CAPITOLO OTTAVO.

CAPITOLO OTTAVO.SOMMARIO.I. Consacrazione del Nunzio nel Palazzo di San Giacomo; Sua solenne presentazione a Corte.—II. Il Duca di Somerset.—III. Scioglimento del Parlamento. Delitti militari illegalmente puniti—IV. Atti dellʼAlta Commissione.—V. Le Università.—VI. Processi contro la Università di Cambridge.—VII. Il Conte di Mulgrave—VIII. Condizioni dʼOxford.—IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford.—X. Il Re raccomanda Antonio Farmer per la presidenza.—XI. I Convittori del Collegio della Maddalena sono citati dinanzi lʼAlta Commissione.—XII. Parker raccomandato per Presidente; la Certosa.—XIII. Viaggio del Re.—XIV. Il Re in Oxford; riprende i Convittori della Maddalena.—XV. Penn tenta di farsi mediatore.—XVI. Commissarii speciali ecclesiastici mandati in Oxford.—XVII. Protesta di Hough; Parker entra in ufficio.—XVIII. I Convittori sono cacciati via.—XIX. Il Collegio della Maddalena diventa seminario papale.—XX. Risentimento del Clero.—XXI. Disegni della Cabala Gesuitica rispetto alla successione—XXII. Disegni di Giacomo e Tyrconnel a fine di impedire che la Principessa dʼOrange succedesse nel regno dʼIrlanda.—XXIII. La Regina è incinta; il fatto non è creduto da nessuno.—XXIV. Umori deʼ Collegi elettorali, e dei Pari.—XXV. Giacomo delibera di convocare il Parlamento adulterando le elezioni.—XXVI. Il Consiglio deʼ Regolatori.—XXVII. Destituzioni di molti Lordi Luogotenenti; il Conte dʼOxford.—XXVIII. Il Conte di Shrewsbury.—XXIX. Il Conte di Dorset.—XXX. Domande fatte ai magistrati.—XXXI. Loro risposta; i disegni del Re riescono vani.—XXXII. Lista di Sceriffi.—XXXIII. Carattere dei gentiluomini Cattolici Romani nelle campagne—XXXIV. Umori deʼ Dissenzienti; Regolamento dei Municipi.—XXXV. Inquisizione in tutti i Dipartimenti del Governo—XXXVI. Destituzione di Sawyer.—XXXVII. Williams avvocato Generale.—XXXVIII. Seconda Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXXIX. Il Clero riceve ordine di leggerla.—XL. Il Clero esita a farlo; Patriottismo deʼ Protestanti non-conformisti di Londra.—XLI. Consulte del Clero di Londra.—XLII. Consulte nel Palazzo Lambeth.—XLIII. Petizione deʼ sette Vescovi presentata al Re.—XLIV. Il Clero di Londra disubbidisce agli ordini reali.—XLV. Il Governo esita.—XLVI. Delibera di fare ai Vescovi un processo per calunnia.—XLVII. Vengono esaminati dal Consiglio Privato.—XLVIII. Incarcerati nella Torre di Londra—XLIX. Nascita del Pretendente; universalmente creduta supposta.—L. I Vescovi, tradotti dinanzi il Banco del Re, son posti in libertà sotto cauzione.—LI. Agitazioni nel pubblico.—LII. Inquietudini diSunderland.—LIII. Fa professione di Cattolico Romano.—LIV. Processo deʼ Vescovi.—LV. Sentenza; esultanza del popolo.—LVI. Stato singolare dellʼopinione pubblica in quel tempo.I. Le aperte scortesie del Pontefice erano bastevoli a irritare il più mansueto deʼ principi; ma il solo effetto che produssero sullʼanimo di Giacomo fu quello di renderlo più prodigo di carezze e di complimenti. Mentre Castelmaine, collʼanima esasperata dallo sdegno, cammino faceva alla volta dellʼInghilterra, il Nunzio era colmato di onori tali che se fosse dipeso da lui li avrebbe ricusati. Per una finzione dʼuso frequente nella Chiesa di Roma, era stato poco innanzi insignito della dignità vescovile senza diocesi. Gli era stato dato il titolo di Vescovo dʼAmasia, città del Ponto e patria di Strabone e di Mitridate. Giacomo insistè perchè la cerimonia della consacrazione fosse fatta entro la Cappella del Palazzo di San Giacomo. Leyburn Vicario Apostolico, e due prelati irlandesi officiarono. Le porte furono spalancate al pubblico; e fu notato come parecchi Puritani, i quali pur dianzi sʼerano fatti cortigiani, fossero fra gli spettatori. La sera di quel dì medesimo, Adda, vestito degli abiti alla nuova dignità convenevoli, si recò allo appartamento della Regina. Re Giacomo in presenza di tutta la Corte cadde sulle ginocchia implorando la benedizione. E in onta del freno imposto dallʼuso cortigianesco, gli astanti indarno studiaronsi di nascondere il disgusto che loro ispirava quellʼatto.[278]E davvero da lunghissimo tempo non sʼera visto un sovrano inglese piegare il ginocchio innanzi ad uomo mortale; e coloro i quali contemplarono quello strano spettacolo, non potevano non richiamare alla memoria il giorno di vergogna, in cui Re Giovanni rese omaggio per la sua corona nelle mani di Pandolfo.II. Breve tempo dopo, una cerimonia anche di più ostentata solennità ebbe luogo in onore della Santa Sede. Eʼ fu deliberato che il Nunzio andasse processionalmente a Corte. In tale occasione alcuni, della cui obbedienza il Re era sicuro, mostrarono per la prima volta segni di spirito disubbidiente. Si rese notevole fra tutti Carlo Seymour, secondo Pari secolaredel Regno, e comunemente chiamato lʼorgoglioso Duca di Somerset. E certo egli era uomo, in cui lʼorgoglio della stirpe e del grado era quasi infermità di mente. Le sostanze da lui ereditate non erano pari allʼalto posto chʼegli teneva nellʼaristocrazia inglese; ma era diventato signore della più vasta possessione territoriale dʼInghilterra sposando la figlia ed erede dellʼultimo Percy, il quale portava lʼantica corona ducale di Northumberland. Somerset aveva soli venticinque anni, ed era poco noto al pubblico. Era Ciamberlano del Re, e colonnello di uno deʼ reggimenti levati a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali. Non aveva avuto scrupolo di portare la Spada dello Stato nella Cappella reale, neʼ giorni di festa: ma adesso risolutamente ricusò di mischiarsi al corteggio che doveva festeggiare il Nunzio. Taluni di sua famiglia lo supplicarono a non tirarsi sul capo la collera del Re; ma i loro preghi furono vani. Il Re stesso si provò a rimproverarlo dicendo: «Io credeva, Milord, farvi un grande onore eleggendovi ad accompagnare il ministro della prima testa coronata del mondo.»—«Sire,» rispose il Duca «mi si assicura che io non possa obbedire a Vostra Maestà senza contraffare alla legge.»—«Farò che voi temiate me al pari della legge,» riprese insolentemente il Re: «non sapete che io sono superiore alla legge?»—«Vostra Maestà potrebbe essere superiore alla legge» rispose Somerset, «ma io non lo sono; e mentre obbedisco alla legge, non ho timore di nulla.» Il Re gli volse altamente irato le spalle, e tosto lo destituì dʼogni ufficio nella casa reale e nello esercito.[279]Nondimeno in una cosa Giacomo usò alquanto di prudenza. Non si rischiò di esporre il Nunzio in solenne processione agli occhi della vasta popolazione di Londra. La ceremonia fu fatta il dì 3 luglio 1687, in Windsor. La gente accorse in folla a quella piccola città, tanto che mancarono i viveri e gli alloggi; e molte persone dʼalta condizione rimasero tutta la giornata nelle loro carrozze aspettando di vedere lo spettacolo. In fine, in sul tardi del pomeriggio, comparve il maresciallodel palazzo seguito daʼ suoi uomini a cavallo. Quindi veniva una lunga fila di volanti, e da ultimo in un cocchio di Corte procedeva Adda coperto dʼuna veste purpurea, con una croce che gli luccicava sul petto. Era seguito dalle carrozze deʼ principali cortigiani e ministri di Stato. Ed in questo corteo gli spettatori riconobbero con indignazione lʼarmi e le livree di Crewe vescovo di Durham, e di Cartwright Vescovo di Chester.[280]III. Il dì susseguente leggevasi nella gazzetta un decreto che discioglieva il Parlamento, il quale di tutti i quindici Parlamenti convocati dagli Stuardi era stato il più ossequioso.[281]Intanto nuove difficoltà sorgevano in Westminster Hall. Pochi mesi erano corsi da che erano stati destituiti alcuni giudici e sostituiti altri a fine dʼottenere una sentenza favorevole alla Corona nella causa di Sir Eduardo Hales; e già era necessario fare nuovi cangiamenti.Il Re aveva appena formato quello esercito, con lʼaiuto del quale principalmente egli sperava di compire i propri disegni, allorchè si avvide di non poterlo tenere in freno. In tempo di guerra nel Regno un soldato ribelle o disertore poteva esser giudicato da un tribunale militare, e la sentenza eseguita dal Provosto Maresciallo. Ma adesso vʼera perfetta pace. Il diritto comune dʼInghilterra, originato in una età in cui ogni uomo portava le armi secondo le occorrenze, e giammai di continuo, non faceva distinzione, in tempo di pace, da un soldato ad un altro suddito qualunque; nè vʼera Atto alcuno somiglievole a quello, per virtù del quale lʼautorità necessaria al governo delle truppe regolari, annualmente si affida al Sovrano. Alcuni vecchi statuti, a dir vero, dichiaravano in certi casi speciali crimenlese la diserzione. Ma tali statuti erano applicabili solo ai soldati nellʼatto di prestare servizio al Re in guerra, e non potevansi senza aperta mala fede stiracchiare tanto da applicarli al caso di colui, il quale, in tempo di profonda quiete dentro e fuori lo Stato, sentendosistanco di rimanere più oltre negli accampamenti di Hounslow facesse ritorno al suo villaggio nativo. Sembra che il Governo non avesse potestà di ritenere un tale uomo più di quella che non ne abbia un fornaio o un sartore sopra i suoi lavoranti. Il soldato e i suoi ufficiali agli occhi della legge erano in pari condizione. Sʼegli bestemmiava contro loro, era punito come reo di bestemmia; se gli batteva, era processato per offesa. Vero è che le milizie regolari avevano minor freno delle civiche. Perocchè queste erano un corpo istituito da un Atto parlamentare, il quale aveva provveduto che si potessero, per violazione di disciplina, infliggere sommariamente pene leggiere.Non sembra che sotto il regno di Carlo II si fosse fatta molto sentire la inconvenevolezza pratica di siffatta condizione della legge. Ciò potrebbe forse spiegarsi dicendo che fino allʼultimo anno del suo regno, le forze chʼegli manteneva in Inghilterra, erano precipuamente composte di soldati appartenenti alla casa reale, la cui paga era tanta che la destituzione dal servizio sarebbe stata dalla più parte di loro considerata come una sciagura. Lo stipendio di un soldato comune nelle Guardie del Corpo era una provvisione degna del figlio minore dʼun gentiluomo. Anche le Guardie a piedi erano pagate quanto i manifattori in tempi prosperi, ed erano quindi in condizioni tali da essere invidiati dalla classe deʼ lavoranti. Il ritorno del presidio di Tangeri, e le leve deʼ nuovi reggimenti avevano apportata una seria riforma. Adesso erano in Inghilterra molte migliaia di soldati, ciascuno deʼ quali riceveva soli otto soldi di paga per giorno. Il timore dʼessere licenziati non era bastevole a tenerli dentro gli stretti confini del dovere: e le pene corporali non potevano legalmente dagli ufficiali essere inflitte. Giacomo aveva quindi due sole vie ad eleggere, o lasciare che la sua armata si disciogliesse da sè, o indurre i Giudici a dichiarare che la legge fosse ciò che ogni giureconsulto sapeva non essere.A ciò fare importava segnatamente esser sicuro della cooperazione di due tribunali; la Corte del Banco del Re che era il primo tribunale criminale del Regno, e la Corte chiamata delgoal-delivery, che sedeva in Old Bailey, ed avevagiurisdizione sopra i delitti commessi nella capitale. In ambedue queste Corti vʼerano grandi difficoltà. Herbert, Capo Giudice del Banco del Re, per quanto fino allora si fosse mostrato servile, non avrebbe osato di trascorrere più oltre. Più ostinata resistenza era da aspettarsi da Giovanni Holt, il quale, comeRecorderdella città di Londra, occupava il banco in Old Bailey. Holt era uomo eminentemente dotto nella giurisprudenza, dotato di mente lucida, coraggioso ed onesto; e comecchè non fosse stato mai fazioso, le sue opinioni politiche sentivano di spirito Whig. Nulladimeno dinanzi alla volontà del Re disparvero tutti gli ostacoli. Ad Holt fu tolto lʼufficio. Herbert ed un altro giudice furono cacciati dal Banco del Re; e queʼ posti vacanti vennero dati ad uomini nei quali il Governo poteva pienamente confidare. E per vero dire, ei fu mestieri scendere a ciò che vi era di più basso nel ceto legale per trovare uomini pronti a rendere i servigi richiesti dal Re. La ignoranza del nuovo Capo Giudice Sir Roberto Wright passava in proverbio; e pure la ignoranza non era il peggiore deʼ suoi difetti. Era stato rovinato daʼ vizii, aveva ricorso a mezzi infami per far danari, ed una volta fece un falsoaffidavit, ovvero dichiarazione con giuramento, per guadagnare cinquecento sterline. Povero, dissoluto e svergognato, era divenuto uno deʼ parassiti di Jeffreys, che lo promosse nel medesimo tempo in cui lo caricava dʼinsulti. Tale era lʼuomo scelto da Giacomo a Lord Capo Giudice dʼInghilterra. Un certo Roberto Allibone, che era nelle leggi anche più ignorante di Wright, e come cattolico romano non poteva occupare impieghi, fu fatto secondo giudice del Banco del Re. Sir Bartolommeo Shower, ugualmente noto come Tory servile ed oratore noioso, fu nominatoRecorderdi Londra. Dopo tali variazioni, a parecchi disertori fu fatto il processo. Vennero dichiarati rei a dispetto della lettera e dello spirito della legge. Alcuni furono condannati a morte nel Banco del Re, altri in Old Bailey. Vennero impiccati al cospetto deʼ reggimenti ai quali appartenevano; e sʼebbe cura che la esecuzione della sentenza fosse annunziata nella gazzetta di Londra, la quale di rado dava notizia di siffatti eventi.[282]IV. Era da credersi che la legge, violata con tanta impudenza da Corti la cui autorità derivava interamente da quella, e che avevano costume di toglierla a guida neʼ loro giudizii, sarebbe poco rispettata da un tribunale istituito da un capriccio tirannico. La nuova Alta Commissione nei primi mesi della sua esistenza aveva semplicemente inibito ad alcuni chierici lo esercizio delle loro funzioni spirituali; essa non aveva attentato ai diritti di proprietà. Ma sul principio del 1687, eʼ fu deliberato di colpire cotesti diritti, e di porre in mente ad ogni prete e prelato anglicano la convinzione, che, ricusando di aiutare il Governo a distruggere la Chiesa di cui egli era ministro, verrebbe in un attimo ridotto alla miseria.Sarebbe stata prudenza farne la prima prova sopra qualche oscuro individuo. Ma era tanta la cecità del Governo, che in una età più credula si sarebbe chiamata fatalità. A un tratto dunque fu dichiarata la guerra alle due più venerabili corporazioni del reame, voglio dire alle Università dʼOxford, e di Cambridge.V. Queʼ due grandi corpi da lunghissimi anni erano stati molto potenti; e la potenza loro in sul declinare del secolo decimo settimo era giunta al più alto grado. Nessuno deʼ paesi vicini poteva gloriarsi di centri di dottrina splendidi ed opulenti al pari di quelli. Le scuole dʼEdimburgo e di Glasgow, di Leida e di Utrecht, di Lovanio e di Lipsia, di Padova e di Bologna, sembravano dappoco ai dotti chʼerano stati educati neʼ magnifici istituti di Wykeham e di Wolsey, di Enrico VI, e dʼEnrico VIII. Le lettere e le scienze nel sistema accademico dʼInghilterra, erano circondate di gran pompa, avevano una magistratura, ed erano strettamente connesse con tutte le più auguste istituzioni dello Stato. Essere Cancelliere dʼuna Università reputavasi onorificenza, alla quale ardentemente ambivano i magnati del Regno. Rappresentare una Università in Parlamento era scopo allʼambizione degli uomini di Stato. I nobili e perfino i principi inorgoglivansi di ricevere da una Università il privilegio dʼindossare la veste scarlatta di dottore. I curiosi erano attratti alle Università dal diletto di ammirarequegli antichi edifizi ricchi di memorie del medio evo, quelle moderne fabbriche che mostravano quanto potessero gli squisiti ingegni di Jones e di Wren, quelle magnifiche sale e cappelle, i Musei, i giardini botanici, e le sole grandi Biblioteche pubbliche che a quei tempi esistessero nel Regno. La pompa che Oxford mostrava nelle solennità, rivaleggiava con quella deʼ principi sovrani. Quando il venerando Duca dʼOrmond Cancelliere di quellʼUniversità, coperto del suo manto ricamato, sedeva sul trono sotto la dipinta volta del teatro di Sheldon, circondato da centinaia di graduati vestiti secondo lʼordine loro, mentre i più nobili giovani dellʼInghilterra solennemente a lui presentavansi come candidati peʼ grandi accademici, egli faceva una comparsa regale quasi al pari del suo signore nella Sala del Banchetto in Whitehall. Nella Università sʼerano educati glʼintelletti di quasi tutti i più eminenti chierici, laici, medici, begli spiriti, poeti, ed oratori del reame, e gran parte deʼ nobili e dei ricchi gentiluomini. È anche da notarsi che la relazione tra lo scolare e la scuola non rompevasi alla sua partenza da quella. Spesso egli seguitava ad essere per tutta la vita membro del corpo accademico, e come tale votava in tutte le elezioni di maggiore importanza. Serbava quindi per le sue antiche passeggiate lungo il Cam e lʼIsis una memoria più affettuosa, che gli uomini educati spesso non sentono per il luogo della loro educazione. In tutta Inghilterra non era angolo in cui le due Università non avessero grati e zelanti figli. Ogni attentato contro lʼonore e gli interessi di Cambridge e di Oxford non poteva non provocare il risentimento dʼuna possente, operosa e intelligente classe, sparsa in ogni Contea da Northumberland fino a Cornwall.I graduati residenti, come corpo, allora non erano forse positivamente superiori a quelli deʼ tempi nostri: ma in paragone delle altre classi sociali occupavano una posizione più alta: imperocchè Cambridge ed Oxford erano allora le sole due città provinciali del Regno, nelle quali si trovasse un gran numero dʼuomini eminenti per cultura intellettuale. Anche la metropoli teneva in grande riverenza lʼautorità delle Università non solo nelle questioni di teologia, di filosofia naturalee dʼantichità classiche, ma altresì in quelle materie nelle quali le metropoli generalmente pretendono il diritto di giudicare in ultimo appello. Dal Caffè Will e dalla platea del teatro regio di Drury Lane i critici riferivansi al giudizio deʼ due grandi centri del sapere e del gusto. Le produzioni drammatiche, chʼerano state con entusiasmo applaudite in Londra, non riputavansi fuori di pericolo finchè non avessero sperimentato il severo giudizio degli uditori assuefatti a studiare Sofocle e Terenzio.[283]Le Università dʼInghilterra avevano adoperata tutta la loro influenza morale ed intellettuale a pro della Corona. Carlo I aveva fatto dʼOxford il suo quartiere generale; e tutti i Collegi a impinguare la sua cassa militare avevano fuse le loro argenterie. Cambridge non era meno benevola alla Corona. Aveva mandata anche essa aʼ regi accampamenti gran parte delle sue argenterie, e avrebbe parimenti dato il resto se la città non fosse stata presa dalle soldatesche del Parlamento. Ambedue le Università dai vittoriosi Puritani erano state severissimamente trattate; ambedue avevano con gioia plaudito alla Restaurazione; fermamente avversata la Legge dʼEsclusione; e mostrato profondo orrore alla scoperta della Congiura di Rye-House. Cambridge non solo aveva deposto Monmouth dallʼufficio di Cancelliere, ma ad esprimere come forte abborrisse il tradimento di lui, con modo indegno della sede della sapienza aveva data alle fiamme la tela in cui il pennello di Kneller aveva con isquisitissimo magistero dipinto il ritratto del Duca.[284]Oxford, la quale era più presso agli insorti delle Contrade Occidentali, aveva date prove maggiori della sua lealtà. Gli studenti, con lʼapprovazione deʼ loro maestri, avevano a centinaia preso le armi per difendere i diritti ereditari del Re. Tali erano le corporazioni che Giacomo aveva deliberatodi insultare e spogliare, rompendo apertamente le leggi e la fede data.VI. Parecchi Atti di Parlamento, chiari quanto qualunque altro che si contenga nel libro degli Statuti, avevano provveduto che niuno si potesse ammettere ad alcun grado in ambe le Università senza prestare il giuramento di supremazia, e un altro di simile carattere, detto giuramento di obbedienza. Nonostante, nel febbraio del 1687, giunse a Cambridge una lettera del Re che ingiungeva fosse ammesso al grado di Maestro dellʼArti un monaco benedettino chiamato Albano Francis.Gli ufficiali accademici, ondeggiando tra la riverenza pel Re e la riverenza per le leggi, stavansi gravemente contristati. Mandarono in gran diligenza messaggi al Duca dʼAlbemarle, successore di Monmouth nella dignità di Cancelliere dellʼUniversità. Lo pregavano di presentare nel suo vero aspetto il caso al Sovrano. Intanto lʼarchivista e i bidelli andarono ad annunziare a Francis che ove egli prestasse i giuramenti secondo richiedeva la legge, sarebbe subito ammesso. Francis ricusò di giurare, inveì contro gli ufficiali della Università mancatori di rispetto al comando sovrano, e trovandoli inflessibili, montò a cavallo, e corse a recare le sue doglianze a Whitehall.I Capi deʼ Collegi allora si ragunarono a consiglio. Vennero consultati i migliori giureconsulti, e tutti unanimemente giudicarono il corpo universitario avere bene operato. Ma già era per via unʼaltra lettera scritta da Sunderland con altere e minacciose parole. Albemarle annunziò contristatissimo alla Università avere egli fatto ogni sforzo, ma essere stato freddamente e con poca grazia accolto dal Re. Il corpo accademico, impaurito della collera sovrana, e sinceramente desideroso di compiacere ai voleri del Re, ma deliberato di non violare le patrie leggi, gli sottopose le più umili e riverenti spiegazioni, ma indarno. Poco dopo al Vice-Cancelliere e al Senato universitario fu formalmente intimato di comparire, pel dì 21 aprile, dinanzi alla nuova Alta Commissione; il Vice-Cancelliere in persona; il Senato, che è composto di tutti i Dottori e Maestri dellʼUniversità, per mezzo di suoi deputati.VII. Giunto il dì stabilito, la sala del Consiglio era affollata.Jeffreys teneva il seggio presidenziale. Rochester, dopo che gli era stato tolto il bianco bastone, non era più membro, e gli era succeduto al posto il Lord Ciamberlano Giovanni Sheffield Conte di Mulgrave. La sorte di questo gentiluomo da un solo lato è simile a quella del suo collega Sprat. Mulgrave scrisse versi appena al disopra della mediocrità; ma perchè era uomo dʼalto grado nel mondo politico ed elegante, i suoi versi trovarono ammiratori. Il tempo sciolse il prestigio, ma, sciaguratamente per lui, ciò non avvenne se non dopo che i suoi poetici componimenti per diritto di prescrizione erano stati inseriti in tutte le raccolte deʼ Poeti inglesi. Per la qual cosa fino aʼ dì nostri i suoi insipidi Saggi in verso e le sue scempiate canzoni ad Amoretta e Gloriana ristampansi accanto al Como di Milton e al Festino dʼAlessandro di Dryden. Onde è che adesso Mulgrave è conosciuto come poetastro, e come tale meritamente spregiato. Nondimeno, egli era, a dir vero, come affermano anche coloro che non lo amavano nè lo stimavano, uomo dʼinsigni doti intellettuali, e nella eloquenza parlamentare punto inferiore a qual si fosse oratore deʼ tempi suoi. Il suo carattere morale era spregevole. Egli era libertino senza quella larghezza di cuore e di mano che talvolta rende amabile il libertinismo, ed altero aristocratico senza quella altezza di sentimenti, che talvolta rende rispettabile lʼaristocratica alterigia. Gli scrittori satirici di quellʼetà gli apposero il soprannome di Lord Tuttorgoglio. Eppure cotesto suo orgoglio egli accompagnava con tutti i vizi più abietti. Molti maravigliavansi come un uomo, che aveva così alta opinione della propria dignità, fosse tanto difficile e misero in tutte le sue faccende pecuniarie. Aveva gravemente offesa la famiglia regale osando accogliere in petto la speranza di ottenere il cuore e la mano della Principessa Anna. Disilluso di cotanta speranza, sʼera sforzato di riacquistare con ogni bassezza la grazia che per presunzione egli aveva perduta. Il suo epitaffio, composto da lui stesso, rivela tuttora a coloro che traversano lʼAbbadia di Westminster, chʼegli visse e morì da scettico nelle cose di religione; e dalle memorie che ci ha lasciate, impariamo come uno deʼ suoi più ordinari subietti di scherzo fosse la superstizione romana. Ma appena Giacomo salì al trono,Mulgrave cominciò a manifestare forte inclinazione verso il papismo, e in fine privatamente fece sembiante dʼesser convertito. Questa abietta ipocrisia era stata ricompensata con un posto nella Commissione Ecclesiastica.[285]Innanzi cotesto formidabile tribunale si appresentò il Dottore Giovanni Pechell Vice-Cancelliere della Università di Cambridge. Era uomo di non grande abilità e vigoria di carattere, ma lo accompagnavano otto insigni accademici eletti a rappresentare il Senato. Uno di loro era Isacco Newton, Convittore del Collegio della Trinità e Professore di Matematiche. Il suo genio era allora nel massimo vigore. La grande opera, che lo ha collocato di sopra ai geometri e aʼ naturalisti di tutti i tempi e di tutte le nazioni, stavasi stampando per ordine della Società Reale, ed era pressochè pronta a pubblicarsi. Egli amava fermamente la libertà civile e la religione protestante; ma per le sue abitudini, valeva poco neʼ conflitti della vita attiva. E però tenne un modesto silenzio fra mezzo ai deputati, lasciando ad uomini maggiormente esperti nelle faccende lo incarico di difendere la causa della sua diletta Università.Non vi fu mai caso più chiaro di cotesto. La legge non ammetteva stiracchiature. La pratica aveva quasi invariabilmente seguita sempre la legge. Poteva forse essere accaduto che in un giorno di solennità, nel conferirsi gran numero di gradi onorari, fosse passato fra la folla qualcuno senza prestare i giuramenti. Ma tale irregolarità, semplice effetto della inavvertenza e della fretta, non poteva citarsi come esempio. Ambasciatori stranieri di diverse nazioni, ed in ispecie un Musulmano, erano stati ammessi senza giuramento; ma poteva dubitarsi se a cosiffatti casi fossero applicabili la ragione e lo spirito degli Atti del Parlamento. Non pretendevasi nè anco che alcuno il quale, richiesto, avesse ricusato di prestare igiuramenti, ottenesse mai un grado accademico; e questo era precisamente il caso di Francis. I deputati mostraronsi pronti a provare che, regnante Carlo II, parecchi ordini regali erano stati considerati come nulli, perocchè le persone raccomandate non si erano volute uniformare alla legge, e che, in simili casi, il Governo aveva sempre approvato lʼoperare dellʼUniversità. Ma Jeffreys non volle udire nulla. Disse il Vice-Cancelliere essere uomo debole, ignorante e timido, per lo che disfrenò tutta la insolenza che era per tanti anni stata il terrore di Old Bailey. Lo sventurato Dottore, non avvezzo a tale spettacolo, cadde in disperata agitazione di mente, e perdè la parola. Allorchè gli altri accademici, che potevano meglio difendere la propria causa, provaronsi di parlare, furono duramente fatti tacere: «Voi non siete Vice-Cancelliere; quando lo sarete, parlerete; per ora è vostro debito tenere chiuse le labbra.» Furono cacciati fuori la sala senza che potessero farsi ascoltare. Poco tempo dopo, citati di nuovo a presentarsi, fu loro annunziato che la Commissione aveva deliberato di sospendere Pechell dallʼufficio, e toglierli tutti gli emolumenti chʼerano come sua proprietà. «Quanto a voi altri,» disse Jeffreys «che per la più parte siete ecclesiastici, vi manderò a casa con un testo della Scrittura. Andate, e non peccate mai più, perchè non vi accada peggio.»[286]VIII. Siffatto procedere potrebbe sembrare bastevolmente ingiusto e violento. Ma il Re aveva già incominciato a trattare Oxford con tanto rigore, che quello mostrato contro Cambridge potrebbe chiamarsi dolcezza. Già il Collegio della Università era stato trasmutato da Obadia Walker in seminario cattolico romano. Già il Collegio della Chiesa-di-Cristo era governato da un decano cattolico. La Messa celebravasi giornalmente in ambidue cotesti collegi. La tranquilla e maestosa città, un tempo sì devota ai principii monarchici, era agitala da passioni non mai per lo innanzi conosciute. I sottograduati, con connivenza deʼ loro superiori, facevano le fischiate ai membri della congregazione di Walker, e cantavano satire sotto le sue finestre. Sono giunti fino a noi alcuni frammenti delle serenateche mettevano in subbuglio High-Street. Lo intercalare dʼuna ballata diceva: «Il vecchio Obadia—Canta lʼAve Maria.»Come i comici giunsero in Oxford, lʼopinione pubblica si manifestò con maggior forza. Venne rappresentata la produzione drammatica di Howard intitolata ilComitato. Questo componimento, scritto poco dopo la Restaurazione, dipingeva i Puritani in sembianti odiosi e spregevoli, e però era stato per venticinque anni applaudito dagli Oxfordiani. Adesso piaceva più che mai; imperciocchè per fortuna uno deʼ precipui caratteri era un vecchio ipocrita che aveva nome Obadia. Gli uditori diedero in fragoroso scoppio dʼ applausi quando, nellʼultima scena, Obadia viene strascinato fuori con un capestro al collo; e i clamori raddoppiarono quando uno degli attori, alterando la commedia, annunzio che Obadia meritava dʼessere impiccato per avere rinnegata la propria religione. Il Re rimase grandemente irritato a tale insulto. Era cotanto rivoluzionario lo spirito della Università, che uno deʼ nuovi reggimenti—quel desso che ora chiamasi Secondo deʼ Dragoni delle Guardie—fu acquartierato in Oxford, onde impedire uno scoppio.[287]Dopo cotesti fatti Giacomo avrebbe dovuto convincersi che la via da lui presa doveva di necessità condurlo a ruina. Ai clamori di Londra era da lungo tempo assuefatto. Sʼerano levati contro lui ora giustamente ed ora a torto. Egli li aveva più volte affrontati, e poteva forse tuttavia affrontarli. Ma che Oxford, sede della lealtà, quartiere generale dello esercito deʼ Cavalieri, luogo dove il padre e il fratello trasferirono la corte loro quando non si tenevano più sicuri nella loro tempestosa metropoli, luogo dove gli scritti deʼ grandi intelletti repubblicani erano stati di recente dati alle fiamme, fosse ora agitata da sinistri umori; che quegli animosi giovani, i quali pochi mesi innanzi avevano ardentemente prese le armi contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, avessero ad essere con difficoltà tenuti in freno dalla carabina e dalla spada, erano segni di cattivo augurio per la casa degli Stuardi. Tali ammonimenti, nondimeno, tornarono inutili allo stupido, inflessibilee testardo tiranno. Era deliberato di dare alla sua Chiesa i più ricchi e splendidi stabilimenti dʼInghilterra. A nulla giovarono le rimostranze deʼ migliori e più savi traʼ suoi consiglieri cattolici romani. Gli dimostrarono come egli potesse rendere grandi servigi alla causa della sua religione, senza violare i diritti di proprietà. Un assegnamento annuo di due mila lire sterline, che agevolmente poteva trarsi dal suo tesoro privato, sarebbe bastato a mantenere un collegio di Gesuiti. Siffatto collegio provveduto di abili, dotti e zelanti precettori, sorgerebbe come formidabile rivale alle vecchie istituzioni accademiche, le quali mostravano non pochi segni di quella languidezza, che è quasi inseparabile dal sentirsi sicuro ed opulento. Il collegio di Re Giacomo tosto verrebbe considerato, anche dagli stessi Protestanti, il primo istituto dʼeducazione nellʼisola e per scienza e per disciplina morale. Ciò sarebbe il mezzo più efficace e meno odioso con che umiliare la Chiesa Anglicana ed esaltare la cattolica. Il Conte dʼAilesbury, uno deʼ più fidi servitori della regale famiglia, quantunque Protestante, offerse mille lire sterline per mandare ad esecuzione quel disegno, più presto che vedere che il suo signore violasse i diritti di proprietà, e rompesse la fede data alla Chiesa dello Stato.[288]Tale proposta, nondimeno, non piacque al Re, come quella che, a dir vero, per molte ragioni, era poco convenevole alla dura indole di lui. Imperciocchè aveva non poco diletto a domare e sconfiggere lʼaltrui volontà, e gli doleva privarsi deʼ propri danari. Ciò chʼegli non aveva la generosità di fare a proprie spese, voleva farlo a spese degli altri. Deliberato di conseguire un fine, lʼorgoglio e lʼostinazione glʼimpedivano di retrocedere; e a poco per volta si era già ridotto a commettere atti di turchesca tirannide, atti che ridussero la nazione a convincersi che la proprietà di un libero possidente inglese sotto un Re cattolico romano non era punto sicura, come non lo era quella dʼun greco sotto la dominazione musulmana.IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford, fondato nel secolo decimoquinto da Guglielmo di Waynflete Vescovo diWinchester e Lord Gran Cancelliere, era uno deʼ più cospicui deʼ nostri istituti accademici. Una graziosa torre, in cima alla quale allʼalba del di primo di maggio i coristi cantavano un inno latino, presentavasi da lungi allʼocchio del viandante che veniva da Londra. Come egli appressavasi, la vedeva sorgere fraʼ merli sopra una vasta mole bassa ed irregolare, ma singolarmente veneranda, la quale, cinta di verdura, signoreggiava le lente acque del Cherwell. Egli entrava per una porta sormontata da una leggiadra finestra, e penetrava in uno spazioso chiostro ornato dʼimmagini rappresentanti le virtù e i vizi, rozzamente scolpite in pietra grigia dai muratori del secolo decimoquinto. La mensa della società era con profusione apparecchiata in un magnifico refettorio adorno di pitture e di fantastici intagli. Il servizio di chiesa facevasi mattina e sera in una cappella, chʼera stata molto danneggiata daʼ Riformatori e dai Puritani, ma tuttavia, così guasta, era edificio dʼinsigne bellezza, ai tempi nostri ristaurato con arte e con gusto squisiti. I vasti giardini lungo la riva del fiume, erano notevoli per la grandezza degli alberi, fra mezzo ai quali torreggiava una delle maraviglie della vegetazione dellʼisola, cioè una quercia gigantesca, secondo che comunemente dicevasi, dʼun secolo più antica del più antico collegio dellʼUniversità.Gli statuti collegiali ordinavano che i Re dʼInghilterra e i Principi di Galles dovessero alloggiare alla Maddalena. Eduardo IV vi aveva abitato quando la fabbrica non era peranche finita. Riccardo III vi aveva tenuto corte, udito le dispute nella sala, regalmente festeggiato, e a rimunerare i suoi ospiti aveva loro fatto presenti di daini delle sue foreste. Due eredi presuntivi della Corona, anzi tempo spenti, Arturo fratello maggiore di Enrico VIII, ed Enrico fratello maggiore di Carlo I, erano stati membri di quel collegio. Un altro Principe del sangue, lʼultimo e migliore degli Arcivescovi cattolici romani di Canterbury, il buon Reginaldo Polo, vi aveva fatti i suoi studi. Aʼ tempi della guerra civile il Collegio della Maddalena era rimasto fido alla Corona. Ivi Rupert aveva stabilito il suo quartiere generale; e le sue trombe sʼudivano per quei quieti chiostri quando egli ragunava i suoi cavalli per muoverea qualcuna delle sue più audaci intraprese. La maggior parte deʼ collegiali erano ecclesiastici, e non potevano aiutare il Re se non con preci e pecunia. Ma un collega loro, il quale era Dottore in Diritto Civile, fece leva dʼuna schiera di sottograduati, e cadde valorosamente combattendo alla loro testa contro i soldati dʼEssex. Posate le armi, e venuta la Inghilterra sotto la dominazione delle Teste-Rotonde, sei settimi dei membri del collegio ricusarono di sottomettersi agli usurpatori: per la qual cosa furono cacciati dalle loro abitazioni, e privati delle rendite. Coloro che sopravvissero alla Restaurazione, fecero ritorno alle loro gradite stanze. Adesso era loro succeduta una generazione dʼuomini, i quali ne avevano ereditato le opinioni e lo spirito. Mentre infuriava la ribellione delle Contrade Occidentali, tutti coloro che nel Collegio della Maddalena la età o la professione non impediva dal portare le armi, erano ardentemente accorsi a combattere a pro della Corona. Eʼ sarebbe difficile trovare in tutto il Regno una corporazione, che al pari di cotesta fosse meritevole della gratitudine degli Stuardi.