Chapter 13

[366]Plauto, nellaCasina,IV. 3:Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.[367]«Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»[368]Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.[369]Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux.[370]Sztachovicz.Op. cit.[371]Tommaseo.Canti greci.[372]Lib.IV: «In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari, sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc.»[373]Code du Cérémonial par Mmela comtesse de Bassanville. Paris, 1867: «La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller. Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où l'on danse pour ne pas être remarqué.»[374]Cfr.Atharvaveda, lib.XIV, presso gliIndische studiendi Weber, v.[375]Zeitschrift für Deutsche Mythologie.[376]Casina:Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.[377]In Nuptias Juliæ et Manlii:Transfer omine cum bonoLimen aureolos pedesRasilemque subi forem.[378]De bello Pharsalico:Turritaque premens frontem matrona coronaTranslata vitat contingere limina planta.[379]Cfr.Rossbach.Untersuchungen über die Römische Ehe, Stuttgart, 1853.[380]Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.[381]XXIV:... E se talvolta o suoraO fratello o cognata, o la medesmaVeneranda tua madre (chè benignoA me fu Priamo ognor) mi rampognava,Tu mansueto, con dolce ripiglio,Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.[382]Cfr.Foucaux.Histoire du Bouddha Sakya Mouni.[383]La Dora.[384]Un tinello di quagliata; cfr.Tommaseo,Canti Côrsi.[385]Cfr.Mittermaier,Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts. Cfr. la formola tedesca nelXIIIcapitolodel primo libro di quest'opera.[386]Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «Quo mulier offensa, claves remisit, domum revertit.»[387]Ed. Henschel, 1840-50.[388]Cfr.Kuhn und Schwarz,Op. cit.[389]Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo titolo:Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino Carrera(Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.»[390]«Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»[391]Perugino.[392]Sardegna.[393]Sicilia.[394]Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.[395]Trentino.[396]Grecia antica. Cfr.Becker.Charikles,III.[397]Cfr.Musso.Chronicon Placentinum, presso il Muratori, R. It. Ser.XVI: «Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant bibere.»[398]Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib.IV.[399]Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam[400]In Nuptias Juliæ et Manlii:Neu nuces pueris negetDesertum domini audiensConcubinus amorem.Da nuces pueris, inersConcubine. Satis diuLusisti nucibus. LubetJam servire Thalassio.Concubine, nuces da.Sordebant tibi villuli,Concubine, hodie atque heriNunc tuum cinerariusTondet os. Miser, ah miserConcubine, nuces da.[401]Pane e noci, Vita da sposi.[402]Cfr.Caballero.Cuentos y poesias populares andaluces, nel cuento che s'intitola:La suegra del diablo.«Siendo para Panfila el pelar la pava una perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su madre, y acudió à la reja.»[403]Lo riferisco in nota per la sua stranezza:Che bel piasì ch' l'è p'r miEsse si tant bin vestì.Im ved propi a sté binIn grassia d'l spus Giuvanin.S'era bütame a t'rmolé,Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,Am fasìu vnì a pussédeTüta la bela cumpagniaD' sta spusiña tant'alegra e ardìa,Sübit sunt vultame in alegrìa.Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñeCh'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.An sissì i god üna perfeta tranquilitàSuvra sta taula tan bin parià.Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegramentA vnì fin adess che vöi fé me testament.Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöiCh'as fan d'tuiru fin an s'y öi,Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e PeruCarlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru.Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntentéP'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.Lass i me oss a ün can bel gross.La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.Tüta la mia piüma pi fiñaCh'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.E arivand la necessità,A sarà pöi già parià.Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,Vöi pa passé da avar.I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.[404]Missa haec face,Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.[405]«O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori, perchè ce li facciate vendere.»[406]«Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»[407]Dintorni di Fenestrelle.[408]In Nuptias Juliae et Manlii.[409]GliStatuti di Modena, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale; e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.[410]Cfr.De Habitu Virginum, opera, 1726, p. 179: «Quasdam virgines non pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur.»Varrone, presso Nonio Marcellino: «Pueri obscoenis novae nuptulae aures restaurant.»Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a Geronzia: «Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit, ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes.»[411]De Civitate Dei, lib. 6, cap.IX: «Cum mas et fœmina conjungantur, adhibetur deusJugatinus.Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit; adhibetur deusDomiducus;ut in domo sit, adhibetur deusDomitius;ut maneat cum viro, additur deaManturna.Impletur cubiculum turba numinum, quando et paranymphi inde discedunt. Adest deaVirginensiset deus paterSubiguset dea materPremaet deaPertundaetVenusetPriapus.Virginensis quidem ad hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se commoveat, comprimatur.»[412]Cfr.Nieuport,De ritibus Romanorum.[413]Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nelcapitolo dei pronostici.[414]Cfr.Hotman,De veteri ritu nuptiarum: «rapi solebat fax nuptialis, qua prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors propinqua alterius captari putabatur.»[415]Cfr. ilcap.IVdel secondo libro.[416]Antiquitates Italicæ, diss.XX.De actibus mulierum.Gli sposi «a sacerdote monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens observandam indicerent continentiam.»[417]Cfr.Becker,Op. cit.[418]Cfr.Hotman.Op. cit.— Macrobio, lib.I, c. 15: «Primus nuptiarum dies verecundiæ datur.» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»[419]In Allgäun e Bettringen; Cfr.Weber.Op. cit.[420]Cfr.Ubicini.La Turquie actuelle.[421]Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»[422]Cfr.Kuhn und Schwarz.Op. cit.[423]Cfr.Simbrock.Op. cit.[424]Saturn.I. 16.[425]Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange.Op. cit.«Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis sponso et sponsa in primo sponsalio, post festum nativitatis Domini proxime venturum.»[426]Cfr.Ovidio.Fast.V:Si te proverbia tangunt,Mense malas Maio nubere vulgus ait.[427]Op. cit., ultima edizione, sotto la voceBurghenglish: «Burghenglish, Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis, quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap.VI: Natu Minimus domicilium principale habebit,in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag. 346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur. Germanici.[428]Cfr. la miaStoria dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali. Livorno, 1874.[429]Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro delR'igveda.[430]Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'Atharvaveda, presso gliIndische Studiendi Weber,V.[431]Cfr.Chéruel.Op. cit.[432]Op. cit.— «Sciendum est(così nelleLeges Scoticæ, lib.IV, cap. 31)quod secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3 denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca, vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12 vaccae.» In quem locum sic Skeneus(l'editore delleLeges Scoticae): «March equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur.» — «Nemo(così leLeges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21)feminam det viro, antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis) habere» — «Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S. Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ summa ei persoluta; quod quidem (prohibitum Litter. Philippi VI anni 1336 et Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507 cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.» Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quamCazzagiovocabant, testis estHistoria Sabaudiæ. —Huius moris appendix est quod legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit qu'elle esposoit.» Mi sembra finalmente un resto deljus primæ noctisil tributo di una moneta d'oro che presso ilChronicon Poloniædi Boguphalus, il tedesco, figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund) e da quanti altri passeranno con una vergine.[433]Cfr.Bandello, p. terza, nov. 54.ª[434]Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «Item quod hangarias et honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus.»[435]Passeggiate nel Canavese.[436]Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei piùchi eri. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene che Annibale passando di là abbia detto in latinojam veni, onde sia venuto il nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.[437]«Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum ponendo ignem in vulvam ipsius.» I popolani di Vische alla loro volta «illustrem Dominum Jacobum nihilomine suspicantem, dum venaretur armata manu circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile abscindunt et in os inserunt.»[438]Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente deltusinaggioè il Durandi (Della Marca d'Ivrea. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini il Durandi si esprime: «Alla relazionede Bello Canepiciano, che Pietro Azario finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli. Dinominaronotusinaggiocotesta loro unione o lega etusinootuchinociascun de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che «Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum.» «Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovatotusinaggioveniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni, per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome derivi...»[439]Op. Cit., V.[440]Les parents et les proszci ayant achevé le contrat, on convient du jour où l'époux devra envoyer le cortége nuptial pour recevoir la prétendue. Dans cet intervalle le fiancé fait choix de deux parents ou de deux amis, chargés de servir de parrains à sa future; ce sont les djevers ouparanymphesde l'ancienne Grèce. Il invite également tous les jeunes gens de sa connaissance qui devront figurer dans le cortége destiné à aller prendre la fiancée; ce sont lessvati. Dès l'aube du jour arrêté pour les épousailles, et même dès la veille, si la rèsidence de la jeune fille est éloignée, la joyeuse compagnie desdjeverset dessvati, formée tout entière de cavaliers, quand on le peut, et emmenant avec elle une monture destinée à la jeune épouse, après avoir bu le coup de l'étrier, quitte la maison du futur, et, précédés d'un porte-étendard oubariaktar, chantant, caracolant, tirant des coups de fusil, se porte à la rencontre d'un cortége semblable envoyé par les parents de la fille. Au moment où les deux troupes sont en vue l'une de l'autre, les deuxbariaktari, se portant en avant, simulent un combat de quelques instants, puis, mettant pied à terre, dansent, s'embrassent et déchargent leurs pistolets. Tous arrivent enfin devant la maison de l'épousée, sur le seuil de laquelle ils trouvent, prêts à les recevoir, les parents de la fille, à l'exception toutefois du père et de la mère. Lesdjeversse présentant alors réclament la mère, l'informent de leur mission, et demandent qu'il leur soit permis d'emmener la promise. La mère doit s'opposer à leur dessein, pleurer à la rigueur, jusqu'à ce que, calmée par les présents qui lui sont offerts, elle accorde un dernier consentement. Le cortége dessvatipénètre alors dans la maison où se trouve ouvert un coffre, don du fiancé, et géneralement acheté au bazar de Rieka ou à Scutari. Ce grand bahut, peint en couleurs voyantes, est destiné a recevoir les cadeaux que chacun se fait un devoir d'apporter, et consistant en toute espèce d'objets de toilette ou même d'ustensiles de cuisine, destinés à constituer à la fois et le trousseau et le ménage de la jeune épouse. Pendant ce temps la mère et les amies de la jeune fille ont emmené celle-ci, et s'occupent à la revetir des atours qui ont été préparés, depuis la chemise de fine soie de Scutari, aux larges manches brodées, jusq'à layaketade velours surchargée d'or. Au frère de la mariée incombe le devoir de faire tomber de sa tête la kapa, emblème de verginité, qui couvrait son front de jeune fille, et qui le voile sévère dè l'épouse va désormais remplacer. Cependant la table est ouverte auxsvati; leshandjarsentament à grands coups les moutons rôtis; le vin, le café et l'eau-de-vie circulent; et tandis que devant la porte de la maison retentissent, dans un cercle de danseur, les cris et les arquebusades, de joyeuxbrindisisaluent la mariée prête au départ.... Escortée à droite et à gauche par sesdjeverset suivie par les bruyant svati, la nouvelle épouse gagne enfin la maison où elle va commencer une nouvelle vie. Sur le seuil de celle-ci elle aperçoit la starictchina qui vient à sa rencontre, portant dans ses bras un jeune enfant qu'il offre à ses caresses (conformemente al rito vedico, ed anche al brettone); cérémonie emblématique et présage heureux des devoirs maternels qu'elle aura bientôt à remplir. Au tour de sa belle mère de lui offrir ensuite une pomme qu'elle doit, autant que possible, jeter pardessus le faîte de la maison; si elle n'y réussit pas, c'est de moins bon augure. Le cortége tout entier a envahi la maison des époux, le festin dessvaticommence, tandis que les djevers vont sans façons s'asseoir sur le lit nuptial où le mari vient leur offrir les mets et les libations. A leur tour de s'occuper de la jeune femme, et de faire pour elle tous les frais de galanterie auxquels le mari, en qualité de maître, ne saurait condescendre sortout sous des yeux étrangers. Le soir venu, les parrains accompagnent encore la jeune femme dans la chambre nuptiale où l'époux se rend à son tour, après avoir reçu la bènédiction du chef de la famille. Lesdjeversrejoignent enfin la compagnie joyeuse, qui, rassemblée autour du foyer, en disperse les tisons et les cendres jusqu'à ce qu'on lui ait servi l'eau-de-vie et les figues sèches.» Frilley et Wlahovitj.Le Montenegro contemporain; Paris, Plon, 237 e seg.[441]Cfr.Sant'Agostino.De Civitate Dei, VII: «Sed quid hic dicam? cum ibi sit et Priapus nimis masculus; super cujus immanissimum fascinum sedere nova nupta jubebatur, more honestissimo ac religiosissimo matronarum».[442]Presso Plutarco.[443]Cfr.Caballero, op. cit.,cuentodellaSuegra del diablo: «Cuando los novios se iban a retirar a la camara nupcial, llamò la tia Holofernes a su hija y la dijo: Cuando estàn Vds. recogidos en su aposento, cierra bien todas las puertas y ventanas; tapa todas las rendijas, y no dejes sin tapar sino unicamente el agujero de la llave. — Toma en seguida una rama de olivo bendito, y ponte a pegar con ella a tu marido hasta que yo te avise; esta cerimonia es de cajon en todas las bodas y significa que en la alcoba manda la mujer».[444]Traduco così l'epitalamio di Gallieno, presso Trebellio Pollione, tra gliScriptores historiæ Augustæ: «Fuit autem Gallienus (quod negari non potest) oratione, poemate atque omnibus artibus clarus. Huius est illud epithalamium, quod inter centum poetas precipuum fuit. Nam quum fratrum suorum filios coniugaret, et omnes poetæ græci latinique epithalamia dixissent, idque per dies plurimos, quum ille manus sponsorum teneret, ut quidam dicunt, sæpius ita dixisse fertur:Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullisOmnibus inter vos: non murmura vestra columbae,Brachia non hederae non vincant oscula conchae.Anche alle noci che lo sposo distribuiva ai fanciulli, Servio attribuisce lo stesso scopo che aveva l'epitalamio: «Vulgare est ideo spargi nuces, ut rapientibus pueris fiat strepitus, ne Puellae vox virginitatem deponentis possit audiri».

