Chapter 5

Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.«O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle calde porte?» Domanda, e lascia all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere.Liscinio è accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne staccano, ch'io stimo a ventimila: non meno che tutti.«Io dico (soggiunge Leonida) venire a morte!— Venire a morte! — ripete l'eco, quasi assumesse la responsabilità di farcelo entrare ben dentro in mente.Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano, quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice: «Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sarà?»Ventimila tornano a lui.«Tutti prodi!» si grida — «Tutti prodi vi stimo, e non sareste di Sparta, l'Eurota non v'avrebbe bagnati.»Così dispiego io. Lui dicea: «Comando che ognuno dinanzi a me passi, e non mi saluti — Sia così.»La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: «mezzo è il mio core, a te ho dato l'altra parte: io non te la chiedo: ma potrò io morire,potrò io battermi? dammelo, dammelo....... Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto.»Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono scelti: non più ne vuole; pur me chiama inoltre.E rimembro.«Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti..... Ma e chi è costui che porti al braccio?»«È il mio mezzo core, rispondo.«Vieni tu solo, che più non ne voglio: osò dirmi.Liscinio a lui: «Debb'io restar con mezzo core?»«Eineucalion, fatti oltre solo.»E non mi mossi di un passo, ma Liscinio teneo tuttora.Leonida: «Io te lo impongo.»«Con mezzo core non posso stare a battermi.»«Che intendi dire?»«Se amici non hai, debb'io curarmene?»Dura cosa è il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio mi staccai, e dissi: «Chi mi tocca, ardito lo stimerò! Solo compiango dover morire per mano amica: non speravo così.»«Venite avanti tutt'e due; saranno qualche centinaia di nemici di più stesi morti — Val più duevalorosi che uno.» E la lancia me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.

Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.

«O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle calde porte?» Domanda, e lascia all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere.

Liscinio è accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne staccano, ch'io stimo a ventimila: non meno che tutti.

«Io dico (soggiunge Leonida) venire a morte!

— Venire a morte! — ripete l'eco, quasi assumesse la responsabilità di farcelo entrare ben dentro in mente.

Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano, quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice: «Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sarà?»

Ventimila tornano a lui.

«Tutti prodi!» si grida — «Tutti prodi vi stimo, e non sareste di Sparta, l'Eurota non v'avrebbe bagnati.»

Così dispiego io. Lui dicea: «Comando che ognuno dinanzi a me passi, e non mi saluti — Sia così.»

La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: «mezzo è il mio core, a te ho dato l'altra parte: io non te la chiedo: ma potrò io morire,potrò io battermi? dammelo, dammelo....... Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto.»

Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono scelti: non più ne vuole; pur me chiama inoltre.

E rimembro.

«Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti..... Ma e chi è costui che porti al braccio?»

«È il mio mezzo core, rispondo.

«Vieni tu solo, che più non ne voglio: osò dirmi.

Liscinio a lui: «Debb'io restar con mezzo core?»

«Eineucalion, fatti oltre solo.»

E non mi mossi di un passo, ma Liscinio teneo tuttora.

Leonida: «Io te lo impongo.»

«Con mezzo core non posso stare a battermi.»

«Che intendi dire?»

«Se amici non hai, debb'io curarmene?»

Dura cosa è il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio mi staccai, e dissi: «Chi mi tocca, ardito lo stimerò! Solo compiango dover morire per mano amica: non speravo così.»

«Venite avanti tutt'e due; saranno qualche centinaia di nemici di più stesi morti — Val più duevalorosi che uno.» E la lancia me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.

È semplicemente sublime!

***

Mettendoti sotto gli occhi il processo esteriore dei fatti, ho notato, via via, come in margine, quello, interiore, delle mie idee.

Non è parso anche a te di assistere al graduale svolgimento di un unico fenomeno che dalla semplice sensazione passato ad invadere l'immaginazione e da questo penetrato, a poco a poco, nel dominio più elevato delle facoltà della mente, vi abbia risvegliato e messo in moto energie sopite e ignorate, di miracolosa apparenza? Non ti si è presentatospontaneamente dinanzi il concetto di una strettissima analogia tra lo stato normale e l'anormale, tra il sonno e il sonnambulismo provocato, tra lo stato magnetico e lo spiritico, fra questi due e lo stato ordinario delle nostre facoltà intellettuali?

Certamente analogia non vuol dire identità; ma la differenza non può neanche significare che un fenomeno esca dal circuito dei fatti naturali tanto da doversi attribuire ad un agente fuori di noi.

La nostra ignoranza intorno alle funzioni del sistema nervoso e del sistema psichico che gli corrisponde ci impone di essere circospetti. Tu rideresti certamente di un medico che volesse attribuire i fenomeni della grannevrosi isterica al vecchio intervento del diavolo. Ledemoniachedi una volta oggi non vengono più bruciate ma condotte negli ospedali o rinchiuse nelle Case di salute; e la Chiesa cattolica non fiata. Tu rideresti egualmente del tuo medico se ricorresse all'azione di forze ignote, tutt'altre che quelle del magnetizzatore e della magnetizzata, per spiegarti i fenomeni sorprendentissimi del sonnambulismo provocato. O perchè, domando io, non dobbiamo trattare alla stessa stregua coloro che, pur riconoscendo gl'intimissimi legami tra il sonnambulismo provocato e i fenomeni dello spiritismo, s'inalberano poi all'ipotesi che questi, con la loro base anzi radice in quegli altri, possanoesserne semplicemente una varietà, sebbene molto distinta e più straordinaria?

Ammettendo che la scienza, o meglio, che certi scienziati si siano affrettati a conchiudere troppo presto colle loro recise negazioni, non devesi pure ammettere che gli spiritualisti e i credenti spiritisti si siano affrettati troppo presto anch'essi conchiudendo affermativamente? A me pare di sì.

E mi pare più giusto il convenire che con tutto il meraviglioso progresso delle nostre cognizioni positive, nel presente anno di grazia mille ottocento ottantaquattro, noi ci troviamo, di faccia a molti fenomeni naturali, nella stessissima condizione deipoveri selvaggi al cospetto di altri fenomeni spiegabilissimi per noi e per essi ancora un mistero. Però noi, selvaggi della civiltà, ammaestrati dalla storia, dovremmo condurci assai diversamente di quelle misere creature poste dalla loro cattiva sorte nei più bassi gradini della gran scala umana. Invece, forse per una severa legge dello spirito, procediamo alla stessa guisa.

Inoltre, siamo avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati; tanto i materialisti presi dalla paura di vedersi forzati,dai fatti, ad ammettere l'esistenza di unqualcosanon semplicemente materia; quanto gli spiritualisti atterriti dall'idea di veder quelqualcosa, dagli onoridi puro spirito immortale, degradato alle condizioni di un che nè tutto spirito come essi l'intendono, nè tutto materia come l'intendono quegli altri. E il curioso è che, stringi, stringi, nè gli uni sanno nulla di positivo, di veramente scientifico, intorno al loro spirito immortale, nè gli altri nulla di positivo, di veramente scientifico intorno alla costituzione della loro materia!

Sì, siamo ancora avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati. A seconda delle nostre idee preconcette, la verità ci fa paura e le andiamo incontro fino a un certo punto, fin dove ci torna comoda, fin dove colla nuda e cruda attestazione del fatto non ci mettealle strette di dover confessare umilmente la nostra grande ignoranza. Se così non fosse, non avremmo ora la cocciutaggine della scienza nel negare fatti evidentissimi che saltano agli occhi da ogni parte, nè l'altra di attribuire risolutamente tali fatti a cause supernaturali, come se fossero già stati esauriti tutti i possibili mezzi di esame per annodarli alla gran catena dei fenomeni del mondo inorganico e dell'organico, dato che siano due mondi e non uno solo, solissimo.

Claudio Bernard, nelle conversazioni e dalla cattedra, ripeteva sempre:un fait morbide n'est que l'exagération d'un fait normal.

Tolto via quelmorbide, che quinon c'entra, non parrà ardito l'affermare che i fatti eccezionali, sorprendenti, miracolosi, siano soltanto l'esagerazione di fatti normali.

Io potrei facilmente ridurre questa lettera alle proporzioni di un grosso volume, registrando una serie di fatti autentici, indiscutibili, nei quali le ordinarie facoltà del nostro organismo sonosi elevate ad una potenza eccezionalissima, da rasentare il sonnambulismo provocato, lo spiritismo ed anche il miracolo, senza che per ciò si tratti di fenomeni precisamente magnetici, spiritici o di miracoli religiosi.

Mi contento di rimandarti a un libro curioso, divertente e scritto, nello stesso tempo, con vero intendimentoscientifico. Esso non ha la stolta pretesa di aver risoluto l'intrigatissimo problema dei fenomeni spiritici; ma, senza dubbio, ha il merito di averlo proposto con coraggiosa franchezza, con ammirabile nettezza, e di aver additato la via per cui dovrà indirizzarsi la ricerca della soluzione avvenire. Esso s'intitola:Essai sur l'Humanité postume et le Spiritismee n'è autore il signor Adolfo d'Assier, un positivista comtiano[73].

Ripeto: analogia non vuol dire identità: esagerazione già implica sproporzione di qualità e di misura. Quando la semplice sensazione magneticainvade l'immaginazione, è diventata quasi un'altra cosa; quando il fenomeno passa il limite dell'immaginazione e si accampa nelle facoltà più elevate dell'intelligenza è penetrato in una regione dove nessun fisiologo può ridurlo ad una special forma di movimento molecolare senza sconfinare dalla propria giurisdizione veramente scientifica.

Oh, non ti figurare che la mia leggerezza e la mia vanità di curioso e di dilettante siano per essere così eccessive da spingermi dentro il ginepraio di così ardui problemi.

Io aspetterò, fiducioso, come te e tutti i nostri pari, i responsi della nuova psicologia a cui lavora così tenacemente la filosofia scientifica moderna;e aspetterò che il prossimo libro del mio Pietro Siciliani contenga questo importantissimo capitolo scritto con quella serena imparzialità che gli viene dal giusto punto di vista in cui il suo positivismo critico l'ha posto, egualmente distante dalle dommatiche affermazioni dei positivisti del materialismo e dei metafisici dell'idealismo.

Intanto, nè Tu nè il Siciliani, spero, giudicherete che io vada oltre la mia ristrettissima competenza, stendendo la mano a uno solo dei tanti spinosi problemi spiritici, quello dellecommunicazioniin forma artistica.

Se sono arrivato al mio problema imitando ilbonhommeLafontaine, che nell'andare all'Accademia prendevasempre la via più lunga; se ho sentito il bisogno di largamente giustificare la mia posizione di osservatore dilettante, descrivendo a grandi tratti tutto il cammino da me percorso, vuol dire che ho piena coscienza del mio limite e che non intendo passarlo.

Con lecommunicazioniin forma artistica mi è parso di trovarmi in casa mia, perchè i riscontri dello stato normale coll'anormale ho potuto praticarli non solamente con più faciltà ma con maggiore esattezza, il doppio esperimento essendo, in questo caso, fino a un certo punto, assolutamente personale. Avrò male apprezzato i resultati della mia piccola inchiesta? Non vorrà dir nulla.Rimarranno sempre i fatti che hanno un valore da per loro stessi.

