Chapter 16

Queste considerazioni servano a dimostrare in che guisa, malgrado quelle attrattive che per tanti anni avevano a poco a poco chiamata l’aristocrazia verso la parte occidentale, pochi uomini d’alto grado seguitassero fino ad un’epoca non molto lontana ad abitare nelle vicinanze della Borsa e del Guildhall. Shaftesbury e Buckingham, mentre facevano al Governo una opposizione aspra e senza scrupoli, pensarono che in nessun altro luogo avrebbero potuto condurre così bene e senza pericolo i loro intrighi, come sotto la protezione de’ magistrati e della milizia della Città. E però Shaftesbury abitava in Aldersgate Street una casa che si può oggi facilmente riconoscere, ai pilastri e cordoni, opera leggiadra d’Inigo.[114]Buckingham aveva ordinato che la sua abitazione presso Charing Cross, un tempo dimora degli arcivescovi di York, fosse demolita;e mentre ivi sorgevano le strade e i viali che portano tuttavia il nome di lui, elesse di abitare in Dowgate.[115]XXIX. Nondimeno, queste erano rare eccezioni. Quasi tutte le nobili famiglie d’Inghilterra avevano da lungo tempo emigrato fuori le mura. Il distretto in cui rimaneva la maggior parte delle loro case cittadine, giace fra la città e que’ luoghi che ora vengono considerati come cospicui. Pochi grandi uomini seguitarono a starsi ne’ loro palagi ereditari fra lo Strand e il fiume. I solidi edifici tra il mezzodì e l’occidente di Lincoln’s Inn Fields, la piazza di Covent Garden, Southampton Square, che oggi si chiama Bloomsbury Square, e King’s Square in Soho Fields, che ora ha nome Soho Square, erano fra i luoghi più prediletti. I principi stranieri venivano condotti a visitare Bloomsbury Square come una delle maraviglie della Inghilterra.[116]Soho Square, che era stato pure allora edificato, era pei nostri antichi argomento d’un orgoglio, al quale i posteri loro non vorranno partecipare. Lo avevano chiamato Monmouth Square finchè durò prospera la fortuna del Duca di Monmouth; e nel lato meridionale torreggiava il palazzo di lui. Il prospetto, comecchè senza grazia, era alto e riccamente ornato. Sulle pareti degli appartamenti principali vedevansi sculture di frutti, fogliami e blasoni, ed erano tappezzati di serici drappi a ricamo.[117]Ogni vestigio di tanta magnificenza da lungo tempo è scomparso, e in un quartiere un dì cotanto aristocratico, non si trova nessuna casa aristocratica. Poco più in là, a tramontana da Holborn, e lungo i campi da pascolo e da grano, sorgevano due rinomati palazzi, a ciascuno dei quali era annesso un vasto giardino. L’uno, in allora detto Southampton House, e di poi Bedford House, fu distrutto circa cinquanta anni sono per far luogo ad una nuova città, la quale adesso con le sue piazze, strade, e chiese occupa un vasto spazio, già famoso nel secolo decimosettimo per le pesche e le beccaccine. L’altro, chiamato MontagueHouse, e celebre per gli affreschi e gli addobbi onde era adorno, pochi mesi dopo la morte di Carlo II fu bruciato fino alle fondamenta, e vi fu posto in sua vece un assai più magnifico edificio, detto anch’esso Montague House; il quale essendo stato da lungo tempo il sacrario di vari e preziosi tesori d’arte, di scienza e di letteratura, quali non trovavansi per innanzi raccolti sotto un solo tetto, ha da pochi anni dato luogo ad un edificio anche più magnifico.[118]Più presso alla Corte, in un luogo chiamato Saint James Fields, era stato di recente edificato Saint James’s Square e Jermyn Street. La chiesa di San Giacomo era stata allora aperta per comodo degli abitanti di questo nuovo quartiere.[119]Golden Square, dove nella susseguente generazione abitavano Lordi e Ministri di Stato, non era per anche incominciato. A dir vero, le sole abitazioni che si potessero vedere a tramontana di Piccadilly, erano tre o quattro solinghe e quasi rurali dimore, la più celebre delle quali era il sontuoso edificio eretto da Clarendon, e soprannominato Casa di Dunkerque. Dopo la caduta del suo fondatore, era stato comperato dal Duca d’Albemarle. Il palazzo Clarendon ed Albemarle Street serbano tuttavia la memoria del sito.Colui che in allora girovagava per quella che oggidì è la parte più celebre e gaia di Regent Street, trovavasi in una solitudine, e talvolta si reputava fortunato di potere tirare con l’archibugio a qualche beccaccia.[120]A settentrione, la strada di Oxford era fiancheggiata da siepi. A cinque o seicento braccia verso mezzodì, sorgevano le mura de’ giardini di poche grandi case, che consideravansi affatto fuori la città. Ad occidente eravi un prato famoso per una sorgente d’acqua, la quale, lungo tempo dopo, dette il nome a Conduit Street. Ad oriente eravi un campo, che nessun cittadino di Londra a que’ tempi poteva traversare senza ribrezzo. Ivi, come in luogo deserto da ogni uomo, venti anni innanzi, allorquando la peste fececotanta strage, era stata scavata una vasta fossa, dove i carri mortuari, di notte tempo, trasportavano cadaveri a centinaia. Il popolo credeva che la terra fosse così infetta sotto la sua superficie, da non potersi sommovore senza presentissimo pericolo per la vita degli uomini. Ivi non furono gettate alcune fondamenta, se non dopo che trascorsero due generazioni senza peste, e dopo che il luogo degli spettri era stato da lungo tempo circondato da edifizi.[121]Cadremmo in grave errore ove supponessimo che alcuna delle vie e delle piazze allora avesse il medesimo aspetto in che oggi si vede. La maggior parte delle case, dopo quel tempo, sono state al tutto o quasi al tutto riedificate. Se le parti più cospicue della metropoli potessero mostrarsi agli occhi nostri nella forma che allora avevano, rimarremmo disgustati della loro squallida apparenza, ed attoscati dall’atmosfera malsana che le circondava. In Covent Garden, presso alle case de’ grandi, giaceva un sudicio e romoroso mercato. Le fruttaiuole gridavano, i carrettieri azzuffavansi, torsi di cavoli e putride mele vedevansi a mucchi accanto alle porte delle case della contessa di Berkshire e del vescovo di Durham.[122]Il centro di Lincoln’s Inn Fields era uno spazio aperto, dove ogni sera ragunavasi la marmaglia, a pochi passi di Cardigan House e di Winchester House, ad ascoltare le cicalate de’ saltimbanchi, a vedere ballar gli orsi, e lanciare i cani addosso ai buoi. Vedevansi qua e colà sparse le lordure. Vi si esercitavano i cavalli. Gli accattoni erano così chiassosi ed importuni, come nelle peggio governate città del continente. Mendicante di Lincoln’s Inn era espressione proverbiale. Tutta la confraternita conosceva le armi e le livree d’ogni signore caritatevole del vicinato, e appena compariva il tiro a sei di sua signoria, saltellando o strascinandosi, gli si affollavano d’intorno. Cotesti disordini durarono, malgrado molti accidentie alcuni procedimenti legali, fino a quando, nel regno di Giorgio II, Sir Giuseppe Jekyll maestro de’ Rotoli, ovvero degli Atti, fu stramazzato a terra e pressochè morto in mezzo alla piazza. Allora vi si fecero delle palizzate e un piacevole giardino.[123]Saint James’s Square era il ricettacolo di tutta la mondiglia e delle ceneri, de’ gatti e cani morti di Westminster. Ora un giuocatore di batacchio vi poneva la campana. Ora un impudente si piantava lì a costruire una casipola per la spazzatura, sotto le finestre dell’aurate sale in cui i magnati del Regno, i Norfolk, gli Ormond, i Kent e i Pembroke davano banchetti e feste da ballo. E’ non fu se non dopo che siffatti inconvenienti erano durati per una generazione, e dopo che s’era molto scritto contro essi, che gli abitanti ricorsero al Parlamento, onde ottenere licenza di porvi steccati e piantarvi alberi.[124]Se tali erano le condizioni dei quartieri dove abitavano i più cospicui cittadini, possiamo facilmente credere che la gran massa della popolazione patisse ciò che oggidì verrebbe reputato intollerabile aggravio. I selciati erano detestabili; ogni straniero gridava: vergogna! I condotti e le fogne erano sì cattivi, che ne’ tempi piovosi i rigagnoli diventavano torrenti. Vari poeti giocosi hanno rammentata la furia con che cotesti neri fiumicelli precipitavano giù da Snow Hill e Ludgate Hill, trasportando a Fleet Ditch copioso tributo di lordure animali e vegetabili dai banchi de’ macellaj e dei fruttaioli: fluido pestifero che veniva sparso a diritta e a sinistra da’ cocchi e dallecarrette. E però, chiunque andava a piedi, badava in ogni modo a tenersi, più che potesse, lontano dalla parte carrozzabile della strada. I timidi e pacifici cedevano il muro agli audaci ed atletici, che lo rasentavano. Se avveniva che due bravazzoni s’incontrassero, si davano vicendevolmente i cappelli nel muso, e l’uno spingeva l’altro finchè il più debole era sbalzato verso il canale. Se questi era buono solo alle spacconate, se ne andava a capo chino, mormorando che sarebbe venuto il tempo di rifarsi; se era pugnace, l’incontro probabilmente terminava con un duello dietro Montague House.[125]Le case non erano numerate. E davvero, poca sarebbe stata la utilità d’apporvi i numeri, poichè dei cocchieri, portantini, facchini e ragazzi di Londra, piccolissima parte sapeva leggere. Era mestieri servirsi di segni che dai più ignoranti fossero intesi. E però sulle botteghe stavano insegne, che davano alle strade uno aspetto gaio e grottesco. La via da Charing Cross a Whitechapel era una continuazione di teste di saracini, di querce reali, d’orsi azzurri, d’agnelli d’oro, i quali scomparvero allorquando non furono più necessari alla intelligenza del volgo.Venuta la sera, la difficoltà e il pericolo di andare attorno per la città di Londra diventavano veramente gravi. Aprivansi le finestre, e i vasi si votavano poco badando a chi vi passasse sotto. Le cadute, le ammaccature, le fratture d’ossa erano cose ordinarie. Imperocchè, fino all’ultimo anno del regno di Carlo II, la maggior parte delle vie rimanevano in un profondo buio. I ladri esercitavano impunemente il proprio mestiere; e nondimeno, non erano così terribili ai pacifici cittadini, come lo era un’altra genia di ribaldi. Era prediletto sollazzo de’ dissoluti giovani gentiluomini quello di girovagare di notte per la città, rompere finestre, capovolgere sedili, battere le persone tranquille, e carezzare grossolanamente le donne leggiadre. Parecchie dinastie di cotesti tirannelli, dopo la Restaurazione, regnavano nelle strade. I così dettiMunse iTityreTusavevano fatto posto agliHectors, e a questi avevano di recente succeduto gliScourers. Più tardi sorsero i Nicker, gliHawcubitee iMohawk, più terribili di tutti.[126]XXX. I mezzi per mantenere la pace erano estremamente frivoli. Eravi una legge fatta dal Consiglio Municipale, che prescriveva come cento e più sentinelle stessero in continua vigilanza per tutta la città, dal tramonto allo spuntare del sole; ma rimaneva negletta. Pochi di coloro ai quali toccava di far la guardia, lasciavano la propria casa; e que’ pochi, generalmente, gradivano meglio stare ad ubbriacarsi dentro le taverne, che girare per le vie.XXXI. È d’uopo notare come, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, nella polizia di Londra seguisse un gran mutamento, il quale forse non meno de’ rivolgimenti di maggior fama contribuì ad accrescere la felicità del popolo. Un ingegnoso progettista, che aveva nome Eduardo Heming, ottenne lettere patenti con cui gli si concedeva per dieci anni il diritto esclusivo d’illuminare Londra. Costui intraprese, per una modica retribuzione, di porre una lanterna per ogni dieci porte, nelle sere prive di luna, dal dì di San Michele fino alla festa della Madonna, e dalle ore sei fino alle dodici. Coloro che oggimai veggono la metropoli per tutto l’anno, dalla sera fino all’alba, chiarificata da uno splendore, in paragone del quale le illuminazioni per la Hogue e Blenheim sarebbero sembrate pallide, sorrideranno forse in pensare alle lanterne di Heming, le quali mandavano un fioco lume innanzi una casa in ogni dieci, per piccola parte di una notte in ogni tre. Ma non così pensavano i suoi contemporanei. Il suo disegno suscitò plausi entusiastici, e furiose opposizioni. Gli amatori del progresso lo esaltavano come il grandissimo dei benefattoridella città sua, chiedendo che erano mai i trovati d’Archimede in agguaglio della impresa dell’uomo il quale aveva trasformate le ombre della notte in luce di meriggio! In onta a tali eloquenti elogi, la causa dell’oscurità non rimase priva di difensori. In quell’età v’erano insani che avversavano la introduzione di quella che chiamavasi nuova luce con tanta virulenza, con quanta gl’insani de’ tempi nostri hanno avversato lo innesto del vaiuolo e le strade ferrate, e gl’insani d’una età anteriore si erano opposti alla introduzione dell’aratro e della scrittura alfabetica. Molti anni dopo le lettere patenti concesse a Heming, v’erano vasti distretti in cui non vedevasi nè anche una lanterna.[127]XXXII. Possiamo agevolmente immaginare in che condizioni, a quel tempo, fossero i quartieri di Londra popolati dalla feccia della società. Uno fra essi aveva acquistata scandalosa rinomanza. Sul confine tra la Città ed il Tempio, era stato fondato, nel secolo decimoterzo, un convento di frati Carmelitani, che portavano bianchi cappucci. Il ricinto di quel convento, avanti la Restaurazione, aveva servito d’asilo ai facinorosi, e serbava tuttavia il privilegio di proteggere dall’arresto i debitori. Gl’insolventi quindi occupavano ogni casa dalle cantine fino alle soffitte. Di costoro, moltissimi erano ribaldi e libertini; e nell’asilo tenevano loro dietro donne più che essi di malvagia vita. La potestà civile non aveva modo di mantenere l’ordine in un distretto che brulicava di cosiffatti abitatori; e in tal guisa Whitefriars divenne il luogo prediletto di coloro che volevano emanciparsi dal freno delle leggi. E comecchè le immunità legalmente pertinenti al luogo riguardassero soltanto i casi di debiti, vi trovavano ricovero anche essi i truffatori, i testimoni spergiuri, i falsari, i ladroni. Per lo che, fra mezzo a così disperata marmaglia, nessuno officiale di pace si teneva sicuro della vita. Al grido di «Riscossa!» sgherri armati di spade e magli, sfacciate streghe impugnando manichi di granata e spiedi, sbucavano a centinaia, e fortunato colui che percosso, strappato, annaffiato, avesse potuto salvarsi a Fleet Street. Nè anche un ordine del Capo Giudiced’Inghilterra poteva mandarsi ad esecuzione senza lo aiuto d’una compagnia di moschettieri. Cotali avanzi della barbarie di secoli più bui, trovavansi a pochi passi dalle stanze dove Somers meditava sulla storia e sulle leggi, dalla chiesa dove predicava Tillotson, dalla bottega da caffè dove Dryden profferiva giudicii sopra poemi e drammi, e dalla sala dove la Società Reale esaminava il sistema astronomico di Newton.[128]XXXIII. Ciascuna delle due città che formavano la capitale dell’Inghilterra, aveva il proprio centro d’attrazione. Nella metropoli del commercio, il punto di convergenza era la Borsa; nella metropoli dell’alta cittadinanza, era il Palazzo. Ma il Palazzo non serbò la propria influenza così lungamente come la Borsa. La Rivoluzione cangiò affatto le relazioni tra la Corte e le alte classi della società. A po’ per volta, divenne manifesto che il Re, come individuo, aveva ben poco da donare; che le corone ducali e le giarrettiere, i vescovati e le ambascerie, gl’impieghi di lordi del tesoro e di cassiere dello scacchiere, anzi fino gli uffici della scuderia e della camera reale, venivano dispensati non da lui, ma dai suoi consiglieri. Ogni ambizioso e cupido uomo vedeva che avrebbe meglio provveduto all’utile proprio, giungendo a predominare in un borgo parlamentare nella Contea di Cornwal, e rendendo servigi al Ministero in qualche momento difficile, anzichè diventare il compagno e anche il prediletto del principe. E quindi, non nelle anticamere di Giorgio I e di Giorgio II, ma in quelle di Walpole e di Pelham affollavansi quotidianamente i cortigiani. È parimente da notarsi, che la medesima rivoluzione che rese impossibile ai nostri Re l’arbitrio di disporre degl’impieghi dello Stato col solo scopo di compiacere alle proprie inclinazioni, ci diede parecchi Re dalla educazione e dalle abitudini resi inetti a mostrarsi ospiti affabili e generosi. Erano nati e cresciuti sul continente. Venuti nell’isola nostra, non vi si trovavano mai come in casa propria. Se parlavano la nostra lingua, la parlavano senza eleganza e con difficoltà. Non giunsero mai ad intendere l’indole nostra nazionale, e nè anche provaronsi di acquistare i nostri costumi. La parte più importante de’ lorodoveri essi adempivano meglio di qualunque de’ principi loro antecessori; poichè governavano rigorosamente secondo la legge: ma non potevano essere i primi gentiluomini del reame, i capi della società culta. Se pure lasciavansi mai andare alla affabilità, ciò seguiva fra mezzo ad una ristretta conversazione, dove non vedevasi quasi neppure un Inglese; e non riputavansi tanto felici, se non se quando potevano passare una state nella terra dove erano nati. V’erano, a dir vero, i giorni determinati in cui essi ricevevano i nobili e i gentiluomini inglesi; ma siffatto ricevimento altro non era che mera formalità, la quale alla perfine divenne cerimonia solenne quanto quella di un funerale.Non era tale la Corte di Carlo II. Whitehall, mentre egli vi faceva dimora, era il centro degl’intrighi politici e del brio elegante. Mezzi i faccendieri e mezzi i bellimbusti della metropoli accorrevano alle sue sale. Chiunque fosse riuscito a rendersi gradito al principe, o a guadagnare la protezione della concubina, poteva bene sperare d’innalzarsi nel mondo, senza aver reso alcun servigio al Governo, senza essere, nè anche di vista, conosciuto da nessuno de’ Ministri di Stato. Uno de’ cortigiani otteneva il comando d’una fregata; l’altro quello d’una compagnia di soldati; un terzo la grazia per un colpevole ricco; un quarto la cessione d’una terra della Corona a buoni patti. Se il Re mostrava di gradire che un legale senza clientela fosse fatto giudice, o un baronetto libertino fosse creato Pari, i più gravi consiglieri, dopo un breve mormorare, piegavano il capo.[129]L’interesse, quindi, attirava alle porte della reggia una folla di postulanti; e le porte rimanevano sempre spalancate. Il Re teneva casa aperta ogni giorno, e per tutta la giornata, alle classi alte della città di Londra, tranne agli esagerati del partito Whig. Non v’era gentiluomo che trovasse difficile lo accesso alla presenza del sovrano. La levata dal letto (levee) rispondeva esattamente al significato del vocabolo. Parecchi gentiluomini andavano ogni mattina a corteggiare il loro signore, a chiacchierare con esso mentre gliponevano la parrucca o gli annodavano la cravatta, e ad accompagnarlo nella sua passeggiata mattinale nel parco. Chiunque fosse stato debitamente presentato, poteva, senza invito speciale, recarsi a vederlo pranzare, cenare, ballare e sollazzarsi ai giochi di sorte; e poteva avere il diletto di udirgli riferire storielle, ch’egli sapeva assai bene raccontare, intorno alla sua fuga da Worcester, e alla miseria che egli aveva patita, mentre trovavasi prigioniero di Stato nelle mani dei piagnolosi e intriganti predicatori di Scozia. Coloro che gli stavano d’intorno, e che la Maestà Sua sovente riconosceva, gli si facevano presso, perchè dirigesse loro la parola. Ciò era argomento d’un’arte di regnare assai più proficua di quella che il padre e l’avo di lui avevano praticata. Non era facile al più austero repubblicano della scuola di Marvel resistere alla malia di tanto buon umore ed affabilità; e molti vecchi Cavalieri, nel cuore de’ quali la rimembranza di molti non rimeritati sacrifici si era per venti anni invelenita, tenevansi in un sol momento ricompensati delle ferite e delle spoliazioni, quando il loro sovrano, salutandoli cortesemente col capo, diceva loro: «Dio vi tenga nella sua santa guardia, mio vecchio amico!»Whitehall naturalmente divenne il principale scaricatoio di tutte le nuove. Vociferandosi ivi che qualche cosa d’importante fosse seguíta o per seguire, le genti vi accorrevano, come a fonte precipua, frettolose per informarsene. Le gallerie avevano l’aspetto della sala d’un circolo odierno in tempi d’agitazione. Rigurgitavano di persone chiedenti se la valigia olandese fosse arrivata, quali nuove avesse recate il corriere dalla Francia, se Giovanni Sobiesky avesse sconfitti i Turchi, se il Doge di Genova fosse veramente in Parigi. E queste erano cose, intorno alle quali poteva con tutta sicurtà parlarsi ad alta voce. Ma v’erano subietti intorno ai quali si domandava e rispondeva bisbigliando. Aveva Halifax avuto vantaggio sopra Rochester? Vi sarebbe egli un Parlamento? Il Duca di York sarebbe egli andato davvero in Iscozia? Il Duca di Monmouth era positivamente stato richiamato dall’Aja? Ciascuno studiavasi di leggere in viso ai Ministri, mentre traversavano la folla per entrare o uscire dalle stanze del Re. Augurii d’ogni specie facevansi, a seconda del tono con che la Maestà Suaparlava al Lord Presidente, o del riso con che Sua Maestà onorava una frase scherzevole detta dal Lord del Sigillo Privato; e in poche ore, le speranze e i timori nati da tali leggierissimi indizi, si spandevano per tutte le botteghe da caffè, da San Giacomo fino alla Torre.[130]XXXIV. La bottega da caffè va anch’essa rapidamente rammentata, come quella che in quei tempi poteva non impropriamente considerarsi istituzione politica importantissima. Il Parlamento era chiuso da parecchi anni. Il Consiglio Municipale della città aveva cessato di parlare, esprimendo il pubblico sentire. Le ragunanze, le arringhe, le deliberazioni pubbliche, e tutti gli altri mezzi che oggidì servono a produrre l’agitazione, non erano per anche in uso. Nulla esisteva che somigliasse le moderne gazzette. In tali circostanze, le botteghe da caffè erano gli organi precipui, per mezzo de’ quali manifestavasi la pubblica opinione della metropoli.La prima di tali botteghe era stata aperta a tempo della repubblica da un mercatante della Turchia, il quale fra i Maomettani aveva preso l’uso della loro prediletta bevanda. La comodità di potere avere convegni in ogni parte della città, e passare le serate socievolmente a poco costo, era così grande, che la moda con rapidità si diffuse. Ciascun uomo delle classi alte o delle medie andava giornalmente al suo caffè per raccogliere nuove e discutervi sopra. Ciascun caffè aveva uno o più oratori, alla cui eloquenza la folla, compresa d’ammirazione, prestava ascolto, e i quali tosto divennero ciò che i giornalisti sono stati chiamati ai nostri tempi; vale a dire il quarto Stato del Regno. La Corte aveva da lungo tempo con inquietudine veduto crescere questo nuovo potere nello Stato. Sotto l’amministrazione di Danby, s’era fatto un tentativo di chiudere le botteghe da caffè. Ma gli uomini di tutti i partiti desideravano cotesti consueti luoghi di ritrovo, talmente che ne nacquero clamori universali. Il Governo non rischiossi, avversando unsentimento cotanto forte e generale, a rinvigorire un ordine la cui legalità poteva porsi in questione. Da quel tempo erano scorsi dieci anni, duranti i quali il numero dei caffè era sempre venuto crescendo. Gli stranieri notavano che la bottega da caffè era quella che distingueva Londra dalle altre città; che la bottega da caffè era la casa del Londrino; e che coloro i quali avessero voluto trovare un gentiluomo, comunemente dimandavano, non dove egli abitava in Fleet Street o in Chancery Lane, ma se egli frequentava ilGreciane ilRainbow. Da cotesti luoghi non veniva escluso nessuno che ponesse sul banco la sua moneta. Nulladimeno, ogni grado e professione, ogni opinione politica e religiosa, aveva il proprio quartiere generale. Vi erano botteghe presso Saint James’s Park, nelle quali ragunavansi i zerbinetti con le teste e le spalle coperte da parrucche nere o di lino, non meno ampie di quelle che adesso portano il Cancelliere e il Presidente della Camera de’ Comuni. La parrucca era venuta da Parigi, insieme con gli altri belli ornamenti da gentiluomo; cioè la veste ricamata, i guanti ornati di frangie e la nappa che sosteneva le brache. Nel conversare usavasi quel dialetto, il quale, lungo tempo dopo che era sparito dalle labbra della gente educata, continuò, su quelle di Lord Foppington, a muovere a riso gli spettatori in teatro.[131]L’atmosfera era simile a quella della bottega d’un profumiere. Il tabacco, se non mandava squisitissimo odore, era tenuto in abominio. Se qualche villano, ignaro delle usanze della bottega, chiedeva una pipa, gli scherni della intera assemblea, e le risposte brevi de’ ragazzi, tosto lo persuadevano come gli tornasse meglio andarsene altrove. Nè gli toccava a fare lungo cammino. Imperocchè, generalmente, nelle botteghe da caffè il fumo del tabacco vedevasi come ne’ corpi di guardia; e gli stranieri alcuna volta manifestavano la loro sorpresa, vedendo come tanta gente lasciasse i propri focolari per starsi ravvolta fra il puzzo e la nebbia perpetua. In nessunluogo fumavasi più di quel che si facesse nel caffè Will. Questa celebre bottega, posta tra Covent Garden e Bow Street, era dedicata agli studi leggiadri. Quivi ragionavasi intorno a cose poetiche, e alle unità così dette aristoteliche del dramma. Ivi era un partito a favore di Perrault e de’ moderni, e un altro che difendeva Boileau e gli antichi. In un gruppo si discuteva se ilParadiso Perdutoavrebbe dovuto essere scritto in versi rimati. Ad un altro, un invido poetastro dimostrava che laVenezia Salvatadi Otway avrebbe dovuto essere cacciata a fischi dalla scena. Non v’era tetto sotto il quale fosse maggior varietà di figure. Conti ornati di stelle e di giarrettiere, ecclesiastici in collaretto e sottana, petulanti legali, giovinetti di università inesperti, traduttori e fattori d’indici in lacero arnese. Ciascuno sforzavasi di penetrare nel gruppo che s’affollava intorno a Giovanni Dryden. Nell’inverno, la sedia dove egli adagiatasi, era nel canto più caldo presso al cammino; nella state era posta sul balcone. Fargli un inchino, udire la sua opinione intorno all’ultima tragedia di Ratine, o al trattato di Bossu sopra la poesia epica, reputavasi un insigne favore. Una presa della sua tabacchiera era onore bastevole a dar la volta al cervello d’un giovine entusiasta. Vi erano botteghe da caffè dove potevano consultarsi i medici più rinomati. Il dottore Giovanni Radcliffe, il quale nel 1685 aveva la più numerosa clientela di Londra, dalla sua casa posta in Bow Street, luogo a que’ tempi in voga nella capitale, andava giornalmente, nell’ora in cui era più popolata la Borsa, al caffè di Garraway, dove sedeva innanzi ad una tavola distinta, circondato da chirurgi e da farmacisti. Vi erano botteghe da caffè puritane, dove non udivasi una bestemmia, e dove gli uomini dai lisci capelli discutevano parlando col naso intorno agli eletti e ai reprobi: caffè per gli ebrei, dove i cambia-monete dagli occhi neri, di Venezia o d’Amsterdam, salutavansi vicendevolmente; e caffè papisti, dove, secondo che i buoni protestanti credevano, i Gesuiti[132]con le tazze in mano facevano disegni d’unaltro grande incendio, e di fondere palle d’argento per uccidere il Re.[133]Il modo d’accomunarsi siffattamente non contribuì poco a formare il carattere del cittadino di Londra in que’ giorni. Veramente, egli era un essere ben diverso dall’Inglese abitante della campagna. Allora non esisteva la relazione che adesso si vede fra le due classi. Solo gli uomini assai ricchi avevano il costume di passare mezzo l’anno in città e mezzo in villa. Pochi scudieri andavano alla metropoli tre volte in tutta la loro vita. Nè i cittadini agiati avevano ancora il costume di respirare la fresca aria de’ campi e dei boschi per parecchi giorni della stagione estiva. Un vero Londrino,[134]mostrandosi in qualche villaggio, veniva guardato con maraviglia, quasi si fosse intruso fra mezzo un Kraal di Ottentoti. Dall’altro canto, quando un signore delle Contee di Lincoln o di Shrop appariva in Fleet Street, di leggieri distinguevasi fra la popolazione della città, come un Turco o un Lascaro. Il vestire, lo andare, l’accento, il modo onde egli guardava ammirando le botteghe, inciampava ne’ rigagnoli, s’imbatteva ne’ facchini, e rimaneva sotto le grondaie, lo additavano come ottima preda ai truffatori ed ai beffardi. I bravazzoni lo spingevano fin nel canale, i cocchieri lo inzaccheravano dal capo ai piedi. I ladroncelli esploravano con piena sicurtà le vaste tasche del suo abito da cavalcare, mentre egli ammirava estatico lo splendido corteo del Lord Gonfaloniere. Gli scrocconi, ancora indolenziti dalle staffilatericevute per ordine della Giustizia dietro la coda d’un cavallo, si presentavano a lui, e gli parevano i più onesti e cortesi gentiluomini ch’egli avesse mai veduti. Donne col viso impiastrato, rifiuto di Lewkner Lane e di Whetstone Park, gli si spacciavano per contesse e dame di Corte. Se domandava della via che conduceva a San Giacomo, lo dirigevano a Mile End. Se entrava in una bottega, subito veniva giudicato come un facile compratore di tutte quelle cose che non si sarebbero potute vendere ad altri, di ricami di seconda mano, d’anelli di rame, e d’oriuoli che non segnavano le ore. Se entrava in qualche bottega da caffè di moda, diventava lo zimbello degl’insolenti bellimbusti, e de’ gravi legali. Pieno di vergogna e di rabbia, faceva tosto ritorno alle proprie terre, dove negli omaggi de’ suoi affittaioli e nel consorzio de’ suoi compagni, trovava conforto alle vessazioni ed umiliazioni sofferte. Ivi si sentiva ridivenuto grande uomo, e non vedeva nulla al di sopra di sè, tranne quando nel tribunale sedevasi al banco accanto al giudice, o quando alla rivista della milizia cittadina salutava il Lord Luogotenente.XXXV. La cagione precipua che rendeva così imperfetta la fusione de’ diversi elementi sociali, era la estrema difficoltà che i nostri antenati incontravano di andare da un luogo ad un altro. Fra tutte le invenzioni, tranne le lettere alfabetiche e l’arte della stampa, quelle che abbreviano le distanze hanno principalmente cooperato ad incivilire il genere umano. Ogni miglioramento dei mezzi di locomozione, giova all’umanità moralmente e intellettualmente, non che materialmente; e non solo agevola lo scambio de’ vari prodotti della natura e dell’arte, ma tende a distruggere le nazionali e provinciali antipatie, ed avvincolare in una tutte le classi della umana famiglia. Nel secolo diciassettesimo, gli abitanti di Londra erano, per ogni negozio pratico, più discosti da Edimburgo, di quello che oggi siano da Vienna.I sudditi di Carlo II non erano, egli è vero, affatto ignari di quel principio, il quale ai tempi nostri ha prodotto un rivolgimento senza esempio nelle cose umane, il quale ha fatto sì che le navi sfidino il vento e le onde marine, e i battaglioni, accompagnati da bagagli ed artiglierie, traversino i Regni conun passo eguale a quello del più veloce corsiero. Il Marchese di Worcester aveva pur allora osservata la potenza dell’umido rarefatto dal calore. Dopo molti esperimenti, gli era riuscito di costruire una rozza macchina a vapore, ch’egli chiamò macchina d’acqua bollente, e giudicò essere maraviglioso e vigorosissimo strumento di propulsione.[135]Ma il Marchese era sospettato di pazzia, e conosciuto come papista. E però le sue invenzioni non furono bene accolte. La sua macchina a vapore potè forse essere stata subietto di conversazione in una adunanza della Società Reale, ma non fu applicata ad alcuno uso pratico. Non v’erano guide lungo le strade, salvo poche fatte di legname, dalle miniere di carbone del Northumberland fino alle sponde del Tyne.[136]Nelle contrade interiori, piccolissime erano le comunicazioni fluviali. Pochi tentativi erano stati fatti a rendere più profonde ed arginare le correnti naturali, ma con poco buon esito. Non si era nè anche progettato un canale navigabile. Gl’Inglesi di que’ tempi avevano costume di favellare con maraviglia mista alla disperazione intorno all’immenso fosso, per mezzo del quale Luigi XIV aveva congiunto l’Atlantico col Mediterraneo. Erano ben lungi dal pensare che la patria loro, nel corso di poche generazioni, sarebbe stata intersecata, a spese di intraprenditori privati, da fiumi artificiali, equivalenti per lunghezza ad una estensione quattro volte maggiore del Tamigi, del Savern e del Trent insieme congiunti.XXXVI. Egli era per le strade maestre che gli uomini e le robe passavano da luogo a luogo; e sembra che tali strade fossero in peggiori condizioni di quello che si sarebbe potuto aspettare dal grado di civiltà ed opulenza cui era in allora pervenuta la nazione. Nelle migliori linee di comunicazione, i solchi delle ruote erano profondi, le discese precipitose, e la via spesso tale da potersi al buio poco distinguere dallo scopeto e dal pantano onde era fiancheggiata da ambe le parti. L’antiquario Ralph Thoresby corse pericolo di smarrire il cammino sulla strada del nord tra Barnby Moor e Tuxford, come lo aveva smarrito tra Doncaster e York.[137]Pepys, cheviaggiava con la moglie nella propria carrozza, perdè il cammino tra Newbury e Reading. Seguitando il medesimo viaggio, si smarrì presso Salisbury; e corse rischio di passare tutta la notte a cielo scoperto.