VI.Gli sposi velati.

Quando passano il parentado con lo sposoPrendi i pampini della bianca vite,Sì prendi i pampini della vite bianca,E ne intessi due corone[311].

Quando passano il parentado con lo sposoPrendi i pampini della bianca vite,Sì prendi i pampini della vite bianca,E ne intessi due corone[311].

Presso i latini sappiamo che si coronava la nuova sposa con verbene ed erbe scelte da lei medesima, e Imene si cingeva le tempie coi fiori della fragrante maggiorana[312]; fra i primi cristiani, entrambi gli sposi si incoronavano[313].

Nell'uso moderno europeo, generalmente, s'incorona invece solo più la sposa[314]; e come le antiche spose, per memoria di Suida, dedicavano il cinto nuziale a Diana, le nostre dedicano la loro ghirlanda nuziale alla Vergine, che ne ha preso il posto e ne compie, presso le donne, i più delicati uffici[315].

Il velo può avere un doppio simbolo, o di legare materialmente gli sposi o di rappresentarne la innocenza; il fatto che le vedove non solevano, passando a seconde nozze, ripigliare il velo nuziale[316]può convenire per la dichiarazione così d'un simbolo come dell'altro. E il pudore naturale alle vergini dovette loro farlo più accetto e contribuire a perpetuarne l'uso; se bene, per verità, anche a tal pudorevi siano state e vi siano eccezioni[317]. Il velo che ora vediamo per lo più bianco sul capo delle spose, come desiderato segno di candore, in origine era di un color rosso di fuoco; e peròflammeumlo chiamavano i Latini. Io inclino quindi a credere che il desiderio di fargli simboleggiare la innocenza fosse in origine il minimo, e che il colore del velo simboleggiasse piuttosto la prima unione maritale. Per i Latini, ilflammeumdoveva essere simbolo d'unione sempiterna, se dobbiamo attenerci alla sola interpretazione che, sotto questa voce, ne dà Festo[318], il quale nota come la moglie del flamine, alla quale non era lecito il far divorzio, portasse di continuo ilflammeum; ma non è impossibile che laflaminicaportasse ilflammeumossia il velo color fiamma, color del fuoco generatore,per l'unica ragione che si chiamavaflaminica. Si noti tuttavia come il velo nuziale si converte ordinariamente anche per le donne maritate moderne in cuffia: la qual cuffia, come il velo, rappresenta non tanto l'innocenza che si ha, quanto quella che si è perduta, come mi sembra provarlo l'usanza della Piccola Russia da me ricordata, per la quale si copre il capo con un fazzoletto a modo di cuffia, anche alla fanciulla che, senza maritarsi, ha peccato.

Il velo si metteva nelle antiche nozze sul capo dello sposo non meno che della sposa; e sappiamo che, velati, nella cerimonia sacrificale, solevano pure mostrarsi gli sposi romani. I cristiani adottarono l'uso del velo nuziale solamente verso il terzo o quarto secolo dell'era volgare, poichè in odio delflammeumpagano, parve loro assai tempo empia consuetudine; e forse d'allora in qua, non volendosi o non potendosi sopprimere il velo, se ne mutò il color rosso in bianco. Durò l'uso del velo nuziale per tutto il medio evo in chiesa, nè solo per la sposa, ma anche per lo sposo. Quattro uomini tenevano i quattro angoli del velo sospeso sopra le due teste incoronate degli sposi, sempre che non si trattasse di vedovi[319]. E un testimonio oculare mi scrive aver notato in una cerimonia nuziale a Parigi, nel tempio della Madeleine, or sono pochi anni, come, ad un certo punto della messa, si distendesse da due parenti sul capo degli sposi un velo oblungo. «Le Greche dell'Armenia, scrive il signor Zecchini, pel giorno delle loro nozze portano un velo di color rosso e giallo, col quale si coprono la testa e tutto il corpo.»

