XXXV. Frattanto le dissensioni religiose, che fino dai giorni di Eduardo VI avevano affaccendate le fazioni protestanti, erano divenute quanto mai formidabili. Lo intervallo che aveva divisa la prima generazione de’ protestanti da Cranmer e Jewel, era ben corto in paragone di quello che separò la terza generazione dei puritani da Laud ed Hammond. Mentre la rimembranza delle crudeltà di Maria era ancor fresca; mentre la forza del partito cattolico tuttavia ispirava timore; mentre Spagna, serbando ancora la sua preponderanza, aspirava alla dominazione universale; tutte le sètte riformate conoscevano d’avere un interesse comune, ed un comune e mortale nemico. Lo aborrimento vicendevole che sentivano, era lieve in agguaglio di quello che provavano contro Roma. Conformisti e non-conformisti eransi cordialmente congiunti nel fare severissime leggi penali contro i papisti. Ma poichè cinquanta e più anni di indisturbato possesso ebbero resa alla Chiesa stabilita la fiducia in sè; poichè nove decimi della nazione erano divenuti protestanti sinceri; poichè la Inghilterra essendo in pace con tutto il mondo, non eravi più pericolo che il papismo venisse imposto alla nazione dalle armi straniere; ederano spenti gli ultimi confessori i quali stettero intrepidi innanzi a Bonner; i sentimenti del clero anglicano cangiaronsi. Mitigavasi considerevolmente la loro ostilità contro la dottrina e disciplina cattolica romana, mentre dall’altro canto si accresceva quotidianamente la loro avversione contro i puritani. Le controversie che avevano fin da principio scisso il partito protestante, presero una forma tale, da togliere ogni speranza di riconciliazione; e nuove controversie di assai maggiore importanza si aggiunsero alle vecchie cagioni di dissenso.I fondatori della Chiesa anglicana avevano ritenuto l’episcopato come un ordinamento di politica ecclesiastica antica, venerabile e convenevole; ma non avevano dichiarato che quella dignità nel governo della Chiesa fosse d’istituzione divina. Abbiamo già veduto quanta poca stima Cranmer facesse dell’ufficio di vescovo. Regnante Elisabetta, Jewel, Cooper, Whitgift ed altri incliti dottori, difesero la prelatura come innocua ed utile, come cosa che poteva essere legittimamente istituita dallo Stato, come cosa che, una volta istituita, doveva essere rispettata da ogni cittadino. Ma non negarono mai che una comunità cristiana priva di vescovo, potesse essere una chiesa pura; che anzi credevansi congiunti ai protestanti del continente in una medesima fede. Gl’Inglesi in Inghilterra, a dir vero, erano tenuti a riconoscere l’autorità del vescovo, nel modo medesimo che erano tenuti a riconoscere l’autorità dello sceriffo o d’altro ufficiale pubblico; ma l’obbligo era soltanto locale. Un ecclesiastico inglese, anzi un prelato inglese, se andava in Olanda, conformavasi senza scrupolo alla religione stabilita dell’Olanda. Ne’ paesi stranieri, gli ambasciatori di Elisabetta e di Giacomo assistevano officialmente a quegli stessi riti che Elisabetta e Giacomo avevano proscritti negli Stati brittannici, e con gran cura astenevansi dal decorare le loro cappelle private secondo il costume anglicano, onde non essere di scandalo ai loro traviati fratelli. Sostenevasi perfino che i ministri presbiteriani avevano diritto di sedere e di votare ne’ concilii ecumenici. Quando gli Stati generali delle Provincie Unite convocarono a Dorf un sinodo di dottori non ordinati dai vescovi, un decano ed un vescovo inglesi v’intervennero, parteciparono alle discussioni, e votarono con essiintorno alle più gravi questioni teologiche.[7]Anzi, molti beneficii in Inghilterra erano occupati da ecclesiastici che erano stati ammessi al ministero secondo la cerimonia calvinistica che usavasi nel continente; nè era creduto necessario, o anche legale, che un vescovo in simiglianti casi conferisse una nuova ordinazione.Ma sorgeva già nella Chiesa d’Inghilterra una nuova genia di teologi. Secondo loro, l’ufficio episcopale era essenziale al bene d’una società cristiana, ed alla efficacia delle più solenni ordinanze della religione. A quell’ufficio spettavano certi sacri ed alti privilegi, che non potevano essere conferiti nè ritolti da nessuna potestà umana. Una Chiesa poteva esistere senza la dottrina della Trinità o della Incarnazione, come senza gli ordini apostolici; e la Chiesa di Roma, la quale, fra tutti i suoi traviamenti, aveva serbati gli ordini apostolici, era più presso alla primigenia purità, di quel che lo fossero quelle società riformate che avevano arditamente innalzato un sistema inventato da esse, in opposizione al modello divino.Nei tempi di Eduardo VI e di Elisabetta, i difensori del rituale anglicano eransi contentati di dire che esso poteva usarsi senza peccato, e che quindi niuno, fuorchè un suddito perverso e sconoscente i propri doveri, ricuserebbe di usarlo sempre che gli fosse ordinato dai magistrati. Intanto, quel nascente partito che pretendeva per l’ordinamento politico della Chiesa ad un’origine celeste, cominciò ad attribuire alle sacre cerimonie nuova dignità ed importanza. Concludevano, che se nel culto stabilito vi fosse qualche errore, siffatto errore era la sua estrema semplicità; e che i riformatori, nel calore delle loro dissensioni con Roma, avevano abolite molte antiche cerimonie che si sarebbero utilmente potute serbare. I giorni e i luoghi furono di nuovo osservati con misteriosa venerazione. Talune cerimonie che da lungo tempo erano cadute in disuso, e che comunemente giudicavansi come fantocciatesuperstiziose, furono richiamate a vita. Le pitture e le sculture che erano rimaste illese dal furore della prima generazione de’ protestanti, divennero obietti di tale venerazione, che a molti sembrava idolatria.Nessuna parte del sistema della vecchia Chiesa era stata tanto detestata dai riformatori, quanto il rispetto e la onoranza che tributavasi al celibato. Sostenevano che la dottrina di Roma intorno a ciò, era stata profeticamente condannata come diabolica dall’apostolo Paolo; e convalidavano la loro asserzione enumerando i delitti e gli scandali che originavano dalla osservanza di quella dottrina. Lutero aveva manifestata nel modo più chiaro la propria opinione sposando una monaca. Taluni de’ vescovi e de’ preti più illustri i quali, regnante Maria, erano stati arsi vivi, avevano lasciato moglie e figliuoli. Ora, nondimeno, principiava a correre la voce, che il vecchio spirito monastico fosse riapparso nella Chiesa anglicana; che nelle alte classi esistesse un pregiudicio contro i preti ammogliati; che anche i laici ohe si chiamavano protestanti, si fossero prefissi di osservare il celibato con promesse equivalenti quasi a voti solenni; anzi, che un ministro della religione stabilita avesse fondato un monastero, dentro il quale una congrega di vergini dedicate a Dio cantava i salmi a mezzanotte.[8]Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti. Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione, erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato prediletto,compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra, vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante, Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina, cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel partito.Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo di quell’età,richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori prebende dell’Inghilterra.Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi, in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta, era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori, leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici, immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii. I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro. Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei. Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino, trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale, con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indagavano le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi. Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che, violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi, arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta, leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione. Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina, perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre, e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare, i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stiledella Bibbia. Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’ prelatisti e de’ liberali.In tal guisa, lo scisma politico e religioso, nato nel secolo decimosesto, si venne, ne’ primi venti anni del susseguente, sempre estendendo. In Whitehall diventarono di voga certe dottrine tendenti al dispotismo turco; mentre certe altre tendenti al repubblicanismo manifestavansi dalla maggior parte de’ membri nella Camera de’ Comuni. I prelatisti violenti, che erano zelanti della prerogativa, e i violenti puritani, che erano zelanti de’ privilegi del parlamento, s’osteggiavano con animosità più forte di quella che, nella precedente generazione, erasi mostrata fra cattolici e protestanti.Mentre le menti degli uomini trovavansi in cosiffatte condizioni, il paese, dopo una pace di molti anni, alla perfine impegnossi in una guerra che richiedeva grandissimi sforzi. Questa guerra affrettò lo appropinquarsi della gran crisi costituzionale. Era mestieri che il Re avesse numerose forze militari, le quali non potevano ottenersi senza pecunia. Egli non poteva legalmente far danari senza lo assenso del Parlamento. Ne seguiva quindi, o che egli dovesse amministrare il governo secondo il sentire della Camera de’ Comuni, o dovesse correre il rischio di violare le leggi fondamentali del regno in modo, di cui per parecchi secoli non s’era visto esempio. I Plantageneti e i Tudors, egli è vero, avevano provveduto al difetto delle loro entrate per mezzo di un donativo o d’un prestito forzato; ma tali espedienti erano sempre d’indole temporanea. Il far fronte al peso continuo d’una lunga guerra con una tassa regolare, imposta senza il consentimento degli Stati del reame, era tale un passo che lo stesso Enrico VIII non avrebbe osato fare. L’ora decisiva, adunque, sembrava approssimarsi, in cui al Parlamento inglese sarebbe toccata la sorte dei senati del continente, o l’acquisto della preponderanza nel governo dello Stato.XXXVI. Ma in quel mentre il re Giacomo morì. Carlo I ascese al trono. Natura lo aveva dotato di molto migliore intendimento,di volontà più vigorosa, di temperamento più ardente e più fermo, che suo padre non era. Da costui aveva egli ereditati i principii politici, ed era più di lui disposto a metterli in opera. Era al pari del padre uno zelante episcopale; ed era inoltre ciò che il padre non era mai stato, voglio dire zelante arminiano; e quantunque non fosse papista, amava meglio i papisti che i puritani. Sarebbe cosa ingiusta negare a Carlo alcune delle doti convenevoli ad un principe buono e anche grande. Parlava e scriveva, non, come il padre suo, con la esattezza di un professore, ma secondo lo stile di un gentiluomo intelligente e bene educato. Aveva gusto squisito nelle lettere e nelle arti gentili, e modi, comunque privi di grazia, dignitosi: la sua vita domestica era senza menda. La perfidia fu la cagione massima de’ suoi disastri, ed è la macchia precipua che gli deturpa la fama. Veramente, era una incurabile tendenza quella che lo trascinava per le vie torte e tenebrose. E’ sembrerebbe strano che la sua coscienza, la quale in occasioni di lieve momento era bastevolmente sensibile, non gli avesse mai rimproverato cotesto gran vizio. Ma abbiamo ragione di credere ch’egli fosse perfido non solo per indole e per costume, bensì per principio. Pare che avesse imparato dai teologi, da lui singolarmente stimati, non potere tra lui e i suoi sudditi esistere nulla che avesse natura di mutuo contratto; lui non avere potestà, qualvolta lo avesse voluto, di deporre la sua autorità dispotica; ed in ogni promessa che egli facesse, sottointendersi la riserva di romperla in caso di necessità, della quale necessità era egli stesso il solo giudice.XXXVII. Allora ebbe principio quel giuoco rischioso dal quale dipesero le sorti del popolo inglese. La Camera de’ Comuni giuocò ostinatamente; ma con destrezza, calma e perseveranza mirabili. Erano di guida all’assemblea alcuni uomini di Stato, che sapevano portare l’occhio molto più addietro e spingerlo molto più avanti che i rappresentanti della nazione non facevano. Quegli alti intelletti determinaronsi di porre il Re in tali condizioni da dovere condurre il governo dello Stato secondo i desiderii del Parlamento, o indursi a violare i più sacri principii dello Statuto. Però, brontolando sempre nelconcedergli scarsi sussidi, lo posero nel bisogno di governare o d’accordo con la Camera de’ Comuni, o sfidando ogni legge. Non mise tempo fra mezzo, ed elesse. Sciolse il suo primo Parlamento di propria autorità, e impose tasse. Convocò un secondo Parlamento, e lo trovò più riottoso del primo. Adottò di nuovo lo espediente di discioglierlo, impose nuove tasse senza la minima apparenza di legalità, e gettò in carcere i capi dell’opposizione. Nel tempo stesso, eccitò universale scontento e timore un nuovo aggravio, che riusciva insopportabilmente penoso al sentire ed ai costumi della nazione inglese, e che a tutti gli uomini previdenti sembrava di sinistro augurio. Le compagnie de’ soldati vennero distribuite fra i cittadini onde provvedere agli alloggi, ed in taluni luoghi la legge marziale fu sostituita all’antica giurisprudenza del regno.XXXVIII. Il Re, convocato un terzo Parlamento, tosto si accorse che la Opposizione erasi fatta più vigorosa e fiera che mai. Divisò quindi di mutar tattica. Invece di opporre inflessibile resistenza alle richieste della Camera de’ Comuni, egli, dopo molti alterchi e molte evasioni, s’indusse ad un patto il quale, ove fosse stato da lui fedelmente mantenuto, avrebbe stornata una lunga serie di gravi sciagure. Il Parlamento concesse larghi sussidii. Il re ratificò, nel modo più solenne, quella legge famosa che è conosciuta sotto il nome di Petizione dei Diritti, e che forma la seconda Magna Carta delle libertà dell’Inghilterra. Nel ratificare cotesta legge, egli obbligossi a non levare danaro senza il consenso di ambedue le Camere, non imprigionare mai nessuno, tranne nelle debite forme della legge, e non sottoporre mai più il popolo alla giurisdizione delle corti marziali.Il giorno in cui, dopo molto indugiare, Carlo dette solennemente la sua regia sanzione a questo grande atto, fu giorno di gioia e di speranza. I membri della Camera de’ Comuni, che circondavano la tribuna di quella de’ Lordi, mandarono alte acclamazioni, appena furono proferite, secondo l’antica formula, le parole con le quali i nostri principi, per tanti secoli, hanno significato il loro assenso ai desiderii degli Stati del regno. A tali acclamazioni fece eco la voce della metropoli e della intera nazione; ma dopo pochi giorni, divennea tutti manifesto che Carlo non intendeva mantenere il patto giurato. Furono raccolti i sussidii concessi da’ rappresentanti della nazione; ma la promessa, in grazia della quale erano stati ottenuti, fu rotta. Ne seguì una violenta contesa. Il Parlamento venne disciolto, con tutti i segni del regio malumore. Alcuni de’ più cospicui membri furono incarcerati; ed uno di loro, sir Giovanni Eliot, dopo anni di pene, vi perdè la vita.Carlo, nondimeno, non potè rischiarsi d’imporre di propria autorità tasse bastevoli a tirare innanzi la guerra. Affrettossi, dunque, a far pace coi propri vicini, e rivolse la mente tutta alla politica interna.Adesso s’apre un’era nuova. Molti re inglesi avevano, in varie occasioni, commessi atti incostituzionali; ma nessuno aveva mai sistematicamente tentato di rendersi despota, e di annientare il Parlamento. Fu questo lo scopo che Carlo si propose. Dal marzo del 1629 all’aprile del 1640 le Camere non furono convocate. Non v’era mai stato nella nostra storia un intervallo di undici anni tra parlamento e parlamento. Solo una volta eravi stato un intervallo, lungo la metà. Basti tal fatto a confutare coloro che affermano, Carlo avere semplicemente calcate le orme de’ Plantageneti e de’ Tudors.XXXIX. È indubitabile, secondo la testimonianza de’ più validi sostenitori del re, che, durante cotesto periodo del suo regno, i provvedimenti della Petizione dei Diritti furono da lui violati non secondo le occasioni, ma sempre e sistematicamente; che gran parte dell’entrate fu riscossa senza nessuna autorità legale; e che gli individui invisi al governo languirono per anni interi in carcere, senza essere mai stati tradotti innanzi a nessun tribunale.Di tali atti è mestieri che la storia chiami responsabile principalmente il sovrano. Dopo che fu disciolto il terzo parlamento, egli non ebbe altro primo ministro che sè stesso, comecchè parecchi uomini ch’erano temprati a secondarlo ne’ suoi fini, dirigessero diversi dipartimenti dell’amministrazione.XL. Tommaso Wentworth, creato poscia lord Wentworth e poi conte di Strafford, uomo grandemente destro, eloquente, animoso, ma d’indole crudele ed imperiosa, era il consiglierepiù fido nelle faccende militari e politiche. Era stato uno de’ più illustri membri della opposizione, e sentiva verso coloro dai quali erasi diviso, quella tale malignità, che in tutti i tempi è stata la caratteristica degli apostati. Conosceva mirabilmente i sentimenti, i mezzi e la politica del partito al quale un tempo apparteneva, ed aveva formato un disegno vasto e profondamente meditato, che quasi pervenne a sconcertare la tattica efficace degli uomini di Stato che dirigevano la Camera dei Comuni. A tale disegno, nel suo carteggio confidenziale, egli dava il nome espressivo di completo (Thorough). Era suo scopo di fare in Inghilterra tutto—e più che tutto—ciò che Richelieu andava facendo in Francia; di rendere Carlo monarca assoluto quanto ogni altro principe nel continente; di porre gli Stati e la libertà personale dell’intero popolo a disposizione della corona; di privare le corti di giustizia d’ogni autorità indipendente anche nelle ordinarie questioni di diritto civile tra uomo e uomo, e di punire con inesorabile rigore tutti coloro i quali mormorassero contro gli atti del governo, o anco in modo decente e regolare ricorressero a qualunque tribunale per ottenere giustizia contro quegli atti.