CAPITOLO NONO.

CAPITOLO NONO.SOMMARIO.I. Mutamento nellʼopinione deʼ Tory circa la legalità della Resistenza.—II. Russell propone al Principe dʼOrange uno sbarco in Inghilterra.—III. Enrico Sidney.—IV. Devonshire; Shrewsbury; Halifax.—V. Danby.—VI. Il Vescovo Compton—VII. Nottingham; Lumley—VIII. Invito mandato a Guglielmo.—IX. Condotta di Maria.—X. Difficoltà della impresa di Guglielmo.—XI. Condotta di Giacomo dopo il Processo dei Vescovi.—XII. Destituzioni e Promozioni.—XIII. Procedimenti nellʼAlta Commissione; Spart rinunzia al suo ufficio.—XIV Malcontento del Clero; Affari dʼOxford.—XV. Malcontento deʼ Gentiluomini.—XVI. Malcontento dello Esercito.—XVII. Arrivo delle truppe Irlandesi; indignazione pubblica.—XVIII. Lillibullero—XIX. Politica delle Provincie Unite.—XX. Errori del Re di Francia.—XXI. Sua contesa col Papa rispetto alle Franchigie.—XXII. Lo Arcivescovato di Colonia.—XXIII. Destrezza di Guglielmo—XXIV. Suoi apparecchi militari e navali.—XXV. Gli giungono dalla Inghilterra numerose assicurazioni di soccorso.—XXVI. Sunderland.—XXVII. Ansietà di Guglielmo; Ammonimenti dati a Giacomo.—XXVIII. Sforzi di Luigi per salvare Giacomo.—XXIX. Giacomo li rende vani.—XXX. Le armi francesi invadono la Germania.—XXXI. Guglielmo ottiene la Sanzione degli Stati Generali alla sua impresa.—XXXII. Schomberg; Avventurieri Inglesi allʼAja.—XXXIII. Manifesto di Guglielmo—XXXIV. Giacomo si scuote alla presenza del pericolo; suoi mezzi marittimi.—XXXV. Suoi mezzi militari.—XXXVI. Tenta di rendersi benevoli i sudditi.—XXXVII. Dà udienza ai Vescovi.—XXXVIII. Le sue concessioni sono mal ricevute.—XXXIX. Prove della nascita del Principe di Galles presentate al Consiglio Privato.—XL. Disgrazia di Sunderland.—XLI. Guglielmo prende commiato dagli Stati dʼOlanda.—XLII. Sʼimbarca, fa vela, ed è ricacciato addietro da una tempesta.—XLIII. Il suo Manifesto giunge in Inghilterra; Giacomo interroga i Lordi.—XLIV. Guglielmo fa vela di nuovo.—XLV. Passa lo Stretto.—XLVI. Approda a Torbay.—XLVII. Entra in Exeter.—XLVIII. Colloquio del Re coi Vescovi.—XLIX. Tumulti in Londra.—L. Uomini dʼalto grado cominciano ad accorrere al Principe.—LI. Lovelace.—LII. Colchester; Abingdon.—LIII Diserzione di Cornbury.—LIV. petizione deʼ Lordi per la convocazione del Parlamento.—LV. Il Re va a Salisbury.—LVI. Seymour; Corte di Guglielmo in Exeter.—LVII. Insurrezione nelle Contrade Settentrionali.—LVIII. Scaramuccia in Wincanton.—LIX. Diserzione di Churchill e di Grafton—LX. Lo esercito regio si ritira da Salisbury.—LXI. Diserzione del Principe Giorgio e di Ormond.—LXII. Fuga della Principessa Anna.—LXIII. Giacomo convocaun Consiglio di Lordi.—LXIV. Nomina una Commissione per trattare con Guglielmo—LXV. È una finzione.—LXVI. Dartmouth ricusa di mandare il Principe di Galles in Francia.—LXVII. Agitazione di Londra.—LXVIII. Proclama apocrifo.—LXIX. Insurrezione in varie parti del paese.—LXX. Clarendon si reca presso il Principe in Salisbury; Dissenzione nel campo del Principe.—LXXI. Il Principe giunge a Hungerford; Scaramuccia in Reading; La Commissione del Re arriva a Hungerford.—LXXII. Negoziati.—LXXIII. La Regina e il Principe di Galles sono mandati in Francia; Lauzun.—LXXIV. Il Re sʼapparecchia a fuggire.—LXXV. Sua fuga.I. Il processo vinto daʼ Vescovi non fu il solo evento che fa del giorno decimoterzo di giugno 1688 una grande epoca nella storia. In quel dì, mentre le campane di cento chiese sonavano a festa, mentre numerose turbe di popolo affaccendavansi da Hyde-Park a Mile-End a fare fuochi di gioia ed ardere le immagini del Papa per celebrare la memoranda notte, fu spedito da Londra allʼAja un documento quasi quanto laMagna Chartaimportantissimo alle libertà della Inghilterra.La persecuzione deʼ Vescovi, e la nascita del Principe di Galles avevano prodotto un grande rivolgimento nellʼopinione di molti Tory. Nel momento stesso, in cui la loro Chiesa pativa gli ultimi eccessi di danno e dʼinsulto, vedevansi costretti a perdere ogni speranza di pacifica liberazione. Fino allora sʼerano lusingati che la prova alla quale era stata posta la lealtà loro, quantunque severa, sarebbe temporanea, e che alle loro doglianze, verrebbe resa giustizia senza che si rompesse il corso ordinario della successione al trono. Adesso ravvisavano le cose in modo assai diverso. Per quanto potessero addentrare lo sguardo nel futuro, altro non vedevano che il mal governo degli ultimi tre anni prolungarsi a tempo indefinito. La cuna dello erede presuntivo della Corona era circondata di Gesuiti; i quali con sommo studio gli avrebbero nella mente infantile istillato odio mortale contro quella Chiesa di cui un giorno ei sarebbe stato capo, odio ispiratore di tutta la sua vita, e chʼegli avrebbe trasmesso ai suoi successori. A questo spettacolo di calamità non era confine; estendevasi al di là della vita del più giovane deʼ viventi, al di là del secolo decimottavo. Nessunoavrebbe potuto asserire per quante generazioni i Protestanti sarebbero dannati a gemere sotto una oppressura, la quale, anche allorchè reputavasi breve, era stata quasi insopportabile.I più illustri fraʼ dottori anglicani di quellʼepoca avevano insegnato come nessuna infrazione di legge o di contratto, nessuno eccesso di crudeltà, di rapacità, di licenza, dalla parte del Re legittimo, bastasse a giustificare la resistenza che il popolo potrebbe opporre alla forza di lui. Taluni di loro sʼerano piaciuti di mostrare la dottrina della non-resistenza in una forma cotanto esagerata da scandalizzarne il buon senso del genere umano. Spesso e con veemenza notavano che Nerone era capo del Governo Romano, mentre San Paolo inculcava il debito dʼubbidire ai magistrati. La conseguenza che ne deducevano era, che se un Re inglese, senza autorità di legge ma a suo libito, perseguitasse i propri sudditi ripugnanti ad adorare gli idoli; se li gettasse fra mezzo ai leoni nella Torre; se, coprendoli dʼuna veste di pece, gli bruciasse per illuminare il Parco di San Giacomo, e procedesse con siffatte stragi fino a lasciare intere città e Contee senza un solo abitante, i sopravviventi sarebbero tuttavia tenuti a sottomettersi, e lasciarsi sbranare o arrostire vivi senza opporre la più lieve resistenza. Gli argomenti addotti a sostenere cotesta sentenza erano futilissimi; ma al difetto di solidi argomenti suppliva lʼonnipotente sofisticare dello interesse e della passione. Molti scrittori si sono maravigliati che gli alteri Cavalieri dʼInghilterra potessero mostrarsi caldi difensori per la più servile dottrina che sia mai stata fra gli uomini. Vero è che essa in principio era pel Cavaliere tuttʼaltro che servile; per lʼopposto tendeva a renderlo non schiavo, ma libero e signore di sè; lo esaltava esaltando il Re chʼegli considerava suo protettore, suo amico, e capo del suo diletto partito e della sua dilettissima Chiesa. Mentre i Repubblicani dominavano, il Realista aveva sofferto danni ed insulti, deʼ quali, mercè la restaurazione del governo legittimo, egli aveva potuto prendersi la rivincita. Nella sua mente quindi la idea della ribellione richiamava quella di degradazione e servaggio, e la idea di autorità monarchica, quella di libertà e predominio.Non gli era mai venuto in capo che potesse giungere il tempo in cui un Re, uno Stuardo, perseguiterebbe i più leali del clero e deʼ gentiluomini con animosità maggiore di quella Coda del Parlamento e del protettore. Eppure siffatto tempo era giunto. Adesso era da vedersi con che modo la pazienza che gli aderenti della Chiesa confessavano dʼavere imparata negli scritti di San Paolo resisterebbe alla prova dʼuna persecuzione da non paragonarsi alla severissima di Nerone. Lo evento fu tale che ciascuno, il quale per poco conoscesse la natura umana, avrebbe di leggieri predetto. Lʼoppressione fece sollecitamente ciò che la filosofia e la eloquenza non avevano potuto fare. Il sistema di Filmer avrebbe potuto sopravvivere agli assalti di Locke: ma non si riebbe mai dal colpo mortale datogli da Giacomo.Quella logica, la quale, mentre veniva adoperata a provare che i Presbiteriani e glʼIndipendenti avrebbero dovuto sopportare mansuetamente la prigione e la confisca, era stata giudicala tale da non ammettere risposta, parve di pochissimo peso allorquando fu questione di sapere se i Vescovi Anglicani dovevano essere imprigionati, e le rendite deʼ Collegi Anglicani confiscate. Era stato soventi volte ripetuto daʼ pergami di tutte le cattedrali del paese, che il precetto apostolico di obbedire ai magistrati civili fosse assoluto ed universale, e che fosse empia presunzione nellʼuomo il volere limitare un precetto al quale non aveva posto limite alcuno la parola di Dio. E nondimeno adesso i teologi, la cui sagacità stimolavano glʼimminenti pericoli neʼ quali trovavansi di essere privati deʼ loro benefizi e prebende per fare posto ai papisti, trovavano vizioso il ragionamento dianzi reputato convincentissimo. La morale della scrittura non era da interpretarsi come gli Atti del Parlamento, o i trattati deʼ casisti delle scuole. E davvero chi deʼ cristiani porse mai la guancia sinistra al malfattore che lo aveva percosso nella destra? Chi deʼ cristiani diede mai il suo mantello ai ladri che gli avevano rubato la veste? Sì nel Vecchio che nel Nuovo Testamento le regole generali erano sempre scritte senza eccezioni. A moʼ dʼesempio, il precetto generale di non uccidere non era accompagnato dalla eccezione che giustifica il guerriero cheuccida altri a difesa del suo Re e della sua patria. Il generale precetto di non giurare non era accompagnato da nessuna eccezione a favore del testimonio che giuri di dire il vero dinanzi ai giudici. E nondimeno la legalità della guerra difensiva e del giuramento giudiciale era impugnata solo da pochi oscuri settari, e positivamente affermata negli articoli della Chiesa Anglicana. Tutti gli argomenti i quali dimostravano che il Quacquero, ricusando di servire nella milizia o di baciare il Vangelo, era irragionevole e perverso, potevan rivolgersi contro coloro che negavano ai sudditi il diritto di resistere con la forza alla eccessiva tirannia. Se ammettevasi che le autorità bibliche che proibivano lʼomicidio e quelle che proibivano il giuramento, comunque espresse in forma generale, dovevano essere interpretate in subordinazione al gran comandamento che ingiunge ad ogni uomo il debito di promuovere il bene del prossimo, e siffattamente interpretate non si trovavano applicabili ai casi in cui lʼomicidio e il giuramento potrebbe essere assolutamente necessario a proteggere i più gravi interessi della società, non era agevole negare che le autorità bibliche che inibivano la resistenza si dovessero interpretare nel modo medesimo. Se allo antico popolo di Dio era stato talvolta ordinato di distruggere la vita umana e tal altra dʼobbligarsi per sacramento, talvolta gli era stato anche ordinato di resistere ai principi malvagi. Se i primitivi Padri della Chiesa avevano in varie occasioni detto parole, che sembravano sottintendere la riprovazione della resistenza, avevano parimente in altre occasioni usato parole che sembravano sottintendere la riprovazione dʼogni guerra e dʼogni giuramento. E veramente la dottrina della obbedienza passiva, quale insegnavasi in Oxford sotto il regno di Carlo II, può dedursi dalla Bibbia soltanto con un modo dʼinterpretazione che irresistibilmente ci condurrebbe alle conclusioni di Barclay e di Penn.Eʼ non era solo per mezzo degli argomenti tratti dalla lettera delle Sante Scritture che i teologi anglicani, negli anni che immediatamente seguirono alla Restaurazione, si studiavano di provare la loro prediletta dottrina. Aveano tentato dimostrare, che, quando anche la rivelazione non avesseparlato, la ragione avrebbe insegnato ai savi uomini essere iniqua e insana ogni resistenza al Governo stabilito. Universalmente ammettevasi che cosiffatta resistenza, tranne nei casi estremi, non era giustificabile. Ma chi avrebbe osato stabilire il confine fra i casi estremi e gli ordinari? Vʼera egli governo al mondo sotto cui non fossero malcontenti e faziosi i quali potessero dire, e forse pensare, che le loro doglianze costituissero un caso estremo? Se fosse stato possibile stabilire una regola chiara ed esatta che inibisse agli uomini di ribellarsi contro Trajano, e ad un tempo desse loro libertà di ribellarsi contro Caligola, tale regola sarebbe stata sommamente benefica. Ma siffatta regola non vʼè stata nè vi sarà mai. Dire che la ribellione fosse legittima, date certe circostanze, senza esattamente definirle, era come si dicesse che a ciascuno era lecito ribellarsi tutte le volte che lo reputasse opportuno; ed una società nella quale ciascuno potesse ribellarsi ogni qual volta lo reputasse opportuno, sarebbe più infelice dʼuna società governata dal più crudele e sfrenato despota. Era quindi mestieri di mantenere in tutta la sua interezza il gran principio della non-resistenza. Forse potevano addursi casi peculiari neʼ quali la resistenza tornasse utile ad un popolo: ma generalmente era meglio che un popolo tollerasse con pazienza un cattivo governo, anzi che alleggiarsi violando una legge dalla quale dipendeva la sicurtà dʼogni governo.Cotesti ragionamenti di leggieri potevano persuadere un partito dominante e felice, ma non potevano sostenere lo esame di cervelli fortemente concitati dalla ingiustizia e ingratitudine del principe. Egli è vero che è impossibile stabilire lo esatto confine fra la resistenza legittima e la illegittima: ma tale impossibilità sorge dalla natura stessa del diritto e del torto, e si trova pressochè in ciascuna parte della Scienza Morale. Una buona azione non è distinta da una cattiva coi segni chiari che distinguono una figura esagona da una quadra. Vʼè un punto in cui la virtù e il vizio si confondono insieme. E chi ha potuto mai additare con esattezza il limite tra il coraggio e la temerità, tra la prudenza e la codardia, tra la liberalità e la prodigalità? Chi ha potuto mai dire fino a che punto debba giungere la mercè verso glioffensori, e quando cessi di meritare tal nome e diventi perniciosa debolezza? Quale casista o legislatore ha potuto mai rettamente definire i confini del diritto della propria difesa? Tutti i nostri giureconsulti sostengono che una certa misura di pericolo di vita o di perdita di membra giustifica un uomo ad uccidere lʼaggressore: ma hanno disperato di poter descrivere con precisi vocaboli, quanta e quale debba essere la misura del pericolo. Dicono soltanto che non debba essere lieve pericolo; ma un pericolo tale che dia grave timore ad un uomo di spirito fermo; e chi oserebbe dire quale sia questo timore che meriti dʼessere chiamato grave, o qual sia la precisa tempra dello spirito che meriti il nome di fermo? Senza dubbio è cosa increscevole che lʼindole deʼ vocaboli e quella delle cose non ammettano leggi più accurate: nè è da negarsi che male possono operare gli uomini qualvolta sono giudici in causa propria, e procedere con subito impeto alla esecuzione del proprio giudicio. E nulladimeno chi per ciò interdirebbe la propria difesa? Il diritto che ha un popolo di resistere ad un cattivo governo, ha stretta analogia col diritto che un individuo, privo di protezione legale, ha ad uccidere lo aggressore. In ambi i casi il male deve essere grave. In ambi i casi ogni regolare e pacifico modo di difesa deve essere esaurito pria che la parte offesa si appigli ad un partito estremo. In ambi i casi sʼincorre in terribile responsabilità. In ambi i casi la prova grava sulla coscienza di colui che sʼappiglia ad uno espediente sì disperato; ed ove non riesca a difendersi, va giustamente soggetto alla più severe pene. Ma in nessun caso potremmo assolutamente negare la esistenza del diritto. Un uomo aggredito dagli assassini, non è tenuto a lasciarsi torturare o scannare senza far uso delle proprie armi per la ragione che nessuno ha mai potuto con precisione definire la misura del pericolo che giustifica lʼomicidio. Nè una società è tenuta a sopportare passivamente gli eccessi della tirannide per la ragione che nessuno ha mai potuto precisamente definire la misura del mal governo che giustifica la ribellione.Ma poteva ella la resistenza degli Inglesi ad un principe quale era Giacomo chiamarsi propriamente ribellione? Egliè vero che i migliori discepoli di Filmer sostenevano non esservi differenza veruna tra lʼordinamento politico della patria nostra e quello della Turchia, e che se il Re non confiscava il contenuto di tutte le casse che erano in Lombard-Street, e non mandava i muti a recare il capestro a Sancroft e ad Halifax, ciò era solo perchè egli era sì benigno da non usare tutta la potestà datagli da Dio. Ma la maggior parte deʼ Tory, quantunque nel fervore del conflitto potessero adoperare parole che sembrassero approvare coteste enormi dottrine, abborrivano cordialmente il dispotismo. Agli occhi loro il governo inglese era una monarchia limitata. E come potrebbe chiamarsi limitata una monarchia ove non si possa mai, nè anche come unico ed estremo mezzo, adoperare la forza a fine di mantenere tali limitazioni? In Moscovia, dove per virtù della costituzione dello Stato il sovrano era assoluto, poteva con qualche apparenza di vero sostenersi che, per qualunque eccesso egli commettesse, aveva diritto, giusta i principii della religione cristiana, ad essere obbedito daʼ suoi sudditi. Ma tra noi principe e popolo erano vicendevolmente vincolati dalle leggi. Giacomo adunque era colui il quale rendevasi meritevole del castigo minacciato a coloro che insultassero la potestà costituita. Giacomo era colui che resisteva ai comandamenti di Dio; che ricalcitrava contro lʼautorità legittima, alla quale doveva sottoporsi, non solo per timore, ma per coscienza, e che, secondo il vero senso delle parole di Cristo, non rendeva a Cesare ciò che era di Cesare.Mossi da simiglianti considerazioni, i più illustri e savi fra i Tory incominciarono ad accorgersi dʼavere troppo stiracchiata la dottrina della obbedienza passiva. La differenza fra costoro e i Whig rispetto agli obblighi vicendevoli del Re e dei sudditi cessò allora dʼessere una differenza di principio. Certo rimanevano per anche molte storielle controversie tra il partito che da lungo tempo aveva propugnato la legalità della resistenza e i nuovi convertiti. La memoria del Martire beato seguitava ad essere quanto mai riverita da queʼ vecchi Cavalieri, i quali erano pronti a impugnare le armi contro il degenere figlio, e seguitavano ad abborrire il Lungo Parlamento,la Congiura di Rye House, e la insurrezione delle contrade Occidentali. Ma non ostante i loro pensamenti intorno al passato, il modo onde ravvisavano il presente era identico a quello deʼ Whig: imperocchè ammettevano che la estrema oppressione potesse giustificare la resistenza, ed affermavano che la oppressione, sotto la quale la nazione allora gemeva, era estrema.[411]Nulladimeno non è da supporsi che tutti i Tory, anche in quelle circostanze, abbandonassero un domma che fino da fanciulli avevano imparato a considerare come parte essenziale della dottrina cristiana, che avevano per molti anni con veemente ostentazione professato, e tentato di propagare per mezzo della persecuzione. Molti manteneva fermi nei principii loro la coscienza, e molti il rossore. Ma la maggior parte, anche di coloro che seguitavano tuttavia a credere illegale ogni resistenza al sovrano, inchinavano, nel caso dʼun conflitto civile, a tenersi neutrali. Nessuna provocazione gli avrebbe tratti a ribellare: ma ove la ribellione scoppiasse, non sembra che si reputassero tenuti a combattere per Giacomo II come avevano combattuto per Carlo I. Ai Cristiani di Roma San Paolo aveva inibito di fare resistenza al governo di Nerone: ma non vʼera ragione a credere che lo Apostolo, se fosse stato vivo allorquando le legioni e il Senato insorsero contro quel malvagio imperatore, avrebbe comandato aʼ suoi confratelli di correre in armi a difesa della tirannide. Il dovere della Chiesa perseguitata era manifesto: soffrire con pazienza e porre la propria causa nelle mani di Dio. Ma se a Dio, la cui provvidenza suscita perpetuamente il bene dal male, piacesse, come soventi volte gli era piaciuto, di rimediare ai danni per mezzo di tali le cui tristi passioni la Chiesa coʼ suoi ammonimenti non aveva potuto mansuefare, essa poteva con gratitudine accettare da Dio la liberazione, che a lei, secondo le sue dottrine, non era concesso di compiere da sè. E però molti deʼ Tory, i quali tuttavia abborrivano da ognipensiero di aggredire il Governo, non erano minimamente inchinevoli a difenderlo, e forse, mentre gloriavansi deʼ loro scrupoli, in cuor loro godevano che altri non fosse come essi scrupoloso.I Whig sʼaccôrsero che il tempo per loro era arrivato. La questione se dovessero snudare la spada contro il governo era stata per sei o sette anni pretta questione di prudenza; e adesso la prudenza stessa glʼincitava ad appigliarsi a più audaci partiti.II. Nel maggio, innanzi al nascimento del Principe di Galles, e mentre era tuttavia incerto se la Dichiarazione dʼIndulgenza sarebbe o non sarebbe letta nelle chiese, Eduardo Russell era andato allʼAja. Aveva con vivi colori rappresentato al principe lo stato del pubblico sentire, e lo aveva consigliato a mostrarsi in Inghilterra capo dʼuna forte schiera di soldati, e chiamare il popolo alle armi.Guglielmo ad un solo sguardo conobbe la importanza della crisi. «O adesso o mai,» disse in latino a Dikwelt.[412]Con Russell tenne parole più misurate, riconobbe i mali dello Stato essere tali da richiedere straordinario rimedio, ma parlò calorosamente del caso dʼun esito sinistro, e delle calamità che da ciò ne verrebbero alla Gran Brettagna e alla Europa. Sapeva bene che coloro i quali parlavano con sonanti paroloni di sacrificare vita e roba pel bene della patria esiterebbero ove si presentasse alle loro menti lo spettacolo dʼun altro Tribunale di Sangue. Per la qual cosa a lui bisognavano non vaghe proteste di buon volere, ma inviti chiari e promesse esplicite di appoggio, munite della firma di potenti e cospicui uomini. Russell gli fece notare come fosse pericoloso affidare il disegno a un gran numero di persone. Guglielmo ne convenne, e disse bastargli poche firme, purchè fossero dʼuomini di Stato rappresentanti di grandi interessi.[413]III. Con tale risposta Russell fece ritorno a Londra dove trovò il pubblico concitamento maggiore e sempre crescente. La carcerazione deʼ vescovi e il parto della Regina resero lʼoperadi lui più agevole di quello chʼegli aveva presupposto. Non perdè tempo a raccogliere i voti deʼ capi della opposizione, avendo a principale coadiutore Enrico Sidney fratello dʼAlgernon. È da notarsi che Eduardo Russell ed Enrico Sidney erano stati addetti alla famiglia di Giacomo; che entrambi, in parte per private e in parte per pubbliche cagioni, gli divennero nemici; e che entrambi avevano da vendicare il sangue deʼ congiunti, i quali, lʼanno stesso, erano caduti vittime della implacabile ferocia del tiranno. Qui finisce ogni somiglianza tra loro. Russell, fornito di non poca abilità, era orgoglioso, virulento, irrequieto, e violento. Sidney, dotato dʼindole dolce e dʼamabilissimi modi, sembrava difettare di capacità e di sapere, e starsi immerso nella voluttà e nellʼindolenza. Era assai bello di viso e di persona. In gioventù era stato il terrore deʼ mariti, ed anche adesso che toccava quasi cinquanta anni, era il prediletto delle donne e lo invidiato daʼ giovani. Per innanzi era stato allʼAja con un pubblico ufficio, ed erasi acquistato in larga misura la confidenza di Guglielmo. Molti ne maravigliavano: imperciocchè eʼ sembrava che tra il più austero degli uomini di Stato e il più dissoluto degli oziosi non vi potesse essere nulla di comune. Swift, molti anni dopo, non poteva persuadersi in che modo un uomo, chʼegli aveva conosciuto solo come un vecchio libertino, frivolo e privo di lettere, avesse veramente avuto tanta parte in una grande rivoluzione. Nondimeno un ingegno meno acuto di Swift si sarebbe potuto accorgere che nellʼindole umana esiste un certo tatto, somiglievole ad un istinto, che spesso manca ai grandi oratori e ai filosofi, e che spesso si trova in individui, i quali, ove si giudichino dal conversare e dagli scritti loro, si reputerebbero semplicioni. E davvero quando un uomo possiede cotesto tatto, in un certo senso gli torna utile lʼessere privo di quelle doti più appariscenti che lo renderebbero oggetto di ammirazione, dʼinvidia, e di timore. Sidney è un notevolissimo esempio di questa verità. Poco capace, ignorante, e dissoluto come pareva essere, intendeva, o per dire meglio, sentiva con chi era necessario tenersi in riserbo, e con chi liberamente e con securtà comunicare. Per la qual cosa egli compì ciò che Mordaunt con tutta la sua vivacità ed immaginazione, o Burnetcon tutta la sua svariata dottrina e fluida eloquenza, non avrebbero potuto mai fare.[414]IV. Coʼ vecchi Whig egli non poteva incontrare nessuna difficoltà; come quelli che opinavano non esservi stato in molti anni un solo momento, in cui i pubblici danni non giustificassero la resistenza. Devonshire, che poteva considerarsi loro capo, e che aveva torti privati e pubblici da vendicare, accolse con tutto il cuore il gran disegno e si fece mallevadore di tutto il suo partito.[415]Russell rivelò il secreto a Shrewsbury. Sidney saggiò Halifax. Shrewsbury assunse la parte sua con coraggio e risolutezza tali, che anni dopo parvero mancare al suo carattere. Tosto si profferì parato a porre a repentaglio roba, onori, e vita. Halifax allo incontro accolse i primi cenni della impresa in un modo da far temere che fosse inutile, e forse pericoloso parlargliene esplicitamente. Certo egli non era lʼuomo per una tanta impresa. Aveva intelletto inesauribilmente fecondo di distinzioni e dʼobiezioni, e indole tranquilla e repugnante alle avventure. Era pronto ad avversare la Corte fino allo estremo nella Camera deʼ Lordi e con scritti anonimi, ma poco disposto a cangiare i suoi ozi signorili per la mal sicura ed agitata vita di cospiratore, a porsi nelle mani deʼ complici, a vivere in perenne timore dello arrivo dʼun mandato dʼarresto e deʼ regii messaggieri, e forse anco di finire i suoi giorni sul palco, o di vivere accattando in qualche appartata via dellʼAja. E però disse poche parole che chiaramente significavano la sua ripugnanza a conoscere le arcane intenzioni deʼ suoi più arditi e impetuosi amici. Sidney lo intese, e tacque.[416]V. Si rivolse quindi a Danby, ed ebbe miglior ventura. E veramente il pericolo e lo eccitamento, che riuscivano insoffribili alla mente di Halifax più delicatamente organizzata, erano dʼirresistibile fascino allo audace ed attivo spirito di Danby. I differenti caratteri di questi due uomini di Stato si leggevanoneʼ loro visi. Il ciglio, lʼocchio e la bocca di Halifax indicavano un potente intelletto, e uno squisito senso di scherzo; ma la sua espressione era quella dʼuno scettico, dʼun voluttuoso, dʼun uomo ripugnante a rischiare tutto in una sola partita, o ad essere martire dʼun principio. Chi conosce le fattezze di Halifax non maraviglierà che sopra tutti gli scrittori egli si dilettasse di Montaigne.[417]Danby era uno scheletro; e la sua faccia scarna e solcata di rughe, benchè bella e nobile, esprimeva esattamente lʼacutezza della sua intelligenza e la sua irrequieta ambizione. Una volta ei si era già inalzato dalla oscurità ai fastigi del potere; ne era caduto a capofitto; aveva corso pericolo di vita; aveva passati degli anni in carcere; adesso era libero: ma ciò non lo appagava: egli ardeva di farsi nuovamente grande. Fedele alla Chiesa Anglicana, e ostile alla influenza francese, non poteva sperare di divenire grande in una Corte brulicante di Gesuiti ed ossequiosa alla Casa deʼ Borboni. Ma sʼegli fosse parte precipua dʼuna rivoluzione che farebbe svanire i disegni deʼ Papisti, che porrebbe fine al vassallaggio sotto il quale la Inghilterra da lunghi anni gemeva, e trasferirebbe la potestà regia a due anime illustri da lui unite in matrimonio, potrebbe risorgere dalla oscurità con nuovo splendore. I Whig, lʼanimosità deʼ quali, nove anni innanzi, lo aveva cacciato dallʼufficio, congiungerebbero, alla sua avventurata riapparizione, i loro applausi agli applausi deʼ Cavalieri suoi vecchi amici. Già egli sʼera pienamente riconciliato con uno deʼ precipui personaggi che lo avevano messo in istato dʼaccusa, cioè col conte di Devonshire. Entrambi si erano incontrati in un villaggio nel Peak, e sʼerano ricambiati assicurazioni di benevolenza. Devonshire aveva francamente confessato che i Whig erano rei dʼuna grande ingiustizia, ma aveva dichiarato che adesso confessavano dʼavere errato. Danby, dal canto suo, aveva qualche ritrattazione a fare. Un tempo aveva professato, o simulato di professare la dottrina dellʼobbedienza passiva nel senso più esteso del vocabolo. Mentre egli era ministro e con la suasanzione era stata proposta una legge, la quale ove fosse stata approvata, avrebbe escluso dal Parlamento e dagli uffici chiunque avesse ricusato di dichiarare con giuramento la illegalità della resistenza. Ma il suo vigoroso intendimento, ora affatto desto per lʼansietà del bene pubblico e del proprio, non poteva lasciarsi ingannare, se pure lo avea mai fatto innanzi, da cotali fanciullesche fallacie.VI. Il perchè assentì, senza andirivieni, alla congiura, e sforzossi di trarvi dentro Compton Vescovo di Londra, già sospeso, e non incontrò difficoltà veruna a riuscirvi. Non vʼera prelato che al pari di Compton avesse patito la ingiustizia del Governo; nè vʼera prelato che potesse tanto sperare da un rivolgimento; imperciocchè egli aveva diretta la educazione della Principessa dʼOrange, e credevasi che ne avesse in larga misura la fiducia. Come i suoi confratelli egli, finchè non fu oppresso, aveva insegnato essere delitto resistere alla oppressione; ma dacchè gli fu forza appresentarsi allʼAlta Commissione, un nuovo raggio di luce scese a stenebrargli la mente.VII. Danby e Compton desideravano avere Nottingham compagno alla impresa. Gli apersero intieramente il disegno, e quei lo approvò. Ma dopo pochi giorni cominciò a sentirsi inquieto. Non aveva mente abbastanza forte da emanciparsi dai pregiudicii della educazione. Andò in giro da un teologo ad un altro proponendo loro con parole generali casi ipotetici di tirannia, e chiedendo se in simili casi la resistenza fosse legittima. Le risposte che nʼebbe accrebbero la irrequietudine dellʼanimo suo, finchè disse ai suoi complici di non potere andare più oltre con essi. Se lo stimavano capace di tradirli, potevano pugnalarlo, chè non gli avrebbe biasimati, imperocchè tirandosi indietro dopo essersi spinto tanto innanzi, aveva loro dato diritto sopra la sua vita. Gli assicurò nondimeno che non avevano nulla a temere da lui; chʼegli manterrebbe il segreto; desiderava loro prospera fortuna, ma la sua coscienza non gli consentiva di partecipare ad una ribellione. Ascoltarono siffatte parole con sospetto e con isdegno. Sidney, le cui idee intorno agli scrupoli di coscienza, eranoestremamente vaghe, scrisse al Principe che Nottingham sʼera impaurito. È debito di giustizia, nondimeno, il confessare che tutta la vita di Nottingham fu tale che ci è forza credere la sua condotta in questa circostanza, quantunque poco savia e irresoluta, essere stata onestissima.[418]Gli agenti del Principe ebbero miglior ventura con Lord Lumley, il quale, non ostanti i grandi servigi da lui resi nel tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, sapeva dʼessere abborrito in Whitehall non solo come eretico, ma come rinnegato, e per ciò era più ardente che non fossero la maggior parte deʼ nati Protestanti, a prendere le armi in difesa del Protestantismo.[419]VIII. Nel mese di giugno le ragunanze deʼ congiurati furono frequenti; e fecero il passo decisivo nellʼultimo giorno del mese, in quel giorno stesso in che i Vescovi furono dichiarati innocenti. Spedirono allʼAja un invito formale ricopiato da Sidney, ma composto da qualcuno più esperto di lui nellʼarte di scrivere. In quel documento assicurano a Guglielmo che diciannove ventesimi del popolo inglese erano desiderosi di un mutamento, e coopererebbero ad effettuarlo solo che potessero ottenere di fuori il soccorso di una forza bastevole a impedire che coloro i quali corressero alle armi fossero dispersi e macellati innanzi che si potessero in un modo qualunque militarmente ordinare. Se Sua Altezza approdasse allʼisola accompagnato da una schiera di soldati, le genti a migliaia correrebbero a porsi sotto la sua bandiera; sì che bene presto si vedrebbe alla testa di forze assai superiori allo esercito regio dellʼInghilterra. Oltre di che il Governo non poteva implicitamente essere sicuro della obbedienza di cotesto esercito. Gli ufficiali erano malcontenti; e i soldati sentivano contro il papismo quella avversione che era comune a tutta la classe dalla quale erano stati presi. Nella flotta il sentimento protestante era anche più forte. Importava singolarmente fare un passo decisivo mentre le cose erano in tali condizioni. La impresa diverrebbe vie maggiormente arduaove venisse differita fino a che il Re, riformando borghi e reggimenti, mettesse insieme un parlamento ed una armata sopra cui potesse riposare. I cospiratori, quindi, supplicavano il Principe di venire fra loro al più tosto possibile. Gli davano parola dʼonore che si sarebbero associati a lui; e imprendevano a trarre al partito tanto numero di persone da poterle impunemente rendere partecipi di un così grave e pericoloso secreto. Rispetto ad una sola cosa si credevano in debito di rimostrare con sua Altezza, cioè di non essersi giovato della opinione che la massima parte del popolo inglese aveva intorno al nascimento del regio infante, e dʼavere, invece, mandate congratulazioni a Whitehall, quasi sembrasse riconoscere che il neonato, che chiamavasi Principe di Galles, fosse il legittimo erede del trono. Ciò era un grave errore ed aveva intiepidito lo zelo nel cuore di molti. Nè anche una in mille persone dubitava che lo infante fosse un intruso; e il Principe tradirebbe i propri interessi ove le sospettose circostanze che avevano accompagnato il parto della Regina, non primeggiassero fra le ragioni che lo costringevano a prendere le armi.[420]Cotesto scritto fu firmato in cifra dai sette capi della congiura, Shrewsbury, Devonshire, Danby, Lumley, Compton, Russell e Sidney. Herbert si tolse il carico di messaggiero. Ed essendo la sua commissione pericolosissima, si travestì da semplice marinaio ed approdò sicuro in Olanda il dì dopo finito il processo deʼ Vescovi. Appresentossi sullʼistante al Principe; il quale, chiamati a sè Bentinck e Dykvelt, si stette con loro parecchi giorni a deliberare. Prima conseguenza di ciò fu che più non si leggesse nella cappella della Principessa la preghiera pel Principe di Galles.