Il ballo s'intrecciBraccia con braccia;Mentre un s'allaccia,L'altro si strecci;Qualch'un si scoppi,Chi si raddoppi;Poi ciascun pigli per manoLa sua dama, e andiam pian piano.
Il ballo s'intrecciBraccia con braccia;Mentre un s'allaccia,L'altro si strecci;Qualch'un si scoppi,Chi si raddoppi;Poi ciascun pigli per manoLa sua dama, e andiam pian piano.
Nei dintorni di Bolzano, si balla dagli sposi, prima di aprire le danze, quello che, nel Trentino, si chiama latudeschina, e consiste in una serie di movimenti graziosi fatti a piacere, ma, a tempo di musica, per i quali lo sposo insegue danzando la sposa, e le si avvicina, ma non la raggiunge mai.
La danza nuziale tra il popolo si fa all'aperto; tra la gente che ha nome di civile, invece, entro sale splendidamente illuminate. Il popolo danza per lo più di giorno; la gente civile di notte; ond'è per essa il divieto di prolungare le danze oltre le tre di sera, che s'incontra negliStatuti di Firenzedel 1415[372]. Esso finisce veramente le feste nuziali con le danze, ed è, dalla sala delle danze, quando si danza, che, secondo il Codice del Cerimoniale francese, gli sposi che sanno vivere, devono, inosservati, scivolare, l'uno dopo l'altro, al talamo[373].
Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel ricevimento della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano di rami d'ulivo e di alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo averle unte con grasso di lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto con la sposa alla casa maritale, le diceva: «Io sonoIL, e tu seiLA, io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo, tu la terra; uniamoci e facciamo figliuoli[374].» Presso i Romani, già notammo come la sposa con la formola:ubi tu Gaius, ibi ego Gaja, che recitava pure alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua parte di dominio; e si cita presso laZeitschriftdel Wolf[375], l'antica formola tedesca, che diceva: «Dove io sono l'uomo, là tu sei la donna, e dove tu sei la donna, là io sono l'uomo.» È notevole poi l'uso comune fra Roma antica e l'India, che lo sposo o chi per lui sollevava di peso sopra il limitare della casa la sposa, la quale non doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata. Per l'India vedica, ricordano quest'uso l'Atharvavedae ilKàuçikasütra;per Roma antica, Plauto[376], Catullo[377], Lucano[378].
Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi che le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le rimaneva di più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in tale cerimonia un nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta Augusto Rossbach, il dotto illustratore degli usi nuziali di Roma antica[379].
Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente: «Quando la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un tappeto, e sopra esso la si fa camminare nell'atto che si approssima al marito. Se il crivello non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa manca di pesarvi con tutto il suo corpo, nutrirebbesi in suo danno alcuni sospetti che allarmerebbero lo sposo.»
Le suocere hanno nell'opinione popolare quel posto medesimo che le matrigne: sono tristi. Quindi nel Pesarese, chiamano bacio di Giuda quello che la suocera dà alla nuora; nell'Umbria dicono:suocera e nuora, tempesta e gragnuola; nellaFieradel Buonarroti[380], un tale volendo far sacramento per qualcosa di spiacevole, grida:orbè, suocera mia!E, nella novella 227 di Franco Sacchetti, il piacevole motto di una nuora diventa proverbio «Buon per te, passera, che non avesti suocera.»
Nella bocca della suocera, suonano sempre rampogne per la nuora; e la stessaveneranda madredi Ettore presso l'Iliade[381], non fa eccezione, ne' lamenti di Elena.
Una delle pretese della suocera è di dormir più della nuora, o almeno quanto questa. La nuora, secondo il precetto di Buddha, deve andar l'ultima a dormire e levarsi la prima[382]; Draùpadì, presso ilMahàbhàrata, volendo assicurare Satyabhamà comeella compia i suoi doveri verso la suocera, osserva che il sonno suo e quello della suocera durano del pari.
È interessante ora l'udire dal nostro Regaldi[383], come, nella valle di Susa, la suocera accolga la nuora: «Quando la brigata giunge alla casa dello sposo trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora: — «Che cosa volete? — Entrare in vostra casa e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi. — Eh! voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa. — Lasciatemi provare e vedrete. — Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti, di tagliare il fieno e lavorare i campi. — Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi. — Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima. — Ed io farò anche questo. — Ma voi verrete meno a tante fatiche. — Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.» A queste affettuose parole, la suocera smette l'aria burbera e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora: —Vieni, figlia mia, le dice,vieni e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse. — Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa che da quell'istante fa gli onori della casa e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze.»
In Calabria, segue il Regaldi, la suocera, all'entrare nella casa, avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentandocosì uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici, insieme con gli sposi, stendono le mani, intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa.
