli anni aveva sentito che era la miseria sua. Nel mondo delle idee gli estremi orizzonti, le cime vertiginose erano a lui familiari; nella vita pratica moveva i suoi passi malcerto ancora più di un bambino. Quando tentava di reagire contro quell'impotenza, riconosceva che la volontà era inefficace, che egli restava condannato a una vita infeconda. Nato al confluente di tre civiltà, da una razza nella quale troppi elementi etnici si erano confusi, sollecitato in vario senso dagli istinti ereditarii e dai concetti acquisiti, sentiva di non poter gustare altre gioie fuorchè quelle dell'arido pensiero.
Aveva vissuto; ma come? Come il visitatore d'un cosmorama crede di trovarsi dinanzi agli spettacoli rappresentati: sapendo che sono dipinti sopra cartone. Egli non credeva alla vita. Gl'insensibili oggetti, le inanimate opere d'arte possono accenderci, pur sempre restando quelle che sono, fredde, mute, inerti: così egli aveva amato viventi creature. Ma dove il sentimento, non che essere ricambiato dalle cose, non si può neppure esprimere ad esse, da creature a lui simiglianti egli aveva un tempo sognato d'esser compreso; e poichè mai il suo sogno, il suo bisogno era stato appagato, un moto di superbia lo aveva persuaso d'avere un'anima diversa dalle comuni, di valer più che gli altri. La sua superbia era stata punita con la spaventosa solitudine che lo aveva circondato. Più triste della solitudine un'ultima persuasione gli aveva dimostrato che, pur valendo presso a poco egualmente, le creature umane sono condannate a non intendersi mai.
Così, con questa fede disperata, con l'amara compiacenza d'aver saputo comprendere la sterile verità, egli viveva da anni. L'arte sua rispecchiava troppo fedelmente queste opinioni; essa era negatrice fredda ed amara. Diceva che la vita è un inganno, che non c'è distinzione fra i sentimenti dell'uomo cosciente e le cieche potenze della natura, che tutto si riduce nel mondo a un meccanismo impassibile. Egli non aveva più nessuna ragione di vivere, e la sua vita era una continua morte. Egli frenava ogni sua tentazione cominciando da quella di morire; e col furore d'un iconoclasta distruggeva dentro di sè tutte le imagini delle cose e degli esseri. Così viveva da anni, quando ella era apparsa.
La vedeva ancora, nella carrozza che procedeva lentamente per l'erta, accanto a un'altra dama, incrociare un rapido sguardo col suo. Egli n'era rimasto stordito. Come era bianca, pallida, stanca! Che diceva lo sguardo?
E l'aveva riveduta, la sera stessa, qualche ora dopo, alla Casa di salute dove un dottore amico lo persuadeva a curare con un po' d'acqua tepida sulle spalle il male dell'anima. D'altro rimedio aveva egli bisogno! Non le docce, non l'aria, non l'esercizio dei muscoli potevano nulla contro il suo dolore. Anche una volta, alla terrazza della Casa di salute, egli le era passato dinanzi, più da presso; e quantunque il nuovo incontro fosse rapido come il primo, pure egli aveva notato che l'estenuata bellezza di lei era a un tratto tutta rianimata e lucente. E anche una volta l'aveva guardata negli occhi. Che diceva lo sguardo?…
Ora le ombre sorgevano più dense dalla conca del lago. Le nubi già d'oro erano grige, e solo per qualche pennellata cuprea e violacea la luce attestava di non essere morta interamente. Un riflesso di quelle colorazioni dava alle acque stagnanti l'iridescenza delle lamine metalliche. Le digradanti coste dei monti savoiardi parevano cadere a picco sul lago e le cime staccavansi nere sul chiaro fondo del cielo, come un intaglio. Egli riprese ad andare, anelante.
L'appressarsi della notte lo sgominava. Che avrebbe fatto, nella notte? Dovunque volgesse lo sguardo, ora vedeva almeno qualcosa che gli parlava di lei. Egli la rivedeva come l'aveva tante volte veduta, tutta vestita dell'ultima luce, contemplare immobile il muto spettacolo del tramonto; egli tratteneva il respiro ed il passo, come un tempo dinanzi alla figura vivente, pauroso di vederla sparire, di vederla dileguare, di perderla. Ed era sparita, si era dileguata, egli l'aveva perduta! Quante volte questo sentimento di paura aveva stretto il suo cuore! Era ella fatta per la vita terrena? Quante volte l'aveva udita dire, parlando del futuro, di disegni da compiere un giorno: «Se sarò ancora al mondo!…» Allora egli sostava, senza vedere più nulla, con gli occhi chiusi dal pianto; e il suo dolore era così acuto e ineffabile che diveniva quasi una mortale voluttà. Il pianto era stato la voluttà di quell'amore: di gioia, di speranza, di pietà, di paura, di dolore egli aveva pianto.
Così fortemente la prima vista di lei lo aveva percosso, che egli non aveva potuto tutta comprenderne la bellezza. Consisteva la sua maggior seduzione nella grazia languida e quasi vacillante della persona alta e tenue, o nella purezza dei lineamenti, del gracile viso, della fronte tersa come un'opera di scultura, cinta di chiome copiose nere e lucenti che le scendevano in due bande lungo le tempie e la rassomigliavano alle figurazioni della Vergine; o nella dolcezza dolorosa dello sguardo, nell'espressione profonda di un'anima ansiosa?
Per una più pacata contemplazione aveva egli compreso più tardi che tutte queste cose insieme formavano il molteplice incanto di lei; ma allora aveva anche visto che quella bellezza non era durabile. A giorni, a ore la magrezza delle guance pareva troppo grande; tutte le linee del viso s'alteravano come prossime a disfarsi; la carnagione, non più illuminata dalle fiamme interiori, era smorta; lo sguardo velato e quasi cieco. Ma queste improvvise oscurazioni che parevano lo scotto d'una bellezza troppo grande e quasi fuor dell'umano, lo avevano fatto tremar di paura, rivelandogli la minaccia che pendeva sulla vita di lei. Il sentimento d'ammirazione che la prestigiosa creatura destava nei momenti del suo massimo splendore mutavasi allora in sollecita pietà; e la pietà della fugace e peritura bellezza avvinceva il cuore di lui più saldamente che non potesse avvincerlo l'ammirazione per ogni altra bellezza superba e trionfante. Egli rammentava ancora le parole udite una sera lontana, quando, in uno dei troppi rari momenti di pace, sedotta dalla insistenza d'una folla giuliva, ella s'era messa al pianoforte. Musiche inebbrianti uscivano dallo strumento sonoro, e la misteriosa virtù della melodia disponeva l'animo di lui a tutta comprendere la sovrumana bellezza che per l'improvvisa animazione le sfolgorava in viso. A quel massimo grado di meraviglia egli sentivasi però umiliato e quasi offeso: quanto più stupenda ella era, tanto più inarrivabile doveva sentirla, tanto più mediocre e indegno doveva giudicare sè stesso. Ma come più il suo cuore chiudevasi dall'angoscia per la coscienza della troppa distanza che lo separava da lei, ad un tratto, senza che ella interrompesse l'esecuzione d'unLargodi Bach, la porpora delle sue guance impallidì, la meravigliosa purezza dei suoi lineamenti s'alterò e dissolse. In quel punto uno degli spettatori ch'ei credeva occupati da un sentimento eguale al suo proprio gli era venuto accosto per dirgli, additandola: «Non è un peccato, guardate? Senza queste improvvise mancanze, che bellezza perfetta! Sarebbe veramente stupenda, se non mancasse da un momento all'altro, così!…» Allora, repentinamente, l'angoscia e la tristezza s'erano dileguate; egli non l'aveva più sentita tanto alta e lontana da lui, ma tutta vicina e sua; perchè non il senso di rammarico che altri esprimeva, ma un impeto di tenerezza lo animava ponendo mente alla inferma, un sentimento di commossa pietà, un bisogno di prodigare alla vulnerata creatura tante cure gelose, un così vigile affetto, da compensare i suoi passati dolori, da risparmiarle i venturi.