[138]Solo nella buona stagione la strada era praticabile da veicoli a ruote. Spesso la mota vedevasi accumulata a diritta ed a mancina, altro non rimanendo che un angusto tratto di terreno solido sul pantano.[139]In quel tempo frequenti erano gl’impedimenti e le risse, e il sentiero sovente rimaneva impedito dai vetturini, nessuno dei quali voleva andare innanzi. Seguiva quasi giornalmente, che le carrozze rimanessero impigliate nel fango finchè potessero, in qualche fattoria vicina, trovarsi de’ buoi a tirarnele fuori. Ma nel tempo cattivo, al viaggiatore toccava d’imbattersi in difficoltà anche più gravi. Thoresby, che aveva costume di recarsi da Leeds alla capitale, nel suo Diario ha fatto ricordo di tanti perigli e disastri, da non essere esagerati in un viaggio al Mare Gelato o al Deserto di Sahara. Una volta egli seppe che il paese tra Ware e Londra era tutto innondato, che i passeggieri erano stati costretti a nuotare onde scampare la vita, e che un rivenditore era morto tentando di traversare la via. Per tali nuove Thoresby lasciò da parte la strada, e fu condotto traverso a certi prati, dove gli fu mestieri cavalcare nell’acqua che gli arrivava alla sella.[140]In un altro viaggio, mancò poco ch’egli non venisse trasportato dall’impeto delle onde traripate del Trent. Poi fu ritenuto quattro giorni a Stamford per la condizione delle strade, ed in fine rischiossi a ripigliare il cammino, perchè gli fu dato accompagnarsi a quattordici rappresentanti della Camera de’ Comuni, i quali recavansi in corpo al Parlamento, con numeroso stuolo di guide e di servi.[141]Nello stradale della Contea di Derby, i viaggiatori stavano sempre in pericolo di rompersi il collo, e spesso erano costretti a smontare e condurre le loro cavalcature.[142]La grandestrada traverso al paese di Galles a Holyhead, era in condizioni tali, che, nel 1685, un vicerè che andava in Irlanda, consumò cinque ore di tempo a percorrere quattordici miglia, da Saint Asaph fino a Conway. Tra Conway e Beaumaris gli fu forza di camminare a piedi per lungo tratto di strada, mentre la sua moglie veniva portata in lettiga. Il suo cocchio lo seguiva trasportato con gran difficoltà da molte braccia. Generalmente, i carriaggi arrivavano in pezzi a Conway, ed erano trasportati sopra le vigorose spalle de’ contadini gallesi a Menai Straits.[143]In alcuni luoghi di Kent e di Sussex, nessun animale, fuorchè i più forti cavalli, poteva valicare su per la mota, nella quale affondava ad ogni passo. I mercati spesso rimanevano inaccessibili per parecchi mesi. Vuolsi che i frutti della terra si lasciassero talvolta imputridire in un luogo, mentre in un altro, poche miglia discosto, i prodotti locali non bastavano al bisogno. I carri a ruote in cotesto distretto, comunemente, erano trascinati da buoi.[144]Allorquando il principe Giorgio di Danimarca visitò in tempo di pioggia il magnifico castello di Petworth, spese sei ore a far nove miglia di cammino; e fu mestieri che un branco di robusti villani fiancheggiasse da ambi i lati il cocchio onde puntellarlo. Parecchi de’ carriaggi che lo seguivano, furono capovolti e danneggiati. Si conserva una lettera di uno de’ gentiluomini che lo accompagnavano, nella quale lo sventurato cortigiano si duole, come per quattordici ore non gli fosse stato concesso di smontare, tranne quando la sua carrozza venisse capovolta, o rimanesse fitta nel fango.[145]Una delle cagioni precipue della pessimità delle strade, pare che stesse nel difetto di provvisioni legislative. Ciascuna parrocchia era tenuta a riattare le strade maggiori che la traversavano. I contadini erano costretti a lavorarvi gratuitamente per sei giorni dell’anno. Se ciò non bastava, adoperavansi lavoranti a pago, e provvedevasi alla spesa con contribuzioniimposte a tutti i parrocchiani. È cosa manifestamente ingiusta che una via, la quale congiunga due grandi città esercenti in larga misura uno scambievole e proficuo traffico, venga mantenuta a spese della popolazione sparsa fra esse; e tale ingiustizia rendevasi più visibile nel caso della gran via del Nord, che traversando poverissimi e poco popolati distretti, congiungeva distretti assai popolati e ricchissimi. A vero dire, le parrocchie della Contea di Huntingdom non potevano riattare una strada consunta dal continuo traffico tra il West Riding della Contea di York e Londra. Tosto dopo la Restaurazione, questa gravezza richiamò a sè l’attenzione del Parlamento; e passò una legge,—una delle tante concernenti simile subietto,—che imponeva un lieve pedaggio sui viaggiatori e sulle robe, a fine di tenere in buona condizione alcune parti di questa importante strada.[146]Tale innovazione, nondimeno, eccitò molti clamori; e le altre grandi vie che conducevano alla capitale, rimasero lungo tempo dopo sotto il vecchio sistema. In fine seguì un cangiamento, ma non senza gravi difficoltà. Imperocchè le tasse ingiuste ed assurde alle quali gli uomini sono assuefatti, spesso si sopportano assai meglio che le imposte più ragionevoli novellamente decretate. E’ non fu se non dopo che molte sbarre di pedaggio furono violentemente abbattute, e le milizie in molti distretti costrette ad intervenire contro il popolo, e non poco sangue fu sparso, che potè introdursi un buon sistema.[147]A lenti passi la ragione vinse il pregiudizio; ed oggimai l’isola nostra per ogni verso è traversata da circa trenta mila miglia di strade regie.Per le migliori strade, nel tempo di Carlo II, le cose pesanti generalmente erano da luogo a luogo traportate sopra vagoni da viaggio. Sui pagliericci di cotesti veicoli adagiavasi una folla di viandanti, che non avessero mezzi di andare in carrozza o a cavallo, e ai quali la infermità o il peso de’ loro bagagli impedisse di camminare a piedi. Enorme era la spesa.per trasportare in tal modo le robe pesanti. Da Londra a Birmingham, pagavasi sette lire sterline per ogni tonnellata:[148]lo che equivaleva a quindici soldi la tonnellata per miglio; più del terzo di quel che poscia costava il trasporto per le strade regie, e quindici volte più di quello che oggi si spende per le vie ferrate. Il costo del trasporto per molti generi d’uso comune, equivaleva ad una tassa proibitiva. In ispecie il carbone non vedevasi altrove che nei distretti ai quali poteva essere trasportato per mare; e diffatti, comunemente chiamavasi nel mezzodì dell’Inghilterra, carbone di mare.Nelle strade minori, e generalmente per le contrade settentrionali di York e per le occidentali di Exeter, il trasporto eseguivasi da lunghi traini di cavalli da basto. Questi vigorosi e pazienti animali, la cui razza oggidì è estinta, erano condotti da una genia d’uomini, che parrebbero molto somiglievoli ai mulattieri di Spagna. Un viandante d’umile condizione spesso trovava conveniente eseguire un viaggio, montato sul basto d’un cavallo tra due ceste o fagotti, sotto la cura di cotali robuste guide. Lieve era la spesa di siffatto modo d’andare: ma la caravana muovevasi con la lentezza de’ pedoni; e in tempo di verno, il freddo sovente riusciva insoffribile.[149]I ricchi per lo più viaggiavano nelle loro carrozze, tirate almeno da quattro cavalli. Il faceto poeta Cotton si provò di andare da Londra al Peak con un solo paio; ma giunto a Saint Albans, trovando il viaggio insopportabilmente noioso, cangiò pensiero.[150]Un cocchio a sei cavalli non si vede più al tempo nostro, tranne come apparato di lusso. E però il vedere di frequente rammentare nei vecchi libri quella specie d’equipaggi, ci potrebbe indurre in errore, attribuendo a magnificenza ciò che veramente era lo effetto d’una spiacevole necessità. La gente, nel tempo di Carlo II, viaggiava con sei cavalli, perchè con meno, il cocchio correva pericolo di rimanerefitto nella mota. Nè anche sei cavalli servivano sempre. Vambrugh, nella generazione susseguente, descrisse con molto spirito il modo con che un gentiluomo di provincia, eletto per la prima volta deputato al Parlamento, recavasi a Londra. In tale congiuntura, tutti gli sforzi di sei bestie, due delle quali erano state tolte all’aratro, non potevano salvare il cocchio di famiglia dal rimanere fitto nei pantani.XXXVII. Le pubbliche vetture erano state pur allora molto migliorate. Negli anni che susseguirono alla Restaurazione, una diligenza metteva due giorni ad andare da Londra ad Oxford. I passeggieri dormivano a Beaconsfield. Finalmente, nella primavera del 1669, fu tentata una grande e ardimentosa innovazione. Venne annunziato, come un veicolo, che fu chiamato il Cocchio Volante, eseguirebbe l’intero viaggio dal nascere al tramonto del sole. Cotesta ardita impresa venne esaminata e sanzionata dai capi della Università, e sembra che svegliasse la medesima specie d’interesse che fa nascere ai di nostri l’apertura d’una nuova strada ferrata. Il vice-cancelliere, con un avviso affisso in tutti i luoghi pubblici, prescrisse l’ora e il punto della partenza. L’esito fu assai prospero. Alle ore sei della mattina, la vettura si mosse dall’antica facciata del Collegio d’Ognissanti; ed alle sette della sera, gli avventurosi gentiluomini, che primi eransi esposti al pericolo, giunsero sani e salvi alla loro locanda in Londra.[151]La università di Cambridge si mosse ad emulare la sorella; e subito fu messa su una diligenza, la quale in una giornata da quivi trasportava i passeggieri alla capitale. Alla fine del regno di Carlo II, simiglianti velociferi andavano tre volte la settimana da Londra alle città principali. Ma non sembra che alcuna carrozza, o alcun vagone da viaggio a tramontana andasse oltre York, e ad occidente oltre Exeter. L’ordinario spazio che un velocifero percorreva in un giorno, era di circa cinquanta miglia in estate; ma in inverno, essendo i giorni cattivi e le notti lunghe, ne faceva poco più di trenta. La vettura di Chester, e quella di York e di Exeter, generalmente giungevano a Londra in quattro giorni nella bella stagione,ma nel Natale non prima del sesto giorno. I passeggieri, ch’erano sei di numero, stavano assisi dentro la carrozza; imperocchè erano così spessi gli accidenti, che sarebbe stato estremamente pericoloso lo starsi in cima al legno. La spesa ordinaria in estate era di circa due soldi e mezzo per miglio, e un poco più in tempo di verno.[152]Questo modo di viaggiare, che dagli odierni Inglesi verrebbe giudicato insoffribilmente lento, sembrava agli antenati nostri maravigliosamente e non senza paura rapido. In una opera pubblicata pochi mesi avanti la morte di Carlo II, i velociferi vengono esaltati come superiori ad ogni qualunque simigliante veicolo conosciuto nel mondo. La rapidità loro è subietto di singolar lode, e posta vittoriosamente in contrasto col lento andare delle vetture postali del continente. Ma a simiglianti lodi mescolavansi voci di lamento e d’invettiva. Gl’interessi di numerose classi d’uomini avevano patito danno per la istituzione di coteste nuove vetture; e, come sempre, molti per semplice, stupidità o ostinatezza inchinavano a gridare contro la innovazione, solo perchè era tale. Allegavasi con veemenza che cotesto modo di trasporto sarebbe tornato fatale alle nostre razze di cavalli e alla nobile arte del maneggio; che il Tamigi, il quale da lungo tempo aveva nutriti tanti marinai, non sarebbe stato il precipuo luogo di passaggio da Londra su a Windsor, e giù a Gravesend; che i sellai e gli speronai sarebbero rimasti rovinati a centinaia; che innumerevoli locande, nelle quali solevano fermarsi i viaggiatori a cavallo, sarebbero state abbandonate e non avrebbero più pagata pigione; che i nuovi carriaggi erano troppo caldi d’estate, e troppo freddi di verno; che i passeggieri venivano gravemente infastiditi dai malati e dai piangenti bambini; che il cocchio talvolta perveniva sì tardi alla locanda, che era impossibile trovare da cena, e talvolta partiva così presto, da non potere trovar da colazione. Per tali ragioni, esortavano seriamente a non permettere a nessuna vettura pubblica di avere più di quattro cavalli, di partire più d’una volta lasettimana, e di fare più di trenta miglia per giorno. Speravano che ove si fosse adottato siffatto regolamento, tutti, salvo gl’infermi e gli zoppi, avrebbero ripreso l’antico modo di viaggiare. Varie compagnie della città di Londra, varie città provinciali, e i giudici di varie Contee presentavano petizioni che contenevano le sopradette idee. Coteste cose ci muovono a riso. E non è impossibile che i nostri posteri, leggendo la storia della opposizione mossa dalla cupidità e dal pregiudicio ai miglioramenti del secolo decimo nono, sorridano anch’essi di noi.[153]Malgrado la riconosciuta utilità de’ velociferi, gli uomini sani e vigorosi, e non impediti da molto bagaglio, seguitavano tuttavia il costume di fare a cavallo i viaggi lunghi. Se il viaggiatore voleva andare speditamente a qualche luogo, prendeva i cavalli di posta. Cavalli freschi e nuove guide potevano trovarsi a convenevoli distanze lungo tutte le grandi linee delle strade. La spesa era di tre soldi il miglio per ciascun cavallo, e quattro per la guida. In tal modo, essendo buono il cammino, egli era possibile di viaggiare per un tempo considerevole così rapidamente, come con qualunque altra specie di trasporto che si conoscesse in Inghilterra fino a che ai veicoli venne applicato il vapore. Non eranvi per anche carrozze da posta; nè coloro che viaggiavano nelle loro proprie, trovavano ordinariamente da mutare i cavalli. Il Re, nondimeno, e i grandi ufficiali dello Stato, potevano farlo. Così Carlo usualmente andava in un sol giorno da Whitehall a Newmarket; lo che faceva una distanza di circa cinquanta cinque miglia in un paese piano: viaggio che da’ suoi sudditi veniva riputato celerissimo. Evelyn compì la medesima gita in compagnia del Lord Tesoriere Clifford. Il cocchio veniva tirato da sei cavalli, che furono cambiati a Bishop Stortford, e poi a Chesterford. Essi giunsero a Newmarket di notte. Siffatto modo d’andare sembra venisse considerato come un lusso convenevole ai soli principi e ai ministri.[154]XXXVIII. Ma qualunque si fosse il modo di viaggiare, i viandanti, a meno che fossero numerosi e bene armati, correvano non lieve periglio d’essere fermati e saccheggiati. Il ladrone a cavallo, essere che al dì d’oggi conosciamo solo da’ libri, trovavasi in ogni strada maestra. Gli spazii di terreno deserto, che erano lungo i grandi stradali presso Londra, venivano infestati da questa specie di saccheggiatori. Hounslow Heath, nella grande strada di ponente, e Finchley Common in quella di tramontana, erano forse i più rinomati di tali luoghi. La scolaresca di Cambridge tremava appressandosi, anche di pieno giorno, a Epping Forest; i marinai che pur allora erano stati pagati a Chatham, spesso erano costretti a consegnare le loro borse presso Gadshill, luogo celebrato, circa cento anni avanti, dal grandissimo dei poeti, come scena delle ruberie di Poins e Falstaff. E’ sembra che l’autorità pubblica spesso non trovasse modo da condursi rispetto a codesti predoni. Ora leggevasi nella gazzetta l’annunzio, che parecchi individui fortemente sospettati d’essere ladroni, ma contro i quali non v’erano bastevoli prove, verrebbero pubblicamente esposti in abito da cavalcare a Newgate; verrebbero anche messi in mostra i loro cavalli: per ciò, tutti i gentiluomini ch’erano stati derubati, venivano invitati a vedere questa singolarissima esposizione. Ora offerivasi pubblicamente la grazia ad un ladro, ove avesse voluto restituire alcuni diamanti d’immenso valore, da lui rapiti, allorchè aveva fermata la valigia postale di Harwich. Breve tempo dopo, comparve un altro proclama, onde avvertire i locandieri, che l’occhio del Governo vegliava sopra essi. La loro criminosa connivenza, dicevasi in quell’avviso, agevolava ai banditi il modo d’infestare impunemente le strade. Che tali sospetti non fossero privi di fondamento, si argomenta dalle parole che sul letto di morte dissero alcuni ladroni pentiti di quel tempo, dalle quali e’ pare ch’essi ricevessero dai locandieri servigi somiglievoli molto a quelli che il Bonifacio di Farquhar rendeva a Gibett.[155]Perchè un ladrone potesse prosperamente, e anche con sicurtà, esercitare il proprio mestiere, era necessario ch’egli fosse un destro cavalcatore, e che l’aspetto e i modi suoi fossero tali da convenire al padrone d’un bel cavallo. Egli quindi teneva una posizione aristocratica nella comunità de’ ladri, mostravasi alle botteghe da caffè e alle case da giuoco più in voga, e scommetteva alle corse coi gentiluomini.[156]E veramente, talvolta apparteneva a qualche buona famiglia ed era bene educato. E però annettevasi, e forse ancora s’annette, un interesse romanzesco ai nomi di questa classe di predoni. Il volgo con facilità prestava fede alle storielle della ferocia ed ardimento, degli atti di generosità e di buon indole, degli amori, degli scampi miracolosi; degli sforzi disperati, del maschio contegno loro innanzi ai tribunali e sul patibolo. Diffatti, raccontavasi di Guglielmo Nevison, il gran ladrone della Contea di York, com’egli imponesse un tributo d’una quarta parte ai conduttori di bestiame delle contrade settentrionali, mentre non solamente non recava loro alcun male, ma gli proteggeva contro gli altri ladri; come egli chiedesse con cortesissimi modi le borse; come desse profusamente ai poveri ciò che aveva tolto ai ricchi; come gli fosse una volta perdonata la vita dalla clemenza del Re, e come ripigliasse di nuovo l’antico mestiere, e alla perfine morisse nel 1685 in York sulla forca.[157]Similmente narravasi, come Claudio Duval, paggio francese del Duca di Richmond, gettatosi sul gran cammino, si facesse capo d’una formidabile banda, ed avesse l’onore di essere nominato primo in un proclama regio contro que’ rinomati facinorosi; come a capo della sua masnada egli fermasse il cocchio d’una dama, nel quale trovò un bottino di quattrocento lire sterline; come ne prendesse sole cento, e lasciasse alla bella signora il rimanente, a patto ch’ella ballasse un pococon lui sul prato; come, con la sua vivace galanteria, rapisse i cuori di tutte le donne; come, per la destrezza con che maneggiava la spada e la pistola, diventasse il terrore degli uomini; come finalmente, nel 1670, venisse preso mentre giaceva avvinazzato; come le dame d’alto grado andassero a visitarlo in carcere, e con le lagrime intercedessero per salvargli la vita; come il Re fosse disposto a perdonargli, se non era l’intervento del giudice Morton, terrore de’ ladroni, il quale minacciò di rinunciare all’ufficio ove non si fosse rigorosamente eseguita la legge; e come, dopo la decapitazione, il suo cadavere fosse esposto con tutta la pompa di blasoni, ceri e parati bruni, e piagnoni, finchè il medesimo crudo giudice che aveva impedito il Re di far grazia, mandò ufficiali a disturbare l’esequie.[158]A questi aneddoti senza dubbio sono mescolate molte favole, ma non perciò sono indegni di ricordanza; imperocchè egli è fatto autentico ed importante, che simili racconti, veri o falsi, venivano ascoltati con ardore e buona fede dai nostri antenati.XXXIX. Tutti i diversi pericoli onde era circuito il viaggiatore, venivano grandemente accresciuti dalle tenebre. Era, quindi, comunemente sollecito di avere per tutta la notte un asilo, che non era difficile ottenere. Le locande d’Inghilterra, fino da tempi antichissimi, hanno goduto rinomanza. Il nostro primo grande poeta ha descritto i comodi che esse nel secolo decimoquarto offrivano ai pellegrini. Ventinove persone, coi loro cavalli, trovarono ricovero nelle spaziose camere e stalle del Tabard in Southwark. I cibi erano de’ migliori che si potessero trovare, e i vini tali da indurre la brigata a beverne copiosamente. Duecento anni dopo, regnante Elisabetta, Guglielmo Harrison descrisse vivamente l’abbondanza e i comodi de’ grandi alberghi. Il continente d’Europa, egli diceva, non ha nulla di simile a quelli. Ve n’erano alcuni, in cui due o trecento persone con le cavalcature loro, potevano essere alloggiate e nutrite senza veruna difficoltà. I letti, le tappezzerie, e soprattutto l’abbondanza di netta e squisita biancheria,erano subietto di meraviglia. Spesso sopra le mense vedevansi argenterie di gran prezzo: anzi, v’erano arnesi che costavano trenta o quaranta sterline. Nel secolo decimosettimo, in Inghilterra era gran copia di buone locande d’ogni specie. Il viandante talvolta in un piccolo villaggio smontava ad un albergo simile a quello descritto da Walton, dove il pavimento di mattoni era bene spazzato, le pareti ornate di canzoni, le lenzuola mandavano odore d’acqua di lavanda, e dove un buon fuoco, un bicchiere di squisita birra e un piatto di trote pescate del vicino ruscello, potevano aversi con poca spesa. Negli alberghi maggiori trovavansi letti con parati di seta, eccellente cucina, e vino di Bordeaux uguale al migliore che si bevesse in Londra.[159]Soggiungevasi anche, che i locandieri non fossero simili agli altri del loro mestiere. Nel continente, il proprietario era il tiranno di coloro che varcavano la soglia del suo albergo. In Inghilterra era un servitore. Giammai un Inglese trovavasi come in casa sua altrove, più che nella sua locanda. Anco gli uomini ricchi che in casa propria avrebbero potuto godere d’ogni lusso, spesso avevano il costume di passare le sere nella sala di qualche vicina casa da divertimento. E’ pare che pensassero, la libertà e i comodi non potersi così bene godere altrove. Tale costumanza continuò per molte generazioni ad essere una peculiarità nazionale. Lo allegro e libero stare nelle locande, diede per lungo tempo materia ai nostri scrittori di drammi e di novelle. Iohnson affermò che la seggiola d’una taverna era il trono della felicità umana; e Shenstone gentilmente lamentò, come nessun tetto privato, per quanto amichevole, desse quanto quello d’una locanda al passeggiero con tanta cordialità il benvenuto.Molti comodi che nel secolo diciassettesimo erano sconosciuti in Hampton Court e in Whitehall, posson trovarsi ne’ nostri moderni alberghi. Nondimeno, nell’insieme, egli è certo che il miglioramento delle case di pubblico divertimentonon è in nessun modo andato di pari passo col miglioramento delle nostre strade, e de’ mezzi di trasporto. Nè ciò deve sembrare strano: poichè è cosa manifesta che, supponendo uguali tutte le altre circostanze, le locande saranno migliori là dove i mezzi di locomozione son pessimi. Più celere è il modo di viaggiare, meno importante diviene al viaggiatore la esistenza di numerosi e piacevoli luoghi di riposo. Cento sessanta anni fa, un uomo che da una Contea rimota si fosse recato alla metropoli, generalmente aveva mestieri di desinare dodici o quindici volte, e riposare cinque o sei notti durante il viaggio. Se era ricco, aspettavasi che nei pranzi e negli alloggi fosse proprietà ed anche lusso. Oggimai la luce d’un sol giorno di verno ci basta per volare da York o da Exeter fino a Londra. Il viaggiatore perciò rade volte interrompe il proprio viaggio per mero bisogno di riposo o di cibo: quindi è che molti buoni alberghi trovinsi in estremo decadimento. In breve tempo non ve ne sarà più nè anche uno, tranne ne’ luoghi dove è verosimile che gli stranieri siano astretti a fermarsi per cagione di faccende o di piacere.XL. Il modo onde le lettere erano trasmesse da un luogo distante ad un altro, parrebbe oggidì degno di scherno: nulladimeno, esso era tale da muovere l’ammirazione e la invidia delle più culte nazioni dell’antichità, o de’ contemporanei di Raleigh e di Cecil. Uno stabilimento rozzo ed imperfetto di poste pel trasporto delle lettere, era stato messo su da Carlo I, e distrutto dalla guerra civile. Sotto la Repubblica quel disegno venne ripreso. Dopo la Restaurazione, i proventi dell’ufficio postale, sottratte le spese, furono assegnati al Duca di York. Nella maggior parte delle strade, le valigie partivano ed arrivavano ciascun giorno alternativamente. In Cornwall, nei paduli della Contea di Lincoln, e fra i colli e i laghi di Cumberland, le lettere ricevevansi una volta la settimana. Nel tempo che il Re viaggiava, dalla capitale spedivasi giornalmente un corriere al luogo dove la Corte intendeva fermarsi. Eranvi parimente quotidiane comunicazioni tra Londra e Downs; e il medesimo privilegio talvolta estendevasi a Tunbridge Wells e a Bath, nella stagione in cui que’ luoghi erano popolati di signori. I bagagli venivano trasportati sui cavalli, che camminandodi notte e di giorno, facevano cinque miglia l’ora.[160]La entrata di tale stabilimento non ricavavasi soltanto dal trasporto delle lettere. L’ufficio postale aveva diritto di apprestare i cavalli da posta; e considerando la sollecitudine con che era condotto cotesto monopolio, possiamo concludere che fosse proficuo.[161]Se però un viaggiatore avesse atteso mezz’ora senza che gli venissero apprestati i cavalli, poteva procurarseli dove e come meglio gli fosse piaciuto.Agevolare la corrispondenza tra una parte e l’altra della città di Londra, non era in origine lo scopo dell’ufficio postale. Ma nel regno di Carlo II, un cittadino intraprendente, di nome Guglielmo Dockwrey, istituì con grande spesa una posta d’un soldo, la quale trasportava lettere e fagotti sei o otto volte per giorno nelle strade popolate e piene di faccende presso la Borsa, e quattro volte per giorno fuori la città. Cotesto miglioramento, secondo il costume, fu vigorosamente avversato. I facchini dolevansi del detrimento che ne pativano, e stracciavano i cartelli che ne davano annunzio al pubblico. Il commovimento cagionato dalla morte di Godfrey, e dalla scoperta delle scritture di Coleman, in allora era sommo. E però levossi alto il grido, che la posta d’un soldo fosse un disegno de’ papisti. Affermavasi che il gran Dottore Oates aveva sospetto come i Gesuiti vi fossero mescolati, e come bastasse esaminare i fagotti per trovarvi i vestigi del tradimento.[162]Nonostante, sì grande e manifesta era la utilità della impresa, che ogni opposizione tornò priva d’effetto. Appena fu chiaro che era lucrosa, il Duca di York ne mosse querele come d’un’infrazione del suo monopolio, e i tribunali sentenziarono in suo favore.[163]La entrata dell’ufficio postale, fin da principio, venne sempre aumentando. L’anno in cui seguì la Restaurazione, un Comitato della Camera de’ Comuni, dopo rigorosa indagine, ne aveva estimato il ricavato netto a circa venti mila lire sterline.Alla fine del regno di Carlo II, la entrata netta sommava a poco meno di cinquanta mila sterline; somma che in allora fu considerata stupenda. La entrata lorda ascendeva a circa settanta mila sterline. La spesa per la spedizione d’una sola lettera era due soldi per ogni ottanta miglia, e tre soldi per una distanza maggiore; ma aumentava in proporzione del peso del piego.[164]Ai dì nostri, una lettera semplice si spedisce per un soldo ai confini della Scozia e della Irlanda; e il monopolio de’ cavalli da posta non esiste più da lungo tempo. Nondimeno, l’entrata lorda ascende annualmente a più d’un milione e ottocento mila lire sterline, e la netta a settecento e più mila. Non si potrebbe, quindi, dubitare che il numero delle lettere le quali oggidì si spediscono per posta, è settanta volte maggiore di quello che se ne spediva nel tempo in cui Giacomo II ascese al trono.XLI. Nessuna parte del carico che le vecchie valigie trasportavano, era più importante delle lettere contenenti notizie. Nel 1685 non esisteva nè poteva esistere alcuna cosa di simile al giornale quotidiano di Londra de’ nostri giorni; non essendovi nè il danaro nè l’arte a ciò fare bisognevoli. Mancava, inoltre, la libertà; mancanza fatale quanto quella del danaro e dell’arte. Vero è che in quel tempo la stampa non era soggetta ad una generale censura. La legge di licenza, che era stata fatta poco dopo la Restaurazione, era spirata nel 1679. A chiunque era concesso di stampare, a proprio rischio, una storia, un sermone o un poema, senza approvazione di alcun pubblico ufficiale; ma i giudici concordemente opinavano che siffatta libertà non si estendesse alle Gazzette, e che, per virtù del diritto comune dell’Inghilterra, nessuno senza regia licenza avesse potestà di pubblicare notizie politiche.[165]Finchè il partito Whig fu formidabile, il Governo reputò utile di quando in quando chiudere gli occhi alla violazione di cotesta regola. Mentre ferveva la gran lotta della Legge d’Esclusione, molti giornali lasciaronsi stampare; cioè leNotizie Protestanti,Notizie correnti,Notizie domestiche,le Nuove Vere,ilMercurio di Londra.[166]Nessuno di questi giornali pubblicavasi più di due volte la settimana; nessuno aveva formato maggiore d’un piccolo foglio. La materia che in ciascuno di essi contenevasi nello spazio d’un anno, non era maggiore di quella che spesso si trova in due soli numeri delTimes. Dopo la sconfitta de’ Whig, il Re non si vide più astretto ad essere indulgente nell’usare quella che, secondo la sentenza de’ giudici, era sua prerogativa. Verso la fine del suo regno, nessun giornale poteva stamparsi senza la regia licenza; la quale era stata esclusivamente accordata alla Gazzetta di Londra. Questa vedeva la luce il lunedì e il giovedì d’ogni settimana, e generalmente conteneva un proclama reale, due o tre indirizzi di Tory, l’annunzio di due o tre promozioni, la relazione d’una scaramuccia tra le truppe imperiali e i Giannizzeri lungo il Danubio, la descrizione d’un ladrone, l’annunzio d’un gran combattimento di galli fra due persone d’onore, e la notizia d’un premio da darsi a chi avesse trovato un cane smarrito. Tutte queste cose contenevansi in due pagine di modico formato. Le comunicazioni concernenti soggetti di gravissimo momento, facevansi in istile secco e di mera forma. Alcuna volta, trovandosi il Governo inchinevole a satisfare la curiosità pubblica rispetto a qualche importante negozio, facevasi un supplemento a stampa distinta, che conteneva più minuti particolari di quelli che si trovassero nella Gazzetta: ma nè questa, nè il supplemento stampato per ordine del Governo, rivelavano se non le cose che la Corte avesse trovato convenevole pubblicare. Le discussioni parlamentari, i processi di Stato di maggiore importanza, de’ quali faccia ricordo la nostra storia, erano passati sotto profondo silenzio.[167]Nella metropoli, le botteghe da caffè in qualche modo tenevano luogo di giornali. Ivi i cittadini affollavansi come gli antichi Ateniesi al mercato, per sapere che cosa ci fosse di nuovo. Ivi potevasi sapere con quanta brutalità fosse stato trattato un Whig ilgiorno precedente in Westminster Hall; quali orribili racconti facessero le lettere d’Edimburgo intorno alle torture inflitte ai Convenzionisti; quali enormi inganni avesse fatto l’ammiragliato alla Corona nello approvvigionare la flotta; e quali gravi accuse il Lord del Sigillo Privato avesse intentate contro la Tesoreria per la imposta sui fuochi.XLII. Ma coloro che vivevano assai discosti dal gran teatro delle contese politiche, potevano soltanto per mezzo delle lettere aver notizia di ciò che ivi accadeva. Formare tali lettere era diventato un mestiere in Londra, come è ai dì nostri fra i naturali dell’India. Lo scrittore di nuove girovagava di Caffè in Caffè, raccogliendo le dicerie; penetrava in Old Bailey a udirvi le discussioni, tutte le volte che c’era un processo interessante; anzi otteneva forse accesso alla galleria di Whitehall, e riferiva il contegno del Re e del duca. In tal guisa raccoglieva notizie per le epistole settimanali, destinate a istruire qualche città di Contea, o qualche banco di magistrali rurali. Erano queste le fonti da cui gli abitatori delle più grosse città di provincia, e i gentiluomini e il clero, imparavano quasi tutto ciò che sapessero della storia de’ tempi loro. È d’uopo supporre che in Cambridge vi fossero altrettante persone curiose di sapere ciò che accadeva nel mondo, quante ve n’erano in ogni altro luogo del Regno, fuori di Londra. Nulladimeno, in Cambridge, per gran parte del regno di Carlo II, i Dottori di legge e i Maestri delle Arti non avevano altro mezzo regolare di sapere le nuove, tranne la Gazzetta di Londra. Infine giovaronsi de’ servigi d’uno de’ raccoglitori di notizie nella metropoli. E fu giorno memorabile quello in cui comparve sulla tavola della sola bottega da caffè che fosse in Cambridge, la prima lettera di notizie giunta da Londra.[168]Nella residenza de’ ricchi uomini di provincia, la lettera delle notizie era attesa con impazienza. Dopo arrivata, in una settimana passava per le mani di venti famiglie. Forniva agli scudieri del vicinato materia di chiacchiere per le ferie d’Ottobre, ed era ai rettori subietto di virulenti sermoni contro i Whig o i papisti. Molti di cotesti curiosi giornali potrebbero certo trovarsi, diligentementefrugando negli archivi delle vecchie famiglie. Alcuni se ne trovano nelle nostre biblioteche pubbliche; ed una serie, che forma la parte non meno pregevole de’ tesori letterarii raccolti da Sir Giacomo Mackintosh, verrà a suo luogo citata nel corso di questa opera.[169]Non è d’uopo rammentare come in allora non ci fossero giornali di provincia. Difatti, tranne nella metropoli e nelle due università, forse non v’era un solo tipografo in tutto il reame. E’ sembra che la sola stamperia la quale esistesse in Inghilterra nelle contrade settentrionali oltre il Trent, fosse in York.[170]