[421]IX. Dalla consorte Guglielmo non poteva temere veruna opposizione. Lo intelletto di Maria era stato pienamente soggiogato da quello di lui; e ciò che è più estraordinario, egli ne acquistò intieramente lo affetto. Egli le teneva luogo di genitori, da lei perduti per morte e per allontanamento, difigli che il cielo aveva negati alle sue preci, e di patria dalla quale ella era bandita. Nel cuore di lei Guglielmo divideva lo impero soltanto con Dio. Probabilmente non portò mai vero affetto al padre da lei lasciato nella prima giovinezza, e da lunghi anni non riveduto: oltrechè dopo il suo matrimonio, Giacomo non le aveva mostrato segni di tenerezza, nè si era condotto in modo da destare teneri sentimenti nel cuore della figlia. Anzi fece ogni possibile sforzo a perturbarle la felicità domestica stabilendo nella stessa casa di Maria un sistema di spionaggio, di sorveglianza e di chiacchiericcio. Egli possedeva entrate molto maggiori di quelle deʼ predecessori suoi, ed aveva assegnato alla figlia minore una provvisione annua di quarantamila lire sterline:[422]ma la erede presuntiva del suo trono non aveva mai ricevuto da lui il minimo soccorso pecuniario, ed appena aveva i mezzi di poter fare una convenevole comparsa fra le principesse dʼEuropa. Erasi provata ad intercedere appo lui a favore di Compton suo precettore ed amico, il quale, accusato di non avere voluto commettere un atto di flagrante ingiustizia, era stato sospeso dalle funzioni episcopali: ma era stata respinta con mala grazia.[423]Dal giorno in cui sʼera chiaramente conosciuto che ella e il marito erano deliberati di non partecipare alla distruzione della Costituzione inglese, uno deʼ fini precipui della politica di Giacomo era stato quello di nuocere ad entrambi. Aveva richiamate le milizie inglesi dalla Olanda, congiurato con Tyrconnel e con la Francia contro i diritti di Maria, ordito trame per privarla almeno dʼuna delle tre Corone, che, alla morte di lui, le spettavano. Adesso credevasi da quasi tutto il popolo e da molti personaggi alto locati per grado e per abilità, che egli avesse introdotto nella famiglia regale un Principe di Galles supposto, onde privare della magnifica eredità la figliuola; e non vʼè ragione a dubitare chʼessa non partecipasse al comune sospetto. Era dunque impossibile che amasse un cotal padre. I suoi principii religiosi, a dir vero, erano siffattamente rigidi che probabilmente si sarebbe provata a compiere quello che ella considerava suo dovere anche verso un padre da leinon amato. Nondimeno nelle presenti circostanze giudicò che il diritto di Giacomo ad essere obbedito doveva cedere ad un altro più sacro diritto. E veramente tutti i teologi e pubblicisti concordano ad affermare che quando la figlia del principe dʼun paese è congiunta in matrimonio al principe dʼun altro, è tenuta a dimenticare il suo popolo e la famiglia paterna, e nel caso dʼuna rottura tra il suo marito e i suoi parenti, associarsi alle sorti del marito. Questa è la regola incontrastabile anche ove il marito abbia torto; ed a Maria la impresa meditata da Guglielmo sembrava non solo giusta, ma santa.X. E quantunque ella con ogni cura sʼastenesse dal fare o dal dire la più lieve cosa che potesse accrescere le difficoltà del consorte, coteste difficoltà erano veramente gravi; erano poco intese anco da coloro che lo avevano invitato, e sono state imperfettamente esposte da coloro che hanno scritta la storia della sua espedizione.Gli ostacoli che doveva aspettarsi dʼincontrare in Inghilterra, comecchè fossero i meno formidabili fraʼ molti che attraversavano il suo disegno, erano tuttavia gravi. Accorgevasi che sarebbe stata demenza imitare lo esempio di Monmouth, traversare il mare con pochi avventurieri inglesi, e sperare in una generale insurrezione delle popolazioni. Era necessario—e lo avevano detto tutti coloro dai quali egli era stato invitato—di condurre seco unʼarmata. E, così facendo, chi risponderebbe dello effetto che potrebbe produrre la comparsa di cosiffatta armata? Il Governo era giustamente odiato: ma il popolo inglese, non avvezzo a vedere mai le Potenze continentali immischiarsi nelle cose dʼInghilterra, guarderebbe di buon occhio un liberatore che venisse circondato da soldati stranieri? Se parte delle regie milizie facesse risolutamente fronte aglʼinvasori, non desterebbero esse ben presto la simpatia di milioni? Una sconfitta sarebbe fatale alla impresa. Una vittoria sanguinosa riportata nel cuore dellʼisola daʼ mercenari degli Stati Generali sopra le Guardie e le altre milizie del Re, sarebbe calamità grave quasi al pari dʼuna sconfitta; sarebbe la più cruda ferita inflitta allʼorgoglio della più orgogliosa tra le nazioni. Il principe non avrebbe mai portata con pace e sicurezza una corona siffattamente acquistata. Lʼodiocontro lʼAlta Commissione e i Gesuiti cederebbe il posto allʼodio più intenso che susciterebbero gli stranieri conquistatori; e molti che fino allora avevano sentito timore ed abborrimento per la Potenza francese, direbbero, che, ove fosse mestieri sopportare un giogo straniero, sarebbe minore ignominia sottoporsi alla Francia anzi che allʼOlanda.Tali considerazioni erano bastevoli a rendere inquieto lʼanimo di Guglielmo anche ove avesse potuto disporre di tutti i mezzi militari delle provincie Unite. Ma in verità pareva assai dubbio che ottenesse un solo battaglione. Tra tutte le difficoltà con le quali gli toccava lottare, la maggiore, benchè poco notata dagli Storici inglesi, sorgeva dalla costituzione stessa della Repubblica Batava. Nessuno Stato è mai esistito per lungo ordine dʼanni con un ordinamento politico egualmente inconvenevole. Gli Stati Generali non potevano fare guerra, pace, leghe, o imporre tasse senza il consenso degli Stati di ciascuna provincia. Gli Stati dʼuna provincia non potevano dare tale consenso senza quello di ogni municipio, che partecipava alla rappresentanza. Ciascun municipio, in un certo senso, era uno Stato sovrano, e come tale pretendeva al diritto di comunicare direttamente con gli Ambasciatori stranieri, e di stabilire con essi i mezzi a frustrare i disegni aʼ quali gli altri municipii intendevano. In alcuni Consigli municipali era potentissimo il partito che pel corso di varie generazioni sentiva gelosia della influenza dello Statoldero. Capi di questo partito erano i magistrati della nobile città dʼAmsterdam, la quale in queʼ tempi godeva della più grande prosperità. Dalla pace di Nimega in poi non avevano cessato mai di tenere amichevoli relazioni con Re Luigi per mezzo del suo esperto ed operoso ambasciatore il Conte dʼAvaux. Alcune proposte presentate dallo Statoldero come indispensabili alla sicurtà della Repubblica, sanzionate da tutte le provincie, tranne dagli Stati della Olanda, e sanzionate da diciassette deʼ diciotto Consigli municipali dʼOlanda, erano state più volte respinte dal solo voto dʼAmsterdam. Lʼunico rimedio costituzionale in simiglianti casi era quello di mandare i deputati delle città assenzienti alla città dissenziente onde fare una rimostranza. Il numero dei deputati era illimitato;potevano continuare a rimostrare per quanto tempo credessero necessario; e intanto la città che ostinavasi a non cedere ai loro ragionamenti era tenuta a mantenerli a sue spese. Questo modo assurdo di coartare era stato una volta sperimentato con esito prospero nella piccola città di Gorkum, ma non era verosimile che riuscisse efficace nella potente e ricca Amsterdam, famosa in tutto il mondo per i suoi bacini popolati di navi, i suoi canali circondati da vaste magioni, il sue maestoso palazzo governativo coperto da cima a fondo di peregrini marmi, i suoi magazzini ripieni dei più costosi prodotti di Ceylan e di Surinam, e la sua Borsa che perpetuamente risonava di tutti glʼidiomi parlati dalle nazioni civili.[424]Le contese tra la maggioranza che spalleggiava lo Statoldero, e la minoranza capitanata daʼ magistrati dʼAmsterdam erano più volte trascorse tanto oltre da far temere inevitabile lo spargimento del sangue. Una volta, il Principe tentò di punire come traditori i deputati disubbidienti; unʼaltra, le porte dʼAmsterdam gli vennero chiuse in faccia, e si fecero leve di milizie per difendere i privilegi del Consiglio Municipale. E però non era verosimile che i rettori di quella grande città consentissero ad una impresa grandemente offensiva a Luigi da essi cotanto corteggiato, impresa che probabilmente ingrandirebbe la Casa dʼOrange da essi abborrita. Nulladimeno senza cotesto consenso la impresa non poteva legalmente eseguirsi. Vincere con la forza la opposizione loro, era un partito al quale, in circostanze diverse, lʼinflessibile e audace Statoldero non avrebbe sdegnato dʼappigliarsi. Ma in quel momento egli era importantissimo schivare con sommo studio ogni atto che avesse sembianza di tirannesco. Non poteva rischiarsi a violare le leggi fondamentali della Olanda nellʼistante medesimo in cui egli era per isnudare la spada contro il suocero che violava le leggi fondamentali della Inghilterra. Il rovesciare con violenza una libera Costituzione sarebbe stato uno strano preludio a ristabilirne violentemente unʼaltra.[425]E vʼera anche unʼaltra difficoltà, pochissimo notata dagli scrittori inglesi, alla quale Guglielmo teneva sempre fitta la mente. Nella spedizione che egli meditava, poteva aver prospero successo solamente appellandosi al sentimento protestante dellʼInghilterra, e stimolandolo finchè divenisse, per un certo tempo, il dominante e quasi esclusivo sentimento della nazione. Ciò sarebbe stato agevolissimo qualora lo scopo di tutta la sua politica fosse stato di produrre un rivolgimento nella isola nostra e regnarvi. Ma contemplava un altro fine chʼegli poteva conseguire con lo aiuto deʼ principi, sinceri credenti nella Chiesa di Roma. Voleva congiungere lo Impero, il Re Cattolico, e la Santa Sede insieme con lʼInghilterra e la Olanda in una lega contro la preponderanza francese. Era quindi mestieri che, mentre vibrava il più gran colpo che fosse mai dato in difesa del protestantismo, si studiasse a non perdere il buon volere di queʼ Governi che consideravano il protestantismo come mortale eresia.Erano coteste le complicate difficoltà della grande impresa. Gli statisti del continente ne vedevano una parte; gli Inglesi unʼaltra. Solo una mente vasta e vigorosa le comprese tutte, e deliberò di vincerle. Non era agevole rovesciare il Governo inglese per mezzo dʼunʼarmata straniera senza offendere lʼorgoglio nazionale degli Inglesi. Non era agevole ottenere dalla fazione Batava, partigiana della Francia e avversa alla Casa dʼOrange, il consenso ad una impresa che distruggerebbe tutti i disegni della Francia e inalzerebbe a grandezza la Casa dʼOrange. Non era agevole condurre i Protestanti entusiasti in una crociata contro il Papismo col plauso di quasi tutti i governi papisti e del Papa stesso. E nondimeno Guglielmo compiè tutte le sopradette cose. Tutti i suoi fini, anche quelli che sembravano singolarmente incompatibili fra loro, egli raggiunse pienamente e a un tratto. Le storie degli antichi e deʼ moderni tempi non ricordano un simile trionfo di sapienza politica.Lʼopera sarebbe veramente stata difficile anche per un uomo di Stato qual era il Principe dʼOrange, ove i suoi precipui oppositori non si fossero trovati in preda ad unʼebbrezza tale che da molti, non inchinevoli alla superstizione, fu attribuitaa singolare giudizio di Dio. Il Re dʼInghilterra non solo fu, come era sempre stato, stupido e testardo: ma perfino i consigli dello astuto Re di Francia parvero dettati dalla insania. Guglielmo fece ogni sforzo possibile di saviezza e dʼenergia. Ma i suoi nemici posero ogni studio a sgombrargli il terreno di quegli ostacoli cui nessuna saviezza od energia avrebbe potuto vincere.XI. Nel gran giorno in cui furono assoluti i Vescovi, e spedito lo invito allʼAja, Giacomo, tristo ed agitato, da Hounslow fece ritorno a Westminster. E non ostante che si sforzasse di mostrarsi in lieto aspetto,[426]i fuochi di gioia, le bombe, e soprattutto il bruciamento delle immagini del Papa in ogni quartiere di Londra non erano cose da addolcirgli lʼanimo. Coloro che lo avevano veduto la mattina, poterono leggergli nel viso e nel portamento le violente emozioni che gli perturbavano la mente.[427]Per varii giorni parve così ripugnante a parlare del processo, che nè anco Barillon potè rischiarsi a fargliene motto.[428]Tosto cominciò a farsi manifesto come la sconfitta e la mortificazione avessero indurito il cuore del Re. Le prime parole che egli profferì appena seppe che le vittime erano campate dagli artigli della sua vendetta, furono: «Peggio per loro!» In pochi giorni chiaramente si vide quale fosse il significato di coteste parole, da lui, secondo il costume, ripetute molte volte. Accusava sè stesso non dʼavere perseguito i Vescovi, ma dʼaverlo fatto dinanzi a un tribunale, dove le questioni di fatto erano decise dai giurati, e dove i principii stabiliti dalla legge non potevano porsi in non cale nemmeno daʼ giudici più servili. Deliberò adunque di rimediare a tanto errore. Non solo i sette prelati che avevano firmata la petizione, ma tutto il Clero Anglicano avrebbero ragione di maledire quel giorno in cui avevano riportato vittoria sopra il loro sovrano. Circa quindici giorni dopo il processo, fu emanato un ordine che ingiungeva a tutti i Cancellieri della Diocesi e a tutti gli Arcidiaconi di fare stretta inquisizione intutti i luoghi soggetti alla giurisdizione loro, e riferire allʼAlta Commissione, entro cinque settimane, i nomi di queʼ rettori, vicari e curati, che avevano ricusato di leggere la Dichiarazione dʼIndulgenza.[429]Il Re godeva immaginando il terrore che sentirebbero i colpevoli vedendosi citati dinanzi ad un tribunale che loro non avrebbe dato quartiere.[430]Il numero deʼ rei era quasi, o senza quasi, dieci mila: e dopo ciò chʼera accaduto al Collegio della Maddalena, ciascuno di loro poteva a ragione aspettarsi dʼessere interdetto da tutte le sue funzioni spirituali, privato del suo benefizio, dichiarato incapace di occuparne qualunque altro, e obbligato a pagare le spese del processo che lo aveva ridotto a mendicare.XII. Tale era la persecuzione che Giacomo, fremente di rabbia per la sconfitta ricevuta a Westminster Hall, aveva pensato di far piombare sopra il clero. Intanto si provò di mostrare ai legali con una spicciativa distribuzione di premii e di castighi, che una intrepida e svergognata servilità anche con poco prospero esito, era argomento sicuro per meritarsi il regio favore; e chiunque, dopo anni di ossequiosità, si attentasse deviare dʼun attimo per far mostra di onestà o di coraggio, rendevasi reo dʼimperdonabile offesa. La violenza e lʼaudacia che lo apostata Williams aveva mostrato nel processo deʼ Vescovi lo aveva reso segno allʼodio della intera nazione.[431]Il re lo rimeritò col farlo baronetto. Holloway e Powell avevano scemata alquanto la propria infamia dichiarando che, secondo il loro giudizio, la petizione non era un libello. Il Re li destituì.[432]Le sorti di Wright sembrarono per qualche tempo ondeggiare nella incertezza. Nel riassunto chʼei fece della discussione sʼera mostrato avverso aʼ Vescovi: ma aveva tollerato che gli avvocati loro ponessero in questione la potestà di dispensare. Aveva detto che la petizione era un libello: ma a bello studio erasi astenuto dal chiamare legale la Dichiarazione; e per tutto il corso del processo il suo contegnoera stato quello di chi ricordi che potrà giungere il giorno di renderne conto. A dir vero, egli era ben meritevole dʼindulgenza; imperocchè mal poteva aspettarsi che vi fosse al mondo impudenza tale da star salda senza traballare un momento al cospetto di tali giureconsulti e dʼun tanto uditorio. Nondimeno i membri della cabala gesuitica lo accusarono di pusillanimità; il Cancelliere gli dètte del somaro; ed era opinione generale che verrebbe nominato un nuovo Capo Giudice.[433]Ma non seguì nessun cangiamento. E davvero non sarebbe stata lieve impresa il supplire al posto di Wright. I molti giurati che erano a lui superiori per abilità e per dottrina, quasi senza nessuna eccezione, procedevano avversi ai disegni del Governo; e i pochi che lo vincevano per turpitudine e sfrontatezza, quasi senza nessuna eccezione, trovavansi solo negli infimi gradi del ceto legale, e sarebbero stati incompetenti a condurre gli affari ordinarii della Corte del Banco del Re. Egli è vero che Williams aveva tutte le qualità che Giacomo richiedeva in un magistrato; ma i suoi servigi erano necessari alla barra; e qualora lo avessero da quivi rimosso, la Corona sarebbe rimasta senza il concorso di un solo avvocato nè anche di terzo ordine.A nullʼaltra cosa il Re era rimasto attonito e mortificato quanto al vedere lo entusiasmo deʼ Dissenzienti nella causa deʼ Vescovi. Penn, il quale quantunque avesse sacrificato ricchezze ed onorificenze agli scrupoli della coscienza, sembrava immaginare che nessuno altri che lui avesse coscienza, attribuì il malcontento deʼ Puritani ad invidia e ad ambizione non appagata. Essi non avevano partecipato ai benefizi promessi loro dalla Dichiarazione dʼIndulgenza: nessuno di loro era stato elevato ad alti ed onorevoli uffici; per la qual cosa non era strano che fossero gelosi deʼ Cattolici Romani. Pochissimi giorni dopo finito il processo deʼ Vescovi, Silas Titus, cospicuo presbiteriano, virulento esclusionista, e uno degli accusatori di Stafford, fu invitato ad occupare un seggio nel Consiglio Privato. Egli era uno di coloro sopra i quali lʼopposizione con grande fiducia riposava. Ma la dignità offertagli, e la speranza di riavere una grossa somma di pecunia dovutagli dallaCorona, vinsero la sua virtù, e con estremo disgusto di tutti i Protestanti, prestò il giuramento.[434]XIII. I disegni vendicativi del Re contro la Chiesa non ebbero effetto. Quasi tutti gli Arcidiaconi e Cancellieri diocesani ricusarono di dare le richieste informazioni. Giunto il giorno che il Governo aveva stabilito a citare tutto il clero per render conto del delitto di disobbedienza, lʼAlta Commissione ragunossi, e trovò che quasi nessuno degli ufficiali ecclesiastici aveva trasmesso la relazione ordinata. Nel tempo stesso fu deposta sul Banco una scrittura di grave importanza. La mandava Sprat Vescovo di Rochester. Pel corso di due anni, lusingato dalla speranza dʼun arcivescovato, erasi sobbarcato al rimprovero di perseguitare quella Chiesa che egli era tenuto con ogni obbligo di coscienza e dʼonore a difendere. Ma, disilluso nella sua speranza, sʼaccôrse che ove non abiurasse la sua religione, non avrebbe probabilità di ascendere alla sede metropolitana di York. Era di tanto buona indole che non poteva godere della tirannide, ed aveva tanto discernimento da vedere i segni della vicina retribuzione. Per lo che deliberò di rinunciare al suo odioso ufficio: e comunicò la sua deliberazione ai colleghi con una lettera, scritta, al pari di tutti i suoi componimenti in prosa, con grande proprietà e dignità di stile. Diceva essergli impossibile continuare più oltre a sedere nella Commissione: avere egli, per obbedire ai comandamenti sovrani, letta la Dichiarazione: ma non poter presumere di condannare migliaia di pii e leali ecclesiastici, i quali ravvisavano in diverso aspetto la cosa; e poichè si voleva punirli per avere agito secondo la loro coscienza, ei dichiarava essere pronto a soffrire con loro più presto che farsi strumento deʼ loro danni.I Commissarii lessero e rimasero sbalorditi. Gli errori del loro collega, la conosciuta scioltezza deʼ suoi principii, la conosciuta bassezza del suo animo, davano maggior peso alla sua defezione. È mestieri che un Governo sia in vero pericolo quando un nomo come Sprat gli favella col linguaggio di Hampden. Il tribunale, dianzi così insolente, a un tratto invilì.Gli ecclesiastici che ne avevano sfidata lʼautorità, non furono nè anco rimproverati. Non fu reputato savio consiglio sospettare minimamente che si fossero di proposito mostrati disobbedienti; fu loro semplicemente ingiunto di mandare le relazioni dentro quattro mesi. La Commissione poi si sciolse singolarmente perturbata come quella che aveva ricevuto un colpo mortale.[435]XIV. Mentre lʼAlta Commissione retrocedeva da un conflitto con la Chiesa, la Chiesa, con la coscienza della propria forza ed animata da nuovo entusiasmo, provocò con parecchie disfide lʼAlta Commissione allo assalto. Tosto dopo lʼassoluzione deʼ Vescovi, il venerabile Ormond, il più illustre deʼ Cavalieri della gran guerra civile, soccombeva al peso delle sue infermità. La nuova della sua morte fu speditamente trasmessa ad Oxford. Sullʼistante la Università della quale egli da lungo tempo era stato Cancelliere, ragunossi per eleggere il successore. Un partito voleva lo eloquente ed egregio Halifax, un altro il grave ed ortodosso Nottingam. Alcuni rammentarono il Conte dʼAbingdon che abitava lì vicino ed era stato pur allora destituito dalla Luogotenenza della Contea per non avere voluto secondare il Re contro la religione dello Stato. Ma la maggioranza, composta di centottanta graduati, votò a favore del giovine Duca dʼOrmond, nipote del defunto, e figlio del valoroso Ossory. La fretta con che eseguirono la elezione nacque dal timore che, indugiando un solo giorno, il Re potesse imporre loro qualche candidato che tradirebbe i loro diritti. Siffatto timore era ben ragionevole: imperciocchè solo due ore dopo sciolta lʼadunanza, giunse un ordine da Whitehall che richiedeva eleggessero Jeffreys. Per buona sorte la elezione del giovane Ormond era già irrevocabilmente fatta.[436]Alquanti giorni dopo lʼinfame Timoteo Hall, il quale sʼera reso notevole fra il clero di Londra leggendo la Dichiarazione, fu rimunerato col vescovato di Oxford che era rimasto vacante dopo la morte del non meno infame Parker. Hallgiunse alla sua sede: ma i canonici della cattedrale ricusarono di assistere alla sua istallazione. La Università non volle concedergli il titolo di Dottore: nè anche uno degli scolari ricorse a lui per gli ordini sacri: nessuno gli faceva di cappello; ed ei si trovò solo dentro il suo palazzo.[437]Tosto dopo il Collegio della Maddalena doveva disporre dʼun benefizio vacante. Hough e i suoi cacciati confratelli ragunaronsi e proposero un chierico; il vescovo di Gloucester, nella cui diocesi era quel benefizio, diede senza esitare la investitura allo eletto.[438]XV. I gentiluomini non erano meno riottosi del clero. I tribunali in quella estate avevano in tutto il paese un insolito aspetto. Ai giudici, innanzi di mettersi in giro, era stato ordinato di presentarsi al Re, il quale aveva loro fatto comandamento dʼispirare ai grandi giurati, in tutto il Regno, il dovere di eleggere rappresentanti al Parlamento disposti a secondare la sua politica. Essi obbedirono declamando con veemenza contro il clero, ingiuriando i vescovi, chiamando la memoranda petizione libello sedizioso, criticando aspramente lo stile di Sancroft, il quale, a dir vero, offriva pretesto alla critica, e dicendo che monsignore meritava le sferzate per mano del Dottore Busby per avere scritto in cattivo inglese. Ma il solo effetto di cotali indecenti declamazioni fu dʼaccrescere il malcontento del popolo. Furono loro negate tutte le dimostrazioni di quella riverenza che il popolo soleva mostrare alla dignità giudiciale ed alla regia Commissione. Era antica usanza che uomini rispettabili per nascita e ricchezza si unissero a cavallo con lo Sceriffo quando egli scortava i giudici alla città della Contea; ma siffatta processione adesso non fu possibile formare in nessuna parte del reame. I successori di Powell e di Holloway segnatamente furono trattati con notevole dispregio. Era loro stato assegnato il giro dʼOxford; aspettavansi dʼessere accolti in ogni Contea da una cavalcata di gentiluomini realisti; ma come si appressarono a Wallingford, dove dovevano aprire la loro commissione per Berkshire, il solo Sceriffo uscì loro incontro. Come si avvicinaronoad Oxford, la metropoli eminentemente realista di una eminentemente realista provincia, furono anche quivi incontrati dal solo Sceriffo.[439]XVI. Lʼesercito non era meno disaffezionato del clero e deʼ gentiluomini. Il presidio della Torre aveva bevuto alla salute deʼ vescovi prigioni. Le Guardie a piedi in Lambeth avevano con ogni dimostrazione di rispetto salutato il Primate che faceva ritorno al suo palazzo. In nessun luogo quanto nel campo di Hounslow Heath la nuova della liberazione deʼ vescovi era stata accolta con più clamorosa gioia. In verità le grandi forze che il Re aveva ragunate a fine dʼatterrire la ricalcitrante metropoli erano divenute più ricalcitranti alla metropoli stessa, ed incuteveno maggior timore alla Corte, che ai cittadini. Per lo che in sul principio dʼagosto il campo fu sciolto, e le truppe furono acquartierate in varie parti del Regno.[440]Giacomo lusingavasi che sarebbe più agevole governare separati battaglioni, che molte migliaia dʼuomini insieme raccolti. Volle farne esperienza col reggimento di fanteria comandato da Lord Lichfield, e che ora chiamasi Duodecimo di Linea. Lo scelse probabilmente per essere stato creato a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, nella Contea di Stafford, dove i Cattolici Romani erano più numerosi e potenti che quasi in ciascuna altra parte della Inghilterra. I soldati furono schierati alla presenza del Re. Il Maggiore disse loro che Sua Maestà desiderava chʼessi firmassero una scritta con la quale obbligavansi a secondarlo nel mandare ad esecuzione i suoi intendimenti rispetto allʼAtto di Prova, e che coloro ai quali piacesse di non obbedire, lasciassero in sullʼistante il servigio. Il Re rimase sommamente attonito vedendo intiere file di soldati porre giù le picche e gli archibugi. Solo due ufficiali e pochi comuni, tutti Cattolici, obbedirono. Egli rimase per poco in silenzio: poi comandò ai disobbedienti di ripigliare le armi loro, e con irato ciglio disse: «unʼaltra volta non vi farò più lʼonore di consultarvi.»[441]Chiaro vedevasi che essendo egli deliberato a persistere nel suo proposito, gli era mestieri riformare lo esercito. Se non che a ciò fare non poteva trovare i mezzi nellʼisola nostra. I membri della sua Chiesa, anche neʼ distretti dove erano più numerosi, erano una piccola minoranza rispetto alla popolazione. Lʼodio contro il papismo erasi sparso in tutte le classi deʼ Protestanti, ed era divenuto la suprema passione perfino negli agricoltori e negli artigiani. Ma in unʼaltra parte deʼ suoi dominii la maggioranza del popolo era animata da spirito assai differente. Non vʼera limite al numero deʼ soldati cattolici che la buona paga e i quartieri in Inghilterra attirerebbero al di qua del Canale di San Giorgio. Tyrconnel per qualche tempo aveva posto ogni cura a formare dal contadiname della sua patria una forza militare della quale il suo signore potesse fidarsi. Già quasi tutta lʼarmata dʼIrlanda era composta di papisti Celti per sangue e per lingua. Barillon più volte fervidamente consigliò Giacomo a condurre in Inghilterra quellʼarmata per coartare glʼInglesi.[442]XVII. Giacomo tentennava. Voleva essere circondato da milizie sopra le quali potesse riposare: ma temeva lʼesplosione del sentimento nazionale che si sarebbe manifestato al comparire dʼuna gran forza irlandese sopra il suolo dʼInghilterra. In fine, come segue spesso allorquando una mente debole si prova di schivare due opposte inconvenienze, egli sʼattenne ad un partito che le congiunse tutte quante. Fece venire tanti Irlandesi quanti non bastavano a tenere sottomessa la sola città di Londra, o la sola Contea di York, ma più che bastevoli a destare rabbia e paura in tutto il Regno da Northumberland fino a Cornwall. Un battaglione dopo lʼaltro, composti e disciplinati da Tyrconnel, approdavano sulle coste occidentali e movevano verso la metropoli; e furono fatte venire non poche reclute irlandesi per riempire i vuoti deʼ reggimenti inglesi.[443]Tra tutti gli errori commessi da Giacomo nessuno fu piùfatale di questo. Già aveva perduto lo affetto del suo popolo violando le leggi, confiscando gli averi e perseguitando la religione. Nel cuore di coloro, che un tempo erano stati fervidi zelatori della monarchia, aveva già posto i semi della ribellione. E nondimeno poteva ancora, con qualche probabilità di buona riuscita, rivolgersi allo spirito patriottico deʼ suoi sudditi contro un invasore; perocchè erano razza isolana per indole e geografica posizione. Le loro antipatie nazionali in quella età erano, per vero dire, irragionevolmente forti. GlʼInglesi non erano assuefatti al freno e allo immischiarsi dello straniero. La comparsa dʼunʼarmata forestiera nellʼisola loro gli avrebbe spinti a correre sotto il vessillo dʼun Re chʼessi non avevano ragione di amare. Guglielmo forse non avrebbe potuto vincere un tale ostacolo; ma Giacomo lo tolse di mezzo. Nemmeno lʼarrivo di una brigata di moschettieri del Re Luigi avrebbe destato risentimento e vergogna quanto ne sentirono i nostri antenati allorchè videro le schiere deʼ Papisti, pur allora giunti da Dublino, marciare con pompa militare lungo le vie maestre. Niun uomo di sangue inglese considerava come compatriotti glʼIrlandesi aborigeni. Essi non appartenevano alla nostra razza; erano distinti da noi per più particolarità morali e intellettuali, che la diversità delle condizioni e della educazione, per quanto fosse grande, non bastava a spiegare. Avevano aspetto e idioma tutto proprio. Quando parlavano inglese, la loro pronunzia era ridicola; le loro frasi grottesche, come sempre sono le frasi di chi pensi in una lingua ed esprima i propri pensieri in unʼaltra. Per la qual cosa per noi essi erano stranieri; e di tutti gli stranieri erano i più odiati e tenuti in dispregio: i più odiati, perocchè per cinque secoli erano sempre stati nostri nemici; i più tenuti in dispregio, perocchè erano nostri nemici vinti, resi schiavi e spogliati. Lo Inglese paragonava con orgoglio i propri campi colle desolate lande, donde sbucavano i banditi a rubare ed assassinare, e la propria abitazione coʼ tuguri dove il villano e il maiale di Shannon sʼavvoltolavano insieme nel sudiciume. Egli apparteneva ad una società molto inferiore certamente per ricchezza e civiltà a quella in che noi viviamo, ma tuttavia a una delle più opulente e incivilite società delmondo: glʼIrlandesi erano rozzi quasi al pari deʼ selvaggi di Labrador. Egli era uomo libero: glʼIrlandesi erano servi ereditari della razza inglese. Egli adorava Dio con un culto puro e ragionevole: glʼIrlandesi giacevano immersi nella idolatria e nella superstizione. Egli sapeva che grandi torme dʼIrlandesi erano spesso fuggite dinanzi ad una mano dʼInglesi, e che la intera popolazione dʼIrlanda era stata tenuta in freno da una piccola colonia inglese: e compiacevasi a concludere chʼegli nellʼordine di natura era un essere più elevato dello Irlandese: imperocchè in tal guisa una razza dominante sempre spiega la sua superiorità ed escusa la sua tirannia. Nessuno oggimai nega agli Irlandesi vivacità, brio, eloquenza, fra le nazioni del mondo: cento campi di battaglia testificano che essi, ove abbiano buona disciplina, sono strenui soldati. Nondimeno egli è certo, che un secolo e mezzo fa erano generalmente spregiati nella isola nostra come gente stupida e codarda. E questi erano gli uomini che dovevano tenere in freno la Inghilterra a viva forza, mentre compivasi la distruzione della libertà e della Chiesa sue! Al solo pensiero ribolliva il sangue nelle vene dʼogni Inglese. Essere vinti daʼ Francesi o dagli Spagnuoli sarebbe, in paragone, sembrato un destino tollerabile. Noi eravamo assuefatti a trattare da pari a pari coʼ Francesi e con gli Spagnuoli. Ne avevamo ora invidiata la prosperità, ora temuta la potenza, ora gioito della loro amicizia. In onta al nostro insocievole orgoglio, le consideravamo come grandi nazioni, e non negavamo che andavano gloriose di uomini insigni nelle arti della guerra e della pace. Ma essere soggiogati da una casta inferiore era avvilimento oltre ogni credere grandissimo. GlʼInglesi provavano quel sentimento che proverebbero gli abitatori di Charleston e della Nuova Orleans, se quelle città fossero occupate da un presidio di Negri. I fatti genuini sarebbero stati sufficienti a suscitare inquietudine e sdegno: ma cotesti fatti erano inoltre adulterati da mille sinistre finzioni che correvano di caffè in caffè, di bettola in bettola, e andando diventavano sempre più terribili. Il numero delle truppe irlandesi venute fra noi poteva suscitare ragionevole e grave timore rispetto aʼ disegni del Re: ma era ingrandito dieci volte più dal pubblico timore. Potevabene supporsi che il rozzo fantaccino di Connaught posto con lʼarmi in mano fra mezzo a un popolo straniero che egli odiava e dal quale egli era odiato, commettesse qualche eccesso. Ma tali eccessi venivano esagerati narrandoli; e per giunta agli oltraggi che lo straniero aveva veramente commessi, gli venivano attribuiti tutti i delitti deʼ suoi camerati inglesi. Da ogni parte del Regno sorse un grido contro i barbari forestieri che invadevano le case private, prendevano barocci e cavalli, estorcevano danari ed insultavano donne. Dicevasi che cotesti uomini fossero i figliuoli di coloro, che quarantasette anni innanzi avevano fatto strage di migliaia di Protestanti. La ribellione del 1641, la quale anche narrata con calma susciterebbe pietà ed orrore, e che era stata bruttamente esagerata daʼ nazionali e religiosi rancori, era adesso divenuta la materia prediletta delle conversazioni. Spaventevoli storielle di case bruciate con le famiglie dentro, di donne e fanciulli macellati, di consanguinei costretti dalla tortura ad assassinarsi a vicenda, di cadaveri oltraggiati e mutilati, erano narrate e udite con piena credenza e vivo interesse. Aggiungevasi poi che i codardi selvaggi che avevano di sorpresa commesse tutte coteste crudeltà sopra una colonia senza sospetto e priva dʼogni difesa, appena Cromwell si fu mostrato fra loro a farne vendetta, percossi da subito terrore, avevano messe giù le armi, e senza nè anche tentare le sorti di un solo combattimento erano ricaduti nel ben meritato servaggio. A molli indizi prevedevasi che il Lord Luogotenente meditava unʼaltra grande spoliazione e strage della colonia Sassone. Già migliaia di coloni protestanti, fuggendo la ingiustizia e la insolenza di Tyrconnel, avevano riacceso lo sdegno della madre patria narrando tutto ciò che avevano sofferto, e tutto ciò che avevano, con troppa ragione, temuto. Fino a che segno lʼopinione pubblica fosse stata esasperata dalle querimonie deʼ fuggitivi era stato di recente mostrato in modo da non indurre in errore. Tyrconnel aveva mandato per essere approvata dal Re una proposta di revoca della legge che assicurava il possesso di mezzo il suolo dʼIrlanda, e aveva spediti a Westminster due agenti cattolici suoi concittadini che erano stati inalzati ad alti uffici nellʼordine giudiciario: Nugent, Capo-Giudicedella Corte del Banco del Re in Irlanda, uomo che personificava tutti i vizi e le debolezze che glʼInglesi reputavano come facienti il carattere del papista celtico; e Rice, uno deʼ Baroni dello Scacchiere Irlandese, uomo che per abilità e cognizioni era il primo fraʼ suoi compatriotti e correligionari. Lo scopo della missione era a tutti noto; e i due giudici non potevano rischiarsi a comparire in pubblico. La plebaglia, riconoscendoli, gridava: «Fate largo agli ambascitari irlandesi;» e il loro cocchio veniva scortato con solenne berlina da una turba dʼuscieri e di corrieri che portavano in mano bastoni con patate fitte in punta.[444]