Era egli riuscito in quest'opera?…
Anche una volta dal cielo delle memorie la sua attenzione rivolgevasi al circostante spettacolo. Le prime fiamme splendevano, aurate nell'ultimo crepuscolo, sulle rive e sulle pendici della Savoia; il fanale d'un battello, come una punta infocata, solcava le acque. Andarsene, fuggire, sparire: solo così egli avrebbe potuto evitare a lei ed a sè stesso altre pene. Di fuggire egli era stato tentato, quando il turbamento che lo vinceva anche a scorgerla da lontano gli diceva che fuoco lo avrebbe investito se l'avesse conosciuta da presso. E rammentava le lettere scritte in quei giorni per annunziar la partenza: lettere dove la tristezza della rinunzia a un'adorazione ch'ei presentiva formidabile si mascherava, si sfogava in accuse alla volgarità del luogo e dei suoi popolatori. Ma, deliberato di andarsene, era rimasto ancora, aveva continuamente rimandato il distacco gustando la mirrata dolcezza dell'ultima contemplazione; quando un giorno aveva potuto parlarle. Egli aveva potuto udire la sua voce: la voce sommessa, armonia lenta, musica velata, eco dell'anima profonda. Che sottile virtù era nelle sue parole; come ogni sua parola pareva inaudita, felicemente creata ad esprimere il pensiero recondito! Ed era rimasto, per udirla.
L'anima sua fu allora occupata dalla meraviglia. Egli non credeva possibile dipendere così da una creatura umana. Ripensando i suoi passati amori non rinveniva nulla di simile alla presente realtà. I suoi amori erano morti, interamente; ma non perciò egli ne negava la forza; essi non già gli parevano scialbi per quella natural legge secondo la quale i ricordi hanno più debole vita e importano meno delle impressioni attuali: la nuova apparizione trionfava per una tutta sua propria virtù, offuscava fantasmi ed imagini con la purezza della sua luce. Anche la meraviglia di lui cresceva per la subitanea fede risposta in un'anima che gli era tuttavia ignota. L'idea della bellezza associasi naturalmente alle idee contigue della bontà e della virtù, talchè nulla è più facile dell'attribuzione di queste doti alle belle creature; ma non era egli uso, oltre che a difendersi contro le troppo naturali e non ancora verificate deduzioni, a osservare altresì con tanta penetrazione gli altri, sè stesso e la vita da negare, come aveva negato, ogni prestigio? Pagava ora forse la lunga, strenua e disperata resistenza a tutte le lusinghe con la dedizione improvvisa? Ma la prova maggiore del mutamento operatosi in lui era questa: che non più come un tempo egli compiacevasi nei faticosi e infecondi esercizii dell'indagine intima, nelle continue alternative del dubbio; ma, senza discutere, quasi obbediva una volontà estranea e imperiosa. L'espressione di questa volontà era nello sguardo di lei che diceva: «Ama e vivi, credi e vivi, spera e vivi.» Egli uniformavasi al comandamento.
L'atto di fede compito attribuendo ogni pregio alla creatura d'elezione era quotidianamente confortato di prove. Poteva egli pensare d'essersi ingannato se al suo sentimento tutti partecipavano, intorno a lui? Parole di ammirazione erano su tutte le labbra; quale appariva in vista tale ella rivelavasi: tutta buona, dolce e pietosa, tutta piena di grazia. Come non parea fatta per la vita del mondo così intendeva costantemente al cielo lo sguardo e il pensiero. Quando egli la cercava, quando aveva bisogno di vederla, era sicuro di trovarla nelle case della preghiera, genuflessa, umiliata dinanzi a Dio. Quante volte, non visto da lei, era entrato negli insoliti luoghi! Che ore ineffabili vi aveva vissuto! All'idea che anch'egli una volta aveva creduto, al ricordo dell'anima ingenua che era morta in lui, alla speranza di poter credere ancora per essere più vicino a lei, per comunicare con lei, come aveva pianto di dolce tristezza e di trepida gioia!
Un giorno, da Evian, l'aveva guidata a una cappella dove celebravano una festa che chiamava a torme i credenti dai luoghi più lontani: anche egli aveva chinato la dubitosa fronte come tutti quegli umili, come lei; ma non soltanto per seguire l'esempio della fedele, per nascondere a un tempo il pianto che lo accecava. Un'altra volta, sulla montagna, ella erasi fermata dinanzi a una cappelletta alla porta tarlata della quale stava infissa la grossa chiave rugginosa; con la debole mano bianca cercava di schiudere quella porta, inutilmente. Egli stesso l'aprì, e nell'atto che schiudeva alla pia il varco del sacro luogo, egli pensava come grande fosse la secreta forza di quella debolezza apparente: quando la povera mano s'era stancata invano e pareva aver dovuto rinunziare all'intento, il muscoloso braccio era stato spinto a vincere per lei l'ostacolo. E allora egli aveva sentito struggersi dal bisogno di baciare quella mano addolorata, di baciarla devotamente sul dorso, di baciarla avidamente sulla palma; dal bisogno di sentirsi imporre la miracolosa mano sulla fronte infiammata. Non era la dolce mano soccorrevole e salutare? Non l'aveva egli vista un giorno medicare pietosamente un ferito, un infermo della cui insania morale tutti ridevano e che ella sola commiserava? Quell'uomo era caduto, grondava sangue; e alla vista del suo sangue, all'udire le sue parole più scomposte del consueto, le risa crudeli crescevano; ella sola, come una suora, aveva saputo medicarlo e guarirlo. La sua mano era soave ed agile, pronta e destra all'ufficio di carità, tutta animata da una vita prodiga di sè stessa; la sua mano era larga, pieghevole, venata e fresca come una foglia; nello stringerla nuda egli risentiva la freschezza d'una foglia polputa.