[9]Tale scopo s’era egli proposto, e scerneva distintamente le sole vie per le quali vi poteva giungere. Vero è che in tutte le sue idee rifulgono chiarezza, coerenza e precisione tali, che s’egli non avesse aspirato ad un fine pernicioso alla patria ed alla umanità, si sarebbe reso meritevole della più alta ammirazione. Ben vide non esservi se non se un solo strumento per mandare ad esecuzione i suoi arditi disegni. Tale strumento era un esercito stanziale. A formare quindi lo esercito rivolse tutta l’operosità della sua mente vigorosa. In Irlanda, dove era vicerè, gli era venuto fatto di stabilire un dispotismo militare, non solo sopra le popolazioni aborigene,ma anche sopra le colonie inglesi, e potè gloriarsi che in quell’isola il Re regnava assoluto quanto potesse esserlo ogni altro principe della terra.[10]XLI. In questo mentre, l’amministrazione ecclesiastica era principalmente diretta da Guglielmo Laud, arcivescovo di Canterbury. Sopra tutti i prelati della Chiesa anglicana, Laud si era dilungato maggiormente dai principii della Riforma e ravvicinato a Roma. La sua teologia scostavasi da quella de’ calvinisti anche più di quello che facesse la teologia degli arminiani d’Olanda. La passione che egli sentiva per le ceremonie, la riverenza per i giorni festivi, le vigilie, i luoghi sacri, il suo mal dissimulato disgusto per il matrimonio degli ecclesiastici, lo ardente e non affatto disinteressato zelo con cui egli manifestava le pretese del clero al rispetto dei laici, lo avrebbero reso obietto d’avversione ai puritani anche se avesse usati mezzi miti e legali per conseguire i suoi fini. Ma aveva corta intelligenza e poco uso di mondo. Era per indole brusco, irritabile, veloce a sentire ciò che considerava come dignità propria, tardo a compatire le altrui sofferenze, e prono allo errore, comune a tutti gli uomini superstiziosi, di prendere i suoi modi burberi e maligni per emozioni di zelo religioso. Lui dirigente, ogni angolo del regno venne sottoposto a diuturna e minuta inquisizione. Ogni piccola congregazione di separatisti fu spiata e dispersa. Gli stessi atti di divozione delle famiglie private non valevano a sottrarsi alla vigilanza de’ suoi esploratori. Tanta era la paura che il suo rigore ispirava, che l’odio mortale contro la Chiesa, il quale covava in cuore di moltissimi, veniva generalmente travestito sotto le apparenze di conformismo. Nella stessa vigilia delle perturbazioni che furono fatali a lui ed al suo ordine, i vescovi di varie grandi diocesi poterono riferirgli come nel cerchio delle loro giurisdizioni non si trovasse nè anche un dissenziente.[11]XLII. I tribunali non prestavano protezione ai sudditi contro la tirannia civile e clericale di quel tempo. I giudici del diritto comune, che occupavano l’ufficio a volontà del re,mostravansi scandalosamente ossequiosi. Nondimeno, comunque ossequiosi, erano strumenti meno pronti ed efficaci del potere arbitrario, di quel che lo fosse un’altra specie di corti, la cui memoria tuttavia, dopo dugento e più anni, è profondamente abborrita dalla nazione. Precipue fra esse per potenza ed infamia erano la Camera Stellata e l’Alta Commissione; politica inquisizione la prima, inquisizione religiosa la seconda; nessuna delle quali era parte della vecchia costituzione dell’Inghilterra. La Camera Stellata era stata rifatta e l’Alta Commissione creata dai Tudors. La potestà di cui erano investite innanzi lo avvenimento di Carlo al trono, era vasta e formidabile; ma piccola, in agguaglio di quanta ne avevano poscia usurpata. Guidate massimamente dallo spirito violento del primate, e libere dal sindacato del Parlamento, facevano mostra di rapacità, violenza e malefica energia, non mai vista in nessuna epoca precedente. Per mezzo di esse, il governo poteva multare, incarcerare, porre alla gogna e mutilare gl’individui senza alcun freno. Un Consiglio segreto residente in York sotto la presidenza di Wentworth, con un semplice atto di prerogativa che violava la legge, fu rivestito di quasi illimitato potere sopra le contee settentrionali. Tutti i predetti tribunali insultavano e sfidavano l’autorità di Westminster Hall, e commettevano quotidianamente eccessi tali, che sono stati condannati dai più eminenti realisti. Scrive Clarendon, non esservi nel regno quasi uomo notevole che non avesse da sè fatto esperimento della durezza e cupidità della Camera Stellata; l’alta Commissione essersi condotta in guisa da non rimanerle in tutto il reame nè anche un amico; e la tirannia del Consiglio di York avere resa la Magna Carta una lettera morta per le contrade giacenti a settentrione del Trent.XLIII. Il governo d’Inghilterra in que’ giorni era dispotico, salvo un solo punto, al pari di quello di Francia. Ma in quel punto era la cosa di maggiore importanza. Non essendovi esercito stanziale, poteva il governo essere sicuro che lo edificio della tirannide non venisse distrutto fino dalle fondamenta in un solo giorno? E se fossero imposte dalla regia autorità nuove tasse per mantenere lo esercito, non era egli probabile che ne seguisse una repentina ed irresistibile esplosione?Qui dunque stava la difficoltà, la quale, più che ogni altra, rendeva Wentworth perplesso. Il lord cancelliere Finch, d’accordo con tutti gli altri giureconsulti ufficiali del governo, propose un espediente, che venne tosto abbracciato. Gli antichi principi d’Inghilterra, come avevano fatto appello agli abitanti delle contee più vicine alla Scozia di armarsi ed ordinarsi a difesa dei confini, così avevano talvolta fatto appello alle contee marittime ad apprestare navigli per la difesa del littorale. Talvolta, invece di navi, avevano accettato danaro. Fu dunque stabilito non solo di richiamare a vita, dopo tanto tempo, ma di estendere siffatta consuetudine. Gli antecedenti principi avevano levato il sopradetto danaro soltanto in tempo di guerra, adesso venne riscosso in tempo di profonda pace. Gli antecedenti principi, anche nelle guerre più perigliose, lo avevano raccolto soltanto nelle contrade lungo il littorale; adesso Carlo lo riscosse nelle contee interne. I principi precedenti lo avevano raccolto soltanto per la difesa de’ patrii lidi; adesso venne riscosso, conforme gli stessi realisti confessano, col disegno non di mantenere una flotta, ma di procurare al re i sussidii che egli poteva a sua discrezione elevare a qualunque somma, e spendere a sua discrezione in qualsivoglia impresa.Tutta la nazione si commosse di paura e di sdegno. Giovanni Hampden, ricco e bennato gentiluomo della contea di Buckingham, tenuto in alta venerazione da’ suoi vicini, ma generalmente poco noto al regno, ebbe animo di spingersi innanzi, di far fronte ai poteri tutti del governo, e di addossarsi le spese e il pericolo di contrastare al Re la nuova prerogativa. Il caso fu discusso avanti i giudici nella Camera dello Scacchiere. E furono talmente vigorosi gli argomenti contro le pretese della Corona, che, per quanto dipendenti e servili fossero quei magistrati, la maggioranza de’ voti contro Hampden fu estremamente piccola. Gl’interpreti della legge avevano dichiarato, la regia autorità aver diritto d’imporre una tassa grande e produttiva. Wentworth fece assennatamente osservare, come fosse impossibile sostenere il loro giudizio, fuorchè con ragioni conducenti direttamente ad una conclusione che essi non avevano osato dedurre. Se era permesso di levarepecunia legalmente senza il consenso del Parlamento per mantenere una flotta, non era facile negare che potevasi legalmente, senza il consenso del Parlamento, levare pecunia per mantenere un esercito.La sentenza de’ giudici accrebbe la irritazione del popolo. Un secolo innanzi, un concitamento meno grave avrebbe fatto scoppiare una insurrezione generale. Ma il malcontento adesso non assumeva, come nelle età trascorse, la forma d’una rivolta. La nazione da lungo tempo progrediva nella civiltà e nella ricchezza. Settanta anni erano scorsi da che i grandi signori delle contrade settentrionali avevano prese le armi contro Elisabetta; e nel corso di que’ settanta anni non eravi stata guerra civile. In tutta la esistenza della nazione inglese non era mai stato un periodo sì lungo senza lotte intestine. Gli uomini eransi assuefatti alle occupazioni della pacifica industria; e per quanto fossero esasperati, esitavano lungamente innanzi di snudare la spada.Fu questo il momento in cui le libertà della patria nostra corsero il più grande pericolo. Gli oppositori del Governo cominciarono a disperare delle sorti della patria; e molti volgevano gli sguardi ai deserti americani, come al solo asilo in cui potessero fruire de’ beni della libertà civile e religiosa. Ivi pochi fermi puritani, i quali per la loro religione non ebbero timore nè dei furori dell’oceano, nè delle durezze della vita rozza, nè delle zanne delle bestie feroci, nè delle scuri d’uomini più feroci, edificarono fra mezzo ad annose foreste quei villaggi, che oggimai sono diventati città grandi ed opulente, ma che, a traverso tutte le variazioni subite, serbano i segni dell’indole de’ loro fondatori. Il governo considerava con avversione queste nascenti colonie, e si provò di fermare violentemente l’onda della emigrazione; ma non potè fare che la popolazione della nuova Inghilterra non venisse da uomini forti di cuore e timorosi di Dio reclutata in ogni angolo della vecchia Inghilterra. Wentworth esultava vedendosi presso a compiere il proprio disegno, per la piena esecuzione del quale sarebbero forse bastati pochi anni. Se il governo avesse serbata stretta economia, se avesse con ogni studio schivata ogni collisione coi potentati stranieri, avrebbe estinti i debiti dellaCorona, avrebbe ragunata la pecunia bisognevole a mantenere un poderoso esercito, ed avrebbe con esso potuto infrenare il recalcitrante spirito della nazione.XLIV. Frattanto, un atto d’insana bacchettoneria cangiò improvvisamente lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali. Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster. Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli; comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile. Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia; con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse, infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni erano animatidallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox. La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi, diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra. In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di quella di Roma.Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano. Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana; o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella dell’Inghilterra, differiva in peggio.A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia; ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo intorno ad antifone e genuflessioni,ad altari ed abiti clericali, vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere necessaria la convocazione del Parlamento.XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva prodotti i riferiti effetti.[12]Essa veramente aveva capovolti e confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi, se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne convocato nella primavera del 1640.La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi. La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo. Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni intorno alla loro condottaparlamentare, e non ne ricevendo risposta nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee. La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’ sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti. Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi soldati erano pronti a farlo in pezzi.Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso. I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nèanche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo eransi spaventevolmente accresciuti.XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale, malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono i beni del governo costituzionale.Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni, l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni, e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che, dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford, processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso dagli stessi rappresentanti.Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641 si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a firmare, con manifesti segnidi repugnanza, un atto dove dichiaravasi lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo. Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso, a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere, nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche, trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica, vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli e licenziosi.Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti annid’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore, i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro. Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland. La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia, fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento per il carattere e l’amministrazione di Strafford.Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo, riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia, onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno di fronteall’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’ politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio. V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari, abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che talvolta si è mostrata inertee neutrale, e tal’altra ha ondeggiato ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini, talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa impossibile ogni resistenza.Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro, insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre, non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano. Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria, splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano; perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani. La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede. Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione, non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci. I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in mododa essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro proprio.La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime file trovavasi la intera classe de’ protestanti non-conformisti, e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York, ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose,sarebbe insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia. Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute, dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico, ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni aggressione.»Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’ Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti. Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.XLVIII. I due partiti guardavansi ancora scambievolmentecon cauta ostilità, e non avevano ancora ponderato le proprie forze, allorchè giunsero nuove tali che infiammarono le passioni e rinvigorirono le opinioni di entrambi. I grandi capi di Ulster, i quali al tempo in cui Giacomo salì al trono, eransi, dopo lunghissima lotta, sottomessi all’autorità regia, non avevano potuto più lungamente patire la umiliazione della dipendenza. Avevano congiurato contro il Governo inglese, ed erano stati dichiarati rei di tradigione. I loro immensi domini erano stati confiscati dalla Corona; ed erano corse a popolarli torme di emigrati dalla Inghilterra e dalla Scozia. Costoro per civiltà ed intelligenza erano assai superiori ai naturali del paese, e spesso abbusavano di superiorità cosiffatta. I rancori, generati dalla diversità di razza, si accrebbero per la diversità di religione. Sotto il ferreo giogo di Wentworth, non fu udito nè anche un bisbiglio; ma appena cessò quella forte pressura, appena la Scozia dette lo esempio d’una vittoriosa resistenza, mentre la Inghilterra era assorta negl’interni dissidi, la soffocata rabbia degl’Irlandesi eruppe in atti di tremenda violenza. In un attimo, i popoli aborigeni insorsero contro le colonie. Una guerra alla quale l’odio nazionale e religioso dette un carattere di particolare ferocia, desolò Ulster e si estese alle vicine provincie. Il castello di Dublino nè anche reputavasi luogo di sicurezza. Ciascuna posta recava a Londra racconti esagerati di fatti, che, anche scevri d’ogni esagerazione, bastavano a empire l’animo di pietà e d’orrore. Questi sciagurati avvenimenti svegliarono più che mai lo zelo de’ due grandi partiti che sedevano, con vicendevole nimistanza, nella sala di Westminster. I realisti sostenevano esser debito precipuo d’ogni buono inglese e d’ogni buon protestante, in siffatte circostanze, rinvigorire il braccio del sovrano. Alla opposizione pareva che allora più che mai vi fossero fortissime ragioni di invigilarlo e infrenarlo. Il trovarsi la cosa pubblica in pericolo, era senza dubbio buona ragione per conferire maggiori poteri ad un magistrato degno di fiducia; ma era parimente buona ragione per iscemarli o toglierli ad un magistrato che in suo cuore era nemico pubblico. Era stato scopo precipuo del Re il formare un grande esercito; ed ora bisognava formarlo. Si doveva, dunque, temereche ove non si stabilissero nuove guarentigie, le forze raccolte per risottomettere la Irlanda, venissero adoperate contro le libertà della Inghilterra. Nè ciò era tutto. Un orribile sospetto, ingiusto, a dir vero, ma non affatto fuori di natura, era nato in cuore a molti. La Regina era cattolica romana; il Re non era considerato dai Puritani, ch’egli aveva spietatamente perseguitati, come sincero protestante; ed era sì