Se qualunque altro principe, tranne Luigi, fosse stato in quei tempi involto in simigliante contesa col Vaticano, tutti i Governi protestanti si sarebbero messi dalla parte di lui. Ma tanta era la paura e il dispetto che l’ambizione e insolenza del Re francese ispiravano, che chiunque avesse avuto il coraggio di vigorosamente avversarlo, era sicuro della universale simpatia. Anche i luterani e i calvinisti, che avevano sempre detestato il Papa, non potevano frenarsi dal desiderargli esito prospero contro un tiranno che ambiva alla monarchia universale. E’ fu così che, nel secolo nostro, molti i quali consideravano Pio VII come l’anticristo, gioivano nel vedere l’anticristo far fronte al gigantesco potere di Napoleone.Il risentimento che Innocenzo provava verso la Francia, lo dispose a guardare con occhio mite e liberale gli affari dell’Inghilterra.Il ritorno del popolo inglese alla greggia di cui egli era pastore, gli avrebbe senza dubbio racconsolata l’anima. Ma egli era bastevolmente savio da non credere che una nazione cotanto ardita e tenace potesse ricondursi al grembo della Chiesa di Roma col violento e incostituzionale esercizio dell’autorità regia. Non era difficile prevedere che qualora Giacomo con mezzi illegali e popolari si fosse studiato di promuovere gl’interessi della propria religione, la prova sarebbe fallita; l’odio che gl’isolani eretici sentivano per la vera fede, sarebbe diventato più forte e più feroce che mai; e nelle menti di tutti sarebbe nata una indissolubile colleganza tra il protestantismo e la libertà civile, tra il papismo e il potere arbitrario. Frattanto, il Re sarebbe divenuto obietto d’avversione e sospetto al suo popolo. L’Inghilterra sarebbe stata, come sotto Giacomo I, Carlo I e Carlo II, una potenza di terzo ordine; e la Francia avrebbe dominato irrefrenata oltre le Alpi e il Reno. Dall’altro canto, era probabile che Giacomo, operando con prudenza e moderazione, osservando strettamente le leggi, e sforzandosi di acquistare la fiducia del suo Parlamento, avrebbe potuto ottenere per coloro che professavano la sua religione, non poco alleggiamento. Dapprima si sarebbe venuto alla abolizione degli statuti penali; tosto dopo a quella delle incapacità civili. Infrattanto, il Re e la nazione inglese congiunti, si sarebbero potuti porre a capo della coalizzazione europea, avrebbero opposto un argine insormontabile alla cupidità di Luigi.Innocenzo fu reso più fermo nel proprio giudicio dal parere de’ principali inglesi che erano alla sua Corte. Fra essi, il più illustre era Filippo Howard, discendente dalle famiglie più nobili della Gran Brettagna; da un lato nipote del Conte d’Arundel, dall’altro del Duca di Lennox. Filippo era già da lungo tempo membro del sacro collegio; veniva comunemente chiamato il Cardinale d’Inghilterra; ed era precipuo consigliere della Santa Sede per le faccende concernenti la sua patria. Era stato cacciato in esilio dai clamori dei bacchettoni protestanti, ed uno de’ suoi, lo sventurato Stafford, era caduto vittima della loro rabbia. Nè i propri danni nè quelli di casa sua gli avevano acceso tanto il cervello, da renderlo unimprudente consigliere. Ogni lettera, quindi, che dal Vaticano arrivasse a Whitehall, raccomandava pazienza, moderazione, e rispetto ai pregiudizii del popolo Inglese.[254]XIV. Grande era il conflitto che ardeva nella mente di Giacomo. Saremmo verso lui ingiusti, ove supponessimo che la condizione di vassallo gli tornasse gradita. Egli amava l’autorità e gli affari; aveva alto concetto della dignità propria; anzi non era affatto privo di un sentimento che aveva qualche affinità con l’amore di patria. Gli si straziava l’anima pensando che il Regno da lui governato, fosse di minor conto nel mondo, che non erano altri Stati i quali avevano minori vantaggi naturali; e prestava facile ascolto ai Ministri stranieri, sempre che lo incitavano a manifestare la dignità del suo grado, porsi a capo di una grande confederazione, farsi protettore delle oltraggiate nazioni, e domare l’orgoglio di quella Potenza che teneva in timore il continente. Tali esortazioni gli facevano battere il cuore con emozioni incognite al suo spensierato ed effeminato fratello. Ma tali emozioni tosto cedevano a più forte sentimento. Una politica estera vigorosa, necessariamente presupponeva politica interna conciliatrice. Era impossibile far fronte alla possanza francese, e a un tempo calpestare le libertà della Inghilterra. Il Potere Esecutivo non avrebbe potuto imprendere nulla di grande senza lo assenso della Camera de’ Comuni, nè ottenerne lo aiuto senza agire a seconda delle opinioni di quella. In tal guisa, Giacomo accorgevasi di non potere conseguire insieme le due cose ch’ei più desiderava. Il secondo de’ suoi desiderii era quello d’essere temuto e rispettato dai Governi stranieri; ma il primo era di essere signore assoluto nel proprio Regno. Fra gli oggetti incompatibili cui il suo cuore aspirava, egli per qualche tempo procede piegando ora di qua ora di là. Il conflitto dell’animo diede ai suoi atti pubblici una strana sembianza d’irresolutezza e di falsità. Difatti, coloro i quali senza il filo d’Arianna tentavano d’esplorare il laberinto della sua politica, non sapevano intendere come lo stesso uomo nella settimana stessa potesse mostrarsi così superbo e così vile. Anco Luigi rendevanoperplesso gli andamenti d’un alleato il quale, in poche ore, passava dall’omaggio alla disfida, e dalla disfida all’omaggio. Nondimeno, ora che ci è appieno manifesta la condotta di Giacomo, sembra che cotesta incoerenza possa agevolmente spiegarsi.Allorquando egli si assise sopra il trono, era in dubbio se il Regno si sarebbe tranquillamente sottoposto all’autorità sua. Gli Esclusionisti, poco fa così potenti, avrebbero potuto, correndo all’armi, insorgergli contro. Egli avrebbe potuto avere grande bisogno dell’oro e delle milizie della Francia: fu quindi per alquanti giorni pago di far la parte di piaggiatore e di mendicante. Si scusò umilmente d’avere osato convocare il suo Parlamento senza licenza del Governo francese; e lo pregò vivamente di concedergli un sussidio. Sparse lacrime di gioia sopra le cambiali francesi; mandò a Versailles una speciale ambasceria per significare la gratitudine, lo affetto, la sommissione ch’egli aveva per Luigi. Ma appena partita l’ambasceria, variò di sentimenti. Era stato da per tutto proclamato Re senza il minimo tumulto, senza il più lieve grido sedizioso. Da ogni parte dell’isola gli giungevano nuove ad assicurarlo che i suoi sudditi erano tranquilli ed obbedienti. Riprese animo, e sentì come la relazione disonorante da lui contratta con un potentato straniero, gli fosse intollerabile. Divenne altero, puntiglioso, vanitoso, rissoso. Parlava così altamente intorno alla dignità della propria Corona e all’equilibrio politico, che tutta la sua Corte aspettavasi ad un pieno rivolgimento nella politica estera del Governo inglese. Comandò a Churchill di mandargli una relazione minuta del ceremoniale di Versailles, affinchè gli onori onde ivi era stata accolta la legazione inglese, venissero debitamente contraccambiati, ma non più che contraccambiati, al rappresentante della Francia a Whitehall. La nuova di questo mutamento fu accolta con gioia a Madrid, a Vienna e all’Aja.[255]Il Re Luigi, in sulle prime, ne rise, dicendo: «Il mio buono alleato parla alto; ma egli ama tanto i miei zecchini, quanto li amava il suo fratello.» Nonostante, il variato contegnodi Giacomo e, le speranze che ne avevano concepite i due rami di Casa d’Austria, cominciarono a richiamare più seria attenzione. Esiste tuttora una notevolissima lettera, nella quale il Re francese mostra sospetto d’essere stato ingannato, credendo che lo stesso danaro da lui mandato a Westminster, verrebbe adoperato a’ suoi danni.[256]Verso questo tempo, la Inghilterra s’era riavuta dalla tristezza ed ansietà cagionatale dalla morte del buon Carlo. I Tory fecero grandi proteste d’affetto verso il nuovo signore. La paura teneva domo il rancore dei Whig. Quella vasta massa di gente che non sono stabilmente Whig nè Tory, ma che pendono a vicenda ora verso gli uni ora verso gli altri, stava dalla parte de’ Tory. La reazione che aveva tenuto dietro alla dissoluzione del Parlamento d’Oxford, non aveva consunta la propria forza.XV. Il Re non indugiò punto a porre alla prova la lealtà de’ suoi amici protestanti. Mentre egli era suddito, soleva ascoltare la messa a uscio chiuso, in un piccolo oratorio, accomodato a uso della consorte. Adesso comandò che le porte si spalancassero, affinchè tutti coloro che andavano a complirlo, potessero vedere il servizio divino. Alla elevazione dell’ostia, seguì una strana confusione nell’anticamera. I cattolici romani prostraronsi in ginocchio; i protestanti uscirono frettolosamente fuori. Tosto un nuovo pulpito fu eretto in palazzo, d’onde, nella quaresima, sacerdoti papisti predicavano, con grave sconcerto de’ zelanti fedeli della Chiesa Anglicana.[257]Alla predetta innovazione seguì altra più grave. Giunta la settimana di Passione, il Re deliberò di assistere alla messa con la pompa medesima di che usavano circuirsi i suoi predecessori, andando ai tempii della religione anglicana. Palesò il suo intendimento ai tre Ministri del Gabinetto intimo, e ingiunse loro di accompagnarlo. Sunderland, pel quale tutte le religioni valevano lo stesso, fu pronto ad assentire. Godolphin, come Ciamberlano della Regina, era già assuefatto a darle mano quando essa recavasi all’oratorio, e non ebbescrupolo d’inchinarsi officialmente nel tempio di Rimmon. Ma Rochester ne rimase gravemente conturbato. La influenza ch’egli esercitava sul paese, originava principalmente dal concetto, in che il clero e i gentiluomini Tory lo tenevano, di amico sincero e zelante della Chiesa. La sua ortodossia era considerata come piena espiazione di falli che altrimenti lo avrebbero reso il più impopolare uomo del Regno, avvegnachè avesse indole oltremodo arrogante e violenta, e modi quasi brutali.[258]Ei temeva che, arrendendosi alle voglie del principe, avrebbe perduta in gran parte la stima del proprio partito. Infine, non senza qualche contrasto, ottenne licenza di passare fuori di città i giorni santi. Tutti gli altri dignitari civili ebbero comandamento di trovarsi al proprio posto nella domenica della Pasqua. Così, dopo un intervallo di cento ventisette anni, i riti della Chiesa di Roma furono celebrati in Westminster con regia magnificenza. Le guardie reali erano schierate. I cavalieri della Giarrettiera portavano i loro collari. Il Duca di Somerset, secondo per grado fra i nobili secolari del reame, portava la spada dello Stato. Un gran codazzo di grandi Lordi accompagnò il Re al suo seggio. Ma fu notato che Ormond e Halifax rimasero nell’anticamera. Pochi anni innanzi, essi avevano valorosamente propugnata la causa di Giacomo contro alcuni di coloro che ora mostravansi ossequiosissimi. Ormond non aveva partecipato alla strage de’ cattolici romani. Halifax aveva animosamente votato per la non colpabilità di Stafford. E mentre i voltafaccia, che avevano preteso raccapricciar al solo pensiero di un Re papista, e senza misericordia versato il sangue innocente di un Pari papista, adesso spingevansi l’un l’altro per farsi più da presso a un altare papista, l’illustre Barcamenante si sarebbe giustamente potuto inorgoglire di quello impopolare saprannome.[259]XVI. Una settimana dopo cotesta cerimonia, Giacomo fece un sacrificio de’ suoi pregiudizi religiosi, assai maggiore di qualunque altro fin allora egli avesse richiesto da’ suoi sudditi protestanti. Si fece incoronare il giorno vigesimoterzo d’aprile,in che ricorre la festività del Santo patrono del Regno. Tutto Westminster fu splendidamente adornato. La presenza della Regina e delle mogli de’ Pari dava alla solennità uno incanto che era mancato alla magnifica inaugurazione del Re defunto. Nondimeno coloro che ricordavansi di quella cerimonia, affermarono che l’incoronazione di Giacomo fu meschina. L’antica usanza richiedeva che avanti la incoronazione il sovrano con tutti i suoi araldi, giudici, Consiglieri, Lordi e gran dignitari, cavalcasse solennemente dalla Torre a Westminster. L’ultima e più magnifica di tali cavalcate fu quella che traversò la metropoli, allorquando i sentimenti eccitati dalla Restaurazione erano ancor vivi. Lungo il cammino innalzavansi archi trionfali. Tutto Cornhill, Cheapside, Saint Paul’s Church Yard, Fleet Street, e lo Strand erano fiancheggiati da file di palchi. La città intera in tal modo poteva contemplare il principato nella sua forma più splendida e solenne. Giacomo ordinò che si calcolasse la spesa di simigliante processione, e fu riferito che ascenderebbe a circa la metà più della somma da esso proposta per coprire di ciondoli la sua sposa. Deliberò, quindi, d’essere prodigo dove aveva mestieri d’esser parco, e spilorcio dove avrebbe dovuto essere generoso. Più di cento mila lire sterline furono spese negli abiti della Regina; e la processione fu posta da parte. La insania di questo partito si conosce a prima vista: imperciocchè, se la pompa è utile in politica, lo è quando si adopera come mezzo di abbagliare la fantasia della moltitudine. E veramente, è grandissima assurdità escludere la plebe da uno spettacolo, il cui scopo principale è quello di produrre una impressione nell’animo della plebe. Giacomo avrebbe fatto mostra d’una più giudiziosa munificenza, e d’una parsimonia più giudiziosa, se avesse traversata Londra da levante a ponente con la solita pompa, e ordinato che gli abiti della propria moglie fossero stati meno sopraccarichi di perle e di diamanti. Nulladimeno i suoi successori per lungo tempo seguirono lo esempio di lui; e in uno spettacolo al quale venivano ammesse solo tre o quattro mila persone, si profondevano somme che, bene impiegate, avrebbero pôrto squisitissimo diletto ad una gran parte della nazione. In fine, venne in parte richiamato a vitalo antico costume. Il dì della incoronazione della regina Vittoria vi fu una processione, nella quale si sarebbero potuti notare molti mancamenti, ma che fu ammirata con interesse e diletto da mezzo milione di sudditi; e senza dubbio veruno, apprestò più piacere ed eccitò maggiore entusiasmo, della costosa solennità che facevasi fra mezzo a uno eletto numero di persone dentro l’Abbadia.Giacomo aveva fatto comandamento a Sancroft di abbreviare il rituale. La ragione che venne pubblicamente addotta, fu che il giorno era sì corto, da non potersi compiere tutto ciò ch’era da farsi. Ma chiunque si faccia ad esaminare i cangiamenti fattivi, si accorgerà che il vero fine fu quello di scartare talune cose le quali altamente offendevano i sentimenti religiosi d’un cattolico romano zelante. L’ufficio della comunione non fu letto. Fu omessa la cerimonia di presentare in dono al sovrano una Bibbia riccamente rilegata, e di esortarlo a pregiare sopra tutti i tesori della terra un volume ch’egli, secondo gl’insegnamenti ricevuti, reputava adulterato con false dottrine. Nulladimeno, ciò che rimaneva dopo tali omissioni, avrebbe potuto far nascere scrupoli nella mente di un uomo, il quale sinceramente avesse creduto che la Chiesa Anglicana era una società ereticale, nel cui seno non poteva acquistarsi la eterna salvezza. Il re fece una oblazione all’altare. Ripetè i responsi alle litanie cantate dai vescovi. Ricevè da que’ falsi profeti la unzione, simbolo della divina assistenza, e s’inginocchiò simulando devozione, mentre essi invocavano lo Spirito Santo, al quale erano, secondo egli credeva, maligni ed implacabili nemici. Tali sono le incoerenze della umana natura, che cotesto uomo, il quale per un fanatico zelo verso la propria religione perdè tre Regni, amò commettere un atto ch’era poco meno d’una apostasia, più presto che rinunziare al fanciullesco diletto della simbolica fantocciata della incoronazione.[260]Francesco Turner, vescovo d’Ely, predicò agli astanti.Era uno di quegli scrittori che seguitavano ad affettare lo stile antiquato dell’arcivescovo Williams e del vescovo Andrews. Il sermone era tessuto di quei concetti strani, che sessanta anni innanzi avrebbero potuto destare ammirazione, ma allora movevano a scherno una generazione d’uditori assuefatta alla pure eloquenza di Sprat, di South e di Tillotson. Salomone era Re Giacomo; Adonia, Monmouth; Joab era uno de’ congiurati di Rye House; Shimei, un libellista Whig; Abiathar, un onesto ma traviato Cavaliere. Una frase del libro delle croniche fu stiracchiata a significare che il Re era superiore al Parlamento; un’altra fu adatta a provare ch’egli solo avrebbe dovuto comandare le milizie cittadine. Verso la fine del discorso, l’oratore timidamente alluse alla nuova e impacciata condizione in cui la Chiesa trovavasi di faccia al sovrano, e rammentò agli uditori come lo imperatore Costanzo Cloro, benchè non fosse cristiano, avesse tenuto in onoranza i cristiani fedeli alla propria religione, e avesse spregiati coloro che cercavano guadagnarsi, apostatando, il favore di lui. Il servizio religioso nella Abbadia, fu seguito da un banchetto solenne nella Sala; il banchetto da magnifici fuochi artificiali, e i fuochi da molte cattive poesie.[261]XVII. Fu questo il momento in cui lo entusiasmo del partito Tory pervenne alla sua maggiore altezza. Dal dì in che Giacomo fu asceso sul trono, s’erano sempre avvicendati indirizzi, in cui quel partito esprimeva profonda venerazione per la persona e la dignità del monarca, e acre abborrimento per i vinti Whig. I magistrati di Middlesex rendevano grazie a Dio per avere dispersi i disegni di que’ regicidi ed Esclusionisti, i quali, non paghi d’avere assassinato un monarca santo, tentavanodi distruggere le fondamenta della monarchia. La città di Gloucester esecrò i ribaldi sitibondi di sangue, che avevano tentato di privare la Maestà Sua del diritto ereditario. I borghesi di Wigan assicurarono il sovrano, che lo avrebbero difeso contro tutti gli Achitophel cospiratori, e i ribelli Assalonni. I gran giurati di Suffolk dissero sperare, che il Parlamento avrebbe proscritti gli Esclusionisti. Molti Consigli municipali giurarono di non rieleggere mai più alla Camera de’ Comuni chiunque avesse votato a favore della legge che voleva privare Giacomo del diritto di successione. Perfino la metropoli mostrò profondo ossequio. I legali e i commercianti fra loro gareggiavano di servilità. I collegi dei Tribunali, e quelli di Cancelleria, mandarono fervide professioni di sommissione e d’affetto. Tutte le grandi società commerciali, la Compagnia delle Indie Orientali, la Compagnia Affricana, la Compagnia di Turchia, la Compagnia di Moscovia, la Compagnia di Hudson Bay, i Mercanti di Maryland, i Mercanti della Giammaica, i Mercanti Avventurieri, dichiararono che accettavano ben volentieri lo editto regio, il quale ingiungeva loro di continuare a pagare i diritti doganali. Bristol, seconda città dell’isola, fece eco al voto di Londra. Ma in nessuno altro luogo lo spirito di lealtà fu più fervido di quel che fosse nelle due università. Oxford dichiarò che non si sarebbe mai dilungata da quei principii religiosi che la obbligavano a prestare obbedienza al Re senza limiti o restrizioni. Cambridge, con severissime parole, dannò la violenza e il tradimento di que’ torbidi spiriti che s’erano malignamente studiati di trarre la corrente della successione fuori del suo proprio alveo.[262]XVIII. Simiglianti indirizzi, per uno spazio considerevole di tempo, riempirono ciascun numero della Gazzetta di Londra. Ma non erano i soli indirizzi i mezzi onde i Tory mostravano il proprio zelo. Pubblicati i decreti per le elezioni parlamentari, il paese fu in grande concitamento. Non v’era mai stata elezione generale che, come questa, fosse accompagnata da circostanze cotanto favorevoli alla Corte. Centinaia di migliaia che la Congiura papale aveva cacciato dentro il partitoWhig, furono ricacciati al partito Tory dalla congiura di Rye House. Nelle Contee, il Governo poteva esser sicuro d’una immensa maggioranza di gentiluomini possidenti trecento e più lire sterline l’anno, e di tutti gli ecclesiastici fino a uno. Quei borghi che un tempo erano cittadelle di Whig, erano di fresco stati con sentenza legale privati de’ loro Statuti, o avevano prevenuta la sentenza, spontaneamente rinunziandovi. Erano poi stati ricostituiti in modo da rieleggere senza dubbio rappresentanti devoti alla Corona. Dove non era da fidarsi dei cittadini, la franchigia elettorale era stata affidata agli scudieri delle vicinanze. In alcuni dei più piccoli municipii occidentali, i collegi elettorali erano in gran parte composti di Capitani e di Luogotenenti delle Guardie. I seggi elettorali avevano dovecchessia interesse per la Corte. In ciascuna Contea il Lord Luogotenente e i suoi deputati formavano un potente, operoso e vigilante comitato, col fine di carezzare e intimidire i liberi possidenti. Le popolazioni erano ammonite da migliaia di pulpiti a non votare a favore di nessun candidato Whig, perocchè ne dovevano render conto a Colui che aveva ordinato che vi fossero i potentati, e aveva detto la ribellione essere peccato non meno grave della stregoneria. Di tutti cotesti elementi il partito predominante non solo usò quanto potè, ma abusò in modo così svergognato, che gli uomini gravi e saggi, i quali si erano mantenuti fedeli alla monarchia mentre era in pericolo, e non portavano nessun affetto ai repubblicani e agli scismatici, tiraronsi da parte, e da siffatti primordii previdero lo appressarsi di tempi tristissimi.[263]Nondimeno i Whig, comecchè patissero la giusta pena de’ propri errori, e fossero sconfitti, scoraggiati, disordinati, non vollero cedere senza sforzi. Erano tuttavia numerosi nelle classi dei trafficanti e degli artigiani delle città, e in quelle de’ piccoli possidenti e de’ contadini sparsi per lecampagne. In taluni distretti, come, a cagione d’esempio, nelle Contee di Dorset e di Somerset, formavano la gran maggioranza della popolazione. Nulla potevano nei borghi ricostituiti; ma in ogni Contea dove avevano probabilità di prospero successo, lottarono disperatamente. Nella Contea di Bedford, che all’ultimo Parlamento era stata rappresentata dallo sfortunato Russell, essi rimasero vincitori nella prova ad alzata di mani, ma perdenti in quella dello squittinio.[264]In Essex ottennero mille trecento voti contro mille ottocento.[265]Nella elezione della Contea di Northampton, il popolo procedè così violentemente ostile al candidato della Corte, che fu necessario appostare nella piazza di mercato della città della Contea una coorte di soldati, ai quali fu dato ordine di caricare a palla gli archibugi.[266]La storia della contesa per la elezione della Contea di Buckingham, è anche più degna di considerazione. Il candidato Whig, che aveva nome Tommaso Wharton, figlio primogenito di Filippo Lord Wharton, era uomo predistinto e per destrezza e per audacia, e destinato a rappresentare una parte cospicua, benchè non sempre commendevole, nella politica di vari sovrani. Nella Camera de’ Comuni era stato uno de’ membri, i quali avevano portata la Legge d’Esclusione alla barra di quella de’ Lordi. La Corte, adunque, era intesa ad usare ogni mezzo buono o cattivo per escluderlo dal Parlamento. Il Lord Capo Giudice Jeffreys recossi in persona nella Contea di Buckingham, a fine di sostenere un gentiluomo chiamato Hacket, che apparteneva al partito Tory. Immaginarono uno strattagemma, che essi pensavano dovesse produrre buono effetto. Fu annunziato che la elezione si farebbe in Ailesbury; e Wharton, la cui perizia in tutte le astuzie di condurre una elezione era senza rivali, ordinò tutto, credendo vera la cosa; allorquando, con improvviso annunzio, lo sceriffo fece sapere che lo squittinio seguirebbe in Newport Pagnell. Wharton e i suoi partigiani vi si recarono frettolosamente, e trovarono cheHacket, il quale sapeva il secreto, aveva già preso per conto suo tutte le locande e gli alberghi. I liberi possidenti Whig furono costretti a legare i propri cavalli alle siepi, e dormire a cielo scoperto sui prati che circondavano la città. E’ non fu senza difficoltà grandissima che si potè provvedere improvvisamente al vitto di tanto numero d’uomini e d’animali; quantunque Wharton, che non curava affatto spesa alcuna quando gli si accendevano in cuore l’ambizione e lo spirito di parte, sborsasse in un solo giorno mille cinquecento lire sterline, somma immensa per que’ tempi. Nonostante, sembra che tanta ingiustizia avesse ridato coraggio ai possidenti di Bucks, animosi figli degli elettori di Giovanni Hampden. Wharton non solo sortì vittorioso della prova, ma potè ottenere la elezione d’un altro uomo d’opinioni moderate, e sconfiggere il candidato del Capo Giudice.[267]Nella contea di Chester la lotta durò sei giorni. I Whig ebbero circa mille settecento voti, i Tory circa due mila. Il popolo minuto parteggiò con veemenza a favore de’ Whig, e gridando: «Abbasso i Vescovi!» insultò il clero per le vie di Chester, stramazzò a terra un gentiluomo Tory, ruppe le finestre e bastonò i commissari di polizia. Fu chiamata la milizia cittadina a chetare il tumulto, e fu fatta rimanere in armi, onde proteggere il trionfo de’ vincitori. Appena finito lo squittinio, cinque grossi cannoni dal castello annunziarono al paese circostante la vittoria della Chiesa e della Corona. Le campane sonarono a festa. Gli eletti furono condotti solennemente alla croce della città,[268]accompagnati da una banda musicale e da un lungo codazzo di cavallieri e scudieri. La processione andava cantando: «Letizia al gran Cesare!» ode cortigiana, la quale era stata, poco innanzi, scritta da Durfey, e quantunque, al pari di tutti gli scritti di lui, fosse estremamente spregevole, in quel tempo era quasi tanto popolare, quanto pochi anni dopo lo fu Lillibullero.