— Oh, grazie! Ci ho immenso piacere.
Zaira.Quello spirito è scortese. Ma, sai? è il suo naturale; fu un uomo forte. Non farne caso.
— Potresti tu dirmi la sua vita invece di lui?
Zaira.No.
— Come sei bella! Quanto mi conforta il vederti!
Zaira.Ci rivedremo ogni sera.
— Addio! Dammi un bacio..... Èita.... Sono stanca. Ho parlato tanto!
Riposa appena altri pochi minuti, ed ecco nuove apparizioni (dovrei dire allucinazioni?) che vengono a sorprenderla e deliziarla.
— Un angiolo! Un angioletto!... Oh, che bellezza! Come va via! Oh, vieni! vieni! Ecco; scende. Eccolo! Siediti qui, su questo guanciale... Ma non vede lei che sole di bellezza? Capelli di oro, occhi cerulei...
La lasciai sbizzarrire.
La sera dopo, appena entrata in sonnambulismo, volle subito rivedere la Zaira e l'angioletto nel quale avea riconosciuto, diceva, uno dei suoi fratelli morti bambini; e s'intrattenne a lungo con essi, stizzendosi fortemente allorchè tentavo di svegliarla.Avvenne che, al destarsi, non potè più aprire gli occhi, come l'altra volta; ma ora non ci vedeva.
— Vuol sapere perchè? mi disse. Perchè non ho dato un bacio alla Zaira prima di licenziarla.... Oh, Cristo!... Questa è nuova!
Riaddormentata, baciò la Zaira; e, appena sveglia, aprì gli occhi.
Queste divagazioni, che occuparono la intiera seduta, avevano impedito per quella sera la evocazione del Foscolo. La sera dopo s'incominciò da lui.
Spirito.Perchè mi tormenti?
— Ma che tormentarti!.... Mi dirai finalmente la tua vita?
Spirito.No!
— No? Eppure tu me l'hai promesso!
Spirito.Non sosterresti il suono della mia voce. Non vedi come tremi?
— Non importa.
Spirito.Soffriresti molto!...
— Non importa.
Spirito.Bada! So che hai domandato alla Zaira le notizie della mia vita....
— No....
Spirito.Sì!!!
— Non mi far paura! Non ti sdegnare; ti bacio!
Spirito.Se domani sera potrò sbugiardarti!... Ora ti lascio.
— Si allontana lentamente... Com'è sdegnato!
E la quinta sera fu peggio.
— Com'è fosco! disse la Beppina.
Pure tornò a rammentargli la promessa.
Spirito(rabbiosamente). No! No!
— Dunque vuoi andartene?
Spirito.O che mi mandi via?
— Non mi far paura! Sii bono! Sii bono! supplicava la Beppina con un fil di voce.
Fu una scena straziante, indimenticabile! Mi sento accapponar la pelle al solo ricordarla scrivendo. La voce della Beppina, quando ella parlava in nome dello spirito, aveva uno accento feroce; e lei, la povera ragazza, sfigurita dal terrore, quasi non era più riconoscibile. I capelli, scioltisi nell'agitarsi di tutto il suo corpo, le cadevano disordinati sulle spallee sul petto, e, fra il nero dei capelli, il suo viso pareva livido, con quelle occhiaie dove sprofondavansi gli occhi chiusi, sotto le sopracciglia corrugate.
Spirito.Alzati! Alzati!
— Dio, come tremo!... Che voce!
Spirito.Inginocchiati, così, colle mani giunte! Piangi!
Inginocchiata nel mezzo della stanza, la Beppina singhiozzava, e grosse lagrime le rigavano il volto. I suoi ed io, attorno a lei, ci guardavamo, atterriti, nel bianco degli occhi, senza poter dire una parola.
— Perchè mi fai questi strapazzi? domandava la piangente.
Spirito.Perchè sei stata una traditrice! Hai diffidato di me; hai chiestoalla Zaira le notizie della mia vita... Ti tormenterò!
Pensai d'intervenire:
— Gli dica che sia buono, altrimenti lo mando via!
— Mi ha risposto che non sta più soggetto al magnetizzatore.
Infatti continuò a tormentarla.
Spirito.Alzati.... Inginocchiati a piè del letto, no sul tappeto!... Piangi forte!
— Piango! Piango!
Volevo destarla ad ogni costo.
— Per carità! mi disse: farebbe peggio. Mi lascerà; non abbia timore.
Spirito.Verrai meco.
— Ma dove?
Spirito.Alla mia tomba; vieni!
— Oh, Dio!
Si avanzò, curva, a lenti passi, con un'indescrivibile espressione di terrore, sino alla parete opposta; poi tornò indietro, senza voltarsi, perchè così, diceva, le era stato ordinato.
— È sparito? le domandai.
— È lì che mi guarda.
Spirito.Avvicinati.... Unisci le mani!
— Perchè mi leghi?
Spirito.Per gastigarti. E ti farò ben altro sai? ben altro!.... Ora inginocchiati.... piangi.... manda strida!
— Mi sentiranno i pigionali di sopra, Dio mio!
Spirito.Non ti sentirà alcuno.
A quei singhiozzi, a quelle strida che strappavano il cuore, mi decisi a svegliarla per forza, con un gransoffio sul viso. Vedendosi in mezzo alla stanza, coi capelli sciolti, circondata da tutti noi altri pallidi e ansiosi, provò sorpresa e paura. Mi pregò di riaddormentarla e di destarla dolcemente. Non si ricordò più dell'accaduto; e nessuno di noi ne fece motto.
Ma era scritto che quella notte dovesse, per noi, passare agitatissima.
Si chiacchierava in salotto, e la Beppina, fermata in mezzo all'uscio, rideva di certe barzellette raccontate da suo fratello.