[289]La società era composta dʼun Presidente, di quaranta Convittori (Fellows), di trenta scolari chiamatiDemies, e dʼun convenevole numero di cappellani, cherici e coristi. A tempo della visita generale sotto il regno di Enrico VIII, le rendite del collegio erano molto maggiori di quelle dʼogni altro simigliante istituto nel reame, maggiori quasi per metà di quelle del magnifico istituto da Enrico VI fondato in Cambridge; e assai più del doppio di quelle che Guglielmo Wykeham aveva assegnato al suo collegio in Oxford. Sotto Giacomo II le ricchezze della Maddalena erano immense, e la fama le esagerava. Dicevasi comunemente che il collegio fosse più ricco delle più ricche Abadie del continente; e il popolo affermava che, finiti i fitti esistenti, la entrata crescerebbe fino alla somma prodigiosa di quaranta mila lire sterline lʼanno.[290]I Convittori, per virtù degli statuti compilati dal fondatore, avevano potestà di eleggere il presidente fra coloro che erano allora o erano stati convittori o della Maddalena o del Collegio Nuovo. Avevano per lo più siffatta potestà liberamente esercitato. Ma alcuna volta il Re aveva raccomandato qualche partigiano della Corte alla scelta degli elettori; e in tali casi il collegio sʼera mostrato riverente ai desiderii del Sovrano.Nel marzo del 1687, il Presidente della Maddalena fini di vivere. Aspirava a succedergli uno deʼ Convittori, cioè il Dottore Tommaso Smith, volgarmente soprannominato Rabbi Smith, insigne viaggiatore, bibliofilo, antiquario, ed orientalista, già stato cappellano di legazione a Costantinopoli, e adoperato a collazionare il Manoscritto Alessandrino. Credeva di meritare la protezione del Governo come uomo dotto e come Tory zelante. E davvero era ardentemente e fermamente il più realista che si potesse trovare in tutta la Chiesa Anglicana. Da lungo tempo aveva stretta amicizia con Parker Vescovo dʼOxford, per mezzo del quale egli sperava ottenere dal Re una lettera commendatizia al collegio; Parker gli promise di fare il possibile, ma tosto riferì di avere incontrato parecchie difficoltà. «Il re» disse egli «non raccomanderà alcuno che non sia amico alla religione della Maestà Sua. Che potreste voi fare per compiacerlo in quanto a ciò?» Smith rispose che ove egli fosse fatto Presidente, farebbe ogni sforzo per promuovere le lettere, la vera religione di Cristo, e la lealtà verso il Sovrano. «Ciò non servirebbe» disse il Vescovo. «Se è così» rispose animosamente Smith, «sia chi si voglia il Presidente: io non posso promettere altro.»X. La elezione era stabilita pel di 13 aprile, e ai Convittori fu annunziato di ragunarsi. Dicevasi che il Re manderebbe una lettera a raccomandare pel posto vacante un certo Antonio Farmer. Era stato membro della Università di Cambridge ed aveva schivato di essere espulso, accortamente ritirandosi a tempo. Sʼera quindi collegato coʼ Dissidenti; e poi, recatosi ad Oxford, era entrato nel Collegio della Maddalena, dove si rese notevole per ogni generazione di vizi. Quasi sempre strascinavasi al collegio a notte avanzata, senza potere profferire parola, come colui chʼera briaco. Acquistò fama per essersimesso a capo dʼun tumulto in Abingdon. Frequentava sempre i convegni deʼ libertini. In fine, fattosi lenone, era disceso anche al di sotto della ordinaria sozzura del suo mestiere, ricevendo danari da certi dissoluti giovani per aver loro resi servigi tali che il labbro pudico della storia non può ricordare senza arrossirne. Cotesto sciagurato, nondimeno, aveva simulato di farsi papista, e la sua apostasia fu considerata come bastevole espiazione di tutti i suoi vizi. E comecchè fosse ancora giovine dʼanni, fu dalla Corte scelto a governare una grave e religiosa società, nella quale era tuttavia fresca la scandalosa memoria del suo depravato vivere.Come cattolico romano, egli, secondo la legge comune del paese, non poteva occupare veruno ufficio accademico. Per non essere mai stato Convittore della Maddalena o del Collegio Nuovo, non poteva, in virtù dʼun ordinamento speciale di Guglielmo Waynflete, essere eletto Presidente. Guglielmo aveva anche comandato a coloro che dovevano fruire della liberalità sua, di badare peculiarmente alla moralità di colui che dovevano eleggere a loro capo; e quandʼanche egli non avesse lasciato scritto cotale comandamento, una corporazione composta in massima parte di ecclesiastici non poteva decentemente affidare ad un uomo quale era Farmer il governo dʼun istituto dʼeducazione.I Convittori rispettosamente esposero al Re le difficoltà in cui si troverebbero, ove, come ne correva la voce, Farmer venisse loro raccomandato; e pregavano, che qualora piacesse alla Maestà Sua immischiarsi nella elezione, proponesse qualche persona a favore della quale potessero legalmente e con sicura coscienza votare. La rispettosa preghiera fu posta in non cale. La lettera del Re giunse, e fu recata da Roberto Charnock, che dianzi sʼ era fatto papista, uomo fornito di coraggio e di qualità, ma di sì violenta indole che pochi anni dopo commise un atroce delitto ed ebbe miseranda fine. Il dì 13 aprile, la società congregossi nella cappella. Speravano tutti che il Re si movesse alla rimostranza che gli avevano presentata. Lʼassemblea quindi si aggiornò al dì 15, che era lʼultimo giorno, nel quale, secondo gli statuti del collegio, la elezione doveva aver luogo.Giunto il predetto giorno, i Convittori ragunaronsi di nuovo entro la cappella. Non vʼera risposta alcuna da Whitehall. Due o tre degli anziani, fraʼ quali era Smith, inchinavano a posporre ancora la elezione, più presto che fare un passo che avrebbe potuto offendere il Re. Ma il testo degli statuti, che i membri del collegio avevano giurato di osservare, era chiaro. Fu quindi generale opinione di non ammettere altro indugio. Ne segui vivissima discussione. Gli elettori erano sì concitati che non potevano starsi neʼ loro seggi, e tumultuavano. Coloro che volevano la elezione immediata, richiamavansi aʼ loro giuramenti ed alle prescrizioni del fondatore, del quale mangiavano il pane, e ripetevano il Re non avere diritto dʼimporre un candidato anche avente i necessari requisiti. Fra mezzo alla contesa udironsi alcune parole spiacevoli alle orecchie dʼun Tory, si che Smith irritato esclamò: lo spirito di Ferguson avere invaso i cuori deʼ suoi confratelli. Finalmente eʼ fu deliberato di fare subito la elezione. Charnock uscì fuori della cappella. Gli altri Convittori, ricevuta la comunione, procederono a votare, e sortì eletto Giovanni Hough uomo di grande virtù e prudenza, il quale avendo sostenuto con fortezza la persecuzione, e con mansuetudine la prosperità, elevatosi a più alte dignità e rifiutatene anche di maggiori, mori estremamente vecchio, senza perdere la vigoria della mente, cinquantasei e più anni dopo quel memorando giorno.La società affrettossi a far conoscere al Re le circostanze che avevano reso necessario lo eleggere senza altro indugio il Presidente, e pregarono il Duca di Ormond, come patrono della Università, e il Vescovo di Winchester, come ispettore del Collegio della Maddalena, perchè volessero assumersi lʼufficio dʼintercessori: ma il Re, torpido di mente, era siffattamente incollerito che non volle ascoltare spiegazioni.XI. Neʼ primi giorni di giugno, i Convittori furono citati ad appresentarsi dinanzi allʼAlta Commissione in Whitehall. Cinque di loro, come deputati degli altri, obbedirono. Jeffreys gli trattò secondo suo costume. Quando uno di loro, chʼera un venerando Dottore nomato Fairfax, espresse qualche dubbio intorno alla validità della Commissione, il Cancelliere cominciò ad urlare a guisa di belva feroce: «Chi è costui? Chigli ha dato lo incarico di venire a far lo impudente in questo luogo? Chiappatelo; mettetelo in secreta. Che fa egli senza custode? Egli è pazzo, ed è sotto la mia custodia. Mi maraviglio che nessuno sia venuto a richiedermelo per tenerlo in buona guardia.» Poichè si fu così sfogato, e furono lette le deposizioni concernenti il carattere morale del candidato proposto dal Re, nessuno deʼ Commissari ebbe la sfrontatezza di asserire che un tale uomo potesse convenevolmente essere eletto capo dʼun gran collegio. Obadia Walker e gli altri papisti dʼOxford i quali trovavansi lì presenti a difendere glʼinteressi del loro proselito, rimasero estremamente confusi. La Commissione dichiarò nulla la elezione di Hough, e sospese Fairfax dallʼufficio di Convittore: ma non fu più ragionato di Farmer; e nel mese di agosto giunse ai Convittori una lettera del Re, il quale proponeva loro Parker, Vescovo dʼOxford.XII. Parker non era apertamente papista. Nondimeno esisteva contro lui un impedimento, il quale, quando anche la presidenza fosse stata vacante, sarebbe stato decisivo: imperocchè egli non era mai stato Convittore nè della Maddalena, nè del Collegio Nuovo. Ma la presidenza non era vacante: Hough era stato debitamente eletto; e tutti i membri del Collegio erano tenuti per sacramento a sostenerlo nellʼufficio. E però, significando la lealtà e il rincrescimento loro, scusaronsi di non potere obbedire ai comandi del Re.Mentre Oxford in siffatto modo opponeva ferma resistenza alla tirannide, altri altrove non meno ferma opposizione faceva. Tempo innanzi, Giacomo, ai rettori della Certosa, che erano uomini dʼaltissimo grado e reputatissimi nel Regno, aveva comandato dʼammettere un certo Popham cattolico romano allo Spedale loro sottoposto. Il Direttore Tommaso Burnet, ecclesiastico insigne per ingegno, dottrina e virtù, ebbe il coraggio di dir loro, quantunque il feroce Jeffreys fosse del seggio, come ciò che da loro volevasi era contrario alla volontà del fondatore, non che ad un Atto del Parlamento. «E che importa ciò?» disse un cortigiano che era uno deʼ governatori. «Importa molto, io credo,» rispose una voce resa fioca dagli anni e dal dolore, e che non pertanto moveva da tal uomo da essere udita con rispetto, cioè la voce, del venerandoOrmond. «Un Atto di Parlamento» seguitò il patriarca deʼ Cavalieri «non è, secondo il mio giudicio, cosa di lieve momento.» Fu messa innanzi la questione se Popham dovesse essere ammesso, e fu risoluta pel no. Il Cancelliere, che non potè sfogarsi bestemmiando e imprecando contro Ormond, uscì fuori spumante di rabbia e fu seguito da pochi altri, di guisa che i membri rimasti non furono più in numero legale, e non poterono fare una formale risposta allʼordine sovrano.Lʼaltra adunanza ebbe luogo solo due giorni dopo che lʼAlta Commissione aveva con sua sentenza cassato la elezione di Hough e sospeso Fairfax. Un secondo ordine sovrano, munito del Gran Sigillo, fu presentato ai rettori: ma il tirannesco modo con cui era stato trattato il Collegio della Maddalena, aveva maggiormente destato il loro coraggio invece di domarlo. Scrissero una lettera a Sunderland, onde pregarlo ad annunziare al Re come essi in quel negozio non potessero obbedire alla Maestà Sua, senza violare la legge e mancare al debito loro.Eʼ non è dubbio veruno che se cotesto documento fosse stato sottoscritto da nomi ordinari, il Re sarebbe trascorso a qualche eccesso. Ma anche a lui imponevano riverenza i grandi nomi di Ormond, Halifax, Danby, e Nottingham, capi di tutti i vari partiti ai quali egli andava debitore della Corona. E però fu pago di ordinare che Jeffreys pensasse quale fosse la via da prendersi. Una volta fu annunciato che verrebbe istituito un processo nella Corte del Banco del Re; unʼaltra, che la Commissione Ecclesiastica evocherebbe a sè la faccenda; ma tali minacce a poco a poco svanirono.[291]XIII. La estate era bene inoltrata allorquando il Re intraprese un viaggio, il più lungo e più magnifico che da molti anni i sovrani dʼInghilterra avessero fatto. Da Windsor il di 16 agosto egli passò a Portsmouth, girò attorno le fortificazioni, toccò parecchie persone scrofolose, e quindi imbarcatosi in uno deʼ suoi legni giunse a Southampton. Da Southampton viaggiò a Bath, dove rimase pochi giorni e lasciò la Regina. Nel partirsi fu accompagnato dal Grande Sceriffo della Contea di Somerset e da una numerosa coorte di gentiluominifino ai confini, dove il Grande Sceriffo della Contea di Gloucester con un non meno splendido accompagnamento stavasi ad aspettarlo. Il Duca di Beaufort corse ad incontrare i cocchi del Re e li condusse a Badminton, dove era apparecchiato un banchetto degno della rinomata magnificenza della sua casa. Nel pomeriggio, la cavalcata procedè fino a Gloucester; e a due miglia dalla città fu salutata dal Vescovo e dal clero. A Porta Orientale aspettavala il Gonfaloniere recando le chiavi. Le campane sonavano a festa; e le fontane versavano vino mentre il Re traversava le vie per andare al ricinto che chiude il venerando Duomo. Dormì quella notte nel decanato, e la dimane partì per Worcester. Da Worcester andò a Ludlow, Shrewsbury, e Chester, e venne in ogni luogo accolto con segni di riverenza e di gioia, dimostrazioni chʼegli ebbe la debolezza di considerare come prove che il malcontento, provocato dagli atti suoi, era ormai cessato, e che egli poteva di leggieri riportare piena vittoria. Barillon, il quale era più sagace, scrisse a Luigi che il Re dʼInghilterra illudevasi, che il viaggio non aveva recato nessun bene positivo, e che quegli stessi gentiluomini delle Contee di Worcester e di Shrop i quali avevano creduto loro debito accogliere il loro ospite e Sovrano con ogni segno dʼonorificenza, si troverebbero più disubbidienti che mai quando verrebbe fuori la questione intorno allʼAtto di Prova.[292]Lungo il viaggio, al regio corteo si congiunsero due cortigiani per indole ed opinioni lʼuno dallʼaltro grandemente diversi. Penn trovavasi a Chester per un giro pastorale. La popolarità e lʼautorità chʼegli aveva fraʼ suoi confratelli erano grandemente scemate sino da quando egli sʼera fatto strumento del Re e dei Gesuiti.[293]Ei fu, nondimeno, assai graziosamente accolto da Giacomo, e la domenica gli fu concesso diarringare in piazza, mentre Cartwright predicava dentro il Duomo, e il Re ascoltava la Messa ad un altare appositamente accomodato nel Palazzo della Contea. E per vero dire si disse che la Maestà Sua si degnasse di recarsi alla ragunanza deʼ Quacqueri, ed ascoltare con gravità la melodiosa eloquenza dellʼamico suo.[294]Il furioso Tyrconnel era arrivato da Dublino per rendere conto della propria amministrazione. Tutti i più spettabili Inglesi cattolici lo guardavano di mal occhio, considerandolo come nemico della loro razza e scandalo della religione loro. Ma egli fu cordialmente accolto dal suo signore, il quale lo accomiatò dandogli più che mai assicurazioni di fiducia e di appoggio. Piacque grandemente a Giacomo lʼudire che tra breve lo intero Governo dʼIrlanda si ridurrebbe in mano deʼ soli Cattolici Romani. Ai coloni inglesi era stato già tolto ogni potere politico; nullʼaltro rimaneva che privarli delle loro sostanze; oltraggio, chʼera differito finchè si fosse a ciò fare assicurata la cooperazione dʼun Parlamento irlandese.[295]Dalla Contea di Chester il Re si volse verso il mezzogiorno, e indubitabilmente credendo che i Convittori del Collegio della Maddalena, comunque turbolenti, non ardirebbero disobbedire ad un comandamento uscito dalle stesse sue labbra, sʼavviò a Oxford. Cammino facendo, visitò vari luoghi che peculiarmente lo interessavano, come Re, come fratello, e come figlio. Visitò il tetto ospitale di Boscobel e gli avanzi della quercia tanto famosa nella storia di sua famiglia. Cavalcò al campo dʼEdgehill, dove i Cavalieri primamente pugnarono coi soldati del Parlamento. Il dì 3 di settembre, pranzò solennemente nel palazzo di Woodstock, antica e rinomata magione, della quale adesso non resta nè anco unapietra, ma il cui sito sul prato del parco di Blenheim è indicato da due sicomori che sorgono presso al magnifico ponte.XIV. La sera ei giunse ad Oxford, e vi fu ricevuto coʼ soliti onori. Gli studenti con indosso lʼabito accademico erano schierati a salutarlo a destra e a sinistra dallo ingresso della città fino alla porta maggiore dalla Chiesa-di-Cristo. Prese stanza al decanato, dove fra gli altri preparamenti a convenevolmente riceverlo, trovò una cappella acconcia alla celebrazione della Messa.[296]Il dì seguente al suo arrivo i Convittori della Maddalena ebbero ordine di appresentarsi a lui. Quando gli furono dinanzi, gli ricevè con insolenza maggiore di quella che i Puritani avevano usata ai loro antecessori. «Voi non vi siete condotti meco da gentiluomini,» esclamò Giacomo. «Voi siete stati male educati e avete mancato al proprio dovere.» E quelli, cadendo sulle proprie ginocchia, gli porgevano una petizione, chʼegli non volle ricevere. «È questa la lealtà di cui mena sì gran vanto la vostra Chiesa Anglicana? Non avrei mai creduto che tanti chierici della Chiesa dʼInghilterra si trovassero immischiati in siffatto negozio. Andate via, andate. Io sono il Re, e voglio essere ubbidito. Adunatevi sullʼistante nella vostra cappella, ed eleggete il Vescovo dʼOxford. Coloro che ricuseranno, ci pensino prima. Sentiranno sui loro capi tutto il peso della mia mano. Sapranno che importi spiacere al loro Re.» I Convittori, rimanendo tuttavia inginocchioni, di nuovo porsero la petizione. Ma il Re irato, gettandola via, gridò: «Toglietevi dal mio cospetto, vi dico; non riceverò nulla da voi, finchè non abbiate eletto il Vescovo.»Se ne andarono, e senza un momento dʼindugio ragunaronsi nella loro cappella. Proposero se si avesse ad obbedire ai comandi del Re. Smith era assente. Il solo Charnock dètte il voto affermativo. Gli altri Convittori che ivi trovavansi, dichiararono dʼessere in ogni cosa pronti ad obbedire al Re, ma di non volere violare gli statuti e i giuramenti loro.Il Re, gravemente incollerito e mortificato per la sua sconfitta, si partì da Oxford e andò a raggiungere la Regina in Bath. Per la ostinazione e violenza sue ei sʼera posto inuna impacciosa situazione. Aveva avuta molta fiducia nello effetto del suo cipiglio e delle sue sdegnose parole, ed aveva sullʼesito della contesa incautamente giocato non il solo credito del suo Governo, ma la sua dignità personale. Poteva egli cedere ai suoi sudditi da lui minacciati a voce alta e con furiosi gesti? E nondimeno poteva egli rischiarsi a destituire in un solo giorno una folla di rispettabili ecclesiastici, rei soltanto di avere adempito ciò che la nazione intera considerava come debito loro? Forse si sarebbe potuta trovare una via ad uscirne da questo dilemma. Forse il collegio si sarebbe potuto ridurre alla sommissione per mezzo del terrore, delle carezze, della corruzione.XV. E però si dètte incarico a Penn dʼaccomodare la faccenda. Egli aveva tanto buon senso da non approvare il violento ed ingiusto procedere del Governo, e perfino rischiossi ad esprimere in parte il proprio intendimento. Giacomo, come sempre, ostinavasi nel torto. Il Quacquero cortigiano fece ogni sforzo per sedurre il collegio ad uscire dalla diritta via. Parimente provossi ad intimidirlo, dicendo il collegio correre a certa rovina; il Re essere grandemente corrucciato; il caso potere farsi, come da tutti generalmente credevasi, gravissimo; non esservi fanciullo il quale non pensasse che Sua Maestà voleva fare a suo modo, e non avrebbe sofferto di essere avversata. Per le quali cose Penn esortava i Convittori a non confidare nella rettitudine della loro causa, ma a sottomettersi, o almeno a temporeggiare. Tali consigli parvero stranissimi sulle labbra dʼun uomo, il quale era stato espulso dalla Università per avere suscitato un tumulto in occasione della cotta da prete, il quale aveva corso pericolo dʼessere diseredato più presto che far di cappello ai principi del sangue, ed era stato più volte messo in carcere per avere arringato nelle conventicole. Non gli riusci di intimorire i Convittori della Maddalena. I quali rispondendo ai suoi ammonimenti rammentarongli come nella passata generazione trentaquattro sopra quaranta Convittori avevano lietamente abbandonato i loro diletti chiostri e giardini, la sala, la cappella, andando alla ventura senza tetto nè pane, piuttosto che violare il giuramento di fedeltà al legittimo Sovrano. Il Re adesso volendolicostringere a rompere un altro giuramento, si sarebbe accorto che lʼantico coraggio non era spento nel Collegio della Maddalena.Allora Penn provò maniere più dolci. Ebbe un colloquio con Hough e alcuni deʼ Convittori, e dopo molte proteste di simpatia ed amicizia cominciò ad accennare ad un compromesso. Il Re non patirebbe contradizione. Era forza che il collegio cedesse. Parker doveva essere eletto. Ma costui era di mal ferma salute; tutti i suoi beneficii tra breve diverrebbero vacanti. «Il Dottore Hough» disse Penn «potrebbe allora diventare Vescovo dʼOxford. Vi piacerebbe ciò, o signori?» Penn aveva spesa la vita a declamare contro un culto salariato. Sosteneva dʼessere tenuto a ricusare il pagamento della decima, e ciò quando aveva comperato terreni soggetti alla decima, e gli era stato concesso redimerli pagando un tanto. Secondo i suoi stessi principii, egli commetteva un grave peccato adoperandosi ad ottenere un beneficio ad onorevolissime condizioni per il più pio degli ecclesiastici. Nulladimeno fino a tal segno i suoi costumi erano stati corrotti dalle sue cattive relazioni, e il suo intendimento sʼera intenebrato per intemperante zelo dʼuna sola cosa, chʼei non si fece scrupolo di diventare mezzano di turpissima simonia, e di usare un vescovato come amo a indurre un ecclesiastico allo spergiuro. Hough rispose con cortese dispregio non richiedere altro dalla Corona che la sola giustizia. «Noi stiamo fermi» dissʼegli «sui nostri statuti e i giuramenti nostri: ma, anche ponendo da parte giuramenti e statuti, sentiamo il debito di difendere la nostra religione. I papisti ci hanno rubato il Collegio dellʼUniversità, e quello della Chiesa-di-Cristo. Adesso combattono a toglierci la Maddalena. Tra breve avranno il resto.»Penn ebbe la stoltezza di rispondere chʼegli in verità credeva adesso i papisti sarebbero contenti. «Il Collegio dellʼUniversità è molto piacevole. La Chiesa-di-Cristo è un luogo magnifico. La Maddalena è un bello edificio; convenevole la posizione; deliziosi i viali lungo il fiume. Se i Cattolici Romani sono ragionevoli, potrebbero di ciò chiamarsi satisfatti.» Questa assurda confessione sarebbe sola bastata a rendere impossibile che Hough e i suoi confratelli cedessero. Le pratichefurono rotte; e il Re affrettossi, siccome aveva minacciato, a far provare ai disobbedienti tutto il peso dellʼira sua.XVI. A Cartwright Vescovo di Chester, a Wright Capo Giudice del Banco del Re, e a Sir Tommaso Jenner, uno deʼ Baroni dello Scacchiere, fu data commissione speciale di esercitare potestà di ispezione sul collegio. Il dì 20 ottobre giunsero in Oxford scortati da tre compagnie di dragoni con le spade sguainate. Il giorno susseguente presero i loro seggi nella sala della Maddalena. Cartwright pronunciò una orazione piena di sensi di lealtà, che pochi anni innanzi sarebbe stata ricolma dʼapplausi, e che ora, invece, fu ascoltata con indignazione. Ne seguì una lunga disputa. Il Presidente difese con arte, contegno e coraggio i propri diritti. Protestò grande rispetto per lʼautorità regia; ma fermamente sostenne che per virtù delle leggi inglesi era libero possessore della casa e delle rendite annesse allʼufficio di Presidente; di siffatta proprietà sua ei non poteva essere privato da un atto arbitrario del Sovrano. «Vi sottometterete» chiese il Vescovo «alla nostra ispezione?»—«Mi ci sottometto» rispose destramente Hough «tanto quanto è compatibile con le leggi, e non più.»—«Volete voi consegnare le chiavi delle vostre stanze?» disse Cartwright. Hough rimase tacito. Lʼaltro ripetè la dimanda, e Hough rispose con un cortese ma fermo rifiuto. I commissari lo dichiararono intruso, e imposero ai Convittori di non più riconoscere lʼautorità di lui, e di assistere alla istallazione del Vescovo dʼOxford. Charnock fu pronto a promettere obbedienza; Smith diede una risposta evasiva; ma tutti gli altri membri del collegio dichiararono fermamente di riconoscere Hough come loro legittimo capo.XVII. Allora Hough supplicò i Commissari perchè gli dessero licenza di dire poche parole. Cortesemente consentirono quelli, perocchè speravano chʼegli in grazia dellʼindole sua calma e soave cominciasse a cedere. «Milordi,» disse egli «oggidì voi mi avete privato della mia libera proprietà: protesto quindi contro ogni vostro atto come illegale, ingiusto e nullo; e me ne appello al Re nostro sovrano nelle sue corti di giustizia.» Un alto rumore dʼapplauso levossi fra mezzo agli uditori che riempivano la sala. I Commissari andarono insulle furie. Invano fecero ricercare deʼ perturbatori, e volsero la rabbia loro contro il solo Hough. «Non crediate di far bravazzate con noi,» disse Jenner.—«Io sosterrò lʼautorità della Maestà Sua» esclamò Wright «finchè avrò fiato in corpo. Tutto questo nasce dalla vostra sediziosa protesta. Voi avete turbata la pace, e ne renderete ragione dinanzi al Banco del Re. Vʼimpongo di presentarvi alla prima sessione sotto pena di mille lire sterline. Vedremo se la potestà civile vi possa mettere la testa a partito; ed ove ciò non basti, proverete lʼautorità militare.» E veramente Oxford era in tale fermento che i Commissari vivevano inquieti. Aʼ soldati fu fatto comandamento di caricare le loro carabine. Dicevasi che si fosse spedito a Londra un messo per affrettare lʼarrivo dʼun rinforzo di milizie. Ciò non ostante, non seguì alcun disturbo. Il Vescovo dʼOxford fu pacificamente istallato per procura: ma soli due membri del collegio erano presenti alla cerimonia. Numerosi segni indicavano che lo spirito di resistenza sʼera sparso anco nella plebe. Il portinaio del collegio gettò via le chiavi; il camarlingo ricusò di cancellare dal libro delle spese il nome di Hough, e fu tosto cacciato. In tutta la città non fu possibile trovare un magnano che forzasse la serratura delle stanze del Presidente, e fu dʼuopo che gli stessi servitori deʼ Commissari rompessero le porte con barre di ferro. I sermoni recitati la susseguente Domenica nella chiesa dellʼUniversità erano pieni di considerazioni tali, che Cartwright ne rimase ferito nel vivo; ma erano espresse con tal arte, chʼegli non potè mostrare ragionevole risentimento.A questo punto, ove Giacomo non fosse stato affatto accecato, le cose si sarebbero potute fermare. I Convittori generalmente non erano inchinevoli a spingere più oltre la resistenza. Opinavano che ricusando di assistere allʼammissione del Presidente intruso, porgerebbero sufficiente prova di rispetto agli statuti e ai giuramenti loro, e che, trovandosi egli in possesso dellʼufficio, potrebbero equamente riconoscerlo per loro capo, finchè una sentenza dʼun tribunale competente lo rimovesse. Solo uno deʼ Convittori, voglio dire il Dottore Fairfax, ricusava di cedere. I Commissari sarebbero volentieri venuti a cotesti patti; e per poche ore vi fu una tregua chemolti credevano probabile finisse con un pacifico accomodamento: ma tosto ogni cosa andò sossopra. I convittori si accôrsero che lʼopinione pubblica accusavali di codardia. I cittadini già parlavano ironicamente della coscienza deʼ membri della Maddalena, ed affermavano che il coraggioso Hough e lʼonesto Fairfax erano stati traditi e abbandonati. Anche più molesto giungeva loro lo scherno di Obadia Walker e deʼ suoi confratelli rinnegati. In tal guisa dunque, dicevano gli apostati, dovevano finire tutti i paroloni con che il Collegio aveva dichiarato di difendere ad ogni costo il suo legittimo Presidente, e la sua religione protestante! Mentre i Convittori acremente molestati dal pubblico biasimo, pentivansi della condizionata sommissione alla quale avevano assentito, seppero che il Re non ne era punto soddisfatto. Diceva egli non bastare chʼessi fossero pronti a riconoscere il Vescovo dʼOxford come Presidente di fatto; era dʼuopo che distintamente riconoscessero la legalità della Commissione e di tutto ciò che essa aveva operato. Era dʼuopo che confessassero dʼavere mancato al debito loro, che si dichiarassero pentiti, promettessero di condursi meglio in avvenire, e chiedessero perdono alla Maestà Sua prostrandosi ai suoi piedi. I due Convittori, deʼ quali il Re non aveva cagione a dolersi, furono esentati dallʼobbligo di scendere a tanta umiliazione.Giacomo—ed è tutto dire—non commise mai un errore più madornale. I Convittori già forte pentiti dʼavere concesso tanto, e incitati dal pubblico biasimo, ardentemente colsero il destro di riacquistare la pubblica stima. Dichiararono quindi unanimemente che non avrebbero mai chiesto perdono dʼavere ragione, o ammesso la legalità della ispezione del collegio e della destituzione del loro Presidente.XVIII. Allora il Re, secondo che avea minacciato, fece loro sentire tutto il peso della sua mano. Con un solo decreto furono tutti dannati ad essere espulsi. E poichè sapevasi che molti nobili e gentiluomini, i quali avevano patronato di beneficii, gli avrebbero volentieri dati a coloro che tanto soffrivano per le leggi della Inghilterra e la religione protestante, lʼAlta Commissione dichiarò i cacciati Convittori incapaci dʼoccupare beneficii ecclesiastici; e coloro i quali non avevanoper anche presi gli ordini sacri, incapaci di ricevere il carattere clericale. Giacomo poteva gioire pensando dʼavere tolto a molti di loro gli agi e le speranze di maggiori dignità, e di averli gettati in una disperata indigenza.Ma tutti questi rigori produssero un effetto onninamente contrario a quello chʼegli sʼera augurato. Lo spirito inglese, quellʼindomito spirito che nessun Re della Casa Stuarda potè mai giungere per esperienza ad intendere, destossi vigorosissimo contro una tanta ingiustizia. Oxford, sede tranquilla delle lettere e della lealtà, era in condizioni somiglievoli a quelle in cui trovavasi la città di Londra il giorno dopo che Carlo I tentò di porre le mani addosso ai cinque rappresentanti della Camera. Il Vice-Cancelliere, invitato a pranzo dai Commissari nel dì stesso della espulsione, ricusò dicendo: «Il mio gusto è ben differente da quello del Colonnello Kirke. Non posso mangiare con appetito accanto ad una forca.» Gli scolari ricusavano di far di cappello ai nuovi rettori della Maddalena. A Smith fu apposto il soprannome di Dottore Birba, e venne pubblicamente insultato in un Caffè. Allorchè Charnock ordinò ai Demies di fare i loro esercizi accademici dinanzi a lui, quelli risposero che essendo privi deʼ loro legittimi direttori, non volevano sottomettersi allʼautorità usurpata. Congregavansi da sè e per gli studi e per gli uffici divini. A corromperli vennero loro offerti lucrosi posti di Convittori che erano per allora stati dichiarati vacanti: ma tutti i sottograduati, uno dopo lʼaltro, animosamente risposero le loro coscienze non consentire chʼessi traessero profitto dalla ingiustizia. Un solo giovanetto, che venne indotto ad accettare un posto, fu dai colleghi cacciato fuori dalla sala. Vari giovani di altri collegi vennero invitati; ma ogni prova fu vana. Il più ricco istituto che fosse nel Regno sembrava avere perduta ogni attrattiva per gli studenti bisognosi. Frattanto, in Londra e per tutto il reame, facevansi collette per soccorrere i cacciati Convittori. La Principessa dʼOrange, a somma soddisfazione di tutti i Protestanti, si firmò per dugento lire sterline. E nondimeno il Re persisteva a procedere nellʼintrapreso cammino. Alla cacciata deʼ Convittori segui quella dʼuna folla di Demies. Intanto il nuovo Presidente andava languendo perinfermità di corpo e dʼanimo. Aveva fatto un ultimo e debole sforzo a servire il Governo pubblicando, mentre il collegio era in aperta ribellione contro lʼautorità sua, una difesa della Dichiarazione dʼIndulgenza, o per dir meglio una difesa della dottrina della transustanziazione. Questo scritto provocò molte risposte, ed in ispecie una dettata con istraordinaria vigoria ed acrimonia da Burnet. Parecchi giorni dopo la espulsione dei Demies, Parker morì nella casa stessa, della quale egli sʼera violentemente impossessato. Si disse che il rimorso e la vergogna lo facessero morire di crepacuore. Le sue ossa giacciono nella leggiadra cappella del collegio: ma nessun monumento ne indica il luogo.XIX. Allora il Re volle mandare ad esecuzione tutto il suo disegno. Il collegio fu trasformato in seminario papale. Bonaventura Giffard, vescovo cattolico di Madura, fu nominato Presidente. Nella Cappella celebravansi i riti cattolici romani. In un solo giorno dodici Cattolici Romani furono ammessi come Convittori. Alcuni abietti Protestanti chiesero il convittorato, ma fu loro risposto con aperto rifiuto. Smith, realista esagerato, ma tuttavia sincero credente nella Chiesa Anglicana, non potè patire di vedere tanta trasformazione, e si assentò. Gli fu fatto comandamento di ritornare alla sua residenza, e non avendo obbedito, fu espulso anchʼegli: e in tal guisa lʼopera della spoliazione fu compiuta.[297]La natura del sistema accademico dellʼInghilterra è tale che nessuna cosa, la quale tocchi seriamente lo interesse e lʼonore dellʼuna o dellʼaltra Università può mancare di produrre grave concitamento in tutto il paese. Per la quale cosa ogni colpo che andasse a percuotere il Collegio della Maddalena, era sentito fino al più remoto angolo del Regno. Neʼ caffè di Londra, neʼ tribunali, neʼ recinti di tutte le cattedrali, neʼ presbiterii e nelle ville sparse per le più remote Contee,gli uomini tutti sentivano commiserazione per gli sciagurati e sdegno contro il Governo. La protesta di Hough venne in ogni dove applaudita, in ogni dove destava orrore la violenza contro il suo domicilio; ed in fine la cacciata deʼ Convittori ruppe queʼ vincoli, un tempo sì forti e sì cari, che congiungevano la Chiesa Anglicana alla Casa Stuarda.XX. Amari risentimenti e crudeli sospetti daʼ cuori di tutti cacciarono via lo affetto e la fiducia. Non vʼera canonico, non rettore, non vicario, la cui mente non fosse perturbata dal pensiero, che, per quanto la sua indole fosse quieta, ed oscura la sua condizione, potesse in pochi mesi essere cacciato dalla propria abitazione con un editto arbitrario, e ridursi a mendicare lacero e stanco con la moglie e i figliuoli, e vedere occupata da qualche apostata quella proprietà che era a lui assicurata da leggi dʼantichità immemorabile e dalla parola sovrana. Tale era dunque la ricompensa di quella eroica lealtà che non venne mai meno fra mezzo alle vicende di cinquantʼanni procellosi! Egli era per questo che il clero aveva sostenuto la spoliazione e la persecuzione nella causa di Carlo I! Egli era per questo chʼesso aveva favoreggiato Carlo II, nella sua dura contesa coi Whig! Egli era per questo chʼesso si era spinto in capo alla pugna contro coloro che studiavansi di privare Giacomo del suo diritto ereditario! Alla sola fedeltà del clero, il tiranno era debitore di quel potere chʼegli adesso adoperava ad opprimerlo e rovinarlo. Il clero da lungo tempo era assuefatto a raccontare con acerbe parole tutto ciò che aveva sofferto sotto il dominio deʼ Puritani. Ma i Puritani potevano in alcun modo escusarsi. Erano aperti nemici; avevano torti da vendicare; e anche rifoggiando la costituzione ecclesiastica del paese e cacciando chiunque aveva ricusato di riconoscere la loro Convenzione, non erano stati affatto privi di pietà. A colui, al quale avevano tolti i beneficii, avevano almeno lasciato tanto da poter sostenere la vita. Ma lʼodio che il Re sentiva contro la Chiesa, la quale lo aveva salvato dallo esilio e posto sul trono, non era tale da potersi di leggieri saziare. Nullʼaltro, fuorchè la estrema rovina delle sue vittime, lʼavrebbe potuto far pago. Non bastava che fossero espulsi dalle loro case e spogliati degli averi: furono con malignostudio chiusi dinanzi a loro tutti i sentieri della vita neʼ quali gli uomini della loro professione potessero procacciarsi la sussistenza; e nulla rimase loro che il precario ed umiliante mezzo dʼandare accattando per lo amore di Dio.