[269]Attorno la croce stavanoschierate le civiche milizie; fu acceso un fuoco di gioia; la Legge d’Esclusione venne bruciata; e si bevve con fragorose acclamazioni alla salute di Re Giacomo. Il dì seguente era domenica. La milizia schierossi in fila lungo le vie conducenti al duomo. I due rappresentanti della Contea furono condotti con gran pompa al coro dai magistrati della città; ascoltarono la predica del Decano, che probabilmente ragionò del debito d’obbedienza passiva; e poi furono festeggiati dal Gonfaloniere.[270]In Northumberland, il trionfo di Sir Giovanni Fenwik, cortigiano che acquistò poscia trista rinomanza, fu accompagnato da circostanze che destarono interesse in Londra, e che non furono stimate indegne d’essere rammentate, nei dispacci de’ Ministri stranieri. Newcastle fu illuminato con gran mucchi di carbone acceso. I campanili mandarono suoni di esultanza. Un esemplare della Legge d’Esclusione, ed una cassetta nera simigliante a quella che, secondo la favola popolare, conteneva il contratto di nozze tra Carlo II e Lucia Walters, vennero pubblicamente date alle fiamme con alte acclamazioni.[271]L’esito generale delle elezioni sorpassò le più ardenti speranze della Corte. Giacomo vide con gioia, come non gli fosse necessario di spendere un soldo a comperare i voti. Disse che, tranne circa quaranta membri, la Camera de’ Comuni era quale doveva essere ove egli l’avesse nominata da sè.[272]Oltrechè, stava in poter suo, secondo che allora consentivano le leggi, tenerla sino alla fine del suo regno.Essendo sicuro d’essere sostenuto dal Parlamento, poteva oramai appagare la libidine di vendetta. Aveva indole implacabile; e mentre era ancor suddito, aveva patito ingiurie e indegnità tali, che avrebbero mosso anche un animo placabile a fiero e durevole risentimento. Una setta d’uomini, in ispecie, aveva, con inusitata e indicibile crudeltà e vigliaccheria, aggredito l’onore e la vita di lui; voglio dire i testimoni della congiura. L’odio ch’ei loro portava, parrebbe degno di scusa;poichè fino ai dì nostri il solo profferirne il nome muove a schifo ed orrore gli uomini di tutte le sètte e di tutti i partiti.XIX. Alcuni di cotesti sciagurati erano in luogo dove non poteva giungere il braccio della umana giustizia. Bedloe era morto da ribaldo, senza dare il minimo segno di rimorso e di vergogna.[273]Dugdale gli era andato dietro, reso insano, secondo che dicevasi, dalle furie della pessima coscienza, con acute strida scongiurando coloro che stavano attorno al suo letto, d’allontanare lo spettro di Lord Stafford.[274]Carstairs anch’esso era morto. La sua fine fu tutta orrore e disperazione; e sul punto di mandare l’ultimo flato, aveva detto ai suoi assistenti di gittarlo a guisa d’un cane in un fosso, non essendo degno di riposare in un cimitero cristiano.[275]Ma Oates e Dangerfield erano in potere dello austero principe da essi oltraggiato. Giacomo, breve tempo avanti che ascendesse sul trono, aveva intentato un processo civile contro Oates per diffamazione; e i giurati lo avevano condannato a pagare la enorme multa di cento mila lire sterline.[276]Lo accusato, non potendo pagare, era stato preso, e viveva in carcere senza speranza d’uscire. Gli Alti Giurati di Middlesex, poche settimane avanti la morte di Carlo, avevano ammessi contro lui due atti d’accusa come colpevole di spergiuro. Appena finite le elezioni, si cominciò il processo.Tra le classi alte e le medie, ad Oates non rimaneva nè anche un amico. Tutti i Whig intelligenti erano convinti, che quando anche il suo racconto fosse in alcun modo fondato sul fatto, egli vi aveva edificato sopra un romanzo. Un numero considerevole di fanatici, nondimeno, lo considerava tuttavia come pubblico benefattore. Costoro bene sapevano che qualora ei fosse convinto di reità, la sua sentenza sarebbe severissima; e però infaticabilmente studiavansi a procacciargli la fuga. Quantunque fino allora fosse rinchiuso per debiti, venne posto in ferri dalle autorità della prigione del Banco del Re; ed anche ciò non era bastevole a tenerlo in sicuracustodia. Al mastino che stava dinanzi all’uscio del suo carcere, fu dato il veleno; e nella medesima notte che precedè il suo processo, una scala di fune fu introdotta nella sua cella.Il giorno ch’ei fu condotto alla barra, Westminster Hall era affollata di spettatori, fra’ quali vedevansi molti cattolici romani, ansiosi di contemplare la miseria e la umiliazione del loro persecutore.[277]Pochi anni prima, il suo collo corto, le sue gambe ineguali come quelle d’un tasso, la sua fronte bassa a guisa di quella d’un babbuino, le sue guance chiazzate di sangue, la mostruosa lunghezza del suo mento, erano famigliari a quanti frequentavano le corti di giustizia. Era in que’ giorni diventato l’idolo della nazione: dovunque ei si mostrasse, ciascuno gli faceva di cappello. La vita e gli averi de’ magnati del reame erano stati in sua balìa. Ma adesso i tempi erano cangiati; e molti di coloro che per lo innanzi lo avevano considerato liberatore della patria, rabbrividivano alla vista di quegli osceni sembianti, sopra i quali pareva che il dito di Dio avesse scritto: scellerato![278]E’ fu provato, senza possibilità di dubbio, che questo uomo aveva, con false testimonianze, premeditatamente assassinate varie persone innocenti. Egli invocò invano i più eminenti membri del Parlamento, dai quali era stato ricompensato ed esaltato, perchè testificassero a favor suo. Parecchi di coloro ch’egli aveva chiamati al tribunale, assentaronsi. Nessuno disse la minima cosa che tendesse a scolparlo. Uno di loro, cioè a dire il Conte di Huntingdon, lo rimproverò aspramente d’avere ingannate le Camere, e gettata sopra esse la colpa d’aver versato il sangue innocente. I giudici guardavano fieri, ed avvilirono lo accusato con crudeltà tale, che anche nei casi più atroci mal conviene al carattere di ministro della giustizia. Eppure ei non mostrò segno di timore o vergogna, e con la insolenza della disperazione affrontò la tempesta delle invettive che scoppiava contro lui dalla barra, dalseggio e dal banco de’ testimoni. Fu dichiarato convinto sopra ambedue gli atti d’accusa. Quantunque, moralmente considerata, la sua colpa fosse assassinio della più grave specie, nondimeno agli occhi della legge era semplice delitto. Il tribunale, nondimeno, voleva che la pena da darglisi fosse più severa di quella de’ felloni o traditori, e non solo farlo morire, ma farlo morire tra orribili tormenti. Fu condannato ad essere spogliato degli abiti clericali, posto alla gogna in Palace Yard, e condotto attorno Westminster Hall con un cartello fittogli sulla testa, nel quale fosse scritta la sua infamia; e posto nuovamente alla gogna di faccia alla Borsa Reale, fustigato da Aldgate a Newgate, e dopo un intervallo di due giorni fustigato un’altra volta da Newgate a Tyburn. Se, contro ogni probabilità, egli fosse sopravvissuto a questa orribile pena, doveva rimanere in carcere per tutta la vita, donde doveva essere tratto cinque volte l’anno, e messo alla gogna in diversi luoghi della metropoli.[279]La cruda sentenza venne crudamente eseguita. Oates, il giorno in cui fu posto alla gogna in Palace Yard, sostenne una pioggia di sassate, e corse pericolo di essere fatto in brani.[280]Ma nella città, i suoi partigiani si raccolsero, suscitarono un tumulto, e rovesciarono la gogna.[281]Ciò non ostante, non riuscì loro di liberarlo. Fu creduto che per sottrarsi all’orrendo destino che lo aspettava, tentasse d’avvelenarsi: però il cibo e la bevanda furono sottoposti a rigoroso esame. Il dì seguente, fu tratto fuori di carcere per subire la prima fustigazione. A buon’ora, innumerevole turba di popolo riempiva tutte le vie, da Aldgate sino a Old Bailey. Il carnefice menava la frusta con tanto insolita severità, da mostrare che avesse ricevuto speciali ammonimenti. Il sangue correva a rivi. Per qualche tempo il colpevole fece mostra d’una strana costanza; ma in fine, sì ostinata fortezza gli venne meno. Urlava in modo spaventevole; perdè i sensi più volte: ma non perciò restava il flagello. Come fu sciolto, e’ parve d’avere sopportato quantola forma umana può sopportare senza dissolversi. Giacomo venne supplicato a risparmiargli la seconda fustigazione. Ei rispose in brevi e chiare parole: «Dovrà subire la pena finchè gli rimarrà fiato in corpo.» Tentossi di ottenere la intercessione della Regina; ma essa sdegnosamente ricusò di dire una sola parola a pro di un tanto scellerato. Dopo un intervallo di sole quarantotto ore, Oates fu nuovamente tratto di carcere. Non aveva forza da tenersi in piedi, e fu d’uopo trascinarlo sopra una treggia a Tyburn. Pareva affatto insensibile; e i Tory riferivano ch’egli si fosse stordito bevendo liquori spiritosi. Un tale, che nel secondo giorno contò il numero delle frustate, affermò che fossero mille settecento. Al tristo uomo rimase la vita, ma in guisa che gl’ignoranti e i bacchettoni fra’ suoi ammiratori reputarono la sua guarigione un miracolo, e l’adducevano come argomento della innocenza di lui. Le porte del carcere gli si richiusero sopra. Per molti mesi stette incatenato nel più oscuro buco di Newgate. Fu detto che ivi si abbandonasse alla malinconia, e per giorni interi sedendo con le mani incrociate, e col cappello fitto in sugli occhi, mandasse cupi gemiti. E’ non fu nella sola Inghilterra che questi avvenimenti svegliarono grande interesse. Milioni di cattolici romani, i quali non sapevano nulla delle nostre istituzioni e fazioni, avevano udito come nella nostra isola avesse infuriato una barbarissima persecuzione contro i credenti nella vera fede, come molti uomini pii avessero patito il martirio, e Tito Oates fosse stato il principale assassino. E però grande fu la gioia ne’ lontani paesi appena si seppe che la mano della giustizia divina lo aveva raggiunto. Per tutta l’Europa correvano certe incisioni, dove egli era rappresentato alla gogna e in atto di subire la flagellazione; e gli epigrammisti, in molte lingue, scherzarono sul titolo di dottore ch’egli pretendeva d’avere ottenuto nella Università di Salamanca, e notavano che non potendo farlo arrossire in fronte, era giusto che lo facessero arrossire su per la schiena.[282]Per quanto orribili fossero i tormenti di Oates, non potevano agguagliarsi a’ suoi misfatti. Un’antica legge dell’Inghilterra, che s’era lasciata cadere in disuso, trattava come assassino il falso testimone, che spergiurando fosse stato cagione di morte ad alcuno.[283]Ciò era savio ed equo, imperocchè un simigliante testimonio, davvero è il peggiore degli assassini. Alla colpa di spargere il sangue innocente, egli aggiunge quella di violare il più solenne contratto che possa esistere tra uomo e uomo, e di rendere le istituzioni—alle quali è da desiderarsi che il pubblico porti rispetto e fiducia—strumento di terribili danni, e obietto di generale diffidenza. Il dolore cagionato da un assassinio ordinario non è da paragonarsi al dolore cagionato dallo assassinio, di cui le corti di giustizia diventano agenti. La semplice estinzione della vita è piccolissima parte di ciò che rende orribile il patibolo. La prolungata mortale agonia del condannato, la vergogna e la miseria de’ suoi congiunti, la macchia d’infamia che discende fino alla terza o quarta generazione, sono cose più spaventevoli della morte stessa. Generalmente, potrebbe di sicuro affermarsi che il padre di una numerosa famiglia si lascerebbe più presto privare di tutti i propri figliuoli, morti per disgrazia o per malattia, che perdere un solo di loro per le mani del carnefice. L’assassinio cagionato da falsa testimonianza è, dunque, la specie più grave degli assassinii; ed Oates era reo di molti simiglianti assassinii. Nondimeno, non può giustificarsi la penache gli venne inflitta. Nel dannarlo ad essere spogliato dell’abito ecclesiastico e incarcerato a vita, sembra che i giudici avessero ecceduto il loro potere legale. Certo erano competenti a infliggere la fustigazione, nè la legge assegnava termine al numero delle frustate: ma lo spirito della legge manifestamente voleva che nessun delitto venisse punito con severità maggiore di quella con cui si puniscono le più atroci fellonie. Il peggiore de’ felloni poteva essere condannato alla forca. I giudici, secondo che credevano, dannarono Oates ad essere flagellato a morte. Dire che la legge fosse difettosa, non è scusa sufficiente: imperocchè le leggi difettive dovrebbero essere riformate dal Corpo legislativo, non mai stiracchiate dai tribunali, e, quel che è peggio, stiracchiate a fine di dare la tortura e la morte. Che Oates fosse uomo malvagio, non è scusa sufficiente: imperocchè il colpevole è quasi sempre il primo a patire le severità che poscia si considerano come precedenti per opprimere l’innocente. Tale era il caso d’Oates. Il flagellare senza misericordia divenne tosto la punizione ordinaria de’ falli politici di non molta gravità. Individui accusati di avere imprudentemente profferite parole ostili al Governo, vennero condannati a tormenti così crudeli, che essi, con non simulata serietà, chiedevano d’essere processati come rei di delitti capitali, e mandati alle forche. Avventuratamente, a’ progressi di tanto male posero argine la Rivoluzione, e la Legge de’ Diritti, con quello articolo che condanna ogni punizione crudele e inusitata.XX. La ribalderia di Dangerfield non aveva, al pari di quella d’Oates, cagionata la morte di molte vittime innocenti; perocchè Dangerfield non si diede al mestiere di testimonio se non quando la congiura era andata in fumo, e i giurati s’erano fatti increduli.[284]Gli fu intentato il processo, non come reo di spergiuro, ma per diffamazione. Mentre ferveva il commovimentocagionato dalla Legge d’Esclusione, egli aveva stampata una narrazione che conteneva alcuni falsi e odiosi addebiti contro Carlo e Giacomo. Per tale pubblicazione, egli, dopo cinque anni, fu improvvisamente preso, condotto innanti al Consiglio Privato, accusato, processato, convinto, e dannato alla fustigazione da Aldgate a Newgate, e da Newgate a Tyburn. Lo sciagurato, durante il processo, tenne sfrontato contegno; ma appena udì profferire la sentenza, si abbandonò allo strazio della disperazione; si dette per ispacciato, e scelse un testo biblico per il suo funebre sermone. Il suo presentimento era giusto. A dir vero, non fu flagellato con tanta severità con quanta lo era stato Oates; ma non aveva la forza ferrea della mente e del corpo d’Oates. Dopo la esecuzione della sentenza, Dangerfield fu posto in una carrozza d’affitto per ritornare al proprio carcere. Passato il canto di Hatton Garden, un gentiluomo Tory di Gray’s Inn, di nome Francis, fermò la vettura e gridò con brutale ironia: «E bene, amico, vi hanno scaldata la schiena stamane?» Il prigione grondante sangue, infuriato a quell’insulto, gli rispose con una maledizione. Francis gli avventò tosto al viso una mazzata, che lo ferì in un occhio. Dangerfield fu portato morente a Newgate. Questo codardo oltraggio mosse a sdegno gli astanti, i quali posero le mani addosso a Francis, sì che stettero per farlo in brani. Alla vista del corpo di Dangerfield, orribilmente lacerato dalle fustigazioni, molti inchinavano a credere che la sua morte fosse stata massimamente, se non al tutto, cagionata dalle frustate ricevute. Il Governo e il Capo Giudice stimarono convenevole darne tutta la colpa a Francis, il quale, comecchè sembri al più d’essere stato reo d’omicidio aggravante, fu processato e mandato al patibolo come assassino. Le sue estreme parole sono uno de’ più curiosi monumenti di que’ tempi. Quel feroce spirito che lo aveva condotto in sulle forche, gli durò fino all’ultimo istante della vita. Mescolò vanti di lealtà e ingiurie contro i Whig con giaculatorie, nelle quali raccomandava l’anima propria alla misericordia divina. S’era sparsa la voce che la sua moglie amoreggiasse con Dangerfield, uomo di grande bellezza e famoso per avventure galanti, e che il marito mosso dalla gelosia gli avesse avventato il colpo fatale.Il morente marito, con serietà, mezzo ridicola e mezzo patetica, rivendicò l’onore della consorte, dicendo ch’ella era una donna virtuosa, che era nata da parenti leali, ed ove fosse stata propensa a violare la fede coniugale, avrebbe almeno scelto per drudo un Tory o un Anglicano.[285]XXI. Verso il medesimo tempo, un accusato che aveva pochissima somiglianza con Oates o Dangerfleld, comparve avanti la Corte del Banco del Re. Non v’era illustre capo-parte che fosse mai passato traverso a molti anni di dissensioni civili e religiose con maggiore innocenza di Riccardo Baxter. Apparteneva alla classe più mite e temperata della setta puritana. Allorquando scoppiò la guerra civile, egli era giovane. Credeva che le Camere avessero ragione, e non ebbe scrupolo di esercitare l’ufficio di cappellano in un reggimento dello esercito parlamentare: ma il suo lucido ed alquanto scettico intendimento, non che il suo forte senso di giustizia, lo tennero lontano da ogni eccesso. Fece ogni sforzo per frenare la violenza fanatica della soldatesca. Vituperò i procedimenti dell’Alta Corte di Giustizia. A tempo della Repubblica ebbe ardimento di manifestare in molte occasioni, e una volta anche al cospetto di Cromwell, amore e riverenza alle antiche istituzioni della patria. Mentre la famiglia reale era in esilio, Baxter passò la vita per lo più in Kidderminster, esercitando assiduamente i doveri di parroco. Di gran cuore contribuì alla Ristaurazione, e sinceramente desiderava d’indurre a concordia gli Episcopali e i Presbiteriani. Perocchè con liberalità, per que’ tempi rarissima, considerava le questioni di politica ecclesiastica di poco conto in paragone de’ grandi principii del Cristianesimo; ed anco quando la prelatura era esosa alla potestà dominatrice,non congiunse mai la propria voce al grido contro i vescovi. Baxter fallì nella impresa di conciliare le avverse fazioni. Accomunò le proprie sorti a quelle de’ suoi amici proscritti, ricusò la mitra di Hereford, rinunziò alla parrocchia di Kidderminster, dedicandosi quasi interamente agli studi. I suoi scritti teologici, comecchè fossero sì moderati da non piacere ai bacchettoni d’ogni partito, acquistarono immensa riputazione. Gli zelanti ecclesiastici lo chiamavano Testa-Rotonda; e molti Non-Conformisti lo accusavano di Erastianismo e d’Arminianismo. Ma la integrità del cuore, la purità della vita, il vigore della intelligenza, la vastità della dottrina erano in lui riconosciute dagli uomini migliori e più savi d’ogni setta. Le sue opinioni politiche, malgrado l’oppressione da lui e da’ suoi confratelli sofferta, erano moderate. Procedeva amico a quel piccolo partito che era in odio ai Whig ed ai Tory, dicendo di non potere indursi a maledire i Barcamenanti, qualvolta rammentava Colui che aveva benedetti i facitori della pace.[286]In un Commentario al Testamento Nuovo, aveva alquanto amaramente lamentata la persecuzione che i Dissenzienti pativano. Che gli uomini i quali per non usare il Libro delle Preghiere, erano stati cacciati dalle loro case, privati degli averi e sepolti nelle carceri, osassero mormorarne, tenevasi allora per grave delitto contro lo Stato e la Chiesa. Ruggiero Lestrange, campione del Governo e oracolo del Clero, levò il grido di guerra nell’Osservatore. Fu intentato un processo. Baxter chiese gli si concedesse qualche tempo ad apparecchiare la propria difesa. Nel giorno stesso in cui Oates era posto alla berlina in Palace Yard, lo illustre capo de’ Puritani, oppresso dagli anni e dalle infermità, andò a Westminster Hall per fare tale richiesta. Jeffreys con gran tempesta di rabbia gridò: «Nè anche un minuto per salvare la sua vita. Io so bene condurmi coi santi egualmente che coi peccatori. In un lato della berlina adesso sta Oates; e se Baxter fosse nell’altro, i due più grandi ribaldi del Regno starebbero insieme.»Quando si aperse il processo in Guildhall, una folla di coloro che amavano e riverivano Baxter, riempiva la corte.Stava accanto all’accusato il Dottore Guglielmo Bates, uno de’ più cospicui fra i teologi Non-Conformisti. Pollexfen e Wallop, rinomatissimi avvocati Whig, lo difendevano. Pollexfen aveva appena principiato a favellare avanti ai Giurati, allorquando il Capo Giudice proruppe in queste oscene parole: «Pollexfen, io vi conosco bene; e vi terrò a mente. Voi siete il protettore della fazione. Costui è un vecchio ribaldo, un birbone scismatico, un ipocrita tristo. Odia la Liturgia, e non vorrebbe altro usare che lunghissimi piagnistei senza libro.» E quindi sua Signoria levò in alto gli occhi, giunse le mani, e cominciò a cantare col naso, imitando a suo credere il modo di pregare di Baxter: «Signore, noi siamo il tuo popolo, il tuo popolo peculiare, il tuo diletto popolo.» Pollexfen gentilmente rammentò alla corte come la Maestà del Re defunto avesse reputato Baxter degno d’un vescovato. «E che ambiva, dunque, il vecchio bestione» esclamò Jeffreys «che non lo accettò?» Qui il suo furore giunse quasi alla insania. Chiamò Baxter un cane, e giurò che sarebbe stata semplice giustizia il flagellare un tanto ribaldo per le vie della città.Wallop s’interpose, ma non ebbe miglior ventura del suo collega. «Voi v’immischiate in tutte coteste sudicie cause, o signor Wallop,» disse il giudice. «I gentiluomini togati dovrebbero aver vergogna d’aiutare così faziosi ribaldi.» Lo avvocato si provò di nuovo a farsi ascoltare, ma indarno. «Se non farete il debito vostro,» gridò Jeffreys «ve lo insegnerò bene io.»Wallop si pose a sedere; e Baxter tentò di dire qualche parola da sè. Ma il Capo Giudice gli dette sulla voce con un torrente d’ingiurie e d’invettive, mescolate con citazioni di Hudibras. «Mio Signore,» disse il vecchio «sono stato molto biasimato dai Dissenzienti per avere rispettosamente favellato de’ vescovi.»—«Baxter a favore dei vescovi!» urlò il Giudice «questa davvero è una cosa buffa! Lo so bene io ciò che voi intendete per vescovi; furfanti come voi, vescovi di Kidderminster, faziosi e piagnolosi presbiteriani!» Baxter provossi nuovamente a parlare, e Jeffreys ad urlare di nuovo: «Riccardo, Riccardo, o che tu pensi che ti lasceremo attoscar la corte? Riccardo, tu sei un vecchio furfante. Tuhai scritti tanti libri da riempirne un baroccio, e ciascuno de’ tuoi libri è pieno, come un uovo, di pensieri sediziosi. Grazie al cielo, ti terrò io gli occhi addosso. Veggo che molti della tua confraternita aspettano di vedere quale sarà la sorte del loro valoroso Don Chisciotte. Ed eccolo lì» seguitò fissando il feroce sguardo sopra Bates, «ecco lì un Dottore del partito che ti sta presso; ma, per grazia di Dio onnipotente, vi schiaccerò tutti quanti.»Baxter stette cheto. Ma uno de’ più giovani avvocati della difesa fece un ultimo sforzo, e imprese a mostrare come le parole incriminate non comportassero il costrutto dato ad esse dall’Accusa. A tale scopo si pose a leggerne il contesto. In un istante fu interrotto dagli urli di Jeffreys. «Voi non trasformerete la corte in un conventicolo.» E qui udendo alcuni gemiti che partivano da coloro che circondavano Baxter, Jeffreys esclamò; «piagnolosi bestioni!»I testimoni della difesa, fra’ quali erano diversi chierici della Chiesa Stabilita, stavano lì ad aspettare. Ma il Capo Giudice non volle ascoltarli. «Crede ella la Signoria vostra,» disse Baxter «che vi siano Giurati che vogliano dichiarare reo convinto un uomo con un processo come questo?»—«Ve ne assicuro, Signor Baxter» rispose Jeffreys «non ve ne date pensiero.» Jeffreys aveva ragione. Gli sceriffi erano strumenti del Governo. I Giurati, scelti dagli sceriffi fra i più feroci zelanti del partito Tory, si ritrassero per un momento a deliberare, e dichiararono Baxter colpevole. «Mio signore,» disse egli partendosi dalla corte «un tempo eravi un Capo Giudice che mi avrebbe molto diversamente trattato.» Ed alludeva al suo dotto e virtuoso amico Sir Matteo Hale. «Non vi è uomo onesto in Inghilterra,» rispose Jeffreys «che non ti tenga per furfante.»[287]La condanna per que’ tempi fu mite. Ciò che seguisse fra’ giudici mentre deliberarono, non può con certezza sapersi. Credettero i Non-Conformisti, ed è grandemente probabile,che il Capo Giudice fosse vinto da’ suoi tre confratelli. Dicesi ch’egli proponesse che Baxter patisse la fustigazione legato a coda di cavallo, e trascinato per le vie di Londra. La maggioranza stimò che un teologo illustre, al quale venticinque anni innanzi era stata profferta una mitra, e che adesso contava anni settanta d’età, sarebbe stato bastevolmente punito della colpa di poche parole pungenti con una multa e la prigione.