Quello che il velo sul capo, esprime il tappeto nuziale disteso sotto i piedi degli sposi e sopra i sedili uniti ov'essi siedono; è simbolo, cioè, del primo materiale congiungimento[320]. Gli sposi russi, per quanto dura la sacra funzione, restano in piedi sovra un tappeto di raso color rosa; gli sposi cercano mettervi i piedi nello stesso tempo, poichè si crede che nella casa padroneggerà quello o quella che metterà primo il piede sul tappeto nuziale. Gli sposi indiani rimanevano sopra una rossa pelle di toro. Gli sposi romani sedevano sopra scanni fra loro congiunti con una pelle della vittima sacrificata, la quale, come si rileva da certi bassorilievi, era una vacca. Noto, per incidente, come nel sacrificio nuziale degli antichi Finni si sacrificava pure un toro[321]. Ora, una reminiscenza di cosiffatti usi simbolici mi sembra di certo ancora il tappeto o cuscino rosso, sopra il quale, nell'agro Tuderte, innanzi la soglia della casa, la suocera fa inginocchiare la sposa[322].

Altri son gli anelli della promessa, altro l'anello che si mette, in presenza del prete, solennemente in chiesa. In Russia, in Albania, sul Pindo, gli sposi scambiano i loro anelli tre volte. Scambio di anelli tra gli sposi notiamo pure nelle Edda, fra i Germani e fra i Brettoni. Rosso doveva essere l'anello nuziale scandinavo, e d'oro lo mantenne generalmente l'uso nuziale indo-europeo, forse in memoria delc'akrao circolo o disco del sole, il primo degli sposi.

Questo anello si mette, come è noto, al quarto dito, chiamato perciòanulare, cui nel medio evo si reputava corrispondere una vena del cuore. Secondo un rituale della chiesa di Rheims, il prete provava l'anello sulle tre prime dita, recitando per ciascun dito una formula ripetuta dal fidanzato, e al quarto dito si fermava con un'altra formola[323]. Ma conviene che lo sposo abbia alcuna avvertenza nel mettere in chiesa l'anello alla sposa; poichè la sposa trae pronostici dalla maggiore o minor violenza con cui lo sposo l'inanella; se lo sposo canavesano e il perugino introduca, per esempio, l'anello al di là dellaseconda congiuntura nel dito della sposa, questa deve rimanere avvertita che lo sposo sarà un tiranno domestico e che la bastonerà. Grande sventura poi il perdere l'anello nuziale; in Germania, de' due sposi morrà primo quello che avrà perduto l'anello; e, nel Perugino, si dice che starà tanti anni nel purgatorio colui che avrà perduto l'anello nuziale.

Vi ha un proverbio francese che dice:Boire et manger, coucher ensemble, c'est mariage ce me semble. Questo proverbio si riferisce evidentemente all'uso di far bere e mangiare gli sposi insieme, uso che diede luogo nel medio evo a parecchi abusi[324].

Nell'India vedica, si versava sopra le mani de' due sposi unite una doppia manata di grano arrostito.

Fra i Parsi, mentre gli sposi si danno la mano, ilmaubadversa loro sopra le mani unite riso e frumento.

La romanaconfarreatio, che consacrava le nozze, doveva avere il medesimo significato, ossia rappresentare la communione di ogni bene fra gli sposi.

Laconfarreazionesi celebrava nel cospetto del Pontefice, del Flamine e di dieci testimonii. Le Vestali preparavano un minestrone di farro con cui si aspergeva la vittima simbolica del sacrificio nuziale. Di quello stesso farro facevasi un pane del quale entrambi gli sposi doveano mangiare.

In alcuni cantoni della Brettagna, il prete taglia una fetta di pane bianco e lo spezza fra gli sposi; quindi versa vino in una tazza d'argento, che lo sposo beve in parte, passando il resto alla sposa.

In Russia, gli sposi, per un antico uso ereditato forse dai Greci, che lo hanno pure conservato, si scambiano tre volte in chiesa il calice contenente vino; l'ultima goccia dev'essere bevuta dalla sposa, la quale intende così di volere, in seguito, vuotare, rassegnata il calice delle amarezze[325].

Ne' dintorni di Bolzano (Trentino), due ragazzi sostengono due vasi pieni di vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che bevono allo stesso bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti.