CAPITOLO NONO.SOMMARIO.I. Mutamento nellʼopinione deʼ Tory circa la legalità della Resistenza.—II. Russell propone al Principe dʼOrange uno sbarco in Inghilterra.—III. Enrico Sidney.—IV. Devonshire; Shrewsbury; Halifax.—V. Danby.—VI. Il Vescovo Compton—VII. Nottingham; Lumley—VIII. Invito mandato a Guglielmo.—IX. Condotta di Maria.—X. Difficoltà della impresa di Guglielmo.—XI. Condotta di Giacomo dopo il Processo dei Vescovi.—XII. Destituzioni e Promozioni.—XIII. Procedimenti nellʼAlta Commissione; Spart rinunzia al suo ufficio.—XIV Malcontento del Clero; Affari dʼOxford.—XV. Malcontento deʼ Gentiluomini.—XVI. Malcontento dello Esercito.—XVII. Arrivo delle truppe Irlandesi; indignazione pubblica.—XVIII. Lillibullero—XIX. Politica delle Provincie Unite.—XX. Errori del Re di Francia.—XXI. Sua contesa col Papa rispetto alle Franchigie.—XXII. Lo Arcivescovato di Colonia.—XXIII. Destrezza di Guglielmo—XXIV. Suoi apparecchi militari e navali.—XXV. Gli giungono dalla Inghilterra numerose assicurazioni di soccorso.—XXVI. Sunderland.—XXVII. Ansietà di Guglielmo; Ammonimenti dati a Giacomo.—XXVIII. Sforzi di Luigi per salvare Giacomo.—XXIX. Giacomo li rende vani.—XXX. Le armi francesi invadono la Germania.—XXXI. Guglielmo ottiene la Sanzione degli Stati Generali alla sua impresa.—XXXII. Schomberg; Avventurieri Inglesi allʼAja.—XXXIII. Manifesto di Guglielmo—XXXIV. Giacomo si scuote alla presenza del pericolo; suoi mezzi marittimi.—XXXV. Suoi mezzi militari.—XXXVI. Tenta di rendersi benevoli i sudditi.—XXXVII. Dà udienza ai Vescovi.—XXXVIII. Le sue concessioni sono mal ricevute.—XXXIX. Prove della nascita del Principe di Galles presentate al Consiglio Privato.—XL. Disgrazia di Sunderland.—XLI. Guglielmo prende commiato dagli Stati dʼOlanda.—XLII. Sʼimbarca, fa vela, ed è ricacciato addietro da una tempesta.—XLIII. Il suo Manifesto giunge in Inghilterra; Giacomo interroga i Lordi.—XLIV. Guglielmo fa vela di nuovo.—XLV. Passa lo Stretto.—XLVI. Approda a Torbay.—XLVII. Entra in Exeter.—XLVIII. Colloquio del Re coi Vescovi.—XLIX. Tumulti in Londra.—L. Uomini dʼalto grado cominciano ad accorrere al Principe.—LI. Lovelace.—LII. Colchester; Abingdon.—LIII Diserzione di Cornbury.—LIV. petizione deʼ Lordi per la convocazione del Parlamento.—LV. Il Re va a Salisbury.—LVI. Seymour; Corte di Guglielmo in Exeter.—LVII. Insurrezione nelle Contrade Settentrionali.—LVIII. Scaramuccia in Wincanton.—LIX. Diserzione di Churchill e di Grafton—LX. Lo esercito regio si ritira da Salisbury.—LXI. Diserzione del Principe Giorgio e di Ormond.—LXII. Fuga della Principessa Anna.—LXIII. Giacomo convocaun Consiglio di Lordi.—LXIV. Nomina una Commissione per trattare con Guglielmo—LXV. È una finzione.—LXVI. Dartmouth ricusa di mandare il Principe di Galles in Francia.—LXVII. Agitazione di Londra.—LXVIII. Proclama apocrifo.—LXIX. Insurrezione in varie parti del paese.—LXX. Clarendon si reca presso il Principe in Salisbury; Dissenzione nel campo del Principe.—LXXI. Il Principe giunge a Hungerford; Scaramuccia in Reading; La Commissione del Re arriva a Hungerford.—LXXII. Negoziati.—LXXIII. La Regina e il Principe di Galles sono mandati in Francia; Lauzun.—LXXIV. Il Re sʼapparecchia a fuggire.—LXXV. Sua fuga.I. Il processo vinto daʼ Vescovi non fu il solo evento che fa del giorno decimoterzo di giugno 1688 una grande epoca nella storia. In quel dì, mentre le campane di cento chiese sonavano a festa, mentre numerose turbe di popolo affaccendavansi da Hyde-Park a Mile-End a fare fuochi di gioia ed ardere le immagini del Papa per celebrare la memoranda notte, fu spedito da Londra allʼAja un documento quasi quanto laMagna Chartaimportantissimo alle libertà della Inghilterra.La persecuzione deʼ Vescovi, e la nascita del Principe di Galles avevano prodotto un grande rivolgimento nellʼopinione di molti Tory. Nel momento stesso, in cui la loro Chiesa pativa gli ultimi eccessi di danno e dʼinsulto, vedevansi costretti a perdere ogni speranza di pacifica liberazione. Fino allora sʼerano lusingati che la prova alla quale era stata posta la lealtà loro, quantunque severa, sarebbe temporanea, e che alle loro doglianze, verrebbe resa giustizia senza che si rompesse il corso ordinario della successione al trono. Adesso ravvisavano le cose in modo assai diverso. Per quanto potessero addentrare lo sguardo nel futuro, altro non vedevano che il mal governo degli ultimi tre anni prolungarsi a tempo indefinito. La cuna dello erede presuntivo della Corona era circondata di Gesuiti; i quali con sommo studio gli avrebbero nella mente infantile istillato odio mortale contro quella Chiesa di cui un giorno ei sarebbe stato capo, odio ispiratore di tutta la sua vita, e chʼegli avrebbe trasmesso ai suoi successori. A questo spettacolo di calamità non era confine; estendevasi al di là della vita del più giovane deʼ viventi, al di là del secolo decimottavo. Nessunoavrebbe potuto asserire per quante generazioni i Protestanti sarebbero dannati a gemere sotto una oppressura, la quale, anche allorchè reputavasi breve, era stata quasi insopportabile.I più illustri fraʼ dottori anglicani di quellʼepoca avevano insegnato come nessuna infrazione di legge o di contratto, nessuno eccesso di crudeltà, di rapacità, di licenza, dalla parte del Re legittimo, bastasse a giustificare la resistenza che il popolo potrebbe opporre alla forza di lui. Taluni di loro sʼerano piaciuti di mostrare la dottrina della non-resistenza in una forma cotanto esagerata da scandalizzarne il buon senso del genere umano. Spesso e con veemenza notavano che Nerone era capo del Governo Romano, mentre San Paolo inculcava il debito dʼubbidire ai magistrati. La conseguenza che ne deducevano era, che se un Re inglese, senza autorità di legge ma a suo libito, perseguitasse i propri sudditi ripugnanti ad adorare gli idoli; se li gettasse fra mezzo ai leoni nella Torre; se, coprendoli dʼuna veste di pece, gli bruciasse per illuminare il Parco di San Giacomo, e procedesse con siffatte stragi fino a lasciare intere città e Contee senza un solo abitante, i sopravviventi sarebbero tuttavia tenuti a sottomettersi, e lasciarsi sbranare o arrostire vivi senza opporre la più lieve resistenza. Gli argomenti addotti a sostenere cotesta sentenza erano futilissimi; ma al difetto di solidi argomenti suppliva lʼonnipotente sofisticare dello interesse e della passione. Molti scrittori si sono maravigliati che gli alteri Cavalieri dʼInghilterra potessero mostrarsi caldi difensori per la più servile dottrina che sia mai stata fra gli uomini. Vero è che essa in principio era pel Cavaliere tuttʼaltro che servile; per lʼopposto tendeva a renderlo non schiavo, ma libero e signore di sè; lo esaltava esaltando il Re chʼegli considerava suo protettore, suo amico, e capo del suo diletto partito e della sua dilettissima Chiesa. Mentre i Repubblicani dominavano, il Realista aveva sofferto danni ed insulti, deʼ quali, mercè la restaurazione del governo legittimo, egli aveva potuto prendersi la rivincita. Nella sua mente quindi la idea della ribellione richiamava quella di degradazione e servaggio, e la idea di autorità monarchica, quella di libertà e predominio.Non gli era mai venuto in capo che potesse giungere il tempo in cui un Re, uno Stuardo, perseguiterebbe i più leali del clero e deʼ gentiluomini con animosità maggiore di quella Coda del Parlamento e del protettore. Eppure siffatto tempo era giunto. Adesso era da vedersi con che modo la pazienza che gli aderenti della Chiesa confessavano dʼavere imparata negli scritti di San Paolo resisterebbe alla prova dʼuna persecuzione da non paragonarsi alla severissima di Nerone. Lo evento fu tale che ciascuno, il quale per poco conoscesse la natura umana, avrebbe di leggieri predetto. Lʼoppressione fece sollecitamente ciò che la filosofia e la eloquenza non avevano potuto fare. Il sistema di Filmer avrebbe potuto sopravvivere agli assalti di Locke: ma non si riebbe mai dal colpo mortale datogli da Giacomo.Quella logica, la quale, mentre veniva adoperata a provare che i Presbiteriani e glʼIndipendenti avrebbero dovuto sopportare mansuetamente la prigione e la confisca, era stata giudicala tale da non ammettere risposta, parve di pochissimo peso allorquando fu questione di sapere se i Vescovi Anglicani dovevano essere imprigionati, e le rendite deʼ Collegi Anglicani confiscate. Era stato soventi volte ripetuto daʼ pergami di tutte le cattedrali del paese, che il precetto apostolico di obbedire ai magistrati civili fosse assoluto ed universale, e che fosse empia presunzione nellʼuomo il volere limitare un precetto al quale non aveva posto limite alcuno la parola di Dio. E nondimeno adesso i teologi, la cui sagacità stimolavano glʼimminenti pericoli neʼ quali trovavansi di essere privati deʼ loro benefizi e prebende per fare posto ai papisti, trovavano vizioso il ragionamento dianzi reputato convincentissimo. La morale della scrittura non era da interpretarsi come gli Atti del Parlamento, o i trattati deʼ casisti delle scuole. E davvero chi deʼ cristiani porse mai la guancia sinistra al malfattore che lo aveva percosso nella destra? Chi deʼ cristiani diede mai il suo mantello ai ladri che gli avevano rubato la veste? Sì nel Vecchio che nel Nuovo Testamento le regole generali erano sempre scritte senza eccezioni. A moʼ dʼesempio, il precetto generale di non uccidere non era accompagnato dalla eccezione che giustifica il guerriero cheuccida altri a difesa del suo Re e della sua patria. Il generale precetto di non giurare non era accompagnato da nessuna eccezione a favore del testimonio che giuri di dire il vero dinanzi ai giudici. E nondimeno la legalità della guerra difensiva e del giuramento giudiciale era impugnata solo da pochi oscuri settari, e positivamente affermata negli articoli della Chiesa Anglicana. Tutti gli argomenti i quali dimostravano che il Quacquero, ricusando di servire nella milizia o di baciare il Vangelo, era irragionevole e perverso, potevan rivolgersi contro coloro che negavano ai sudditi il diritto di resistere con la forza alla eccessiva tirannia. Se ammettevasi che le autorità bibliche che proibivano lʼomicidio e quelle che proibivano il giuramento, comunque espresse in forma generale, dovevano essere interpretate in subordinazione al gran comandamento che ingiunge ad ogni uomo il debito di promuovere il bene del prossimo, e siffattamente interpretate non si trovavano applicabili ai casi in cui lʼomicidio e il giuramento potrebbe essere assolutamente necessario a proteggere i più gravi interessi della società, non era agevole negare che le autorità bibliche che inibivano la resistenza si dovessero interpretare nel modo medesimo. Se allo antico popolo di Dio era stato talvolta ordinato di distruggere la vita umana e tal altra dʼobbligarsi per sacramento, talvolta gli era stato anche ordinato di resistere ai principi malvagi. Se i primitivi Padri della Chiesa avevano in varie occasioni detto parole, che sembravano sottintendere la riprovazione della resistenza, avevano parimente in altre occasioni usato parole che sembravano sottintendere la riprovazione dʼogni guerra e dʼogni giuramento. E veramente la dottrina della obbedienza passiva, quale insegnavasi in Oxford sotto il regno di Carlo II, può dedursi dalla Bibbia soltanto con un modo dʼinterpretazione che irresistibilmente ci condurrebbe alle conclusioni di Barclay e di Penn.Eʼ non era solo per mezzo degli argomenti tratti dalla lettera delle Sante Scritture che i teologi anglicani, negli anni che immediatamente seguirono alla Restaurazione, si studiavano di provare la loro prediletta dottrina. Aveano tentato dimostrare, che, quando anche la rivelazione non avesseparlato, la ragione avrebbe insegnato ai savi uomini essere iniqua e insana ogni resistenza al Governo stabilito. Universalmente ammettevasi che cosiffatta resistenza, tranne nei casi estremi, non era giustificabile. Ma chi avrebbe osato stabilire il confine fra i casi estremi e gli ordinari? Vʼera egli governo al mondo sotto cui non fossero malcontenti e faziosi i quali potessero dire, e forse pensare, che le loro doglianze costituissero un caso estremo? Se fosse stato possibile stabilire una regola chiara ed esatta che inibisse agli uomini di ribellarsi contro Trajano, e ad un tempo desse loro libertà di ribellarsi contro Caligola, tale regola sarebbe stata sommamente benefica. Ma siffatta regola non vʼè stata nè vi sarà mai. Dire che la ribellione fosse legittima, date certe circostanze, senza esattamente definirle, era come si dicesse che a ciascuno era lecito ribellarsi tutte le volte che lo reputasse opportuno; ed una società nella quale ciascuno potesse ribellarsi ogni qual volta lo reputasse opportuno, sarebbe più infelice dʼuna società governata dal più crudele e sfrenato despota. Era quindi mestieri di mantenere in tutta la sua interezza il gran principio della non-resistenza. Forse potevano addursi casi peculiari neʼ quali la resistenza tornasse utile ad un popolo: ma generalmente era meglio che un popolo tollerasse con pazienza un cattivo governo, anzi che alleggiarsi violando una legge dalla quale dipendeva la sicurtà dʼogni governo.Cotesti ragionamenti di leggieri potevano persuadere un partito dominante e felice, ma non potevano sostenere lo esame di cervelli fortemente concitati dalla ingiustizia e ingratitudine del principe. Egli è vero che è impossibile stabilire lo esatto confine fra la resistenza legittima e la illegittima: ma tale impossibilità sorge dalla natura stessa del diritto e del torto, e si trova pressochè in ciascuna parte della Scienza Morale. Una buona azione non è distinta da una cattiva coi segni chiari che distinguono una figura esagona da una quadra. Vʼè un punto in cui la virtù e il vizio si confondono insieme. E chi ha potuto mai additare con esattezza il limite tra il coraggio e la temerità, tra la prudenza e la codardia, tra la liberalità e la prodigalità? Chi ha potuto mai dire fino a che punto debba giungere la mercè verso glioffensori, e quando cessi di meritare tal nome e diventi perniciosa debolezza? Quale casista o legislatore ha potuto mai rettamente definire i confini del diritto della propria difesa? Tutti i nostri giureconsulti sostengono che una certa misura di pericolo di vita o di perdita di membra giustifica un uomo ad uccidere lʼaggressore: ma hanno disperato di poter descrivere con precisi vocaboli, quanta e quale debba essere la misura del pericolo. Dicono soltanto che non debba essere lieve pericolo; ma un pericolo tale che dia grave timore ad un uomo di spirito fermo; e chi oserebbe dire quale sia questo timore che meriti dʼessere chiamato grave, o qual sia la precisa tempra dello spirito che meriti il nome di fermo? Senza dubbio è cosa increscevole che lʼindole deʼ vocaboli e quella delle cose non ammettano leggi più accurate: nè è da negarsi che male possono operare gli uomini qualvolta sono giudici in causa propria, e procedere con subito impeto alla esecuzione del proprio giudicio. E nulladimeno chi per ciò interdirebbe la propria difesa? Il diritto che ha un popolo di resistere ad un cattivo governo, ha stretta analogia col diritto che un individuo, privo di protezione legale, ha ad uccidere lo aggressore. In ambi i casi il male deve essere grave. In ambi i casi ogni regolare e pacifico modo di difesa deve essere esaurito pria che la parte offesa si appigli ad un partito estremo. In ambi i casi sʼincorre in terribile responsabilità. In ambi i casi la prova grava sulla coscienza di colui che sʼappiglia ad uno espediente sì disperato; ed ove non riesca a difendersi, va giustamente soggetto alla più severe pene. Ma in nessun caso potremmo assolutamente negare la esistenza del diritto. Un uomo aggredito dagli assassini, non è tenuto a lasciarsi torturare o scannare senza far uso delle proprie armi per la ragione che nessuno ha mai potuto con precisione definire la misura del pericolo che giustifica lʼomicidio. Nè una società è tenuta a sopportare passivamente gli eccessi della tirannide per la ragione che nessuno ha mai potuto precisamente definire la misura del mal governo che giustifica la ribellione.Ma poteva ella la resistenza degli Inglesi ad un principe quale era Giacomo chiamarsi propriamente ribellione? Egliè vero che i migliori discepoli di Filmer sostenevano non esservi differenza veruna tra lʼordinamento politico della patria nostra e quello della Turchia, e che se il Re non confiscava il contenuto di tutte le casse che erano in Lombard-Street, e non mandava i muti a recare il capestro a Sancroft e ad Halifax, ciò era solo perchè egli era sì benigno da non usare tutta la potestà datagli da Dio. Ma la maggior parte deʼ Tory, quantunque nel fervore del conflitto potessero adoperare parole che sembrassero approvare coteste enormi dottrine, abborrivano cordialmente il dispotismo. Agli occhi loro il governo inglese era una monarchia limitata. E come potrebbe chiamarsi limitata una monarchia ove non si possa mai, nè anche come unico ed estremo mezzo, adoperare la forza a fine di mantenere tali limitazioni? In Moscovia, dove per virtù della costituzione dello Stato il sovrano era assoluto, poteva con qualche apparenza di vero sostenersi che, per qualunque eccesso egli commettesse, aveva diritto, giusta i principii della religione cristiana, ad essere obbedito daʼ suoi sudditi. Ma tra noi principe e popolo erano vicendevolmente vincolati dalle leggi. Giacomo adunque era colui il quale rendevasi meritevole del castigo minacciato a coloro che insultassero la potestà costituita. Giacomo era colui che resisteva ai comandamenti di Dio; che ricalcitrava contro lʼautorità legittima, alla quale doveva sottoporsi, non solo per timore, ma per coscienza, e che, secondo il vero senso delle parole di Cristo, non rendeva a Cesare ciò che era di Cesare.Mossi da simiglianti considerazioni, i più illustri e savi fra i Tory incominciarono ad accorgersi dʼavere troppo stiracchiata la dottrina della obbedienza passiva. La differenza fra costoro e i Whig rispetto agli obblighi vicendevoli del Re e dei sudditi cessò allora dʼessere una differenza di principio. Certo rimanevano per anche molte storielle controversie tra il partito che da lungo tempo aveva propugnato la legalità della resistenza e i nuovi convertiti. La memoria del Martire beato seguitava ad essere quanto mai riverita da queʼ vecchi Cavalieri, i quali erano pronti a impugnare le armi contro il degenere figlio, e seguitavano ad abborrire il Lungo Parlamento,la Congiura di Rye House, e la insurrezione delle contrade Occidentali. Ma non ostante i loro pensamenti intorno al passato, il modo onde ravvisavano il presente era identico a quello deʼ Whig: imperocchè ammettevano che la estrema oppressione potesse giustificare la resistenza, ed affermavano che la oppressione, sotto la quale la nazione allora gemeva, era estrema.[411]Nulladimeno non è da supporsi che tutti i Tory, anche in quelle circostanze, abbandonassero un domma che fino da fanciulli avevano imparato a considerare come parte essenziale della dottrina cristiana, che avevano per molti anni con veemente ostentazione professato, e tentato di propagare per mezzo della persecuzione. Molti manteneva fermi nei principii loro la coscienza, e molti il rossore. Ma la maggior parte, anche di coloro che seguitavano tuttavia a credere illegale ogni resistenza al sovrano, inchinavano, nel caso dʼun conflitto civile, a tenersi neutrali. Nessuna provocazione gli avrebbe tratti a ribellare: ma ove la ribellione scoppiasse, non sembra che si reputassero tenuti a combattere per Giacomo II come avevano combattuto per Carlo I. Ai Cristiani di Roma San Paolo aveva inibito di fare resistenza al governo di Nerone: ma non vʼera ragione a credere che lo Apostolo, se fosse stato vivo allorquando le legioni e il Senato insorsero contro quel malvagio imperatore, avrebbe comandato aʼ suoi confratelli di correre in armi a difesa della tirannide. Il dovere della Chiesa perseguitata era manifesto: soffrire con pazienza e porre la propria causa nelle mani di Dio. Ma se a Dio, la cui provvidenza suscita perpetuamente il bene dal male, piacesse, come soventi volte gli era piaciuto, di rimediare ai danni per mezzo di tali le cui tristi passioni la Chiesa coʼ suoi ammonimenti non aveva potuto mansuefare, essa poteva con gratitudine accettare da Dio la liberazione, che a lei, secondo le sue dottrine, non era concesso di compiere da sè. E però molti deʼ Tory, i quali tuttavia abborrivano da ognipensiero di aggredire il Governo, non erano minimamente inchinevoli a difenderlo, e forse, mentre gloriavansi deʼ loro scrupoli, in cuor loro godevano che altri non fosse come essi scrupoloso.I Whig sʼaccôrsero che il tempo per loro era arrivato. La questione se dovessero snudare la spada contro il governo era stata per sei o sette anni pretta questione di prudenza; e adesso la prudenza stessa glʼincitava ad appigliarsi a più audaci partiti.II. Nel maggio, innanzi al nascimento del Principe di Galles, e mentre era tuttavia incerto se la Dichiarazione dʼIndulgenza sarebbe o non sarebbe letta nelle chiese, Eduardo Russell era andato allʼAja. Aveva con vivi colori rappresentato al principe lo stato del pubblico sentire, e lo aveva consigliato a mostrarsi in Inghilterra capo dʼuna forte schiera di soldati, e chiamare il popolo alle armi.Guglielmo ad un solo sguardo conobbe la importanza della crisi. «O adesso o mai,» disse in latino a Dikwelt.[412]Con Russell tenne parole più misurate, riconobbe i mali dello Stato essere tali da richiedere straordinario rimedio, ma parlò calorosamente del caso dʼun esito sinistro, e delle calamità che da ciò ne verrebbero alla Gran Brettagna e alla Europa. Sapeva bene che coloro i quali parlavano con sonanti paroloni di sacrificare vita e roba pel bene della patria esiterebbero ove si presentasse alle loro menti lo spettacolo dʼun altro Tribunale di Sangue. Per la qual cosa a lui bisognavano non vaghe proteste di buon volere, ma inviti chiari e promesse esplicite di appoggio, munite della firma di potenti e cospicui uomini. Russell gli fece notare come fosse pericoloso affidare il disegno a un gran numero di persone. Guglielmo ne convenne, e disse bastargli poche firme, purchè fossero dʼuomini di Stato rappresentanti di grandi interessi.[413]III. Con tale risposta Russell fece ritorno a Londra dove trovò il pubblico concitamento maggiore e sempre crescente. La carcerazione deʼ vescovi e il parto della Regina resero lʼoperadi lui più agevole di quello chʼegli aveva presupposto. Non perdè tempo a raccogliere i voti deʼ capi della opposizione, avendo a principale coadiutore Enrico Sidney fratello dʼAlgernon. È da notarsi che Eduardo Russell ed Enrico Sidney erano stati addetti alla famiglia di Giacomo; che entrambi, in parte per private e in parte per pubbliche cagioni, gli divennero nemici; e che entrambi avevano da vendicare il sangue deʼ congiunti, i quali, lʼanno stesso, erano caduti vittime della implacabile ferocia del tiranno. Qui finisce ogni somiglianza tra loro. Russell, fornito di non poca abilità, era orgoglioso, virulento, irrequieto, e violento. Sidney, dotato dʼindole dolce e dʼamabilissimi modi, sembrava difettare di capacità e di sapere, e starsi immerso nella voluttà e nellʼindolenza. Era assai bello di viso e di persona. In gioventù era stato il terrore deʼ mariti, ed anche adesso che toccava quasi cinquanta anni, era il prediletto delle donne e lo invidiato daʼ giovani. Per innanzi era stato allʼAja con un pubblico ufficio, ed erasi acquistato in larga misura la confidenza di Guglielmo. Molti ne maravigliavano: imperciocchè eʼ sembrava che tra il più austero degli uomini di Stato e il più dissoluto degli oziosi non vi potesse essere nulla di comune. Swift, molti anni dopo, non poteva persuadersi in che modo un uomo, chʼegli aveva conosciuto solo come un vecchio libertino, frivolo e privo di lettere, avesse veramente avuto tanta parte in una grande rivoluzione. Nondimeno un ingegno meno acuto di Swift si sarebbe potuto accorgere che nellʼindole umana esiste un certo tatto, somiglievole ad un istinto, che spesso manca ai grandi oratori e ai filosofi, e che spesso si trova in individui, i quali, ove si giudichino dal conversare e dagli scritti loro, si reputerebbero semplicioni. E davvero quando un uomo possiede cotesto tatto, in un certo senso gli torna utile lʼessere privo di quelle doti più appariscenti che lo renderebbero oggetto di ammirazione, dʼinvidia, e di timore. Sidney è un notevolissimo esempio di questa verità. Poco capace, ignorante, e dissoluto come pareva essere, intendeva, o per dire meglio, sentiva con chi era necessario tenersi in riserbo, e con chi liberamente e con securtà comunicare. Per la qual cosa egli compì ciò che Mordaunt con tutta la sua vivacità ed immaginazione, o Burnetcon tutta la sua svariata dottrina e fluida eloquenza, non avrebbero potuto mai fare.[414]IV. Coʼ vecchi Whig egli non poteva incontrare nessuna difficoltà; come quelli che opinavano non esservi stato in molti anni un solo momento, in cui i pubblici danni non giustificassero la resistenza. Devonshire, che poteva considerarsi loro capo, e che aveva torti privati e pubblici da vendicare, accolse con tutto il cuore il gran disegno e si fece mallevadore di tutto il suo partito.[415]Russell rivelò il secreto a Shrewsbury. Sidney saggiò Halifax. Shrewsbury assunse la parte sua con coraggio e risolutezza tali, che anni dopo parvero mancare al suo carattere. Tosto si profferì parato a porre a repentaglio roba, onori, e vita. Halifax allo incontro accolse i primi cenni della impresa in un modo da far temere che fosse inutile, e forse pericoloso parlargliene esplicitamente. Certo egli non era lʼuomo per una tanta impresa. Aveva intelletto inesauribilmente fecondo di distinzioni e dʼobiezioni, e indole tranquilla e repugnante alle avventure. Era pronto ad avversare la Corte fino allo estremo nella Camera deʼ Lordi e con scritti anonimi, ma poco disposto a cangiare i suoi ozi signorili per la mal sicura ed agitata vita di cospiratore, a porsi nelle mani deʼ complici, a vivere in perenne timore dello arrivo dʼun mandato dʼarresto e deʼ regii messaggieri, e forse anco di finire i suoi giorni sul palco, o di vivere accattando in qualche appartata via dellʼAja. E però disse poche parole che chiaramente significavano la sua ripugnanza a conoscere le arcane intenzioni deʼ suoi più arditi e impetuosi amici. Sidney lo intese, e tacque.[416]V. Si rivolse quindi a Danby, ed ebbe miglior ventura. E veramente il pericolo e lo eccitamento, che riuscivano insoffribili alla mente di Halifax più delicatamente organizzata, erano dʼirresistibile fascino allo audace ed attivo spirito di Danby. I differenti caratteri di questi due uomini di Stato si leggevanoneʼ loro visi. Il ciglio, lʼocchio e la bocca di Halifax indicavano un potente intelletto, e uno squisito senso di scherzo; ma la sua espressione era quella dʼuno scettico, dʼun voluttuoso, dʼun uomo ripugnante a rischiare tutto in una sola partita, o ad essere martire dʼun principio. Chi conosce le fattezze di Halifax non maraviglierà che sopra tutti gli scrittori egli si dilettasse di Montaigne.[417]Danby era uno scheletro; e la sua faccia scarna e solcata di rughe, benchè bella e nobile, esprimeva esattamente lʼacutezza della sua intelligenza e la sua irrequieta ambizione. Una volta ei si era già inalzato dalla oscurità ai fastigi del potere; ne era caduto a capofitto; aveva corso pericolo di vita; aveva passati degli anni in carcere; adesso era libero: ma ciò non lo appagava: egli ardeva di farsi nuovamente grande. Fedele alla Chiesa Anglicana, e ostile alla influenza francese, non poteva sperare di divenire grande in una Corte brulicante di Gesuiti ed ossequiosa alla Casa deʼ Borboni. Ma sʼegli fosse parte precipua dʼuna rivoluzione che farebbe svanire i disegni deʼ Papisti, che porrebbe fine al vassallaggio sotto il quale la Inghilterra da lunghi anni gemeva, e trasferirebbe la potestà regia a due anime illustri da lui unite in matrimonio, potrebbe risorgere dalla oscurità con nuovo splendore. I Whig, lʼanimosità deʼ quali, nove anni innanzi, lo aveva cacciato dallʼufficio, congiungerebbero, alla sua avventurata riapparizione, i loro applausi agli applausi deʼ Cavalieri suoi vecchi amici. Già egli sʼera pienamente riconciliato con uno deʼ precipui personaggi che lo avevano messo in istato dʼaccusa, cioè col conte di Devonshire. Entrambi si erano incontrati in un villaggio nel Peak, e sʼerano ricambiati assicurazioni di benevolenza. Devonshire aveva francamente confessato che i Whig erano rei dʼuna grande ingiustizia, ma aveva dichiarato che adesso confessavano dʼavere errato. Danby, dal canto suo, aveva qualche ritrattazione a fare. Un tempo aveva professato, o simulato di professare la dottrina dellʼobbedienza passiva nel senso più esteso del vocabolo. Mentre egli era ministro e con la suasanzione era stata proposta una legge, la quale ove fosse stata approvata, avrebbe escluso dal Parlamento e dagli uffici chiunque avesse ricusato di dichiarare con giuramento la illegalità della resistenza. Ma il suo vigoroso intendimento, ora affatto desto per lʼansietà del bene pubblico e del proprio, non poteva lasciarsi ingannare, se pure lo avea mai fatto innanzi, da cotali fanciullesche fallacie.VI. Il perchè assentì, senza andirivieni, alla congiura, e sforzossi di trarvi dentro Compton Vescovo di Londra, già sospeso, e non incontrò difficoltà veruna a riuscirvi. Non vʼera prelato che al pari di Compton avesse patito la ingiustizia del Governo; nè vʼera prelato che potesse tanto sperare da un rivolgimento; imperciocchè egli aveva diretta la educazione della Principessa dʼOrange, e credevasi che ne avesse in larga misura la fiducia. Come i suoi confratelli egli, finchè non fu oppresso, aveva insegnato essere delitto resistere alla oppressione; ma dacchè gli fu forza appresentarsi allʼAlta Commissione, un nuovo raggio di luce scese a stenebrargli la mente.VII. Danby e Compton desideravano avere Nottingham compagno alla impresa. Gli apersero intieramente il disegno, e quei lo approvò. Ma dopo pochi giorni cominciò a sentirsi inquieto. Non aveva mente abbastanza forte da emanciparsi dai pregiudicii della educazione. Andò in giro da un teologo ad un altro proponendo loro con parole generali casi ipotetici di tirannia, e chiedendo se in simili casi la resistenza fosse legittima. Le risposte che nʼebbe accrebbero la irrequietudine dellʼanimo suo, finchè disse ai suoi complici di non potere andare più oltre con essi. Se lo stimavano capace di tradirli, potevano pugnalarlo, chè non gli avrebbe biasimati, imperocchè tirandosi indietro dopo essersi spinto tanto innanzi, aveva loro dato diritto sopra la sua vita. Gli assicurò nondimeno che non avevano nulla a temere da lui; chʼegli manterrebbe il segreto; desiderava loro prospera fortuna, ma la sua coscienza non gli consentiva di partecipare ad una ribellione. Ascoltarono siffatte parole con sospetto e con isdegno. Sidney, le cui idee intorno agli scrupoli di coscienza, eranoestremamente vaghe, scrisse al Principe che Nottingham sʼera impaurito. È debito di giustizia, nondimeno, il confessare che tutta la vita di Nottingham fu tale che ci è forza credere la sua condotta in questa circostanza, quantunque poco savia e irresoluta, essere stata onestissima.[418]Gli agenti del Principe ebbero miglior ventura con Lord Lumley, il quale, non ostanti i grandi servigi da lui resi nel tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, sapeva dʼessere abborrito in Whitehall non solo come eretico, ma come rinnegato, e per ciò era più ardente che non fossero la maggior parte deʼ nati Protestanti, a prendere le armi in difesa del Protestantismo.[419]VIII. Nel mese di giugno le ragunanze deʼ congiurati furono frequenti; e fecero il passo decisivo nellʼultimo giorno del mese, in quel giorno stesso in che i Vescovi furono dichiarati innocenti. Spedirono allʼAja un invito formale ricopiato da Sidney, ma composto da qualcuno più esperto di lui nellʼarte di scrivere. In quel documento assicurano a Guglielmo che diciannove ventesimi del popolo inglese erano desiderosi di un mutamento, e coopererebbero ad effettuarlo solo che potessero ottenere di fuori il soccorso di una forza bastevole a impedire che coloro i quali corressero alle armi fossero dispersi e macellati innanzi che si potessero in un modo qualunque militarmente ordinare. Se Sua Altezza approdasse allʼisola accompagnato da una schiera di soldati, le genti a migliaia correrebbero a porsi sotto la sua bandiera; sì che bene presto si vedrebbe alla testa di forze assai superiori allo esercito regio dellʼInghilterra. Oltre di che il Governo non poteva implicitamente essere sicuro della obbedienza di cotesto esercito. Gli ufficiali erano malcontenti; e i soldati sentivano contro il papismo quella avversione che era comune a tutta la classe dalla quale erano stati presi. Nella flotta il sentimento protestante era anche più forte. Importava singolarmente fare un passo decisivo mentre le cose erano in tali condizioni. La impresa diverrebbe vie maggiormente arduaove venisse differita fino a che il Re, riformando borghi e reggimenti, mettesse insieme un parlamento ed una armata sopra cui potesse riposare. I cospiratori, quindi, supplicavano il Principe di venire fra loro al più tosto possibile. Gli davano parola dʼonore che si sarebbero associati a lui; e imprendevano a trarre al partito tanto numero di persone da poterle impunemente rendere partecipi di un così grave e pericoloso secreto. Rispetto ad una sola cosa si credevano in debito di rimostrare con sua Altezza, cioè di non essersi giovato della opinione che la massima parte del popolo inglese aveva intorno al nascimento del regio infante, e dʼavere, invece, mandate congratulazioni a Whitehall, quasi sembrasse riconoscere che il neonato, che chiamavasi Principe di Galles, fosse il legittimo erede del trono. Ciò era un grave errore ed aveva intiepidito lo zelo nel cuore di molti. Nè anche una in mille persone dubitava che lo infante fosse un intruso; e il Principe tradirebbe i propri interessi ove le sospettose circostanze che avevano accompagnato il parto della Regina, non primeggiassero fra le ragioni che lo costringevano a prendere le armi.[420]Cotesto scritto fu firmato in cifra dai sette capi della congiura, Shrewsbury, Devonshire, Danby, Lumley, Compton, Russell e Sidney. Herbert si tolse il carico di messaggiero. Ed essendo la sua commissione pericolosissima, si travestì da semplice marinaio ed approdò sicuro in Olanda il dì dopo finito il processo deʼ Vescovi. Appresentossi sullʼistante al Principe; il quale, chiamati a sè Bentinck e Dykvelt, si stette con loro parecchi giorni a deliberare. Prima conseguenza di ciò fu che più non si leggesse nella cappella della Principessa la preghiera pel Principe di Galles.