[288]XXII. Il modo onde Baxter fu trattato da un giudice che era membro del Gabinetto, e il prediletto del sovrano, mostrava, in modo da non indurre in errore, i sentimenti che in quel tempo il Governo nutriva verso i Protestanti Non-Conformisti. Ma tali sentimenti erano già stati manifestati da più forti e terribili segni. Il Parlamento di Scozia erasi ragunato, Giacomo ne aveva appositamente affrettate le sessioni, e posposte quelle delle Camere Inglesi, sperando che lo esempio d’Edimburgo avrebbe prodotto un buono effetto in Westminster; dacchè il corpo legislativo del suo Regno Settentrionale era ossequioso al pari di quegli Stati Provinciali che Luigi XIV lasciava trastullare con alcune delle loro antiche funzioni in Bretagna e in Borgogna. Nessuno che non fosse episcopale poteva aver seggio nel Parlamento Scozzese, e nè anche essere elettore; e in Iscozia, un episcopale era sempre Tory. Da un’assemblea siffattamente costituita, poca era la opposizione da temersi alle voglie del Re: oltrechè quell’assemblea non poteva adottare legge che non fosse innanzi approvata da un comitato di cortigiani.Tutto ciò che chiese il Governo, venne di leggieri consentito. Rispetto alle finanze, a dir vero, la liberalità degli Stati Scozzesi era di poco momento. Dettero, non per tanto, ciò che comportavano i loro pochi mezzi. Concessero, a perpetuità, alla Corona i dazi già concessi al Re defunto, e che in allora erano stati estimati a quaranta mila sterline l’anno. Assegnarono parimente a Giacomo, sua vita durante, una rendita annua di duecento sedici mila lire scozzesi; somma equivalente a diciotto mila lire sterline. La intera somma che poterono concedere, fu di sessanta mila lire sterline l’anno;poco più di quello che versavasi ogni quindici giorni nello Scacchiere Inglese.[289]Avendo poca pecunia da dare, gli Stati supplirono al difetto con proteste di lealtà e barbari ordinamenti. Il Re, in una lettera, che venne loro letta nel dì in cui si aprì la sessione, li richiedeva con virulente parole di fare nuove leggi penali contro gli ostinati presbiteriani, e si mostrava dolente che le faccende dello Stato gl’impedissero di proporle egli stesso in persona dal trono. I suoi comandamenti furono obbediti. Passò senza ostacolo uno statuto formato da’ Ministri della Corona, il quale anche fra gli statuti di quello sventurato paese e di quel tempo sventuratissimo, è predistinto per atrocità. Fu decretato, con poche ma enfatiche parole, che chiunque avesse osato predicare in un conventicolo in casa, o intervenire come predicatore o come uditore ad un conventicolo all’aria aperta, sarebbe stato punito con la morte e la confisca de’ beni.[290]XXIII. Questa legge, approvata ad istanza del Re da un’assemblea schiava delle voglie di lui, è degna di particolare considerazione: imperciocchè dagli scrittori ignoranti Giacomo è stato giudicato come principe lesto di cervello e poco giudizioso nella scelta dei mezzi, ma intento ad uno de’ fini più nobili cui possa tendere un Sovrano; a quello, cioè, di stabilire la piena libertà religiosa. Nè può negarsi che alcune parti della sua vita, ove si sceverino dallo insieme e superficialmente si considerino, sembrano far credere tale il suo carattere.Mentre egli era suddito, aveva per molti anni patita la persecuzione, la quale aveva in lui prodotti gli effetti consueti. La sua mente, torpida e angusta come ella era, aveva profittato di quella severa disciplina. Allorchè fu escluso dalla Corte, dallo Ammiragliato e dal Consiglio, e stette in pericolo di rimanere escluso anco dal trono, solo perchè non sapeva frenarsidal credere nella transustanziazione e nella autorità della Sede Romana, progredì così rapidamente nelle dottrine della tolleranza, da lasciarsi addietro Milton e Locke. Qual cosa, diceva di sovente, può essere più ingiusta che il punire le speculazioni dello intelletto con pene che dovrebbero infliggersi ai soli atti? Quale più impolitica che il rifiutare i servigi de’ buoni soldati, marinai, giureconsulti, diplomatici, finanzieri, solo perchè professano dottrine erronee intorno al numero de’ sacramenti o alla pluripresenza de’ Santi? Aveva imparato a mente i luoghi comuni che tutte le sètte ripetono con tanta facondia semprechè patiscono oppressione, e dimenticano con tanta facilità semprechè possono rendere il contraccambio. E veramente, ei recitava così bene la sua lezione, che coloro ai quali fosse accaduto di udirlo favellare intorno a quella materia, gli davano più credito di buon senso e di eloquenza, ch’ei veramente non meritasse. Con la manifestazione de’ suoi principii, egli illudeva molti spiriti accesi di carità del prossimo, e forse sè stesso. Ma il suo zelo pei diritti della coscienza finì al finire del predominio del partito Whig. Come la fortuna cangiò, come egli più non ebbe timore delle persecuzioni altrui, come ebbe in mano la potestà di perseguitare gli altri, le vere inclinazioni dell’indole sua cominciarono a mostrarsi. Abborriva i Puritani con odio multiforme, con odio religioso, politico, ereditario e personale. Gli considerava come nemici di Dio, nemici della autorità legittima nella Chiesa e nello Stato, nemici della bisava, dell’avo, del padre, della madre, del fratello, e suoi propri. Egli, che si era così altamente doluto delle leggi contro i papisti, adesso affermò di non sapere immaginare in che modo altri potesse avere la impudenza di proporre la revoca delle leggi contro i Puritani.[291]Egli, il cui têma prediletto era stato la ingiustizia di imporre agli ufficiali civili giuramenti religiosi, stabilì in Iscozia, mentre vi governava da vicerè, il più severo atto di prova religiosa che fosse mai conosciuta nel Regno.[292]Egli, che aveva mostrata giusta indignazione allorquando i sacerdoti della sua fede venivanoappesi alle forche e squartati, spassavasi a udire le strida de’ Convenzionisti, e a vederli contorcersi mentre sentivansi dirompere le gambe nello stivaletto.[293]Così, divenuto Re, chiese subito ed ottenne dagli ossequiosi Stati di Scozia, come il più sicuro pegno della lealtà loro, la legge più sanguinaria che sia stata mai fatta nell’isola nostra contro i Protestanti Non-Conformisti.XXIV. Con questa legge pienamente concordava lo spirito di tutta l’amministrazione del Governo. La feroce persecuzione che infuriò mentre egli era vicerè in Iscozia, si fece più ardente che mai il giorno che ei divenne sovrano. Quelle Contee in cui i Convenzionisti erano in maggior numero, furono abbandonate alla licenza della soldatesca. A’ soldati era mescolata una milizia cittadina, composta de’ più violenti e dissoluti tra coloro che si chiamavano Episcopali. Predistinguevansi fra le bande che opprimevano e devastavano quei malarrivati distretti, i dragoni capitanati da Giovanni Graham di Claverhouse. Corse la voce che questi uomini malvagi erano soliti, ne’ loro baccani, giuocare ai tormenti dello inferno, e chiamarsi vicendevolmente coi nomi de’ demoni e delle anime dannate.[294]Il capo di questo inferno sulla terra, soldato insigne per coraggio e perizia nell’arte militare, ma rapace e profano, d’indole violenta e di cuor duro, ha lasciato un nome, che, in qualunque luogo del globo stanzi la razza scozzese, è ricordato con odio peculiare e fortissimo. Riepilogare in brevi pagine tutti i delitti con che costui e i suoi pari spinsero alla frenesia il contadiname delle pianure occidentali, sarebbe opera interminabile. Servano pochi esempi, che trarrò tutti dalla storia di soli quindici giorni; quegli stessi quindici giorni in cui il Parlamento Scozzese, alle premurose richieste di Giacomo, fece una nuova legge di non mai udita severità contro i Dissenzienti.Giovanni Brown, povero vetturino della Contea di Lanark, era, a cagione della sua esimia pietà, comunemente chiamato il vetturino cristiano. Molti anni dopo, allorchè laScozia giunse a godere pace, prosperità e libertà religiosa, i vecchi che serbavano ricordo de’ giorni della sciagura, lo descrivevano come uomo versato nelle cose divine, di vita intemerata, e d’indole così pacifica, che i tiranni non poterono trovare in lui altra colpa, che d’essersi allontanato dal culto pubblico degli Episcopali. Il dì primo di maggio, egli stava a segar fratte, allorchè fu preso dai dragoni di Claverhouse, esaminato all’infretta, convinto di non-conformismo, e dannato a morire. Dicesi che anche fra i soldati non trovossi chi volesse fare da carnefice; imperocchè la moglie del povero uomo era lì presente, aveva per mano un fanciulletto, ed era agevole accorgersi che tra breve avrebbe dato nascimento ad un’altra creatura; ed anche quegli uomini di cuore duro e feroce, che si soprannominavano Belzebù ed Apollione, sentivano raccapriccio della scelleratezza di ucciderle in faccia il marito. Questi, infrattanto, levando alto lo spirito per la prossima sua partita verso l’eternità, mandava alte e fervide preci come uomo ispirato, allorchè Claverhouse invaso di furore lo stese a terra morto con un’archibugiata. Fu riferito da testimoni degni di fede, che la vedova nella sua dolorosa disperazione gridasse: «Ebbene, o signore, ebbene! verrà il giorno da renderne conto;» e che lo assassino rispondesse: «Agli uomini posso rispondere di ciò che ho fatto; in quanto a Dio, so io il modo di farlo star cheto.» Nonostante, corse voce che anche sull’arida coscienza e sull’adamantino cuore di lui, i detti della morente vittima facessero tale un’impressione, che non fu mai cancellata.[295]Il dì quinto di maggio, due artigiani, detti Pietro Gillies e Giovanni Bryce, furono processati nella Contea di Ayr da un tribunale militare, composto di quindici soldati. Esiste tuttora l’Atto d’Accusa. I prigioni erano incolpati, non di alcun fatto di ribellione, ma di tenere le medesime perniciosedottrine che avevano spinto altrui a ribellare, e di non avere agito giusta quelle dottrine solo perchè era mancata loro l’occasione. Il processo fu brevissimo: in poche ore i due colpevoli furono convinti, impiccati e gettati in un fosso sotto le forche.[296]Il giorno undecimo di maggio fu segnalato da più d’un grande delitto. Taluni rigorosi calvinisti, dalla dottrina della riprovazione avevano dedotta la conseguenza, che pregare per chi fosse predestinato a dannarsi, era atto di ribellione agli eterni decreti dell’Ente Supremo. Tre poveri lavoranti, profondamente imbevuti di cotali principii, furono presi da un ufficiale nelle vicinanze di Glasgow. Fu loro chiesto se volessero pregare pel Re Giacomo VII. Assentirono di farlo, a condizione ch’egli fosse uno degli eletti. Una fila di moschettieri fu fatta schierare. I due prigioni inginocchiaronsi; vennero loro bendati gli occhi; e un’ora dopo d’essere stati presi, il sangue loro era leccato dai cani.[297]Mentre tali cose seguivano in Clydesdale, un atto non meno orribile commettevasi in Eskdale. Uno de’ Convenzionisti proscritti, vinto dalla infermità, aveva trovato ricovero nella casa d’una vedova rispettabile, e quivi era morto. Il cadavere fu scoperto dal signore di Westerhall, tirannello, che al tempo della Convenzione aveva mostrato stemperatissimo zelo a pro della Chiesa presbiteriana, e dopo la Restaurazione comprato con l’apostasia il favore del Governo, e sentiva pel partito da lui abbandonato l’odio implacabile d’un apostata. Costui atterrò la casa della povera donna, se ne prese la roba, e lasciando lei coi figlioletti ad errare su per la campagna, trascinò il suo figlio Andrea, ancora fanciullo, dinanzi a Claverhouse, il quale a caso passava per quelle contrade. Claverhouse era a quei tempi stranamente mite. Alcuni credevano ch’egli, dopo la morte del vetturino cristiano successa dieci giorni prima, non fosse affatto in sè. Ma Westerhall, volendo porgere argomento della propria lealtà, giunse ad estorcere da lui la licenza. Caricati gli archibusi, al giovanetto fu ingiunto di tirarsi il berretto in su gli occhi. Ei rifiutò estette imperterrito, tenendo in mano la Bibbia in faccia agli assassini. «Vi posso guardare in viso,» disse egli, «io non ho fatto nulla di cui debba arrossire. Ma in che modo guarderete voi in quel giorno nel quale sarete giudicati secondo ciò che è scritto in questo libro?» Cadde morto, e fu sotterrato nel pantano.[298]Nel dì medesimo, due donne, di nome Margherita Maclachlan e Margherita Wilson, vedova d’età matura l’una, giovinetta di anni diciotto l’altra, morirono per la loro religione nella Contea di Wigton. Fu loro offerta la vita a patto che consentissero ad abiurare la dottrina dei ribelli Convenzionisti, e d’assistere al culto episcopale. E ricusando, furono condannate ad essere annegate. Vennero condotte ad un luogo che il Solway inonda due volte al giorno, e legate a due pali fitti nella sabbia tra il segno più basso e il più alto del flusso e riflusso dell’acque. La vedova fu posta più davvicino alle onde che s’avanzavano, con la speranza che la sua suprema agonia atterrendo la giovine, l’avrebbe indotta a cedere. Lo spettacolo fu spaventevole. Ma il coraggio della sopravvivente fu sostenuto da un entusiasmo grandissimo, al pari di qualunque altro di cui faccia ricordo il martirologio. Vedeva il mare farsi sempre più da presso, ma non dette segno di paura. Pregò, e cantò versetti di salmi, finchè la sua voce si estinse nelle acque. Dopo che ebbe sentita l’amarezza della morte, con crudele misericordia, fu slegata e resa alla vita. Risensata, gli amici e i vicini impietositi la supplicavano a cedere. «Cara Margherita, di’ solamente: Dio salvi il Re!» La povera fanciulla, ognor ferma nella sua severa credenza, con voce affannosa mormorò: «Dio lo salvi, se tale è la sua volontà!» I suoi amici affollaronsi dattorno all’impazientito ufficiale: «Ella l’ha detto; davvero, signore, ella lo ha detto.»—«Farà ella l’abiura?» chiese l’ufficiale. «Giammai,» ella esclamò. «Io sono di Cristo, lasciatemi morire.» E le acque per l’ultima volta le si chiusero sopra.[299]In tal guisa la Scozia era governata da quel principe che gl’ignoranti hanno rappresentato come amico alla libertà religiosa, che ebbe la sventura d’essere troppo savio e buono per il tempo in cui gli toccò di vivere. Che anzi, ei pensava che quelle stesse leggi le quali gli concedevano di governare a quel modo, fossero assai miti. Mentre i suoi ufficiali commettevano i raccontati assassinii, egli istigava il Parlamento scozzese a fare una nuova legge, in paragone della quale tutte le precedenti potrebbero chiamarsi temperatissime.In Inghilterra l’autorità di lui, benchè grande, era infrenata da antiche e venerande leggi, che nè anche i Tory avrebbero con pazienza veduto rompere. Quivi ei non poteva tradurre i Dissenzienti dinanzi ai tribunali militari, o gioire in Consiglio della voluttà di vederli svenire sotto la tortura dello stivaletto. Quivi non poteva annegare le fanciulle ricusanti di fare l’abiura, o fucilare i poveri campagnuoli che avessero dubitato lui essere uno degli eletti. Eppure, anco in Inghilterra, continuò a perseguitare, per quanto il suo potere si estendeva, i Puritani; finchè gli eventi che verranno da noi raccontati, lo indussero a concepire la idea di unire i Puritani e i Papisti in colleganza, onde umiliare e spogliare la Chiesa Anglicana.XXV. Anche in que’ primi anni del suo regno, ei portava singolare affetto ad una setta di protestanti Dissenzienti, chiamata la Società degli Amici. La sua parzialità per questa singolare confraternita non può attribuirsi a sentimento religioso, perocchè fra i credenti nella divina missione di Cristo, i Cattolici Romani e i Quacqueri sono quelli fra’ quali è maggiore distanza. Parrebbe un paradosso affermare che questa medesima discrepanza costituisse un vincolo tra gli uni e gli altri: eppure tale era il caso. Imperciocchè essi deviavano in direzione cotanto opposta da ciò che dalla maggior parte della nazione era reputato vero, che perfino gli spiriti più liberi li consideravano entrambi come egualmente discosti dai confini della più larga tolleranza. Così le due sètte estreme, appuntoperchè erano tali, avevano un interesse comune, diverso da quello delle sètte intermedie. I Quacqueri erano anche innocenti d’ogni offesa contro Giacomo e la sua casa. Non erano esistiti in forma di comunità, se non quando la guerra tra il padre di lui e il Lungo Parlamento era presso a finire. Erano stati crudelmente perseguitati da alcuni de’ governi rivoluzionarii. Dopo la Restaurazione, malgrado molte vessazioni, eransi mansuetamente sottomessi alla autorità regia; come quelli che, quantunque ragionando sopra premesse che i teologi anglicani consideravano eterodosse, s’erano ridotti al pari di essi alla conclusione, che nessuno eccesso di tirannia dalla parte del principe può giustificare la resistenza dalla parte del suddito. Nessun libello contro il Governo era stato mai attribuito ad un Quacquero.[300]Niuno di loro era stato implicato mai in qualche congiura contro il Governo. La loro società non aveva fatto eco ai clamori per la Legge d’Esclusione, ed aveva solennemente riprovata la Congiura di Rye House come disegno infernale e opera del demonio.[301]E veramente, gli Amici allora presero poca parte nelle civili contese; perciocchè non trovavansi, come adesso, congregati nelle grandi città, ma generalmente erano addetti all’agricoltura; occupazione, dalla quale a poco a poco sono stati distolti per le vessazioni derivate loro dallo strano scrupolo di pagare la decima. Vivevano, quindi, molto lontani dalla lotta politica. Evitavano parimente, per principio, anco nel domestico ritiro, ogni discorso politico; avvegnachè il ragionare di siffatte cose, secondo l’opinione loro, non fosse favorevole alla spiritualità della mente, e tendesse a disturbare l’austera compostezza del loro contegno. Nelle annuali ragunanze di quei tempi, i confratelli venivano ripetutamente ammoniti a non discorrere intorno a faccende di Stato.[302]Persone che oggi sono in vita, rammentano come que’ vecchi venerandi che serbavano i costumi dell’antecedente generazione, riprovassero per sistema tali discorsi mondani.[303]Era, dunque, naturale che Giacomofacesse gran distinzione tra questa gente innocua, e quelle fiere e irrequiete sètte che consideravano qual dovere di Cristiano il resistere alla tirannide; che in Germania, in Francia e in Olanda avevano mossa guerra ai principi legittimi, e che pel corso di quattro generazioni avevano nutrita singolare nimistà contro la Casa degli Stuardi.
Se qualunque altro principe, tranne Luigi, fosse stato in quei tempi involto in simigliante contesa col Vaticano, tutti i Governi protestanti si sarebbero messi dalla parte di lui. Ma tanta era la paura e il dispetto che l’ambizione e insolenza del Re francese ispiravano, che chiunque avesse avuto il coraggio di vigorosamente avversarlo, era sicuro della universale simpatia. Anche i luterani e i calvinisti, che avevano sempre detestato il Papa, non potevano frenarsi dal desiderargli esito prospero contro un tiranno che ambiva alla monarchia universale. E’ fu così che, nel secolo nostro, molti i quali consideravano Pio VII come l’anticristo, gioivano nel vedere l’anticristo far fronte al gigantesco potere di Napoleone.Il risentimento che Innocenzo provava verso la Francia, lo dispose a guardare con occhio mite e liberale gli affari dell’Inghilterra.Il ritorno del popolo inglese alla greggia di cui egli era pastore, gli avrebbe senza dubbio racconsolata l’anima. Ma egli era bastevolmente savio da non credere che una nazione cotanto ardita e tenace potesse ricondursi al grembo della Chiesa di Roma col violento e incostituzionale esercizio dell’autorità regia. Non era difficile prevedere che qualora Giacomo con mezzi illegali e popolari si fosse studiato di promuovere gl’interessi della propria religione, la prova sarebbe fallita; l’odio che gl’isolani eretici sentivano per la vera fede, sarebbe diventato più forte e più feroce che mai; e nelle menti di tutti sarebbe nata una indissolubile colleganza tra il protestantismo e la libertà civile, tra il papismo e il potere arbitrario. Frattanto, il Re sarebbe divenuto obietto d’avversione e sospetto al suo popolo. L’Inghilterra sarebbe stata, come sotto Giacomo I, Carlo I e Carlo II, una potenza di terzo ordine; e la Francia avrebbe dominato irrefrenata oltre le Alpi e il Reno. Dall’altro canto, era probabile che Giacomo, operando con prudenza e moderazione, osservando strettamente le leggi, e sforzandosi di acquistare la fiducia del suo Parlamento, avrebbe potuto ottenere per coloro che professavano la sua religione, non poco alleggiamento. Dapprima si sarebbe venuto alla abolizione degli statuti penali; tosto dopo a quella delle incapacità civili. Infrattanto, il Re e la nazione inglese congiunti, si sarebbero potuti porre a capo della coalizzazione europea, avrebbero opposto un argine insormontabile alla cupidità di Luigi.Innocenzo fu reso più fermo nel proprio giudicio dal parere de’ principali inglesi che erano alla sua Corte. Fra essi, il più illustre era Filippo Howard, discendente dalle famiglie più nobili della Gran Brettagna; da un lato nipote del Conte d’Arundel, dall’altro del Duca di Lennox. Filippo era già da lungo tempo membro del sacro collegio; veniva comunemente chiamato il Cardinale d’Inghilterra; ed era precipuo consigliere della Santa Sede per le faccende concernenti la sua patria. Era stato cacciato in esilio dai clamori dei bacchettoni protestanti, ed uno de’ suoi, lo sventurato Stafford, era caduto vittima della loro rabbia. Nè i propri danni nè quelli di casa sua gli avevano acceso tanto il cervello, da renderlo unimprudente consigliere. Ogni lettera, quindi, che dal Vaticano arrivasse a Whitehall, raccomandava pazienza, moderazione, e rispetto ai pregiudizii del popolo Inglese.[254]XIV. Grande era il conflitto che ardeva nella mente di Giacomo. Saremmo verso lui ingiusti, ove supponessimo che la condizione di vassallo gli tornasse gradita. Egli amava l’autorità e gli affari; aveva alto concetto della dignità propria; anzi non era affatto privo di un sentimento che aveva qualche affinità con l’amore di patria. Gli si straziava l’anima pensando che il Regno da lui governato, fosse di minor conto nel mondo, che non erano altri Stati i quali avevano minori vantaggi naturali; e prestava facile ascolto ai Ministri stranieri, sempre che lo incitavano a manifestare la dignità del suo grado, porsi a capo di una grande confederazione, farsi protettore delle oltraggiate nazioni, e domare l’orgoglio di quella Potenza che teneva in timore il continente. Tali esortazioni gli facevano battere il cuore con emozioni incognite al suo spensierato ed effeminato fratello. Ma tali emozioni tosto cedevano a più forte sentimento. Una politica estera vigorosa, necessariamente presupponeva politica interna conciliatrice. Era impossibile far fronte alla possanza francese, e a un tempo calpestare le libertà della Inghilterra. Il Potere Esecutivo non avrebbe potuto imprendere nulla di grande senza lo assenso della Camera de’ Comuni, nè ottenerne lo aiuto senza agire a seconda delle opinioni di quella. In tal guisa, Giacomo accorgevasi di non potere conseguire insieme le due cose ch’ei più desiderava. Il secondo de’ suoi desiderii era quello d’essere temuto e rispettato dai Governi stranieri; ma il primo era di essere signore assoluto nel proprio Regno. Fra gli oggetti incompatibili cui il suo cuore aspirava, egli per qualche tempo procede piegando ora di qua ora di là. Il conflitto dell’animo diede ai suoi atti pubblici una strana sembianza d’irresolutezza e di falsità. Difatti, coloro i quali senza il filo d’Arianna tentavano d’esplorare il laberinto della sua politica, non sapevano intendere come lo stesso uomo nella settimana stessa potesse mostrarsi così superbo e così vile. Anco Luigi rendevanoperplesso gli andamenti d’un alleato il quale, in poche ore, passava dall’omaggio alla disfida, e dalla disfida all’omaggio. Nondimeno, ora che ci è appieno manifesta la condotta di Giacomo, sembra che cotesta incoerenza possa agevolmente spiegarsi.Allorquando egli si assise sopra il trono, era in dubbio se il Regno si sarebbe tranquillamente sottoposto all’autorità sua. Gli Esclusionisti, poco fa così potenti, avrebbero potuto, correndo all’armi, insorgergli contro. Egli avrebbe potuto avere grande bisogno dell’oro e delle milizie della Francia: fu quindi per alquanti giorni pago di far la parte di piaggiatore e di mendicante. Si scusò umilmente d’avere osato convocare il suo Parlamento senza licenza del Governo francese; e lo pregò vivamente di concedergli un sussidio. Sparse lacrime di gioia sopra le cambiali francesi; mandò a Versailles una speciale ambasceria per significare la gratitudine, lo affetto, la sommissione ch’egli aveva per Luigi. Ma appena partita l’ambasceria, variò di sentimenti. Era stato da per tutto proclamato Re senza il minimo tumulto, senza il più lieve grido sedizioso. Da ogni parte dell’isola gli giungevano nuove ad assicurarlo che i suoi sudditi erano tranquilli ed obbedienti. Riprese animo, e sentì come la relazione disonorante da lui contratta con un potentato straniero, gli fosse intollerabile. Divenne altero, puntiglioso, vanitoso, rissoso. Parlava così altamente intorno alla dignità della propria Corona e all’equilibrio politico, che tutta la sua Corte aspettavasi ad un pieno rivolgimento nella politica estera del Governo inglese. Comandò a Churchill di mandargli una relazione minuta del ceremoniale di Versailles, affinchè gli onori onde ivi era stata accolta la legazione inglese, venissero debitamente contraccambiati, ma non più che contraccambiati, al rappresentante della Francia a Whitehall. La nuova di questo mutamento fu accolta con gioia a Madrid, a Vienna e all’Aja.