Queste considerazioni servano a dimostrare in che guisa, malgrado quelle attrattive che per tanti anni avevano a poco a poco chiamata l’aristocrazia verso la parte occidentale, pochi uomini d’alto grado seguitassero fino ad un’epoca non molto lontana ad abitare nelle vicinanze della Borsa e del Guildhall. Shaftesbury e Buckingham, mentre facevano al Governo una opposizione aspra e senza scrupoli, pensarono che in nessun altro luogo avrebbero potuto condurre così bene e senza pericolo i loro intrighi, come sotto la protezione de’ magistrati e della milizia della Città. E però Shaftesbury abitava in Aldersgate Street una casa che si può oggi facilmente riconoscere, ai pilastri e cordoni, opera leggiadra d’Inigo.[114]Buckingham aveva ordinato che la sua abitazione presso Charing Cross, un tempo dimora degli arcivescovi di York, fosse demolita;e mentre ivi sorgevano le strade e i viali che portano tuttavia il nome di lui, elesse di abitare in Dowgate.[115]XXIX. Nondimeno, queste erano rare eccezioni. Quasi tutte le nobili famiglie d’Inghilterra avevano da lungo tempo emigrato fuori le mura. Il distretto in cui rimaneva la maggior parte delle loro case cittadine, giace fra la città e que’ luoghi che ora vengono considerati come cospicui. Pochi grandi uomini seguitarono a starsi ne’ loro palagi ereditari fra lo Strand e il fiume. I solidi edifici tra il mezzodì e l’occidente di Lincoln’s Inn Fields, la piazza di Covent Garden, Southampton Square, che oggi si chiama Bloomsbury Square, e King’s Square in Soho Fields, che ora ha nome Soho Square, erano fra i luoghi più prediletti. I principi stranieri venivano condotti a visitare Bloomsbury Square come una delle maraviglie della Inghilterra.[116]Soho Square, che era stato pure allora edificato, era pei nostri antichi argomento d’un orgoglio, al quale i posteri loro non vorranno partecipare. Lo avevano chiamato Monmouth Square finchè durò prospera la fortuna del Duca di Monmouth; e nel lato meridionale torreggiava il palazzo di lui. Il prospetto, comecchè senza grazia, era alto e riccamente ornato. Sulle pareti degli appartamenti principali vedevansi sculture di frutti, fogliami e blasoni, ed erano tappezzati di serici drappi a ricamo.[117]Ogni vestigio di tanta magnificenza da lungo tempo è scomparso, e in un quartiere un dì cotanto aristocratico, non si trova nessuna casa aristocratica. Poco più in là, a tramontana da Holborn, e lungo i campi da pascolo e da grano, sorgevano due rinomati palazzi, a ciascuno dei quali era annesso un vasto giardino. L’uno, in allora detto Southampton House, e di poi Bedford House, fu distrutto circa cinquanta anni sono per far luogo ad una nuova città, la quale adesso con le sue piazze, strade, e chiese occupa un vasto spazio, già famoso nel secolo decimosettimo per le pesche e le beccaccine. L’altro, chiamato MontagueHouse, e celebre per gli affreschi e gli addobbi onde era adorno, pochi mesi dopo la morte di Carlo II fu bruciato fino alle fondamenta, e vi fu posto in sua vece un assai più magnifico edificio, detto anch’esso Montague House; il quale essendo stato da lungo tempo il sacrario di vari e preziosi tesori d’arte, di scienza e di letteratura, quali non trovavansi per innanzi raccolti sotto un solo tetto, ha da pochi anni dato luogo ad un edificio anche più magnifico.[118]Più presso alla Corte, in un luogo chiamato Saint James Fields, era stato di recente edificato Saint James’s Square e Jermyn Street. La chiesa di San Giacomo era stata allora aperta per comodo degli abitanti di questo nuovo quartiere.[119]Golden Square, dove nella susseguente generazione abitavano Lordi e Ministri di Stato, non era per anche incominciato. A dir vero, le sole abitazioni che si potessero vedere a tramontana di Piccadilly, erano tre o quattro solinghe e quasi rurali dimore, la più celebre delle quali era il sontuoso edificio eretto da Clarendon, e soprannominato Casa di Dunkerque. Dopo la caduta del suo fondatore, era stato comperato dal Duca d’Albemarle. Il palazzo Clarendon ed Albemarle Street serbano tuttavia la memoria del sito.Colui che in allora girovagava per quella che oggidì è la parte più celebre e gaia di Regent Street, trovavasi in una solitudine, e talvolta si reputava fortunato di potere tirare con l’archibugio a qualche beccaccia.[120]A settentrione, la strada di Oxford era fiancheggiata da siepi. A cinque o seicento braccia verso mezzodì, sorgevano le mura de’ giardini di poche grandi case, che consideravansi affatto fuori la città. Ad occidente eravi un prato famoso per una sorgente d’acqua, la quale, lungo tempo dopo, dette il nome a Conduit Street. Ad oriente eravi un campo, che nessun cittadino di Londra a que’ tempi poteva traversare senza ribrezzo. Ivi, come in luogo deserto da ogni uomo, venti anni innanzi, allorquando la peste fececotanta strage, era stata scavata una vasta fossa, dove i carri mortuari, di notte tempo, trasportavano cadaveri a centinaia. Il popolo credeva che la terra fosse così infetta sotto la sua superficie, da non potersi sommovore senza presentissimo pericolo per la vita degli uomini. Ivi non furono gettate alcune fondamenta, se non dopo che trascorsero due generazioni senza peste, e dopo che il luogo degli spettri era stato da lungo tempo circondato da edifizi.[121]Cadremmo in grave errore ove supponessimo che alcuna delle vie e delle piazze allora avesse il medesimo aspetto in che oggi si vede. La maggior parte delle case, dopo quel tempo, sono state al tutto o quasi al tutto riedificate. Se le parti più cospicue della metropoli potessero mostrarsi agli occhi nostri nella forma che allora avevano, rimarremmo disgustati della loro squallida apparenza, ed attoscati dall’atmosfera malsana che le circondava. In Covent Garden, presso alle case de’ grandi, giaceva un sudicio e romoroso mercato. Le fruttaiuole gridavano, i carrettieri azzuffavansi, torsi di cavoli e putride mele vedevansi a mucchi accanto alle porte delle case della contessa di Berkshire e del vescovo di Durham.[122]Il centro di Lincoln’s Inn Fields era uno spazio aperto, dove ogni sera ragunavasi la marmaglia, a pochi passi di Cardigan House e di Winchester House, ad ascoltare le cicalate de’ saltimbanchi, a vedere ballar gli orsi, e lanciare i cani addosso ai buoi. Vedevansi qua e colà sparse le lordure. Vi si esercitavano i cavalli. Gli accattoni erano così chiassosi ed importuni, come nelle peggio governate città del continente. Mendicante di Lincoln’s Inn era espressione proverbiale. Tutta la confraternita conosceva le armi e le livree d’ogni signore caritatevole del vicinato, e appena compariva il tiro a sei di sua signoria, saltellando o strascinandosi, gli si affollavano d’intorno. Cotesti disordini durarono, malgrado molti accidentie alcuni procedimenti legali, fino a quando, nel regno di Giorgio II, Sir Giuseppe Jekyll maestro de’ Rotoli, ovvero degli Atti, fu stramazzato a terra e pressochè morto in mezzo alla piazza. Allora vi si fecero delle palizzate e un piacevole giardino.[123]Saint James’s Square era il ricettacolo di tutta la mondiglia e delle ceneri, de’ gatti e cani morti di Westminster. Ora un giuocatore di batacchio vi poneva la campana. Ora un impudente si piantava lì a costruire una casipola per la spazzatura, sotto le finestre dell’aurate sale in cui i magnati del Regno, i Norfolk, gli Ormond, i Kent e i Pembroke davano banchetti e feste da ballo. E’ non fu se non dopo che siffatti inconvenienti erano durati per una generazione, e dopo che s’era molto scritto contro essi, che gli abitanti ricorsero al Parlamento, onde ottenere licenza di porvi steccati e piantarvi alberi.[124]Se tali erano le condizioni dei quartieri dove abitavano i più cospicui cittadini, possiamo facilmente credere che la gran massa della popolazione patisse ciò che oggidì verrebbe reputato intollerabile aggravio. I selciati erano detestabili; ogni straniero gridava: vergogna! I condotti e le fogne erano sì cattivi, che ne’ tempi piovosi i rigagnoli diventavano torrenti. Vari poeti giocosi hanno rammentata la furia con che cotesti neri fiumicelli precipitavano giù da Snow Hill e Ludgate Hill, trasportando a Fleet Ditch copioso tributo di lordure animali e vegetabili dai banchi de’ macellaj e dei fruttaioli: fluido pestifero che veniva sparso a diritta e a sinistra da’ cocchi e dallecarrette. E però, chiunque andava a piedi, badava in ogni modo a tenersi, più che potesse, lontano dalla parte carrozzabile della strada. I timidi e pacifici cedevano il muro agli audaci ed atletici, che lo rasentavano. Se avveniva che due bravazzoni s’incontrassero, si davano vicendevolmente i cappelli nel muso, e l’uno spingeva l’altro finchè il più debole era sbalzato verso il canale. Se questi era buono solo alle spacconate, se ne andava a capo chino, mormorando che sarebbe venuto il tempo di rifarsi; se era pugnace, l’incontro probabilmente terminava con un duello dietro Montague House.[125]Le case non erano numerate. E davvero, poca sarebbe stata la utilità d’apporvi i numeri, poichè dei cocchieri, portantini, facchini e ragazzi di Londra, piccolissima parte sapeva leggere. Era mestieri servirsi di segni che dai più ignoranti fossero intesi. E però sulle botteghe stavano insegne, che davano alle strade uno aspetto gaio e grottesco. La via da Charing Cross a Whitechapel era una continuazione di teste di saracini, di querce reali, d’orsi azzurri, d’agnelli d’oro, i quali scomparvero allorquando non furono più necessari alla intelligenza del volgo.Venuta la sera, la difficoltà e il pericolo di andare attorno per la città di Londra diventavano veramente gravi. Aprivansi le finestre, e i vasi si votavano poco badando a chi vi passasse sotto. Le cadute, le ammaccature, le fratture d’ossa erano cose ordinarie. Imperocchè, fino all’ultimo anno del regno di Carlo II, la maggior parte delle vie rimanevano in un profondo buio. I ladri esercitavano impunemente il proprio mestiere; e nondimeno, non erano così terribili ai pacifici cittadini, come lo era un’altra genia di ribaldi. Era prediletto sollazzo de’ dissoluti giovani gentiluomini quello di girovagare di notte per la città, rompere finestre, capovolgere sedili, battere le persone tranquille, e carezzare grossolanamente le donne leggiadre. Parecchie dinastie di cotesti tirannelli, dopo la Restaurazione, regnavano nelle strade. I così dettiMunse iTityreTusavevano fatto posto agliHectors, e a questi avevano di recente succeduto gliScourers. Più tardi sorsero i Nicker, gliHawcubitee iMohawk, più terribili di tutti.[126]XXX. I mezzi per mantenere la pace erano estremamente frivoli. Eravi una legge fatta dal Consiglio Municipale, che prescriveva come cento e più sentinelle stessero in continua vigilanza per tutta la città, dal tramonto allo spuntare del sole; ma rimaneva negletta. Pochi di coloro ai quali toccava di far la guardia, lasciavano la propria casa; e que’ pochi, generalmente, gradivano meglio stare ad ubbriacarsi dentro le taverne, che girare per le vie.XXXI. È d’uopo notare come, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, nella polizia di Londra seguisse un gran mutamento, il quale forse non meno de’ rivolgimenti di maggior fama contribuì ad accrescere la felicità del popolo. Un ingegnoso progettista, che aveva nome Eduardo Heming, ottenne lettere patenti con cui gli si concedeva per dieci anni il diritto esclusivo d’illuminare Londra. Costui intraprese, per una modica retribuzione, di porre una lanterna per ogni dieci porte, nelle sere prive di luna, dal dì di San Michele fino alla festa della Madonna, e dalle ore sei fino alle dodici. Coloro che oggimai veggono la metropoli per tutto l’anno, dalla sera fino all’alba, chiarificata da uno splendore, in paragone del quale le illuminazioni per la Hogue e Blenheim sarebbero sembrate pallide, sorrideranno forse in pensare alle lanterne di Heming, le quali mandavano un fioco lume innanzi una casa in ogni dieci, per piccola parte di una notte in ogni tre. Ma non così pensavano i suoi contemporanei. Il suo disegno suscitò plausi entusiastici, e furiose opposizioni. Gli amatori del progresso lo esaltavano come il grandissimo dei benefattoridella città sua, chiedendo che erano mai i trovati d’Archimede in agguaglio della impresa dell’uomo il quale aveva trasformate le ombre della notte in luce di meriggio! In onta a tali eloquenti elogi, la causa dell’oscurità non rimase priva di difensori. In quell’età v’erano insani che avversavano la introduzione di quella che chiamavasi nuova luce con tanta virulenza, con quanta gl’insani de’ tempi nostri hanno avversato lo innesto del vaiuolo e le strade ferrate, e gl’insani d’una età anteriore si erano opposti alla introduzione dell’aratro e della scrittura alfabetica. Molti anni dopo le lettere patenti concesse a Heming, v’erano vasti distretti in cui non vedevasi nè anche una lanterna.[127]XXXII. Possiamo agevolmente immaginare in che condizioni, a quel tempo, fossero i quartieri di Londra popolati dalla feccia della società. Uno fra essi aveva acquistata scandalosa rinomanza. Sul confine tra la Città ed il Tempio, era stato fondato, nel secolo decimoterzo, un convento di frati Carmelitani, che portavano bianchi cappucci. Il ricinto di quel convento, avanti la Restaurazione, aveva servito d’asilo ai facinorosi, e serbava tuttavia il privilegio di proteggere dall’arresto i debitori. Gl’insolventi quindi occupavano ogni casa dalle cantine fino alle soffitte. Di costoro, moltissimi erano ribaldi e libertini; e nell’asilo tenevano loro dietro donne più che essi di malvagia vita. La potestà civile non aveva modo di mantenere l’ordine in un distretto che brulicava di cosiffatti abitatori; e in tal guisa Whitefriars divenne il luogo prediletto di coloro che volevano emanciparsi dal freno delle leggi. E comecchè le immunità legalmente pertinenti al luogo riguardassero soltanto i casi di debiti, vi trovavano ricovero anche essi i truffatori, i testimoni spergiuri, i falsari, i ladroni. Per lo che, fra mezzo a così disperata marmaglia, nessuno officiale di pace si teneva sicuro della vita. Al grido di «Riscossa!» sgherri armati di spade e magli, sfacciate streghe impugnando manichi di granata e spiedi, sbucavano a centinaia, e fortunato colui che percosso, strappato, annaffiato, avesse potuto salvarsi a Fleet Street. Nè anche un ordine del Capo Giudiced’Inghilterra poteva mandarsi ad esecuzione senza lo aiuto d’una compagnia di moschettieri. Cotali avanzi della barbarie di secoli più bui, trovavansi a pochi passi dalle stanze dove Somers meditava sulla storia e sulle leggi, dalla chiesa dove predicava Tillotson, dalla bottega da caffè dove Dryden profferiva giudicii sopra poemi e drammi, e dalla sala dove la Società Reale esaminava il sistema astronomico di Newton.[128]XXXIII. Ciascuna delle due città che formavano la capitale dell’Inghilterra, aveva il proprio centro d’attrazione. Nella metropoli del commercio, il punto di convergenza era la Borsa; nella metropoli dell’alta cittadinanza, era il Palazzo. Ma il Palazzo non serbò la propria influenza così lungamente come la Borsa. La Rivoluzione cangiò affatto le relazioni tra la Corte e le alte classi della società. A po’ per volta, divenne manifesto che il Re, come individuo, aveva ben poco da donare; che le corone ducali e le giarrettiere, i vescovati e le ambascerie, gl’impieghi di lordi del tesoro e di cassiere dello scacchiere, anzi fino gli uffici della scuderia e della camera reale, venivano dispensati non da lui, ma dai suoi consiglieri. Ogni ambizioso e cupido uomo vedeva che avrebbe meglio provveduto all’utile proprio, giungendo a predominare in un borgo parlamentare nella Contea di Cornwal, e rendendo servigi al Ministero in qualche momento difficile, anzichè diventare il compagno e anche il prediletto del principe. E quindi, non nelle anticamere di Giorgio I e di Giorgio II, ma in quelle di Walpole e di Pelham affollavansi quotidianamente i cortigiani. È parimente da notarsi, che la medesima rivoluzione che rese impossibile ai nostri Re l’arbitrio di disporre degl’impieghi dello Stato col solo scopo di compiacere alle proprie inclinazioni, ci diede parecchi Re dalla educazione e dalle abitudini resi inetti a mostrarsi ospiti affabili e generosi. Erano nati e cresciuti sul continente. Venuti nell’isola nostra, non vi si trovavano mai come in casa propria. Se parlavano la nostra lingua, la parlavano senza eleganza e con difficoltà. Non giunsero mai ad intendere l’indole nostra nazionale, e nè anche provaronsi di acquistare i nostri costumi. La parte più importante de’ lorodoveri essi adempivano meglio di qualunque de’ principi loro antecessori; poichè governavano rigorosamente secondo la legge: ma non potevano essere i primi gentiluomini del reame, i capi della società culta. Se pure lasciavansi mai andare alla affabilità, ciò seguiva fra mezzo ad una ristretta conversazione, dove non vedevasi quasi neppure un Inglese; e non riputavansi tanto felici, se non se quando potevano passare una state nella terra dove erano nati. V’erano, a dir vero, i giorni determinati in cui essi ricevevano i nobili e i gentiluomini inglesi; ma siffatto ricevimento altro non era che mera formalità, la quale alla perfine divenne cerimonia solenne quanto quella di un funerale.Non era tale la Corte di Carlo II. Whitehall, mentre egli vi faceva dimora, era il centro degl’intrighi politici e del brio elegante. Mezzi i faccendieri e mezzi i bellimbusti della metropoli accorrevano alle sue sale. Chiunque fosse riuscito a rendersi gradito al principe, o a guadagnare la protezione della concubina, poteva bene sperare d’innalzarsi nel mondo, senza aver reso alcun servigio al Governo, senza essere, nè anche di vista, conosciuto da nessuno de’ Ministri di Stato. Uno de’ cortigiani otteneva il comando d’una fregata; l’altro quello d’una compagnia di soldati; un terzo la grazia per un colpevole ricco; un quarto la cessione d’una terra della Corona a buoni patti. Se il Re mostrava di gradire che un legale senza clientela fosse fatto giudice, o un baronetto libertino fosse creato Pari, i più gravi consiglieri, dopo un breve mormorare, piegavano il capo.[129]L’interesse, quindi, attirava alle porte della reggia una folla di postulanti; e le porte rimanevano sempre spalancate. Il Re teneva casa aperta ogni giorno, e per tutta la giornata, alle classi alte della città di Londra, tranne agli esagerati del partito Whig. Non v’era gentiluomo che trovasse difficile lo accesso alla presenza del sovrano. La levata dal letto (levee) rispondeva esattamente al significato del vocabolo. Parecchi gentiluomini andavano ogni mattina a corteggiare il loro signore, a chiacchierare con esso mentre gliponevano la parrucca o gli annodavano la cravatta, e ad accompagnarlo nella sua passeggiata mattinale nel parco. Chiunque fosse stato debitamente presentato, poteva, senza invito speciale, recarsi a vederlo pranzare, cenare, ballare e sollazzarsi ai giochi di sorte; e poteva avere il diletto di udirgli riferire storielle, ch’egli sapeva assai bene raccontare, intorno alla sua fuga da Worcester, e alla miseria che egli aveva patita, mentre trovavasi prigioniero di Stato nelle mani dei piagnolosi e intriganti predicatori di Scozia. Coloro che gli stavano d’intorno, e che la Maestà Sua sovente riconosceva, gli si facevano presso, perchè dirigesse loro la parola. Ciò era argomento d’un’arte di regnare assai più proficua di quella che il padre e l’avo di lui avevano praticata. Non era facile al più austero repubblicano della scuola di Marvel resistere alla malia di tanto buon umore ed affabilità; e molti vecchi Cavalieri, nel cuore de’ quali la rimembranza di molti non rimeritati sacrifici si era per venti anni invelenita, tenevansi in un sol momento ricompensati delle ferite e delle spoliazioni, quando il loro sovrano, salutandoli cortesemente col capo, diceva loro: «Dio vi tenga nella sua santa guardia, mio vecchio amico!»Whitehall naturalmente divenne il principale scaricatoio di tutte le nuove. Vociferandosi ivi che qualche cosa d’importante fosse seguíta o per seguire, le genti vi accorrevano, come a fonte precipua, frettolose per informarsene. Le gallerie avevano l’aspetto della sala d’un circolo odierno in tempi d’agitazione. Rigurgitavano di persone chiedenti se la valigia olandese fosse arrivata, quali nuove avesse recate il corriere dalla Francia, se Giovanni Sobiesky avesse sconfitti i Turchi, se il Doge di Genova fosse veramente in Parigi. E queste erano cose, intorno alle quali poteva con tutta sicurtà parlarsi ad alta voce. Ma v’erano subietti intorno ai quali si domandava e rispondeva bisbigliando. Aveva Halifax avuto vantaggio sopra Rochester? Vi sarebbe egli un Parlamento? Il Duca di York sarebbe egli andato davvero in Iscozia? Il Duca di Monmouth era positivamente stato richiamato dall’Aja? Ciascuno studiavasi di leggere in viso ai Ministri, mentre traversavano la folla per entrare o uscire dalle stanze del Re. Augurii d’ogni specie facevansi, a seconda del tono con che la Maestà Suaparlava al Lord Presidente, o del riso con che Sua Maestà onorava una frase scherzevole detta dal Lord del Sigillo Privato; e in poche ore, le speranze e i timori nati da tali leggierissimi indizi, si spandevano per tutte le botteghe da caffè, da San Giacomo fino alla Torre.[130]XXXIV. La bottega da caffè va anch’essa rapidamente rammentata, come quella che in quei tempi poteva non impropriamente considerarsi istituzione politica importantissima. Il Parlamento era chiuso da parecchi anni. Il Consiglio Municipale della città aveva cessato di parlare, esprimendo il pubblico sentire. Le ragunanze, le arringhe, le deliberazioni pubbliche, e tutti gli altri mezzi che oggidì servono a produrre l’agitazione, non erano per anche in uso. Nulla esisteva che somigliasse le moderne gazzette. In tali circostanze, le botteghe da caffè erano gli organi precipui, per mezzo de’ quali manifestavasi la pubblica opinione della metropoli.La prima di tali botteghe era stata aperta a tempo della repubblica da un mercatante della Turchia, il quale fra i Maomettani aveva preso l’uso della loro prediletta bevanda. La comodità di potere avere convegni in ogni parte della città, e passare le serate socievolmente a poco costo, era così grande, che la moda con rapidità si diffuse. Ciascun uomo delle classi alte o delle medie andava giornalmente al suo caffè per raccogliere nuove e discutervi sopra. Ciascun caffè aveva uno o più oratori, alla cui eloquenza la folla, compresa d’ammirazione, prestava ascolto, e i quali tosto divennero ciò che i giornalisti sono stati chiamati ai nostri tempi; vale a dire il quarto Stato del Regno. La Corte aveva da lungo tempo con inquietudine veduto crescere questo nuovo potere nello Stato. Sotto l’amministrazione di Danby, s’era fatto un tentativo di chiudere le botteghe da caffè. Ma gli uomini di tutti i partiti desideravano cotesti consueti luoghi di ritrovo, talmente che ne nacquero clamori universali. Il Governo non rischiossi, avversando unsentimento cotanto forte e generale, a rinvigorire un ordine la cui legalità poteva porsi in questione. Da quel tempo erano scorsi dieci anni, duranti i quali il numero dei caffè era sempre venuto crescendo. Gli stranieri notavano che la bottega da caffè era quella che distingueva Londra dalle altre città; che la bottega da caffè era la casa del Londrino; e che coloro i quali avessero voluto trovare un gentiluomo, comunemente dimandavano, non dove egli abitava in Fleet Street o in Chancery Lane, ma se egli frequentava ilGreciane ilRainbow. Da cotesti luoghi non veniva escluso nessuno che ponesse sul banco la sua moneta. Nulladimeno, ogni grado e professione, ogni opinione politica e religiosa, aveva il proprio quartiere generale. Vi erano botteghe presso Saint James’s Park, nelle quali ragunavansi i zerbinetti con le teste e le spalle coperte da parrucche nere o di lino, non meno ampie di quelle che adesso portano il Cancelliere e il Presidente della Camera de’ Comuni. La parrucca era venuta da Parigi, insieme con gli altri belli ornamenti da gentiluomo; cioè la veste ricamata, i guanti ornati di frangie e la nappa che sosteneva le brache. Nel conversare usavasi quel dialetto, il quale, lungo tempo dopo che era sparito dalle labbra della gente educata, continuò, su quelle di Lord Foppington, a muovere a riso gli spettatori in teatro.[131]L’atmosfera era simile a quella della bottega d’un profumiere. Il tabacco, se non mandava squisitissimo odore, era tenuto in abominio. Se qualche villano, ignaro delle usanze della bottega, chiedeva una pipa, gli scherni della intera assemblea, e le risposte brevi de’ ragazzi, tosto lo persuadevano come gli tornasse meglio andarsene altrove. Nè gli toccava a fare lungo cammino. Imperocchè, generalmente, nelle botteghe da caffè il fumo del tabacco vedevasi come ne’ corpi di guardia; e gli stranieri alcuna volta manifestavano la loro sorpresa, vedendo come tanta gente lasciasse i propri focolari per starsi ravvolta fra il puzzo e la nebbia perpetua. In nessunluogo fumavasi più di quel che si facesse nel caffè Will. Questa celebre bottega, posta tra Covent Garden e Bow Street, era dedicata agli studi leggiadri. Quivi ragionavasi intorno a cose poetiche, e alle unità così dette aristoteliche del dramma. Ivi era un partito a favore di Perrault e de’ moderni, e un altro che difendeva Boileau e gli antichi. In un gruppo si discuteva se ilParadiso Perdutoavrebbe dovuto essere scritto in versi rimati. Ad un altro, un invido poetastro dimostrava che laVenezia Salvatadi Otway avrebbe dovuto essere cacciata a fischi dalla scena. Non v’era tetto sotto il quale fosse maggior varietà di figure. Conti ornati di stelle e di giarrettiere, ecclesiastici in collaretto e sottana, petulanti legali, giovinetti di università inesperti, traduttori e fattori d’indici in lacero arnese. Ciascuno sforzavasi di penetrare nel gruppo che s’affollava intorno a Giovanni Dryden. Nell’inverno, la sedia dove egli adagiatasi, era nel canto più caldo presso al cammino; nella state era posta sul balcone. Fargli un inchino, udire la sua opinione intorno all’ultima tragedia di Ratine, o al trattato di Bossu sopra la poesia epica, reputavasi un insigne favore. Una presa della sua tabacchiera era onore bastevole a dar la volta al cervello d’un giovine entusiasta. Vi erano botteghe da caffè dove potevano consultarsi i medici più rinomati. Il dottore Giovanni Radcliffe, il quale nel 1685 aveva la più numerosa clientela di Londra, dalla sua casa posta in Bow Street, luogo a que’ tempi in voga nella capitale, andava giornalmente, nell’ora in cui era più popolata la Borsa, al caffè di Garraway, dove sedeva innanzi ad una tavola distinta, circondato da chirurgi e da farmacisti. Vi erano botteghe da caffè puritane, dove non udivasi una bestemmia, e dove gli uomini dai lisci capelli discutevano parlando col naso intorno agli eletti e ai reprobi: caffè per gli ebrei, dove i cambia-monete dagli occhi neri, di Venezia o d’Amsterdam, salutavansi vicendevolmente; e caffè papisti, dove, secondo che i buoni protestanti credevano, i Gesuiti[132]con le tazze in mano facevano disegni d’unaltro grande incendio, e di fondere palle d’argento per uccidere il Re.[133]Il modo d’accomunarsi siffattamente non contribuì poco a formare il carattere del cittadino di Londra in que’ giorni. Veramente, egli era un essere ben diverso dall’Inglese abitante della campagna. Allora non esisteva la relazione che adesso si vede fra le due classi. Solo gli uomini assai ricchi avevano il costume di passare mezzo l’anno in città e mezzo in villa. Pochi scudieri andavano alla metropoli tre volte in tutta la loro vita. Nè i cittadini agiati avevano ancora il costume di respirare la fresca aria de’ campi e dei boschi per parecchi giorni della stagione estiva. Un vero Londrino,[134]mostrandosi in qualche villaggio, veniva guardato con maraviglia, quasi si fosse intruso fra mezzo un Kraal di Ottentoti. Dall’altro canto, quando un signore delle Contee di Lincoln o di Shrop appariva in Fleet Street, di leggieri distinguevasi fra la popolazione della città, come un Turco o un Lascaro. Il vestire, lo andare, l’accento, il modo onde egli guardava ammirando le botteghe, inciampava ne’ rigagnoli, s’imbatteva ne’ facchini, e rimaneva sotto le grondaie, lo additavano come ottima preda ai truffatori ed ai beffardi. I bravazzoni lo spingevano fin nel canale, i cocchieri lo inzaccheravano dal capo ai piedi. I ladroncelli esploravano con piena sicurtà le vaste tasche del suo abito da cavalcare, mentre egli ammirava estatico lo splendido corteo del Lord Gonfaloniere. Gli scrocconi, ancora indolenziti dalle staffilatericevute per ordine della Giustizia dietro la coda d’un cavallo, si presentavano a lui, e gli parevano i più onesti e cortesi gentiluomini ch’egli avesse mai veduti. Donne col viso impiastrato, rifiuto di Lewkner Lane e di Whetstone Park, gli si spacciavano per contesse e dame di Corte. Se domandava della via che conduceva a San Giacomo, lo dirigevano a Mile End. Se entrava in una bottega, subito veniva giudicato come un facile compratore di tutte quelle cose che non si sarebbero potute vendere ad altri, di ricami di seconda mano, d’anelli di rame, e d’oriuoli che non segnavano le ore. Se entrava in qualche bottega da caffè di moda, diventava lo zimbello degl’insolenti bellimbusti, e de’ gravi legali. Pieno di vergogna e di rabbia, faceva tosto ritorno alle proprie terre, dove negli omaggi de’ suoi affittaioli e nel consorzio de’ suoi compagni, trovava conforto alle vessazioni ed umiliazioni sofferte. Ivi si sentiva ridivenuto grande uomo, e non vedeva nulla al di sopra di sè, tranne quando nel tribunale sedevasi al banco accanto al giudice, o quando alla rivista della milizia cittadina salutava il Lord Luogotenente.XXXV. La cagione precipua che rendeva così imperfetta la fusione de’ diversi elementi sociali, era la estrema difficoltà che i nostri antenati incontravano di andare da un luogo ad un altro. Fra tutte le invenzioni, tranne le lettere alfabetiche e l’arte della stampa, quelle che abbreviano le distanze hanno principalmente cooperato ad incivilire il genere umano. Ogni miglioramento dei mezzi di locomozione, giova all’umanità moralmente e intellettualmente, non che materialmente; e non solo agevola lo scambio de’ vari prodotti della natura e dell’arte, ma tende a distruggere le nazionali e provinciali antipatie, ed avvincolare in una tutte le classi della umana famiglia. Nel secolo diciassettesimo, gli abitanti di Londra erano, per ogni negozio pratico, più discosti da Edimburgo, di quello che oggi siano da Vienna.I sudditi di Carlo II non erano, egli è vero, affatto ignari di quel principio, il quale ai tempi nostri ha prodotto un rivolgimento senza esempio nelle cose umane, il quale ha fatto sì che le navi sfidino il vento e le onde marine, e i battaglioni, accompagnati da bagagli ed artiglierie, traversino i Regni conun passo eguale a quello del più veloce corsiero. Il Marchese di Worcester aveva pur allora osservata la potenza dell’umido rarefatto dal calore. Dopo molti esperimenti, gli era riuscito di costruire una rozza macchina a vapore, ch’egli chiamò macchina d’acqua bollente, e giudicò essere maraviglioso e vigorosissimo strumento di propulsione.[135]Ma il Marchese era sospettato di pazzia, e conosciuto come papista. E però le sue invenzioni non furono bene accolte. La sua macchina a vapore potè forse essere stata subietto di conversazione in una adunanza della Società Reale, ma non fu applicata ad alcuno uso pratico. Non v’erano guide lungo le strade, salvo poche fatte di legname, dalle miniere di carbone del Northumberland fino alle sponde del Tyne.[136]Nelle contrade interiori, piccolissime erano le comunicazioni fluviali. Pochi tentativi erano stati fatti a rendere più profonde ed arginare le correnti naturali, ma con poco buon esito. Non si era nè anche progettato un canale navigabile. Gl’Inglesi di que’ tempi avevano costume di favellare con maraviglia mista alla disperazione intorno all’immenso fosso, per mezzo del quale Luigi XIV aveva congiunto l’Atlantico col Mediterraneo. Erano ben lungi dal pensare che la patria loro, nel corso di poche generazioni, sarebbe stata intersecata, a spese di intraprenditori privati, da fiumi artificiali, equivalenti per lunghezza ad una estensione quattro volte maggiore del Tamigi, del Savern e del Trent insieme congiunti.XXXVI. Egli era per le strade maestre che gli uomini e le robe passavano da luogo a luogo; e sembra che tali strade fossero in peggiori condizioni di quello che si sarebbe potuto aspettare dal grado di civiltà ed opulenza cui era in allora pervenuta la nazione. Nelle migliori linee di comunicazione, i solchi delle ruote erano profondi, le discese precipitose, e la via spesso tale da potersi al buio poco distinguere dallo scopeto e dal pantano onde era fiancheggiata da ambe le parti. L’antiquario Ralph Thoresby corse pericolo di smarrire il cammino sulla strada del nord tra Barnby Moor e Tuxford, come lo aveva smarrito tra Doncaster e York.[137]Pepys, cheviaggiava con la moglie nella propria carrozza, perdè il cammino tra Newbury e Reading. Seguitando il medesimo viaggio, si smarrì presso Salisbury; e corse rischio di passare tutta la notte a cielo scoperto.