Tutto ciò fa parte del cerimoniale sacro; ma vi sono usi, i quali, anche non presente il sacerdote, restano sacri, tenendo le parti del sacerdote il padre. Così, se gli sposi non divisero i cibi e le vivande in chiesa, lo faranno appena giunti a casa.

Nella valle di Susa, gli sposi mangiano allo stesso piatto e bevono allo stesso bicchiere[326].

Lo stesso uso vive in Sardegna[327]e presso il Lago Maggiore.

L'indiano Gobhila scrive d'un cibo sacrificale, che nel secondo giorno delle nozze gli sposi dovevano mangiare insieme, e il Weber[328]annota come nell'antiche usanze del settentrione, e in Colonia, e ne' Siebenbürgen gli sposi bevono allo stesso bicchiere.

Nell'Indocina[329], al banchetto nuziale gli sposi mangiano allo stesso piatto; così, generalmente, nell'India odierna, al banchetto che si fa nel quarto giorno delle feste nuziali.

Marco Cralievic', l'eroe de' Serbi, fra gli altri doni che egli reca alla sposa, ha pure una ciotola, nella quale egli deve bere con essa; e sappiamo da Quinto Curzio[330]come, presso i Macedoni, gli sposi spartissero con la spada lo stesso pane, ed insieme lo gustassero.

A simboleggiare il viaggio della vita che i due sposi insieme faranno, l'antico sposo indiano pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre giri intorno all'altare, dicendo: «Vieni, sposiamoci, facciamo figli.Uniti d'amore, gloriosi, contenti, viviamo cento anni.» Gli stessi giri intorno all'altare compievano gli sposi romani, mentre innanzi alla sposa, per augurio di fecondità, si portava il farro. Nelle nozze russe, i due sposi tengono da una mano una candela, e, pigliandosi per l'altra mano, fanno pure tre giri intorno all'altare; quindi si baciano. Un'altra cerimonia somigliante era quella de' sette passi della sposa indiana verso il nord-est, per ciascuno de' quali lo sposo faceva un augurio; all'ultimo, egli diceva: «fa l'ultimo passo come amica; siimi affezionata; possiamo noi aver molti figli e questi diventino vecchi.» Il che detto, come gli odierni sposi russi, così gli indiani accostavano volto a volto. Al Weber[331]i sette passi indiani richiamano pure in mente i sette salti dell'uso nuziale germanico. Quest'ultimo uso, meglio che il viaggio in comune degli sposi, può forse indicare soltanto che la sposa sta per fare il gran passo. Il salto della sposa ebraica ha forse il medesimo significato, se pure non è un semplice salto di gioia, come quello di Bigio, nelloStufaiolodel Doni[332].

Nel recinto domestico si celebravano le nozze indiane, slave, germaniche, greche e latine, sia che il solo padre della sposa sacrificasse, sia ch'egli chiamasse ancora, per la cerimonia, un sacerdote sacrificatore.

Nell'India meridionale, le nozze si fanno ancora sotto padiglioni sostenuti da colonne in legno molto elevate[333]. Nel medio evo, in Francia, si celebravano le nozze sulla soglia della chiesa. E che in Toscana, fino al secolo decimoquinto si consacrassero pure nozze fuori di chiesa lo argomentiamo da un divieto degliStatuti Fiorentinidel 1415[334]perchè un tale scandalo non si rinnovi. Nell'introduzione del marchese Campori agliStatuti di Modena[335], a proposito d'un matrimonio civile celebrato nel 1289, trovo poi queste parole: «Ritornando in sul dire della celebrazione di quel matrimonio, troviamo avesse luogo non in una chiesa, ma bensì nel cortile della casa di Lanfranco Rangoni, dove, benchè fosse il verno, oltrea duecento persone, tra nobili e popolani, erano convenute. Un Caretti, senza più uom laico e che vent'anni più tardi apparisce notato nella matricola de' giudici, richiese entrambi i giovani se ad unirsi in matrimonio acconsentissero; alla qual dimanda affermativamente risposero; dopo di che, i padri degli sposi innanzi a lui il consenso loro prestarono. «Allora, dice il documento nostro, Tobia Rangoni sposò coll'anello la figlia sua ad Aldrobandino, e poscia nella camera stessa di lui fu ad essi apprestato il letto nuziale. Nè allora, nè in altra circostanza, che ci sia nota, questa forma di matrimonio civile che era, al dire del Caretti medesimo, secondo le consuetudini della città, porse luogo a protestazione del clero, che pure in tante altre circostanze ciò che stimava di pertinenza sua alacremente contro l'autorità laicale soleva propugnare.»