[255]Il Re Luigi, in sulle prime, ne rise, dicendo: «Il mio buono alleato parla alto; ma egli ama tanto i miei zecchini, quanto li amava il suo fratello.» Nonostante, il variato contegnodi Giacomo e, le speranze che ne avevano concepite i due rami di Casa d’Austria, cominciarono a richiamare più seria attenzione. Esiste tuttora una notevolissima lettera, nella quale il Re francese mostra sospetto d’essere stato ingannato, credendo che lo stesso danaro da lui mandato a Westminster, verrebbe adoperato a’ suoi danni.[256]Verso questo tempo, la Inghilterra s’era riavuta dalla tristezza ed ansietà cagionatale dalla morte del buon Carlo. I Tory fecero grandi proteste d’affetto verso il nuovo signore. La paura teneva domo il rancore dei Whig. Quella vasta massa di gente che non sono stabilmente Whig nè Tory, ma che pendono a vicenda ora verso gli uni ora verso gli altri, stava dalla parte de’ Tory. La reazione che aveva tenuto dietro alla dissoluzione del Parlamento d’Oxford, non aveva consunta la propria forza.XV. Il Re non indugiò punto a porre alla prova la lealtà de’ suoi amici protestanti. Mentre egli era suddito, soleva ascoltare la messa a uscio chiuso, in un piccolo oratorio, accomodato a uso della consorte. Adesso comandò che le porte si spalancassero, affinchè tutti coloro che andavano a complirlo, potessero vedere il servizio divino. Alla elevazione dell’ostia, seguì una strana confusione nell’anticamera. I cattolici romani prostraronsi in ginocchio; i protestanti uscirono frettolosamente fuori. Tosto un nuovo pulpito fu eretto in palazzo, d’onde, nella quaresima, sacerdoti papisti predicavano, con grave sconcerto de’ zelanti fedeli della Chiesa Anglicana.[257]Alla predetta innovazione seguì altra più grave. Giunta la settimana di Passione, il Re deliberò di assistere alla messa con la pompa medesima di che usavano circuirsi i suoi predecessori, andando ai tempii della religione anglicana. Palesò il suo intendimento ai tre Ministri del Gabinetto intimo, e ingiunse loro di accompagnarlo. Sunderland, pel quale tutte le religioni valevano lo stesso, fu pronto ad assentire. Godolphin, come Ciamberlano della Regina, era già assuefatto a darle mano quando essa recavasi all’oratorio, e non ebbescrupolo d’inchinarsi officialmente nel tempio di Rimmon. Ma Rochester ne rimase gravemente conturbato. La influenza ch’egli esercitava sul paese, originava principalmente dal concetto, in che il clero e i gentiluomini Tory lo tenevano, di amico sincero e zelante della Chiesa. La sua ortodossia era considerata come piena espiazione di falli che altrimenti lo avrebbero reso il più impopolare uomo del Regno, avvegnachè avesse indole oltremodo arrogante e violenta, e modi quasi brutali.[258]Ei temeva che, arrendendosi alle voglie del principe, avrebbe perduta in gran parte la stima del proprio partito. Infine, non senza qualche contrasto, ottenne licenza di passare fuori di città i giorni santi. Tutti gli altri dignitari civili ebbero comandamento di trovarsi al proprio posto nella domenica della Pasqua. Così, dopo un intervallo di cento ventisette anni, i riti della Chiesa di Roma furono celebrati in Westminster con regia magnificenza. Le guardie reali erano schierate. I cavalieri della Giarrettiera portavano i loro collari. Il Duca di Somerset, secondo per grado fra i nobili secolari del reame, portava la spada dello Stato. Un gran codazzo di grandi Lordi accompagnò il Re al suo seggio. Ma fu notato che Ormond e Halifax rimasero nell’anticamera. Pochi anni innanzi, essi avevano valorosamente propugnata la causa di Giacomo contro alcuni di coloro che ora mostravansi ossequiosissimi. Ormond non aveva partecipato alla strage de’ cattolici romani. Halifax aveva animosamente votato per la non colpabilità di Stafford. E mentre i voltafaccia, che avevano preteso raccapricciar al solo pensiero di un Re papista, e senza misericordia versato il sangue innocente di un Pari papista, adesso spingevansi l’un l’altro per farsi più da presso a un altare papista, l’illustre Barcamenante si sarebbe giustamente potuto inorgoglire di quello impopolare saprannome.[259]XVI. Una settimana dopo cotesta cerimonia, Giacomo fece un sacrificio de’ suoi pregiudizi religiosi, assai maggiore di qualunque altro fin allora egli avesse richiesto da’ suoi sudditi protestanti. Si fece incoronare il giorno vigesimoterzo d’aprile,in che ricorre la festività del Santo patrono del Regno. Tutto Westminster fu splendidamente adornato. La presenza della Regina e delle mogli de’ Pari dava alla solennità uno incanto che era mancato alla magnifica inaugurazione del Re defunto. Nondimeno coloro che ricordavansi di quella cerimonia, affermarono che l’incoronazione di Giacomo fu meschina. L’antica usanza richiedeva che avanti la incoronazione il sovrano con tutti i suoi araldi, giudici, Consiglieri, Lordi e gran dignitari, cavalcasse solennemente dalla Torre a Westminster. L’ultima e più magnifica di tali cavalcate fu quella che traversò la metropoli, allorquando i sentimenti eccitati dalla Restaurazione erano ancor vivi. Lungo il cammino innalzavansi archi trionfali. Tutto Cornhill, Cheapside, Saint Paul’s Church Yard, Fleet Street, e lo Strand erano fiancheggiati da file di palchi. La città intera in tal modo poteva contemplare il principato nella sua forma più splendida e solenne. Giacomo ordinò che si calcolasse la spesa di simigliante processione, e fu riferito che ascenderebbe a circa la metà più della somma da esso proposta per coprire di ciondoli la sua sposa. Deliberò, quindi, d’essere prodigo dove aveva mestieri d’esser parco, e spilorcio dove avrebbe dovuto essere generoso. Più di cento mila lire sterline furono spese negli abiti della Regina; e la processione fu posta da parte. La insania di questo partito si conosce a prima vista: imperciocchè, se la pompa è utile in politica, lo è quando si adopera come mezzo di abbagliare la fantasia della moltitudine. E veramente, è grandissima assurdità escludere la plebe da uno spettacolo, il cui scopo principale è quello di produrre una impressione nell’animo della plebe. Giacomo avrebbe fatto mostra d’una più giudiziosa munificenza, e d’una parsimonia più giudiziosa, se avesse traversata Londra da levante a ponente con la solita pompa, e ordinato che gli abiti della propria moglie fossero stati meno sopraccarichi di perle e di diamanti. Nulladimeno i suoi successori per lungo tempo seguirono lo esempio di lui; e in uno spettacolo al quale venivano ammesse solo tre o quattro mila persone, si profondevano somme che, bene impiegate, avrebbero pôrto squisitissimo diletto ad una gran parte della nazione. In fine, venne in parte richiamato a vitalo antico costume. Il dì della incoronazione della regina Vittoria vi fu una processione, nella quale si sarebbero potuti notare molti mancamenti, ma che fu ammirata con interesse e diletto da mezzo milione di sudditi; e senza dubbio veruno, apprestò più piacere ed eccitò maggiore entusiasmo, della costosa solennità che facevasi fra mezzo a uno eletto numero di persone dentro l’Abbadia.Giacomo aveva fatto comandamento a Sancroft di abbreviare il rituale. La ragione che venne pubblicamente addotta, fu che il giorno era sì corto, da non potersi compiere tutto ciò ch’era da farsi. Ma chiunque si faccia ad esaminare i cangiamenti fattivi, si accorgerà che il vero fine fu quello di scartare talune cose le quali altamente offendevano i sentimenti religiosi d’un cattolico romano zelante. L’ufficio della comunione non fu letto. Fu omessa la cerimonia di presentare in dono al sovrano una Bibbia riccamente rilegata, e di esortarlo a pregiare sopra tutti i tesori della terra un volume ch’egli, secondo gl’insegnamenti ricevuti, reputava adulterato con false dottrine. Nulladimeno, ciò che rimaneva dopo tali omissioni, avrebbe potuto far nascere scrupoli nella mente di un uomo, il quale sinceramente avesse creduto che la Chiesa Anglicana era una società ereticale, nel cui seno non poteva acquistarsi la eterna salvezza. Il re fece una oblazione all’altare. Ripetè i responsi alle litanie cantate dai vescovi. Ricevè da que’ falsi profeti la unzione, simbolo della divina assistenza, e s’inginocchiò simulando devozione, mentre essi invocavano lo Spirito Santo, al quale erano, secondo egli credeva, maligni ed implacabili nemici. Tali sono le incoerenze della umana natura, che cotesto uomo, il quale per un fanatico zelo verso la propria religione perdè tre Regni, amò commettere un atto ch’era poco meno d’una apostasia, più presto che rinunziare al fanciullesco diletto della simbolica fantocciata della incoronazione.[260]Francesco Turner, vescovo d’Ely, predicò agli astanti.Era uno di quegli scrittori che seguitavano ad affettare lo stile antiquato dell’arcivescovo Williams e del vescovo Andrews. Il sermone era tessuto di quei concetti strani, che sessanta anni innanzi avrebbero potuto destare ammirazione, ma allora movevano a scherno una generazione d’uditori assuefatta alla pure eloquenza di Sprat, di South e di Tillotson. Salomone era Re Giacomo; Adonia, Monmouth; Joab era uno de’ congiurati di Rye House; Shimei, un libellista Whig; Abiathar, un onesto ma traviato Cavaliere. Una frase del libro delle croniche fu stiracchiata a significare che il Re era superiore al Parlamento; un’altra fu adatta a provare ch’egli solo avrebbe dovuto comandare le milizie cittadine. Verso la fine del discorso, l’oratore timidamente alluse alla nuova e impacciata condizione in cui la Chiesa trovavasi di faccia al sovrano, e rammentò agli uditori come lo imperatore Costanzo Cloro, benchè non fosse cristiano, avesse tenuto in onoranza i cristiani fedeli alla propria religione, e avesse spregiati coloro che cercavano guadagnarsi, apostatando, il favore di lui. Il servizio religioso nella Abbadia, fu seguito da un banchetto solenne nella Sala; il banchetto da magnifici fuochi artificiali, e i fuochi da molte cattive poesie.[261]XVII. Fu questo il momento in cui lo entusiasmo del partito Tory pervenne alla sua maggiore altezza. Dal dì in che Giacomo fu asceso sul trono, s’erano sempre avvicendati indirizzi, in cui quel partito esprimeva profonda venerazione per la persona e la dignità del monarca, e acre abborrimento per i vinti Whig. I magistrati di Middlesex rendevano grazie a Dio per avere dispersi i disegni di que’ regicidi ed Esclusionisti, i quali, non paghi d’avere assassinato un monarca santo, tentavanodi distruggere le fondamenta della monarchia. La città di Gloucester esecrò i ribaldi sitibondi di sangue, che avevano tentato di privare la Maestà Sua del diritto ereditario. I borghesi di Wigan assicurarono il sovrano, che lo avrebbero difeso contro tutti gli Achitophel cospiratori, e i ribelli Assalonni. I gran giurati di Suffolk dissero sperare, che il Parlamento avrebbe proscritti gli Esclusionisti. Molti Consigli municipali giurarono di non rieleggere mai più alla Camera de’ Comuni chiunque avesse votato a favore della legge che voleva privare Giacomo del diritto di successione. Perfino la metropoli mostrò profondo ossequio. I legali e i commercianti fra loro gareggiavano di servilità. I collegi dei Tribunali, e quelli di Cancelleria, mandarono fervide professioni di sommissione e d’affetto. Tutte le grandi società commerciali, la Compagnia delle Indie Orientali, la Compagnia Affricana, la Compagnia di Turchia, la Compagnia di Moscovia, la Compagnia di Hudson Bay, i Mercanti di Maryland, i Mercanti della Giammaica, i Mercanti Avventurieri, dichiararono che accettavano ben volentieri lo editto regio, il quale ingiungeva loro di continuare a pagare i diritti doganali. Bristol, seconda città dell’isola, fece eco al voto di Londra. Ma in nessuno altro luogo lo spirito di lealtà fu più fervido di quel che fosse nelle due università. Oxford dichiarò che non si sarebbe mai dilungata da quei principii religiosi che la obbligavano a prestare obbedienza al Re senza limiti o restrizioni. Cambridge, con severissime parole, dannò la violenza e il tradimento di que’ torbidi spiriti che s’erano malignamente studiati di trarre la corrente della successione fuori del suo proprio alveo.[262]XVIII. Simiglianti indirizzi, per uno spazio considerevole di tempo, riempirono ciascun numero della Gazzetta di Londra. Ma non erano i soli indirizzi i mezzi onde i Tory mostravano il proprio zelo. Pubblicati i decreti per le elezioni parlamentari, il paese fu in grande concitamento. Non v’era mai stata elezione generale che, come questa, fosse accompagnata da circostanze cotanto favorevoli alla Corte. Centinaia di migliaia che la Congiura papale aveva cacciato dentro il partitoWhig, furono ricacciati al partito Tory dalla congiura di Rye House. Nelle Contee, il Governo poteva esser sicuro d’una immensa maggioranza di gentiluomini possidenti trecento e più lire sterline l’anno, e di tutti gli ecclesiastici fino a uno. Quei borghi che un tempo erano cittadelle di Whig, erano di fresco stati con sentenza legale privati de’ loro Statuti, o avevano prevenuta la sentenza, spontaneamente rinunziandovi. Erano poi stati ricostituiti in modo da rieleggere senza dubbio rappresentanti devoti alla Corona. Dove non era da fidarsi dei cittadini, la franchigia elettorale era stata affidata agli scudieri delle vicinanze. In alcuni dei più piccoli municipii occidentali, i collegi elettorali erano in gran parte composti di Capitani e di Luogotenenti delle Guardie. I seggi elettorali avevano dovecchessia interesse per la Corte. In ciascuna Contea il Lord Luogotenente e i suoi deputati formavano un potente, operoso e vigilante comitato, col fine di carezzare e intimidire i liberi possidenti. Le popolazioni erano ammonite da migliaia di pulpiti a non votare a favore di nessun candidato Whig, perocchè ne dovevano render conto a Colui che aveva ordinato che vi fossero i potentati, e aveva detto la ribellione essere peccato non meno grave della stregoneria. Di tutti cotesti elementi il partito predominante non solo usò quanto potè, ma abusò in modo così svergognato, che gli uomini gravi e saggi, i quali si erano mantenuti fedeli alla monarchia mentre era in pericolo, e non portavano nessun affetto ai repubblicani e agli scismatici, tiraronsi da parte, e da siffatti primordii previdero lo appressarsi di tempi tristissimi.[263]Nondimeno i Whig, comecchè patissero la giusta pena de’ propri errori, e fossero sconfitti, scoraggiati, disordinati, non vollero cedere senza sforzi. Erano tuttavia numerosi nelle classi dei trafficanti e degli artigiani delle città, e in quelle de’ piccoli possidenti e de’ contadini sparsi per lecampagne. In taluni distretti, come, a cagione d’esempio, nelle Contee di Dorset e di Somerset, formavano la gran maggioranza della popolazione. Nulla potevano nei borghi ricostituiti; ma in ogni Contea dove avevano probabilità di prospero successo, lottarono disperatamente. Nella Contea di Bedford, che all’ultimo Parlamento era stata rappresentata dallo sfortunato Russell, essi rimasero vincitori nella prova ad alzata di mani, ma perdenti in quella dello squittinio.[264]In Essex ottennero mille trecento voti contro mille ottocento.[265]Nella elezione della Contea di Northampton, il popolo procedè così violentemente ostile al candidato della Corte, che fu necessario appostare nella piazza di mercato della città della Contea una coorte di soldati, ai quali fu dato ordine di caricare a palla gli archibugi.[266]La storia della contesa per la elezione della Contea di Buckingham, è anche più degna di considerazione. Il candidato Whig, che aveva nome Tommaso Wharton, figlio primogenito di Filippo Lord Wharton, era uomo predistinto e per destrezza e per audacia, e destinato a rappresentare una parte cospicua, benchè non sempre commendevole, nella politica di vari sovrani. Nella Camera de’ Comuni era stato uno de’ membri, i quali avevano portata la Legge d’Esclusione alla barra di quella de’ Lordi. La Corte, adunque, era intesa ad usare ogni mezzo buono o cattivo per escluderlo dal Parlamento. Il Lord Capo Giudice Jeffreys recossi in persona nella Contea di Buckingham, a fine di sostenere un gentiluomo chiamato Hacket, che apparteneva al partito Tory. Immaginarono uno strattagemma, che essi pensavano dovesse produrre buono effetto. Fu annunziato che la elezione si farebbe in Ailesbury; e Wharton, la cui perizia in tutte le astuzie di condurre una elezione era senza rivali, ordinò tutto, credendo vera la cosa; allorquando, con improvviso annunzio, lo sceriffo fece sapere che lo squittinio seguirebbe in Newport Pagnell. Wharton e i suoi partigiani vi si recarono frettolosamente, e trovarono cheHacket, il quale sapeva il secreto, aveva già preso per conto suo tutte le locande e gli alberghi. I liberi possidenti Whig furono costretti a legare i propri cavalli alle siepi, e dormire a cielo scoperto sui prati che circondavano la città. E’ non fu senza difficoltà grandissima che si potè provvedere improvvisamente al vitto di tanto numero d’uomini e d’animali; quantunque Wharton, che non curava affatto spesa alcuna quando gli si accendevano in cuore l’ambizione e lo spirito di parte, sborsasse in un solo giorno mille cinquecento lire sterline, somma immensa per que’ tempi. Nonostante, sembra che tanta ingiustizia avesse ridato coraggio ai possidenti di Bucks, animosi figli degli elettori di Giovanni Hampden. Wharton non solo sortì vittorioso della prova, ma potè ottenere la elezione d’un altro uomo d’opinioni moderate, e sconfiggere il candidato del Capo Giudice.[267]Nella contea di Chester la lotta durò sei giorni. I Whig ebbero circa mille settecento voti, i Tory circa due mila. Il popolo minuto parteggiò con veemenza a favore de’ Whig, e gridando: «Abbasso i Vescovi!» insultò il clero per le vie di Chester, stramazzò a terra un gentiluomo Tory, ruppe le finestre e bastonò i commissari di polizia. Fu chiamata la milizia cittadina a chetare il tumulto, e fu fatta rimanere in armi, onde proteggere il trionfo de’ vincitori. Appena finito lo squittinio, cinque grossi cannoni dal castello annunziarono al paese circostante la vittoria della Chiesa e della Corona. Le campane sonarono a festa. Gli eletti furono condotti solennemente alla croce della città,[268]accompagnati da una banda musicale e da un lungo codazzo di cavallieri e scudieri. La processione andava cantando: «Letizia al gran Cesare!» ode cortigiana, la quale era stata, poco innanzi, scritta da Durfey, e quantunque, al pari di tutti gli scritti di lui, fosse estremamente spregevole, in quel tempo era quasi tanto popolare, quanto pochi anni dopo lo fu Lillibullero.[269]Attorno la croce stavanoschierate le civiche milizie; fu acceso un fuoco di gioia; la Legge d’Esclusione venne bruciata; e si bevve con fragorose acclamazioni alla salute di Re Giacomo. Il dì seguente era domenica. La milizia schierossi in fila lungo le vie conducenti al duomo. I due rappresentanti della Contea furono condotti con gran pompa al coro dai magistrati della città; ascoltarono la predica del Decano, che probabilmente ragionò del debito d’obbedienza passiva; e poi furono festeggiati dal Gonfaloniere.[270]In Northumberland, il trionfo di Sir Giovanni Fenwik, cortigiano che acquistò poscia trista rinomanza, fu accompagnato da circostanze che destarono interesse in Londra, e che non furono stimate indegne d’essere rammentate, nei dispacci de’ Ministri stranieri. Newcastle fu illuminato con gran mucchi di carbone acceso. I campanili mandarono suoni di esultanza. Un esemplare della Legge d’Esclusione, ed una cassetta nera simigliante a quella che, secondo la favola popolare, conteneva il contratto di nozze tra Carlo II e Lucia Walters, vennero pubblicamente date alle fiamme con alte acclamazioni.[271]L’esito generale delle elezioni sorpassò le più ardenti speranze della Corte. Giacomo vide con gioia, come non gli fosse necessario di spendere un soldo a comperare i voti. Disse che, tranne circa quaranta membri, la Camera de’ Comuni era quale doveva essere ove egli l’avesse nominata da sè.[272]Oltrechè, stava in poter suo, secondo che allora consentivano le leggi, tenerla sino alla fine del suo regno.Essendo sicuro d’essere sostenuto dal Parlamento, poteva oramai appagare la libidine di vendetta. Aveva indole implacabile; e mentre era ancor suddito, aveva patito ingiurie e indegnità tali, che avrebbero mosso anche un animo placabile a fiero e durevole risentimento. Una setta d’uomini, in ispecie, aveva, con inusitata e indicibile crudeltà e vigliaccheria, aggredito l’onore e la vita di lui; voglio dire i testimoni della congiura. L’odio ch’ei loro portava, parrebbe degno di scusa;poichè fino ai dì nostri il solo profferirne il nome muove a schifo ed orrore gli uomini di tutte le sètte e di tutti i partiti.XIX. Alcuni di cotesti sciagurati erano in luogo dove non poteva giungere il braccio della umana giustizia. Bedloe era morto da ribaldo, senza dare il minimo segno di rimorso e di vergogna.[273]Dugdale gli era andato dietro, reso insano, secondo che dicevasi, dalle furie della pessima coscienza, con acute strida scongiurando coloro che stavano attorno al suo letto, d’allontanare lo spettro di Lord Stafford.[274]Carstairs anch’esso era morto. La sua fine fu tutta orrore e disperazione; e sul punto di mandare l’ultimo flato, aveva detto ai suoi assistenti di gittarlo a guisa d’un cane in un fosso, non essendo degno di riposare in un cimitero cristiano.[275]Ma Oates e Dangerfield erano in potere dello austero principe da essi oltraggiato. Giacomo, breve tempo avanti che ascendesse sul trono, aveva intentato un processo civile contro Oates per diffamazione; e i giurati lo avevano condannato a pagare la enorme multa di cento mila lire sterline.[276]Lo accusato, non potendo pagare, era stato preso, e viveva in carcere senza speranza d’uscire. Gli Alti Giurati di Middlesex, poche settimane avanti la morte di Carlo, avevano ammessi contro lui due atti d’accusa come colpevole di spergiuro. Appena finite le elezioni, si cominciò il processo.Tra le classi alte e le medie, ad Oates non rimaneva nè anche un amico. Tutti i Whig intelligenti erano convinti, che quando anche il suo racconto fosse in alcun modo fondato sul fatto, egli vi aveva edificato sopra un romanzo. Un numero considerevole di fanatici, nondimeno, lo considerava tuttavia come pubblico benefattore. Costoro bene sapevano che qualora ei fosse convinto di reità, la sua sentenza sarebbe severissima; e però infaticabilmente studiavansi a procacciargli la fuga. Quantunque fino allora fosse rinchiuso per debiti, venne posto in ferri dalle autorità della prigione del Banco del Re; ed anche ciò non era bastevole a tenerlo in sicuracustodia. Al mastino che stava dinanzi all’uscio del suo carcere, fu dato il veleno; e nella medesima notte che precedè il suo processo, una scala di fune fu introdotta nella sua cella.Il giorno ch’ei fu condotto alla barra, Westminster Hall era affollata di spettatori, fra’ quali vedevansi molti cattolici romani, ansiosi di contemplare la miseria e la umiliazione del loro persecutore.[277]Pochi anni prima, il suo collo corto, le sue gambe ineguali come quelle d’un tasso, la sua fronte bassa a guisa di quella d’un babbuino, le sue guance chiazzate di sangue, la mostruosa lunghezza del suo mento, erano famigliari a quanti frequentavano le corti di giustizia. Era in que’ giorni diventato l’idolo della nazione: dovunque ei si mostrasse, ciascuno gli faceva di cappello. La vita e gli averi de’ magnati del reame erano stati in sua balìa. Ma adesso i tempi erano cangiati; e molti di coloro che per lo innanzi lo avevano considerato liberatore della patria, rabbrividivano alla vista di quegli osceni sembianti, sopra i quali pareva che il dito di Dio avesse scritto: scellerato![278]E’ fu provato, senza possibilità di dubbio, che questo uomo aveva, con false testimonianze, premeditatamente assassinate varie persone innocenti. Egli invocò invano i più eminenti membri del Parlamento, dai quali era stato ricompensato ed esaltato, perchè testificassero a favor suo. Parecchi di coloro ch’egli aveva chiamati al tribunale, assentaronsi. Nessuno disse la minima cosa che tendesse a scolparlo. Uno di loro, cioè a dire il Conte di Huntingdon, lo rimproverò aspramente d’avere ingannate le Camere, e gettata sopra esse la colpa d’aver versato il sangue innocente. I giudici guardavano fieri, ed avvilirono lo accusato con crudeltà tale, che anche nei casi più atroci mal conviene al carattere di ministro della giustizia. Eppure ei non mostrò segno di timore o vergogna, e con la insolenza della disperazione affrontò la tempesta delle invettive che scoppiava contro lui dalla barra, dalseggio e dal banco de’ testimoni. Fu dichiarato convinto sopra ambedue gli atti d’accusa. Quantunque, moralmente considerata, la sua colpa fosse assassinio della più grave specie, nondimeno agli occhi della legge era semplice delitto. Il tribunale, nondimeno, voleva che la pena da darglisi fosse più severa di quella de’ felloni o traditori, e non solo farlo morire, ma farlo morire tra orribili tormenti. Fu condannato ad essere spogliato degli abiti clericali, posto alla gogna in Palace Yard, e condotto attorno Westminster Hall con un cartello fittogli sulla testa, nel quale fosse scritta la sua infamia; e posto nuovamente alla gogna di faccia alla Borsa Reale, fustigato da Aldgate a Newgate, e dopo un intervallo di due giorni fustigato un’altra volta da Newgate a Tyburn. Se, contro ogni probabilità, egli fosse sopravvissuto a questa orribile pena, doveva rimanere in carcere per tutta la vita, donde doveva essere tratto cinque volte l’anno, e messo alla gogna in diversi luoghi della metropoli.