E i ricordi, i dolci luminosi imperituri ricordi lo incalzavano, nella sera serena, dinanzi al cielo verde come la speranza che ella aveva suscitata nel cuore di lui. Ella aveva spirato la vita nell'anima morta, ella era stata la vita dell'anima sua. Tutto ciò che ella credeva, le cose semplici, le cose buone, le cose eterne, erano state da lui finalmente credute. Ella aveva compito questo prodigio naturalmente, senza volerlo, con la sola virtù della sua presenza, come fa credere alla luce la vista del sole. Ella faceva il bene perchè era nata a farlo. E un sentimento nuovo, inaudito, incredibile, aveva occupato il cuore di lui, un sentimento che avrebbe dovuto essergli cagione di pena intollerabile, ma che invece egli sopportava rassegnatamente, quasi con gioia. Il cupido istinto voleva impossessarsi della miracolosa creatura, averla tutta per sè; la ragione riconosceva che ella non poteva essere distolta dal suo ufficio buono per amore d'un solo. Qual pazzo potrebbe sognare di prendere per sè tutta l'aria? Ed egli non era stato geloso sapendola d'un altro. Aveva pensato che, se era di un altro, ella doveva compiere un'opera fruttuosa; nessuno poteva biasimarla per questo, nessuno poteva distrarla dall'opera sua. Ella conosceva le secrete vie del cuore, sapeva le parole che leniscono e sanano, le parole soavi come un unguento. E l'uomo cui s'era unita aveva bisogno di soccorso; non proseguiva per vie sanguinose un intento inarrivabile? Non sospingeva a lotte tremende le anime miti con l'efficacia di un disperato esempio? Accanto a quell'uomo abbeverato d'odio, per cui la vita umana non aveva valore, che seminava di cadaveri il suo cammino, accanto a quell'uomo era il posto di lei. Nulla di nuovo aveva per lei l'ideale di giustizia e di pace in nome del quale colui levavasi in armi; ella doveva anzi difendere queste cose sante, tutelare la bellezza delle idee dalla contaminazione cruenta, convertire i fanatici, confortare i disperati. Ella era la ragione accanto al sofisma, l'umiltà accanto alla superbia, l'amore accanto all'odio; ella era la correzione del male, la sua vista era la consolazione del mondo…
Guardando intorno a sè, il giovane non sapeva ora più dove fosse. Ebbe bisogno di passarsi una mano sugli occhi prima di riconoscere la via di Belmont. Allora cadde sul parapetto della via, chiamando:
—Anima! Anima! Anima!…
Lo sconforto fremeva sordamente sotto la fede che gli dettava quell'invocazione. Egli non voleva e non poteva rassegnarsi alla mostruosa realtà; e un impeto violento di sdegno iracondo lo sollevava: torbide imagini e truci proponimenti gli accendevano lo sguardo e gli facevano stringere le pugna; disperate parole gli salivano alle labbra:
—Non c'è nulla!… Tutto è menzogna!… Non c'è altro che il male!…
Se l'amore era ripagato dall'odio, se la povera labile vita della creatura d'amore cui si dovevano le più gelose e trepide cure era stata selvaggiamente distrutta da chi pur sapeva la benignità del suo sorriso, non c'era nulla, null'altro che il male…
Ma Roberto Vérod reprimeva queste parole. Dal giorno che la vista di tutte le bellezze adunate nella fedele lo aveva abbagliato e convertito, un giudice e un custode vegliavano dentro di lui, lo difendevano contro i tristi pensieri, contro i propositi indegni, contro le imagini impure. In tutti gli atti della vita, in tutte le disposizioni della mente egli aveva voluto esser degno di lei, e quest'opera di preservazione gli era stata agevole fino a quel giorno. Se il dubbio lo aveva morso talvolta, quando lo spettacolo delle nequizie gli era apparso troppo crudamente, solo a pensare che la creatura d'amore esisteva egli agguerrivasi nella sua fede. Ora ella era morta! Era morta! Egli l'aveva dinanzi agli occhi, distesa al suolo, immota, gelata, col mostruoso fiore sanguigno sulla pallida tempia; e un'ansia mortale lo soffocava, perchè egli voleva credere che la morte non l'avesse tutta distrutta, che la miracolosa anima vivesse ancora, vegliasse su lui, gli ripetesse le parole della fede e del perdono; ma non poteva; o se pure la voce soave che ancora gli echeggiava attorno lo persuadeva, l'oltre umana vita di quell'anima non bastava più a consolare la sua esistenza; i suoi occhi mortali avevano bisogno di vedere, le sue orecchie di udire, egli aveva bisogno di stringere la mano di lei, di toccare il lembo della sua veste; e questo suo bisogno sarebbe rimasto inappagato, per sempre. Perdonare agli assassini? Egli doveva vendicarla!
L'ultima luce del crepuscolo agonizzava, ma già l'alba lunare schiariva l'oriente. La pace era divina. E nella divina pace, nel silenzio augusto, Roberto Vérod si premeva la testa fra le mani per tentar di sedare la tempesta che lo travolgeva. Al pensiero di non aver saputo ispirare al giudice la propria certezza la sua ragione vacillava. Perchè non era stato più efficace? Se un caso imprevedibile aveva voluto che il giudice fosse un suo antico compagno, perchè non gli si era dato a conoscere, come mai non aveva saputo persuaderlo della propria sincerità? Non solo per discrezione egli non aveva rammentato al giudice i loro antichi rapporti, ma per paura altresì; giacchè sapeva diverso dal suo, e rigido, e severo l'animo di lui. Ed aveva costui visto più lucidamente? Egli stesso si era ingannato? Aveva ella voluto morire?… Tornava allora con la mente al passato, all'angoscioso stupore che lo aveva occupato nel discoprire il male secreto dal quale quella povera anima era piegata. Nell'atto che salvava altrui ella stessa era perduta. Le sue parole d'un giorno gli tornavano alla memoria: un giorno, alla notizia che un disperato s'era tolta la vita, alla condanna che i più facevano pesare sopra il suicida, ella aveva espresso un sentimento del quale i credenti non sono capaci: non era vero, ella diceva, che il rinunziare all'esistenza portasse una dannazione implacabile, che la fede condannasse in ogni caso la volontaria morte. Come d'ogni altra azione umana doveva la coscienza liberamente valutare i motivi di questa ed accettare le conseguenze del proprio deliberato; ma se l'inganno, la paura, la viltà meritavano biasimo e pena, per altre ragioni non si doveva disperare d'un più mite giudizio. Perchè queste idee fossero da lei concepite ed espresse non bisognava che ella stessa si trovasse ridotta a tale da pensare alla morte? E di che pietà il cuore di lui era stato invaso nel vedere che l'argomentazione rispondeva al vero più ch'ei non credesse!
Ella non aveva pensato alla morte per fuggire il dolore. Il dolore era la stessa legge della vita, diceva. Non che fuggirlo, bisognava far consistere il dovere e la gioia nel sopportarlo serenamente. Ella aveva voluto sottrarsi al male. Lo aveva affrontato per distruggerlo; era discesa fino ad esso per un'opera di redenzione. La forza dell'amore le era parsa così grande da trionfare, immancabilmente. Passando sopra alle leggi umane e, prova maggiore, alle divine, aveva sperato di farle accettare all'uomo che le negava e le combatteva, tutte. Ella stessa era caduta nell'errore per evitare che egli continuasse a consumarlo, perchè egli credesse a qualche cosa di bene. Dal sogno superbo s'era destata impotente, piagata, avvilita ella stessa. L'amor suo era stato disprezzato, le sue preghiere schernite, la sua fede offesa; l'opera di distruzione era continuata più alacre di prima; ella che aveva voluto impedirla se n'era sentita complice. Allora aveva riconosciuto troppo tardi che la via tenuta doveva fatalmente avere quell'uscita; il suo inganno le era parso immeritevole di perdono: allora aveva pensato alla morte. Nel punto che le conseguenze dell'inganno fatale le apparivano più gravi, quando l'ultimo lume di speranza erasi spento, Roberto Vérod l'aveva incontrata; e come egli aveva attinto in lei la salute, ella stessa s'era sentita rivivere. Cieco, egli aveva visto per lei; piagata, ella era stata sorretta da lui. Lungamente quella mutua salvazione era rimasta ignota ad entrambi. Nessuno dei due, sentendosi rinascere per opera dell'altro, aveva creduto possibile che un eguale miracolo si fosse prodotto per sua propria virtù. Nei primi tempi egli s'era appagato della vista di lei, era vissuto nella sua luce, nessuna gioia imaginando maggiore. Quando ne aveva concepita e intraveduta un'altra, allora era fuggito.