CAPITOLO OTTAVO.SOMMARIO.I. Consacrazione del Nunzio nel Palazzo di San Giacomo; Sua solenne presentazione a Corte.—II. Il Duca di Somerset.—III. Scioglimento del Parlamento. Delitti militari illegalmente puniti—IV. Atti dellʼAlta Commissione.—V. Le Università.—VI. Processi contro la Università di Cambridge.—VII. Il Conte di Mulgrave—VIII. Condizioni dʼOxford.—IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford.—X. Il Re raccomanda Antonio Farmer per la presidenza.—XI. I Convittori del Collegio della Maddalena sono citati dinanzi lʼAlta Commissione.—XII. Parker raccomandato per Presidente; la Certosa.—XIII. Viaggio del Re.—XIV. Il Re in Oxford; riprende i Convittori della Maddalena.—XV. Penn tenta di farsi mediatore.—XVI. Commissarii speciali ecclesiastici mandati in Oxford.—XVII. Protesta di Hough; Parker entra in ufficio.—XVIII. I Convittori sono cacciati via.—XIX. Il Collegio della Maddalena diventa seminario papale.—XX. Risentimento del Clero.—XXI. Disegni della Cabala Gesuitica rispetto alla successione—XXII. Disegni di Giacomo e Tyrconnel a fine di impedire che la Principessa dʼOrange succedesse nel regno dʼIrlanda.—XXIII. La Regina è incinta; il fatto non è creduto da nessuno.—XXIV. Umori deʼ Collegi elettorali, e dei Pari.—XXV. Giacomo delibera di convocare il Parlamento adulterando le elezioni.—XXVI. Il Consiglio deʼ Regolatori.—XXVII. Destituzioni di molti Lordi Luogotenenti; il Conte dʼOxford.—XXVIII. Il Conte di Shrewsbury.—XXIX. Il Conte di Dorset.—XXX. Domande fatte ai magistrati.—XXXI. Loro risposta; i disegni del Re riescono vani.—XXXII. Lista di Sceriffi.—XXXIII. Carattere dei gentiluomini Cattolici Romani nelle campagne—XXXIV. Umori deʼ Dissenzienti; Regolamento dei Municipi.—XXXV. Inquisizione in tutti i Dipartimenti del Governo—XXXVI. Destituzione di Sawyer.—XXXVII. Williams avvocato Generale.—XXXVIII. Seconda Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXXIX. Il Clero riceve ordine di leggerla.—XL. Il Clero esita a farlo; Patriottismo deʼ Protestanti non-conformisti di Londra.—XLI. Consulte del Clero di Londra.—XLII. Consulte nel Palazzo Lambeth.—XLIII. Petizione deʼ sette Vescovi presentata al Re.—XLIV. Il Clero di Londra disubbidisce agli ordini reali.—XLV. Il Governo esita.—XLVI. Delibera di fare ai Vescovi un processo per calunnia.—XLVII. Vengono esaminati dal Consiglio Privato.—XLVIII. Incarcerati nella Torre di Londra—XLIX. Nascita del Pretendente; universalmente creduta supposta.—L. I Vescovi, tradotti dinanzi il Banco del Re, son posti in libertà sotto cauzione.—LI. Agitazioni nel pubblico.—LII. Inquietudini diSunderland.—LIII. Fa professione di Cattolico Romano.—LIV. Processo deʼ Vescovi.—LV. Sentenza; esultanza del popolo.—LVI. Stato singolare dellʼopinione pubblica in quel tempo.I. Le aperte scortesie del Pontefice erano bastevoli a irritare il più mansueto deʼ principi; ma il solo effetto che produssero sullʼanimo di Giacomo fu quello di renderlo più prodigo di carezze e di complimenti. Mentre Castelmaine, collʼanima esasperata dallo sdegno, cammino faceva alla volta dellʼInghilterra, il Nunzio era colmato di onori tali che se fosse dipeso da lui li avrebbe ricusati. Per una finzione dʼuso frequente nella Chiesa di Roma, era stato poco innanzi insignito della dignità vescovile senza diocesi. Gli era stato dato il titolo di Vescovo dʼAmasia, città del Ponto e patria di Strabone e di Mitridate. Giacomo insistè perchè la cerimonia della consacrazione fosse fatta entro la Cappella del Palazzo di San Giacomo. Leyburn Vicario Apostolico, e due prelati irlandesi officiarono. Le porte furono spalancate al pubblico; e fu notato come parecchi Puritani, i quali pur dianzi sʼerano fatti cortigiani, fossero fra gli spettatori. La sera di quel dì medesimo, Adda, vestito degli abiti alla nuova dignità convenevoli, si recò allo appartamento della Regina. Re Giacomo in presenza di tutta la Corte cadde sulle ginocchia implorando la benedizione. E in onta del freno imposto dallʼuso cortigianesco, gli astanti indarno studiaronsi di nascondere il disgusto che loro ispirava quellʼatto.[278]E davvero da lunghissimo tempo non sʼera visto un sovrano inglese piegare il ginocchio innanzi ad uomo mortale; e coloro i quali contemplarono quello strano spettacolo, non potevano non richiamare alla memoria il giorno di vergogna, in cui Re Giovanni rese omaggio per la sua corona nelle mani di Pandolfo.II. Breve tempo dopo, una cerimonia anche di più ostentata solennità ebbe luogo in onore della Santa Sede. Eʼ fu deliberato che il Nunzio andasse processionalmente a Corte. In tale occasione alcuni, della cui obbedienza il Re era sicuro, mostrarono per la prima volta segni di spirito disubbidiente. Si rese notevole fra tutti Carlo Seymour, secondo Pari secolaredel Regno, e comunemente chiamato lʼorgoglioso Duca di Somerset. E certo egli era uomo, in cui lʼorgoglio della stirpe e del grado era quasi infermità di mente. Le sostanze da lui ereditate non erano pari allʼalto posto chʼegli teneva nellʼaristocrazia inglese; ma era diventato signore della più vasta possessione territoriale dʼInghilterra sposando la figlia ed erede dellʼultimo Percy, il quale portava lʼantica corona ducale di Northumberland. Somerset aveva soli venticinque anni, ed era poco noto al pubblico. Era Ciamberlano del Re, e colonnello di uno deʼ reggimenti levati a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali. Non aveva avuto scrupolo di portare la Spada dello Stato nella Cappella reale, neʼ giorni di festa: ma adesso risolutamente ricusò di mischiarsi al corteggio che doveva festeggiare il Nunzio. Taluni di sua famiglia lo supplicarono a non tirarsi sul capo la collera del Re; ma i loro preghi furono vani. Il Re stesso si provò a rimproverarlo dicendo: «Io credeva, Milord, farvi un grande onore eleggendovi ad accompagnare il ministro della prima testa coronata del mondo.»—«Sire,» rispose il Duca «mi si assicura che io non possa obbedire a Vostra Maestà senza contraffare alla legge.»—«Farò che voi temiate me al pari della legge,» riprese insolentemente il Re: «non sapete che io sono superiore alla legge?»—«Vostra Maestà potrebbe essere superiore alla legge» rispose Somerset, «ma io non lo sono; e mentre obbedisco alla legge, non ho timore di nulla.» Il Re gli volse altamente irato le spalle, e tosto lo destituì dʼogni ufficio nella casa reale e nello esercito.[279]Nondimeno in una cosa Giacomo usò alquanto di prudenza. Non si rischiò di esporre il Nunzio in solenne processione agli occhi della vasta popolazione di Londra. La ceremonia fu fatta il dì 3 luglio 1687, in Windsor. La gente accorse in folla a quella piccola città, tanto che mancarono i viveri e gli alloggi; e molte persone dʼalta condizione rimasero tutta la giornata nelle loro carrozze aspettando di vedere lo spettacolo. In fine, in sul tardi del pomeriggio, comparve il maresciallodel palazzo seguito daʼ suoi uomini a cavallo. Quindi veniva una lunga fila di volanti, e da ultimo in un cocchio di Corte procedeva Adda coperto dʼuna veste purpurea, con una croce che gli luccicava sul petto. Era seguito dalle carrozze deʼ principali cortigiani e ministri di Stato. Ed in questo corteo gli spettatori riconobbero con indignazione lʼarmi e le livree di Crewe vescovo di Durham, e di Cartwright Vescovo di Chester.[280]III. Il dì susseguente leggevasi nella gazzetta un decreto che discioglieva il Parlamento, il quale di tutti i quindici Parlamenti convocati dagli Stuardi era stato il più ossequioso.[281]Intanto nuove difficoltà sorgevano in Westminster Hall. Pochi mesi erano corsi da che erano stati destituiti alcuni giudici e sostituiti altri a fine dʼottenere una sentenza favorevole alla Corona nella causa di Sir Eduardo Hales; e già era necessario fare nuovi cangiamenti.Il Re aveva appena formato quello esercito, con lʼaiuto del quale principalmente egli sperava di compire i propri disegni, allorchè si avvide di non poterlo tenere in freno. In tempo di guerra nel Regno un soldato ribelle o disertore poteva esser giudicato da un tribunale militare, e la sentenza eseguita dal Provosto Maresciallo. Ma adesso vʼera perfetta pace. Il diritto comune dʼInghilterra, originato in una età in cui ogni uomo portava le armi secondo le occorrenze, e giammai di continuo, non faceva distinzione, in tempo di pace, da un soldato ad un altro suddito qualunque; nè vʼera Atto alcuno somiglievole a quello, per virtù del quale lʼautorità necessaria al governo delle truppe regolari, annualmente si affida al Sovrano. Alcuni vecchi statuti, a dir vero, dichiaravano in certi casi speciali crimenlese la diserzione. Ma tali statuti erano applicabili solo ai soldati nellʼatto di prestare servizio al Re in guerra, e non potevansi senza aperta mala fede stiracchiare tanto da applicarli al caso di colui, il quale, in tempo di profonda quiete dentro e fuori lo Stato, sentendosistanco di rimanere più oltre negli accampamenti di Hounslow facesse ritorno al suo villaggio nativo. Sembra che il Governo non avesse potestà di ritenere un tale uomo più di quella che non ne abbia un fornaio o un sartore sopra i suoi lavoranti. Il soldato e i suoi ufficiali agli occhi della legge erano in pari condizione. Sʼegli bestemmiava contro loro, era punito come reo di bestemmia; se gli batteva, era processato per offesa. Vero è che le milizie regolari avevano minor freno delle civiche. Perocchè queste erano un corpo istituito da un Atto parlamentare, il quale aveva provveduto che si potessero, per violazione di disciplina, infliggere sommariamente pene leggiere.Non sembra che sotto il regno di Carlo II si fosse fatta molto sentire la inconvenevolezza pratica di siffatta condizione della legge. Ciò potrebbe forse spiegarsi dicendo che fino allʼultimo anno del suo regno, le forze chʼegli manteneva in Inghilterra, erano precipuamente composte di soldati appartenenti alla casa reale, la cui paga era tanta che la destituzione dal servizio sarebbe stata dalla più parte di loro considerata come una sciagura. Lo stipendio di un soldato comune nelle Guardie del Corpo era una provvisione degna del figlio minore dʼun gentiluomo. Anche le Guardie a piedi erano pagate quanto i manifattori in tempi prosperi, ed erano quindi in condizioni tali da essere invidiati dalla classe deʼ lavoranti. Il ritorno del presidio di Tangeri, e le leve deʼ nuovi reggimenti avevano apportata una seria riforma. Adesso erano in Inghilterra molte migliaia di soldati, ciascuno deʼ quali riceveva soli otto soldi di paga per giorno. Il timore dʼessere licenziati non era bastevole a tenerli dentro gli stretti confini del dovere: e le pene corporali non potevano legalmente dagli ufficiali essere inflitte. Giacomo aveva quindi due sole vie ad eleggere, o lasciare che la sua armata si disciogliesse da sè, o indurre i Giudici a dichiarare che la legge fosse ciò che ogni giureconsulto sapeva non essere.A ciò fare importava segnatamente esser sicuro della cooperazione di due tribunali; la Corte del Banco del Re che era il primo tribunale criminale del Regno, e la Corte chiamata delgoal-delivery, che sedeva in Old Bailey, ed avevagiurisdizione sopra i delitti commessi nella capitale. In ambedue queste Corti vʼerano grandi difficoltà. Herbert, Capo Giudice del Banco del Re, per quanto fino allora si fosse mostrato servile, non avrebbe osato di trascorrere più oltre. Più ostinata resistenza era da aspettarsi da Giovanni Holt, il quale, comeRecorderdella città di Londra, occupava il banco in Old Bailey. Holt era uomo eminentemente dotto nella giurisprudenza, dotato di mente lucida, coraggioso ed onesto; e comecchè non fosse stato mai fazioso, le sue opinioni politiche sentivano di spirito Whig. Nulladimeno dinanzi alla volontà del Re disparvero tutti gli ostacoli. Ad Holt fu tolto lʼufficio. Herbert ed un altro giudice furono cacciati dal Banco del Re; e queʼ posti vacanti vennero dati ad uomini nei quali il Governo poteva pienamente confidare. E per vero dire, ei fu mestieri scendere a ciò che vi era di più basso nel ceto legale per trovare uomini pronti a rendere i servigi richiesti dal Re. La ignoranza del nuovo Capo Giudice Sir Roberto Wright passava in proverbio; e pure la ignoranza non era il peggiore deʼ suoi difetti. Era stato rovinato daʼ vizii, aveva ricorso a mezzi infami per far danari, ed una volta fece un falsoaffidavit, ovvero dichiarazione con giuramento, per guadagnare cinquecento sterline. Povero, dissoluto e svergognato, era divenuto uno deʼ parassiti di Jeffreys, che lo promosse nel medesimo tempo in cui lo caricava dʼinsulti. Tale era lʼuomo scelto da Giacomo a Lord Capo Giudice dʼInghilterra. Un certo Roberto Allibone, che era nelle leggi anche più ignorante di Wright, e come cattolico romano non poteva occupare impieghi, fu fatto secondo giudice del Banco del Re. Sir Bartolommeo Shower, ugualmente noto come Tory servile ed oratore noioso, fu nominatoRecorderdi Londra. Dopo tali variazioni, a parecchi disertori fu fatto il processo. Vennero dichiarati rei a dispetto della lettera e dello spirito della legge. Alcuni furono condannati a morte nel Banco del Re, altri in Old Bailey. Vennero impiccati al cospetto deʼ reggimenti ai quali appartenevano; e sʼebbe cura che la esecuzione della sentenza fosse annunziata nella gazzetta di Londra, la quale di rado dava notizia di siffatti eventi.[282]IV. Era da credersi che la legge, violata con tanta impudenza da Corti la cui autorità derivava interamente da quella, e che avevano costume di toglierla a guida neʼ loro giudizii, sarebbe poco rispettata da un tribunale istituito da un capriccio tirannico. La nuova Alta Commissione nei primi mesi della sua esistenza aveva semplicemente inibito ad alcuni chierici lo esercizio delle loro funzioni spirituali; essa non aveva attentato ai diritti di proprietà. Ma sul principio del 1687, eʼ fu deliberato di colpire cotesti diritti, e di porre in mente ad ogni prete e prelato anglicano la convinzione, che, ricusando di aiutare il Governo a distruggere la Chiesa di cui egli era ministro, verrebbe in un attimo ridotto alla miseria.Sarebbe stata prudenza farne la prima prova sopra qualche oscuro individuo. Ma era tanta la cecità del Governo, che in una età più credula si sarebbe chiamata fatalità. A un tratto dunque fu dichiarata la guerra alle due più venerabili corporazioni del reame, voglio dire alle Università dʼOxford, e di Cambridge.V. Queʼ due grandi corpi da lunghissimi anni erano stati molto potenti; e la potenza loro in sul declinare del secolo decimo settimo era giunta al più alto grado. Nessuno deʼ paesi vicini poteva gloriarsi di centri di dottrina splendidi ed opulenti al pari di quelli. Le scuole dʼEdimburgo e di Glasgow, di Leida e di Utrecht, di Lovanio e di Lipsia, di Padova e di Bologna, sembravano dappoco ai dotti chʼerano stati educati neʼ magnifici istituti di Wykeham e di Wolsey, di Enrico VI, e dʼEnrico VIII. Le lettere e le scienze nel sistema accademico dʼInghilterra, erano circondate di gran pompa, avevano una magistratura, ed erano strettamente connesse con tutte le più auguste istituzioni dello Stato. Essere Cancelliere dʼuna Università reputavasi onorificenza, alla quale ardentemente ambivano i magnati del Regno. Rappresentare una Università in Parlamento era scopo allʼambizione degli uomini di Stato. I nobili e perfino i principi inorgoglivansi di ricevere da una Università il privilegio dʼindossare la veste scarlatta di dottore. I curiosi erano attratti alle Università dal diletto di ammirarequegli antichi edifizi ricchi di memorie del medio evo, quelle moderne fabbriche che mostravano quanto potessero gli squisiti ingegni di Jones e di Wren, quelle magnifiche sale e cappelle, i Musei, i giardini botanici, e le sole grandi Biblioteche pubbliche che a quei tempi esistessero nel Regno. La pompa che Oxford mostrava nelle solennità, rivaleggiava con quella deʼ principi sovrani. Quando il venerando Duca dʼOrmond Cancelliere di quellʼUniversità, coperto del suo manto ricamato, sedeva sul trono sotto la dipinta volta del teatro di Sheldon, circondato da centinaia di graduati vestiti secondo lʼordine loro, mentre i più nobili giovani dellʼInghilterra solennemente a lui presentavansi come candidati peʼ grandi accademici, egli faceva una comparsa regale quasi al pari del suo signore nella Sala del Banchetto in Whitehall. Nella Università sʼerano educati glʼintelletti di quasi tutti i più eminenti chierici, laici, medici, begli spiriti, poeti, ed oratori del reame, e gran parte deʼ nobili e dei ricchi gentiluomini. È anche da notarsi che la relazione tra lo scolare e la scuola non rompevasi alla sua partenza da quella. Spesso egli seguitava ad essere per tutta la vita membro del corpo accademico, e come tale votava in tutte le elezioni di maggiore importanza. Serbava quindi per le sue antiche passeggiate lungo il Cam e lʼIsis una memoria più affettuosa, che gli uomini educati spesso non sentono per il luogo della loro educazione. In tutta Inghilterra non era angolo in cui le due Università non avessero grati e zelanti figli. Ogni attentato contro lʼonore e gli interessi di Cambridge e di Oxford non poteva non provocare il risentimento dʼuna possente, operosa e intelligente classe, sparsa in ogni Contea da Northumberland fino a Cornwall.I graduati residenti, come corpo, allora non erano forse positivamente superiori a quelli deʼ tempi nostri: ma in paragone delle altre classi sociali occupavano una posizione più alta: imperocchè Cambridge ed Oxford erano allora le sole due città provinciali del Regno, nelle quali si trovasse un gran numero dʼuomini eminenti per cultura intellettuale. Anche la metropoli teneva in grande riverenza lʼautorità delle Università non solo nelle questioni di teologia, di filosofia naturalee dʼantichità classiche, ma altresì in quelle materie nelle quali le metropoli generalmente pretendono il diritto di giudicare in ultimo appello. Dal Caffè Will e dalla platea del teatro regio di Drury Lane i critici riferivansi al giudizio deʼ due grandi centri del sapere e del gusto. Le produzioni drammatiche, chʼerano state con entusiasmo applaudite in Londra, non riputavansi fuori di pericolo finchè non avessero sperimentato il severo giudizio degli uditori assuefatti a studiare Sofocle e Terenzio.[283]Le Università dʼInghilterra avevano adoperata tutta la loro influenza morale ed intellettuale a pro della Corona. Carlo I aveva fatto dʼOxford il suo quartiere generale; e tutti i Collegi a impinguare la sua cassa militare avevano fuse le loro argenterie. Cambridge non era meno benevola alla Corona. Aveva mandata anche essa aʼ regi accampamenti gran parte delle sue argenterie, e avrebbe parimenti dato il resto se la città non fosse stata presa dalle soldatesche del Parlamento. Ambedue le Università dai vittoriosi Puritani erano state severissimamente trattate; ambedue avevano con gioia plaudito alla Restaurazione; fermamente avversata la Legge dʼEsclusione; e mostrato profondo orrore alla scoperta della Congiura di Rye-House. Cambridge non solo aveva deposto Monmouth dallʼufficio di Cancelliere, ma ad esprimere come forte abborrisse il tradimento di lui, con modo indegno della sede della sapienza aveva data alle fiamme la tela in cui il pennello di Kneller aveva con isquisitissimo magistero dipinto il ritratto del Duca.[284]Oxford, la quale era più presso agli insorti delle Contrade Occidentali, aveva date prove maggiori della sua lealtà. Gli studenti, con lʼapprovazione deʼ loro maestri, avevano a centinaia preso le armi per difendere i diritti ereditari del Re. Tali erano le corporazioni che Giacomo aveva deliberatodi insultare e spogliare, rompendo apertamente le leggi e la fede data.VI. Parecchi Atti di Parlamento, chiari quanto qualunque altro che si contenga nel libro degli Statuti, avevano provveduto che niuno si potesse ammettere ad alcun grado in ambe le Università senza prestare il giuramento di supremazia, e un altro di simile carattere, detto giuramento di obbedienza. Nonostante, nel febbraio del 1687, giunse a Cambridge una lettera del Re che ingiungeva fosse ammesso al grado di Maestro dellʼArti un monaco benedettino chiamato Albano Francis.Gli ufficiali accademici, ondeggiando tra la riverenza pel Re e la riverenza per le leggi, stavansi gravemente contristati. Mandarono in gran diligenza messaggi al Duca dʼAlbemarle, successore di Monmouth nella dignità di Cancelliere dellʼUniversità. Lo pregavano di presentare nel suo vero aspetto il caso al Sovrano. Intanto lʼarchivista e i bidelli andarono ad annunziare a Francis che ove egli prestasse i giuramenti secondo richiedeva la legge, sarebbe subito ammesso. Francis ricusò di giurare, inveì contro gli ufficiali della Università mancatori di rispetto al comando sovrano, e trovandoli inflessibili, montò a cavallo, e corse a recare le sue doglianze a Whitehall.I Capi deʼ Collegi allora si ragunarono a consiglio. Vennero consultati i migliori giureconsulti, e tutti unanimemente giudicarono il corpo universitario avere bene operato. Ma già era per via unʼaltra lettera scritta da Sunderland con altere e minacciose parole. Albemarle annunziò contristatissimo alla Università avere egli fatto ogni sforzo, ma essere stato freddamente e con poca grazia accolto dal Re. Il corpo accademico, impaurito della collera sovrana, e sinceramente desideroso di compiacere ai voleri del Re, ma deliberato di non violare le patrie leggi, gli sottopose le più umili e riverenti spiegazioni, ma indarno. Poco dopo al Vice-Cancelliere e al Senato universitario fu formalmente intimato di comparire, pel dì 21 aprile, dinanzi alla nuova Alta Commissione; il Vice-Cancelliere in persona; il Senato, che è composto di tutti i Dottori e Maestri dellʼUniversità, per mezzo di suoi deputati.VII. Giunto il dì stabilito, la sala del Consiglio era affollata.Jeffreys teneva il seggio presidenziale. Rochester, dopo che gli era stato tolto il bianco bastone, non era più membro, e gli era succeduto al posto il Lord Ciamberlano Giovanni Sheffield Conte di Mulgrave. La sorte di questo gentiluomo da un solo lato è simile a quella del suo collega Sprat. Mulgrave scrisse versi appena al disopra della mediocrità; ma perchè era uomo dʼalto grado nel mondo politico ed elegante, i suoi versi trovarono ammiratori. Il tempo sciolse il prestigio, ma, sciaguratamente per lui, ciò non avvenne se non dopo che i suoi poetici componimenti per diritto di prescrizione erano stati inseriti in tutte le raccolte deʼ Poeti inglesi. Per la qual cosa fino aʼ dì nostri i suoi insipidi Saggi in verso e le sue scempiate canzoni ad Amoretta e Gloriana ristampansi accanto al Como di Milton e al Festino dʼAlessandro di Dryden. Onde è che adesso Mulgrave è conosciuto come poetastro, e come tale meritamente spregiato. Nondimeno, egli era, a dir vero, come affermano anche coloro che non lo amavano nè lo stimavano, uomo dʼinsigni doti intellettuali, e nella eloquenza parlamentare punto inferiore a qual si fosse oratore deʼ tempi suoi. Il suo carattere morale era spregevole. Egli era libertino senza quella larghezza di cuore e di mano che talvolta rende amabile il libertinismo, ed altero aristocratico senza quella altezza di sentimenti, che talvolta rende rispettabile lʼaristocratica alterigia. Gli scrittori satirici di quellʼetà gli apposero il soprannome di Lord Tuttorgoglio. Eppure cotesto suo orgoglio egli accompagnava con tutti i vizi più abietti. Molti maravigliavansi come un uomo, che aveva così alta opinione della propria dignità, fosse tanto difficile e misero in tutte le sue faccende pecuniarie. Aveva gravemente offesa la famiglia regale osando accogliere in petto la speranza di ottenere il cuore e la mano della Principessa Anna. Disilluso di cotanta speranza, sʼera sforzato di riacquistare con ogni bassezza la grazia che per presunzione egli aveva perduta. Il suo epitaffio, composto da lui stesso, rivela tuttora a coloro che traversano lʼAbbadia di Westminster, chʼegli visse e morì da scettico nelle cose di religione; e dalle memorie che ci ha lasciate, impariamo come uno deʼ suoi più ordinari subietti di scherzo fosse la superstizione romana. Ma appena Giacomo salì al trono,Mulgrave cominciò a manifestare forte inclinazione verso il papismo, e in fine privatamente fece sembiante dʼesser convertito. Questa abietta ipocrisia era stata ricompensata con un posto nella Commissione Ecclesiastica.[285]Innanzi cotesto formidabile tribunale si appresentò il Dottore Giovanni Pechell Vice-Cancelliere della Università di Cambridge. Era uomo di non grande abilità e vigoria di carattere, ma lo accompagnavano otto insigni accademici eletti a rappresentare il Senato. Uno di loro era Isacco Newton, Convittore del Collegio della Trinità e Professore di Matematiche. Il suo genio era allora nel massimo vigore. La grande opera, che lo ha collocato di sopra ai geometri e aʼ naturalisti di tutti i tempi e di tutte le nazioni, stavasi stampando per ordine della Società Reale, ed era pressochè pronta a pubblicarsi. Egli amava fermamente la libertà civile e la religione protestante; ma per le sue abitudini, valeva poco neʼ conflitti della vita attiva. E però tenne un modesto silenzio fra mezzo ai deputati, lasciando ad uomini maggiormente esperti nelle faccende lo incarico di difendere la causa della sua diletta Università.Non vi fu mai caso più chiaro di cotesto. La legge non ammetteva stiracchiature. La pratica aveva quasi invariabilmente seguita sempre la legge. Poteva forse essere accaduto che in un giorno di solennità, nel conferirsi gran numero di gradi onorari, fosse passato fra la folla qualcuno senza prestare i giuramenti. Ma tale irregolarità, semplice effetto della inavvertenza e della fretta, non poteva citarsi come esempio. Ambasciatori stranieri di diverse nazioni, ed in ispecie un Musulmano, erano stati ammessi senza giuramento; ma poteva dubitarsi se a cosiffatti casi fossero applicabili la ragione e lo spirito degli Atti del Parlamento. Non pretendevasi nè anco che alcuno il quale, richiesto, avesse ricusato di prestare igiuramenti, ottenesse mai un grado accademico; e questo era precisamente il caso di Francis. I deputati mostraronsi pronti a provare che, regnante Carlo II, parecchi ordini regali erano stati considerati come nulli, perocchè le persone raccomandate non si erano volute uniformare alla legge, e che, in simili casi, il Governo aveva sempre approvato lʼoperare dellʼUniversità. Ma Jeffreys non volle udire nulla. Disse il Vice-Cancelliere essere uomo debole, ignorante e timido, per lo che disfrenò tutta la insolenza che era per tanti anni stata il terrore di Old Bailey. Lo sventurato Dottore, non avvezzo a tale spettacolo, cadde in disperata agitazione di mente, e perdè la parola. Allorchè gli altri accademici, che potevano meglio difendere la propria causa, provaronsi di parlare, furono duramente fatti tacere: «Voi non siete Vice-Cancelliere; quando lo sarete, parlerete; per ora è vostro debito tenere chiuse le labbra.» Furono cacciati fuori la sala senza che potessero farsi ascoltare. Poco tempo dopo, citati di nuovo a presentarsi, fu loro annunziato che la Commissione aveva deliberato di sospendere Pechell dallʼufficio, e toglierli tutti gli emolumenti chʼerano come sua proprietà. «Quanto a voi altri,» disse Jeffreys «che per la più parte siete ecclesiastici, vi manderò a casa con un testo della Scrittura. Andate, e non peccate mai più, perchè non vi accada peggio.»[286]VIII. Siffatto procedere potrebbe sembrare bastevolmente ingiusto e violento. Ma il Re aveva già incominciato a trattare Oxford con tanto rigore, che quello mostrato contro Cambridge potrebbe chiamarsi dolcezza. Già il Collegio della Università era stato trasmutato da Obadia Walker in seminario cattolico romano. Già il Collegio della Chiesa-di-Cristo era governato da un decano cattolico. La Messa celebravasi giornalmente in ambidue cotesti collegi. La tranquilla e maestosa città, un tempo sì devota ai principii monarchici, era agitala da passioni non mai per lo innanzi conosciute. I sottograduati, con connivenza deʼ loro superiori, facevano le fischiate ai membri della congregazione di Walker, e cantavano satire sotto le sue finestre. Sono giunti fino a noi alcuni frammenti delle serenateche mettevano in subbuglio High-Street. Lo intercalare dʼuna ballata diceva: «Il vecchio Obadia—Canta lʼAve Maria.»Come i comici giunsero in Oxford, lʼopinione pubblica si manifestò con maggior forza. Venne rappresentata la produzione drammatica di Howard intitolata ilComitato. Questo componimento, scritto poco dopo la Restaurazione, dipingeva i Puritani in sembianti odiosi e spregevoli, e però era stato per venticinque anni applaudito dagli Oxfordiani. Adesso piaceva più che mai; imperciocchè per fortuna uno deʼ precipui caratteri era un vecchio ipocrita che aveva nome Obadia. Gli uditori diedero in fragoroso scoppio dʼ applausi quando, nellʼultima scena, Obadia viene strascinato fuori con un capestro al collo; e i clamori raddoppiarono quando uno degli attori, alterando la commedia, annunzio che Obadia meritava dʼessere impiccato per avere rinnegata la propria religione. Il Re rimase grandemente irritato a tale insulto. Era cotanto rivoluzionario lo spirito della Università, che uno deʼ nuovi reggimenti—quel desso che ora chiamasi Secondo deʼ Dragoni delle Guardie—fu acquartierato in Oxford, onde impedire uno scoppio.[287]Dopo cotesti fatti Giacomo avrebbe dovuto convincersi che la via da lui presa doveva di necessità condurlo a ruina. Ai clamori di Londra era da lungo tempo assuefatto. Sʼerano levati contro lui ora giustamente ed ora a torto. Egli li aveva più volte affrontati, e poteva forse tuttavia affrontarli. Ma che Oxford, sede della lealtà, quartiere generale dello esercito deʼ Cavalieri, luogo dove il padre e il fratello trasferirono la corte loro quando non si tenevano più sicuri nella loro tempestosa metropoli, luogo dove gli scritti deʼ grandi intelletti repubblicani erano stati di recente dati alle fiamme, fosse ora agitata da sinistri umori; che quegli animosi giovani, i quali pochi mesi innanzi avevano ardentemente prese le armi contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, avessero ad essere con difficoltà tenuti in freno dalla carabina e dalla spada, erano segni di cattivo augurio per la casa degli Stuardi. Tali ammonimenti, nondimeno, tornarono inutili allo stupido, inflessibilee testardo tiranno. Era deliberato di dare alla sua Chiesa i più ricchi e splendidi stabilimenti dʼInghilterra. A nulla giovarono le rimostranze deʼ migliori e più savi traʼ suoi consiglieri cattolici romani. Gli dimostrarono come egli potesse rendere grandi servigi alla causa della sua religione, senza violare i diritti di proprietà. Un assegnamento annuo di due mila lire sterline, che agevolmente poteva trarsi dal suo tesoro privato, sarebbe bastato a mantenere un collegio di Gesuiti. Siffatto collegio provveduto di abili, dotti e zelanti precettori, sorgerebbe come formidabile rivale alle vecchie istituzioni accademiche, le quali mostravano non pochi segni di quella languidezza, che è quasi inseparabile dal sentirsi sicuro ed opulento. Il collegio di Re Giacomo tosto verrebbe considerato, anche dagli stessi Protestanti, il primo istituto dʼeducazione nellʼisola e per scienza e per disciplina morale. Ciò sarebbe il mezzo più efficace e meno odioso con che umiliare la Chiesa Anglicana ed esaltare la cattolica. Il Conte dʼAilesbury, uno deʼ più fidi servitori della regale famiglia, quantunque Protestante, offerse mille lire sterline per mandare ad esecuzione quel disegno, più presto che vedere che il suo signore violasse i diritti di proprietà, e rompesse la fede data alla Chiesa dello Stato.[288]Tale proposta, nondimeno, non piacque al Re, come quella che, a dir vero, per molte ragioni, era poco convenevole alla dura indole di lui. Imperciocchè aveva non poco diletto a domare e sconfiggere lʼaltrui volontà, e gli doleva privarsi deʼ propri danari. Ciò chʼegli non aveva la generosità di fare a proprie spese, voleva farlo a spese degli altri. Deliberato di conseguire un fine, lʼorgoglio e lʼostinazione glʼimpedivano di retrocedere; e a poco per volta si era già ridotto a commettere atti di turchesca tirannide, atti che ridussero la nazione a convincersi che la proprietà di un libero possidente inglese sotto un Re cattolico romano non era punto sicura, come non lo era quella dʼun greco sotto la dominazione musulmana.IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford, fondato nel secolo decimoquinto da Guglielmo di Waynflete Vescovo diWinchester e Lord Gran Cancelliere, era uno deʼ più cospicui deʼ nostri istituti accademici. Una graziosa torre, in cima alla quale allʼalba del di primo di maggio i coristi cantavano un inno latino, presentavasi da lungi allʼocchio del viandante che veniva da Londra. Come egli appressavasi, la vedeva sorgere fraʼ merli sopra una vasta mole bassa ed irregolare, ma singolarmente veneranda, la quale, cinta di verdura, signoreggiava le lente acque del Cherwell. Egli entrava per una porta sormontata da una leggiadra finestra, e penetrava in uno spazioso chiostro ornato dʼimmagini rappresentanti le virtù e i vizi, rozzamente scolpite in pietra grigia dai muratori del secolo decimoquinto. La mensa della società era con profusione apparecchiata in un magnifico refettorio adorno di pitture e di fantastici intagli. Il servizio di chiesa facevasi mattina e sera in una cappella, chʼera stata molto danneggiata daʼ Riformatori e dai Puritani, ma tuttavia, così guasta, era edificio dʼinsigne bellezza, ai tempi nostri ristaurato con arte e con gusto squisiti. I vasti giardini lungo la riva del fiume, erano notevoli per la grandezza degli alberi, fra mezzo ai quali torreggiava una delle maraviglie della vegetazione dellʼisola, cioè una quercia gigantesca, secondo che comunemente dicevasi, dʼun secolo più antica del più antico collegio dellʼUniversità.Gli statuti collegiali ordinavano che i Re dʼInghilterra e i Principi di Galles dovessero alloggiare alla Maddalena. Eduardo IV vi aveva abitato quando la fabbrica non era peranche finita. Riccardo III vi aveva tenuto corte, udito le dispute nella sala, regalmente festeggiato, e a rimunerare i suoi ospiti aveva loro fatto presenti di daini delle sue foreste. Due eredi presuntivi della Corona, anzi tempo spenti, Arturo fratello maggiore di Enrico VIII, ed Enrico fratello maggiore di Carlo I, erano stati membri di quel collegio. Un altro Principe del sangue, lʼultimo e migliore degli Arcivescovi cattolici romani di Canterbury, il buon Reginaldo Polo, vi aveva fatti i suoi studi. Aʼ tempi della guerra civile il Collegio della Maddalena era rimasto fido alla Corona. Ivi Rupert aveva stabilito il suo quartiere generale; e le sue trombe sʼudivano per quei quieti chiostri quando egli ragunava i suoi cavalli per muoverea qualcuna delle sue più audaci intraprese. La maggior parte deʼ collegiali erano ecclesiastici, e non potevano aiutare il Re se non con preci e pecunia. Ma un collega loro, il quale era Dottore in Diritto Civile, fece leva dʼuna schiera di sottograduati, e cadde valorosamente combattendo alla loro testa contro i soldati dʼEssex. Posate le armi, e venuta la Inghilterra sotto la dominazione delle Teste-Rotonde, sei settimi dei membri del collegio ricusarono di sottomettersi agli usurpatori: per la qual cosa furono cacciati dalle loro abitazioni, e privati delle rendite. Coloro che sopravvissero alla Restaurazione, fecero ritorno alle loro gradite stanze. Adesso era loro succeduta una generazione dʼuomini, i quali ne avevano ereditato le opinioni e lo spirito. Mentre infuriava la ribellione delle Contrade Occidentali, tutti coloro che nel Collegio della Maddalena la età o la professione non impediva dal portare le armi, erano ardentemente accorsi a combattere a pro della Corona. Eʼ sarebbe difficile trovare in tutto il Regno una corporazione, che al pari di cotesta fosse meritevole della gratitudine degli Stuardi.