Per ciò ho vinto la giusta repugnanza di parlare in pubblico della mia povera persona. Non si tratta, ho detto da me da me, di questioni puramente letterarie, ma di osservazioni psicologiche, di esperimenti stavo per direin anima vili; ed ogni fenomeno umano accuratamente osservato ha molto valore per la scienza, qualunque possa essere, grande o meschino, il soggetto nel quale, per un concorso di favorevoli circostanze, è venuto a prodursi.

Così possa sembrare non senza importanza anche agli altri il conoscere qualcuno degli svariatissimi modi con cui l'interessante fenomenodella opera d'arte può manifestarsi nel mondo!

***

Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell'opera di arte in maggior quantità che non pel passato, c'è sempre un punto, nell'atto della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa incoscienza.

Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell'elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l'agevola, la mette in moto; ma l'atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale,nelle misteriose oscurità dell'incoscienza.

Le preparazioni, i processi possono variare all'infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa,flanant, alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a pocoa poco, dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con piena libertà d'arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c'è, chi non lo vede? un'enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato, riescono a quella che io chiamerò l'allucinazione artistica, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa caso.

Il valore, la vitalità dell'opera di arte dipende dalla maggiore o minorpreparazione tecnica che nella concezione di essa interviene. L'arte, come forma e nient'altro che forma, ha un proprio organismo che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa crescenza, e non sta nell'arbitrio dell'artista l'accettarne o il rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non sta allo scienziato l'accettare o rifiutare il materiale della scienza raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta dal complesso delle facoltà dell'artista, rimarrà, forse per sempre, un fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, perquesto, un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?

Il valore, la vitalità di un'opera di arte dipende anche dalla maggiore o minor quantità di impressioni immediate che noi vi facciamo intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente coscienti. La più gran parte, accumulate indirettamente, per la via dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il pungolo di un'eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.

L'artista procede, in questa circostanza, come isoggettidel sonnambulismo provocato, ed ha la suaparticolare allucinazione; la quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o massimi, d'intensità e non per la intima sua natura.

Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre più confacenti al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra personalità; e il Mosso potrebbe dirci l'equivalente trasformazione in calore di questi diversi movimenti. La perfetta oggettività della ben riuscita opera d'arte non ha altra origine; talchè l'artista non fotografa neppurequand'egli stesso crede di soltanto fotografare. Interpretare, integrare, compire i dati più immediati della realtà con altri più complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, più remoti e non meno efficaci, condensati in esso dall'eredità; ecco le operazioni concorrenti alla produzione dell'opera di arte, ed ecco la chiave di oro che può, forse, aprircene i meravigliosi segreti.

Due o trecento personaggi dellaComèdie Humainehanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L'allucinazionedell'artista si è lì così prodigiosamente condensata e solidificatanella forma, che l'impressione della lettura non solo eguaglia l'impressione diretta ma talvolta la vince, perchè nell'opera di arte c'è come un concentramento di raggi in cui l'eccitata immaginazione dell'artista fa l'ufficio di lente.

L'allucinazione spiritica, nel produrre lecommunicazioni, passa gradatamente, come l'artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza. Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi. E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene avvertita egualmenteda tutti imediumsscriventi, potrei rispondere che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quelnisusnervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di una felice disposizione dell'organismo, l'eccitamento può occorrere in proporzioni minori.

L'allucinazione artistica, per la intensità e per la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e deimediums.

Noi ignoriamo quali energie entrino più particolarmente in funzione, e in quanta misura, sia nell'una che nell'altra; ma questo non impedisce di riconoscere la identità nella differenza e la somiglianza nella diversitàche corre fra le due specie di fenomeni in discorso.

Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come di persone reali, impensierito delle difficoltà di un matrimonio, attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?

Il Dickens non scriveva al Forster:terminata la seconda parte(delleChimes, campane)nel concepire ciò che doveva accadere nella terza ho provato tant'agitazione, tanto dolore, come se la cosa fosse stata reale, che ho dovuto chiudermi in camera per nascondere i miei poveri occhi, gonfi e rossi al punto di dover essere ridicoli?

E gli esempi potrebbero facilissimamente venir ridotti a migliaia.

Per restringermi, come mi son proposto, alla mia personale osservazione, eccoti un caso di allucinazione artistica, che chiamerò complicata perchè intrecciasi stranamente colla quasi allucinazione sonnambolica o spiritica che vogliasi dire. Questa complicazione ha poi, secondo me, impedito all'opera di arte di condensarsi nella forma e venire alla luce.

Nella Galleria dell'Accademia di San Luca in Roma c'è unritratto d'ignota, del Van-Dick, una bella testa dalla fronte liscia, dagli occhi vivissimi, dalla carnagione bianca e fina, dalle labbra sottili e semi aperte a un sorriso. Incastrata in un gran collare di merletto, ha l'apparenza diuna testa staccata dal busto messa in un vassoio di argento finissimamente cesellato. Gli scuri capelli tirati in su torreggiano sulla fronte circondati da un piccolo diadema di pietre preziose legate in oro; quattro file di perle, fermate da una borchia d'oro, con un ciondolo, le pendono sul seno.

Nell'ottobre del 1875 questo ritratto trovavasi nella prima sala, un po' in alto, accosto alla finestra, quasi di faccia all'uscio di entrata.

