VII.Gli sposi si provano.

Io sedeva nel castello,Io infilava le perleSopra il rosso velluto.Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,Egli agitò l'ala destra,Egli toccò il piatto,Il piatto d'argento,E disperse le grosse perleFino all'ultima,E la fanciulla incominciò a piangere,Mentre le stava innanzi il padre.«Non piangere, fanciulla mia,Io inviterò per te i principi, i boiari;Essi raccoglieranno le tue grosse perle,Fino all'ultima.»

Io sedeva nel castello,Io infilava le perleSopra il rosso velluto.Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,Egli agitò l'ala destra,Egli toccò il piatto,Il piatto d'argento,E disperse le grosse perleFino all'ultima,E la fanciulla incominciò a piangere,Mentre le stava innanzi il padre.«Non piangere, fanciulla mia,Io inviterò per te i principi, i boiari;Essi raccoglieranno le tue grosse perle,Fino all'ultima.»

Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più noti, iNibelunghi, come per gli Scandinavi, leEddae lasaga di Ervora, e per i Franchi, iReali di Francia, dove il re Erminione fa bandire un torneamento, al quale intervengono molti signori per isposare Drusiana. È unosvayamvarail matrimonio medievale della principessa Teodolinda col re Autari suo ospite.

La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni, e la scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la medesima usanza, che, secondo Ateneo[139], era pur viva tra i Marsigliesi, presso i quali la fanciulla, in un convito, offriva la tazza a quello de' giovani, che più le piaceva.

Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo; quindi i parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono l'affare.

Così è degno di osservarsi, come presso ilRamayan.a[140], Ràma e Sità, quantunque sposati, per via disvayamvara, si uniscono col pieno consenso dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del popolo, invece di troni nelle assemblee, si contentano di una povera panca nelle stalle. Questa panca, che non manca neppure alle capanne dei Russi e dei Finni[141], è destinata a ricevere i giovani pretendenti.Nel contado di Bra, in Piemonte, i giovani vanno insieme alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un dopo l'altro si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si scuotono i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e di lasciare il posto a chi vien dopo.

Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la lunga panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente cantato laMartina, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla panca. Ed il ricevimento ha le sue formalità. Qualunque giovane che sia seduto presso lamariorao fanciulla da marito, se un altro giovane arriva, deve cedergli il posto. Il mancare a questo riguardo è cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento di sangue. A Riva di Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può sperar bene, se egli viene invitato a ritornare.

A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le deve piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la chiamano, taleonestà, val quanto congedare il pretendente.

Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso perchè le sia raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui essa poi consola intieramente, quando gli mette in mano delle nocciuole.

Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla fanciulla un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è ricevuto; se invece glielo restituisce, deve tenersi per congedato.

Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della ragazza un ceppo di quercia, dettotecchio; se il ceppo è messo in casa, il pretendente puòentrarvi anch'esso; se invece, il ceppo è lasciato ov'egli il lasciò, al giovine non resta altro partito, se non quello di ripigliarsi, in modo che nessuno lo vegga, il ceppo, e ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un uso simile incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante usa di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad amare, un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è ritirato, la ragazza accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non abbiamo figlie da marito, e allontanano il ceppo.»

Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic[142], la domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo oproszi(chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il capo dei chieditori offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è segno che i parenti consentono; allora il rappresentante dello sposo dà quasi per caparra, come presso i Pugliesi, una mela, nella quale è conficcata una moneta, che la fanciulla consegna al padre, al fratello, o, insomma, al capo di casa.

Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si usano nel Pesarese e in Terra d'Otranto.Nel Pesarese, il giovine invita la fanciulla a varii lavori campestri o domestici, per misurarne la forza e la destrezza, avvertendo, quando si batte il grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad essa; al che rifiutandosi una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno di corruccio. E cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.

Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna ragazza, finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (cacciatu lu stennardu) nella processione, che si fa per la festa del santo del luogo, e nell'aver fatto ilBattente«si tiene tanto, scrive il signor De Simone[143], a queste prove che ho udito dire in un rifiuto di matrimonio da parte della madre della sposa:vole sse'nzura(l'uomo richiedente)e nu ha cacciatu ancora lu stinnardu.» Nei luoghi in cui fanno tuttavia le processioni deiBattenti, guardasi al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una volta ilBattentesarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a qualche ragazza.