Gli onori del ricevimento alla sposa li fa la suocera, ma prima ella vuole assicurarsi che la nuora sarà laboriosa e benevola; nel Bolognese e altrove la suocera mette la scopa attraverso alla porta; la nuora deve levarla e mettersi con quella scopa a spazzar subito le camere; se non lo fa, la suocera si mette in collera; in Lunigiana, nell'Umbria, nell'Arpinate, la suocera domanda alla nuora se porti guerra o pace; la sposa risponde pace; allora le due donne si abbracciano; a un tale dialogo si riferiscono pure due versi d'un canto popolare umbro, che dicono:
Te benedico colla palma dell'ulia (olivo)Possi portà la pace a casa mia.
Te benedico colla palma dell'ulia (olivo)Possi portà la pace a casa mia.
Al che la sposa risponde: «Così speriamo.» Ma non sempre la suocera vede bene le nozze, e però alcuna volta si astiene pure dai complimenti. A Pinerolo, quando essa è contraria alle nozze, se ne rimane in casa, per apprestare la cena. Lo sgarbo prenunzia evidentemente grandi battaglie fra le due donne. Così negli usi de' Brettoni, quando la madre di famiglia vede arrivare ilbazvalanper trattar nozze che non le vanno, finge non vederlo e gli volta le spalle, occupandosi del fuoco.
Ma se la suocera accetta le nozze, assicuratasi coi dialoghi sovra descritti che la nuora le viene ossequente, mette il suo amor proprio nel bene riceverlaed ospitarla. Da un capitolo antecedente rilevammo l'uso di accogliere la sposa col grano per augurio di fecondità; lagraziade' Sardi, i confetti, gli zuccherini che si gettano alla sposa contengono il medesimo simbolo. Simbolo di fecondità e di ospitalità era il pane e il vino che anticamente gli sposi trovavano preparati sulla porta della loro dimora; nei dintorni di Ciamberì, in Savoia, la suocera attende alla soglia gli sposi con un pane e del sale; in Russia, mentre lo suocero presenta agli sposi la sacra immagine, la suocera solleva pure sopra le loro teste un pane con un cavo nel mezzo ripieno di sale. La suocera sarda riceve la sposa con grano e sale. La polpetta della suocera perugina e la schiacciata della suocera abruzzese suppliscono evidentemente il pane ed il grano. In Corsica, la suocera presenta alla sposa untinedru di caghiatu[384]; l'osimana un boccale di vino. Nel Tarentino, fino al secolo decimosesto, era l'uso che la sposa, al suo ingresso nella casa, fosse imboccata con una cucchiaiata di miele, cibo sovra ogni altro accetto nelle nozze tartare.
È notevole ancora come l'uso indiano e romano di versar l'acqua ai piedi della nuova sposa che entrava in casa siasi mantenuto in alcune parti della Sardegna, ove la suocera accoglie ancora la sposa con un bicchier d'acqua che versa innanzi la sposa, mentre questa passa la soglia della camera nuziale. La suocera deve essere dalla nuora considerata come la sua padrona e il suocero come il suo padrone; perciò messere (msé), ossia mio signore, chiamano le nuore piemontesi lo suocero, e madonna, ossia mia signora,la suocera; il qual onore reso alla suocera rilevo pure da un canto popolare toscano:
Quando sarà quel benedetto giornoChe le tue scale salirò pian piano?I tuoi fratelli mi verranno intorno,Ad uno ad un gli toccherò la mano.Quando sarà quel dì, cara colonna,Che la tua mamma chiamerò madonna?
Quando sarà quel benedetto giornoChe le tue scale salirò pian piano?I tuoi fratelli mi verranno intorno,Ad uno ad un gli toccherò la mano.Quando sarà quel dì, cara colonna,Che la tua mamma chiamerò madonna?
La suocera è la padrona vecchia, la nuora è la padrona giovine della casa. Perciò, entrando nella casa maritale, essa suole ricevere alcuni simboli del suo nuovo dominio. Presso i Germani del settentrione appendevano al fianco della sposa le chiavi[385]; e nel poemetto su Rig, presso l'Edda di Soemund, troviamo Snoer, la fidanzata di Karl, portarsele al fianco. La sposa romana riceveva anch'essa le chiavi, e, accadendo divorzio, le restituiva[386]; nel Ducange[387], si aggiunge come nel medio evo le vedove solessero gettare le chiavi e il cinto nuziale sopra il cadavere del marito. Un altro simbolo popolare del dominio della sposa nella casa è la mestola, che la suocera,ed ove questa manca, lo suocero le presenta. L'uso vigeva nella Germania settentrionale[388]: e vive ancora nei dintorni di Ciamberì in Savoia, a Riva di Chieri, a Pinerolo in Piemonte e a Lugnacco nell'alto Canavese; quindi l'espressione popolare italianatenere il mestolo, che equivale adominare. A Castelnuovo di Magra in Lunigiana la sposa entra in casa con due grembiali; la suocera ne slaccia uno e lo porta sopra il letto matrimoniale, intendendo con ciò di darne a lei il possesso.