[279]La cruda sentenza venne crudamente eseguita. Oates, il giorno in cui fu posto alla gogna in Palace Yard, sostenne una pioggia di sassate, e corse pericolo di essere fatto in brani.[280]Ma nella città, i suoi partigiani si raccolsero, suscitarono un tumulto, e rovesciarono la gogna.[281]Ciò non ostante, non riuscì loro di liberarlo. Fu creduto che per sottrarsi all’orrendo destino che lo aspettava, tentasse d’avvelenarsi: però il cibo e la bevanda furono sottoposti a rigoroso esame. Il dì seguente, fu tratto fuori di carcere per subire la prima fustigazione. A buon’ora, innumerevole turba di popolo riempiva tutte le vie, da Aldgate sino a Old Bailey. Il carnefice menava la frusta con tanto insolita severità, da mostrare che avesse ricevuto speciali ammonimenti. Il sangue correva a rivi. Per qualche tempo il colpevole fece mostra d’una strana costanza; ma in fine, sì ostinata fortezza gli venne meno. Urlava in modo spaventevole; perdè i sensi più volte: ma non perciò restava il flagello. Come fu sciolto, e’ parve d’avere sopportato quantola forma umana può sopportare senza dissolversi. Giacomo venne supplicato a risparmiargli la seconda fustigazione. Ei rispose in brevi e chiare parole: «Dovrà subire la pena finchè gli rimarrà fiato in corpo.» Tentossi di ottenere la intercessione della Regina; ma essa sdegnosamente ricusò di dire una sola parola a pro di un tanto scellerato. Dopo un intervallo di sole quarantotto ore, Oates fu nuovamente tratto di carcere. Non aveva forza da tenersi in piedi, e fu d’uopo trascinarlo sopra una treggia a Tyburn. Pareva affatto insensibile; e i Tory riferivano ch’egli si fosse stordito bevendo liquori spiritosi. Un tale, che nel secondo giorno contò il numero delle frustate, affermò che fossero mille settecento. Al tristo uomo rimase la vita, ma in guisa che gl’ignoranti e i bacchettoni fra’ suoi ammiratori reputarono la sua guarigione un miracolo, e l’adducevano come argomento della innocenza di lui. Le porte del carcere gli si richiusero sopra. Per molti mesi stette incatenato nel più oscuro buco di Newgate. Fu detto che ivi si abbandonasse alla malinconia, e per giorni interi sedendo con le mani incrociate, e col cappello fitto in sugli occhi, mandasse cupi gemiti. E’ non fu nella sola Inghilterra che questi avvenimenti svegliarono grande interesse. Milioni di cattolici romani, i quali non sapevano nulla delle nostre istituzioni e fazioni, avevano udito come nella nostra isola avesse infuriato una barbarissima persecuzione contro i credenti nella vera fede, come molti uomini pii avessero patito il martirio, e Tito Oates fosse stato il principale assassino. E però grande fu la gioia ne’ lontani paesi appena si seppe che la mano della giustizia divina lo aveva raggiunto. Per tutta l’Europa correvano certe incisioni, dove egli era rappresentato alla gogna e in atto di subire la flagellazione; e gli epigrammisti, in molte lingue, scherzarono sul titolo di dottore ch’egli pretendeva d’avere ottenuto nella Università di Salamanca, e notavano che non potendo farlo arrossire in fronte, era giusto che lo facessero arrossire su per la schiena.[282]Per quanto orribili fossero i tormenti di Oates, non potevano agguagliarsi a’ suoi misfatti. Un’antica legge dell’Inghilterra, che s’era lasciata cadere in disuso, trattava come assassino il falso testimone, che spergiurando fosse stato cagione di morte ad alcuno.[283]Ciò era savio ed equo, imperocchè un simigliante testimonio, davvero è il peggiore degli assassini. Alla colpa di spargere il sangue innocente, egli aggiunge quella di violare il più solenne contratto che possa esistere tra uomo e uomo, e di rendere le istituzioni—alle quali è da desiderarsi che il pubblico porti rispetto e fiducia—strumento di terribili danni, e obietto di generale diffidenza. Il dolore cagionato da un assassinio ordinario non è da paragonarsi al dolore cagionato dallo assassinio, di cui le corti di giustizia diventano agenti. La semplice estinzione della vita è piccolissima parte di ciò che rende orribile il patibolo. La prolungata mortale agonia del condannato, la vergogna e la miseria de’ suoi congiunti, la macchia d’infamia che discende fino alla terza o quarta generazione, sono cose più spaventevoli della morte stessa. Generalmente, potrebbe di sicuro affermarsi che il padre di una numerosa famiglia si lascerebbe più presto privare di tutti i propri figliuoli, morti per disgrazia o per malattia, che perdere un solo di loro per le mani del carnefice. L’assassinio cagionato da falsa testimonianza è, dunque, la specie più grave degli assassinii; ed Oates era reo di molti simiglianti assassinii. Nondimeno, non può giustificarsi la penache gli venne inflitta. Nel dannarlo ad essere spogliato dell’abito ecclesiastico e incarcerato a vita, sembra che i giudici avessero ecceduto il loro potere legale. Certo erano competenti a infliggere la fustigazione, nè la legge assegnava termine al numero delle frustate: ma lo spirito della legge manifestamente voleva che nessun delitto venisse punito con severità maggiore di quella con cui si puniscono le più atroci fellonie. Il peggiore de’ felloni poteva essere condannato alla forca. I giudici, secondo che credevano, dannarono Oates ad essere flagellato a morte. Dire che la legge fosse difettosa, non è scusa sufficiente: imperocchè le leggi difettive dovrebbero essere riformate dal Corpo legislativo, non mai stiracchiate dai tribunali, e, quel che è peggio, stiracchiate a fine di dare la tortura e la morte. Che Oates fosse uomo malvagio, non è scusa sufficiente: imperocchè il colpevole è quasi sempre il primo a patire le severità che poscia si considerano come precedenti per opprimere l’innocente. Tale era il caso d’Oates. Il flagellare senza misericordia divenne tosto la punizione ordinaria de’ falli politici di non molta gravità. Individui accusati di avere imprudentemente profferite parole ostili al Governo, vennero condannati a tormenti così crudeli, che essi, con non simulata serietà, chiedevano d’essere processati come rei di delitti capitali, e mandati alle forche. Avventuratamente, a’ progressi di tanto male posero argine la Rivoluzione, e la Legge de’ Diritti, con quello articolo che condanna ogni punizione crudele e inusitata.XX. La ribalderia di Dangerfield non aveva, al pari di quella d’Oates, cagionata la morte di molte vittime innocenti; perocchè Dangerfield non si diede al mestiere di testimonio se non quando la congiura era andata in fumo, e i giurati s’erano fatti increduli.[284]Gli fu intentato il processo, non come reo di spergiuro, ma per diffamazione. Mentre ferveva il commovimentocagionato dalla Legge d’Esclusione, egli aveva stampata una narrazione che conteneva alcuni falsi e odiosi addebiti contro Carlo e Giacomo. Per tale pubblicazione, egli, dopo cinque anni, fu improvvisamente preso, condotto innanti al Consiglio Privato, accusato, processato, convinto, e dannato alla fustigazione da Aldgate a Newgate, e da Newgate a Tyburn. Lo sciagurato, durante il processo, tenne sfrontato contegno; ma appena udì profferire la sentenza, si abbandonò allo strazio della disperazione; si dette per ispacciato, e scelse un testo biblico per il suo funebre sermone. Il suo presentimento era giusto. A dir vero, non fu flagellato con tanta severità con quanta lo era stato Oates; ma non aveva la forza ferrea della mente e del corpo d’Oates. Dopo la esecuzione della sentenza, Dangerfield fu posto in una carrozza d’affitto per ritornare al proprio carcere. Passato il canto di Hatton Garden, un gentiluomo Tory di Gray’s Inn, di nome Francis, fermò la vettura e gridò con brutale ironia: «E bene, amico, vi hanno scaldata la schiena stamane?» Il prigione grondante sangue, infuriato a quell’insulto, gli rispose con una maledizione. Francis gli avventò tosto al viso una mazzata, che lo ferì in un occhio. Dangerfield fu portato morente a Newgate. Questo codardo oltraggio mosse a sdegno gli astanti, i quali posero le mani addosso a Francis, sì che stettero per farlo in brani. Alla vista del corpo di Dangerfield, orribilmente lacerato dalle fustigazioni, molti inchinavano a credere che la sua morte fosse stata massimamente, se non al tutto, cagionata dalle frustate ricevute. Il Governo e il Capo Giudice stimarono convenevole darne tutta la colpa a Francis, il quale, comecchè sembri al più d’essere stato reo d’omicidio aggravante, fu processato e mandato al patibolo come assassino. Le sue estreme parole sono uno de’ più curiosi monumenti di que’ tempi. Quel feroce spirito che lo aveva condotto in sulle forche, gli durò fino all’ultimo istante della vita. Mescolò vanti di lealtà e ingiurie contro i Whig con giaculatorie, nelle quali raccomandava l’anima propria alla misericordia divina. S’era sparsa la voce che la sua moglie amoreggiasse con Dangerfield, uomo di grande bellezza e famoso per avventure galanti, e che il marito mosso dalla gelosia gli avesse avventato il colpo fatale.Il morente marito, con serietà, mezzo ridicola e mezzo patetica, rivendicò l’onore della consorte, dicendo ch’ella era una donna virtuosa, che era nata da parenti leali, ed ove fosse stata propensa a violare la fede coniugale, avrebbe almeno scelto per drudo un Tory o un Anglicano.[285]XXI. Verso il medesimo tempo, un accusato che aveva pochissima somiglianza con Oates o Dangerfleld, comparve avanti la Corte del Banco del Re. Non v’era illustre capo-parte che fosse mai passato traverso a molti anni di dissensioni civili e religiose con maggiore innocenza di Riccardo Baxter. Apparteneva alla classe più mite e temperata della setta puritana. Allorquando scoppiò la guerra civile, egli era giovane. Credeva che le Camere avessero ragione, e non ebbe scrupolo di esercitare l’ufficio di cappellano in un reggimento dello esercito parlamentare: ma il suo lucido ed alquanto scettico intendimento, non che il suo forte senso di giustizia, lo tennero lontano da ogni eccesso. Fece ogni sforzo per frenare la violenza fanatica della soldatesca. Vituperò i procedimenti dell’Alta Corte di Giustizia. A tempo della Repubblica ebbe ardimento di manifestare in molte occasioni, e una volta anche al cospetto di Cromwell, amore e riverenza alle antiche istituzioni della patria. Mentre la famiglia reale era in esilio, Baxter passò la vita per lo più in Kidderminster, esercitando assiduamente i doveri di parroco. Di gran cuore contribuì alla Ristaurazione, e sinceramente desiderava d’indurre a concordia gli Episcopali e i Presbiteriani. Perocchè con liberalità, per que’ tempi rarissima, considerava le questioni di politica ecclesiastica di poco conto in paragone de’ grandi principii del Cristianesimo; ed anco quando la prelatura era esosa alla potestà dominatrice,non congiunse mai la propria voce al grido contro i vescovi. Baxter fallì nella impresa di conciliare le avverse fazioni. Accomunò le proprie sorti a quelle de’ suoi amici proscritti, ricusò la mitra di Hereford, rinunziò alla parrocchia di Kidderminster, dedicandosi quasi interamente agli studi. I suoi scritti teologici, comecchè fossero sì moderati da non piacere ai bacchettoni d’ogni partito, acquistarono immensa riputazione. Gli zelanti ecclesiastici lo chiamavano Testa-Rotonda; e molti Non-Conformisti lo accusavano di Erastianismo e d’Arminianismo. Ma la integrità del cuore, la purità della vita, il vigore della intelligenza, la vastità della dottrina erano in lui riconosciute dagli uomini migliori e più savi d’ogni setta. Le sue opinioni politiche, malgrado l’oppressione da lui e da’ suoi confratelli sofferta, erano moderate. Procedeva amico a quel piccolo partito che era in odio ai Whig ed ai Tory, dicendo di non potere indursi a maledire i Barcamenanti, qualvolta rammentava Colui che aveva benedetti i facitori della pace.[286]In un Commentario al Testamento Nuovo, aveva alquanto amaramente lamentata la persecuzione che i Dissenzienti pativano. Che gli uomini i quali per non usare il Libro delle Preghiere, erano stati cacciati dalle loro case, privati degli averi e sepolti nelle carceri, osassero mormorarne, tenevasi allora per grave delitto contro lo Stato e la Chiesa. Ruggiero Lestrange, campione del Governo e oracolo del Clero, levò il grido di guerra nell’Osservatore. Fu intentato un processo. Baxter chiese gli si concedesse qualche tempo ad apparecchiare la propria difesa. Nel giorno stesso in cui Oates era posto alla berlina in Palace Yard, lo illustre capo de’ Puritani, oppresso dagli anni e dalle infermità, andò a Westminster Hall per fare tale richiesta. Jeffreys con gran tempesta di rabbia gridò: «Nè anche un minuto per salvare la sua vita. Io so bene condurmi coi santi egualmente che coi peccatori. In un lato della berlina adesso sta Oates; e se Baxter fosse nell’altro, i due più grandi ribaldi del Regno starebbero insieme.»Quando si aperse il processo in Guildhall, una folla di coloro che amavano e riverivano Baxter, riempiva la corte.Stava accanto all’accusato il Dottore Guglielmo Bates, uno de’ più cospicui fra i teologi Non-Conformisti. Pollexfen e Wallop, rinomatissimi avvocati Whig, lo difendevano. Pollexfen aveva appena principiato a favellare avanti ai Giurati, allorquando il Capo Giudice proruppe in queste oscene parole: «Pollexfen, io vi conosco bene; e vi terrò a mente. Voi siete il protettore della fazione. Costui è un vecchio ribaldo, un birbone scismatico, un ipocrita tristo. Odia la Liturgia, e non vorrebbe altro usare che lunghissimi piagnistei senza libro.» E quindi sua Signoria levò in alto gli occhi, giunse le mani, e cominciò a cantare col naso, imitando a suo credere il modo di pregare di Baxter: «Signore, noi siamo il tuo popolo, il tuo popolo peculiare, il tuo diletto popolo.» Pollexfen gentilmente rammentò alla corte come la Maestà del Re defunto avesse reputato Baxter degno d’un vescovato. «E che ambiva, dunque, il vecchio bestione» esclamò Jeffreys «che non lo accettò?» Qui il suo furore giunse quasi alla insania. Chiamò Baxter un cane, e giurò che sarebbe stata semplice giustizia il flagellare un tanto ribaldo per le vie della città.Wallop s’interpose, ma non ebbe miglior ventura del suo collega. «Voi v’immischiate in tutte coteste sudicie cause, o signor Wallop,» disse il giudice. «I gentiluomini togati dovrebbero aver vergogna d’aiutare così faziosi ribaldi.» Lo avvocato si provò di nuovo a farsi ascoltare, ma indarno. «Se non farete il debito vostro,» gridò Jeffreys «ve lo insegnerò bene io.»Wallop si pose a sedere; e Baxter tentò di dire qualche parola da sè. Ma il Capo Giudice gli dette sulla voce con un torrente d’ingiurie e d’invettive, mescolate con citazioni di Hudibras. «Mio Signore,» disse il vecchio «sono stato molto biasimato dai Dissenzienti per avere rispettosamente favellato de’ vescovi.»—«Baxter a favore dei vescovi!» urlò il Giudice «questa davvero è una cosa buffa! Lo so bene io ciò che voi intendete per vescovi; furfanti come voi, vescovi di Kidderminster, faziosi e piagnolosi presbiteriani!» Baxter provossi nuovamente a parlare, e Jeffreys ad urlare di nuovo: «Riccardo, Riccardo, o che tu pensi che ti lasceremo attoscar la corte? Riccardo, tu sei un vecchio furfante. Tuhai scritti tanti libri da riempirne un baroccio, e ciascuno de’ tuoi libri è pieno, come un uovo, di pensieri sediziosi. Grazie al cielo, ti terrò io gli occhi addosso. Veggo che molti della tua confraternita aspettano di vedere quale sarà la sorte del loro valoroso Don Chisciotte. Ed eccolo lì» seguitò fissando il feroce sguardo sopra Bates, «ecco lì un Dottore del partito che ti sta presso; ma, per grazia di Dio onnipotente, vi schiaccerò tutti quanti.»Baxter stette cheto. Ma uno de’ più giovani avvocati della difesa fece un ultimo sforzo, e imprese a mostrare come le parole incriminate non comportassero il costrutto dato ad esse dall’Accusa. A tale scopo si pose a leggerne il contesto. In un istante fu interrotto dagli urli di Jeffreys. «Voi non trasformerete la corte in un conventicolo.» E qui udendo alcuni gemiti che partivano da coloro che circondavano Baxter, Jeffreys esclamò; «piagnolosi bestioni!»I testimoni della difesa, fra’ quali erano diversi chierici della Chiesa Stabilita, stavano lì ad aspettare. Ma il Capo Giudice non volle ascoltarli. «Crede ella la Signoria vostra,» disse Baxter «che vi siano Giurati che vogliano dichiarare reo convinto un uomo con un processo come questo?»—«Ve ne assicuro, Signor Baxter» rispose Jeffreys «non ve ne date pensiero.» Jeffreys aveva ragione. Gli sceriffi erano strumenti del Governo. I Giurati, scelti dagli sceriffi fra i più feroci zelanti del partito Tory, si ritrassero per un momento a deliberare, e dichiararono Baxter colpevole. «Mio signore,» disse egli partendosi dalla corte «un tempo eravi un Capo Giudice che mi avrebbe molto diversamente trattato.» Ed alludeva al suo dotto e virtuoso amico Sir Matteo Hale. «Non vi è uomo onesto in Inghilterra,» rispose Jeffreys «che non ti tenga per furfante.»[287]La condanna per que’ tempi fu mite. Ciò che seguisse fra’ giudici mentre deliberarono, non può con certezza sapersi. Credettero i Non-Conformisti, ed è grandemente probabile,che il Capo Giudice fosse vinto da’ suoi tre confratelli. Dicesi ch’egli proponesse che Baxter patisse la fustigazione legato a coda di cavallo, e trascinato per le vie di Londra. La maggioranza stimò che un teologo illustre, al quale venticinque anni innanzi era stata profferta una mitra, e che adesso contava anni settanta d’età, sarebbe stato bastevolmente punito della colpa di poche parole pungenti con una multa e la prigione.[288]XXII. Il modo onde Baxter fu trattato da un giudice che era membro del Gabinetto, e il prediletto del sovrano, mostrava, in modo da non indurre in errore, i sentimenti che in quel tempo il Governo nutriva verso i Protestanti Non-Conformisti. Ma tali sentimenti erano già stati manifestati da più forti e terribili segni. Il Parlamento di Scozia erasi ragunato, Giacomo ne aveva appositamente affrettate le sessioni, e posposte quelle delle Camere Inglesi, sperando che lo esempio d’Edimburgo avrebbe prodotto un buono effetto in Westminster; dacchè il corpo legislativo del suo Regno Settentrionale era ossequioso al pari di quegli Stati Provinciali che Luigi XIV lasciava trastullare con alcune delle loro antiche funzioni in Bretagna e in Borgogna. Nessuno che non fosse episcopale poteva aver seggio nel Parlamento Scozzese, e nè anche essere elettore; e in Iscozia, un episcopale era sempre Tory. Da un’assemblea siffattamente costituita, poca era la opposizione da temersi alle voglie del Re: oltrechè quell’assemblea non poteva adottare legge che non fosse innanzi approvata da un comitato di cortigiani.Tutto ciò che chiese il Governo, venne di leggieri consentito. Rispetto alle finanze, a dir vero, la liberalità degli Stati Scozzesi era di poco momento. Dettero, non per tanto, ciò che comportavano i loro pochi mezzi. Concessero, a perpetuità, alla Corona i dazi già concessi al Re defunto, e che in allora erano stati estimati a quaranta mila sterline l’anno. Assegnarono parimente a Giacomo, sua vita durante, una rendita annua di duecento sedici mila lire scozzesi; somma equivalente a diciotto mila lire sterline. La intera somma che poterono concedere, fu di sessanta mila lire sterline l’anno;poco più di quello che versavasi ogni quindici giorni nello Scacchiere Inglese.[289]Avendo poca pecunia da dare, gli Stati supplirono al difetto con proteste di lealtà e barbari ordinamenti. Il Re, in una lettera, che venne loro letta nel dì in cui si aprì la sessione, li richiedeva con virulente parole di fare nuove leggi penali contro gli ostinati presbiteriani, e si mostrava dolente che le faccende dello Stato gl’impedissero di proporle egli stesso in persona dal trono. I suoi comandamenti furono obbediti. Passò senza ostacolo uno statuto formato da’ Ministri della Corona, il quale anche fra gli statuti di quello sventurato paese e di quel tempo sventuratissimo, è predistinto per atrocità. Fu decretato, con poche ma enfatiche parole, che chiunque avesse osato predicare in un conventicolo in casa, o intervenire come predicatore o come uditore ad un conventicolo all’aria aperta, sarebbe stato punito con la morte e la confisca de’ beni.[290]XXIII. Questa legge, approvata ad istanza del Re da un’assemblea schiava delle voglie di lui, è degna di particolare considerazione: imperciocchè dagli scrittori ignoranti Giacomo è stato giudicato come principe lesto di cervello e poco giudizioso nella scelta dei mezzi, ma intento ad uno de’ fini più nobili cui possa tendere un Sovrano; a quello, cioè, di stabilire la piena libertà religiosa. Nè può negarsi che alcune parti della sua vita, ove si sceverino dallo insieme e superficialmente si considerino, sembrano far credere tale il suo carattere.Mentre egli era suddito, aveva per molti anni patita la persecuzione, la quale aveva in lui prodotti gli effetti consueti. La sua mente, torpida e angusta come ella era, aveva profittato di quella severa disciplina. Allorchè fu escluso dalla Corte, dallo Ammiragliato e dal Consiglio, e stette in pericolo di rimanere escluso anco dal trono, solo perchè non sapeva frenarsidal credere nella transustanziazione e nella autorità della Sede Romana, progredì così rapidamente nelle dottrine della tolleranza, da lasciarsi addietro Milton e Locke. Qual cosa, diceva di sovente, può essere più ingiusta che il punire le speculazioni dello intelletto con pene che dovrebbero infliggersi ai soli atti? Quale più impolitica che il rifiutare i servigi de’ buoni soldati, marinai, giureconsulti, diplomatici, finanzieri, solo perchè professano dottrine erronee intorno al numero de’ sacramenti o alla pluripresenza de’ Santi? Aveva imparato a mente i luoghi comuni che tutte le sètte ripetono con tanta facondia semprechè patiscono oppressione, e dimenticano con tanta facilità semprechè possono rendere il contraccambio. E veramente, ei recitava così bene la sua lezione, che coloro ai quali fosse accaduto di udirlo favellare intorno a quella materia, gli davano più credito di buon senso e di eloquenza, ch’ei veramente non meritasse. Con la manifestazione de’ suoi principii, egli illudeva molti spiriti accesi di carità del prossimo, e forse sè stesso. Ma il suo zelo pei diritti della coscienza finì al finire del predominio del partito Whig. Come la fortuna cangiò, come egli più non ebbe timore delle persecuzioni altrui, come ebbe in mano la potestà di perseguitare gli altri, le vere inclinazioni dell’indole sua cominciarono a mostrarsi. Abborriva i Puritani con odio multiforme, con odio religioso, politico, ereditario e personale. Gli considerava come nemici di Dio, nemici della autorità legittima nella Chiesa e nello Stato, nemici della bisava, dell’avo, del padre, della madre, del fratello, e suoi propri. Egli, che si era così altamente doluto delle leggi contro i papisti, adesso affermò di non sapere immaginare in che modo altri potesse avere la impudenza di proporre la revoca delle leggi contro i Puritani.[291]Egli, il cui têma prediletto era stato la ingiustizia di imporre agli ufficiali civili giuramenti religiosi, stabilì in Iscozia, mentre vi governava da vicerè, il più severo atto di prova religiosa che fosse mai conosciuta nel Regno.[292]Egli, che aveva mostrata giusta indignazione allorquando i sacerdoti della sua fede venivanoappesi alle forche e squartati, spassavasi a udire le strida de’ Convenzionisti, e a vederli contorcersi mentre sentivansi dirompere le gambe nello stivaletto.[293]Così, divenuto Re, chiese subito ed ottenne dagli ossequiosi Stati di Scozia, come il più sicuro pegno della lealtà loro, la legge più sanguinaria che sia stata mai fatta nell’isola nostra contro i Protestanti Non-Conformisti.XXIV. Con questa legge pienamente concordava lo spirito di tutta l’amministrazione del Governo. La feroce persecuzione che infuriò mentre egli era vicerè in Iscozia, si fece più ardente che mai il giorno che ei divenne sovrano. Quelle Contee in cui i Convenzionisti erano in maggior numero, furono abbandonate alla licenza della soldatesca. A’ soldati era mescolata una milizia cittadina, composta de’ più violenti e dissoluti tra coloro che si chiamavano Episcopali. Predistinguevansi fra le bande che opprimevano e devastavano quei malarrivati distretti, i dragoni capitanati da Giovanni Graham di Claverhouse. Corse la voce che questi uomini malvagi erano soliti, ne’ loro baccani, giuocare ai tormenti dello inferno, e chiamarsi vicendevolmente coi nomi de’ demoni e delle anime dannate.