È ancora una specie disvayamvaradella donna, il quale mi richiama ai vari casi riferiti nelLibro dei Giudici, di donne date come premio al valore dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso i quali, verso il Natale, o propriamente, nel solstizio d'inverno, le fanciulle indicavano ai loro amanti il fatto eroico, che essi dovevano compiere per meritare la loro mano.

Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore del nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo d'ulivo che portano loro dalla chiesa. Se il nastro è giallo, indica trattare la fanciulla da pazza; se verde, che la si vuol tenere in sola speranza; se rosso, guerra; se bianco, pace; se turchino, amore[144].

Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla piazza dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori che strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si mettono attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa ride! ella non sarà una buona massaia, nè una donna prudente; e lo sposo perciò l'abbandona al suo destino.

Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la sposa; le si presenta unapolpetta; la sposa deve ingoiarla intiera osana, come dicono nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla giù, se ne levano sinistri augurii.

A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze, si porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se non lo fa, si porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che la sposa è fredda e bisogna riscaldarla.

A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in Lombardia, la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è prudente, deve alzarla e portarla al posto suo; se invece vi passa sopra, vorrà essere una cattiva massaia.

Nella montagna di Pistoja[145]e nel Campidanese in Sardegna si prova l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna, propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il messaggiero arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad una età affatto patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca bianca e di una bellezza perfetta che voi possedete e che potrebbe fare la gloria del mio gregge e la consolazione de' miei vecchi anni». Gli ospiti comprendono, ma dissimulano e rispondono con linguaggio altrettanto figurato; e alfine, mostrando di consentire, presentano l'una dopo l'altra le donne della casa, all'infuori dell'aspettata e soggiungendo sempre: «è questa che desiderate?» Sul diniego del forestiere, simulando di averla lungamente cercata, ritornano, all'ultimo, con la fanciulla richiesta, la quale si lascia trascinare come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida: «è quanto io desidero»[146].

Anche nell'India, secondo ilKàuçikasùtra, sul punto di partire viene scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le donne in giro intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve afferrare la sposa; se afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed egli stesso è oggetto di ridicolo. Ho già notato come il nostro giuoco dellamoscaciecadebba riferirsi ad una tale usanza.

In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la più vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla berlina.

In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.

Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la fanciulla con cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa portare del cacio e lo affetta, offrendone alla fidanzata; se questa mangia il cacio senza nettarlo, lo sposo è minacciato che la fanciulla non gli farà, qual moglie, buona compagnia[147].

Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle nozze indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data ad un uomo prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e fornita dibuoni segni(lakshanya,indizii). L'amante perciò mette insieme otto acervi di terra levata da luoghi diversi, e parla a ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima cosa, nell'ordine sta la verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada». (Ossia mostri con questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual parentado essa meriti). «La verità si faccia palese,» quindi rivolto alla fanciulla, le dice: «piglia uno di questi».

Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte l'anno, era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il cibo; se lazolla del terreno levato da una stalla, prenunziava ricchezza di bestiame; se la polvere di zolla levata dal circolo ove si celebrava il sacrificio, era segno di molta devozione; se la zolla estratta da un lago che si disseccasse, rivelava prudenza e cortesia in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno ove si giuocasse, minacciava passione al giuoco; se la zolla di un trivio, si tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se la zolla di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii analoghi a questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora riscontrarsi ne'sùtra.

A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del nostro viaggiatore Ludovico Barthema[148], vigeva, nel secolo decimosesto, quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna d'amore e le vorrà dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non è cosa al mondo che per lei non facesse, e stando in questo ragionamento piglierà una pezza ben bagnata nell'olio e appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il braccio a carne nuda e mentre che quella brucia egli sta a parlare quietamente con quella donna e senza una minima perturbazione non si curando che s'abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa.»

A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per assicurarsi se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.

Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi moderni, è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla quale sola, mentreforse tutte le altre scompariranno, si può assicurare l'immortalità:

Tu, se mi vuoi per moglie,Mantieni costante la fede,Quattro, cinque, sei anni,Non per domani, doman l'altro o sta sera,Su, va all'estero,Va, lavora in Oriente!E con il lavoro raccogli denaro,E poi vedrai che io vengo[149].

Tu, se mi vuoi per moglie,Mantieni costante la fede,Quattro, cinque, sei anni,Non per domani, doman l'altro o sta sera,Su, va all'estero,Va, lavora in Oriente!E con il lavoro raccogli denaro,E poi vedrai che io vengo[149].