Girando intorno lo sguardo per la cerchia dei monti grigi nel lume di luna, egli ricordava ora l'alba della fuga, l'alba livida e fredda, il lago plumbeo flagellato dal vento, irto di onde opache. Egli fuggiva senza esitare. La speranza, la certezza di rivederla lo sorreggevano. Quando, dove? Non sapeva. Ma l'avrebbe rivista. E la portava nell'anima. Non aveva pianto, con l'anima piena di lei. Sulla riva, all'improvviso apparire del battello, grigio sulle acque grige, ansante e tangheggiante, s'era sentito chiudere il cuore. Finchè erano rimaste visibili, i suoi occhi non avevano lasciato le sponde di Ouchy, le alture di Losanna. E nulla rammentava del viaggio, altro che alcune rapide scene. Aveva vegliato tutta la notte prima di fuggire, scrivendo. Sapeva che non avrebbe potuto mandarle altro che una parola di saluto: ma aveva scritto tutta la notte. Sul battello un sonno penoso, un incubo greve lo aveva abbattuto. Udiva tratto tratto il fragore delle onde rotte contro i fianchi poderosi, l'arrestarsi dell'ansante respiro; vedeva le rive fuggire e ignorava dove fosse, dove andasse. Era andato in Italia, per vedere il bel paese, il chiaro sole, il cielo dolce che l'avevano fatta qual era. Era stato a Milano per vedere la sua casa natale: la casa alta e severa come una torre, in una via remota e silenziosa, dinanzi a una chiesetta tutta fiorita. Aveva visitato la piccola cittadella di provincia nel collegio della quale ella aveva trascorsa l'adolescenza; poi, in Brianza, il paese delle rose dove ella aveva passato tanta parte della giovinezza, dove erano sepolti i suoi cari. Imaginazioni felici lo avevano occupato; pensando ai giovani anni della diletta, alle ingenue speranze che le avevano sorriso, alla pura gioia che aveva diffuso intorno a sè, all'alba radiosa di quella benefica vita, egli aveva pianto lacrime grate. Ma il tempestoso pianto lo aspettava altrove.
Dopo una lunga peregrinazione, al morire della bella stagione era passato per Nizza come sempre usava prima di ridursi a Parigi. A Nizza egli aveva perduta la sorella sua, la sola compagna della sua orfana giovinezza; dinanzi al sepolcro della sorella egli veniva a meditare sui formidabili enimmi della vita e della morte. Quell'anno s'appressava al sepolcro più trepidante, pieno dei nuovi pensieri da confidare alla cara memoria, cupido delle ispirazioni che ella gli serbava. Della sorella morta aveva parlato a lei un giorno, accompagnandola a Chillon; le aveva detto che geloso amore egli aveva perduto, quanta parte di sè era chiusa in quella tomba. Ed ella stessa gli aveva chiesto di parlargliene ancora, più volte; aveva voluto sapere la vita della sorella sua e vederne i ritratti; con parole delle quali possedeva il secreto aveva detto la dolcezza forte del fraterno amore.
Appressatosi al sepolcro per comporre in un solo pensiero le tutelari imagini della morta e della lontana, i suoi occhi furono percossi da un bagliore. Sul muro funerario, accanto agli scheletri delle ghirlande votive che era venuto altre volte ad appendervi, una grande corona candida abbagliava come un'aureola. Non era intessuta di fiori, ma di bianche stoffe e di fili d'argento: una mano sapiente aveva piegato il raso bianco, i merletti bianchi, i veli bianchi, in modo da raffigurare petali nivei e foglie spumose. La sua confusione dinanzi a quel voto durò un attimo; per un attimo, pensando che nessuno al mondo fuorchè egli stesso aveva amato la morta, lo stupore, l'ignoranza dell'affetto dal quale veniva quel voto lo lasciarono perplesso e ansioso. Comprese come alla luce d'un lampo. Certo che nessuno fuorchè la creatura d'amore era potuto venire ad appendere quella corona votiva, le lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi, inesauribili. Beatrice secreta, consolatrice pietosa, egli la riconosceva al pensiero d'amore che l'aveva nascostamente guidata dinanzi a quella lapide, al pensiero d'amore che le aveva fatto intrecciare quella ghirlanda. Le ossa della sorella morta avevano dovuto tremare, quando la pietosa mano aveva appeso la bianca ghirlanda! Tremando egli piangeva di gioia secreta, di gratitudine effusa, di timida speranza. Egli dunque viveva nella memoria, nel cuore di lei! Quando ancora chiedeva a sè stesso quali ricordi aveva lasciati alla lontana, quando dubitava d'esser rammentato da lei, ella aveva sposato la sua religione del sepolcro! Fissando lo sguardo velato alla corona luminosa pareva a lui che per un nuovo prodigio la sorella morta esprimesse i sentimenti dai quali egli era invaso; come oltre lo spazio ed il tempo il pensiero della lontana arrivava fino a lui, così oltre la vita l'anima della sorella parlava, ripeteva il consiglio che egli aveva udito altra volta: «Ama e vivi, credi e vivi, spera e vivi.» Presentendo di adunare in uno stesso quadro le imagini belle, egli le vedeva tenersi per mano, venirgli incontro raggianti. La lontana aveva tratto dal sepolcro la morta; i due fantasmi vivevano d'una stessa vita sovrumana, intangibile. Ma sopra la meraviglia beata e l'estasi trepida e la grata fede, un sentimento di secreta ambascia gli stringeva il cuore pensando che nessuna parola mai avrebbe potuto significare alla creatura vivente l'impeto di devozione, il bisogno di genuflessione che lo piegavano. Prendere genuflesso la mano di lei, baciare la mano che aveva intessuta la corona virginea, ciò solo egli poteva. Ma gli sarebbe bastato? Tutte le cose dolci che s'agitavano in lui non lo avrebbero soffocato? E al pensiero d'amor puro dal quale era stata guidata dinanzi a quella tomba avrebbe egli risposto confessando un amore esigente, un lesivo amore? Non voleva egli ora averla per sè, tutta, ora che la sapeva sua nella fraternità d'oltre tomba? La fuga era stata dunque inutile? Che avrebbe dovuto dunque egli fare?…
Sorse in piedi al ricordo di quell'ansietà, tornò indietro verso il lago, stendendo il braccio come in cerca d'un sostegno, come ebro. La dolcezza delle memorie lo inebriava, lo sottraeva allo strazio presente. Ma come l'insanguinata imagine riappariva, egli sentiva il suo cuore schiantarsi. L'iniquo destino distruggeva così le sole creature degne di vivere: una dopo l'altra egli perdeva così le sorelle.