[366]Plauto, nellaCasina,IV. 3:Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.

[366]Plauto, nellaCasina,IV. 3:

Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.

Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.

[367]«Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»

[367]«Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»

[368]Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.

[368]Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.

[369]Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux.

[369]Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux.

[370]Sztachovicz.Op. cit.

[370]Sztachovicz.Op. cit.

[371]Tommaseo.Canti greci.

[371]Tommaseo.Canti greci.

[372]Lib.IV: «In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari, sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc.»

[372]Lib.IV: «In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari, sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc.»

[373]Code du Cérémonial par Mmela comtesse de Bassanville. Paris, 1867: «La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller. Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où l'on danse pour ne pas être remarqué.»

[373]Code du Cérémonial par Mmela comtesse de Bassanville. Paris, 1867: «La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller. Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où l'on danse pour ne pas être remarqué.»

[374]Cfr.Atharvaveda, lib.XIV, presso gliIndische studiendi Weber, v.

[374]Cfr.Atharvaveda, lib.XIV, presso gliIndische studiendi Weber, v.

[375]Zeitschrift für Deutsche Mythologie.

[375]Zeitschrift für Deutsche Mythologie.

[376]Casina:Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.

[376]Casina:

Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.

Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.

[377]In Nuptias Juliæ et Manlii:Transfer omine cum bonoLimen aureolos pedesRasilemque subi forem.

[377]In Nuptias Juliæ et Manlii:

Transfer omine cum bonoLimen aureolos pedesRasilemque subi forem.

Transfer omine cum bonoLimen aureolos pedesRasilemque subi forem.

[378]De bello Pharsalico:Turritaque premens frontem matrona coronaTranslata vitat contingere limina planta.

[378]De bello Pharsalico:

Turritaque premens frontem matrona coronaTranslata vitat contingere limina planta.

Turritaque premens frontem matrona coronaTranslata vitat contingere limina planta.

[379]Cfr.Rossbach.Untersuchungen über die Römische Ehe, Stuttgart, 1853.

[379]Cfr.Rossbach.Untersuchungen über die Römische Ehe, Stuttgart, 1853.

[380]Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.

[380]Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.

[381]XXIV:... E se talvolta o suoraO fratello o cognata, o la medesmaVeneranda tua madre (chè benignoA me fu Priamo ognor) mi rampognava,Tu mansueto, con dolce ripiglio,Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.

[381]XXIV:

... E se talvolta o suoraO fratello o cognata, o la medesmaVeneranda tua madre (chè benignoA me fu Priamo ognor) mi rampognava,Tu mansueto, con dolce ripiglio,Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.