La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre manca, il maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.

I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il capo di casa ocapoccia, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria, in molti codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse, greggi e campi. Il marito arriva a espropriare il padre o il fratello maggiore, il capoccia, in somma, di quello ch'egli tiene per suo; e diventa proprietario alla sua volta. L'inno vedico, alla fanciulla che si sposa dice esplicitamente:io ti sciolgo di qui(cioè dal padre),ma non di qui(cioè non dal marito); equeste parole possono servire per i legisti di lucido commentario al disputatomundio. Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu, l'autorità domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi, presso il fratello; sono essi che dispongono della figlia o sorella, la quale non può in alcuna maniera da sè emanciparsi; è necessario che il pretendente la domandi a' suoi proprietarii, e, in certo modo, la compri[150].

Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma dispotica, assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè ha diritto di ucciderlo[151].

L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non posseggono i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza il consenso della madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol voglia[152].

Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per questo articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo raddolcisce alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre nella facoltà di vietare o permettere[153]; gli Statuti di Riva di Trento[154]restringono il caso di colpa alle nozzevolontarie d'una fanciulla, senza il consenso paterno, o fraterno, od anche materno, se il padre e il fratello manchino, con un uomo infame o di troppo bassa condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che pure manifestano carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia, notando come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si vede bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più clemente nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli stessi legislatori; ed a me basta per rendermene persuaso questo bel passo di Ennio, onde si scorge come la vittima non muovea sempre silenziosa al supplizio e riusciva alcuna volta a commuovere il suo sacrificatore: «O padre, io sono da te indegnamente offesa; poichè, se tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual motivo a lui mi destinavi in moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro mia voglia a lasciarlo, quando egli mi vuole?»[155].

Notai di sopra, come la casta guerriera abbia mostrato, più di ogni altra, rispetto alla donna; ma alla casta guerriera corrispondeva pur troppo, nel medio evo, un reggimento feudale; e nel reggimento feudale, la sola padrona rimaneva donna; il resto, o maschio o femmina che fosse, si considerava come cosa vile e venale. La libertà de' matrimonii era fra gli infimi vassalli interdetta; e, mentre pur si voleva si moltiplicassero perchè si moltiplicassero le braccia al lavoro, ciò si voleva in quel modo e con quelle condizioni che piacesse meglio al signore di imporre. Tra i Lettoni, per relazione del signor Henriet, prima dell'ultimo decreto imperiale per la emancipazione de' contadini, si raccoglievano in un determinato giorno di festa dal padrone i giovani e le ragazze della terra in una osteria; rinchiusi nell'osteria per un'ora, il fattore distribuiva loro noci e pane pepato. Ricevuto il qual dono, proprio delle nozze[156], i giovanie le ragazze si sceglievano e uscivano quindi, a due a due, dall'osteria per farsi benedire.

Della proprietà sembra lecito il disporre a piacere; finchè pertanto resta per legge o l'uso tollera che il lavoratore sia un annesso della terra lavorata per il signore, quest'ultimo può trattare l'uomo e la terra al modo medesimo. Non recano quindi meraviglia le sentenze delleAssisiæ Hierosolym[157], che proibiscono il matrimonio di alcun contadino, sia maschio o femmina, al di fuori della terra, senza che il signore della terra in cui il contadino è passato ne restituisca l'equivalente al proprietario.

Sopra i servi della gleba aveva dunque il signorefeudale potestà suprema per le nozze; egli le ordinava od impediva a sua posta; le ritardava, interrompeva, aggravava senza che alcuna autorità venisse a limitarne gli arbitrii. E potrebbe forse essere un resto infelice di tali consuetudini l'uso che, scomparso quasi intieramente in Francia, si mantiene ancora in Piemonte dove la contadina che si sposa porta al suo padrone una specie di coccarda fatta con nastri, la quale chiamanolivrea. Cosiffattalivreaviene pure distribuita fra le varie persone che gli sposi intendono invitare alla festa nuziale, e particolarmente al banchetto dove il padrone interviene, se egli lo voglia, come di diritto[158].