[289]La società era composta dʼun Presidente, di quaranta Convittori (Fellows), di trenta scolari chiamatiDemies, e dʼun convenevole numero di cappellani, cherici e coristi. A tempo della visita generale sotto il regno di Enrico VIII, le rendite del collegio erano molto maggiori di quelle dʼogni altro simigliante istituto nel reame, maggiori quasi per metà di quelle del magnifico istituto da Enrico VI fondato in Cambridge; e assai più del doppio di quelle che Guglielmo Wykeham aveva assegnato al suo collegio in Oxford. Sotto Giacomo II le ricchezze della Maddalena erano immense, e la fama le esagerava. Dicevasi comunemente che il collegio fosse più ricco delle più ricche Abadie del continente; e il popolo affermava che, finiti i fitti esistenti, la entrata crescerebbe fino alla somma prodigiosa di quaranta mila lire sterline lʼanno.[290]I Convittori, per virtù degli statuti compilati dal fondatore, avevano potestà di eleggere il presidente fra coloro che erano allora o erano stati convittori o della Maddalena o del Collegio Nuovo. Avevano per lo più siffatta potestà liberamente esercitato. Ma alcuna volta il Re aveva raccomandato qualche partigiano della Corte alla scelta degli elettori; e in tali casi il collegio sʼera mostrato riverente ai desiderii del Sovrano.Nel marzo del 1687, il Presidente della Maddalena fini di vivere. Aspirava a succedergli uno deʼ Convittori, cioè il Dottore Tommaso Smith, volgarmente soprannominato Rabbi Smith, insigne viaggiatore, bibliofilo, antiquario, ed orientalista, già stato cappellano di legazione a Costantinopoli, e adoperato a collazionare il Manoscritto Alessandrino. Credeva di meritare la protezione del Governo come uomo dotto e come Tory zelante. E davvero era ardentemente e fermamente il più realista che si potesse trovare in tutta la Chiesa Anglicana. Da lungo tempo aveva stretta amicizia con Parker Vescovo dʼOxford, per mezzo del quale egli sperava ottenere dal Re una lettera commendatizia al collegio; Parker gli promise di fare il possibile, ma tosto riferì di avere incontrato parecchie difficoltà. «Il re» disse egli «non raccomanderà alcuno che non sia amico alla religione della Maestà Sua. Che potreste voi fare per compiacerlo in quanto a ciò?» Smith rispose che ove egli fosse fatto Presidente, farebbe ogni sforzo per promuovere le lettere, la vera religione di Cristo, e la lealtà verso il Sovrano. «Ciò non servirebbe» disse il Vescovo. «Se è così» rispose animosamente Smith, «sia chi si voglia il Presidente: io non posso promettere altro.»X. La elezione era stabilita pel di 13 aprile, e ai Convittori fu annunziato di ragunarsi. Dicevasi che il Re manderebbe una lettera a raccomandare pel posto vacante un certo Antonio Farmer. Era stato membro della Università di Cambridge ed aveva schivato di essere espulso, accortamente ritirandosi a tempo. Sʼera quindi collegato coʼ Dissidenti; e poi, recatosi ad Oxford, era entrato nel Collegio della Maddalena, dove si rese notevole per ogni generazione di vizi. Quasi sempre strascinavasi al collegio a notte avanzata, senza potere profferire parola, come colui chʼera briaco. Acquistò fama per essersimesso a capo dʼun tumulto in Abingdon. Frequentava sempre i convegni deʼ libertini. In fine, fattosi lenone, era disceso anche al di sotto della ordinaria sozzura del suo mestiere, ricevendo danari da certi dissoluti giovani per aver loro resi servigi tali che il labbro pudico della storia non può ricordare senza arrossirne. Cotesto sciagurato, nondimeno, aveva simulato di farsi papista, e la sua apostasia fu considerata come bastevole espiazione di tutti i suoi vizi. E comecchè fosse ancora giovine dʼanni, fu dalla Corte scelto a governare una grave e religiosa società, nella quale era tuttavia fresca la scandalosa memoria del suo depravato vivere.Come cattolico romano, egli, secondo la legge comune del paese, non poteva occupare veruno ufficio accademico. Per non essere mai stato Convittore della Maddalena o del Collegio Nuovo, non poteva, in virtù dʼun ordinamento speciale di Guglielmo Waynflete, essere eletto Presidente. Guglielmo aveva anche comandato a coloro che dovevano fruire della liberalità sua, di badare peculiarmente alla moralità di colui che dovevano eleggere a loro capo; e quandʼanche egli non avesse lasciato scritto cotale comandamento, una corporazione composta in massima parte di ecclesiastici non poteva decentemente affidare ad un uomo quale era Farmer il governo dʼun istituto dʼeducazione.I Convittori rispettosamente esposero al Re le difficoltà in cui si troverebbero, ove, come ne correva la voce, Farmer venisse loro raccomandato; e pregavano, che qualora piacesse alla Maestà Sua immischiarsi nella elezione, proponesse qualche persona a favore della quale potessero legalmente e con sicura coscienza votare. La rispettosa preghiera fu posta in non cale. La lettera del Re giunse, e fu recata da Roberto Charnock, che dianzi sʼ era fatto papista, uomo fornito di coraggio e di qualità, ma di sì violenta indole che pochi anni dopo commise un atroce delitto ed ebbe miseranda fine. Il dì 13 aprile, la società congregossi nella cappella. Speravano tutti che il Re si movesse alla rimostranza che gli avevano presentata. Lʼassemblea quindi si aggiornò al dì 15, che era lʼultimo giorno, nel quale, secondo gli statuti del collegio, la elezione doveva aver luogo.Giunto il predetto giorno, i Convittori ragunaronsi di nuovo entro la cappella. Non vʼera risposta alcuna da Whitehall. Due o tre degli anziani, fraʼ quali era Smith, inchinavano a posporre ancora la elezione, più presto che fare un passo che avrebbe potuto offendere il Re. Ma il testo degli statuti, che i membri del collegio avevano giurato di osservare, era chiaro. Fu quindi generale opinione di non ammettere altro indugio. Ne segui vivissima discussione. Gli elettori erano sì concitati che non potevano starsi neʼ loro seggi, e tumultuavano. Coloro che volevano la elezione immediata, richiamavansi aʼ loro giuramenti ed alle prescrizioni del fondatore, del quale mangiavano il pane, e ripetevano il Re non avere diritto dʼimporre un candidato anche avente i necessari requisiti. Fra mezzo alla contesa udironsi alcune parole spiacevoli alle orecchie dʼun Tory, si che Smith irritato esclamò: lo spirito di Ferguson avere invaso i cuori deʼ suoi confratelli. Finalmente eʼ fu deliberato di fare subito la elezione. Charnock uscì fuori della cappella. Gli altri Convittori, ricevuta la comunione, procederono a votare, e sortì eletto Giovanni Hough uomo di grande virtù e prudenza, il quale avendo sostenuto con fortezza la persecuzione, e con mansuetudine la prosperità, elevatosi a più alte dignità e rifiutatene anche di maggiori, mori estremamente vecchio, senza perdere la vigoria della mente, cinquantasei e più anni dopo quel memorando giorno.La società affrettossi a far conoscere al Re le circostanze che avevano reso necessario lo eleggere senza altro indugio il Presidente, e pregarono il Duca di Ormond, come patrono della Università, e il Vescovo di Winchester, come ispettore del Collegio della Maddalena, perchè volessero assumersi lʼufficio dʼintercessori: ma il Re, torpido di mente, era siffattamente incollerito che non volle ascoltare spiegazioni.XI. Neʼ primi giorni di giugno, i Convittori furono citati ad appresentarsi dinanzi allʼAlta Commissione in Whitehall. Cinque di loro, come deputati degli altri, obbedirono. Jeffreys gli trattò secondo suo costume. Quando uno di loro, chʼera un venerando Dottore nomato Fairfax, espresse qualche dubbio intorno alla validità della Commissione, il Cancelliere cominciò ad urlare a guisa di belva feroce: «Chi è costui? Chigli ha dato lo incarico di venire a far lo impudente in questo luogo? Chiappatelo; mettetelo in secreta. Che fa egli senza custode? Egli è pazzo, ed è sotto la mia custodia. Mi maraviglio che nessuno sia venuto a richiedermelo per tenerlo in buona guardia.» Poichè si fu così sfogato, e furono lette le deposizioni concernenti il carattere morale del candidato proposto dal Re, nessuno deʼ Commissari ebbe la sfrontatezza di asserire che un tale uomo potesse convenevolmente essere eletto capo dʼun gran collegio. Obadia Walker e gli altri papisti dʼOxford i quali trovavansi lì presenti a difendere glʼinteressi del loro proselito, rimasero estremamente confusi. La Commissione dichiarò nulla la elezione di Hough, e sospese Fairfax dallʼufficio di Convittore: ma non fu più ragionato di Farmer; e nel mese di agosto giunse ai Convittori una lettera del Re, il quale proponeva loro Parker, Vescovo dʼOxford.XII. Parker non era apertamente papista. Nondimeno esisteva contro lui un impedimento, il quale, quando anche la presidenza fosse stata vacante, sarebbe stato decisivo: imperocchè egli non era mai stato Convittore nè della Maddalena, nè del Collegio Nuovo. Ma la presidenza non era vacante: Hough era stato debitamente eletto; e tutti i membri del Collegio erano tenuti per sacramento a sostenerlo nellʼufficio. E però, significando la lealtà e il rincrescimento loro, scusaronsi di non potere obbedire ai comandi del Re.Mentre Oxford in siffatto modo opponeva ferma resistenza alla tirannide, altri altrove non meno ferma opposizione faceva. Tempo innanzi, Giacomo, ai rettori della Certosa, che erano uomini dʼaltissimo grado e reputatissimi nel Regno, aveva comandato dʼammettere un certo Popham cattolico romano allo Spedale loro sottoposto. Il Direttore Tommaso Burnet, ecclesiastico insigne per ingegno, dottrina e virtù, ebbe il coraggio di dir loro, quantunque il feroce Jeffreys fosse del seggio, come ciò che da loro volevasi era contrario alla volontà del fondatore, non che ad un Atto del Parlamento. «E che importa ciò?» disse un cortigiano che era uno deʼ governatori. «Importa molto, io credo,» rispose una voce resa fioca dagli anni e dal dolore, e che non pertanto moveva da tal uomo da essere udita con rispetto, cioè la voce, del venerandoOrmond. «Un Atto di Parlamento» seguitò il patriarca deʼ Cavalieri «non è, secondo il mio giudicio, cosa di lieve momento.» Fu messa innanzi la questione se Popham dovesse essere ammesso, e fu risoluta pel no. Il Cancelliere, che non potè sfogarsi bestemmiando e imprecando contro Ormond, uscì fuori spumante di rabbia e fu seguito da pochi altri, di guisa che i membri rimasti non furono più in numero legale, e non poterono fare una formale risposta allʼordine sovrano.Lʼaltra adunanza ebbe luogo solo due giorni dopo che lʼAlta Commissione aveva con sua sentenza cassato la elezione di Hough e sospeso Fairfax. Un secondo ordine sovrano, munito del Gran Sigillo, fu presentato ai rettori: ma il tirannesco modo con cui era stato trattato il Collegio della Maddalena, aveva maggiormente destato il loro coraggio invece di domarlo. Scrissero una lettera a Sunderland, onde pregarlo ad annunziare al Re come essi in quel negozio non potessero obbedire alla Maestà Sua, senza violare la legge e mancare al debito loro.Eʼ non è dubbio veruno che se cotesto documento fosse stato sottoscritto da nomi ordinari, il Re sarebbe trascorso a qualche eccesso. Ma anche a lui imponevano riverenza i grandi nomi di Ormond, Halifax, Danby, e Nottingham, capi di tutti i vari partiti ai quali egli andava debitore della Corona. E però fu pago di ordinare che Jeffreys pensasse quale fosse la via da prendersi. Una volta fu annunciato che verrebbe istituito un processo nella Corte del Banco del Re; unʼaltra, che la Commissione Ecclesiastica evocherebbe a sè la faccenda; ma tali minacce a poco a poco svanirono.[291]XIII. La estate era bene inoltrata allorquando il Re intraprese un viaggio, il più lungo e più magnifico che da molti anni i sovrani dʼInghilterra avessero fatto. Da Windsor il di 16 agosto egli passò a Portsmouth, girò attorno le fortificazioni, toccò parecchie persone scrofolose, e quindi imbarcatosi in uno deʼ suoi legni giunse a Southampton. Da Southampton viaggiò a Bath, dove rimase pochi giorni e lasciò la Regina. Nel partirsi fu accompagnato dal Grande Sceriffo della Contea di Somerset e da una numerosa coorte di gentiluominifino ai confini, dove il Grande Sceriffo della Contea di Gloucester con un non meno splendido accompagnamento stavasi ad aspettarlo. Il Duca di Beaufort corse ad incontrare i cocchi del Re e li condusse a Badminton, dove era apparecchiato un banchetto degno della rinomata magnificenza della sua casa. Nel pomeriggio, la cavalcata procedè fino a Gloucester; e a due miglia dalla città fu salutata dal Vescovo e dal clero. A Porta Orientale aspettavala il Gonfaloniere recando le chiavi. Le campane sonavano a festa; e le fontane versavano vino mentre il Re traversava le vie per andare al ricinto che chiude il venerando Duomo. Dormì quella notte nel decanato, e la dimane partì per Worcester. Da Worcester andò a Ludlow, Shrewsbury, e Chester, e venne in ogni luogo accolto con segni di riverenza e di gioia, dimostrazioni chʼegli ebbe la debolezza di considerare come prove che il malcontento, provocato dagli atti suoi, era ormai cessato, e che egli poteva di leggieri riportare piena vittoria. Barillon, il quale era più sagace, scrisse a Luigi che il Re dʼInghilterra illudevasi, che il viaggio non aveva recato nessun bene positivo, e che quegli stessi gentiluomini delle Contee di Worcester e di Shrop i quali avevano creduto loro debito accogliere il loro ospite e Sovrano con ogni segno dʼonorificenza, si troverebbero più disubbidienti che mai quando verrebbe fuori la questione intorno allʼAtto di Prova.[292]Lungo il viaggio, al regio corteo si congiunsero due cortigiani per indole ed opinioni lʼuno dallʼaltro grandemente diversi. Penn trovavasi a Chester per un giro pastorale. La popolarità e lʼautorità chʼegli aveva fraʼ suoi confratelli erano grandemente scemate sino da quando egli sʼera fatto strumento del Re e dei Gesuiti.[293]Ei fu, nondimeno, assai graziosamente accolto da Giacomo, e la domenica gli fu concesso diarringare in piazza, mentre Cartwright predicava dentro il Duomo, e il Re ascoltava la Messa ad un altare appositamente accomodato nel Palazzo della Contea. E per vero dire si disse che la Maestà Sua si degnasse di recarsi alla ragunanza deʼ Quacqueri, ed ascoltare con gravità la melodiosa eloquenza dellʼamico suo.[294]Il furioso Tyrconnel era arrivato da Dublino per rendere conto della propria amministrazione. Tutti i più spettabili Inglesi cattolici lo guardavano di mal occhio, considerandolo come nemico della loro razza e scandalo della religione loro. Ma egli fu cordialmente accolto dal suo signore, il quale lo accomiatò dandogli più che mai assicurazioni di fiducia e di appoggio. Piacque grandemente a Giacomo lʼudire che tra breve lo intero Governo dʼIrlanda si ridurrebbe in mano deʼ soli Cattolici Romani. Ai coloni inglesi era stato già tolto ogni potere politico; nullʼaltro rimaneva che privarli delle loro sostanze; oltraggio, chʼera differito finchè si fosse a ciò fare assicurata la cooperazione dʼun Parlamento irlandese.[295]Dalla Contea di Chester il Re si volse verso il mezzogiorno, e indubitabilmente credendo che i Convittori del Collegio della Maddalena, comunque turbolenti, non ardirebbero disobbedire ad un comandamento uscito dalle stesse sue labbra, sʼavviò a Oxford. Cammino facendo, visitò vari luoghi che peculiarmente lo interessavano, come Re, come fratello, e come figlio. Visitò il tetto ospitale di Boscobel e gli avanzi della quercia tanto famosa nella storia di sua famiglia. Cavalcò al campo dʼEdgehill, dove i Cavalieri primamente pugnarono coi soldati del Parlamento. Il dì 3 di settembre, pranzò solennemente nel palazzo di Woodstock, antica e rinomata magione, della quale adesso non resta nè anco unapietra, ma il cui sito sul prato del parco di Blenheim è indicato da due sicomori che sorgono presso al magnifico ponte.XIV. La sera ei giunse ad Oxford, e vi fu ricevuto coʼ soliti onori. Gli studenti con indosso lʼabito accademico erano schierati a salutarlo a destra e a sinistra dallo ingresso della città fino alla porta maggiore dalla Chiesa-di-Cristo. Prese stanza al decanato, dove fra gli altri preparamenti a convenevolmente riceverlo, trovò una cappella acconcia alla celebrazione della Messa.[296]Il dì seguente al suo arrivo i Convittori della Maddalena ebbero ordine di appresentarsi a lui. Quando gli furono dinanzi, gli ricevè con insolenza maggiore di quella che i Puritani avevano usata ai loro antecessori. «Voi non vi siete condotti meco da gentiluomini,» esclamò Giacomo. «Voi siete stati male educati e avete mancato al proprio dovere.» E quelli, cadendo sulle proprie ginocchia, gli porgevano una petizione, chʼegli non volle ricevere. «È questa la lealtà di cui mena sì gran vanto la vostra Chiesa Anglicana? Non avrei mai creduto che tanti chierici della Chiesa dʼInghilterra si trovassero immischiati in siffatto negozio. Andate via, andate. Io sono il Re, e voglio essere ubbidito. Adunatevi sullʼistante nella vostra cappella, ed eleggete il Vescovo dʼOxford. Coloro che ricuseranno, ci pensino prima. Sentiranno sui loro capi tutto il peso della mia mano. Sapranno che importi spiacere al loro Re.» I Convittori, rimanendo tuttavia inginocchioni, di nuovo porsero la petizione. Ma il Re irato, gettandola via, gridò: «Toglietevi dal mio cospetto, vi dico; non riceverò nulla da voi, finchè non abbiate eletto il Vescovo.»Se ne andarono, e senza un momento dʼindugio ragunaronsi nella loro cappella. Proposero se si avesse ad obbedire ai comandi del Re. Smith era assente. Il solo Charnock dètte il voto affermativo. Gli altri Convittori che ivi trovavansi, dichiararono dʼessere in ogni cosa pronti ad obbedire al Re, ma di non volere violare gli statuti e i giuramenti loro.Il Re, gravemente incollerito e mortificato per la sua sconfitta, si partì da Oxford e andò a raggiungere la Regina in Bath. Per la ostinazione e violenza sue ei sʼera posto inuna impacciosa situazione. Aveva avuta molta fiducia nello effetto del suo cipiglio e delle sue sdegnose parole, ed aveva sullʼesito della contesa incautamente giocato non il solo credito del suo Governo, ma la sua dignità personale. Poteva egli cedere ai suoi sudditi da lui minacciati a voce alta e con furiosi gesti? E nondimeno poteva egli rischiarsi a destituire in un solo giorno una folla di rispettabili ecclesiastici, rei soltanto di avere adempito ciò che la nazione intera considerava come debito loro? Forse si sarebbe potuta trovare una via ad uscirne da questo dilemma. Forse il collegio si sarebbe potuto ridurre alla sommissione per mezzo del terrore, delle carezze, della corruzione.XV. E però si dètte incarico a Penn dʼaccomodare la faccenda. Egli aveva tanto buon senso da non approvare il violento ed ingiusto procedere del Governo, e perfino rischiossi ad esprimere in parte il proprio intendimento. Giacomo, come sempre, ostinavasi nel torto. Il Quacquero cortigiano fece ogni sforzo per sedurre il collegio ad uscire dalla diritta via. Parimente provossi ad intimidirlo, dicendo il collegio correre a certa rovina; il Re essere grandemente corrucciato; il caso potere farsi, come da tutti generalmente credevasi, gravissimo; non esservi fanciullo il quale non pensasse che Sua Maestà voleva fare a suo modo, e non avrebbe sofferto di essere avversata. Per le quali cose Penn esortava i Convittori a non confidare nella rettitudine della loro causa, ma a sottomettersi, o almeno a temporeggiare. Tali consigli parvero stranissimi sulle labbra dʼun uomo, il quale era stato espulso dalla Università per avere suscitato un tumulto in occasione della cotta da prete, il quale aveva corso pericolo dʼessere diseredato più presto che far di cappello ai principi del sangue, ed era stato più volte messo in carcere per avere arringato nelle conventicole. Non gli riusci di intimorire i Convittori della Maddalena. I quali rispondendo ai suoi ammonimenti rammentarongli come nella passata generazione trentaquattro sopra quaranta Convittori avevano lietamente abbandonato i loro diletti chiostri e giardini, la sala, la cappella, andando alla ventura senza tetto nè pane, piuttosto che violare il giuramento di fedeltà al legittimo Sovrano. Il Re adesso volendolicostringere a rompere un altro giuramento, si sarebbe accorto che lʼantico coraggio non era spento nel Collegio della Maddalena.Allora Penn provò maniere più dolci. Ebbe un colloquio con Hough e alcuni deʼ Convittori, e dopo molte proteste di simpatia ed amicizia cominciò ad accennare ad un compromesso. Il Re non patirebbe contradizione. Era forza che il collegio cedesse. Parker doveva essere eletto. Ma costui era di mal ferma salute; tutti i suoi beneficii tra breve diverrebbero vacanti. «Il Dottore Hough» disse Penn «potrebbe allora diventare Vescovo dʼOxford. Vi piacerebbe ciò, o signori?» Penn aveva spesa la vita a declamare contro un culto salariato. Sosteneva dʼessere tenuto a ricusare il pagamento della decima, e ciò quando aveva comperato terreni soggetti alla decima, e gli era stato concesso redimerli pagando un tanto. Secondo i suoi stessi principii, egli commetteva un grave peccato adoperandosi ad ottenere un beneficio ad onorevolissime condizioni per il più pio degli ecclesiastici. Nulladimeno fino a tal segno i suoi costumi erano stati corrotti dalle sue cattive relazioni, e il suo intendimento sʼera intenebrato per intemperante zelo dʼuna sola cosa, chʼei non si fece scrupolo di diventare mezzano di turpissima simonia, e di usare un vescovato come amo a indurre un ecclesiastico allo spergiuro. Hough rispose con cortese dispregio non richiedere altro dalla Corona che la sola giustizia. «Noi stiamo fermi» dissʼegli «sui nostri statuti e i giuramenti nostri: ma, anche ponendo da parte giuramenti e statuti, sentiamo il debito di difendere la nostra religione. I papisti ci hanno rubato il Collegio dellʼUniversità, e quello della Chiesa-di-Cristo. Adesso combattono a toglierci la Maddalena. Tra breve avranno il resto.»Penn ebbe la stoltezza di rispondere chʼegli in verità credeva adesso i papisti sarebbero contenti. «Il Collegio dellʼUniversità è molto piacevole. La Chiesa-di-Cristo è un luogo magnifico. La Maddalena è un bello edificio; convenevole la posizione; deliziosi i viali lungo il fiume. Se i Cattolici Romani sono ragionevoli, potrebbero di ciò chiamarsi satisfatti.» Questa assurda confessione sarebbe sola bastata a rendere impossibile che Hough e i suoi confratelli cedessero. Le pratichefurono rotte; e il Re affrettossi, siccome aveva minacciato, a far provare ai disobbedienti tutto il peso dellʼira sua.XVI. A Cartwright Vescovo di Chester, a Wright Capo Giudice del Banco del Re, e a Sir Tommaso Jenner, uno deʼ Baroni dello Scacchiere, fu data commissione speciale di esercitare potestà di ispezione sul collegio. Il dì 20 ottobre giunsero in Oxford scortati da tre compagnie di dragoni con le spade sguainate. Il giorno susseguente presero i loro seggi nella sala della Maddalena. Cartwright pronunciò una orazione piena di sensi di lealtà, che pochi anni innanzi sarebbe stata ricolma dʼapplausi, e che ora, invece, fu ascoltata con indignazione. Ne seguì una lunga disputa. Il Presidente difese con arte, contegno e coraggio i propri diritti. Protestò grande rispetto per lʼautorità regia; ma fermamente sostenne che per virtù delle leggi inglesi era libero possessore della casa e delle rendite annesse allʼufficio di Presidente; di siffatta proprietà sua ei non poteva essere privato da un atto arbitrario del Sovrano. «Vi sottometterete» chiese il Vescovo «alla nostra ispezione?»—«Mi ci sottometto» rispose destramente Hough «tanto quanto è compatibile con le leggi, e non più.»—«Volete voi consegnare le chiavi delle vostre stanze?» disse Cartwright. Hough rimase tacito. Lʼaltro ripetè la dimanda, e Hough rispose con un cortese ma fermo rifiuto. I commissari lo dichiararono intruso, e imposero ai Convittori di non più riconoscere lʼautorità di lui, e di assistere alla istallazione del Vescovo dʼOxford. Charnock fu pronto a promettere obbedienza; Smith diede una risposta evasiva; ma tutti gli altri membri del collegio dichiararono fermamente di riconoscere Hough come loro legittimo capo.XVII. Allora Hough supplicò i Commissari perchè gli dessero licenza di dire poche parole. Cortesemente consentirono quelli, perocchè speravano chʼegli in grazia dellʼindole sua calma e soave cominciasse a cedere. «Milordi,» disse egli «oggidì voi mi avete privato della mia libera proprietà: protesto quindi contro ogni vostro atto come illegale, ingiusto e nullo; e me ne appello al Re nostro sovrano nelle sue corti di giustizia.» Un alto rumore dʼapplauso levossi fra mezzo agli uditori che riempivano la sala. I Commissari andarono insulle furie. Invano fecero ricercare deʼ perturbatori, e volsero la rabbia loro contro il solo Hough. «Non crediate di far bravazzate con noi,» disse Jenner.—«Io sosterrò lʼautorità della Maestà Sua» esclamò Wright «finchè avrò fiato in corpo. Tutto questo nasce dalla vostra sediziosa protesta. Voi avete turbata la pace, e ne renderete ragione dinanzi al Banco del Re. Vʼimpongo di presentarvi alla prima sessione sotto pena di mille lire sterline. Vedremo se la potestà civile vi possa mettere la testa a partito; ed ove ciò non basti, proverete lʼautorità militare.» E veramente Oxford era in tale fermento che i Commissari vivevano inquieti. Aʼ soldati fu fatto comandamento di caricare le loro carabine. Dicevasi che si fosse spedito a Londra un messo per affrettare lʼarrivo dʼun rinforzo di milizie. Ciò non ostante, non seguì alcun disturbo. Il Vescovo dʼOxford fu pacificamente istallato per procura: ma soli due membri del collegio erano presenti alla cerimonia. Numerosi segni indicavano che lo spirito di resistenza sʼera sparso anco nella plebe. Il portinaio del collegio gettò via le chiavi; il camarlingo ricusò di cancellare dal libro delle spese il nome di Hough, e fu tosto cacciato. In tutta la città non fu possibile trovare un magnano che forzasse la serratura delle stanze del Presidente, e fu dʼuopo che gli stessi servitori deʼ Commissari rompessero le porte con barre di ferro. I sermoni recitati la susseguente Domenica nella chiesa dellʼUniversità erano pieni di considerazioni tali, che Cartwright ne rimase ferito nel vivo; ma erano espresse con tal arte, chʼegli non potè mostrare ragionevole risentimento.A questo punto, ove Giacomo non fosse stato affatto accecato, le cose si sarebbero potute fermare. I Convittori generalmente non erano inchinevoli a spingere più oltre la resistenza. Opinavano che ricusando di assistere allʼammissione del Presidente intruso, porgerebbero sufficiente prova di rispetto agli statuti e ai giuramenti loro, e che, trovandosi egli in possesso dellʼufficio, potrebbero equamente riconoscerlo per loro capo, finchè una sentenza dʼun tribunale competente lo rimovesse. Solo uno deʼ Convittori, voglio dire il Dottore Fairfax, ricusava di cedere. I Commissari sarebbero volentieri venuti a cotesti patti; e per poche ore vi fu una tregua chemolti credevano probabile finisse con un pacifico accomodamento: ma tosto ogni cosa andò sossopra. I convittori si accôrsero che lʼopinione pubblica accusavali di codardia. I cittadini già parlavano ironicamente della coscienza deʼ membri della Maddalena, ed affermavano che il coraggioso Hough e lʼonesto Fairfax erano stati traditi e abbandonati. Anche più molesto giungeva loro lo scherno di Obadia Walker e deʼ suoi confratelli rinnegati. In tal guisa dunque, dicevano gli apostati, dovevano finire tutti i paroloni con che il Collegio aveva dichiarato di difendere ad ogni costo il suo legittimo Presidente, e la sua religione protestante! Mentre i Convittori acremente molestati dal pubblico biasimo, pentivansi della condizionata sommissione alla quale avevano assentito, seppero che il Re non ne era punto soddisfatto. Diceva egli non bastare chʼessi fossero pronti a riconoscere il Vescovo dʼOxford come Presidente di fatto; era dʼuopo che distintamente riconoscessero la legalità della Commissione e di tutto ciò che essa aveva operato. Era dʼuopo che confessassero dʼavere mancato al debito loro, che si dichiarassero pentiti, promettessero di condursi meglio in avvenire, e chiedessero perdono alla Maestà Sua prostrandosi ai suoi piedi. I due Convittori, deʼ quali il Re non aveva cagione a dolersi, furono esentati dallʼobbligo di scendere a tanta umiliazione.Giacomo—ed è tutto dire—non commise mai un errore più madornale. I Convittori già forte pentiti dʼavere concesso tanto, e incitati dal pubblico biasimo, ardentemente colsero il destro di riacquistare la pubblica stima. Dichiararono quindi unanimemente che non avrebbero mai chiesto perdono dʼavere ragione, o ammesso la legalità della ispezione del collegio e della destituzione del loro Presidente.XVIII. Allora il Re, secondo che avea minacciato, fece loro sentire tutto il peso della sua mano. Con un solo decreto furono tutti dannati ad essere espulsi. E poichè sapevasi che molti nobili e gentiluomini, i quali avevano patronato di beneficii, gli avrebbero volentieri dati a coloro che tanto soffrivano per le leggi della Inghilterra e la religione protestante, lʼAlta Commissione dichiarò i cacciati Convittori incapaci dʼoccupare beneficii ecclesiastici; e coloro i quali non avevanoper anche presi gli ordini sacri, incapaci di ricevere il carattere clericale. Giacomo poteva gioire pensando dʼavere tolto a molti di loro gli agi e le speranze di maggiori dignità, e di averli gettati in una disperata indigenza.Ma tutti questi rigori produssero un effetto onninamente contrario a quello chʼegli sʼera augurato. Lo spirito inglese, quellʼindomito spirito che nessun Re della Casa Stuarda potè mai giungere per esperienza ad intendere, destossi vigorosissimo contro una tanta ingiustizia. Oxford, sede tranquilla delle lettere e della lealtà, era in condizioni somiglievoli a quelle in cui trovavasi la città di Londra il giorno dopo che Carlo I tentò di porre le mani addosso ai cinque rappresentanti della Camera. Il Vice-Cancelliere, invitato a pranzo dai Commissari nel dì stesso della espulsione, ricusò dicendo: «Il mio gusto è ben differente da quello del Colonnello Kirke. Non posso mangiare con appetito accanto ad una forca.» Gli scolari ricusavano di far di cappello ai nuovi rettori della Maddalena. A Smith fu apposto il soprannome di Dottore Birba, e venne pubblicamente insultato in un Caffè. Allorchè Charnock ordinò ai Demies di fare i loro esercizi accademici dinanzi a lui, quelli risposero che essendo privi deʼ loro legittimi direttori, non volevano sottomettersi allʼautorità usurpata. Congregavansi da sè e per gli studi e per gli uffici divini. A corromperli vennero loro offerti lucrosi posti di Convittori che erano per allora stati dichiarati vacanti: ma tutti i sottograduati, uno dopo lʼaltro, animosamente risposero le loro coscienze non consentire chʼessi traessero profitto dalla ingiustizia. Un solo giovanetto, che venne indotto ad accettare un posto, fu dai colleghi cacciato fuori dalla sala. Vari giovani di altri collegi vennero invitati; ma ogni prova fu vana. Il più ricco istituto che fosse nel Regno sembrava avere perduta ogni attrattiva per gli studenti bisognosi. Frattanto, in Londra e per tutto il reame, facevansi collette per soccorrere i cacciati Convittori. La Principessa dʼOrange, a somma soddisfazione di tutti i Protestanti, si firmò per dugento lire sterline. E nondimeno il Re persisteva a procedere nellʼintrapreso cammino. Alla cacciata deʼ Convittori segui quella dʼuna folla di Demies. Intanto il nuovo Presidente andava languendo perinfermità di corpo e dʼanimo. Aveva fatto un ultimo e debole sforzo a servire il Governo pubblicando, mentre il collegio era in aperta ribellione contro lʼautorità sua, una difesa della Dichiarazione dʼIndulgenza, o per dir meglio una difesa della dottrina della transustanziazione. Questo scritto provocò molte risposte, ed in ispecie una dettata con istraordinaria vigoria ed acrimonia da Burnet. Parecchi giorni dopo la espulsione dei Demies, Parker morì nella casa stessa, della quale egli sʼera violentemente impossessato. Si disse che il rimorso e la vergogna lo facessero morire di crepacuore. Le sue ossa giacciono nella leggiadra cappella del collegio: ma nessun monumento ne indica il luogo.XIX. Allora il Re volle mandare ad esecuzione tutto il suo disegno. Il collegio fu trasformato in seminario papale. Bonaventura Giffard, vescovo cattolico di Madura, fu nominato Presidente. Nella Cappella celebravansi i riti cattolici romani. In un solo giorno dodici Cattolici Romani furono ammessi come Convittori. Alcuni abietti Protestanti chiesero il convittorato, ma fu loro risposto con aperto rifiuto. Smith, realista esagerato, ma tuttavia sincero credente nella Chiesa Anglicana, non potè patire di vedere tanta trasformazione, e si assentò. Gli fu fatto comandamento di ritornare alla sua residenza, e non avendo obbedito, fu espulso anchʼegli: e in tal guisa lʼopera della spoliazione fu compiuta.[297]La natura del sistema accademico dellʼInghilterra è tale che nessuna cosa, la quale tocchi seriamente lo interesse e lʼonore dellʼuna o dellʼaltra Università può mancare di produrre grave concitamento in tutto il paese. Per la quale cosa ogni colpo che andasse a percuotere il Collegio della Maddalena, era sentito fino al più remoto angolo del Regno. Neʼ caffè di Londra, neʼ tribunali, neʼ recinti di tutte le cattedrali, neʼ presbiterii e nelle ville sparse per le più remote Contee,gli uomini tutti sentivano commiserazione per gli sciagurati e sdegno contro il Governo. La protesta di Hough venne in ogni dove applaudita, in ogni dove destava orrore la violenza contro il suo domicilio; ed in fine la cacciata deʼ Convittori ruppe queʼ vincoli, un tempo sì forti e sì cari, che congiungevano la Chiesa Anglicana alla Casa Stuarda.XX. Amari risentimenti e crudeli sospetti daʼ cuori di tutti cacciarono via lo affetto e la fiducia. Non vʼera canonico, non rettore, non vicario, la cui mente non fosse perturbata dal pensiero, che, per quanto la sua indole fosse quieta, ed oscura la sua condizione, potesse in pochi mesi essere cacciato dalla propria abitazione con un editto arbitrario, e ridursi a mendicare lacero e stanco con la moglie e i figliuoli, e vedere occupata da qualche apostata quella proprietà che era a lui assicurata da leggi dʼantichità immemorabile e dalla parola sovrana. Tale era dunque la ricompensa di quella eroica lealtà che non venne mai meno fra mezzo alle vicende di cinquantʼanni procellosi! Egli era per questo che il clero aveva sostenuto la spoliazione e la persecuzione nella causa di Carlo I! Egli era per questo chʼesso aveva favoreggiato Carlo II, nella sua dura contesa coi Whig! Egli era per questo chʼesso si era spinto in capo alla pugna contro coloro che studiavansi di privare Giacomo del suo diritto ereditario! Alla sola fedeltà del clero, il tiranno era debitore di quel potere chʼegli adesso adoperava ad opprimerlo e rovinarlo. Il clero da lungo tempo era assuefatto a raccontare con acerbe parole tutto ciò che aveva sofferto sotto il dominio deʼ Puritani. Ma i Puritani potevano in alcun modo escusarsi. Erano aperti nemici; avevano torti da vendicare; e anche rifoggiando la costituzione ecclesiastica del paese e cacciando chiunque aveva ricusato di riconoscere la loro Convenzione, non erano stati affatto privi di pietà. A colui, al quale avevano tolti i beneficii, avevano almeno lasciato tanto da poter sostenere la vita. Ma lʼodio che il Re sentiva contro la Chiesa, la quale lo aveva salvato dallo esilio e posto sul trono, non era tale da potersi di leggieri saziare. Nullʼaltro, fuorchè la estrema rovina delle sue vittime, lʼavrebbe potuto far pago. Non bastava che fossero espulsi dalle loro case e spogliati degli averi: furono con malignostudio chiusi dinanzi a loro tutti i sentieri della vita neʼ quali gli uomini della loro professione potessero procacciarsi la sussistenza; e nulla rimase loro che il precario ed umiliante mezzo dʼandare accattando per lo amore di Dio.