... E se talvolta o suoraO fratello o cognata, o la medesmaVeneranda tua madre (chè benignoA me fu Priamo ognor) mi rampognava,Tu mansueto, con dolce ripiglio,Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.

[382]Cfr.Foucaux.Histoire du Bouddha Sakya Mouni.

[382]Cfr.Foucaux.Histoire du Bouddha Sakya Mouni.

[383]La Dora.

[383]La Dora.

[384]Un tinello di quagliata; cfr.Tommaseo,Canti Côrsi.

[384]Un tinello di quagliata; cfr.Tommaseo,Canti Côrsi.

[385]Cfr.Mittermaier,Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts. Cfr. la formola tedesca nelXIIIcapitolodel primo libro di quest'opera.

[385]Cfr.Mittermaier,Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts. Cfr. la formola tedesca nelXIIIcapitolodel primo libro di quest'opera.

[386]Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «Quo mulier offensa, claves remisit, domum revertit.»

[386]Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «Quo mulier offensa, claves remisit, domum revertit.»

[387]Ed. Henschel, 1840-50.

[387]Ed. Henschel, 1840-50.

[388]Cfr.Kuhn und Schwarz,Op. cit.

[388]Cfr.Kuhn und Schwarz,Op. cit.

[389]Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo titolo:Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino Carrera(Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.»

[389]Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo titolo:Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino Carrera(Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.

E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.

Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.

Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.

Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.

Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.

Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.»

[390]«Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»

[390]«Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»

[391]Perugino.

[391]Perugino.

[392]Sardegna.

[392]Sardegna.

[393]Sicilia.

[393]Sicilia.

[394]Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.

[394]Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.

[395]Trentino.

[395]Trentino.

[396]Grecia antica. Cfr.Becker.Charikles,III.

[396]Grecia antica. Cfr.Becker.Charikles,III.

[397]Cfr.Musso.Chronicon Placentinum, presso il Muratori, R. It. Ser.XVI: «Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant bibere.»

[397]Cfr.Musso.Chronicon Placentinum, presso il Muratori, R. It. Ser.XVI: «Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant bibere.»

[398]Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib.IV.

[398]Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib.IV.

[399]Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam

[399]Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam

[400]In Nuptias Juliæ et Manlii:Neu nuces pueris negetDesertum domini audiensConcubinus amorem.Da nuces pueris, inersConcubine. Satis diuLusisti nucibus. LubetJam servire Thalassio.Concubine, nuces da.Sordebant tibi villuli,Concubine, hodie atque heriNunc tuum cinerariusTondet os. Miser, ah miserConcubine, nuces da.

[400]In Nuptias Juliæ et Manlii:

Neu nuces pueris negetDesertum domini audiensConcubinus amorem.Da nuces pueris, inersConcubine. Satis diuLusisti nucibus. LubetJam servire Thalassio.Concubine, nuces da.Sordebant tibi villuli,Concubine, hodie atque heriNunc tuum cinerariusTondet os. Miser, ah miserConcubine, nuces da.

Neu nuces pueris negetDesertum domini audiensConcubinus amorem.Da nuces pueris, inersConcubine. Satis diuLusisti nucibus. LubetJam servire Thalassio.Concubine, nuces da.Sordebant tibi villuli,Concubine, hodie atque heriNunc tuum cinerariusTondet os. Miser, ah miserConcubine, nuces da.

[401]Pane e noci, Vita da sposi.

[401]Pane e noci, Vita da sposi.

[402]Cfr.Caballero.Cuentos y poesias populares andaluces, nel cuento che s'intitola:La suegra del diablo.«Siendo para Panfila el pelar la pava una perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su madre, y acudió à la reja.»

[402]Cfr.Caballero.Cuentos y poesias populares andaluces, nel cuento che s'intitola:La suegra del diablo.«Siendo para Panfila el pelar la pava una perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su madre, y acudió à la reja.»

[403]Lo riferisco in nota per la sua stranezza:Che bel piasì ch' l'è p'r miEsse si tant bin vestì.Im ved propi a sté binIn grassia d'l spus Giuvanin.S'era bütame a t'rmolé,Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,Am fasìu vnì a pussédeTüta la bela cumpagniaD' sta spusiña tant'alegra e ardìa,Sübit sunt vultame in alegrìa.Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñeCh'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.An sissì i god üna perfeta tranquilitàSuvra sta taula tan bin parià.Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegramentA vnì fin adess che vöi fé me testament.Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöiCh'as fan d'tuiru fin an s'y öi,Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e PeruCarlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru.Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntentéP'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.Lass i me oss a ün can bel gross.La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.Tüta la mia piüma pi fiñaCh'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.E arivand la necessità,A sarà pöi già parià.Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,Vöi pa passé da avar.I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.

[403]Lo riferisco in nota per la sua stranezza:

Che bel piasì ch' l'è p'r miEsse si tant bin vestì.Im ved propi a sté binIn grassia d'l spus Giuvanin.S'era bütame a t'rmolé,Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,Am fasìu vnì a pussédeTüta la bela cumpagniaD' sta spusiña tant'alegra e ardìa,Sübit sunt vultame in alegrìa.Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñeCh'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.An sissì i god üna perfeta tranquilitàSuvra sta taula tan bin parià.Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegramentA vnì fin adess che vöi fé me testament.Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöiCh'as fan d'tuiru fin an s'y öi,Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e PeruCarlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru.Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntentéP'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.Lass i me oss a ün can bel gross.La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.Tüta la mia piüma pi fiñaCh'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.E arivand la necessità,A sarà pöi già parià.Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,Vöi pa passé da avar.I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.