Qualche riserbo maggiore si osservava nelle forme, quando la sposa non era già una contadina, ma soltanto una vassalla sottoposta al gran feudatario. Il feudatario le domandava quello che nel medio evo chiamavanomaritagii servigium. Egli mandava tre de' suoi baroni alla donzella, con l'intimazione:Signora, voi mi dovete il servigio di maritarvi[159]. Essa era costrettaad eleggerne uno. Permesse le nozze, dovea quindi pagarsi con più maniere di balzelli al feudatario ilnuptiaticumo diritto di nozze, il più esecrando de' quali che aveva nomemarcheta, dovrò più oltre illustrare[160]. All'incontro, se il feudatario menava moglie, non pagava nessun tributo ad alcuno, fuorchè al re, e imponeva a' suoi vassalli un tributo novello, chiamatoauxiliumodaiuto. Che al re si dovesse una specie di tributo per nozze, lo argomento dal brano di una carta di Enrico III re d'Inghilterra, ove si proibisce a' signori qualsiasi maritaggio senza il consenso reale[161].

Nel Dekhan, il re ha facoltà d'imporre un maritaggio, quando un pretendente rifiutato gli si presenta a cavallo di alcuni rami di palma, lacero e insanguinato per le ferite, onde il proverbio dekhanico: «per gli amanti disperati non vi è altra salvezza che il cavallo fatto con rami di palma[162].».

Non so se abbiano usato altrove che in Europa, in altro tempo che nel medio evo, fra altra gente che principesca; e se usino oggi ancora tra principi, confesso di non sapere; ma credo saper certo che le formalità le quali usavano nel medio evo per una tal cerimonia sono oggi dismesse. L'incaricato, per parte dello sposo, aveva il diritto di mettere, come in segno di matrimonio consumato, una gamba sopra il letto della sposa. Ove gli ambasciatori erano più di uno, come nel caso di Pipino con la Berta d'Ungheria, presso iReali di Francia, suppongo che un tal diritto fosse riserbato al più anziano. L'ambasciatore portava, in nome dello sposo, alla sposa i doni e l'anello; e con l'anello sposava. Quando il re Ottone manda di Germania alla prigioniera Adelaide un suo ambasciatore con l'anello, intende significarle ch'egli la tiene già per propria sposa. Tal senso ha pure l'anello coi doni, che, ne'Canti Illirici, il re Stefano manda alla giovine Roskanda, convertendo in svat o procuratore il suo ministro Teodoro.

Come il celibato, per chi non faccia professione di astinenza[163], è un delitto contro la società, così la poligamia, la quale, se non distrugge intieramente, pregiudica assai il principale elemento della società ch'è la famiglia. L'uso indo-europeo, rispettando la santità della famiglia, si fonda sopra la monogamia; ma, come non vi ha legge che non si violi, così non vi ha, si può dire, uso che non diventi abuso. L'abuso cerca giustificarsi con pretesti; e non mancano ai poligami pretesti mitologici. Gli Olimpi sono pieni di apparenti contraddizioni e anomalie; prese queste apparenze come leggi alla vita terrena si rischia di spostare ogni principio di economia sociale. Il dio od eroe si presenta alcuna volta con una donna sola, per la quale mette in moto e scompiglio cielo e terra;talvolta invece si abbandona ad ogni nuova figura della bellezza, ora schiavo alle lusinghe di una donna, ora suo instabile seduttore.

Ove sono poligami gli dêi, è naturale trovare poligami anche gli eroi che appaiono come la loro seconda forma. NelRàmàyana, sono illustri le due mogli di Daçaratha; nelMahàbhàrata, le due mogli di Pàndu; e le due mogli epiche appaiono per lo più come rivali. I Nibelunghi e le Edda, con la leggenda delle due donne amate da Sigifredo-Sigurd, e rivali, sembrano avere alcuna coscienza della poligamia eroica. La stessa rivalità si manifesta nella leggenda semitica delle due mogli di Abramo, e, come parmi, anche delle due mogli di Giacobbe.

Ma la poligamia non è necessaria nel mito, dove anzi vediamo, per lo più, l'eroe fedele all'unica sua sposa, la quale ora egli muove a conquistare, ora a ritogliere dalle mani del suo rapitore; nell'uso, la poligamia è proscritta, e la legge la condanna, sebbene talora lo stesso legislatore abbia peccato o pecchi in contrario. Questo è il caso di Augusto, il quale, come abbiamo da Svetonio, per impedire la troppo frequente mutazione di matrimonii, pose un freno alla facoltà del divorzio, mentre egli stesso nella sua vita diede esempii affatto contrarii. Bigamo fu Antonio, secondo il racconto di Plutarco[164]. E l'imperatore Carino menò ben nove mogli, come ci riferisce Flavio Vopisco[165]. Giulio Cesare aveva conceduto per legge il diritto d'esser poligamo ai soli Quiriti; ma la legge,comunicata ad Elio Cinna tribuno della plebe, non ebbe l'onore della promulgazione[166].