[138]Solo nella buona stagione la strada era praticabile da veicoli a ruote. Spesso la mota vedevasi accumulata a diritta ed a mancina, altro non rimanendo che un angusto tratto di terreno solido sul pantano.[139]In quel tempo frequenti erano gl’impedimenti e le risse, e il sentiero sovente rimaneva impedito dai vetturini, nessuno dei quali voleva andare innanzi. Seguiva quasi giornalmente, che le carrozze rimanessero impigliate nel fango finchè potessero, in qualche fattoria vicina, trovarsi de’ buoi a tirarnele fuori. Ma nel tempo cattivo, al viaggiatore toccava d’imbattersi in difficoltà anche più gravi. Thoresby, che aveva costume di recarsi da Leeds alla capitale, nel suo Diario ha fatto ricordo di tanti perigli e disastri, da non essere esagerati in un viaggio al Mare Gelato o al Deserto di Sahara. Una volta egli seppe che il paese tra Ware e Londra era tutto innondato, che i passeggieri erano stati costretti a nuotare onde scampare la vita, e che un rivenditore era morto tentando di traversare la via. Per tali nuove Thoresby lasciò da parte la strada, e fu condotto traverso a certi prati, dove gli fu mestieri cavalcare nell’acqua che gli arrivava alla sella.[140]In un altro viaggio, mancò poco ch’egli non venisse trasportato dall’impeto delle onde traripate del Trent. Poi fu ritenuto quattro giorni a Stamford per la condizione delle strade, ed in fine rischiossi a ripigliare il cammino, perchè gli fu dato accompagnarsi a quattordici rappresentanti della Camera de’ Comuni, i quali recavansi in corpo al Parlamento, con numeroso stuolo di guide e di servi.[141]Nello stradale della Contea di Derby, i viaggiatori stavano sempre in pericolo di rompersi il collo, e spesso erano costretti a smontare e condurre le loro cavalcature.[142]La grandestrada traverso al paese di Galles a Holyhead, era in condizioni tali, che, nel 1685, un vicerè che andava in Irlanda, consumò cinque ore di tempo a percorrere quattordici miglia, da Saint Asaph fino a Conway. Tra Conway e Beaumaris gli fu forza di camminare a piedi per lungo tratto di strada, mentre la sua moglie veniva portata in lettiga. Il suo cocchio lo seguiva trasportato con gran difficoltà da molte braccia. Generalmente, i carriaggi arrivavano in pezzi a Conway, ed erano trasportati sopra le vigorose spalle de’ contadini gallesi a Menai Straits.[143]In alcuni luoghi di Kent e di Sussex, nessun animale, fuorchè i più forti cavalli, poteva valicare su per la mota, nella quale affondava ad ogni passo. I mercati spesso rimanevano inaccessibili per parecchi mesi. Vuolsi che i frutti della terra si lasciassero talvolta imputridire in un luogo, mentre in un altro, poche miglia discosto, i prodotti locali non bastavano al bisogno. I carri a ruote in cotesto distretto, comunemente, erano trascinati da buoi.[144]Allorquando il principe Giorgio di Danimarca visitò in tempo di pioggia il magnifico castello di Petworth, spese sei ore a far nove miglia di cammino; e fu mestieri che un branco di robusti villani fiancheggiasse da ambi i lati il cocchio onde puntellarlo. Parecchi de’ carriaggi che lo seguivano, furono capovolti e danneggiati. Si conserva una lettera di uno de’ gentiluomini che lo accompagnavano, nella quale lo sventurato cortigiano si duole, come per quattordici ore non gli fosse stato concesso di smontare, tranne quando la sua carrozza venisse capovolta, o rimanesse fitta nel fango.[145]Una delle cagioni precipue della pessimità delle strade, pare che stesse nel difetto di provvisioni legislative. Ciascuna parrocchia era tenuta a riattare le strade maggiori che la traversavano. I contadini erano costretti a lavorarvi gratuitamente per sei giorni dell’anno. Se ciò non bastava, adoperavansi lavoranti a pago, e provvedevasi alla spesa con contribuzioniimposte a tutti i parrocchiani. È cosa manifestamente ingiusta che una via, la quale congiunga due grandi città esercenti in larga misura uno scambievole e proficuo traffico, venga mantenuta a spese della popolazione sparsa fra esse; e tale ingiustizia rendevasi più visibile nel caso della gran via del Nord, che traversando poverissimi e poco popolati distretti, congiungeva distretti assai popolati e ricchissimi. A vero dire, le parrocchie della Contea di Huntingdom non potevano riattare una strada consunta dal continuo traffico tra il West Riding della Contea di York e Londra. Tosto dopo la Restaurazione, questa gravezza richiamò a sè l’attenzione del Parlamento; e passò una legge,—una delle tante concernenti simile subietto,—che imponeva un lieve pedaggio sui viaggiatori e sulle robe, a fine di tenere in buona condizione alcune parti di questa importante strada.[146]Tale innovazione, nondimeno, eccitò molti clamori; e le altre grandi vie che conducevano alla capitale, rimasero lungo tempo dopo sotto il vecchio sistema. In fine seguì un cangiamento, ma non senza gravi difficoltà. Imperocchè le tasse ingiuste ed assurde alle quali gli uomini sono assuefatti, spesso si sopportano assai meglio che le imposte più ragionevoli novellamente decretate. E’ non fu se non dopo che molte sbarre di pedaggio furono violentemente abbattute, e le milizie in molti distretti costrette ad intervenire contro il popolo, e non poco sangue fu sparso, che potè introdursi un buon sistema.[147]A lenti passi la ragione vinse il pregiudizio; ed oggimai l’isola nostra per ogni verso è traversata da circa trenta mila miglia di strade regie.Per le migliori strade, nel tempo di Carlo II, le cose pesanti generalmente erano da luogo a luogo traportate sopra vagoni da viaggio. Sui pagliericci di cotesti veicoli adagiavasi una folla di viandanti, che non avessero mezzi di andare in carrozza o a cavallo, e ai quali la infermità o il peso de’ loro bagagli impedisse di camminare a piedi. Enorme era la spesa.per trasportare in tal modo le robe pesanti. Da Londra a Birmingham, pagavasi sette lire sterline per ogni tonnellata:[148]lo che equivaleva a quindici soldi la tonnellata per miglio; più del terzo di quel che poscia costava il trasporto per le strade regie, e quindici volte più di quello che oggi si spende per le vie ferrate. Il costo del trasporto per molti generi d’uso comune, equivaleva ad una tassa proibitiva. In ispecie il carbone non vedevasi altrove che nei distretti ai quali poteva essere trasportato per mare; e diffatti, comunemente chiamavasi nel mezzodì dell’Inghilterra, carbone di mare.Nelle strade minori, e generalmente per le contrade settentrionali di York e per le occidentali di Exeter, il trasporto eseguivasi da lunghi traini di cavalli da basto. Questi vigorosi e pazienti animali, la cui razza oggidì è estinta, erano condotti da una genia d’uomini, che parrebbero molto somiglievoli ai mulattieri di Spagna. Un viandante d’umile condizione spesso trovava conveniente eseguire un viaggio, montato sul basto d’un cavallo tra due ceste o fagotti, sotto la cura di cotali robuste guide. Lieve era la spesa di siffatto modo d’andare: ma la caravana muovevasi con la lentezza de’ pedoni; e in tempo di verno, il freddo sovente riusciva insoffribile.[149]I ricchi per lo più viaggiavano nelle loro carrozze, tirate almeno da quattro cavalli. Il faceto poeta Cotton si provò di andare da Londra al Peak con un solo paio; ma giunto a Saint Albans, trovando il viaggio insopportabilmente noioso, cangiò pensiero.[150]Un cocchio a sei cavalli non si vede più al tempo nostro, tranne come apparato di lusso. E però il vedere di frequente rammentare nei vecchi libri quella specie d’equipaggi, ci potrebbe indurre in errore, attribuendo a magnificenza ciò che veramente era lo effetto d’una spiacevole necessità. La gente, nel tempo di Carlo II, viaggiava con sei cavalli, perchè con meno, il cocchio correva pericolo di rimanerefitto nella mota. Nè anche sei cavalli servivano sempre. Vambrugh, nella generazione susseguente, descrisse con molto spirito il modo con che un gentiluomo di provincia, eletto per la prima volta deputato al Parlamento, recavasi a Londra. In tale congiuntura, tutti gli sforzi di sei bestie, due delle quali erano state tolte all’aratro, non potevano salvare il cocchio di famiglia dal rimanere fitto nei pantani.XXXVII. Le pubbliche vetture erano state pur allora molto migliorate. Negli anni che susseguirono alla Restaurazione, una diligenza metteva due giorni ad andare da Londra ad Oxford. I passeggieri dormivano a Beaconsfield. Finalmente, nella primavera del 1669, fu tentata una grande e ardimentosa innovazione. Venne annunziato, come un veicolo, che fu chiamato il Cocchio Volante, eseguirebbe l’intero viaggio dal nascere al tramonto del sole. Cotesta ardita impresa venne esaminata e sanzionata dai capi della Università, e sembra che svegliasse la medesima specie d’interesse che fa nascere ai di nostri l’apertura d’una nuova strada ferrata. Il vice-cancelliere, con un avviso affisso in tutti i luoghi pubblici, prescrisse l’ora e il punto della partenza. L’esito fu assai prospero. Alle ore sei della mattina, la vettura si mosse dall’antica facciata del Collegio d’Ognissanti; ed alle sette della sera, gli avventurosi gentiluomini, che primi eransi esposti al pericolo, giunsero sani e salvi alla loro locanda in Londra.[151]La università di Cambridge si mosse ad emulare la sorella; e subito fu messa su una diligenza, la quale in una giornata da quivi trasportava i passeggieri alla capitale. Alla fine del regno di Carlo II, simiglianti velociferi andavano tre volte la settimana da Londra alle città principali. Ma non sembra che alcuna carrozza, o alcun vagone da viaggio a tramontana andasse oltre York, e ad occidente oltre Exeter. L’ordinario spazio che un velocifero percorreva in un giorno, era di circa cinquanta miglia in estate; ma in inverno, essendo i giorni cattivi e le notti lunghe, ne faceva poco più di trenta. La vettura di Chester, e quella di York e di Exeter, generalmente giungevano a Londra in quattro giorni nella bella stagione,ma nel Natale non prima del sesto giorno. I passeggieri, ch’erano sei di numero, stavano assisi dentro la carrozza; imperocchè erano così spessi gli accidenti, che sarebbe stato estremamente pericoloso lo starsi in cima al legno. La spesa ordinaria in estate era di circa due soldi e mezzo per miglio, e un poco più in tempo di verno.[152]Questo modo di viaggiare, che dagli odierni Inglesi verrebbe giudicato insoffribilmente lento, sembrava agli antenati nostri maravigliosamente e non senza paura rapido. In una opera pubblicata pochi mesi avanti la morte di Carlo II, i velociferi vengono esaltati come superiori ad ogni qualunque simigliante veicolo conosciuto nel mondo. La rapidità loro è subietto di singolar lode, e posta vittoriosamente in contrasto col lento andare delle vetture postali del continente. Ma a simiglianti lodi mescolavansi voci di lamento e d’invettiva. Gl’interessi di numerose classi d’uomini avevano patito danno per la istituzione di coteste nuove vetture; e, come sempre, molti per semplice, stupidità o ostinatezza inchinavano a gridare contro la innovazione, solo perchè era tale. Allegavasi con veemenza che cotesto modo di trasporto sarebbe tornato fatale alle nostre razze di cavalli e alla nobile arte del maneggio; che il Tamigi, il quale da lungo tempo aveva nutriti tanti marinai, non sarebbe stato il precipuo luogo di passaggio da Londra su a Windsor, e giù a Gravesend; che i sellai e gli speronai sarebbero rimasti rovinati a centinaia; che innumerevoli locande, nelle quali solevano fermarsi i viaggiatori a cavallo, sarebbero state abbandonate e non avrebbero più pagata pigione; che i nuovi carriaggi erano troppo caldi d’estate, e troppo freddi di verno; che i passeggieri venivano gravemente infastiditi dai malati e dai piangenti bambini; che il cocchio talvolta perveniva sì tardi alla locanda, che era impossibile trovare da cena, e talvolta partiva così presto, da non potere trovar da colazione. Per tali ragioni, esortavano seriamente a non permettere a nessuna vettura pubblica di avere più di quattro cavalli, di partire più d’una volta lasettimana, e di fare più di trenta miglia per giorno. Speravano che ove si fosse adottato siffatto regolamento, tutti, salvo gl’infermi e gli zoppi, avrebbero ripreso l’antico modo di viaggiare. Varie compagnie della città di Londra, varie città provinciali, e i giudici di varie Contee presentavano petizioni che contenevano le sopradette idee. Coteste cose ci muovono a riso. E non è impossibile che i nostri posteri, leggendo la storia della opposizione mossa dalla cupidità e dal pregiudicio ai miglioramenti del secolo decimo nono, sorridano anch’essi di noi.[153]Malgrado la riconosciuta utilità de’ velociferi, gli uomini sani e vigorosi, e non impediti da molto bagaglio, seguitavano tuttavia il costume di fare a cavallo i viaggi lunghi. Se il viaggiatore voleva andare speditamente a qualche luogo, prendeva i cavalli di posta. Cavalli freschi e nuove guide potevano trovarsi a convenevoli distanze lungo tutte le grandi linee delle strade. La spesa era di tre soldi il miglio per ciascun cavallo, e quattro per la guida. In tal modo, essendo buono il cammino, egli era possibile di viaggiare per un tempo considerevole così rapidamente, come con qualunque altra specie di trasporto che si conoscesse in Inghilterra fino a che ai veicoli venne applicato il vapore. Non eranvi per anche carrozze da posta; nè coloro che viaggiavano nelle loro proprie, trovavano ordinariamente da mutare i cavalli. Il Re, nondimeno, e i grandi ufficiali dello Stato, potevano farlo. Così Carlo usualmente andava in un sol giorno da Whitehall a Newmarket; lo che faceva una distanza di circa cinquanta cinque miglia in un paese piano: viaggio che da’ suoi sudditi veniva riputato celerissimo. Evelyn compì la medesima gita in compagnia del Lord Tesoriere Clifford. Il cocchio veniva tirato da sei cavalli, che furono cambiati a Bishop Stortford, e poi a Chesterford. Essi giunsero a Newmarket di notte. Siffatto modo d’andare sembra venisse considerato come un lusso convenevole ai soli principi e ai ministri.[154]XXXVIII. Ma qualunque si fosse il modo di viaggiare, i viandanti, a meno che fossero numerosi e bene armati, correvano non lieve periglio d’essere fermati e saccheggiati. Il ladrone a cavallo, essere che al dì d’oggi conosciamo solo da’ libri, trovavasi in ogni strada maestra. Gli spazii di terreno deserto, che erano lungo i grandi stradali presso Londra, venivano infestati da questa specie di saccheggiatori. Hounslow Heath, nella grande strada di ponente, e Finchley Common in quella di tramontana, erano forse i più rinomati di tali luoghi. La scolaresca di Cambridge tremava appressandosi, anche di pieno giorno, a Epping Forest; i marinai che pur allora erano stati pagati a Chatham, spesso erano costretti a consegnare le loro borse presso Gadshill, luogo celebrato, circa cento anni avanti, dal grandissimo dei poeti, come scena delle ruberie di Poins e Falstaff. E’ sembra che l’autorità pubblica spesso non trovasse modo da condursi rispetto a codesti predoni. Ora leggevasi nella gazzetta l’annunzio, che parecchi individui fortemente sospettati d’essere ladroni, ma contro i quali non v’erano bastevoli prove, verrebbero pubblicamente esposti in abito da cavalcare a Newgate; verrebbero anche messi in mostra i loro cavalli: per ciò, tutti i gentiluomini ch’erano stati derubati, venivano invitati a vedere questa singolarissima esposizione. Ora offerivasi pubblicamente la grazia ad un ladro, ove avesse voluto restituire alcuni diamanti d’immenso valore, da lui rapiti, allorchè aveva fermata la valigia postale di Harwich. Breve tempo dopo, comparve un altro proclama, onde avvertire i locandieri, che l’occhio del Governo vegliava sopra essi. La loro criminosa connivenza, dicevasi in quell’avviso, agevolava ai banditi il modo d’infestare impunemente le strade. Che tali sospetti non fossero privi di fondamento, si argomenta dalle parole che sul letto di morte dissero alcuni ladroni pentiti di quel tempo, dalle quali e’ pare ch’essi ricevessero dai locandieri servigi somiglievoli molto a quelli che il Bonifacio di Farquhar rendeva a Gibett.[155]Perchè un ladrone potesse prosperamente, e anche con sicurtà, esercitare il proprio mestiere, era necessario ch’egli fosse un destro cavalcatore, e che l’aspetto e i modi suoi fossero tali da convenire al padrone d’un bel cavallo. Egli quindi teneva una posizione aristocratica nella comunità de’ ladri, mostravasi alle botteghe da caffè e alle case da giuoco più in voga, e scommetteva alle corse coi gentiluomini.[156]E veramente, talvolta apparteneva a qualche buona famiglia ed era bene educato. E però annettevasi, e forse ancora s’annette, un interesse romanzesco ai nomi di questa classe di predoni. Il volgo con facilità prestava fede alle storielle della ferocia ed ardimento, degli atti di generosità e di buon indole, degli amori, degli scampi miracolosi; degli sforzi disperati, del maschio contegno loro innanzi ai tribunali e sul patibolo. Diffatti, raccontavasi di Guglielmo Nevison, il gran ladrone della Contea di York, com’egli imponesse un tributo d’una quarta parte ai conduttori di bestiame delle contrade settentrionali, mentre non solamente non recava loro alcun male, ma gli proteggeva contro gli altri ladri; come egli chiedesse con cortesissimi modi le borse; come desse profusamente ai poveri ciò che aveva tolto ai ricchi; come gli fosse una volta perdonata la vita dalla clemenza del Re, e come ripigliasse di nuovo l’antico mestiere, e alla perfine morisse nel 1685 in York sulla forca.[157]Similmente narravasi, come Claudio Duval, paggio francese del Duca di Richmond, gettatosi sul gran cammino, si facesse capo d’una formidabile banda, ed avesse l’onore di essere nominato primo in un proclama regio contro que’ rinomati facinorosi; come a capo della sua masnada egli fermasse il cocchio d’una dama, nel quale trovò un bottino di quattrocento lire sterline; come ne prendesse sole cento, e lasciasse alla bella signora il rimanente, a patto ch’ella ballasse un pococon lui sul prato; come, con la sua vivace galanteria, rapisse i cuori di tutte le donne; come, per la destrezza con che maneggiava la spada e la pistola, diventasse il terrore degli uomini; come finalmente, nel 1670, venisse preso mentre giaceva avvinazzato; come le dame d’alto grado andassero a visitarlo in carcere, e con le lagrime intercedessero per salvargli la vita; come il Re fosse disposto a perdonargli, se non era l’intervento del giudice Morton, terrore de’ ladroni, il quale minacciò di rinunciare all’ufficio ove non si fosse rigorosamente eseguita la legge; e come, dopo la decapitazione, il suo cadavere fosse esposto con tutta la pompa di blasoni, ceri e parati bruni, e piagnoni, finchè il medesimo crudo giudice che aveva impedito il Re di far grazia, mandò ufficiali a disturbare l’esequie.[158]A questi aneddoti senza dubbio sono mescolate molte favole, ma non perciò sono indegni di ricordanza; imperocchè egli è fatto autentico ed importante, che simili racconti, veri o falsi, venivano ascoltati con ardore e buona fede dai nostri antenati.XXXIX. Tutti i diversi pericoli onde era circuito il viaggiatore, venivano grandemente accresciuti dalle tenebre. Era, quindi, comunemente sollecito di avere per tutta la notte un asilo, che non era difficile ottenere. Le locande d’Inghilterra, fino da tempi antichissimi, hanno goduto rinomanza. Il nostro primo grande poeta ha descritto i comodi che esse nel secolo decimoquarto offrivano ai pellegrini. Ventinove persone, coi loro cavalli, trovarono ricovero nelle spaziose camere e stalle del Tabard in Southwark. I cibi erano de’ migliori che si potessero trovare, e i vini tali da indurre la brigata a beverne copiosamente. Duecento anni dopo, regnante Elisabetta, Guglielmo Harrison descrisse vivamente l’abbondanza e i comodi de’ grandi alberghi. Il continente d’Europa, egli diceva, non ha nulla di simile a quelli. Ve n’erano alcuni, in cui due o trecento persone con le cavalcature loro, potevano essere alloggiate e nutrite senza veruna difficoltà. I letti, le tappezzerie, e soprattutto l’abbondanza di netta e squisita biancheria,erano subietto di meraviglia. Spesso sopra le mense vedevansi argenterie di gran prezzo: anzi, v’erano arnesi che costavano trenta o quaranta sterline. Nel secolo decimosettimo, in Inghilterra era gran copia di buone locande d’ogni specie. Il viandante talvolta in un piccolo villaggio smontava ad un albergo simile a quello descritto da Walton, dove il pavimento di mattoni era bene spazzato, le pareti ornate di canzoni, le lenzuola mandavano odore d’acqua di lavanda, e dove un buon fuoco, un bicchiere di squisita birra e un piatto di trote pescate del vicino ruscello, potevano aversi con poca spesa. Negli alberghi maggiori trovavansi letti con parati di seta, eccellente cucina, e vino di Bordeaux uguale al migliore che si bevesse in Londra.[159]Soggiungevasi anche, che i locandieri non fossero simili agli altri del loro mestiere. Nel continente, il proprietario era il tiranno di coloro che varcavano la soglia del suo albergo. In Inghilterra era un servitore. Giammai un Inglese trovavasi come in casa sua altrove, più che nella sua locanda. Anco gli uomini ricchi che in casa propria avrebbero potuto godere d’ogni lusso, spesso avevano il costume di passare le sere nella sala di qualche vicina casa da divertimento. E’ pare che pensassero, la libertà e i comodi non potersi così bene godere altrove. Tale costumanza continuò per molte generazioni ad essere una peculiarità nazionale. Lo allegro e libero stare nelle locande, diede per lungo tempo materia ai nostri scrittori di drammi e di novelle. Iohnson affermò che la seggiola d’una taverna era il trono della felicità umana; e Shenstone gentilmente lamentò, come nessun tetto privato, per quanto amichevole, desse quanto quello d’una locanda al passeggiero con tanta cordialità il benvenuto.Molti comodi che nel secolo diciassettesimo erano sconosciuti in Hampton Court e in Whitehall, posson trovarsi ne’ nostri moderni alberghi. Nondimeno, nell’insieme, egli è certo che il miglioramento delle case di pubblico divertimentonon è in nessun modo andato di pari passo col miglioramento delle nostre strade, e de’ mezzi di trasporto. Nè ciò deve sembrare strano: poichè è cosa manifesta che, supponendo uguali tutte le altre circostanze, le locande saranno migliori là dove i mezzi di locomozione son pessimi. Più celere è il modo di viaggiare, meno importante diviene al viaggiatore la esistenza di numerosi e piacevoli luoghi di riposo. Cento sessanta anni fa, un uomo che da una Contea rimota si fosse recato alla metropoli, generalmente aveva mestieri di desinare dodici o quindici volte, e riposare cinque o sei notti durante il viaggio. Se era ricco, aspettavasi che nei pranzi e negli alloggi fosse proprietà ed anche lusso. Oggimai la luce d’un sol giorno di verno ci basta per volare da York o da Exeter fino a Londra. Il viaggiatore perciò rade volte interrompe il proprio viaggio per mero bisogno di riposo o di cibo: quindi è che molti buoni alberghi trovinsi in estremo decadimento. In breve tempo non ve ne sarà più nè anche uno, tranne ne’ luoghi dove è verosimile che gli stranieri siano astretti a fermarsi per cagione di faccende o di piacere.XL. Il modo onde le lettere erano trasmesse da un luogo distante ad un altro, parrebbe oggidì degno di scherno: nulladimeno, esso era tale da muovere l’ammirazione e la invidia delle più culte nazioni dell’antichità, o de’ contemporanei di Raleigh e di Cecil. Uno stabilimento rozzo ed imperfetto di poste pel trasporto delle lettere, era stato messo su da Carlo I, e distrutto dalla guerra civile. Sotto la Repubblica quel disegno venne ripreso. Dopo la Restaurazione, i proventi dell’ufficio postale, sottratte le spese, furono assegnati al Duca di York. Nella maggior parte delle strade, le valigie partivano ed arrivavano ciascun giorno alternativamente. In Cornwall, nei paduli della Contea di Lincoln, e fra i colli e i laghi di Cumberland, le lettere ricevevansi una volta la settimana. Nel tempo che il Re viaggiava, dalla capitale spedivasi giornalmente un corriere al luogo dove la Corte intendeva fermarsi. Eranvi parimente quotidiane comunicazioni tra Londra e Downs; e il medesimo privilegio talvolta estendevasi a Tunbridge Wells e a Bath, nella stagione in cui que’ luoghi erano popolati di signori. I bagagli venivano trasportati sui cavalli, che camminandodi notte e di giorno, facevano cinque miglia l’ora.[160]La entrata di tale stabilimento non ricavavasi soltanto dal trasporto delle lettere. L’ufficio postale aveva diritto di apprestare i cavalli da posta; e considerando la sollecitudine con che era condotto cotesto monopolio, possiamo concludere che fosse proficuo.[161]Se però un viaggiatore avesse atteso mezz’ora senza che gli venissero apprestati i cavalli, poteva procurarseli dove e come meglio gli fosse piaciuto.Agevolare la corrispondenza tra una parte e l’altra della città di Londra, non era in origine lo scopo dell’ufficio postale. Ma nel regno di Carlo II, un cittadino intraprendente, di nome Guglielmo Dockwrey, istituì con grande spesa una posta d’un soldo, la quale trasportava lettere e fagotti sei o otto volte per giorno nelle strade popolate e piene di faccende presso la Borsa, e quattro volte per giorno fuori la città. Cotesto miglioramento, secondo il costume, fu vigorosamente avversato. I facchini dolevansi del detrimento che ne pativano, e stracciavano i cartelli che ne davano annunzio al pubblico. Il commovimento cagionato dalla morte di Godfrey, e dalla scoperta delle scritture di Coleman, in allora era sommo. E però levossi alto il grido, che la posta d’un soldo fosse un disegno de’ papisti. Affermavasi che il gran Dottore Oates aveva sospetto come i Gesuiti vi fossero mescolati, e come bastasse esaminare i fagotti per trovarvi i vestigi del tradimento.[162]Nonostante, sì grande e manifesta era la utilità della impresa, che ogni opposizione tornò priva d’effetto. Appena fu chiaro che era lucrosa, il Duca di York ne mosse querele come d’un’infrazione del suo monopolio, e i tribunali sentenziarono in suo favore.[163]La entrata dell’ufficio postale, fin da principio, venne sempre aumentando. L’anno in cui seguì la Restaurazione, un Comitato della Camera de’ Comuni, dopo rigorosa indagine, ne aveva estimato il ricavato netto a circa venti mila lire sterline.Alla fine del regno di Carlo II, la entrata netta sommava a poco meno di cinquanta mila sterline; somma che in allora fu considerata stupenda. La entrata lorda ascendeva a circa settanta mila sterline. La spesa per la spedizione d’una sola lettera era due soldi per ogni ottanta miglia, e tre soldi per una distanza maggiore; ma aumentava in proporzione del peso del piego.[164]Ai dì nostri, una lettera semplice si spedisce per un soldo ai confini della Scozia e della Irlanda; e il monopolio de’ cavalli da posta non esiste più da lungo tempo. Nondimeno, l’entrata lorda ascende annualmente a più d’un milione e ottocento mila lire sterline, e la netta a settecento e più mila. Non si potrebbe, quindi, dubitare che il numero delle lettere le quali oggidì si spediscono per posta, è settanta volte maggiore di quello che se ne spediva nel tempo in cui Giacomo II ascese al trono.XLI. Nessuna parte del carico che le vecchie valigie trasportavano, era più importante delle lettere contenenti notizie. Nel 1685 non esisteva nè poteva esistere alcuna cosa di simile al giornale quotidiano di Londra de’ nostri giorni; non essendovi nè il danaro nè l’arte a ciò fare bisognevoli. Mancava, inoltre, la libertà; mancanza fatale quanto quella del danaro e dell’arte. Vero è che in quel tempo la stampa non era soggetta ad una generale censura. La legge di licenza, che era stata fatta poco dopo la Restaurazione, era spirata nel 1679. A chiunque era concesso di stampare, a proprio rischio, una storia, un sermone o un poema, senza approvazione di alcun pubblico ufficiale; ma i giudici concordemente opinavano che siffatta libertà non si estendesse alle Gazzette, e che, per virtù del diritto comune dell’Inghilterra, nessuno senza regia licenza avesse potestà di pubblicare notizie politiche.[165]Finchè il partito Whig fu formidabile, il Governo reputò utile di quando in quando chiudere gli occhi alla violazione di cotesta regola. Mentre ferveva la gran lotta della Legge d’Esclusione, molti giornali lasciaronsi stampare; cioè leNotizie Protestanti,Notizie correnti,Notizie domestiche,le Nuove Vere,ilMercurio di Londra.[166]Nessuno di questi giornali pubblicavasi più di due volte la settimana; nessuno aveva formato maggiore d’un piccolo foglio. La materia che in ciascuno di essi contenevasi nello spazio d’un anno, non era maggiore di quella che spesso si trova in due soli numeri delTimes. Dopo la sconfitta de’ Whig, il Re non si vide più astretto ad essere indulgente nell’usare quella che, secondo la sentenza de’ giudici, era sua prerogativa. Verso la fine del suo regno, nessun giornale poteva stamparsi senza la regia licenza; la quale era stata esclusivamente accordata alla Gazzetta di Londra. Questa vedeva la luce il lunedì e il giovedì d’ogni settimana, e generalmente conteneva un proclama reale, due o tre indirizzi di Tory, l’annunzio di due o tre promozioni, la relazione d’una scaramuccia tra le truppe imperiali e i Giannizzeri lungo il Danubio, la descrizione d’un ladrone, l’annunzio d’un gran combattimento di galli fra due persone d’onore, e la notizia d’un premio da darsi a chi avesse trovato un cane smarrito. Tutte queste cose contenevansi in due pagine di modico formato. Le comunicazioni concernenti soggetti di gravissimo momento, facevansi in istile secco e di mera forma. Alcuna volta, trovandosi il Governo inchinevole a satisfare la curiosità pubblica rispetto a qualche importante negozio, facevasi un supplemento a stampa distinta, che conteneva più minuti particolari di quelli che si trovassero nella Gazzetta: ma nè questa, nè il supplemento stampato per ordine del Governo, rivelavano se non le cose che la Corte avesse trovato convenevole pubblicare. Le discussioni parlamentari, i processi di Stato di maggiore importanza, de’ quali faccia ricordo la nostra storia, erano passati sotto profondo silenzio.[167]Nella metropoli, le botteghe da caffè in qualche modo tenevano luogo di giornali. Ivi i cittadini affollavansi come gli antichi Ateniesi al mercato, per sapere che cosa ci fosse di nuovo. Ivi potevasi sapere con quanta brutalità fosse stato trattato un Whig ilgiorno precedente in Westminster Hall; quali orribili racconti facessero le lettere d’Edimburgo intorno alle torture inflitte ai Convenzionisti; quali enormi inganni avesse fatto l’ammiragliato alla Corona nello approvvigionare la flotta; e quali gravi accuse il Lord del Sigillo Privato avesse intentate contro la Tesoreria per la imposta sui fuochi.XLII. Ma coloro che vivevano assai discosti dal gran teatro delle contese politiche, potevano soltanto per mezzo delle lettere aver notizia di ciò che ivi accadeva. Formare tali lettere era diventato un mestiere in Londra, come è ai dì nostri fra i naturali dell’India. Lo scrittore di nuove girovagava di Caffè in Caffè, raccogliendo le dicerie; penetrava in Old Bailey a udirvi le discussioni, tutte le volte che c’era un processo interessante; anzi otteneva forse accesso alla galleria di Whitehall, e riferiva il contegno del Re e del duca. In tal guisa raccoglieva notizie per le epistole settimanali, destinate a istruire qualche città di Contea, o qualche banco di magistrali rurali. Erano queste le fonti da cui gli abitatori delle più grosse città di provincia, e i gentiluomini e il clero, imparavano quasi tutto ciò che sapessero della storia de’ tempi loro. È d’uopo supporre che in Cambridge vi fossero altrettante persone curiose di sapere ciò che accadeva nel mondo, quante ve n’erano in ogni altro luogo del Regno, fuori di Londra. Nulladimeno, in Cambridge, per gran parte del regno di Carlo II, i Dottori di legge e i Maestri delle Arti non avevano altro mezzo regolare di sapere le nuove, tranne la Gazzetta di Londra. Infine giovaronsi de’ servigi d’uno de’ raccoglitori di notizie nella metropoli. E fu giorno memorabile quello in cui comparve sulla tavola della sola bottega da caffè che fosse in Cambridge, la prima lettera di notizie giunta da Londra.[168]Nella residenza de’ ricchi uomini di provincia, la lettera delle notizie era attesa con impazienza. Dopo arrivata, in una settimana passava per le mani di venti famiglie. Forniva agli scudieri del vicinato materia di chiacchiere per le ferie d’Ottobre, ed era ai rettori subietto di virulenti sermoni contro i Whig o i papisti. Molti di cotesti curiosi giornali potrebbero certo trovarsi, diligentementefrugando negli archivi delle vecchie famiglie. Alcuni se ne trovano nelle nostre biblioteche pubbliche; ed una serie, che forma la parte non meno pregevole de’ tesori letterarii raccolti da Sir Giacomo Mackintosh, verrà a suo luogo citata nel corso di questa opera.[169]Non è d’uopo rammentare come in allora non ci fossero giornali di provincia. Difatti, tranne nella metropoli e nelle due università, forse non v’era un solo tipografo in tutto il reame. E’ sembra che la sola stamperia la quale esistesse in Inghilterra nelle contrade settentrionali oltre il Trent, fosse in York.[170]