[421]IX. Dalla consorte Guglielmo non poteva temere veruna opposizione. Lo intelletto di Maria era stato pienamente soggiogato da quello di lui; e ciò che è più estraordinario, egli ne acquistò intieramente lo affetto. Egli le teneva luogo di genitori, da lei perduti per morte e per allontanamento, difigli che il cielo aveva negati alle sue preci, e di patria dalla quale ella era bandita. Nel cuore di lei Guglielmo divideva lo impero soltanto con Dio. Probabilmente non portò mai vero affetto al padre da lei lasciato nella prima giovinezza, e da lunghi anni non riveduto: oltrechè dopo il suo matrimonio, Giacomo non le aveva mostrato segni di tenerezza, nè si era condotto in modo da destare teneri sentimenti nel cuore della figlia. Anzi fece ogni possibile sforzo a perturbarle la felicità domestica stabilendo nella stessa casa di Maria un sistema di spionaggio, di sorveglianza e di chiacchiericcio. Egli possedeva entrate molto maggiori di quelle deʼ predecessori suoi, ed aveva assegnato alla figlia minore una provvisione annua di quarantamila lire sterline:[422]ma la erede presuntiva del suo trono non aveva mai ricevuto da lui il minimo soccorso pecuniario, ed appena aveva i mezzi di poter fare una convenevole comparsa fra le principesse dʼEuropa. Erasi provata ad intercedere appo lui a favore di Compton suo precettore ed amico, il quale, accusato di non avere voluto commettere un atto di flagrante ingiustizia, era stato sospeso dalle funzioni episcopali: ma era stata respinta con mala grazia.[423]Dal giorno in cui sʼera chiaramente conosciuto che ella e il marito erano deliberati di non partecipare alla distruzione della Costituzione inglese, uno deʼ fini precipui della politica di Giacomo era stato quello di nuocere ad entrambi. Aveva richiamate le milizie inglesi dalla Olanda, congiurato con Tyrconnel e con la Francia contro i diritti di Maria, ordito trame per privarla almeno dʼuna delle tre Corone, che, alla morte di lui, le spettavano. Adesso credevasi da quasi tutto il popolo e da molti personaggi alto locati per grado e per abilità, che egli avesse introdotto nella famiglia regale un Principe di Galles supposto, onde privare della magnifica eredità la figliuola; e non vʼè ragione a dubitare chʼessa non partecipasse al comune sospetto. Era dunque impossibile che amasse un cotal padre. I suoi principii religiosi, a dir vero, erano siffattamente rigidi che probabilmente si sarebbe provata a compiere quello che ella considerava suo dovere anche verso un padre da leinon amato. Nondimeno nelle presenti circostanze giudicò che il diritto di Giacomo ad essere obbedito doveva cedere ad un altro più sacro diritto. E veramente tutti i teologi e pubblicisti concordano ad affermare che quando la figlia del principe dʼun paese è congiunta in matrimonio al principe dʼun altro, è tenuta a dimenticare il suo popolo e la famiglia paterna, e nel caso dʼuna rottura tra il suo marito e i suoi parenti, associarsi alle sorti del marito. Questa è la regola incontrastabile anche ove il marito abbia torto; ed a Maria la impresa meditata da Guglielmo sembrava non solo giusta, ma santa.X. E quantunque ella con ogni cura sʼastenesse dal fare o dal dire la più lieve cosa che potesse accrescere le difficoltà del consorte, coteste difficoltà erano veramente gravi; erano poco intese anco da coloro che lo avevano invitato, e sono state imperfettamente esposte da coloro che hanno scritta la storia della sua espedizione.Gli ostacoli che doveva aspettarsi dʼincontrare in Inghilterra, comecchè fossero i meno formidabili fraʼ molti che attraversavano il suo disegno, erano tuttavia gravi. Accorgevasi che sarebbe stata demenza imitare lo esempio di Monmouth, traversare il mare con pochi avventurieri inglesi, e sperare in una generale insurrezione delle popolazioni. Era necessario—e lo avevano detto tutti coloro dai quali egli era stato invitato—di condurre seco unʼarmata. E, così facendo, chi risponderebbe dello effetto che potrebbe produrre la comparsa di cosiffatta armata? Il Governo era giustamente odiato: ma il popolo inglese, non avvezzo a vedere mai le Potenze continentali immischiarsi nelle cose dʼInghilterra, guarderebbe di buon occhio un liberatore che venisse circondato da soldati stranieri? Se parte delle regie milizie facesse risolutamente fronte aglʼinvasori, non desterebbero esse ben presto la simpatia di milioni? Una sconfitta sarebbe fatale alla impresa. Una vittoria sanguinosa riportata nel cuore dellʼisola daʼ mercenari degli Stati Generali sopra le Guardie e le altre milizie del Re, sarebbe calamità grave quasi al pari dʼuna sconfitta; sarebbe la più cruda ferita inflitta allʼorgoglio della più orgogliosa tra le nazioni. Il principe non avrebbe mai portata con pace e sicurezza una corona siffattamente acquistata. Lʼodiocontro lʼAlta Commissione e i Gesuiti cederebbe il posto allʼodio più intenso che susciterebbero gli stranieri conquistatori; e molti che fino allora avevano sentito timore ed abborrimento per la Potenza francese, direbbero, che, ove fosse mestieri sopportare un giogo straniero, sarebbe minore ignominia sottoporsi alla Francia anzi che allʼOlanda.Tali considerazioni erano bastevoli a rendere inquieto lʼanimo di Guglielmo anche ove avesse potuto disporre di tutti i mezzi militari delle provincie Unite. Ma in verità pareva assai dubbio che ottenesse un solo battaglione. Tra tutte le difficoltà con le quali gli toccava lottare, la maggiore, benchè poco notata dagli Storici inglesi, sorgeva dalla costituzione stessa della Repubblica Batava. Nessuno Stato è mai esistito per lungo ordine dʼanni con un ordinamento politico egualmente inconvenevole. Gli Stati Generali non potevano fare guerra, pace, leghe, o imporre tasse senza il consenso degli Stati di ciascuna provincia. Gli Stati dʼuna provincia non potevano dare tale consenso senza quello di ogni municipio, che partecipava alla rappresentanza. Ciascun municipio, in un certo senso, era uno Stato sovrano, e come tale pretendeva al diritto di comunicare direttamente con gli Ambasciatori stranieri, e di stabilire con essi i mezzi a frustrare i disegni aʼ quali gli altri municipii intendevano. In alcuni Consigli municipali era potentissimo il partito che pel corso di varie generazioni sentiva gelosia della influenza dello Statoldero. Capi di questo partito erano i magistrati della nobile città dʼAmsterdam, la quale in queʼ tempi godeva della più grande prosperità. Dalla pace di Nimega in poi non avevano cessato mai di tenere amichevoli relazioni con Re Luigi per mezzo del suo esperto ed operoso ambasciatore il Conte dʼAvaux. Alcune proposte presentate dallo Statoldero come indispensabili alla sicurtà della Repubblica, sanzionate da tutte le provincie, tranne dagli Stati della Olanda, e sanzionate da diciassette deʼ diciotto Consigli municipali dʼOlanda, erano state più volte respinte dal solo voto dʼAmsterdam. Lʼunico rimedio costituzionale in simiglianti casi era quello di mandare i deputati delle città assenzienti alla città dissenziente onde fare una rimostranza. Il numero dei deputati era illimitato;potevano continuare a rimostrare per quanto tempo credessero necessario; e intanto la città che ostinavasi a non cedere ai loro ragionamenti era tenuta a mantenerli a sue spese. Questo modo assurdo di coartare era stato una volta sperimentato con esito prospero nella piccola città di Gorkum, ma non era verosimile che riuscisse efficace nella potente e ricca Amsterdam, famosa in tutto il mondo per i suoi bacini popolati di navi, i suoi canali circondati da vaste magioni, il sue maestoso palazzo governativo coperto da cima a fondo di peregrini marmi, i suoi magazzini ripieni dei più costosi prodotti di Ceylan e di Surinam, e la sua Borsa che perpetuamente risonava di tutti glʼidiomi parlati dalle nazioni civili.[424]Le contese tra la maggioranza che spalleggiava lo Statoldero, e la minoranza capitanata daʼ magistrati dʼAmsterdam erano più volte trascorse tanto oltre da far temere inevitabile lo spargimento del sangue. Una volta, il Principe tentò di punire come traditori i deputati disubbidienti; unʼaltra, le porte dʼAmsterdam gli vennero chiuse in faccia, e si fecero leve di milizie per difendere i privilegi del Consiglio Municipale. E però non era verosimile che i rettori di quella grande città consentissero ad una impresa grandemente offensiva a Luigi da essi cotanto corteggiato, impresa che probabilmente ingrandirebbe la Casa dʼOrange da essi abborrita. Nulladimeno senza cotesto consenso la impresa non poteva legalmente eseguirsi. Vincere con la forza la opposizione loro, era un partito al quale, in circostanze diverse, lʼinflessibile e audace Statoldero non avrebbe sdegnato dʼappigliarsi. Ma in quel momento egli era importantissimo schivare con sommo studio ogni atto che avesse sembianza di tirannesco. Non poteva rischiarsi a violare le leggi fondamentali della Olanda nellʼistante medesimo in cui egli era per isnudare la spada contro il suocero che violava le leggi fondamentali della Inghilterra. Il rovesciare con violenza una libera Costituzione sarebbe stato uno strano preludio a ristabilirne violentemente unʼaltra.[425]E vʼera anche unʼaltra difficoltà, pochissimo notata dagli scrittori inglesi, alla quale Guglielmo teneva sempre fitta la mente. Nella spedizione che egli meditava, poteva aver prospero successo solamente appellandosi al sentimento protestante dellʼInghilterra, e stimolandolo finchè divenisse, per un certo tempo, il dominante e quasi esclusivo sentimento della nazione. Ciò sarebbe stato agevolissimo qualora lo scopo di tutta la sua politica fosse stato di produrre un rivolgimento nella isola nostra e regnarvi. Ma contemplava un altro fine chʼegli poteva conseguire con lo aiuto deʼ principi, sinceri credenti nella Chiesa di Roma. Voleva congiungere lo Impero, il Re Cattolico, e la Santa Sede insieme con lʼInghilterra e la Olanda in una lega contro la preponderanza francese. Era quindi mestieri che, mentre vibrava il più gran colpo che fosse mai dato in difesa del protestantismo, si studiasse a non perdere il buon volere di queʼ Governi che consideravano il protestantismo come mortale eresia.Erano coteste le complicate difficoltà della grande impresa. Gli statisti del continente ne vedevano una parte; gli Inglesi unʼaltra. Solo una mente vasta e vigorosa le comprese tutte, e deliberò di vincerle. Non era agevole rovesciare il Governo inglese per mezzo dʼunʼarmata straniera senza offendere lʼorgoglio nazionale degli Inglesi. Non era agevole ottenere dalla fazione Batava, partigiana della Francia e avversa alla Casa dʼOrange, il consenso ad una impresa che distruggerebbe tutti i disegni della Francia e inalzerebbe a grandezza la Casa dʼOrange. Non era agevole condurre i Protestanti entusiasti in una crociata contro il Papismo col plauso di quasi tutti i governi papisti e del Papa stesso. E nondimeno Guglielmo compiè tutte le sopradette cose. Tutti i suoi fini, anche quelli che sembravano singolarmente incompatibili fra loro, egli raggiunse pienamente e a un tratto. Le storie degli antichi e deʼ moderni tempi non ricordano un simile trionfo di sapienza politica.Lʼopera sarebbe veramente stata difficile anche per un uomo di Stato qual era il Principe dʼOrange, ove i suoi precipui oppositori non si fossero trovati in preda ad unʼebbrezza tale che da molti, non inchinevoli alla superstizione, fu attribuitaa singolare giudizio di Dio. Il Re dʼInghilterra non solo fu, come era sempre stato, stupido e testardo: ma perfino i consigli dello astuto Re di Francia parvero dettati dalla insania. Guglielmo fece ogni sforzo possibile di saviezza e dʼenergia. Ma i suoi nemici posero ogni studio a sgombrargli il terreno di quegli ostacoli cui nessuna saviezza od energia avrebbe potuto vincere.XI. Nel gran giorno in cui furono assoluti i Vescovi, e spedito lo invito allʼAja, Giacomo, tristo ed agitato, da Hounslow fece ritorno a Westminster. E non ostante che si sforzasse di mostrarsi in lieto aspetto,[426]i fuochi di gioia, le bombe, e soprattutto il bruciamento delle immagini del Papa in ogni quartiere di Londra non erano cose da addolcirgli lʼanimo. Coloro che lo avevano veduto la mattina, poterono leggergli nel viso e nel portamento le violente emozioni che gli perturbavano la mente.[427]Per varii giorni parve così ripugnante a parlare del processo, che nè anco Barillon potè rischiarsi a fargliene motto.[428]Tosto cominciò a farsi manifesto come la sconfitta e la mortificazione avessero indurito il cuore del Re. Le prime parole che egli profferì appena seppe che le vittime erano campate dagli artigli della sua vendetta, furono: «Peggio per loro!» In pochi giorni chiaramente si vide quale fosse il significato di coteste parole, da lui, secondo il costume, ripetute molte volte. Accusava sè stesso non dʼavere perseguito i Vescovi, ma dʼaverlo fatto dinanzi a un tribunale, dove le questioni di fatto erano decise dai giurati, e dove i principii stabiliti dalla legge non potevano porsi in non cale nemmeno daʼ giudici più servili. Deliberò adunque di rimediare a tanto errore. Non solo i sette prelati che avevano firmata la petizione, ma tutto il Clero Anglicano avrebbero ragione di maledire quel giorno in cui avevano riportato vittoria sopra il loro sovrano. Circa quindici giorni dopo il processo, fu emanato un ordine che ingiungeva a tutti i Cancellieri della Diocesi e a tutti gli Arcidiaconi di fare stretta inquisizione intutti i luoghi soggetti alla giurisdizione loro, e riferire allʼAlta Commissione, entro cinque settimane, i nomi di queʼ rettori, vicari e curati, che avevano ricusato di leggere la Dichiarazione dʼIndulgenza.[429]Il Re godeva immaginando il terrore che sentirebbero i colpevoli vedendosi citati dinanzi ad un tribunale che loro non avrebbe dato quartiere.[430]Il numero deʼ rei era quasi, o senza quasi, dieci mila: e dopo ciò chʼera accaduto al Collegio della Maddalena, ciascuno di loro poteva a ragione aspettarsi dʼessere interdetto da tutte le sue funzioni spirituali, privato del suo benefizio, dichiarato incapace di occuparne qualunque altro, e obbligato a pagare le spese del processo che lo aveva ridotto a mendicare.XII. Tale era la persecuzione che Giacomo, fremente di rabbia per la sconfitta ricevuta a Westminster Hall, aveva pensato di far piombare sopra il clero. Intanto si provò di mostrare ai legali con una spicciativa distribuzione di premii e di castighi, che una intrepida e svergognata servilità anche con poco prospero esito, era argomento sicuro per meritarsi il regio favore; e chiunque, dopo anni di ossequiosità, si attentasse deviare dʼun attimo per far mostra di onestà o di coraggio, rendevasi reo dʼimperdonabile offesa. La violenza e lʼaudacia che lo apostata Williams aveva mostrato nel processo deʼ Vescovi lo aveva reso segno allʼodio della intera nazione.[431]Il re lo rimeritò col farlo baronetto. Holloway e Powell avevano scemata alquanto la propria infamia dichiarando che, secondo il loro giudizio, la petizione non era un libello. Il Re li destituì.[432]Le sorti di Wright sembrarono per qualche tempo ondeggiare nella incertezza. Nel riassunto chʼei fece della discussione sʼera mostrato avverso aʼ Vescovi: ma aveva tollerato che gli avvocati loro ponessero in questione la potestà di dispensare. Aveva detto che la petizione era un libello: ma a bello studio erasi astenuto dal chiamare legale la Dichiarazione; e per tutto il corso del processo il suo contegnoera stato quello di chi ricordi che potrà giungere il giorno di renderne conto. A dir vero, egli era ben meritevole dʼindulgenza; imperocchè mal poteva aspettarsi che vi fosse al mondo impudenza tale da star salda senza traballare un momento al cospetto di tali giureconsulti e dʼun tanto uditorio. Nondimeno i membri della cabala gesuitica lo accusarono di pusillanimità; il Cancelliere gli dètte del somaro; ed era opinione generale che verrebbe nominato un nuovo Capo Giudice.[433]Ma non seguì nessun cangiamento. E davvero non sarebbe stata lieve impresa il supplire al posto di Wright. I molti giurati che erano a lui superiori per abilità e per dottrina, quasi senza nessuna eccezione, procedevano avversi ai disegni del Governo; e i pochi che lo vincevano per turpitudine e sfrontatezza, quasi senza nessuna eccezione, trovavansi solo negli infimi gradi del ceto legale, e sarebbero stati incompetenti a condurre gli affari ordinarii della Corte del Banco del Re. Egli è vero che Williams aveva tutte le qualità che Giacomo richiedeva in un magistrato; ma i suoi servigi erano necessari alla barra; e qualora lo avessero da quivi rimosso, la Corona sarebbe rimasta senza il concorso di un solo avvocato nè anche di terzo ordine.A nullʼaltra cosa il Re era rimasto attonito e mortificato quanto al vedere lo entusiasmo deʼ Dissenzienti nella causa deʼ Vescovi. Penn, il quale quantunque avesse sacrificato ricchezze ed onorificenze agli scrupoli della coscienza, sembrava immaginare che nessuno altri che lui avesse coscienza, attribuì il malcontento deʼ Puritani ad invidia e ad ambizione non appagata. Essi non avevano partecipato ai benefizi promessi loro dalla Dichiarazione dʼIndulgenza: nessuno di loro era stato elevato ad alti ed onorevoli uffici; per la qual cosa non era strano che fossero gelosi deʼ Cattolici Romani. Pochissimi giorni dopo finito il processo deʼ Vescovi, Silas Titus, cospicuo presbiteriano, virulento esclusionista, e uno degli accusatori di Stafford, fu invitato ad occupare un seggio nel Consiglio Privato. Egli era uno di coloro sopra i quali lʼopposizione con grande fiducia riposava. Ma la dignità offertagli, e la speranza di riavere una grossa somma di pecunia dovutagli dallaCorona, vinsero la sua virtù, e con estremo disgusto di tutti i Protestanti, prestò il giuramento.[434]XIII. I disegni vendicativi del Re contro la Chiesa non ebbero effetto. Quasi tutti gli Arcidiaconi e Cancellieri diocesani ricusarono di dare le richieste informazioni. Giunto il giorno che il Governo aveva stabilito a citare tutto il clero per render conto del delitto di disobbedienza, lʼAlta Commissione ragunossi, e trovò che quasi nessuno degli ufficiali ecclesiastici aveva trasmesso la relazione ordinata. Nel tempo stesso fu deposta sul Banco una scrittura di grave importanza. La mandava Sprat Vescovo di Rochester. Pel corso di due anni, lusingato dalla speranza dʼun arcivescovato, erasi sobbarcato al rimprovero di perseguitare quella Chiesa che egli era tenuto con ogni obbligo di coscienza e dʼonore a difendere. Ma, disilluso nella sua speranza, sʼaccôrse che ove non abiurasse la sua religione, non avrebbe probabilità di ascendere alla sede metropolitana di York. Era di tanto buona indole che non poteva godere della tirannide, ed aveva tanto discernimento da vedere i segni della vicina retribuzione. Per lo che deliberò di rinunciare al suo odioso ufficio: e comunicò la sua deliberazione ai colleghi con una lettera, scritta, al pari di tutti i suoi componimenti in prosa, con grande proprietà e dignità di stile. Diceva essergli impossibile continuare più oltre a sedere nella Commissione: avere egli, per obbedire ai comandamenti sovrani, letta la Dichiarazione: ma non poter presumere di condannare migliaia di pii e leali ecclesiastici, i quali ravvisavano in diverso aspetto la cosa; e poichè si voleva punirli per avere agito secondo la loro coscienza, ei dichiarava essere pronto a soffrire con loro più presto che farsi strumento deʼ loro danni.I Commissarii lessero e rimasero sbalorditi. Gli errori del loro collega, la conosciuta scioltezza deʼ suoi principii, la conosciuta bassezza del suo animo, davano maggior peso alla sua defezione. È mestieri che un Governo sia in vero pericolo quando un nomo come Sprat gli favella col linguaggio di Hampden. Il tribunale, dianzi così insolente, a un tratto invilì.Gli ecclesiastici che ne avevano sfidata lʼautorità, non furono nè anco rimproverati. Non fu reputato savio consiglio sospettare minimamente che si fossero di proposito mostrati disobbedienti; fu loro semplicemente ingiunto di mandare le relazioni dentro quattro mesi. La Commissione poi si sciolse singolarmente perturbata come quella che aveva ricevuto un colpo mortale.[435]XIV. Mentre lʼAlta Commissione retrocedeva da un conflitto con la Chiesa, la Chiesa, con la coscienza della propria forza ed animata da nuovo entusiasmo, provocò con parecchie disfide lʼAlta Commissione allo assalto. Tosto dopo lʼassoluzione deʼ Vescovi, il venerabile Ormond, il più illustre deʼ Cavalieri della gran guerra civile, soccombeva al peso delle sue infermità. La nuova della sua morte fu speditamente trasmessa ad Oxford. Sullʼistante la Università della quale egli da lungo tempo era stato Cancelliere, ragunossi per eleggere il successore. Un partito voleva lo eloquente ed egregio Halifax, un altro il grave ed ortodosso Nottingam. Alcuni rammentarono il Conte dʼAbingdon che abitava lì vicino ed era stato pur allora destituito dalla Luogotenenza della Contea per non avere voluto secondare il Re contro la religione dello Stato. Ma la maggioranza, composta di centottanta graduati, votò a favore del giovine Duca dʼOrmond, nipote del defunto, e figlio del valoroso Ossory. La fretta con che eseguirono la elezione nacque dal timore che, indugiando un solo giorno, il Re potesse imporre loro qualche candidato che tradirebbe i loro diritti. Siffatto timore era ben ragionevole: imperciocchè solo due ore dopo sciolta lʼadunanza, giunse un ordine da Whitehall che richiedeva eleggessero Jeffreys. Per buona sorte la elezione del giovane Ormond era già irrevocabilmente fatta.[436]Alquanti giorni dopo lʼinfame Timoteo Hall, il quale sʼera reso notevole fra il clero di Londra leggendo la Dichiarazione, fu rimunerato col vescovato di Oxford che era rimasto vacante dopo la morte del non meno infame Parker. Hallgiunse alla sua sede: ma i canonici della cattedrale ricusarono di assistere alla sua istallazione. La Università non volle concedergli il titolo di Dottore: nè anche uno degli scolari ricorse a lui per gli ordini sacri: nessuno gli faceva di cappello; ed ei si trovò solo dentro il suo palazzo.[437]Tosto dopo il Collegio della Maddalena doveva disporre dʼun benefizio vacante. Hough e i suoi cacciati confratelli ragunaronsi e proposero un chierico; il vescovo di Gloucester, nella cui diocesi era quel benefizio, diede senza esitare la investitura allo eletto.[438]XV. I gentiluomini non erano meno riottosi del clero. I tribunali in quella estate avevano in tutto il paese un insolito aspetto. Ai giudici, innanzi di mettersi in giro, era stato ordinato di presentarsi al Re, il quale aveva loro fatto comandamento dʼispirare ai grandi giurati, in tutto il Regno, il dovere di eleggere rappresentanti al Parlamento disposti a secondare la sua politica. Essi obbedirono declamando con veemenza contro il clero, ingiuriando i vescovi, chiamando la memoranda petizione libello sedizioso, criticando aspramente lo stile di Sancroft, il quale, a dir vero, offriva pretesto alla critica, e dicendo che monsignore meritava le sferzate per mano del Dottore Busby per avere scritto in cattivo inglese. Ma il solo effetto di cotali indecenti declamazioni fu dʼaccrescere il malcontento del popolo. Furono loro negate tutte le dimostrazioni di quella riverenza che il popolo soleva mostrare alla dignità giudiciale ed alla regia Commissione. Era antica usanza che uomini rispettabili per nascita e ricchezza si unissero a cavallo con lo Sceriffo quando egli scortava i giudici alla città della Contea; ma siffatta processione adesso non fu possibile formare in nessuna parte del reame. I successori di Powell e di Holloway segnatamente furono trattati con notevole dispregio. Era loro stato assegnato il giro dʼOxford; aspettavansi dʼessere accolti in ogni Contea da una cavalcata di gentiluomini realisti; ma come si appressarono a Wallingford, dove dovevano aprire la loro commissione per Berkshire, il solo Sceriffo uscì loro incontro. Come si avvicinaronoad Oxford, la metropoli eminentemente realista di una eminentemente realista provincia, furono anche quivi incontrati dal solo Sceriffo.[439]XVI. Lʼesercito non era meno disaffezionato del clero e deʼ gentiluomini. Il presidio della Torre aveva bevuto alla salute deʼ vescovi prigioni. Le Guardie a piedi in Lambeth avevano con ogni dimostrazione di rispetto salutato il Primate che faceva ritorno al suo palazzo. In nessun luogo quanto nel campo di Hounslow Heath la nuova della liberazione deʼ vescovi era stata accolta con più clamorosa gioia. In verità le grandi forze che il Re aveva ragunate a fine dʼatterrire la ricalcitrante metropoli erano divenute più ricalcitranti alla metropoli stessa, ed incuteveno maggior timore alla Corte, che ai cittadini. Per lo che in sul principio dʼagosto il campo fu sciolto, e le truppe furono acquartierate in varie parti del Regno.[440]Giacomo lusingavasi che sarebbe più agevole governare separati battaglioni, che molte migliaia dʼuomini insieme raccolti. Volle farne esperienza col reggimento di fanteria comandato da Lord Lichfield, e che ora chiamasi Duodecimo di Linea. Lo scelse probabilmente per essere stato creato a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, nella Contea di Stafford, dove i Cattolici Romani erano più numerosi e potenti che quasi in ciascuna altra parte della Inghilterra. I soldati furono schierati alla presenza del Re. Il Maggiore disse loro che Sua Maestà desiderava chʼessi firmassero una scritta con la quale obbligavansi a secondarlo nel mandare ad esecuzione i suoi intendimenti rispetto allʼAtto di Prova, e che coloro ai quali piacesse di non obbedire, lasciassero in sullʼistante il servigio. Il Re rimase sommamente attonito vedendo intiere file di soldati porre giù le picche e gli archibugi. Solo due ufficiali e pochi comuni, tutti Cattolici, obbedirono. Egli rimase per poco in silenzio: poi comandò ai disobbedienti di ripigliare le armi loro, e con irato ciglio disse: «unʼaltra volta non vi farò più lʼonore di consultarvi.»[441]Chiaro vedevasi che essendo egli deliberato a persistere nel suo proposito, gli era mestieri riformare lo esercito. Se non che a ciò fare non poteva trovare i mezzi nellʼisola nostra. I membri della sua Chiesa, anche neʼ distretti dove erano più numerosi, erano una piccola minoranza rispetto alla popolazione. Lʼodio contro il papismo erasi sparso in tutte le classi deʼ Protestanti, ed era divenuto la suprema passione perfino negli agricoltori e negli artigiani. Ma in unʼaltra parte deʼ suoi dominii la maggioranza del popolo era animata da spirito assai differente. Non vʼera limite al numero deʼ soldati cattolici che la buona paga e i quartieri in Inghilterra attirerebbero al di qua del Canale di San Giorgio. Tyrconnel per qualche tempo aveva posto ogni cura a formare dal contadiname della sua patria una forza militare della quale il suo signore potesse fidarsi. Già quasi tutta lʼarmata dʼIrlanda era composta di papisti Celti per sangue e per lingua. Barillon più volte fervidamente consigliò Giacomo a condurre in Inghilterra quellʼarmata per coartare glʼInglesi.[442]XVII. Giacomo tentennava. Voleva essere circondato da milizie sopra le quali potesse riposare: ma temeva lʼesplosione del sentimento nazionale che si sarebbe manifestato al comparire dʼuna gran forza irlandese sopra il suolo dʼInghilterra. In fine, come segue spesso allorquando una mente debole si prova di schivare due opposte inconvenienze, egli sʼattenne ad un partito che le congiunse tutte quante. Fece venire tanti Irlandesi quanti non bastavano a tenere sottomessa la sola città di Londra, o la sola Contea di York, ma più che bastevoli a destare rabbia e paura in tutto il Regno da Northumberland fino a Cornwall. Un battaglione dopo lʼaltro, composti e disciplinati da Tyrconnel, approdavano sulle coste occidentali e movevano verso la metropoli; e furono fatte venire non poche reclute irlandesi per riempire i vuoti deʼ reggimenti inglesi.[443]Tra tutti gli errori commessi da Giacomo nessuno fu piùfatale di questo. Già aveva perduto lo affetto del suo popolo violando le leggi, confiscando gli averi e perseguitando la religione. Nel cuore di coloro, che un tempo erano stati fervidi zelatori della monarchia, aveva già posto i semi della ribellione. E nondimeno poteva ancora, con qualche probabilità di buona riuscita, rivolgersi allo spirito patriottico deʼ suoi sudditi contro un invasore; perocchè erano razza isolana per indole e geografica posizione. Le loro antipatie nazionali in quella età erano, per vero dire, irragionevolmente forti. GlʼInglesi non erano assuefatti al freno e allo immischiarsi dello straniero. La comparsa dʼunʼarmata forestiera nellʼisola loro gli avrebbe spinti a correre sotto il vessillo dʼun Re chʼessi non avevano ragione di amare. Guglielmo forse non avrebbe potuto vincere un tale ostacolo; ma Giacomo lo tolse di mezzo. Nemmeno lʼarrivo di una brigata di moschettieri del Re Luigi avrebbe destato risentimento e vergogna quanto ne sentirono i nostri antenati allorchè videro le schiere deʼ Papisti, pur allora giunti da Dublino, marciare con pompa militare lungo le vie maestre. Niun uomo di sangue inglese considerava come compatriotti glʼIrlandesi aborigeni. Essi non appartenevano alla nostra razza; erano distinti da noi per più particolarità morali e intellettuali, che la diversità delle condizioni e della educazione, per quanto fosse grande, non bastava a spiegare. Avevano aspetto e idioma tutto proprio. Quando parlavano inglese, la loro pronunzia era ridicola; le loro frasi grottesche, come sempre sono le frasi di chi pensi in una lingua ed esprima i propri pensieri in unʼaltra. Per la qual cosa per noi essi erano stranieri; e di tutti gli stranieri erano i più odiati e tenuti in dispregio: i più odiati, perocchè per cinque secoli erano sempre stati nostri nemici; i più tenuti in dispregio, perocchè erano nostri nemici vinti, resi schiavi e spogliati. Lo Inglese paragonava con orgoglio i propri campi colle desolate lande, donde sbucavano i banditi a rubare ed assassinare, e la propria abitazione coʼ tuguri dove il villano e il maiale di Shannon sʼavvoltolavano insieme nel sudiciume. Egli apparteneva ad una società molto inferiore certamente per ricchezza e civiltà a quella in che noi viviamo, ma tuttavia a una delle più opulente e incivilite società delmondo: glʼIrlandesi erano rozzi quasi al pari deʼ selvaggi di Labrador. Egli era uomo libero: glʼIrlandesi erano servi ereditari della razza inglese. Egli adorava Dio con un culto puro e ragionevole: glʼIrlandesi giacevano immersi nella idolatria e nella superstizione. Egli sapeva che grandi torme dʼIrlandesi erano spesso fuggite dinanzi ad una mano dʼInglesi, e che la intera popolazione dʼIrlanda era stata tenuta in freno da una piccola colonia inglese: e compiacevasi a concludere chʼegli nellʼordine di natura era un essere più elevato dello Irlandese: imperocchè in tal guisa una razza dominante sempre spiega la sua superiorità ed escusa la sua tirannia. Nessuno oggimai nega agli Irlandesi vivacità, brio, eloquenza, fra le nazioni del mondo: cento campi di battaglia testificano che essi, ove abbiano buona disciplina, sono strenui soldati. Nondimeno egli è certo, che un secolo e mezzo fa erano generalmente spregiati nella isola nostra come gente stupida e codarda. E questi erano gli uomini che dovevano tenere in freno la Inghilterra a viva forza, mentre compivasi la distruzione della libertà e della Chiesa sue! Al solo pensiero ribolliva il sangue nelle vene dʼogni Inglese. Essere vinti daʼ Francesi o dagli Spagnuoli sarebbe, in paragone, sembrato un destino tollerabile. Noi eravamo assuefatti a trattare da pari a pari coʼ Francesi e con gli Spagnuoli. Ne avevamo ora invidiata la prosperità, ora temuta la potenza, ora gioito della loro amicizia. In onta al nostro insocievole orgoglio, le consideravamo come grandi nazioni, e non negavamo che andavano gloriose di uomini insigni nelle arti della guerra e della pace. Ma essere soggiogati da una casta inferiore era avvilimento oltre ogni credere grandissimo. GlʼInglesi provavano quel sentimento che proverebbero gli abitatori di Charleston e della Nuova Orleans, se quelle città fossero occupate da un presidio di Negri. I fatti genuini sarebbero stati sufficienti a suscitare inquietudine e sdegno: ma cotesti fatti erano inoltre adulterati da mille sinistre finzioni che correvano di caffè in caffè, di bettola in bettola, e andando diventavano sempre più terribili. Il numero delle truppe irlandesi venute fra noi poteva suscitare ragionevole e grave timore rispetto aʼ disegni del Re: ma era ingrandito dieci volte più dal pubblico timore. Potevabene supporsi che il rozzo fantaccino di Connaught posto con lʼarmi in mano fra mezzo a un popolo straniero che egli odiava e dal quale egli era odiato, commettesse qualche eccesso. Ma tali eccessi venivano esagerati narrandoli; e per giunta agli oltraggi che lo straniero aveva veramente commessi, gli venivano attribuiti tutti i delitti deʼ suoi camerati inglesi. Da ogni parte del Regno sorse un grido contro i barbari forestieri che invadevano le case private, prendevano barocci e cavalli, estorcevano danari ed insultavano donne. Dicevasi che cotesti uomini fossero i figliuoli di coloro, che quarantasette anni innanzi avevano fatto strage di migliaia di Protestanti. La ribellione del 1641, la quale anche narrata con calma susciterebbe pietà ed orrore, e che era stata bruttamente esagerata daʼ nazionali e religiosi rancori, era adesso divenuta la materia prediletta delle conversazioni. Spaventevoli storielle di case bruciate con le famiglie dentro, di donne e fanciulli macellati, di consanguinei costretti dalla tortura ad assassinarsi a vicenda, di cadaveri oltraggiati e mutilati, erano narrate e udite con piena credenza e vivo interesse. Aggiungevasi poi che i codardi selvaggi che avevano di sorpresa commesse tutte coteste crudeltà sopra una colonia senza sospetto e priva dʼogni difesa, appena Cromwell si fu mostrato fra loro a farne vendetta, percossi da subito terrore, avevano messe giù le armi, e senza nè anche tentare le sorti di un solo combattimento erano ricaduti nel ben meritato servaggio. A molli indizi prevedevasi che il Lord Luogotenente meditava unʼaltra grande spoliazione e strage della colonia Sassone. Già migliaia di coloni protestanti, fuggendo la ingiustizia e la insolenza di Tyrconnel, avevano riacceso lo sdegno della madre patria narrando tutto ciò che avevano sofferto, e tutto ciò che avevano, con troppa ragione, temuto. Fino a che segno lʼopinione pubblica fosse stata esasperata dalle querimonie deʼ fuggitivi era stato di recente mostrato in modo da non indurre in errore. Tyrconnel aveva mandato per essere approvata dal Re una proposta di revoca della legge che assicurava il possesso di mezzo il suolo dʼIrlanda, e aveva spediti a Westminster due agenti cattolici suoi concittadini che erano stati inalzati ad alti uffici nellʼordine giudiciario: Nugent, Capo-Giudicedella Corte del Banco del Re in Irlanda, uomo che personificava tutti i vizi e le debolezze che glʼInglesi reputavano come facienti il carattere del papista celtico; e Rice, uno deʼ Baroni dello Scacchiere Irlandese, uomo che per abilità e cognizioni era il primo fraʼ suoi compatriotti e correligionari. Lo scopo della missione era a tutti noto; e i due giudici non potevano rischiarsi a comparire in pubblico. La plebaglia, riconoscendoli, gridava: «Fate largo agli ambascitari irlandesi;» e il loro cocchio veniva scortato con solenne berlina da una turba dʼuscieri e di corrieri che portavano in mano bastoni con patate fitte in punta.[444]

SOMMARIO.

I. Mutamento nellʼopinione deʼ Tory circa la legalità della Resistenza.—II. Russell propone al Principe dʼOrange uno sbarco in Inghilterra.—III. Enrico Sidney.—IV. Devonshire; Shrewsbury; Halifax.—V. Danby.—VI. Il Vescovo Compton—VII. Nottingham; Lumley—VIII. Invito mandato a Guglielmo.—IX. Condotta di Maria.—X. Difficoltà della impresa di Guglielmo.—XI. Condotta di Giacomo dopo il Processo dei Vescovi.—XII. Destituzioni e Promozioni.—XIII. Procedimenti nellʼAlta Commissione; Spart rinunzia al suo ufficio.—XIV Malcontento del Clero; Affari dʼOxford.—XV. Malcontento deʼ Gentiluomini.—XVI. Malcontento dello Esercito.—XVII. Arrivo delle truppe Irlandesi; indignazione pubblica.—XVIII. Lillibullero—XIX. Politica delle Provincie Unite.—XX. Errori del Re di Francia.—XXI. Sua contesa col Papa rispetto alle Franchigie.—XXII. Lo Arcivescovato di Colonia.—XXIII. Destrezza di Guglielmo—XXIV. Suoi apparecchi militari e navali.—XXV. Gli giungono dalla Inghilterra numerose assicurazioni di soccorso.—XXVI. Sunderland.—XXVII. Ansietà di Guglielmo; Ammonimenti dati a Giacomo.—XXVIII. Sforzi di Luigi per salvare Giacomo.—XXIX. Giacomo li rende vani.—XXX. Le armi francesi invadono la Germania.—XXXI. Guglielmo ottiene la Sanzione degli Stati Generali alla sua impresa.—XXXII. Schomberg; Avventurieri Inglesi allʼAja.—XXXIII. Manifesto di Guglielmo—XXXIV. Giacomo si scuote alla presenza del pericolo; suoi mezzi marittimi.—XXXV. Suoi mezzi militari.—XXXVI. Tenta di rendersi benevoli i sudditi.—XXXVII. Dà udienza ai Vescovi.—XXXVIII. Le sue concessioni sono mal ricevute.—XXXIX. Prove della nascita del Principe di Galles presentate al Consiglio Privato.—XL. Disgrazia di Sunderland.—XLI. Guglielmo prende commiato dagli Stati dʼOlanda.—XLII. Sʼimbarca, fa vela, ed è ricacciato addietro da una tempesta.—XLIII. Il suo Manifesto giunge in Inghilterra; Giacomo interroga i Lordi.—XLIV. Guglielmo fa vela di nuovo.—XLV. Passa lo Stretto.—XLVI. Approda a Torbay.—XLVII. Entra in Exeter.—XLVIII. Colloquio del Re coi Vescovi.—XLIX. Tumulti in Londra.—L. Uomini dʼalto grado cominciano ad accorrere al Principe.—LI. Lovelace.—LII. Colchester; Abingdon.—LIII Diserzione di Cornbury.—LIV. petizione deʼ Lordi per la convocazione del Parlamento.—LV. Il Re va a Salisbury.—LVI. Seymour; Corte di Guglielmo in Exeter.—LVII. Insurrezione nelle Contrade Settentrionali.—LVIII. Scaramuccia in Wincanton.—LIX. Diserzione di Churchill e di Grafton—LX. Lo esercito regio si ritira da Salisbury.—LXI. Diserzione del Principe Giorgio e di Ormond.—LXII. Fuga della Principessa Anna.—LXIII. Giacomo convocaun Consiglio di Lordi.—LXIV. Nomina una Commissione per trattare con Guglielmo—LXV. È una finzione.—LXVI. Dartmouth ricusa di mandare il Principe di Galles in Francia.—LXVII. Agitazione di Londra.—LXVIII. Proclama apocrifo.—LXIX. Insurrezione in varie parti del paese.—LXX. Clarendon si reca presso il Principe in Salisbury; Dissenzione nel campo del Principe.—LXXI. Il Principe giunge a Hungerford; Scaramuccia in Reading; La Commissione del Re arriva a Hungerford.—LXXII. Negoziati.—LXXIII. La Regina e il Principe di Galles sono mandati in Francia; Lauzun.—LXXIV. Il Re sʼapparecchia a fuggire.—LXXV. Sua fuga.