La rocca, che in molti luoghi d'Italia la suocera presenta alla nuora, è simbolo del lavoro che l'aspetta; la granata, che talora le attraversa l'ingresso nella casa maritale, è simbolo dell'ordine e della pulizia con cui ella dovrà tenere la casa.
Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto da sposi vennero a significare il medesimo[389]. La novellina piemontese, che finisceordinariamente in un matrimonio dell'eroe con l'eroina conchiude con questo ritornello: «A l'an fait tante nosse e tanti spatüss; e mi i j'era daré d'l'üss;a l'an gnanca name na f'tta d'prüss[390].» Qui la parola nozze vale evidentemente banchetto nuziale; così, a quanto pare, nelBestiairefrancese:
Et feroît pour nous grant mangier,Et grans noces et gran convi.
Et feroît pour nous grant mangier,Et grans noces et gran convi.
E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più specialmente poi certe cialdeche si fabbricano in occasione di nozze, onde probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia allegro suolsi domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e si beve meglio, come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nelMogliazzodel Berni:
E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,Ch'io voglio a queste nozze scorporare!
E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,Ch'io voglio a queste nozze scorporare!
Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio, si canta:
Andiam di brigataIntanto a bereE a godereUna 'nsalataE doman cialdeFaremo a falde,Berlingozzi e bastoncelliPer le nozze di duo' anelli.
Andiam di brigataIntanto a bereE a godereUna 'nsalataE doman cialdeFaremo a falde,Berlingozzi e bastoncelliPer le nozze di duo' anelli.
Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio dettocroccante, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto, tutti i convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa cerimonia. A questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de' convitati va di soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta della sposa e lo cuce ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che la loro unione è fatta e non può più disfarsi.
Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette[391], i confetti, gli zuccherini, la grazia[392], gli spinnagghi[393],gli uccelli[394], i trionfi[395], i pemmata[396], i lunghetti[397], i tortelletti, i ravioli[398], accompagnano ogni festa nuziale nell'uso indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova nelle nozze tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze le noci ai fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri fanciulleschi, ci è reso popolare dai versi di Virgilio[399]e di Catullo[400]. E il citato proverbio piemontese conferma ancora tal uso:
Pan e nusVita da spus[401].
Pan e nusVita da spus[401].
Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali del banchetto nuziale, quando sono giuntiad mala, prendono ciascuno un frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una moneta d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di vino in un bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde il frutto, assaggia il vino, e raccoglie la moneta.
Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle nozze, veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta all'ingiù, e battuto sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin ch'ei non si riscattasse con qualche regalo.
Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago Maggiore e nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio, agli sposi. E un altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino ornato di nastri rossi, che a Riva di Chieri in Piemonte, nella campagna d'Alba Monferrina e in Ispagna[402], si riserva per l'ultimo giorno del banchetto nuziale, banchettandovisi tre giorni. L'arrivo del tacchino in tavola viene anzi accolto a Riva di Chieri con singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o torottotela, prima che lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo componimento, in dialetto,di qualche moderno poetastro[403]. Oltre il buffone, appare ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negliAdelfi, ci ricorda i suonatori di tibia[404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini, rallegrano i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è un pitocco del paese, cantati da lui al suono della sua mandola, mentre due danzatori grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti. Omero (Odiss. III) ci dipinge questa festa tale quale la si vede presentemente:
«Rallegravansi assisi a lauta mensaDi Menelao gli amici ed i vicini;Mentre vate divin tra lor cantavaL'argentea cetra percotendo, e dueDanzatori agilissimi nel mezzoContempravano al canto i dotti salti.»
«Rallegravansi assisi a lauta mensaDi Menelao gli amici ed i vicini;Mentre vate divin tra lor cantavaL'argentea cetra percotendo, e dueDanzatori agilissimi nel mezzoContempravano al canto i dotti salti.»
A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo che porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo nella sala del banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:
Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intendeChe l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende[405].
Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.
Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.
Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;
Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.
Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.
Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intendeChe l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende[405].
Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno distribuendo mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi presentano una ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia batterla, a pigliare la valle de' prati:
Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.Se chila as tröva lesta,As campa giü d'la fnesta,S'as tröva d'sgagià,A pìa la val di prà.[406]
Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.Se chila as tröva lesta,As campa giü d'la fnesta,S'as tröva d'sgagià,A pìa la val di prà.[406]
Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti; ma le caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi sguaiati strambotti che si permettono oggi ancora nelle campagne marchigiane i buffoni alle nozze; come neppure certe uscite smodatamente allegre, con le quali la compagnia tentata dai fumi del vino, promuove in ogni rustico banchetto il rossore sul volto alla giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice un proverbiopiemontese[407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente, poichè laprocax fescennina locutioevocata da Catullo[408]non si tace, poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli scandali, vollero ridurre il numero de' convitati permessi ne' banchetti nuziali[409]a proporzioni modeste, la madre addolorata e le vergini sorelle e parenti e compagne della sposa se ne astengono quasi sempre, più per naturale pudore, che per obbedienza al precetto degli antichi padri della Chiesa, i quali non si stancavano di predicare contro l'indecenza de' banchetti nuziali. Fin dai tempi di Varrone solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa novella i motti più insolenti ed osceni[410]; chè, se idoni dello sposo li facevano spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il pianto della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano date per farle coraggio.Prætextatis, dice Festo,nefas erat obsceno verbo uti, quasi che il far dire cose oscene ai soli fanciulli non fosse delitto assai più grande.
IL MATRIMONIO SI CONSUMA
Nell'uso nuziale indo-europeo, il matrimonio è un sacramento, assistito da una caterva di iddii. Essi, come primi sposi, ammaestrano e proteggono i mortali che si avviano alla vita coniugale. L'inno vedico ci descrive un matrimonio solare, e la compagnia di quelle nozze celesti diviene quindi la proteggitrice delle nozze terrene. In Grecia, a Roma, in Germania, negli stessi usi cristiani, ove Cristo e la Madonna figurano talora ad incoronare i novelli sposi, si ha il medesimo intervento della divinità, auguratrice di lieti e fecondi connubii. Ma il maggior lusso di iddii o genii evocati a render propizie le nozze si osserva nell'antico uso romano. Quanto più l'Olimpo romano appare povero per sè, tanto maggiore fu ne' Romani lo studio di popolarlo con esseri al tutto immaginarii ed allegorici. Lasciando stare Talassio, Giunone e Diana, dio e dee agli sposi popolari ed accettissimi,si finse un iddio per ogni funzione del rito nuziale, come gli antichi Indiani per ciascuna di tali funzioni aveano una propria formola; onde i lamenti di Sant'Agostino, nella suaCittà di Dio[411].
Tuttavia i più solenni sacrificii nuziali erano in onore di Giunone; in essi, toglievasi alla vittima il fiele e lo si buttava via, per significare come ogni amarezza dovesse star lontana dalle nozze[412].
A Roma era considerato come di buon augurio il fulmine per le nozze, probabilmente per la stessa cagione che faceva ai Germani preferire il giovedì odonnerstag,giorno del fulmine, per la celebrazione del matrimonio[413]. Ma il fulmine dovrebbe, a quanto sembra, non menar pioggia, poichè un proverbio tedesco dice:se il giorno delle nozze piove, la sposa non ha nutrita bene la gatta. Altre superstizioni vivono ancora circa le nozze in Italia e fuori.
A Mineo, in Sicilia, per esempio, gli sposi inginocchiati all'altare devono levarsi insieme, poichè morrà prima chi primo si leverà. Altro uso somigliante,che vigeva già sotto forma poco diversa a Roma[414], si osserva nell'Umbria, a Novi Ligure, a Lomello, e nelle Langhe di Alba Monferrina, ove gli sposi entrano nella camera nuziale ciascuno con una propria candela accesa ed insieme la spengono, o la fanno spegnere dalla madre dello sposo o della sposa, perchè il pregiudizio è ancora diffuso, che morrà prima quello il cui lume si sarà spento prima. A Novi Ligure, stanno ancora attenti gli sposi alla prima persona che l'indomani delle nozze viene a visitarli; l'augurio è tristo, se questa persona sia un vecchio od un prete. A questi incontri per via in nessun luogo si dà nondimeno tanta importanza, quanto presso gli Indiani ed i Brettoni. Nell'India se il padre dello sposo, mentre va a fare la chiesta, si abbatte in un gatto, o in un serpente, o in uno sciacallo, forse pure in un corvo, che sappiamo essere anco per gli Indiani uccello di sinistro augurio, torna indietro e rinuncia o pure elegge altro giorno più fortunato. Così, tra i Brettoni, se ilbazvalan, mentre va a fare la chiesta, incontra una pica od un corvo ritorna sopra i suoi passi; egli procede invece lieto innanzi se ode il grido della tortora, la quale abbiamo già veduto di sopra[415]accompagnare spesso gli sposi. In Russia e in Germania si crede funesto il matrimonio quando il carro nuziale incontra una lepre, ossia quando la lepre va contro il carro. L'origine di questa credenzaè, senza dubbio, indiana. Uno dei frequenti appellativi sanscriti della luna è quello che porta la lepre; la lepre che attraversa il carro nuziale vale quanto il fare le nozze quando la luna non è propizia, ossia nelle fasi tenebrose della luna.