[294]Il capo di questo inferno sulla terra, soldato insigne per coraggio e perizia nell’arte militare, ma rapace e profano, d’indole violenta e di cuor duro, ha lasciato un nome, che, in qualunque luogo del globo stanzi la razza scozzese, è ricordato con odio peculiare e fortissimo. Riepilogare in brevi pagine tutti i delitti con che costui e i suoi pari spinsero alla frenesia il contadiname delle pianure occidentali, sarebbe opera interminabile. Servano pochi esempi, che trarrò tutti dalla storia di soli quindici giorni; quegli stessi quindici giorni in cui il Parlamento Scozzese, alle premurose richieste di Giacomo, fece una nuova legge di non mai udita severità contro i Dissenzienti.Giovanni Brown, povero vetturino della Contea di Lanark, era, a cagione della sua esimia pietà, comunemente chiamato il vetturino cristiano. Molti anni dopo, allorchè laScozia giunse a godere pace, prosperità e libertà religiosa, i vecchi che serbavano ricordo de’ giorni della sciagura, lo descrivevano come uomo versato nelle cose divine, di vita intemerata, e d’indole così pacifica, che i tiranni non poterono trovare in lui altra colpa, che d’essersi allontanato dal culto pubblico degli Episcopali. Il dì primo di maggio, egli stava a segar fratte, allorchè fu preso dai dragoni di Claverhouse, esaminato all’infretta, convinto di non-conformismo, e dannato a morire. Dicesi che anche fra i soldati non trovossi chi volesse fare da carnefice; imperocchè la moglie del povero uomo era lì presente, aveva per mano un fanciulletto, ed era agevole accorgersi che tra breve avrebbe dato nascimento ad un’altra creatura; ed anche quegli uomini di cuore duro e feroce, che si soprannominavano Belzebù ed Apollione, sentivano raccapriccio della scelleratezza di ucciderle in faccia il marito. Questi, infrattanto, levando alto lo spirito per la prossima sua partita verso l’eternità, mandava alte e fervide preci come uomo ispirato, allorchè Claverhouse invaso di furore lo stese a terra morto con un’archibugiata. Fu riferito da testimoni degni di fede, che la vedova nella sua dolorosa disperazione gridasse: «Ebbene, o signore, ebbene! verrà il giorno da renderne conto;» e che lo assassino rispondesse: «Agli uomini posso rispondere di ciò che ho fatto; in quanto a Dio, so io il modo di farlo star cheto.» Nonostante, corse voce che anche sull’arida coscienza e sull’adamantino cuore di lui, i detti della morente vittima facessero tale un’impressione, che non fu mai cancellata.[295]Il dì quinto di maggio, due artigiani, detti Pietro Gillies e Giovanni Bryce, furono processati nella Contea di Ayr da un tribunale militare, composto di quindici soldati. Esiste tuttora l’Atto d’Accusa. I prigioni erano incolpati, non di alcun fatto di ribellione, ma di tenere le medesime perniciosedottrine che avevano spinto altrui a ribellare, e di non avere agito giusta quelle dottrine solo perchè era mancata loro l’occasione. Il processo fu brevissimo: in poche ore i due colpevoli furono convinti, impiccati e gettati in un fosso sotto le forche.[296]Il giorno undecimo di maggio fu segnalato da più d’un grande delitto. Taluni rigorosi calvinisti, dalla dottrina della riprovazione avevano dedotta la conseguenza, che pregare per chi fosse predestinato a dannarsi, era atto di ribellione agli eterni decreti dell’Ente Supremo. Tre poveri lavoranti, profondamente imbevuti di cotali principii, furono presi da un ufficiale nelle vicinanze di Glasgow. Fu loro chiesto se volessero pregare pel Re Giacomo VII. Assentirono di farlo, a condizione ch’egli fosse uno degli eletti. Una fila di moschettieri fu fatta schierare. I due prigioni inginocchiaronsi; vennero loro bendati gli occhi; e un’ora dopo d’essere stati presi, il sangue loro era leccato dai cani.[297]Mentre tali cose seguivano in Clydesdale, un atto non meno orribile commettevasi in Eskdale. Uno de’ Convenzionisti proscritti, vinto dalla infermità, aveva trovato ricovero nella casa d’una vedova rispettabile, e quivi era morto. Il cadavere fu scoperto dal signore di Westerhall, tirannello, che al tempo della Convenzione aveva mostrato stemperatissimo zelo a pro della Chiesa presbiteriana, e dopo la Restaurazione comprato con l’apostasia il favore del Governo, e sentiva pel partito da lui abbandonato l’odio implacabile d’un apostata. Costui atterrò la casa della povera donna, se ne prese la roba, e lasciando lei coi figlioletti ad errare su per la campagna, trascinò il suo figlio Andrea, ancora fanciullo, dinanzi a Claverhouse, il quale a caso passava per quelle contrade. Claverhouse era a quei tempi stranamente mite. Alcuni credevano ch’egli, dopo la morte del vetturino cristiano successa dieci giorni prima, non fosse affatto in sè. Ma Westerhall, volendo porgere argomento della propria lealtà, giunse ad estorcere da lui la licenza. Caricati gli archibusi, al giovanetto fu ingiunto di tirarsi il berretto in su gli occhi. Ei rifiutò estette imperterrito, tenendo in mano la Bibbia in faccia agli assassini. «Vi posso guardare in viso,» disse egli, «io non ho fatto nulla di cui debba arrossire. Ma in che modo guarderete voi in quel giorno nel quale sarete giudicati secondo ciò che è scritto in questo libro?» Cadde morto, e fu sotterrato nel pantano.[298]Nel dì medesimo, due donne, di nome Margherita Maclachlan e Margherita Wilson, vedova d’età matura l’una, giovinetta di anni diciotto l’altra, morirono per la loro religione nella Contea di Wigton. Fu loro offerta la vita a patto che consentissero ad abiurare la dottrina dei ribelli Convenzionisti, e d’assistere al culto episcopale. E ricusando, furono condannate ad essere annegate. Vennero condotte ad un luogo che il Solway inonda due volte al giorno, e legate a due pali fitti nella sabbia tra il segno più basso e il più alto del flusso e riflusso dell’acque. La vedova fu posta più davvicino alle onde che s’avanzavano, con la speranza che la sua suprema agonia atterrendo la giovine, l’avrebbe indotta a cedere. Lo spettacolo fu spaventevole. Ma il coraggio della sopravvivente fu sostenuto da un entusiasmo grandissimo, al pari di qualunque altro di cui faccia ricordo il martirologio. Vedeva il mare farsi sempre più da presso, ma non dette segno di paura. Pregò, e cantò versetti di salmi, finchè la sua voce si estinse nelle acque. Dopo che ebbe sentita l’amarezza della morte, con crudele misericordia, fu slegata e resa alla vita. Risensata, gli amici e i vicini impietositi la supplicavano a cedere. «Cara Margherita, di’ solamente: Dio salvi il Re!» La povera fanciulla, ognor ferma nella sua severa credenza, con voce affannosa mormorò: «Dio lo salvi, se tale è la sua volontà!» I suoi amici affollaronsi dattorno all’impazientito ufficiale: «Ella l’ha detto; davvero, signore, ella lo ha detto.»—«Farà ella l’abiura?» chiese l’ufficiale. «Giammai,» ella esclamò. «Io sono di Cristo, lasciatemi morire.» E le acque per l’ultima volta le si chiusero sopra.[299]In tal guisa la Scozia era governata da quel principe che gl’ignoranti hanno rappresentato come amico alla libertà religiosa, che ebbe la sventura d’essere troppo savio e buono per il tempo in cui gli toccò di vivere. Che anzi, ei pensava che quelle stesse leggi le quali gli concedevano di governare a quel modo, fossero assai miti. Mentre i suoi ufficiali commettevano i raccontati assassinii, egli istigava il Parlamento scozzese a fare una nuova legge, in paragone della quale tutte le precedenti potrebbero chiamarsi temperatissime.In Inghilterra l’autorità di lui, benchè grande, era infrenata da antiche e venerande leggi, che nè anche i Tory avrebbero con pazienza veduto rompere. Quivi ei non poteva tradurre i Dissenzienti dinanzi ai tribunali militari, o gioire in Consiglio della voluttà di vederli svenire sotto la tortura dello stivaletto. Quivi non poteva annegare le fanciulle ricusanti di fare l’abiura, o fucilare i poveri campagnuoli che avessero dubitato lui essere uno degli eletti. Eppure, anco in Inghilterra, continuò a perseguitare, per quanto il suo potere si estendeva, i Puritani; finchè gli eventi che verranno da noi raccontati, lo indussero a concepire la idea di unire i Puritani e i Papisti in colleganza, onde umiliare e spogliare la Chiesa Anglicana.XXV. Anche in que’ primi anni del suo regno, ei portava singolare affetto ad una setta di protestanti Dissenzienti, chiamata la Società degli Amici. La sua parzialità per questa singolare confraternita non può attribuirsi a sentimento religioso, perocchè fra i credenti nella divina missione di Cristo, i Cattolici Romani e i Quacqueri sono quelli fra’ quali è maggiore distanza. Parrebbe un paradosso affermare che questa medesima discrepanza costituisse un vincolo tra gli uni e gli altri: eppure tale era il caso. Imperciocchè essi deviavano in direzione cotanto opposta da ciò che dalla maggior parte della nazione era reputato vero, che perfino gli spiriti più liberi li consideravano entrambi come egualmente discosti dai confini della più larga tolleranza. Così le due sètte estreme, appuntoperchè erano tali, avevano un interesse comune, diverso da quello delle sètte intermedie. I Quacqueri erano anche innocenti d’ogni offesa contro Giacomo e la sua casa. Non erano esistiti in forma di comunità, se non quando la guerra tra il padre di lui e il Lungo Parlamento era presso a finire. Erano stati crudelmente perseguitati da alcuni de’ governi rivoluzionarii. Dopo la Restaurazione, malgrado molte vessazioni, eransi mansuetamente sottomessi alla autorità regia; come quelli che, quantunque ragionando sopra premesse che i teologi anglicani consideravano eterodosse, s’erano ridotti al pari di essi alla conclusione, che nessuno eccesso di tirannia dalla parte del principe può giustificare la resistenza dalla parte del suddito. Nessun libello contro il Governo era stato mai attribuito ad un Quacquero.[300]Niuno di loro era stato implicato mai in qualche congiura contro il Governo. La loro società non aveva fatto eco ai clamori per la Legge d’Esclusione, ed aveva solennemente riprovata la Congiura di Rye House come disegno infernale e opera del demonio.[301]E veramente, gli Amici allora presero poca parte nelle civili contese; perciocchè non trovavansi, come adesso, congregati nelle grandi città, ma generalmente erano addetti all’agricoltura; occupazione, dalla quale a poco a poco sono stati distolti per le vessazioni derivate loro dallo strano scrupolo di pagare la decima. Vivevano, quindi, molto lontani dalla lotta politica. Evitavano parimente, per principio, anco nel domestico ritiro, ogni discorso politico; avvegnachè il ragionare di siffatte cose, secondo l’opinione loro, non fosse favorevole alla spiritualità della mente, e tendesse a disturbare l’austera compostezza del loro contegno. Nelle annuali ragunanze di quei tempi, i confratelli venivano ripetutamente ammoniti a non discorrere intorno a faccende di Stato.[302]Persone che oggi sono in vita, rammentano come que’ vecchi venerandi che serbavano i costumi dell’antecedente generazione, riprovassero per sistema tali discorsi mondani.[303]Era, dunque, naturale che Giacomofacesse gran distinzione tra questa gente innocua, e quelle fiere e irrequiete sètte che consideravano qual dovere di Cristiano il resistere alla tirannide; che in Germania, in Francia e in Olanda avevano mossa guerra ai principi legittimi, e che pel corso di quattro generazioni avevano nutrita singolare nimistà contro la Casa degli Stuardi.
Se qualunque altro principe, tranne Luigi, fosse stato in quei tempi involto in simigliante contesa col Vaticano, tutti i Governi protestanti si sarebbero messi dalla parte di lui. Ma tanta era la paura e il dispetto che l’ambizione e insolenza del Re francese ispiravano, che chiunque avesse avuto il coraggio di vigorosamente avversarlo, era sicuro della universale simpatia. Anche i luterani e i calvinisti, che avevano sempre detestato il Papa, non potevano frenarsi dal desiderargli esito prospero contro un tiranno che ambiva alla monarchia universale. E’ fu così che, nel secolo nostro, molti i quali consideravano Pio VII come l’anticristo, gioivano nel vedere l’anticristo far fronte al gigantesco potere di Napoleone.
Il risentimento che Innocenzo provava verso la Francia, lo dispose a guardare con occhio mite e liberale gli affari dell’Inghilterra.Il ritorno del popolo inglese alla greggia di cui egli era pastore, gli avrebbe senza dubbio racconsolata l’anima. Ma egli era bastevolmente savio da non credere che una nazione cotanto ardita e tenace potesse ricondursi al grembo della Chiesa di Roma col violento e incostituzionale esercizio dell’autorità regia. Non era difficile prevedere che qualora Giacomo con mezzi illegali e popolari si fosse studiato di promuovere gl’interessi della propria religione, la prova sarebbe fallita; l’odio che gl’isolani eretici sentivano per la vera fede, sarebbe diventato più forte e più feroce che mai; e nelle menti di tutti sarebbe nata una indissolubile colleganza tra il protestantismo e la libertà civile, tra il papismo e il potere arbitrario. Frattanto, il Re sarebbe divenuto obietto d’avversione e sospetto al suo popolo. L’Inghilterra sarebbe stata, come sotto Giacomo I, Carlo I e Carlo II, una potenza di terzo ordine; e la Francia avrebbe dominato irrefrenata oltre le Alpi e il Reno. Dall’altro canto, era probabile che Giacomo, operando con prudenza e moderazione, osservando strettamente le leggi, e sforzandosi di acquistare la fiducia del suo Parlamento, avrebbe potuto ottenere per coloro che professavano la sua religione, non poco alleggiamento. Dapprima si sarebbe venuto alla abolizione degli statuti penali; tosto dopo a quella delle incapacità civili. Infrattanto, il Re e la nazione inglese congiunti, si sarebbero potuti porre a capo della coalizzazione europea, avrebbero opposto un argine insormontabile alla cupidità di Luigi.
Innocenzo fu reso più fermo nel proprio giudicio dal parere de’ principali inglesi che erano alla sua Corte. Fra essi, il più illustre era Filippo Howard, discendente dalle famiglie più nobili della Gran Brettagna; da un lato nipote del Conte d’Arundel, dall’altro del Duca di Lennox. Filippo era già da lungo tempo membro del sacro collegio; veniva comunemente chiamato il Cardinale d’Inghilterra; ed era precipuo consigliere della Santa Sede per le faccende concernenti la sua patria. Era stato cacciato in esilio dai clamori dei bacchettoni protestanti, ed uno de’ suoi, lo sventurato Stafford, era caduto vittima della loro rabbia. Nè i propri danni nè quelli di casa sua gli avevano acceso tanto il cervello, da renderlo unimprudente consigliere. Ogni lettera, quindi, che dal Vaticano arrivasse a Whitehall, raccomandava pazienza, moderazione, e rispetto ai pregiudizii del popolo Inglese.[254]
XIV. Grande era il conflitto che ardeva nella mente di Giacomo. Saremmo verso lui ingiusti, ove supponessimo che la condizione di vassallo gli tornasse gradita. Egli amava l’autorità e gli affari; aveva alto concetto della dignità propria; anzi non era affatto privo di un sentimento che aveva qualche affinità con l’amore di patria. Gli si straziava l’anima pensando che il Regno da lui governato, fosse di minor conto nel mondo, che non erano altri Stati i quali avevano minori vantaggi naturali; e prestava facile ascolto ai Ministri stranieri, sempre che lo incitavano a manifestare la dignità del suo grado, porsi a capo di una grande confederazione, farsi protettore delle oltraggiate nazioni, e domare l’orgoglio di quella Potenza che teneva in timore il continente. Tali esortazioni gli facevano battere il cuore con emozioni incognite al suo spensierato ed effeminato fratello. Ma tali emozioni tosto cedevano a più forte sentimento. Una politica estera vigorosa, necessariamente presupponeva politica interna conciliatrice. Era impossibile far fronte alla possanza francese, e a un tempo calpestare le libertà della Inghilterra. Il Potere Esecutivo non avrebbe potuto imprendere nulla di grande senza lo assenso della Camera de’ Comuni, nè ottenerne lo aiuto senza agire a seconda delle opinioni di quella. In tal guisa, Giacomo accorgevasi di non potere conseguire insieme le due cose ch’ei più desiderava. Il secondo de’ suoi desiderii era quello d’essere temuto e rispettato dai Governi stranieri; ma il primo era di essere signore assoluto nel proprio Regno. Fra gli oggetti incompatibili cui il suo cuore aspirava, egli per qualche tempo procede piegando ora di qua ora di là. Il conflitto dell’animo diede ai suoi atti pubblici una strana sembianza d’irresolutezza e di falsità. Difatti, coloro i quali senza il filo d’Arianna tentavano d’esplorare il laberinto della sua politica, non sapevano intendere come lo stesso uomo nella settimana stessa potesse mostrarsi così superbo e così vile. Anco Luigi rendevanoperplesso gli andamenti d’un alleato il quale, in poche ore, passava dall’omaggio alla disfida, e dalla disfida all’omaggio. Nondimeno, ora che ci è appieno manifesta la condotta di Giacomo, sembra che cotesta incoerenza possa agevolmente spiegarsi.
Allorquando egli si assise sopra il trono, era in dubbio se il Regno si sarebbe tranquillamente sottoposto all’autorità sua. Gli Esclusionisti, poco fa così potenti, avrebbero potuto, correndo all’armi, insorgergli contro. Egli avrebbe potuto avere grande bisogno dell’oro e delle milizie della Francia: fu quindi per alquanti giorni pago di far la parte di piaggiatore e di mendicante. Si scusò umilmente d’avere osato convocare il suo Parlamento senza licenza del Governo francese; e lo pregò vivamente di concedergli un sussidio. Sparse lacrime di gioia sopra le cambiali francesi; mandò a Versailles una speciale ambasceria per significare la gratitudine, lo affetto, la sommissione ch’egli aveva per Luigi. Ma appena partita l’ambasceria, variò di sentimenti. Era stato da per tutto proclamato Re senza il minimo tumulto, senza il più lieve grido sedizioso. Da ogni parte dell’isola gli giungevano nuove ad assicurarlo che i suoi sudditi erano tranquilli ed obbedienti. Riprese animo, e sentì come la relazione disonorante da lui contratta con un potentato straniero, gli fosse intollerabile. Divenne altero, puntiglioso, vanitoso, rissoso. Parlava così altamente intorno alla dignità della propria Corona e all’equilibrio politico, che tutta la sua Corte aspettavasi ad un pieno rivolgimento nella politica estera del Governo inglese. Comandò a Churchill di mandargli una relazione minuta del ceremoniale di Versailles, affinchè gli onori onde ivi era stata accolta la legazione inglese, venissero debitamente contraccambiati, ma non più che contraccambiati, al rappresentante della Francia a Whitehall. La nuova di questo mutamento fu accolta con gioia a Madrid, a Vienna e all’Aja.[255]Il Re Luigi, in sulle prime, ne rise, dicendo: «Il mio buono alleato parla alto; ma egli ama tanto i miei zecchini, quanto li amava il suo fratello.» Nonostante, il variato contegnodi Giacomo e, le speranze che ne avevano concepite i due rami di Casa d’Austria, cominciarono a richiamare più seria attenzione. Esiste tuttora una notevolissima lettera, nella quale il Re francese mostra sospetto d’essere stato ingannato, credendo che lo stesso danaro da lui mandato a Westminster, verrebbe adoperato a’ suoi danni.[256]
Verso questo tempo, la Inghilterra s’era riavuta dalla tristezza ed ansietà cagionatale dalla morte del buon Carlo. I Tory fecero grandi proteste d’affetto verso il nuovo signore. La paura teneva domo il rancore dei Whig. Quella vasta massa di gente che non sono stabilmente Whig nè Tory, ma che pendono a vicenda ora verso gli uni ora verso gli altri, stava dalla parte de’ Tory. La reazione che aveva tenuto dietro alla dissoluzione del Parlamento d’Oxford, non aveva consunta la propria forza.
XV. Il Re non indugiò punto a porre alla prova la lealtà de’ suoi amici protestanti. Mentre egli era suddito, soleva ascoltare la messa a uscio chiuso, in un piccolo oratorio, accomodato a uso della consorte. Adesso comandò che le porte si spalancassero, affinchè tutti coloro che andavano a complirlo, potessero vedere il servizio divino. Alla elevazione dell’ostia, seguì una strana confusione nell’anticamera. I cattolici romani prostraronsi in ginocchio; i protestanti uscirono frettolosamente fuori. Tosto un nuovo pulpito fu eretto in palazzo, d’onde, nella quaresima, sacerdoti papisti predicavano, con grave sconcerto de’ zelanti fedeli della Chiesa Anglicana.[257]
Alla predetta innovazione seguì altra più grave. Giunta la settimana di Passione, il Re deliberò di assistere alla messa con la pompa medesima di che usavano circuirsi i suoi predecessori, andando ai tempii della religione anglicana. Palesò il suo intendimento ai tre Ministri del Gabinetto intimo, e ingiunse loro di accompagnarlo. Sunderland, pel quale tutte le religioni valevano lo stesso, fu pronto ad assentire. Godolphin, come Ciamberlano della Regina, era già assuefatto a darle mano quando essa recavasi all’oratorio, e non ebbescrupolo d’inchinarsi officialmente nel tempio di Rimmon. Ma Rochester ne rimase gravemente conturbato. La influenza ch’egli esercitava sul paese, originava principalmente dal concetto, in che il clero e i gentiluomini Tory lo tenevano, di amico sincero e zelante della Chiesa. La sua ortodossia era considerata come piena espiazione di falli che altrimenti lo avrebbero reso il più impopolare uomo del Regno, avvegnachè avesse indole oltremodo arrogante e violenta, e modi quasi brutali.[258]Ei temeva che, arrendendosi alle voglie del principe, avrebbe perduta in gran parte la stima del proprio partito. Infine, non senza qualche contrasto, ottenne licenza di passare fuori di città i giorni santi. Tutti gli altri dignitari civili ebbero comandamento di trovarsi al proprio posto nella domenica della Pasqua. Così, dopo un intervallo di cento ventisette anni, i riti della Chiesa di Roma furono celebrati in Westminster con regia magnificenza. Le guardie reali erano schierate. I cavalieri della Giarrettiera portavano i loro collari. Il Duca di Somerset, secondo per grado fra i nobili secolari del reame, portava la spada dello Stato. Un gran codazzo di grandi Lordi accompagnò il Re al suo seggio. Ma fu notato che Ormond e Halifax rimasero nell’anticamera. Pochi anni innanzi, essi avevano valorosamente propugnata la causa di Giacomo contro alcuni di coloro che ora mostravansi ossequiosissimi. Ormond non aveva partecipato alla strage de’ cattolici romani. Halifax aveva animosamente votato per la non colpabilità di Stafford. E mentre i voltafaccia, che avevano preteso raccapricciar al solo pensiero di un Re papista, e senza misericordia versato il sangue innocente di un Pari papista, adesso spingevansi l’un l’altro per farsi più da presso a un altare papista, l’illustre Barcamenante si sarebbe giustamente potuto inorgoglire di quello impopolare saprannome.[259]
XVI. Una settimana dopo cotesta cerimonia, Giacomo fece un sacrificio de’ suoi pregiudizi religiosi, assai maggiore di qualunque altro fin allora egli avesse richiesto da’ suoi sudditi protestanti. Si fece incoronare il giorno vigesimoterzo d’aprile,in che ricorre la festività del Santo patrono del Regno. Tutto Westminster fu splendidamente adornato. La presenza della Regina e delle mogli de’ Pari dava alla solennità uno incanto che era mancato alla magnifica inaugurazione del Re defunto. Nondimeno coloro che ricordavansi di quella cerimonia, affermarono che l’incoronazione di Giacomo fu meschina. L’antica usanza richiedeva che avanti la incoronazione il sovrano con tutti i suoi araldi, giudici, Consiglieri, Lordi e gran dignitari, cavalcasse solennemente dalla Torre a Westminster. L’ultima e più magnifica di tali cavalcate fu quella che traversò la metropoli, allorquando i sentimenti eccitati dalla Restaurazione erano ancor vivi. Lungo il cammino innalzavansi archi trionfali. Tutto Cornhill, Cheapside, Saint Paul’s Church Yard, Fleet Street, e lo Strand erano fiancheggiati da file di palchi. La città intera in tal modo poteva contemplare il principato nella sua forma più splendida e solenne. Giacomo ordinò che si calcolasse la spesa di simigliante processione, e fu riferito che ascenderebbe a circa la metà più della somma da esso proposta per coprire di ciondoli la sua sposa. Deliberò, quindi, d’essere prodigo dove aveva mestieri d’esser parco, e spilorcio dove avrebbe dovuto essere generoso. Più di cento mila lire sterline furono spese negli abiti della Regina; e la processione fu posta da parte. La insania di questo partito si conosce a prima vista: imperciocchè, se la pompa è utile in politica, lo è quando si adopera come mezzo di abbagliare la fantasia della moltitudine. E veramente, è grandissima assurdità escludere la plebe da uno spettacolo, il cui scopo principale è quello di produrre una impressione nell’animo della plebe. Giacomo avrebbe fatto mostra d’una più giudiziosa munificenza, e d’una parsimonia più giudiziosa, se avesse traversata Londra da levante a ponente con la solita pompa, e ordinato che gli abiti della propria moglie fossero stati meno sopraccarichi di perle e di diamanti. Nulladimeno i suoi successori per lungo tempo seguirono lo esempio di lui; e in uno spettacolo al quale venivano ammesse solo tre o quattro mila persone, si profondevano somme che, bene impiegate, avrebbero pôrto squisitissimo diletto ad una gran parte della nazione. In fine, venne in parte richiamato a vitalo antico costume. Il dì della incoronazione della regina Vittoria vi fu una processione, nella quale si sarebbero potuti notare molti mancamenti, ma che fu ammirata con interesse e diletto da mezzo milione di sudditi; e senza dubbio veruno, apprestò più piacere ed eccitò maggiore entusiasmo, della costosa solennità che facevasi fra mezzo a uno eletto numero di persone dentro l’Abbadia.