Che bel piasì ch' l'è p'r miEsse si tant bin vestì.Im ved propi a sté binIn grassia d'l spus Giuvanin.S'era bütame a t'rmolé,Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,Am fasìu vnì a pussédeTüta la bela cumpagniaD' sta spusiña tant'alegra e ardìa,Sübit sunt vultame in alegrìa.Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñeCh'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.An sissì i god üna perfeta tranquilitàSuvra sta taula tan bin parià.Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegramentA vnì fin adess che vöi fé me testament.Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöiCh'as fan d'tuiru fin an s'y öi,Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e PeruCarlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru.Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntentéP'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.Lass i me oss a ün can bel gross.La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.Tüta la mia piüma pi fiñaCh'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.E arivand la necessità,A sarà pöi già parià.Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,Vöi pa passé da avar.I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.

[404]Missa haec face,Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.

[404]

Missa haec face,Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.

Missa haec face,Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.

[405]«O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori, perchè ce li facciate vendere.»

[405]«O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori, perchè ce li facciate vendere.»

[406]«Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»

[406]«Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»

[407]Dintorni di Fenestrelle.

[407]Dintorni di Fenestrelle.

[408]In Nuptias Juliae et Manlii.

[408]In Nuptias Juliae et Manlii.

[409]GliStatuti di Modena, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale; e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.

[409]GliStatuti di Modena, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale; e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.

[410]Cfr.De Habitu Virginum, opera, 1726, p. 179: «Quasdam virgines non pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur.»Varrone, presso Nonio Marcellino: «Pueri obscoenis novae nuptulae aures restaurant.»Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a Geronzia: «Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit, ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes.»

[410]Cfr.De Habitu Virginum, opera, 1726, p. 179: «Quasdam virgines non pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur.»

Varrone, presso Nonio Marcellino: «Pueri obscoenis novae nuptulae aures restaurant.»

Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a Geronzia: «Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit, ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes.»

[411]De Civitate Dei, lib. 6, cap.IX: «Cum mas et fœmina conjungantur, adhibetur deusJugatinus.Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit; adhibetur deusDomiducus;ut in domo sit, adhibetur deusDomitius;ut maneat cum viro, additur deaManturna.Impletur cubiculum turba numinum, quando et paranymphi inde discedunt. Adest deaVirginensiset deus paterSubiguset dea materPremaet deaPertundaetVenusetPriapus.Virginensis quidem ad hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se commoveat, comprimatur.»

[411]De Civitate Dei, lib. 6, cap.IX: «Cum mas et fœmina conjungantur, adhibetur deusJugatinus.Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit; adhibetur deusDomiducus;ut in domo sit, adhibetur deusDomitius;ut maneat cum viro, additur deaManturna.Impletur cubiculum turba numinum, quando et paranymphi inde discedunt. Adest deaVirginensiset deus paterSubiguset dea materPremaet deaPertundaetVenusetPriapus.Virginensis quidem ad hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se commoveat, comprimatur.»

[412]Cfr.Nieuport,De ritibus Romanorum.

[412]Cfr.Nieuport,De ritibus Romanorum.

[413]Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nelcapitolo dei pronostici.

[413]Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nelcapitolo dei pronostici.

[414]Cfr.Hotman,De veteri ritu nuptiarum: «rapi solebat fax nuptialis, qua prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors propinqua alterius captari putabatur.»

[414]Cfr.Hotman,De veteri ritu nuptiarum: «rapi solebat fax nuptialis, qua prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors propinqua alterius captari putabatur.»

[415]Cfr. ilcap.IVdel secondo libro.

[415]Cfr. ilcap.IVdel secondo libro.

[416]Antiquitates Italicæ, diss.XX.De actibus mulierum.Gli sposi «a sacerdote monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens observandam indicerent continentiam.»

[416]Antiquitates Italicæ, diss.XX.De actibus mulierum.Gli sposi «a sacerdote monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens observandam indicerent continentiam.»

[417]Cfr.Becker,Op. cit.

[417]Cfr.Becker,Op. cit.

[418]Cfr.Hotman.Op. cit.— Macrobio, lib.I, c. 15: «Primus nuptiarum dies verecundiæ datur.» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»

[418]Cfr.Hotman.Op. cit.— Macrobio, lib.I, c. 15: «Primus nuptiarum dies verecundiæ datur.» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»

[419]In Allgäun e Bettringen; Cfr.Weber.Op. cit.

[419]In Allgäun e Bettringen; Cfr.Weber.Op. cit.

[420]Cfr.Ubicini.La Turquie actuelle.

[420]Cfr.Ubicini.La Turquie actuelle.

[421]Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»

[421]Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»

[422]Cfr.Kuhn und Schwarz.Op. cit.

[422]Cfr.Kuhn und Schwarz.Op. cit.

[423]Cfr.Simbrock.Op. cit.

[423]Cfr.Simbrock.Op. cit.

[424]Saturn.I. 16.

[424]Saturn.I. 16.

[425]Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange.Op. cit.«Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis sponso et sponsa in primo sponsalio, post festum nativitatis Domini proxime venturum.»

[425]Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange.Op. cit.«Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis sponso et sponsa in primo sponsalio, post festum nativitatis Domini proxime venturum.»

[426]Cfr.Ovidio.Fast.V:Si te proverbia tangunt,Mense malas Maio nubere vulgus ait.

[426]Cfr.Ovidio.Fast.V:

Si te proverbia tangunt,Mense malas Maio nubere vulgus ait.

Si te proverbia tangunt,Mense malas Maio nubere vulgus ait.

[427]Op. cit., ultima edizione, sotto la voceBurghenglish: «Burghenglish, Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis, quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap.VI: Natu Minimus domicilium principale habebit,in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag. 346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur. Germanici.