—Sorella!… Sorella!…
Tale era stata per lui. L'amor di sorella, il nome di sorella, erano le sole cose soavi al suo cuore. Tutti gli altri suoi amori erano stati perfidi e velenosi, non avevano lasciato neppure un solo ricordo buono; sdegno e nient'altro avanzava, di tanti amori: sdegno contro le perfide, sdegno contro sè stesso. Un tempo egli si era gloriato di queste sue passioni, se n'era insuperbito come di altrettante fortune. Ma, concepite nel male, esse portavano dentro il germe della distruzione; se null'altro n'era avanzato fuorchè putredine, se egli n'era rimasto ammorbato, ciò era il suo meritato castigo. Non volendo più commettere l'errore, sentendo risorgere il bisogno lungamente inappagato e represso d'un'intima comunione, non potendo più vivere solo, egli ritrovava in lei la sorella. Andarle incontro, dirle con viva voce la gioia che ella gli dava, era stato il suo primo impulso; ma non l'aveva obbedito. L'esagitazione dell'anima era ancora tanto violenta, e alla solitudine sua veniva tanta consolazione dall'assiduo pensiero di lei, che egli volle e potè aspettare. Geloso di sè stesso, quasi pauroso di menomare il proprio sentimento indagandolo, era vissuto in una beatitudine secreta della quale obliava quasi l'origine. Come al destarsi di lieti sogni, come quando latenti e ignote energie eccitano e moltiplicano i sensi della vita, egli trovava in tutte le cose una nuova virtù. Un giorno finalmente le scrisse. Alla sensitiva creatura, al proprio sentimento secreto, la troppo vivace espressione vocale non conveniva. E scrivendole egli contenne l'impeto delle passioni: tacque la speranza, moderò la gioia, disse soltanto pienamente la gratitudine. Ella rispose. Gli parlò della sorella morta. Quali altri ricordi avrebbero potuto mai cancellare dalla memoria di lui le parole fraterne? «Io certamente conobbi ed amai vostra sorella. Quando mi parlaste di lei, quando mi diceste le preziose e care doti della sua persona e del suo cuore, sentii che ella fu il desiderio della mia gioventù, la sorella che mai non potei consolarmi di non trovare al mio fianco nelle ore della gioia e della tristezza. Quando mi narraste lo strazio della sua morte mi parve come se tanta bellezza e tanta bontà fossero state da me stessa perdute. Io mi proposi di pregare sulla sua tomba, quando seppi che è sepolta nella città dove passo parte della mia vita. Ho compito con gioia l'impegno preso tra me e sono felice che il mio pensiero vi sia tanto grato…» Ora anch'ella era morta!
Il giorno era morto, la gioia era morta. La luna spandeva sul paesaggio un mortuario lume cinereo; i muri inalbati davano imagine di lapidi sepolcrali; il silenzio e l'immobilità della morte tenevano le acque, la terra, il cielo, tutte le cose. Ora egli aveva un altro sepolcro dinanzi al quale inginocchiarsi e appendere voti! Ma ella non era per anco sepolta. La salma sanguinosa era rimasta tutto il pomeriggio sulla tavola incisoria, in mano degli anatomisti. A quell'ora giaceva in chiesa. Egli si guardò ancora attorno per riconoscere il luogo, per avviarsi alla chiesa. Era sul Cammino di Lucinge: riprese ad andare per il Cammino di Jurigoz con passo più fermo.
Nella casa della preghiera dove erano convenuti le prime volte avevano ora l'estremo convegno! Lontano da lei il suo sguardo e il suo pensiero s'erano rivolti al cielo, per incontrarla. Dopo la prima lettera egli aveva tentato di scriverle ancora, ma le parole erano state inadatte. Allora era vissuto nell'ansia. La cercava dovunque. Credeva di vederla dinanzi a tutte le cose belle. Talvolta il cuore gli sobbalzava, se tra le figure incontrate per via qualcuna lontanamente le somigliava. Ma dopo queste imaginazioni il dolore si aggravava su lui. Il terrore delle notti erano i sogni durante i quali sentiva d'averla perduta, di non poterla rivedere più mai. Uno tornava assiduamente: egli le stava dinanzi, col cuore pieno di tumulto, con le mani tremanti, e non poteva dirle una sola parola: ed ella, dopo avere invano aspettato le sue parole, s'allontanava, svaniva, lasciandolo inanimato, impetrito. Questo sentimento di angosciosa incapacità lo teneva anche nella veglia, gl'impediva di correre incontro a lei. Quando andò a Nizza e non ve la trovò quasi ne restò confortato. Nel rivederla a Ouchy, sul principio dell'estate, tremò. Col tempo, per la lontananza, egli aveva creduto e quasi sperato d'essersi sottratto alla sua grazia: ella doveva rinnovare il prodigio. Ma l'angoscia e la paura e tutti i sentimenti indegni cederono improvvisamente quando le fu vicino. Poteva egli tacerle che viveva del suo favore?… Prima ancora che parlasse ella lo aveva compreso. Ella non s'era offesa della confessione dell'amor suo, non ne aveva dubitato. I falsi pudori, le ipocrisie del sentimento le erano ignoti. «Come io vi credo, mi crederete?» gli aveva domandato. Erano sulla montagna, nel bosco della Comte; oltre la pendula volta frondosa il lago, i monti, i paesi si disegnavano limpidi e tersi nella luce abbagliante. Bagliori di verità erano nelle sue parole: «La verità è come la luce: non si nasconde, La vostra memoria mi accompagnò dovunque; la speranza di rivedervi mi sorrise. Io sapevo che quest'ora sarebbe venuta. Ma vi sono più verità nella vita. Come ciò è realmente vero, è pur vero d'una verità morale che l'amor vostro e il mio non sono durabili. L'amore dev'essere appagato. Muore nella piena felicità, ma dopo aver vissuto. Contendergli la vita per paura della morte è lo stesso che uccidersi perchè si deve morire. Ma la vita dell'amore dipende da una condizione: dall'osservanza delle leggi. Pensate alla vostra sorella morta. Che cosa le avrebbe desiderato il vostro cuore, se fosse vissuta? Che avesse amato un uomo che l'avesse amata. Voi non avreste ricercato molto a dentro la precedente vita di quest'uomo; non vi sareste molto inquietato delle sue prime e meno degne passioni. Ciò è nella legge naturale che vuole gli uomini più cupidi e impazienti. Ma quest'uomo avrebbe sdegnato il proprio passato e avrebbe tremato di gioia superba nello stringere al cuore la vergine. Essi si sarebbero uniti per sempre. Non si sarebbero contentati d'un tacito impegno, ma avrebbero chiesto la sanzione sociale e la divina; perchè la legge morale vuole che l'amore sia il fondamento della famiglia: allora esso non muore, o si trasforma. Noi ci siamo conosciuti troppo tardi. Io non nego che si possa amare più d'una volta, da parte vostra segnatamente. Per noi donne l'esperienza è più rischiosa. E in generale quanto più si prova tanto meno si crede. Troppo a lungo io sono vissuta fuori della legge, perchè possa ancora sperare di rientrarvi. Voi non vorrete crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete egualmente sincero più tardi, credendolo. Non mi faccio peggiore di quel che sono; ma se non gli altri, io stessa ho, indistruttibile, il sentimento della mia decadenza. Questo sentimento contenderebbe la vita alla fede. Dinanzi al sepolcro di vostra sorella, quando voi eravate lontano, quando non sapevo bene che cosa sarebbe accaduto fra noi, io pensai d'esservi unita da un sentimento fraterno. Ora sento che anche questo ci è conteso. Voi dovreste arrossire di me. Se la pietà fosse più forte, non riuscireste a vincere la tentazione di mutare la natura del nostro legame; o vincendola ne soffrireste troppo. Queste cose sono tutte fuori legge, tutte destinate naturalmente a perire ed a ferire…» Egli aveva tentato di opporsi alle luminose dimostrazioni, non sapendo ancor bene di trovarsi dinanzi a una coscienza tanto sicura. Allora ella aveva steso la mano verso i monti lontani: «Vedete quelle pendici? Alcune parti sono illuminate, altre restano avvolte nell'ombra. Ma come il sole compie il suo corso, così queste si illuminano e le altre si velano. La verità è in tutto come la luce: non va senza l'ombra. Se a quest'ora voi credete che ombre misteriose e propizie ci consentano di sperare, aspettate che il tempo s'avanzi e la luce cruda vi mostrerà l'inganno…» Egli non l'aveva lasciata finire: «E io vi dirò altre verità che voi non sapete o non volete sapere! Voi che vi giudicate così, voi che avete uno sguardo tanto chiaroveggente, non sapete che per la vostra dirittura, per la vostra sincerità, per la vostra umiltà, siete una creatura d'elezione, degna di riverenza? Non sapete che la vita contamina tutte le cose? Vi è tra noi chi sia esente da errori? E credete che la distinzione fra i lievi ed i maggiori importi poi molto? Ciò che importa è nutrire l'ideale del bene. Chi si smarrì una volta e se ne dolse non è altrettanto degno di premio di chi seguì sempre la via diritta? Un tempo io credei che questa fosse l'ingiustizia della fede cristiana; voi stessa mi faceste ricredere. Se pure erraste, le intenzioni che vi guidarono vi fanno più meritevole di perdono di ogni altro. Voi che ve ne sentite indegna, lo sperate, lo aspettate…»
Ella disse: «Non qui.» Allora egli pianse. Non ella!
