VII.Il giorno dopo.

Su, giovinetti, ai ludiD'amor! su, a chi più sudi;Come colombe, al murmure;Com'edera, ai tenaciAmplessi; e conche, ai baci[444].

Su, giovinetti, ai ludiD'amor! su, a chi più sudi;Come colombe, al murmure;Com'edera, ai tenaciAmplessi; e conche, ai baci[444].

Il di più che si può dire, si può anche meglio che dire immaginare[445].

Gli sposi essendo così difinitivamente fatti[446], il giorno dopo, la madre dello sposo arriva, nel Palermitano, col cioccolatto, perridar le forze agli sposi. La sposa presenta alla suocera i panni insanguinati, affinchè ella ricevauna soddisfazione, ossia si convinca che la sposa era novizia, e le due suocere, al primo loro incontro, si mostrano, con reciproci rallegramenti, gli stessi panni. L'uso è antico e sparso non pure tra gli Indo-Europei, ma anche tra i Semiti e gli Egizii.

Presso Adamo Oleario, che viaggiava in Persia nell'anno 1637, trovo riferito il seguente uso persiano. Celebrate le nozze, se la sposa non era vergine, lo sposo usava rinviarla, tagliandole talora anche il naso o le orecchie (il taglio del naso si usava pure nell'India, come rileviamo da un racconto delPanciatantra, per punire le mogli infedeli); se la sposa invece era vergine, lo sposo mandava ai parenti le prove della verginità ed allora banchettavasi allegramente per tre giorni. A tali festini venivano spesso invitati poeti, i quali portavano sovra un piatto unalbero i cui rami erano carichi di frutti. L'albero doveva simboleggiare la verginità della sposa. Ogni astante cerca di carpirne un frutto; se gli riesce, il marito deve riscattarlo con un regalo; se il rapitore, invece, vien sorpreso in flagrante, deve restituire al marito cento volte più ch'ei non ha preso.

Il marchese Orazio Antinori mi assicura d'aver visto l'indomani della consumazione d'un matrimonio, a Maratona, in Grecia, spiegati sulla finestra della camera nuziale i panni insanguinati. Nella Piccola Russia questi venivano portati processionalmente pel villaggio; e da pochi anni soltanto vennero sostituiti da una simbolica bandiera rossa, come può rilevarsi da un quadro di Sukoloff, che rappresenta una festa nuziale. Se la pubblica allegrezza per la sposa deflorata è tanta, non può recar meraviglia che lo sposo abbia potuto per la contentezza della trovata e tolta verginità, dare talora in premio alla sposa tutta o quasi la sua fortuna. Questa liberalità dello sposo chiamavasi col nome dimorgincapomorgengabeodono del mattino, poichè nel mattino che succedeva alla notte del consumato matrimonio soleva, nel medio evo, lo sposo germanico spogliarsi di una parte delle sue sostanze, in favore della fanciulla ch'egli avea fatto diventar donna. Nel codice dell'imperator Lodovico (XII, 134) ilmorgengabeè definito «un regalo fatto alla donna pel massimo de' pregi ch'ella abbia ricevuto da Dio[447]» e di cui ella fa sacrificio al marito. Il diritto Longobardico[448]stabiliscegià tuttavia che il regalo dello sposo non possa eccedere la quarta parte del suo avere; ma che l'ordine fosse male osservato si può rilevare dalla ventesima dissertazione del Muratori[449]e dalla preoccupazione di quasi tutti i nostri Statuti comunali per impedire le eccessive donazioni per parte de' mariti. Che l'uso poi non fosse esclusivamente germanico, ci consta dal sapere come la sposa greca, dopo la prima notte nuziale (νὺξ μυστική) fosse pure, oltre che dai parenti, come negli usi nostri, generosamente regalata dal marito.

La sposa indiana, dopo la prima notte, per dieci giorni non usciva dalla casa maritale; la sposa nostra, generalmente, vi si trattiene per otto; il pudore la nasconde alle ciarle indiscrete del mondo, il pudore, per rispetto al quale lo sposo del Lago Maggiore è sollecito ad alzarsi il mattino per levare i puntelli che la brigata, volendo far vergogna alla sposa, pose nella notte alla casa, come se illudus Veneris, per troppa energia, avesse potuto farla crollare. L'antica formola indiana invita la sposa a salire lieta sul talamo, ma a destarsi col primo raggio del mattino; e questa è pure la sollecitudine continua delle spose pudiche e prudenti; ma la brigata maligna non lo permette sempre. Nel Trentino essa ha cura di mettere assi alle finestre o di chiuderne le esterneimposte, affinchè il primo raggio del mattino indicato dal poeta indiano non risvegli gli sposi, e la vergogna li sorprenda quando accade che fra le risate del volgo si levino a giorno avanzato. Così nemmeno la luna di miele, che è pur tanto invidiata e tanto fuggitiva, può dirsi priva delle sue amarezze; le cure della fanciulla non son finite; quelle della donna hanno già principiato; e, fra le une e le altre, si agitano speranze miste di timori, ed illusioni piene di disinganni. La giovine sposa ha sempre fretta di divenir madre per togliersi a tanta smaniosa incertezza; così all'uccello non sembra mai suo il nido, finch'esso non vi abbia covata, nudrita e addestrata al volo una novella prole.