Della poligamia presso gli Ateniesi, discorre Ateneo[167]; egli cita pure l'esempio dell'eroe Priamo poligamo, senza che Ecuba se l'abbia per male; ma non si parla qui propriamente di più mogli, sì bene di concubine, oltre la moglie. Così, ragionandosi delle donne di Teseo, si dice ch'egli rapì Elena, Arianna, Ippolita e le figlie di Cercione e di Sinide, e sposò invece legittimamente Melibea madre di Aiace. Più mogli effettive ebbe invece Filippo il Macedone; e così parecchi altri sovrani, i quali si fanno lecito e legittimo ogni arbitrio. È famosa, fra tutte, per le sue conseguenze, la poligamia di Arrigo VIII d'Inghilterra. Alfonso X, re di Spagna, voleva, alla maniera degli odierni Parsi, sostituire alla prima moglie che gli pareva sterile una seconda capace di far figliuoli; ma, mentre le nozze si combinavano, la prima moglie s'ingravidò; preoccupato soltanto della successione, il re lasciò andare la nuova sposa, che, dotata, consegnò al proprio fratello.

Il trovare in parecchi de' nostri Statuti un articolo a posta per punire i poligami, ci prova come spesso in Italia si dovesse, nel medio evo, infrangere l'uso della monogamia. Negli Statuti di Trento[168], i bigami sono multati, e se non pagano, frustati; in quelli diRovigno[169], frustati, spodestati ed esiliati; in quelli di Civitavecchia, se non pagano, bruciati vivi; in quelli draconiani di Lugo, multati senz'altro nel capo, purchè il matrimonio siasi consumato[170].

Meno frequenti, invece, i casi di poliandria; ma pure ad essi accenna alcuno de' nostri Statuti[171], e presso gli antichi Britanni, per memoria di Giulio Cesare[172], e presso gli Spartani, per memoria di Senofonte e Polibio, volendosi accennare ai soli Indoeuropei, intieramente conformi all'uso. Nelle leggende indiane, sono famose una ninfa che sposò dieci fratelli, Gàutamì che sposò sette sapienti, Dràupadì che sposò i cinque fratelli panduidi[173]; ma è preziosa la confessione dello stessoMahàbhàratache riferisce tali casi di poliandria, e li dice contrarî alle usanzeed alle leggi vediche[174]. Di maniera che sembra doversi supporre qualche ragione fisica ed economica aver solamente determinato i Britanni e gli Spartani ad uscire dalla legge generale. Il Wilson lasciò scritto: «Fra gli abitatori del Butan, una famiglia di fratelli possiede una moglie in comune, ed osservando la sterilità del paese in cui prevale usanza siffatta, non è troppo necessario il domandarsi qual sia il motivo di un tale accomodamento. Egli è probabilmente lo stesso motivo, quello cioè, d'uno scarso nutrimento, che portò fra gli Sciti la stessa usanza, secondo che ci insegna Erodoto. Meno agevolmente si spiega per qual ragione la tribù de' Nairi del Malabar segua un tale costume; pure, poichè vi son traccie di parentela, quantunque omai dissipate, fra questi e la gente dell'Himàlaya, esse traccie indicano che i Nairi poterono venir dalle montagne e portare con sè quell'usanza»[175]. Al che il professore Foucaux, il quale ha riportato le parole del Wilson[176], soggiunge il nome dei Dardi, tribù montanara del Kaçmira, ove una sola donna è moglie di più fratelli, e quello degli isolani di Lancerote, nelle Canarie, ove, secondo l'informazione di Béthencourt, viaggiatore del secolo decimoquinto, ciascuna donna, per lo più, bastava per tre mariti.

Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i più intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si favoriscono; nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i commerci, e a raddoppiare la vita, si cercano le nozze fuori del proprio circolo e talora fuori del proprio paese. Quando i paesi sono nemici, le nozze pigliano forma di un rapimento. Nell'India, abbiamo consigli, perchè i membri di uno stessogotranon si ricongiungano; ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge, i quali non permettono alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare spregiudicato: suo padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice pertanto al sommo de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga tali qualità (cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya, o bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto non bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento alle sole qualità»[177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto l'Occidente, ove ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora ad una nobile di sposare un popolano. Tucidide narra[178]: «I popolani di Samo si sollevaronocontro gli ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le loro terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata loro con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano d'allora in poi la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle». In Roma, fino alla legge Canuleia, era vietato ai popolani di sposare donne patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual pregiudizio, malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione francese, si accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto prosperi; poichè nello studio di farsi un erede, raro lo trovano; chè, siccome da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro che poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali assai poco democratici, per la massima parte, mantengono vivo l'infelice privilegio: valga d'esempio il decreto che segue[179]: «Non sia lecito a persona alcuna far parentado con signori, caporali, ed altri principali dell'isola, così di qua come di là de' monti senza la solita licenza». La licenza naturalmente non si dava, se potesse dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il parentado. Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che la fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare, se prima non l'avea messa in libertà[180].

Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir sempre e per tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle almeno bandire dalle nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani proscrivevano da ogni connubio con i cittadini colui che non godeva della romana cittadinanza[181]; ma, quando la legge è troppo stretta, l'uso l'allarga da sè ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo riconoscere, sotto la forma di nuova legge; così si spiega che Valentiniano e Valente abbiano per legge escluso dal connubio coi Romani i soli barbari non appartenenti alle provincie dell'impero; finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si misero in casa nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e usanza loro.

Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella valle d'Andorno, le madri dicono alle figliuole chele piante forestiere lassù non fanno buon frutto, e hanno un proverbio loro che dice:alle veglie ed ai balli mai sotto il ponte della Balma. Ora questo ponte è al fine della valle, e voglionosignificare con ciò, che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo passare; il che non toglie tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi cavallerescamente, quando un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo una descrizione che mi venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons. Losana vescovo di Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti dimezza festa, si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo od anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case, spara un colpo, segnale alle veglie, che vi arrivano amorosi. Immantinente i giovani del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in abito di etichetta coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere l'arma e l'introducono in quante veglie egli desidera, nè più l'abbandonano finchè chiegga esso di ritornare a casa. Allora l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e restituitagli la pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle notti susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».

In Toscana, un proverbio dice:moglie e buoi de' paesi tuoi, e uno stornello canta:

Pampani e uvaE la mia mamma sempre lo diceva,L'amor del forestiero poco dura.

Pampani e uvaE la mia mamma sempre lo diceva,L'amor del forestiero poco dura.

E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i nostri Statuti comunali di sposar gente forestiera[182].

Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra nazione, ma d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i limiti de' connubii possibili, non è meraviglia che lo stesso sentimento d'orgoglio, d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato, presso certi popoli, l'uso delle nozze tra i parenti, anche tra i più stretti.

In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono:Fra me e te siamo parenti, non ci si può pigliare. Il proverbio va dietro il Diritto romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e discendenti e fra parenti collaterali fino al settimo grado[183].

Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori romani. È celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla diede al figliastro, che l'ammirava ignuda[184]: detto e fatto scelleratissimi,che la legge avrebbe puniti, se non si chiamava col nome poco onesto di Augusto l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto, Caligola si compiaceva narrare che il suo incesto con la figlia Giulia avea dato il giorno alla madre di lui, mostro. Nè potè valere a Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni biasimo, quando sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il permesso di fare il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori all'infuori di due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido violator di leggi.

In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti; non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli vuole, com'ènoto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187]lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio riusciva privilegiato.

Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono tali matrimoni come gli ottimi.

Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il matrimonio, come dicono nell'India,alla maniera de' gandharvi[188], dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è solamente dellagiovine coppia, ma più forse delle loro rispettive famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.

Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un tale ufficio la madre.

Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:

— Arsira[189]me' matruzza[190]mi spiau[191]E mi dissi unni[192]vai, figghiuzzu miu?— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]Ca cc'è 'na bedda[194]di geniu miu.— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195]ca cci vajuQuantu tanticchia[196]mi nni preju iu[197]— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

— Arsira[189]me' matruzza[190]mi spiau[191]E mi dissi unni[192]vai, figghiuzzu miu?

— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]Ca cc'è 'na bedda[194]di geniu miu.

— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195]ca cci vajuQuantu tanticchia[196]mi nni preju iu[197]

— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro Belfiore, dice:


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