SOMMARIO.

I. Consacrazione del Nunzio nel Palazzo di San Giacomo; Sua solenne presentazione a Corte.—II. Il Duca di Somerset.—III. Scioglimento del Parlamento. Delitti militari illegalmente puniti—IV. Atti dellʼAlta Commissione.—V. Le Università.—VI. Processi contro la Università di Cambridge.—VII. Il Conte di Mulgrave—VIII. Condizioni dʼOxford.—IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford.—X. Il Re raccomanda Antonio Farmer per la presidenza.—XI. I Convittori del Collegio della Maddalena sono citati dinanzi lʼAlta Commissione.—XII. Parker raccomandato per Presidente; la Certosa.—XIII. Viaggio del Re.—XIV. Il Re in Oxford; riprende i Convittori della Maddalena.—XV. Penn tenta di farsi mediatore.—XVI. Commissarii speciali ecclesiastici mandati in Oxford.—XVII. Protesta di Hough; Parker entra in ufficio.—XVIII. I Convittori sono cacciati via.—XIX. Il Collegio della Maddalena diventa seminario papale.—XX. Risentimento del Clero.—XXI. Disegni della Cabala Gesuitica rispetto alla successione—XXII. Disegni di Giacomo e Tyrconnel a fine di impedire che la Principessa dʼOrange succedesse nel regno dʼIrlanda.—XXIII. La Regina è incinta; il fatto non è creduto da nessuno.—XXIV. Umori deʼ Collegi elettorali, e dei Pari.—XXV. Giacomo delibera di convocare il Parlamento adulterando le elezioni.—XXVI. Il Consiglio deʼ Regolatori.—XXVII. Destituzioni di molti Lordi Luogotenenti; il Conte dʼOxford.—XXVIII. Il Conte di Shrewsbury.—XXIX. Il Conte di Dorset.—XXX. Domande fatte ai magistrati.—XXXI. Loro risposta; i disegni del Re riescono vani.—XXXII. Lista di Sceriffi.—XXXIII. Carattere dei gentiluomini Cattolici Romani nelle campagne—XXXIV. Umori deʼ Dissenzienti; Regolamento dei Municipi.—XXXV. Inquisizione in tutti i Dipartimenti del Governo—XXXVI. Destituzione di Sawyer.—XXXVII. Williams avvocato Generale.—XXXVIII. Seconda Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXXIX. Il Clero riceve ordine di leggerla.—XL. Il Clero esita a farlo; Patriottismo deʼ Protestanti non-conformisti di Londra.—XLI. Consulte del Clero di Londra.—XLII. Consulte nel Palazzo Lambeth.—XLIII. Petizione deʼ sette Vescovi presentata al Re.—XLIV. Il Clero di Londra disubbidisce agli ordini reali.—XLV. Il Governo esita.—XLVI. Delibera di fare ai Vescovi un processo per calunnia.—XLVII. Vengono esaminati dal Consiglio Privato.—XLVIII. Incarcerati nella Torre di Londra—XLIX. Nascita del Pretendente; universalmente creduta supposta.—L. I Vescovi, tradotti dinanzi il Banco del Re, son posti in libertà sotto cauzione.—LI. Agitazioni nel pubblico.—LII. Inquietudini diSunderland.—LIII. Fa professione di Cattolico Romano.—LIV. Processo deʼ Vescovi.—LV. Sentenza; esultanza del popolo.—LVI. Stato singolare dellʼopinione pubblica in quel tempo.