LE NUOVE NOZZE

Vi sono tre casi di nuove nozze: il primo, per causa di rifiuto e divorzio; il secondo, per causa di morte; il terzo, per causa di vecchiaia. Ne' due primi casi vi è separazione; nel terzo, confermazione degli sposi.

Il rifiuto suppone la suprema autorità del marito che rinvia la moglie, il divorzio suppone una separazione consentita tra le due parti, che non si accordano. Ma diverse le cerimonie, se le nozze vanno a monte innanzi di essere consacrate o dopo la loro consecrazione. In Germania allo sposo o alla sposa in fallimento si dava un corbello vuoto; nella Piccola Russia, una zucca, equivalente a cosa vuota; e in Francia nocciuole, per indicar forse al pretendente o alla fanciulla respinta che per loro è ancora tempo da inezie infantili, come il marito romano spargeva ai fanciulli le noci, per significare ch'egli rinunciavaai loro giochi[450]. In Toscana, d'uno sposo fallito si dice ch'egli ebbe lastincataogambata; presso il Lago Maggiore, ch'egli ha preso latela del sacco[451]; nel Canavese, ch'egliha cavato un ceppo[452]o chevenne buttato giù. Essendosi poi anticipato dallo sposo qualche pegno od arra, si restituisce o si ritiene secondo l'uso romano[453]e statutario[454], per rispetto alla colpabilità del disertore.

Per quasi tutta l'Italia, poi, corre l'uso di spargere crusca o segatura o cenere fra la casa della chiesta fanciulla e quella dello sposo fallito, come a dimostrare ch'egli fece una cosa inutile, ossia, come si dice, un buco nell'acqua. Per ragione analoga, in Germania, si sparge la via di paglia trita alla fanciulla che, recandosi a marito, non si trova più vergine[455].

La moglie ripudiata o che separavasi dal marito soleva restituirgli le chiavi dal marito confidatele, simbolo di domestico dominio[456]. Il marito nella casa è sovrano, e a lui spetta il diritto di perdonare e di punire; quindi allora che, per caso, la moglie battesse lui, o lo picchiasse, egli viene sottoposto alla pena dell'asino, o sia a cavalcare un asino con la faccia rivolta verso la coda di esso, la quale, svergognato, egli deve pure tenere in mano[457]. Una pena simile fu, non ha molto ancora, inflitta nella valle di Stura ad un marito che si lasciava picchiare dalla propria moglie[458].

Ma non basta: muore il marito: e la casa deve farsi deserta; e la moglie ha da seguirlo nella tomba: la moglie che sopravvive, sopravvive soltanto per la sua infamia, e la vedova che si rimarita viene dai testimonii dello scandalo perseguitata. Questo è, pur troppo, l'uso indo-europeo diventato barbaro. Ora con tale uso, se ne combina un altro che trasse le prime origini da un sentimento di paura, poichè appare dagli stessi inni vedici che i mariti temevano essere fatti morire dalle loro mogli; l'uso vo' dire che trasse migliaia e milioni forse di vedove indiane a perire miseramente sul rogo, per scellerato impulso de' brâhmani,i quali convertirono l'uso in un vero comandamento religioso, affidati a certe mostruose apparenze del mito che sembravano legittimarlo. In Grecia, lo sposo non si degnava di menare esso stesso la vedova; se la faceva, in vece, condurre da un amico, o parente, il νυμφαγωγός. A Roma, nessuna cerimonia si compieva pel matrimonio delle vedove. In Germania, oltre alla paglia trita che si spargeva e si sparge per la via percorsa dalla vedova sposa, pretendevasi pure in qualche luogo dai parenti del primo sposo un'ammenda in danaro[459]; in Francia usava il barbarocharivari[460], di cui il solo nome vi si conservò: in Italia, sotto il nome discampanata(Toscana) otucca(Pesaro) ofacioreso(Novi), vive ancora la cosa, per rimediare forse alla quale, od allo scandalo supposto nel matrimonio delle vedove, a Perugia, secondo Angelo Degli Ubaldi, giureconsulto del secolo decimoquinto, le vedove si sposavano solamente di notte. Era antichissima opinione in Italia che l'anima dell'estinto marito dovesse rattristarsi per le nuove nozze della vedova già sua sposa[461]; il titolo diunivira, che troviamo dato nelle antiche iscrizioni alle mogli d'un solo marito, era, di certo, per ragione di encomio[462]; e le penitenze che i sacerdoti de' primi secoli cristiani imponevano alle vedove che si rimaritavano mostrano che la chiesa stessa cristiana le disapprovava[463]. Nel Napoletano la vedova dovea tagliarsi i capelli e farne sacrificio al marito estinto; ed oggi ancora, a Mineo, in Sicilia, essa deve andare alla chiesa coi capelli arruffati[464]. Così la chiesa segue le superstizioni e le feconda con novello apparato; le superstizioni secondate menano quindi allo scandalo; la chiesa allora interviene per farlo cessare; ma nè il suo veto, nè quello di alcuni Statuti comunali[465]valsero a far cessare l'indecente abusoche la inerte indifferenza de' governi italiani ha fino a' dì nostri tollerato. Esso disturba tuttora molte nozze di vedove nelle campagne del Vercellese, di Cuneo e di Pinerolo in Piemonte, di Novi Ligure, della Valtellina, del Comasco, del Trentino, del Pistoiese, del Pesarese, dell'Umbria e dell'Abruzzese teramano; dura spesso tre sere, e non ha limite, e cagiona talora avvenimenti assai luttuosi, se gli sposi non si affrettano a placare l'insolente brigata, invitandola a copiose ed elette libazioni, licenziandola quindi con volto festivo e quasi riconoscente. Il volgo è una bestia selvaggia che non rinuncia agevolmente alle sue vecchie abitudini; e quella delle scampanate per le vedove è una tra le più bestiali.