Nel capitolo intorno ai cibi e banchetti nuziali, vedemmo come a Riva di Chieri e nell'Albese si banchetti tre giorni, ma al terzo giorno soltanto si mangi il tacchino. Con ciò s'intende che la giornata vuol essere grassa; grassi i cibi, grassi i discorsi, grasse le opere; lo spirito è vinto dalla carne; o, in una parola più esplicita, il matrimonio si consuma. Ma, perchè tre giorni d'attesa? Perchè l'uso indo-europeo è questo. E perchè sia tale l'uso indo-europeo, Gobhila, antico autore indiano, ci mette in via d'indovinarlo. «Dopo tre notti, egli scrive, ha luogo la copula, dicono gli uni; tempo opportuno per la copula è il momento in cui alla sposa che si trova nel mese è appena cessato il sangue.» Il mese lunare e il mese delle donne facendosi corrispondere, si comprende ancora perchè dagli antichi si preferisse per la celebrazione de' matrimoni il plenilunio e il novilunio, e la luna o Lucina ne fosse la proteggitrice. Celebrandosi poi i matrimonii, appena la fanciulla divenisse matura, si capisce perchè si ponesse tanta attenzione a que' tre giorni famosi, e all'indomani soltanto de' tre giorni le nozze si consumassero.
Col tempo, serbandosi l'uso, se ne dimenticò la ragione; l'uso medesimo, per questo stesso obblio della sua origine, a capriccio de' preti si abusò, qual mezzo di penitenza, imposto agli sposi. Così, nell'India stessa, secondo il commentatore Pàraskara, si danno già, oltre all'astinenza delle tre prime notti, astinenze di sei, di dodici notti ed anche di un anno. Così il professor Cristoforo Baggiolini mi scrive che un certo parroco del Vercellese imponeva per ordinaria penitenza ai nuovi maritati di astenersi per dieci, quindici ed anche venti giorni dal far letto comune; a Gallarate e Turbigo gli sposi rimangono divisi per otto giorni; in Valtellina usano fare omaggio alla Vergine de' gaudii maritali ritardati per tre notti. Così una misura semplicemente igienica, al modo stesso che il divieto assoluto di ogni carne nell'India e della carne porcina presso gli Ebrei, e pel venerdì e sabato, della carne grassa presso i Cristiani, divenne un comandamento religioso. Nel medio evo, in Italia, era generale l'uso tra gli sposi di fare un po' di astinenza, ma, come rilevo dal Muratori, non tanto per conformarsi all'uso oramai invecchiato, quanto per obbedire al precetto della Chiesa[416]. In Grecia, passavano pure generalmente tre giorni prima che gli sposi consacrati si unissero[417]; e lo stesso avveniva in Roma[418]; il cristianesimovi mise di suo una nuova superstizione; lasciò credere, cioè, come in Germania[419]si crede, che le tre notti di astinenza siano necessarie per iscacciare il Diavolo e salvare la povera anima. NelleEdda, «Gerd piglia tempo nove notti prima d'acostarsi a Frey. Frey risponde al messaggio: una notte è lunga, due son più lunghe; come passarne tre?» È noto come, nelleEdda, il numero simbolico nove, tiene quasi sempre il posto del tre. Nel Belgio la stessa usanza; e presso i Turchi ancora lo sposo si unisce con la sposa solamente il quarto giorno[420].
In Italia, noto la presenza di quest'uso a Riva di Chieri, ad Alba Monferrina, nel Milanese, nella Valtellina, nel Pesarese, nel Fanese, nell'Osimano, nell'Umbria, nel Teramano, e nell'Arpinate. Nel Genovesato lo osservava fin dal secolo decimoquarto il Sacchetti[421].
Ma se gli sposi acconsentono a darsi tanta mortificazione, cercano poi la via di alleviarla, occupando i tre giorni di astinenza con feste. Ed ecco, per qual motivo le feste nuziali sogliono in parecchi paesi durare più giorni; ecco per qual motivo,se incominciano il lunedì, finiscono il giovedì, se incominciano il giovedì, finiscono la domenica, se incominciano il sabato, finiscono il lunedì; esse hanno da durare da tre a quattro giorni; ma non è caso che alcuna festa nuziale, fatta secondo il rito, s'incominci in Italia di mercoledì o di venerdì.