nota a tutti la sua doppiezza, da non esservi specie di tradimento di cui i suoi sudditi, con qualche apparenza di ragione, non lo credessero capace. E però, corse subito sorda una voce che affermava, la ribellione de’ Cattolici Romani di Ulster essere parte d’una vasta opera di tenebre, immaginata e condotta in Whitehall.XLIX. Dopo alcuni giorni di preludio, nel dì ventesimosecondo di novembre 1641, scoppiò il conflitto tra i due grandi partiti, che si sono poi sempre osteggiati ed osteggiansi tuttavia per recarsi in mano il reggimento del paese. La opposizione propose, che la Camera de’ Comuni dovesse presentare al Re una rimostranza, enumerando i falli della amministrazione fino dal tempo in cui egli ascese al trono, e significando la diffidenza con che il popolo riguardava la politica di lui. Quell’assemblea che pochi mesi avanti era stata unanime nel chiedere la riforma degli abusi, si divise in due fiere ed ardenti fazioni, di forza pressochè uguali. Dopo un violento discutere, che durò molte ore, la rimostranza fu adottata con la maggiorità di soli undici voti.L’esito di tale conflitto giovò grandemente il partito conservatore. Non era da dubitarsi che soltanto qualche grave indiscrezione potesse impedirgli di ottenere la preponderanza nella Camera Bassa. La Camera Alta era già tutta di quel partito. Nessuna cosa mancava per assicurargli la vittoria, se non che il Re in tutta la sua condotta mostrasse qualche rispetto per le leggi, ed una scrupolosa buona fede verso i suoi sudditi.I suoi primi provvedimenti promisero bene. E’ sembra che finalmente si fosse indotto a pensare, come era necessario cangiare intieramente il sistema, e si volesse adattare a ciò che non poteva più oltre evitarsi. Dichiarò d’essere determinato a voler governare concordemente con la Camera de’ Comuni,ed a tal fine chiamare ai suoi consigli uomini i quali, per ingegno e carattere, godessero la fiducia della Camera. Nè la scelta fu male fatta. Falkland, Hyde e Colepepper, tutti e tre uomini cospicui per essersi adoperati efficacemente a riformare gli abusi od a punire i malvagi ministri, vennero invitati ad essere fidi consiglieri della Corona, ed ebbero da Carlo la solenne assicurazione, che non avrebbe fatto il minimo passo intorno a ciò che concerneva la Camera Bassa del Parlamento, senza averne chiesto il loro parere.E’ non è dubbio che s’egli avesse mantenuta tale promessa, la reazione, che già progrediva, sarebbe diventata tanto vigorosa, quanto la potevano desiderare i realisti più rispettabili. Già i più irrequieti membri dell’opposizione avevano cominciato a disperare delle sorti del proprio partito, a tremare per la salvezza propria, e parlavano già di vendere i loro beni ed emigrare in America. Se le belle speranze che cominciavano a sorridere al Re, svanirono improvvise, se la sua vita fu amareggiata dall’avversità ed in fine abbreviata dalla violenza, ne chiami in colpa la propria perfidia e il dispregio delle leggi.E’ pare certo ch’egli detestasse ambi i partiti in cui era divisa la Camera de’ Comuni. Nè ciò è strano; perocchè in entrambi l’amore della libertà e l’amore dell’ordine, comunque con diverse proporzioni, erano commisti. I consiglieri che Carlo, stretto dalla necessità, aveva chiamati presso di sè, non erano in nulla graditi al suo cuore. Avevano partecipato a dannare la sua tirannia, a scemargli i poteri ed a punire i suoi satelliti. Adesso erano, per vero dire, apparecchiati a difendere con mezzi rigorosamente legali le legittime prerogative di lui; ma avrebbero rifuggito dall’orribile pensiero di ritornare ai tirannici disegni di Wentworth. Essi, dunque, secondo l’opinione del Re, erano traditori, che differivano solo nel grado della loro sediziosa malignità da Pym e da Hampden.L. E quindi Carlo, pochi giorni dopo d’avere promesso ai capi de’ realisti costituzionali di non muovere mai un solo passo d’importanza senza farneli consapevoli, formò un pensiero, il più serio e tremendo in tutta la sua vita, lo nascosecon gran cura, e lo mandò ad esecuzione in un modo tale, che ne furono colpiti di terrore e vergogna. Mandò il Procuratore Generale ad accusare di alto tradimento, innanzi alla tribuna della Camera de’ Lordi, Pym, Hollis, Hampden ed altri membri di quella de’ Comuni. Non satisfatto di questa flagrante violazione della Magna Carta, e della usanza non interrotta di secoli, andò egli stesso in persona, accompagnato da uomini armati, a porre le mani addosso ai capi della opposizione dentro la stessa sala del Parlamento.Il colpo fallì. I membri incriminati erano partiti dalla sala poco tempo avanti che vi entrasse Carlo. Ne seguì subitanea e violenta commozione nel Parlamento, non che nel paese. Lo aspetto più favorevole onde i più parziali difensori del Re si sono studiati di presentare la condotta di lui in questa occasione, consiste nello affermare ch’egli, spinto dai pessimi consigli della consorte e de’ cortigiani, commettesse un atto gravissimo d’indiscrezione. Ma la voce generale lo accusava altamente di colpa assai più grave. Nel momento stesso in che i suoi sudditi, dopo d’essersi lungo tempo tenuti lontani da lui per la sua cattiva amministrazione, ritornavano a lui con sentimenti di fiducia e d’affetto, egli meditò di menare un colpo mortale contro i loro più cari diritti; i privilegi, cioè, del Parlamento, e lo stesso principio di processare l’individuo innanzi ai giurati. Aveva mostrato di considerare l’opposizione ai suoi disegni arbitrari come delitto che doveva espiarsi col sangue. Aveva rotta la fede non solo al suo Gran Consiglio ed al suo popolo, ma ai suoi stessi aderenti. Aveva fatto ciò, che, se stato non fosse un caso impreveduto, avrebbe probabilmente suscitato un sanguinoso conflitto attorno il seggio presidenziale. Coloro i quali predominavano nella Camera Bassa, compresero allora che non solamente la potenza e popolarità, ma i beni e le vite loro, dipendevano dall’esito della lotta in cui trovavansi involti. Lo zelo, che già veniva meno, del partito avverso alla Corte, in uno istante si riaccese. La notte che seguì all’oltraggio tentato, tutta la città di Londra fu in armi. In poche ore, le vie che conducevano alla metropoli erano popolate da torme di borghesi, irrompenti verso Westminster, coi segni della causa parlamentare fitti ai lorocappelli. Nella Camera de’ Comuni la opposizione a un tratto divenne irresistibile, e adottò, con una grandissima maggioranza di voti, provvedimenti di violenza senza esempio precedente. Forti legioni di milizie, che regolarmente davansi la muta, facevano la guardia attorno il palazzo di Westminster. Le porte della reggia erano tuttodì assediate dalla furibonda moltitudine, le cui minacce ed esecrazioni pervenivano fino alla sala d’udienza, e che i gentiluomini della Corte appena potevano impedire che irrompesse negli appartamenti reali. Se Carlo fosse rimasto più a lungo nella sua tempestosa metropoli, è probabile che la Camera de’ Comuni avrebbe trovata una scusa per farlo, sotto forme esteriori di rispetto, prigioniero di stato.LI. Egli si allontanò da Londra, per non ritornarvi mai fino al giorno d’un terribile e miserando giudicio. Iniziaronsi negoziati, che durarono molti mesi. I partiti contendenti scagliavansi vicendevolmente recriminazioni ed accuse: ogni via d’accomodamento era impossibile. La pena che colpisce la perfidia abituale, finalmente colse quel tristo principe. Nulla gli valsero gli sforzi onde egli impegnò la sua regia parola, ed invocò il Cielo a testimonio della sincerità delle sue promesse. Giuramenti e trattati più non bastavano a vincere la diffidenza de’ suoi avversari, i quali pensavano di non avere sicurtà se non quando il Re fosse ridotto ad assoluta impotenza. Chiedevano, quindi, ch’egli rendesse non solo quelle prerogative che aveva usurpate violando le antiche leggi e le sue proprie recenti promesse, ma anco altre prerogative che i re inglesi avevano fruito da tempo immemorabile, e seguitano a fruire anco ai dì nostri. Gli volevano togliere la potestà di nominare i Ministri, di creare i Pari, senza il consenso delle Camere. Soprattutto, volevano privare il Governo della suprema autorità militare, che, fino da tempi cui non giungono umani ricordi, era sempre appartenuta alla dignità regia.Non era da sperarsi che Carlo, finchè gli rimanessero mezzi di resistenza, assentirebbe le predette dimande. Nondimeno sarebbe difficile mostrare che le Camere avrebbero, per la propria salvezza, potuto contentarsi di meno. Veramenteondeggiavano in una tempesta di opposti pensieri. La gran maggioranza della nazione aderiva fermamente alla monarchia ereditaria. Coloro che nutrivano sentimenti repubblicani erano ancora pochi, e non rischiavansi a parlare alto. Era quindi impossibile abolire il principato. Nulladimeno, facevasi a tutti manifesto come il Re non fosse degno di nessuna fiducia. Sarebbe stato assurdo in coloro i quali per proprio esperimento conoscevano ch’egli bramava distruggerli, il contentarsi di presentargli un’altra petizione di diritti, ed ottenere nuove promesse, simiglianti a quelle ch’egli aveva più volte fatte e violate. Nessuna cosa, fuorchè il difetto di un esercito, gli aveva impedito di abbattere l’antica Costituzione del reame. Ed essendo allora necessario formare un grande esercito regolare per riconquistare l’Irlanda, sarebbe stata vera demenza lasciare il Re nella pienezza di quella autorità militare, che i suoi antecessori avevano esercitata.Ogni qualvolta uno Stato si trova nelle condizioni in cui a que’ tempi trovavasi l’Inghilterra, e il regio ufficio è riguardato con amore e venerazione, e l’uomo che occupa quell’ufficio ha l’odio e la sfiducia de’ popoli, la via da tenersi sembra evidente. Conservisi la dignità dell’ufficio; si mandi via la persona che indegnamente lo esercita. Così i nostri antenati operarono nel 1399 e nel 1689. Se nel 1642 vi fosse stato un uomo locato in un posto simile a quello che Enrico di Lancaster occupava allorchè Riccardo II venne deposto dal trono, e che il Principe d’Orange occupava nel tempo della deposizione di Giacomo II, le Camere probabilmente avrebbero cangiata la dinastia, e non avrebbero fatto nessun mutamento formale nella Costituzione. Il nuovo re, chiamato al trono dai loro voti, e dipendente dal loro sostegno, sarebbe stato costretto a condurre il governo dello Stato a seconda delle voglie ed opinioni loro. Ma nel partito parlamentare non v’era principe di sangue reale; e quantunque quel partito avesse nel proprio seno molti uomini d’altissimo grado e molti altri di inclita mente, non eravi nessuno che splendidamente giganteggiasse su tutti, in modo da essere proposto come candidato per la Corona. Dovendoci essere un re, e non essendoci modo a trovarne un altro, era necessario lasciare a Carlo iltitolo regio. Altra via, dunque, non rimaneva che questa; separare il titolo dalle regie prerogative.I mutamenti che le Camere proposero da farsi alle nostre istituzioni, tuttochè sembrino esorbitanti, ove vengano, ordinandoli ad articoli di capitolazione, maturamente considerati, equivalgono a un dipresso ai mutamenti prodotti dalla Rivoluzione che avvenne nella generazione susseguente. Egli è vero che, a tempo della Rivoluzione, al sovrano la legge non toglieva la potestà di nominare i suoi Ministri; ma è anche vero che, dopo la Rivoluzione, nessun Ministro si è potuto mantenere sei soli mesi in ufficio a dispetto della Camera de’ Comuni. È vero che il sovrano tuttavia ha la potestà di creare i Pari, e la potestà più importante della spada; ma è anche vero che nello esercizio di tali poteri al sovrano, dalla Rivoluzione in poi, sono sempre stati guida e consiglieri che godono la fiducia de’ Rappresentanti della nazione. Difatti, i capi del partito delle Teste-Rotonde nel 1642, e gli uomini di Stato che, circa cinquanta anni appresso, compirono la Rivoluzione, miravano al medesimo scopo. Il quale era quello di porre fine alla contesa tra la Corona e il Parlamento, rivendicando al Parlamento il sindacato supremo sopra il potere esecutivo. Gli uomini di Stato della Rivoluzione conseguirono cotesto fine cangiando la dinastia. Le Teste-Rotonde del 1642, non potendo cangiare la dinastia, furono costretti a prendere una via diretta onde conseguire lo scopo.
XXXV. Frattanto le dissensioni religiose, che fino dai giorni di Eduardo VI avevano affaccendate le fazioni protestanti, erano divenute quanto mai formidabili. Lo intervallo che aveva divisa la prima generazione de’ protestanti da Cranmer e Jewel, era ben corto in paragone di quello che separò la terza generazione dei puritani da Laud ed Hammond. Mentre la rimembranza delle crudeltà di Maria era ancor fresca; mentre la forza del partito cattolico tuttavia ispirava timore; mentre Spagna, serbando ancora la sua preponderanza, aspirava alla dominazione universale; tutte le sètte riformate conoscevano d’avere un interesse comune, ed un comune e mortale nemico. Lo aborrimento vicendevole che sentivano, era lieve in agguaglio di quello che provavano contro Roma. Conformisti e non-conformisti eransi cordialmente congiunti nel fare severissime leggi penali contro i papisti. Ma poichè cinquanta e più anni di indisturbato possesso ebbero resa alla Chiesa stabilita la fiducia in sè; poichè nove decimi della nazione erano divenuti protestanti sinceri; poichè la Inghilterra essendo in pace con tutto il mondo, non eravi più pericolo che il papismo venisse imposto alla nazione dalle armi straniere; ederano spenti gli ultimi confessori i quali stettero intrepidi innanzi a Bonner; i sentimenti del clero anglicano cangiaronsi. Mitigavasi considerevolmente la loro ostilità contro la dottrina e disciplina cattolica romana, mentre dall’altro canto si accresceva quotidianamente la loro avversione contro i puritani. Le controversie che avevano fin da principio scisso il partito protestante, presero una forma tale, da togliere ogni speranza di riconciliazione; e nuove controversie di assai maggiore importanza si aggiunsero alle vecchie cagioni di dissenso.I fondatori della Chiesa anglicana avevano ritenuto l’episcopato come un ordinamento di politica ecclesiastica antica, venerabile e convenevole; ma non avevano dichiarato che quella dignità nel governo della Chiesa fosse d’istituzione divina. Abbiamo già veduto quanta poca stima Cranmer facesse dell’ufficio di vescovo. Regnante Elisabetta, Jewel, Cooper, Whitgift ed altri incliti dottori, difesero la prelatura come innocua ed utile, come cosa che poteva essere legittimamente istituita dallo Stato, come cosa che, una volta istituita, doveva essere rispettata da ogni cittadino. Ma non negarono mai che una comunità cristiana priva di vescovo, potesse essere una chiesa pura; che anzi credevansi congiunti ai protestanti del continente in una medesima fede. Gl’Inglesi in Inghilterra, a dir vero, erano tenuti a riconoscere l’autorità del vescovo, nel modo medesimo che erano tenuti a riconoscere l’autorità dello sceriffo o d’altro ufficiale pubblico; ma l’obbligo era soltanto locale. Un ecclesiastico inglese, anzi un prelato inglese, se andava in Olanda, conformavasi senza scrupolo alla religione stabilita dell’Olanda. Ne’ paesi stranieri, gli ambasciatori di Elisabetta e di Giacomo assistevano officialmente a quegli stessi riti che Elisabetta e Giacomo avevano proscritti negli Stati brittannici, e con gran cura astenevansi dal decorare le loro cappelle private secondo il costume anglicano, onde non essere di scandalo ai loro traviati fratelli. Sostenevasi perfino che i ministri presbiteriani avevano diritto di sedere e di votare ne’ concilii ecumenici. Quando gli Stati generali delle Provincie Unite convocarono a Dorf un sinodo di dottori non ordinati dai vescovi, un decano ed un vescovo inglesi v’intervennero, parteciparono alle discussioni, e votarono con essiintorno alle più gravi questioni teologiche.[7]Anzi, molti beneficii in Inghilterra erano occupati da ecclesiastici che erano stati ammessi al ministero secondo la cerimonia calvinistica che usavasi nel continente; nè era creduto necessario, o anche legale, che un vescovo in simiglianti casi conferisse una nuova ordinazione.Ma sorgeva già nella Chiesa d’Inghilterra una nuova genia di teologi. Secondo loro, l’ufficio episcopale era essenziale al bene d’una società cristiana, ed alla efficacia delle più solenni ordinanze della religione. A quell’ufficio spettavano certi sacri ed alti privilegi, che non potevano essere conferiti nè ritolti da nessuna potestà umana. Una Chiesa poteva esistere senza la dottrina della Trinità o della Incarnazione, come senza gli ordini apostolici; e la Chiesa di Roma, la quale, fra tutti i suoi traviamenti, aveva serbati gli ordini apostolici, era più presso alla primigenia purità, di quel che lo fossero quelle società riformate che avevano arditamente innalzato un sistema inventato da esse, in opposizione al modello divino.Nei tempi di Eduardo VI e di Elisabetta, i difensori del rituale anglicano eransi contentati di dire che esso poteva usarsi senza peccato, e che quindi niuno, fuorchè un suddito perverso e sconoscente i propri doveri, ricuserebbe di usarlo sempre che gli fosse ordinato dai magistrati. Intanto, quel nascente partito che pretendeva per l’ordinamento politico della Chiesa ad un’origine celeste, cominciò ad attribuire alle sacre cerimonie nuova dignità ed importanza. Concludevano, che se nel culto stabilito vi fosse qualche errore, siffatto errore era la sua estrema semplicità; e che i riformatori, nel calore delle loro dissensioni con Roma, avevano abolite molte antiche cerimonie che si sarebbero utilmente potute serbare. I giorni e i luoghi furono di nuovo osservati con misteriosa venerazione. Talune cerimonie che da lungo tempo erano cadute in disuso, e che comunemente giudicavansi come fantocciatesuperstiziose, furono richiamate a vita. Le pitture e le sculture che erano rimaste illese dal furore della prima generazione de’ protestanti, divennero obietti di tale venerazione, che a molti sembrava idolatria.Nessuna parte del sistema della vecchia Chiesa era stata tanto detestata dai riformatori, quanto il rispetto e la onoranza che tributavasi al celibato. Sostenevano che la dottrina di Roma intorno a ciò, era stata profeticamente condannata come diabolica dall’apostolo Paolo; e convalidavano la loro asserzione enumerando i delitti e gli scandali che originavano dalla osservanza di quella dottrina. Lutero aveva manifestata nel modo più chiaro la propria opinione sposando una monaca. Taluni de’ vescovi e de’ preti più illustri i quali, regnante Maria, erano stati arsi vivi, avevano lasciato moglie e figliuoli. Ora, nondimeno, principiava a correre la voce, che il vecchio spirito monastico fosse riapparso nella Chiesa anglicana; che nelle alte classi esistesse un pregiudicio contro i preti ammogliati; che anche i laici ohe si chiamavano protestanti, si fossero prefissi di osservare il celibato con promesse equivalenti quasi a voti solenni; anzi, che un ministro della religione stabilita avesse fondato un monastero, dentro il quale una congrega di vergini dedicate a Dio cantava i salmi a mezzanotte.