Ne rimasi come affascinato. Stetti a guardarlo lungamente, senza staccarne gli occhi un istante... Chi era colei? Una gran dama, di certo; si capiva dall'abbigliamento. Ma quella sua carnagione di un pallore di avorio;ma quella pelle che mi pareva mostrasse nella maturità lo stato verginale del corpo — una pellenon usatae già diventata un po' rigida —; ma quelli sguardi che si fissavano così intentamente nei miei, quasi animantisi a poco a poco, per interni fulgori prodotti dalla simpatica insistenza con cui la guardavo; ma quel mezzo sorriso, di una mitezza triste, che si accordava così bene con l'aria un po' fredda dell'aspetto; tutto, tutto mi faceva intravedere, a traverso la nebbia di due secoli, una pietosa storia di intime sofferenze, eroicamente sopportate nella glaciale solitudine del suo palazzo o del suo castello; la storia d'una passione repressa, non sapevo se pervolontaria fierezza della propria condizione o per contrasti di famiglia.

E mi sentivo commosso da un compatimento grande verso quella bella figura di donna che mi pareva quasi sdegnata di vedersi lì, in mostra; offesa ogni giorno della sbadata curiosità dei visitatori, ed ora impressionata dall'insolita compassione con cui uno sconosciuto si sforzava di carpirle il più intimo segreto della sua vita.

Fantasticavo così da più di un'ora, quando il custode venne a dirmi: Signore, si chiude.

Poco dopo, all'aria aperta, tra le meraviglie del Foro inondato di sole, avevo già dimenticato quel ritrattod'ignota e la mia poetica fantasticheria.

Tornato a casa verso la mezzanotte, chiuso il portone e fatto qualche passo nell'andito, al buio, intanto che frugo in tasca per lo scatolino dei cerini, sento o mi par di sentire l'alito caldo di un respiro umano sulla guancia destra..! Accendo in fretta un fiammifero.... Non scorgo anima viva.

Rido di me stesso e comincio a montar le scale; ma, all'improvviso, eccomi assalito da un inesplicabile senso di paura... Mi sembra che una persona invisibile monti le scale dietro di me.

Questa volta non posso ridere. Salto i gradini a quattro a quattroe richiudo prestamente l'uscio, quasi volessi impedire l'entrata.... a chi? Non lo sapevo neppur io in quel momento. Se non che in camera, mi si presentava subito alla memoria quella bianca e fredda figura d'ignota dipinta dal Van-Dick.

— Un bel soggetto di novella fantastica! pensavo nello spogliarmi per andar a letto.

E la tela di essa mi si spiegava nell'immaginazione coi più minuti particolari: la visita all'Accademia; la sensazione del soffio caldo sulla faccia provata nell'andito, al buio; poi l'apparizione, da prima indistinta, indi un po' più chiara, sebbene sempre vaporosa, dell'Ignota che veniva per ringraziarmi di quelsentimento di simpatia dimostratole la mattina. Avevo paura; non osavo risponderle. Dopo, la paura gradatamente diminuiva; la figura di lei diventava sempre più visibile. E la sera tornavo a casa più presto per rivederla, per intrattenermi con lei....

— Sì, un bel soggetto di novella fantastica!... Ma la chiusa?

Non la trovavo. E mi addormentai nel cercarla.

Durante la giornata, distratto dagli affari, non mi rammentavo più della Ignota, nè del soggetto del mio lavoro; ma ogni notte, appena entrato in camera, la fantasticata allucinazione della novella diventava quasi una realtà. Sentivo in quello stanzone di via Ripetta la presenzadella Ignota. Negli angoli dove l'ombra era più densa, la figura di lei mi pareva si disegnasse ondeggiante, come formata da una leggierissima nebbiolina azzurrognola.

Per qualche momento avevo paura, proprio paura.... (Una notte ci mancò poco non andassi di là, a svegliare Ulisse Barbieri che forse sognava un dramma sanguinoso o una ricca caccia colla civetta pel giorno seguente)... poi riprendevo il tessuto della mia novella, dal punto dove l'avevo lasciato la sera avanti.

.... La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La sua gratitudine era già diventata amore bell'e buono e non me lo nascondeva. Però quel mio terrore di lei larendeva molto triste: Ah! il mondo di là non era poi così distaccato da questo dov'ella aveva tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perchè dunque la facevo soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perchè non la riamavo un pochino?... Le rispondevo di sì; ma ella mi leggeva nell'animo la mia forte repugnanza per l'affetto di una morta, di uno spirito! E intanto l'apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di dolcissimo ribrezzo...

— Un bel soggetto di novella fantastica!Sì... Ma la chiusa? La catastrofe?

E mi addormentavo nel cercarla.

E così ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz'ora in uno stato strano, nè di completa realtà nè di allucinazione completa; talchè, a volte, non sapevo più distinguere se fosse l'idea della mia novella che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell'idea fosse la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed attore nel punto stesso.

— Ma la chiusa? la chiusa?

.... Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo più resisterle. Però ella miappariva, di volta in volta, più mesta, d'una mestizia di profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! — Ora potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l'avrei distinta da un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava più all'orecchio così fioca come se giungesse da immensa distanza. — Perchè sei così trista? — Non mi ami!... Non puoi amarmi! — Oh, no t'inganni! Io t'amo!... T'amo!.. — Me lo dici per pietà!... Grazie! Addio, addio! Non ci vedremo più! — E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda alle mie preghiere, ora che l'amavo davvero, ora che avevole lagrime agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell'addio!...

— Oh!... La chiusa era trovata!

Lo crederai? Questa novella non mi è riuscito di scriverla nè allora nè dopo. Tutte le volte che l'ho tentato, la forma non mi è mai parsa così leggiera, così trasparente, vorrei dire così impalpabile come la richiederebbe il soggetto.