I. Le aperte scortesie del Pontefice erano bastevoli a irritare il più mansueto deʼ principi; ma il solo effetto che produssero sullʼanimo di Giacomo fu quello di renderlo più prodigo di carezze e di complimenti. Mentre Castelmaine, collʼanima esasperata dallo sdegno, cammino faceva alla volta dellʼInghilterra, il Nunzio era colmato di onori tali che se fosse dipeso da lui li avrebbe ricusati. Per una finzione dʼuso frequente nella Chiesa di Roma, era stato poco innanzi insignito della dignità vescovile senza diocesi. Gli era stato dato il titolo di Vescovo dʼAmasia, città del Ponto e patria di Strabone e di Mitridate. Giacomo insistè perchè la cerimonia della consacrazione fosse fatta entro la Cappella del Palazzo di San Giacomo. Leyburn Vicario Apostolico, e due prelati irlandesi officiarono. Le porte furono spalancate al pubblico; e fu notato come parecchi Puritani, i quali pur dianzi sʼerano fatti cortigiani, fossero fra gli spettatori. La sera di quel dì medesimo, Adda, vestito degli abiti alla nuova dignità convenevoli, si recò allo appartamento della Regina. Re Giacomo in presenza di tutta la Corte cadde sulle ginocchia implorando la benedizione. E in onta del freno imposto dallʼuso cortigianesco, gli astanti indarno studiaronsi di nascondere il disgusto che loro ispirava quellʼatto.[278]E davvero da lunghissimo tempo non sʼera visto un sovrano inglese piegare il ginocchio innanzi ad uomo mortale; e coloro i quali contemplarono quello strano spettacolo, non potevano non richiamare alla memoria il giorno di vergogna, in cui Re Giovanni rese omaggio per la sua corona nelle mani di Pandolfo.