A un tratto, le vidi fare un movimento d'inquietitudine, poi di sorpresa... Si sentiva tirare pel vestito, di dietro, insistentemente:
— Oh, Dio! sento qualcuno alle mie spalle!... È uno spirito! Ah!
Lo strano era che parlando, al solito, con quella voce grossa e minacciosa e ripetendo le stesse parole dette durante il sonnambulismo, non sapeva più rendersi conto di quel che volessero significare:
— Di quale Zaira, di che vita le ragionava?
Spirito.Guarda qui di quale Zaira!
— Sì, ora la riconosco, ora mi rammento!
Questa volta la Beppina era ben desta, e l'apparizione le si riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me ripetutamente provocate.
Dovette ballare, dovette bere delvino, lei che non ne beveva punto! e il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la sbornia presa non la lasciò più reggere in piedi.
Spirito.Butta a terra il bicchiere e vai a letto!
N'era tempo!
Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea tenuti tutti in grande angustia; me più di tutti, che lo avevo così imprudentemente provocato. E fu bene; perchè, dopo un quarto d'ora, la Beppina cominciò a borbottare qualchecosa che non si capiva. Lo Spirito (lasciamelo chiamare tuttavia così) era già di ritorno e le ordinava di levarsi da letto per farle passare l'ubbriacatura. Il mezzo era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio, su e giù per le stanze. Riuscì.
Ora ella non provava più nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio e, andando su e giù, continuava a ragionare conLuiche non cessava di minacciarla: — Oh! l'avrebbe afflitta parecchie sere di seguito, trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbelasciata affogare! E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una commedia... Insomma, non la avrebbe lasciata più! Mai più! Era sua, sua per sempre!
Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per due ore fitte. E di quella mimica con cui ella eseguì il suo smarrirsi pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo dibattersi fra gli spasimi dell'agonia, quando le parve di esser ferita a morte dagli assassini; di quella mimica non è possibile se ne formi neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.
Il prof. Ugo Amico che, insiemecoll'ingegnere Andrea Arena di Messina, la vide quella sera in cui rappresentò tutta l'azione di una tragedia con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna rappresentazione teatrale.
Oramai l'ossessione (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava più intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c'era sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di peggio.
Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente, meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la rapiva in alto e la facea tenere cosìequilibratamente sulla estrema punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un incarnato di portentosa delicatezza.
Questa voltaEglivoleva darle il suo anello, voleva sposarla.
— Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.
— Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.
— No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne sono degna!
E, nel godimento di un'ineffabile felicità, prorompeva in esclamazioni interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e vedesse durante quel mistico rapimento.
Era sua! Proprio sua! E perciò esigeva da lei anche atti che parevano d'adorazione; e perciò le suggeriva parole di preghiera, in un linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver subito trascritte.
E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in sogno, la conduceva via con sè.
Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da morto: un'altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su morbidissimoletto. Talchè, la mattina dopo, ella si levava spossata, precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.
Durante gli accessi più forti, ora nell'uno ora nell'altr'occhio della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate daluied eseguite dal Semplicini.
Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera espressione delle labbra, nell'atteggiamento della testa e delle braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un'Ofelia così terribilmente vera da poter reggere ilparagone di questa fotografia della Beppina.
Durante quelle lunghe giornate di estate era un continuo ragionare sotto voce fraLuie lei; e se io tentavo di inframmettermi e sapere di che cosa si trattasse, ero da lei pregato di scostarmi, per non attirarle addosso eccessi più tristi.
Intanto io mi rinfrancavo, andavo riprendendo la padronanza di me stesso, e a poco a poco, m'imponevo, di bel nuovo al ribelle organismo della Beppina.
Sentiva ella la voce diluiche la chiamava dall'altra stanza?
Le facevo deipassaggiagli orecchi; e il fenomeno cessava.
Ricompariva questo sotto una formadiversa, di tiratine alle falde posteriori del vestito, perchè quella ubbidisse alla chiamata?
Le facevo deipassaggidove la tiratina era sentita; e il fenomeno cessava.
Allora fu un combattimento continuo, accanito, senza quartiere, tra lo Spirito (o l'accesso) che cercava di sopraffarla, e me che la difendevo, inventando nuovi modi di battagliare per mandarne a vuoto le astuzie. La circondavo (almeno la mia intenzione era questa) d'una cinta impenetrabile di fluido, dentro cui ella viveva, muovendosi come sotto una campana di cristallo che secondasse gli ordini della sua volontà e la seguisse, dappertutto. Ma se, così, sentivasi benriparata dalla malefica influenza dilui, non stava per questo tranquilla. Anzi diventava triste, di giorno in giorno. Si appartava, con una scusa e con un'altra, da noi; e una volta, dopo molto mio insistere, confessommi che provava come una vertigine di suicidio, massime quando trovavasi presso il pozzo, in cucina. Le pareva ch'eglive l'attirasse, da lontano. La voleva seco, ad ogni costo!
Una sera, e fu l'ultima, riapparve minacciante, per pochi minuti.
La Beppina, nel sentirlo avvicinare, aggrappavasi, tremante, al mio braccio, invocando aiuto e difesa. Io aveva già steso intorno lei la mia solita cinta fluidica, malui, intanto lefremeva attorno, benchè tenuto discosto.Stavamo lì trepidanti, lei, i suoi ed io: chi l'avrebbe vinta?
A un tratto...
Senti, caro Farina; io ti racconto l'impressione schiettissima del fatto, come fu allora provata; non l'analizzo, non la commento; e mentirei se ti dicessi di esser proprio sicuro che in quel momento non fossimo, anche noi, sovraeccitati in sommo grado e mezzi colpiti di allucinazione...
A un tratto, dunque, ecco Aneppe, il piccolo cane nero, che comincia ad uggiolare sordamente, quasi provasse la sensazione di qualcosa d'insolito per aria.