I miei amici, Giorgio Arcoleo — in quel tempo non ancora professore di diritto costituzionale ma già facondissimo parlatore — Ruggiero Mascari — uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini della letteratura — Francesco Giunta — un amabile scettico che, dopo aver studiato avvocatura, faper poltroneria il professore di belle lettere molto meglio di tant'altri che vi si addicono di proposito — tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata insieme sul Vomero, all'ombra del gran pergolato, quando nel raccontare ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se novella, o allucinazione, o realtà spiritica, mi tremava, un po' dalla commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perchè quel fantasma di donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma e renderlo visibile agli occhi altrui[74].

— Ma scrivi la tua novella proprio come l'hai raccontata! mi diceva parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch'era stato ad ascoltarmi con grande interesse.

Inutile! Quella novellavissutaè rimasta sempre ribelle a qualunque forma letteraria, cioè superiore; e dimostra che non sempre giova l'esser pieno d'un soggetto perchèla mano risponda, come Michelangelo direbbe.

Il caso, se non m'inganno, è caratteristico molto. Le due allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e lasonnambolica o spiritica, vi s'intrecciano ed innestano l'una nell'altra da render difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del come non parlo.

Intanto, mentre il ricordo, l'impressione, laforma idealedella novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l'effetto dell'opera d'arte che provocolla oramai non è più lo stesso. Ho riveduto, dopo quasi otto anni, quelritratto d'ignota: la magìa di esso è sparita. Forse perchè situato in un'altra stanza, con altra luce, in un posto così basso da poter essere osservato da vicino? Forse perchè lo stato dell'animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?

E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione di scrivere la mia novella si faceva sentire più forte, e più forte, egualmente, l'impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta d'una sensazione immediata!... Ahimè, il pennello del Van-Dick non rinnovava il miracolo del 1875!

***

Avviene non di rado che l'opera d'arte sgorghi fuor dell'immaginazione così intimamente compenetrata colla forma, così completamente forma, senza preparazioni od elaborazionidi sorta, che la quasi incoscienza del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.

Un'incoscienzasui generis. Non c'è propriamente un vero sviluppo, una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bensì una specie di fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L'analogia delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche è spiccatissima.

Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del 1881 una fiaba popolare,La Reginotta. E dicevo al bambino:mi eroincaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci riuscivo. C'è voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle tragedie, non è possibile rifarle. — Com'è che, parecchi mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un'altra fiaba tutta di mia invenzione,Spera di sole, alla quale non avevo pensato neppur un momento?

C'era una volta....E la fiaba era venuta fuori quasi sotto dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo, per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno letterario così insolito per me, fosse tornato a ripetersi.

Tu sai che io amo rimugginarelungamente un'opera d'arte, per averla nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la prima parola, possa sapere precisamente quale dovrà esserne l'ultima. Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente il quinto, l'ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza neppur sapere quel che dovrebbero mettervi. La profonda convinzione che un'opera d'arte sia un organismo, non solamente m'impedisce di fare questi maravigliositours de force, ma mi arresta per giorni, per settimane, permesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente a quell'insieme, ripugnante a quell'organismo. Mi è impossibile di spiccare un salto a piè pari, di lasciare una parola in bianco o un periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi, miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza del valore di una transizione, di uno scorcio, tal'altra per una speciale agilità della mente che trova subito la correzione, la frase da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.

Perciò io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:

C'era una volta.....i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, s'impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla.

Spesso mi andavo domandando, con curiosità bambinesca, in che modo il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani: brava la Reginotta, bravo il Reuccio!

Vissi più settimane soltanto con essi(coi personaggi delle mie fiabe)ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi è già convintoche la realtà sia il vero regno dell'arte. Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel capo; avevoSerpentinain pericolo, o laReginottache mi moriva di languore perRanocchino, o ilReche faceva la terza prova di star sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla.

E scrivendo così nella prefazione del mio libro non adoperavo un artificio rettorico ma dicevo la schietta verità.

Capisco bene, Amico mio, che non c'è da gridare al miracolo. Una discreta cognizione della forma artisticadelle fiabe; un mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d'altronde ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari; la speciale condizione di quel loro mondo così estraneo ad ogni legge di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare il mio còmpito artistico, quantunque veramente nulla sia più difficile del facile e nulla più complicato, nella esecuzione, dell'apparente semplicità in letteratura.

Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneità del fenomeno non perde il suo valore per questo.

Il caso seguente è più complesso. La sensazione vi si trasforma lentamente in allucinazione letteraria, enel passaggio si assimila altre consimili impressioni della realtà per poi produrre un effetto inatteso.

Si tratta d'un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo Stendhal riceveva, senza che l'autore l'avesse fatto a posta, una calda riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato della realtà vi si rivestiva d'une infinité de petits cristaux mobiles et ebluissants; e l'autore, imitando i minatori di Hallein che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l'air est perfaictement sec, d'offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs, presentava il suo ramoscello ai lettori,invitandoli a discendere con lui nelle profonde miniere della passione amorosa.

Però, la cristallizzazione dell'ultima branca del suo ramoscello non parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo servì, con uno di quegli incontri che producono il famosocoup de foudre.Il faudrait changer ce mot ridicule, dice lo Stendhal;cependant la chose existe.

«Sentivo tremare in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi.... Per due settimane rifeciogni giorno i viali dei Giardini pubblici ove l'avevo incontrata. Aspettavo, delle ore, smanioso, agitato, come se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la magica virtù d'un violentissimo filtro, e fosse omai stretto ad essa l'intiero destino della mia vita..... Sentivo sopratutto e vedevo con lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere colle parole, un'emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso, un'essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto un vestigio coll'orma dei suoi piedini; l'erba, le foglie delle piante difiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai lembi della sua veste toccati mentr'ella passava; l'aria intiera n'era impregnata; gli atomi luminosi, da lei spostati nell'andare, vibravano ancora.»