Queste considerazioni servano a dimostrare in che guisa, malgrado quelle attrattive che per tanti anni avevano a poco a poco chiamata l’aristocrazia verso la parte occidentale, pochi uomini d’alto grado seguitassero fino ad un’epoca non molto lontana ad abitare nelle vicinanze della Borsa e del Guildhall. Shaftesbury e Buckingham, mentre facevano al Governo una opposizione aspra e senza scrupoli, pensarono che in nessun altro luogo avrebbero potuto condurre così bene e senza pericolo i loro intrighi, come sotto la protezione de’ magistrati e della milizia della Città. E però Shaftesbury abitava in Aldersgate Street una casa che si può oggi facilmente riconoscere, ai pilastri e cordoni, opera leggiadra d’Inigo.[114]Buckingham aveva ordinato che la sua abitazione presso Charing Cross, un tempo dimora degli arcivescovi di York, fosse demolita;e mentre ivi sorgevano le strade e i viali che portano tuttavia il nome di lui, elesse di abitare in Dowgate.[115]

XXIX. Nondimeno, queste erano rare eccezioni. Quasi tutte le nobili famiglie d’Inghilterra avevano da lungo tempo emigrato fuori le mura. Il distretto in cui rimaneva la maggior parte delle loro case cittadine, giace fra la città e que’ luoghi che ora vengono considerati come cospicui. Pochi grandi uomini seguitarono a starsi ne’ loro palagi ereditari fra lo Strand e il fiume. I solidi edifici tra il mezzodì e l’occidente di Lincoln’s Inn Fields, la piazza di Covent Garden, Southampton Square, che oggi si chiama Bloomsbury Square, e King’s Square in Soho Fields, che ora ha nome Soho Square, erano fra i luoghi più prediletti. I principi stranieri venivano condotti a visitare Bloomsbury Square come una delle maraviglie della Inghilterra.[116]Soho Square, che era stato pure allora edificato, era pei nostri antichi argomento d’un orgoglio, al quale i posteri loro non vorranno partecipare. Lo avevano chiamato Monmouth Square finchè durò prospera la fortuna del Duca di Monmouth; e nel lato meridionale torreggiava il palazzo di lui. Il prospetto, comecchè senza grazia, era alto e riccamente ornato. Sulle pareti degli appartamenti principali vedevansi sculture di frutti, fogliami e blasoni, ed erano tappezzati di serici drappi a ricamo.[117]Ogni vestigio di tanta magnificenza da lungo tempo è scomparso, e in un quartiere un dì cotanto aristocratico, non si trova nessuna casa aristocratica. Poco più in là, a tramontana da Holborn, e lungo i campi da pascolo e da grano, sorgevano due rinomati palazzi, a ciascuno dei quali era annesso un vasto giardino. L’uno, in allora detto Southampton House, e di poi Bedford House, fu distrutto circa cinquanta anni sono per far luogo ad una nuova città, la quale adesso con le sue piazze, strade, e chiese occupa un vasto spazio, già famoso nel secolo decimosettimo per le pesche e le beccaccine. L’altro, chiamato MontagueHouse, e celebre per gli affreschi e gli addobbi onde era adorno, pochi mesi dopo la morte di Carlo II fu bruciato fino alle fondamenta, e vi fu posto in sua vece un assai più magnifico edificio, detto anch’esso Montague House; il quale essendo stato da lungo tempo il sacrario di vari e preziosi tesori d’arte, di scienza e di letteratura, quali non trovavansi per innanzi raccolti sotto un solo tetto, ha da pochi anni dato luogo ad un edificio anche più magnifico.[118]

Più presso alla Corte, in un luogo chiamato Saint James Fields, era stato di recente edificato Saint James’s Square e Jermyn Street. La chiesa di San Giacomo era stata allora aperta per comodo degli abitanti di questo nuovo quartiere.[119]Golden Square, dove nella susseguente generazione abitavano Lordi e Ministri di Stato, non era per anche incominciato. A dir vero, le sole abitazioni che si potessero vedere a tramontana di Piccadilly, erano tre o quattro solinghe e quasi rurali dimore, la più celebre delle quali era il sontuoso edificio eretto da Clarendon, e soprannominato Casa di Dunkerque. Dopo la caduta del suo fondatore, era stato comperato dal Duca d’Albemarle. Il palazzo Clarendon ed Albemarle Street serbano tuttavia la memoria del sito.

Colui che in allora girovagava per quella che oggidì è la parte più celebre e gaia di Regent Street, trovavasi in una solitudine, e talvolta si reputava fortunato di potere tirare con l’archibugio a qualche beccaccia.[120]A settentrione, la strada di Oxford era fiancheggiata da siepi. A cinque o seicento braccia verso mezzodì, sorgevano le mura de’ giardini di poche grandi case, che consideravansi affatto fuori la città. Ad occidente eravi un prato famoso per una sorgente d’acqua, la quale, lungo tempo dopo, dette il nome a Conduit Street. Ad oriente eravi un campo, che nessun cittadino di Londra a que’ tempi poteva traversare senza ribrezzo. Ivi, come in luogo deserto da ogni uomo, venti anni innanzi, allorquando la peste fececotanta strage, era stata scavata una vasta fossa, dove i carri mortuari, di notte tempo, trasportavano cadaveri a centinaia. Il popolo credeva che la terra fosse così infetta sotto la sua superficie, da non potersi sommovore senza presentissimo pericolo per la vita degli uomini. Ivi non furono gettate alcune fondamenta, se non dopo che trascorsero due generazioni senza peste, e dopo che il luogo degli spettri era stato da lungo tempo circondato da edifizi.[121]

Cadremmo in grave errore ove supponessimo che alcuna delle vie e delle piazze allora avesse il medesimo aspetto in che oggi si vede. La maggior parte delle case, dopo quel tempo, sono state al tutto o quasi al tutto riedificate. Se le parti più cospicue della metropoli potessero mostrarsi agli occhi nostri nella forma che allora avevano, rimarremmo disgustati della loro squallida apparenza, ed attoscati dall’atmosfera malsana che le circondava. In Covent Garden, presso alle case de’ grandi, giaceva un sudicio e romoroso mercato. Le fruttaiuole gridavano, i carrettieri azzuffavansi, torsi di cavoli e putride mele vedevansi a mucchi accanto alle porte delle case della contessa di Berkshire e del vescovo di Durham.[122]

Il centro di Lincoln’s Inn Fields era uno spazio aperto, dove ogni sera ragunavasi la marmaglia, a pochi passi di Cardigan House e di Winchester House, ad ascoltare le cicalate de’ saltimbanchi, a vedere ballar gli orsi, e lanciare i cani addosso ai buoi. Vedevansi qua e colà sparse le lordure. Vi si esercitavano i cavalli. Gli accattoni erano così chiassosi ed importuni, come nelle peggio governate città del continente. Mendicante di Lincoln’s Inn era espressione proverbiale. Tutta la confraternita conosceva le armi e le livree d’ogni signore caritatevole del vicinato, e appena compariva il tiro a sei di sua signoria, saltellando o strascinandosi, gli si affollavano d’intorno. Cotesti disordini durarono, malgrado molti accidentie alcuni procedimenti legali, fino a quando, nel regno di Giorgio II, Sir Giuseppe Jekyll maestro de’ Rotoli, ovvero degli Atti, fu stramazzato a terra e pressochè morto in mezzo alla piazza. Allora vi si fecero delle palizzate e un piacevole giardino.[123]

Saint James’s Square era il ricettacolo di tutta la mondiglia e delle ceneri, de’ gatti e cani morti di Westminster. Ora un giuocatore di batacchio vi poneva la campana. Ora un impudente si piantava lì a costruire una casipola per la spazzatura, sotto le finestre dell’aurate sale in cui i magnati del Regno, i Norfolk, gli Ormond, i Kent e i Pembroke davano banchetti e feste da ballo. E’ non fu se non dopo che siffatti inconvenienti erano durati per una generazione, e dopo che s’era molto scritto contro essi, che gli abitanti ricorsero al Parlamento, onde ottenere licenza di porvi steccati e piantarvi alberi.[124]

Se tali erano le condizioni dei quartieri dove abitavano i più cospicui cittadini, possiamo facilmente credere che la gran massa della popolazione patisse ciò che oggidì verrebbe reputato intollerabile aggravio. I selciati erano detestabili; ogni straniero gridava: vergogna! I condotti e le fogne erano sì cattivi, che ne’ tempi piovosi i rigagnoli diventavano torrenti. Vari poeti giocosi hanno rammentata la furia con che cotesti neri fiumicelli precipitavano giù da Snow Hill e Ludgate Hill, trasportando a Fleet Ditch copioso tributo di lordure animali e vegetabili dai banchi de’ macellaj e dei fruttaioli: fluido pestifero che veniva sparso a diritta e a sinistra da’ cocchi e dallecarrette. E però, chiunque andava a piedi, badava in ogni modo a tenersi, più che potesse, lontano dalla parte carrozzabile della strada. I timidi e pacifici cedevano il muro agli audaci ed atletici, che lo rasentavano. Se avveniva che due bravazzoni s’incontrassero, si davano vicendevolmente i cappelli nel muso, e l’uno spingeva l’altro finchè il più debole era sbalzato verso il canale. Se questi era buono solo alle spacconate, se ne andava a capo chino, mormorando che sarebbe venuto il tempo di rifarsi; se era pugnace, l’incontro probabilmente terminava con un duello dietro Montague House.[125]

Le case non erano numerate. E davvero, poca sarebbe stata la utilità d’apporvi i numeri, poichè dei cocchieri, portantini, facchini e ragazzi di Londra, piccolissima parte sapeva leggere. Era mestieri servirsi di segni che dai più ignoranti fossero intesi. E però sulle botteghe stavano insegne, che davano alle strade uno aspetto gaio e grottesco. La via da Charing Cross a Whitechapel era una continuazione di teste di saracini, di querce reali, d’orsi azzurri, d’agnelli d’oro, i quali scomparvero allorquando non furono più necessari alla intelligenza del volgo.

Venuta la sera, la difficoltà e il pericolo di andare attorno per la città di Londra diventavano veramente gravi. Aprivansi le finestre, e i vasi si votavano poco badando a chi vi passasse sotto. Le cadute, le ammaccature, le fratture d’ossa erano cose ordinarie. Imperocchè, fino all’ultimo anno del regno di Carlo II, la maggior parte delle vie rimanevano in un profondo buio. I ladri esercitavano impunemente il proprio mestiere; e nondimeno, non erano così terribili ai pacifici cittadini, come lo era un’altra genia di ribaldi. Era prediletto sollazzo de’ dissoluti giovani gentiluomini quello di girovagare di notte per la città, rompere finestre, capovolgere sedili, battere le persone tranquille, e carezzare grossolanamente le donne leggiadre. Parecchie dinastie di cotesti tirannelli, dopo la Restaurazione, regnavano nelle strade. I così dettiMunse iTityreTusavevano fatto posto agliHectors, e a questi avevano di recente succeduto gliScourers. Più tardi sorsero i Nicker, gliHawcubitee iMohawk, più terribili di tutti.[126]

XXX. I mezzi per mantenere la pace erano estremamente frivoli. Eravi una legge fatta dal Consiglio Municipale, che prescriveva come cento e più sentinelle stessero in continua vigilanza per tutta la città, dal tramonto allo spuntare del sole; ma rimaneva negletta. Pochi di coloro ai quali toccava di far la guardia, lasciavano la propria casa; e que’ pochi, generalmente, gradivano meglio stare ad ubbriacarsi dentro le taverne, che girare per le vie.

XXXI. È d’uopo notare come, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, nella polizia di Londra seguisse un gran mutamento, il quale forse non meno de’ rivolgimenti di maggior fama contribuì ad accrescere la felicità del popolo. Un ingegnoso progettista, che aveva nome Eduardo Heming, ottenne lettere patenti con cui gli si concedeva per dieci anni il diritto esclusivo d’illuminare Londra. Costui intraprese, per una modica retribuzione, di porre una lanterna per ogni dieci porte, nelle sere prive di luna, dal dì di San Michele fino alla festa della Madonna, e dalle ore sei fino alle dodici. Coloro che oggimai veggono la metropoli per tutto l’anno, dalla sera fino all’alba, chiarificata da uno splendore, in paragone del quale le illuminazioni per la Hogue e Blenheim sarebbero sembrate pallide, sorrideranno forse in pensare alle lanterne di Heming, le quali mandavano un fioco lume innanzi una casa in ogni dieci, per piccola parte di una notte in ogni tre. Ma non così pensavano i suoi contemporanei. Il suo disegno suscitò plausi entusiastici, e furiose opposizioni. Gli amatori del progresso lo esaltavano come il grandissimo dei benefattoridella città sua, chiedendo che erano mai i trovati d’Archimede in agguaglio della impresa dell’uomo il quale aveva trasformate le ombre della notte in luce di meriggio! In onta a tali eloquenti elogi, la causa dell’oscurità non rimase priva di difensori. In quell’età v’erano insani che avversavano la introduzione di quella che chiamavasi nuova luce con tanta virulenza, con quanta gl’insani de’ tempi nostri hanno avversato lo innesto del vaiuolo e le strade ferrate, e gl’insani d’una età anteriore si erano opposti alla introduzione dell’aratro e della scrittura alfabetica. Molti anni dopo le lettere patenti concesse a Heming, v’erano vasti distretti in cui non vedevasi nè anche una lanterna.[127]

XXXII. Possiamo agevolmente immaginare in che condizioni, a quel tempo, fossero i quartieri di Londra popolati dalla feccia della società. Uno fra essi aveva acquistata scandalosa rinomanza. Sul confine tra la Città ed il Tempio, era stato fondato, nel secolo decimoterzo, un convento di frati Carmelitani, che portavano bianchi cappucci. Il ricinto di quel convento, avanti la Restaurazione, aveva servito d’asilo ai facinorosi, e serbava tuttavia il privilegio di proteggere dall’arresto i debitori. Gl’insolventi quindi occupavano ogni casa dalle cantine fino alle soffitte. Di costoro, moltissimi erano ribaldi e libertini; e nell’asilo tenevano loro dietro donne più che essi di malvagia vita. La potestà civile non aveva modo di mantenere l’ordine in un distretto che brulicava di cosiffatti abitatori; e in tal guisa Whitefriars divenne il luogo prediletto di coloro che volevano emanciparsi dal freno delle leggi. E comecchè le immunità legalmente pertinenti al luogo riguardassero soltanto i casi di debiti, vi trovavano ricovero anche essi i truffatori, i testimoni spergiuri, i falsari, i ladroni. Per lo che, fra mezzo a così disperata marmaglia, nessuno officiale di pace si teneva sicuro della vita. Al grido di «Riscossa!» sgherri armati di spade e magli, sfacciate streghe impugnando manichi di granata e spiedi, sbucavano a centinaia, e fortunato colui che percosso, strappato, annaffiato, avesse potuto salvarsi a Fleet Street. Nè anche un ordine del Capo Giudiced’Inghilterra poteva mandarsi ad esecuzione senza lo aiuto d’una compagnia di moschettieri. Cotali avanzi della barbarie di secoli più bui, trovavansi a pochi passi dalle stanze dove Somers meditava sulla storia e sulle leggi, dalla chiesa dove predicava Tillotson, dalla bottega da caffè dove Dryden profferiva giudicii sopra poemi e drammi, e dalla sala dove la Società Reale esaminava il sistema astronomico di Newton.[128]

XXXIII. Ciascuna delle due città che formavano la capitale dell’Inghilterra, aveva il proprio centro d’attrazione. Nella metropoli del commercio, il punto di convergenza era la Borsa; nella metropoli dell’alta cittadinanza, era il Palazzo. Ma il Palazzo non serbò la propria influenza così lungamente come la Borsa. La Rivoluzione cangiò affatto le relazioni tra la Corte e le alte classi della società. A po’ per volta, divenne manifesto che il Re, come individuo, aveva ben poco da donare; che le corone ducali e le giarrettiere, i vescovati e le ambascerie, gl’impieghi di lordi del tesoro e di cassiere dello scacchiere, anzi fino gli uffici della scuderia e della camera reale, venivano dispensati non da lui, ma dai suoi consiglieri. Ogni ambizioso e cupido uomo vedeva che avrebbe meglio provveduto all’utile proprio, giungendo a predominare in un borgo parlamentare nella Contea di Cornwal, e rendendo servigi al Ministero in qualche momento difficile, anzichè diventare il compagno e anche il prediletto del principe. E quindi, non nelle anticamere di Giorgio I e di Giorgio II, ma in quelle di Walpole e di Pelham affollavansi quotidianamente i cortigiani. È parimente da notarsi, che la medesima rivoluzione che rese impossibile ai nostri Re l’arbitrio di disporre degl’impieghi dello Stato col solo scopo di compiacere alle proprie inclinazioni, ci diede parecchi Re dalla educazione e dalle abitudini resi inetti a mostrarsi ospiti affabili e generosi. Erano nati e cresciuti sul continente. Venuti nell’isola nostra, non vi si trovavano mai come in casa propria. Se parlavano la nostra lingua, la parlavano senza eleganza e con difficoltà. Non giunsero mai ad intendere l’indole nostra nazionale, e nè anche provaronsi di acquistare i nostri costumi. La parte più importante de’ lorodoveri essi adempivano meglio di qualunque de’ principi loro antecessori; poichè governavano rigorosamente secondo la legge: ma non potevano essere i primi gentiluomini del reame, i capi della società culta. Se pure lasciavansi mai andare alla affabilità, ciò seguiva fra mezzo ad una ristretta conversazione, dove non vedevasi quasi neppure un Inglese; e non riputavansi tanto felici, se non se quando potevano passare una state nella terra dove erano nati. V’erano, a dir vero, i giorni determinati in cui essi ricevevano i nobili e i gentiluomini inglesi; ma siffatto ricevimento altro non era che mera formalità, la quale alla perfine divenne cerimonia solenne quanto quella di un funerale.

Non era tale la Corte di Carlo II. Whitehall, mentre egli vi faceva dimora, era il centro degl’intrighi politici e del brio elegante. Mezzi i faccendieri e mezzi i bellimbusti della metropoli accorrevano alle sue sale. Chiunque fosse riuscito a rendersi gradito al principe, o a guadagnare la protezione della concubina, poteva bene sperare d’innalzarsi nel mondo, senza aver reso alcun servigio al Governo, senza essere, nè anche di vista, conosciuto da nessuno de’ Ministri di Stato. Uno de’ cortigiani otteneva il comando d’una fregata; l’altro quello d’una compagnia di soldati; un terzo la grazia per un colpevole ricco; un quarto la cessione d’una terra della Corona a buoni patti. Se il Re mostrava di gradire che un legale senza clientela fosse fatto giudice, o un baronetto libertino fosse creato Pari, i più gravi consiglieri, dopo un breve mormorare, piegavano il capo.[129]L’interesse, quindi, attirava alle porte della reggia una folla di postulanti; e le porte rimanevano sempre spalancate. Il Re teneva casa aperta ogni giorno, e per tutta la giornata, alle classi alte della città di Londra, tranne agli esagerati del partito Whig. Non v’era gentiluomo che trovasse difficile lo accesso alla presenza del sovrano. La levata dal letto (levee) rispondeva esattamente al significato del vocabolo. Parecchi gentiluomini andavano ogni mattina a corteggiare il loro signore, a chiacchierare con esso mentre gliponevano la parrucca o gli annodavano la cravatta, e ad accompagnarlo nella sua passeggiata mattinale nel parco. Chiunque fosse stato debitamente presentato, poteva, senza invito speciale, recarsi a vederlo pranzare, cenare, ballare e sollazzarsi ai giochi di sorte; e poteva avere il diletto di udirgli riferire storielle, ch’egli sapeva assai bene raccontare, intorno alla sua fuga da Worcester, e alla miseria che egli aveva patita, mentre trovavasi prigioniero di Stato nelle mani dei piagnolosi e intriganti predicatori di Scozia. Coloro che gli stavano d’intorno, e che la Maestà Sua sovente riconosceva, gli si facevano presso, perchè dirigesse loro la parola. Ciò era argomento d’un’arte di regnare assai più proficua di quella che il padre e l’avo di lui avevano praticata. Non era facile al più austero repubblicano della scuola di Marvel resistere alla malia di tanto buon umore ed affabilità; e molti vecchi Cavalieri, nel cuore de’ quali la rimembranza di molti non rimeritati sacrifici si era per venti anni invelenita, tenevansi in un sol momento ricompensati delle ferite e delle spoliazioni, quando il loro sovrano, salutandoli cortesemente col capo, diceva loro: «Dio vi tenga nella sua santa guardia, mio vecchio amico!»

Whitehall naturalmente divenne il principale scaricatoio di tutte le nuove. Vociferandosi ivi che qualche cosa d’importante fosse seguíta o per seguire, le genti vi accorrevano, come a fonte precipua, frettolose per informarsene. Le gallerie avevano l’aspetto della sala d’un circolo odierno in tempi d’agitazione. Rigurgitavano di persone chiedenti se la valigia olandese fosse arrivata, quali nuove avesse recate il corriere dalla Francia, se Giovanni Sobiesky avesse sconfitti i Turchi, se il Doge di Genova fosse veramente in Parigi. E queste erano cose, intorno alle quali poteva con tutta sicurtà parlarsi ad alta voce. Ma v’erano subietti intorno ai quali si domandava e rispondeva bisbigliando. Aveva Halifax avuto vantaggio sopra Rochester? Vi sarebbe egli un Parlamento? Il Duca di York sarebbe egli andato davvero in Iscozia? Il Duca di Monmouth era positivamente stato richiamato dall’Aja? Ciascuno studiavasi di leggere in viso ai Ministri, mentre traversavano la folla per entrare o uscire dalle stanze del Re. Augurii d’ogni specie facevansi, a seconda del tono con che la Maestà Suaparlava al Lord Presidente, o del riso con che Sua Maestà onorava una frase scherzevole detta dal Lord del Sigillo Privato; e in poche ore, le speranze e i timori nati da tali leggierissimi indizi, si spandevano per tutte le botteghe da caffè, da San Giacomo fino alla Torre.[130]

XXXIV. La bottega da caffè va anch’essa rapidamente rammentata, come quella che in quei tempi poteva non impropriamente considerarsi istituzione politica importantissima. Il Parlamento era chiuso da parecchi anni. Il Consiglio Municipale della città aveva cessato di parlare, esprimendo il pubblico sentire. Le ragunanze, le arringhe, le deliberazioni pubbliche, e tutti gli altri mezzi che oggidì servono a produrre l’agitazione, non erano per anche in uso. Nulla esisteva che somigliasse le moderne gazzette. In tali circostanze, le botteghe da caffè erano gli organi precipui, per mezzo de’ quali manifestavasi la pubblica opinione della metropoli.

La prima di tali botteghe era stata aperta a tempo della repubblica da un mercatante della Turchia, il quale fra i Maomettani aveva preso l’uso della loro prediletta bevanda. La comodità di potere avere convegni in ogni parte della città, e passare le serate socievolmente a poco costo, era così grande, che la moda con rapidità si diffuse. Ciascun uomo delle classi alte o delle medie andava giornalmente al suo caffè per raccogliere nuove e discutervi sopra. Ciascun caffè aveva uno o più oratori, alla cui eloquenza la folla, compresa d’ammirazione, prestava ascolto, e i quali tosto divennero ciò che i giornalisti sono stati chiamati ai nostri tempi; vale a dire il quarto Stato del Regno. La Corte aveva da lungo tempo con inquietudine veduto crescere questo nuovo potere nello Stato. Sotto l’amministrazione di Danby, s’era fatto un tentativo di chiudere le botteghe da caffè. Ma gli uomini di tutti i partiti desideravano cotesti consueti luoghi di ritrovo, talmente che ne nacquero clamori universali. Il Governo non rischiossi, avversando unsentimento cotanto forte e generale, a rinvigorire un ordine la cui legalità poteva porsi in questione. Da quel tempo erano scorsi dieci anni, duranti i quali il numero dei caffè era sempre venuto crescendo. Gli stranieri notavano che la bottega da caffè era quella che distingueva Londra dalle altre città; che la bottega da caffè era la casa del Londrino; e che coloro i quali avessero voluto trovare un gentiluomo, comunemente dimandavano, non dove egli abitava in Fleet Street o in Chancery Lane, ma se egli frequentava ilGreciane ilRainbow. Da cotesti luoghi non veniva escluso nessuno che ponesse sul banco la sua moneta. Nulladimeno, ogni grado e professione, ogni opinione politica e religiosa, aveva il proprio quartiere generale. Vi erano botteghe presso Saint James’s Park, nelle quali ragunavansi i zerbinetti con le teste e le spalle coperte da parrucche nere o di lino, non meno ampie di quelle che adesso portano il Cancelliere e il Presidente della Camera de’ Comuni. La parrucca era venuta da Parigi, insieme con gli altri belli ornamenti da gentiluomo; cioè la veste ricamata, i guanti ornati di frangie e la nappa che sosteneva le brache. Nel conversare usavasi quel dialetto, il quale, lungo tempo dopo che era sparito dalle labbra della gente educata, continuò, su quelle di Lord Foppington, a muovere a riso gli spettatori in teatro.[131]L’atmosfera era simile a quella della bottega d’un profumiere. Il tabacco, se non mandava squisitissimo odore, era tenuto in abominio. Se qualche villano, ignaro delle usanze della bottega, chiedeva una pipa, gli scherni della intera assemblea, e le risposte brevi de’ ragazzi, tosto lo persuadevano come gli tornasse meglio andarsene altrove. Nè gli toccava a fare lungo cammino. Imperocchè, generalmente, nelle botteghe da caffè il fumo del tabacco vedevasi come ne’ corpi di guardia; e gli stranieri alcuna volta manifestavano la loro sorpresa, vedendo come tanta gente lasciasse i propri focolari per starsi ravvolta fra il puzzo e la nebbia perpetua. In nessunluogo fumavasi più di quel che si facesse nel caffè Will. Questa celebre bottega, posta tra Covent Garden e Bow Street, era dedicata agli studi leggiadri. Quivi ragionavasi intorno a cose poetiche, e alle unità così dette aristoteliche del dramma. Ivi era un partito a favore di Perrault e de’ moderni, e un altro che difendeva Boileau e gli antichi. In un gruppo si discuteva se ilParadiso Perdutoavrebbe dovuto essere scritto in versi rimati. Ad un altro, un invido poetastro dimostrava che laVenezia Salvatadi Otway avrebbe dovuto essere cacciata a fischi dalla scena. Non v’era tetto sotto il quale fosse maggior varietà di figure. Conti ornati di stelle e di giarrettiere, ecclesiastici in collaretto e sottana, petulanti legali, giovinetti di università inesperti, traduttori e fattori d’indici in lacero arnese. Ciascuno sforzavasi di penetrare nel gruppo che s’affollava intorno a Giovanni Dryden. Nell’inverno, la sedia dove egli adagiatasi, era nel canto più caldo presso al cammino; nella state era posta sul balcone. Fargli un inchino, udire la sua opinione intorno all’ultima tragedia di Ratine, o al trattato di Bossu sopra la poesia epica, reputavasi un insigne favore. Una presa della sua tabacchiera era onore bastevole a dar la volta al cervello d’un giovine entusiasta. Vi erano botteghe da caffè dove potevano consultarsi i medici più rinomati. Il dottore Giovanni Radcliffe, il quale nel 1685 aveva la più numerosa clientela di Londra, dalla sua casa posta in Bow Street, luogo a que’ tempi in voga nella capitale, andava giornalmente, nell’ora in cui era più popolata la Borsa, al caffè di Garraway, dove sedeva innanzi ad una tavola distinta, circondato da chirurgi e da farmacisti. Vi erano botteghe da caffè puritane, dove non udivasi una bestemmia, e dove gli uomini dai lisci capelli discutevano parlando col naso intorno agli eletti e ai reprobi: caffè per gli ebrei, dove i cambia-monete dagli occhi neri, di Venezia o d’Amsterdam, salutavansi vicendevolmente; e caffè papisti, dove, secondo che i buoni protestanti credevano, i Gesuiti[132]con le tazze in mano facevano disegni d’unaltro grande incendio, e di fondere palle d’argento per uccidere il Re.[133]

Il modo d’accomunarsi siffattamente non contribuì poco a formare il carattere del cittadino di Londra in que’ giorni. Veramente, egli era un essere ben diverso dall’Inglese abitante della campagna. Allora non esisteva la relazione che adesso si vede fra le due classi. Solo gli uomini assai ricchi avevano il costume di passare mezzo l’anno in città e mezzo in villa. Pochi scudieri andavano alla metropoli tre volte in tutta la loro vita. Nè i cittadini agiati avevano ancora il costume di respirare la fresca aria de’ campi e dei boschi per parecchi giorni della stagione estiva. Un vero Londrino,[134]mostrandosi in qualche villaggio, veniva guardato con maraviglia, quasi si fosse intruso fra mezzo un Kraal di Ottentoti. Dall’altro canto, quando un signore delle Contee di Lincoln o di Shrop appariva in Fleet Street, di leggieri distinguevasi fra la popolazione della città, come un Turco o un Lascaro. Il vestire, lo andare, l’accento, il modo onde egli guardava ammirando le botteghe, inciampava ne’ rigagnoli, s’imbatteva ne’ facchini, e rimaneva sotto le grondaie, lo additavano come ottima preda ai truffatori ed ai beffardi. I bravazzoni lo spingevano fin nel canale, i cocchieri lo inzaccheravano dal capo ai piedi. I ladroncelli esploravano con piena sicurtà le vaste tasche del suo abito da cavalcare, mentre egli ammirava estatico lo splendido corteo del Lord Gonfaloniere. Gli scrocconi, ancora indolenziti dalle staffilatericevute per ordine della Giustizia dietro la coda d’un cavallo, si presentavano a lui, e gli parevano i più onesti e cortesi gentiluomini ch’egli avesse mai veduti. Donne col viso impiastrato, rifiuto di Lewkner Lane e di Whetstone Park, gli si spacciavano per contesse e dame di Corte. Se domandava della via che conduceva a San Giacomo, lo dirigevano a Mile End. Se entrava in una bottega, subito veniva giudicato come un facile compratore di tutte quelle cose che non si sarebbero potute vendere ad altri, di ricami di seconda mano, d’anelli di rame, e d’oriuoli che non segnavano le ore. Se entrava in qualche bottega da caffè di moda, diventava lo zimbello degl’insolenti bellimbusti, e de’ gravi legali. Pieno di vergogna e di rabbia, faceva tosto ritorno alle proprie terre, dove negli omaggi de’ suoi affittaioli e nel consorzio de’ suoi compagni, trovava conforto alle vessazioni ed umiliazioni sofferte. Ivi si sentiva ridivenuto grande uomo, e non vedeva nulla al di sopra di sè, tranne quando nel tribunale sedevasi al banco accanto al giudice, o quando alla rivista della milizia cittadina salutava il Lord Luogotenente.

XXXV. La cagione precipua che rendeva così imperfetta la fusione de’ diversi elementi sociali, era la estrema difficoltà che i nostri antenati incontravano di andare da un luogo ad un altro. Fra tutte le invenzioni, tranne le lettere alfabetiche e l’arte della stampa, quelle che abbreviano le distanze hanno principalmente cooperato ad incivilire il genere umano. Ogni miglioramento dei mezzi di locomozione, giova all’umanità moralmente e intellettualmente, non che materialmente; e non solo agevola lo scambio de’ vari prodotti della natura e dell’arte, ma tende a distruggere le nazionali e provinciali antipatie, ed avvincolare in una tutte le classi della umana famiglia. Nel secolo diciassettesimo, gli abitanti di Londra erano, per ogni negozio pratico, più discosti da Edimburgo, di quello che oggi siano da Vienna.

I sudditi di Carlo II non erano, egli è vero, affatto ignari di quel principio, il quale ai tempi nostri ha prodotto un rivolgimento senza esempio nelle cose umane, il quale ha fatto sì che le navi sfidino il vento e le onde marine, e i battaglioni, accompagnati da bagagli ed artiglierie, traversino i Regni conun passo eguale a quello del più veloce corsiero. Il Marchese di Worcester aveva pur allora osservata la potenza dell’umido rarefatto dal calore. Dopo molti esperimenti, gli era riuscito di costruire una rozza macchina a vapore, ch’egli chiamò macchina d’acqua bollente, e giudicò essere maraviglioso e vigorosissimo strumento di propulsione.[135]Ma il Marchese era sospettato di pazzia, e conosciuto come papista. E però le sue invenzioni non furono bene accolte. La sua macchina a vapore potè forse essere stata subietto di conversazione in una adunanza della Società Reale, ma non fu applicata ad alcuno uso pratico. Non v’erano guide lungo le strade, salvo poche fatte di legname, dalle miniere di carbone del Northumberland fino alle sponde del Tyne.[136]Nelle contrade interiori, piccolissime erano le comunicazioni fluviali. Pochi tentativi erano stati fatti a rendere più profonde ed arginare le correnti naturali, ma con poco buon esito. Non si era nè anche progettato un canale navigabile. Gl’Inglesi di que’ tempi avevano costume di favellare con maraviglia mista alla disperazione intorno all’immenso fosso, per mezzo del quale Luigi XIV aveva congiunto l’Atlantico col Mediterraneo. Erano ben lungi dal pensare che la patria loro, nel corso di poche generazioni, sarebbe stata intersecata, a spese di intraprenditori privati, da fiumi artificiali, equivalenti per lunghezza ad una estensione quattro volte maggiore del Tamigi, del Savern e del Trent insieme congiunti.

XXXVI. Egli era per le strade maestre che gli uomini e le robe passavano da luogo a luogo; e sembra che tali strade fossero in peggiori condizioni di quello che si sarebbe potuto aspettare dal grado di civiltà ed opulenza cui era in allora pervenuta la nazione. Nelle migliori linee di comunicazione, i solchi delle ruote erano profondi, le discese precipitose, e la via spesso tale da potersi al buio poco distinguere dallo scopeto e dal pantano onde era fiancheggiata da ambe le parti. L’antiquario Ralph Thoresby corse pericolo di smarrire il cammino sulla strada del nord tra Barnby Moor e Tuxford, come lo aveva smarrito tra Doncaster e York.[137]Pepys, cheviaggiava con la moglie nella propria carrozza, perdè il cammino tra Newbury e Reading. Seguitando il medesimo viaggio, si smarrì presso Salisbury; e corse rischio di passare tutta la notte a cielo scoperto.[138]Solo nella buona stagione la strada era praticabile da veicoli a ruote. Spesso la mota vedevasi accumulata a diritta ed a mancina, altro non rimanendo che un angusto tratto di terreno solido sul pantano.[139]In quel tempo frequenti erano gl’impedimenti e le risse, e il sentiero sovente rimaneva impedito dai vetturini, nessuno dei quali voleva andare innanzi. Seguiva quasi giornalmente, che le carrozze rimanessero impigliate nel fango finchè potessero, in qualche fattoria vicina, trovarsi de’ buoi a tirarnele fuori. Ma nel tempo cattivo, al viaggiatore toccava d’imbattersi in difficoltà anche più gravi. Thoresby, che aveva costume di recarsi da Leeds alla capitale, nel suo Diario ha fatto ricordo di tanti perigli e disastri, da non essere esagerati in un viaggio al Mare Gelato o al Deserto di Sahara. Una volta egli seppe che il paese tra Ware e Londra era tutto innondato, che i passeggieri erano stati costretti a nuotare onde scampare la vita, e che un rivenditore era morto tentando di traversare la via. Per tali nuove Thoresby lasciò da parte la strada, e fu condotto traverso a certi prati, dove gli fu mestieri cavalcare nell’acqua che gli arrivava alla sella.[140]In un altro viaggio, mancò poco ch’egli non venisse trasportato dall’impeto delle onde traripate del Trent. Poi fu ritenuto quattro giorni a Stamford per la condizione delle strade, ed in fine rischiossi a ripigliare il cammino, perchè gli fu dato accompagnarsi a quattordici rappresentanti della Camera de’ Comuni, i quali recavansi in corpo al Parlamento, con numeroso stuolo di guide e di servi.[141]Nello stradale della Contea di Derby, i viaggiatori stavano sempre in pericolo di rompersi il collo, e spesso erano costretti a smontare e condurre le loro cavalcature.[142]La grandestrada traverso al paese di Galles a Holyhead, era in condizioni tali, che, nel 1685, un vicerè che andava in Irlanda, consumò cinque ore di tempo a percorrere quattordici miglia, da Saint Asaph fino a Conway. Tra Conway e Beaumaris gli fu forza di camminare a piedi per lungo tratto di strada, mentre la sua moglie veniva portata in lettiga. Il suo cocchio lo seguiva trasportato con gran difficoltà da molte braccia. Generalmente, i carriaggi arrivavano in pezzi a Conway, ed erano trasportati sopra le vigorose spalle de’ contadini gallesi a Menai Straits.[143]In alcuni luoghi di Kent e di Sussex, nessun animale, fuorchè i più forti cavalli, poteva valicare su per la mota, nella quale affondava ad ogni passo. I mercati spesso rimanevano inaccessibili per parecchi mesi. Vuolsi che i frutti della terra si lasciassero talvolta imputridire in un luogo, mentre in un altro, poche miglia discosto, i prodotti locali non bastavano al bisogno. I carri a ruote in cotesto distretto, comunemente, erano trascinati da buoi.[144]Allorquando il principe Giorgio di Danimarca visitò in tempo di pioggia il magnifico castello di Petworth, spese sei ore a far nove miglia di cammino; e fu mestieri che un branco di robusti villani fiancheggiasse da ambi i lati il cocchio onde puntellarlo. Parecchi de’ carriaggi che lo seguivano, furono capovolti e danneggiati. Si conserva una lettera di uno de’ gentiluomini che lo accompagnavano, nella quale lo sventurato cortigiano si duole, come per quattordici ore non gli fosse stato concesso di smontare, tranne quando la sua carrozza venisse capovolta, o rimanesse fitta nel fango.[145]

Una delle cagioni precipue della pessimità delle strade, pare che stesse nel difetto di provvisioni legislative. Ciascuna parrocchia era tenuta a riattare le strade maggiori che la traversavano. I contadini erano costretti a lavorarvi gratuitamente per sei giorni dell’anno. Se ciò non bastava, adoperavansi lavoranti a pago, e provvedevasi alla spesa con contribuzioniimposte a tutti i parrocchiani. È cosa manifestamente ingiusta che una via, la quale congiunga due grandi città esercenti in larga misura uno scambievole e proficuo traffico, venga mantenuta a spese della popolazione sparsa fra esse; e tale ingiustizia rendevasi più visibile nel caso della gran via del Nord, che traversando poverissimi e poco popolati distretti, congiungeva distretti assai popolati e ricchissimi. A vero dire, le parrocchie della Contea di Huntingdom non potevano riattare una strada consunta dal continuo traffico tra il West Riding della Contea di York e Londra. Tosto dopo la Restaurazione, questa gravezza richiamò a sè l’attenzione del Parlamento; e passò una legge,—una delle tante concernenti simile subietto,—che imponeva un lieve pedaggio sui viaggiatori e sulle robe, a fine di tenere in buona condizione alcune parti di questa importante strada.[146]Tale innovazione, nondimeno, eccitò molti clamori; e le altre grandi vie che conducevano alla capitale, rimasero lungo tempo dopo sotto il vecchio sistema. In fine seguì un cangiamento, ma non senza gravi difficoltà. Imperocchè le tasse ingiuste ed assurde alle quali gli uomini sono assuefatti, spesso si sopportano assai meglio che le imposte più ragionevoli novellamente decretate. E’ non fu se non dopo che molte sbarre di pedaggio furono violentemente abbattute, e le milizie in molti distretti costrette ad intervenire contro il popolo, e non poco sangue fu sparso, che potè introdursi un buon sistema.[147]A lenti passi la ragione vinse il pregiudizio; ed oggimai l’isola nostra per ogni verso è traversata da circa trenta mila miglia di strade regie.

Per le migliori strade, nel tempo di Carlo II, le cose pesanti generalmente erano da luogo a luogo traportate sopra vagoni da viaggio. Sui pagliericci di cotesti veicoli adagiavasi una folla di viandanti, che non avessero mezzi di andare in carrozza o a cavallo, e ai quali la infermità o il peso de’ loro bagagli impedisse di camminare a piedi. Enorme era la spesa.per trasportare in tal modo le robe pesanti. Da Londra a Birmingham, pagavasi sette lire sterline per ogni tonnellata:[148]lo che equivaleva a quindici soldi la tonnellata per miglio; più del terzo di quel che poscia costava il trasporto per le strade regie, e quindici volte più di quello che oggi si spende per le vie ferrate. Il costo del trasporto per molti generi d’uso comune, equivaleva ad una tassa proibitiva. In ispecie il carbone non vedevasi altrove che nei distretti ai quali poteva essere trasportato per mare; e diffatti, comunemente chiamavasi nel mezzodì dell’Inghilterra, carbone di mare.

Nelle strade minori, e generalmente per le contrade settentrionali di York e per le occidentali di Exeter, il trasporto eseguivasi da lunghi traini di cavalli da basto. Questi vigorosi e pazienti animali, la cui razza oggidì è estinta, erano condotti da una genia d’uomini, che parrebbero molto somiglievoli ai mulattieri di Spagna. Un viandante d’umile condizione spesso trovava conveniente eseguire un viaggio, montato sul basto d’un cavallo tra due ceste o fagotti, sotto la cura di cotali robuste guide. Lieve era la spesa di siffatto modo d’andare: ma la caravana muovevasi con la lentezza de’ pedoni; e in tempo di verno, il freddo sovente riusciva insoffribile.[149]

I ricchi per lo più viaggiavano nelle loro carrozze, tirate almeno da quattro cavalli. Il faceto poeta Cotton si provò di andare da Londra al Peak con un solo paio; ma giunto a Saint Albans, trovando il viaggio insopportabilmente noioso, cangiò pensiero.[150]Un cocchio a sei cavalli non si vede più al tempo nostro, tranne come apparato di lusso. E però il vedere di frequente rammentare nei vecchi libri quella specie d’equipaggi, ci potrebbe indurre in errore, attribuendo a magnificenza ciò che veramente era lo effetto d’una spiacevole necessità. La gente, nel tempo di Carlo II, viaggiava con sei cavalli, perchè con meno, il cocchio correva pericolo di rimanerefitto nella mota. Nè anche sei cavalli servivano sempre. Vambrugh, nella generazione susseguente, descrisse con molto spirito il modo con che un gentiluomo di provincia, eletto per la prima volta deputato al Parlamento, recavasi a Londra. In tale congiuntura, tutti gli sforzi di sei bestie, due delle quali erano state tolte all’aratro, non potevano salvare il cocchio di famiglia dal rimanere fitto nei pantani.