— Ha inteso? Sipuole! disse la Beppina atterrita.
Non avevo inteso nulla. Ma lamamma di lei, sì, giurava di aver inteso chiaramente quella terribile parola....
Non potè, per fortuna!
La Beppina cadde, mezzo svenuta, sulla poltrona accosto.... E così la crisi finì!
Cioè, finì colla sua forma acuta, ma colle forme di apparizioni di ogni sorta — della sua nonna, dei suoi fratelli morti bambini, di altri personaggi sconosciuti — continuò placidamente ancora un pezzo. E, per mesi e mesi, la Beppina, entrata appena in letto, veniva subito presa dal sonnambulismo con tutti i diversi sintomi di anestesia, di catalessi, di spontanee allucinazioni che i mieipassaggitenevano un po' in freno e ammansivano gradualmente.
Alla fine, la crisi cessò del tutto, ma nel modo più strano e inaspettato.
Quella notte, tornando a casa dopo il tocco, trovai il casamento sossopra. La Beppina era, da quasi tre ore, in preda a terribili convulsioni, e i pigionali del primo e del terzo piano, destati nel meglio del sonno e accorsi vestiti a mezzo per la fretta, avevan dovuto, insieme col babbo e il fratello di lei, stentare non poco per trattenerla e impedirle di non farsi un qualche malanno. Urlava, si agitava violentemente, avea la schiuma alla bocca, e dei suoi occhi stravoltisi vedeva il bianco soltanto: faceva proprio paura.
Alcunipassaggial plesso solare la calmarono a un tratto.
Che cosa avrà creduto di me quella buona gente che non poteva capirne nulla, tutta stordita dell'accaduto?
Verso le dieci i signori P.... trovavansi in salotto con due amiche, mamma e figliuola, venute a passar la serata da loro. Nel bel mezzo della conversazione, ecco dei replicati e forti picchi al muro ov'era appoggiato il canapè su cui sedevano le due signore.
Il signor P.... si leva da sedere un po' stizzito: quei picchi gli parevano uno scherzo inopportuno della suafigliuola minore, una testolina, ed egli andava di là per farle una lavata di capo.... Dietro il muro non c'era nessuno. La ragazza era nella sua camera, a letto, e dormiva la grossa. Intanto, dopo qualche intervallo, i picchi ripigliano, ora forti, ora leggieri, ora affrettati, ora lenti. Fermato in mezzo all'uscio che dal salotto metteva nella stanza attigua, il signor P.... poteva comodamente sorvegliare l'una e l'altra faccia del muro, un muro medio, strettissimo.
— Sono i pigionali del terzo piano, pensò.
E, per avvertirli di smettere, picchiò sul muro anche lui, colle nocche delle dita, tre volte, seccamente.
Risposero tre picchi identici, secchi,risoluti. Allora, per chiasso, la figliuola dell'amica si mise a picchiare celeramente. Subito subito le fu risposto con altri picchi accelerati. E si provarono tutti, uno dopo l'altro, meno la Beppina; la signora P... messa in sospetto dal vederla più nervosamente agitata del solito, non aveva voluto ch'ella picchiasse.
Già lo scherzo durava da un'ora. Che cosa poteva significare? Non pareva più possibile che i pigionali di sopra — marito e moglie, persone serie, che vivevano molto appartate — volessero prolungarlo tanto. Il signor P..... e suo figlio montarono su, per convincersi coi loro occhi. Marito e moglie erano a letto da un pezzo; e quando intesero diche si trattava, mezzi sbalorditi dal sonno, scesero giù. Picchiarono anch'essi, e fu loro risposto:
— Tic-tac!
— Tic-tac!
— Toc-toc-toc!
— Toc-toc-toc!
— Saranno i pigionali del primo piano!
La Beppina, suo fratello e la loro giovane amica scesero giù, da quelli del primo piano. Erano anch'essi a letto; ma, saputa la cosa, montarono su tutti, curiosissimi.
— Toc-toc!
— Toc-toc!
— Tic-tic-tic!
— Tic-tic-tic!
Botta e risposta!
— Tornando su con quelli del primo piano, mi raccontava dopo la Beppina, per le scale sentivo quella solita voce che mi susurrava nell'orecchio: picchia anche te! picchia anche te! Intanto la mamma, in salotto, mi faceva le occhiatacce, mi diceva di no... E quella voce insisteva: picchia anche te! picchia anche te!... Picchiai!
Si era sentita afferrar per la mano da una mano invisibile, tiepida e molle, e, gettando un urlo, era caduta in convulsioni.
Però, appena la Beppina ebbe picchiato, ogni rumore, come per incanto, cessò. Quella ventina di persone che si eran divertite più ore, picchiando e ripicchiando, stettero lìun'altra ora, a picchiare, a ripicchiare inutilmente. Nessuna risposta! Per una buona mezz'ora tentai e ritentai anche io, benchè arrivato troppo tardi. Silenzio profondo!
E così ebbe fine quella crisi, magnetica, isterica o spiritica, della Beppina che ci avea tenuti in tanta angoscia.
Finalmente! Respirammo.
***
Oh, ne avevo avuto abbastanza! Non volevo più ricominciare. Ma, dice il proverbio: chi ha bevuto berrà. E, sei anni dopo, tornavo allo Spiritismo; con altro animo però, con altri intenti. Oramai avevo la convinzione che quei fenomeni spiritici fossero stati dei fenomeni di sonnambulismopiù complicati e più elevati degli altri. Ipassaggiche li avevano prodotti, non eran serviti anche a domarli? La leggesimilia similibusavea trovato in quel caso un'applicazione impreveduta.