Il venerdì essendo giorno di magro, non è possibile che in detto giorno si pensi ad un connubio; per il mercoledì, alle Langhe di Alba Monferrina, corrono due proverbi:sposa mercorina è peggiore della brina, e sposa mercorina fa andare il marito in rovina.Il lunedì in vece, ossia il giorno sacro alla luna, il giovedì, ossia il giorno sacro a Giove tonante, e la domenica o il giorno del Signore, giorno del sole, sono considerati come propizii. Quanto al venerdì, sembra sia stato escluso dal solo ricordo cristiano della passione di Cristo, in memoria della quale si impose il digiuno; poichè, al contrario, come giorno sacro a Venere dovea esso preferirsi nelle nozze; e di qui spieghiamo perchè il venerdì, o giorno di Freia, sia ancora in Germania uno de' giorni prescelti per le nozze[422], ed anzi precisamente il giorno in cui gli sposi si uniscono[423].
Detto de' giorni, può giovare il conoscere quali stagioni l'uso indo-europeo preferisca per la celebrazione delle nozze. E qui pure è sorprendente come la razza indo-europea palesi la sua unità. Nell'India, in Grecia, in Germania si designava come tempo propizio alle nozze quello che passava fra l'equinozio d'autunno e quello di primavera, ma specialmente l'inverno.
Presso i Romani, secondo Macrobio[424], erano funesti alle nozze i quattro giorni dopo le calende, le none e le idi. Nella Francia medievale, si celebravano i matrimoni dopo il Natale[425].
In Italia, il maggior numero di matrimonii si fa in carnovale, o sia nell'inverno. Tra gli altri mesi dell'anno, si sfugge particolarmente il maggio, per il proverbio siciliano che dice: «La spusa majulina nun si godi la curtina», variante del proverbio latino che diceva:maio nubunt mala[426].
In Sicilia, si evita ancora il mese d'agosto, come nefasto per le nozze; uso superstizioso oggi, ma in origine fondato, senza dubbio, sovra alcuna ragione naturale.
In Persia tutti i tempi dell'anno son buoni per le nozze, eccetto il mese delramazan, e i dieci giorni dell'Ashur, ne' quali si celebra la morte di Hussein.
Sovra i quali usi particolari nondimeno corre spesso l'uso generale del buon senso, il quale permette nozze a qualsiasi stagione dell'anno, ove la necessità lo porti; e vi è necessità, osserva l'indiano commentatore di Âçvalàyana, e pecca anzi quel padre che non riconosca una tale necessità, ogni qual volta ei «non mariti la figliuola, appena è diventata donna.»
Dalle notizie de' viaggiatori italiani nelle Indie orientali raccogliamo come l'erede, nelle famiglie, non fosse già il primogenito, ma il secondogenito. Che il medesimo uso vivesse nel medioevo germanico lo raccogliamo dal Du Cange[427]. Quest'uso trae la sua origine dalla costumanza presso certi popoli, certe caste, certe famiglie di concedere il godimento della sposa per la prima notte non allo sposo, ma ad uno straniero; e questo straniero era un viaggiatore qualsiasi a Tarnassari, e un bràhmano nel Malabar[428]. In origine, dovea considerarsi come una pena l'esercizio di un tale diritto, poichè troviamo che nell'India il viaggiatore e il bràhmano non solo ne venivanopregati come di un favore, ma specialmente ricompensati.
Il figlio che ne nasceva, come spurio, non poteva ereditare; e, per lo più, se ne faceva un prete, come negli usi nostri si fa ordinariamente prete o frate il figlio di nobile che abbia poca sostanza da eredare. È da notarsi come nell'antica credenza vedica si supponeva che un demonio si nascondesse nella vergine, il quale ne venisse via col sangue[429]; è da ricordarsi ancora come i panni insanguinati si davano al prete, il quale solo, dicevasi, aveva ancora virtù di purificarli[430]; quindi si comprenderà, parmi, perchè lo sposo cedesse volentieri ad altri il suo posto per la prima notte.
Lo stesso uso viveva ancora in Europa nel medioevo; ma quello che, in Asia, facevasi dai preti, come per grazia e per mestiere, in Europa si continuò a fare dai medesimi e dai feudatarii, come per diritto finchè la pazienza de' sudditi potè reggere al sopruso. L'idea di purificare la sposa essendo scomparsa, rimaneva soltanto più la cura di pregustarla; gli sposi, resi accorti dell'inganno, e riconosciuta la iniquità della gravezza, si levarono contro i loro tiranni che in parte spensero, in parte obbligarono a desistere dalle loro nefande pretese, od a convertirle, almeno, in un tributo di danaro o di dono o di cibi. Non potendo o non volendo il signore partecipare al banchetto nuziale, delegava talora a rappresentarlo qualche suo servo con due cani[431].