[8]Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti. Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione, erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato prediletto,compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra, vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante, Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina, cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel partito.Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo di quell’età,richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori prebende dell’Inghilterra.Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi, in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta, era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori, leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici, immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii. I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro. Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei. Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino, trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale, con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indagavano le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi. Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che, violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi, arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta, leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione. Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina, perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre, e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare, i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stiledella Bibbia. Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’ prelatisti e de’ liberali.In tal guisa, lo scisma politico e religioso, nato nel secolo decimosesto, si venne, ne’ primi venti anni del susseguente, sempre estendendo. In Whitehall diventarono di voga certe dottrine tendenti al dispotismo turco; mentre certe altre tendenti al repubblicanismo manifestavansi dalla maggior parte de’ membri nella Camera de’ Comuni. I prelatisti violenti, che erano zelanti della prerogativa, e i violenti puritani, che erano zelanti de’ privilegi del parlamento, s’osteggiavano con animosità più forte di quella che, nella precedente generazione, erasi mostrata fra cattolici e protestanti.Mentre le menti degli uomini trovavansi in cosiffatte condizioni, il paese, dopo una pace di molti anni, alla perfine impegnossi in una guerra che richiedeva grandissimi sforzi. Questa guerra affrettò lo appropinquarsi della gran crisi costituzionale. Era mestieri che il Re avesse numerose forze militari, le quali non potevano ottenersi senza pecunia. Egli non poteva legalmente far danari senza lo assenso del Parlamento. Ne seguiva quindi, o che egli dovesse amministrare il governo secondo il sentire della Camera de’ Comuni, o dovesse correre il rischio di violare le leggi fondamentali del regno in modo, di cui per parecchi secoli non s’era visto esempio. I Plantageneti e i Tudors, egli è vero, avevano provveduto al difetto delle loro entrate per mezzo di un donativo o d’un prestito forzato; ma tali espedienti erano sempre d’indole temporanea. Il far fronte al peso continuo d’una lunga guerra con una tassa regolare, imposta senza il consentimento degli Stati del reame, era tale un passo che lo stesso Enrico VIII non avrebbe osato fare. L’ora decisiva, adunque, sembrava approssimarsi, in cui al Parlamento inglese sarebbe toccata la sorte dei senati del continente, o l’acquisto della preponderanza nel governo dello Stato.XXXVI. Ma in quel mentre il re Giacomo morì. Carlo I ascese al trono. Natura lo aveva dotato di molto migliore intendimento,di volontà più vigorosa, di temperamento più ardente e più fermo, che suo padre non era. Da costui aveva egli ereditati i principii politici, ed era più di lui disposto a metterli in opera. Era al pari del padre uno zelante episcopale; ed era inoltre ciò che il padre non era mai stato, voglio dire zelante arminiano; e quantunque non fosse papista, amava meglio i papisti che i puritani. Sarebbe cosa ingiusta negare a Carlo alcune delle doti convenevoli ad un principe buono e anche grande. Parlava e scriveva, non, come il padre suo, con la esattezza di un professore, ma secondo lo stile di un gentiluomo intelligente e bene educato. Aveva gusto squisito nelle lettere e nelle arti gentili, e modi, comunque privi di grazia, dignitosi: la sua vita domestica era senza menda. La perfidia fu la cagione massima de’ suoi disastri, ed è la macchia precipua che gli deturpa la fama. Veramente, era una incurabile tendenza quella che lo trascinava per le vie torte e tenebrose. E’ sembrerebbe strano che la sua coscienza, la quale in occasioni di lieve momento era bastevolmente sensibile, non gli avesse mai rimproverato cotesto gran vizio. Ma abbiamo ragione di credere ch’egli fosse perfido non solo per indole e per costume, bensì per principio. Pare che avesse imparato dai teologi, da lui singolarmente stimati, non potere tra lui e i suoi sudditi esistere nulla che avesse natura di mutuo contratto; lui non avere potestà, qualvolta lo avesse voluto, di deporre la sua autorità dispotica; ed in ogni promessa che egli facesse, sottointendersi la riserva di romperla in caso di necessità, della quale necessità era egli stesso il solo giudice.XXXVII. Allora ebbe principio quel giuoco rischioso dal quale dipesero le sorti del popolo inglese. La Camera de’ Comuni giuocò ostinatamente; ma con destrezza, calma e perseveranza mirabili. Erano di guida all’assemblea alcuni uomini di Stato, che sapevano portare l’occhio molto più addietro e spingerlo molto più avanti che i rappresentanti della nazione non facevano. Quegli alti intelletti determinaronsi di porre il Re in tali condizioni da dovere condurre il governo dello Stato secondo i desiderii del Parlamento, o indursi a violare i più sacri principii dello Statuto. Però, brontolando sempre nelconcedergli scarsi sussidi, lo posero nel bisogno di governare o d’accordo con la Camera de’ Comuni, o sfidando ogni legge. Non mise tempo fra mezzo, ed elesse. Sciolse il suo primo Parlamento di propria autorità, e impose tasse. Convocò un secondo Parlamento, e lo trovò più riottoso del primo. Adottò di nuovo lo espediente di discioglierlo, impose nuove tasse senza la minima apparenza di legalità, e gettò in carcere i capi dell’opposizione. Nel tempo stesso, eccitò universale scontento e timore un nuovo aggravio, che riusciva insopportabilmente penoso al sentire ed ai costumi della nazione inglese, e che a tutti gli uomini previdenti sembrava di sinistro augurio. Le compagnie de’ soldati vennero distribuite fra i cittadini onde provvedere agli alloggi, ed in taluni luoghi la legge marziale fu sostituita all’antica giurisprudenza del regno.XXXVIII. Il Re, convocato un terzo Parlamento, tosto si accorse che la Opposizione erasi fatta più vigorosa e fiera che mai. Divisò quindi di mutar tattica. Invece di opporre inflessibile resistenza alle richieste della Camera de’ Comuni, egli, dopo molti alterchi e molte evasioni, s’indusse ad un patto il quale, ove fosse stato da lui fedelmente mantenuto, avrebbe stornata una lunga serie di gravi sciagure. Il Parlamento concesse larghi sussidii. Il re ratificò, nel modo più solenne, quella legge famosa che è conosciuta sotto il nome di Petizione dei Diritti, e che forma la seconda Magna Carta delle libertà dell’Inghilterra. Nel ratificare cotesta legge, egli obbligossi a non levare danaro senza il consenso di ambedue le Camere, non imprigionare mai nessuno, tranne nelle debite forme della legge, e non sottoporre mai più il popolo alla giurisdizione delle corti marziali.Il giorno in cui, dopo molto indugiare, Carlo dette solennemente la sua regia sanzione a questo grande atto, fu giorno di gioia e di speranza. I membri della Camera de’ Comuni, che circondavano la tribuna di quella de’ Lordi, mandarono alte acclamazioni, appena furono proferite, secondo l’antica formula, le parole con le quali i nostri principi, per tanti secoli, hanno significato il loro assenso ai desiderii degli Stati del regno. A tali acclamazioni fece eco la voce della metropoli e della intera nazione; ma dopo pochi giorni, divennea tutti manifesto che Carlo non intendeva mantenere il patto giurato. Furono raccolti i sussidii concessi da’ rappresentanti della nazione; ma la promessa, in grazia della quale erano stati ottenuti, fu rotta. Ne seguì una violenta contesa. Il Parlamento venne disciolto, con tutti i segni del regio malumore. Alcuni de’ più cospicui membri furono incarcerati; ed uno di loro, sir Giovanni Eliot, dopo anni di pene, vi perdè la vita.Carlo, nondimeno, non potè rischiarsi d’imporre di propria autorità tasse bastevoli a tirare innanzi la guerra. Affrettossi, dunque, a far pace coi propri vicini, e rivolse la mente tutta alla politica interna.Adesso s’apre un’era nuova. Molti re inglesi avevano, in varie occasioni, commessi atti incostituzionali; ma nessuno aveva mai sistematicamente tentato di rendersi despota, e di annientare il Parlamento. Fu questo lo scopo che Carlo si propose. Dal marzo del 1629 all’aprile del 1640 le Camere non furono convocate. Non v’era mai stato nella nostra storia un intervallo di undici anni tra parlamento e parlamento. Solo una volta eravi stato un intervallo, lungo la metà. Basti tal fatto a confutare coloro che affermano, Carlo avere semplicemente calcate le orme de’ Plantageneti e de’ Tudors.XXXIX. È indubitabile, secondo la testimonianza de’ più validi sostenitori del re, che, durante cotesto periodo del suo regno, i provvedimenti della Petizione dei Diritti furono da lui violati non secondo le occasioni, ma sempre e sistematicamente; che gran parte dell’entrate fu riscossa senza nessuna autorità legale; e che gli individui invisi al governo languirono per anni interi in carcere, senza essere mai stati tradotti innanzi a nessun tribunale.Di tali atti è mestieri che la storia chiami responsabile principalmente il sovrano. Dopo che fu disciolto il terzo parlamento, egli non ebbe altro primo ministro che sè stesso, comecchè parecchi uomini ch’erano temprati a secondarlo ne’ suoi fini, dirigessero diversi dipartimenti dell’amministrazione.XL. Tommaso Wentworth, creato poscia lord Wentworth e poi conte di Strafford, uomo grandemente destro, eloquente, animoso, ma d’indole crudele ed imperiosa, era il consiglierepiù fido nelle faccende militari e politiche. Era stato uno de’ più illustri membri della opposizione, e sentiva verso coloro dai quali erasi diviso, quella tale malignità, che in tutti i tempi è stata la caratteristica degli apostati. Conosceva mirabilmente i sentimenti, i mezzi e la politica del partito al quale un tempo apparteneva, ed aveva formato un disegno vasto e profondamente meditato, che quasi pervenne a sconcertare la tattica efficace degli uomini di Stato che dirigevano la Camera dei Comuni. A tale disegno, nel suo carteggio confidenziale, egli dava il nome espressivo di completo (Thorough). Era suo scopo di fare in Inghilterra tutto—e più che tutto—ciò che Richelieu andava facendo in Francia; di rendere Carlo monarca assoluto quanto ogni altro principe nel continente; di porre gli Stati e la libertà personale dell’intero popolo a disposizione della corona; di privare le corti di giustizia d’ogni autorità indipendente anche nelle ordinarie questioni di diritto civile tra uomo e uomo, e di punire con inesorabile rigore tutti coloro i quali mormorassero contro gli atti del governo, o anco in modo decente e regolare ricorressero a qualunque tribunale per ottenere giustizia contro quegli atti.[9]Tale scopo s’era egli proposto, e scerneva distintamente le sole vie per le quali vi poteva giungere. Vero è che in tutte le sue idee rifulgono chiarezza, coerenza e precisione tali, che s’egli non avesse aspirato ad un fine pernicioso alla patria ed alla umanità, si sarebbe reso meritevole della più alta ammirazione. Ben vide non esservi se non se un solo strumento per mandare ad esecuzione i suoi arditi disegni. Tale strumento era un esercito stanziale. A formare quindi lo esercito rivolse tutta l’operosità della sua mente vigorosa. In Irlanda, dove era vicerè, gli era venuto fatto di stabilire un dispotismo militare, non solo sopra le popolazioni aborigene,ma anche sopra le colonie inglesi, e potè gloriarsi che in quell’isola il Re regnava assoluto quanto potesse esserlo ogni altro principe della terra.[10]XLI. In questo mentre, l’amministrazione ecclesiastica era principalmente diretta da Guglielmo Laud, arcivescovo di Canterbury. Sopra tutti i prelati della Chiesa anglicana, Laud si era dilungato maggiormente dai principii della Riforma e ravvicinato a Roma. La sua teologia scostavasi da quella de’ calvinisti anche più di quello che facesse la teologia degli arminiani d’Olanda. La passione che egli sentiva per le ceremonie, la riverenza per i giorni festivi, le vigilie, i luoghi sacri, il suo mal dissimulato disgusto per il matrimonio degli ecclesiastici, lo ardente e non affatto disinteressato zelo con cui egli manifestava le pretese del clero al rispetto dei laici, lo avrebbero reso obietto d’avversione ai puritani anche se avesse usati mezzi miti e legali per conseguire i suoi fini. Ma aveva corta intelligenza e poco uso di mondo. Era per indole brusco, irritabile, veloce a sentire ciò che considerava come dignità propria, tardo a compatire le altrui sofferenze, e prono allo errore, comune a tutti gli uomini superstiziosi, di prendere i suoi modi burberi e maligni per emozioni di zelo religioso. Lui dirigente, ogni angolo del regno venne sottoposto a diuturna e minuta inquisizione. Ogni piccola congregazione di separatisti fu spiata e dispersa. Gli stessi atti di divozione delle famiglie private non valevano a sottrarsi alla vigilanza de’ suoi esploratori. Tanta era la paura che il suo rigore ispirava, che l’odio mortale contro la Chiesa, il quale covava in cuore di moltissimi, veniva generalmente travestito sotto le apparenze di conformismo. Nella stessa vigilia delle perturbazioni che furono fatali a lui ed al suo ordine, i vescovi di varie grandi diocesi poterono riferirgli come nel cerchio delle loro giurisdizioni non si trovasse nè anche un dissenziente.[11]XLII. I tribunali non prestavano protezione ai sudditi contro la tirannia civile e clericale di quel tempo. I giudici del diritto comune, che occupavano l’ufficio a volontà del re,mostravansi scandalosamente ossequiosi. Nondimeno, comunque ossequiosi, erano strumenti meno pronti ed efficaci del potere arbitrario, di quel che lo fosse un’altra specie di corti, la cui memoria tuttavia, dopo dugento e più anni, è profondamente abborrita dalla nazione. Precipue fra esse per potenza ed infamia erano la Camera Stellata e l’Alta Commissione; politica inquisizione la prima, inquisizione religiosa la seconda; nessuna delle quali era parte della vecchia costituzione dell’Inghilterra. La Camera Stellata era stata rifatta e l’Alta Commissione creata dai Tudors. La potestà di cui erano investite innanzi lo avvenimento di Carlo al trono, era vasta e formidabile; ma piccola, in agguaglio di quanta ne avevano poscia usurpata. Guidate massimamente dallo spirito violento del primate, e libere dal sindacato del Parlamento, facevano mostra di rapacità, violenza e malefica energia, non mai vista in nessuna epoca precedente. Per mezzo di esse, il governo poteva multare, incarcerare, porre alla gogna e mutilare gl’individui senza alcun freno. Un Consiglio segreto residente in York sotto la presidenza di Wentworth, con un semplice atto di prerogativa che violava la legge, fu rivestito di quasi illimitato potere sopra le contee settentrionali. Tutti i predetti tribunali insultavano e sfidavano l’autorità di Westminster Hall, e commettevano quotidianamente eccessi tali, che sono stati condannati dai più eminenti realisti. Scrive Clarendon, non esservi nel regno quasi uomo notevole che non avesse da sè fatto esperimento della durezza e cupidità della Camera Stellata; l’alta Commissione essersi condotta in guisa da non rimanerle in tutto il reame nè anche un amico; e la tirannia del Consiglio di York avere resa la Magna Carta una lettera morta per le contrade giacenti a settentrione del Trent.XLIII. Il governo d’Inghilterra in que’ giorni era dispotico, salvo un solo punto, al pari di quello di Francia. Ma in quel punto era la cosa di maggiore importanza. Non essendovi esercito stanziale, poteva il governo essere sicuro che lo edificio della tirannide non venisse distrutto fino dalle fondamenta in un solo giorno? E se fossero imposte dalla regia autorità nuove tasse per mantenere lo esercito, non era egli probabile che ne seguisse una repentina ed irresistibile esplosione?Qui dunque stava la difficoltà, la quale, più che ogni altra, rendeva Wentworth perplesso. Il lord cancelliere Finch, d’accordo con tutti gli altri giureconsulti ufficiali del governo, propose un espediente, che venne tosto abbracciato. Gli antichi principi d’Inghilterra, come avevano fatto appello agli abitanti delle contee più vicine alla Scozia di armarsi ed ordinarsi a difesa dei confini, così avevano talvolta fatto appello alle contee marittime ad apprestare navigli per la difesa del littorale. Talvolta, invece di navi, avevano accettato danaro. Fu dunque stabilito non solo di richiamare a vita, dopo tanto tempo, ma di estendere siffatta consuetudine. Gli antecedenti principi avevano levato il sopradetto danaro soltanto in tempo di guerra, adesso venne riscosso in tempo di profonda pace. Gli antecedenti principi, anche nelle guerre più perigliose, lo