Giacomo aveva fatto comandamento a Sancroft di abbreviare il rituale. La ragione che venne pubblicamente addotta, fu che il giorno era sì corto, da non potersi compiere tutto ciò ch’era da farsi. Ma chiunque si faccia ad esaminare i cangiamenti fattivi, si accorgerà che il vero fine fu quello di scartare talune cose le quali altamente offendevano i sentimenti religiosi d’un cattolico romano zelante. L’ufficio della comunione non fu letto. Fu omessa la cerimonia di presentare in dono al sovrano una Bibbia riccamente rilegata, e di esortarlo a pregiare sopra tutti i tesori della terra un volume ch’egli, secondo gl’insegnamenti ricevuti, reputava adulterato con false dottrine. Nulladimeno, ciò che rimaneva dopo tali omissioni, avrebbe potuto far nascere scrupoli nella mente di un uomo, il quale sinceramente avesse creduto che la Chiesa Anglicana era una società ereticale, nel cui seno non poteva acquistarsi la eterna salvezza. Il re fece una oblazione all’altare. Ripetè i responsi alle litanie cantate dai vescovi. Ricevè da que’ falsi profeti la unzione, simbolo della divina assistenza, e s’inginocchiò simulando devozione, mentre essi invocavano lo Spirito Santo, al quale erano, secondo egli credeva, maligni ed implacabili nemici. Tali sono le incoerenze della umana natura, che cotesto uomo, il quale per un fanatico zelo verso la propria religione perdè tre Regni, amò commettere un atto ch’era poco meno d’una apostasia, più presto che rinunziare al fanciullesco diletto della simbolica fantocciata della incoronazione.[260]
Francesco Turner, vescovo d’Ely, predicò agli astanti.Era uno di quegli scrittori che seguitavano ad affettare lo stile antiquato dell’arcivescovo Williams e del vescovo Andrews. Il sermone era tessuto di quei concetti strani, che sessanta anni innanzi avrebbero potuto destare ammirazione, ma allora movevano a scherno una generazione d’uditori assuefatta alla pure eloquenza di Sprat, di South e di Tillotson. Salomone era Re Giacomo; Adonia, Monmouth; Joab era uno de’ congiurati di Rye House; Shimei, un libellista Whig; Abiathar, un onesto ma traviato Cavaliere. Una frase del libro delle croniche fu stiracchiata a significare che il Re era superiore al Parlamento; un’altra fu adatta a provare ch’egli solo avrebbe dovuto comandare le milizie cittadine. Verso la fine del discorso, l’oratore timidamente alluse alla nuova e impacciata condizione in cui la Chiesa trovavasi di faccia al sovrano, e rammentò agli uditori come lo imperatore Costanzo Cloro, benchè non fosse cristiano, avesse tenuto in onoranza i cristiani fedeli alla propria religione, e avesse spregiati coloro che cercavano guadagnarsi, apostatando, il favore di lui. Il servizio religioso nella Abbadia, fu seguito da un banchetto solenne nella Sala; il banchetto da magnifici fuochi artificiali, e i fuochi da molte cattive poesie.[261]
XVII. Fu questo il momento in cui lo entusiasmo del partito Tory pervenne alla sua maggiore altezza. Dal dì in che Giacomo fu asceso sul trono, s’erano sempre avvicendati indirizzi, in cui quel partito esprimeva profonda venerazione per la persona e la dignità del monarca, e acre abborrimento per i vinti Whig. I magistrati di Middlesex rendevano grazie a Dio per avere dispersi i disegni di que’ regicidi ed Esclusionisti, i quali, non paghi d’avere assassinato un monarca santo, tentavanodi distruggere le fondamenta della monarchia. La città di Gloucester esecrò i ribaldi sitibondi di sangue, che avevano tentato di privare la Maestà Sua del diritto ereditario. I borghesi di Wigan assicurarono il sovrano, che lo avrebbero difeso contro tutti gli Achitophel cospiratori, e i ribelli Assalonni. I gran giurati di Suffolk dissero sperare, che il Parlamento avrebbe proscritti gli Esclusionisti. Molti Consigli municipali giurarono di non rieleggere mai più alla Camera de’ Comuni chiunque avesse votato a favore della legge che voleva privare Giacomo del diritto di successione. Perfino la metropoli mostrò profondo ossequio. I legali e i commercianti fra loro gareggiavano di servilità. I collegi dei Tribunali, e quelli di Cancelleria, mandarono fervide professioni di sommissione e d’affetto. Tutte le grandi società commerciali, la Compagnia delle Indie Orientali, la Compagnia Affricana, la Compagnia di Turchia, la Compagnia di Moscovia, la Compagnia di Hudson Bay, i Mercanti di Maryland, i Mercanti della Giammaica, i Mercanti Avventurieri, dichiararono che accettavano ben volentieri lo editto regio, il quale ingiungeva loro di continuare a pagare i diritti doganali. Bristol, seconda città dell’isola, fece eco al voto di Londra. Ma in nessuno altro luogo lo spirito di lealtà fu più fervido di quel che fosse nelle due università. Oxford dichiarò che non si sarebbe mai dilungata da quei principii religiosi che la obbligavano a prestare obbedienza al Re senza limiti o restrizioni. Cambridge, con severissime parole, dannò la violenza e il tradimento di que’ torbidi spiriti che s’erano malignamente studiati di trarre la corrente della successione fuori del suo proprio alveo.[262]
XVIII. Simiglianti indirizzi, per uno spazio considerevole di tempo, riempirono ciascun numero della Gazzetta di Londra. Ma non erano i soli indirizzi i mezzi onde i Tory mostravano il proprio zelo. Pubblicati i decreti per le elezioni parlamentari, il paese fu in grande concitamento. Non v’era mai stata elezione generale che, come questa, fosse accompagnata da circostanze cotanto favorevoli alla Corte. Centinaia di migliaia che la Congiura papale aveva cacciato dentro il partitoWhig, furono ricacciati al partito Tory dalla congiura di Rye House. Nelle Contee, il Governo poteva esser sicuro d’una immensa maggioranza di gentiluomini possidenti trecento e più lire sterline l’anno, e di tutti gli ecclesiastici fino a uno. Quei borghi che un tempo erano cittadelle di Whig, erano di fresco stati con sentenza legale privati de’ loro Statuti, o avevano prevenuta la sentenza, spontaneamente rinunziandovi. Erano poi stati ricostituiti in modo da rieleggere senza dubbio rappresentanti devoti alla Corona. Dove non era da fidarsi dei cittadini, la franchigia elettorale era stata affidata agli scudieri delle vicinanze. In alcuni dei più piccoli municipii occidentali, i collegi elettorali erano in gran parte composti di Capitani e di Luogotenenti delle Guardie. I seggi elettorali avevano dovecchessia interesse per la Corte. In ciascuna Contea il Lord Luogotenente e i suoi deputati formavano un potente, operoso e vigilante comitato, col fine di carezzare e intimidire i liberi possidenti. Le popolazioni erano ammonite da migliaia di pulpiti a non votare a favore di nessun candidato Whig, perocchè ne dovevano render conto a Colui che aveva ordinato che vi fossero i potentati, e aveva detto la ribellione essere peccato non meno grave della stregoneria. Di tutti cotesti elementi il partito predominante non solo usò quanto potè, ma abusò in modo così svergognato, che gli uomini gravi e saggi, i quali si erano mantenuti fedeli alla monarchia mentre era in pericolo, e non portavano nessun affetto ai repubblicani e agli scismatici, tiraronsi da parte, e da siffatti primordii previdero lo appressarsi di tempi tristissimi.[263]
Nondimeno i Whig, comecchè patissero la giusta pena de’ propri errori, e fossero sconfitti, scoraggiati, disordinati, non vollero cedere senza sforzi. Erano tuttavia numerosi nelle classi dei trafficanti e degli artigiani delle città, e in quelle de’ piccoli possidenti e de’ contadini sparsi per lecampagne. In taluni distretti, come, a cagione d’esempio, nelle Contee di Dorset e di Somerset, formavano la gran maggioranza della popolazione. Nulla potevano nei borghi ricostituiti; ma in ogni Contea dove avevano probabilità di prospero successo, lottarono disperatamente. Nella Contea di Bedford, che all’ultimo Parlamento era stata rappresentata dallo sfortunato Russell, essi rimasero vincitori nella prova ad alzata di mani, ma perdenti in quella dello squittinio.[264]In Essex ottennero mille trecento voti contro mille ottocento.[265]Nella elezione della Contea di Northampton, il popolo procedè così violentemente ostile al candidato della Corte, che fu necessario appostare nella piazza di mercato della città della Contea una coorte di soldati, ai quali fu dato ordine di caricare a palla gli archibugi.[266]La storia della contesa per la elezione della Contea di Buckingham, è anche più degna di considerazione. Il candidato Whig, che aveva nome Tommaso Wharton, figlio primogenito di Filippo Lord Wharton, era uomo predistinto e per destrezza e per audacia, e destinato a rappresentare una parte cospicua, benchè non sempre commendevole, nella politica di vari sovrani. Nella Camera de’ Comuni era stato uno de’ membri, i quali avevano portata la Legge d’Esclusione alla barra di quella de’ Lordi. La Corte, adunque, era intesa ad usare ogni mezzo buono o cattivo per escluderlo dal Parlamento. Il Lord Capo Giudice Jeffreys recossi in persona nella Contea di Buckingham, a fine di sostenere un gentiluomo chiamato Hacket, che apparteneva al partito Tory. Immaginarono uno strattagemma, che essi pensavano dovesse produrre buono effetto. Fu annunziato che la elezione si farebbe in Ailesbury; e Wharton, la cui perizia in tutte le astuzie di condurre una elezione era senza rivali, ordinò tutto, credendo vera la cosa; allorquando, con improvviso annunzio, lo sceriffo fece sapere che lo squittinio seguirebbe in Newport Pagnell. Wharton e i suoi partigiani vi si recarono frettolosamente, e trovarono cheHacket, il quale sapeva il secreto, aveva già preso per conto suo tutte le locande e gli alberghi. I liberi possidenti Whig furono costretti a legare i propri cavalli alle siepi, e dormire a cielo scoperto sui prati che circondavano la città. E’ non fu senza difficoltà grandissima che si potè provvedere improvvisamente al vitto di tanto numero d’uomini e d’animali; quantunque Wharton, che non curava affatto spesa alcuna quando gli si accendevano in cuore l’ambizione e lo spirito di parte, sborsasse in un solo giorno mille cinquecento lire sterline, somma immensa per que’ tempi. Nonostante, sembra che tanta ingiustizia avesse ridato coraggio ai possidenti di Bucks, animosi figli degli elettori di Giovanni Hampden. Wharton non solo sortì vittorioso della prova, ma potè ottenere la elezione d’un altro uomo d’opinioni moderate, e sconfiggere il candidato del Capo Giudice.[267]
Nella contea di Chester la lotta durò sei giorni. I Whig ebbero circa mille settecento voti, i Tory circa due mila. Il popolo minuto parteggiò con veemenza a favore de’ Whig, e gridando: «Abbasso i Vescovi!» insultò il clero per le vie di Chester, stramazzò a terra un gentiluomo Tory, ruppe le finestre e bastonò i commissari di polizia. Fu chiamata la milizia cittadina a chetare il tumulto, e fu fatta rimanere in armi, onde proteggere il trionfo de’ vincitori. Appena finito lo squittinio, cinque grossi cannoni dal castello annunziarono al paese circostante la vittoria della Chiesa e della Corona. Le campane sonarono a festa. Gli eletti furono condotti solennemente alla croce della città,[268]accompagnati da una banda musicale e da un lungo codazzo di cavallieri e scudieri. La processione andava cantando: «Letizia al gran Cesare!» ode cortigiana, la quale era stata, poco innanzi, scritta da Durfey, e quantunque, al pari di tutti gli scritti di lui, fosse estremamente spregevole, in quel tempo era quasi tanto popolare, quanto pochi anni dopo lo fu Lillibullero.[269]Attorno la croce stavanoschierate le civiche milizie; fu acceso un fuoco di gioia; la Legge d’Esclusione venne bruciata; e si bevve con fragorose acclamazioni alla salute di Re Giacomo. Il dì seguente era domenica. La milizia schierossi in fila lungo le vie conducenti al duomo. I due rappresentanti della Contea furono condotti con gran pompa al coro dai magistrati della città; ascoltarono la predica del Decano, che probabilmente ragionò del debito d’obbedienza passiva; e poi furono festeggiati dal Gonfaloniere.[270]
In Northumberland, il trionfo di Sir Giovanni Fenwik, cortigiano che acquistò poscia trista rinomanza, fu accompagnato da circostanze che destarono interesse in Londra, e che non furono stimate indegne d’essere rammentate, nei dispacci de’ Ministri stranieri. Newcastle fu illuminato con gran mucchi di carbone acceso. I campanili mandarono suoni di esultanza. Un esemplare della Legge d’Esclusione, ed una cassetta nera simigliante a quella che, secondo la favola popolare, conteneva il contratto di nozze tra Carlo II e Lucia Walters, vennero pubblicamente date alle fiamme con alte acclamazioni.[271]
L’esito generale delle elezioni sorpassò le più ardenti speranze della Corte. Giacomo vide con gioia, come non gli fosse necessario di spendere un soldo a comperare i voti. Disse che, tranne circa quaranta membri, la Camera de’ Comuni era quale doveva essere ove egli l’avesse nominata da sè.[272]Oltrechè, stava in poter suo, secondo che allora consentivano le leggi, tenerla sino alla fine del suo regno.
Essendo sicuro d’essere sostenuto dal Parlamento, poteva oramai appagare la libidine di vendetta. Aveva indole implacabile; e mentre era ancor suddito, aveva patito ingiurie e indegnità tali, che avrebbero mosso anche un animo placabile a fiero e durevole risentimento. Una setta d’uomini, in ispecie, aveva, con inusitata e indicibile crudeltà e vigliaccheria, aggredito l’onore e la vita di lui; voglio dire i testimoni della congiura. L’odio ch’ei loro portava, parrebbe degno di scusa;poichè fino ai dì nostri il solo profferirne il nome muove a schifo ed orrore gli uomini di tutte le sètte e di tutti i partiti.
XIX. Alcuni di cotesti sciagurati erano in luogo dove non poteva giungere il braccio della umana giustizia. Bedloe era morto da ribaldo, senza dare il minimo segno di rimorso e di vergogna.[273]Dugdale gli era andato dietro, reso insano, secondo che dicevasi, dalle furie della pessima coscienza, con acute strida scongiurando coloro che stavano attorno al suo letto, d’allontanare lo spettro di Lord Stafford.[274]Carstairs anch’esso era morto. La sua fine fu tutta orrore e disperazione; e sul punto di mandare l’ultimo flato, aveva detto ai suoi assistenti di gittarlo a guisa d’un cane in un fosso, non essendo degno di riposare in un cimitero cristiano.[275]Ma Oates e Dangerfield erano in potere dello austero principe da essi oltraggiato. Giacomo, breve tempo avanti che ascendesse sul trono, aveva intentato un processo civile contro Oates per diffamazione; e i giurati lo avevano condannato a pagare la enorme multa di cento mila lire sterline.[276]Lo accusato, non potendo pagare, era stato preso, e viveva in carcere senza speranza d’uscire. Gli Alti Giurati di Middlesex, poche settimane avanti la morte di Carlo, avevano ammessi contro lui due atti d’accusa come colpevole di spergiuro. Appena finite le elezioni, si cominciò il processo.
Tra le classi alte e le medie, ad Oates non rimaneva nè anche un amico. Tutti i Whig intelligenti erano convinti, che quando anche il suo racconto fosse in alcun modo fondato sul fatto, egli vi aveva edificato sopra un romanzo. Un numero considerevole di fanatici, nondimeno, lo considerava tuttavia come pubblico benefattore. Costoro bene sapevano che qualora ei fosse convinto di reità, la sua sentenza sarebbe severissima; e però infaticabilmente studiavansi a procacciargli la fuga. Quantunque fino allora fosse rinchiuso per debiti, venne posto in ferri dalle autorità della prigione del Banco del Re; ed anche ciò non era bastevole a tenerlo in sicuracustodia. Al mastino che stava dinanzi all’uscio del suo carcere, fu dato il veleno; e nella medesima notte che precedè il suo processo, una scala di fune fu introdotta nella sua cella.
Il giorno ch’ei fu condotto alla barra, Westminster Hall era affollata di spettatori, fra’ quali vedevansi molti cattolici romani, ansiosi di contemplare la miseria e la umiliazione del loro persecutore.[277]Pochi anni prima, il suo collo corto, le sue gambe ineguali come quelle d’un tasso, la sua fronte bassa a guisa di quella d’un babbuino, le sue guance chiazzate di sangue, la mostruosa lunghezza del suo mento, erano famigliari a quanti frequentavano le corti di giustizia. Era in que’ giorni diventato l’idolo della nazione: dovunque ei si mostrasse, ciascuno gli faceva di cappello. La vita e gli averi de’ magnati del reame erano stati in sua balìa. Ma adesso i tempi erano cangiati; e molti di coloro che per lo innanzi lo avevano considerato liberatore della patria, rabbrividivano alla vista di quegli osceni sembianti, sopra i quali pareva che il dito di Dio avesse scritto: scellerato![278]
E’ fu provato, senza possibilità di dubbio, che questo uomo aveva, con false testimonianze, premeditatamente assassinate varie persone innocenti. Egli invocò invano i più eminenti membri del Parlamento, dai quali era stato ricompensato ed esaltato, perchè testificassero a favor suo. Parecchi di coloro ch’egli aveva chiamati al tribunale, assentaronsi. Nessuno disse la minima cosa che tendesse a scolparlo. Uno di loro, cioè a dire il Conte di Huntingdon, lo rimproverò aspramente d’avere ingannate le Camere, e gettata sopra esse la colpa d’aver versato il sangue innocente. I giudici guardavano fieri, ed avvilirono lo accusato con crudeltà tale, che anche nei casi più atroci mal conviene al carattere di ministro della giustizia. Eppure ei non mostrò segno di timore o vergogna, e con la insolenza della disperazione affrontò la tempesta delle invettive che scoppiava contro lui dalla barra, dalseggio e dal banco de’ testimoni. Fu dichiarato convinto sopra ambedue gli atti d’accusa. Quantunque, moralmente considerata, la sua colpa fosse assassinio della più grave specie, nondimeno agli occhi della legge era semplice delitto. Il tribunale, nondimeno, voleva che la pena da darglisi fosse più severa di quella de’ felloni o traditori, e non solo farlo morire, ma farlo morire tra orribili tormenti. Fu condannato ad essere spogliato degli abiti clericali, posto alla gogna in Palace Yard, e condotto attorno Westminster Hall con un cartello fittogli sulla testa, nel quale fosse scritta la sua infamia; e posto nuovamente alla gogna di faccia alla Borsa Reale, fustigato da Aldgate a Newgate, e dopo un intervallo di due giorni fustigato un’altra volta da Newgate a Tyburn. Se, contro ogni probabilità, egli fosse sopravvissuto a questa orribile pena, doveva rimanere in carcere per tutta la vita, donde doveva essere tratto cinque volte l’anno, e messo alla gogna in diversi luoghi della metropoli.[279]
La cruda sentenza venne crudamente eseguita. Oates, il giorno in cui fu posto alla gogna in Palace Yard, sostenne una pioggia di sassate, e corse pericolo di essere fatto in brani.[280]Ma nella città, i suoi partigiani si raccolsero, suscitarono un tumulto, e rovesciarono la gogna.[281]Ciò non ostante, non riuscì loro di liberarlo. Fu creduto che per sottrarsi all’orrendo destino che lo aspettava, tentasse d’avvelenarsi: però il cibo e la bevanda furono sottoposti a rigoroso esame. Il dì seguente, fu tratto fuori di carcere per subire la prima fustigazione. A buon’ora, innumerevole turba di popolo riempiva tutte le vie, da Aldgate sino a Old Bailey. Il carnefice menava la frusta con tanto insolita severità, da mostrare che avesse ricevuto speciali ammonimenti. Il sangue correva a rivi. Per qualche tempo il colpevole fece mostra d’una strana costanza; ma in fine, sì ostinata fortezza gli venne meno. Urlava in modo spaventevole; perdè i sensi più volte: ma non perciò restava il flagello. Come fu sciolto, e’ parve d’avere sopportato quantola forma umana può sopportare senza dissolversi. Giacomo venne supplicato a risparmiargli la seconda fustigazione. Ei rispose in brevi e chiare parole: «Dovrà subire la pena finchè gli rimarrà fiato in corpo.» Tentossi di ottenere la intercessione della Regina; ma essa sdegnosamente ricusò di dire una sola parola a pro di un tanto scellerato. Dopo un intervallo di sole quarantotto ore, Oates fu nuovamente tratto di carcere. Non aveva forza da tenersi in piedi, e fu d’uopo trascinarlo sopra una treggia a Tyburn. Pareva affatto insensibile; e i Tory riferivano ch’egli si fosse stordito bevendo liquori spiritosi. Un tale, che nel secondo giorno contò il numero delle frustate, affermò che fossero mille settecento. Al tristo uomo rimase la vita, ma in guisa che gl’ignoranti e i bacchettoni fra’ suoi ammiratori reputarono la sua guarigione un miracolo, e l’adducevano come argomento della innocenza di lui. Le porte del carcere gli si richiusero sopra. Per molti mesi stette incatenato nel più oscuro buco di Newgate. Fu detto che ivi si abbandonasse alla malinconia, e per giorni interi sedendo con le mani incrociate, e col cappello fitto in sugli occhi, mandasse cupi gemiti. E’ non fu nella sola Inghilterra che questi avvenimenti svegliarono grande interesse. Milioni di cattolici romani, i quali non sapevano nulla delle nostre istituzioni e fazioni, avevano udito come nella nostra isola avesse infuriato una barbarissima persecuzione contro i credenti nella vera fede, come molti uomini pii avessero patito il martirio, e Tito Oates fosse stato il principale assassino. E però grande fu la gioia ne’ lontani paesi appena si seppe che la mano della giustizia divina lo aveva raggiunto. Per tutta l’Europa correvano certe incisioni, dove egli era rappresentato alla gogna e in atto di subire la flagellazione; e gli epigrammisti, in molte lingue, scherzarono sul titolo di dottore ch’egli pretendeva d’avere ottenuto nella Università di Salamanca, e notavano che non potendo farlo arrossire in fronte, era giusto che lo facessero arrossire su per la schiena.[282]
Per quanto orribili fossero i tormenti di Oates, non potevano agguagliarsi a’ suoi misfatti. Un’antica legge dell’Inghilterra, che s’era lasciata cadere in disuso, trattava come assassino il falso testimone, che spergiurando fosse stato cagione di morte ad alcuno.[283]Ciò era savio ed equo, imperocchè un simigliante testimonio, davvero è il peggiore degli assassini. Alla colpa di spargere il sangue innocente, egli aggiunge quella di violare il più solenne contratto che possa esistere tra uomo e uomo, e di rendere le istituzioni—alle quali è da desiderarsi che il pubblico porti rispetto e fiducia—strumento di terribili danni, e obietto di generale diffidenza. Il dolore cagionato da un assassinio ordinario non è da paragonarsi al dolore cagionato dallo assassinio, di cui le corti di giustizia diventano agenti. La semplice estinzione della vita è piccolissima parte di ciò che rende orribile il patibolo. La prolungata mortale agonia del condannato, la vergogna e la miseria de’ suoi congiunti, la macchia d’infamia che discende fino alla terza o quarta generazione, sono cose più spaventevoli della morte stessa. Generalmente, potrebbe di sicuro affermarsi che il padre di una numerosa famiglia si lascerebbe più presto privare di tutti i propri figliuoli, morti per disgrazia o per malattia, che perdere un solo di loro per le mani del carnefice. L’assassinio cagionato da falsa testimonianza è, dunque, la specie più grave degli assassinii; ed Oates era reo di molti simiglianti assassinii. Nondimeno, non può giustificarsi la penache gli venne inflitta. Nel dannarlo ad essere spogliato dell’abito ecclesiastico e incarcerato a vita, sembra che i giudici avessero ecceduto il loro potere legale. Certo erano competenti a infliggere la fustigazione, nè la legge assegnava termine al numero delle frustate: ma lo spirito della legge manifestamente voleva che nessun delitto venisse punito con severità maggiore di quella con cui si puniscono le più atroci fellonie. Il peggiore de’ felloni poteva essere condannato alla forca. I giudici, secondo che credevano, dannarono Oates ad essere flagellato a morte. Dire che la legge fosse difettosa, non è scusa sufficiente: imperocchè le leggi difettive dovrebbero essere riformate dal Corpo legislativo, non mai stiracchiate dai tribunali, e, quel che è peggio, stiracchiate a fine di dare la tortura e la morte. Che Oates fosse uomo malvagio, non è scusa sufficiente: imperocchè il colpevole è quasi sempre il primo a patire le severità che poscia si considerano come precedenti per opprimere l’innocente. Tale era il caso d’Oates. Il flagellare senza misericordia divenne tosto la punizione ordinaria de’ falli politici di non molta gravità. Individui accusati di avere imprudentemente profferite parole ostili al Governo, vennero condannati a tormenti così crudeli, che essi, con non simulata serietà, chiedevano d’essere processati come rei di delitti capitali, e mandati alle forche. Avventuratamente, a’ progressi di tanto male posero argine la Rivoluzione, e la Legge de’ Diritti, con quello articolo che condanna ogni punizione crudele e inusitata.
XX. La ribalderia di Dangerfield non aveva, al pari di quella d’Oates, cagionata la morte di molte vittime innocenti; perocchè Dangerfield non si diede al mestiere di testimonio se non quando la congiura era andata in fumo, e i giurati s’erano fatti increduli.[284]Gli fu intentato il processo, non come reo di spergiuro, ma per diffamazione. Mentre ferveva il commovimentocagionato dalla Legge d’Esclusione, egli aveva stampata una narrazione che conteneva alcuni falsi e odiosi addebiti contro Carlo e Giacomo. Per tale pubblicazione, egli, dopo cinque anni, fu improvvisamente preso, condotto innanti al Consiglio Privato, accusato, processato, convinto, e dannato alla fustigazione da Aldgate a Newgate, e da Newgate a Tyburn. Lo sciagurato, durante il processo, tenne sfrontato contegno; ma appena udì profferire la sentenza, si abbandonò allo strazio della disperazione; si dette per ispacciato, e scelse un testo biblico per il suo funebre sermone. Il suo presentimento era giusto. A dir vero, non fu flagellato con tanta severità con quanta lo era stato Oates; ma non aveva la forza ferrea della mente e del corpo d’Oates. Dopo la esecuzione della sentenza, Dangerfield fu posto in una carrozza d’affitto per ritornare al proprio carcere. Passato il canto di Hatton Garden, un gentiluomo Tory di Gray’s Inn, di nome Francis, fermò la vettura e gridò con brutale ironia: «E bene, amico, vi hanno scaldata la schiena stamane?» Il prigione grondante sangue, infuriato a quell’insulto, gli rispose con una maledizione. Francis gli avventò tosto al viso una mazzata, che lo ferì in un occhio. Dangerfield fu portato morente a Newgate. Questo codardo oltraggio mosse a sdegno gli astanti, i quali posero le mani addosso a Francis, sì che stettero per farlo in brani. Alla vista del corpo di Dangerfield, orribilmente lacerato dalle fustigazioni, molti inchinavano a credere che la sua morte fosse stata massimamente, se non al tutto, cagionata dalle frustate ricevute. Il Governo e il Capo Giudice stimarono convenevole darne tutta la colpa a Francis, il quale, comecchè sembri al più d’essere stato reo d’omicidio aggravante, fu processato e mandato al patibolo come assassino. Le sue estreme parole sono uno de’ più curiosi monumenti di que’ tempi. Quel feroce spirito che lo aveva condotto in sulle forche, gli durò fino all’ultimo istante della vita. Mescolò vanti di lealtà e ingiurie contro i Whig con giaculatorie, nelle quali raccomandava l’anima propria alla misericordia divina. S’era sparsa la voce che la sua moglie amoreggiasse con Dangerfield, uomo di grande bellezza e famoso per avventure galanti, e che il marito mosso dalla gelosia gli avesse avventato il colpo fatale.Il morente marito, con serietà, mezzo ridicola e mezzo patetica, rivendicò l’onore della consorte, dicendo ch’ella era una donna virtuosa, che era nata da parenti leali, ed ove fosse stata propensa a violare la fede coniugale, avrebbe almeno scelto per drudo un Tory o un Anglicano.[285]
XXI. Verso il medesimo tempo, un accusato che aveva pochissima somiglianza con Oates o Dangerfleld, comparve avanti la Corte del Banco del Re. Non v’era illustre capo-parte che fosse mai passato traverso a molti anni di dissensioni civili e religiose con maggiore innocenza di Riccardo Baxter. Apparteneva alla classe più mite e temperata della setta puritana. Allorquando scoppiò la guerra civile, egli era giovane. Credeva che le Camere avessero ragione, e non ebbe scrupolo di esercitare l’ufficio di cappellano in un reggimento dello esercito parlamentare: ma il suo lucido ed alquanto scettico intendimento, non che il suo forte senso di giustizia, lo tennero lontano da ogni eccesso. Fece ogni sforzo per frenare la violenza fanatica della soldatesca. Vituperò i procedimenti dell’Alta Corte di Giustizia. A tempo della Repubblica ebbe ardimento di manifestare in molte occasioni, e una volta anche al cospetto di Cromwell, amore e riverenza alle antiche istituzioni della patria. Mentre la famiglia reale era in esilio, Baxter passò la vita per lo più in Kidderminster, esercitando assiduamente i doveri di parroco. Di gran cuore contribuì alla Ristaurazione, e sinceramente desiderava d’indurre a concordia gli Episcopali e i Presbiteriani. Perocchè con liberalità, per que’ tempi rarissima, considerava le questioni di politica ecclesiastica di poco conto in paragone de’ grandi principii del Cristianesimo; ed anco quando la prelatura era esosa alla potestà dominatrice,non congiunse mai la propria voce al grido contro i vescovi. Baxter fallì nella impresa di conciliare le avverse fazioni. Accomunò le proprie sorti a quelle de’ suoi amici proscritti, ricusò la mitra di Hereford, rinunziò alla parrocchia di Kidderminster, dedicandosi quasi interamente agli studi. I suoi scritti teologici, comecchè fossero sì moderati da non piacere ai bacchettoni d’ogni partito, acquistarono immensa riputazione. Gli zelanti ecclesiastici lo chiamavano Testa-Rotonda; e molti Non-Conformisti lo accusavano di Erastianismo e d’Arminianismo. Ma la integrità del cuore, la purità della vita, il vigore della intelligenza, la vastità della dottrina erano in lui riconosciute dagli uomini migliori e più savi d’ogni setta. Le sue opinioni politiche, malgrado l’oppressione da lui e da’ suoi confratelli sofferta, erano moderate. Procedeva amico a quel piccolo partito che era in odio ai Whig ed ai Tory, dicendo di non potere indursi a maledire i Barcamenanti, qualvolta rammentava Colui che aveva benedetti i facitori della pace.[286]
In un Commentario al Testamento Nuovo, aveva alquanto amaramente lamentata la persecuzione che i Dissenzienti pativano. Che gli uomini i quali per non usare il Libro delle Preghiere, erano stati cacciati dalle loro case, privati degli averi e sepolti nelle carceri, osassero mormorarne, tenevasi allora per grave delitto contro lo Stato e la Chiesa. Ruggiero Lestrange, campione del Governo e oracolo del Clero, levò il grido di guerra nell’Osservatore. Fu intentato un processo. Baxter chiese gli si concedesse qualche tempo ad apparecchiare la propria difesa. Nel giorno stesso in cui Oates era posto alla berlina in Palace Yard, lo illustre capo de’ Puritani, oppresso dagli anni e dalle infermità, andò a Westminster Hall per fare tale richiesta. Jeffreys con gran tempesta di rabbia gridò: «Nè anche un minuto per salvare la sua vita. Io so bene condurmi coi santi egualmente che coi peccatori. In un lato della berlina adesso sta Oates; e se Baxter fosse nell’altro, i due più grandi ribaldi del Regno starebbero insieme.»
Quando si aperse il processo in Guildhall, una folla di coloro che amavano e riverivano Baxter, riempiva la corte.Stava accanto all’accusato il Dottore Guglielmo Bates, uno de’ più cospicui fra i teologi Non-Conformisti. Pollexfen e Wallop, rinomatissimi avvocati Whig, lo difendevano. Pollexfen aveva appena principiato a favellare avanti ai Giurati, allorquando il Capo Giudice proruppe in queste oscene parole: «Pollexfen, io vi conosco bene; e vi terrò a mente. Voi siete il protettore della fazione. Costui è un vecchio ribaldo, un birbone scismatico, un ipocrita tristo. Odia la Liturgia, e non vorrebbe altro usare che lunghissimi piagnistei senza libro.» E quindi sua Signoria levò in alto gli occhi, giunse le mani, e cominciò a cantare col naso, imitando a suo credere il modo di pregare di Baxter: «Signore, noi siamo il tuo popolo, il tuo popolo peculiare, il tuo diletto popolo.» Pollexfen gentilmente rammentò alla corte come la Maestà del Re defunto avesse reputato Baxter degno d’un vescovato. «E che ambiva, dunque, il vecchio bestione» esclamò Jeffreys «che non lo accettò?» Qui il suo furore giunse quasi alla insania. Chiamò Baxter un cane, e giurò che sarebbe stata semplice giustizia il flagellare un tanto ribaldo per le vie della città.
Wallop s’interpose, ma non ebbe miglior ventura del suo collega. «Voi v’immischiate in tutte coteste sudicie cause, o signor Wallop,» disse il giudice. «I gentiluomini togati dovrebbero aver vergogna d’aiutare così faziosi ribaldi.» Lo avvocato si provò di nuovo a farsi ascoltare, ma indarno. «Se non farete il debito vostro,» gridò Jeffreys «ve lo insegnerò bene io.»
Wallop si pose a sedere; e Baxter tentò di dire qualche parola da sè. Ma il Capo Giudice gli dette sulla voce con un torrente d’ingiurie e d’invettive, mescolate con citazioni di Hudibras. «Mio Signore,» disse il vecchio «sono stato molto biasimato dai Dissenzienti per avere rispettosamente favellato de’ vescovi.»—«Baxter a favore dei vescovi!» urlò il Giudice «questa davvero è una cosa buffa! Lo so bene io ciò che voi intendete per vescovi; furfanti come voi, vescovi di Kidderminster, faziosi e piagnolosi presbiteriani!» Baxter provossi nuovamente a parlare, e Jeffreys ad urlare di nuovo: «Riccardo, Riccardo, o che tu pensi che ti lasceremo attoscar la corte? Riccardo, tu sei un vecchio furfante. Tuhai scritti tanti libri da riempirne un baroccio, e ciascuno de’ tuoi libri è pieno, come un uovo, di pensieri sediziosi. Grazie al cielo, ti terrò io gli occhi addosso. Veggo che molti della tua confraternita aspettano di vedere quale sarà la sorte del loro valoroso Don Chisciotte. Ed eccolo lì» seguitò fissando il feroce sguardo sopra Bates, «ecco lì un Dottore del partito che ti sta presso; ma, per grazia di Dio onnipotente, vi schiaccerò tutti quanti.»
Baxter stette cheto. Ma uno de’ più giovani avvocati della difesa fece un ultimo sforzo, e imprese a mostrare come le parole incriminate non comportassero il costrutto dato ad esse dall’Accusa. A tale scopo si pose a leggerne il contesto. In un istante fu interrotto dagli urli di Jeffreys. «Voi non trasformerete la corte in un conventicolo.» E qui udendo alcuni gemiti che partivano da coloro che circondavano Baxter, Jeffreys esclamò; «piagnolosi bestioni!»
I testimoni della difesa, fra’ quali erano diversi chierici della Chiesa Stabilita, stavano lì ad aspettare. Ma il Capo Giudice non volle ascoltarli. «Crede ella la Signoria vostra,» disse Baxter «che vi siano Giurati che vogliano dichiarare reo convinto un uomo con un processo come questo?»—«Ve ne assicuro, Signor Baxter» rispose Jeffreys «non ve ne date pensiero.» Jeffreys aveva ragione. Gli sceriffi erano strumenti del Governo. I Giurati, scelti dagli sceriffi fra i più feroci zelanti del partito Tory, si ritrassero per un momento a deliberare, e dichiararono Baxter colpevole. «Mio signore,» disse egli partendosi dalla corte «un tempo eravi un Capo Giudice che mi avrebbe molto diversamente trattato.» Ed alludeva al suo dotto e virtuoso amico Sir Matteo Hale. «Non vi è uomo onesto in Inghilterra,» rispose Jeffreys «che non ti tenga per furfante.»[287]
La condanna per que’ tempi fu mite. Ciò che seguisse fra’ giudici mentre deliberarono, non può con certezza sapersi. Credettero i Non-Conformisti, ed è grandemente probabile,che il Capo Giudice fosse vinto da’ suoi tre confratelli. Dicesi ch’egli proponesse che Baxter patisse la fustigazione legato a coda di cavallo, e trascinato per le vie di Londra. La maggioranza stimò che un teologo illustre, al quale venticinque anni innanzi era stata profferta una mitra, e che adesso contava anni settanta d’età, sarebbe stato bastevolmente punito della colpa di poche parole pungenti con una multa e la prigione.[288]
XXII. Il modo onde Baxter fu trattato da un giudice che era membro del Gabinetto, e il prediletto del sovrano, mostrava, in modo da non indurre in errore, i sentimenti che in quel tempo il Governo nutriva verso i Protestanti Non-Conformisti. Ma tali sentimenti erano già stati manifestati da più forti e terribili segni. Il Parlamento di Scozia erasi ragunato, Giacomo ne aveva appositamente affrettate le sessioni, e posposte quelle delle Camere Inglesi, sperando che lo esempio d’Edimburgo avrebbe prodotto un buono effetto in Westminster; dacchè il corpo legislativo del suo Regno Settentrionale era ossequioso al pari di quegli Stati Provinciali che Luigi XIV lasciava trastullare con alcune delle loro antiche funzioni in Bretagna e in Borgogna. Nessuno che non fosse episcopale poteva aver seggio nel Parlamento Scozzese, e nè anche essere elettore; e in Iscozia, un episcopale era sempre Tory. Da un’assemblea siffattamente costituita, poca era la opposizione da temersi alle voglie del Re: oltrechè quell’assemblea non poteva adottare legge che non fosse innanzi approvata da un comitato di cortigiani.
Tutto ciò che chiese il Governo, venne di leggieri consentito. Rispetto alle finanze, a dir vero, la liberalità degli Stati Scozzesi era di poco momento. Dettero, non per tanto, ciò che comportavano i loro pochi mezzi. Concessero, a perpetuità, alla Corona i dazi già concessi al Re defunto, e che in allora erano stati estimati a quaranta mila sterline l’anno. Assegnarono parimente a Giacomo, sua vita durante, una rendita annua di duecento sedici mila lire scozzesi; somma equivalente a diciotto mila lire sterline. La intera somma che poterono concedere, fu di sessanta mila lire sterline l’anno;poco più di quello che versavasi ogni quindici giorni nello Scacchiere Inglese.[289]
Avendo poca pecunia da dare, gli Stati supplirono al difetto con proteste di lealtà e barbari ordinamenti. Il Re, in una lettera, che venne loro letta nel dì in cui si aprì la sessione, li richiedeva con virulente parole di fare nuove leggi penali contro gli ostinati presbiteriani, e si mostrava dolente che le faccende dello Stato gl’impedissero di proporle egli stesso in persona dal trono. I suoi comandamenti furono obbediti. Passò senza ostacolo uno statuto formato da’ Ministri della Corona, il quale anche fra gli statuti di quello sventurato paese e di quel tempo sventuratissimo, è predistinto per atrocità. Fu decretato, con poche ma enfatiche parole, che chiunque avesse osato predicare in un conventicolo in casa, o intervenire come predicatore o come uditore ad un conventicolo all’aria aperta, sarebbe stato punito con la morte e la confisca de’ beni.[290]
XXIII. Questa legge, approvata ad istanza del Re da un’assemblea schiava delle voglie di lui, è degna di particolare considerazione: imperciocchè dagli scrittori ignoranti Giacomo è stato giudicato come principe lesto di cervello e poco giudizioso nella scelta dei mezzi, ma intento ad uno de’ fini più nobili cui possa tendere un Sovrano; a quello, cioè, di stabilire la piena libertà religiosa. Nè può negarsi che alcune parti della sua vita, ove si sceverino dallo insieme e superficialmente si considerino, sembrano far credere tale il suo carattere.
Mentre egli era suddito, aveva per molti anni patita la persecuzione, la quale aveva in lui prodotti gli effetti consueti. La sua mente, torpida e angusta come ella era, aveva profittato di quella severa disciplina. Allorchè fu escluso dalla Corte, dallo Ammiragliato e dal Consiglio, e stette in pericolo di rimanere escluso anco dal trono, solo perchè non sapeva frenarsidal credere nella transustanziazione e nella autorità della Sede Romana, progredì così rapidamente nelle dottrine della tolleranza, da lasciarsi addietro Milton e Locke. Qual cosa, diceva di sovente, può essere più ingiusta che il punire le speculazioni dello intelletto con pene che dovrebbero infliggersi ai soli atti? Quale più impolitica che il rifiutare i servigi de’ buoni soldati, marinai, giureconsulti, diplomatici, finanzieri, solo perchè professano dottrine erronee intorno al numero de’ sacramenti o alla pluripresenza de’ Santi? Aveva imparato a mente i luoghi comuni che tutte le sètte ripetono con tanta facondia semprechè patiscono oppressione, e dimenticano con tanta facilità semprechè possono rendere il contraccambio. E veramente, ei recitava così bene la sua lezione, che coloro ai quali fosse accaduto di udirlo favellare intorno a quella materia, gli davano più credito di buon senso e di eloquenza, ch’ei veramente non meritasse. Con la manifestazione de’ suoi principii, egli illudeva molti spiriti accesi di carità del prossimo, e forse sè stesso. Ma il suo zelo pei diritti della coscienza finì al finire del predominio del partito Whig. Come la fortuna cangiò, come egli più non ebbe timore delle persecuzioni altrui, come ebbe in mano la potestà di perseguitare gli altri, le vere inclinazioni dell’indole sua cominciarono a mostrarsi. Abborriva i Puritani con odio multiforme, con odio religioso, politico, ereditario e personale. Gli considerava come nemici di Dio, nemici della autorità legittima nella Chiesa e nello Stato, nemici della bisava, dell’avo, del padre, della madre, del fratello, e suoi propri. Egli, che si era così altamente doluto delle leggi contro i papisti, adesso affermò di non sapere immaginare in che modo altri potesse avere la impudenza di proporre la revoca delle leggi contro i Puritani.[291]Egli, il cui têma prediletto era stato la ingiustizia di imporre agli ufficiali civili giuramenti religiosi, stabilì in Iscozia, mentre vi governava da vicerè, il più severo atto di prova religiosa che fosse mai conosciuta nel Regno.[292]Egli, che aveva mostrata giusta indignazione allorquando i sacerdoti della sua fede venivanoappesi alle forche e squartati, spassavasi a udire le strida de’ Convenzionisti, e a vederli contorcersi mentre sentivansi dirompere le gambe nello stivaletto.[293]Così, divenuto Re, chiese subito ed ottenne dagli ossequiosi Stati di Scozia, come il più sicuro pegno della lealtà loro, la legge più sanguinaria che sia stata mai fatta nell’isola nostra contro i Protestanti Non-Conformisti.
XXIV. Con questa legge pienamente concordava lo spirito di tutta l’amministrazione del Governo. La feroce persecuzione che infuriò mentre egli era vicerè in Iscozia, si fece più ardente che mai il giorno che ei divenne sovrano. Quelle Contee in cui i Convenzionisti erano in maggior numero, furono abbandonate alla licenza della soldatesca. A’ soldati era mescolata una milizia cittadina, composta de’ più violenti e dissoluti tra coloro che si chiamavano Episcopali. Predistinguevansi fra le bande che opprimevano e devastavano quei malarrivati distretti, i dragoni capitanati da Giovanni Graham di Claverhouse. Corse la voce che questi uomini malvagi erano soliti, ne’ loro baccani, giuocare ai tormenti dello inferno, e chiamarsi vicendevolmente coi nomi de’ demoni e delle anime dannate.[294]Il capo di questo inferno sulla terra, soldato insigne per coraggio e perizia nell’arte militare, ma rapace e profano, d’indole violenta e di cuor duro, ha lasciato un nome, che, in qualunque luogo del globo stanzi la razza scozzese, è ricordato con odio peculiare e fortissimo. Riepilogare in brevi pagine tutti i delitti con che costui e i suoi pari spinsero alla frenesia il contadiname delle pianure occidentali, sarebbe opera interminabile. Servano pochi esempi, che trarrò tutti dalla storia di soli quindici giorni; quegli stessi quindici giorni in cui il Parlamento Scozzese, alle premurose richieste di Giacomo, fece una nuova legge di non mai udita severità contro i Dissenzienti.
Giovanni Brown, povero vetturino della Contea di Lanark, era, a cagione della sua esimia pietà, comunemente chiamato il vetturino cristiano. Molti anni dopo, allorchè laScozia giunse a godere pace, prosperità e libertà religiosa, i vecchi che serbavano ricordo de’ giorni della sciagura, lo descrivevano come uomo versato nelle cose divine, di vita intemerata, e d’indole così pacifica, che i tiranni non poterono trovare in lui altra colpa, che d’essersi allontanato dal culto pubblico degli Episcopali. Il dì primo di maggio, egli stava a segar fratte, allorchè fu preso dai dragoni di Claverhouse, esaminato all’infretta, convinto di non-conformismo, e dannato a morire. Dicesi che anche fra i soldati non trovossi chi volesse fare da carnefice; imperocchè la moglie del povero uomo era lì presente, aveva per mano un fanciulletto, ed era agevole accorgersi che tra breve avrebbe dato nascimento ad un’altra creatura; ed anche quegli uomini di cuore duro e feroce, che si soprannominavano Belzebù ed Apollione, sentivano raccapriccio della scelleratezza di ucciderle in faccia il marito. Questi, infrattanto, levando alto lo spirito per la prossima sua partita verso l’eternità, mandava alte e fervide preci come uomo ispirato, allorchè Claverhouse invaso di furore lo stese a terra morto con un’archibugiata. Fu riferito da testimoni degni di fede, che la vedova nella sua dolorosa disperazione gridasse: «Ebbene, o signore, ebbene! verrà il giorno da renderne conto;» e che lo assassino rispondesse: «Agli uomini posso rispondere di ciò che ho fatto; in quanto a Dio, so io il modo di farlo star cheto.» Nonostante, corse voce che anche sull’arida coscienza e sull’adamantino cuore di lui, i detti della morente vittima facessero tale un’impressione, che non fu mai cancellata.[295]
Il dì quinto di maggio, due artigiani, detti Pietro Gillies e Giovanni Bryce, furono processati nella Contea di Ayr da un tribunale militare, composto di quindici soldati. Esiste tuttora l’Atto d’Accusa. I prigioni erano incolpati, non di alcun fatto di ribellione, ma di tenere le medesime perniciosedottrine che avevano spinto altrui a ribellare, e di non avere agito giusta quelle dottrine solo perchè era mancata loro l’occasione. Il processo fu brevissimo: in poche ore i due colpevoli furono convinti, impiccati e gettati in un fosso sotto le forche.[296]
Il giorno undecimo di maggio fu segnalato da più d’un grande delitto. Taluni rigorosi calvinisti, dalla dottrina della riprovazione avevano dedotta la conseguenza, che pregare per chi fosse predestinato a dannarsi, era atto di ribellione agli eterni decreti dell’Ente Supremo. Tre poveri lavoranti, profondamente imbevuti di cotali principii, furono presi da un ufficiale nelle vicinanze di Glasgow. Fu loro chiesto se volessero pregare pel Re Giacomo VII. Assentirono di farlo, a condizione ch’egli fosse uno degli eletti. Una fila di moschettieri fu fatta schierare. I due prigioni inginocchiaronsi; vennero loro bendati gli occhi; e un’ora dopo d’essere stati presi, il sangue loro era leccato dai cani.[297]
Mentre tali cose seguivano in Clydesdale, un atto non meno orribile commettevasi in Eskdale. Uno de’ Convenzionisti proscritti, vinto dalla infermità, aveva trovato ricovero nella casa d’una vedova rispettabile, e quivi era morto. Il cadavere fu scoperto dal signore di Westerhall, tirannello, che al tempo della Convenzione aveva mostrato stemperatissimo zelo a pro della Chiesa presbiteriana, e dopo la Restaurazione comprato con l’apostasia il favore del Governo, e sentiva pel partito da lui abbandonato l’odio implacabile d’un apostata. Costui atterrò la casa della povera donna, se ne prese la roba, e lasciando lei coi figlioletti ad errare su per la campagna, trascinò il suo figlio Andrea, ancora fanciullo, dinanzi a Claverhouse, il quale a caso passava per quelle contrade. Claverhouse era a quei tempi stranamente mite. Alcuni credevano ch’egli, dopo la morte del vetturino cristiano successa dieci giorni prima, non fosse affatto in sè. Ma Westerhall, volendo porgere argomento della propria lealtà, giunse ad estorcere da lui la licenza. Caricati gli archibusi, al giovanetto fu ingiunto di tirarsi il berretto in su gli occhi. Ei rifiutò estette imperterrito, tenendo in mano la Bibbia in faccia agli assassini. «Vi posso guardare in viso,» disse egli, «io non ho fatto nulla di cui debba arrossire. Ma in che modo guarderete voi in quel giorno nel quale sarete giudicati secondo ciò che è scritto in questo libro?» Cadde morto, e fu sotterrato nel pantano.[298]
Nel dì medesimo, due donne, di nome Margherita Maclachlan e Margherita Wilson, vedova d’età matura l’una, giovinetta di anni diciotto l’altra, morirono per la loro religione nella Contea di Wigton. Fu loro offerta la vita a patto che consentissero ad abiurare la dottrina dei ribelli Convenzionisti, e d’assistere al culto episcopale. E ricusando, furono condannate ad essere annegate. Vennero condotte ad un luogo che il Solway inonda due volte al giorno, e legate a due pali fitti nella sabbia tra il segno più basso e il più alto del flusso e riflusso dell’acque. La vedova fu posta più davvicino alle onde che s’avanzavano, con la speranza che la sua suprema agonia atterrendo la giovine, l’avrebbe indotta a cedere. Lo spettacolo fu spaventevole. Ma il coraggio della sopravvivente fu sostenuto da un entusiasmo grandissimo, al pari di qualunque altro di cui faccia ricordo il martirologio. Vedeva il mare farsi sempre più da presso, ma non dette segno di paura. Pregò, e cantò versetti di salmi, finchè la sua voce si estinse nelle acque. Dopo che ebbe sentita l’amarezza della morte, con crudele misericordia, fu slegata e resa alla vita. Risensata, gli amici e i vicini impietositi la supplicavano a cedere. «Cara Margherita, di’ solamente: Dio salvi il Re!» La povera fanciulla, ognor ferma nella sua severa credenza, con voce affannosa mormorò: «Dio lo salvi, se tale è la sua volontà!» I suoi amici affollaronsi dattorno all’impazientito ufficiale: «Ella l’ha detto; davvero, signore, ella lo ha detto.»—«Farà ella l’abiura?» chiese l’ufficiale. «Giammai,» ella esclamò. «Io sono di Cristo, lasciatemi morire.» E le acque per l’ultima volta le si chiusero sopra.[299]
In tal guisa la Scozia era governata da quel principe che gl’ignoranti hanno rappresentato come amico alla libertà religiosa, che ebbe la sventura d’essere troppo savio e buono per il tempo in cui gli toccò di vivere. Che anzi, ei pensava che quelle stesse leggi le quali gli concedevano di governare a quel modo, fossero assai miti. Mentre i suoi ufficiali commettevano i raccontati assassinii, egli istigava il Parlamento scozzese a fare una nuova legge, in paragone della quale tutte le precedenti potrebbero chiamarsi temperatissime.
In Inghilterra l’autorità di lui, benchè grande, era infrenata da antiche e venerande leggi, che nè anche i Tory avrebbero con pazienza veduto rompere. Quivi ei non poteva tradurre i Dissenzienti dinanzi ai tribunali militari, o gioire in Consiglio della voluttà di vederli svenire sotto la tortura dello stivaletto. Quivi non poteva annegare le fanciulle ricusanti di fare l’abiura, o fucilare i poveri campagnuoli che avessero dubitato lui essere uno degli eletti. Eppure, anco in Inghilterra, continuò a perseguitare, per quanto il suo potere si estendeva, i Puritani; finchè gli eventi che verranno da noi raccontati, lo indussero a concepire la idea di unire i Puritani e i Papisti in colleganza, onde umiliare e spogliare la Chiesa Anglicana.
XXV. Anche in que’ primi anni del suo regno, ei portava singolare affetto ad una setta di protestanti Dissenzienti, chiamata la Società degli Amici. La sua parzialità per questa singolare confraternita non può attribuirsi a sentimento religioso, perocchè fra i credenti nella divina missione di Cristo, i Cattolici Romani e i Quacqueri sono quelli fra’ quali è maggiore distanza. Parrebbe un paradosso affermare che questa medesima discrepanza costituisse un vincolo tra gli uni e gli altri: eppure tale era il caso. Imperciocchè essi deviavano in direzione cotanto opposta da ciò che dalla maggior parte della nazione era reputato vero, che perfino gli spiriti più liberi li consideravano entrambi come egualmente discosti dai confini della più larga tolleranza. Così le due sètte estreme, appuntoperchè erano tali, avevano un interesse comune, diverso da quello delle sètte intermedie. I Quacqueri erano anche innocenti d’ogni offesa contro Giacomo e la sua casa. Non erano esistiti in forma di comunità, se non quando la guerra tra il padre di lui e il Lungo Parlamento era presso a finire. Erano stati crudelmente perseguitati da alcuni de’ governi rivoluzionarii. Dopo la Restaurazione, malgrado molte vessazioni, eransi mansuetamente sottomessi alla autorità regia; come quelli che, quantunque ragionando sopra premesse che i teologi anglicani consideravano eterodosse, s’erano ridotti al pari di essi alla conclusione, che nessuno eccesso di tirannia dalla parte del principe può giustificare la resistenza dalla parte del suddito. Nessun libello contro il Governo era stato mai attribuito ad un Quacquero.[300]Niuno di loro era stato implicato mai in qualche congiura contro il Governo. La loro società non aveva fatto eco ai clamori per la Legge d’Esclusione, ed aveva solennemente riprovata la Congiura di Rye House come disegno infernale e opera del demonio.[301]E veramente, gli Amici allora presero poca parte nelle civili contese; perciocchè non trovavansi, come adesso, congregati nelle grandi città, ma generalmente erano addetti all’agricoltura; occupazione, dalla quale a poco a poco sono stati distolti per le vessazioni derivate loro dallo strano scrupolo di pagare la decima. Vivevano, quindi, molto lontani dalla lotta politica. Evitavano parimente, per principio, anco nel domestico ritiro, ogni discorso politico; avvegnachè il ragionare di siffatte cose, secondo l’opinione loro, non fosse favorevole alla spiritualità della mente, e tendesse a disturbare l’austera compostezza del loro contegno. Nelle annuali ragunanze di quei tempi, i confratelli venivano ripetutamente ammoniti a non discorrere intorno a faccende di Stato.[302]Persone che oggi sono in vita, rammentano come que’ vecchi venerandi che serbavano i costumi dell’antecedente generazione, riprovassero per sistema tali discorsi mondani.[303]Era, dunque, naturale che Giacomofacesse gran distinzione tra questa gente innocua, e quelle fiere e irrequiete sètte che consideravano qual dovere di Cristiano il resistere alla tirannide; che in Germania, in Francia e in Olanda avevano mossa guerra ai principi legittimi, e che pel corso di quattro generazioni avevano nutrita singolare nimistà contro la Casa degli Stuardi.