I. Il processo vinto daʼ Vescovi non fu il solo evento che fa del giorno decimoterzo di giugno 1688 una grande epoca nella storia. In quel dì, mentre le campane di cento chiese sonavano a festa, mentre numerose turbe di popolo affaccendavansi da Hyde-Park a Mile-End a fare fuochi di gioia ed ardere le immagini del Papa per celebrare la memoranda notte, fu spedito da Londra allʼAja un documento quasi quanto laMagna Chartaimportantissimo alle libertà della Inghilterra.

La persecuzione deʼ Vescovi, e la nascita del Principe di Galles avevano prodotto un grande rivolgimento nellʼopinione di molti Tory. Nel momento stesso, in cui la loro Chiesa pativa gli ultimi eccessi di danno e dʼinsulto, vedevansi costretti a perdere ogni speranza di pacifica liberazione. Fino allora sʼerano lusingati che la prova alla quale era stata posta la lealtà loro, quantunque severa, sarebbe temporanea, e che alle loro doglianze, verrebbe resa giustizia senza che si rompesse il corso ordinario della successione al trono. Adesso ravvisavano le cose in modo assai diverso. Per quanto potessero addentrare lo sguardo nel futuro, altro non vedevano che il mal governo degli ultimi tre anni prolungarsi a tempo indefinito. La cuna dello erede presuntivo della Corona era circondata di Gesuiti; i quali con sommo studio gli avrebbero nella mente infantile istillato odio mortale contro quella Chiesa di cui un giorno ei sarebbe stato capo, odio ispiratore di tutta la sua vita, e chʼegli avrebbe trasmesso ai suoi successori. A questo spettacolo di calamità non era confine; estendevasi al di là della vita del più giovane deʼ viventi, al di là del secolo decimottavo. Nessunoavrebbe potuto asserire per quante generazioni i Protestanti sarebbero dannati a gemere sotto una oppressura, la quale, anche allorchè reputavasi breve, era stata quasi insopportabile.

I più illustri fraʼ dottori anglicani di quellʼepoca avevano insegnato come nessuna infrazione di legge o di contratto, nessuno eccesso di crudeltà, di rapacità, di licenza, dalla parte del Re legittimo, bastasse a giustificare la resistenza che il popolo potrebbe opporre alla forza di lui. Taluni di loro sʼerano piaciuti di mostrare la dottrina della non-resistenza in una forma cotanto esagerata da scandalizzarne il buon senso del genere umano. Spesso e con veemenza notavano che Nerone era capo del Governo Romano, mentre San Paolo inculcava il debito dʼubbidire ai magistrati. La conseguenza che ne deducevano era, che se un Re inglese, senza autorità di legge ma a suo libito, perseguitasse i propri sudditi ripugnanti ad adorare gli idoli; se li gettasse fra mezzo ai leoni nella Torre; se, coprendoli dʼuna veste di pece, gli bruciasse per illuminare il Parco di San Giacomo, e procedesse con siffatte stragi fino a lasciare intere città e Contee senza un solo abitante, i sopravviventi sarebbero tuttavia tenuti a sottomettersi, e lasciarsi sbranare o arrostire vivi senza opporre la più lieve resistenza. Gli argomenti addotti a sostenere cotesta sentenza erano futilissimi; ma al difetto di solidi argomenti suppliva lʼonnipotente sofisticare dello interesse e della passione. Molti scrittori si sono maravigliati che gli alteri Cavalieri dʼInghilterra potessero mostrarsi caldi difensori per la più servile dottrina che sia mai stata fra gli uomini. Vero è che essa in principio era pel Cavaliere tuttʼaltro che servile; per lʼopposto tendeva a renderlo non schiavo, ma libero e signore di sè; lo esaltava esaltando il Re chʼegli considerava suo protettore, suo amico, e capo del suo diletto partito e della sua dilettissima Chiesa. Mentre i Repubblicani dominavano, il Realista aveva sofferto danni ed insulti, deʼ quali, mercè la restaurazione del governo legittimo, egli aveva potuto prendersi la rivincita. Nella sua mente quindi la idea della ribellione richiamava quella di degradazione e servaggio, e la idea di autorità monarchica, quella di libertà e predominio.Non gli era mai venuto in capo che potesse giungere il tempo in cui un Re, uno Stuardo, perseguiterebbe i più leali del clero e deʼ gentiluomini con animosità maggiore di quella Coda del Parlamento e del protettore. Eppure siffatto tempo era giunto. Adesso era da vedersi con che modo la pazienza che gli aderenti della Chiesa confessavano dʼavere imparata negli scritti di San Paolo resisterebbe alla prova dʼuna persecuzione da non paragonarsi alla severissima di Nerone. Lo evento fu tale che ciascuno, il quale per poco conoscesse la natura umana, avrebbe di leggieri predetto. Lʼoppressione fece sollecitamente ciò che la filosofia e la eloquenza non avevano potuto fare. Il sistema di Filmer avrebbe potuto sopravvivere agli assalti di Locke: ma non si riebbe mai dal colpo mortale datogli da Giacomo.

Quella logica, la quale, mentre veniva adoperata a provare che i Presbiteriani e glʼIndipendenti avrebbero dovuto sopportare mansuetamente la prigione e la confisca, era stata giudicala tale da non ammettere risposta, parve di pochissimo peso allorquando fu questione di sapere se i Vescovi Anglicani dovevano essere imprigionati, e le rendite deʼ Collegi Anglicani confiscate. Era stato soventi volte ripetuto daʼ pergami di tutte le cattedrali del paese, che il precetto apostolico di obbedire ai magistrati civili fosse assoluto ed universale, e che fosse empia presunzione nellʼuomo il volere limitare un precetto al quale non aveva posto limite alcuno la parola di Dio. E nondimeno adesso i teologi, la cui sagacità stimolavano glʼimminenti pericoli neʼ quali trovavansi di essere privati deʼ loro benefizi e prebende per fare posto ai papisti, trovavano vizioso il ragionamento dianzi reputato convincentissimo. La morale della scrittura non era da interpretarsi come gli Atti del Parlamento, o i trattati deʼ casisti delle scuole. E davvero chi deʼ cristiani porse mai la guancia sinistra al malfattore che lo aveva percosso nella destra? Chi deʼ cristiani diede mai il suo mantello ai ladri che gli avevano rubato la veste? Sì nel Vecchio che nel Nuovo Testamento le regole generali erano sempre scritte senza eccezioni. A moʼ dʼesempio, il precetto generale di non uccidere non era accompagnato dalla eccezione che giustifica il guerriero cheuccida altri a difesa del suo Re e della sua patria. Il generale precetto di non giurare non era accompagnato da nessuna eccezione a favore del testimonio che giuri di dire il vero dinanzi ai giudici. E nondimeno la legalità della guerra difensiva e del giuramento giudiciale era impugnata solo da pochi oscuri settari, e positivamente affermata negli articoli della Chiesa Anglicana. Tutti gli argomenti i quali dimostravano che il Quacquero, ricusando di servire nella milizia o di baciare il Vangelo, era irragionevole e perverso, potevan rivolgersi contro coloro che negavano ai sudditi il diritto di resistere con la forza alla eccessiva tirannia. Se ammettevasi che le autorità bibliche che proibivano lʼomicidio e quelle che proibivano il giuramento, comunque espresse in forma generale, dovevano essere interpretate in subordinazione al gran comandamento che ingiunge ad ogni uomo il debito di promuovere il bene del prossimo, e siffattamente interpretate non si trovavano applicabili ai casi in cui lʼomicidio e il giuramento potrebbe essere assolutamente necessario a proteggere i più gravi interessi della società, non era agevole negare che le autorità bibliche che inibivano la resistenza si dovessero interpretare nel modo medesimo. Se allo antico popolo di Dio era stato talvolta ordinato di distruggere la vita umana e tal altra dʼobbligarsi per sacramento, talvolta gli era stato anche ordinato di resistere ai principi malvagi. Se i primitivi Padri della Chiesa avevano in varie occasioni detto parole, che sembravano sottintendere la riprovazione della resistenza, avevano parimente in altre occasioni usato parole che sembravano sottintendere la riprovazione dʼogni guerra e dʼogni giuramento. E veramente la dottrina della obbedienza passiva, quale insegnavasi in Oxford sotto il regno di Carlo II, può dedursi dalla Bibbia soltanto con un modo dʼinterpretazione che irresistibilmente ci condurrebbe alle conclusioni di Barclay e di Penn.

Eʼ non era solo per mezzo degli argomenti tratti dalla lettera delle Sante Scritture che i teologi anglicani, negli anni che immediatamente seguirono alla Restaurazione, si studiavano di provare la loro prediletta dottrina. Aveano tentato dimostrare, che, quando anche la rivelazione non avesseparlato, la ragione avrebbe insegnato ai savi uomini essere iniqua e insana ogni resistenza al Governo stabilito. Universalmente ammettevasi che cosiffatta resistenza, tranne nei casi estremi, non era giustificabile. Ma chi avrebbe osato stabilire il confine fra i casi estremi e gli ordinari? Vʼera egli governo al mondo sotto cui non fossero malcontenti e faziosi i quali potessero dire, e forse pensare, che le loro doglianze costituissero un caso estremo? Se fosse stato possibile stabilire una regola chiara ed esatta che inibisse agli uomini di ribellarsi contro Trajano, e ad un tempo desse loro libertà di ribellarsi contro Caligola, tale regola sarebbe stata sommamente benefica. Ma siffatta regola non vʼè stata nè vi sarà mai. Dire che la ribellione fosse legittima, date certe circostanze, senza esattamente definirle, era come si dicesse che a ciascuno era lecito ribellarsi tutte le volte che lo reputasse opportuno; ed una società nella quale ciascuno potesse ribellarsi ogni qual volta lo reputasse opportuno, sarebbe più infelice dʼuna società governata dal più crudele e sfrenato despota. Era quindi mestieri di mantenere in tutta la sua interezza il gran principio della non-resistenza. Forse potevano addursi casi peculiari neʼ quali la resistenza tornasse utile ad un popolo: ma generalmente era meglio che un popolo tollerasse con pazienza un cattivo governo, anzi che alleggiarsi violando una legge dalla quale dipendeva la sicurtà dʼogni governo.

Cotesti ragionamenti di leggieri potevano persuadere un partito dominante e felice, ma non potevano sostenere lo esame di cervelli fortemente concitati dalla ingiustizia e ingratitudine del principe. Egli è vero che è impossibile stabilire lo esatto confine fra la resistenza legittima e la illegittima: ma tale impossibilità sorge dalla natura stessa del diritto e del torto, e si trova pressochè in ciascuna parte della Scienza Morale. Una buona azione non è distinta da una cattiva coi segni chiari che distinguono una figura esagona da una quadra. Vʼè un punto in cui la virtù e il vizio si confondono insieme. E chi ha potuto mai additare con esattezza il limite tra il coraggio e la temerità, tra la prudenza e la codardia, tra la liberalità e la prodigalità? Chi ha potuto mai dire fino a che punto debba giungere la mercè verso glioffensori, e quando cessi di meritare tal nome e diventi perniciosa debolezza? Quale casista o legislatore ha potuto mai rettamente definire i confini del diritto della propria difesa? Tutti i nostri giureconsulti sostengono che una certa misura di pericolo di vita o di perdita di membra giustifica un uomo ad uccidere lʼaggressore: ma hanno disperato di poter descrivere con precisi vocaboli, quanta e quale debba essere la misura del pericolo. Dicono soltanto che non debba essere lieve pericolo; ma un pericolo tale che dia grave timore ad un uomo di spirito fermo; e chi oserebbe dire quale sia questo timore che meriti dʼessere chiamato grave, o qual sia la precisa tempra dello spirito che meriti il nome di fermo? Senza dubbio è cosa increscevole che lʼindole deʼ vocaboli e quella delle cose non ammettano leggi più accurate: nè è da negarsi che male possono operare gli uomini qualvolta sono giudici in causa propria, e procedere con subito impeto alla esecuzione del proprio giudicio. E nulladimeno chi per ciò interdirebbe la propria difesa? Il diritto che ha un popolo di resistere ad un cattivo governo, ha stretta analogia col diritto che un individuo, privo di protezione legale, ha ad uccidere lo aggressore. In ambi i casi il male deve essere grave. In ambi i casi ogni regolare e pacifico modo di difesa deve essere esaurito pria che la parte offesa si appigli ad un partito estremo. In ambi i casi sʼincorre in terribile responsabilità. In ambi i casi la prova grava sulla coscienza di colui che sʼappiglia ad uno espediente sì disperato; ed ove non riesca a difendersi, va giustamente soggetto alla più severe pene. Ma in nessun caso potremmo assolutamente negare la esistenza del diritto. Un uomo aggredito dagli assassini, non è tenuto a lasciarsi torturare o scannare senza far uso delle proprie armi per la ragione che nessuno ha mai potuto con precisione definire la misura del pericolo che giustifica lʼomicidio. Nè una società è tenuta a sopportare passivamente gli eccessi della tirannide per la ragione che nessuno ha mai potuto precisamente definire la misura del mal governo che giustifica la ribellione.

Ma poteva ella la resistenza degli Inglesi ad un principe quale era Giacomo chiamarsi propriamente ribellione? Egliè vero che i migliori discepoli di Filmer sostenevano non esservi differenza veruna tra lʼordinamento politico della patria nostra e quello della Turchia, e che se il Re non confiscava il contenuto di tutte le casse che erano in Lombard-Street, e non mandava i muti a recare il capestro a Sancroft e ad Halifax, ciò era solo perchè egli era sì benigno da non usare tutta la potestà datagli da Dio. Ma la maggior parte deʼ Tory, quantunque nel fervore del conflitto potessero adoperare parole che sembrassero approvare coteste enormi dottrine, abborrivano cordialmente il dispotismo. Agli occhi loro il governo inglese era una monarchia limitata. E come potrebbe chiamarsi limitata una monarchia ove non si possa mai, nè anche come unico ed estremo mezzo, adoperare la forza a fine di mantenere tali limitazioni? In Moscovia, dove per virtù della costituzione dello Stato il sovrano era assoluto, poteva con qualche apparenza di vero sostenersi che, per qualunque eccesso egli commettesse, aveva diritto, giusta i principii della religione cristiana, ad essere obbedito daʼ suoi sudditi. Ma tra noi principe e popolo erano vicendevolmente vincolati dalle leggi. Giacomo adunque era colui il quale rendevasi meritevole del castigo minacciato a coloro che insultassero la potestà costituita. Giacomo era colui che resisteva ai comandamenti di Dio; che ricalcitrava contro lʼautorità legittima, alla quale doveva sottoporsi, non solo per timore, ma per coscienza, e che, secondo il vero senso delle parole di Cristo, non rendeva a Cesare ciò che era di Cesare.