Si era messo a notare, forse per uno sfogo, queste impressioni sulla carta, certamente senza più rammentarsi dell'ultima novella del suo volume che gli pareva non armonizzasse colla intonazione delle altre; però, di mano in mano ch'egli avea proceduto in quella sincera confessione del suo peccato di pensiero, il fantasma della persona cercata con tanta smania e non più potuta rivedere gli si era confuso nella mente col fresco ricordo di un'altra persona, velandoquesta colla grazia gentile della sua bellissima figura. E così, fitta, per due giorni, una vera ossessione lo aveva posseduto; e la creatura della sua fantasia, più viva, più evidente d'una creatura reale, gli avea ripetuto dentro, punto per punto, coi più minuti particolari, il lungo processo d'una passione morta di sfinimento poco prima.

Col cuore sconvolto, col cervello in fiamme, egli avea lavorato dodici ore al giorno, di seguito, levandosi dal tavolino soltanto per prendere un boccone e rifarsi, con un pò di sonno, delle esauste forze; e appena scritta, con mano tremante, l'ultima parola della sua novella, era cascato colla testa sul manoscritto, mezzosvenuto; il sangue gli turbinava nel cervello, in tutta la persona....e gli era parso di morire.

Poi si era destato da quello sbalordimento come da un grave e lungo sonno. Stretto e tormentato, per più di quindici giorni, fra i terribili artigli della sua fulminea passione, in certi momenti anche atterrito di quella implacabile violenza, si era destato sereno, tranquillo, completamente guarito. Aveva amato e posseduto, nella sua allucinazione artistica, l'adorato fantasma; e quel processo di passione così rapidamente ripetutosi nella sua immaginazione e nel suo cuore, avea prodotto gli effetti della passione reale.

Tornò ai giardini pubblici per rintracciarviquello che già gli pareva un passato lontano. «Era la stessa stagione del nostro primo incontro; la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e qua e là fiorite. Il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi tra le frondi agitate dal venticello della sera.

Ahimè! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano più nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei canali, torbide, verdastre, riflettevano gli oggetti con un tono di colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle ninfee, gracidavano una musicadegna del posto, che ora mi sembrava pretensionoso e volgare... E andando via rimuginavo:

— Ma è dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del nostro spirito, uno scherzo, un'illusione?»

***

Lo so; questa quasi incoscienza dell'allucinazione letteraria non è la perfetta incoscienza delle sonnambule e deimediumsscriventi.

«Gli artisti, dice il Richet, per sforzi che facciano, non giungeranno mai a perdere la nozione della loro personalità; non cesseranno un istante dal distinguersi dalle loro creazioni,non dimenticheranno il loroioe, malgrado la febbre dell'ispirazione, si vedranno sempre seduti al loro tavolino occupati a fare un poema, un dramma, un romanzo[75]».

Sta bene.

Nell'obbiettivazione dei tipi, com'egli la chiama, le sonnambule non li concepiscono, li realizzano in loro. «Esse non assistono, come le allucinate, da spettatrici, alle immagini che si muovono sotto i loro occhi; somigliano piuttosto ad un attore che preso da subita follìa, scambiata colla realtà l'azione di un dramma, si credesse trasformato, corpo ed anima, nel personaggio da rappresentare[76].»

Sta benissimo. Ma la mezza allucinazione, l'allucinazione completa, l'obbiettivazione dei tipi, per quanto differentissime tra loro, sono forse così dissimili da non potersi ridurre ad uno stesso fenomeno in diversi gradi d'intensità?

Io non ti ho nascosto la mia ammirazione pei documenti che pubblico. Dubitando del mio giudizio, ho consultato e fatto consultare persone assai più competenti e più imparziali di me.

Giosuè Carducci, lette sulle bozze di stampa leVisioni di fra Iacopone, dettava a una gentile amica che gliele avea presentate in mio nome[77]:

«Di Jacopone da Todi non rimangonoprose altro che tradotte dal suo latino. Difficile dunque giudicare delle prose in queste colonne rappresentate. La lirica di Jacopone è mescolata di moltissime dizioni e frasi umbre. Nulla di dialetto umbro nelle prose di queste bozze. In queste colonne, anzi, molta affettazione di prosa antica del secolo XIV, che il più delle volte non riesce bene. Ma l'invenzione dellevisioniè molto felice e quasi corrispondente e in armonia ai tempi mistici.»

Alessandro di Ancona, che conosce fra Jacopone come pochissimi in Italia, non rispondeva altrimenti ad un comune amico che l'avea richiesto di un parere, e notava parecchie parole non dell'epoca:ufficio, ciuccio,puntaa li piedi, venio, portaali, tiraami lottava, fulminando, si divertiano, livello, piazzavansi, li mezzi umani.[78]

Letto l'episodio della battaglia delle Termopili, il Carducci diceva: «Anche questa volta ammiro la trovata ch'è buona, e specialmente la secondaparte è consentanea all'ambiente greco. Ma da principio c'è unlasciare all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere, che è uno stile tutto moderno e non bello. E quell'esclamare:O figli di Licurgo!per dire gli Spartani non è storico. Un antico avrebbe detto:o figli, o discendenti di Ercole. Ma tutto insieme lavisioneè ben trovata ed è felice specialmente l'ultima parte.»

E aggiungeva chegli pareva impossibile che un ragazzo quasi ignorante potesse scrivere a quel modo di quelle cose.

A me, invece, pare altrettanto impossibile quanto, per esempio, la trasposizione dei sensi.