— Ne è proprio sicuro? mi disse una volta un prete, gran spiritista. Oh, bella! Lei turava ben bene gli orecchi della sua sonnambula, e poi si stupiva che quella più non ci sentisse! Ma i suoipassagginon facevano altro: le turavano gli orecchi, interrompevano ogni communicazione fra lo spirito e lei.... E i picchi, come lei li spiega?
Veramente quei picchi mi lasciavano perplesso. Tanto più perplesso quanto più recise erano già diventatele mie opinioni intorno al mondo di là.
Mi ero buttato alla filosofia, mi pascevo di Hegel e... di positivismo. LaFenomenologia dello Spiritodel gran pensatore di Stutgarda, benchè mal masticata e mal digerita, mi lasciava intravvedere orizzonti nuovi per me, luminosissimi.
Non afferravo (ci voleva ben altro che i miei denti!) tutta quella meravigliosa astrazione, ma sentivo, da ogni pagina di essa, scaturire un così profondo e divino poetico sentimento, da farmi paragonare quegli astrusissimi paragrafi ai diversi canti di un vero poema, il poema moderno del pensiero, della riflessione assoluta!
Se tu vuoi spiegarti questo strano connubio di idealismo, di positivismo e di spiritismo, pensa, caro mio, che in filosofia ero la medesima cosa che in storia naturale, in magnetismo, in spiritismo e in ogni altro soggetto toccato dopo, cioè un curioso e nient'altro, un dilettante e nient'altro.
Un mistico anche. Oh, le intime relazioni di allora tra la universa Natura e me! Oh, il soave confondersi e quasi sparire della mia misera personalità in quell'infinito fluire e divenire delle cose che mi si rivelava all'intelletto! Oh, le giornate e le nottate trascorse sopra un libro del De Meis (un vero Grande di Spagna — come gli dissedue anni fa Silvio Spaventa alla mia presenza, un Grande di Spagna che vuol darsi il gusto d assistere, ancora in vita, ai suoi magnifici funerali). Oh, le giornate e le nottate, che pur mi parevanoun boccone, come sogliamo dire noi altri isolani, quando quel libro —Dopo la Laurea— giungeva proprio in tempo per trascinarmi più accosto alla realtà e darmi un equo senso della vita!
E quando vi rileggevo: «nascere e crescere, decadere e perire, è il destino di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le piante, — e diciamolo pure, di tutti i sistemi planetarii. Questo cosmos ha i suoi giorni contati come gli abbiamo noi che ne siamo gli endozoi:solamente ch'egli ha la vita più dura, ed è più lungo il suo tempo e la sua durata naturale: per cui, come la balena e l'elefante vivono più di un uomo, e un pino od una quercia vive più di un elefante, così lui, il cosmos, e per cosmos intendi questo nostro sistema solare, vive più della quercia e del pino, — ecco tutta la differenza; — ma quando il suo giorno fia giunto, esso perirà come uno di noi uomini, come una pianta, come un animale: e non il nostro soltanto, ma tutto questo gruppo di sistemi solari, gli uni formati, forse, e già perfetti, gli altri ancora incompiuti ed in via di formazione, che compongono questonostro sistema sidereo, se tant'è che formano un sistema; e tutta questa natura che ne circonda, e questo universo di cui l'uomo è il compimento e l'ultima perfezione perirà come un solo uomo; e forse dal seno dell'infinito un altro universo è già sorto, e gli germoglia allato un'altra natura, fors'anche più perfetta di questa, che la dovrà surrogare......»; e quando vi rileggevo questo brano di un'apocalisse scientifica, e poi i miei amici venivano a parlarmi di Spiriti, dimediumsveggenti e scriventi, io mi domandavo:
— Ma, e questi spiriti non potrebbero, per avventura, essere le nuove e più perfette creature di quellapiù perfetta natura? Non può darsi che nascano, crescano, si moltiplichino e muoiano anch'essi, nello spazio, invisibili ai nostri sensi, ma capaci, date certe condizioni, di mettersi in rapporto con noi?
Giacchè, era impossibile, quell'affermata identità degli spiriti colle persone morte non riusciva a convincermi. La dottrina dellarincarnazioneprogressiva mi aveva, più propriamente, l'aria di una concezione religiosa, che d'un concetto scientifico; e dei prodotti dell'immaginazione religiosa non sapevo più che farmene.
Ero, in quell'anno, capitato fra un crocchio di spiritisti di buona fede, veggenti alla Swedenborg, veggentidi bassa lega emediumspiù o meno scriventi; una magnifica occasione per tornare ad osservare, a studiare, a sperimentare, ora che non ero più soltanto un curioso, ma un uomo che non si raccapezzava e, cercando una salda convinzione, andava ripetendosi, in tutti i toni, l'antifona:periculosum est credere et non crederedel favolista latino.
Ti sei mai tu provato a tenere un lapis fra le dita, poggiando leggermente sopra un foglio di carta la mano, e aspettando che questa, mossa da un'energia di cui non si ha coscienza, tracci prima qualche ghirigoro, qualche lettera, poi delle parole, poi dei periodi, poi delle pagine intiere; o ceda alla dettatura diun impulso interiore, qualcosa fra il cosciente e l'incosciente, quasi uno sdoppiamento dello spirito per cui metà di esso sembri agire con pienissima libertà e l'altra far da semplice spettatrice?
Nel primo caso si diventamediumsscriventimeccanici, nel secondointuitivi.
Io fui di questi. E scrissi, a lungo, ma sempre dubioso che, infine, tale sdoppiamento dello spirito non fosse identico con quella concitazione d'animo da cui nel caso di un torto evidente o di un danno sofferto, veniamo spinti a rinfacciarci ad alta voce, come rivolti a un'altra persona, atti che non avremmo dovuto fare, risoluzioni che non avremmodovuto prendere, debolezze di carattere che, pel nostro meglio, non avremmo dovuto mai avere; ma sempre dubioso, anche quando, più tardi, per l'assiduo esercizio, nell'intenso vibrare di tutte le facoltà intellettuali, nel vivo spricciare delle idee dai profondi ricettacoli del cervello, il fenomeno era già diventato molto più agevole e meno cosciente.