Di argento si chiamano le nozze che si rinnovano da sposi vissuti insieme d'accordo per venticinque anni, d'oro le seconde nozze degli sposi, dopo cinquant'anni di felice unione.

Queste ultime, per essere più rare, riescono pure più commoventi.

Esse si usano anche in Piemonte, ove la cerimonia principale consiste nell'andata in chiesa.

Procedono a due a due, e la processione viene aperta dai due bambini più piccoli dell'ultima generazione; seguono gli altri, per ordine di età, fino ai due vecchi che la chiudono.

Il prete benedice le nozze, ma naturalmente non dà più l'anello, per la stessa ragione che non permette di ridarlo alle vedove. Si torna dalla chiesa nello stesso ordine con cui vi si è andati, e i parenti si raccolgono a banchetto intorno ai loro due vecchi; si mangia, si beve e si ride più che la gravezza degli anni ai due vecchi non conceda; e si balla anche, aprendosi e rinnovandosi dai vecchi sposi le danze antiche. Ma la troppa allegrezza, ne' vecchi, fa paura; l'indomani della festa è spesso giorno di lutto, e, con lo stesso ordine, la medesima comitiva ritorna spesso alla chiesa; ma nessuno più ride; le nozze d'oro hanno lasciato ai vivi un'eredità di lugubri gramaglie, simili a quelle del sole che indossa i suoi abiti più belli, quando, dal remoto occidente, lancia alla terra l'ultimo suo sorriso.

Apena che i tosi xe grandi el so pensier xe de catarse la morosa, perchè, come la dona no pol star senza l'omo[466], gnanca po l'omo no pol star senza la dona[467].

Co' i s'à trovà la regazza che ghe dà a genio, alora i cerca de darse a conosser. Prima, dunque, i ghe spassisa soto i so balconi e i ghe dà dele ociae; po i va de note e i ghe canta dele canzon, minzionandola anca per nome[468], e dopo, a poco a poco, i ghe tien drio co' la vien fora de casa, e i la saluda. Alora i stà a osservar cossa che fa la regazza; e se i vede che la ghe tien drio co i oci quando i passa, e che la ghe risponde quando i la saluda, i tol a sperar ben, e i se fa coragio, i ghe dimanda se la xe contenta de farghe l'amor[469].

La tosa, per solito, tol tempo tre giorni a pensar. Passà sti tre giorni, la risponde al toso che l'à dimandada, che la sarave anca persuasa de farghe l'amor, basta che nol la mena a torzio, e che i genitori ghe permeta[470].

Quando la regazza no xe contenta e no la vol saverghene de sto moroso, no la se fa vedar ai balconi e la resta su la so camara, e, se lu seguita a passar, la ghe canta a drio dele canzon, con dito che nol staga a pensar altro a ela[471].

De regola no pol un toso far l'amor co 'na tosa, co' i genitori de ela no ghe permete[472].

Dunque, se sto toso ga bone intenzion, el va elo, o el manda un'altra persona, dai genitori, a vedar se lori xe contenti ch'el ghe fazza l'amor. Alora i genitori tol informazion, e, se i cognosse che el toso xe un bon toso, e che el xe per la regazza[473], e che ela sia contenta, i ghe dà tempo quindese giorni, un mese, do mesi, conforme, perchè i fazza la prova.