Il prof. Cesare Lombroso, nello scritto da me accennato, diceva:

Non è vero che nel sonnambulismo naturale e anche nell'artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente dalla cerchia fisiologica come lalucidità profeticaper dirla in una parola, e la trasposizione dei sensi? È una domanda a cui lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni olimpici del capo che pei profani sono più schiaccianti di dieci dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono dir nulla.Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.E qui le narrerò come io, incredulissimo fino a pochi giorni fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione. Quell'egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore (tutte cose rare a trovarsi anche divise) che è il professore Scipione Giordano mi fece conoscere or non è molto una singolare fanciulla, gentile d'aspetto come nell'anima, quattordicenne, educata all'antica in una di quelle famiglie illustri per ingegno e insieme per onestà, delle qualisi va perdendo lo stampo, e che esclude già a priori ogni simulazione, ogni esagerazione. In quell'epoca e per causa della pubertà essa fu ad un tratto colpita dall'isterismo, con tutta la sua forma classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilità di deglutire e, quel che più interessa, di sonnambulismo intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso grado d'acutezza colla punta del naso e col lobulo dell'orecchio sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti. Avvicinando, per esempio, un dito all'orecchio od al naso o accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne restava irritata: —I veùle emborgneme(volete accecarmi) gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato nell'occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava l'avambraccioa difendere il lobulo dell'orecchio e la pinna del naso e restava così per dieci o dodici minuti.Anche l'olfatto aveva trasposto; chè l'ammoniaca, l'assafetida non destavano, cacciate sotto il naso, la più lieve reazione; invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale. Così, se l'odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi, aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede dell'odore e scuoteva rapidamente la testa.Più tardi l'olfatto si trasportò al dorso del piede; ed allora, quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva, restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una leggera dilazione delle pinne nasali.Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io l'abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a una lunga serie di fatti del tutto analoghi. — Già nel 1808 Petetin (Electricité animale, Lyon, 1808) osservò otto donne catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella regioneepigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ciò sembra doverci trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra, s'intravvede che una spiegazione può trovarsi di questo strano fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere la cerchia della sensibilità specifica, in quella generale d'onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il fenomeno non ci eleva al di sopra d'Adamo, ci fa discendere. Ed è naturale, trattandosi d'un fatto essenzialmente morboso, che ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilità da uno all'altro membro collaterale del corpo che si può con un metallo provocare nelle isteriche ed è legata dunque ad un movimento molecolare.Forse vi è qualche cosa di più; si avverte meglio lo svolgersi successivo dei fenomeni della propria nervosi, perchè nella eccitazione straordinaria dell'estasi sonnambolica noi acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle cui condizioni, come nell'ingranaggio d'un orologio, stanno iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.

Non è vero che nel sonnambulismo naturale e anche nell'artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente dalla cerchia fisiologica come lalucidità profeticaper dirla in una parola, e la trasposizione dei sensi? È una domanda a cui lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni olimpici del capo che pei profani sono più schiaccianti di dieci dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono dir nulla.

Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.

E qui le narrerò come io, incredulissimo fino a pochi giorni fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione. Quell'egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore (tutte cose rare a trovarsi anche divise) che è il professore Scipione Giordano mi fece conoscere or non è molto una singolare fanciulla, gentile d'aspetto come nell'anima, quattordicenne, educata all'antica in una di quelle famiglie illustri per ingegno e insieme per onestà, delle qualisi va perdendo lo stampo, e che esclude già a priori ogni simulazione, ogni esagerazione. In quell'epoca e per causa della pubertà essa fu ad un tratto colpita dall'isterismo, con tutta la sua forma classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilità di deglutire e, quel che più interessa, di sonnambulismo intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso grado d'acutezza colla punta del naso e col lobulo dell'orecchio sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.

Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti. Avvicinando, per esempio, un dito all'orecchio od al naso o accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne restava irritata: —I veùle emborgneme(volete accecarmi) gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato nell'occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava l'avambraccioa difendere il lobulo dell'orecchio e la pinna del naso e restava così per dieci o dodici minuti.

Anche l'olfatto aveva trasposto; chè l'ammoniaca, l'assafetida non destavano, cacciate sotto il naso, la più lieve reazione; invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale. Così, se l'odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi, aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede dell'odore e scuoteva rapidamente la testa.

Più tardi l'olfatto si trasportò al dorso del piede; ed allora, quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva, restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una leggera dilazione delle pinne nasali.

Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io l'abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a una lunga serie di fatti del tutto analoghi. — Già nel 1808 Petetin (Electricité animale, Lyon, 1808) osservò otto donne catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella regioneepigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.

Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ciò sembra doverci trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra, s'intravvede che una spiegazione può trovarsi di questo strano fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere la cerchia della sensibilità specifica, in quella generale d'onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il fenomeno non ci eleva al di sopra d'Adamo, ci fa discendere. Ed è naturale, trattandosi d'un fatto essenzialmente morboso, che ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilità da uno all'altro membro collaterale del corpo che si può con un metallo provocare nelle isteriche ed è legata dunque ad un movimento molecolare.

Forse vi è qualche cosa di più; si avverte meglio lo svolgersi successivo dei fenomeni della propria nervosi, perchè nella eccitazione straordinaria dell'estasi sonnambolica noi acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle cui condizioni, come nell'ingranaggio d'un orologio, stanno iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.