Nulla di nuovo, di particolare, di spiccatamente originale nei miei scritti; nulla che non avessi potuto facilmente pensare da me solo e che giustificasse, in qualche modo, il supposto intervento di un'intelligenza superiore. Nè alla credenza di questo poteva poi indurmi la soave concitazioned'animo provata in quel momento, nè il battere più concitato dei polsi, nè il più energico affluire del sangue alla testa: nè, finalmente, l'osservare come, dopo aver scritto a quella maniera, la pelle del centro del capo mi scottasse forte, e una spossatezza insolita in altri più difficili e più prolungati lavori intellettuali, seguisse alla evidente tensione nervosa che la natura del fenomeno richiedeva.
Due volte soltanto, a intervalli, mi parve di aver raggiunto l'incoscienza.
Un giorno che la mia dettatrice interiore si era rivelata sotto il nome di Giovanna Rachi, avendo io insistito perchè mi désse qualche particolarenotizia di lei, n'ebbi in risposta:
Son giuoco di Dio,Son luce, son ombra...
Son giuoco di Dio,
Son luce, son ombra...
E non ne cavai altro; nè mi riuscì, benchè lo avessi tentato, di continuar la strofa a modo mio.
Un altro giorno, assorto nella lettura di un libro di storia che m'interessava moltissimo, dovetti, tutt'a un tratto, smetter di leggere perchè una voce interiore mi diceva, insistente:Contro il peccato originale ecco un argomento perentorio. In quel libro non c'era proprio nulla che accennasse a tale questione; e il mio convincimento intorno alla origine mitica di quel concetto era così fissato da un pezzo, che non provavonessun bisogno di rafforzarlo con nuove ragioni. Scrissi, celeramente, senza nessuna cancellatura, una cinquantina di righe; ma quand'ebbi terminato e il sangue mi diè un tuffo, e un rimescolamento da capo a piedi, vertiginoso, mi sconvolse tutto, provai tale e tanta paura, che non ebbi più voglia di ricominciare. Mi era parso di morire!
Per ciò mi rassegnai ad osservare, a studiare i fenomeni altrui che accadevano attorno a me; a provocare, se pur era possibile, esperienze un po' concludenti e fatte con qualche metodo.
Uno di quei giovani, nel mettersi in comunicazione cogli spiriti, cadeva spontaneamente in sonnambulismo;ma un piccolo rumore, ma il semplice movimento prodotto nell'aria da una persona che attraversasse, in punta di piedi, la stanza, era sufficiente a svegliarlo. E non occorreva davvero un grandissimo sforzo di riflessione per constatare la perfetta rassomiglianza di quelle sue spontanee allucinazioni con le provocate delle sonnambule che io conoscevo per pratica.
Coi veggenti alla Swedenborg, viaggiatori istancabili pei mondi siderali, singolarissimi interpreti dei testi biblici, non c'era nessun verso di tentare un ragionevole esperimento. Come praticare un riscontro di quei loro viaggi? Chè delle interpretazioni bibliche non mi curavo.
Questa specie di razionalismo mistico lo avevo studiato altrove con più frutto; appunto allora ne trovavo un esempio degli ultimi due libri delle mirabiliConfessionidi S. Agostino, lì dove il gran convertito comincia col domandarsi: «quando nelle sante scritture io studio per leggerci l'intendimento dello scrittore ispirato, che mal vi è, o luce delle schiette menti, se ci scopro un senso che tu mi dimostri esser vero, sebbene non sia quello inteso dallo scrittore quando tal differenza non toglie nulla a questo della sua verità?» (lib. XII, cap. XVIII) e finisce col fantasticare che nei pesci del 28º versetto della Genesi siano adombrati isagramentie negli uccelli ibanditori dell'evangelo.
Veramente i miei swedemborgisti non arrivavano a tali eccessi. I concetti della scienza moderna infiltrantisi in quel loro misticismo dimostravano o una tal quale impotenza di schietta riflessione filosofica o un lasciarsi andare più volentieri a seconda del sentimento, verso le regioni dei miraggi dove l'intuizione regna sovrana, che non verso le altezze brulle della nudissima nozione.
Ma il fatto che le prime prove dellamedianitàmeccanica e intuitiva prendessero tutte, più o meno spiccatamente, quella forma mistica di ragionamento, mi metteva già in diffidenza, e mi faceva nascere il sospettoche ciò dovesse avvenire per via di qualche legge psicologica di cui ignoravamo il processo.
Quando ecco, inaspettatamente, ecco un ragazzo uscito appena dalle scuole elementari, che, damediumscriventemeccanico, passa, di botto, aintuitivoe mettesi a comporre, con sorpresa di noi tutti e, più, di lui stesso, leggende e novelle! Lavora a sbalzi; s'interrompe suo malgrado; per trovar l'addentellato non gli occorre di rileggere; riprende con faciltà dal punto interrotto e va sicuro sino in fondo. E in quei momentigli par di vedere, col pensiero, al suo lato destro una forma nebbiosa trasparente, agitata da un vento rumoroso,assai diverso dal vento ordinario, ma che non gl'incute paura.
Evidentemente quei suoi scritti erano, dal lato della forma, imperfettissimi; fin l'ortografia vi zoppicava. Però l'invenzione aveva un carattere di ingenuità e di spontaneità notevolissimo. Lo stile rozzo, disuguale, avvolgentesi di tanto in tanto in strani giri di frase, non stonava troppo con le immagini arcaiche, colle bizzarre fantasie che davano a quelle leggende e novelle l'aria di antichissime tradizioni poetiche così guaste, nella loro corsa a traverso i secoli, che della loro forma primitiva vi si scorgessero soltanto pochi brandelli, cuciti insieme da mano inesperta.