Il concilio di Trento[336]stabilisce la nullità del matrimonio se non sia contratto in presenza del parroco e di testimonii; il qual decreto della Chiesa, preso alla lettera, dovea poi, nell'opinione del secolo decimosettimo, far parere legittime le nozze, come quelle di Lucia Mondella con Lorenzo Tramaglino[337].

Il prete supplì il padre, nelle funzioni di combinatore e consecratore di nozze; e in qualche caso supplì la pronuba, o, come il feudatario medievale, anche lo stesso marito.

Nel compiere tali ufficii e ancora nel rinunciare ai medesimi, il prete si fa pagare; raro è che il parroco si contenti, come nell'Abruzzo Teramano, che gli sposi gli bacino le mani. Egli vuol doni, e la gallina che si dà nell'Arpinate al parroco e il bicchier di birra, la candela e il ramo di rosmarino involto in un filo sfilacciato di seta rossa che ricevono il pastore ed il sagrestano, nell'Havelland[338], sono gli infimi doni che gli sposi possano rilasciare alla chiesa. Il prete indiano richiedeva, senz'altro, una vacca, e, per di più, riceveva in dono i panni sudici della sposa ch'ei solo avrebbe, secondo la credenza inspirata al volgo, potuto purificare.

In Francia, nel medio evo, il prete soleva pure intervenire al banchetto nuziale; ma fosse pudore, fosse malizia, esso preferì, in seguito, convertire il suo diritto in denaro.

Io inclino tuttavia a credere che il pudore trattenesse assai pochi dal partecipare al banchetto nuziale, per lo più indecentissimo, riflettendo come le frequenti lagnanze de' primi scrittori della Chiesa contro i preti, diaconi e sottodiaconi che assistevano ai banchetti nuziali, provino soltanto il piacere della recidiva. La speculazione potè invece più presto decidereil prete a privarsi di doni e vantaggi incerti, per assecurare ai suoi ozii una rendita fissa. Così troviamo ora che il prete per lo più, nelle cerimonie nuziali, riceve solamente danaro. Nel Pesarese, lo sposo dava al prete unpapettoo untestone, o unmezzo scudo[339]ed al sagrestano unozapparin[340]. La qual conversione del dono in danaro, premeva tanto al nostro prete ch'ei la volle pur consegnata, come legge, negli Statuti municipali[341].

Gioverà ora vedere, per merito di quali ufficii, il prete riceve la sua mercede nella cerimonia nuziale. Ai sacrificii antichi, ne' quali si sacrificavano o si fingevano di sacrificare il simbolico toro ed altri animali fecondatori, come la porca romana, con grande spargimento di grano, riso, farro, simboli di fecondità, e di acqua purificatrice, sottentrò presso i cristiani la così detta Messa degli sposi, nella quale si finge di sacrificare in corpo e sangue ed anima il fecondatore per eccellenza, la bellissima tra le figure del sole, il Cristo. Poco su poco giù, sono gli stessi inchini, le stesse benedizioni, le stesse preghiere, lo stesso spettacolo. Se non che, il prete indiano accompagnava gli sposi nella camera nuziale, e continuava a dirigerne e benedirne ogni movimento e recitar formole molto espressive, finchè non vedesse il matrimoniointieramente consumato[342]; il prete cristiano si fermò sulla soglia della chiesa. Tuttavia è notevole come anche in Francia, e particolarmente in Brettagna, il prete cristiano abbia cercato di protrarre l'uso antico, recandosi nel medio evo a benedire il letto nuziale, sopra il quale stavano gli sposi (sedentes vel jacentes, come dice il cerimoniale)[343], con le seguenti parole: «benedite questi cari giovani come voi avete benedetto Tobia e Sara; degnatevi benedirli così, o Signore, affinchè nel nome vostro essi vivano e invecchino e si moltiplichino lungamente, pel Cristo Signor Nostro. Così sia.» Altre formole di benedizione del letto nuziale si trovano ne' rituali della Francia medievale.