E il tempo era passato senza disperdere l'ombre proprie. Egli non le aveva detto che l'amor suo aveva fatto di lui un uomo nuovo, capace di nuove cose: quest'orgoglio le sarebbe dispiaciuto, questa presunzione l'avrebbe ferita. Senza dirle più nulla s'era lasciato vivere nel puro incantamento. La certezza d'essere amato da lei lo colmava di una così limpida gioia, che non restava nell'essere suo nessun'altra energia per nessun altro oggetto. La speranza fioriva nell'ombra, nascostamente. Le parole non l'esprimevano perchè non aveva bisogno di essere espressa: doveva anzi restare gelosamente celata. La sua vitalità era così tenue che non avrebbe resistito ad un tocco. Lasciata a sè stessa si sostentava naturalmente, a poco a poco; traeva alimento da tutte le cose, era il loro alimento…
Robert Vérod s'arrestò a un tratto, rabbrividendo.
Era dinanzi a San Luigi. Le finestre si disegnavano sui muri della chiesa illuminate dalle luci interiori; le lampade vegliavano. Egli cadde contro il cancello.
Il giorno innanzi aveva udita la sua voce! Il giorno innanzi le aveva aperto il proprio cuore! Il giorno innanzi ella aveva lasciato che le baciasse la mano!
Ora era morta, assassinata; e il giudice non credeva al delitto, ed egli viveva!
L'incertezza del giudice Ferpierre dinanzi al dramma di Ouchy era venuta crescendo. I risultati dell'autopsia non facevano alcuna luce: l'esame della ferita, molto netta, annerita dal fumo dell'arma, dimostrava che il colpo doveva essere stato esploso da una distanza di circa mezzo metro: se ciò confermava l'ipotesi del suicidio, non infirmava quella dell'assassinio, perchè l'omicida aveva potuto trarre il colpo da presso. Neppure le lesioni interne, il cammino del proiettile che seguiva una linea inclinata dal basso all'alto, permettevano di dare un giudizio preciso. Sulla persona della morta nessuna traccia di violenza: nè alle mani, nè ai polsi, nè al collo.
Mancando pertanto qualunque prova reale a sostegno d'una delle due sopposizioni, il Ferpierre sperava di trovarne qualcuna morale nel libro di memorie sequestrato con altre carte in casa della defunta. La stessa notte dell'autopsia, con la febbre della curiosità suscitata in lui dal mistero, le lesse.
Le prime pagine delle memorie non portavano date, ma si riferivano evidentemente all'adolescenza della contessa. Cominciavano con le impressioni della fanciulla all'uscire dal collegio, con le manifestazioni della gioia che l'aveva occupata nel rivedere la sua casa, nel ritrovarsi col padre. Pure ella non rammaricavasi del tempo passato lontano; le pagine dove diceva le dolcezze della sua nuova vita erano ancora piene dei ricordi dell'antica.
«A quest'ora le mie compagne sono in giardino; suor Anna passeggia nel viale della fontana, leggendo nel libro che non finisce mai, poveretta, per vegliare sulle sue figliuole; leInseparabilisi perdono, a braccetto, sotto i tigli; Rosa Bianca se ne sta soletta con i suoi pensieri; leMattecorrono, gridano, giocano; chi si ricorda di me come io mi ricordo di loro?»
Il sentimento predominante era l'adorazione per il padre.
«Ora ho saputo che il babbo m'ha tenuta in collegio credendo di non poter bastare, come uomo, alla mia educazione, ai miei piaceri. E invece noi c'intendiamo sempre, in ogni cosa. Egli dice che sono io troppo seria quando m'accordo con lui nei pensieri gravi; io dico invece che egli stesso è troppo buono quando partecipa ai miei pensieri futili o folli. La verità è più semplice, e domani glie la vo' dire: come mai non l'ho pensata prima? Sono sua figlia: che c'è da stupirsi se gli somiglio?
«Mi piace tanto prendere il suo braccio, quando andiamo attorno! Ma forse è più bello quando egli prende il mio. Allora sono quasi orgogliosa che il babbo mio, un uomo così forte e grande, s'appoggi a me; mi pare che io sia buona a qualche cosa per lui; ma poi ho una gran paura di non esser veramente buona a nulla…
«Bisogna che io dica al babbo una cosa della quale mi vengo accorgendo. Egli teme che io mi annoi, sola sola, in questa gran casa: si vede che il suo studio è di farmi svagare, di procurarmi piaceri e divertimenti. Oggi ha sgridato Giovanni, che tardò tanto a passare dal teatro da non trovare più nessun palchetto disponibile: è in collera perchè non mi potrà condurre a questa rappresentazione, non già perchè voglia andarci lui. Giulia m'ha detto che egli non andava mai al teatro, quand'era solo. Povero babbo, quanto mi duole che si sacrifichi per me! Prima andava al circolo, tutte le sere; ora mai più. Ho dovuto pregarlo tanto perchè non trascuri troppo i suoi amici!…
«Ho detto male; egli non fa sacrifizii per me, come io non ne faccio per lui. Far piacere alle persone che vogliamo bene è il maggior piacere. Ma io vorrei persuaderlo che ha torto di temere che m'annoi. Io non mi sono annoiata mai. Paola Lerani ripeteva sempre un intercalare: «Figlia mia, la noia è grande!» Dava a tutte dellafiglia, anche alle maggiori di lei, e s'annoiava sempre, di tutto. I suoi parenti tardavano a portarla via dal collegio, ma ella non se ne doleva: «Figlia mia, la noia è grande!» Si annoiava a giocare, a studiare, a passeggiare, a lavorare, ad andar fuori, a restar dentro: non si sapeva che cosa fare per guarirla della sua noia. Doveva soffrire d'una malattia, poveretta. Forse che il babbo crede ammalata anche me?…»
Tratto tratto ella parlava dei suoi mali fisici, delle inquietudini del padre per la salute di lei: giudicava che egli fosse più abile d'una suora nel curare gli infermi.