[427]Op. cit., ultima edizione, sotto la voceBurghenglish: «Burghenglish, Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis, quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap.VI: Natu Minimus domicilium principale habebit,in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag. 346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur. Germanici.

[428]Cfr. la miaStoria dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali. Livorno, 1874.

[428]Cfr. la miaStoria dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali. Livorno, 1874.

[429]Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro delR'igveda.

[429]Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro delR'igveda.

[430]Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'Atharvaveda, presso gliIndische Studiendi Weber,V.

[430]Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'Atharvaveda, presso gliIndische Studiendi Weber,V.

[431]Cfr.Chéruel.Op. cit.

[431]Cfr.Chéruel.Op. cit.

[432]Op. cit.— «Sciendum est(così nelleLeges Scoticæ, lib.IV, cap. 31)quod secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3 denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca, vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12 vaccae.» In quem locum sic Skeneus(l'editore delleLeges Scoticae): «March equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur.» — «Nemo(così leLeges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21)feminam det viro, antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis) habere» — «Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S. Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ summa ei persoluta; quod quidem (prohibitum Litter. Philippi VI anni 1336 et Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507 cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.» Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quamCazzagiovocabant, testis estHistoria Sabaudiæ. —Huius moris appendix est quod legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit qu'elle esposoit.» Mi sembra finalmente un resto deljus primæ noctisil tributo di una moneta d'oro che presso ilChronicon Poloniædi Boguphalus, il tedesco, figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund) e da quanti altri passeranno con una vergine.

[432]Op. cit.— «Sciendum est(così nelleLeges Scoticæ, lib.IV, cap. 31)quod secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3 denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca, vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12 vaccae.» In quem locum sic Skeneus(l'editore delleLeges Scoticae): «March equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur.» — «Nemo(così leLeges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21)feminam det viro, antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis) habere» — «Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S. Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ summa ei persoluta; quod quidem (prohibitum Litter. Philippi VI anni 1336 et Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507 cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.» Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quamCazzagiovocabant, testis estHistoria Sabaudiæ. —Huius moris appendix est quod legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit qu'elle esposoit.» Mi sembra finalmente un resto deljus primæ noctisil tributo di una moneta d'oro che presso ilChronicon Poloniædi Boguphalus, il tedesco, figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund) e da quanti altri passeranno con una vergine.

[433]Cfr.Bandello, p. terza, nov. 54.ª

[433]Cfr.Bandello, p. terza, nov. 54.ª

[434]Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «Item quod hangarias et honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus.»

[434]Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «Item quod hangarias et honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus.»

[435]Passeggiate nel Canavese.

[435]Passeggiate nel Canavese.

[436]Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei piùchi eri. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene che Annibale passando di là abbia detto in latinojam veni, onde sia venuto il nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.

[436]Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei piùchi eri. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene che Annibale passando di là abbia detto in latinojam veni, onde sia venuto il nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.

[437]«Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum ponendo ignem in vulvam ipsius.» I popolani di Vische alla loro volta «illustrem Dominum Jacobum nihilomine suspicantem, dum venaretur armata manu circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile abscindunt et in os inserunt.»

[437]«Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum ponendo ignem in vulvam ipsius.» I popolani di Vische alla loro volta «illustrem Dominum Jacobum nihilomine suspicantem, dum venaretur armata manu circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile abscindunt et in os inserunt.»

[438]Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente deltusinaggioè il Durandi (Della Marca d'Ivrea. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini il Durandi si esprime: «Alla relazionede Bello Canepiciano, che Pietro Azario finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli. Dinominaronotusinaggiocotesta loro unione o lega etusinootuchinociascun de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che «Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum.» «Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovatotusinaggioveniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni, per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome derivi...»

[438]Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente deltusinaggioè il Durandi (Della Marca d'Ivrea. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini il Durandi si esprime: «Alla relazionede Bello Canepiciano, che Pietro Azario finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli. Dinominaronotusinaggiocotesta loro unione o lega etusinootuchinociascun de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che «Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum.» «Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovatotusinaggioveniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni, per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome derivi...»

[439]Op. Cit., V.

[439]Op. Cit., V.