Presso il Du Cange[432], troviamo numerosi esempii di feudatarii ed anche di vescovi che si usurparono nel medio evo un tale diritto, e si nota pure sull'autorità dell'Historia Sabaudiæ, come la stessaconsuetudine, sotto il nomecazzagio, esisteva anche in Piemonte. Era mio debito adunque il rintracciare nelle nostre storie la presenza dell'uso; ed ecco quanto pervenni a raccogliere in proposito.
Quello che il Du Cange riferisce da Lattanzio intorno a Massimiano Galerio, pregustatore delle vergini spose, può essere un caso isolato di arbitrio sovrano, somigliante a quello di re Giovanni d'Aragona, il quale tuttavia dopo aver desiderata la vergine sposa del conte di Prata si decise a farla sua legittima moglie[433]. Ma ricorda un uso feudale inveterato la lega offensiva e difensiva fatta dalla comunità di Pergine con la comunità e città di Vicenza contro i signori di Castel di Pergine ed altri loro collegati, nell'anno 1166. Tommaso Gar, in una sua dotta memoria, che gli piacque modestamente intitolare:Episodio del medio-evo trentino[434], lo ha già rilevato: «Codesto stupido e ferino abuso, egli scrive, che offende la dignità umana nel sentimento più delicato, era stato assunto a quei tempi fra i diritti regali e non solamente si esercitava di fatto o nei casi più favorevoli redimevasi per danaro, ma figurava bruttamente anche nel gius pubblico di qualche estraneo principato ecclesiastico.»
Nel 1525, Pietro Buzzi venne arso vivo dai contadini di Nonci presso Roveredo, per avere usurpato il diritto d'uno sposo nella prima notte delle nozze. Il dottor Zecchini ci fa sapere che un uso simile vigeva nel medio evo presso i feudatarii del Friuli.
Quanto al Piemonte, mi aiutano a riscontrarlo alcune utili notizie che trovo sparse qua e là in un'operadi amena ed istruttiva lettura che va pubblicando ad Ivrea il signor Antonio Bertolotti[435]. Le cerimonie con le quali si compie tuttora il carnevale d'Ivrea, il più caratteristico fra quelli dell'alta Italia, alludono evidentemente ad una festa, per la morte di un feudatario, che voleva deflorare una vergine sposa, o sia riserbarsi iljus primae noctis. La tradizione fa del tiranno un marchese di Monferrato, il quale si rappresenta oggi ancora per mezzo d'un fantoccione, che viene fatto ardere, sovra un terreno zappato, ogni anno, dai più recenti sposi della parrocchia. Oltre i marchesi di Monferrato, sembrano avere usato deljus primae noctis, che il popolo oggidì stranamente chiama il diritto delfodro, forse per esprimere il diritto sovrano, il diritto del signore, anche i Conti di S. Martino a Vische, i conti Valperga a Castellamonte, i Tizzoni a Crescentino ed i Biandrate a san Giorgio. Per i Biandrate mi sembra una prova eloquente l'udire, per relazione del signor Bertolotti, come nella storia manoscritta di San Giorgio di Vitale Priè, l'autore, segretario comunale, ed anche, per qualche tempo, della stessa casa Biandrate, si adoperi a combattere la tradizione vigente in paese, secondo la quale anche quei feudatari si usurpavano il diritto della prima notte. Il popolo pazienta, ma non dimentica. Quei di Feletto poi sono oggi ancora canzonati per l'antico barbaro diritto che pesava sopra di loro, per la tirannide dei conti di San Martino di Rivarolo; e, pel nome di Feletto, sebbene filologicamente non sia da tenersene alcun conto, merita nota l'etimologia che il popolo gli attribuisce daflere, piangere. Le etimologie che il popolo trova per i suoivillaggi e le sue città, per quanto ridicole, rispetto al linguaggio, si riferiscono pure quasi sempre ad una tradizione storica, che ha un valore[436]. Il popolo sostiene che Feletto si chiamò dal pianto, perchè il feudatario usurpava ai mariti la sposa per la prima notte; nè io posso trovar più accettabile l'etimologia del signor Bertolotti, che fa piangere Feletto, per i danni recati dal fiumicello Orco. Io mi fido assai più, in questo caso, alla tradizione del volgo, per quantoFelectumnon abbia niente di comune conflere. Nella memoria del popolo rimaneva un triste ricordo che la occupava tutta; per quel ricordo, volendo spiegarsi la sua origine, non seppe principiare altrimenti che da esso. Ed a chi consideri la monotonia della vita ne' villaggi non parrà strano che vi si rammentino per secoli le violenze patite, per causa d'insolenti signori, che vennero un giorno a turbare l'ordine e la pace uniforme delle famiglie.