Quasi tutta la cerimonia nuziale è simbolica del congiungimento degli sposi e della fecondità loro augurata. Ma vi sono, fra l'altre, alcune cerimonie più significative, che meritano di fermare la nostra attenzione. Il grano, che la folla getta ancora sopra gli sposi che passano in Sardegna[344], in Sicilia e ad Ortonuovo in Lunigiana, ricorda il grano sparso a piene mani nelle cerimonie nuziali indiane e latine, il grano che soleva portarsi innanzi alla sposa latina, affinch'ella diventasse feconda, il grano chel'odierna suocera indiana versa sul capo della nuora. Il cestino di pulcini che, nella campagna di Bra, si fa abbracciare alla sposa ed i bambini che presso i Brettoni si mettevano nel letto nuziale degli sposi, ricordano l'uso vedico di mettere un bel bambino sopra il seno della sposa, per lo stesso augurio di fecondità.

I Romani facevano sedere la sposa sopra una pietra Priapea; ed un senso fallico aveva pure la pietra sopra il letame, ed altre pietre alle quali lo sposo indiano, a più riprese, faceva accostare la sposa, dalla quale scongiuravasi pertanto Viçvàvasu il genio della verginità. Le zuppe di tutta carne che si mangiano nell'Altmark, in Germania[345], dagli sposi, affinchè il loro bestiame s'accresca, ricordano i numerosi inni e riti vedici, i quali, con la fecondità degli sposi, auguravano la prosperità alla casa. A tutti questi atti augurali, aggiungansi i frequenti augurii di numerosa figliuolanza fatti, per ogni verso, con smorfie e parole agli sposi; e, dopo avere tutto notato ed esserci persuasi che le credenze più antiche sono le più tenaci, e che il mondo non minaccia spopolarsi, per difetto d'augurii alle spose affinchè si fecondino, diamoci pure un po' di spasso e permettiamoci pure di ridere, alla volta nostra, coi versi inesorabili di Tito Lucrezio, ripetendo al credulo volgo il suo eloquentenequidquam[346].

In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le vecchie stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e Turbigo, in Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella stanza ove la compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa una scodella di terra, che naturalmente va in pezzi; dalla strada allora i ragazzi fanno strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese, la suocera presenta alla sposa una pentola piena di cenere e di cattive erbe; la sposa la butta in terra; e quanto più minuti pezzi se ne fanno, più il matrimonio sarà felice e fecondo. In generale, per tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di nozze si rompa qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia simbolo, una tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il malizioso proverbio Perugino: «se si rompe qualche cosa è male per la sposa.»

Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare confetti, ciambelle e noci, che ricordano lenuces juglandesde' Romani. Allora i ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida risuonano soltanto di lunghi evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai gridatori il dono; le grida si fanno insolenti; non si rompono più cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla sposa, come se questa nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima tra le vergogne. Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per impedirein Italia l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa[347]. GliStatuti di Firenzedel 1415[348]proibiscono che si gettino sassi contro o sopra la casa, dove le nozze si fanno; gliStatuti di Città di Castello[349]vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia strepito alla casa di chi fa nozze; un decreto finalmente della Repubblica Veneta del 1562[350]ha quanto segue: «Nelle feste che si faranno di nozze, come di compagnie, et di cadauna altra, siano del tutto prohibiti li festoni sì a porte et fenestre come in ogni altro loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et simili instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria.» Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia, come pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene di festa. I giocolieri otroctingimedievali sono sostituiti dai presentitorottotelasubalpini e buffoni marchigiani, e montenegrini[351], i quali accompagnano il suono e il canto di movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure, il buffo è lo sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccandosalti meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e la viola sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la marcia nuziale ne' contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel decreto della repubblica veneta vi siano ancora vestigia tra noi[352].

Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori della chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per costume di donarli al prete, come gli Italiani del medio evo[353]. È singolare tuttavia l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli sposi dalla chiesa, si presenta un uomo con una grande paniera, adorna di dolci e nocciuole infilate, sul capo, e in mezzo alla paniera un grosso lume.

All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine della burlesca espressione italianafar lume, che vuol dire assistere a bocca asciutta al godimento degli sposi o innamorati.

Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove alla dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non volendosi, di certo, sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo caso, non è tanto d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza e fecondità; così, nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere dal fuoco nuziale che non doveva estinguersi mai; e una formola conservata dall'Atharvaveda[354], da recitarsi mentre la sposa entravain casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua, come l'uso romano voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e fuoco. Quanto all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica; l'aurora, la prima delle spose, la sposa del sole, ci presenta anch'essa alle sue nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.

Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa prima tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o l'eroe si conquista la sposa, sottraendola al suo guardiano, che la tiene occulta. La giovine sposa, allieva delle fate, cresce nelle tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle fate, esce anch'esso dalle acque tenebrose[355]. Il giovine sposo, sottrae alle tenebre la giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la figlia della notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico. Ed a questo motivo io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre talvolta nell'uso nuziale indo-europeo. Gli scrittori romani, notando l'uso, vollero spiegarlo come una reminiscenza dell'antico ratto delle Sabine; e trovarono a' dì nostri, molti critici, che ripeterono senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi consideri come il ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non della storia, ecome Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori degli avvenimenti terrestri[356]e chi consideri ancora come, presso altri popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine lo stesso uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che nacque in tempo in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica quanto e più forse dell'astronomico.

Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo celeste, lo sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero inno vedico, i cui versetti servirono poi nell'antichità indiana di formole per il cerimoniale delle nozze, il sole, insomma, servì di modello agli sposi. Egli sposa l'aurora e la rapisce dal potere sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la rugiada; la sposa rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga la rugiada; lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa. L'uso ed il fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.

Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo chiamagreco ed antico[357], ed è noto come a Sparta la cerimonia nuziale fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi parenti. Nel rito romano, ai tempi di Catullo[358]il marito fingevadi rapire dalle braccia della madre la sposa. La stessa finzione si rinnova nell'uso nuziale sardo; e a Casalvieri, nell'Arpinate, la forma del rapimento è questa:

«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa; nè, per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso, ne domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli si aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a piuoli rotta in qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale per una finestra nella casa della sposa. Dopo molto cercare trova la sposa nascosta in qualche cantuccio, e con essa egli discende ad aprire la porta della casa tutto festante ed allegro. Allora il padre e la madre della sposa gli dicono: «Or che l'hai ritrovata l'hai meritata», ed il padre di lui presenta innanzi la porta della casa ai genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «ecco la carne morta e dateci la viva[359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.

La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria, me lo fa supporre la consuetudine che vi si mantiene delserraglio[360]; per i Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo una viva lotta simulata fra gli amici dello sposo e i parenti della sposa, questa, resistente, viene portata via, di fuga sopra un tappeto; per i Finni è ancora ilKalevalache ci istruisce. Lo sposo finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar la sposa con un carro tirato da cavalli. La sposa piange alungo e non sa decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la consola; le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo mena via la sposa ed i ragazzi cantano: «Un uccello nero è venuto dal fondo della foresta fino a noi, e ci ha rapito una bell'oca.»

Allo sposo rapitore è naturale che parenti, amici, vicini, conterranei contrastino la sposa rapita; quindi, per la sposa rapita, si armano le guerre epiche; e dal mondo epico-mitico l'uso popolare ha derivato, fra gli altri impedimenti nuziali, la cerimonia del serraglio, con la quale s'impedisce l'allontanamento della sposa.

Nell'India antica, parecchie ragazze cercavano trattenere con varii scherzi lo sposo mentre egli veniva a pigliare la sposa; e lo sposo le placava con doni.