XXXVII. Le pubbliche vetture erano state pur allora molto migliorate. Negli anni che susseguirono alla Restaurazione, una diligenza metteva due giorni ad andare da Londra ad Oxford. I passeggieri dormivano a Beaconsfield. Finalmente, nella primavera del 1669, fu tentata una grande e ardimentosa innovazione. Venne annunziato, come un veicolo, che fu chiamato il Cocchio Volante, eseguirebbe l’intero viaggio dal nascere al tramonto del sole. Cotesta ardita impresa venne esaminata e sanzionata dai capi della Università, e sembra che svegliasse la medesima specie d’interesse che fa nascere ai di nostri l’apertura d’una nuova strada ferrata. Il vice-cancelliere, con un avviso affisso in tutti i luoghi pubblici, prescrisse l’ora e il punto della partenza. L’esito fu assai prospero. Alle ore sei della mattina, la vettura si mosse dall’antica facciata del Collegio d’Ognissanti; ed alle sette della sera, gli avventurosi gentiluomini, che primi eransi esposti al pericolo, giunsero sani e salvi alla loro locanda in Londra.[151]La università di Cambridge si mosse ad emulare la sorella; e subito fu messa su una diligenza, la quale in una giornata da quivi trasportava i passeggieri alla capitale. Alla fine del regno di Carlo II, simiglianti velociferi andavano tre volte la settimana da Londra alle città principali. Ma non sembra che alcuna carrozza, o alcun vagone da viaggio a tramontana andasse oltre York, e ad occidente oltre Exeter. L’ordinario spazio che un velocifero percorreva in un giorno, era di circa cinquanta miglia in estate; ma in inverno, essendo i giorni cattivi e le notti lunghe, ne faceva poco più di trenta. La vettura di Chester, e quella di York e di Exeter, generalmente giungevano a Londra in quattro giorni nella bella stagione,ma nel Natale non prima del sesto giorno. I passeggieri, ch’erano sei di numero, stavano assisi dentro la carrozza; imperocchè erano così spessi gli accidenti, che sarebbe stato estremamente pericoloso lo starsi in cima al legno. La spesa ordinaria in estate era di circa due soldi e mezzo per miglio, e un poco più in tempo di verno.[152]

Questo modo di viaggiare, che dagli odierni Inglesi verrebbe giudicato insoffribilmente lento, sembrava agli antenati nostri maravigliosamente e non senza paura rapido. In una opera pubblicata pochi mesi avanti la morte di Carlo II, i velociferi vengono esaltati come superiori ad ogni qualunque simigliante veicolo conosciuto nel mondo. La rapidità loro è subietto di singolar lode, e posta vittoriosamente in contrasto col lento andare delle vetture postali del continente. Ma a simiglianti lodi mescolavansi voci di lamento e d’invettiva. Gl’interessi di numerose classi d’uomini avevano patito danno per la istituzione di coteste nuove vetture; e, come sempre, molti per semplice, stupidità o ostinatezza inchinavano a gridare contro la innovazione, solo perchè era tale. Allegavasi con veemenza che cotesto modo di trasporto sarebbe tornato fatale alle nostre razze di cavalli e alla nobile arte del maneggio; che il Tamigi, il quale da lungo tempo aveva nutriti tanti marinai, non sarebbe stato il precipuo luogo di passaggio da Londra su a Windsor, e giù a Gravesend; che i sellai e gli speronai sarebbero rimasti rovinati a centinaia; che innumerevoli locande, nelle quali solevano fermarsi i viaggiatori a cavallo, sarebbero state abbandonate e non avrebbero più pagata pigione; che i nuovi carriaggi erano troppo caldi d’estate, e troppo freddi di verno; che i passeggieri venivano gravemente infastiditi dai malati e dai piangenti bambini; che il cocchio talvolta perveniva sì tardi alla locanda, che era impossibile trovare da cena, e talvolta partiva così presto, da non potere trovar da colazione. Per tali ragioni, esortavano seriamente a non permettere a nessuna vettura pubblica di avere più di quattro cavalli, di partire più d’una volta lasettimana, e di fare più di trenta miglia per giorno. Speravano che ove si fosse adottato siffatto regolamento, tutti, salvo gl’infermi e gli zoppi, avrebbero ripreso l’antico modo di viaggiare. Varie compagnie della città di Londra, varie città provinciali, e i giudici di varie Contee presentavano petizioni che contenevano le sopradette idee. Coteste cose ci muovono a riso. E non è impossibile che i nostri posteri, leggendo la storia della opposizione mossa dalla cupidità e dal pregiudicio ai miglioramenti del secolo decimo nono, sorridano anch’essi di noi.[153]

Malgrado la riconosciuta utilità de’ velociferi, gli uomini sani e vigorosi, e non impediti da molto bagaglio, seguitavano tuttavia il costume di fare a cavallo i viaggi lunghi. Se il viaggiatore voleva andare speditamente a qualche luogo, prendeva i cavalli di posta. Cavalli freschi e nuove guide potevano trovarsi a convenevoli distanze lungo tutte le grandi linee delle strade. La spesa era di tre soldi il miglio per ciascun cavallo, e quattro per la guida. In tal modo, essendo buono il cammino, egli era possibile di viaggiare per un tempo considerevole così rapidamente, come con qualunque altra specie di trasporto che si conoscesse in Inghilterra fino a che ai veicoli venne applicato il vapore. Non eranvi per anche carrozze da posta; nè coloro che viaggiavano nelle loro proprie, trovavano ordinariamente da mutare i cavalli. Il Re, nondimeno, e i grandi ufficiali dello Stato, potevano farlo. Così Carlo usualmente andava in un sol giorno da Whitehall a Newmarket; lo che faceva una distanza di circa cinquanta cinque miglia in un paese piano: viaggio che da’ suoi sudditi veniva riputato celerissimo. Evelyn compì la medesima gita in compagnia del Lord Tesoriere Clifford. Il cocchio veniva tirato da sei cavalli, che furono cambiati a Bishop Stortford, e poi a Chesterford. Essi giunsero a Newmarket di notte. Siffatto modo d’andare sembra venisse considerato come un lusso convenevole ai soli principi e ai ministri.[154]

XXXVIII. Ma qualunque si fosse il modo di viaggiare, i viandanti, a meno che fossero numerosi e bene armati, correvano non lieve periglio d’essere fermati e saccheggiati. Il ladrone a cavallo, essere che al dì d’oggi conosciamo solo da’ libri, trovavasi in ogni strada maestra. Gli spazii di terreno deserto, che erano lungo i grandi stradali presso Londra, venivano infestati da questa specie di saccheggiatori. Hounslow Heath, nella grande strada di ponente, e Finchley Common in quella di tramontana, erano forse i più rinomati di tali luoghi. La scolaresca di Cambridge tremava appressandosi, anche di pieno giorno, a Epping Forest; i marinai che pur allora erano stati pagati a Chatham, spesso erano costretti a consegnare le loro borse presso Gadshill, luogo celebrato, circa cento anni avanti, dal grandissimo dei poeti, come scena delle ruberie di Poins e Falstaff. E’ sembra che l’autorità pubblica spesso non trovasse modo da condursi rispetto a codesti predoni. Ora leggevasi nella gazzetta l’annunzio, che parecchi individui fortemente sospettati d’essere ladroni, ma contro i quali non v’erano bastevoli prove, verrebbero pubblicamente esposti in abito da cavalcare a Newgate; verrebbero anche messi in mostra i loro cavalli: per ciò, tutti i gentiluomini ch’erano stati derubati, venivano invitati a vedere questa singolarissima esposizione. Ora offerivasi pubblicamente la grazia ad un ladro, ove avesse voluto restituire alcuni diamanti d’immenso valore, da lui rapiti, allorchè aveva fermata la valigia postale di Harwich. Breve tempo dopo, comparve un altro proclama, onde avvertire i locandieri, che l’occhio del Governo vegliava sopra essi. La loro criminosa connivenza, dicevasi in quell’avviso, agevolava ai banditi il modo d’infestare impunemente le strade. Che tali sospetti non fossero privi di fondamento, si argomenta dalle parole che sul letto di morte dissero alcuni ladroni pentiti di quel tempo, dalle quali e’ pare ch’essi ricevessero dai locandieri servigi somiglievoli molto a quelli che il Bonifacio di Farquhar rendeva a Gibett.[155]

Perchè un ladrone potesse prosperamente, e anche con sicurtà, esercitare il proprio mestiere, era necessario ch’egli fosse un destro cavalcatore, e che l’aspetto e i modi suoi fossero tali da convenire al padrone d’un bel cavallo. Egli quindi teneva una posizione aristocratica nella comunità de’ ladri, mostravasi alle botteghe da caffè e alle case da giuoco più in voga, e scommetteva alle corse coi gentiluomini.[156]E veramente, talvolta apparteneva a qualche buona famiglia ed era bene educato. E però annettevasi, e forse ancora s’annette, un interesse romanzesco ai nomi di questa classe di predoni. Il volgo con facilità prestava fede alle storielle della ferocia ed ardimento, degli atti di generosità e di buon indole, degli amori, degli scampi miracolosi; degli sforzi disperati, del maschio contegno loro innanzi ai tribunali e sul patibolo. Diffatti, raccontavasi di Guglielmo Nevison, il gran ladrone della Contea di York, com’egli imponesse un tributo d’una quarta parte ai conduttori di bestiame delle contrade settentrionali, mentre non solamente non recava loro alcun male, ma gli proteggeva contro gli altri ladri; come egli chiedesse con cortesissimi modi le borse; come desse profusamente ai poveri ciò che aveva tolto ai ricchi; come gli fosse una volta perdonata la vita dalla clemenza del Re, e come ripigliasse di nuovo l’antico mestiere, e alla perfine morisse nel 1685 in York sulla forca.[157]Similmente narravasi, come Claudio Duval, paggio francese del Duca di Richmond, gettatosi sul gran cammino, si facesse capo d’una formidabile banda, ed avesse l’onore di essere nominato primo in un proclama regio contro que’ rinomati facinorosi; come a capo della sua masnada egli fermasse il cocchio d’una dama, nel quale trovò un bottino di quattrocento lire sterline; come ne prendesse sole cento, e lasciasse alla bella signora il rimanente, a patto ch’ella ballasse un pococon lui sul prato; come, con la sua vivace galanteria, rapisse i cuori di tutte le donne; come, per la destrezza con che maneggiava la spada e la pistola, diventasse il terrore degli uomini; come finalmente, nel 1670, venisse preso mentre giaceva avvinazzato; come le dame d’alto grado andassero a visitarlo in carcere, e con le lagrime intercedessero per salvargli la vita; come il Re fosse disposto a perdonargli, se non era l’intervento del giudice Morton, terrore de’ ladroni, il quale minacciò di rinunciare all’ufficio ove non si fosse rigorosamente eseguita la legge; e come, dopo la decapitazione, il suo cadavere fosse esposto con tutta la pompa di blasoni, ceri e parati bruni, e piagnoni, finchè il medesimo crudo giudice che aveva impedito il Re di far grazia, mandò ufficiali a disturbare l’esequie.[158]A questi aneddoti senza dubbio sono mescolate molte favole, ma non perciò sono indegni di ricordanza; imperocchè egli è fatto autentico ed importante, che simili racconti, veri o falsi, venivano ascoltati con ardore e buona fede dai nostri antenati.

XXXIX. Tutti i diversi pericoli onde era circuito il viaggiatore, venivano grandemente accresciuti dalle tenebre. Era, quindi, comunemente sollecito di avere per tutta la notte un asilo, che non era difficile ottenere. Le locande d’Inghilterra, fino da tempi antichissimi, hanno goduto rinomanza. Il nostro primo grande poeta ha descritto i comodi che esse nel secolo decimoquarto offrivano ai pellegrini. Ventinove persone, coi loro cavalli, trovarono ricovero nelle spaziose camere e stalle del Tabard in Southwark. I cibi erano de’ migliori che si potessero trovare, e i vini tali da indurre la brigata a beverne copiosamente. Duecento anni dopo, regnante Elisabetta, Guglielmo Harrison descrisse vivamente l’abbondanza e i comodi de’ grandi alberghi. Il continente d’Europa, egli diceva, non ha nulla di simile a quelli. Ve n’erano alcuni, in cui due o trecento persone con le cavalcature loro, potevano essere alloggiate e nutrite senza veruna difficoltà. I letti, le tappezzerie, e soprattutto l’abbondanza di netta e squisita biancheria,erano subietto di meraviglia. Spesso sopra le mense vedevansi argenterie di gran prezzo: anzi, v’erano arnesi che costavano trenta o quaranta sterline. Nel secolo decimosettimo, in Inghilterra era gran copia di buone locande d’ogni specie. Il viandante talvolta in un piccolo villaggio smontava ad un albergo simile a quello descritto da Walton, dove il pavimento di mattoni era bene spazzato, le pareti ornate di canzoni, le lenzuola mandavano odore d’acqua di lavanda, e dove un buon fuoco, un bicchiere di squisita birra e un piatto di trote pescate del vicino ruscello, potevano aversi con poca spesa. Negli alberghi maggiori trovavansi letti con parati di seta, eccellente cucina, e vino di Bordeaux uguale al migliore che si bevesse in Londra.[159]Soggiungevasi anche, che i locandieri non fossero simili agli altri del loro mestiere. Nel continente, il proprietario era il tiranno di coloro che varcavano la soglia del suo albergo. In Inghilterra era un servitore. Giammai un Inglese trovavasi come in casa sua altrove, più che nella sua locanda. Anco gli uomini ricchi che in casa propria avrebbero potuto godere d’ogni lusso, spesso avevano il costume di passare le sere nella sala di qualche vicina casa da divertimento. E’ pare che pensassero, la libertà e i comodi non potersi così bene godere altrove. Tale costumanza continuò per molte generazioni ad essere una peculiarità nazionale. Lo allegro e libero stare nelle locande, diede per lungo tempo materia ai nostri scrittori di drammi e di novelle. Iohnson affermò che la seggiola d’una taverna era il trono della felicità umana; e Shenstone gentilmente lamentò, come nessun tetto privato, per quanto amichevole, desse quanto quello d’una locanda al passeggiero con tanta cordialità il benvenuto.

Molti comodi che nel secolo diciassettesimo erano sconosciuti in Hampton Court e in Whitehall, posson trovarsi ne’ nostri moderni alberghi. Nondimeno, nell’insieme, egli è certo che il miglioramento delle case di pubblico divertimentonon è in nessun modo andato di pari passo col miglioramento delle nostre strade, e de’ mezzi di trasporto. Nè ciò deve sembrare strano: poichè è cosa manifesta che, supponendo uguali tutte le altre circostanze, le locande saranno migliori là dove i mezzi di locomozione son pessimi. Più celere è il modo di viaggiare, meno importante diviene al viaggiatore la esistenza di numerosi e piacevoli luoghi di riposo. Cento sessanta anni fa, un uomo che da una Contea rimota si fosse recato alla metropoli, generalmente aveva mestieri di desinare dodici o quindici volte, e riposare cinque o sei notti durante il viaggio. Se era ricco, aspettavasi che nei pranzi e negli alloggi fosse proprietà ed anche lusso. Oggimai la luce d’un sol giorno di verno ci basta per volare da York o da Exeter fino a Londra. Il viaggiatore perciò rade volte interrompe il proprio viaggio per mero bisogno di riposo o di cibo: quindi è che molti buoni alberghi trovinsi in estremo decadimento. In breve tempo non ve ne sarà più nè anche uno, tranne ne’ luoghi dove è verosimile che gli stranieri siano astretti a fermarsi per cagione di faccende o di piacere.

XL. Il modo onde le lettere erano trasmesse da un luogo distante ad un altro, parrebbe oggidì degno di scherno: nulladimeno, esso era tale da muovere l’ammirazione e la invidia delle più culte nazioni dell’antichità, o de’ contemporanei di Raleigh e di Cecil. Uno stabilimento rozzo ed imperfetto di poste pel trasporto delle lettere, era stato messo su da Carlo I, e distrutto dalla guerra civile. Sotto la Repubblica quel disegno venne ripreso. Dopo la Restaurazione, i proventi dell’ufficio postale, sottratte le spese, furono assegnati al Duca di York. Nella maggior parte delle strade, le valigie partivano ed arrivavano ciascun giorno alternativamente. In Cornwall, nei paduli della Contea di Lincoln, e fra i colli e i laghi di Cumberland, le lettere ricevevansi una volta la settimana. Nel tempo che il Re viaggiava, dalla capitale spedivasi giornalmente un corriere al luogo dove la Corte intendeva fermarsi. Eranvi parimente quotidiane comunicazioni tra Londra e Downs; e il medesimo privilegio talvolta estendevasi a Tunbridge Wells e a Bath, nella stagione in cui que’ luoghi erano popolati di signori. I bagagli venivano trasportati sui cavalli, che camminandodi notte e di giorno, facevano cinque miglia l’ora.[160]

La entrata di tale stabilimento non ricavavasi soltanto dal trasporto delle lettere. L’ufficio postale aveva diritto di apprestare i cavalli da posta; e considerando la sollecitudine con che era condotto cotesto monopolio, possiamo concludere che fosse proficuo.[161]Se però un viaggiatore avesse atteso mezz’ora senza che gli venissero apprestati i cavalli, poteva procurarseli dove e come meglio gli fosse piaciuto.

Agevolare la corrispondenza tra una parte e l’altra della città di Londra, non era in origine lo scopo dell’ufficio postale. Ma nel regno di Carlo II, un cittadino intraprendente, di nome Guglielmo Dockwrey, istituì con grande spesa una posta d’un soldo, la quale trasportava lettere e fagotti sei o otto volte per giorno nelle strade popolate e piene di faccende presso la Borsa, e quattro volte per giorno fuori la città. Cotesto miglioramento, secondo il costume, fu vigorosamente avversato. I facchini dolevansi del detrimento che ne pativano, e stracciavano i cartelli che ne davano annunzio al pubblico. Il commovimento cagionato dalla morte di Godfrey, e dalla scoperta delle scritture di Coleman, in allora era sommo. E però levossi alto il grido, che la posta d’un soldo fosse un disegno de’ papisti. Affermavasi che il gran Dottore Oates aveva sospetto come i Gesuiti vi fossero mescolati, e come bastasse esaminare i fagotti per trovarvi i vestigi del tradimento.[162]Nonostante, sì grande e manifesta era la utilità della impresa, che ogni opposizione tornò priva d’effetto. Appena fu chiaro che era lucrosa, il Duca di York ne mosse querele come d’un’infrazione del suo monopolio, e i tribunali sentenziarono in suo favore.[163]

La entrata dell’ufficio postale, fin da principio, venne sempre aumentando. L’anno in cui seguì la Restaurazione, un Comitato della Camera de’ Comuni, dopo rigorosa indagine, ne aveva estimato il ricavato netto a circa venti mila lire sterline.Alla fine del regno di Carlo II, la entrata netta sommava a poco meno di cinquanta mila sterline; somma che in allora fu considerata stupenda. La entrata lorda ascendeva a circa settanta mila sterline. La spesa per la spedizione d’una sola lettera era due soldi per ogni ottanta miglia, e tre soldi per una distanza maggiore; ma aumentava in proporzione del peso del piego.[164]Ai dì nostri, una lettera semplice si spedisce per un soldo ai confini della Scozia e della Irlanda; e il monopolio de’ cavalli da posta non esiste più da lungo tempo. Nondimeno, l’entrata lorda ascende annualmente a più d’un milione e ottocento mila lire sterline, e la netta a settecento e più mila. Non si potrebbe, quindi, dubitare che il numero delle lettere le quali oggidì si spediscono per posta, è settanta volte maggiore di quello che se ne spediva nel tempo in cui Giacomo II ascese al trono.

XLI. Nessuna parte del carico che le vecchie valigie trasportavano, era più importante delle lettere contenenti notizie. Nel 1685 non esisteva nè poteva esistere alcuna cosa di simile al giornale quotidiano di Londra de’ nostri giorni; non essendovi nè il danaro nè l’arte a ciò fare bisognevoli. Mancava, inoltre, la libertà; mancanza fatale quanto quella del danaro e dell’arte. Vero è che in quel tempo la stampa non era soggetta ad una generale censura. La legge di licenza, che era stata fatta poco dopo la Restaurazione, era spirata nel 1679. A chiunque era concesso di stampare, a proprio rischio, una storia, un sermone o un poema, senza approvazione di alcun pubblico ufficiale; ma i giudici concordemente opinavano che siffatta libertà non si estendesse alle Gazzette, e che, per virtù del diritto comune dell’Inghilterra, nessuno senza regia licenza avesse potestà di pubblicare notizie politiche.[165]Finchè il partito Whig fu formidabile, il Governo reputò utile di quando in quando chiudere gli occhi alla violazione di cotesta regola. Mentre ferveva la gran lotta della Legge d’Esclusione, molti giornali lasciaronsi stampare; cioè leNotizie Protestanti,Notizie correnti,Notizie domestiche,le Nuove Vere,ilMercurio di Londra.[166]Nessuno di questi giornali pubblicavasi più di due volte la settimana; nessuno aveva formato maggiore d’un piccolo foglio. La materia che in ciascuno di essi contenevasi nello spazio d’un anno, non era maggiore di quella che spesso si trova in due soli numeri delTimes. Dopo la sconfitta de’ Whig, il Re non si vide più astretto ad essere indulgente nell’usare quella che, secondo la sentenza de’ giudici, era sua prerogativa. Verso la fine del suo regno, nessun giornale poteva stamparsi senza la regia licenza; la quale era stata esclusivamente accordata alla Gazzetta di Londra. Questa vedeva la luce il lunedì e il giovedì d’ogni settimana, e generalmente conteneva un proclama reale, due o tre indirizzi di Tory, l’annunzio di due o tre promozioni, la relazione d’una scaramuccia tra le truppe imperiali e i Giannizzeri lungo il Danubio, la descrizione d’un ladrone, l’annunzio d’un gran combattimento di galli fra due persone d’onore, e la notizia d’un premio da darsi a chi avesse trovato un cane smarrito. Tutte queste cose contenevansi in due pagine di modico formato. Le comunicazioni concernenti soggetti di gravissimo momento, facevansi in istile secco e di mera forma. Alcuna volta, trovandosi il Governo inchinevole a satisfare la curiosità pubblica rispetto a qualche importante negozio, facevasi un supplemento a stampa distinta, che conteneva più minuti particolari di quelli che si trovassero nella Gazzetta: ma nè questa, nè il supplemento stampato per ordine del Governo, rivelavano se non le cose che la Corte avesse trovato convenevole pubblicare. Le discussioni parlamentari, i processi di Stato di maggiore importanza, de’ quali faccia ricordo la nostra storia, erano passati sotto profondo silenzio.[167]Nella metropoli, le botteghe da caffè in qualche modo tenevano luogo di giornali. Ivi i cittadini affollavansi come gli antichi Ateniesi al mercato, per sapere che cosa ci fosse di nuovo. Ivi potevasi sapere con quanta brutalità fosse stato trattato un Whig ilgiorno precedente in Westminster Hall; quali orribili racconti facessero le lettere d’Edimburgo intorno alle torture inflitte ai Convenzionisti; quali enormi inganni avesse fatto l’ammiragliato alla Corona nello approvvigionare la flotta; e quali gravi accuse il Lord del Sigillo Privato avesse intentate contro la Tesoreria per la imposta sui fuochi.

XLII. Ma coloro che vivevano assai discosti dal gran teatro delle contese politiche, potevano soltanto per mezzo delle lettere aver notizia di ciò che ivi accadeva. Formare tali lettere era diventato un mestiere in Londra, come è ai dì nostri fra i naturali dell’India. Lo scrittore di nuove girovagava di Caffè in Caffè, raccogliendo le dicerie; penetrava in Old Bailey a udirvi le discussioni, tutte le volte che c’era un processo interessante; anzi otteneva forse accesso alla galleria di Whitehall, e riferiva il contegno del Re e del duca. In tal guisa raccoglieva notizie per le epistole settimanali, destinate a istruire qualche città di Contea, o qualche banco di magistrali rurali. Erano queste le fonti da cui gli abitatori delle più grosse città di provincia, e i gentiluomini e il clero, imparavano quasi tutto ciò che sapessero della storia de’ tempi loro. È d’uopo supporre che in Cambridge vi fossero altrettante persone curiose di sapere ciò che accadeva nel mondo, quante ve n’erano in ogni altro luogo del Regno, fuori di Londra. Nulladimeno, in Cambridge, per gran parte del regno di Carlo II, i Dottori di legge e i Maestri delle Arti non avevano altro mezzo regolare di sapere le nuove, tranne la Gazzetta di Londra. Infine giovaronsi de’ servigi d’uno de’ raccoglitori di notizie nella metropoli. E fu giorno memorabile quello in cui comparve sulla tavola della sola bottega da caffè che fosse in Cambridge, la prima lettera di notizie giunta da Londra.[168]Nella residenza de’ ricchi uomini di provincia, la lettera delle notizie era attesa con impazienza. Dopo arrivata, in una settimana passava per le mani di venti famiglie. Forniva agli scudieri del vicinato materia di chiacchiere per le ferie d’Ottobre, ed era ai rettori subietto di virulenti sermoni contro i Whig o i papisti. Molti di cotesti curiosi giornali potrebbero certo trovarsi, diligentementefrugando negli archivi delle vecchie famiglie. Alcuni se ne trovano nelle nostre biblioteche pubbliche; ed una serie, che forma la parte non meno pregevole de’ tesori letterarii raccolti da Sir Giacomo Mackintosh, verrà a suo luogo citata nel corso di questa opera.[169]

Non è d’uopo rammentare come in allora non ci fossero giornali di provincia. Difatti, tranne nella metropoli e nelle due università, forse non v’era un solo tipografo in tutto il reame. E’ sembra che la sola stamperia la quale esistesse in Inghilterra nelle contrade settentrionali oltre il Trent, fosse in York.[170]


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