avevano raccolto soltanto nelle contrade lungo il littorale; adesso Carlo lo riscosse nelle contee interne. I principi precedenti lo avevano raccolto soltanto per la difesa de’ patrii lidi; adesso venne riscosso, conforme gli stessi realisti confessano, col disegno non di mantenere una flotta, ma di procurare al re i sussidii che egli poteva a sua discrezione elevare a qualunque somma, e spendere a sua discrezione in qualsivoglia impresa.Tutta la nazione si commosse di paura e di sdegno. Giovanni Hampden, ricco e bennato gentiluomo della contea di Buckingham, tenuto in alta venerazione da’ suoi vicini, ma generalmente poco noto al regno, ebbe animo di spingersi innanzi, di far fronte ai poteri tutti del governo, e di addossarsi le spese e il pericolo di contrastare al Re la nuova prerogativa. Il caso fu discusso avanti i giudici nella Camera dello Scacchiere. E furono talmente vigorosi gli argomenti contro le pretese della Corona, che, per quanto dipendenti e servili fossero quei magistrati, la maggioranza de’ voti contro Hampden fu estremamente piccola. Gl’interpreti della legge avevano dichiarato, la regia autorità aver diritto d’imporre una tassa grande e produttiva. Wentworth fece assennatamente osservare, come fosse impossibile sostenere il loro giudizio, fuorchè con ragioni conducenti direttamente ad una conclusione che essi non avevano osato dedurre. Se era permesso di levarepecunia legalmente senza il consenso del Parlamento per mantenere una flotta, non era facile negare che potevasi legalmente, senza il consenso del Parlamento, levare pecunia per mantenere un esercito.La sentenza de’ giudici accrebbe la irritazione del popolo. Un secolo innanzi, un concitamento meno grave avrebbe fatto scoppiare una insurrezione generale. Ma il malcontento adesso non assumeva, come nelle età trascorse, la forma d’una rivolta. La nazione da lungo tempo progrediva nella civiltà e nella ricchezza. Settanta anni erano scorsi da che i grandi signori delle contrade settentrionali avevano prese le armi contro Elisabetta; e nel corso di que’ settanta anni non eravi stata guerra civile. In tutta la esistenza della nazione inglese non era mai stato un periodo sì lungo senza lotte intestine. Gli uomini eransi assuefatti alle occupazioni della pacifica industria; e per quanto fossero esasperati, esitavano lungamente innanzi di snudare la spada.Fu questo il momento in cui le libertà della patria nostra corsero il più grande pericolo. Gli oppositori del Governo cominciarono a disperare delle sorti della patria; e molti volgevano gli sguardi ai deserti americani, come al solo asilo in cui potessero fruire de’ beni della libertà civile e religiosa. Ivi pochi fermi puritani, i quali per la loro religione non ebbero timore nè dei furori dell’oceano, nè delle durezze della vita rozza, nè delle zanne delle bestie feroci, nè delle scuri d’uomini più feroci, edificarono fra mezzo ad annose foreste quei villaggi, che oggimai sono diventati città grandi ed opulente, ma che, a traverso tutte le variazioni subite, serbano i segni dell’indole de’ loro fondatori. Il governo considerava con avversione queste nascenti colonie, e si provò di fermare violentemente l’onda della emigrazione; ma non potè fare che la popolazione della nuova Inghilterra non venisse da uomini forti di cuore e timorosi di Dio reclutata in ogni angolo della vecchia Inghilterra. Wentworth esultava vedendosi presso a compiere il proprio disegno, per la piena esecuzione del quale sarebbero forse bastati pochi anni. Se il governo avesse serbata stretta economia, se avesse con ogni studio schivata ogni collisione coi potentati stranieri, avrebbe estinti i debiti dellaCorona, avrebbe ragunata la pecunia bisognevole a mantenere un poderoso esercito, ed avrebbe con esso potuto infrenare il recalcitrante spirito della nazione.XLIV. Frattanto, un atto d’insana bacchettoneria cangiò improvvisamente lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali. Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster. Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli; comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile. Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia; con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse, infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni erano animatidallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox. La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi, diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra. In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di quella di Roma.Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano. Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana; o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella dell’Inghilterra, differiva in peggio.A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia; ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo intorno ad antifone e genuflessioni,ad altari ed abiti clericali, vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere necessaria la convocazione del Parlamento.XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva prodotti i riferiti effetti.[12]Essa veramente aveva capovolti e confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi, se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne convocato nella primavera del 1640.La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi. La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo. Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni intorno alla loro condottaparlamentare, e non ne ricevendo risposta nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee. La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’ sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti. Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi soldati erano pronti a farlo in pezzi.Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso. I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nèanche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo eransi spaventevolmente accresciuti.XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale, malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono i beni del governo costituzionale.Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni, l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni, e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che, dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford, processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso dagli stessi rappresentanti.Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641 si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a firmare, con manifesti segnidi repugnanza, un atto dove dichiaravasi lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo. Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso, a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere, nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche, trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica, vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli e licenziosi.Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti annid’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore, i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro. Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland. La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia, fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento per il carattere e l’amministrazione di Strafford.Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo, riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia, onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno di fronteall’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’ politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio. V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari, abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che talvolta si è mostrata inertee neutrale, e tal’altra ha ondeggiato ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini, talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa impossibile ogni resistenza.Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro, insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre, non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano. Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria, splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano; perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani. La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede. Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione, non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci. I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in mododa essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro proprio.La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime file trovavasi la intera classe de’ protestanti non-conformisti, e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York, ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose,sarebbe insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia. Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute, dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico, ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni aggressione.»Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’ Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti. Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.XLVIII. I due partiti guardavansi ancora scambievolmentecon cauta ostilità, e non avevano ancora ponderato le proprie forze, allorchè giunsero nuove tali che infiammarono le passioni e rinvigorirono le opinioni di entrambi. I grandi capi di Ulster, i quali al tempo in cui Giacomo salì al trono, eransi, dopo lunghissima lotta, sottomessi all’autorità regia, non avevano potuto più lungamente patire la umiliazione della dipendenza. Avevano congiurato contro il Governo inglese, ed erano stati dichiarati rei di tradigione. I loro immensi domini erano stati confiscati dalla Corona; ed erano corse a popolarli torme di emigrati dalla Inghilterra e dalla Scozia. Costoro per civiltà ed intelligenza erano assai superiori ai naturali del paese, e spesso abbusavano di superiorità cosiffatta. I rancori, generati dalla diversità di razza, si accrebbero per la diversità di religione. Sotto il ferreo giogo di Wentworth, non fu udito nè anche un bisbiglio; ma appena cessò quella forte pressura, appena la Scozia dette lo esempio d’una vittoriosa resistenza, mentre la Inghilterra era assorta negl’interni dissidi, la soffocata rabbia degl’Irlandesi eruppe in atti di tremenda violenza. In un attimo, i popoli aborigeni insorsero contro le colonie. Una guerra alla quale l’odio nazionale e religioso dette un carattere di particolare ferocia, desolò Ulster e si estese alle vicine provincie. Il castello di Dublino nè anche reputavasi luogo di sicurezza. Ciascuna posta recava a Londra racconti esagerati di fatti, che, anche scevri d’ogni esagerazione, bastavano a empire l’animo di pietà e d’orrore. Questi sciagurati avvenimenti svegliarono più che mai lo zelo de’ due grandi partiti che sedevano, con vicendevole nimistanza, nella sala di Westminster. I realisti sostenevano esser debito precipuo d’ogni buono inglese e d’ogni buon protestante, in siffatte circostanze, rinvigorire il braccio del sovrano. Alla opposizione pareva che allora più che mai vi fossero fortissime ragioni di invigilarlo e infrenarlo. Il trovarsi la cosa pubblica in pericolo, era senza dubbio buona ragione per conferire maggiori poteri ad un magistrato degno di fiducia; ma era parimente buona ragione per iscemarli o toglierli ad un magistrato che in suo cuore era nemico pubblico. Era stato scopo precipuo del Re il formare un grande esercito; ed ora bisognava formarlo. Si doveva, dunque, temereche ove non si stabilissero nuove guarentigie, le forze raccolte per risottomettere la Irlanda, venissero adoperate contro le libertà della Inghilterra. Nè ciò era tutto. Un orribile sospetto, ingiusto, a dir vero, ma non affatto fuori di natura, era nato in cuore a molti. La Regina era cattolica romana; il Re non era considerato dai Puritani, ch’egli aveva spietatamente perseguitati, come sincero protestante; ed era sì nota a tutti la sua doppiezza, da non esservi specie di tradimento di cui i suoi sudditi, con qualche apparenza di ragione, non lo credessero capace. E però, corse subito sorda una voce che affermava, la ribellione de’ Cattolici Romani di Ulster essere parte d’una vasta opera di tenebre, immaginata e condotta in Whitehall.XLIX. Dopo alcuni giorni di preludio, nel dì ventesimosecondo di novembre 1641, scoppiò il conflitto tra i due grandi partiti, che si sono poi sempre osteggiati ed osteggiansi tuttavia per recarsi in mano il reggimento del paese. La opposizione propose, che la Camera de’ Comuni dovesse presentare al Re una rimostranza, enumerando i falli della amministrazione fino dal tempo in cui egli ascese al trono, e significando la diffidenza con che il popolo riguardava la politica di lui. Quell’assemblea che pochi mesi avanti era stata unanime nel chiedere la riforma degli abusi, si divise in due fiere ed ardenti fazioni, di forza pressochè uguali. Dopo un violento discutere, che durò molte ore, la rimostranza fu adottata con la maggiorità di soli undici voti.L’esito di tale conflitto giovò grandemente il partito conservatore. Non era da dubitarsi che soltanto qualche grave indiscrezione potesse impedirgli di ottenere la preponderanza nella Camera Bassa. La Camera Alta era già tutta di quel partito. Nessuna cosa mancava per assicurargli la vittoria, se non che il Re in tutta la sua condotta mostrasse qualche rispetto per le leggi, ed una scrupolosa buona fede verso i suoi sudditi.I suoi primi provvedimenti promisero bene. E’ sembra che finalmente si fosse indotto a pensare, come era necessario cangiare intieramente il sistema, e si volesse adattare a ciò che non poteva più oltre evitarsi. Dichiarò d’essere determinato a voler governare concordemente con la Camera de’ Comuni,ed a tal fine chiamare ai suoi consigli uomini i quali, per ingegno e carattere, godessero la fiducia della Camera. Nè la scelta fu male fatta. Falkland, Hyde e Colepepper, tutti e tre uomini cospicui per essersi adoperati efficacemente a riformare gli abusi od a punire i malvagi ministri, vennero invitati ad essere fidi consiglieri della Corona, ed ebbero da Carlo la solenne assicurazione, che non avrebbe fatto il minimo passo intorno a ciò che concerneva la Camera Bassa del Parlamento, senza averne chiesto il loro parere.E’ non è dubbio che s’egli avesse mantenuta tale promessa, la reazione, che già progrediva, sarebbe diventata tanto vigorosa, quanto la potevano desiderare i realisti più rispettabili. Già i più irrequieti membri dell’opposizione avevano cominciato a disperare delle sorti del proprio partito, a tremare per la salvezza propria, e parlavano già di vendere i loro beni ed emigrare in America. Se le belle speranze che cominciavano a sorridere al Re, svanirono improvvise, se la sua vita fu amareggiata dall’avversità ed in fine abbreviata dalla violenza, ne chiami in colpa la propria perfidia e il dispregio delle leggi.E’ pare certo ch’egli detestasse ambi i partiti in cui era divisa la Camera de’ Comuni. Nè ciò è strano; perocchè in entrambi l’amore della libertà e l’amore dell’ordine, comunque con diverse proporzioni, erano commisti. I consiglieri che Carlo, stretto dalla necessità, aveva chiamati presso di sè, non erano in nulla graditi al suo cuore. Avevano partecipato a dannare la sua tirannia, a scemargli i poteri ed a punire i suoi satelliti. Adesso erano, per vero dire, apparecchiati a difendere con mezzi rigorosamente legali le legittime prerogative di lui; ma avrebbero rifuggito dall’orribile pensiero di ritornare ai tirannici disegni di Wentworth. Essi, dunque, secondo l’opinione del Re, erano traditori, che differivano solo nel grado della loro sediziosa malignità da Pym e da Hampden.L. E quindi Carlo, pochi giorni dopo d’avere promesso ai capi de’ realisti costituzionali di non muovere mai un solo passo d’importanza senza farneli consapevoli, formò un pensiero, il più serio e tremendo in tutta la sua vita, lo nascosecon gran cura, e lo mandò ad esecuzione in un modo tale, che ne furono colpiti di terrore e vergogna. Mandò il Procuratore Generale ad accusare di alto tradimento, innanzi alla tribuna della Camera de’ Lordi, Pym, Hollis, Hampden ed altri membri di quella de’ Comuni. Non satisfatto di questa flagrante violazione della Magna Carta, e della usanza non interrotta di secoli, andò egli stesso in persona, accompagnato da uomini armati, a porre le mani addosso ai capi della opposizione dentro la stessa sala del Parlamento.Il colpo fallì. I membri incriminati erano partiti dalla sala poco tempo avanti che vi entrasse Carlo. Ne seguì subitanea e violenta commozione nel Parlamento, non che nel paese. Lo aspetto più favorevole onde i più parziali difensori del Re si sono studiati di presentare la condotta di lui in questa occasione, consiste nello affermare ch’egli, spinto dai pessimi consigli della consorte e de’ cortigiani, commettesse un atto gravissimo d’indiscrezione. Ma la voce generale lo accusava altamente di colpa assai più grave. Nel momento stesso in che i suoi sudditi, dopo d’essersi lungo tempo tenuti lontani da lui per la sua cattiva amministrazione, ritornavano a lui con sentimenti di fiducia e d’affetto, egli meditò di menare un colpo mortale contro i loro più cari diritti; i privilegi, cioè, del Parlamento, e lo stesso principio di processare l’individuo innanzi ai giurati. Aveva mostrato di considerare l’opposizione ai suoi disegni arbitrari come delitto che doveva espiarsi col sangue. Aveva rotta la fede non solo al suo Gran Consiglio ed al suo popolo, ma ai suoi stessi aderenti. Aveva fatto ciò, che, se stato non fosse un caso impreveduto, avrebbe probabilmente suscitato un sanguinoso conflitto attorno il seggio presidenziale. Coloro i quali predominavano nella Camera Bassa, compresero allora che non solamente la potenza e popolarità, ma i beni e le vite loro, dipendevano dall’esito della lotta in cui trovavansi involti. Lo zelo, che già veniva meno, del partito avverso alla Corte, in uno istante si riaccese. La notte che seguì all’oltraggio tentato, tutta la città di Londra fu in armi. In poche