II. Breve tempo dopo, una cerimonia anche di più ostentata solennità ebbe luogo in onore della Santa Sede. Eʼ fu deliberato che il Nunzio andasse processionalmente a Corte. In tale occasione alcuni, della cui obbedienza il Re era sicuro, mostrarono per la prima volta segni di spirito disubbidiente. Si rese notevole fra tutti Carlo Seymour, secondo Pari secolaredel Regno, e comunemente chiamato lʼorgoglioso Duca di Somerset. E certo egli era uomo, in cui lʼorgoglio della stirpe e del grado era quasi infermità di mente. Le sostanze da lui ereditate non erano pari allʼalto posto chʼegli teneva nellʼaristocrazia inglese; ma era diventato signore della più vasta possessione territoriale dʼInghilterra sposando la figlia ed erede dellʼultimo Percy, il quale portava lʼantica corona ducale di Northumberland. Somerset aveva soli venticinque anni, ed era poco noto al pubblico. Era Ciamberlano del Re, e colonnello di uno deʼ reggimenti levati a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali. Non aveva avuto scrupolo di portare la Spada dello Stato nella Cappella reale, neʼ giorni di festa: ma adesso risolutamente ricusò di mischiarsi al corteggio che doveva festeggiare il Nunzio. Taluni di sua famiglia lo supplicarono a non tirarsi sul capo la collera del Re; ma i loro preghi furono vani. Il Re stesso si provò a rimproverarlo dicendo: «Io credeva, Milord, farvi un grande onore eleggendovi ad accompagnare il ministro della prima testa coronata del mondo.»—«Sire,» rispose il Duca «mi si assicura che io non possa obbedire a Vostra Maestà senza contraffare alla legge.»—«Farò che voi temiate me al pari della legge,» riprese insolentemente il Re: «non sapete che io sono superiore alla legge?»—«Vostra Maestà potrebbe essere superiore alla legge» rispose Somerset, «ma io non lo sono; e mentre obbedisco alla legge, non ho timore di nulla.» Il Re gli volse altamente irato le spalle, e tosto lo destituì dʼogni ufficio nella casa reale e nello esercito.[279]

Nondimeno in una cosa Giacomo usò alquanto di prudenza. Non si rischiò di esporre il Nunzio in solenne processione agli occhi della vasta popolazione di Londra. La ceremonia fu fatta il dì 3 luglio 1687, in Windsor. La gente accorse in folla a quella piccola città, tanto che mancarono i viveri e gli alloggi; e molte persone dʼalta condizione rimasero tutta la giornata nelle loro carrozze aspettando di vedere lo spettacolo. In fine, in sul tardi del pomeriggio, comparve il maresciallodel palazzo seguito daʼ suoi uomini a cavallo. Quindi veniva una lunga fila di volanti, e da ultimo in un cocchio di Corte procedeva Adda coperto dʼuna veste purpurea, con una croce che gli luccicava sul petto. Era seguito dalle carrozze deʼ principali cortigiani e ministri di Stato. Ed in questo corteo gli spettatori riconobbero con indignazione lʼarmi e le livree di Crewe vescovo di Durham, e di Cartwright Vescovo di Chester.[280]

III. Il dì susseguente leggevasi nella gazzetta un decreto che discioglieva il Parlamento, il quale di tutti i quindici Parlamenti convocati dagli Stuardi era stato il più ossequioso.[281]

Intanto nuove difficoltà sorgevano in Westminster Hall. Pochi mesi erano corsi da che erano stati destituiti alcuni giudici e sostituiti altri a fine dʼottenere una sentenza favorevole alla Corona nella causa di Sir Eduardo Hales; e già era necessario fare nuovi cangiamenti.

Il Re aveva appena formato quello esercito, con lʼaiuto del quale principalmente egli sperava di compire i propri disegni, allorchè si avvide di non poterlo tenere in freno. In tempo di guerra nel Regno un soldato ribelle o disertore poteva esser giudicato da un tribunale militare, e la sentenza eseguita dal Provosto Maresciallo. Ma adesso vʼera perfetta pace. Il diritto comune dʼInghilterra, originato in una età in cui ogni uomo portava le armi secondo le occorrenze, e giammai di continuo, non faceva distinzione, in tempo di pace, da un soldato ad un altro suddito qualunque; nè vʼera Atto alcuno somiglievole a quello, per virtù del quale lʼautorità necessaria al governo delle truppe regolari, annualmente si affida al Sovrano. Alcuni vecchi statuti, a dir vero, dichiaravano in certi casi speciali crimenlese la diserzione. Ma tali statuti erano applicabili solo ai soldati nellʼatto di prestare servizio al Re in guerra, e non potevansi senza aperta mala fede stiracchiare tanto da applicarli al caso di colui, il quale, in tempo di profonda quiete dentro e fuori lo Stato, sentendosistanco di rimanere più oltre negli accampamenti di Hounslow facesse ritorno al suo villaggio nativo. Sembra che il Governo non avesse potestà di ritenere un tale uomo più di quella che non ne abbia un fornaio o un sartore sopra i suoi lavoranti. Il soldato e i suoi ufficiali agli occhi della legge erano in pari condizione. Sʼegli bestemmiava contro loro, era punito come reo di bestemmia; se gli batteva, era processato per offesa. Vero è che le milizie regolari avevano minor freno delle civiche. Perocchè queste erano un corpo istituito da un Atto parlamentare, il quale aveva provveduto che si potessero, per violazione di disciplina, infliggere sommariamente pene leggiere.

Non sembra che sotto il regno di Carlo II si fosse fatta molto sentire la inconvenevolezza pratica di siffatta condizione della legge. Ciò potrebbe forse spiegarsi dicendo che fino allʼultimo anno del suo regno, le forze chʼegli manteneva in Inghilterra, erano precipuamente composte di soldati appartenenti alla casa reale, la cui paga era tanta che la destituzione dal servizio sarebbe stata dalla più parte di loro considerata come una sciagura. Lo stipendio di un soldato comune nelle Guardie del Corpo era una provvisione degna del figlio minore dʼun gentiluomo. Anche le Guardie a piedi erano pagate quanto i manifattori in tempi prosperi, ed erano quindi in condizioni tali da essere invidiati dalla classe deʼ lavoranti. Il ritorno del presidio di Tangeri, e le leve deʼ nuovi reggimenti avevano apportata una seria riforma. Adesso erano in Inghilterra molte migliaia di soldati, ciascuno deʼ quali riceveva soli otto soldi di paga per giorno. Il timore dʼessere licenziati non era bastevole a tenerli dentro gli stretti confini del dovere: e le pene corporali non potevano legalmente dagli ufficiali essere inflitte. Giacomo aveva quindi due sole vie ad eleggere, o lasciare che la sua armata si disciogliesse da sè, o indurre i Giudici a dichiarare che la legge fosse ciò che ogni giureconsulto sapeva non essere.

A ciò fare importava segnatamente esser sicuro della cooperazione di due tribunali; la Corte del Banco del Re che era il primo tribunale criminale del Regno, e la Corte chiamata delgoal-delivery, che sedeva in Old Bailey, ed avevagiurisdizione sopra i delitti commessi nella capitale. In ambedue queste Corti vʼerano grandi difficoltà. Herbert, Capo Giudice del Banco del Re, per quanto fino allora si fosse mostrato servile, non avrebbe osato di trascorrere più oltre. Più ostinata resistenza era da aspettarsi da Giovanni Holt, il quale, comeRecorderdella città di Londra, occupava il banco in Old Bailey. Holt era uomo eminentemente dotto nella giurisprudenza, dotato di mente lucida, coraggioso ed onesto; e comecchè non fosse stato mai fazioso, le sue opinioni politiche sentivano di spirito Whig. Nulladimeno dinanzi alla volontà del Re disparvero tutti gli ostacoli. Ad Holt fu tolto lʼufficio. Herbert ed un altro giudice furono cacciati dal Banco del Re; e queʼ posti vacanti vennero dati ad uomini nei quali il Governo poteva pienamente confidare. E per vero dire, ei fu mestieri scendere a ciò che vi era di più basso nel ceto legale per trovare uomini pronti a rendere i servigi richiesti dal Re. La ignoranza del nuovo Capo Giudice Sir Roberto Wright passava in proverbio; e pure la ignoranza non era il peggiore deʼ suoi difetti. Era stato rovinato daʼ vizii, aveva ricorso a mezzi infami per far danari, ed una volta fece un falsoaffidavit, ovvero dichiarazione con giuramento, per guadagnare cinquecento sterline. Povero, dissoluto e svergognato, era divenuto uno deʼ parassiti di Jeffreys, che lo promosse nel medesimo tempo in cui lo caricava dʼinsulti. Tale era lʼuomo scelto da Giacomo a Lord Capo Giudice dʼInghilterra. Un certo Roberto Allibone, che era nelle leggi anche più ignorante di Wright, e come cattolico romano non poteva occupare impieghi, fu fatto secondo giudice del Banco del Re. Sir Bartolommeo Shower, ugualmente noto come Tory servile ed oratore noioso, fu nominatoRecorderdi Londra. Dopo tali variazioni, a parecchi disertori fu fatto il processo. Vennero dichiarati rei a dispetto della lettera e dello spirito della legge. Alcuni furono condannati a morte nel Banco del Re, altri in Old Bailey. Vennero impiccati al cospetto deʼ reggimenti ai quali appartenevano; e sʼebbe cura che la esecuzione della sentenza fosse annunziata nella gazzetta di Londra, la quale di rado dava notizia di siffatti eventi.[282]

IV. Era da credersi che la legge, violata con tanta impudenza da Corti la cui autorità derivava interamente da quella, e che avevano costume di toglierla a guida neʼ loro giudizii, sarebbe poco rispettata da un tribunale istituito da un capriccio tirannico. La nuova Alta Commissione nei primi mesi della sua esistenza aveva semplicemente inibito ad alcuni chierici lo esercizio delle loro funzioni spirituali; essa non aveva attentato ai diritti di proprietà. Ma sul principio del 1687, eʼ fu deliberato di colpire cotesti diritti, e di porre in mente ad ogni prete e prelato anglicano la convinzione, che, ricusando di aiutare il Governo a distruggere la Chiesa di cui egli era ministro, verrebbe in un attimo ridotto alla miseria.

Sarebbe stata prudenza farne la prima prova sopra qualche oscuro individuo. Ma era tanta la cecità del Governo, che in una età più credula si sarebbe chiamata fatalità. A un tratto dunque fu dichiarata la guerra alle due più venerabili corporazioni del reame, voglio dire alle Università dʼOxford, e di Cambridge.