In che maniera nella mente affattoinculta di quel ragazzo poteva incosciamente organizzarsi quel mondo poetico così ricco? Giacchè non era il caso di mettere innanzi la ipotesi di reminiscenze destate dall'eccitazione cerebrale e accozzatesi alla meglio. E per sospettare una malizia letteraria, bisognava supporgli cultura e padronanza di forme artistiche assolutamente impossibili in lui.
Giudica da te se m'ingannavo.
Gli orrori di MenelestaUn monte sorgea vicino a due orrende selve e da un lato irrigato era da un ruscelletto cui egli dava origine e sorgente. Fessure per il vertice erano diffuse, e di tratto in tratto qualche buco affumicato vedevasi vicino a qualche tomba che colà era per antico ricordo. Il tempo stesso sembrava essere stato avverso nemico al monte. Tutti i mausolei erano chistesi per terra, chi semicurvi, chi diritti ma crollanti. Orribili pitture miste alle macchie delle acque facevano argomentare esser quello un luogo dove i primi abitatori del mondo avevano avuto la loro residenza e dove gettavano i primi raggi delle pittoriche[8]loro fatiche e dei fabrili lavori.Il rumoroso Aquilone in un appartamento; in un altro il Re dei fulmini.Da una parte le tempeste fremevano, dall'altra le selve infiggevano nei cuori terrori di giorni infausti e di tremende sventure.In questo luogo spaventevole, quando fischiava il vento, pareva che gli Spiriti perversi sortissero dei luoghi a loro destinati e si rizzassero pei loro consigli o sedessero nelle loro radunanze. Alla base, regnava il disordine e quasi sembrava che le ombre dei serpenti e le infezioni degli animali colà dispersi vi avessero lasciato le loro orme.Di quando in quando vedevasi sbucciare qualche germe di mala erba, la cui radice partiva ora dal vertice, ora dalla pianura. In mezzo a tanti rumori,in mezzo a tanti sibili e odori mefitici sorgea qualche pianta salutare.Un albero, detto della Vita, vedevasi già essere oppresso dai rami dei frastagliati roveti, che lungi dal farlo vivere d'aria viva, come edere invaditrici, gli communicavano il loro mal sugo; ed essendo esso di scorza delicata, facile riusciva l'ottenere la morte[9]di questo, mediante l'inaridimento.Credete forse che il lume del Sole colà diffonda i suoi raggi? E le ripide scoscese faccia distinguere dai buoni viottoli e le cattive bestie dalle non nocive? Simile al buio della notte, quando le stelle non servono ad altro che alla visione di loro stesse, è la luce ivi permanente.Qualche raggio che trapela dall'interno del monte, per le fessure viene oscurato dalle nuvolose mani di quelle genti che, a guisa di ombre erranti a caso, leggiere, per l'aria, portate dal vento, capovolte, diritte, oblique, vanno da quella parte ove tira il vento. Simili a pesci tramortiti trascinati dalla piena, spesso vengono espulsi da quelle tombe quegli spiriti dormenti, a guisa di serpi, nel freddo obblìo, e appena riscaldati dal cattivo calore non di sennofanno opera ma di sonno che infonde male di letargo e impedisce la germogliazione delle piante vicine; le quali, abbeverate da quel maligno influsso, come mummie tocche dell'aria, si scompongono nel loro parti.E il vento di dove tira?Da una di quelle bocche del monte.E l'acqua di dove scorre?Dal seno di esso[10].E le orribili selve d'onde hanno origine?Dalle acque malefiche che fanno allignare ogni cattiva cosa.E la luce?Viene coperta da quelle roccie, impedita da quelle cattive ombre.Ma dura ciò sempre?Sempre vi si vive in un crepuscolo incerto[11].In ogni fin di due o trecento mila secoli, vedesi comparire un vecchio che esce da una di quelle fessure ove uno strato di aria insolubile ed infrangibile tiene tutto lontano. Al levarsi della sua testa diffondesi[12]un calore tale che tutte quelle piante; tuttiquegli spiriti malefici, tutte quelle aeree ombre sentonsi quasi soffocare perchè nati in clima freddissimo. Un'aurora borreale comincia ad iniziare la certezza del giorno; e il Vecchio, che già partorisce qualche figliuolo nel cammino, si avanza alla discesa del vertice. Un bisbiglio destasi in quel luogo: la sommità vien illuminata[13]; e, allontanate quelle piante e dispersi quegli abitatori. Il Vecchio, detto della Montagna, ossia il Padrone, ovvero il Fabbricatore, lascia di tratto in tratto, a guisa di Colombo in America, qualche piccola colonia di suoi figliuoli. Dà a questi buone semenze, fa nascere ai loro servigi adatti animali, e impiega qualche tempo in insegnamenti. Le basse falde vengono illuminate sparutamente e laggiù si rifuggono gli spiriti più dileguabili, le piante giovani. Ma gl'induriti e i forti permangono. La pianura di sotto resta nel buio eterno.I venti non fanno più sentire il loro fracasso fra gli alberi secchi: il ruscello diventa acqua un poco sana. Le radici, i mali semi vengono portati nelle selve, nella pianura vicina: non vengono estirpati completamente.Il Vecchio Menear, che significaSalvatore,Restauratore, compie la sua missione, e da ordini superiori vien chiamato a rinchiudersi donde uscì. La luce sola resta ancora per pochi minuti. Poi, come le rane in tempo di notte, alzano i loro capi senza alcun timore, quegli spiriti già ricacciati in giù. I figli di Menear vengono uccisi dai cattivi influssi, e il monte ritorna di nuovo al primiero caos.II.Qual maggior dolore puossi dare ad un savio di quello di non voler credere nè sentire ciò ch'egli per convinzione detta?Il vecchio Menear avea