«Quasi io desidero di star poco bene per vederlo seduto al mio capezzale, per udirgli narrare le storie con le quali mi distrae, per vederlo andare attorno, preparare le medicine, apparecchiare un tavolino proprio accanto al mio letto, togliere di mano a Giulia ogni cosa e far egli stesso ogni cosa, meglio di suor Anna!…
«Oh, no! povero babbo mio, non voglio più restare a letto; voglio sentirmi sempre bene e avere una bella ciera e fare il chiasso perchè tu ti rassicuri, perchè non t'affligga tanto a causa mia.
L'altro giorno, mentre i dottori mi esaminavano, lo vidi dallo specchio: non s'accorgeva d'essere guardato, e teneva le mani strette l'una nell'altra, e tendeva il capo verso di noi, respirando a fatica, come se l'ammalato che aspettasse il giudizio dei medici fosse egli stesso!…
«Mi pare certe volte, quando ho il mal di capo, o sono infreddata, o non posso neanche assaggiare certe cose, che il mio babbo abbia i miei malanni o le mie nausee: se tossisco mi pare che anche a lui dolga il petto, se sento freddo che anch'egli ne senta. È bello volersi bene così!»
Ella era così alta e il padre ancora tanto giovane, che talvolta li prendevano per fratello e sorella; questo errore della gente le faceva un immenso piacere; ed ella anche pensava che non fosse errore tanto grande quanto pareva:
«Un fratello potrebbe fare di più per me? Il fratello di Virginia non dà altro che dispiaceri a lei ed a tutta la famiglia; anche quando sono buoni gli uomini non capiscono tante cose, le cose che non ci piacciono; mentre invece il mio babbo!…»
Ed anche di questo fatto ella trovava la spiegazione:
«Egli amò tanto la povera mamma, che prese tutti i suoi gusti, tutte le sue abitudini, i suoi modi di pensare e di sentire. E tutto il bene che ella mi voleva, quando ero in fasce, lo ha preso lui e me lo ha serbato e ora me lo dà. Fu una gran disgrazia la morte della mamma mia, parliamo sempre di lei, l'abbiamo sempre presente; e se potessi vederla un giorno! Ma quando egli si duole perchè da solo non può bastarmi, non ha ragione: io ringrazio il Signore d'avermi dato un padre come il mio, che mi vuol tanto bene, che non mi lascia desiderare mai nulla.»
Ella stessa temeva di non bastargli, e non tanto per sè quanto per lui pensava che, se avesse avuto una sorella, in due sarebbero meglio riuscite a farlo felice. Le famiglie molto numerose e concordi le facevano invidia:
«Quando si è in tanti ciascuno dice la sua, ciascuno ne pensa qualcuna, gli umori diversi reagiscono l'uno sull'altro e si modificano; mentre una persona sola può essere tutt'in una volta, seria e allegra, può pensare a tutto, prevedere e far tutto? Quando sto poco bene il desiderio di una sorella che tenga allegro il babbo, che gli allevii le cure ed i pensieri diviene più forte…. Ho detto al babbo questa mia idea; egli si contenta di me sola, non vorrebbe dividere in due il bene che mi vuole. No, babbo mio; il bene non si dividerebbe in tal caso: si sommerebbe…»
E quantunque l'amore del padre la occupasse tutta, ella sentiva che nel suo cuore c'era posto per un affetto diverso. Confessava la prima volta questo sentimento nel provare un secreto senso di vergogna all'idea che il padre potesse leggere in quel suo giornale:
«Il babbo non sa che la sera, prima di andare a letto, io mi metto di tanto in tanto a scrivere in questo libro. Ieri è venuta giù una gran pioggia alle undici, quando egli credeva che fossi addormentata: sapendo che ero ancora desta mi ha domandato se mi sentivo male. L'ho tosto rassicurato; ma non ho soggiunto che mi sentivo tanto bene da restar levata per poter scrivere in questo libro. È male che io mi nasconda dal babbo. Certe volte mi propongo di confidarmi a lui, di dargli da leggere ciò che scrivo. Non sono le stesse cose che gli dico a voce, ogni giorno? Ma non so: ho vergogna e quasi paura. Talvolta mi pare anche di far male a scrivere qui. Camilla Sergondi mi fece venire la prima volta quest'idea, di scrivere la nostra vita, al collegio; ma non cominciammo mai. Però, tutte le sere, ringraziando il Signore della giornata trascorsa felicemente, io ripensavo alle cose accadute, a ciò che avevo fatto, che avevo detto, che avevo pensato; quanto a scrivere, non sapevo da che parte rifarmi, perchè tutti i giorni erano gli stessi; allora aspettai d'essere a casa: e così ho cominciato. Ora me ne pento perchè non so confidarmene al babbo. E poi, qualche volta, come ora, mi pare inutile scrivere queste cose: le cose che penso sempre non hanno bisogno d'essere scritte; certe altre non le so scrivere, non le posso…. Perchè vi sono certe cose che non si possono scrivere, e neppur dire? Ma se avessi una sorella! A lei direi tutto, lo sento!…»
Un giorno finalmente, non potendo a lungo mantenere il secreto col padre, gli aveva confidato che teneva quel diario. Per fortificar la memoria ella vi soleva ricopiare le poesie che più le piacevano: c'erano versi del Prati, dell'Aleardi, del Manzoni, di Shelley, di Byron; un giorno, recitando al padre una poesia di Victor Hugo trascritta da un giornale e non rammentandola bene, era andata a prendere quel suo libro:
«Ho detto al babbo che qui ricopio le belle poesie e scrivo le mie impressioni. Quantunque risoluta a dirgli tutto, pure speravo che egli non avrebbe voluto leggervi. Quando mi domandò: «Mi lasci vedere?» gli diedi il libro, ma credo d'essermi fatta molto rossa in viso. Il babbo ha letto qualche rigo, in due o tre pagine soltanto, poi l'ha chiuso, abbracciandomi strettamente, baciandomi in fronte, anch'egli con gli occhi rossi. Allora, venutomi un gran coraggio e quasi un pentimento della mia paura, l'ho pregato di leggere tutto; ma egli non ha voluto. Ho dovuto leggere io stessa. E così la vergogna se n'è andata e ora mi sento come liberata, da un gran peso, e contenta, contenta…»
Ella nominava la prima volta il conte Luigi d'Arda nel parlare di poesia e d'arte; quel nome tornava poi spesso, quasi sempre a proposito di libri e di cose letterarie. Intimo amico del padre, suo compagno di gioventù, il conte era dei pochissimi che frequentavano casa Albizzoni; la giovinetta dava di lui giudizii molto favorevoli.
«Come si vogliono bene il babbo ed il conte! Somiglia al babbo, l'amico suo; è buono come lui, ha quasi la stessa sua aria…
«Oggi il conte mi ha mandato i romanzi del Walter Scott…. Oggi ho avuto dal nostro buon amico i drammi di Metastasio….
«Egli si esercita ancora alla scherma; il babbo invece ha smesso da molto tempo. Ne hanno parlato a proposito dei duelli che il Tasso descrive nellaGerusalemme liberata; per chiasso il conte ha sfidato il babbo, ma questi ha risposto, scrollando il capo: «Non sono più cose dell'età nostra!…» La sua risposta m'ha fatto tanto dispiacere! Forse che si crede vecchio? Ha quarantanove anni appena! Anche all'amico suo la risposta deve aver fatto male, perchè non ha più detto niente, ed anche è andato via più presto del solito….