ore, le vie che conducevano alla metropoli erano popolate da torme di borghesi, irrompenti verso Westminster, coi segni della causa parlamentare fitti ai lorocappelli. Nella Camera de’ Comuni la opposizione a un tratto divenne irresistibile, e adottò, con una grandissima maggioranza di voti, provvedimenti di violenza senza esempio precedente. Forti legioni di milizie, che regolarmente davansi la muta, facevano la guardia attorno il palazzo di Westminster. Le porte della reggia erano tuttodì assediate dalla furibonda moltitudine, le cui minacce ed esecrazioni pervenivano fino alla sala d’udienza, e che i gentiluomini della Corte appena potevano impedire che irrompesse negli appartamenti reali. Se Carlo fosse rimasto più a lungo nella sua tempestosa metropoli, è probabile che la Camera de’ Comuni avrebbe trovata una scusa per farlo, sotto forme esteriori di rispetto, prigioniero di stato.LI. Egli si allontanò da Londra, per non ritornarvi mai fino al giorno d’un terribile e miserando giudicio. Iniziaronsi negoziati, che durarono molti mesi. I partiti contendenti scagliavansi vicendevolmente recriminazioni ed accuse: ogni via d’accomodamento era impossibile. La pena che colpisce la perfidia abituale, finalmente colse quel tristo principe. Nulla gli valsero gli sforzi onde egli impegnò la sua regia parola, ed invocò il Cielo a testimonio della sincerità delle sue promesse. Giuramenti e trattati più non bastavano a vincere la diffidenza de’ suoi avversari, i quali pensavano di non avere sicurtà se non quando il Re fosse ridotto ad assoluta impotenza. Chiedevano, quindi, ch’egli rendesse non solo quelle prerogative che aveva usurpate violando le antiche leggi e le sue proprie recenti promesse, ma anco altre prerogative che i re inglesi avevano fruito da tempo immemorabile, e seguitano a fruire anco ai dì nostri. Gli volevano togliere la potestà di nominare i Ministri, di creare i Pari, senza il consenso delle Camere. Soprattutto, volevano privare il Governo della suprema autorità militare, che, fino da tempi cui non giungono umani ricordi, era sempre appartenuta alla dignità regia.Non era da sperarsi che Carlo, finchè gli rimanessero mezzi di resistenza, assentirebbe le predette dimande. Nondimeno sarebbe difficile mostrare che le Camere avrebbero, per la propria salvezza, potuto contentarsi di meno. Veramenteondeggiavano in una tempesta di opposti pensieri. La gran maggioranza della nazione aderiva fermamente alla monarchia ereditaria. Coloro che nutrivano sentimenti repubblicani erano ancora pochi, e non rischiavansi a parlare alto. Era quindi impossibile abolire il principato. Nulladimeno, facevasi a tutti manifesto come il Re non fosse degno di nessuna fiducia. Sarebbe stato assurdo in coloro i quali per proprio esperimento conoscevano ch’egli bramava distruggerli, il contentarsi di presentargli un’altra petizione di diritti, ed ottenere nuove promesse, simiglianti a quelle ch’egli aveva più volte fatte e violate. Nessuna cosa, fuorchè il difetto di un esercito, gli aveva impedito di abbattere l’antica Costituzione del reame. Ed essendo allora necessario formare un grande esercito regolare per riconquistare l’Irlanda, sarebbe stata vera demenza lasciare il Re nella pienezza di quella autorità militare, che i suoi antecessori avevano esercitata.Ogni qualvolta uno Stato si trova nelle condizioni in cui a que’ tempi trovavasi l’Inghilterra, e il regio ufficio è riguardato con amore e venerazione, e l’uomo che occupa quell’ufficio ha l’odio e la sfiducia de’ popoli, la via da tenersi sembra evidente. Conservisi la dignità dell’ufficio; si mandi via la persona che indegnamente lo esercita. Così i nostri antenati operarono nel 1399 e nel 1689. Se nel 1642 vi fosse stato un uomo locato in un posto simile a quello che Enrico di Lancaster occupava allorchè Riccardo II venne deposto dal trono, e che il Principe d’Orange occupava nel tempo della deposizione di Giacomo II, le Camere probabilmente avrebbero cangiata la dinastia, e non avrebbero fatto nessun mutamento formale nella Costituzione. Il nuovo re, chiamato al trono dai loro voti, e dipendente dal loro sostegno, sarebbe stato costretto a condurre il governo dello Stato a seconda delle voglie ed opinioni loro. Ma nel partito parlamentare non v’era principe di sangue reale; e quantunque quel partito avesse nel proprio seno molti uomini d’altissimo grado e molti altri di inclita mente, non eravi nessuno che splendidamente giganteggiasse su tutti, in modo da essere proposto come candidato per la Corona. Dovendoci essere un re, e non essendoci modo a trovarne un altro, era necessario lasciare a Carlo iltitolo regio. Altra via, dunque, non rimaneva che questa; separare il titolo dalle regie prerogative.I mutamenti che le Camere proposero da farsi alle nostre istituzioni, tuttochè sembrino esorbitanti, ove vengano, ordinandoli ad articoli di capitolazione, maturamente considerati, equivalgono a un dipresso ai mutamenti prodotti dalla Rivoluzione che avvenne nella generazione susseguente. Egli è vero che, a tempo della Rivoluzione, al sovrano la legge non toglieva la potestà di nominare i suoi Ministri; ma è anche vero che, dopo la Rivoluzione, nessun Ministro si è potuto mantenere sei soli mesi in ufficio a dispetto della Camera de’ Comuni. È vero che il sovrano tuttavia ha la potestà di creare i Pari, e la potestà più importante della spada; ma è anche vero che nello esercizio di tali poteri al sovrano, dalla Rivoluzione in poi, sono sempre stati guida e consiglieri che godono la fiducia de’ Rappresentanti della nazione. Difatti, i capi del partito delle Teste-Rotonde nel 1642, e gli uomini di Stato che, circa cinquanta anni appresso, compirono la Rivoluzione, miravano al medesimo scopo. Il quale era quello di porre fine alla contesa tra la Corona e il Parlamento, rivendicando al Parlamento il sindacato supremo sopra il potere esecutivo. Gli uomini di Stato della Rivoluzione conseguirono cotesto fine cangiando la dinastia. Le Teste-Rotonde del 1642, non potendo cangiare la dinastia, furono costretti a prendere una via diretta onde conseguire lo scopo.
XXXV. Frattanto le dissensioni religiose, che fino dai giorni di Eduardo VI avevano affaccendate le fazioni protestanti, erano divenute quanto mai formidabili. Lo intervallo che aveva divisa la prima generazione de’ protestanti da Cranmer e Jewel, era ben corto in paragone di quello che separò la terza generazione dei puritani da Laud ed Hammond. Mentre la rimembranza delle crudeltà di Maria era ancor fresca; mentre la forza del partito cattolico tuttavia ispirava timore; mentre Spagna, serbando ancora la sua preponderanza, aspirava alla dominazione universale; tutte le sètte riformate conoscevano d’avere un interesse comune, ed un comune e mortale nemico. Lo aborrimento vicendevole che sentivano, era lieve in agguaglio di quello che provavano contro Roma. Conformisti e non-conformisti eransi cordialmente congiunti nel fare severissime leggi penali contro i papisti. Ma poichè cinquanta e più anni di indisturbato possesso ebbero resa alla Chiesa stabilita la fiducia in sè; poichè nove decimi della nazione erano divenuti protestanti sinceri; poichè la Inghilterra essendo in pace con tutto il mondo, non eravi più pericolo che il papismo venisse imposto alla nazione dalle armi straniere; ederano spenti gli ultimi confessori i quali stettero intrepidi innanzi a Bonner; i sentimenti del clero anglicano cangiaronsi. Mitigavasi considerevolmente la loro ostilità contro la dottrina e disciplina cattolica romana, mentre dall’altro canto si accresceva quotidianamente la loro avversione contro i puritani. Le controversie che avevano fin da principio scisso il partito protestante, presero una forma tale, da togliere ogni speranza di riconciliazione; e nuove controversie di assai maggiore importanza si aggiunsero alle vecchie cagioni di dissenso.
I fondatori della Chiesa anglicana avevano ritenuto l’episcopato come un ordinamento di politica ecclesiastica antica, venerabile e convenevole; ma non avevano dichiarato che quella dignità nel governo della Chiesa fosse d’istituzione divina. Abbiamo già veduto quanta poca stima Cranmer facesse dell’ufficio di vescovo. Regnante Elisabetta, Jewel, Cooper, Whitgift ed altri incliti dottori, difesero la prelatura come innocua ed utile, come cosa che poteva essere legittimamente istituita dallo Stato, come cosa che, una volta istituita, doveva essere rispettata da ogni cittadino. Ma non negarono mai che una comunità cristiana priva di vescovo, potesse essere una chiesa pura; che anzi credevansi congiunti ai protestanti del continente in una medesima fede. Gl’Inglesi in Inghilterra, a dir vero, erano tenuti a riconoscere l’autorità del vescovo, nel modo medesimo che erano tenuti a riconoscere l’autorità dello sceriffo o d’altro ufficiale pubblico; ma l’obbligo era soltanto locale. Un ecclesiastico inglese, anzi un prelato inglese, se andava in Olanda, conformavasi senza scrupolo alla religione stabilita dell’Olanda. Ne’ paesi stranieri, gli ambasciatori di Elisabetta e di Giacomo assistevano officialmente a quegli stessi riti che Elisabetta e Giacomo avevano proscritti negli Stati brittannici, e con gran cura astenevansi dal decorare le loro cappelle private secondo il costume anglicano, onde non essere di scandalo ai loro traviati fratelli. Sostenevasi perfino che i ministri presbiteriani avevano diritto di sedere e di votare ne’ concilii ecumenici. Quando gli Stati generali delle Provincie Unite convocarono a Dorf un sinodo di dottori non ordinati dai vescovi, un decano ed un vescovo inglesi v’intervennero, parteciparono alle discussioni, e votarono con essiintorno alle più gravi questioni teologiche.[7]Anzi, molti beneficii in Inghilterra erano occupati da ecclesiastici che erano stati ammessi al ministero secondo la cerimonia calvinistica che usavasi nel continente; nè era creduto necessario, o anche legale, che un vescovo in simiglianti casi conferisse una nuova ordinazione.
Ma sorgeva già nella Chiesa d’Inghilterra una nuova genia di teologi. Secondo loro, l’ufficio episcopale era essenziale al bene d’una società cristiana, ed alla efficacia delle più solenni ordinanze della religione. A quell’ufficio spettavano certi sacri ed alti privilegi, che non potevano essere conferiti nè ritolti da nessuna potestà umana. Una Chiesa poteva esistere senza la dottrina della Trinità o della Incarnazione, come senza gli ordini apostolici; e la Chiesa di Roma, la quale, fra tutti i suoi traviamenti, aveva serbati gli ordini apostolici, era più presso alla primigenia purità, di quel che lo fossero quelle società riformate che avevano arditamente innalzato un sistema inventato da esse, in opposizione al modello divino.
Nei tempi di Eduardo VI e di Elisabetta, i difensori del rituale anglicano eransi contentati di dire che esso poteva usarsi senza peccato, e che quindi niuno, fuorchè un suddito perverso e sconoscente i propri doveri, ricuserebbe di usarlo sempre che gli fosse ordinato dai magistrati. Intanto, quel nascente partito che pretendeva per l’ordinamento politico della Chiesa ad un’origine celeste, cominciò ad attribuire alle sacre cerimonie nuova dignità ed importanza. Concludevano, che se nel culto stabilito vi fosse qualche errore, siffatto errore era la sua estrema semplicità; e che i riformatori, nel calore delle loro dissensioni con Roma, avevano abolite molte antiche cerimonie che si sarebbero utilmente potute serbare. I giorni e i luoghi furono di nuovo osservati con misteriosa venerazione. Talune cerimonie che da lungo tempo erano cadute in disuso, e che comunemente giudicavansi come fantocciatesuperstiziose, furono richiamate a vita. Le pitture e le sculture che erano rimaste illese dal furore della prima generazione de’ protestanti, divennero obietti di tale venerazione, che a molti sembrava idolatria.
Nessuna parte del sistema della vecchia Chiesa era stata tanto detestata dai riformatori, quanto il rispetto e la onoranza che tributavasi al celibato. Sostenevano che la dottrina di Roma intorno a ciò, era stata profeticamente condannata come diabolica dall’apostolo Paolo; e convalidavano la loro asserzione enumerando i delitti e gli scandali che originavano dalla osservanza di quella dottrina. Lutero aveva manifestata nel modo più chiaro la propria opinione sposando una monaca. Taluni de’ vescovi e de’ preti più illustri i quali, regnante Maria, erano stati arsi vivi, avevano lasciato moglie e figliuoli. Ora, nondimeno, principiava a correre la voce, che il vecchio spirito monastico fosse riapparso nella Chiesa anglicana; che nelle alte classi esistesse un pregiudicio contro i preti ammogliati; che anche i laici ohe si chiamavano protestanti, si fossero prefissi di osservare il celibato con promesse equivalenti quasi a voti solenni; anzi, che un ministro della religione stabilita avesse fondato un monastero, dentro il quale una congrega di vergini dedicate a Dio cantava i salmi a mezzanotte.[8]
Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti. Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione, erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato prediletto,compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra, vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante, Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina, cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel partito.
Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo di quell’età,richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori prebende dell’Inghilterra.
Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi, in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta, era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori, leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici, immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii. I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro. Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei. Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino, trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale, con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indagavano le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi. Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che, violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi, arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta, leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione. Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina, perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre, e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare, i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stiledella Bibbia. Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’ prelatisti e de’ liberali.
In tal guisa, lo scisma politico e religioso, nato nel secolo decimosesto, si venne, ne’ primi venti anni del susseguente, sempre estendendo. In Whitehall diventarono di voga certe dottrine tendenti al dispotismo turco; mentre certe altre tendenti al repubblicanismo manifestavansi dalla maggior parte de’ membri nella Camera de’ Comuni. I prelatisti violenti, che erano zelanti della prerogativa, e i violenti puritani, che erano zelanti de’ privilegi del parlamento, s’osteggiavano con animosità più forte di quella che, nella precedente generazione, erasi mostrata fra cattolici e protestanti.
Mentre le menti degli uomini trovavansi in cosiffatte condizioni, il paese, dopo una pace di molti anni, alla perfine impegnossi in una guerra che richiedeva grandissimi sforzi. Questa guerra affrettò lo appropinquarsi della gran crisi costituzionale. Era mestieri che il Re avesse numerose forze militari, le quali non potevano ottenersi senza pecunia. Egli non poteva legalmente far danari senza lo assenso del Parlamento. Ne seguiva quindi, o che egli dovesse amministrare il governo secondo il sentire della Camera de’ Comuni, o dovesse correre il rischio di violare le leggi fondamentali del regno in modo, di cui per parecchi secoli non s’era visto esempio. I Plantageneti e i Tudors, egli è vero, avevano provveduto al difetto delle loro entrate per mezzo di un donativo o d’un prestito forzato; ma tali espedienti erano sempre d’indole temporanea. Il far fronte al peso continuo d’una lunga guerra con una tassa regolare, imposta senza il consentimento degli Stati del reame, era tale un passo che lo stesso Enrico VIII non avrebbe osato fare. L’ora decisiva, adunque, sembrava approssimarsi, in cui al Parlamento inglese sarebbe toccata la sorte dei senati del continente, o l’acquisto della preponderanza nel governo dello Stato.
XXXVI. Ma in quel mentre il re Giacomo morì. Carlo I ascese al trono. Natura lo aveva dotato di molto migliore intendimento,di volontà più vigorosa, di temperamento più ardente e più fermo, che suo padre non era. Da costui aveva egli ereditati i principii politici, ed era più di lui disposto a metterli in opera. Era al pari del padre uno zelante episcopale; ed era inoltre ciò che il padre non era mai stato, voglio dire zelante arminiano; e quantunque non fosse papista, amava meglio i papisti che i puritani. Sarebbe cosa ingiusta negare a Carlo alcune delle doti convenevoli ad un principe buono e anche grande. Parlava e scriveva, non, come il padre suo, con la esattezza di un professore, ma secondo lo stile di un gentiluomo intelligente e bene educato. Aveva gusto squisito nelle lettere e nelle arti gentili, e modi, comunque privi di grazia, dignitosi: la sua vita domestica era senza menda. La perfidia fu la cagione massima de’ suoi disastri, ed è la macchia precipua che gli deturpa la fama. Veramente, era una incurabile tendenza quella che lo trascinava per le vie torte e tenebrose. E’ sembrerebbe strano che la sua coscienza, la quale in occasioni di lieve momento era bastevolmente sensibile, non gli avesse mai rimproverato cotesto gran vizio. Ma abbiamo ragione di credere ch’egli fosse perfido non solo per indole e per costume, bensì per principio. Pare che avesse imparato dai teologi, da lui singolarmente stimati, non potere tra lui e i suoi sudditi esistere nulla che avesse natura di mutuo contratto; lui non avere potestà, qualvolta lo avesse voluto, di deporre la sua autorità dispotica; ed in ogni promessa che egli facesse, sottointendersi la riserva di romperla in caso di necessità, della quale necessità era egli stesso il solo giudice.