A proposito di un caso consimile il Prof. Achille de Giovanni, della clinica psichiatrica di Padova, ha fatto delle belle osservazioni che potrai leggere per intiero nella Gazzetta medica italiana.[79]Per dare una scientifica spiegazione del fenomeno egli ricorre alleimpressioni tattili incoscienti pregresse, coesistenti ad altrettante percezioni visive ed immagazzinate nel cervello in istato di latenza; e conchiude: «Quando penso al meraviglioso e ricchissimo lavorio di associazione ideo-sensoria, alla persistente incubazione e latenza dei fenomeni psichici e sensoriali, alla mirabile reciprocità di nessi genetici fra il cosciente e l'incosciente, deiquali fatti tutti possiamo averne prove palmari anche in grossolane osservazioni su noi stessi e sugli altri, e dei quali infine scrissero magistralmente e con indirizzo eminentemente scientifico lo Spencer, il Bain, il Taine, il Maudsley ecc. mi sento lusingato che il mio modo d'interpretazione di alcuni fenomeni psicosensori dell'ipnotismo non poggi del tutto sull'assurdo, sull'immaginoso, sul fantastico.»

È precisamente quello che vorrei dir io a proposito dei miei confronti dello stato normale della produzione letteraria coll'altro che, per intenderci, dobbiamo chiamare anormale. Siamo forse proprio sicuri che non avvenga nell'incoscienza dellecommunicazionispiritiche un fatto ditrasposizione intellettualeidentica a quella dei sensi; e che, in date circostanze, in date condizioni, presso particolari organismi, la funzione del pensiero non si produca in tutt'altri organi che il cervello? Se la punta del naso puòvedere, se il lobo dell'orecchio può leggere e distinguere i gradi del dinamometro, o le lettere maiuscole dell'ottometro (questo nel caso riferito dal prof. De Giovanni) perchè dovrà poi parerciimpossibileche sipensi, mettiamo, col braccio o colla punta delle dita? Se ci pare assurdo l'attribuire a cause sovrumane i meravigliosi fenomeni dell'allucinazione, dell'obbiettivazionedei tipi della perdita del libero arbitrio, dellesuggestioni che si svegliano nell'organismo dopo un lungo e determinato tratto di tempo[80], perchè dobbiamo esser ritrosi di attribuire il fenomeno della medianità scrivente (intuitivaomeccanica, non importa) a una causa perfettamente naturale cioè, niente distinta dall'umano organismo?

Noi cominciamo appena ora ad intravedere i portenti dell'eredità fisiologica e psicologica che si nascondono nel nostro corpo. L'azione magnetica, lo stato, diciamo così, spiritico, risvegliate tutte queste impressioni ereditarie latenti e liberatele dalla prepotenza delle impressioni immediate,le fanno forse entrare coscientemente in azione? Lo ignoriamo.

Ma se questo potesse venir chiarito con una serie di osservazioni positive (e non mi pare punto difficile) molti dei più sorprendenti fenomeni spiritici risulterebbero la cosa più naturale del mondo.

Visto che un semplicepassaggiomagnetico può togliere la coscienza della propria personalità, è da tentare se lo stesso mezzo non possa servire ad una operazione opposta, cioè a levar via gl'ultimi strati di impressioni fisiologiche e psicologiche e a mettere a nudo, o a poco a poco, quello che ancora sussiste dentro di noi dei mondi fisiologici e psicologici estinti.

Io credo fermamente che tali esperienze siano possibilissime e che darebbero meravigliosi resultati.

Presentandosi una favorevole occasione, ho l'intenzione di provarmici.

Questo non significa voler rimanere sprofondati ad ogni costo nellamorta goradel materialismo: significa soltanto voler essere cauti per non mettere il piede in fallo.

Un gran fisiologo che, per fortuna, è anche un gran pensatore, il Lotze, senza affermar nulla che sia contrario alle più rigorose esigenze del metodo positivo e ai dati più solidi della scienza, dopo aver conchiuso in favore dell'esistenza dell'animanelle piante, nell'animale, e nell'uomo, collo stesso rigore ha detto: «Nientepuò impedirci di affermare in una maniera generale che le anime siano mortali; ma può anche accadere che un'anima peritura non perisca nel corso del mondo, e che, in grazia dell'idea, goda un'esistenza indefinita a cui, da per sè stessa, non avrebbe alcun diritto. Se nello sviluppo della vita spirituale essa realizza un contenuto di tal valore da meritar di sopravvivere nell'insieme del mondo, e rimarrà: se, al contrario, nulla si produce in un'anima da esigere questa permanenza spirituale, e noi dobbiamo credere che essa perirà. Naturalmente si vorrà trarre da queste premesse la conchiusione che le anime delle bestie siano mortali e quella dell'uomo immortale. Ma noinon esamineremo se in tal modo non si accordi assai poco valore all'anima delle bestie e troppo a quella dell'uomo[81].»

Tutti i fenomeni dello spiritismo, per fino leapparizioni, lematerializzazioni, lefotografie dei morti, non hanno finora condotto aresultati scientificipiù diffinitivi di questi del Lotze. Le nuove esperienze del Crookes, fatte con tale apparato scientifico di mezzi e di testimoni da non lasciare nessun dubbio intorno alla loro serietà, si limitano astabilire come fuor di controversia l'esistenza d'una forza nuova dell'organismo umano che può chiamarsiFORZA PSICHICA. Tu vedibene che non si esce dall'organismo umano.[82]

Ma appunto per esser cauti e non mettere il piede in fallo, anche accordando un valore reale a questo confronto di fatti di ordine diverso, non dobbiamo trarne conseguenze che sorpassino la sfera di essi fatti. Con fenomeni come quelli dello spiritismo, se non risultaavveratoche si tratti di fenomeni sovrumani, non risulta neancoavveratoche si tratti soltanto di fenomeni assolutamente naturali ed umani, nel ristrettissimo senso che noi sogliamo dare a queste parole. Chi sarà tanto presuntuoso da poter direin questo momento:Est, est! Non, non?

Ed ecco, caro Farina, perchè la mia lettera intestata con una timida interrogazione di curioso, può, senza contraddirsi, finire allo stesso modo, domandando:Spiritismo?


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