Passà sti quindese giorni, o el mese, o i do, se sti morosi no se comoda, i se lassa; e se inveçe i se comoda, alora, in un giorno che se stabilisse, i genitori dela regazza fa un disnar, o 'na çena, e el toso va a sto disnar, o çena, co so pare e co so mare, e là el fa la dimanda dela tosa, e per primopegno el ghe regala un picolo aneleto[474]o qualche altra cossa. Co' el l'à dimandada, el va a farghe l'amor ogni oto giorni, e anca de più, se i genitori dela tosa xe contenti[475].

Dopo la dimanda vien el segno[476].

Elsegnoxe un anelo d'oro[477], che el moroso dàa la regazza, perchè tutti cognossa che la xe impegnada e che nissun altro no la pol dimandar.

In quela che el ghe dà l'anelo, el tol anca eltempoper el matrimonio: sto tempo pol esser sie mesi, un ano, do ani e anca più, conforme che i so interessi ghe permete.

Dunque, da là un toco che i ga fato la dimanda, se i morosi trova d'esser contenti tuti do, i stabilisse la zornada per elsegno, e alora i genitori de ela parecia un altro disnar, o una çena, che se ciamasegno, e là el moroso ghe dà sto anelo ala regazza e 'l tol el tempo per el matrimonio, e tuti cognosse sti sposi.

Sulsegnova pare e mare del toso e un pochi de parenti de elo e de ela.

Dopo l'anelo, ela xe novizza e lu sposo[478], e el pol andarghe in casa magari ogni sera.

Nassendo discorsi[479], se ela lassa el moroso, ghe toca dar indrio l'anelo; e se inveçe xe elo che lassa la morosa, a ela ghe resta tuto quanto, e lu no ga dirito d'aver gnente indrio[480].

Fra morosi e morose se açeta e se dà regai.

I regai che fa el moroso ala morosa de regola xe questi:

Da Pasqua: una fugazza co do botiglie de çipro o de malega; da Nadal: una scatola de mandolato e un vaseto de mostarda; dai Morti: una scatola de fava; da S. Martin: i maroni; da S. Marco: el bocolo[481].

Se el vol po, el ghe dà qualcossa anca el dì del so nome de ela, e cussì el primo de l'ano; ma no xe de dover.

Le tose adesso usa darghe ai morosi dei fazzoleti de seda[482]o una siarpeta co un pontapeto. Una volta el costume gera de darghe un per de tirache recamae, co i so fiocheti in colori e col cuor in mezo[483]e un per de ligambi.

No xe permesso po de dar e gnanca de açetar petini, santi, libri de ciesa, forfe e aghi, perchè i petini xe roba per strigarie; i libri e i santi xe dispiaçeri; la forfe xe lingua cativa, e i aghi xe roba che ponze. E chi dona de sta roba no se marida sicuro.

Co la ga l'anelo, alora la regazza scominzia a pareciarse el so portar. Stoportarxe la roba d'atorno e la roba che ocore per la casa.

Andando in casa de la madona, no la ga altro dover che de fornir la camara da leto de tuto quelo che bisogna: no andando, alora ghe toca tuto a ela, che vol dir: camara da leto, tinelo e anca la cusina. Se po i genitori de la sposa no pol, ela fa la camara da leto, e el sposo fa la cusina, che xe tuto quelo che sta sul fogher, come caldiera, stagnada, farsora, caena, trepíe, secio e scaldaleto, perchè tovagie, tovagioi, veri e piati ghe toca a la sposa.

La camara da leto dei sposi deve aver una coceta da matrimonio col so pagiazzo, stramazzo de lana, cavazzal e do cussini; do comò, do scabei, sie careghe e un specio.

Oto giorni avanti el matrimonio la sposa co so mare va in casa nova, e la se parecia tuto quanto.

El sposo no tol in consegna gnente e nol fa nissuna carta; ma se la sposa mor, e no la lassa fioi, tuto torna a la so famegia, fora che el leto che resta al sposo, co la vera da matrimonio.

El compare de l'anelo lo seglie el sposo tra i so amiçi, o tra i conossenti dela so famegia.

La comare xe la mugier del compare, o, se nol ga mugier, so mare o la so morosa.

El dover del compare xe:

El giorno avanti el matrimonio el deve mandar a la sposa 'na scatola granda de confeture co drento un bambinel de zucaro.

Assieme a la scatola de confeture el ga dover de mandarghe un bel bochè de fiori sechi, e, se el xe un compare cortesan, anca el so pedestal co la so campana de vero.

Dopo, el deve mandar ala ciesa quatro candele de çera per la messa dei sposi; e più grosse che le xe, xe megio.

Co' i sposi va al pranzo, i va in gondola; e quatro de ste gondole toca al compare.

Dopo el disnar vien la tola bianca, e el compare ga dover de mandar per la tola bianca sie botiglie de malega o de çipro, e sie de rosolio, che forma dodese.

La bonaman al nonzolo de la ciesa toca al compare, e cussì toca anca a elo de dar qualcossa ai povareti, che, co' i sposi va in ciesa, i trova per strada.

E po ghe sarave el regalo a la sposa — un per de recini, o un manin, o un pontapeto; — ma adesso no i ghe bada, e pochi xe i compari che fa sto regalo[484].

I matrimoni se fa quasi sempre de domenega, perchè, se xe de luni, i sposi vien mati; se xe de marti — marti, martirio — i fa un bruto fin; se xe de mercore e de zioba, sti giorni no xe boni gnanca lori; se xe de venare — venare curto termine — i mor presto; e se xe de sabo; de sabo, no, perchè de sabo piove e fa cativo tempo, e po de sabo no se marida che i vedui[485].

Sul mese no i ghe bada, tuti xe istessi, e i se marida co i vol.

Do o tre zorni avanti el matrimonio tuti i parenti e conossenti va a trovar la sposa, e tuti ghe porta dei regai: se la sposa xe povareta, i ghe porta robe da torno, come traverse, cotole, fazzoleti; e se la xe cussì e cussì, i ghe porta de le galantarie, come recini, manini, pontapeti[486]. Tuti sti regali ela la li tien sora 'na tola perchè tuti veda.

I vestiti de la sposa xe do: uno per la ciesa e uno per el pranzo, che xe el megio.

I vestiti ghe toca ai genitori dela sposa, e el sposo no ga altro pensier che quelo dela vera[487].

Co' la va in ciesa la se mete in testa 'na veleta negra, e co' la va al pranzo, la se mete 'na bandina de fiori sechi[488].

Dopo la pareciada e avanti che riva el sposo, la sposa va in camara de so pare, e là la se ghe buta in zenocion, e, pianzando, la ghe dise che el ghe perdona se la ga fato qualcossa, e la ghe dimanda la so benedizion[489].Questo xe un giorno che la sposa pianze e ride.

El sposo vien a levar la sposa col compare e co la comare e co i so genitori e parenti.

Elo xe vestio de stofa qualunque, magari in giacheta, perchè in ciesa el va come el vol, e xe al pranzo che el se mete i megio vestiti che el ga, e roba che nol gabia mai portà.

Apena che el xe in casa de la sposa, el va dai genitori de ela, el ghe fa un pochi de complimenti e el ghe presenta el compare; dopo, col compare, el va dela sposa e el fa istesso[490].

I va in ciesa che xe ancora scuro, perchè i matrimonî se fa a la prima messa.

Tanto se i va in gondola, come se i va a pie, la sposa va avanti col compare, po vien el sposo co la comare, e po i genitori de elo e de ela, e dopo i parenti[491].

Co' i va in ciesa, se ghe xe qualche can che sbragia, i sposi va mal, parchè can che sbragia porta drento l'ano malatia, becaria[492]o prigionia; se inveçe ghe xe qualche can e che sto can no sbragia, tuto va ben, e i sposi sarà fedeli, perchè can porta fedeltà; e se po ghe va drio un gato, alora xe tradimento, e i sposi stà inquieti sempre infin che i vive. Intivando in t'un zoto, xe disgrazie e malore, e intivando in t'un gobo, i sposi gavarà fortuna. Co' i va in ciesa e che piove e tira vento, se dise chei sposi ga magnà fora de la pignata[493], e no i pol andar ben; ma se piove solamente, alora, gnente, la sposa va co l'abondanza.

In ciesa che i xe, la sposa, el sposo e el compare se inzenocia su 'na bancheta pareciada a posta, e tutii altri i stà da drio, inzenociai anca lori. El sposo xe a banda dreta, e el compare a banda zanca dela sposa.

La vera la mete prima el prete in çimeta del deo, po vien el sposo, che la mete a so posto, in dove che la ga da andar[494]; e questa xe 'na vera che no se pol più cavar. Dopo, el compare mete l'anelo nel deo de mezo, e xe per questo che el se ciamacompare de l'anelo: sto anelo po xe quelo che el sposo ga regalà a la sposa quando el ghe fava l'amor. Quando che de primo intro la vera no va ben drento e che la se intopa, el xe un matrimonio che no va ben de sicuro.

Al prete per la messa ghe va do franchi o do franchi e mezo, che ghe toca al sposo; al nonzolo, un franco e anca più, perchè el toca bezzi dal sposo e anca dal compare; a la ciesa po resta le quatro candele de çera che ghe manda el compare.

Dopo la messa vien el rinfresco[495].

Sto rinfresco i lo fa a casa dela sposa e el ghe toca ai so genitori; e se no xe a casa dela sposa, i lo fa a un cafè o a una biraria, e alora el ghe toca al sposo.

Al rinfresco va tuti quei che xe invidai: parenti, amisi, conossenti.

Prima i porta l'aqua de limon, o, se la xe zente povareta, l'aqua col mistrà, po el cafè coi baicoli, po el rosolio cole mandole, e dopo el çipro, o la malega cole fugazzete e i buzzolai.

Dopo el rinfresco la sposa resta a casa dei so genitori, e intanto la se parecia per el pranzo.

El pranzo xe ai quatro o cinque boti.

I lo fa ne le megio locande, anca se i xe cussì e cussì, perchè in quel giorno no i ghe bada; e va a ordinarlo el sposo qualche giorno avanti.

Oto parte del pranzo toca al sposo — la soa, quela dela sposa, quele del compare e dela comare, e quele dei genitori de elo e dela sposa — i altri, quanti che i xe, paga ognun la so parte, perchè al pranzo no ghe xe inviti, e va, dei parenti e amiçi, chi vol. Chi no vol star al pranzo, o no vol pagar, va sul'ora dela tola bianca, e anca lori porta qualcossa: torte, botiglie, fugazze... cussì.

Monta prima su 'na gondola la sposa col compare, po su un'altra el sposo cola comare, dopo su un'altra pare e mare del sposo, e po su un'altra i genitori dela sposa: i parenti monta su altre gondole, quatro per gondola, i omeni spartai da le done.

Co' i monta in gondola per andar al disnar, tuto el popolo core a vedarli, e ognun dise la soa.

A l'ato del smontar se ferma le gondole dela sposae del sposo, e smonta prima i parenti e i genitori, po el sposo: l'ultima de tuti xe la sposa, e i parenti e tuta la compagnia ghe va incontro a farghe festa.

El posto dela novizza xe a metà tola, e ghe stà a fianco el compare, e de fazza la ga el sposo cola comare a fianco; i veci de casa xe ala testa dela tola, e i altri dove che i vol.

De consueto el pranzo xe questo: — Un bocal de vin a testa e del megio — risi coi figadei — lesso (carne e polastri) — rosto co la salata — fritura de figà e de çervele indorae[496].

Po vien la tola bianca: torte, tortioni, bodini, e in mezo un crocante fato far a posta, co drento un oseleto.

Al punto che la sposa co un cortelo spaca sto crocante e salta fora l'oseleto, scominzia iviva a la novizza, e chi dise barzelete, e chi indovinei, chi storiele da ridar e chi altre robe. Tosi e tose gnente a tola, perchè la xe 'na zornada che tuto xe lecito, e no sta ben che ghe sia tosi, e manco po putele.

Intanto che i ride, che i canta, e che i se la conta, la mare de la novizza va a far la parte de la confetura che ga mandà el compare, e la ghe ne dà un poca a tuti, scominziando dala sposa, ma el compare e el sposo resta po senza, perchè el compare ghe la renunzia a la novizza, e el sposo ala comare.

Co i ga terminà el pranzo i leva via la tola e va su el balo.

El primo balo xe dela novizza col compare, el secondo del sposo cola comare — e no va su altri in sti do bali; — dopo va in balo chi voi, e la sposa bala squasi sempre col compare, parchè in quel giorno la xe tuta de elo[497].

Se bala fin a meza note, e anca fin a un boto e ai do boti, e alora la compagnia compagna a casa i sposi, e i va a casa anca lori.

I bali e soni ghe toca al sposo.

Soli che i xe, i sposi se spogia, e... i va in leto.

A leto la sposa ga da aver sempre la dreta; e cussì se la dreta xe viçina a la porta, se volta el leto.

I sposi va in leto tuti do d'acordo, parchè chi va in leto prima mor prima, e cussì i lassa la lume impizzada sin che la se destua ela sola, parchè se la destua la sposa mor prima ela, e se la destua el sposo mor prima elo.

A la matina, apena che xe giorno, la mare de la novizza va in camara dei sposi a portarghe el cafè co i vovi drento; e co i xe levai, ela ghe fa el leto, e nissun altro in quel zorno ghe pol metar man[498]. Se la novizza no ga mare, va una sorela, che sia maridada, o una qualche so àmia.

Quel giorno i fa un disnar a casa dei sposi, e gheva el compare, i genitori de elo e de ela, e un pochi de parenti: sto disnar ghe toca al sposo, ma anca el compare fa qualcossa[499].

Per oto giorni la novizza deve star in casa senza mai sortir — cussì almanco fa anca adesso le tose de bon sesto e quele che no vol esser criticae — e la riçeve le amighe, i parenti, i conossenti che va a farghe visita. In sti oto giorni va so mare a farghe le spese e tuto quelo che ghe ocore[500].

I do vestiti dela sposa — quelo dela ciesa e quelo del pranzo — resta per do giorni destirai sul leto dei sposi, e tute le amighe e conossenti li va a vedar, e ognuna dise la soa.

Passà i oto giorni, la sorte vestia col vestito da sposa e la va a messa col sposo anca elo vestio col vestito da nozze. La messa i la va a scoltar in ciesa S. Marco, magari che i staga a Castelo o in fondi a S. Marta.

Dopo la messa, i va dal compare che li ga sposai, a farghe visita, e po da la so famegia de elo, e là i resta a disnar.

Alora, tuto xe terminà; i sposi torna a casa, i xe sposi veci, e anca lori pol cantar:

Finito el carneval, finiti i spassi,Finito de magnar boni boconi;Un fogio de carta e 'na pena da lapi:Finito el carneval, finiti i spassi!

Finito el carneval, finiti i spassi,Finito de magnar boni boconi;Un fogio de carta e 'na pena da lapi:Finito el carneval, finiti i spassi!

Matrimoni e vescovati son dal Cielo destinati, questo già si sa, ma in Corsica non si contentano, come i babbi e le mamme in generale, di dare una mano al destino; vorrebbero rendersene padroni addirittura, e tenaci negli amori come negli odii, il desiderio di perpetuare i primi, muove talvolta i genitori a fidanzare fino dalla culla i loro figliuoli. Seduta presso la culla della sua bambina, la madre còrsa vagheggia col pensiero il giorno in cui la vedrà sposa felice, e cantandole la ninna-nanna descrive i costumi nuziali del suo paese.

Recherò qui alcuni versi di una di queste canzoni singolari, che ne compendia i principali, e mi servirà quasi di testo.

Quandu anderetti sposataPurteretti li frinèri[501]N' anderetti incavalcíataCun tutti li mudracchèri[502]Passeretti insannicciata[503]A caramusa imbuffata.[504]Lu sposu n'andrà davantiCu li sò belli cuscialiVi saranno tutti quantiLi sò cugini carnaliAlla Zonza di Tavèra[505]Vi faranu la spallera[506].Quand'arrivate a lu stazzu[507]Duve avete poi da stani,Surterà la suceroni,E bi tuccherà le mani;E bi sarà presentatuUn tinedru di caghiatu[508].

Quandu anderetti sposataPurteretti li frinèri[501]N' anderetti incavalcíataCun tutti li mudracchèri[502]Passeretti insannicciata[503]A caramusa imbuffata.[504]Lu sposu n'andrà davantiCu li sò belli cuscialiVi saranno tutti quantiLi sò cugini carnaliAlla Zonza di Tavèra[505]Vi faranu la spallera[506].Quand'arrivate a lu stazzu[507]Duve avete poi da stani,Surterà la suceroni,E bi tuccherà le mani;E bi sarà presentatuUn tinedru di caghiatu[508].

Frequenti sono i matrimoni fra consanguinei e si considerano come i meglio auspicati: —L'equa core e lu sangue strigne, sogliono dire, e: —Fra i nemici la spada, fra i parenti l'amore.

I costumi patriarcali dell'isola favoriscono queste unioni. In molti paesi i giovinetti e le fanciulle si dilettano de' giuochi che simboleggiano le nozze o almeno l'amore. Non soltanto come altrove nella stagione quando il cuore sembra aprirsi ai dolci affetti, ma in ogni lieta solennità si porta in giro un albero fronzuto, si pianta dinanzi alla casa delle belle, e lì canti e suoni senza fine. Altre volte, e specialmente per S. Giovanni, invece di piantarelu macchiu, si brucia un tronco e spesso un albero intiero, fanciulle e giovinetti intrecciano le danze intorno alla grandefucaraja, e prima di separarsi si abbracciano cordialmente salutandosi col nome di compari e comari diabruschiu[509].

Questi ed altri simili giuochi amorosi sono più frequenti nella valle del Tàravo e nei monti del Coscione ove è maggiore la innocenza dei costumi, edove i matrimoni si sogliono contrarre in più tenera età.

Appena una ragazza tocca i sedici anni, se è niente niente belloccia e non le si conosce alcun amoretto, le comari brontolano queste od altre parole: —Ogni scuffiaccia bole la sua barittaccia, e quest'occhiu di sole, questo specchiu d'e zittelle non avrà il suo innamuratu!— E i poveri genitori si sentono rintronare il poco gentile proverbio: —Donne e vinu sbruglia magazzinu.— E la mamma che si strugge di trovare un buon marito alla figliuola, intanto che lo cerca, le ricorda i sacramentali proverbi: —Donna di finestra, donna disonesta—Donna di specchiu distrughie la casa—Alla donna pazza piace più lu cembalu che lu frenu.

Nè dal canto suo il babbo si dà pace, finchè non vede il figliuolo colla sua brava sposa al fianco e gli va ripetendo: —Dona bona, bale più che uno casale—Dona da bene val più di ogni bene—Dona bona bale una corona— ed altre massime simili, tanto che, persuaso alfine cheSenza moglie a lato l'uomo non è beato, e che —Chi ha la dona a lu locu ha vinto lu jocu[510]— si decide a scegliere una compagna.

Nulla dirò dei pronostici, giudizj e pregiudizi che guidano questa scelta, nè del modo di fare la domanda, o del ricambio dei doni nuziali, chè ciò menerebbe per le lunghe, correndo grande varietà fra i diversi cantoni e, come dicono gli stessi isolani: — In Corsica tanti paesi e tante usanze.

Il Valery ne cita una singolarissima. Egli afferma che a Bastèlica fino al 1817 non si soleva celebrare nozze in chiesa se non per la Madonna di agosto, lo che non impediva che in ogni tempo, e più specialmente durante la vendemmia, si facessero solenni promesse di matrimonio, suggellate da una festa domestica detta dell'abbraccio, perchè tutti gli astanti avevano diritto di abbracciare la sposa, la quale dopo il ballo se ne andava a convivere collo sposo, aspettando l'agosto seguente per santificare l'unione.

Quasi tutte le spose còrse vanno fornite di un compiuto abito nazionale, del quale noterò lefaldette[511], iltelue ilmandile. Lefaldetteofallettesono un'acconciatura di seta o di filo nero o celeste scuro che copre il capo a guisa del velo comunemente chiamatomesere. Si attacca alla vita con delle cordelline, è piuttosto ampio, tanto da poter ricoprire le braccia e le mani. Ilteluè una specie di faldetta, ma più piccolo, e non essendo attaccato alla vita somiglia più al mesere. Ilmandileè un fazzoletto che le popolane portano, come le donne di Procida, attorcigliato al capo ed annodato con bel garbo da parte. In casa lo tengono talvolta anche le signore. E ditoilettebasti. Ho voluto far cenno dellefaldetteperchè tengono frequentemente luogo del velo nuziale e della cuffia bianca arricciata che portano le novelle spose.

Veniamo ora al giorno solenne, giorno di gioia pura, di universale allegrezza, nel quale anche le inimicizie talvolta cessano, o per lo meno fanno tregua, perchè nulla turbi la santità del rito.

In molti villaggi la sposa trova sui gradini dell'altare un cestello ricolmo di fiori e di frutte che suol tenere in mano durante la benedizione.

Salutati dagli spari deimasculi(mortaletti) e dalle acclamazioni del popolo, gli sposi escono di chiesa, e nei paesi più ricchi di cereali, lungo la via si suol gettare in capo alla sposa riso, grano e farro, come augurio di fecondità.

Oltre quest'uso che ricorda le cerimonie nuziali indiane, greche e latine ve ne sono altri parimente di origine antichissima. Tutte le volte che la sposa passa vicino ad un torrente vi tuffa le mani e pregail Signore che le mantenga l'anima e il corpo puri come quella limpida onda.

In alcuni villaggi dei distretti di Ajaccio e di Sartène, nei monti di Coscione, e nella Valle del Niolo si suol fare lungo corteggio alla sposa. Gli uomini che spesso a cavallo l'accompagnano al villaggio dello sposo, sono chiamati nel dialetto oltramontanoMudracchèrie nel cismontanoMugliacchèri(damulier). Arrivati a mezza strada, s'incomincia una bizzarra pantomima. I parenti della sposa si fingono corrucciati e risoluti di riportarla seco; ella stessa mostra di non voler proseguire il cammino. Lo sposo domanda il perchè. Si risponde che la fanciulla deve ritornare alla casa paterna. Egli allora la prende bravamente per un braccio, e, forte dell'autorità del Vangelo, le comanda di seguirlo. I parenti cercano opporsi, gridano, minacciano, si dà mano ai bastoni e alle schioppette. La sposa si mostra perplessa, frattanto vengono ipaceri: la pace è presto fatta e ricomincia l'allegria con forti grida e schioppettate all'aria. Talvolta il contrasto è mosso dalle parenti e dalle amiche della sposa, e non occorre dire che in tali casi il baccano è maggiore, come infiniti sono i dispettucci che la malizia di tutte quelle donne immagina per far disperare il povero sposo.

Anche presso i Romani i genitori della sposa si fingevano pentiti di lasciare la figliuola partire dalle pareti domestiche per andare in altra casa. Alcuni viaggiatori narrano di aver trovato una simile costumanza presso gli abitatori della Polinesia. Ma non allontaniamoci tanto.

Oltre iMudracchèrianche iFrinèrifanno parte del corteggio nuziale, anzi lo precedono. Si chiamano così alcuni giovani che portano una conocchia (Frenu) ornata di nastri e fiocchi e con un fazzoletto pendente dalla cima a guisa di banderuola.

Spesso si usa fare laTravataeParratadetta ancheSpallèra, specie di siepe o serraglio, che s'inalza nelle vie per cui passa il corteggio, e si fa dalla gente del villaggio in cui la sposa va a prender dimora. Quello deiMudracchèriche riporta iltrionfodel vanto[512], cioè galoppando giunge primo allaparrata, ha il diritto di offrire alla sposa su di un canestro pieno di fiori le chiavi della casa coniugale, congratulandosi con poesie, come ad esempio questa:


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