Mossi da simiglianti considerazioni, i più illustri e savi fra i Tory incominciarono ad accorgersi dʼavere troppo stiracchiata la dottrina della obbedienza passiva. La differenza fra costoro e i Whig rispetto agli obblighi vicendevoli del Re e dei sudditi cessò allora dʼessere una differenza di principio. Certo rimanevano per anche molte storielle controversie tra il partito che da lungo tempo aveva propugnato la legalità della resistenza e i nuovi convertiti. La memoria del Martire beato seguitava ad essere quanto mai riverita da queʼ vecchi Cavalieri, i quali erano pronti a impugnare le armi contro il degenere figlio, e seguitavano ad abborrire il Lungo Parlamento,la Congiura di Rye House, e la insurrezione delle contrade Occidentali. Ma non ostante i loro pensamenti intorno al passato, il modo onde ravvisavano il presente era identico a quello deʼ Whig: imperocchè ammettevano che la estrema oppressione potesse giustificare la resistenza, ed affermavano che la oppressione, sotto la quale la nazione allora gemeva, era estrema.[411]

Nulladimeno non è da supporsi che tutti i Tory, anche in quelle circostanze, abbandonassero un domma che fino da fanciulli avevano imparato a considerare come parte essenziale della dottrina cristiana, che avevano per molti anni con veemente ostentazione professato, e tentato di propagare per mezzo della persecuzione. Molti manteneva fermi nei principii loro la coscienza, e molti il rossore. Ma la maggior parte, anche di coloro che seguitavano tuttavia a credere illegale ogni resistenza al sovrano, inchinavano, nel caso dʼun conflitto civile, a tenersi neutrali. Nessuna provocazione gli avrebbe tratti a ribellare: ma ove la ribellione scoppiasse, non sembra che si reputassero tenuti a combattere per Giacomo II come avevano combattuto per Carlo I. Ai Cristiani di Roma San Paolo aveva inibito di fare resistenza al governo di Nerone: ma non vʼera ragione a credere che lo Apostolo, se fosse stato vivo allorquando le legioni e il Senato insorsero contro quel malvagio imperatore, avrebbe comandato aʼ suoi confratelli di correre in armi a difesa della tirannide. Il dovere della Chiesa perseguitata era manifesto: soffrire con pazienza e porre la propria causa nelle mani di Dio. Ma se a Dio, la cui provvidenza suscita perpetuamente il bene dal male, piacesse, come soventi volte gli era piaciuto, di rimediare ai danni per mezzo di tali le cui tristi passioni la Chiesa coʼ suoi ammonimenti non aveva potuto mansuefare, essa poteva con gratitudine accettare da Dio la liberazione, che a lei, secondo le sue dottrine, non era concesso di compiere da sè. E però molti deʼ Tory, i quali tuttavia abborrivano da ognipensiero di aggredire il Governo, non erano minimamente inchinevoli a difenderlo, e forse, mentre gloriavansi deʼ loro scrupoli, in cuor loro godevano che altri non fosse come essi scrupoloso.

I Whig sʼaccôrsero che il tempo per loro era arrivato. La questione se dovessero snudare la spada contro il governo era stata per sei o sette anni pretta questione di prudenza; e adesso la prudenza stessa glʼincitava ad appigliarsi a più audaci partiti.

II. Nel maggio, innanzi al nascimento del Principe di Galles, e mentre era tuttavia incerto se la Dichiarazione dʼIndulgenza sarebbe o non sarebbe letta nelle chiese, Eduardo Russell era andato allʼAja. Aveva con vivi colori rappresentato al principe lo stato del pubblico sentire, e lo aveva consigliato a mostrarsi in Inghilterra capo dʼuna forte schiera di soldati, e chiamare il popolo alle armi.

Guglielmo ad un solo sguardo conobbe la importanza della crisi. «O adesso o mai,» disse in latino a Dikwelt.[412]Con Russell tenne parole più misurate, riconobbe i mali dello Stato essere tali da richiedere straordinario rimedio, ma parlò calorosamente del caso dʼun esito sinistro, e delle calamità che da ciò ne verrebbero alla Gran Brettagna e alla Europa. Sapeva bene che coloro i quali parlavano con sonanti paroloni di sacrificare vita e roba pel bene della patria esiterebbero ove si presentasse alle loro menti lo spettacolo dʼun altro Tribunale di Sangue. Per la qual cosa a lui bisognavano non vaghe proteste di buon volere, ma inviti chiari e promesse esplicite di appoggio, munite della firma di potenti e cospicui uomini. Russell gli fece notare come fosse pericoloso affidare il disegno a un gran numero di persone. Guglielmo ne convenne, e disse bastargli poche firme, purchè fossero dʼuomini di Stato rappresentanti di grandi interessi.[413]

III. Con tale risposta Russell fece ritorno a Londra dove trovò il pubblico concitamento maggiore e sempre crescente. La carcerazione deʼ vescovi e il parto della Regina resero lʼoperadi lui più agevole di quello chʼegli aveva presupposto. Non perdè tempo a raccogliere i voti deʼ capi della opposizione, avendo a principale coadiutore Enrico Sidney fratello dʼAlgernon. È da notarsi che Eduardo Russell ed Enrico Sidney erano stati addetti alla famiglia di Giacomo; che entrambi, in parte per private e in parte per pubbliche cagioni, gli divennero nemici; e che entrambi avevano da vendicare il sangue deʼ congiunti, i quali, lʼanno stesso, erano caduti vittime della implacabile ferocia del tiranno. Qui finisce ogni somiglianza tra loro. Russell, fornito di non poca abilità, era orgoglioso, virulento, irrequieto, e violento. Sidney, dotato dʼindole dolce e dʼamabilissimi modi, sembrava difettare di capacità e di sapere, e starsi immerso nella voluttà e nellʼindolenza. Era assai bello di viso e di persona. In gioventù era stato il terrore deʼ mariti, ed anche adesso che toccava quasi cinquanta anni, era il prediletto delle donne e lo invidiato daʼ giovani. Per innanzi era stato allʼAja con un pubblico ufficio, ed erasi acquistato in larga misura la confidenza di Guglielmo. Molti ne maravigliavano: imperciocchè eʼ sembrava che tra il più austero degli uomini di Stato e il più dissoluto degli oziosi non vi potesse essere nulla di comune. Swift, molti anni dopo, non poteva persuadersi in che modo un uomo, chʼegli aveva conosciuto solo come un vecchio libertino, frivolo e privo di lettere, avesse veramente avuto tanta parte in una grande rivoluzione. Nondimeno un ingegno meno acuto di Swift si sarebbe potuto accorgere che nellʼindole umana esiste un certo tatto, somiglievole ad un istinto, che spesso manca ai grandi oratori e ai filosofi, e che spesso si trova in individui, i quali, ove si giudichino dal conversare e dagli scritti loro, si reputerebbero semplicioni. E davvero quando un uomo possiede cotesto tatto, in un certo senso gli torna utile lʼessere privo di quelle doti più appariscenti che lo renderebbero oggetto di ammirazione, dʼinvidia, e di timore. Sidney è un notevolissimo esempio di questa verità. Poco capace, ignorante, e dissoluto come pareva essere, intendeva, o per dire meglio, sentiva con chi era necessario tenersi in riserbo, e con chi liberamente e con securtà comunicare. Per la qual cosa egli compì ciò che Mordaunt con tutta la sua vivacità ed immaginazione, o Burnetcon tutta la sua svariata dottrina e fluida eloquenza, non avrebbero potuto mai fare.[414]

IV. Coʼ vecchi Whig egli non poteva incontrare nessuna difficoltà; come quelli che opinavano non esservi stato in molti anni un solo momento, in cui i pubblici danni non giustificassero la resistenza. Devonshire, che poteva considerarsi loro capo, e che aveva torti privati e pubblici da vendicare, accolse con tutto il cuore il gran disegno e si fece mallevadore di tutto il suo partito.[415]

Russell rivelò il secreto a Shrewsbury. Sidney saggiò Halifax. Shrewsbury assunse la parte sua con coraggio e risolutezza tali, che anni dopo parvero mancare al suo carattere. Tosto si profferì parato a porre a repentaglio roba, onori, e vita. Halifax allo incontro accolse i primi cenni della impresa in un modo da far temere che fosse inutile, e forse pericoloso parlargliene esplicitamente. Certo egli non era lʼuomo per una tanta impresa. Aveva intelletto inesauribilmente fecondo di distinzioni e dʼobiezioni, e indole tranquilla e repugnante alle avventure. Era pronto ad avversare la Corte fino allo estremo nella Camera deʼ Lordi e con scritti anonimi, ma poco disposto a cangiare i suoi ozi signorili per la mal sicura ed agitata vita di cospiratore, a porsi nelle mani deʼ complici, a vivere in perenne timore dello arrivo dʼun mandato dʼarresto e deʼ regii messaggieri, e forse anco di finire i suoi giorni sul palco, o di vivere accattando in qualche appartata via dellʼAja. E però disse poche parole che chiaramente significavano la sua ripugnanza a conoscere le arcane intenzioni deʼ suoi più arditi e impetuosi amici. Sidney lo intese, e tacque.[416]

V. Si rivolse quindi a Danby, ed ebbe miglior ventura. E veramente il pericolo e lo eccitamento, che riuscivano insoffribili alla mente di Halifax più delicatamente organizzata, erano dʼirresistibile fascino allo audace ed attivo spirito di Danby. I differenti caratteri di questi due uomini di Stato si leggevanoneʼ loro visi. Il ciglio, lʼocchio e la bocca di Halifax indicavano un potente intelletto, e uno squisito senso di scherzo; ma la sua espressione era quella dʼuno scettico, dʼun voluttuoso, dʼun uomo ripugnante a rischiare tutto in una sola partita, o ad essere martire dʼun principio. Chi conosce le fattezze di Halifax non maraviglierà che sopra tutti gli scrittori egli si dilettasse di Montaigne.[417]Danby era uno scheletro; e la sua faccia scarna e solcata di rughe, benchè bella e nobile, esprimeva esattamente lʼacutezza della sua intelligenza e la sua irrequieta ambizione. Una volta ei si era già inalzato dalla oscurità ai fastigi del potere; ne era caduto a capofitto; aveva corso pericolo di vita; aveva passati degli anni in carcere; adesso era libero: ma ciò non lo appagava: egli ardeva di farsi nuovamente grande. Fedele alla Chiesa Anglicana, e ostile alla influenza francese, non poteva sperare di divenire grande in una Corte brulicante di Gesuiti ed ossequiosa alla Casa deʼ Borboni. Ma sʼegli fosse parte precipua dʼuna rivoluzione che farebbe svanire i disegni deʼ Papisti, che porrebbe fine al vassallaggio sotto il quale la Inghilterra da lunghi anni gemeva, e trasferirebbe la potestà regia a due anime illustri da lui unite in matrimonio, potrebbe risorgere dalla oscurità con nuovo splendore. I Whig, lʼanimosità deʼ quali, nove anni innanzi, lo aveva cacciato dallʼufficio, congiungerebbero, alla sua avventurata riapparizione, i loro applausi agli applausi deʼ Cavalieri suoi vecchi amici. Già egli sʼera pienamente riconciliato con uno deʼ precipui personaggi che lo avevano messo in istato dʼaccusa, cioè col conte di Devonshire. Entrambi si erano incontrati in un villaggio nel Peak, e sʼerano ricambiati assicurazioni di benevolenza. Devonshire aveva francamente confessato che i Whig erano rei dʼuna grande ingiustizia, ma aveva dichiarato che adesso confessavano dʼavere errato. Danby, dal canto suo, aveva qualche ritrattazione a fare. Un tempo aveva professato, o simulato di professare la dottrina dellʼobbedienza passiva nel senso più esteso del vocabolo. Mentre egli era ministro e con la suasanzione era stata proposta una legge, la quale ove fosse stata approvata, avrebbe escluso dal Parlamento e dagli uffici chiunque avesse ricusato di dichiarare con giuramento la illegalità della resistenza. Ma il suo vigoroso intendimento, ora affatto desto per lʼansietà del bene pubblico e del proprio, non poteva lasciarsi ingannare, se pure lo avea mai fatto innanzi, da cotali fanciullesche fallacie.

VI. Il perchè assentì, senza andirivieni, alla congiura, e sforzossi di trarvi dentro Compton Vescovo di Londra, già sospeso, e non incontrò difficoltà veruna a riuscirvi. Non vʼera prelato che al pari di Compton avesse patito la ingiustizia del Governo; nè vʼera prelato che potesse tanto sperare da un rivolgimento; imperciocchè egli aveva diretta la educazione della Principessa dʼOrange, e credevasi che ne avesse in larga misura la fiducia. Come i suoi confratelli egli, finchè non fu oppresso, aveva insegnato essere delitto resistere alla oppressione; ma dacchè gli fu forza appresentarsi allʼAlta Commissione, un nuovo raggio di luce scese a stenebrargli la mente.

VII. Danby e Compton desideravano avere Nottingham compagno alla impresa. Gli apersero intieramente il disegno, e quei lo approvò. Ma dopo pochi giorni cominciò a sentirsi inquieto. Non aveva mente abbastanza forte da emanciparsi dai pregiudicii della educazione. Andò in giro da un teologo ad un altro proponendo loro con parole generali casi ipotetici di tirannia, e chiedendo se in simili casi la resistenza fosse legittima. Le risposte che nʼebbe accrebbero la irrequietudine dellʼanimo suo, finchè disse ai suoi complici di non potere andare più oltre con essi. Se lo stimavano capace di tradirli, potevano pugnalarlo, chè non gli avrebbe biasimati, imperocchè tirandosi indietro dopo essersi spinto tanto innanzi, aveva loro dato diritto sopra la sua vita. Gli assicurò nondimeno che non avevano nulla a temere da lui; chʼegli manterrebbe il segreto; desiderava loro prospera fortuna, ma la sua coscienza non gli consentiva di partecipare ad una ribellione. Ascoltarono siffatte parole con sospetto e con isdegno. Sidney, le cui idee intorno agli scrupoli di coscienza, eranoestremamente vaghe, scrisse al Principe che Nottingham sʼera impaurito. È debito di giustizia, nondimeno, il confessare che tutta la vita di Nottingham fu tale che ci è forza credere la sua condotta in questa circostanza, quantunque poco savia e irresoluta, essere stata onestissima.[418]

Gli agenti del Principe ebbero miglior ventura con Lord Lumley, il quale, non ostanti i grandi servigi da lui resi nel tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, sapeva dʼessere abborrito in Whitehall non solo come eretico, ma come rinnegato, e per ciò era più ardente che non fossero la maggior parte deʼ nati Protestanti, a prendere le armi in difesa del Protestantismo.[419]

VIII. Nel mese di giugno le ragunanze deʼ congiurati furono frequenti; e fecero il passo decisivo nellʼultimo giorno del mese, in quel giorno stesso in che i Vescovi furono dichiarati innocenti. Spedirono allʼAja un invito formale ricopiato da Sidney, ma composto da qualcuno più esperto di lui nellʼarte di scrivere. In quel documento assicurano a Guglielmo che diciannove ventesimi del popolo inglese erano desiderosi di un mutamento, e coopererebbero ad effettuarlo solo che potessero ottenere di fuori il soccorso di una forza bastevole a impedire che coloro i quali corressero alle armi fossero dispersi e macellati innanzi che si potessero in un modo qualunque militarmente ordinare. Se Sua Altezza approdasse allʼisola accompagnato da una schiera di soldati, le genti a migliaia correrebbero a porsi sotto la sua bandiera; sì che bene presto si vedrebbe alla testa di forze assai superiori allo esercito regio dellʼInghilterra. Oltre di che il Governo non poteva implicitamente essere sicuro della obbedienza di cotesto esercito. Gli ufficiali erano malcontenti; e i soldati sentivano contro il papismo quella avversione che era comune a tutta la classe dalla quale erano stati presi. Nella flotta il sentimento protestante era anche più forte. Importava singolarmente fare un passo decisivo mentre le cose erano in tali condizioni. La impresa diverrebbe vie maggiormente arduaove venisse differita fino a che il Re, riformando borghi e reggimenti, mettesse insieme un parlamento ed una armata sopra cui potesse riposare. I cospiratori, quindi, supplicavano il Principe di venire fra loro al più tosto possibile. Gli davano parola dʼonore che si sarebbero associati a lui; e imprendevano a trarre al partito tanto numero di persone da poterle impunemente rendere partecipi di un così grave e pericoloso secreto. Rispetto ad una sola cosa si credevano in debito di rimostrare con sua Altezza, cioè di non essersi giovato della opinione che la massima parte del popolo inglese aveva intorno al nascimento del regio infante, e dʼavere, invece, mandate congratulazioni a Whitehall, quasi sembrasse riconoscere che il neonato, che chiamavasi Principe di Galles, fosse il legittimo erede del trono. Ciò era un grave errore ed aveva intiepidito lo zelo nel cuore di molti. Nè anche una in mille persone dubitava che lo infante fosse un intruso; e il Principe tradirebbe i propri interessi ove le sospettose circostanze che avevano accompagnato il parto della Regina, non primeggiassero fra le ragioni che lo costringevano a prendere le armi.[420]

Cotesto scritto fu firmato in cifra dai sette capi della congiura, Shrewsbury, Devonshire, Danby, Lumley, Compton, Russell e Sidney. Herbert si tolse il carico di messaggiero. Ed essendo la sua commissione pericolosissima, si travestì da semplice marinaio ed approdò sicuro in Olanda il dì dopo finito il processo deʼ Vescovi. Appresentossi sullʼistante al Principe; il quale, chiamati a sè Bentinck e Dykvelt, si stette con loro parecchi giorni a deliberare. Prima conseguenza di ciò fu che più non si leggesse nella cappella della Principessa la preghiera pel Principe di Galles.[421]

IX. Dalla consorte Guglielmo non poteva temere veruna opposizione. Lo intelletto di Maria era stato pienamente soggiogato da quello di lui; e ciò che è più estraordinario, egli ne acquistò intieramente lo affetto. Egli le teneva luogo di genitori, da lei perduti per morte e per allontanamento, difigli che il cielo aveva negati alle sue preci, e di patria dalla quale ella era bandita. Nel cuore di lei Guglielmo divideva lo impero soltanto con Dio. Probabilmente non portò mai vero affetto al padre da lei lasciato nella prima giovinezza, e da lunghi anni non riveduto: oltrechè dopo il suo matrimonio, Giacomo non le aveva mostrato segni di tenerezza, nè si era condotto in modo da destare teneri sentimenti nel cuore della figlia. Anzi fece ogni possibile sforzo a perturbarle la felicità domestica stabilendo nella stessa casa di Maria un sistema di spionaggio, di sorveglianza e di chiacchiericcio. Egli possedeva entrate molto maggiori di quelle deʼ predecessori suoi, ed aveva assegnato alla figlia minore una provvisione annua di quarantamila lire sterline:[422]ma la erede presuntiva del suo trono non aveva mai ricevuto da lui il minimo soccorso pecuniario, ed appena aveva i mezzi di poter fare una convenevole comparsa fra le principesse dʼEuropa. Erasi provata ad intercedere appo lui a favore di Compton suo precettore ed amico, il quale, accusato di non avere voluto commettere un atto di flagrante ingiustizia, era stato sospeso dalle funzioni episcopali: ma era stata respinta con mala grazia.[423]Dal giorno in cui sʼera chiaramente conosciuto che ella e il marito erano deliberati di non partecipare alla distruzione della Costituzione inglese, uno deʼ fini precipui della politica di Giacomo era stato quello di nuocere ad entrambi. Aveva richiamate le milizie inglesi dalla Olanda, congiurato con Tyrconnel e con la Francia contro i diritti di Maria, ordito trame per privarla almeno dʼuna delle tre Corone, che, alla morte di lui, le spettavano. Adesso credevasi da quasi tutto il popolo e da molti personaggi alto locati per grado e per abilità, che egli avesse introdotto nella famiglia regale un Principe di Galles supposto, onde privare della magnifica eredità la figliuola; e non vʼè ragione a dubitare chʼessa non partecipasse al comune sospetto. Era dunque impossibile che amasse un cotal padre. I suoi principii religiosi, a dir vero, erano siffattamente rigidi che probabilmente si sarebbe provata a compiere quello che ella considerava suo dovere anche verso un padre da leinon amato. Nondimeno nelle presenti circostanze giudicò che il diritto di Giacomo ad essere obbedito doveva cedere ad un altro più sacro diritto. E veramente tutti i teologi e pubblicisti concordano ad affermare che quando la figlia del principe dʼun paese è congiunta in matrimonio al principe dʼun altro, è tenuta a dimenticare il suo popolo e la famiglia paterna, e nel caso dʼuna rottura tra il suo marito e i suoi parenti, associarsi alle sorti del marito. Questa è la regola incontrastabile anche ove il marito abbia torto; ed a Maria la impresa meditata da Guglielmo sembrava non solo giusta, ma santa.

X. E quantunque ella con ogni cura sʼastenesse dal fare o dal dire la più lieve cosa che potesse accrescere le difficoltà del consorte, coteste difficoltà erano veramente gravi; erano poco intese anco da coloro che lo avevano invitato, e sono state imperfettamente esposte da coloro che hanno scritta la storia della sua espedizione.

Gli ostacoli che doveva aspettarsi dʼincontrare in Inghilterra, comecchè fossero i meno formidabili fraʼ molti che attraversavano il suo disegno, erano tuttavia gravi. Accorgevasi che sarebbe stata demenza imitare lo esempio di Monmouth, traversare il mare con pochi avventurieri inglesi, e sperare in una generale insurrezione delle popolazioni. Era necessario—e lo avevano detto tutti coloro dai quali egli era stato invitato—di condurre seco unʼarmata. E, così facendo, chi risponderebbe dello effetto che potrebbe produrre la comparsa di cosiffatta armata? Il Governo era giustamente odiato: ma il popolo inglese, non avvezzo a vedere mai le Potenze continentali immischiarsi nelle cose dʼInghilterra, guarderebbe di buon occhio un liberatore che venisse circondato da soldati stranieri? Se parte delle regie milizie facesse risolutamente fronte aglʼinvasori, non desterebbero esse ben presto la simpatia di milioni? Una sconfitta sarebbe fatale alla impresa. Una vittoria sanguinosa riportata nel cuore dellʼisola daʼ mercenari degli Stati Generali sopra le Guardie e le altre milizie del Re, sarebbe calamità grave quasi al pari dʼuna sconfitta; sarebbe la più cruda ferita inflitta allʼorgoglio della più orgogliosa tra le nazioni. Il principe non avrebbe mai portata con pace e sicurezza una corona siffattamente acquistata. Lʼodiocontro lʼAlta Commissione e i Gesuiti cederebbe il posto allʼodio più intenso che susciterebbero gli stranieri conquistatori; e molti che fino allora avevano sentito timore ed abborrimento per la Potenza francese, direbbero, che, ove fosse mestieri sopportare un giogo straniero, sarebbe minore ignominia sottoporsi alla Francia anzi che allʼOlanda.

Tali considerazioni erano bastevoli a rendere inquieto lʼanimo di Guglielmo anche ove avesse potuto disporre di tutti i mezzi militari delle provincie Unite. Ma in verità pareva assai dubbio che ottenesse un solo battaglione. Tra tutte le difficoltà con le quali gli toccava lottare, la maggiore, benchè poco notata dagli Storici inglesi, sorgeva dalla costituzione stessa della Repubblica Batava. Nessuno Stato è mai esistito per lungo ordine dʼanni con un ordinamento politico egualmente inconvenevole. Gli Stati Generali non potevano fare guerra, pace, leghe, o imporre tasse senza il consenso degli Stati di ciascuna provincia. Gli Stati dʼuna provincia non potevano dare tale consenso senza quello di ogni municipio, che partecipava alla rappresentanza. Ciascun municipio, in un certo senso, era uno Stato sovrano, e come tale pretendeva al diritto di comunicare direttamente con gli Ambasciatori stranieri, e di stabilire con essi i mezzi a frustrare i disegni aʼ quali gli altri municipii intendevano. In alcuni Consigli municipali era potentissimo il partito che pel corso di varie generazioni sentiva gelosia della influenza dello Statoldero. Capi di questo partito erano i magistrati della nobile città dʼAmsterdam, la quale in queʼ tempi godeva della più grande prosperità. Dalla pace di Nimega in poi non avevano cessato mai di tenere amichevoli relazioni con Re Luigi per mezzo del suo esperto ed operoso ambasciatore il Conte dʼAvaux. Alcune proposte presentate dallo Statoldero come indispensabili alla sicurtà della Repubblica, sanzionate da tutte le provincie, tranne dagli Stati della Olanda, e sanzionate da diciassette deʼ diciotto Consigli municipali dʼOlanda, erano state più volte respinte dal solo voto dʼAmsterdam. Lʼunico rimedio costituzionale in simiglianti casi era quello di mandare i deputati delle città assenzienti alla città dissenziente onde fare una rimostranza. Il numero dei deputati era illimitato;potevano continuare a rimostrare per quanto tempo credessero necessario; e intanto la città che ostinavasi a non cedere ai loro ragionamenti era tenuta a mantenerli a sue spese. Questo modo assurdo di coartare era stato una volta sperimentato con esito prospero nella piccola città di Gorkum, ma non era verosimile che riuscisse efficace nella potente e ricca Amsterdam, famosa in tutto il mondo per i suoi bacini popolati di navi, i suoi canali circondati da vaste magioni, il sue maestoso palazzo governativo coperto da cima a fondo di peregrini marmi, i suoi magazzini ripieni dei più costosi prodotti di Ceylan e di Surinam, e la sua Borsa che perpetuamente risonava di tutti glʼidiomi parlati dalle nazioni civili.[424]

Le contese tra la maggioranza che spalleggiava lo Statoldero, e la minoranza capitanata daʼ magistrati dʼAmsterdam erano più volte trascorse tanto oltre da far temere inevitabile lo spargimento del sangue. Una volta, il Principe tentò di punire come traditori i deputati disubbidienti; unʼaltra, le porte dʼAmsterdam gli vennero chiuse in faccia, e si fecero leve di milizie per difendere i privilegi del Consiglio Municipale. E però non era verosimile che i rettori di quella grande città consentissero ad una impresa grandemente offensiva a Luigi da essi cotanto corteggiato, impresa che probabilmente ingrandirebbe la Casa dʼOrange da essi abborrita. Nulladimeno senza cotesto consenso la impresa non poteva legalmente eseguirsi. Vincere con la forza la opposizione loro, era un partito al quale, in circostanze diverse, lʼinflessibile e audace Statoldero non avrebbe sdegnato dʼappigliarsi. Ma in quel momento egli era importantissimo schivare con sommo studio ogni atto che avesse sembianza di tirannesco. Non poteva rischiarsi a violare le leggi fondamentali della Olanda nellʼistante medesimo in cui egli era per isnudare la spada contro il suocero che violava le leggi fondamentali della Inghilterra. Il rovesciare con violenza una libera Costituzione sarebbe stato uno strano preludio a ristabilirne violentemente unʼaltra.[425]

E vʼera anche unʼaltra difficoltà, pochissimo notata dagli scrittori inglesi, alla quale Guglielmo teneva sempre fitta la mente. Nella spedizione che egli meditava, poteva aver prospero successo solamente appellandosi al sentimento protestante dellʼInghilterra, e stimolandolo finchè divenisse, per un certo tempo, il dominante e quasi esclusivo sentimento della nazione. Ciò sarebbe stato agevolissimo qualora lo scopo di tutta la sua politica fosse stato di produrre un rivolgimento nella isola nostra e regnarvi. Ma contemplava un altro fine chʼegli poteva conseguire con lo aiuto deʼ principi, sinceri credenti nella Chiesa di Roma. Voleva congiungere lo Impero, il Re Cattolico, e la Santa Sede insieme con lʼInghilterra e la Olanda in una lega contro la preponderanza francese. Era quindi mestieri che, mentre vibrava il più gran colpo che fosse mai dato in difesa del protestantismo, si studiasse a non perdere il buon volere di queʼ Governi che consideravano il protestantismo come mortale eresia.