[440]Les parents et les proszci ayant achevé le contrat, on convient du jour où l'époux devra envoyer le cortége nuptial pour recevoir la prétendue. Dans cet intervalle le fiancé fait choix de deux parents ou de deux amis, chargés de servir de parrains à sa future; ce sont les djevers ouparanymphesde l'ancienne Grèce. Il invite également tous les jeunes gens de sa connaissance qui devront figurer dans le cortége destiné à aller prendre la fiancée; ce sont lessvati. Dès l'aube du jour arrêté pour les épousailles, et même dès la veille, si la rèsidence de la jeune fille est éloignée, la joyeuse compagnie desdjeverset dessvati, formée tout entière de cavaliers, quand on le peut, et emmenant avec elle une monture destinée à la jeune épouse, après avoir bu le coup de l'étrier, quitte la maison du futur, et, précédés d'un porte-étendard oubariaktar, chantant, caracolant, tirant des coups de fusil, se porte à la rencontre d'un cortége semblable envoyé par les parents de la fille. Au moment où les deux troupes sont en vue l'une de l'autre, les deuxbariaktari, se portant en avant, simulent un combat de quelques instants, puis, mettant pied à terre, dansent, s'embrassent et déchargent leurs pistolets. Tous arrivent enfin devant la maison de l'épousée, sur le seuil de laquelle ils trouvent, prêts à les recevoir, les parents de la fille, à l'exception toutefois du père et de la mère. Lesdjeversse présentant alors réclament la mère, l'informent de leur mission, et demandent qu'il leur soit permis d'emmener la promise. La mère doit s'opposer à leur dessein, pleurer à la rigueur, jusqu'à ce que, calmée par les présents qui lui sont offerts, elle accorde un dernier consentement. Le cortége dessvatipénètre alors dans la maison où se trouve ouvert un coffre, don du fiancé, et géneralement acheté au bazar de Rieka ou à Scutari. Ce grand bahut, peint en couleurs voyantes, est destiné a recevoir les cadeaux que chacun se fait un devoir d'apporter, et consistant en toute espèce d'objets de toilette ou même d'ustensiles de cuisine, destinés à constituer à la fois et le trousseau et le ménage de la jeune épouse. Pendant ce temps la mère et les amies de la jeune fille ont emmené celle-ci, et s'occupent à la revetir des atours qui ont été préparés, depuis la chemise de fine soie de Scutari, aux larges manches brodées, jusq'à layaketade velours surchargée d'or. Au frère de la mariée incombe le devoir de faire tomber de sa tête la kapa, emblème de verginité, qui couvrait son front de jeune fille, et qui le voile sévère dè l'épouse va désormais remplacer. Cependant la table est ouverte auxsvati; leshandjarsentament à grands coups les moutons rôtis; le vin, le café et l'eau-de-vie circulent; et tandis que devant la porte de la maison retentissent, dans un cercle de danseur, les cris et les arquebusades, de joyeuxbrindisisaluent la mariée prête au départ.... Escortée à droite et à gauche par sesdjeverset suivie par les bruyant svati, la nouvelle épouse gagne enfin la maison où elle va commencer une nouvelle vie. Sur le seuil de celle-ci elle aperçoit la starictchina qui vient à sa rencontre, portant dans ses bras un jeune enfant qu'il offre à ses caresses (conformemente al rito vedico, ed anche al brettone); cérémonie emblématique et présage heureux des devoirs maternels qu'elle aura bientôt à remplir. Au tour de sa belle mère de lui offrir ensuite une pomme qu'elle doit, autant que possible, jeter pardessus le faîte de la maison; si elle n'y réussit pas, c'est de moins bon augure. Le cortége tout entier a envahi la maison des époux, le festin dessvaticommence, tandis que les djevers vont sans façons s'asseoir sur le lit nuptial où le mari vient leur offrir les mets et les libations. A leur tour de s'occuper de la jeune femme, et de faire pour elle tous les frais de galanterie auxquels le mari, en qualité de maître, ne saurait condescendre sortout sous des yeux étrangers. Le soir venu, les parrains accompagnent encore la jeune femme dans la chambre nuptiale où l'époux se rend à son tour, après avoir reçu la bènédiction du chef de la famille. Lesdjeversrejoignent enfin la compagnie joyeuse, qui, rassemblée autour du foyer, en disperse les tisons et les cendres jusqu'à ce qu'on lui ait servi l'eau-de-vie et les figues sèches.» Frilley et Wlahovitj.Le Montenegro contemporain; Paris, Plon, 237 e seg.

[440]Les parents et les proszci ayant achevé le contrat, on convient du jour où l'époux devra envoyer le cortége nuptial pour recevoir la prétendue. Dans cet intervalle le fiancé fait choix de deux parents ou de deux amis, chargés de servir de parrains à sa future; ce sont les djevers ouparanymphesde l'ancienne Grèce. Il invite également tous les jeunes gens de sa connaissance qui devront figurer dans le cortége destiné à aller prendre la fiancée; ce sont lessvati. Dès l'aube du jour arrêté pour les épousailles, et même dès la veille, si la rèsidence de la jeune fille est éloignée, la joyeuse compagnie desdjeverset dessvati, formée tout entière de cavaliers, quand on le peut, et emmenant avec elle une monture destinée à la jeune épouse, après avoir bu le coup de l'étrier, quitte la maison du futur, et, précédés d'un porte-étendard oubariaktar, chantant, caracolant, tirant des coups de fusil, se porte à la rencontre d'un cortége semblable envoyé par les parents de la fille. Au moment où les deux troupes sont en vue l'une de l'autre, les deuxbariaktari, se portant en avant, simulent un combat de quelques instants, puis, mettant pied à terre, dansent, s'embrassent et déchargent leurs pistolets. Tous arrivent enfin devant la maison de l'épousée, sur le seuil de laquelle ils trouvent, prêts à les recevoir, les parents de la fille, à l'exception toutefois du père et de la mère. Lesdjeversse présentant alors réclament la mère, l'informent de leur mission, et demandent qu'il leur soit permis d'emmener la promise. La mère doit s'opposer à leur dessein, pleurer à la rigueur, jusqu'à ce que, calmée par les présents qui lui sont offerts, elle accorde un dernier consentement. Le cortége dessvatipénètre alors dans la maison où se trouve ouvert un coffre, don du fiancé, et géneralement acheté au bazar de Rieka ou à Scutari. Ce grand bahut, peint en couleurs voyantes, est destiné a recevoir les cadeaux que chacun se fait un devoir d'apporter, et consistant en toute espèce d'objets de toilette ou même d'ustensiles de cuisine, destinés à constituer à la fois et le trousseau et le ménage de la jeune épouse. Pendant ce temps la mère et les amies de la jeune fille ont emmené celle-ci, et s'occupent à la revetir des atours qui ont été préparés, depuis la chemise de fine soie de Scutari, aux larges manches brodées, jusq'à layaketade velours surchargée d'or. Au frère de la mariée incombe le devoir de faire tomber de sa tête la kapa, emblème de verginité, qui couvrait son front de jeune fille, et qui le voile sévère dè l'épouse va désormais remplacer. Cependant la table est ouverte auxsvati; leshandjarsentament à grands coups les moutons rôtis; le vin, le café et l'eau-de-vie circulent; et tandis que devant la porte de la maison retentissent, dans un cercle de danseur, les cris et les arquebusades, de joyeuxbrindisisaluent la mariée prête au départ.... Escortée à droite et à gauche par sesdjeverset suivie par les bruyant svati, la nouvelle épouse gagne enfin la maison où elle va commencer une nouvelle vie. Sur le seuil de celle-ci elle aperçoit la starictchina qui vient à sa rencontre, portant dans ses bras un jeune enfant qu'il offre à ses caresses (conformemente al rito vedico, ed anche al brettone); cérémonie emblématique et présage heureux des devoirs maternels qu'elle aura bientôt à remplir. Au tour de sa belle mère de lui offrir ensuite une pomme qu'elle doit, autant que possible, jeter pardessus le faîte de la maison; si elle n'y réussit pas, c'est de moins bon augure. Le cortége tout entier a envahi la maison des époux, le festin dessvaticommence, tandis que les djevers vont sans façons s'asseoir sur le lit nuptial où le mari vient leur offrir les mets et les libations. A leur tour de s'occuper de la jeune femme, et de faire pour elle tous les frais de galanterie auxquels le mari, en qualité de maître, ne saurait condescendre sortout sous des yeux étrangers. Le soir venu, les parrains accompagnent encore la jeune femme dans la chambre nuptiale où l'époux se rend à son tour, après avoir reçu la bènédiction du chef de la famille. Lesdjeversrejoignent enfin la compagnie joyeuse, qui, rassemblée autour du foyer, en disperse les tisons et les cendres jusqu'à ce qu'on lui ait servi l'eau-de-vie et les figues sèches.» Frilley et Wlahovitj.Le Montenegro contemporain; Paris, Plon, 237 e seg.

[441]Cfr.Sant'Agostino.De Civitate Dei, VII: «Sed quid hic dicam? cum ibi sit et Priapus nimis masculus; super cujus immanissimum fascinum sedere nova nupta jubebatur, more honestissimo ac religiosissimo matronarum».

[441]Cfr.Sant'Agostino.De Civitate Dei, VII: «Sed quid hic dicam? cum ibi sit et Priapus nimis masculus; super cujus immanissimum fascinum sedere nova nupta jubebatur, more honestissimo ac religiosissimo matronarum».

[442]Presso Plutarco.

[442]Presso Plutarco.

[443]Cfr.Caballero, op. cit.,cuentodellaSuegra del diablo: «Cuando los novios se iban a retirar a la camara nupcial, llamò la tia Holofernes a su hija y la dijo: Cuando estàn Vds. recogidos en su aposento, cierra bien todas las puertas y ventanas; tapa todas las rendijas, y no dejes sin tapar sino unicamente el agujero de la llave. — Toma en seguida una rama de olivo bendito, y ponte a pegar con ella a tu marido hasta que yo te avise; esta cerimonia es de cajon en todas las bodas y significa que en la alcoba manda la mujer».

[443]Cfr.Caballero, op. cit.,cuentodellaSuegra del diablo: «Cuando los novios se iban a retirar a la camara nupcial, llamò la tia Holofernes a su hija y la dijo: Cuando estàn Vds. recogidos en su aposento, cierra bien todas las puertas y ventanas; tapa todas las rendijas, y no dejes sin tapar sino unicamente el agujero de la llave. — Toma en seguida una rama de olivo bendito, y ponte a pegar con ella a tu marido hasta que yo te avise; esta cerimonia es de cajon en todas las bodas y significa que en la alcoba manda la mujer».

[444]Traduco così l'epitalamio di Gallieno, presso Trebellio Pollione, tra gliScriptores historiæ Augustæ: «Fuit autem Gallienus (quod negari non potest) oratione, poemate atque omnibus artibus clarus. Huius est illud epithalamium, quod inter centum poetas precipuum fuit. Nam quum fratrum suorum filios coniugaret, et omnes poetæ græci latinique epithalamia dixissent, idque per dies plurimos, quum ille manus sponsorum teneret, ut quidam dicunt, sæpius ita dixisse fertur:Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullisOmnibus inter vos: non murmura vestra columbae,Brachia non hederae non vincant oscula conchae.Anche alle noci che lo sposo distribuiva ai fanciulli, Servio attribuisce lo stesso scopo che aveva l'epitalamio: «Vulgare est ideo spargi nuces, ut rapientibus pueris fiat strepitus, ne Puellae vox virginitatem deponentis possit audiri».

[444]Traduco così l'epitalamio di Gallieno, presso Trebellio Pollione, tra gliScriptores historiæ Augustæ: «Fuit autem Gallienus (quod negari non potest) oratione, poemate atque omnibus artibus clarus. Huius est illud epithalamium, quod inter centum poetas precipuum fuit. Nam quum fratrum suorum filios coniugaret, et omnes poetæ græci latinique epithalamia dixissent, idque per dies plurimos, quum ille manus sponsorum teneret, ut quidam dicunt, sæpius ita dixisse fertur:

Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullisOmnibus inter vos: non murmura vestra columbae,Brachia non hederae non vincant oscula conchae.

Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullisOmnibus inter vos: non murmura vestra columbae,Brachia non hederae non vincant oscula conchae.

Anche alle noci che lo sposo distribuiva ai fanciulli, Servio attribuisce lo stesso scopo che aveva l'epitalamio: «Vulgare est ideo spargi nuces, ut rapientibus pueris fiat strepitus, ne Puellae vox virginitatem deponentis possit audiri».


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