già dettato le sue leggi ai suoi figliuoli. Intorno alla cultura delle terre erano i suoi insegnamenti; della disradicazione di quelle erbe male si occupava, ed alla dilequazione di quei cattivi spiriti era diretta la sua venuta. E tutto invano!Alla sua sparizione, periscono le sue dottrine, i suoi figliuoli vengono uccisi per soffocamento, resta inutile la luce ch'egli destinava a un sano scopo.Credete forse che il Vecchio della Montagna, rinchiudendosi in quegli impenetrabili appartamenti, vi dorma come un ghiro che s'impingua?Sempre veglia, sempre è attento; quei duri e compatti massi qual lucido vetro sono dinanzi ai suoi occhi. Simili a colui che trovandosi vicino ad un lume non iscorge quello che dal buio lo guarda, sono quelle ombre di fronte al Vecchio. Qualcuna resta annichilita, scomposta nell'atto di voler impedire quel lume; pure, al comparire di quell'aureo raggio, non manca chi in tutta fretta corra a turare le fessure, qual gente che tema l'entrata d'aria nociva. Ma il Menear molto si duole, molto soffre vedendo che la sua luce resti offuscata. Spesso, ad un suo ordine, qual polvere tratta in mulinelli[14]per l'aria, van tratte via quelle ombre. Ma non sempre egli usa a questa maniera; modi più parchi ha il suo procedere. Manda altri suoi figliuoli tra quelle ombre; e sono di nuovo uccisi, appestati da quelle cattive esalazioni. Forse non è un dolore per lui il partorire e perdere i suoi figliuoli? Dalle buone allora passa alle cattive; e, qual primo Sansone, scuote quel monte, e le fessure già col tempo fattosi più larghe, si aprono facilmente a quella scossa.Gli appartamenti di Aquilone crollano perchè son tolte ad essi le fondamenta; il Re dei fulmini vienmeno, timoroso perchè mancante di combustibile. La selva comincia ad appassire perchè al ruscello vien mutato il corso.Il Vecchio scuote la sua volontà e ogni cosa, tra i rumori e il terrore, cade a terra. Gli spiriti fuggono con un gran spavento nel cuore, quasi presaghi della loro prossima fine. Così tutti i nascondigli e la struttura di quelle crollanti roccie vien messa in chiaro, che prima davano una trista idea dei loro abitatori.L'Albero della Vita, che stava per rigermogliare, diventa rapidamente alto e rigoglioso.Aquilone scacciato dal suo laberinto, fortemente si stramazza qua e là, portando infortunii in tutti i luoghi. Una grande burrasca inonda le terre, e le rocce scoscese diventano un'amena pianura.Il Vecchio Menear, quasi creatore, siede in alto: i suoi figli per rapida generazione, si moltiplicano a milioni, e ogni cosa va bene. Le dottrine di Menear vengono ascoltate, e il lume eterno del Sole tutto rischiara[15]tutto fa germogliare.
Gli orrori di Menelesta
Un monte sorgea vicino a due orrende selve e da un lato irrigato era da un ruscelletto cui egli dava origine e sorgente. Fessure per il vertice erano diffuse, e di tratto in tratto qualche buco affumicato vedevasi vicino a qualche tomba che colà era per antico ricordo. Il tempo stesso sembrava essere stato avverso nemico al monte. Tutti i mausolei erano chistesi per terra, chi semicurvi, chi diritti ma crollanti. Orribili pitture miste alle macchie delle acque facevano argomentare esser quello un luogo dove i primi abitatori del mondo avevano avuto la loro residenza e dove gettavano i primi raggi delle pittoriche[8]loro fatiche e dei fabrili lavori.
Il rumoroso Aquilone in un appartamento; in un altro il Re dei fulmini.
Da una parte le tempeste fremevano, dall'altra le selve infiggevano nei cuori terrori di giorni infausti e di tremende sventure.
In questo luogo spaventevole, quando fischiava il vento, pareva che gli Spiriti perversi sortissero dei luoghi a loro destinati e si rizzassero pei loro consigli o sedessero nelle loro radunanze. Alla base, regnava il disordine e quasi sembrava che le ombre dei serpenti e le infezioni degli animali colà dispersi vi avessero lasciato le loro orme.
Di quando in quando vedevasi sbucciare qualche germe di mala erba, la cui radice partiva ora dal vertice, ora dalla pianura. In mezzo a tanti rumori,in mezzo a tanti sibili e odori mefitici sorgea qualche pianta salutare.
Un albero, detto della Vita, vedevasi già essere oppresso dai rami dei frastagliati roveti, che lungi dal farlo vivere d'aria viva, come edere invaditrici, gli communicavano il loro mal sugo; ed essendo esso di scorza delicata, facile riusciva l'ottenere la morte[9]di questo, mediante l'inaridimento.
Credete forse che il lume del Sole colà diffonda i suoi raggi? E le ripide scoscese faccia distinguere dai buoni viottoli e le cattive bestie dalle non nocive? Simile al buio della notte, quando le stelle non servono ad altro che alla visione di loro stesse, è la luce ivi permanente.
Qualche raggio che trapela dall'interno del monte, per le fessure viene oscurato dalle nuvolose mani di quelle genti che, a guisa di ombre erranti a caso, leggiere, per l'aria, portate dal vento, capovolte, diritte, oblique, vanno da quella parte ove tira il vento. Simili a pesci tramortiti trascinati dalla piena, spesso vengono espulsi da quelle tombe quegli spiriti dormenti, a guisa di serpi, nel freddo obblìo, e appena riscaldati dal cattivo calore non di sennofanno opera ma di sonno che infonde male di letargo e impedisce la germogliazione delle piante vicine; le quali, abbeverate da quel maligno influsso, come mummie tocche dell'aria, si scompongono nel loro parti.
E il vento di dove tira?
Da una di quelle bocche del monte.
E l'acqua di dove scorre?
Dal seno di esso[10].
E le orribili selve d'onde hanno origine?
Dalle acque malefiche che fanno allignare ogni cattiva cosa.
E la luce?
Viene coperta da quelle roccie, impedita da quelle cattive ombre.
Ma dura ciò sempre?
Sempre vi si vive in un crepuscolo incerto[11].
In ogni fin di due o trecento mila secoli, vedesi comparire un vecchio che esce da una di quelle fessure ove uno strato di aria insolubile ed infrangibile tiene tutto lontano. Al levarsi della sua testa diffondesi[12]un calore tale che tutte quelle piante; tuttiquegli spiriti malefici, tutte quelle aeree ombre sentonsi quasi soffocare perchè nati in clima freddissimo. Un'aurora borreale comincia ad iniziare la certezza del giorno; e il Vecchio, che già partorisce qualche figliuolo nel cammino, si avanza alla discesa del vertice. Un bisbiglio destasi in quel luogo: la sommità vien illuminata[13]; e, allontanate quelle piante e dispersi quegli abitatori. Il Vecchio, detto della Montagna, ossia il Padrone, ovvero il Fabbricatore, lascia di tratto in tratto, a guisa di Colombo in America, qualche piccola colonia di suoi figliuoli. Dà a questi buone semenze, fa nascere ai loro servigi adatti animali, e impiega qualche tempo in insegnamenti. Le basse falde vengono illuminate sparutamente e laggiù si rifuggono gli spiriti più dileguabili, le piante giovani. Ma gl'induriti e i forti permangono. La pianura di sotto resta nel buio eterno.
I venti non fanno più sentire il loro fracasso fra gli alberi secchi: il ruscello diventa acqua un poco sana. Le radici, i mali semi vengono portati nelle selve, nella pianura vicina: non vengono estirpati completamente.
Il Vecchio Menear, che significaSalvatore,Restauratore, compie la sua missione, e da ordini superiori vien chiamato a rinchiudersi donde uscì. La luce sola resta ancora per pochi minuti. Poi, come le rane in tempo di notte, alzano i loro capi senza alcun timore, quegli spiriti già ricacciati in giù. I figli di Menear vengono uccisi dai cattivi influssi, e il monte ritorna di nuovo al primiero caos.
II.
Qual maggior dolore puossi dare ad un savio di quello di non voler credere nè sentire ciò ch'egli per convinzione detta?
Il vecchio Menear avea già dettato le sue leggi ai suoi figliuoli. Intorno alla cultura delle terre erano i suoi insegnamenti; della disradicazione di quelle erbe male si occupava, ed alla dilequazione di quei cattivi spiriti era diretta la sua venuta. E tutto invano!
Alla sua sparizione, periscono le sue dottrine, i suoi figliuoli vengono uccisi per soffocamento, resta inutile la luce ch'egli destinava a un sano scopo.
Credete forse che il Vecchio della Montagna, rinchiudendosi in quegli impenetrabili appartamenti, vi dorma come un ghiro che s'impingua?
Sempre veglia, sempre è attento; quei duri e compatti massi qual lucido vetro sono dinanzi ai suoi occhi. Simili a colui che trovandosi vicino ad un lume non iscorge quello che dal buio lo guarda, sono quelle ombre di fronte al Vecchio. Qualcuna resta annichilita, scomposta nell'atto di voler impedire quel lume; pure, al comparire di quell'aureo raggio, non manca chi in tutta fretta corra a turare le fessure, qual gente che tema l'entrata d'aria nociva. Ma il Menear molto si duole, molto soffre vedendo che la sua luce resti offuscata. Spesso, ad un suo ordine, qual polvere tratta in mulinelli[14]per l'aria, van tratte via quelle ombre. Ma non sempre egli usa a questa maniera; modi più parchi ha il suo procedere. Manda altri suoi figliuoli tra quelle ombre; e sono di nuovo uccisi, appestati da quelle cattive esalazioni. Forse non è un dolore per lui il partorire e perdere i suoi figliuoli? Dalle buone allora passa alle cattive; e, qual primo Sansone, scuote quel monte, e le fessure già col tempo fattosi più larghe, si aprono facilmente a quella scossa.
Gli appartamenti di Aquilone crollano perchè son tolte ad essi le fondamenta; il Re dei fulmini vienmeno, timoroso perchè mancante di combustibile. La selva comincia ad appassire perchè al ruscello vien mutato il corso.
Il Vecchio scuote la sua volontà e ogni cosa, tra i rumori e il terrore, cade a terra. Gli spiriti fuggono con un gran spavento nel cuore, quasi presaghi della loro prossima fine. Così tutti i nascondigli e la struttura di quelle crollanti roccie vien messa in chiaro, che prima davano una trista idea dei loro abitatori.
L'Albero della Vita, che stava per rigermogliare, diventa rapidamente alto e rigoglioso.
Aquilone scacciato dal suo laberinto, fortemente si stramazza qua e là, portando infortunii in tutti i luoghi. Una grande burrasca inonda le terre, e le rocce scoscese diventano un'amena pianura.
Il Vecchio Menear, quasi creatore, siede in alto: i suoi figli per rapida generazione, si moltiplicano a milioni, e ogni cosa va bene. Le dottrine di Menear vengono ascoltate, e il lume eterno del Sole tutto rischiara[15]tutto fa germogliare.
Che te ne sembra?
In quest'altra leggenda, o novella,l'immagine diventa più solida, più libera; e il concetto mistico, la moralità, vi comparisce soltanto all'ultimo, un po' stentatamente appiccicata.