Erano coteste le complicate difficoltà della grande impresa. Gli statisti del continente ne vedevano una parte; gli Inglesi unʼaltra. Solo una mente vasta e vigorosa le comprese tutte, e deliberò di vincerle. Non era agevole rovesciare il Governo inglese per mezzo dʼunʼarmata straniera senza offendere lʼorgoglio nazionale degli Inglesi. Non era agevole ottenere dalla fazione Batava, partigiana della Francia e avversa alla Casa dʼOrange, il consenso ad una impresa che distruggerebbe tutti i disegni della Francia e inalzerebbe a grandezza la Casa dʼOrange. Non era agevole condurre i Protestanti entusiasti in una crociata contro il Papismo col plauso di quasi tutti i governi papisti e del Papa stesso. E nondimeno Guglielmo compiè tutte le sopradette cose. Tutti i suoi fini, anche quelli che sembravano singolarmente incompatibili fra loro, egli raggiunse pienamente e a un tratto. Le storie degli antichi e deʼ moderni tempi non ricordano un simile trionfo di sapienza politica.

Lʼopera sarebbe veramente stata difficile anche per un uomo di Stato qual era il Principe dʼOrange, ove i suoi precipui oppositori non si fossero trovati in preda ad unʼebbrezza tale che da molti, non inchinevoli alla superstizione, fu attribuitaa singolare giudizio di Dio. Il Re dʼInghilterra non solo fu, come era sempre stato, stupido e testardo: ma perfino i consigli dello astuto Re di Francia parvero dettati dalla insania. Guglielmo fece ogni sforzo possibile di saviezza e dʼenergia. Ma i suoi nemici posero ogni studio a sgombrargli il terreno di quegli ostacoli cui nessuna saviezza od energia avrebbe potuto vincere.

XI. Nel gran giorno in cui furono assoluti i Vescovi, e spedito lo invito allʼAja, Giacomo, tristo ed agitato, da Hounslow fece ritorno a Westminster. E non ostante che si sforzasse di mostrarsi in lieto aspetto,[426]i fuochi di gioia, le bombe, e soprattutto il bruciamento delle immagini del Papa in ogni quartiere di Londra non erano cose da addolcirgli lʼanimo. Coloro che lo avevano veduto la mattina, poterono leggergli nel viso e nel portamento le violente emozioni che gli perturbavano la mente.[427]Per varii giorni parve così ripugnante a parlare del processo, che nè anco Barillon potè rischiarsi a fargliene motto.[428]

Tosto cominciò a farsi manifesto come la sconfitta e la mortificazione avessero indurito il cuore del Re. Le prime parole che egli profferì appena seppe che le vittime erano campate dagli artigli della sua vendetta, furono: «Peggio per loro!» In pochi giorni chiaramente si vide quale fosse il significato di coteste parole, da lui, secondo il costume, ripetute molte volte. Accusava sè stesso non dʼavere perseguito i Vescovi, ma dʼaverlo fatto dinanzi a un tribunale, dove le questioni di fatto erano decise dai giurati, e dove i principii stabiliti dalla legge non potevano porsi in non cale nemmeno daʼ giudici più servili. Deliberò adunque di rimediare a tanto errore. Non solo i sette prelati che avevano firmata la petizione, ma tutto il Clero Anglicano avrebbero ragione di maledire quel giorno in cui avevano riportato vittoria sopra il loro sovrano. Circa quindici giorni dopo il processo, fu emanato un ordine che ingiungeva a tutti i Cancellieri della Diocesi e a tutti gli Arcidiaconi di fare stretta inquisizione intutti i luoghi soggetti alla giurisdizione loro, e riferire allʼAlta Commissione, entro cinque settimane, i nomi di queʼ rettori, vicari e curati, che avevano ricusato di leggere la Dichiarazione dʼIndulgenza.[429]Il Re godeva immaginando il terrore che sentirebbero i colpevoli vedendosi citati dinanzi ad un tribunale che loro non avrebbe dato quartiere.[430]Il numero deʼ rei era quasi, o senza quasi, dieci mila: e dopo ciò chʼera accaduto al Collegio della Maddalena, ciascuno di loro poteva a ragione aspettarsi dʼessere interdetto da tutte le sue funzioni spirituali, privato del suo benefizio, dichiarato incapace di occuparne qualunque altro, e obbligato a pagare le spese del processo che lo aveva ridotto a mendicare.

XII. Tale era la persecuzione che Giacomo, fremente di rabbia per la sconfitta ricevuta a Westminster Hall, aveva pensato di far piombare sopra il clero. Intanto si provò di mostrare ai legali con una spicciativa distribuzione di premii e di castighi, che una intrepida e svergognata servilità anche con poco prospero esito, era argomento sicuro per meritarsi il regio favore; e chiunque, dopo anni di ossequiosità, si attentasse deviare dʼun attimo per far mostra di onestà o di coraggio, rendevasi reo dʼimperdonabile offesa. La violenza e lʼaudacia che lo apostata Williams aveva mostrato nel processo deʼ Vescovi lo aveva reso segno allʼodio della intera nazione.[431]Il re lo rimeritò col farlo baronetto. Holloway e Powell avevano scemata alquanto la propria infamia dichiarando che, secondo il loro giudizio, la petizione non era un libello. Il Re li destituì.[432]Le sorti di Wright sembrarono per qualche tempo ondeggiare nella incertezza. Nel riassunto chʼei fece della discussione sʼera mostrato avverso aʼ Vescovi: ma aveva tollerato che gli avvocati loro ponessero in questione la potestà di dispensare. Aveva detto che la petizione era un libello: ma a bello studio erasi astenuto dal chiamare legale la Dichiarazione; e per tutto il corso del processo il suo contegnoera stato quello di chi ricordi che potrà giungere il giorno di renderne conto. A dir vero, egli era ben meritevole dʼindulgenza; imperocchè mal poteva aspettarsi che vi fosse al mondo impudenza tale da star salda senza traballare un momento al cospetto di tali giureconsulti e dʼun tanto uditorio. Nondimeno i membri della cabala gesuitica lo accusarono di pusillanimità; il Cancelliere gli dètte del somaro; ed era opinione generale che verrebbe nominato un nuovo Capo Giudice.[433]Ma non seguì nessun cangiamento. E davvero non sarebbe stata lieve impresa il supplire al posto di Wright. I molti giurati che erano a lui superiori per abilità e per dottrina, quasi senza nessuna eccezione, procedevano avversi ai disegni del Governo; e i pochi che lo vincevano per turpitudine e sfrontatezza, quasi senza nessuna eccezione, trovavansi solo negli infimi gradi del ceto legale, e sarebbero stati incompetenti a condurre gli affari ordinarii della Corte del Banco del Re. Egli è vero che Williams aveva tutte le qualità che Giacomo richiedeva in un magistrato; ma i suoi servigi erano necessari alla barra; e qualora lo avessero da quivi rimosso, la Corona sarebbe rimasta senza il concorso di un solo avvocato nè anche di terzo ordine.

A nullʼaltra cosa il Re era rimasto attonito e mortificato quanto al vedere lo entusiasmo deʼ Dissenzienti nella causa deʼ Vescovi. Penn, il quale quantunque avesse sacrificato ricchezze ed onorificenze agli scrupoli della coscienza, sembrava immaginare che nessuno altri che lui avesse coscienza, attribuì il malcontento deʼ Puritani ad invidia e ad ambizione non appagata. Essi non avevano partecipato ai benefizi promessi loro dalla Dichiarazione dʼIndulgenza: nessuno di loro era stato elevato ad alti ed onorevoli uffici; per la qual cosa non era strano che fossero gelosi deʼ Cattolici Romani. Pochissimi giorni dopo finito il processo deʼ Vescovi, Silas Titus, cospicuo presbiteriano, virulento esclusionista, e uno degli accusatori di Stafford, fu invitato ad occupare un seggio nel Consiglio Privato. Egli era uno di coloro sopra i quali lʼopposizione con grande fiducia riposava. Ma la dignità offertagli, e la speranza di riavere una grossa somma di pecunia dovutagli dallaCorona, vinsero la sua virtù, e con estremo disgusto di tutti i Protestanti, prestò il giuramento.[434]

XIII. I disegni vendicativi del Re contro la Chiesa non ebbero effetto. Quasi tutti gli Arcidiaconi e Cancellieri diocesani ricusarono di dare le richieste informazioni. Giunto il giorno che il Governo aveva stabilito a citare tutto il clero per render conto del delitto di disobbedienza, lʼAlta Commissione ragunossi, e trovò che quasi nessuno degli ufficiali ecclesiastici aveva trasmesso la relazione ordinata. Nel tempo stesso fu deposta sul Banco una scrittura di grave importanza. La mandava Sprat Vescovo di Rochester. Pel corso di due anni, lusingato dalla speranza dʼun arcivescovato, erasi sobbarcato al rimprovero di perseguitare quella Chiesa che egli era tenuto con ogni obbligo di coscienza e dʼonore a difendere. Ma, disilluso nella sua speranza, sʼaccôrse che ove non abiurasse la sua religione, non avrebbe probabilità di ascendere alla sede metropolitana di York. Era di tanto buona indole che non poteva godere della tirannide, ed aveva tanto discernimento da vedere i segni della vicina retribuzione. Per lo che deliberò di rinunciare al suo odioso ufficio: e comunicò la sua deliberazione ai colleghi con una lettera, scritta, al pari di tutti i suoi componimenti in prosa, con grande proprietà e dignità di stile. Diceva essergli impossibile continuare più oltre a sedere nella Commissione: avere egli, per obbedire ai comandamenti sovrani, letta la Dichiarazione: ma non poter presumere di condannare migliaia di pii e leali ecclesiastici, i quali ravvisavano in diverso aspetto la cosa; e poichè si voleva punirli per avere agito secondo la loro coscienza, ei dichiarava essere pronto a soffrire con loro più presto che farsi strumento deʼ loro danni.

I Commissarii lessero e rimasero sbalorditi. Gli errori del loro collega, la conosciuta scioltezza deʼ suoi principii, la conosciuta bassezza del suo animo, davano maggior peso alla sua defezione. È mestieri che un Governo sia in vero pericolo quando un nomo come Sprat gli favella col linguaggio di Hampden. Il tribunale, dianzi così insolente, a un tratto invilì.Gli ecclesiastici che ne avevano sfidata lʼautorità, non furono nè anco rimproverati. Non fu reputato savio consiglio sospettare minimamente che si fossero di proposito mostrati disobbedienti; fu loro semplicemente ingiunto di mandare le relazioni dentro quattro mesi. La Commissione poi si sciolse singolarmente perturbata come quella che aveva ricevuto un colpo mortale.[435]

XIV. Mentre lʼAlta Commissione retrocedeva da un conflitto con la Chiesa, la Chiesa, con la coscienza della propria forza ed animata da nuovo entusiasmo, provocò con parecchie disfide lʼAlta Commissione allo assalto. Tosto dopo lʼassoluzione deʼ Vescovi, il venerabile Ormond, il più illustre deʼ Cavalieri della gran guerra civile, soccombeva al peso delle sue infermità. La nuova della sua morte fu speditamente trasmessa ad Oxford. Sullʼistante la Università della quale egli da lungo tempo era stato Cancelliere, ragunossi per eleggere il successore. Un partito voleva lo eloquente ed egregio Halifax, un altro il grave ed ortodosso Nottingam. Alcuni rammentarono il Conte dʼAbingdon che abitava lì vicino ed era stato pur allora destituito dalla Luogotenenza della Contea per non avere voluto secondare il Re contro la religione dello Stato. Ma la maggioranza, composta di centottanta graduati, votò a favore del giovine Duca dʼOrmond, nipote del defunto, e figlio del valoroso Ossory. La fretta con che eseguirono la elezione nacque dal timore che, indugiando un solo giorno, il Re potesse imporre loro qualche candidato che tradirebbe i loro diritti. Siffatto timore era ben ragionevole: imperciocchè solo due ore dopo sciolta lʼadunanza, giunse un ordine da Whitehall che richiedeva eleggessero Jeffreys. Per buona sorte la elezione del giovane Ormond era già irrevocabilmente fatta.[436]Alquanti giorni dopo lʼinfame Timoteo Hall, il quale sʼera reso notevole fra il clero di Londra leggendo la Dichiarazione, fu rimunerato col vescovato di Oxford che era rimasto vacante dopo la morte del non meno infame Parker. Hallgiunse alla sua sede: ma i canonici della cattedrale ricusarono di assistere alla sua istallazione. La Università non volle concedergli il titolo di Dottore: nè anche uno degli scolari ricorse a lui per gli ordini sacri: nessuno gli faceva di cappello; ed ei si trovò solo dentro il suo palazzo.[437]

Tosto dopo il Collegio della Maddalena doveva disporre dʼun benefizio vacante. Hough e i suoi cacciati confratelli ragunaronsi e proposero un chierico; il vescovo di Gloucester, nella cui diocesi era quel benefizio, diede senza esitare la investitura allo eletto.[438]

XV. I gentiluomini non erano meno riottosi del clero. I tribunali in quella estate avevano in tutto il paese un insolito aspetto. Ai giudici, innanzi di mettersi in giro, era stato ordinato di presentarsi al Re, il quale aveva loro fatto comandamento dʼispirare ai grandi giurati, in tutto il Regno, il dovere di eleggere rappresentanti al Parlamento disposti a secondare la sua politica. Essi obbedirono declamando con veemenza contro il clero, ingiuriando i vescovi, chiamando la memoranda petizione libello sedizioso, criticando aspramente lo stile di Sancroft, il quale, a dir vero, offriva pretesto alla critica, e dicendo che monsignore meritava le sferzate per mano del Dottore Busby per avere scritto in cattivo inglese. Ma il solo effetto di cotali indecenti declamazioni fu dʼaccrescere il malcontento del popolo. Furono loro negate tutte le dimostrazioni di quella riverenza che il popolo soleva mostrare alla dignità giudiciale ed alla regia Commissione. Era antica usanza che uomini rispettabili per nascita e ricchezza si unissero a cavallo con lo Sceriffo quando egli scortava i giudici alla città della Contea; ma siffatta processione adesso non fu possibile formare in nessuna parte del reame. I successori di Powell e di Holloway segnatamente furono trattati con notevole dispregio. Era loro stato assegnato il giro dʼOxford; aspettavansi dʼessere accolti in ogni Contea da una cavalcata di gentiluomini realisti; ma come si appressarono a Wallingford, dove dovevano aprire la loro commissione per Berkshire, il solo Sceriffo uscì loro incontro. Come si avvicinaronoad Oxford, la metropoli eminentemente realista di una eminentemente realista provincia, furono anche quivi incontrati dal solo Sceriffo.[439]

XVI. Lʼesercito non era meno disaffezionato del clero e deʼ gentiluomini. Il presidio della Torre aveva bevuto alla salute deʼ vescovi prigioni. Le Guardie a piedi in Lambeth avevano con ogni dimostrazione di rispetto salutato il Primate che faceva ritorno al suo palazzo. In nessun luogo quanto nel campo di Hounslow Heath la nuova della liberazione deʼ vescovi era stata accolta con più clamorosa gioia. In verità le grandi forze che il Re aveva ragunate a fine dʼatterrire la ricalcitrante metropoli erano divenute più ricalcitranti alla metropoli stessa, ed incuteveno maggior timore alla Corte, che ai cittadini. Per lo che in sul principio dʼagosto il campo fu sciolto, e le truppe furono acquartierate in varie parti del Regno.[440]

Giacomo lusingavasi che sarebbe più agevole governare separati battaglioni, che molte migliaia dʼuomini insieme raccolti. Volle farne esperienza col reggimento di fanteria comandato da Lord Lichfield, e che ora chiamasi Duodecimo di Linea. Lo scelse probabilmente per essere stato creato a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, nella Contea di Stafford, dove i Cattolici Romani erano più numerosi e potenti che quasi in ciascuna altra parte della Inghilterra. I soldati furono schierati alla presenza del Re. Il Maggiore disse loro che Sua Maestà desiderava chʼessi firmassero una scritta con la quale obbligavansi a secondarlo nel mandare ad esecuzione i suoi intendimenti rispetto allʼAtto di Prova, e che coloro ai quali piacesse di non obbedire, lasciassero in sullʼistante il servigio. Il Re rimase sommamente attonito vedendo intiere file di soldati porre giù le picche e gli archibugi. Solo due ufficiali e pochi comuni, tutti Cattolici, obbedirono. Egli rimase per poco in silenzio: poi comandò ai disobbedienti di ripigliare le armi loro, e con irato ciglio disse: «unʼaltra volta non vi farò più lʼonore di consultarvi.»[441]

Chiaro vedevasi che essendo egli deliberato a persistere nel suo proposito, gli era mestieri riformare lo esercito. Se non che a ciò fare non poteva trovare i mezzi nellʼisola nostra. I membri della sua Chiesa, anche neʼ distretti dove erano più numerosi, erano una piccola minoranza rispetto alla popolazione. Lʼodio contro il papismo erasi sparso in tutte le classi deʼ Protestanti, ed era divenuto la suprema passione perfino negli agricoltori e negli artigiani. Ma in unʼaltra parte deʼ suoi dominii la maggioranza del popolo era animata da spirito assai differente. Non vʼera limite al numero deʼ soldati cattolici che la buona paga e i quartieri in Inghilterra attirerebbero al di qua del Canale di San Giorgio. Tyrconnel per qualche tempo aveva posto ogni cura a formare dal contadiname della sua patria una forza militare della quale il suo signore potesse fidarsi. Già quasi tutta lʼarmata dʼIrlanda era composta di papisti Celti per sangue e per lingua. Barillon più volte fervidamente consigliò Giacomo a condurre in Inghilterra quellʼarmata per coartare glʼInglesi.[442]

XVII. Giacomo tentennava. Voleva essere circondato da milizie sopra le quali potesse riposare: ma temeva lʼesplosione del sentimento nazionale che si sarebbe manifestato al comparire dʼuna gran forza irlandese sopra il suolo dʼInghilterra. In fine, come segue spesso allorquando una mente debole si prova di schivare due opposte inconvenienze, egli sʼattenne ad un partito che le congiunse tutte quante. Fece venire tanti Irlandesi quanti non bastavano a tenere sottomessa la sola città di Londra, o la sola Contea di York, ma più che bastevoli a destare rabbia e paura in tutto il Regno da Northumberland fino a Cornwall. Un battaglione dopo lʼaltro, composti e disciplinati da Tyrconnel, approdavano sulle coste occidentali e movevano verso la metropoli; e furono fatte venire non poche reclute irlandesi per riempire i vuoti deʼ reggimenti inglesi.[443]

Tra tutti gli errori commessi da Giacomo nessuno fu piùfatale di questo. Già aveva perduto lo affetto del suo popolo violando le leggi, confiscando gli averi e perseguitando la religione. Nel cuore di coloro, che un tempo erano stati fervidi zelatori della monarchia, aveva già posto i semi della ribellione. E nondimeno poteva ancora, con qualche probabilità di buona riuscita, rivolgersi allo spirito patriottico deʼ suoi sudditi contro un invasore; perocchè erano razza isolana per indole e geografica posizione. Le loro antipatie nazionali in quella età erano, per vero dire, irragionevolmente forti. GlʼInglesi non erano assuefatti al freno e allo immischiarsi dello straniero. La comparsa dʼunʼarmata forestiera nellʼisola loro gli avrebbe spinti a correre sotto il vessillo dʼun Re chʼessi non avevano ragione di amare. Guglielmo forse non avrebbe potuto vincere un tale ostacolo; ma Giacomo lo tolse di mezzo. Nemmeno lʼarrivo di una brigata di moschettieri del Re Luigi avrebbe destato risentimento e vergogna quanto ne sentirono i nostri antenati allorchè videro le schiere deʼ Papisti, pur allora giunti da Dublino, marciare con pompa militare lungo le vie maestre. Niun uomo di sangue inglese considerava come compatriotti glʼIrlandesi aborigeni. Essi non appartenevano alla nostra razza; erano distinti da noi per più particolarità morali e intellettuali, che la diversità delle condizioni e della educazione, per quanto fosse grande, non bastava a spiegare. Avevano aspetto e idioma tutto proprio. Quando parlavano inglese, la loro pronunzia era ridicola; le loro frasi grottesche, come sempre sono le frasi di chi pensi in una lingua ed esprima i propri pensieri in unʼaltra. Per la qual cosa per noi essi erano stranieri; e di tutti gli stranieri erano i più odiati e tenuti in dispregio: i più odiati, perocchè per cinque secoli erano sempre stati nostri nemici; i più tenuti in dispregio, perocchè erano nostri nemici vinti, resi schiavi e spogliati. Lo Inglese paragonava con orgoglio i propri campi colle desolate lande, donde sbucavano i banditi a rubare ed assassinare, e la propria abitazione coʼ tuguri dove il villano e il maiale di Shannon sʼavvoltolavano insieme nel sudiciume. Egli apparteneva ad una società molto inferiore certamente per ricchezza e civiltà a quella in che noi viviamo, ma tuttavia a una delle più opulente e incivilite società delmondo: glʼIrlandesi erano rozzi quasi al pari deʼ selvaggi di Labrador. Egli era uomo libero: glʼIrlandesi erano servi ereditari della razza inglese. Egli adorava Dio con un culto puro e ragionevole: glʼIrlandesi giacevano immersi nella idolatria e nella superstizione. Egli sapeva che grandi torme dʼIrlandesi erano spesso fuggite dinanzi ad una mano dʼInglesi, e che la intera popolazione dʼIrlanda era stata tenuta in freno da una piccola colonia inglese: e compiacevasi a concludere chʼegli nellʼordine di natura era un essere più elevato dello Irlandese: imperocchè in tal guisa una razza dominante sempre spiega la sua superiorità ed escusa la sua tirannia. Nessuno oggimai nega agli Irlandesi vivacità, brio, eloquenza, fra le nazioni del mondo: cento campi di battaglia testificano che essi, ove abbiano buona disciplina, sono strenui soldati. Nondimeno egli è certo, che un secolo e mezzo fa erano generalmente spregiati nella isola nostra come gente stupida e codarda. E questi erano gli uomini che dovevano tenere in freno la Inghilterra a viva forza, mentre compivasi la distruzione della libertà e della Chiesa sue! Al solo pensiero ribolliva il sangue nelle vene dʼogni Inglese. Essere vinti daʼ Francesi o dagli Spagnuoli sarebbe, in paragone, sembrato un destino tollerabile. Noi eravamo assuefatti a trattare da pari a pari coʼ Francesi e con gli Spagnuoli. Ne avevamo ora invidiata la prosperità, ora temuta la potenza, ora gioito della loro amicizia. In onta al nostro insocievole orgoglio, le consideravamo come grandi nazioni, e non negavamo che andavano gloriose di uomini insigni nelle arti della guerra e della pace. Ma essere soggiogati da una casta inferiore era avvilimento oltre ogni credere grandissimo. GlʼInglesi provavano quel sentimento che proverebbero gli abitatori di Charleston e della Nuova Orleans, se quelle città fossero occupate da un presidio di Negri. I fatti genuini sarebbero stati sufficienti a suscitare inquietudine e sdegno: ma cotesti fatti erano inoltre adulterati da mille sinistre finzioni che correvano di caffè in caffè, di bettola in bettola, e andando diventavano sempre più terribili. Il numero delle truppe irlandesi venute fra noi poteva suscitare ragionevole e grave timore rispetto aʼ disegni del Re: ma era ingrandito dieci volte più dal pubblico timore. Potevabene supporsi che il rozzo fantaccino di Connaught posto con lʼarmi in mano fra mezzo a un popolo straniero che egli odiava e dal quale egli era odiato, commettesse qualche eccesso. Ma tali eccessi venivano esagerati narrandoli; e per giunta agli oltraggi che lo straniero aveva veramente commessi, gli venivano attribuiti tutti i delitti deʼ suoi camerati inglesi. Da ogni parte del Regno sorse un grido contro i barbari forestieri che invadevano le case private, prendevano barocci e cavalli, estorcevano danari ed insultavano donne. Dicevasi che cotesti uomini fossero i figliuoli di coloro, che quarantasette anni innanzi avevano fatto strage di migliaia di Protestanti. La ribellione del 1641, la quale anche narrata con calma susciterebbe pietà ed orrore, e che era stata bruttamente esagerata daʼ nazionali e religiosi rancori, era adesso divenuta la materia prediletta delle conversazioni. Spaventevoli storielle di case bruciate con le famiglie dentro, di donne e fanciulli macellati, di consanguinei costretti dalla tortura ad assassinarsi a vicenda, di cadaveri oltraggiati e mutilati, erano narrate e udite con piena credenza e vivo interesse. Aggiungevasi poi che i codardi selvaggi che avevano di sorpresa commesse tutte coteste crudeltà sopra una colonia senza sospetto e priva dʼogni difesa, appena Cromwell si fu mostrato fra loro a farne vendetta, percossi da subito terrore, avevano messe giù le armi, e senza nè anche tentare le sorti di un solo combattimento erano ricaduti nel ben meritato servaggio. A molli indizi prevedevasi che il Lord Luogotenente meditava unʼaltra grande spoliazione e strage della colonia Sassone. Già migliaia di coloni protestanti, fuggendo la ingiustizia e la insolenza di Tyrconnel, avevano riacceso lo sdegno della madre patria narrando tutto ciò che avevano sofferto, e tutto ciò che avevano, con troppa ragione, temuto. Fino a che segno lʼopinione pubblica fosse stata esasperata dalle querimonie deʼ fuggitivi era stato di recente mostrato in modo da non indurre in errore. Tyrconnel aveva mandato per essere approvata dal Re una proposta di revoca della legge che assicurava il possesso di mezzo il suolo dʼIrlanda, e aveva spediti a Westminster due agenti cattolici suoi concittadini che erano stati inalzati ad alti uffici nellʼordine giudiciario: Nugent, Capo-Giudicedella Corte del Banco del Re in Irlanda, uomo che personificava tutti i vizi e le debolezze che glʼInglesi reputavano come facienti il carattere del papista celtico; e Rice, uno deʼ Baroni dello Scacchiere Irlandese, uomo che per abilità e cognizioni era il primo fraʼ suoi compatriotti e correligionari. Lo scopo della missione era a tutti noto; e i due giudici non potevano rischiarsi a comparire in pubblico. La plebaglia, riconoscendoli, gridava: «Fate largo agli ambascitari irlandesi;» e il loro cocchio veniva scortato con solenne berlina da una turba dʼuscieri e di corrieri che portavano in mano bastoni con patate fitte in punta.[444]


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