Così, in Russia, sono ancora le fanciulle che arrestano lo sposo prima ch'egli arrivi alla chiesa; e lo sposo le manda via contente con moneta spicciola e pan pepato.

Quando lo sposo, nell'Heideboden in Ungheria[361], conduce via la sposa, la gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la via; gli sposi si riscattano con un bicchiere di vino e un po' di pane, sebbene, alla prima, il procuratore della brigata dimandi assai più.

Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italiafare il serraglio, in Corsica,far la travataofar la spallera, nel Pistoiese,far la parata, nella Valtellina,far la serra, nel Tarentino,fare lo steccato[362]od anchefare la parata[363], e in parecchi luoghi del Piemonte,fare la barricata.

In generale, stimasi poco onorata la sposa di quei nostri contadi ove l'uso vige, se gli amici non arrestano gli sposi, mentre partono; arrestando lo sposo, si prova di stimare la sposa; perciò le spose si mostrano sempre liete di un tale contrasto, il quale consiste, per lo più, in un semplice nastro che la sposa stessa deve tagliare, e talora pure in una vera barricata (il serraglio qui appare simbolico della verginità della sposa).

Delserraglionuziale trovo già ricordo per la Toscana, presso il Sacchetti e poi nella decima novella di Agnolo Firenzuola[364]e in uno scritto, forse inedito, del Rinuccini, che, per quanto spetta le nozze, io riferisco per intiero, in nota, da un manoscritto della Magliabecchiana[365].

Quando la sposa va fuor di paese, il serraglio si fa agli sposi sulla porta del paese; ed ordinariamente è la sposa quella che con le forbici taglia il serraglio, se pur questo serraglio è solamente un nastro o cordoncino da potersi tagliare con le forbici, quasi voglia la sposa mostrare con tale atto ch'essa va viavolentieri e che non le importa di perdere quello che perderà. Se invece si tratti di un serraglio impossibile a tagliarsi con forbici, provvedono la ronchetta del marito e le braccia di lui e della brigata soddisfatta ne' doni, occorrendo talora di rovesciare una vera barricata composta di parecchi attrezzi da campagna.

Pure alcuna volta accade che la brigata de' giovani, ricevuta, per rispetto alla consuetudine, una piccola moneta, regali invece essa stessa con lauti cibi e bevande gli sposi.

L'uso del serraglio dura, per quanto è pervenuto a mia notizia, quantunque si vada ora sensibilmente perdendo, nel Monferrato, nell'alto Canavese, nell'Ossola, presso il Lago Maggiore, nella Valtellina, nel Trentino (Valle di Non), nel Fanese, nel Pesarese, in alcunicontadi della Toscana, in Corsica, nell'Abruzzo Teramano e nel Tarentino.

L'uso è de' più caratteristici nelle nostre cerimonie nuziali, e può servire di lucido commento alla più bella pagina dell'epopea. Lo sposo, sia che tolga la sposa stessa, sia che tolga alla sposa quello ch'essa custodisce più gelosamente, è sempre un rapitore; ora le cose vietate non ottenendosi senza difficoltà, allo sposo rapitore, che pur finisce col trionfare, si oppone, per via, qualche ostacolo; ilserraglioè figura evidente di ostacoli siffatti che lo sposo rapitore incontra. Adamo Oleario, che viaggiava nell'anno 1637 in Persia, vi aveva notato quest'uso. Quando si faceva il contratto nuziale, tutti gli astanti dovevano tenere le mani distese, poichè in tal modo s'impedivano loro atti di spregio allo sposo, come per esempio, il taglio di un lembo della vesta, con imprecazione affinchè lo sposo riesca impotente; ma di ciò si vedrà meglio nel nostro libretto sopra gliusi natalizii.