Le vendette del popolo, quando pure esso riesca a vendicarsi, proporzionandosi ordinariamente al ricevuto insulto, noi possiamo dalla natura della vendetta argomentare quella dell'insulto. Molti de' feudatarii venivano dal popolo indignato offesi ne' genitali; è lecito argomentare che, per quelli, i tiranni avesseropeccato. Un simigliante caso trovo ricordato, come avvenuto a Vische, ove i testimonii, secondo gli atti di quell'archivio comunale, e consultati dalla diligenza del signor Bertolotti, deponevano per un orrendo sfregio fatto ad una giovine sposa, ed ove il popolo rese al suo signore la pariglia[437]. E, secondo ogni probabilità, la rivolta canavesana, detta iltuchinaggiootusinaggio[438], che quanto ci rimane ancoraoscura, tanto merita di venire illustrata, ebbe principio dalla stancata pazienza de' mariti, sebbene più cause abbiano forse contribuito a riscaldarla. Chè, se la mediazione di Amedeo VI e VII di Savoia salvò dall'ira popolare molti signori, non consta che, sopita la ribellione, siansi dai signori rinnovati gli scandali antichi; ed i San Martino e i Tizzoni di Vische e Crescentino, che sul principio del secolo decimosesto probabilmente il tentarono, fecero misera fine tra le mani del popolo risollevato.
Il paraninfo assiste lo sposo, la pronuba la sposa. Il paraninfo è spesso una sola cosa col compare (cumpatre) e procolo, per lo più o il padre dello sposo, o un vecchio suo parente, o il prete; la pronuba, che adempie spesso gli ufficii della comare (cum matre), e mezzana, è per lo più una suocera od una vecchia parente. Stando così le cose, non è meraviglia che gli sposi sopportino testimonii al compimento delle loro nozze; sono padri e maestri, madri e consigliere, non già indiscreti curiosi i loro assistenti. Gli inni vedici ci lasciano vedere chiaramente come il prete guidasse gli sposi inesperti fino all'ultimo; e il prete francese che nel medio evo benediceva ancora il letto nuziale, e ilmalossèo mezzano vogherese che riceve tuttora in dono una camicia, ricordano, parmi, il dono delle camicie che gli sposi dell'età vedica rilasciavano al loro assistente presso il talamo, e l'uso germanico, che il Weber[439]cita dal Weinhold, per cui allo sposo, l'indomani delle nozze, sono messi innanzi al letto abiti nuovi.
I paraninfi hanno nell'inno nuziale vedico una parte essenziale, e così ancora nell'uso odierno nuziale montenegrino[440].
Dagli usi italici non pare che siasi mai ricevuto fra noi il testimonio maschio ad assistere gli sposi sul talamo, nè forse alcuna donna; Catullo dice soltanto alle donne:collocate puellulam; dopo il che sembra la pronuba si ritirasse. Così la pronuba turca èmandata via dagli stessi sposi, quando loro paia di non avere più bisogno di lei.
Nell'uso odierno italiano, la pronuba è una delle suocere: essa tuttavia, mentre la romana innanzi di guidarla allectus genialis, sparso di rose, faceva sederela sposa sul fallo d'un Priapo[441], si contenta di allestire il letto, spogliare la sposa, dare consigli di moderazione e spegnere modestamente il lume.
Nell'Arpinate, anzi, il padre e la madre dello sposo vanno primi a letto, e dal letto ricevono gli sposi; e dato loro il permesso di dormire insieme, li lasciano andar liberi e soli al nido.
Alfine! — Ma essi devono stare attenti al letto. A Pernate, nel Novarese, è costume che la compagnia nuziale, prima d'andarsene, salti sopra il letto degli sposi e lo guasti. Nel Canavese, usano assodarlo e renderlo scomodo col mettere sotto i lenzuoli e i materassi patate, rape, pannocchie di meliga. Assicuratisi del letto, devono guardare al solaio, se questo sia di legno; poichè, in quella notte, ci ha da piovere; la brigata, a Quassolo, nell'alto Canavese, prepara, quando può, agli sposi una simile sorpresa; e se il solaio non è di legno, gli sposi devono turarsi gli orecchi, per non udire il suono de' pifferi e tamburi che si farà sotto le loro finestre, per non lasciarli aver pace. È una rozza reminiscenza dell'antico epitalamio, e oltre a questo, ha un significato speciale che sarà meglio rilevato dal nostro libretto sopra gli usi natalizii.
Dopo che la sposa ha mangiato la sua mela codogna, secondo il precetto di Solone[442], dopo che la sposa ha battuto lo sposo col ramo di ulivo benedetto, secondo il rito andaluso[443], dopo che gli sposi hanno spento i lumi, non resta a noi altro che ritrarci ed osservare la lieta brigata, che fuori della porta, o per non lasciarli dormire, o per coprirne lo strepito che si suppone vogliano fare, o per impedire che le compagne intendano il grido della vergine che passa, ha già intuonato il libero epitalamio: