CAPITOLO SECONDO.

CAPITOLO SECONDO.SOMMARIO.I. Ingiusto gudicio intorno alla condotta di coloro che restaurarono la Casa degli Stuardi.—II. Abolizione del possesso a titolo di servigio militare— III. Scioglimento dell’esercito.—IV. Si rinnuovano le dissensioni fra le Teste-Rotonde e i Cavalieri.—V. Dissensioni religiose.—VI. Impopolarità de’ Puritani.—VII. Carattere di Carlo II.—VIII. Caratteri del Duca di York e del Conte di Clarendon.—IX. Elezione generale del 1661. —X. Violenza de’ Cavalieri nel nuovo Parlamento.—- XI. Persecuzione de’ Puritani.—XII. Zelo della Chiesa per la monarchia ereditaria.—XIII. Modificazioni ne’ costumi del popolo.—XIV. Corruttela degli uomini politici di quell’età.—XV. Condizioni della Scozia.—XVI. Condizioni della Irlanda.—XVII. Il governo perde la sua popolarità in Inghilterra.—XVIII. Guerra cogli Olandesi.—XIX. Opposizione nella Camera de’ Comuni.—XX. Caduta di Clarendon.—XXI. Stato della politica europea, e preponderanza della Francia.—XXII. Carattere di Luigi XIV.—XXIII. La triplice Alleanza.—XXIV. Il partito patriottico.—XXV. Vincoli tra Carlo II e la Francia—XXVI. Disegni di Luigi intorno all’Inghilterra.—XXVII. Trattato di Dover.—XXVIII. Indole del Gabinetto inglese.—XXIX La Cabala.—XXX. Chiusura dello Scacchiere.—XXXI. Guerra con le Provincia Unite.—XXXII. Guglielmo Principe d’ Orange.—XXXIII. Adunanza del Parlamento.—XXXIV. Dichiarazione d’indulgenza—XXXV È cancellata, e l’Atto di Prova (Test Act) è adottato.—XXXVI. Scioglimento della Cabala.— XXXVII. Pace con le Provincie Unite; Amministrazione di Danhy.— XXXVIII. Situazione critica del partito patriottico.—XXXIX. Relazioni fra esso e l’ambasciata francese.—XL. Pace di Nimega; malcontenti furiosi in Inghilterra.—XLI. Caduta di Danhy; la congiura papale. —XLII. Prima elezione generale del 1679.—XLIII. Violenza della nuova Camera de’ Comuni.—XLIV. Sistema di governo fatto da Temple. —XLV. Carattere di Halifax.—XLVI. Carattere di Sunderland. —XLVII. Proroga del Parlamento.—XLVIII. Atto dell’Habeas Corpus. —XLIX. Seconda elezione generale del 1679; popolarità di Monmouth. —L. Lorenzo Hyde.—LI. Sidney Godolphin.—LII. Violenza delle fazioni per la legge d’Esclusione.—LIII. Nomi di Whig e Tory.—LIV. Adunanza del Parlamento; la Legge d’Esclusione è approvata dalla Camera dei Comuni.—LV. È rigettata da quella de’ Lordi; Stafford è giustiziato. —LVI. Elezione generale del 1681.—LVII. Parlamento convocato in Oxford e disciolto; Reazione de’ Tory.—LVIII. Persecuzione de’ Whig.—LIX. Confisca dello Statuto della Città; Congiure de’ Whig. —LX. Scoperta di tali congiure; severità del Governo.—LXI. Sequestro degli Statuti.—LXII. Influenza del Duca d’York.—LXIII. Halifax glisi oppone.—LXIV. Il Lord Cancelliere Guildford.—LXV. Politica di Luigi.—LXVI. Stato delle fazioni nella corte di Carlo all’epoca della sua morte.I. La storia dell’Inghilterra nel secolo decimosettimo, è quella del trasmutamento d’una monarchia limitata, secondo la costumanza del medio evo, in una monarchia più consona al progresso d’una società, nella quale non possono le gravezze pubbliche essere più oltre sostenute dai beni della Corona, e la pubblica difesa affidata alle milizie feudali. Abbiamo già veduto come gli uomini politici che predominavano nel Lungo Parlamento del 1642, facessero grandi sforzi a compire il predetto mutamento, trasferendo, direttamente e formalmente, agli Stati del reame il diritto di scegliere i ministri, il comando delle armi, e la soprintendenza del potere esecutivo. Quell’ordinamento era forse il migliore di quanti allora se ne potessero immaginare; ma lo sconcertò interamente l’esito della guerra civile. Le Camere trionfarono di certo, ma dopo una lotta tale, che fece loro stimar necessario di chiamare a vita un potere che esse non seppero infrenare, e che tosto signoreggiò tutte le classi e tutti i partiti. Per qualche tempo, i danni inseparabili dal Governo militare, furono in alcun modo mitigati dalla saviezza e magnanimità del grande uomo che aveva il supremo comando. Ma quando la spada ch’egli impugnava con energia, e con energia sempre guidata dal buon senso, e quasi sempre temperata dalla sua buona indole, passò in mano di capitani che non avevano nè la destrezza nè le virtù di lui, e’ sembrò probabilissimo che l’ordine e la libertà corressero a vergognosa rovina.Tale rovina, per buona ventura, fu scansata. È stato costume, per troppi degli scrittori amici della libertà, rappresentare la Ristaurazione come un avvenimento disastroso, e dannare di stoltezza o viltà la Convenzione che richiamò la reale famiglia, senza ottenere nuove guarentigie contro la mala amministrazione. Coloro che in tal guisa ragionano, non intendono l’indole vera degli eventi che seguirono la caduta di Riccardo Cromwell. La Inghilterra versava in presentissimo pericolo diessere oppressa da tirannelli militari, innalzati e deposti dal capriccio della soldatesca. Liberare il paese dalla dominazione de’ soldati era il fine precipuo d’ogni assennato cittadino; ma finchè i soldati rimasero concordi, i più fiduciosi poco speravano di conseguirlo. Di repente balenò un raggio di speranza. I capitani e le legioni cominciarono ad avversarsi vicendevolmente. Le sorti future della nazione pendevano dall’uso che si sarebbe potuto fare di un ben augurato istante. I nostri antichi usarono bene di quel momento. Dimenticarono i vecchi rancori, smessero i piccoli scrupoli, differirono a più convenevole stagione tutte le dispute intorno alle riforme necessarie alle nostre istituzioni; e si congiunsero tutti, Cavalieri e Teste-Rotonde, Episcopali e Presbiteriani, a rivendicare le antiche leggi della patria dal dispotismo militare. L’equa partizione del potere fra Re, Camera dei Lordi e Camera de’ Comuni, poteva differirsi fino a quando si fosse deciso se l’Inghilterra dovesse essere governata da Re, Lordi e Comuni, o da corazzieri e lancieri. Se gli uomini di stato della Convenzione avessero tenuto condotta diversa, e avessero lungamente discorso intorno ai principii del Governo; se avessero redatta una nuova Costituzione e l’avessero mandata a Carlo, se si fossero aperte conferenze, se ci fosse stato per parecchie settimane un andare e venire di corrieri tra Westminster e i Paesi Bassi recando progetti, risposte di Hyde e proposte di Prynne: la coalizione, dalla quale pendeva la pubblica salvezza, si sarebbe disciolta; i Presbiteriani e i Realisti sarebbero venuti a conflitto; le fazioni militari si sarebbero, come è verosimile, riconciliate; e gli imprudenti amici della libertà, oppressi da un giogo peggiore di quello che poteva essere loro imposto dal pessimo degli Stuardi, avrebbero invocata invano la felice occasione che avevano lasciato fuggire.II. Per la qual cosa, l’antico ordinamento civile, per unanime consenso di ambedue i grandi partiti, venne ristabilito esattamente tale qual era allorchè, diciotto anni avanti, Carlo I fuggì dalla metropoli. Tutti quegli atti del Lungo Parlamento che avevano ricevuto lo assenso regio, furono considerati come validi. Ottennesi dal Re una nuova concessione assai più proficua ai Cavalieri che alle Teste-Rotonde. Il possessodelle terre a titolo di servigio militare, era stato in origine istituito come mezzo di difesa nazionale. Ma con l’andare degli anni, la parte utile di quella istituzione era scomparsa, senza altro lasciare che cerimonie ed aggravi. Un possessore di terre a titolo di servigio militare, dipendente dalla Corona—e a tal titolo il suolo dell’Inghilterra quasi tutto era posseduto,—doveva pagare una gravosa ammenda nell’atto di torre possesso della sua proprietà. Non ne poteva alienare la più piccola parte senza comperarne la licenza. Quando egli moriva, lasciando un erede infante, il sovrano diventava tutore, ed aveva diritto non solo a gran parte delle entrate per tutto il tempo della minorità, ma poteva imporre al pupillo, sotto gravi pene, di unirsi in matrimonio a qualunque persona di convenevole grado. Il principale movente che attirava alla corte un adulatore bisognoso, era la speranza di ottenere, come premio di servilità e d’adulazione, una lettera del Re per una ricca erede. Tali abusi erano caduti con la monarchia; ed ogni gentiluomo possidente di terre nel Regno desiderava che non fossero richiamati a vita. Vennero quindi solennemente aboliti con uno statuto, e non rimase vestigio del vecchio costume di possedere a titolo di militari servigi, salvo que’ servigi d’onore, che tuttavia, nella cerimonia dell’incoronazione, vengono resi alla persona del sovrano da alcuni signori territoriali.III. Ed era ormai tempo di sciogliere lo esercito. Cinquantamila uomini, usi alle armi, furono a un tratto dispersi fra mezzo alla società; e la esperienza sembrava far credere come certo, che siffatto repentino mutamento dovesse essere cagione di gran miseria e di grandi delitti: val quanto dire, che i veterani cacciati di impiego, sarebbero o andati accattando di porta in porta, o spinti dalla fame al saccheggio. Ma ciò, per buona sorte, non avvenne. In pochi mesi, non rimase segno che indicasse come la più formidabile armata del mondo si fosse fusa con la gran massa del popolo. Gli stessi realisti confessavano che in ogni ramo di onesta industria i guerrieri licenziati prosperavano più che ogni altro uomo; che nessuno di loro venne addebitato di furto o di rapina; che non se ne vedeva nè anche uno che andasse limosinando; e che se un fornaio,un muratore, un vetturale, si faceva notare per diligenza e sobrietà, egli era probabilissimamente uno de’ vecchi soldati d’Oliviero.La tirannide militare era caduta; ma negli animi di tutti aveva lasciato profonde e durevoli traccie. Il nome di un esercito stanziale fu per lunga stagione abborrito; ed è degno di nota, che siffatto abborrimento fosse più forte ne’ Cavalieri che nelle Teste-Rotonde. Dovrebbe considerarsi come singolare ventura, che nel tempo in cui la patria nostra, per la prima e l’ultima volta soggiacque al governo della spada, la spada fosse nelle mani, non di principi legittimi, ma di quei ribelli che uccisero il Re ed abbatterono la Chiesa. Se un principe legittimo al pari di Carlo, avesse comandato un esercito prode quanto quello di Cromwell, non vi sarebbe stata più speranza per le libertà dell’Inghilterra. Avventuratamente, quello strumento del quale solo la Monarchia poteva giovarsi per rendersi assoluta, era obietto di orrore e disgusto al partito monarchico, e seguitò lunghi anni ad associarsi nelle menti de’ realisti e de’ prelatisti col regicidio e con le predicazioni nel campo. Un secolo dopo la morte di Cromwell, i Tory continuavano ancora a schiamazzare contro ogni augumento di soldati regolari, e a trombettare le lodi delle milizie nazionali. Anche nel 1786, un Ministro che possedeva grandemente la loro fiducia, non valse a vincere l’avversione che mostrarono alla idea di fortificare le coste; nè guardarono mai di buon occhio l’armata stanziale, finchè la rivoluzione francese non sopraggiunse a suscitare negli animi loro nuova e diversa paura.IV. La coalizione che aveva rimesso il Re sul trono, ebbe fine col pericolo che l’aveva fatta nascere, e due partiti ostili mostraronsi nuovamente in campo, pronti a cozzare. Entrambi, a dir vero, concordavano intorno al bisogno di punire parecchi infelici, che in quel tempo erano il zimbello d’un odio quasi universale. Cromwell non era più; e coloro che erano fuggiti dinanzi a lui, furono paghi del vigliacco diletto di disseppellire, impiccare, squartare e bruciare la spoglia mortale del più gran principe che governasse mai l’Inghilterra. Dettero sfogo alla loro vendetta anche sopra taluni capi di parte repubblicana. Ma come furono sazi del sangue de’regicidi, presero a dilacerarsi scambievolmente. Le Teste-Rotonde, mentre ammettevano le virtù del Re morto, e dannavano la sentenza profferitagli contro da un tribunale illegittimo, sostenevano che la sua amministrazione era stata, in molte cose, incostituzionale, e che le Camere avevano prese le armi contro lui per cagioni solidamente fondate. Pensavano, la Monarchia non avere nemico peggiore di colui che, adulando, esaltava la regia prerogativa sopra la legge, dannava ogni opposizione fatta alle regie usurpazioni, ed oltraggiava non solo Cromwell e Harrison, ma Pym e Hampdem, col nome di traditori. Se il Re bramava di regnare con prosperità e quiete, gli era necessario affidarsi a coloro i quali, benchè avessero snudata la spada a tutelare i conculcati privilegi del Parlamento, eransi esposti alla rabbia dei soldati onde salvargli il padre, ed erano stati parte principale nel provvedimento di richiamare l’esule famiglia reale.I sentimenti de’ Cavalieri erano assai differenti. Nel corso dei diciotto anni, essi, fra tutte le vicissitudini seguite, erano rimasti fedeli alla Corona. Partecipi delle calamità del loro principe, non dovevano forse partecipare del suo trionfo? Non era da farsi distinzione veruna tra loro e il suddito sleale che aveva combattuto contro il sovrano, che aveva seguito Riccardo Cromwell, e giammai cooperato alla ristaurazione degli Stuardi, finchè fu a tutti manifesto che null’altro avrebbe potuto salvare la nazione dalla tirannia dello esercito? Concedasi pure che siffatto uomo avesse ottenuto per nuovi servigi il regio perdono; dovevano tali servigi, resi presso al tramonto, agguagliarsi agli affanni ed ai patimenti di coloro che avevano sostenuto il carico e il calore di tutto il giorno? Doveva egli accomunarsi con uomini che non avevano bisogno della regia clemenza; con uomini che in tutta la vita loro avevano meritata la gratitudine del Re? E soprattutto, doveva tollerarsi che rimanesse in possesso di ricchezze accumulate sulle ruine degli averi de’ difensori del trono? Non bastava che la sua testa e i suoi averi patrimoniali, cento volte devoluti alla Giustizia, rimanessero salvi; e che egli, col rimanente della nazione, godesse i beni di quel mite Governo, al quale era stato lungo tempo nemico? Era egli mestieri ricompensarloper i suoi tradimenti, a spese di coloro ch’erano rei solo della fedeltà onde avevano mantenuto il giuramento di obbedienza alla Corona? Quale utile poteva trovare il Re nel satollare i suoi nemici con la preda strappata agli amici suoi? Quale fiducia poteva riporsi in uomini che avevano avversato il loro sovrano, gli avevano mosso guerra contro, lo avevano imprigionato; e che adesso, invece di abbassare il viso rosso di vergogna e di pentimento, difendevano il già fatto, e sembravano credere d’aver data prova di lealtà astenendosi solo dal regicidio? Era vero che avevano, poco fa, dato mano a rialzare il trono; ma non era men vero che manifestavano tuttavia certi principii spinti dai quali, potevano abbatterlo una seconda volta. Senza dubbio, sarebbe stato convenevole che il Re desse segni d’approvazione a taluni convertiti, ch’erano stati grandemente utili; ma la politica, la giustizia, la gratitudine, gl’imponevano di rimeritare de’ più alti favori coloro, i quali dal principio alla fine, e nella prospera e nella trista fortuna, avevano difesa la Casa Reale. Per queste ragioni, i Cavalieri naturalmente dimandavano compensazione di tutti i danni che avevano sostenuti, e preferenza ai favori della Corona. Alcuni spiriti violenti di quel partito, spingendosi anche più oltre, schiamazzavano perchè si facessero lunghe liste di proscrizioni.V. La contesa politica, secondo il consueto, venne esasperata dalla religiosa. Il Re trovò la Chiesa in uno stato ben singolare. Poco tempo innanzi lo scoppio della guerra civile, il padre suo aveva, ripugnante, assentito ad una legge, vigorosamente sostenuta da Falkland, la quale privava i vescovi del diritto di sedere nella Camera de’ Lordi; ma lo episcopato e la liturgia non erano mai stati aboliti con apposita legge. Nulladimeno, il Lungo Parlamento aveva fatte alcune provvisioni, che avevano cagionato un pieno rivolgimento nel governo e culto ecclesiastico. Il nuovo sistema, ne’ suoi principii, era appena meno Erastiano di quello cui era stato sostituito. Le Camere, dirette principalmente dai consigli del dotto Seldeno, volevano fermamente tenere il potere spirituale in istretta subordinazione del temporale. Avevano ricusato dichiarare che alcuna forma di politica ecclesiastica fosse d’origine divina; ed avevano provveduto che si potesse fare appelloin ultima istanza da’ tribunali ecclesiastici al Parlamento. Con tale importante riserva, avevano deciso di istituire in Inghilterra una gerarchia affatto simile a quella che ora esiste in Iscozia. L’autorità de’ concilii, con relazione graduale da minore a maggiore, venne sostituita alla autorità de’ vescovi e degli arcivescovi. La liturgia dette luogo al direttorio presbiteriano. Ma erano appena stati fatti i nuovi regolamenti, allorquando gl’Indipendenti conseguirono la preponderanza nello Stato. Non erano disposti a mandare ad esecuzione le ordinanze concernenti i sinodi parrocchiali, provinciali e nazionali; e però tali ordinanze non furono mai pienamente osservate. Il sistema presbiteriano non fu in nessun luogo, fuorchè in Middlesex e nella Contea di Lancaster, solidamente stabilito. Nelle altre cinquanta Contee, quasi ogni parrocchia non ebbe connessione alcuna con le parrocchie vicine. In alcuni distretti i ministri ordinaronsi ad associazioni volontarie, a fine di prestarsi vicendevole soccorso e consiglio; ma non avevano il potere coercitivo. I patroni dei beneficii, non tenuti in freno nè dal vescovo nè dal presbiterio, avrebbero potuto affidare la cura delle anime al prete più scandaloso del mondo, se non avesse loro impedito di così fare lo intervento arbitrario d’Oliviero. Egli stabilì, di propria autorità, un ufficio di commissari, detti saggiatori; la più parte de’ quali erano teologi indipendenti, ma sedevano fra loro pochi ministri presbiteriani e pochi laici. Il certificato dei saggiatori teneva luogo d’istituzione e d’induzione, e senza tale certificato, niuno poteva occupare un beneficio. Fu questo indubitatamente uno degli atti più dispotici che mai facesse qualunque sovrano inglese. Nondimeno, temendosi generalmente che il paese venisse invaso da uomini ignoranti, o ebrei, o reprobi, col nome e con la paga di ministri, alcuni rispettabili personaggi, che per lo più non procedevano amici a Cromwell, confessarono che, in quell’occasione, egli era stato pubblico benefattore. I presentati che avevano ottenuta l’approvazione de’ saggiatori, prendevano possesso delle loro rettorie; coltivavano le terre, raccoglievano le decime, officiavano senza libro e senza cotta, ed amministravano la eucaristia ai fedeli assisi innanzi a lunghe mense.Così l’ordinamento politico della Chiesa nel Regno trovavasi in confusione inestricabile. La forma prescritta dalla vecchia legge del paese, non ancora revocata, era l’episcopale. Quella prescritta dalla ordinanza parlamentare, era la presbiteriana. Ma nè la vecchia legge nè la ordinanza parlamentare praticamente valevano. La Chiesa, nella condizione in cui era a quel tempo, può rappresentarsi in sembianza di un corpo irregolare, composto di pochi presbiterii, e di molte congregazioni indipendenti, che erano tenute soggette ed unite dall’autorità del Governo.Fra tutti coloro che eransi maggiormente adoperati a ricondurre il Re sul trono, molti erano zelanti de’ sinodi e del direttorio, e molti desideravano terminare con una concordia i dissidii religiosi che avevano per tanto tempo agitata l’Inghilterra. Fra i seguaci bacchettoni di Laud e i bacchettoni proseliti di Calvino, non vi poteva essere nè pace nè tregua; ma non pareva cosa impossibile lo indurre ad un accomodamento gli Episcopali moderati della scuola di Usher, e i moderati Presbiteriani di quella di Baxter. Gli uni avrebbero ammesso che un vescovo poteva legalmente essere assistito da un concilio; gli altri non avrebbero negato che ogni assemblea provinciale poteva legalmente avere un preside permanente, il quale portasse il nome di vescovo. Vi sarebbe potuto essere una liturgia modificata in guisa da non escludere la preghiera estemporanea, una cerimonia battesimale in cui il segno della croce potesse a discrezione usarsi od omettersi, un servizio nel quale la comunione venisse ministrata ai fedeli seduti, ove la loro coscienza non consentisse che s’inginocchiassero. Ma la maggior parte de’ Cavalieri non volevano udire a parlare di un siffatto accomodamento. I membri religiosi di cotesto partito aderivano coscienziosamente al sistema della propria Chiesa. Essa era stata cara al Re ucciso; li aveva consolati nella sciagura e nella miseria. Le sue ufficiature così spesso eseguite in silenzio dentro una camera secreta, durante la stagione delle loro traversie, avevano per loro tale incanto, che mal volentieri avrebbero rinunciato a un solo responsorio. Altri fra’ realisti che pretendevano poco a mostrarsi religiosi, amavano la Chiesa episcopale perchè era nemica agl’inimiciloro. Pregiavano una preghiera, o una cerimonia, non pel conforto che arrecava all’anima, ma perchè vessava le Teste-Rotonde; ed erano tanto lontani da conseguire la concordia a prezzo di qualche concessione, che opponevansi alle concessioni principalmente perchè tendevano a produrre la concordia.VI. Tali sentimenti, comecchè biasimevoli, erano naturali, e non affatto indegni di scusa. I Puritani ne’ giorni del loro potere, avevano, senza verun dubbio, crudelmente provocato i loro avversari. Avrebbero dovuto imparare, almeno dal malcontento, dalle lotte, dalle stesse vittorie loro, e dalla caduta di quella superba gerarchia da cui erano stati così gravemente oppressi, che in Inghilterra e nel secolo decimosettimo non era in potestà del magistrato civile lo attirare le menti degli uomini al conformismo col suo proprio sistema teologico. Mostraronsi, non pertanto, intolleranti e faccendieri al pari dello stesso Laud. Inibirono, sotto gravissime pene, l’uso del Libro della Preghiera Comune, non solo nelle chiese, ma anche nelle case private. Era delitto per un fanciullo il leggere accanto al letto dell’infermo genitore una di quelle soavi orazioni che avevano, per lo spazio di quaranta generazioni, mitigato i dolori de’ Cristiani. Pene severe vennero minacciate contro coloro che presumessero di biasimare il culto calvinistico. Ecclesiastici di carattere rispettabile non solo furono a migliaia privati de’ loro beneficii, ma rimanevano sovente esposti agli oltraggi della fanatica marmaglia. Le chiese e le sepolture, le leggiadre opere d’arte, le preziose reliquie dell’antichità, vennero brutalmente sfigurate. Il Parlamento ordinò che tutte le pitture della Collezione Reale, che rappresentavano Cristo o la Vergine Maria, si bruciassero. Alle sculture toccò una sorte egualmente trista. Le Ninfe e le Grazie, opera dello scalpello ionio, furono consegnate agli scalpellini puritani perchè le rendessero più decenti. Ai vizi leggieri la fazione predominante dichiarò guerra con zelo poco temperato dall’umanità o dal buon senso. Fecero severe leggi contro le scommesse; decretarono la pena di morte contro l’adulterio. Lo illecito commercio de’ sessi, anche scevro di violenza o di seduzione, o di pubblico scandalo, o di violazionedi diritti coniugali, fu dichiarato delitto. I pubblici sollazzi, dalle mascherate che allegravano i palagi de’ grandi, fino alle grottesche rappresentazioni del villaggio, furono rigorosamente riprovati. Una ordinanza prescriveva che tutti gli alberi festivi di maggio dovessero essere quinci innanzi abbattuti. Un’altra inibiva ogni qualunque divertimento teatrale. I teatri dovevano essere distrutti, gli spettatori multati, gli attori legati alla coda d’un cavallo e frustati. Il danzare sulla corda, i giuochi de’ burattini, le corse de’ cavalli, erano guardati di mal occhio. Ma il giuoco dell’orso, a quei tempi amato tanto dalle classi alte e dalle basse, era obietto d’indicibile abbominio a quegli austeri settarii. È da notarsi che la loro avversione a quella specie di sollazzo non aveva nulla di comune col sentimento che a’ dì nostri ha indotta la legislatura ad immischiarsene, con lo scopo di proteggere gli animali contro la matta crudeltà degli uomini. Il puritano odiava il giuoco dell’orso non perchè tormentava la povera bestia, ma perchè recava diletto agli spettatori. A dir vero, egli generalmente studiavasi di godere del doppio diletto di tormentare gli spettatori e l’orso.[13]Forse non v’è circostanza che versi tanta luce sull’indole de’ rigoristi, quanto il modo di condursi rispetto alla solennità del Natale di Cristo. Questa avventurosa festività era stata, fino da tempo immemorabile, stagione di gioia e di affezione domestica; stagione nella quale le famiglie adunavansi, i fanciulli ad esse tornavano dalle scuole, i dissidii finivano, le vie risonavano di canti, ogni casa era adornata di piante sempreverdi, ed ogni mensa abbondava di laute vivande. In quella stagione tutti i cuori, non affatto scevri di dolcezza, allargavansi e s’intenerivano. In quella stagione i poveri erano invitati a godere della sovrabbondanza de’ ricchi, la cui bontà tornava maggiormente gradita a cagione della brevità de’ giorni e della severità del tempo. In quella stagione la distanza che divideva i possidenti dagli affittuari, i padroni dai servi, era meno visibile che ne’ rimanenti giorni dell’anno. Il molto godimento non va mai scompagnato da qualche eccesso: nondimeno, il brio con che celebravansi quei giorni santi non era sconvenevole ad una festività cristiana. Il Lungo Parlamento, nel 1644, ordinò che nel dì ventesimoquinto di decembre venisse osservato un rigoroso digiuno, e che tutti lo passassero umilmente lamentando il gran peccato nazionale, che essi e i loro antenati avevano commesso facendo baccano sotto il ramo di vischio,[14]mangiando la testa del cignale, e bevendo la birra, resa più saporita con mele arrostite. Non vi fu atto pubblico che maggiormente irritasse il popolo. Nel Natale seguente scoppiarono formidabili tumulti in molti luoghi. Resistettero ai ministri della polizia, insultarono i magistrati, aggredirono le case de’ più noti zelanti; ed il servizio proscritto di quella solennità venne apertamente eseguito nelle chiese.Tale era lo spirito de’ Puritani esagerati, tanto Presbiteriani quanto Indipendenti. Veramente, Oliviero era poco inchinevole a farla da persecutore e da faccendiere. Ma Oliviero, come capo di parte, e, per conseguenza, schiavo di parte, nonpoteva governare affatto secondo le proprie inclinazioni. Anche sotto la sua amministrazione molti magistrali, dentro le loro giurisdizioni, si resero odiosi quanto Sir Hudibras: s’immischiavano in tutti i sollazzi del vicinato, disperdevano le festevoli ragunanze, e ponevano i suonatori alla berlina. Lo zelo de’ soldati era anche più formidabile. In ogni villaggio dove essi si mostrassero, finivano i balli, il suono delle campane, i giuochi.[15]In Londra parecchie volte interruppero le rappresentazioni teatrali, alle quali il Protettore, in grazia della sua indole buona e del suo senno squisito, mostravasi connivente.All’odio e alla paura ispirati da tanta tirannia congiungevasi il pubblico dispregio. Le specialità del puritano, lo sguardo, il modo di vestirsi, il dialetto, gli scrupoli suoi, erano sempre stati, fino dal tempo di Elisabetta, obietto di scherno. Ma tali cose in una fazione che governava un grande Impero, apparivano assai più grottesche, che nelle oscure e perseguitate congregazioni. Il piagnisteo che aveva fatto tanto ridere gli spettatori, quando l’udirono in sulla scena nellaTribolazione Salutaree nell’Operoso Zelo della Patria, era anche più ridicolo sulle labbra de’ Generali e de’ Consiglieri di Stato. È da notarsi inoltre, che mentre ardevano le lotte civili, erano nate parecchie sette, le stranezze delle quali superavano ogni cosa che si fosse mai veduta di simile in Inghilterra. Un sartore demente, di nome Ludovico Muggleton, errava di taverna in taverna inebriandosi e minacciando gli eterni tormenti contro coloro che ricusassero di credere, sulla sua testimonianza, che l’Ente Supremo fosse alto sei soli piedi, e che il sole distasse dalla terra di quattro miglia soltanto.[16]Giorgio Fox aveva suscitata una tempesta di derisioni, predicando essere violazione della sincerità cristiana l’indicare unapersona singolare col pronome plurale, ed essere omaggio d’idolatria a Giano e a Odino l’usare i vocaboli Gennaio e Mercoledì.[17]La sua dottrina pochi anni appresso venne abbracciata da alcuni uomini insigni, ed acquistò grandemente la pubblica stima. Ma nel tempo della restaurazione, i Quacqueri venivano comunemente considerati come i più spregevoli tra’ fanatici. Dai Puritani erano trattati severamente tra noi, ed erano perseguitati a morte nella Nuova Inghilterra. Nondimeno il popolo, che bada rade volte alle distinzioni sottili, confonde il puritano col quacquero. Ambidue erano scismatici: odiavano lo episcopato e la liturgia; avevano quelle che parevano stravaganti fantasie intorno al vestirsi, allo atteggiarsi, al sollazzarsi. Per quanto notevolmente entrambi distassero in fatto d’opinioni, venivano dall’universale considerati egualmente come scismatici piagnolosi; e tutto ciò ch’era in essi odioso, ridicolo, accresceva lo scherno e l’avversione che la moltitudine sentiva per loro.Avanti le guerre civili, anche coloro che abborrivano dalle opinioni e dai modi del puritano, erano costretti ad ammettere che la sua condotta morale era, generalmente parlando, nelle cose essenziali scevra d’ogni biasimo; ma tale lode poscia non gli fu più oltre concessa, perchè sventuratamente se n’era reso immeritevole. L’ordinario destino delle sètte è quello di ottenere alta fama di santità finchè rimangono oppresse, e di perderla appena divengono potenti: e la ragione ne è chiara. Rade volte avviene che un uomo si aggreghi, mosso da altro motivo che dalla propria coscienza, ad una società proscritta. Tale società quindi si compone, salvo rarissimi casi, di individui sinceri. La più rigida disciplina che si osservi in una congrega religiosa, è un debole strumento di purificazione, ove si paragoni ad un poco di persecuzione pungente che muova dallo esterno. Può credersi con certezza, che pochissime persone, che non fossero mosse da profonde convinzioni religiose, chiedessero il battesimo, mentre Diocleziano perseguitava la Chiesa; o si ascrivessero alle congregazioni protestanti, mentre correvano pericolo di essere arse vive da Bonner. Ma quandouna setta si fa potente, quando spiana la via alle ricchezze ed agli onori, gli uomini mondani ed ambiziosi vi si affollano, ne parlano il linguaggio, si conformano strettamente al rituale, scimmieggiano i caratteri speciali di quella, e spesso vincono gli onesti proseliti in tutte le esterne manifestazioni di zelo. Non è discernimento, non vigilanza de’ reggitori ecclesiastici, che valga ad impedire la intrusione di cotali falsi confratelli. Il loglio e il grano è d’uopo che crescano—insieme. Tosto la gente comincia ad avvedersi che gli uomini di Dio non sono migliori degli uomini del mondo; e conclude con qualche giustizia, che, non essendo migliori, devono necessariamente essere molto peggiori. Poco di poi, tutti que’ segni che dapprima venivano considerati come caratteristiche d’un santo, riduconsi ad essere presi per caratteristiche di un furfante.Ciò avvenne dei non-conformisti inglesi. Erano stati oppressi, e la oppressione gli aveva mantenuti puri e senza macchia. Ottennero il predominio nello Stato. Nessuno poteva conseguire dignità o comando senza il loro favore; il quale non poteva acquistarsi se non se scambiando con essi i segni e le parole d’ordine della spirituale confraternita. Una delle prime deliberazioni del Parlamento di Barebone, la più puritana delle nostre assemblee politiche, consisteva in ciò, che nessuno individuo poteva essere ammesso agli uffici pubblici finchè la Camera non si dichiarasse satisfatta della vera religiosità di lui. Quelli che allora consideravansi quali segni della vera religiosità, cioè il tristo colore degli abiti, lo sguardo severo, i capelli lisci, il tono nasale, il discorso imperlato di affettate citazioni, lo abborrimento delle commedie, delle carte e della falconeria, venivano agevolmente contraffatti da uomini increduli ad ogni religione. I puritani sinceri tosto trovaronsi perduti in mezzo ad una moltitudine, non solo di uomini mondani, ma della più riprovevole genia d’uomini mondani. Imperocchè, il più grande libertino che avesse combattuto sotto i regii vessilli, poteva giustamente reputarsi virtuoso in paragone di alcuni tra quelli, i quali parlando de’ conforti della Sacra Scrittura, vivevano esercitando la fraude e la rapacità, immersi in scerete dissolutezze. La nazione, con unafretta di che possiamo affliggerci, ma non maravigliarci, da questi ipocriti toglieva norma a giudicare tutto il partito. La teologia, i modi, la parlatura del puritano, richiamavano in tal guisa alle menti di tutti le immagini de’ vizi più neri e schifosi. Appena la Restaurazione concesse a chiunque la libertà di mostrarsi nemico al partito che per tanto tempo era stato predominante nello Stato, sorse da ogni angolo del Regno un grido generale contro il puritanismo; grido che spesso era accresciuto dalle voci di quegli astuti simulatori, la cattività dei quali aveva fatto abborrire il nome di puritano.Così, i due grandi partiti che dopo una lunga contesa avevano, con momentanea concordia, cooperato a rimettere sul trono la famiglia reale, diventarono, in politica e in religione, acerrimi nemici. La maggior parte della nazione pendeva verso i realisti. I delitti di Strafford e di Laud, gli eccessi della Camera Stellata e dell’Alta Commissione, i grandi servigi che il Lungo Parlamento, nel primo anno della sua esistenza, aveva resi allo Stato, erano svaniti dalla ricordanza degli uomini. La decapitazione di Carlo I, la cupa tirannia della Coda del Parlamento, la violenza dell’esercito, ricordavansi con disgusto; e la moltitudine inchinava a tenere come responsabili della morte del Re, e de’ disastri che ne seguirono, tutti coloro che gli avevano opposta resistenza.La Camera de’ Comuni, essendo stata eletta mentre predominavano i presbiteriani, non rappresentava in modo alcuno il sentimento universale del popolo, e mostravasi dispostissima ad infrenare la intollerante lealtà de’ Cavalieri. Uno de’ membri che si attentò di dichiarare che tutti coloro i quali avevano snudata la spada contro Carlo I erano traditori al pari di coloro che gli avevano mozzato il capo, venne chiamato all’ordine, posto alla sbarra, e rimproverato dal presidente. Era desiderio generale della Camera, senza verun dubbio, di comporre i litigi ecclesiastici in modo soddisfacente ai Puritani moderati. Ma a ciò fare opponevansi la Corte e la nazione.VII. Il Re era, in questo tempo, amato dal popolo quanto non lo era mai stato nessuno de’ suoi predecessori. Le calamità della sua famiglia, la morte eroica del padre, le sue propriepene ed avventure romanzesche, svegliavano la tenerezza ne’ cuori di tutti. Il suo ritorno aveva liberato il paese da una intollerabile schiavitù. Richiamato dalla voce di ambedue le fazioni avverse, egli era il loro arbitro naturale, ed in certo modo aveva le qualità necessarie a tanto ufficio. La natura gli era stata larga di egregie doti e di felice temperamento. Era stato educato in guisa da bene sviluppare il suo intendimento, ed assuefare il suo spirito allo esercizio d’ogni virtù pubblica e privata. Aveva provate tutte le vicissitudini della fortuna. Giovanissimo, era stato tratto dalla reggia ad una vita d’esilio, di penuria, di pericolo. Pervenuto alle età in cui la mente e il corpo trovatisi nella maggior perfezione, e il primo bollore delle giovanili passioni cessa di sconvolgere l’anima, era stato richiamato dalla sua vita randagia a porsi sul capo la corona degli avi. Aveva dalla amara esperienza imparato come la viltà, la perfidia e la ingratitudine, si sappiano nascondere sotto l’ossequioso contegno della cortigianeria; mentre nel tugurio del povero aveva trovata la vera nobiltà dell’animo. Allorquando offrivano ricchezze a chi lo avesse tradito, minacciavano di morte chiunque gli avesse dato ricovero, gli abitatori delle capanne e i servitori avevano fedelmente mantenuto il secreto, ed a lui, umilmente travestito, avevano baciato la mano con tanta riverenza, quanta gliene avrebbero mostrata se fosse stato assiso sul trono. Era da sperarsi che un giovine uscito da cosiffatta scuola, il quale non difettava nè di destrezza nè di amabilità, si dovesse mostrare Re grande e buono. Carlo uscì da quella scuola adorno di socievoli abitudini, di maniere squisite e cortesi, e di qualche ingegno pel conversare vivace, dedito oltremodo ai piaceri sensuali, amante degli ozi e de’ frivoli sollazzi, incapace di abnegazione e di sforzo, incredulo alla virtù o allo affetto dell’uomo, senza desio di fama, sordo al rimprovero. Secondo lui, ogni uomo era da comprarsi. Ma taluni mercanteggiavano, più che altri, intorno al prezzo; e quando questo mercanteggiare era condotto con ostinazione e destrezza, diventava degno di lode. Gl’inganni onde alcuni uomini astuti mantenevano alto il prezzo della loro valentia, chiamavansi integrità. Gl’inganni onde le donne leggiadre tenevano alto il prezzo della loro beltà,dicevansi modestia. Lo amore di Dio, lo amore della patria, lo amore della famiglia, lo amore degli amici, erano semplici frasi, sinonimi delicati e convenevoli dello amore di sè. Pensando in tal guisa della specie umana, Carlo naturalmente da vasi pochissimo pensiero di ciò che altri pensasse di lui. Onore e vergogna a lui erano quasi ciò che luce e tenebre sono al cieco. Lo hanno molto commendato come sprezzatore dell’adulazione; ma tal pregio, guardato fra le altre qualità dell’indole di lui, non sembra degno di lode. È cosa possibile all’uomo essere al di sotto come al di sopra dell’adulazione. Chi non si fida di nessuno, non ha nè anche fiducia ne’ lusinghieri. Chi non estima la gloria vera, fa poco conto della falsa.Laudasi l’indole di Carlo in ciò che egli, non ostante la pessima opinione che aveva della specie umana, non diventasse misantropo. Poc’altro vedeva negli uomini, tranne la parte odiosa, e nondimeno non gli odiava. Anzi era talmente umano, che spiacevali vedere le sofferenze o udire le querimonie loro. Se non che, questa è una specie d’umanità che, comunque amabile e commendevole in un individuo privato, il cui potere a giovare o a nuocere è rinchiuso in uno stretto cerchio, è stata soventi volte ne’ principi vizio, più presto che virtù. Non pochi fra loro, intesi al bene, hanno abbandonate intere provincie alla rapina ed all’oppressione, mossi solo dal desiderio di vedere, in casa e ai passeggi, visi allegri. Colui che esita a spiacere a pochi che gli stanno d’intorno, pel bene dei molti che non vede giammai, non è fatto per governare una grande società. La facilità di Carlo era tanta, da non trovarsi forse mai in un uomo di sensi a lui simile. Era schiavo, senza essere zimbello, degl’inganni altrui. Donne ed uomini indegni, ai quali sapeva leggere nelle ime latebre del cuore, e i quali egli conosceva privi d’affezione e immeritevoli della sua fiducia, sapevano lusingarlo tanto, da strappargli dalle mani titoli, uffici, terre, secreti di Stato, e grazie. Donò molto, ma nè godè il piacere, nè acquistò la fama di benefico. Spontaneo non donò mai, ma eragli duro rispondere con un rifiuto. Dal che seguiva, che la sua bontà generalmente non iscendesse sopra coloro che più la meritavano, nè anche sopracoloro ai quali portava affetto, ma sopra il più svergognato ed importuno che fosse riuscito ad ottenere udienza.Le cagioni che governarono la condotta politica di Carlo II, differivano assai da quelle onde il predecessore e il successore suoi furono mossi. Non era uomo da lasciarsi imporre dalla teoria patriarcale del Governo e dalla dottrina del diritto divino. Era onninamente scevro d’ambizione. Detestava gli affari, e avrebbe piuttosto abdicato, che sopportare lo incomodo di dirigere veramente l’amministrazione. Tanta avversione aveva alla fatica e tanta ignoranza degli affari, che gli stessi suoi segretari, quando sedeva in consiglio, non potevano frenarsi d’irridere alle sue frivole osservazioni ed alla sua fanciullesca impazienza. Nè gratitudine nè vendetta contribuivano a determinare la sua condotta, perocchè non vi fu mai mente in cui i servigii o le ingiurie lasciassero, come nella sua, deboli e passeggiere impressioni. Desiderava semplicemente essere Re come lo fu poscia Luigi XV di Francia; Re che potesse trarre dal tesoro danari senza fine per appagare i suoi gusti privati; che potesse comprare con ricchezze ed onori persone capaci di aiutarlo a fargli passare il tempo; e che, anche quando lo Stato fosse per la pessima amministrazione caduto in fondo alla vergogna, e spinto sull’orlo del precipizio, potesse escludere ogni tristo pensiero dal ricinto del suo serraglio, e ricusare l’accesso a chiunque potesse disturbare i voluttuosi suoi ozii. Per ciò, e per ciò solo, egli bramava conseguire il potere arbitrario, qualora si fosse potuto conseguire senza rischio o incomodo. Nelle dispute religiose che affaccendavano i suoi sudditi protestanti, la sua coscienza non aveva interesse nessuno; perocchè le sue opinioni oscillavano in uno stato di sospensione satisfatta, fra la incredulità e il papismo. Ma, quantunque la sua coscienza rimanesse neutrale nella contesa tra gli Episcopali e i Presbiteriani, il suo gusto non era tale in nessun modo. I suoi vizi prediletti erano precisamente quelli ai quali i Puritani indulgevano meno. Egli non poteva passare un solo giorno senza il conforto di que’ sollazzi che i Puritani consideravano peccaminosi. Come uomo egregiamente educato, e assai sensibile al ridicolo, le stranezze de’ Puritani lo spingevano ad un riso di dispregio. Aveva, in verità, qualche ragionea non amare quella rigida setta. Nella età in cui le passioni più imperversano, e le leggerezze sono meritevoli di perdono, aveva passati parecchi mesi in Iscozia, Re di nome, ma di fatto prigioniero di Stato nelle mani degli austeri Presbiteriani. Non paghi di volere ch’ei si conformasse al loro culto, e firmasse la loro Convenzione, avevano invigilate tutte le azioni, e sermoneggiato intorno alle giovanili follie di lui. Era stato costretto ad assistere, ripugnante, a preci e sermoni lunghissimi, e poteva reputarsi fortunato allorquando dal pulpito non gli rammentavano le sue proprie fragilità, la tirannide del padre, e la idolatria della madre. Davvero, era stato così sciagurato in quegli anni della sua vita, che la sconfitta dalla quale fu cacciato nuovamente in esilio, poteva più presto considerarsi come liberazione, che come calamità. Sotto la pressura di queste male augurate reminiscenze, Carlo voleva deprimere il partito che aveva fatta resistenza a suo padre.VIII. Giacomo, Duca di York, fratello del Re, si attenne alla medesima via. Benchè libertino, Giacomo era diligente, metodico, e amante dell’autorità e degli affari. Aveva intendimento basso e stretto, ed indole ostinata, aspra e nemica al perdono. Che un principe come lui non potesse vedere di buon occhio le libere istituzioni dell’Inghilterra, e il partito che le difendeva con zelo indefesso, non deve recar maraviglia. Il Duca seguitava a professare la credenza della Chiesa Anglicana; ma aveva già mostrate tendenze tali, da mettere seriamente in pensiero i buoni protestanti.L’uomo che in quel tempo principalmente conduceva il Governo, era Eduardo Hyde, Cancelliere del Regno, e presto creato Conte di Clarendon. La riverenza che giustamente sentiamo per Clarendon come scrittore, non ci debbe rendere ciechi ai falli da lui commessi come uomo di Stato. Alcuni dei quali, nondimeno, vengono spiegati e scusati dalla posizione sciagurata in cui egli trovavasi. Nel primo anno del Lungo Parlamento erasi onorevolmente reso cospicuo fra i senatori che affaticavansi di riparare alle doglianze della nazione. Una delle più odiose cagioni di tali doglianze, cioè il Consiglio di York, era stata rimossa principalmente in grazia degli sforzi di lui. Quando seguì il grande scisma, quando ilpartito riformista ed il conservatore primamente mostraronsi in ordinanza di battaglia, l’uno contro l’altro; egli, insieme con molti savi e da bene uomini, si congiunse al partito conservatore. D’allora in poi seguì le fortune della Corte, godè tanta fiducia di Carlo I, quanta l’indole riservata, e la tortuosa politica di quel Principe ne concedessero ad alcun Ministro, e quinci divise lo esilio e diresse la condotta politica di Carlo II. Dopo la Ristaurazione, Clarendon divenne primo Ministro. Pochi mesi dopo fu annunziato ch’egli era per affinità strettamente congiunto alla Casa Reale; imperocchè la sua figlia era diventata, per secreto matrimonio, Duchessa di York. I suoi nipoti averebbero forse portata la Corona. Per questo illustre parentado ei fu preposto ai capi della vecchia nobiltà del paese, e un tempo fu creduto onnipotente. Per alcune ragioni egli era bene adatto a tenere quel posto eminente. Niuno sapeva, meglio di lui, comporre scritture di Stato; niuno parlava con più gravità e dignità nel Consiglio e nel Parlamento; niuno conosceva meglio i principii dell’arte di regnare; niuno discerneva con occhio più giudizioso le varietà de’ caratteri degli uomini. È d’uopo aggiungere, che sentiva fortemente i doveri morali e religiosi, rispettava sinceramente le leggi del paese, e mostrava coscienzioso riguardo per l’onore e lo interesse della Corona. Ma il suo animo era acre, arrogante, intollerante d’ogni opposizione. Soprattutto, egli era stato lungo tempo in esilio, e questa sola cagione era bastevole a torgli le qualità necessarie a condurre la direzione suprema degli affari. È quasi impossibile che un uomo politico che sia stato costretto dalle lotte civili a bandirsi dalla propria patria, e passare lungi da quella molti de’ più begli anni della vita, riesca adatto, appena ritornato al suolo natio, a togliere in mano il timone della cosa pubblica. Clarendon non va eccettuato da siffatta regola. Aveva lasciata l’Inghilterra con l’animo infiammato da un feroce conflitto, che era terminato con la caduta del suo partito e la ruina delle sue sostanze. Dal 1646 al 1660 era vissuto oltremare, mirando tutto ciò che avveniva nella sua patria, da una grande distanza, e con un falso strumento. Le nozioni che aveva delle pubbliche faccende, raccoglieva necessariamente dalle relazioni de’ conspiratori, parecchidei quali erano uomini esasperati dal danno e dalla disperazione. Gli eventi naturalmente gli sembravano bene augurati, non quando accrescevano la prosperità e la gloria della nazione, ma quando tendevano ad avacciare l’ora del suo ritorno. La sua convinzione—convinzione ch’ei non ha nascosta—consisteva in questo: che i suoi concittadini, non avrebbero potuto godere de’ beni della quiete e della libertà, finchè non avessero rimesso su la vecchia dinastia. Finalmente ritornò alla patria, e senza avere speso nè anche una settimana a volgere lo sguardo all’intorno, a mischiarsi nei socievoli commerci, a notare i mutamenti che quattordici anni di vicende avevano prodotto nel carattere e nel sentire della popolazione, fu posto repentinamente a condurre il Governo dello Stato. In cosiffatte condizioni, anche un Ministro eminentemente destro e docile sarebbe probabilmente caduto in gravissimi errori. Ma la destrezza e la docilità non erano da trovarsi fra le doti dell’animo di Clarendon. Agli occhi suoi, l’Inghilterra seguitava ad essere la Inghilterra della sua giovinezza; e guardava in cagnesco ogni teoria ed ogni pratica introdotta mentre egli era in esilio. Quantunque fosse lontano dal meditare il minimo attentato contro l’antico e indubitato potere della Camera de’ Comuni, il vederlo crescere gli recava grande inquietudine. La prerogativa regia, per la quale egli aveva tanto sofferto, e dalla quale era stato alla perfine innalzato alle ricchezze ed agli onori, era sacra agli occhi suoi. Riguardava le Teste-Rotonde con avversione politica e personale. Aveva sempre aderito fortemente alla Chiesa Anglicana, e tutte le volte che si trattava degl’interessi di quella, erasi separato, non senza rammarico, da’ suoi più diletti amici. Il suo zelo per lo Episcopato e pel Libro della Preghiera Comune divenne quindi più ardente che mai, e si congiunse con un odio vendicativo contro i Puritani; odio che gli recò poco onore, e come ad uomo di Stato e come a cristiano.Mentre la Camera de’ Comuni, che aveva richiamata la reale famiglia, era in sessione, e’ tornava impossibile ristabilire il vecchio sistema ecclesiastico. La Corte non solo nascose con grande studio le proprie intenzioni, ma il Re stesso dette, nel modo più solenne, assicuranze tali, che posero in calmagli animi de’ Presbiteriani moderati. Aveva promesso, prima della Restaurazione, di concedere ai sudditi libertà di coscienza. Ripetè poscia tale promessa, aggiungendovi quella di adoperare le più scrupolose cure onde indurre a concordia le sètte avverse. Disse come egli desiderava di vedere la giurisdizione spirituale divisa tra i vescovi e i sinodi; di fare che la liturgia venisse riesaminata da una congrega di teologi, metà de’ quali sarebbe di presbiteriani. Le quistioni concernenti la cotta, la postura nel ricevere la Eucarestia, e il segno della croce nel battesimo, verrebbero risolute in guisa da calmare le coscienze timorate. Come il Re ebbe addormentati gli occhi vigili di coloro ch’ei maggiormente temeva, sciolse il Parlamento. Aveva già dato il suo assenso ad un atto d’amnistia, salvo pochissimi, per tutti coloro i quali nelle lotte civili s’erano resi colpevoli di delitti politici. Aveva parimenti ottenuta dalla Camera de’ Comuni una concessione a vita delle tasse, l’annuo prodotto delle quali era stimato a un milione e duecento mila lire sterline. A vero dire, il prodotto di quelle per alcuni anni passò di poco un milione; ma questa somma, insieme con la entrata ereditaria della Corona, era allora bastevole a pagare le spese del Governo in tempo di pace. Non fu concessa pecunia per mantenere un esercito stanziale. La nazione sentiva disgusto del semplice nome di quello, e il solo rammentarlo avrebbe commossi ed infiammati tutti i partiti.IX. Nel 1661 seguì una elezione generale. Il popolo era frenetico d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta. Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste-Rotonde. Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero quasi atterriti della propria vittoria.Trovaronsi in condizioni non dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza misericordia, de’ torti sofferti.X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse, sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo, qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto, procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora, per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior numero di teologirealisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non-conformisti; statuti, de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione Cattolica-Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena capitale. Un nuovo edirragionevolissimo giuramento venne imposto ai teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo, fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società cristiana.XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni. Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non-resistenza; dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere, che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale, calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a resistere con la forza alla tirannide delprincipe. Avventuratamente, i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra, contro il trono.Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni. Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano, i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti, riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate; ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e comperare il favore delle potenti Teste-Rotonde, avevano vendute le loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani, serbavanola decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi, Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’ servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro. Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico, sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore. Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani, ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare. Era stata spogliataed oppressa da quello stesso partito che predicava la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische, tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore delViaggio del Pellegrinolanguiva sepolto in carcere per colpa di insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo alla maggiore degradazione.XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo a spesse e violente rivoluzioni e contro-rivoluzioni. Nel corso di pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una nuova dinastia rapidamenteconseguire l’altezza del potere e della gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato; una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste-Rotonde, e dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica, ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella, aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere. Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina, che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro cheagognano a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia, un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali, dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e disinteressati.XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche, religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo, e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale; imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole, ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii. Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria religione agli Scozzesi, nel puntoistesso in cui la religione sua e la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno, che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo, poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese; in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi. Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormainessuno aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica. La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente, e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad accettare dal Governo una semi-tolleranza, conosciuta sotto il nome d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza, non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile, respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione. Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati, impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi, ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della loro disperazione.XVI. Erano tali, durante il regno di Carlo II, le condizioni della Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le Teste-Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che li separavaentrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti, mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia, e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster; incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore; non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano, e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.

CAPITOLO SECONDO.SOMMARIO.I. Ingiusto gudicio intorno alla condotta di coloro che restaurarono la Casa degli Stuardi.—II. Abolizione del possesso a titolo di servigio militare— III. Scioglimento dell’esercito.—IV. Si rinnuovano le dissensioni fra le Teste-Rotonde e i Cavalieri.—V. Dissensioni religiose.—VI. Impopolarità de’ Puritani.—VII. Carattere di Carlo II.—VIII. Caratteri del Duca di York e del Conte di Clarendon.—IX. Elezione generale del 1661. —X. Violenza de’ Cavalieri nel nuovo Parlamento.—- XI. Persecuzione de’ Puritani.—XII. Zelo della Chiesa per la monarchia ereditaria.—XIII. Modificazioni ne’ costumi del popolo.—XIV. Corruttela degli uomini politici di quell’età.—XV. Condizioni della Scozia.—XVI. Condizioni della Irlanda.—XVII. Il governo perde la sua popolarità in Inghilterra.—XVIII. Guerra cogli Olandesi.—XIX. Opposizione nella Camera de’ Comuni.—XX. Caduta di Clarendon.—XXI. Stato della politica europea, e preponderanza della Francia.—XXII. Carattere di Luigi XIV.—XXIII. La triplice Alleanza.—XXIV. Il partito patriottico.—XXV. Vincoli tra Carlo II e la Francia—XXVI. Disegni di Luigi intorno all’Inghilterra.—XXVII. Trattato di Dover.—XXVIII. Indole del Gabinetto inglese.—XXIX La Cabala.—XXX. Chiusura dello Scacchiere.—XXXI. Guerra con le Provincia Unite.—XXXII. Guglielmo Principe d’ Orange.—XXXIII. Adunanza del Parlamento.—XXXIV. Dichiarazione d’indulgenza—XXXV È cancellata, e l’Atto di Prova (Test Act) è adottato.—XXXVI. Scioglimento della Cabala.— XXXVII. Pace con le Provincie Unite; Amministrazione di Danhy.— XXXVIII. Situazione critica del partito patriottico.—XXXIX. Relazioni fra esso e l’ambasciata francese.—XL. Pace di Nimega; malcontenti furiosi in Inghilterra.—XLI. Caduta di Danhy; la congiura papale. —XLII. Prima elezione generale del 1679.—XLIII. Violenza della nuova Camera de’ Comuni.—XLIV. Sistema di governo fatto da Temple. —XLV. Carattere di Halifax.—XLVI. Carattere di Sunderland. —XLVII. Proroga del Parlamento.—XLVIII. Atto dell’Habeas Corpus. —XLIX. Seconda elezione generale del 1679; popolarità di Monmouth. —L. Lorenzo Hyde.—LI. Sidney Godolphin.—LII. Violenza delle fazioni per la legge d’Esclusione.—LIII. Nomi di Whig e Tory.—LIV. Adunanza del Parlamento; la Legge d’Esclusione è approvata dalla Camera dei Comuni.—LV. È rigettata da quella de’ Lordi; Stafford è giustiziato. —LVI. Elezione generale del 1681.—LVII. Parlamento convocato in Oxford e disciolto; Reazione de’ Tory.—LVIII. Persecuzione de’ Whig.—LIX. Confisca dello Statuto della Città; Congiure de’ Whig. —LX. Scoperta di tali congiure; severità del Governo.—LXI. Sequestro degli Statuti.—LXII. Influenza del Duca d’York.—LXIII. Halifax glisi oppone.—LXIV. Il Lord Cancelliere Guildford.—LXV. Politica di Luigi.—LXVI. Stato delle fazioni nella corte di Carlo all’epoca della sua morte.I. La storia dell’Inghilterra nel secolo decimosettimo, è quella del trasmutamento d’una monarchia limitata, secondo la costumanza del medio evo, in una monarchia più consona al progresso d’una società, nella quale non possono le gravezze pubbliche essere più oltre sostenute dai beni della Corona, e la pubblica difesa affidata alle milizie feudali. Abbiamo già veduto come gli uomini politici che predominavano nel Lungo Parlamento del 1642, facessero grandi sforzi a compire il predetto mutamento, trasferendo, direttamente e formalmente, agli Stati del reame il diritto di scegliere i ministri, il comando delle armi, e la soprintendenza del potere esecutivo. Quell’ordinamento era forse il migliore di quanti allora se ne potessero immaginare; ma lo sconcertò interamente l’esito della guerra civile. Le Camere trionfarono di certo, ma dopo una lotta tale, che fece loro stimar necessario di chiamare a vita un potere che esse non seppero infrenare, e che tosto signoreggiò tutte le classi e tutti i partiti. Per qualche tempo, i danni inseparabili dal Governo militare, furono in alcun modo mitigati dalla saviezza e magnanimità del grande uomo che aveva il supremo comando. Ma quando la spada ch’egli impugnava con energia, e con energia sempre guidata dal buon senso, e quasi sempre temperata dalla sua buona indole, passò in mano di capitani che non avevano nè la destrezza nè le virtù di lui, e’ sembrò probabilissimo che l’ordine e la libertà corressero a vergognosa rovina.Tale rovina, per buona ventura, fu scansata. È stato costume, per troppi degli scrittori amici della libertà, rappresentare la Ristaurazione come un avvenimento disastroso, e dannare di stoltezza o viltà la Convenzione che richiamò la reale famiglia, senza ottenere nuove guarentigie contro la mala amministrazione. Coloro che in tal guisa ragionano, non intendono l’indole vera degli eventi che seguirono la caduta di Riccardo Cromwell. La Inghilterra versava in presentissimo pericolo diessere oppressa da tirannelli militari, innalzati e deposti dal capriccio della soldatesca. Liberare il paese dalla dominazione de’ soldati era il fine precipuo d’ogni assennato cittadino; ma finchè i soldati rimasero concordi, i più fiduciosi poco speravano di conseguirlo. Di repente balenò un raggio di speranza. I capitani e le legioni cominciarono ad avversarsi vicendevolmente. Le sorti future della nazione pendevano dall’uso che si sarebbe potuto fare di un ben augurato istante. I nostri antichi usarono bene di quel momento. Dimenticarono i vecchi rancori, smessero i piccoli scrupoli, differirono a più convenevole stagione tutte le dispute intorno alle riforme necessarie alle nostre istituzioni; e si congiunsero tutti, Cavalieri e Teste-Rotonde, Episcopali e Presbiteriani, a rivendicare le antiche leggi della patria dal dispotismo militare. L’equa partizione del potere fra Re, Camera dei Lordi e Camera de’ Comuni, poteva differirsi fino a quando si fosse deciso se l’Inghilterra dovesse essere governata da Re, Lordi e Comuni, o da corazzieri e lancieri. Se gli uomini di stato della Convenzione avessero tenuto condotta diversa, e avessero lungamente discorso intorno ai principii del Governo; se avessero redatta una nuova Costituzione e l’avessero mandata a Carlo, se si fossero aperte conferenze, se ci fosse stato per parecchie settimane un andare e venire di corrieri tra Westminster e i Paesi Bassi recando progetti, risposte di Hyde e proposte di Prynne: la coalizione, dalla quale pendeva la pubblica salvezza, si sarebbe disciolta; i Presbiteriani e i Realisti sarebbero venuti a conflitto; le fazioni militari si sarebbero, come è verosimile, riconciliate; e gli imprudenti amici della libertà, oppressi da un giogo peggiore di quello che poteva essere loro imposto dal pessimo degli Stuardi, avrebbero invocata invano la felice occasione che avevano lasciato fuggire.II. Per la qual cosa, l’antico ordinamento civile, per unanime consenso di ambedue i grandi partiti, venne ristabilito esattamente tale qual era allorchè, diciotto anni avanti, Carlo I fuggì dalla metropoli. Tutti quegli atti del Lungo Parlamento che avevano ricevuto lo assenso regio, furono considerati come validi. Ottennesi dal Re una nuova concessione assai più proficua ai Cavalieri che alle Teste-Rotonde. Il possessodelle terre a titolo di servigio militare, era stato in origine istituito come mezzo di difesa nazionale. Ma con l’andare degli anni, la parte utile di quella istituzione era scomparsa, senza altro lasciare che cerimonie ed aggravi. Un possessore di terre a titolo di servigio militare, dipendente dalla Corona—e a tal titolo il suolo dell’Inghilterra quasi tutto era posseduto,—doveva pagare una gravosa ammenda nell’atto di torre possesso della sua proprietà. Non ne poteva alienare la più piccola parte senza comperarne la licenza. Quando egli moriva, lasciando un erede infante, il sovrano diventava tutore, ed aveva diritto non solo a gran parte delle entrate per tutto il tempo della minorità, ma poteva imporre al pupillo, sotto gravi pene, di unirsi in matrimonio a qualunque persona di convenevole grado. Il principale movente che attirava alla corte un adulatore bisognoso, era la speranza di ottenere, come premio di servilità e d’adulazione, una lettera del Re per una ricca erede. Tali abusi erano caduti con la monarchia; ed ogni gentiluomo possidente di terre nel Regno desiderava che non fossero richiamati a vita. Vennero quindi solennemente aboliti con uno statuto, e non rimase vestigio del vecchio costume di possedere a titolo di militari servigi, salvo que’ servigi d’onore, che tuttavia, nella cerimonia dell’incoronazione, vengono resi alla persona del sovrano da alcuni signori territoriali.III. Ed era ormai tempo di sciogliere lo esercito. Cinquantamila uomini, usi alle armi, furono a un tratto dispersi fra mezzo alla società; e la esperienza sembrava far credere come certo, che siffatto repentino mutamento dovesse essere cagione di gran miseria e di grandi delitti: val quanto dire, che i veterani cacciati di impiego, sarebbero o andati accattando di porta in porta, o spinti dalla fame al saccheggio. Ma ciò, per buona sorte, non avvenne. In pochi mesi, non rimase segno che indicasse come la più formidabile armata del mondo si fosse fusa con la gran massa del popolo. Gli stessi realisti confessavano che in ogni ramo di onesta industria i guerrieri licenziati prosperavano più che ogni altro uomo; che nessuno di loro venne addebitato di furto o di rapina; che non se ne vedeva nè anche uno che andasse limosinando; e che se un fornaio,un muratore, un vetturale, si faceva notare per diligenza e sobrietà, egli era probabilissimamente uno de’ vecchi soldati d’Oliviero.La tirannide militare era caduta; ma negli animi di tutti aveva lasciato profonde e durevoli traccie. Il nome di un esercito stanziale fu per lunga stagione abborrito; ed è degno di nota, che siffatto abborrimento fosse più forte ne’ Cavalieri che nelle Teste-Rotonde. Dovrebbe considerarsi come singolare ventura, che nel tempo in cui la patria nostra, per la prima e l’ultima volta soggiacque al governo della spada, la spada fosse nelle mani, non di principi legittimi, ma di quei ribelli che uccisero il Re ed abbatterono la Chiesa. Se un principe legittimo al pari di Carlo, avesse comandato un esercito prode quanto quello di Cromwell, non vi sarebbe stata più speranza per le libertà dell’Inghilterra. Avventuratamente, quello strumento del quale solo la Monarchia poteva giovarsi per rendersi assoluta, era obietto di orrore e disgusto al partito monarchico, e seguitò lunghi anni ad associarsi nelle menti de’ realisti e de’ prelatisti col regicidio e con le predicazioni nel campo. Un secolo dopo la morte di Cromwell, i Tory continuavano ancora a schiamazzare contro ogni augumento di soldati regolari, e a trombettare le lodi delle milizie nazionali. Anche nel 1786, un Ministro che possedeva grandemente la loro fiducia, non valse a vincere l’avversione che mostrarono alla idea di fortificare le coste; nè guardarono mai di buon occhio l’armata stanziale, finchè la rivoluzione francese non sopraggiunse a suscitare negli animi loro nuova e diversa paura.IV. La coalizione che aveva rimesso il Re sul trono, ebbe fine col pericolo che l’aveva fatta nascere, e due partiti ostili mostraronsi nuovamente in campo, pronti a cozzare. Entrambi, a dir vero, concordavano intorno al bisogno di punire parecchi infelici, che in quel tempo erano il zimbello d’un odio quasi universale. Cromwell non era più; e coloro che erano fuggiti dinanzi a lui, furono paghi del vigliacco diletto di disseppellire, impiccare, squartare e bruciare la spoglia mortale del più gran principe che governasse mai l’Inghilterra. Dettero sfogo alla loro vendetta anche sopra taluni capi di parte repubblicana. Ma come furono sazi del sangue de’regicidi, presero a dilacerarsi scambievolmente. Le Teste-Rotonde, mentre ammettevano le virtù del Re morto, e dannavano la sentenza profferitagli contro da un tribunale illegittimo, sostenevano che la sua amministrazione era stata, in molte cose, incostituzionale, e che le Camere avevano prese le armi contro lui per cagioni solidamente fondate. Pensavano, la Monarchia non avere nemico peggiore di colui che, adulando, esaltava la regia prerogativa sopra la legge, dannava ogni opposizione fatta alle regie usurpazioni, ed oltraggiava non solo Cromwell e Harrison, ma Pym e Hampdem, col nome di traditori. Se il Re bramava di regnare con prosperità e quiete, gli era necessario affidarsi a coloro i quali, benchè avessero snudata la spada a tutelare i conculcati privilegi del Parlamento, eransi esposti alla rabbia dei soldati onde salvargli il padre, ed erano stati parte principale nel provvedimento di richiamare l’esule famiglia reale.I sentimenti de’ Cavalieri erano assai differenti. Nel corso dei diciotto anni, essi, fra tutte le vicissitudini seguite, erano rimasti fedeli alla Corona. Partecipi delle calamità del loro principe, non dovevano forse partecipare del suo trionfo? Non era da farsi distinzione veruna tra loro e il suddito sleale che aveva combattuto contro il sovrano, che aveva seguito Riccardo Cromwell, e giammai cooperato alla ristaurazione degli Stuardi, finchè fu a tutti manifesto che null’altro avrebbe potuto salvare la nazione dalla tirannia dello esercito? Concedasi pure che siffatto uomo avesse ottenuto per nuovi servigi il regio perdono; dovevano tali servigi, resi presso al tramonto, agguagliarsi agli affanni ed ai patimenti di coloro che avevano sostenuto il carico e il calore di tutto il giorno? Doveva egli accomunarsi con uomini che non avevano bisogno della regia clemenza; con uomini che in tutta la vita loro avevano meritata la gratitudine del Re? E soprattutto, doveva tollerarsi che rimanesse in possesso di ricchezze accumulate sulle ruine degli averi de’ difensori del trono? Non bastava che la sua testa e i suoi averi patrimoniali, cento volte devoluti alla Giustizia, rimanessero salvi; e che egli, col rimanente della nazione, godesse i beni di quel mite Governo, al quale era stato lungo tempo nemico? Era egli mestieri ricompensarloper i suoi tradimenti, a spese di coloro ch’erano rei solo della fedeltà onde avevano mantenuto il giuramento di obbedienza alla Corona? Quale utile poteva trovare il Re nel satollare i suoi nemici con la preda strappata agli amici suoi? Quale fiducia poteva riporsi in uomini che avevano avversato il loro sovrano, gli avevano mosso guerra contro, lo avevano imprigionato; e che adesso, invece di abbassare il viso rosso di vergogna e di pentimento, difendevano il già fatto, e sembravano credere d’aver data prova di lealtà astenendosi solo dal regicidio? Era vero che avevano, poco fa, dato mano a rialzare il trono; ma non era men vero che manifestavano tuttavia certi principii spinti dai quali, potevano abbatterlo una seconda volta. Senza dubbio, sarebbe stato convenevole che il Re desse segni d’approvazione a taluni convertiti, ch’erano stati grandemente utili; ma la politica, la giustizia, la gratitudine, gl’imponevano di rimeritare de’ più alti favori coloro, i quali dal principio alla fine, e nella prospera e nella trista fortuna, avevano difesa la Casa Reale. Per queste ragioni, i Cavalieri naturalmente dimandavano compensazione di tutti i danni che avevano sostenuti, e preferenza ai favori della Corona. Alcuni spiriti violenti di quel partito, spingendosi anche più oltre, schiamazzavano perchè si facessero lunghe liste di proscrizioni.V. La contesa politica, secondo il consueto, venne esasperata dalla religiosa. Il Re trovò la Chiesa in uno stato ben singolare. Poco tempo innanzi lo scoppio della guerra civile, il padre suo aveva, ripugnante, assentito ad una legge, vigorosamente sostenuta da Falkland, la quale privava i vescovi del diritto di sedere nella Camera de’ Lordi; ma lo episcopato e la liturgia non erano mai stati aboliti con apposita legge. Nulladimeno, il Lungo Parlamento aveva fatte alcune provvisioni, che avevano cagionato un pieno rivolgimento nel governo e culto ecclesiastico. Il nuovo sistema, ne’ suoi principii, era appena meno Erastiano di quello cui era stato sostituito. Le Camere, dirette principalmente dai consigli del dotto Seldeno, volevano fermamente tenere il potere spirituale in istretta subordinazione del temporale. Avevano ricusato dichiarare che alcuna forma di politica ecclesiastica fosse d’origine divina; ed avevano provveduto che si potesse fare appelloin ultima istanza da’ tribunali ecclesiastici al Parlamento. Con tale importante riserva, avevano deciso di istituire in Inghilterra una gerarchia affatto simile a quella che ora esiste in Iscozia. L’autorità de’ concilii, con relazione graduale da minore a maggiore, venne sostituita alla autorità de’ vescovi e degli arcivescovi. La liturgia dette luogo al direttorio presbiteriano. Ma erano appena stati fatti i nuovi regolamenti, allorquando gl’Indipendenti conseguirono la preponderanza nello Stato. Non erano disposti a mandare ad esecuzione le ordinanze concernenti i sinodi parrocchiali, provinciali e nazionali; e però tali ordinanze non furono mai pienamente osservate. Il sistema presbiteriano non fu in nessun luogo, fuorchè in Middlesex e nella Contea di Lancaster, solidamente stabilito. Nelle altre cinquanta Contee, quasi ogni parrocchia non ebbe connessione alcuna con le parrocchie vicine. In alcuni distretti i ministri ordinaronsi ad associazioni volontarie, a fine di prestarsi vicendevole soccorso e consiglio; ma non avevano il potere coercitivo. I patroni dei beneficii, non tenuti in freno nè dal vescovo nè dal presbiterio, avrebbero potuto affidare la cura delle anime al prete più scandaloso del mondo, se non avesse loro impedito di così fare lo intervento arbitrario d’Oliviero. Egli stabilì, di propria autorità, un ufficio di commissari, detti saggiatori; la più parte de’ quali erano teologi indipendenti, ma sedevano fra loro pochi ministri presbiteriani e pochi laici. Il certificato dei saggiatori teneva luogo d’istituzione e d’induzione, e senza tale certificato, niuno poteva occupare un beneficio. Fu questo indubitatamente uno degli atti più dispotici che mai facesse qualunque sovrano inglese. Nondimeno, temendosi generalmente che il paese venisse invaso da uomini ignoranti, o ebrei, o reprobi, col nome e con la paga di ministri, alcuni rispettabili personaggi, che per lo più non procedevano amici a Cromwell, confessarono che, in quell’occasione, egli era stato pubblico benefattore. I presentati che avevano ottenuta l’approvazione de’ saggiatori, prendevano possesso delle loro rettorie; coltivavano le terre, raccoglievano le decime, officiavano senza libro e senza cotta, ed amministravano la eucaristia ai fedeli assisi innanzi a lunghe mense.Così l’ordinamento politico della Chiesa nel Regno trovavasi in confusione inestricabile. La forma prescritta dalla vecchia legge del paese, non ancora revocata, era l’episcopale. Quella prescritta dalla ordinanza parlamentare, era la presbiteriana. Ma nè la vecchia legge nè la ordinanza parlamentare praticamente valevano. La Chiesa, nella condizione in cui era a quel tempo, può rappresentarsi in sembianza di un corpo irregolare, composto di pochi presbiterii, e di molte congregazioni indipendenti, che erano tenute soggette ed unite dall’autorità del Governo.Fra tutti coloro che eransi maggiormente adoperati a ricondurre il Re sul trono, molti erano zelanti de’ sinodi e del direttorio, e molti desideravano terminare con una concordia i dissidii religiosi che avevano per tanto tempo agitata l’Inghilterra. Fra i seguaci bacchettoni di Laud e i bacchettoni proseliti di Calvino, non vi poteva essere nè pace nè tregua; ma non pareva cosa impossibile lo indurre ad un accomodamento gli Episcopali moderati della scuola di Usher, e i moderati Presbiteriani di quella di Baxter. Gli uni avrebbero ammesso che un vescovo poteva legalmente essere assistito da un concilio; gli altri non avrebbero negato che ogni assemblea provinciale poteva legalmente avere un preside permanente, il quale portasse il nome di vescovo. Vi sarebbe potuto essere una liturgia modificata in guisa da non escludere la preghiera estemporanea, una cerimonia battesimale in cui il segno della croce potesse a discrezione usarsi od omettersi, un servizio nel quale la comunione venisse ministrata ai fedeli seduti, ove la loro coscienza non consentisse che s’inginocchiassero. Ma la maggior parte de’ Cavalieri non volevano udire a parlare di un siffatto accomodamento. I membri religiosi di cotesto partito aderivano coscienziosamente al sistema della propria Chiesa. Essa era stata cara al Re ucciso; li aveva consolati nella sciagura e nella miseria. Le sue ufficiature così spesso eseguite in silenzio dentro una camera secreta, durante la stagione delle loro traversie, avevano per loro tale incanto, che mal volentieri avrebbero rinunciato a un solo responsorio. Altri fra’ realisti che pretendevano poco a mostrarsi religiosi, amavano la Chiesa episcopale perchè era nemica agl’inimiciloro. Pregiavano una preghiera, o una cerimonia, non pel conforto che arrecava all’anima, ma perchè vessava le Teste-Rotonde; ed erano tanto lontani da conseguire la concordia a prezzo di qualche concessione, che opponevansi alle concessioni principalmente perchè tendevano a produrre la concordia.VI. Tali sentimenti, comecchè biasimevoli, erano naturali, e non affatto indegni di scusa. I Puritani ne’ giorni del loro potere, avevano, senza verun dubbio, crudelmente provocato i loro avversari. Avrebbero dovuto imparare, almeno dal malcontento, dalle lotte, dalle stesse vittorie loro, e dalla caduta di quella superba gerarchia da cui erano stati così gravemente oppressi, che in Inghilterra e nel secolo decimosettimo non era in potestà del magistrato civile lo attirare le menti degli uomini al conformismo col suo proprio sistema teologico. Mostraronsi, non pertanto, intolleranti e faccendieri al pari dello stesso Laud. Inibirono, sotto gravissime pene, l’uso del Libro della Preghiera Comune, non solo nelle chiese, ma anche nelle case private. Era delitto per un fanciullo il leggere accanto al letto dell’infermo genitore una di quelle soavi orazioni che avevano, per lo spazio di quaranta generazioni, mitigato i dolori de’ Cristiani. Pene severe vennero minacciate contro coloro che presumessero di biasimare il culto calvinistico. Ecclesiastici di carattere rispettabile non solo furono a migliaia privati de’ loro beneficii, ma rimanevano sovente esposti agli oltraggi della fanatica marmaglia. Le chiese e le sepolture, le leggiadre opere d’arte, le preziose reliquie dell’antichità, vennero brutalmente sfigurate. Il Parlamento ordinò che tutte le pitture della Collezione Reale, che rappresentavano Cristo o la Vergine Maria, si bruciassero. Alle sculture toccò una sorte egualmente trista. Le Ninfe e le Grazie, opera dello scalpello ionio, furono consegnate agli scalpellini puritani perchè le rendessero più decenti. Ai vizi leggieri la fazione predominante dichiarò guerra con zelo poco temperato dall’umanità o dal buon senso. Fecero severe leggi contro le scommesse; decretarono la pena di morte contro l’adulterio. Lo illecito commercio de’ sessi, anche scevro di violenza o di seduzione, o di pubblico scandalo, o di violazionedi diritti coniugali, fu dichiarato delitto. I pubblici sollazzi, dalle mascherate che allegravano i palagi de’ grandi, fino alle grottesche rappresentazioni del villaggio, furono rigorosamente riprovati. Una ordinanza prescriveva che tutti gli alberi festivi di maggio dovessero essere quinci innanzi abbattuti. Un’altra inibiva ogni qualunque divertimento teatrale. I teatri dovevano essere distrutti, gli spettatori multati, gli attori legati alla coda d’un cavallo e frustati. Il danzare sulla corda, i giuochi de’ burattini, le corse de’ cavalli, erano guardati di mal occhio. Ma il giuoco dell’orso, a quei tempi amato tanto dalle classi alte e dalle basse, era obietto d’indicibile abbominio a quegli austeri settarii. È da notarsi che la loro avversione a quella specie di sollazzo non aveva nulla di comune col sentimento che a’ dì nostri ha indotta la legislatura ad immischiarsene, con lo scopo di proteggere gli animali contro la matta crudeltà degli uomini. Il puritano odiava il giuoco dell’orso non perchè tormentava la povera bestia, ma perchè recava diletto agli spettatori. A dir vero, egli generalmente studiavasi di godere del doppio diletto di tormentare gli spettatori e l’orso.[13]Forse non v’è circostanza che versi tanta luce sull’indole de’ rigoristi, quanto il modo di condursi rispetto alla solennità del Natale di Cristo. Questa avventurosa festività era stata, fino da tempo immemorabile, stagione di gioia e di affezione domestica; stagione nella quale le famiglie adunavansi, i fanciulli ad esse tornavano dalle scuole, i dissidii finivano, le vie risonavano di canti, ogni casa era adornata di piante sempreverdi, ed ogni mensa abbondava di laute vivande. In quella stagione tutti i cuori, non affatto scevri di dolcezza, allargavansi e s’intenerivano. In quella stagione i poveri erano invitati a godere della sovrabbondanza de’ ricchi, la cui bontà tornava maggiormente gradita a cagione della brevità de’ giorni e della severità del tempo. In quella stagione la distanza che divideva i possidenti dagli affittuari, i padroni dai servi, era meno visibile che ne’ rimanenti giorni dell’anno. Il molto godimento non va mai scompagnato da qualche eccesso: nondimeno, il brio con che celebravansi quei giorni santi non era sconvenevole ad una festività cristiana. Il Lungo Parlamento, nel 1644, ordinò che nel dì ventesimoquinto di decembre venisse osservato un rigoroso digiuno, e che tutti lo passassero umilmente lamentando il gran peccato nazionale, che essi e i loro antenati avevano commesso facendo baccano sotto il ramo di vischio,[14]mangiando la testa del cignale, e bevendo la birra, resa più saporita con mele arrostite. Non vi fu atto pubblico che maggiormente irritasse il popolo. Nel Natale seguente scoppiarono formidabili tumulti in molti luoghi. Resistettero ai ministri della polizia, insultarono i magistrati, aggredirono le case de’ più noti zelanti; ed il servizio proscritto di quella solennità venne apertamente eseguito nelle chiese.Tale era lo spirito de’ Puritani esagerati, tanto Presbiteriani quanto Indipendenti. Veramente, Oliviero era poco inchinevole a farla da persecutore e da faccendiere. Ma Oliviero, come capo di parte, e, per conseguenza, schiavo di parte, nonpoteva governare affatto secondo le proprie inclinazioni. Anche sotto la sua amministrazione molti magistrali, dentro le loro giurisdizioni, si resero odiosi quanto Sir Hudibras: s’immischiavano in tutti i sollazzi del vicinato, disperdevano le festevoli ragunanze, e ponevano i suonatori alla berlina. Lo zelo de’ soldati era anche più formidabile. In ogni villaggio dove essi si mostrassero, finivano i balli, il suono delle campane, i giuochi.[15]In Londra parecchie volte interruppero le rappresentazioni teatrali, alle quali il Protettore, in grazia della sua indole buona e del suo senno squisito, mostravasi connivente.All’odio e alla paura ispirati da tanta tirannia congiungevasi il pubblico dispregio. Le specialità del puritano, lo sguardo, il modo di vestirsi, il dialetto, gli scrupoli suoi, erano sempre stati, fino dal tempo di Elisabetta, obietto di scherno. Ma tali cose in una fazione che governava un grande Impero, apparivano assai più grottesche, che nelle oscure e perseguitate congregazioni. Il piagnisteo che aveva fatto tanto ridere gli spettatori, quando l’udirono in sulla scena nellaTribolazione Salutaree nell’Operoso Zelo della Patria, era anche più ridicolo sulle labbra de’ Generali e de’ Consiglieri di Stato. È da notarsi inoltre, che mentre ardevano le lotte civili, erano nate parecchie sette, le stranezze delle quali superavano ogni cosa che si fosse mai veduta di simile in Inghilterra. Un sartore demente, di nome Ludovico Muggleton, errava di taverna in taverna inebriandosi e minacciando gli eterni tormenti contro coloro che ricusassero di credere, sulla sua testimonianza, che l’Ente Supremo fosse alto sei soli piedi, e che il sole distasse dalla terra di quattro miglia soltanto.[16]Giorgio Fox aveva suscitata una tempesta di derisioni, predicando essere violazione della sincerità cristiana l’indicare unapersona singolare col pronome plurale, ed essere omaggio d’idolatria a Giano e a Odino l’usare i vocaboli Gennaio e Mercoledì.[17]La sua dottrina pochi anni appresso venne abbracciata da alcuni uomini insigni, ed acquistò grandemente la pubblica stima. Ma nel tempo della restaurazione, i Quacqueri venivano comunemente considerati come i più spregevoli tra’ fanatici. Dai Puritani erano trattati severamente tra noi, ed erano perseguitati a morte nella Nuova Inghilterra. Nondimeno il popolo, che bada rade volte alle distinzioni sottili, confonde il puritano col quacquero. Ambidue erano scismatici: odiavano lo episcopato e la liturgia; avevano quelle che parevano stravaganti fantasie intorno al vestirsi, allo atteggiarsi, al sollazzarsi. Per quanto notevolmente entrambi distassero in fatto d’opinioni, venivano dall’universale considerati egualmente come scismatici piagnolosi; e tutto ciò ch’era in essi odioso, ridicolo, accresceva lo scherno e l’avversione che la moltitudine sentiva per loro.Avanti le guerre civili, anche coloro che abborrivano dalle opinioni e dai modi del puritano, erano costretti ad ammettere che la sua condotta morale era, generalmente parlando, nelle cose essenziali scevra d’ogni biasimo; ma tale lode poscia non gli fu più oltre concessa, perchè sventuratamente se n’era reso immeritevole. L’ordinario destino delle sètte è quello di ottenere alta fama di santità finchè rimangono oppresse, e di perderla appena divengono potenti: e la ragione ne è chiara. Rade volte avviene che un uomo si aggreghi, mosso da altro motivo che dalla propria coscienza, ad una società proscritta. Tale società quindi si compone, salvo rarissimi casi, di individui sinceri. La più rigida disciplina che si osservi in una congrega religiosa, è un debole strumento di purificazione, ove si paragoni ad un poco di persecuzione pungente che muova dallo esterno. Può credersi con certezza, che pochissime persone, che non fossero mosse da profonde convinzioni religiose, chiedessero il battesimo, mentre Diocleziano perseguitava la Chiesa; o si ascrivessero alle congregazioni protestanti, mentre correvano pericolo di essere arse vive da Bonner. Ma quandouna setta si fa potente, quando spiana la via alle ricchezze ed agli onori, gli uomini mondani ed ambiziosi vi si affollano, ne parlano il linguaggio, si conformano strettamente al rituale, scimmieggiano i caratteri speciali di quella, e spesso vincono gli onesti proseliti in tutte le esterne manifestazioni di zelo. Non è discernimento, non vigilanza de’ reggitori ecclesiastici, che valga ad impedire la intrusione di cotali falsi confratelli. Il loglio e il grano è d’uopo che crescano—insieme. Tosto la gente comincia ad avvedersi che gli uomini di Dio non sono migliori degli uomini del mondo; e conclude con qualche giustizia, che, non essendo migliori, devono necessariamente essere molto peggiori. Poco di poi, tutti que’ segni che dapprima venivano considerati come caratteristiche d’un santo, riduconsi ad essere presi per caratteristiche di un furfante.Ciò avvenne dei non-conformisti inglesi. Erano stati oppressi, e la oppressione gli aveva mantenuti puri e senza macchia. Ottennero il predominio nello Stato. Nessuno poteva conseguire dignità o comando senza il loro favore; il quale non poteva acquistarsi se non se scambiando con essi i segni e le parole d’ordine della spirituale confraternita. Una delle prime deliberazioni del Parlamento di Barebone, la più puritana delle nostre assemblee politiche, consisteva in ciò, che nessuno individuo poteva essere ammesso agli uffici pubblici finchè la Camera non si dichiarasse satisfatta della vera religiosità di lui. Quelli che allora consideravansi quali segni della vera religiosità, cioè il tristo colore degli abiti, lo sguardo severo, i capelli lisci, il tono nasale, il discorso imperlato di affettate citazioni, lo abborrimento delle commedie, delle carte e della falconeria, venivano agevolmente contraffatti da uomini increduli ad ogni religione. I puritani sinceri tosto trovaronsi perduti in mezzo ad una moltitudine, non solo di uomini mondani, ma della più riprovevole genia d’uomini mondani. Imperocchè, il più grande libertino che avesse combattuto sotto i regii vessilli, poteva giustamente reputarsi virtuoso in paragone di alcuni tra quelli, i quali parlando de’ conforti della Sacra Scrittura, vivevano esercitando la fraude e la rapacità, immersi in scerete dissolutezze. La nazione, con unafretta di che possiamo affliggerci, ma non maravigliarci, da questi ipocriti toglieva norma a giudicare tutto il partito. La teologia, i modi, la parlatura del puritano, richiamavano in tal guisa alle menti di tutti le immagini de’ vizi più neri e schifosi. Appena la Restaurazione concesse a chiunque la libertà di mostrarsi nemico al partito che per tanto tempo era stato predominante nello Stato, sorse da ogni angolo del Regno un grido generale contro il puritanismo; grido che spesso era accresciuto dalle voci di quegli astuti simulatori, la cattività dei quali aveva fatto abborrire il nome di puritano.Così, i due grandi partiti che dopo una lunga contesa avevano, con momentanea concordia, cooperato a rimettere sul trono la famiglia reale, diventarono, in politica e in religione, acerrimi nemici. La maggior parte della nazione pendeva verso i realisti. I delitti di Strafford e di Laud, gli eccessi della Camera Stellata e dell’Alta Commissione, i grandi servigi che il Lungo Parlamento, nel primo anno della sua esistenza, aveva resi allo Stato, erano svaniti dalla ricordanza degli uomini. La decapitazione di Carlo I, la cupa tirannia della Coda del Parlamento, la violenza dell’esercito, ricordavansi con disgusto; e la moltitudine inchinava a tenere come responsabili della morte del Re, e de’ disastri che ne seguirono, tutti coloro che gli avevano opposta resistenza.La Camera de’ Comuni, essendo stata eletta mentre predominavano i presbiteriani, non rappresentava in modo alcuno il sentimento universale del popolo, e mostravasi dispostissima ad infrenare la intollerante lealtà de’ Cavalieri. Uno de’ membri che si attentò di dichiarare che tutti coloro i quali avevano snudata la spada contro Carlo I erano traditori al pari di coloro che gli avevano mozzato il capo, venne chiamato all’ordine, posto alla sbarra, e rimproverato dal presidente. Era desiderio generale della Camera, senza verun dubbio, di comporre i litigi ecclesiastici in modo soddisfacente ai Puritani moderati. Ma a ciò fare opponevansi la Corte e la nazione.VII. Il Re era, in questo tempo, amato dal popolo quanto non lo era mai stato nessuno de’ suoi predecessori. Le calamità della sua famiglia, la morte eroica del padre, le sue propriepene ed avventure romanzesche, svegliavano la tenerezza ne’ cuori di tutti. Il suo ritorno aveva liberato il paese da una intollerabile schiavitù. Richiamato dalla voce di ambedue le fazioni avverse, egli era il loro arbitro naturale, ed in certo modo aveva le qualità necessarie a tanto ufficio. La natura gli era stata larga di egregie doti e di felice temperamento. Era stato educato in guisa da bene sviluppare il suo intendimento, ed assuefare il suo spirito allo esercizio d’ogni virtù pubblica e privata. Aveva provate tutte le vicissitudini della fortuna. Giovanissimo, era stato tratto dalla reggia ad una vita d’esilio, di penuria, di pericolo. Pervenuto alle età in cui la mente e il corpo trovatisi nella maggior perfezione, e il primo bollore delle giovanili passioni cessa di sconvolgere l’anima, era stato richiamato dalla sua vita randagia a porsi sul capo la corona degli avi. Aveva dalla amara esperienza imparato come la viltà, la perfidia e la ingratitudine, si sappiano nascondere sotto l’ossequioso contegno della cortigianeria; mentre nel tugurio del povero aveva trovata la vera nobiltà dell’animo. Allorquando offrivano ricchezze a chi lo avesse tradito, minacciavano di morte chiunque gli avesse dato ricovero, gli abitatori delle capanne e i servitori avevano fedelmente mantenuto il secreto, ed a lui, umilmente travestito, avevano baciato la mano con tanta riverenza, quanta gliene avrebbero mostrata se fosse stato assiso sul trono. Era da sperarsi che un giovine uscito da cosiffatta scuola, il quale non difettava nè di destrezza nè di amabilità, si dovesse mostrare Re grande e buono. Carlo uscì da quella scuola adorno di socievoli abitudini, di maniere squisite e cortesi, e di qualche ingegno pel conversare vivace, dedito oltremodo ai piaceri sensuali, amante degli ozi e de’ frivoli sollazzi, incapace di abnegazione e di sforzo, incredulo alla virtù o allo affetto dell’uomo, senza desio di fama, sordo al rimprovero. Secondo lui, ogni uomo era da comprarsi. Ma taluni mercanteggiavano, più che altri, intorno al prezzo; e quando questo mercanteggiare era condotto con ostinazione e destrezza, diventava degno di lode. Gl’inganni onde alcuni uomini astuti mantenevano alto il prezzo della loro valentia, chiamavansi integrità. Gl’inganni onde le donne leggiadre tenevano alto il prezzo della loro beltà,dicevansi modestia. Lo amore di Dio, lo amore della patria, lo amore della famiglia, lo amore degli amici, erano semplici frasi, sinonimi delicati e convenevoli dello amore di sè. Pensando in tal guisa della specie umana, Carlo naturalmente da vasi pochissimo pensiero di ciò che altri pensasse di lui. Onore e vergogna a lui erano quasi ciò che luce e tenebre sono al cieco. Lo hanno molto commendato come sprezzatore dell’adulazione; ma tal pregio, guardato fra le altre qualità dell’indole di lui, non sembra degno di lode. È cosa possibile all’uomo essere al di sotto come al di sopra dell’adulazione. Chi non si fida di nessuno, non ha nè anche fiducia ne’ lusinghieri. Chi non estima la gloria vera, fa poco conto della falsa.Laudasi l’indole di Carlo in ciò che egli, non ostante la pessima opinione che aveva della specie umana, non diventasse misantropo. Poc’altro vedeva negli uomini, tranne la parte odiosa, e nondimeno non gli odiava. Anzi era talmente umano, che spiacevali vedere le sofferenze o udire le querimonie loro. Se non che, questa è una specie d’umanità che, comunque amabile e commendevole in un individuo privato, il cui potere a giovare o a nuocere è rinchiuso in uno stretto cerchio, è stata soventi volte ne’ principi vizio, più presto che virtù. Non pochi fra loro, intesi al bene, hanno abbandonate intere provincie alla rapina ed all’oppressione, mossi solo dal desiderio di vedere, in casa e ai passeggi, visi allegri. Colui che esita a spiacere a pochi che gli stanno d’intorno, pel bene dei molti che non vede giammai, non è fatto per governare una grande società. La facilità di Carlo era tanta, da non trovarsi forse mai in un uomo di sensi a lui simile. Era schiavo, senza essere zimbello, degl’inganni altrui. Donne ed uomini indegni, ai quali sapeva leggere nelle ime latebre del cuore, e i quali egli conosceva privi d’affezione e immeritevoli della sua fiducia, sapevano lusingarlo tanto, da strappargli dalle mani titoli, uffici, terre, secreti di Stato, e grazie. Donò molto, ma nè godè il piacere, nè acquistò la fama di benefico. Spontaneo non donò mai, ma eragli duro rispondere con un rifiuto. Dal che seguiva, che la sua bontà generalmente non iscendesse sopra coloro che più la meritavano, nè anche sopracoloro ai quali portava affetto, ma sopra il più svergognato ed importuno che fosse riuscito ad ottenere udienza.Le cagioni che governarono la condotta politica di Carlo II, differivano assai da quelle onde il predecessore e il successore suoi furono mossi. Non era uomo da lasciarsi imporre dalla teoria patriarcale del Governo e dalla dottrina del diritto divino. Era onninamente scevro d’ambizione. Detestava gli affari, e avrebbe piuttosto abdicato, che sopportare lo incomodo di dirigere veramente l’amministrazione. Tanta avversione aveva alla fatica e tanta ignoranza degli affari, che gli stessi suoi segretari, quando sedeva in consiglio, non potevano frenarsi d’irridere alle sue frivole osservazioni ed alla sua fanciullesca impazienza. Nè gratitudine nè vendetta contribuivano a determinare la sua condotta, perocchè non vi fu mai mente in cui i servigii o le ingiurie lasciassero, come nella sua, deboli e passeggiere impressioni. Desiderava semplicemente essere Re come lo fu poscia Luigi XV di Francia; Re che potesse trarre dal tesoro danari senza fine per appagare i suoi gusti privati; che potesse comprare con ricchezze ed onori persone capaci di aiutarlo a fargli passare il tempo; e che, anche quando lo Stato fosse per la pessima amministrazione caduto in fondo alla vergogna, e spinto sull’orlo del precipizio, potesse escludere ogni tristo pensiero dal ricinto del suo serraglio, e ricusare l’accesso a chiunque potesse disturbare i voluttuosi suoi ozii. Per ciò, e per ciò solo, egli bramava conseguire il potere arbitrario, qualora si fosse potuto conseguire senza rischio o incomodo. Nelle dispute religiose che affaccendavano i suoi sudditi protestanti, la sua coscienza non aveva interesse nessuno; perocchè le sue opinioni oscillavano in uno stato di sospensione satisfatta, fra la incredulità e il papismo. Ma, quantunque la sua coscienza rimanesse neutrale nella contesa tra gli Episcopali e i Presbiteriani, il suo gusto non era tale in nessun modo. I suoi vizi prediletti erano precisamente quelli ai quali i Puritani indulgevano meno. Egli non poteva passare un solo giorno senza il conforto di que’ sollazzi che i Puritani consideravano peccaminosi. Come uomo egregiamente educato, e assai sensibile al ridicolo, le stranezze de’ Puritani lo spingevano ad un riso di dispregio. Aveva, in verità, qualche ragionea non amare quella rigida setta. Nella età in cui le passioni più imperversano, e le leggerezze sono meritevoli di perdono, aveva passati parecchi mesi in Iscozia, Re di nome, ma di fatto prigioniero di Stato nelle mani degli austeri Presbiteriani. Non paghi di volere ch’ei si conformasse al loro culto, e firmasse la loro Convenzione, avevano invigilate tutte le azioni, e sermoneggiato intorno alle giovanili follie di lui. Era stato costretto ad assistere, ripugnante, a preci e sermoni lunghissimi, e poteva reputarsi fortunato allorquando dal pulpito non gli rammentavano le sue proprie fragilità, la tirannide del padre, e la idolatria della madre. Davvero, era stato così sciagurato in quegli anni della sua vita, che la sconfitta dalla quale fu cacciato nuovamente in esilio, poteva più presto considerarsi come liberazione, che come calamità. Sotto la pressura di queste male augurate reminiscenze, Carlo voleva deprimere il partito che aveva fatta resistenza a suo padre.VIII. Giacomo, Duca di York, fratello del Re, si attenne alla medesima via. Benchè libertino, Giacomo era diligente, metodico, e amante dell’autorità e degli affari. Aveva intendimento basso e stretto, ed indole ostinata, aspra e nemica al perdono. Che un principe come lui non potesse vedere di buon occhio le libere istituzioni dell’Inghilterra, e il partito che le difendeva con zelo indefesso, non deve recar maraviglia. Il Duca seguitava a professare la credenza della Chiesa Anglicana; ma aveva già mostrate tendenze tali, da mettere seriamente in pensiero i buoni protestanti.L’uomo che in quel tempo principalmente conduceva il Governo, era Eduardo Hyde, Cancelliere del Regno, e presto creato Conte di Clarendon. La riverenza che giustamente sentiamo per Clarendon come scrittore, non ci debbe rendere ciechi ai falli da lui commessi come uomo di Stato. Alcuni dei quali, nondimeno, vengono spiegati e scusati dalla posizione sciagurata in cui egli trovavasi. Nel primo anno del Lungo Parlamento erasi onorevolmente reso cospicuo fra i senatori che affaticavansi di riparare alle doglianze della nazione. Una delle più odiose cagioni di tali doglianze, cioè il Consiglio di York, era stata rimossa principalmente in grazia degli sforzi di lui. Quando seguì il grande scisma, quando ilpartito riformista ed il conservatore primamente mostraronsi in ordinanza di battaglia, l’uno contro l’altro; egli, insieme con molti savi e da bene uomini, si congiunse al partito conservatore. D’allora in poi seguì le fortune della Corte, godè tanta fiducia di Carlo I, quanta l’indole riservata, e la tortuosa politica di quel Principe ne concedessero ad alcun Ministro, e quinci divise lo esilio e diresse la condotta politica di Carlo II. Dopo la Ristaurazione, Clarendon divenne primo Ministro. Pochi mesi dopo fu annunziato ch’egli era per affinità strettamente congiunto alla Casa Reale; imperocchè la sua figlia era diventata, per secreto matrimonio, Duchessa di York. I suoi nipoti averebbero forse portata la Corona. Per questo illustre parentado ei fu preposto ai capi della vecchia nobiltà del paese, e un tempo fu creduto onnipotente. Per alcune ragioni egli era bene adatto a tenere quel posto eminente. Niuno sapeva, meglio di lui, comporre scritture di Stato; niuno parlava con più gravità e dignità nel Consiglio e nel Parlamento; niuno conosceva meglio i principii dell’arte di regnare; niuno discerneva con occhio più giudizioso le varietà de’ caratteri degli uomini. È d’uopo aggiungere, che sentiva fortemente i doveri morali e religiosi, rispettava sinceramente le leggi del paese, e mostrava coscienzioso riguardo per l’onore e lo interesse della Corona. Ma il suo animo era acre, arrogante, intollerante d’ogni opposizione. Soprattutto, egli era stato lungo tempo in esilio, e questa sola cagione era bastevole a torgli le qualità necessarie a condurre la direzione suprema degli affari. È quasi impossibile che un uomo politico che sia stato costretto dalle lotte civili a bandirsi dalla propria patria, e passare lungi da quella molti de’ più begli anni della vita, riesca adatto, appena ritornato al suolo natio, a togliere in mano il timone della cosa pubblica. Clarendon non va eccettuato da siffatta regola. Aveva lasciata l’Inghilterra con l’animo infiammato da un feroce conflitto, che era terminato con la caduta del suo partito e la ruina delle sue sostanze. Dal 1646 al 1660 era vissuto oltremare, mirando tutto ciò che avveniva nella sua patria, da una grande distanza, e con un falso strumento. Le nozioni che aveva delle pubbliche faccende, raccoglieva necessariamente dalle relazioni de’ conspiratori, parecchidei quali erano uomini esasperati dal danno e dalla disperazione. Gli eventi naturalmente gli sembravano bene augurati, non quando accrescevano la prosperità e la gloria della nazione, ma quando tendevano ad avacciare l’ora del suo ritorno. La sua convinzione—convinzione ch’ei non ha nascosta—consisteva in questo: che i suoi concittadini, non avrebbero potuto godere de’ beni della quiete e della libertà, finchè non avessero rimesso su la vecchia dinastia. Finalmente ritornò alla patria, e senza avere speso nè anche una settimana a volgere lo sguardo all’intorno, a mischiarsi nei socievoli commerci, a notare i mutamenti che quattordici anni di vicende avevano prodotto nel carattere e nel sentire della popolazione, fu posto repentinamente a condurre il Governo dello Stato. In cosiffatte condizioni, anche un Ministro eminentemente destro e docile sarebbe probabilmente caduto in gravissimi errori. Ma la destrezza e la docilità non erano da trovarsi fra le doti dell’animo di Clarendon. Agli occhi suoi, l’Inghilterra seguitava ad essere la Inghilterra della sua giovinezza; e guardava in cagnesco ogni teoria ed ogni pratica introdotta mentre egli era in esilio. Quantunque fosse lontano dal meditare il minimo attentato contro l’antico e indubitato potere della Camera de’ Comuni, il vederlo crescere gli recava grande inquietudine. La prerogativa regia, per la quale egli aveva tanto sofferto, e dalla quale era stato alla perfine innalzato alle ricchezze ed agli onori, era sacra agli occhi suoi. Riguardava le Teste-Rotonde con avversione politica e personale. Aveva sempre aderito fortemente alla Chiesa Anglicana, e tutte le volte che si trattava degl’interessi di quella, erasi separato, non senza rammarico, da’ suoi più diletti amici. Il suo zelo per lo Episcopato e pel Libro della Preghiera Comune divenne quindi più ardente che mai, e si congiunse con un odio vendicativo contro i Puritani; odio che gli recò poco onore, e come ad uomo di Stato e come a cristiano.Mentre la Camera de’ Comuni, che aveva richiamata la reale famiglia, era in sessione, e’ tornava impossibile ristabilire il vecchio sistema ecclesiastico. La Corte non solo nascose con grande studio le proprie intenzioni, ma il Re stesso dette, nel modo più solenne, assicuranze tali, che posero in calmagli animi de’ Presbiteriani moderati. Aveva promesso, prima della Restaurazione, di concedere ai sudditi libertà di coscienza. Ripetè poscia tale promessa, aggiungendovi quella di adoperare le più scrupolose cure onde indurre a concordia le sètte avverse. Disse come egli desiderava di vedere la giurisdizione spirituale divisa tra i vescovi e i sinodi; di fare che la liturgia venisse riesaminata da una congrega di teologi, metà de’ quali sarebbe di presbiteriani. Le quistioni concernenti la cotta, la postura nel ricevere la Eucarestia, e il segno della croce nel battesimo, verrebbero risolute in guisa da calmare le coscienze timorate. Come il Re ebbe addormentati gli occhi vigili di coloro ch’ei maggiormente temeva, sciolse il Parlamento. Aveva già dato il suo assenso ad un atto d’amnistia, salvo pochissimi, per tutti coloro i quali nelle lotte civili s’erano resi colpevoli di delitti politici. Aveva parimenti ottenuta dalla Camera de’ Comuni una concessione a vita delle tasse, l’annuo prodotto delle quali era stimato a un milione e duecento mila lire sterline. A vero dire, il prodotto di quelle per alcuni anni passò di poco un milione; ma questa somma, insieme con la entrata ereditaria della Corona, era allora bastevole a pagare le spese del Governo in tempo di pace. Non fu concessa pecunia per mantenere un esercito stanziale. La nazione sentiva disgusto del semplice nome di quello, e il solo rammentarlo avrebbe commossi ed infiammati tutti i partiti.IX. Nel 1661 seguì una elezione generale. Il popolo era frenetico d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta. Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste-Rotonde. Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero quasi atterriti della propria vittoria.Trovaronsi in condizioni non dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza misericordia, de’ torti sofferti.X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse, sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo, qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto, procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora, per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior numero di teologirealisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non-conformisti; statuti, de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione Cattolica-Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena capitale. Un nuovo edirragionevolissimo giuramento venne imposto ai teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo, fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società cristiana.XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni. Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non-resistenza; dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere, che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale, calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a resistere con la forza alla tirannide delprincipe. Avventuratamente, i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra, contro il trono.Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni. Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano, i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti, riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate; ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e comperare il favore delle potenti Teste-Rotonde, avevano vendute le loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani, serbavanola decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi, Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’ servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro. Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico, sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore. Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani, ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare. Era stata spogliataed oppressa da quello stesso partito che predicava la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische, tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore delViaggio del Pellegrinolanguiva sepolto in carcere per colpa di insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo alla maggiore degradazione.XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo a spesse e violente rivoluzioni e contro-rivoluzioni. Nel corso di pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una nuova dinastia rapidamenteconseguire l’altezza del potere e della gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato; una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste-Rotonde, e dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica, ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella, aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere. Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina, che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro cheagognano a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia, un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali, dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e disinteressati.XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche, religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo, e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale; imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole, ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii. Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria religione agli Scozzesi, nel puntoistesso in cui la religione sua e la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno, che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo, poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese; in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi. Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormainessuno aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica. La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente, e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad accettare dal Governo una semi-tolleranza, conosciuta sotto il nome d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza, non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile, respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione. Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati, impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi, ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della loro disperazione.XVI. Erano tali, durante il regno di Carlo II, le condizioni della Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le Teste-Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che li separavaentrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti, mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia, e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster; incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore; non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano, e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.

SOMMARIO.

I. Ingiusto gudicio intorno alla condotta di coloro che restaurarono la Casa degli Stuardi.—II. Abolizione del possesso a titolo di servigio militare— III. Scioglimento dell’esercito.—IV. Si rinnuovano le dissensioni fra le Teste-Rotonde e i Cavalieri.—V. Dissensioni religiose.—VI. Impopolarità de’ Puritani.—VII. Carattere di Carlo II.—VIII. Caratteri del Duca di York e del Conte di Clarendon.—IX. Elezione generale del 1661. —X. Violenza de’ Cavalieri nel nuovo Parlamento.—- XI. Persecuzione de’ Puritani.—XII. Zelo della Chiesa per la monarchia ereditaria.—XIII. Modificazioni ne’ costumi del popolo.—XIV. Corruttela degli uomini politici di quell’età.—XV. Condizioni della Scozia.—XVI. Condizioni della Irlanda.—XVII. Il governo perde la sua popolarità in Inghilterra.—XVIII. Guerra cogli Olandesi.—XIX. Opposizione nella Camera de’ Comuni.—XX. Caduta di Clarendon.—XXI. Stato della politica europea, e preponderanza della Francia.—XXII. Carattere di Luigi XIV.—XXIII. La triplice Alleanza.—XXIV. Il partito patriottico.—XXV. Vincoli tra Carlo II e la Francia—XXVI. Disegni di Luigi intorno all’Inghilterra.—XXVII. Trattato di Dover.—XXVIII. Indole del Gabinetto inglese.—XXIX La Cabala.—XXX. Chiusura dello Scacchiere.—XXXI. Guerra con le Provincia Unite.—XXXII. Guglielmo Principe d’ Orange.—XXXIII. Adunanza del Parlamento.—XXXIV. Dichiarazione d’indulgenza—XXXV È cancellata, e l’Atto di Prova (Test Act) è adottato.—XXXVI. Scioglimento della Cabala.— XXXVII. Pace con le Provincie Unite; Amministrazione di Danhy.— XXXVIII. Situazione critica del partito patriottico.—XXXIX. Relazioni fra esso e l’ambasciata francese.—XL. Pace di Nimega; malcontenti furiosi in Inghilterra.—XLI. Caduta di Danhy; la congiura papale. —XLII. Prima elezione generale del 1679.—XLIII. Violenza della nuova Camera de’ Comuni.—XLIV. Sistema di governo fatto da Temple. —XLV. Carattere di Halifax.—XLVI. Carattere di Sunderland. —XLVII. Proroga del Parlamento.—XLVIII. Atto dell’Habeas Corpus. —XLIX. Seconda elezione generale del 1679; popolarità di Monmouth. —L. Lorenzo Hyde.—LI. Sidney Godolphin.—LII. Violenza delle fazioni per la legge d’Esclusione.—LIII. Nomi di Whig e Tory.—LIV. Adunanza del Parlamento; la Legge d’Esclusione è approvata dalla Camera dei Comuni.—LV. È rigettata da quella de’ Lordi; Stafford è giustiziato. —LVI. Elezione generale del 1681.—LVII. Parlamento convocato in Oxford e disciolto; Reazione de’ Tory.—LVIII. Persecuzione de’ Whig.—LIX. Confisca dello Statuto della Città; Congiure de’ Whig. —LX. Scoperta di tali congiure; severità del Governo.—LXI. Sequestro degli Statuti.—LXII. Influenza del Duca d’York.—LXIII. Halifax glisi oppone.—LXIV. Il Lord Cancelliere Guildford.—LXV. Politica di Luigi.—LXVI. Stato delle fazioni nella corte di Carlo all’epoca della sua morte.

I. La storia dell’Inghilterra nel secolo decimosettimo, è quella del trasmutamento d’una monarchia limitata, secondo la costumanza del medio evo, in una monarchia più consona al progresso d’una società, nella quale non possono le gravezze pubbliche essere più oltre sostenute dai beni della Corona, e la pubblica difesa affidata alle milizie feudali. Abbiamo già veduto come gli uomini politici che predominavano nel Lungo Parlamento del 1642, facessero grandi sforzi a compire il predetto mutamento, trasferendo, direttamente e formalmente, agli Stati del reame il diritto di scegliere i ministri, il comando delle armi, e la soprintendenza del potere esecutivo. Quell’ordinamento era forse il migliore di quanti allora se ne potessero immaginare; ma lo sconcertò interamente l’esito della guerra civile. Le Camere trionfarono di certo, ma dopo una lotta tale, che fece loro stimar necessario di chiamare a vita un potere che esse non seppero infrenare, e che tosto signoreggiò tutte le classi e tutti i partiti. Per qualche tempo, i danni inseparabili dal Governo militare, furono in alcun modo mitigati dalla saviezza e magnanimità del grande uomo che aveva il supremo comando. Ma quando la spada ch’egli impugnava con energia, e con energia sempre guidata dal buon senso, e quasi sempre temperata dalla sua buona indole, passò in mano di capitani che non avevano nè la destrezza nè le virtù di lui, e’ sembrò probabilissimo che l’ordine e la libertà corressero a vergognosa rovina.

Tale rovina, per buona ventura, fu scansata. È stato costume, per troppi degli scrittori amici della libertà, rappresentare la Ristaurazione come un avvenimento disastroso, e dannare di stoltezza o viltà la Convenzione che richiamò la reale famiglia, senza ottenere nuove guarentigie contro la mala amministrazione. Coloro che in tal guisa ragionano, non intendono l’indole vera degli eventi che seguirono la caduta di Riccardo Cromwell. La Inghilterra versava in presentissimo pericolo diessere oppressa da tirannelli militari, innalzati e deposti dal capriccio della soldatesca. Liberare il paese dalla dominazione de’ soldati era il fine precipuo d’ogni assennato cittadino; ma finchè i soldati rimasero concordi, i più fiduciosi poco speravano di conseguirlo. Di repente balenò un raggio di speranza. I capitani e le legioni cominciarono ad avversarsi vicendevolmente. Le sorti future della nazione pendevano dall’uso che si sarebbe potuto fare di un ben augurato istante. I nostri antichi usarono bene di quel momento. Dimenticarono i vecchi rancori, smessero i piccoli scrupoli, differirono a più convenevole stagione tutte le dispute intorno alle riforme necessarie alle nostre istituzioni; e si congiunsero tutti, Cavalieri e Teste-Rotonde, Episcopali e Presbiteriani, a rivendicare le antiche leggi della patria dal dispotismo militare. L’equa partizione del potere fra Re, Camera dei Lordi e Camera de’ Comuni, poteva differirsi fino a quando si fosse deciso se l’Inghilterra dovesse essere governata da Re, Lordi e Comuni, o da corazzieri e lancieri. Se gli uomini di stato della Convenzione avessero tenuto condotta diversa, e avessero lungamente discorso intorno ai principii del Governo; se avessero redatta una nuova Costituzione e l’avessero mandata a Carlo, se si fossero aperte conferenze, se ci fosse stato per parecchie settimane un andare e venire di corrieri tra Westminster e i Paesi Bassi recando progetti, risposte di Hyde e proposte di Prynne: la coalizione, dalla quale pendeva la pubblica salvezza, si sarebbe disciolta; i Presbiteriani e i Realisti sarebbero venuti a conflitto; le fazioni militari si sarebbero, come è verosimile, riconciliate; e gli imprudenti amici della libertà, oppressi da un giogo peggiore di quello che poteva essere loro imposto dal pessimo degli Stuardi, avrebbero invocata invano la felice occasione che avevano lasciato fuggire.

II. Per la qual cosa, l’antico ordinamento civile, per unanime consenso di ambedue i grandi partiti, venne ristabilito esattamente tale qual era allorchè, diciotto anni avanti, Carlo I fuggì dalla metropoli. Tutti quegli atti del Lungo Parlamento che avevano ricevuto lo assenso regio, furono considerati come validi. Ottennesi dal Re una nuova concessione assai più proficua ai Cavalieri che alle Teste-Rotonde. Il possessodelle terre a titolo di servigio militare, era stato in origine istituito come mezzo di difesa nazionale. Ma con l’andare degli anni, la parte utile di quella istituzione era scomparsa, senza altro lasciare che cerimonie ed aggravi. Un possessore di terre a titolo di servigio militare, dipendente dalla Corona—e a tal titolo il suolo dell’Inghilterra quasi tutto era posseduto,—doveva pagare una gravosa ammenda nell’atto di torre possesso della sua proprietà. Non ne poteva alienare la più piccola parte senza comperarne la licenza. Quando egli moriva, lasciando un erede infante, il sovrano diventava tutore, ed aveva diritto non solo a gran parte delle entrate per tutto il tempo della minorità, ma poteva imporre al pupillo, sotto gravi pene, di unirsi in matrimonio a qualunque persona di convenevole grado. Il principale movente che attirava alla corte un adulatore bisognoso, era la speranza di ottenere, come premio di servilità e d’adulazione, una lettera del Re per una ricca erede. Tali abusi erano caduti con la monarchia; ed ogni gentiluomo possidente di terre nel Regno desiderava che non fossero richiamati a vita. Vennero quindi solennemente aboliti con uno statuto, e non rimase vestigio del vecchio costume di possedere a titolo di militari servigi, salvo que’ servigi d’onore, che tuttavia, nella cerimonia dell’incoronazione, vengono resi alla persona del sovrano da alcuni signori territoriali.

III. Ed era ormai tempo di sciogliere lo esercito. Cinquantamila uomini, usi alle armi, furono a un tratto dispersi fra mezzo alla società; e la esperienza sembrava far credere come certo, che siffatto repentino mutamento dovesse essere cagione di gran miseria e di grandi delitti: val quanto dire, che i veterani cacciati di impiego, sarebbero o andati accattando di porta in porta, o spinti dalla fame al saccheggio. Ma ciò, per buona sorte, non avvenne. In pochi mesi, non rimase segno che indicasse come la più formidabile armata del mondo si fosse fusa con la gran massa del popolo. Gli stessi realisti confessavano che in ogni ramo di onesta industria i guerrieri licenziati prosperavano più che ogni altro uomo; che nessuno di loro venne addebitato di furto o di rapina; che non se ne vedeva nè anche uno che andasse limosinando; e che se un fornaio,un muratore, un vetturale, si faceva notare per diligenza e sobrietà, egli era probabilissimamente uno de’ vecchi soldati d’Oliviero.

La tirannide militare era caduta; ma negli animi di tutti aveva lasciato profonde e durevoli traccie. Il nome di un esercito stanziale fu per lunga stagione abborrito; ed è degno di nota, che siffatto abborrimento fosse più forte ne’ Cavalieri che nelle Teste-Rotonde. Dovrebbe considerarsi come singolare ventura, che nel tempo in cui la patria nostra, per la prima e l’ultima volta soggiacque al governo della spada, la spada fosse nelle mani, non di principi legittimi, ma di quei ribelli che uccisero il Re ed abbatterono la Chiesa. Se un principe legittimo al pari di Carlo, avesse comandato un esercito prode quanto quello di Cromwell, non vi sarebbe stata più speranza per le libertà dell’Inghilterra. Avventuratamente, quello strumento del quale solo la Monarchia poteva giovarsi per rendersi assoluta, era obietto di orrore e disgusto al partito monarchico, e seguitò lunghi anni ad associarsi nelle menti de’ realisti e de’ prelatisti col regicidio e con le predicazioni nel campo. Un secolo dopo la morte di Cromwell, i Tory continuavano ancora a schiamazzare contro ogni augumento di soldati regolari, e a trombettare le lodi delle milizie nazionali. Anche nel 1786, un Ministro che possedeva grandemente la loro fiducia, non valse a vincere l’avversione che mostrarono alla idea di fortificare le coste; nè guardarono mai di buon occhio l’armata stanziale, finchè la rivoluzione francese non sopraggiunse a suscitare negli animi loro nuova e diversa paura.

IV. La coalizione che aveva rimesso il Re sul trono, ebbe fine col pericolo che l’aveva fatta nascere, e due partiti ostili mostraronsi nuovamente in campo, pronti a cozzare. Entrambi, a dir vero, concordavano intorno al bisogno di punire parecchi infelici, che in quel tempo erano il zimbello d’un odio quasi universale. Cromwell non era più; e coloro che erano fuggiti dinanzi a lui, furono paghi del vigliacco diletto di disseppellire, impiccare, squartare e bruciare la spoglia mortale del più gran principe che governasse mai l’Inghilterra. Dettero sfogo alla loro vendetta anche sopra taluni capi di parte repubblicana. Ma come furono sazi del sangue de’regicidi, presero a dilacerarsi scambievolmente. Le Teste-Rotonde, mentre ammettevano le virtù del Re morto, e dannavano la sentenza profferitagli contro da un tribunale illegittimo, sostenevano che la sua amministrazione era stata, in molte cose, incostituzionale, e che le Camere avevano prese le armi contro lui per cagioni solidamente fondate. Pensavano, la Monarchia non avere nemico peggiore di colui che, adulando, esaltava la regia prerogativa sopra la legge, dannava ogni opposizione fatta alle regie usurpazioni, ed oltraggiava non solo Cromwell e Harrison, ma Pym e Hampdem, col nome di traditori. Se il Re bramava di regnare con prosperità e quiete, gli era necessario affidarsi a coloro i quali, benchè avessero snudata la spada a tutelare i conculcati privilegi del Parlamento, eransi esposti alla rabbia dei soldati onde salvargli il padre, ed erano stati parte principale nel provvedimento di richiamare l’esule famiglia reale.

I sentimenti de’ Cavalieri erano assai differenti. Nel corso dei diciotto anni, essi, fra tutte le vicissitudini seguite, erano rimasti fedeli alla Corona. Partecipi delle calamità del loro principe, non dovevano forse partecipare del suo trionfo? Non era da farsi distinzione veruna tra loro e il suddito sleale che aveva combattuto contro il sovrano, che aveva seguito Riccardo Cromwell, e giammai cooperato alla ristaurazione degli Stuardi, finchè fu a tutti manifesto che null’altro avrebbe potuto salvare la nazione dalla tirannia dello esercito? Concedasi pure che siffatto uomo avesse ottenuto per nuovi servigi il regio perdono; dovevano tali servigi, resi presso al tramonto, agguagliarsi agli affanni ed ai patimenti di coloro che avevano sostenuto il carico e il calore di tutto il giorno? Doveva egli accomunarsi con uomini che non avevano bisogno della regia clemenza; con uomini che in tutta la vita loro avevano meritata la gratitudine del Re? E soprattutto, doveva tollerarsi che rimanesse in possesso di ricchezze accumulate sulle ruine degli averi de’ difensori del trono? Non bastava che la sua testa e i suoi averi patrimoniali, cento volte devoluti alla Giustizia, rimanessero salvi; e che egli, col rimanente della nazione, godesse i beni di quel mite Governo, al quale era stato lungo tempo nemico? Era egli mestieri ricompensarloper i suoi tradimenti, a spese di coloro ch’erano rei solo della fedeltà onde avevano mantenuto il giuramento di obbedienza alla Corona? Quale utile poteva trovare il Re nel satollare i suoi nemici con la preda strappata agli amici suoi? Quale fiducia poteva riporsi in uomini che avevano avversato il loro sovrano, gli avevano mosso guerra contro, lo avevano imprigionato; e che adesso, invece di abbassare il viso rosso di vergogna e di pentimento, difendevano il già fatto, e sembravano credere d’aver data prova di lealtà astenendosi solo dal regicidio? Era vero che avevano, poco fa, dato mano a rialzare il trono; ma non era men vero che manifestavano tuttavia certi principii spinti dai quali, potevano abbatterlo una seconda volta. Senza dubbio, sarebbe stato convenevole che il Re desse segni d’approvazione a taluni convertiti, ch’erano stati grandemente utili; ma la politica, la giustizia, la gratitudine, gl’imponevano di rimeritare de’ più alti favori coloro, i quali dal principio alla fine, e nella prospera e nella trista fortuna, avevano difesa la Casa Reale. Per queste ragioni, i Cavalieri naturalmente dimandavano compensazione di tutti i danni che avevano sostenuti, e preferenza ai favori della Corona. Alcuni spiriti violenti di quel partito, spingendosi anche più oltre, schiamazzavano perchè si facessero lunghe liste di proscrizioni.

V. La contesa politica, secondo il consueto, venne esasperata dalla religiosa. Il Re trovò la Chiesa in uno stato ben singolare. Poco tempo innanzi lo scoppio della guerra civile, il padre suo aveva, ripugnante, assentito ad una legge, vigorosamente sostenuta da Falkland, la quale privava i vescovi del diritto di sedere nella Camera de’ Lordi; ma lo episcopato e la liturgia non erano mai stati aboliti con apposita legge. Nulladimeno, il Lungo Parlamento aveva fatte alcune provvisioni, che avevano cagionato un pieno rivolgimento nel governo e culto ecclesiastico. Il nuovo sistema, ne’ suoi principii, era appena meno Erastiano di quello cui era stato sostituito. Le Camere, dirette principalmente dai consigli del dotto Seldeno, volevano fermamente tenere il potere spirituale in istretta subordinazione del temporale. Avevano ricusato dichiarare che alcuna forma di politica ecclesiastica fosse d’origine divina; ed avevano provveduto che si potesse fare appelloin ultima istanza da’ tribunali ecclesiastici al Parlamento. Con tale importante riserva, avevano deciso di istituire in Inghilterra una gerarchia affatto simile a quella che ora esiste in Iscozia. L’autorità de’ concilii, con relazione graduale da minore a maggiore, venne sostituita alla autorità de’ vescovi e degli arcivescovi. La liturgia dette luogo al direttorio presbiteriano. Ma erano appena stati fatti i nuovi regolamenti, allorquando gl’Indipendenti conseguirono la preponderanza nello Stato. Non erano disposti a mandare ad esecuzione le ordinanze concernenti i sinodi parrocchiali, provinciali e nazionali; e però tali ordinanze non furono mai pienamente osservate. Il sistema presbiteriano non fu in nessun luogo, fuorchè in Middlesex e nella Contea di Lancaster, solidamente stabilito. Nelle altre cinquanta Contee, quasi ogni parrocchia non ebbe connessione alcuna con le parrocchie vicine. In alcuni distretti i ministri ordinaronsi ad associazioni volontarie, a fine di prestarsi vicendevole soccorso e consiglio; ma non avevano il potere coercitivo. I patroni dei beneficii, non tenuti in freno nè dal vescovo nè dal presbiterio, avrebbero potuto affidare la cura delle anime al prete più scandaloso del mondo, se non avesse loro impedito di così fare lo intervento arbitrario d’Oliviero. Egli stabilì, di propria autorità, un ufficio di commissari, detti saggiatori; la più parte de’ quali erano teologi indipendenti, ma sedevano fra loro pochi ministri presbiteriani e pochi laici. Il certificato dei saggiatori teneva luogo d’istituzione e d’induzione, e senza tale certificato, niuno poteva occupare un beneficio. Fu questo indubitatamente uno degli atti più dispotici che mai facesse qualunque sovrano inglese. Nondimeno, temendosi generalmente che il paese venisse invaso da uomini ignoranti, o ebrei, o reprobi, col nome e con la paga di ministri, alcuni rispettabili personaggi, che per lo più non procedevano amici a Cromwell, confessarono che, in quell’occasione, egli era stato pubblico benefattore. I presentati che avevano ottenuta l’approvazione de’ saggiatori, prendevano possesso delle loro rettorie; coltivavano le terre, raccoglievano le decime, officiavano senza libro e senza cotta, ed amministravano la eucaristia ai fedeli assisi innanzi a lunghe mense.

Così l’ordinamento politico della Chiesa nel Regno trovavasi in confusione inestricabile. La forma prescritta dalla vecchia legge del paese, non ancora revocata, era l’episcopale. Quella prescritta dalla ordinanza parlamentare, era la presbiteriana. Ma nè la vecchia legge nè la ordinanza parlamentare praticamente valevano. La Chiesa, nella condizione in cui era a quel tempo, può rappresentarsi in sembianza di un corpo irregolare, composto di pochi presbiterii, e di molte congregazioni indipendenti, che erano tenute soggette ed unite dall’autorità del Governo.

Fra tutti coloro che eransi maggiormente adoperati a ricondurre il Re sul trono, molti erano zelanti de’ sinodi e del direttorio, e molti desideravano terminare con una concordia i dissidii religiosi che avevano per tanto tempo agitata l’Inghilterra. Fra i seguaci bacchettoni di Laud e i bacchettoni proseliti di Calvino, non vi poteva essere nè pace nè tregua; ma non pareva cosa impossibile lo indurre ad un accomodamento gli Episcopali moderati della scuola di Usher, e i moderati Presbiteriani di quella di Baxter. Gli uni avrebbero ammesso che un vescovo poteva legalmente essere assistito da un concilio; gli altri non avrebbero negato che ogni assemblea provinciale poteva legalmente avere un preside permanente, il quale portasse il nome di vescovo. Vi sarebbe potuto essere una liturgia modificata in guisa da non escludere la preghiera estemporanea, una cerimonia battesimale in cui il segno della croce potesse a discrezione usarsi od omettersi, un servizio nel quale la comunione venisse ministrata ai fedeli seduti, ove la loro coscienza non consentisse che s’inginocchiassero. Ma la maggior parte de’ Cavalieri non volevano udire a parlare di un siffatto accomodamento. I membri religiosi di cotesto partito aderivano coscienziosamente al sistema della propria Chiesa. Essa era stata cara al Re ucciso; li aveva consolati nella sciagura e nella miseria. Le sue ufficiature così spesso eseguite in silenzio dentro una camera secreta, durante la stagione delle loro traversie, avevano per loro tale incanto, che mal volentieri avrebbero rinunciato a un solo responsorio. Altri fra’ realisti che pretendevano poco a mostrarsi religiosi, amavano la Chiesa episcopale perchè era nemica agl’inimiciloro. Pregiavano una preghiera, o una cerimonia, non pel conforto che arrecava all’anima, ma perchè vessava le Teste-Rotonde; ed erano tanto lontani da conseguire la concordia a prezzo di qualche concessione, che opponevansi alle concessioni principalmente perchè tendevano a produrre la concordia.

VI. Tali sentimenti, comecchè biasimevoli, erano naturali, e non affatto indegni di scusa. I Puritani ne’ giorni del loro potere, avevano, senza verun dubbio, crudelmente provocato i loro avversari. Avrebbero dovuto imparare, almeno dal malcontento, dalle lotte, dalle stesse vittorie loro, e dalla caduta di quella superba gerarchia da cui erano stati così gravemente oppressi, che in Inghilterra e nel secolo decimosettimo non era in potestà del magistrato civile lo attirare le menti degli uomini al conformismo col suo proprio sistema teologico. Mostraronsi, non pertanto, intolleranti e faccendieri al pari dello stesso Laud. Inibirono, sotto gravissime pene, l’uso del Libro della Preghiera Comune, non solo nelle chiese, ma anche nelle case private. Era delitto per un fanciullo il leggere accanto al letto dell’infermo genitore una di quelle soavi orazioni che avevano, per lo spazio di quaranta generazioni, mitigato i dolori de’ Cristiani. Pene severe vennero minacciate contro coloro che presumessero di biasimare il culto calvinistico. Ecclesiastici di carattere rispettabile non solo furono a migliaia privati de’ loro beneficii, ma rimanevano sovente esposti agli oltraggi della fanatica marmaglia. Le chiese e le sepolture, le leggiadre opere d’arte, le preziose reliquie dell’antichità, vennero brutalmente sfigurate. Il Parlamento ordinò che tutte le pitture della Collezione Reale, che rappresentavano Cristo o la Vergine Maria, si bruciassero. Alle sculture toccò una sorte egualmente trista. Le Ninfe e le Grazie, opera dello scalpello ionio, furono consegnate agli scalpellini puritani perchè le rendessero più decenti. Ai vizi leggieri la fazione predominante dichiarò guerra con zelo poco temperato dall’umanità o dal buon senso. Fecero severe leggi contro le scommesse; decretarono la pena di morte contro l’adulterio. Lo illecito commercio de’ sessi, anche scevro di violenza o di seduzione, o di pubblico scandalo, o di violazionedi diritti coniugali, fu dichiarato delitto. I pubblici sollazzi, dalle mascherate che allegravano i palagi de’ grandi, fino alle grottesche rappresentazioni del villaggio, furono rigorosamente riprovati. Una ordinanza prescriveva che tutti gli alberi festivi di maggio dovessero essere quinci innanzi abbattuti. Un’altra inibiva ogni qualunque divertimento teatrale. I teatri dovevano essere distrutti, gli spettatori multati, gli attori legati alla coda d’un cavallo e frustati. Il danzare sulla corda, i giuochi de’ burattini, le corse de’ cavalli, erano guardati di mal occhio. Ma il giuoco dell’orso, a quei tempi amato tanto dalle classi alte e dalle basse, era obietto d’indicibile abbominio a quegli austeri settarii. È da notarsi che la loro avversione a quella specie di sollazzo non aveva nulla di comune col sentimento che a’ dì nostri ha indotta la legislatura ad immischiarsene, con lo scopo di proteggere gli animali contro la matta crudeltà degli uomini. Il puritano odiava il giuoco dell’orso non perchè tormentava la povera bestia, ma perchè recava diletto agli spettatori. A dir vero, egli generalmente studiavasi di godere del doppio diletto di tormentare gli spettatori e l’orso.[13]

Forse non v’è circostanza che versi tanta luce sull’indole de’ rigoristi, quanto il modo di condursi rispetto alla solennità del Natale di Cristo. Questa avventurosa festività era stata, fino da tempo immemorabile, stagione di gioia e di affezione domestica; stagione nella quale le famiglie adunavansi, i fanciulli ad esse tornavano dalle scuole, i dissidii finivano, le vie risonavano di canti, ogni casa era adornata di piante sempreverdi, ed ogni mensa abbondava di laute vivande. In quella stagione tutti i cuori, non affatto scevri di dolcezza, allargavansi e s’intenerivano. In quella stagione i poveri erano invitati a godere della sovrabbondanza de’ ricchi, la cui bontà tornava maggiormente gradita a cagione della brevità de’ giorni e della severità del tempo. In quella stagione la distanza che divideva i possidenti dagli affittuari, i padroni dai servi, era meno visibile che ne’ rimanenti giorni dell’anno. Il molto godimento non va mai scompagnato da qualche eccesso: nondimeno, il brio con che celebravansi quei giorni santi non era sconvenevole ad una festività cristiana. Il Lungo Parlamento, nel 1644, ordinò che nel dì ventesimoquinto di decembre venisse osservato un rigoroso digiuno, e che tutti lo passassero umilmente lamentando il gran peccato nazionale, che essi e i loro antenati avevano commesso facendo baccano sotto il ramo di vischio,[14]mangiando la testa del cignale, e bevendo la birra, resa più saporita con mele arrostite. Non vi fu atto pubblico che maggiormente irritasse il popolo. Nel Natale seguente scoppiarono formidabili tumulti in molti luoghi. Resistettero ai ministri della polizia, insultarono i magistrati, aggredirono le case de’ più noti zelanti; ed il servizio proscritto di quella solennità venne apertamente eseguito nelle chiese.

Tale era lo spirito de’ Puritani esagerati, tanto Presbiteriani quanto Indipendenti. Veramente, Oliviero era poco inchinevole a farla da persecutore e da faccendiere. Ma Oliviero, come capo di parte, e, per conseguenza, schiavo di parte, nonpoteva governare affatto secondo le proprie inclinazioni. Anche sotto la sua amministrazione molti magistrali, dentro le loro giurisdizioni, si resero odiosi quanto Sir Hudibras: s’immischiavano in tutti i sollazzi del vicinato, disperdevano le festevoli ragunanze, e ponevano i suonatori alla berlina. Lo zelo de’ soldati era anche più formidabile. In ogni villaggio dove essi si mostrassero, finivano i balli, il suono delle campane, i giuochi.[15]In Londra parecchie volte interruppero le rappresentazioni teatrali, alle quali il Protettore, in grazia della sua indole buona e del suo senno squisito, mostravasi connivente.

All’odio e alla paura ispirati da tanta tirannia congiungevasi il pubblico dispregio. Le specialità del puritano, lo sguardo, il modo di vestirsi, il dialetto, gli scrupoli suoi, erano sempre stati, fino dal tempo di Elisabetta, obietto di scherno. Ma tali cose in una fazione che governava un grande Impero, apparivano assai più grottesche, che nelle oscure e perseguitate congregazioni. Il piagnisteo che aveva fatto tanto ridere gli spettatori, quando l’udirono in sulla scena nellaTribolazione Salutaree nell’Operoso Zelo della Patria, era anche più ridicolo sulle labbra de’ Generali e de’ Consiglieri di Stato. È da notarsi inoltre, che mentre ardevano le lotte civili, erano nate parecchie sette, le stranezze delle quali superavano ogni cosa che si fosse mai veduta di simile in Inghilterra. Un sartore demente, di nome Ludovico Muggleton, errava di taverna in taverna inebriandosi e minacciando gli eterni tormenti contro coloro che ricusassero di credere, sulla sua testimonianza, che l’Ente Supremo fosse alto sei soli piedi, e che il sole distasse dalla terra di quattro miglia soltanto.[16]Giorgio Fox aveva suscitata una tempesta di derisioni, predicando essere violazione della sincerità cristiana l’indicare unapersona singolare col pronome plurale, ed essere omaggio d’idolatria a Giano e a Odino l’usare i vocaboli Gennaio e Mercoledì.[17]La sua dottrina pochi anni appresso venne abbracciata da alcuni uomini insigni, ed acquistò grandemente la pubblica stima. Ma nel tempo della restaurazione, i Quacqueri venivano comunemente considerati come i più spregevoli tra’ fanatici. Dai Puritani erano trattati severamente tra noi, ed erano perseguitati a morte nella Nuova Inghilterra. Nondimeno il popolo, che bada rade volte alle distinzioni sottili, confonde il puritano col quacquero. Ambidue erano scismatici: odiavano lo episcopato e la liturgia; avevano quelle che parevano stravaganti fantasie intorno al vestirsi, allo atteggiarsi, al sollazzarsi. Per quanto notevolmente entrambi distassero in fatto d’opinioni, venivano dall’universale considerati egualmente come scismatici piagnolosi; e tutto ciò ch’era in essi odioso, ridicolo, accresceva lo scherno e l’avversione che la moltitudine sentiva per loro.

Avanti le guerre civili, anche coloro che abborrivano dalle opinioni e dai modi del puritano, erano costretti ad ammettere che la sua condotta morale era, generalmente parlando, nelle cose essenziali scevra d’ogni biasimo; ma tale lode poscia non gli fu più oltre concessa, perchè sventuratamente se n’era reso immeritevole. L’ordinario destino delle sètte è quello di ottenere alta fama di santità finchè rimangono oppresse, e di perderla appena divengono potenti: e la ragione ne è chiara. Rade volte avviene che un uomo si aggreghi, mosso da altro motivo che dalla propria coscienza, ad una società proscritta. Tale società quindi si compone, salvo rarissimi casi, di individui sinceri. La più rigida disciplina che si osservi in una congrega religiosa, è un debole strumento di purificazione, ove si paragoni ad un poco di persecuzione pungente che muova dallo esterno. Può credersi con certezza, che pochissime persone, che non fossero mosse da profonde convinzioni religiose, chiedessero il battesimo, mentre Diocleziano perseguitava la Chiesa; o si ascrivessero alle congregazioni protestanti, mentre correvano pericolo di essere arse vive da Bonner. Ma quandouna setta si fa potente, quando spiana la via alle ricchezze ed agli onori, gli uomini mondani ed ambiziosi vi si affollano, ne parlano il linguaggio, si conformano strettamente al rituale, scimmieggiano i caratteri speciali di quella, e spesso vincono gli onesti proseliti in tutte le esterne manifestazioni di zelo. Non è discernimento, non vigilanza de’ reggitori ecclesiastici, che valga ad impedire la intrusione di cotali falsi confratelli. Il loglio e il grano è d’uopo che crescano—insieme. Tosto la gente comincia ad avvedersi che gli uomini di Dio non sono migliori degli uomini del mondo; e conclude con qualche giustizia, che, non essendo migliori, devono necessariamente essere molto peggiori. Poco di poi, tutti que’ segni che dapprima venivano considerati come caratteristiche d’un santo, riduconsi ad essere presi per caratteristiche di un furfante.

Ciò avvenne dei non-conformisti inglesi. Erano stati oppressi, e la oppressione gli aveva mantenuti puri e senza macchia. Ottennero il predominio nello Stato. Nessuno poteva conseguire dignità o comando senza il loro favore; il quale non poteva acquistarsi se non se scambiando con essi i segni e le parole d’ordine della spirituale confraternita. Una delle prime deliberazioni del Parlamento di Barebone, la più puritana delle nostre assemblee politiche, consisteva in ciò, che nessuno individuo poteva essere ammesso agli uffici pubblici finchè la Camera non si dichiarasse satisfatta della vera religiosità di lui. Quelli che allora consideravansi quali segni della vera religiosità, cioè il tristo colore degli abiti, lo sguardo severo, i capelli lisci, il tono nasale, il discorso imperlato di affettate citazioni, lo abborrimento delle commedie, delle carte e della falconeria, venivano agevolmente contraffatti da uomini increduli ad ogni religione. I puritani sinceri tosto trovaronsi perduti in mezzo ad una moltitudine, non solo di uomini mondani, ma della più riprovevole genia d’uomini mondani. Imperocchè, il più grande libertino che avesse combattuto sotto i regii vessilli, poteva giustamente reputarsi virtuoso in paragone di alcuni tra quelli, i quali parlando de’ conforti della Sacra Scrittura, vivevano esercitando la fraude e la rapacità, immersi in scerete dissolutezze. La nazione, con unafretta di che possiamo affliggerci, ma non maravigliarci, da questi ipocriti toglieva norma a giudicare tutto il partito. La teologia, i modi, la parlatura del puritano, richiamavano in tal guisa alle menti di tutti le immagini de’ vizi più neri e schifosi. Appena la Restaurazione concesse a chiunque la libertà di mostrarsi nemico al partito che per tanto tempo era stato predominante nello Stato, sorse da ogni angolo del Regno un grido generale contro il puritanismo; grido che spesso era accresciuto dalle voci di quegli astuti simulatori, la cattività dei quali aveva fatto abborrire il nome di puritano.

Così, i due grandi partiti che dopo una lunga contesa avevano, con momentanea concordia, cooperato a rimettere sul trono la famiglia reale, diventarono, in politica e in religione, acerrimi nemici. La maggior parte della nazione pendeva verso i realisti. I delitti di Strafford e di Laud, gli eccessi della Camera Stellata e dell’Alta Commissione, i grandi servigi che il Lungo Parlamento, nel primo anno della sua esistenza, aveva resi allo Stato, erano svaniti dalla ricordanza degli uomini. La decapitazione di Carlo I, la cupa tirannia della Coda del Parlamento, la violenza dell’esercito, ricordavansi con disgusto; e la moltitudine inchinava a tenere come responsabili della morte del Re, e de’ disastri che ne seguirono, tutti coloro che gli avevano opposta resistenza.

La Camera de’ Comuni, essendo stata eletta mentre predominavano i presbiteriani, non rappresentava in modo alcuno il sentimento universale del popolo, e mostravasi dispostissima ad infrenare la intollerante lealtà de’ Cavalieri. Uno de’ membri che si attentò di dichiarare che tutti coloro i quali avevano snudata la spada contro Carlo I erano traditori al pari di coloro che gli avevano mozzato il capo, venne chiamato all’ordine, posto alla sbarra, e rimproverato dal presidente. Era desiderio generale della Camera, senza verun dubbio, di comporre i litigi ecclesiastici in modo soddisfacente ai Puritani moderati. Ma a ciò fare opponevansi la Corte e la nazione.

VII. Il Re era, in questo tempo, amato dal popolo quanto non lo era mai stato nessuno de’ suoi predecessori. Le calamità della sua famiglia, la morte eroica del padre, le sue propriepene ed avventure romanzesche, svegliavano la tenerezza ne’ cuori di tutti. Il suo ritorno aveva liberato il paese da una intollerabile schiavitù. Richiamato dalla voce di ambedue le fazioni avverse, egli era il loro arbitro naturale, ed in certo modo aveva le qualità necessarie a tanto ufficio. La natura gli era stata larga di egregie doti e di felice temperamento. Era stato educato in guisa da bene sviluppare il suo intendimento, ed assuefare il suo spirito allo esercizio d’ogni virtù pubblica e privata. Aveva provate tutte le vicissitudini della fortuna. Giovanissimo, era stato tratto dalla reggia ad una vita d’esilio, di penuria, di pericolo. Pervenuto alle età in cui la mente e il corpo trovatisi nella maggior perfezione, e il primo bollore delle giovanili passioni cessa di sconvolgere l’anima, era stato richiamato dalla sua vita randagia a porsi sul capo la corona degli avi. Aveva dalla amara esperienza imparato come la viltà, la perfidia e la ingratitudine, si sappiano nascondere sotto l’ossequioso contegno della cortigianeria; mentre nel tugurio del povero aveva trovata la vera nobiltà dell’animo. Allorquando offrivano ricchezze a chi lo avesse tradito, minacciavano di morte chiunque gli avesse dato ricovero, gli abitatori delle capanne e i servitori avevano fedelmente mantenuto il secreto, ed a lui, umilmente travestito, avevano baciato la mano con tanta riverenza, quanta gliene avrebbero mostrata se fosse stato assiso sul trono. Era da sperarsi che un giovine uscito da cosiffatta scuola, il quale non difettava nè di destrezza nè di amabilità, si dovesse mostrare Re grande e buono. Carlo uscì da quella scuola adorno di socievoli abitudini, di maniere squisite e cortesi, e di qualche ingegno pel conversare vivace, dedito oltremodo ai piaceri sensuali, amante degli ozi e de’ frivoli sollazzi, incapace di abnegazione e di sforzo, incredulo alla virtù o allo affetto dell’uomo, senza desio di fama, sordo al rimprovero. Secondo lui, ogni uomo era da comprarsi. Ma taluni mercanteggiavano, più che altri, intorno al prezzo; e quando questo mercanteggiare era condotto con ostinazione e destrezza, diventava degno di lode. Gl’inganni onde alcuni uomini astuti mantenevano alto il prezzo della loro valentia, chiamavansi integrità. Gl’inganni onde le donne leggiadre tenevano alto il prezzo della loro beltà,dicevansi modestia. Lo amore di Dio, lo amore della patria, lo amore della famiglia, lo amore degli amici, erano semplici frasi, sinonimi delicati e convenevoli dello amore di sè. Pensando in tal guisa della specie umana, Carlo naturalmente da vasi pochissimo pensiero di ciò che altri pensasse di lui. Onore e vergogna a lui erano quasi ciò che luce e tenebre sono al cieco. Lo hanno molto commendato come sprezzatore dell’adulazione; ma tal pregio, guardato fra le altre qualità dell’indole di lui, non sembra degno di lode. È cosa possibile all’uomo essere al di sotto come al di sopra dell’adulazione. Chi non si fida di nessuno, non ha nè anche fiducia ne’ lusinghieri. Chi non estima la gloria vera, fa poco conto della falsa.

Laudasi l’indole di Carlo in ciò che egli, non ostante la pessima opinione che aveva della specie umana, non diventasse misantropo. Poc’altro vedeva negli uomini, tranne la parte odiosa, e nondimeno non gli odiava. Anzi era talmente umano, che spiacevali vedere le sofferenze o udire le querimonie loro. Se non che, questa è una specie d’umanità che, comunque amabile e commendevole in un individuo privato, il cui potere a giovare o a nuocere è rinchiuso in uno stretto cerchio, è stata soventi volte ne’ principi vizio, più presto che virtù. Non pochi fra loro, intesi al bene, hanno abbandonate intere provincie alla rapina ed all’oppressione, mossi solo dal desiderio di vedere, in casa e ai passeggi, visi allegri. Colui che esita a spiacere a pochi che gli stanno d’intorno, pel bene dei molti che non vede giammai, non è fatto per governare una grande società. La facilità di Carlo era tanta, da non trovarsi forse mai in un uomo di sensi a lui simile. Era schiavo, senza essere zimbello, degl’inganni altrui. Donne ed uomini indegni, ai quali sapeva leggere nelle ime latebre del cuore, e i quali egli conosceva privi d’affezione e immeritevoli della sua fiducia, sapevano lusingarlo tanto, da strappargli dalle mani titoli, uffici, terre, secreti di Stato, e grazie. Donò molto, ma nè godè il piacere, nè acquistò la fama di benefico. Spontaneo non donò mai, ma eragli duro rispondere con un rifiuto. Dal che seguiva, che la sua bontà generalmente non iscendesse sopra coloro che più la meritavano, nè anche sopracoloro ai quali portava affetto, ma sopra il più svergognato ed importuno che fosse riuscito ad ottenere udienza.

Le cagioni che governarono la condotta politica di Carlo II, differivano assai da quelle onde il predecessore e il successore suoi furono mossi. Non era uomo da lasciarsi imporre dalla teoria patriarcale del Governo e dalla dottrina del diritto divino. Era onninamente scevro d’ambizione. Detestava gli affari, e avrebbe piuttosto abdicato, che sopportare lo incomodo di dirigere veramente l’amministrazione. Tanta avversione aveva alla fatica e tanta ignoranza degli affari, che gli stessi suoi segretari, quando sedeva in consiglio, non potevano frenarsi d’irridere alle sue frivole osservazioni ed alla sua fanciullesca impazienza. Nè gratitudine nè vendetta contribuivano a determinare la sua condotta, perocchè non vi fu mai mente in cui i servigii o le ingiurie lasciassero, come nella sua, deboli e passeggiere impressioni. Desiderava semplicemente essere Re come lo fu poscia Luigi XV di Francia; Re che potesse trarre dal tesoro danari senza fine per appagare i suoi gusti privati; che potesse comprare con ricchezze ed onori persone capaci di aiutarlo a fargli passare il tempo; e che, anche quando lo Stato fosse per la pessima amministrazione caduto in fondo alla vergogna, e spinto sull’orlo del precipizio, potesse escludere ogni tristo pensiero dal ricinto del suo serraglio, e ricusare l’accesso a chiunque potesse disturbare i voluttuosi suoi ozii. Per ciò, e per ciò solo, egli bramava conseguire il potere arbitrario, qualora si fosse potuto conseguire senza rischio o incomodo. Nelle dispute religiose che affaccendavano i suoi sudditi protestanti, la sua coscienza non aveva interesse nessuno; perocchè le sue opinioni oscillavano in uno stato di sospensione satisfatta, fra la incredulità e il papismo. Ma, quantunque la sua coscienza rimanesse neutrale nella contesa tra gli Episcopali e i Presbiteriani, il suo gusto non era tale in nessun modo. I suoi vizi prediletti erano precisamente quelli ai quali i Puritani indulgevano meno. Egli non poteva passare un solo giorno senza il conforto di que’ sollazzi che i Puritani consideravano peccaminosi. Come uomo egregiamente educato, e assai sensibile al ridicolo, le stranezze de’ Puritani lo spingevano ad un riso di dispregio. Aveva, in verità, qualche ragionea non amare quella rigida setta. Nella età in cui le passioni più imperversano, e le leggerezze sono meritevoli di perdono, aveva passati parecchi mesi in Iscozia, Re di nome, ma di fatto prigioniero di Stato nelle mani degli austeri Presbiteriani. Non paghi di volere ch’ei si conformasse al loro culto, e firmasse la loro Convenzione, avevano invigilate tutte le azioni, e sermoneggiato intorno alle giovanili follie di lui. Era stato costretto ad assistere, ripugnante, a preci e sermoni lunghissimi, e poteva reputarsi fortunato allorquando dal pulpito non gli rammentavano le sue proprie fragilità, la tirannide del padre, e la idolatria della madre. Davvero, era stato così sciagurato in quegli anni della sua vita, che la sconfitta dalla quale fu cacciato nuovamente in esilio, poteva più presto considerarsi come liberazione, che come calamità. Sotto la pressura di queste male augurate reminiscenze, Carlo voleva deprimere il partito che aveva fatta resistenza a suo padre.

VIII. Giacomo, Duca di York, fratello del Re, si attenne alla medesima via. Benchè libertino, Giacomo era diligente, metodico, e amante dell’autorità e degli affari. Aveva intendimento basso e stretto, ed indole ostinata, aspra e nemica al perdono. Che un principe come lui non potesse vedere di buon occhio le libere istituzioni dell’Inghilterra, e il partito che le difendeva con zelo indefesso, non deve recar maraviglia. Il Duca seguitava a professare la credenza della Chiesa Anglicana; ma aveva già mostrate tendenze tali, da mettere seriamente in pensiero i buoni protestanti.

L’uomo che in quel tempo principalmente conduceva il Governo, era Eduardo Hyde, Cancelliere del Regno, e presto creato Conte di Clarendon. La riverenza che giustamente sentiamo per Clarendon come scrittore, non ci debbe rendere ciechi ai falli da lui commessi come uomo di Stato. Alcuni dei quali, nondimeno, vengono spiegati e scusati dalla posizione sciagurata in cui egli trovavasi. Nel primo anno del Lungo Parlamento erasi onorevolmente reso cospicuo fra i senatori che affaticavansi di riparare alle doglianze della nazione. Una delle più odiose cagioni di tali doglianze, cioè il Consiglio di York, era stata rimossa principalmente in grazia degli sforzi di lui. Quando seguì il grande scisma, quando ilpartito riformista ed il conservatore primamente mostraronsi in ordinanza di battaglia, l’uno contro l’altro; egli, insieme con molti savi e da bene uomini, si congiunse al partito conservatore. D’allora in poi seguì le fortune della Corte, godè tanta fiducia di Carlo I, quanta l’indole riservata, e la tortuosa politica di quel Principe ne concedessero ad alcun Ministro, e quinci divise lo esilio e diresse la condotta politica di Carlo II. Dopo la Ristaurazione, Clarendon divenne primo Ministro. Pochi mesi dopo fu annunziato ch’egli era per affinità strettamente congiunto alla Casa Reale; imperocchè la sua figlia era diventata, per secreto matrimonio, Duchessa di York. I suoi nipoti averebbero forse portata la Corona. Per questo illustre parentado ei fu preposto ai capi della vecchia nobiltà del paese, e un tempo fu creduto onnipotente. Per alcune ragioni egli era bene adatto a tenere quel posto eminente. Niuno sapeva, meglio di lui, comporre scritture di Stato; niuno parlava con più gravità e dignità nel Consiglio e nel Parlamento; niuno conosceva meglio i principii dell’arte di regnare; niuno discerneva con occhio più giudizioso le varietà de’ caratteri degli uomini. È d’uopo aggiungere, che sentiva fortemente i doveri morali e religiosi, rispettava sinceramente le leggi del paese, e mostrava coscienzioso riguardo per l’onore e lo interesse della Corona. Ma il suo animo era acre, arrogante, intollerante d’ogni opposizione. Soprattutto, egli era stato lungo tempo in esilio, e questa sola cagione era bastevole a torgli le qualità necessarie a condurre la direzione suprema degli affari. È quasi impossibile che un uomo politico che sia stato costretto dalle lotte civili a bandirsi dalla propria patria, e passare lungi da quella molti de’ più begli anni della vita, riesca adatto, appena ritornato al suolo natio, a togliere in mano il timone della cosa pubblica. Clarendon non va eccettuato da siffatta regola. Aveva lasciata l’Inghilterra con l’animo infiammato da un feroce conflitto, che era terminato con la caduta del suo partito e la ruina delle sue sostanze. Dal 1646 al 1660 era vissuto oltremare, mirando tutto ciò che avveniva nella sua patria, da una grande distanza, e con un falso strumento. Le nozioni che aveva delle pubbliche faccende, raccoglieva necessariamente dalle relazioni de’ conspiratori, parecchidei quali erano uomini esasperati dal danno e dalla disperazione. Gli eventi naturalmente gli sembravano bene augurati, non quando accrescevano la prosperità e la gloria della nazione, ma quando tendevano ad avacciare l’ora del suo ritorno. La sua convinzione—convinzione ch’ei non ha nascosta—consisteva in questo: che i suoi concittadini, non avrebbero potuto godere de’ beni della quiete e della libertà, finchè non avessero rimesso su la vecchia dinastia. Finalmente ritornò alla patria, e senza avere speso nè anche una settimana a volgere lo sguardo all’intorno, a mischiarsi nei socievoli commerci, a notare i mutamenti che quattordici anni di vicende avevano prodotto nel carattere e nel sentire della popolazione, fu posto repentinamente a condurre il Governo dello Stato. In cosiffatte condizioni, anche un Ministro eminentemente destro e docile sarebbe probabilmente caduto in gravissimi errori. Ma la destrezza e la docilità non erano da trovarsi fra le doti dell’animo di Clarendon. Agli occhi suoi, l’Inghilterra seguitava ad essere la Inghilterra della sua giovinezza; e guardava in cagnesco ogni teoria ed ogni pratica introdotta mentre egli era in esilio. Quantunque fosse lontano dal meditare il minimo attentato contro l’antico e indubitato potere della Camera de’ Comuni, il vederlo crescere gli recava grande inquietudine. La prerogativa regia, per la quale egli aveva tanto sofferto, e dalla quale era stato alla perfine innalzato alle ricchezze ed agli onori, era sacra agli occhi suoi. Riguardava le Teste-Rotonde con avversione politica e personale. Aveva sempre aderito fortemente alla Chiesa Anglicana, e tutte le volte che si trattava degl’interessi di quella, erasi separato, non senza rammarico, da’ suoi più diletti amici. Il suo zelo per lo Episcopato e pel Libro della Preghiera Comune divenne quindi più ardente che mai, e si congiunse con un odio vendicativo contro i Puritani; odio che gli recò poco onore, e come ad uomo di Stato e come a cristiano.

Mentre la Camera de’ Comuni, che aveva richiamata la reale famiglia, era in sessione, e’ tornava impossibile ristabilire il vecchio sistema ecclesiastico. La Corte non solo nascose con grande studio le proprie intenzioni, ma il Re stesso dette, nel modo più solenne, assicuranze tali, che posero in calmagli animi de’ Presbiteriani moderati. Aveva promesso, prima della Restaurazione, di concedere ai sudditi libertà di coscienza. Ripetè poscia tale promessa, aggiungendovi quella di adoperare le più scrupolose cure onde indurre a concordia le sètte avverse. Disse come egli desiderava di vedere la giurisdizione spirituale divisa tra i vescovi e i sinodi; di fare che la liturgia venisse riesaminata da una congrega di teologi, metà de’ quali sarebbe di presbiteriani. Le quistioni concernenti la cotta, la postura nel ricevere la Eucarestia, e il segno della croce nel battesimo, verrebbero risolute in guisa da calmare le coscienze timorate. Come il Re ebbe addormentati gli occhi vigili di coloro ch’ei maggiormente temeva, sciolse il Parlamento. Aveva già dato il suo assenso ad un atto d’amnistia, salvo pochissimi, per tutti coloro i quali nelle lotte civili s’erano resi colpevoli di delitti politici. Aveva parimenti ottenuta dalla Camera de’ Comuni una concessione a vita delle tasse, l’annuo prodotto delle quali era stimato a un milione e duecento mila lire sterline. A vero dire, il prodotto di quelle per alcuni anni passò di poco un milione; ma questa somma, insieme con la entrata ereditaria della Corona, era allora bastevole a pagare le spese del Governo in tempo di pace. Non fu concessa pecunia per mantenere un esercito stanziale. La nazione sentiva disgusto del semplice nome di quello, e il solo rammentarlo avrebbe commossi ed infiammati tutti i partiti.

IX. Nel 1661 seguì una elezione generale. Il popolo era frenetico d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta. Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste-Rotonde. Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero quasi atterriti della propria vittoria.Trovaronsi in condizioni non dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza misericordia, de’ torti sofferti.

X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse, sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo, qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto, procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora, per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior numero di teologirealisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.

XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non-conformisti; statuti, de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione Cattolica-Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena capitale. Un nuovo edirragionevolissimo giuramento venne imposto ai teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo, fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società cristiana.

XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni. Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non-resistenza; dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere, che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale, calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a resistere con la forza alla tirannide delprincipe. Avventuratamente, i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra, contro il trono.

Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni. Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano, i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti, riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate; ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e comperare il favore delle potenti Teste-Rotonde, avevano vendute le loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.

XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani, serbavanola decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi, Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’ servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro. Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico, sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore. Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani, ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare. Era stata spogliataed oppressa da quello stesso partito che predicava la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische, tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore delViaggio del Pellegrinolanguiva sepolto in carcere per colpa di insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo alla maggiore degradazione.

XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo a spesse e violente rivoluzioni e contro-rivoluzioni. Nel corso di pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una nuova dinastia rapidamenteconseguire l’altezza del potere e della gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato; una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste-Rotonde, e dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica, ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella, aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere. Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina, che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro cheagognano a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia, un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali, dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e disinteressati.

XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche, religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo, e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale; imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole, ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii. Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria religione agli Scozzesi, nel puntoistesso in cui la religione sua e la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno, che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo, poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese; in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi. Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormainessuno aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica. La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente, e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad accettare dal Governo una semi-tolleranza, conosciuta sotto il nome d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza, non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile, respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione. Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati, impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi, ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della loro disperazione.

XVI. Erano tali, durante il regno di Carlo II, le condizioni della Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le Teste-Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che li separavaentrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti, mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia, e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster; incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore; non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano, e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.


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