La maggior solennità delle antiche nozze romane era la così dettadeductio; il popolo affollavasi alla porta, onde la sposa doveva essere condotta alla casa maritale tra le fiaccole, i suoni[366], gli osceni motti Fescennini, gli augurii e gli evviva al Dio Talassio, una specie di Fallo latino. I parenti, gli amici intimi,la pronuba erano della comitiva; così pure unpuer camilluscol vasocumerum, e trepatrimi et madrimi pueri praetextati, l'uno de' quali precedeva con una fiaccola di spina bianca, di ottimo augurio nelle nozze, gli altri due guidavano la sposa. In Grecia usano ancora nel corteo nuziale esser presenti i saltatori, i suonatori ed i cantori d'inni epitalamici; la sposa carica di ornamenti procede in mezzo a due donne che la sostengono.

La stessa pompa si nota nelle antiche e moderne nozze di tutto l'Oriente, ove il massimo lusso di vesti, bardature e carri è sfoggiato. Nell'India poi, lungo il viaggio, gli sposi solevano recitar varie formole di augurio per la fecondità e felicità e di scongiuro contro le malattie e contro i ladri che si potessero incontrare per via. Tali formole ci sono, nella massima parte, conservate dall'Atharvaveda. Così gli sposi romani in viaggio si raccomandavano allaIuno domiducaoiterduca.

Secondo gliStatuti di Modena, sopra citati, ladeductioin pubblico era il vincolo vero del matrimonio; così latraduttione, che vale il medesimo, secondo gliStatuti di Lucca[367]. Forse per questa ragione, e per evitare maggiori scandali, gliStatuti di Narnie di qualche altra città italiana stabiliscono che la sposa non possa essere menata via di notte.

È uso ancora in alcune parti d'Italia[368]che la comitiva nuziale, nel tornar dalla chiesa, faccia il giro alle case de' prossimi parenti ed amici, ov'è rallegrata di cibi e di bevande. A Riva di Chieri, talora, innanzi a tali case, s'improvvisano le danze, al suono degli istrumenti portati dai musici che precedono la comitiva.

Come non mancano il canto e il suono, raro è che manchi la danza ad una festa nuziale. Lo stesso Buddha, che dichiara di non amare nè la musica, nè i profumi, nè i banchetti, nè le danze, nè il vino, nelle sue proprie nozze,per operare secondo gli usi del mondo[369], si lascia vedere in mezzo ad ottantaquattro mila donne e si abbandona ai giuochi, ai piaceri, ai suoni e ai canti.

Nell'India vedica, secondo l'Atharvaveda, appena la sposa era partita, le sue sorelle e compagne, nella casa paterna, intrecciavano le danze, le quali dovevano aver carattere molto somigliante a quello delle danze funebri. La danza era dell'uso e non capricciosa; e tale è rimasta nell'uso moderno, se bene si vada pure perdendo. Nell'Heideboden, in Ungheria, l'uno de' due paraninfi suol dire: «Siamo noi pure qui, io ed il mio compagno, e non vogliamo lasciar caderequest'uso, anzi più tosto promuoverlo[370].» Il paraninfo invita, per conto dello sposo, la sposa alla danza, e le danze son tre, la prima con lo sposo; ma gli sposi non si toccano; essi toccano soltanto, l'uno da una parte l'altro dall'altra, il lembo d'uno stesso fazzoletto; e così danzano; le altre due danze sono della sposa coi due paraninfi.

Noi vedemmo il caso di Riva di Chieri, in Piemonte, ove, mentre si mena via la sposa, si danza; lo stesso avviene nella pompa nuziale dell'India odierna; a Templin si danzava alla mezzanotte del primo giorno di festa dalla sposa con uomini travestiti da donna. Ma per lo più le danze sono l'ultima cerimonia della festa, e, dove la festa dura tre o più giorni, si rimandano all'ultimo giorno. In Grecia, al terzo giorno «le parenti e le amiche vanno con la sposa alla fonte, ed ella attinge in brocca nuova ch'ha seco e butta nella fonte cose da mangiare e minuzzolini di pane; poi ballano in tondo; e quella è l'ultima festa»[371]. Ilballo tondousa pure in Sardegna per le nozze; e forse ci viene descritto in questi versi concitati, coi quali si conchiudono le nozze della Tancia e della Cosa, nella dotta commedia rusticale del Buonarroti:


Back to IndexNext