«Oggi il nostro amico ha mandato tanti libri inglesi che non so più dove metterli. M'accorgo che siamo quasi sempre dello stesso sentimento intorno ai libri che leggiamo. Egli ha tanto letto e studiato che non ardisco dire la mia opinione quando me la richiede; allora dice egli la sua, ed a me non resta da far altro che assentire….
«Ora comincio a farmi coraggio, sentenzio anch'io di tanto in tanto, ed egli loda il mio gusto…
«Ancora libri! Il babbo ha detto per chiasso che il conte è il mio fornitore.
«Oramai è cosa intesa: egli è il mio fornitore; mi ha chiesto anzi il permesso di alzare lo stemma di casa Albizzoni sulla sua libreria; io glie l'ho accordato: come s'è riso!
«Mi piace tanto di veder ridere il babbo e l'amico suo! Nelle persone che ordinariamente sono serie il riso ha un altro sapore, non rallegra tanto quanto intenerisce.
«Oggi il conte ha disegnato il nostro stemma che dovrebbe mettere sulla sua libreria: disegna benissimo e con una sveltezza straordinaria. Mi ha spiegato che lo scudo per le damigelle è di forma diversa da quella delle dame e dei cavalieri; ha parlato tutta la sera d'araldica e di cavalleria, ho imparato una quantità di cose che ignoravo.
«Il babbo che ha sempre tanta fretta di passare dalla mia sarta non si occupa dei proprii abiti: ho dovuto pregare il suo amico di persuaderlo a pensare un poco anche a sè.
«Scherzano tra loro, a proposito delle cose della moda; il babbo ha osservato, ed anch'io, veramente, che l'amico suo è d'un'eleganza squisita, da un certo tempo; e mi spiega sempre, a proposito del taglio delle giacchette e delle fogge delle cravatte: «Questa è l'ultima paroladi Gironi…. Questa è l'ultima paroladi Vassier…» Gironi è il sarto, Vassier il cravattaio…
«Oggi ancora libri; ma questa volta sono accompagnati da un cartoncino come quelli che adoperano i negozianti per diffondere il loro indirizzo: c'è su il nostro stemma, miniato perfettamente, e poi una scritta che dice così:Libreria internazionale di Luigi d'Arda, Fornitore di Sua Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi….Come ha riso il babbo! «Aspettiamo la fattura!…» gli ha detto, continuando lo scherzo; e il conte, serio serio: «La nostra casa regola i conti a fin d'anno.»
«Ora anche il babbo mi dà dellaVostra Grazia, e quando parlano di me tra loro dicono sempre: «Sua Grazia la marchesina.» La mia Grazia è commossa da tanta grazia!…
«Il conte d'Arda, l'ho saputo oggi, è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere…»
Una pagina bianca interrompeva a questo punto il diario. Il manoscritto ricominciava poi, con altro inchiostro e anche con carattere un poco modificato:
«Oggi partiamo. Non scrivo più da oltre sei mesi. Quante cose in questo tempo! Non importa che non abbia scritto nulla su queste pagine: sta tutto scritto qui, nella memoria, nel cuore. Luigi ha pianto, il babbo cercava di farsi forza, ma non riusciva a contenere la sua commozione. Quando li ho visti abbracciarsi, con gli occhi ridenti e lacrimosi, allora ho pianto anch'io. Sua Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi non c'è più…»
E il giudice Ferpierre, sostando perchè il manoscritto era di nuovo interrotto, ricostruiva con l'imaginazione le cose taciute dalla narratrice.
Il conte d'Arda, che aveva visto nascere la figliuola dell'amico suo e che l'amava da bambina come un altro padre, s'era dovuto sentir vincere, dinanzi alla giovanetta, da un sentimento diverso, più dolce e tormentoso. Certo aveva tentato di resistergli, pensando alla grande disproporzione dell'età, soffrendo d'una pena secreta e quasi vergognosa tutte le volte che l'amico ancora ignaro alludeva alla loro giovinezza tramontata; ma l'amore era stato più forte ed aveva suggerito i suoi persuasivi ragionamenti. A quarantaquattro anni poteva egli dirsi vecchio? Se la sua persona e il suo carattere non dispiacevano alla giovinetta, che cosa importava la differenza degli anni? L'esperienza acquistata con gli anni non faceva di lui un partito più conveniente di tanti altri?… Ma sopra ogni cosa l'amicizia che lo legava al padre non dava garanzia che egli avrebbe consacrato tutta la vita a rendere felice la figlia dei fratello suo? Per l'assidua e intima frequentazione di quella famiglia non era già come se egli fosse entrato a farne parte?…
E questo argomento doveva aver persuasa la giovinetta. Senza dubbio il marchese, stupito nel comprendere la speranza dell'amico, aveva esitato prima di secondarne la domanda, e in ogni caso aveva lasciato libera la figlia di accoglierla o di rifiutarla; ma con altrettanta certezza si poteva pensare che l'idea di affidare la fanciulla a un cuore provato come quello dell'amico doveva avergli sorriso. La giovinetta, leggendo nell'anima del padre come nella sua propria, comprendendone la secreta inclinazione, sicura dell'affetto del conte, doveva aver sofferto per quelle care persone ed anche un poco per sè stessa all'idea che la loro intimità potesse un giorno finire, e accettato quindi l'idea di renderla imperitura; non conoscendo altri uomini, non facendo ancora differenza tra amore e amore, aveva acconsentito.
Il Ferpierre vedeva confermate le sue deduzioni nei fogli successivi: quantunque le date mancassero ancora, questi dovevano essere scritti dopo il viaggio di nozze:
«Nulla è dunque mutato: rieccoci insieme come un tempo. Allora Luigi veniva da noi; ora è il babbo quello che viene a trovarci. Non ha egli stesso voluto che si facesse una casa sola: a me sarebbe piaciuto tanto, e a Luigi pure. Tutto ciò che mi piace piace a Luigi; il nostro accordo sulle cose dell'arte e del pensiero continua intorno alla vita.
«Il babbo mi domanda se sono contenta: io ringrazio il Signore della felicità che mi accorda. Che ci accorda. Egli quasi non crede all'accaduto. L'idea che, maritandomi, io potessi capitar male, era il suo tormento. Luigi mi domanda se l'amo; io non so come provarglielo.
«Mi pare che tutti e due dubitino, l'uno della mia felicità, l'altro dell'amor mio. Non insistono nel volerne l'assicurazione, ma leggo nei loro sguardi una secreta ansietà, quasi ch'io nascondessi loro qualcosa. Tutto ciò perchè mio marito ha quarantaquattro anni! Se ne avesse trentaquattro non dubiterebbero!…
«Che piacere! che piacere! Ho potuto finalmente persuadere Luigi della verità. Gli avevo detto, in viaggio, che ho scritto in questo libro certi miei ricordi dal giorno che uscii di collegio, e gli avevo promesso di darglieli da leggere. Egli voleva sapere se parlavo di lui, che cosa ne dicevo, che giudizio ne davo. Venuti a casa, non me ne chiese più; l'altro giorno che glie ne riparlai io stessa, mi rispose che non voleva leggere nel mio giornale. La sua ragione non mi parve buona: disse che le cose da me confidate alla carta non andavano svelate: invece era sempre la paura di scoprire che non mi fosse parso abbastanza giovane, che mi fosse piaciuto poco. Allora l'ho pregato di starmi a sentire, ed ho letto io stessa. Quando sono arrivata alle ultime righe, mi ha chiesto, con gli occhi rossi, di spiegargliele. Le ultime righe, prima del nostro matrimonio, dicono così: