La pugna dei Persiani ai tempi del re Leonardo il piccolo e la lotta dei Venti.Unico discorso.Era in sulla primavera e la Persia inferiore già pure ridente per principii di nobiltà e bellezze non conosciute dava i primi passi verso[16]il suo innalzamento. Re Leonardo, detto ilpiccoloper soprannome, chè aveva il corpo alto[17]e robusto e la faccia di un bambino a tre anni reggeva bene quel popolo che ad unico voto lo aveva acclamato re. In tutto il paese una gran pace e contentezza, perchè si viveva da poltroni[18]e le piante tutte davano bei frutti che accompagnati al così detto pane chenasceva in pagnotte[19]erano il lor mezzo di felicità e di crapula. Ognuno diventava nobile secondo il proprio parere e la propria legge. I palaggi e le case venivano dipinti sulle porte delle loro spelonche e, coll'idea, ognuno aveva i suoi nobili appartamenti e ne godeva l'abitazione. Il re aveva[20]in sul più alto punto la sua fortezza e i suoi soldati stavano sempre seco giacchè fatti di pietre e di legno. Egli faceva le leggi che scolpite in larghe tavole esprimevano or un uomo che rubava ed il Dio figurato lo tratteneva sino allo svegliarsi[21]del padrone; or uno che uccideva un altro ed un terzo coll'arco teso già stava per farlo pure morire; ed ora i numi che tutti accorrevano alla difesa del re ed uccidevano i mali perseguitatori e i ministri traditori: tutte figure di esser proibito il furto, esser minacciato l'omicida e dover essere rispettato il re.Il giorno di domenica in cui tutti andavano ad ascoltare la spiegazione delle leggi (che chi era più valente veniva chiamato a scolpirle) dovevano ad uno ad uno ripetere la stessa spiegazione fatta dal magistrato; e chi per malizia o per stupidagginenon sapeva ripeterla, veniva posto in carcere, assoggettato[22]a molti supplizii finchè non la imparava[23], affinchè, commesso qualche delitto, non potesse nè dire di non aver veduto le leggi, nè averle comprese nel punto della condanna.Tutto andava bene e i funerali si facevano[24]decentemente, giacchè la camera ove moriva un figlio o un parente non doveva più essere abitata[25]perchè quelli dovevano colà fare le loro occulte passeggiate[26]le loro[27]faccende, che vedere gente viva era il loro inferno[28].Tutti i giovani adulti venivano istruiti nel modo di combattere tra loro; e per bene esercitarli, li mandavano nei boschi, e chi portava più animali feroci uccisi di sua mano diventava[29]il capo squadra, il comandante della brigata. Ma però tutti i vecchi, e i maturi, sì uomini che donne, in quegli antri godevano il calore del fuoco che con i loro combustibili accendevano.Or avvenne che quantunque i più ricchi avessero migliaia[30]di buchi, ossia camere, per la lunghezza del tempo trascorso e per la quantità dei parenti morti, dovettero tutti rimanere all'aria aperta[31]finchè non si scavavano[32]le nuove abitazioni. Ma siccome questo accadde in tempo d'inverno, molti cittadini perivano per infortunio e ciò portò un gran lamento nel regno. Laonde la maggioranza andò dal re a chiedere un espediente migliore. Il re, che pure era accomodato tra la paglia e la legna dei suoi sudditi, pensò di far interrogare l'oracolo per conoscere il perchè di quel freddo e di quel vento impetuoso mandato dal Nume. Il sacerdote rispose che dovevano tutti[33]pregare di cuore. E siccome la gente è stata sempre a un medesimo modo, come ai dì nostri, pregavano più per il bisogno che per altro, dicendo quattro parole alla meglio[34]. Il freddo non terminava, ma diventava di giorno in giorno, maggiore. Si consultò di nuovo l'oracolo e questo[35]rispose: che il Dio si era compiaciuto, ma che iVenti e il Freddo gli avevano strappato dalle mani le redini e volevano divertirsi; quindi potevano, se ne avevano l'abilità [36], farli allontanare mediante un combattimento.Tutti subito, quasi disperati pei brividi e raffreddori, chè il vento aveva fatto diventare i loro occhi fontane di lagrime e i nasi ammalati cento volte più grossi, si preparavano alla pugna. Ecco un affrettamento di accumular provvigioni; chi fabbrica armi chi taglia vestimenti, chi addestra i più forti nel[37]modo di battersi. In pochi anni tutto fu allestito[38]. Il re ordinò ad un drappello dei più valorosi vestiti di calde lane di prender l'ala sinistra che il Vento aveva scelto come un punto più comodo; un altro drappello mandò nel centro per impedire il varco al Freddo mediante certi incendii preparati per bruciarlo.Al terzo drappello, in cui tutti erano coperti di vestiti invulnerabili, fu imposto di affrontare i turbini e le tempeste. E già tutti hanno preso le loro posizioni, tutti stanno in atto di battersi al primo soffio del Vento, colle micce in mano (pronte) a dar fuoco.Il Vento, più malizioso di essi, ordì il modo difarli tutti perire. E fintosi un leggiero Zefiretto, soffiando basso[39]gli si porta vicino per un trattato di pace. Un'auretta soave quasi imbeve di sonno piacevole tutti i soldati, che lasciano le armi. Intanto si fanno gli accordi; e mentre il Re dava gli ordini di ritirarsi in città perchè il Vento si era già arreso a quello spettacolo di così grandi forze, ecco un forte rumore. I soldati sentonsi scuotere le gambe. Era il Vento che tornava ad imperversare. Un freddo nelle loro membra si diffuse che faceva gelare il sangue. Da un'esplosione freddo-ventosa vennero tutti trasportati in alto, ove il Re dei turbini sprigionava i suoi fulmini con fracasso e distruzione, e poi stramazzati a terra ove furono pasto dei vermi. Le case rimasero tutte inabitate. E questa fu la miseranda fine[40]di quella gente che volevano combattere coll'alto, ignorando ogni legge e dottrina. Se essi pregavano davvero, quel Dio non faceva loro toccare tal misera sorte, e rimanevano padroni crapuloni di quelle terre ove pane e frutta vennivano senza cultura, ove si menava una continua vita di cuccagna che solo la stupidaggine di quegli uomini tolse agli infelici posteri, i quali in semplice narrazione la godono.
La pugna dei Persiani ai tempi del re Leonardo il piccolo e la lotta dei Venti.Unico discorso.
Era in sulla primavera e la Persia inferiore già pure ridente per principii di nobiltà e bellezze non conosciute dava i primi passi verso[16]il suo innalzamento. Re Leonardo, detto ilpiccoloper soprannome, chè aveva il corpo alto[17]e robusto e la faccia di un bambino a tre anni reggeva bene quel popolo che ad unico voto lo aveva acclamato re. In tutto il paese una gran pace e contentezza, perchè si viveva da poltroni[18]e le piante tutte davano bei frutti che accompagnati al così detto pane chenasceva in pagnotte[19]erano il lor mezzo di felicità e di crapula. Ognuno diventava nobile secondo il proprio parere e la propria legge. I palaggi e le case venivano dipinti sulle porte delle loro spelonche e, coll'idea, ognuno aveva i suoi nobili appartamenti e ne godeva l'abitazione. Il re aveva[20]in sul più alto punto la sua fortezza e i suoi soldati stavano sempre seco giacchè fatti di pietre e di legno. Egli faceva le leggi che scolpite in larghe tavole esprimevano or un uomo che rubava ed il Dio figurato lo tratteneva sino allo svegliarsi[21]del padrone; or uno che uccideva un altro ed un terzo coll'arco teso già stava per farlo pure morire; ed ora i numi che tutti accorrevano alla difesa del re ed uccidevano i mali perseguitatori e i ministri traditori: tutte figure di esser proibito il furto, esser minacciato l'omicida e dover essere rispettato il re.
Il giorno di domenica in cui tutti andavano ad ascoltare la spiegazione delle leggi (che chi era più valente veniva chiamato a scolpirle) dovevano ad uno ad uno ripetere la stessa spiegazione fatta dal magistrato; e chi per malizia o per stupidagginenon sapeva ripeterla, veniva posto in carcere, assoggettato[22]a molti supplizii finchè non la imparava[23], affinchè, commesso qualche delitto, non potesse nè dire di non aver veduto le leggi, nè averle comprese nel punto della condanna.
Tutto andava bene e i funerali si facevano[24]decentemente, giacchè la camera ove moriva un figlio o un parente non doveva più essere abitata[25]perchè quelli dovevano colà fare le loro occulte passeggiate[26]le loro[27]faccende, che vedere gente viva era il loro inferno[28].
Tutti i giovani adulti venivano istruiti nel modo di combattere tra loro; e per bene esercitarli, li mandavano nei boschi, e chi portava più animali feroci uccisi di sua mano diventava[29]il capo squadra, il comandante della brigata. Ma però tutti i vecchi, e i maturi, sì uomini che donne, in quegli antri godevano il calore del fuoco che con i loro combustibili accendevano.
Or avvenne che quantunque i più ricchi avessero migliaia[30]di buchi, ossia camere, per la lunghezza del tempo trascorso e per la quantità dei parenti morti, dovettero tutti rimanere all'aria aperta[31]finchè non si scavavano[32]le nuove abitazioni. Ma siccome questo accadde in tempo d'inverno, molti cittadini perivano per infortunio e ciò portò un gran lamento nel regno. Laonde la maggioranza andò dal re a chiedere un espediente migliore. Il re, che pure era accomodato tra la paglia e la legna dei suoi sudditi, pensò di far interrogare l'oracolo per conoscere il perchè di quel freddo e di quel vento impetuoso mandato dal Nume. Il sacerdote rispose che dovevano tutti[33]pregare di cuore. E siccome la gente è stata sempre a un medesimo modo, come ai dì nostri, pregavano più per il bisogno che per altro, dicendo quattro parole alla meglio[34]. Il freddo non terminava, ma diventava di giorno in giorno, maggiore. Si consultò di nuovo l'oracolo e questo[35]rispose: che il Dio si era compiaciuto, ma che iVenti e il Freddo gli avevano strappato dalle mani le redini e volevano divertirsi; quindi potevano, se ne avevano l'abilità [36], farli allontanare mediante un combattimento.
Tutti subito, quasi disperati pei brividi e raffreddori, chè il vento aveva fatto diventare i loro occhi fontane di lagrime e i nasi ammalati cento volte più grossi, si preparavano alla pugna. Ecco un affrettamento di accumular provvigioni; chi fabbrica armi chi taglia vestimenti, chi addestra i più forti nel[37]modo di battersi. In pochi anni tutto fu allestito[38]. Il re ordinò ad un drappello dei più valorosi vestiti di calde lane di prender l'ala sinistra che il Vento aveva scelto come un punto più comodo; un altro drappello mandò nel centro per impedire il varco al Freddo mediante certi incendii preparati per bruciarlo.
Al terzo drappello, in cui tutti erano coperti di vestiti invulnerabili, fu imposto di affrontare i turbini e le tempeste. E già tutti hanno preso le loro posizioni, tutti stanno in atto di battersi al primo soffio del Vento, colle micce in mano (pronte) a dar fuoco.
Il Vento, più malizioso di essi, ordì il modo difarli tutti perire. E fintosi un leggiero Zefiretto, soffiando basso[39]gli si porta vicino per un trattato di pace. Un'auretta soave quasi imbeve di sonno piacevole tutti i soldati, che lasciano le armi. Intanto si fanno gli accordi; e mentre il Re dava gli ordini di ritirarsi in città perchè il Vento si era già arreso a quello spettacolo di così grandi forze, ecco un forte rumore. I soldati sentonsi scuotere le gambe. Era il Vento che tornava ad imperversare. Un freddo nelle loro membra si diffuse che faceva gelare il sangue. Da un'esplosione freddo-ventosa vennero tutti trasportati in alto, ove il Re dei turbini sprigionava i suoi fulmini con fracasso e distruzione, e poi stramazzati a terra ove furono pasto dei vermi. Le case rimasero tutte inabitate. E questa fu la miseranda fine[40]di quella gente che volevano combattere coll'alto, ignorando ogni legge e dottrina. Se essi pregavano davvero, quel Dio non faceva loro toccare tal misera sorte, e rimanevano padroni crapuloni di quelle terre ove pane e frutta vennivano senza cultura, ove si menava una continua vita di cuccagna che solo la stupidaggine di quegli uomini tolse agli infelici posteri, i quali in semplice narrazione la godono.
Ma ecco una vera e propria novella, senza sottintesi, senza secondi fini, un organismo artistico compiuto in ogni sua parte. La rappresentazione è viva, efficace, e ci trasporta in epoche remotissime, fra civiltà dimenticate dalla storia che qui paion rivivere dissepolte dalle viscere di sconosciuti ipogei.
Il Re di MenefalI.E tu vedevi sul fare della notte che la città era in gran movimento[41]. Alti personaggi uscivano di casa di soppiatto e scappavano alla vista dei soldati di ronda che, trovatili, li avrebbero uccisi. Le figlie di Mercurio andavano attorno per le vie senz'essere vedute, e se qualche ladro ad esse si raccomandava, lo conducevano in quei posti dove avean visto mancarela guardia e abbondare il bottino. Spesso si udivano urli e lamenti. Erano di quelli che lemercurie figlieabbandonavano nell'atto del furto e che qualche bestia feroce, entrata in città colle tenebre, sbranava e divorava[42]. Intanto in tutte le case riunioni, assemblee e sacrifici. Ognuno per sè e Giove per tutti.Prima dell'alba il re di Menefal, coperto di pelli di fiere e seguito da armati, era uscito dal suo palazzo per vedere se qualcuno dei suoi sudditi fosse andato attorno durante la notte. Cominciava a piovere. Appena percorse alcune vie, non ladri trovò, nè fiere, nè figlie di Mercurio, ma vide presentarsi davanti un mostro macchiettato di mille colori che di molti diversi animali aveva accozzate le membra. A quella vista il re si perdette di coraggio, e i suoi armati con lui. E rimasero lì senza poter fare un passo innanzi o indietro, impietrati, fino al far del giorno.I cittadini di Menefal, giusta il loro costume, si recarono allo spuntar del sole al palazzo reale per offerirvi incensi e sacrifizi al re; ma trovarono il palazzo abbandonato come una casa desolata: e penetrativi dentro, per la prima volta, furono atterriti dallavista di orribili armi e di sanguinosi ordigni che pendevano dalle pareti d'ogni stanza. Alla notizia di questa scoperta la gente accorreva da tutte le parti. Ma non coloro che abitavano nella via dove il re e i suoi armati eran rimasti di sasso[43]alla vista di quel mostro che non si moveva neppur esso. Quei poveri abitanti piangevano, strillavano, invocavano Giove; qualcuno disegnava col carbone quelle orride figure non mai viste.Quando il sole fu alto, il re e i suoi armati si riscossero dal loro[44]torpore e si diressero a corsa verso il palazzo reale. Vedendoli tutti coperti di pelle, e più in sembiante di bestie che di uomini, la folla diè mano alle armi appese alle pareti e gli venne addosso: così il re di Menefal perdette la vita, ucciso dai suoi sudditi, con le sue proprie armi.Quel mostro intanto voleva andarsene via, pei fatti suoi; ma la notizia della sua presenza si era già sparsa per la città e la folla che aveva ucciso il re già si precipitava contro di lui. Visto il pericolo quello buttò per terra le varie pelli che aveva indosso e gridò:— Fermi! fermi![45]— Chi sei? — domandava la folla.— Sono il vostro Salvatore.Vedendo quell'uomo di un colore diverso dal suo, la folla ristette.— Vi ho liberato dal re: ho messo in cimento la mia vita.— Giove! Giove! — gridarono tutti. — Giove è disceso sulla terra!E lo adorarono.II.Quell'uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch'esso di pelli, lo aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non senza un po' di timore che non fosse una fiera.La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a grandi tesori adorato e temuto.Era costume in Menefal di celebrare una festain onore di quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la città e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi.Le acque già avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e Giove tratteneva col braccio l'ordigno che moderava l'impeto di esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo era in gran parte affollato sull'argine. Il Dio sedeva in alto circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva verificare[46]se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per l'umidità prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del popolo entrò in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esaminò Giove attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al pari di loro; allora cominciò ad urlare!Giove, vista la mala parata, disse tra sè:— Chi è più forte, si salvi!Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque[47], si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì fuori.Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata.Perirono tutti, e Giove con essi.Che desolazione!Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.
Il Re di Menefal
I.
E tu vedevi sul fare della notte che la città era in gran movimento[41]. Alti personaggi uscivano di casa di soppiatto e scappavano alla vista dei soldati di ronda che, trovatili, li avrebbero uccisi. Le figlie di Mercurio andavano attorno per le vie senz'essere vedute, e se qualche ladro ad esse si raccomandava, lo conducevano in quei posti dove avean visto mancarela guardia e abbondare il bottino. Spesso si udivano urli e lamenti. Erano di quelli che lemercurie figlieabbandonavano nell'atto del furto e che qualche bestia feroce, entrata in città colle tenebre, sbranava e divorava[42]. Intanto in tutte le case riunioni, assemblee e sacrifici. Ognuno per sè e Giove per tutti.
Prima dell'alba il re di Menefal, coperto di pelli di fiere e seguito da armati, era uscito dal suo palazzo per vedere se qualcuno dei suoi sudditi fosse andato attorno durante la notte. Cominciava a piovere. Appena percorse alcune vie, non ladri trovò, nè fiere, nè figlie di Mercurio, ma vide presentarsi davanti un mostro macchiettato di mille colori che di molti diversi animali aveva accozzate le membra. A quella vista il re si perdette di coraggio, e i suoi armati con lui. E rimasero lì senza poter fare un passo innanzi o indietro, impietrati, fino al far del giorno.
I cittadini di Menefal, giusta il loro costume, si recarono allo spuntar del sole al palazzo reale per offerirvi incensi e sacrifizi al re; ma trovarono il palazzo abbandonato come una casa desolata: e penetrativi dentro, per la prima volta, furono atterriti dallavista di orribili armi e di sanguinosi ordigni che pendevano dalle pareti d'ogni stanza. Alla notizia di questa scoperta la gente accorreva da tutte le parti. Ma non coloro che abitavano nella via dove il re e i suoi armati eran rimasti di sasso[43]alla vista di quel mostro che non si moveva neppur esso. Quei poveri abitanti piangevano, strillavano, invocavano Giove; qualcuno disegnava col carbone quelle orride figure non mai viste.
Quando il sole fu alto, il re e i suoi armati si riscossero dal loro[44]torpore e si diressero a corsa verso il palazzo reale. Vedendoli tutti coperti di pelle, e più in sembiante di bestie che di uomini, la folla diè mano alle armi appese alle pareti e gli venne addosso: così il re di Menefal perdette la vita, ucciso dai suoi sudditi, con le sue proprie armi.
Quel mostro intanto voleva andarsene via, pei fatti suoi; ma la notizia della sua presenza si era già sparsa per la città e la folla che aveva ucciso il re già si precipitava contro di lui. Visto il pericolo quello buttò per terra le varie pelli che aveva indosso e gridò:
— Fermi! fermi![45]
— Chi sei? — domandava la folla.
— Sono il vostro Salvatore.
Vedendo quell'uomo di un colore diverso dal suo, la folla ristette.
— Vi ho liberato dal re: ho messo in cimento la mia vita.
— Giove! Giove! — gridarono tutti. — Giove è disceso sulla terra!
E lo adorarono.
II.
Quell'uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch'esso di pelli, lo aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non senza un po' di timore che non fosse una fiera.
La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a grandi tesori adorato e temuto.
Era costume in Menefal di celebrare una festain onore di quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la città e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi.
Le acque già avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e Giove tratteneva col braccio l'ordigno che moderava l'impeto di esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo era in gran parte affollato sull'argine. Il Dio sedeva in alto circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.
Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva verificare[46]se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per l'umidità prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del popolo entrò in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esaminò Giove attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al pari di loro; allora cominciò ad urlare!
Giove, vista la mala parata, disse tra sè:
— Chi è più forte, si salvi!
Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque[47], si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì fuori.
Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.
Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata.
Perirono tutti, e Giove con essi.
Che desolazione!
Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.
Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi parrebbe sempre una bella cosa,anche se non sapessi che fu scrittacurrenti calamo, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non è mai stato più capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini, che si è fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute, stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della suamedianità di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio, accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti domestici, gli ha messo nell'animo una quasi superstiziosa avversione perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e novelle. E sen'è disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.
Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di poter aggiungere altri e, certamente, più ammirabili documenti, cioè alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo corrispondente fiorentino.
Toccano essi una cima così eccelsa di concezione e di fattura, che farebbero subito nascere il sospetto di una qualche mistificazione letteraria, se io non potessi dire in pubblico il nome delmediumche li ha scritti e così tagliar corto su ogni dubbiezza.
Il giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizii del corpo che alle agilità della mente, piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, e che, pur fumando una sigaretta, discorrendo di cose quasi puerili, coi presenti e talvolta anche sbadigliando scrive, scrive, scrive, pel solo misterioso impulso che gli move il braccio; quel giovanetto, di cui parlava il mio corrispondente fiorentino, si chiama Eduardo Gordigiani.
Non ti ho già detto che si trattava di persona della cui lealtà e buona fede non è possibile dubbitare? E avrei dovuto meglio dire: persone;giacchè nessuno sospetterà mai che quel valente artista del prof. Gordigiani, conosciutissimo in Firenze e fuori, e la signora Gabriella, sua egregia consorte, abbiano voluto farsi complici di una soperchieria del loro figliuolo, o che siano ingannati anch'essi e involontarii ingannatori. La loro perfetta buona fede parrà patentissima quando avrò aggiunto questo: essi mi hanno gentilmente accordato il permesso di pubblicare i documenti da me scelti fra i tanti posti a mia disposizione, quantunque non ignorassero che lo scopo del mio lavoro andava poco di accordo colle loro profonde convinzioni, e quantunque il rumore dellapubblicità siacontrario alle loro abitudini e al loro modo di vedere.
LeVisioni di Fra Iacopone da Todi, scritte conmedianità meccanicadal giovine Gordigiani, sono dieci finora. Ne scelgo la terza, la sesta, la settima e la ottava, e metto a piè di pagina le spiegazioni dei punti più oscuri, ottenute anch'esse collo stesso mezzo.
Qui il misticismo religioso regna da padrone assoluto, e l'ebbrezza della povertà , rivelata al medio evo dalpoverello di Assisi, vi si effonde in tali miraggi da far provare la vertigine delle allucinazioni e dell'estasi, da parer di vivere in un altro mondo. Infatti è proprio un altro mondo quello che qui ribolle, scoppia espumeggia in trasporti, in slanci, in disfacimenti di spirito, in delirii divini.
Senti un po'.
VISIONE TERZAFuvvi un tertro a me caldamente caro, su del quale di sovente ero accarezzato da visione, ove il Signore eccelso mostraami belli quadri per li quali era consolato il mio spirito per la perduta gente[48].Portavo meco un libro con alcune parole eterne su delle quali argomentavo.Miserello corpo, sempre tu m'infastidisti nel compiere alcuni ufficii, ma per altro ringrazioti degli sacrificii procacciatimi.E asceso un dì lo poggio, come di solito, feci alcuni prieghi nelle quattro direzioni del mondo per quei infelici che beveano la calda aria nel cuore quando, consimili al mio, cerchiavanmi tanti monti ove la aria penetra e imbeve dalle cellette.[49]Lo dovere al mio Creatore fatto, mi coricai su natta cara a Dio la quale era fatta di pietre spezzate, e disposta per giaciglio, e pregai in quel tempo per coloro che si distendon sulle piume; crociai le mani sull'alvus e attesi che piovessemi luce.E comparimmi del mio monte il pendio e vidi grande formicolar di gente le quali molte scendevan e poche salivano.Sul mio tertro era postato un abeto grande, da parvi adornato — Frai convenienti quivi rimiravo alcuni che venivano ad istudiar li belli alberi[50]e la veduta spaziosa; altri venivano ed allacciavano[51]or l'uno albero grande, or uno più piccolo, raro apparivami un bel senex, il quale spariva nel suo proprio bagliore, onde non veniva scorto dalli circostanti, e diffilava allo albero maggiore e, chinato per toglier pietra, lentamente scalzava nel superbofusto[52]e misurava via facendo lo percorso fatto collo[53]proprio corpo — E storiavo dinanzi ad egli e ragionavo meco che egli era di Dio, allorchè si volse ratto e fulminando dagli ogi rai, sclamò: Ho trovato dimora! e scomparve e pareami che un'ugual[54]corrente veniva da me al Santo Padre e mormoravo: Hic erit!Mal conosceo le persone e m'accorsi che molti i quali ne venian, ritornavano giù per lo pendìo, e orrendamente gli vedevo sollazzare in recinto[55]quasi ovile, e vedevo il capo[56]accennar:sì, che si divertiano e traspariva nel dentro che non eran giunti.Allor si fea la notte, e vidi non più persone, ma[57]solo processione di fiammelle delle quali niunaperdeo e concepii tal cosa... che veniano al tertro miscugliate; l'abbagliante e la strema fioca, l'ultima quale si arrestava al livello del culmine e prendea picciolissimo abeto e lui[58]scoteva, ma non cadea foglia veruna.Passavalo altra fiammella men fioca e posta innanzi ad ello primo; scotea e ricogliea na foglia.Tertia più bella luce lasciava dria questui e ricoglieva; e seguitava la processione di modo sino alle belle palle infocate che piazzavansi nel maiestoso abeto.Da esso si partiano, in forma di raggi,[59]file di abeti li quali disminuivano di grado, tal che l'ultimo picciolo era e deforme.[60]Tetra sendo la notte i miei smisurati si aprivan ogi e sentiami portato su' lungi da ivi sul loco diuna vetta, ove apertigli, vidi Stella la quale fiochiva e accendeva secondo che uno grande diavolo, nominato Secolo primo, secondo o tertio passava e oscuriva......... e vidi da lungi la processione[61]che durava e le fiammelle deboli scendere e le fulgide sostare.E quando sollevato no momento il guardo concepii.... scorsi una forma (indegno) ch'io confronto a mano; debolissimo appetto a ella lo fulgor celestiale. Ella forma era distesa sulla stella e concepii ancora! ma li mezzi umani non mi portano a spiegare.Tremai di spaventoso amore tanto che dal giaciglio venni a terra, e avrei stimato riconoscenza lacerarmi per intiero — Priego non giugnea a soddisfar lo mio foco e giunsi al pendio e pensai alle anime[62]che visione facea discendere; venni dubitoso, stante ripensando che per ivi andavo alla celletta amata, non allo turboso mondo, ove il greggesbattea nell'ovile credendo sollazzare in mia visione. Rincorato volsi oltre.Ed ella cosa vi do in forma terrena qual'è lettura che lo spirto vuostro non giugne al sublimar della cosa.Ti avverto essere io il miserelloJACOPO TODIANO
VISIONE TERZA
Fuvvi un tertro a me caldamente caro, su del quale di sovente ero accarezzato da visione, ove il Signore eccelso mostraami belli quadri per li quali era consolato il mio spirito per la perduta gente[48].
Portavo meco un libro con alcune parole eterne su delle quali argomentavo.
Miserello corpo, sempre tu m'infastidisti nel compiere alcuni ufficii, ma per altro ringrazioti degli sacrificii procacciatimi.
E asceso un dì lo poggio, come di solito, feci alcuni prieghi nelle quattro direzioni del mondo per quei infelici che beveano la calda aria nel cuore quando, consimili al mio, cerchiavanmi tanti monti ove la aria penetra e imbeve dalle cellette.[49]
Lo dovere al mio Creatore fatto, mi coricai su natta cara a Dio la quale era fatta di pietre spezzate, e disposta per giaciglio, e pregai in quel tempo per coloro che si distendon sulle piume; crociai le mani sull'alvus e attesi che piovessemi luce.
E comparimmi del mio monte il pendio e vidi grande formicolar di gente le quali molte scendevan e poche salivano.
Sul mio tertro era postato un abeto grande, da parvi adornato — Frai convenienti quivi rimiravo alcuni che venivano ad istudiar li belli alberi[50]e la veduta spaziosa; altri venivano ed allacciavano[51]or l'uno albero grande, or uno più piccolo, raro apparivami un bel senex, il quale spariva nel suo proprio bagliore, onde non veniva scorto dalli circostanti, e diffilava allo albero maggiore e, chinato per toglier pietra, lentamente scalzava nel superbofusto[52]e misurava via facendo lo percorso fatto collo[53]proprio corpo — E storiavo dinanzi ad egli e ragionavo meco che egli era di Dio, allorchè si volse ratto e fulminando dagli ogi rai, sclamò: Ho trovato dimora! e scomparve e pareami che un'ugual[54]corrente veniva da me al Santo Padre e mormoravo: Hic erit!
Mal conosceo le persone e m'accorsi che molti i quali ne venian, ritornavano giù per lo pendìo, e orrendamente gli vedevo sollazzare in recinto[55]quasi ovile, e vedevo il capo[56]accennar:sì, che si divertiano e traspariva nel dentro che non eran giunti.
Allor si fea la notte, e vidi non più persone, ma[57]solo processione di fiammelle delle quali niunaperdeo e concepii tal cosa... che veniano al tertro miscugliate; l'abbagliante e la strema fioca, l'ultima quale si arrestava al livello del culmine e prendea picciolissimo abeto e lui[58]scoteva, ma non cadea foglia veruna.
Passavalo altra fiammella men fioca e posta innanzi ad ello primo; scotea e ricogliea na foglia.
Tertia più bella luce lasciava dria questui e ricoglieva; e seguitava la processione di modo sino alle belle palle infocate che piazzavansi nel maiestoso abeto.
Da esso si partiano, in forma di raggi,[59]file di abeti li quali disminuivano di grado, tal che l'ultimo picciolo era e deforme.[60]
Tetra sendo la notte i miei smisurati si aprivan ogi e sentiami portato su' lungi da ivi sul loco diuna vetta, ove apertigli, vidi Stella la quale fiochiva e accendeva secondo che uno grande diavolo, nominato Secolo primo, secondo o tertio passava e oscuriva......... e vidi da lungi la processione[61]che durava e le fiammelle deboli scendere e le fulgide sostare.
E quando sollevato no momento il guardo concepii.... scorsi una forma (indegno) ch'io confronto a mano; debolissimo appetto a ella lo fulgor celestiale. Ella forma era distesa sulla stella e concepii ancora! ma li mezzi umani non mi portano a spiegare.
Tremai di spaventoso amore tanto che dal giaciglio venni a terra, e avrei stimato riconoscenza lacerarmi per intiero — Priego non giugnea a soddisfar lo mio foco e giunsi al pendio e pensai alle anime[62]che visione facea discendere; venni dubitoso, stante ripensando che per ivi andavo alla celletta amata, non allo turboso mondo, ove il greggesbattea nell'ovile credendo sollazzare in mia visione. Rincorato volsi oltre.
Ed ella cosa vi do in forma terrena qual'è lettura che lo spirto vuostro non giugne al sublimar della cosa.
Ti avverto essere io il miserello
JACOPO TODIANO
Qui, scendendo un po' dalle altezze mistiche, la visione rasenta la parabola.
VISIONE SESTAAvvenne un dì ch'io fui dinanzi alli senori di giustizia tradotto per essere stimo vanerello. Li quali senori mi dissono spregievoli cose d'Iddio, per lo che io m'irai e sputai veneno; onde ordinonno alli servi di prigione. Io li rimertai, me stimando indegno di tale flagello.Lo mio core molto balzaa nel mio dentro per gaudio, ufficio il quale pregai rimettesse ad altra fiata dicendo: L'è grande fortuna nostra, coricello mio, ma recoti sventura: lo martirio sarà debile e non di durata. — Tacquesi allora.Non era manco chiusa la imposta ch'io mi gittai bocconi rendendo grazie alla somma boutade di Lui ed uscii a dimandare, se ella cosa era ragionevole di cognizione intorno alla mala azione delli stolti senori. Mi vennono meno i sensi, e caddi come morto.Aliquanto spazio stetti, indi apparire una luce cui vermucolo lucente è sole. — Poi schiantossi la nube tutta e in nello buio venire oltre me na meschina bestia, la quale parve ai miei ogi ciuccio di color molto splendente.Eragli in groppa no buio uomo che pareami di molto brutto; e diretro lo ciuccio e lo uomo altri piedavano a lui in bruttezza simili, e veniano per lo cammino finchè giunsono a uno fossato cavato dinanzi me largo e profondo.E fummi giudicato lo animale condurre lui lo uomo; e dubitando quale sia cosa farebbono tanto che lo mio volere sarebbe di dir loro: arresta! arresta!Ma la favella non potea dir, ond'io tacqui, e che vidi? Lo meschino ciuccio s'era sosto come di convenienza, ma lo conduttore pingea la bestia siffattamente da gittarla entro, ed ella non puntaa li piedi ma stava.E colui di gridare aiuto al riuscimento; e vennono, e feciono, ma la bestia non rimosse.Poi di grado bruniro le nebbie e scomparimmi alla vista la scena mala e stolta.Ma io non entravo, onde alzando gli ogi ver le nubi vid'io scritto:«L'uomo senza Dio è cieco!»E concepii e fui pieno.Entrate anco voi, miei belli, e niuna cosa di mondo saravvi pungolo se certi vi farete della maestà di detta scrittura.Disse JACOBUS
VISIONE SESTA
Avvenne un dì ch'io fui dinanzi alli senori di giustizia tradotto per essere stimo vanerello. Li quali senori mi dissono spregievoli cose d'Iddio, per lo che io m'irai e sputai veneno; onde ordinonno alli servi di prigione. Io li rimertai, me stimando indegno di tale flagello.
Lo mio core molto balzaa nel mio dentro per gaudio, ufficio il quale pregai rimettesse ad altra fiata dicendo: L'è grande fortuna nostra, coricello mio, ma recoti sventura: lo martirio sarà debile e non di durata. — Tacquesi allora.
Non era manco chiusa la imposta ch'io mi gittai bocconi rendendo grazie alla somma boutade di Lui ed uscii a dimandare, se ella cosa era ragionevole di cognizione intorno alla mala azione delli stolti senori. Mi vennono meno i sensi, e caddi come morto.
Aliquanto spazio stetti, indi apparire una luce cui vermucolo lucente è sole. — Poi schiantossi la nube tutta e in nello buio venire oltre me na meschina bestia, la quale parve ai miei ogi ciuccio di color molto splendente.
Eragli in groppa no buio uomo che pareami di molto brutto; e diretro lo ciuccio e lo uomo altri piedavano a lui in bruttezza simili, e veniano per lo cammino finchè giunsono a uno fossato cavato dinanzi me largo e profondo.
E fummi giudicato lo animale condurre lui lo uomo; e dubitando quale sia cosa farebbono tanto che lo mio volere sarebbe di dir loro: arresta! arresta!
Ma la favella non potea dir, ond'io tacqui, e che vidi? Lo meschino ciuccio s'era sosto come di convenienza, ma lo conduttore pingea la bestia siffattamente da gittarla entro, ed ella non puntaa li piedi ma stava.
E colui di gridare aiuto al riuscimento; e vennono, e feciono, ma la bestia non rimosse.
Poi di grado bruniro le nebbie e scomparimmi alla vista la scena mala e stolta.
Ma io non entravo, onde alzando gli ogi ver le nubi vid'io scritto:
«L'uomo senza Dio è cieco!»
«L'uomo senza Dio è cieco!»
E concepii e fui pieno.
Entrate anco voi, miei belli, e niuna cosa di mondo saravvi pungolo se certi vi farete della maestà di detta scrittura.
Disse JACOBUS
Ma ecco che il misticismo riprende il suo volo! Si pena a tenergli dietro.
VISIONE SETTIMAFieriva lo verno, aliquando di Diruta venio pedestramente allo Todi mio, lo quale per lo amore che portaali tiraami forte. Endo adunque velocemente in direzione di elio, ecco trovar no meschino ch'io non rifiguravo, involto nelli luridissimi panni sui, e di quivi vecchio fiato uscirne lo quale così favellommi: «Potente, io son meschino, di lui pietà abbi.»E dette parole non fur pronunziate facilmente ma in modo serafico di vecchio; tanto che volendo lor iscrollar nol potei, ma passati li miei belli abbigli entroronmi nello cuore e si stanziarono ivi, cotalchè io voleva lo mio cammino proseguire, e staffe mi diceano che no.E lo serafico povero schiamazzava da lungi e trafiggeami continovamente, tanto che fu mestiere ch'i' sostassi.E lo mio spirto ribelle e schifo che facea? lottava forte con le parole seggiate in nello mio core e ripetuto dicea: «Vattene» e queste di restare, e supplicare per più di pace e acconsentimento.Superbioso allor udialo dir: «Sia lo tuo desire compiuto, riconducoti allo tuo sito, ma tel dico, non più m'infastidiar, ivi lascerotti!»Ed ecco le staffe di virar e portar di bel nuovo lo perverso sino allo senex piagnucoloso.E suggerimmi dimonio: «Sullo scorpioso volto sputa e spregia.» E parole di risonar uscendo dallo core e dire: «Non così sia.»E il senex: «Potente io son meschino, fammi risonar moneta!» E sì potente lo braccio venia allo scuffio che volendolo ritrarre insistea, ed egli vinse, e risuonò moneta.E parole di uscir, forte gridando al malvagioso spirto: «Dio te dia pace, e rimeriti. Addio, addio!»O che restommi in cor quando mi dipartio? «Potente, io son meschino,» e ratti di fissar (costretti) gli ogi lo lurido abbiglio, e volendo ellino ritrarre, sentii che chiodati erano, ed ero sosto venti gambate lungi.Ogi, ogi, sì potenti siete? Che allo chiodamento giugnereste lo alterio? Me par così; che dopo poco novellamente faceami ombra lo schifo.... amato! Sì, così io dico, che non mi parea più lordo... E testa mia ove gisti? Gisti corporalmente carezzar fortemente terra tua madre, e lo compagno spirto lasciotti.Voglimi permettere che te lasci riposar, e di retro vada allo tuo frater.Ei vide uno palagio bello[63]che su nugole basaa, e molto era alto: e meglio lui mirando vidi che due alati erano li suoi custodi: diretro, sovra ed alli lati grandi erano gli alati. Per poco agio ebbi di miralli, tanto fulgidi si erano.Ogi miei, vedeste vui bene che lo palagio si[64]bellamente si penzolava che ne ero stupido, e si sovente il ripetea che lo aere ne era isgraffiato? Benedicilo rimembranza di ello, e fai che ti veggia si bene che io t'esponga sulla pecora bianca ad onore di te Eterno Iddio e vieni palagio! Non fusse altro che lo contenuto che tu habbi, io ti lorderei se di te parlassi.O contenuto vieni fuora, si che mirandoti osi specificarti!Da' magnifici gradini donna venìa, pomposamente vestita[65]; e non si tosto gli alati vennono dallo balsamo di te presi e fasciati, si buttorno in terra,[66](che così io vidi) e tu, farfalla, proseguisti su di ellino quale pedana di virtute d'onde ti conducesti all'aperto, e le nubi di calor e lo cielo tremar armonie. Spirito, veggesti tu?Che disse bocca di gridare? Oreglie udirno lo sonoro rumor? Ogi non si cecaro?Dio era! e tu vegliasti alla scena stupenda, spettator iniquo? Ove tu trovasti mani a por sugli ogi?Ecco, tu loro togli, e miri lo sito del palagio a cercar la bella persona, e nebbie erano che coronavano lo loco di amore, per lo quale tuttavia conservo ricordanza stupenda.Nebbie celatorie, io amo or voi, benchè crudeli fuste, e domandavo di ardore pieno di rivegger la bella persona.Ed ecco che, serve di ubbidienza, le nubi di squarciar, ed Ella apparir non sontuosa giammai,[67]ma lurida vestita; e, pietoso ciel! quanto mi deste forza a non indietreggiar, che la bella mia fidanzatavenia, aperti i membri bracci, e non movea di lisca, che sprazzava meglio che non bragia percotuta. Ed io miravo, udio come uomo che ogi non ha e nemmen oreglie.Ecco Ella voltarsi e cennar, e non venire ma comparirmi uno uomo molto bello e giovane, e donna di fissarlo.Solo lo spirto libero può provar cose tali; come sola terra a fiamma resiste. Lo apparito divenire lurido, di pulcro orrido.Ei piegò i genui, e donna maiestosamente avanza ver ello. Spalle felici e testa pure, vui primiere tocche fusti, e tu seconda chiovata dalle labbra di lei! Ed io di avanzar di molto pauroso e chieder lo bello dono. E..... mi cennò, ed io andai e fui tocco e dalle braccia e dalle labbra.Stante felice, che non durasti! Ed Ella che or chiamerò Povertà , sfumò, e lo giovane, (che fisso per seguace di lei) seguilla.Addio Visione! tu te ne ivi, e tornavo alla bestial dimora, quando femmina m'apparia[68], intoppolei copria qual monaci e monachelle usan portar. Cenno mi fè colle digita ver lo cielo, in mia vision stellato, e ricogliei lo bacio che gittavami.Addio Visione! io torno alla mia bestia, ed ecco che in ella entrato, facciomi alle buche ogi, e miro lo vecchio piagnucolante chino sullo corpo mio, spento il quale credea, ed or: — Fratello, che ti avvenne? — Ed io a lui: — Cotale una cosa mi avvenne, onde dotti lo mio abbiglio bello e lo tuo molto schifo prendo, che ho mutato stile, addovendo ire a mia sirocchia Povertà , poscia che ella mi ha chiamato.Allor fu visto Mastro Jacopone gir per le vie non più di cremisino adorno, ma meglio di color marroncello tirante.E ciò altra cagion non ebbe se non lo volere d'Iddio, che così volle e fece.JACOBUS
VISIONE SETTIMA
Fieriva lo verno, aliquando di Diruta venio pedestramente allo Todi mio, lo quale per lo amore che portaali tiraami forte. Endo adunque velocemente in direzione di elio, ecco trovar no meschino ch'io non rifiguravo, involto nelli luridissimi panni sui, e di quivi vecchio fiato uscirne lo quale così favellommi: «Potente, io son meschino, di lui pietà abbi.»
E dette parole non fur pronunziate facilmente ma in modo serafico di vecchio; tanto che volendo lor iscrollar nol potei, ma passati li miei belli abbigli entroronmi nello cuore e si stanziarono ivi, cotalchè io voleva lo mio cammino proseguire, e staffe mi diceano che no.
E lo serafico povero schiamazzava da lungi e trafiggeami continovamente, tanto che fu mestiere ch'i' sostassi.
E lo mio spirto ribelle e schifo che facea? lottava forte con le parole seggiate in nello mio core e ripetuto dicea: «Vattene» e queste di restare, e supplicare per più di pace e acconsentimento.
Superbioso allor udialo dir: «Sia lo tuo desire compiuto, riconducoti allo tuo sito, ma tel dico, non più m'infastidiar, ivi lascerotti!»
Ed ecco le staffe di virar e portar di bel nuovo lo perverso sino allo senex piagnucoloso.
E suggerimmi dimonio: «Sullo scorpioso volto sputa e spregia.» E parole di risonar uscendo dallo core e dire: «Non così sia.»
E il senex: «Potente io son meschino, fammi risonar moneta!» E sì potente lo braccio venia allo scuffio che volendolo ritrarre insistea, ed egli vinse, e risuonò moneta.
E parole di uscir, forte gridando al malvagioso spirto: «Dio te dia pace, e rimeriti. Addio, addio!»
O che restommi in cor quando mi dipartio? «Potente, io son meschino,» e ratti di fissar (costretti) gli ogi lo lurido abbiglio, e volendo ellino ritrarre, sentii che chiodati erano, ed ero sosto venti gambate lungi.
Ogi, ogi, sì potenti siete? Che allo chiodamento giugnereste lo alterio? Me par così; che dopo poco novellamente faceami ombra lo schifo.... amato! Sì, così io dico, che non mi parea più lordo... E testa mia ove gisti? Gisti corporalmente carezzar fortemente terra tua madre, e lo compagno spirto lasciotti.
Voglimi permettere che te lasci riposar, e di retro vada allo tuo frater.
Ei vide uno palagio bello[63]che su nugole basaa, e molto era alto: e meglio lui mirando vidi che due alati erano li suoi custodi: diretro, sovra ed alli lati grandi erano gli alati. Per poco agio ebbi di miralli, tanto fulgidi si erano.
Ogi miei, vedeste vui bene che lo palagio si[64]bellamente si penzolava che ne ero stupido, e si sovente il ripetea che lo aere ne era isgraffiato? Benedicilo rimembranza di ello, e fai che ti veggia si bene che io t'esponga sulla pecora bianca ad onore di te Eterno Iddio e vieni palagio! Non fusse altro che lo contenuto che tu habbi, io ti lorderei se di te parlassi.
O contenuto vieni fuora, si che mirandoti osi specificarti!
Da' magnifici gradini donna venìa, pomposamente vestita[65]; e non si tosto gli alati vennono dallo balsamo di te presi e fasciati, si buttorno in terra,[66](che così io vidi) e tu, farfalla, proseguisti su di ellino quale pedana di virtute d'onde ti conducesti all'aperto, e le nubi di calor e lo cielo tremar armonie. Spirito, veggesti tu?
Che disse bocca di gridare? Oreglie udirno lo sonoro rumor? Ogi non si cecaro?
Dio era! e tu vegliasti alla scena stupenda, spettator iniquo? Ove tu trovasti mani a por sugli ogi?
Ecco, tu loro togli, e miri lo sito del palagio a cercar la bella persona, e nebbie erano che coronavano lo loco di amore, per lo quale tuttavia conservo ricordanza stupenda.
Nebbie celatorie, io amo or voi, benchè crudeli fuste, e domandavo di ardore pieno di rivegger la bella persona.
Ed ecco che, serve di ubbidienza, le nubi di squarciar, ed Ella apparir non sontuosa giammai,[67]ma lurida vestita; e, pietoso ciel! quanto mi deste forza a non indietreggiar, che la bella mia fidanzatavenia, aperti i membri bracci, e non movea di lisca, che sprazzava meglio che non bragia percotuta. Ed io miravo, udio come uomo che ogi non ha e nemmen oreglie.
Ecco Ella voltarsi e cennar, e non venire ma comparirmi uno uomo molto bello e giovane, e donna di fissarlo.
Solo lo spirto libero può provar cose tali; come sola terra a fiamma resiste. Lo apparito divenire lurido, di pulcro orrido.
Ei piegò i genui, e donna maiestosamente avanza ver ello. Spalle felici e testa pure, vui primiere tocche fusti, e tu seconda chiovata dalle labbra di lei! Ed io di avanzar di molto pauroso e chieder lo bello dono. E..... mi cennò, ed io andai e fui tocco e dalle braccia e dalle labbra.
Stante felice, che non durasti! Ed Ella che or chiamerò Povertà , sfumò, e lo giovane, (che fisso per seguace di lei) seguilla.
Addio Visione! tu te ne ivi, e tornavo alla bestial dimora, quando femmina m'apparia[68], intoppolei copria qual monaci e monachelle usan portar. Cenno mi fè colle digita ver lo cielo, in mia vision stellato, e ricogliei lo bacio che gittavami.
Addio Visione! io torno alla mia bestia, ed ecco che in ella entrato, facciomi alle buche ogi, e miro lo vecchio piagnucolante chino sullo corpo mio, spento il quale credea, ed or: — Fratello, che ti avvenne? — Ed io a lui: — Cotale una cosa mi avvenne, onde dotti lo mio abbiglio bello e lo tuo molto schifo prendo, che ho mutato stile, addovendo ire a mia sirocchia Povertà , poscia che ella mi ha chiamato.
Allor fu visto Mastro Jacopone gir per le vie non più di cremisino adorno, ma meglio di color marroncello tirante.
E ciò altra cagion non ebbe se non lo volere d'Iddio, che così volle e fece.
JACOBUS
Ora la visione scaturisce da umile fonte, da un aneddoto; e con tale schiettezza, che la figura di quel Messer Ambrogiotto si disegna parlante sotto gli occhi.
VISIONE OTTAVADi una domanda oscura, la quale non potendo capire, ottenni per ella visione che mi pagò.Egli avvenne che una sera, endo io per Todi mio, essendo lo tempo pluvioso e preparando burrasca, tutti ritiravansi gli onesti cittadini in dimore loro.Allo scopo di gloriare Iddio e la mia bestia martorare mi rimanei allo scoverto a toccare la pluvia; ed ecco uno uomo, già mio intimo, dissemi: — «Mastro Iacopone, vo' siete stolto assai.» — Dissi lui che di ciò non dubitavo, ed egli: — «Via ditemi messere povero, non bramerebbe meglio Iddio che voi adoperaste lo intelletto ad illuminare ed aitare l'umanità , in luogo tutto di far per vui?»Io mi rimasi come colui che non ha risposta e dissi lui: «Messer Ambrogiotto, che Dio benedica, gli è forse vero!»Ed ello toccandomi spalla, issene con le parole: — «Adoperatevi in utile cosa.»Colà mi rimasi che non habeo altrimenti fiato; indi con adagiatura, obbedendo forse senza saperlo allo mio amico, ero inviato verso casa.Nello tempo che camminavo la strada, vennemicogitazione, la quale si era: habere visione, grazia la quale erasi ripetuta già . Ed allora fui ratto in ispirito, che non ero ancora entro in dimora.Io vidi lungo pantano[69]entro lo quale batteansi di molte anime, le quali di molto sfavellavano; presomi freddo per le loro parole, fui ratto più elevato e vidi.... una lunga fila di uomini luminosi, li quali, endo su pedana di angeli, traevano seco loro e diretro chi dua chi dieci ispiriti habenti diversità di luce.Seggiuti sovra[70]umilissimi servi angeli e da loro condutti per lo aere, vid'io ispiriti lordissimi di corpo e vestimenta, di volto angelichissimo, li quali non possedevano però luce maiora degli alteri a disotto.Ivano li beati sulla fila di angeli e di nugole luminose; molto però faticavo in visione di loro; ma ecco che venuti al paragone estremo, spiccare volo altissimo gli uni li quali si erano li sucidi; magniaddivennero li più bassi; cotalchè nelle smisurate braccia accolsero quei che erano loro seguito e seco volaro.Nel tempo che tutti erano scomparsi e addivenuti stelle lucenti nello alto dello cielo, comparimmi agnolo così dicentemi: — «Or tu desideroso di cognizioni, apprendi come vanno nello cielo entrambi, e colui che ammaestra i popoli e lo custode unico di se. Or mi segui e vedrai.Abbracciommi lo beato, e lo dolce amplesso caldo e molle di sue ali provai per alcun tempo, nello mentre che spaziava le infinite miglia! Tirommi poi fuora; mostrommi e vidi....! ma come mostrerò io e dirò io a vui?Luce regnava maestra nello loco di Iddio!....Quando fiatossi vista mia alla stupendezza, vidi gruppi di ispiriti li quali conversavano e mi pareano beati; ma non entravo, tanto mente mia era sconfitta. Poi dissemi lo agnolo, allo ricordo del quale visibilio tutt'ora: «apprendi come chi insegna allo mondo gode quivi, non per se solo, ma per coloro eziandio che acquistò alla beatitudine». Indi aprendo le mani, lasciommi cadere in spazio.Soffrii per poco contrazione nel dentro la quale mi destò così tanto beato che non tenevo.Rallegravasi meco lo tempo, lo quale era addivenuto celeste, e fuggiano in ver Assisi le nugole.Usciano le gente di dimora, le quali aveanmi visto su soglia mia qual morto, ma non se ne premerono, stimandomi dormiente o ch'io so.Corsi io ben ratto da Messer amico mio Ambrogiotto, lo quale desinava, e veggendomi: — «O mastro Iacopone, lo vento che conduce via le nugole, v'ha egli qui condutto?»Al che io stimai sorridere e feci parola così: — «La istruzione vostra mi porta, la quale mi preme.»— «Or dite» dissemi lui.Ed io: — «Or sappiate che per la Iddio grazia ebbi risposta» — «La quale? or rammento! ben vo' dite; ed ella è? piacendovi.»— «La è che s'i' continuassi così solo, godrei da per me; se voi acquistassi allo amore grande di Iddio, molto più godrei; onde fu giusto il vostro dicimento, faccia Iddio ch'egli abbia compimento e per voi incominci.»Levossi allora e: «Se alla pluvia non starò, se non dormirò su fienile, habendo io donna e figli, come voi dispregiai amerovvi e stimerovvi, e tenterò imitare, come Iddio non adorai, farollo estremamente dal dì d'oggi.Doppiamente beato uscii dopo haberlo strinto, e quei come disse, fece.Amanti miei, Iacobus ispirito or tenta voi ridurre come messer Ambrogiotto. Incitommi a visione Ambrogiotto, or beato, vo' me incitate pure: addivenite beati.JACOBUS
VISIONE OTTAVA
Di una domanda oscura, la quale non potendo capire, ottenni per ella visione che mi pagò.
Egli avvenne che una sera, endo io per Todi mio, essendo lo tempo pluvioso e preparando burrasca, tutti ritiravansi gli onesti cittadini in dimore loro.
Allo scopo di gloriare Iddio e la mia bestia martorare mi rimanei allo scoverto a toccare la pluvia; ed ecco uno uomo, già mio intimo, dissemi: — «Mastro Iacopone, vo' siete stolto assai.» — Dissi lui che di ciò non dubitavo, ed egli: — «Via ditemi messere povero, non bramerebbe meglio Iddio che voi adoperaste lo intelletto ad illuminare ed aitare l'umanità , in luogo tutto di far per vui?»
Io mi rimasi come colui che non ha risposta e dissi lui: «Messer Ambrogiotto, che Dio benedica, gli è forse vero!»
Ed ello toccandomi spalla, issene con le parole: — «Adoperatevi in utile cosa.»
Colà mi rimasi che non habeo altrimenti fiato; indi con adagiatura, obbedendo forse senza saperlo allo mio amico, ero inviato verso casa.
Nello tempo che camminavo la strada, vennemicogitazione, la quale si era: habere visione, grazia la quale erasi ripetuta già . Ed allora fui ratto in ispirito, che non ero ancora entro in dimora.
Io vidi lungo pantano[69]entro lo quale batteansi di molte anime, le quali di molto sfavellavano; presomi freddo per le loro parole, fui ratto più elevato e vidi.... una lunga fila di uomini luminosi, li quali, endo su pedana di angeli, traevano seco loro e diretro chi dua chi dieci ispiriti habenti diversità di luce.
Seggiuti sovra[70]umilissimi servi angeli e da loro condutti per lo aere, vid'io ispiriti lordissimi di corpo e vestimenta, di volto angelichissimo, li quali non possedevano però luce maiora degli alteri a disotto.
Ivano li beati sulla fila di angeli e di nugole luminose; molto però faticavo in visione di loro; ma ecco che venuti al paragone estremo, spiccare volo altissimo gli uni li quali si erano li sucidi; magniaddivennero li più bassi; cotalchè nelle smisurate braccia accolsero quei che erano loro seguito e seco volaro.
Nel tempo che tutti erano scomparsi e addivenuti stelle lucenti nello alto dello cielo, comparimmi agnolo così dicentemi: — «Or tu desideroso di cognizioni, apprendi come vanno nello cielo entrambi, e colui che ammaestra i popoli e lo custode unico di se. Or mi segui e vedrai.
Abbracciommi lo beato, e lo dolce amplesso caldo e molle di sue ali provai per alcun tempo, nello mentre che spaziava le infinite miglia! Tirommi poi fuora; mostrommi e vidi....! ma come mostrerò io e dirò io a vui?
Luce regnava maestra nello loco di Iddio!....
Quando fiatossi vista mia alla stupendezza, vidi gruppi di ispiriti li quali conversavano e mi pareano beati; ma non entravo, tanto mente mia era sconfitta. Poi dissemi lo agnolo, allo ricordo del quale visibilio tutt'ora: «apprendi come chi insegna allo mondo gode quivi, non per se solo, ma per coloro eziandio che acquistò alla beatitudine». Indi aprendo le mani, lasciommi cadere in spazio.
Soffrii per poco contrazione nel dentro la quale mi destò così tanto beato che non tenevo.
Rallegravasi meco lo tempo, lo quale era addivenuto celeste, e fuggiano in ver Assisi le nugole.
Usciano le gente di dimora, le quali aveanmi visto su soglia mia qual morto, ma non se ne premerono, stimandomi dormiente o ch'io so.
Corsi io ben ratto da Messer amico mio Ambrogiotto, lo quale desinava, e veggendomi: — «O mastro Iacopone, lo vento che conduce via le nugole, v'ha egli qui condutto?»
Al che io stimai sorridere e feci parola così: — «La istruzione vostra mi porta, la quale mi preme.»
— «Or dite» dissemi lui.
Ed io: — «Or sappiate che per la Iddio grazia ebbi risposta» — «La quale? or rammento! ben vo' dite; ed ella è? piacendovi.»
— «La è che s'i' continuassi così solo, godrei da per me; se voi acquistassi allo amore grande di Iddio, molto più godrei; onde fu giusto il vostro dicimento, faccia Iddio ch'egli abbia compimento e per voi incominci.»
Levossi allora e: «Se alla pluvia non starò, se non dormirò su fienile, habendo io donna e figli, come voi dispregiai amerovvi e stimerovvi, e tenterò imitare, come Iddio non adorai, farollo estremamente dal dì d'oggi.
Doppiamente beato uscii dopo haberlo strinto, e quei come disse, fece.
Amanti miei, Iacobus ispirito or tenta voi ridurre come messer Ambrogiotto. Incitommi a visione Ambrogiotto, or beato, vo' me incitate pure: addivenite beati.
JACOBUS
Il poter dare una così felice interpretazione artistica dei mistici rapimenti del medio-evo sarebbe certamente una stupenda prova d'ingegno, anche quando chi la facesse, non che giovanissimo e di poca cultura, fosse maturo di anni e d'intelligenza e, filologo e artista, avesse il suo medio evo e gli scrittori mistici di quell'epoca tutti sulla punta delle dita.
Ebbene; la cosa parrà più prodigiosa ancora, allorchè vedrassi lo stesso giovanemediumspiccare ungran salto indietro, dal medio evo ai tempi quasi favolosi della guerra troiana o a quelli gloriosamente epici della battaglia delle Termopili; allorchè, invece delle solite amplificazioni classiche e delle vuote declamazioni di scuola, darà lunghi brani di cronache improntati da una vivissima e schietta intuizione di quei remotissimi tempi, lumeggiati con inattesa originalità di particolari e singolare efficacia di parola.
DÃ i per soggetto a un bravo poeta la morte di Patroclo o quella di Ettore, e le reminiscenze omeriche e virgiliane gli rifioriranno involontariamente nella immaginazione e nello stile; sarebbe anzi strano che il contrario avvenisse.
Leggi intanto questi due brani di una specie di Cronacadella guerra di Troiascritta, colla solitamedianità meccanica, dal giovane Gordigiani, e rimasta disgraziatamente incompiuta.
Nella Iliade, Patroclo muore in battaglia. Appena Apollo lo spogliò delle invincibili armi di Achille,
Fra l'una e l'altra spalla lo trafisseColl'asta, da vicin, di Panto il figlioL'audace Euforbo.
Fra l'una e l'altra spalla lo trafisse
Coll'asta, da vicin, di Panto il figlio
L'audace Euforbo.
Non così audace però da potergli tener fronte.
Anzi dal corpo ricovrando il ferroSi fuggì pauroso, e nella turbaSi confuse il fellon, che di PatròcloNon sostenne la vista. Da quel colpoE più dall'arte dell'avverso DioAbbattuto l'eroe si ritiravaFra i suoi compagni ad ischivar la morte.Ed Ettore veduto il suo nemicoRetrocedente e già di piaga offeso,Fra le file vicino gli si strinse,Nell'imo casso immerse l'asta e tuttaDall'altra parte riuscir la fece.Risuonò nel cadere.......
Anzi dal corpo ricovrando il ferro
Si fuggì pauroso, e nella turba
Si confuse il fellon, che di Patròclo
Non sostenne la vista. Da quel colpo
E più dall'arte dell'avverso Dio
Abbattuto l'eroe si ritirava
Fra i suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore veduto il suo nemico
Retrocedente e già di piaga offeso,
Fra le file vicino gli si strinse,
Nell'imo casso immerse l'asta e tutta
Dall'altra parte riuscir la fece.
Risuonò nel cadere.......
È l'idealità eroica della leggenda. Non ti parrà ora di sentire una voce umile ma verace come la testimonianza di chi ha veduto coi propri occhi?
Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dètte, anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne guarire senza verun aiuto: non però dalla parte dell'antico amico, il quale informato dell'accaduto si tolse le pesanti armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a nuoto. E allo scrittore saria bello descriver il furore di lui tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo potè ispegnere. Ell'era rabbia di non esser informato, unita al dolore di ciò che diguastar non si potea.Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e poicchè pericolava grandemente di morte, giurò al suo Dio laro che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto l'estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.Baciò Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il riuscimento di quello che voleva conseguire.
Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dètte, anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne guarire senza verun aiuto: non però dalla parte dell'antico amico, il quale informato dell'accaduto si tolse le pesanti armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a nuoto. E allo scrittore saria bello descriver il furore di lui tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo potè ispegnere. Ell'era rabbia di non esser informato, unita al dolore di ciò che diguastar non si potea.
Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e poicchè pericolava grandemente di morte, giurò al suo Dio laro che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto l'estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.
Baciò Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il riuscimento di quello che voleva conseguire.
Ma ecco Ettore che, arrampicatosi di soppiatto sulla nave, protetto dall'oscurità della notte, penetra nella cabina.
Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non più della ferita, ma di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma sprovvisto. Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando fermò lo sguardo nell'apparso: «Giugni: almeno ch'io mora di arma, non di caduta vilissima.»Ed era spento il lume che pronunziato così ebbe.
Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non più della ferita, ma di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma sprovvisto. Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando fermò lo sguardo nell'apparso: «Giugni: almeno ch'io mora di arma, non di caduta vilissima.»
Ed era spento il lume che pronunziato così ebbe.
Nella Iliade Ettore muore anche esso sul campo. Achille, nel puntodi finirlo, lo schernisce e lo minaccia:
Stolto! restava sulle navi al mioTrafitto amico un vindice, di moltoPiù gagliardo di lui: io vi restava!Io che qui ti distesi. Or cani e corviTe strazieranno turpamente, e quegliAvrà pomposa dagli Achei la tomba.E a lui così l'eroe languente: Achille,Per la tua vita, per le tue ginocchia,Per li tuoi genitori, io ti scongiuroDeh, non far che di belve io sia pasturaAlla presenza degli Achei: ti piacciaL'oro e il bronzo accettar che il padre mioE la mia veneranda genitriceTi daranno in gran copia, e tu lor rendiQuesto mio corpo, onde l'onor del rogoDai Teucri io m'abbia e dalle teucre donne.
Stolto! restava sulle navi al mio
Trafitto amico un vindice, di molto
Più gagliardo di lui: io vi restava!
Io che qui ti distesi. Or cani e corvi
Te strazieranno turpamente, e quegli
Avrà pomposa dagli Achei la tomba.
E a lui così l'eroe languente: Achille,
Per la tua vita, per le tue ginocchia,
Per li tuoi genitori, io ti scongiuro
Deh, non far che di belve io sia pastura
Alla presenza degli Achei: ti piaccia
L'oro e il bronzo accettar che il padre mio
E la mia veneranda genitrice
Ti daranno in gran copia, e tu lor rendi
Questo mio corpo, onde l'onor del rogo
Dai Teucri io m'abbia e dalle teucre donne.
Leggi la drammaticissima scena che siegue attaccando col brano precedente; par côlta sul fatto!
Barbaro! se ragionato tu avessi prima del misfatto e informato su chi operavi, noto ti sarebbe cheil trucidato fu già nemico vostro, ma il più dolce e pacato.E tremolante sulle staffe si diresse al ponte: e non fu in tempo di veder le stelle, che ombra apparia molto spiccata, non alta ma larga per molto: sostenea in membro lama scintillante di rosso porporino. Piantò il barbaro all'inaspettata venuta, e gravosa sotto la colpa chinò la fronte, come volpe cui beccar raggiugne.«Maladrin, ove ti sei ridotto?» E silenzioso mantenendosi l'altro, continua: «Questa sia tua tomba, tu che lordata l'hai..... ma..... che mi balena l'ombra?..... Tal luogo è rubicondo: tua lama ove intrisa l'hai? Rispondi pur anco e ti faccio....[71]in eterno.» — E ratto prende il braccio dell'avvilito. «Vieni!» e lo trascina — Sia nota pria all'universa flotta la prigionia della volpe: vieni! (ripete) che l'aria intera ti conosca micidial bestia perfida, o tusei morto!» — E vigoroso un pugno trasecolar il fece — Cade il prigione sempre muto: si rialza e tira oltre. «Malora a te!» dice il conduttore, e queste parole ultime furon men sonore, perchè pronunziate all'aperto. Unico il centro, e molti i rai eran diretti sul barbaro, e ovunque iva era seguito: onde fu la forma un circolo che attorno iva alla torre di comandamento — E giunge al cospetto di Agar, il quale studioso in se, rizzasi allo inaspettato clamore, e non sì tosto grida. «Morto costui!» al che Achille risponde: «Meglio l'ignominia innanzi a costei (morte): costei...... e non potea più dire. Troncandosi di poi: «ov'è l'amico ch'io non veggio?» e via.Venite meco, anagnosti, e vederete ove Achille va: al luogo ove scoprì il barbaro appunto, e va più oltre: al punto ove Patroclo morto se ne stava. Ed ecco come operò. Il corpo prende, in sulle spalle il pone e se ne torna al convito ove lo posa nel mezzo, e sclama: «ecco il gallo dalla volpe ucciso».Agar.«Dicci lo schifo tuo nome.»Tace il prigione, cui non cocevan i rai potenti su lui indirizzati, anzi scivolavan sul suo nudo corpo quale fosse di ferro coperto: stupendo pel suo disprezzo.Achille.«Non tu lo dirai?»Tace.Tutti. «Tu lo dici?»Tace.Achille, al beccaro: «Feriscilo!»Un pugnale lo trafigge nel costato: spilla il sangue, e non un grido.Achille, insistendo: «Il tuo nome!»Tace.Achille, al beccaro: «Feriscilo!»Il pugnale entra.Prigione freme e tace.Agarad Achille: «Non tu credi che il dirà ?»Achille.«Lo dirà ».Prigione.«Chi sa!»Achille vuole slanciarsi sul misero, ed è trattenuto dai circostanti. E il suo magnifico corpo di uomo rassomigliava a tigre cui ferro trattiene, e anela.Achille.«Sapran fartelo dire i figgimenti.»Al beccaro fa segno che operi. Che si ode? Un fremito doloroso, gemiti, e debole nascere compassione che riconosciuta l'inferiorità si ritira, (sta bene, ma sta male espresso: — compassione volle farsi avanti, ma si vide debole e ritarossi ben tosto — ).Il prigione cade, e non esala l'anima senza dir pria «E torre crudelmente le parole!» Sonorissimo segue di poi: «Ettore!»Quale il fulmine cadendo non si tosto lo scorge il presente[72]fu la parola ripetuta dall'ecco della stanza e si stanziò si rapida negli orecchi che non la si vide — Come l'acqua in rapidissimo colle presto vassene, ma gran contento fu provato, e lo sgomento della trista operazione prese di poi il seggio.Adunque non vi dirò della processione attorno alle mura del morto Ettore, operata da Achille — Malgrado la mia debolezza spero averete inteso Ettore da beccaro ucciso fu, e non esanime ma vivente, e scornato condotto intorno alla torre di comandamento della nave. Onore a Achille non più beccaro.Faccio come la ape, che va da calice odoroso e flagrante di verità .Io, narratore del tutto, salgo dell'albero maestro in sulla vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo — Che cosa miro? Miro a traverso l'opaco e denso velo di notte le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i galeanti ripetono: Ettore!Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per undefunto, Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli... Achille pronunzia: «Ettore! egli, egli!» quasi stupefatto che un nemico aborrito abbia potuto così operare sul dolcissimo amico del cor suo. Larga la scena debole il narratore.«Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed è spezzato quello di Patroclo.»Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e guardo giù per vedere numero di fiaccole e colla accese girare ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone! è ripetuto:
Barbaro! se ragionato tu avessi prima del misfatto e informato su chi operavi, noto ti sarebbe cheil trucidato fu già nemico vostro, ma il più dolce e pacato.
E tremolante sulle staffe si diresse al ponte: e non fu in tempo di veder le stelle, che ombra apparia molto spiccata, non alta ma larga per molto: sostenea in membro lama scintillante di rosso porporino. Piantò il barbaro all'inaspettata venuta, e gravosa sotto la colpa chinò la fronte, come volpe cui beccar raggiugne.
«Maladrin, ove ti sei ridotto?» E silenzioso mantenendosi l'altro, continua: «Questa sia tua tomba, tu che lordata l'hai..... ma..... che mi balena l'ombra?..... Tal luogo è rubicondo: tua lama ove intrisa l'hai? Rispondi pur anco e ti faccio....[71]in eterno.» — E ratto prende il braccio dell'avvilito. «Vieni!» e lo trascina — Sia nota pria all'universa flotta la prigionia della volpe: vieni! (ripete) che l'aria intera ti conosca micidial bestia perfida, o tusei morto!» — E vigoroso un pugno trasecolar il fece — Cade il prigione sempre muto: si rialza e tira oltre. «Malora a te!» dice il conduttore, e queste parole ultime furon men sonore, perchè pronunziate all'aperto. Unico il centro, e molti i rai eran diretti sul barbaro, e ovunque iva era seguito: onde fu la forma un circolo che attorno iva alla torre di comandamento — E giunge al cospetto di Agar, il quale studioso in se, rizzasi allo inaspettato clamore, e non sì tosto grida. «Morto costui!» al che Achille risponde: «Meglio l'ignominia innanzi a costei (morte): costei...... e non potea più dire. Troncandosi di poi: «ov'è l'amico ch'io non veggio?» e via.
Venite meco, anagnosti, e vederete ove Achille va: al luogo ove scoprì il barbaro appunto, e va più oltre: al punto ove Patroclo morto se ne stava. Ed ecco come operò. Il corpo prende, in sulle spalle il pone e se ne torna al convito ove lo posa nel mezzo, e sclama: «ecco il gallo dalla volpe ucciso».
Agar.«Dicci lo schifo tuo nome.»
Tace il prigione, cui non cocevan i rai potenti su lui indirizzati, anzi scivolavan sul suo nudo corpo quale fosse di ferro coperto: stupendo pel suo disprezzo.
Achille.«Non tu lo dirai?»
Tace.
Tutti. «Tu lo dici?»
Tace.
Achille, al beccaro: «Feriscilo!»
Un pugnale lo trafigge nel costato: spilla il sangue, e non un grido.
Achille, insistendo: «Il tuo nome!»
Tace.
Achille, al beccaro: «Feriscilo!»
Il pugnale entra.
Prigione freme e tace.
Agarad Achille: «Non tu credi che il dirà ?»
Achille.«Lo dirà ».
Prigione.«Chi sa!»
Achille vuole slanciarsi sul misero, ed è trattenuto dai circostanti. E il suo magnifico corpo di uomo rassomigliava a tigre cui ferro trattiene, e anela.
Achille.«Sapran fartelo dire i figgimenti.»
Al beccaro fa segno che operi. Che si ode? Un fremito doloroso, gemiti, e debole nascere compassione che riconosciuta l'inferiorità si ritira, (sta bene, ma sta male espresso: — compassione volle farsi avanti, ma si vide debole e ritarossi ben tosto — ).
Il prigione cade, e non esala l'anima senza dir pria «E torre crudelmente le parole!» Sonorissimo segue di poi: «Ettore!»
Quale il fulmine cadendo non si tosto lo scorge il presente[72]fu la parola ripetuta dall'ecco della stanza e si stanziò si rapida negli orecchi che non la si vide — Come l'acqua in rapidissimo colle presto vassene, ma gran contento fu provato, e lo sgomento della trista operazione prese di poi il seggio.
Adunque non vi dirò della processione attorno alle mura del morto Ettore, operata da Achille — Malgrado la mia debolezza spero averete inteso Ettore da beccaro ucciso fu, e non esanime ma vivente, e scornato condotto intorno alla torre di comandamento della nave. Onore a Achille non più beccaro.
Faccio come la ape, che va da calice odoroso e flagrante di verità .
Io, narratore del tutto, salgo dell'albero maestro in sulla vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo — Che cosa miro? Miro a traverso l'opaco e denso velo di notte le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i galeanti ripetono: Ettore!
Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per undefunto, Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli... Achille pronunzia: «Ettore! egli, egli!» quasi stupefatto che un nemico aborrito abbia potuto così operare sul dolcissimo amico del cor suo. Larga la scena debole il narratore.
«Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed è spezzato quello di Patroclo.»
Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e guardo giù per vedere numero di fiaccole e colla accese girare ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone! è ripetuto:
Ma questo che viene appresso è più nuovo, più originale ancora e più perfettamente greco.
Le Termopili!
Qualcuno ne ha fatto perfino della coreografia in versi; chi poi non vi ha declamato sopra?
Qui invece si narra.