XXXVII. Allora ebbe principio quel giuoco rischioso dal quale dipesero le sorti del popolo inglese. La Camera de’ Comuni giuocò ostinatamente; ma con destrezza, calma e perseveranza mirabili. Erano di guida all’assemblea alcuni uomini di Stato, che sapevano portare l’occhio molto più addietro e spingerlo molto più avanti che i rappresentanti della nazione non facevano. Quegli alti intelletti determinaronsi di porre il Re in tali condizioni da dovere condurre il governo dello Stato secondo i desiderii del Parlamento, o indursi a violare i più sacri principii dello Statuto. Però, brontolando sempre nelconcedergli scarsi sussidi, lo posero nel bisogno di governare o d’accordo con la Camera de’ Comuni, o sfidando ogni legge. Non mise tempo fra mezzo, ed elesse. Sciolse il suo primo Parlamento di propria autorità, e impose tasse. Convocò un secondo Parlamento, e lo trovò più riottoso del primo. Adottò di nuovo lo espediente di discioglierlo, impose nuove tasse senza la minima apparenza di legalità, e gettò in carcere i capi dell’opposizione. Nel tempo stesso, eccitò universale scontento e timore un nuovo aggravio, che riusciva insopportabilmente penoso al sentire ed ai costumi della nazione inglese, e che a tutti gli uomini previdenti sembrava di sinistro augurio. Le compagnie de’ soldati vennero distribuite fra i cittadini onde provvedere agli alloggi, ed in taluni luoghi la legge marziale fu sostituita all’antica giurisprudenza del regno.
XXXVIII. Il Re, convocato un terzo Parlamento, tosto si accorse che la Opposizione erasi fatta più vigorosa e fiera che mai. Divisò quindi di mutar tattica. Invece di opporre inflessibile resistenza alle richieste della Camera de’ Comuni, egli, dopo molti alterchi e molte evasioni, s’indusse ad un patto il quale, ove fosse stato da lui fedelmente mantenuto, avrebbe stornata una lunga serie di gravi sciagure. Il Parlamento concesse larghi sussidii. Il re ratificò, nel modo più solenne, quella legge famosa che è conosciuta sotto il nome di Petizione dei Diritti, e che forma la seconda Magna Carta delle libertà dell’Inghilterra. Nel ratificare cotesta legge, egli obbligossi a non levare danaro senza il consenso di ambedue le Camere, non imprigionare mai nessuno, tranne nelle debite forme della legge, e non sottoporre mai più il popolo alla giurisdizione delle corti marziali.
Il giorno in cui, dopo molto indugiare, Carlo dette solennemente la sua regia sanzione a questo grande atto, fu giorno di gioia e di speranza. I membri della Camera de’ Comuni, che circondavano la tribuna di quella de’ Lordi, mandarono alte acclamazioni, appena furono proferite, secondo l’antica formula, le parole con le quali i nostri principi, per tanti secoli, hanno significato il loro assenso ai desiderii degli Stati del regno. A tali acclamazioni fece eco la voce della metropoli e della intera nazione; ma dopo pochi giorni, divennea tutti manifesto che Carlo non intendeva mantenere il patto giurato. Furono raccolti i sussidii concessi da’ rappresentanti della nazione; ma la promessa, in grazia della quale erano stati ottenuti, fu rotta. Ne seguì una violenta contesa. Il Parlamento venne disciolto, con tutti i segni del regio malumore. Alcuni de’ più cospicui membri furono incarcerati; ed uno di loro, sir Giovanni Eliot, dopo anni di pene, vi perdè la vita.
Carlo, nondimeno, non potè rischiarsi d’imporre di propria autorità tasse bastevoli a tirare innanzi la guerra. Affrettossi, dunque, a far pace coi propri vicini, e rivolse la mente tutta alla politica interna.
Adesso s’apre un’era nuova. Molti re inglesi avevano, in varie occasioni, commessi atti incostituzionali; ma nessuno aveva mai sistematicamente tentato di rendersi despota, e di annientare il Parlamento. Fu questo lo scopo che Carlo si propose. Dal marzo del 1629 all’aprile del 1640 le Camere non furono convocate. Non v’era mai stato nella nostra storia un intervallo di undici anni tra parlamento e parlamento. Solo una volta eravi stato un intervallo, lungo la metà. Basti tal fatto a confutare coloro che affermano, Carlo avere semplicemente calcate le orme de’ Plantageneti e de’ Tudors.
XXXIX. È indubitabile, secondo la testimonianza de’ più validi sostenitori del re, che, durante cotesto periodo del suo regno, i provvedimenti della Petizione dei Diritti furono da lui violati non secondo le occasioni, ma sempre e sistematicamente; che gran parte dell’entrate fu riscossa senza nessuna autorità legale; e che gli individui invisi al governo languirono per anni interi in carcere, senza essere mai stati tradotti innanzi a nessun tribunale.
Di tali atti è mestieri che la storia chiami responsabile principalmente il sovrano. Dopo che fu disciolto il terzo parlamento, egli non ebbe altro primo ministro che sè stesso, comecchè parecchi uomini ch’erano temprati a secondarlo ne’ suoi fini, dirigessero diversi dipartimenti dell’amministrazione.
XL. Tommaso Wentworth, creato poscia lord Wentworth e poi conte di Strafford, uomo grandemente destro, eloquente, animoso, ma d’indole crudele ed imperiosa, era il consiglierepiù fido nelle faccende militari e politiche. Era stato uno de’ più illustri membri della opposizione, e sentiva verso coloro dai quali erasi diviso, quella tale malignità, che in tutti i tempi è stata la caratteristica degli apostati. Conosceva mirabilmente i sentimenti, i mezzi e la politica del partito al quale un tempo apparteneva, ed aveva formato un disegno vasto e profondamente meditato, che quasi pervenne a sconcertare la tattica efficace degli uomini di Stato che dirigevano la Camera dei Comuni. A tale disegno, nel suo carteggio confidenziale, egli dava il nome espressivo di completo (Thorough). Era suo scopo di fare in Inghilterra tutto—e più che tutto—ciò che Richelieu andava facendo in Francia; di rendere Carlo monarca assoluto quanto ogni altro principe nel continente; di porre gli Stati e la libertà personale dell’intero popolo a disposizione della corona; di privare le corti di giustizia d’ogni autorità indipendente anche nelle ordinarie questioni di diritto civile tra uomo e uomo, e di punire con inesorabile rigore tutti coloro i quali mormorassero contro gli atti del governo, o anco in modo decente e regolare ricorressero a qualunque tribunale per ottenere giustizia contro quegli atti.[9]
Tale scopo s’era egli proposto, e scerneva distintamente le sole vie per le quali vi poteva giungere. Vero è che in tutte le sue idee rifulgono chiarezza, coerenza e precisione tali, che s’egli non avesse aspirato ad un fine pernicioso alla patria ed alla umanità, si sarebbe reso meritevole della più alta ammirazione. Ben vide non esservi se non se un solo strumento per mandare ad esecuzione i suoi arditi disegni. Tale strumento era un esercito stanziale. A formare quindi lo esercito rivolse tutta l’operosità della sua mente vigorosa. In Irlanda, dove era vicerè, gli era venuto fatto di stabilire un dispotismo militare, non solo sopra le popolazioni aborigene,ma anche sopra le colonie inglesi, e potè gloriarsi che in quell’isola il Re regnava assoluto quanto potesse esserlo ogni altro principe della terra.[10]
XLI. In questo mentre, l’amministrazione ecclesiastica era principalmente diretta da Guglielmo Laud, arcivescovo di Canterbury. Sopra tutti i prelati della Chiesa anglicana, Laud si era dilungato maggiormente dai principii della Riforma e ravvicinato a Roma. La sua teologia scostavasi da quella de’ calvinisti anche più di quello che facesse la teologia degli arminiani d’Olanda. La passione che egli sentiva per le ceremonie, la riverenza per i giorni festivi, le vigilie, i luoghi sacri, il suo mal dissimulato disgusto per il matrimonio degli ecclesiastici, lo ardente e non affatto disinteressato zelo con cui egli manifestava le pretese del clero al rispetto dei laici, lo avrebbero reso obietto d’avversione ai puritani anche se avesse usati mezzi miti e legali per conseguire i suoi fini. Ma aveva corta intelligenza e poco uso di mondo. Era per indole brusco, irritabile, veloce a sentire ciò che considerava come dignità propria, tardo a compatire le altrui sofferenze, e prono allo errore, comune a tutti gli uomini superstiziosi, di prendere i suoi modi burberi e maligni per emozioni di zelo religioso. Lui dirigente, ogni angolo del regno venne sottoposto a diuturna e minuta inquisizione. Ogni piccola congregazione di separatisti fu spiata e dispersa. Gli stessi atti di divozione delle famiglie private non valevano a sottrarsi alla vigilanza de’ suoi esploratori. Tanta era la paura che il suo rigore ispirava, che l’odio mortale contro la Chiesa, il quale covava in cuore di moltissimi, veniva generalmente travestito sotto le apparenze di conformismo. Nella stessa vigilia delle perturbazioni che furono fatali a lui ed al suo ordine, i vescovi di varie grandi diocesi poterono riferirgli come nel cerchio delle loro giurisdizioni non si trovasse nè anche un dissenziente.[11]
XLII. I tribunali non prestavano protezione ai sudditi contro la tirannia civile e clericale di quel tempo. I giudici del diritto comune, che occupavano l’ufficio a volontà del re,mostravansi scandalosamente ossequiosi. Nondimeno, comunque ossequiosi, erano strumenti meno pronti ed efficaci del potere arbitrario, di quel che lo fosse un’altra specie di corti, la cui memoria tuttavia, dopo dugento e più anni, è profondamente abborrita dalla nazione. Precipue fra esse per potenza ed infamia erano la Camera Stellata e l’Alta Commissione; politica inquisizione la prima, inquisizione religiosa la seconda; nessuna delle quali era parte della vecchia costituzione dell’Inghilterra. La Camera Stellata era stata rifatta e l’Alta Commissione creata dai Tudors. La potestà di cui erano investite innanzi lo avvenimento di Carlo al trono, era vasta e formidabile; ma piccola, in agguaglio di quanta ne avevano poscia usurpata. Guidate massimamente dallo spirito violento del primate, e libere dal sindacato del Parlamento, facevano mostra di rapacità, violenza e malefica energia, non mai vista in nessuna epoca precedente. Per mezzo di esse, il governo poteva multare, incarcerare, porre alla gogna e mutilare gl’individui senza alcun freno. Un Consiglio segreto residente in York sotto la presidenza di Wentworth, con un semplice atto di prerogativa che violava la legge, fu rivestito di quasi illimitato potere sopra le contee settentrionali. Tutti i predetti tribunali insultavano e sfidavano l’autorità di Westminster Hall, e commettevano quotidianamente eccessi tali, che sono stati condannati dai più eminenti realisti. Scrive Clarendon, non esservi nel regno quasi uomo notevole che non avesse da sè fatto esperimento della durezza e cupidità della Camera Stellata; l’alta Commissione essersi condotta in guisa da non rimanerle in tutto il reame nè anche un amico; e la tirannia del Consiglio di York avere resa la Magna Carta una lettera morta per le contrade giacenti a settentrione del Trent.
XLIII. Il governo d’Inghilterra in que’ giorni era dispotico, salvo un solo punto, al pari di quello di Francia. Ma in quel punto era la cosa di maggiore importanza. Non essendovi esercito stanziale, poteva il governo essere sicuro che lo edificio della tirannide non venisse distrutto fino dalle fondamenta in un solo giorno? E se fossero imposte dalla regia autorità nuove tasse per mantenere lo esercito, non era egli probabile che ne seguisse una repentina ed irresistibile esplosione?Qui dunque stava la difficoltà, la quale, più che ogni altra, rendeva Wentworth perplesso. Il lord cancelliere Finch, d’accordo con tutti gli altri giureconsulti ufficiali del governo, propose un espediente, che venne tosto abbracciato. Gli antichi principi d’Inghilterra, come avevano fatto appello agli abitanti delle contee più vicine alla Scozia di armarsi ed ordinarsi a difesa dei confini, così avevano talvolta fatto appello alle contee marittime ad apprestare navigli per la difesa del littorale. Talvolta, invece di navi, avevano accettato danaro. Fu dunque stabilito non solo di richiamare a vita, dopo tanto tempo, ma di estendere siffatta consuetudine. Gli antecedenti principi avevano levato il sopradetto danaro soltanto in tempo di guerra, adesso venne riscosso in tempo di profonda pace. Gli antecedenti principi, anche nelle guerre più perigliose, lo avevano raccolto soltanto nelle contrade lungo il littorale; adesso Carlo lo riscosse nelle contee interne. I principi precedenti lo avevano raccolto soltanto per la difesa de’ patrii lidi; adesso venne riscosso, conforme gli stessi realisti confessano, col disegno non di mantenere una flotta, ma di procurare al re i sussidii che egli poteva a sua discrezione elevare a qualunque somma, e spendere a sua discrezione in qualsivoglia impresa.
Tutta la nazione si commosse di paura e di sdegno. Giovanni Hampden, ricco e bennato gentiluomo della contea di Buckingham, tenuto in alta venerazione da’ suoi vicini, ma generalmente poco noto al regno, ebbe animo di spingersi innanzi, di far fronte ai poteri tutti del governo, e di addossarsi le spese e il pericolo di contrastare al Re la nuova prerogativa. Il caso fu discusso avanti i giudici nella Camera dello Scacchiere. E furono talmente vigorosi gli argomenti contro le pretese della Corona, che, per quanto dipendenti e servili fossero quei magistrati, la maggioranza de’ voti contro Hampden fu estremamente piccola. Gl’interpreti della legge avevano dichiarato, la regia autorità aver diritto d’imporre una tassa grande e produttiva. Wentworth fece assennatamente osservare, come fosse impossibile sostenere il loro giudizio, fuorchè con ragioni conducenti direttamente ad una conclusione che essi non avevano osato dedurre. Se era permesso di levarepecunia legalmente senza il consenso del Parlamento per mantenere una flotta, non era facile negare che potevasi legalmente, senza il consenso del Parlamento, levare pecunia per mantenere un esercito.
La sentenza de’ giudici accrebbe la irritazione del popolo. Un secolo innanzi, un concitamento meno grave avrebbe fatto scoppiare una insurrezione generale. Ma il malcontento adesso non assumeva, come nelle età trascorse, la forma d’una rivolta. La nazione da lungo tempo progrediva nella civiltà e nella ricchezza. Settanta anni erano scorsi da che i grandi signori delle contrade settentrionali avevano prese le armi contro Elisabetta; e nel corso di que’ settanta anni non eravi stata guerra civile. In tutta la esistenza della nazione inglese non era mai stato un periodo sì lungo senza lotte intestine. Gli uomini eransi assuefatti alle occupazioni della pacifica industria; e per quanto fossero esasperati, esitavano lungamente innanzi di snudare la spada.
Fu questo il momento in cui le libertà della patria nostra corsero il più grande pericolo. Gli oppositori del Governo cominciarono a disperare delle sorti della patria; e molti volgevano gli sguardi ai deserti americani, come al solo asilo in cui potessero fruire de’ beni della libertà civile e religiosa. Ivi pochi fermi puritani, i quali per la loro religione non ebbero timore nè dei furori dell’oceano, nè delle durezze della vita rozza, nè delle zanne delle bestie feroci, nè delle scuri d’uomini più feroci, edificarono fra mezzo ad annose foreste quei villaggi, che oggimai sono diventati città grandi ed opulente, ma che, a traverso tutte le variazioni subite, serbano i segni dell’indole de’ loro fondatori. Il governo considerava con avversione queste nascenti colonie, e si provò di fermare violentemente l’onda della emigrazione; ma non potè fare che la popolazione della nuova Inghilterra non venisse da uomini forti di cuore e timorosi di Dio reclutata in ogni angolo della vecchia Inghilterra. Wentworth esultava vedendosi presso a compiere il proprio disegno, per la piena esecuzione del quale sarebbero forse bastati pochi anni. Se il governo avesse serbata stretta economia, se avesse con ogni studio schivata ogni collisione coi potentati stranieri, avrebbe estinti i debiti dellaCorona, avrebbe ragunata la pecunia bisognevole a mantenere un poderoso esercito, ed avrebbe con esso potuto infrenare il recalcitrante spirito della nazione.
XLIV. Frattanto, un atto d’insana bacchettoneria cangiò improvvisamente lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali. Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster. Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli; comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile. Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia; con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse, infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni erano animatidallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox. La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi, diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra. In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di quella di Roma.
Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano. Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana; o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella dell’Inghilterra, differiva in peggio.
A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia; ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo intorno ad antifone e genuflessioni,ad altari ed abiti clericali, vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere necessaria la convocazione del Parlamento.
XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva prodotti i riferiti effetti.[12]Essa veramente aveva capovolti e confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi, se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne convocato nella primavera del 1640.
La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi. La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.
Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo. Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni intorno alla loro condottaparlamentare, e non ne ricevendo risposta nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee. La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.
Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’ sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti. Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi soldati erano pronti a farlo in pezzi.
Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso. I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nèanche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo eransi spaventevolmente accresciuti.
XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale, malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono i beni del governo costituzionale.
Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni, l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni, e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che, dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford, processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso dagli stessi rappresentanti.
Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641 si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a firmare, con manifesti segnidi repugnanza, un atto dove dichiaravasi lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.
XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo. Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso, a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere, nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche, trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica, vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli e licenziosi.
Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti annid’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore, i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro. Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland. La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia, fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento per il carattere e l’amministrazione di Strafford.
Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo, riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia, onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno di fronteall’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.
Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.
Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’ politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio. V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari, abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.
È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che talvolta si è mostrata inertee neutrale, e tal’altra ha ondeggiato ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini, talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa impossibile ogni resistenza.
Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro, insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre, non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano. Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria, splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano; perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani. La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede. Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione, non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci. I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in mododa essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro proprio.
La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime file trovavasi la intera classe de’ protestanti non-conformisti, e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.
A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York, ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose,sarebbe insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia. Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute, dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico, ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni aggressione.»
Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’ Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti. Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.
XLVIII. I due partiti guardavansi ancora scambievolmentecon cauta ostilità, e non avevano ancora ponderato le proprie forze, allorchè giunsero nuove tali che infiammarono le passioni e rinvigorirono le opinioni di entrambi. I grandi capi di Ulster, i quali al tempo in cui Giacomo salì al trono, eransi, dopo lunghissima lotta, sottomessi all’autorità regia, non avevano potuto più lungamente patire la umiliazione della dipendenza. Avevano congiurato contro il Governo inglese, ed erano stati dichiarati rei di tradigione. I loro immensi domini erano stati confiscati dalla Corona; ed erano corse a popolarli torme di emigrati dalla Inghilterra e dalla Scozia. Costoro per civiltà ed intelligenza erano assai superiori ai naturali del paese, e spesso abbusavano di superiorità cosiffatta. I rancori, generati dalla diversità di razza, si accrebbero per la diversità di religione. Sotto il ferreo giogo di Wentworth, non fu udito nè anche un bisbiglio; ma appena cessò quella forte pressura, appena la Scozia dette lo esempio d’una vittoriosa resistenza, mentre la Inghilterra era assorta negl’interni dissidi, la soffocata rabbia degl’Irlandesi eruppe in atti di tremenda violenza. In un attimo, i popoli aborigeni insorsero contro le colonie. Una guerra alla quale l’odio nazionale e religioso dette un carattere di particolare ferocia, desolò Ulster e si estese alle vicine provincie. Il castello di Dublino nè anche reputavasi luogo di sicurezza. Ciascuna posta recava a Londra racconti esagerati di fatti, che, anche scevri d’ogni esagerazione, bastavano a empire l’animo di pietà e d’orrore. Questi sciagurati avvenimenti svegliarono più che mai lo zelo de’ due grandi partiti che sedevano, con vicendevole nimistanza, nella sala di Westminster. I realisti sostenevano esser debito precipuo d’ogni buono inglese e d’ogni buon protestante, in siffatte circostanze, rinvigorire il braccio del sovrano. Alla opposizione pareva che allora più che mai vi fossero fortissime ragioni di invigilarlo e infrenarlo. Il trovarsi la cosa pubblica in pericolo, era senza dubbio buona ragione per conferire maggiori poteri ad un magistrato degno di fiducia; ma era parimente buona ragione per iscemarli o toglierli ad un magistrato che in suo cuore era nemico pubblico. Era stato scopo precipuo del Re il formare un grande esercito; ed ora bisognava formarlo. Si doveva, dunque, temereche ove non si stabilissero nuove guarentigie, le forze raccolte per risottomettere la Irlanda, venissero adoperate contro le libertà della Inghilterra. Nè ciò era tutto. Un orribile sospetto, ingiusto, a dir vero, ma non affatto fuori di natura, era nato in cuore a molti. La Regina era cattolica romana; il Re non era considerato dai Puritani, ch’egli aveva spietatamente perseguitati, come sincero protestante; ed era sì nota a tutti la sua doppiezza, da non esservi specie di tradimento di cui i suoi sudditi, con qualche apparenza di ragione, non lo credessero capace. E però, corse subito sorda una voce che affermava, la ribellione de’ Cattolici Romani di Ulster essere parte d’una vasta opera di tenebre, immaginata e condotta in Whitehall.
XLIX. Dopo alcuni giorni di preludio, nel dì ventesimosecondo di novembre 1641, scoppiò il conflitto tra i due grandi partiti, che si sono poi sempre osteggiati ed osteggiansi tuttavia per recarsi in mano il reggimento del paese. La opposizione propose, che la Camera de’ Comuni dovesse presentare al Re una rimostranza, enumerando i falli della amministrazione fino dal tempo in cui egli ascese al trono, e significando la diffidenza con che il popolo riguardava la politica di lui. Quell’assemblea che pochi mesi avanti era stata unanime nel chiedere la riforma degli abusi, si divise in due fiere ed ardenti fazioni, di forza pressochè uguali. Dopo un violento discutere, che durò molte ore, la rimostranza fu adottata con la maggiorità di soli undici voti.
L’esito di tale conflitto giovò grandemente il partito conservatore. Non era da dubitarsi che soltanto qualche grave indiscrezione potesse impedirgli di ottenere la preponderanza nella Camera Bassa. La Camera Alta era già tutta di quel partito. Nessuna cosa mancava per assicurargli la vittoria, se non che il Re in tutta la sua condotta mostrasse qualche rispetto per le leggi, ed una scrupolosa buona fede verso i suoi sudditi.
I suoi primi provvedimenti promisero bene. E’ sembra che finalmente si fosse indotto a pensare, come era necessario cangiare intieramente il sistema, e si volesse adattare a ciò che non poteva più oltre evitarsi. Dichiarò d’essere determinato a voler governare concordemente con la Camera de’ Comuni,ed a tal fine chiamare ai suoi consigli uomini i quali, per ingegno e carattere, godessero la fiducia della Camera. Nè la scelta fu male fatta. Falkland, Hyde e Colepepper, tutti e tre uomini cospicui per essersi adoperati efficacemente a riformare gli abusi od a punire i malvagi ministri, vennero invitati ad essere fidi consiglieri della Corona, ed ebbero da Carlo la solenne assicurazione, che non avrebbe fatto il minimo passo intorno a ciò che concerneva la Camera Bassa del Parlamento, senza averne chiesto il loro parere.
E’ non è dubbio che s’egli avesse mantenuta tale promessa, la reazione, che già progrediva, sarebbe diventata tanto vigorosa, quanto la potevano desiderare i realisti più rispettabili. Già i più irrequieti membri dell’opposizione avevano cominciato a disperare delle sorti del proprio partito, a tremare per la salvezza propria, e parlavano già di vendere i loro beni ed emigrare in America. Se le belle speranze che cominciavano a sorridere al Re, svanirono improvvise, se la sua vita fu amareggiata dall’avversità ed in fine abbreviata dalla violenza, ne chiami in colpa la propria perfidia e il dispregio delle leggi.
E’ pare certo ch’egli detestasse ambi i partiti in cui era divisa la Camera de’ Comuni. Nè ciò è strano; perocchè in entrambi l’amore della libertà e l’amore dell’ordine, comunque con diverse proporzioni, erano commisti. I consiglieri che Carlo, stretto dalla necessità, aveva chiamati presso di sè, non erano in nulla graditi al suo cuore. Avevano partecipato a dannare la sua tirannia, a scemargli i poteri ed a punire i suoi satelliti. Adesso erano, per vero dire, apparecchiati a difendere con mezzi rigorosamente legali le legittime prerogative di lui; ma avrebbero rifuggito dall’orribile pensiero di ritornare ai tirannici disegni di Wentworth. Essi, dunque, secondo l’opinione del Re, erano traditori, che differivano solo nel grado della loro sediziosa malignità da Pym e da Hampden.
L. E quindi Carlo, pochi giorni dopo d’avere promesso ai capi de’ realisti costituzionali di non muovere mai un solo passo d’importanza senza farneli consapevoli, formò un pensiero, il più serio e tremendo in tutta la sua vita, lo nascosecon gran cura, e lo mandò ad esecuzione in un modo tale, che ne furono colpiti di terrore e vergogna. Mandò il Procuratore Generale ad accusare di alto tradimento, innanzi alla tribuna della Camera de’ Lordi, Pym, Hollis, Hampden ed altri membri di quella de’ Comuni. Non satisfatto di questa flagrante violazione della Magna Carta, e della usanza non interrotta di secoli, andò egli stesso in persona, accompagnato da uomini armati, a porre le mani addosso ai capi della opposizione dentro la stessa sala del Parlamento.
Il colpo fallì. I membri incriminati erano partiti dalla sala poco tempo avanti che vi entrasse Carlo. Ne seguì subitanea e violenta commozione nel Parlamento, non che nel paese. Lo aspetto più favorevole onde i più parziali difensori del Re si sono studiati di presentare la condotta di lui in questa occasione, consiste nello affermare ch’egli, spinto dai pessimi consigli della consorte e de’ cortigiani, commettesse un atto gravissimo d’indiscrezione. Ma la voce generale lo accusava altamente di colpa assai più grave. Nel momento stesso in che i suoi sudditi, dopo d’essersi lungo tempo tenuti lontani da lui per la sua cattiva amministrazione, ritornavano a lui con sentimenti di fiducia e d’affetto, egli meditò di menare un colpo mortale contro i loro più cari diritti; i privilegi, cioè, del Parlamento, e lo stesso principio di processare l’individuo innanzi ai giurati. Aveva mostrato di considerare l’opposizione ai suoi disegni arbitrari come delitto che doveva espiarsi col sangue. Aveva rotta la fede non solo al suo Gran Consiglio ed al suo popolo, ma ai suoi stessi aderenti. Aveva fatto ciò, che, se stato non fosse un caso impreveduto, avrebbe probabilmente suscitato un sanguinoso conflitto attorno il seggio presidenziale. Coloro i quali predominavano nella Camera Bassa, compresero allora che non solamente la potenza e popolarità, ma i beni e le vite loro, dipendevano dall’esito della lotta in cui trovavansi involti. Lo zelo, che già veniva meno, del partito avverso alla Corte, in uno istante si riaccese. La notte che seguì all’oltraggio tentato, tutta la città di Londra fu in armi. In poche ore, le vie che conducevano alla metropoli erano popolate da torme di borghesi, irrompenti verso Westminster, coi segni della causa parlamentare fitti ai lorocappelli. Nella Camera de’ Comuni la opposizione a un tratto divenne irresistibile, e adottò, con una grandissima maggioranza di voti, provvedimenti di violenza senza esempio precedente. Forti legioni di milizie, che regolarmente davansi la muta, facevano la guardia attorno il palazzo di Westminster. Le porte della reggia erano tuttodì assediate dalla furibonda moltitudine, le cui minacce ed esecrazioni pervenivano fino alla sala d’udienza, e che i gentiluomini della Corte appena potevano impedire che irrompesse negli appartamenti reali. Se Carlo fosse rimasto più a lungo nella sua tempestosa metropoli, è probabile che la Camera de’ Comuni avrebbe trovata una scusa per farlo, sotto forme esteriori di rispetto, prigioniero di stato.
LI. Egli si allontanò da Londra, per non ritornarvi mai fino al giorno d’un terribile e miserando giudicio. Iniziaronsi negoziati, che durarono molti mesi. I partiti contendenti scagliavansi vicendevolmente recriminazioni ed accuse: ogni via d’accomodamento era impossibile. La pena che colpisce la perfidia abituale, finalmente colse quel tristo principe. Nulla gli valsero gli sforzi onde egli impegnò la sua regia parola, ed invocò il Cielo a testimonio della sincerità delle sue promesse. Giuramenti e trattati più non bastavano a vincere la diffidenza de’ suoi avversari, i quali pensavano di non avere sicurtà se non quando il Re fosse ridotto ad assoluta impotenza. Chiedevano, quindi, ch’egli rendesse non solo quelle prerogative che aveva usurpate violando le antiche leggi e le sue proprie recenti promesse, ma anco altre prerogative che i re inglesi avevano fruito da tempo immemorabile, e seguitano a fruire anco ai dì nostri. Gli volevano togliere la potestà di nominare i Ministri, di creare i Pari, senza il consenso delle Camere. Soprattutto, volevano privare il Governo della suprema autorità militare, che, fino da tempi cui non giungono umani ricordi, era sempre appartenuta alla dignità regia.
Non era da sperarsi che Carlo, finchè gli rimanessero mezzi di resistenza, assentirebbe le predette dimande. Nondimeno sarebbe difficile mostrare che le Camere avrebbero, per la propria salvezza, potuto contentarsi di meno. Veramenteondeggiavano in una tempesta di opposti pensieri. La gran maggioranza della nazione aderiva fermamente alla monarchia ereditaria. Coloro che nutrivano sentimenti repubblicani erano ancora pochi, e non rischiavansi a parlare alto. Era quindi impossibile abolire il principato. Nulladimeno, facevasi a tutti manifesto come il Re non fosse degno di nessuna fiducia. Sarebbe stato assurdo in coloro i quali per proprio esperimento conoscevano ch’egli bramava distruggerli, il contentarsi di presentargli un’altra petizione di diritti, ed ottenere nuove promesse, simiglianti a quelle ch’egli aveva più volte fatte e violate. Nessuna cosa, fuorchè il difetto di un esercito, gli aveva impedito di abbattere l’antica Costituzione del reame. Ed essendo allora necessario formare un grande esercito regolare per riconquistare l’Irlanda, sarebbe stata vera demenza lasciare il Re nella pienezza di quella autorità militare, che i suoi antecessori avevano esercitata.
Ogni qualvolta uno Stato si trova nelle condizioni in cui a que’ tempi trovavasi l’Inghilterra, e il regio ufficio è riguardato con amore e venerazione, e l’uomo che occupa quell’ufficio ha l’odio e la sfiducia de’ popoli, la via da tenersi sembra evidente. Conservisi la dignità dell’ufficio; si mandi via la persona che indegnamente lo esercita. Così i nostri antenati operarono nel 1399 e nel 1689. Se nel 1642 vi fosse stato un uomo locato in un posto simile a quello che Enrico di Lancaster occupava allorchè Riccardo II venne deposto dal trono, e che il Principe d’Orange occupava nel tempo della deposizione di Giacomo II, le Camere probabilmente avrebbero cangiata la dinastia, e non avrebbero fatto nessun mutamento formale nella Costituzione. Il nuovo re, chiamato al trono dai loro voti, e dipendente dal loro sostegno, sarebbe stato costretto a condurre il governo dello Stato a seconda delle voglie ed opinioni loro. Ma nel partito parlamentare non v’era principe di sangue reale; e quantunque quel partito avesse nel proprio seno molti uomini d’altissimo grado e molti altri di inclita mente, non eravi nessuno che splendidamente giganteggiasse su tutti, in modo da essere proposto come candidato per la Corona. Dovendoci essere un re, e non essendoci modo a trovarne un altro, era necessario lasciare a Carlo iltitolo regio. Altra via, dunque, non rimaneva che questa; separare il titolo dalle regie prerogative.
I mutamenti che le Camere proposero da farsi alle nostre istituzioni, tuttochè sembrino esorbitanti, ove vengano, ordinandoli ad articoli di capitolazione, maturamente considerati, equivalgono a un dipresso ai mutamenti prodotti dalla Rivoluzione che avvenne nella generazione susseguente. Egli è vero che, a tempo della Rivoluzione, al sovrano la legge non toglieva la potestà di nominare i suoi Ministri; ma è anche vero che, dopo la Rivoluzione, nessun Ministro si è potuto mantenere sei soli mesi in ufficio a dispetto della Camera de’ Comuni. È vero che il sovrano tuttavia ha la potestà di creare i Pari, e la potestà più importante della spada; ma è anche vero che nello esercizio di tali poteri al sovrano, dalla Rivoluzione in poi, sono sempre stati guida e consiglieri che godono la fiducia de’ Rappresentanti della nazione. Difatti, i capi del partito delle Teste-Rotonde nel 1642, e gli uomini di Stato che, circa cinquanta anni appresso, compirono la Rivoluzione, miravano al medesimo scopo. Il quale era quello di porre fine alla contesa tra la Corona e il Parlamento, rivendicando al Parlamento il sindacato supremo sopra il potere esecutivo. Gli uomini di Stato della Rivoluzione conseguirono cotesto fine cangiando la dinastia. Le Teste-Rotonde del 1642, non potendo cangiare la dinastia, furono costretti a prendere una via diretta onde conseguire lo scopo.