V. Queʼ due grandi corpi da lunghissimi anni erano stati molto potenti; e la potenza loro in sul declinare del secolo decimo settimo era giunta al più alto grado. Nessuno deʼ paesi vicini poteva gloriarsi di centri di dottrina splendidi ed opulenti al pari di quelli. Le scuole dʼEdimburgo e di Glasgow, di Leida e di Utrecht, di Lovanio e di Lipsia, di Padova e di Bologna, sembravano dappoco ai dotti chʼerano stati educati neʼ magnifici istituti di Wykeham e di Wolsey, di Enrico VI, e dʼEnrico VIII. Le lettere e le scienze nel sistema accademico dʼInghilterra, erano circondate di gran pompa, avevano una magistratura, ed erano strettamente connesse con tutte le più auguste istituzioni dello Stato. Essere Cancelliere dʼuna Università reputavasi onorificenza, alla quale ardentemente ambivano i magnati del Regno. Rappresentare una Università in Parlamento era scopo allʼambizione degli uomini di Stato. I nobili e perfino i principi inorgoglivansi di ricevere da una Università il privilegio dʼindossare la veste scarlatta di dottore. I curiosi erano attratti alle Università dal diletto di ammirarequegli antichi edifizi ricchi di memorie del medio evo, quelle moderne fabbriche che mostravano quanto potessero gli squisiti ingegni di Jones e di Wren, quelle magnifiche sale e cappelle, i Musei, i giardini botanici, e le sole grandi Biblioteche pubbliche che a quei tempi esistessero nel Regno. La pompa che Oxford mostrava nelle solennità, rivaleggiava con quella deʼ principi sovrani. Quando il venerando Duca dʼOrmond Cancelliere di quellʼUniversità, coperto del suo manto ricamato, sedeva sul trono sotto la dipinta volta del teatro di Sheldon, circondato da centinaia di graduati vestiti secondo lʼordine loro, mentre i più nobili giovani dellʼInghilterra solennemente a lui presentavansi come candidati peʼ grandi accademici, egli faceva una comparsa regale quasi al pari del suo signore nella Sala del Banchetto in Whitehall. Nella Università sʼerano educati glʼintelletti di quasi tutti i più eminenti chierici, laici, medici, begli spiriti, poeti, ed oratori del reame, e gran parte deʼ nobili e dei ricchi gentiluomini. È anche da notarsi che la relazione tra lo scolare e la scuola non rompevasi alla sua partenza da quella. Spesso egli seguitava ad essere per tutta la vita membro del corpo accademico, e come tale votava in tutte le elezioni di maggiore importanza. Serbava quindi per le sue antiche passeggiate lungo il Cam e lʼIsis una memoria più affettuosa, che gli uomini educati spesso non sentono per il luogo della loro educazione. In tutta Inghilterra non era angolo in cui le due Università non avessero grati e zelanti figli. Ogni attentato contro lʼonore e gli interessi di Cambridge e di Oxford non poteva non provocare il risentimento dʼuna possente, operosa e intelligente classe, sparsa in ogni Contea da Northumberland fino a Cornwall.

I graduati residenti, come corpo, allora non erano forse positivamente superiori a quelli deʼ tempi nostri: ma in paragone delle altre classi sociali occupavano una posizione più alta: imperocchè Cambridge ed Oxford erano allora le sole due città provinciali del Regno, nelle quali si trovasse un gran numero dʼuomini eminenti per cultura intellettuale. Anche la metropoli teneva in grande riverenza lʼautorità delle Università non solo nelle questioni di teologia, di filosofia naturalee dʼantichità classiche, ma altresì in quelle materie nelle quali le metropoli generalmente pretendono il diritto di giudicare in ultimo appello. Dal Caffè Will e dalla platea del teatro regio di Drury Lane i critici riferivansi al giudizio deʼ due grandi centri del sapere e del gusto. Le produzioni drammatiche, chʼerano state con entusiasmo applaudite in Londra, non riputavansi fuori di pericolo finchè non avessero sperimentato il severo giudizio degli uditori assuefatti a studiare Sofocle e Terenzio.[283]

Le Università dʼInghilterra avevano adoperata tutta la loro influenza morale ed intellettuale a pro della Corona. Carlo I aveva fatto dʼOxford il suo quartiere generale; e tutti i Collegi a impinguare la sua cassa militare avevano fuse le loro argenterie. Cambridge non era meno benevola alla Corona. Aveva mandata anche essa aʼ regi accampamenti gran parte delle sue argenterie, e avrebbe parimenti dato il resto se la città non fosse stata presa dalle soldatesche del Parlamento. Ambedue le Università dai vittoriosi Puritani erano state severissimamente trattate; ambedue avevano con gioia plaudito alla Restaurazione; fermamente avversata la Legge dʼEsclusione; e mostrato profondo orrore alla scoperta della Congiura di Rye-House. Cambridge non solo aveva deposto Monmouth dallʼufficio di Cancelliere, ma ad esprimere come forte abborrisse il tradimento di lui, con modo indegno della sede della sapienza aveva data alle fiamme la tela in cui il pennello di Kneller aveva con isquisitissimo magistero dipinto il ritratto del Duca.[284]Oxford, la quale era più presso agli insorti delle Contrade Occidentali, aveva date prove maggiori della sua lealtà. Gli studenti, con lʼapprovazione deʼ loro maestri, avevano a centinaia preso le armi per difendere i diritti ereditari del Re. Tali erano le corporazioni che Giacomo aveva deliberatodi insultare e spogliare, rompendo apertamente le leggi e la fede data.

VI. Parecchi Atti di Parlamento, chiari quanto qualunque altro che si contenga nel libro degli Statuti, avevano provveduto che niuno si potesse ammettere ad alcun grado in ambe le Università senza prestare il giuramento di supremazia, e un altro di simile carattere, detto giuramento di obbedienza. Nonostante, nel febbraio del 1687, giunse a Cambridge una lettera del Re che ingiungeva fosse ammesso al grado di Maestro dellʼArti un monaco benedettino chiamato Albano Francis.

Gli ufficiali accademici, ondeggiando tra la riverenza pel Re e la riverenza per le leggi, stavansi gravemente contristati. Mandarono in gran diligenza messaggi al Duca dʼAlbemarle, successore di Monmouth nella dignità di Cancelliere dellʼUniversità. Lo pregavano di presentare nel suo vero aspetto il caso al Sovrano. Intanto lʼarchivista e i bidelli andarono ad annunziare a Francis che ove egli prestasse i giuramenti secondo richiedeva la legge, sarebbe subito ammesso. Francis ricusò di giurare, inveì contro gli ufficiali della Università mancatori di rispetto al comando sovrano, e trovandoli inflessibili, montò a cavallo, e corse a recare le sue doglianze a Whitehall.

I Capi deʼ Collegi allora si ragunarono a consiglio. Vennero consultati i migliori giureconsulti, e tutti unanimemente giudicarono il corpo universitario avere bene operato. Ma già era per via unʼaltra lettera scritta da Sunderland con altere e minacciose parole. Albemarle annunziò contristatissimo alla Università avere egli fatto ogni sforzo, ma essere stato freddamente e con poca grazia accolto dal Re. Il corpo accademico, impaurito della collera sovrana, e sinceramente desideroso di compiacere ai voleri del Re, ma deliberato di non violare le patrie leggi, gli sottopose le più umili e riverenti spiegazioni, ma indarno. Poco dopo al Vice-Cancelliere e al Senato universitario fu formalmente intimato di comparire, pel dì 21 aprile, dinanzi alla nuova Alta Commissione; il Vice-Cancelliere in persona; il Senato, che è composto di tutti i Dottori e Maestri dellʼUniversità, per mezzo di suoi deputati.

VII. Giunto il dì stabilito, la sala del Consiglio era affollata.Jeffreys teneva il seggio presidenziale. Rochester, dopo che gli era stato tolto il bianco bastone, non era più membro, e gli era succeduto al posto il Lord Ciamberlano Giovanni Sheffield Conte di Mulgrave. La sorte di questo gentiluomo da un solo lato è simile a quella del suo collega Sprat. Mulgrave scrisse versi appena al disopra della mediocrità; ma perchè era uomo dʼalto grado nel mondo politico ed elegante, i suoi versi trovarono ammiratori. Il tempo sciolse il prestigio, ma, sciaguratamente per lui, ciò non avvenne se non dopo che i suoi poetici componimenti per diritto di prescrizione erano stati inseriti in tutte le raccolte deʼ Poeti inglesi. Per la qual cosa fino aʼ dì nostri i suoi insipidi Saggi in verso e le sue scempiate canzoni ad Amoretta e Gloriana ristampansi accanto al Como di Milton e al Festino dʼAlessandro di Dryden. Onde è che adesso Mulgrave è conosciuto come poetastro, e come tale meritamente spregiato. Nondimeno, egli era, a dir vero, come affermano anche coloro che non lo amavano nè lo stimavano, uomo dʼinsigni doti intellettuali, e nella eloquenza parlamentare punto inferiore a qual si fosse oratore deʼ tempi suoi. Il suo carattere morale era spregevole. Egli era libertino senza quella larghezza di cuore e di mano che talvolta rende amabile il libertinismo, ed altero aristocratico senza quella altezza di sentimenti, che talvolta rende rispettabile lʼaristocratica alterigia. Gli scrittori satirici di quellʼetà gli apposero il soprannome di Lord Tuttorgoglio. Eppure cotesto suo orgoglio egli accompagnava con tutti i vizi più abietti. Molti maravigliavansi come un uomo, che aveva così alta opinione della propria dignità, fosse tanto difficile e misero in tutte le sue faccende pecuniarie. Aveva gravemente offesa la famiglia regale osando accogliere in petto la speranza di ottenere il cuore e la mano della Principessa Anna. Disilluso di cotanta speranza, sʼera sforzato di riacquistare con ogni bassezza la grazia che per presunzione egli aveva perduta. Il suo epitaffio, composto da lui stesso, rivela tuttora a coloro che traversano lʼAbbadia di Westminster, chʼegli visse e morì da scettico nelle cose di religione; e dalle memorie che ci ha lasciate, impariamo come uno deʼ suoi più ordinari subietti di scherzo fosse la superstizione romana. Ma appena Giacomo salì al trono,Mulgrave cominciò a manifestare forte inclinazione verso il papismo, e in fine privatamente fece sembiante dʼesser convertito. Questa abietta ipocrisia era stata ricompensata con un posto nella Commissione Ecclesiastica.[285]

Innanzi cotesto formidabile tribunale si appresentò il Dottore Giovanni Pechell Vice-Cancelliere della Università di Cambridge. Era uomo di non grande abilità e vigoria di carattere, ma lo accompagnavano otto insigni accademici eletti a rappresentare il Senato. Uno di loro era Isacco Newton, Convittore del Collegio della Trinità e Professore di Matematiche. Il suo genio era allora nel massimo vigore. La grande opera, che lo ha collocato di sopra ai geometri e aʼ naturalisti di tutti i tempi e di tutte le nazioni, stavasi stampando per ordine della Società Reale, ed era pressochè pronta a pubblicarsi. Egli amava fermamente la libertà civile e la religione protestante; ma per le sue abitudini, valeva poco neʼ conflitti della vita attiva. E però tenne un modesto silenzio fra mezzo ai deputati, lasciando ad uomini maggiormente esperti nelle faccende lo incarico di difendere la causa della sua diletta Università.

Non vi fu mai caso più chiaro di cotesto. La legge non ammetteva stiracchiature. La pratica aveva quasi invariabilmente seguita sempre la legge. Poteva forse essere accaduto che in un giorno di solennità, nel conferirsi gran numero di gradi onorari, fosse passato fra la folla qualcuno senza prestare i giuramenti. Ma tale irregolarità, semplice effetto della inavvertenza e della fretta, non poteva citarsi come esempio. Ambasciatori stranieri di diverse nazioni, ed in ispecie un Musulmano, erano stati ammessi senza giuramento; ma poteva dubitarsi se a cosiffatti casi fossero applicabili la ragione e lo spirito degli Atti del Parlamento. Non pretendevasi nè anco che alcuno il quale, richiesto, avesse ricusato di prestare igiuramenti, ottenesse mai un grado accademico; e questo era precisamente il caso di Francis. I deputati mostraronsi pronti a provare che, regnante Carlo II, parecchi ordini regali erano stati considerati come nulli, perocchè le persone raccomandate non si erano volute uniformare alla legge, e che, in simili casi, il Governo aveva sempre approvato lʼoperare dellʼUniversità. Ma Jeffreys non volle udire nulla. Disse il Vice-Cancelliere essere uomo debole, ignorante e timido, per lo che disfrenò tutta la insolenza che era per tanti anni stata il terrore di Old Bailey. Lo sventurato Dottore, non avvezzo a tale spettacolo, cadde in disperata agitazione di mente, e perdè la parola. Allorchè gli altri accademici, che potevano meglio difendere la propria causa, provaronsi di parlare, furono duramente fatti tacere: «Voi non siete Vice-Cancelliere; quando lo sarete, parlerete; per ora è vostro debito tenere chiuse le labbra.» Furono cacciati fuori la sala senza che potessero farsi ascoltare. Poco tempo dopo, citati di nuovo a presentarsi, fu loro annunziato che la Commissione aveva deliberato di sospendere Pechell dallʼufficio, e toglierli tutti gli emolumenti chʼerano come sua proprietà. «Quanto a voi altri,» disse Jeffreys «che per la più parte siete ecclesiastici, vi manderò a casa con un testo della Scrittura. Andate, e non peccate mai più, perchè non vi accada peggio.»[286]

VIII. Siffatto procedere potrebbe sembrare bastevolmente ingiusto e violento. Ma il Re aveva già incominciato a trattare Oxford con tanto rigore, che quello mostrato contro Cambridge potrebbe chiamarsi dolcezza. Già il Collegio della Università era stato trasmutato da Obadia Walker in seminario cattolico romano. Già il Collegio della Chiesa-di-Cristo era governato da un decano cattolico. La Messa celebravasi giornalmente in ambidue cotesti collegi. La tranquilla e maestosa città, un tempo sì devota ai principii monarchici, era agitala da passioni non mai per lo innanzi conosciute. I sottograduati, con connivenza deʼ loro superiori, facevano le fischiate ai membri della congregazione di Walker, e cantavano satire sotto le sue finestre. Sono giunti fino a noi alcuni frammenti delle serenateche mettevano in subbuglio High-Street. Lo intercalare dʼuna ballata diceva: «Il vecchio Obadia—Canta lʼAve Maria.»

Come i comici giunsero in Oxford, lʼopinione pubblica si manifestò con maggior forza. Venne rappresentata la produzione drammatica di Howard intitolata ilComitato. Questo componimento, scritto poco dopo la Restaurazione, dipingeva i Puritani in sembianti odiosi e spregevoli, e però era stato per venticinque anni applaudito dagli Oxfordiani. Adesso piaceva più che mai; imperciocchè per fortuna uno deʼ precipui caratteri era un vecchio ipocrita che aveva nome Obadia. Gli uditori diedero in fragoroso scoppio dʼ applausi quando, nellʼultima scena, Obadia viene strascinato fuori con un capestro al collo; e i clamori raddoppiarono quando uno degli attori, alterando la commedia, annunzio che Obadia meritava dʼessere impiccato per avere rinnegata la propria religione. Il Re rimase grandemente irritato a tale insulto. Era cotanto rivoluzionario lo spirito della Università, che uno deʼ nuovi reggimenti—quel desso che ora chiamasi Secondo deʼ Dragoni delle Guardie—fu acquartierato in Oxford, onde impedire uno scoppio.[287]

Dopo cotesti fatti Giacomo avrebbe dovuto convincersi che la via da lui presa doveva di necessità condurlo a ruina. Ai clamori di Londra era da lungo tempo assuefatto. Sʼerano levati contro lui ora giustamente ed ora a torto. Egli li aveva più volte affrontati, e poteva forse tuttavia affrontarli. Ma che Oxford, sede della lealtà, quartiere generale dello esercito deʼ Cavalieri, luogo dove il padre e il fratello trasferirono la corte loro quando non si tenevano più sicuri nella loro tempestosa metropoli, luogo dove gli scritti deʼ grandi intelletti repubblicani erano stati di recente dati alle fiamme, fosse ora agitata da sinistri umori; che quegli animosi giovani, i quali pochi mesi innanzi avevano ardentemente prese le armi contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, avessero ad essere con difficoltà tenuti in freno dalla carabina e dalla spada, erano segni di cattivo augurio per la casa degli Stuardi. Tali ammonimenti, nondimeno, tornarono inutili allo stupido, inflessibilee testardo tiranno. Era deliberato di dare alla sua Chiesa i più ricchi e splendidi stabilimenti dʼInghilterra. A nulla giovarono le rimostranze deʼ migliori e più savi traʼ suoi consiglieri cattolici romani. Gli dimostrarono come egli potesse rendere grandi servigi alla causa della sua religione, senza violare i diritti di proprietà. Un assegnamento annuo di due mila lire sterline, che agevolmente poteva trarsi dal suo tesoro privato, sarebbe bastato a mantenere un collegio di Gesuiti. Siffatto collegio provveduto di abili, dotti e zelanti precettori, sorgerebbe come formidabile rivale alle vecchie istituzioni accademiche, le quali mostravano non pochi segni di quella languidezza, che è quasi inseparabile dal sentirsi sicuro ed opulento. Il collegio di Re Giacomo tosto verrebbe considerato, anche dagli stessi Protestanti, il primo istituto dʼeducazione nellʼisola e per scienza e per disciplina morale. Ciò sarebbe il mezzo più efficace e meno odioso con che umiliare la Chiesa Anglicana ed esaltare la cattolica. Il Conte dʼAilesbury, uno deʼ più fidi servitori della regale famiglia, quantunque Protestante, offerse mille lire sterline per mandare ad esecuzione quel disegno, più presto che vedere che il suo signore violasse i diritti di proprietà, e rompesse la fede data alla Chiesa dello Stato.[288]Tale proposta, nondimeno, non piacque al Re, come quella che, a dir vero, per molte ragioni, era poco convenevole alla dura indole di lui. Imperciocchè aveva non poco diletto a domare e sconfiggere lʼaltrui volontà, e gli doleva privarsi deʼ propri danari. Ciò chʼegli non aveva la generosità di fare a proprie spese, voleva farlo a spese degli altri. Deliberato di conseguire un fine, lʼorgoglio e lʼostinazione glʼimpedivano di retrocedere; e a poco per volta si era già ridotto a commettere atti di turchesca tirannide, atti che ridussero la nazione a convincersi che la proprietà di un libero possidente inglese sotto un Re cattolico romano non era punto sicura, come non lo era quella dʼun greco sotto la dominazione musulmana.

IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford, fondato nel secolo decimoquinto da Guglielmo di Waynflete Vescovo diWinchester e Lord Gran Cancelliere, era uno deʼ più cospicui deʼ nostri istituti accademici. Una graziosa torre, in cima alla quale allʼalba del di primo di maggio i coristi cantavano un inno latino, presentavasi da lungi allʼocchio del viandante che veniva da Londra. Come egli appressavasi, la vedeva sorgere fraʼ merli sopra una vasta mole bassa ed irregolare, ma singolarmente veneranda, la quale, cinta di verdura, signoreggiava le lente acque del Cherwell. Egli entrava per una porta sormontata da una leggiadra finestra, e penetrava in uno spazioso chiostro ornato dʼimmagini rappresentanti le virtù e i vizi, rozzamente scolpite in pietra grigia dai muratori del secolo decimoquinto. La mensa della società era con profusione apparecchiata in un magnifico refettorio adorno di pitture e di fantastici intagli. Il servizio di chiesa facevasi mattina e sera in una cappella, chʼera stata molto danneggiata daʼ Riformatori e dai Puritani, ma tuttavia, così guasta, era edificio dʼinsigne bellezza, ai tempi nostri ristaurato con arte e con gusto squisiti. I vasti giardini lungo la riva del fiume, erano notevoli per la grandezza degli alberi, fra mezzo ai quali torreggiava una delle maraviglie della vegetazione dellʼisola, cioè una quercia gigantesca, secondo che comunemente dicevasi, dʼun secolo più antica del più antico collegio dellʼUniversità.

Gli statuti collegiali ordinavano che i Re dʼInghilterra e i Principi di Galles dovessero alloggiare alla Maddalena. Eduardo IV vi aveva abitato quando la fabbrica non era peranche finita. Riccardo III vi aveva tenuto corte, udito le dispute nella sala, regalmente festeggiato, e a rimunerare i suoi ospiti aveva loro fatto presenti di daini delle sue foreste. Due eredi presuntivi della Corona, anzi tempo spenti, Arturo fratello maggiore di Enrico VIII, ed Enrico fratello maggiore di Carlo I, erano stati membri di quel collegio. Un altro Principe del sangue, lʼultimo e migliore degli Arcivescovi cattolici romani di Canterbury, il buon Reginaldo Polo, vi aveva fatti i suoi studi. Aʼ tempi della guerra civile il Collegio della Maddalena era rimasto fido alla Corona. Ivi Rupert aveva stabilito il suo quartiere generale; e le sue trombe sʼudivano per quei quieti chiostri quando egli ragunava i suoi cavalli per muoverea qualcuna delle sue più audaci intraprese. La maggior parte deʼ collegiali erano ecclesiastici, e non potevano aiutare il Re se non con preci e pecunia. Ma un collega loro, il quale era Dottore in Diritto Civile, fece leva dʼuna schiera di sottograduati, e cadde valorosamente combattendo alla loro testa contro i soldati dʼEssex. Posate le armi, e venuta la Inghilterra sotto la dominazione delle Teste-Rotonde, sei settimi dei membri del collegio ricusarono di sottomettersi agli usurpatori: per la qual cosa furono cacciati dalle loro abitazioni, e privati delle rendite. Coloro che sopravvissero alla Restaurazione, fecero ritorno alle loro gradite stanze. Adesso era loro succeduta una generazione dʼuomini, i quali ne avevano ereditato le opinioni e lo spirito. Mentre infuriava la ribellione delle Contrade Occidentali, tutti coloro che nel Collegio della Maddalena la età o la professione non impediva dal portare le armi, erano ardentemente accorsi a combattere a pro della Corona. Eʼ sarebbe difficile trovare in tutto il Regno una corporazione, che al pari di cotesta fosse meritevole della gratitudine degli Stuardi.[289]

La società era composta dʼun Presidente, di quaranta Convittori (Fellows), di trenta scolari chiamatiDemies, e dʼun convenevole numero di cappellani, cherici e coristi. A tempo della visita generale sotto il regno di Enrico VIII, le rendite del collegio erano molto maggiori di quelle dʼogni altro simigliante istituto nel reame, maggiori quasi per metà di quelle del magnifico istituto da Enrico VI fondato in Cambridge; e assai più del doppio di quelle che Guglielmo Wykeham aveva assegnato al suo collegio in Oxford. Sotto Giacomo II le ricchezze della Maddalena erano immense, e la fama le esagerava. Dicevasi comunemente che il collegio fosse più ricco delle più ricche Abadie del continente; e il popolo affermava che, finiti i fitti esistenti, la entrata crescerebbe fino alla somma prodigiosa di quaranta mila lire sterline lʼanno.[290]

I Convittori, per virtù degli statuti compilati dal fondatore, avevano potestà di eleggere il presidente fra coloro che erano allora o erano stati convittori o della Maddalena o del Collegio Nuovo. Avevano per lo più siffatta potestà liberamente esercitato. Ma alcuna volta il Re aveva raccomandato qualche partigiano della Corte alla scelta degli elettori; e in tali casi il collegio sʼera mostrato riverente ai desiderii del Sovrano.

Nel marzo del 1687, il Presidente della Maddalena fini di vivere. Aspirava a succedergli uno deʼ Convittori, cioè il Dottore Tommaso Smith, volgarmente soprannominato Rabbi Smith, insigne viaggiatore, bibliofilo, antiquario, ed orientalista, già stato cappellano di legazione a Costantinopoli, e adoperato a collazionare il Manoscritto Alessandrino. Credeva di meritare la protezione del Governo come uomo dotto e come Tory zelante. E davvero era ardentemente e fermamente il più realista che si potesse trovare in tutta la Chiesa Anglicana. Da lungo tempo aveva stretta amicizia con Parker Vescovo dʼOxford, per mezzo del quale egli sperava ottenere dal Re una lettera commendatizia al collegio; Parker gli promise di fare il possibile, ma tosto riferì di avere incontrato parecchie difficoltà. «Il re» disse egli «non raccomanderà alcuno che non sia amico alla religione della Maestà Sua. Che potreste voi fare per compiacerlo in quanto a ciò?» Smith rispose che ove egli fosse fatto Presidente, farebbe ogni sforzo per promuovere le lettere, la vera religione di Cristo, e la lealtà verso il Sovrano. «Ciò non servirebbe» disse il Vescovo. «Se è così» rispose animosamente Smith, «sia chi si voglia il Presidente: io non posso promettere altro.»

X. La elezione era stabilita pel di 13 aprile, e ai Convittori fu annunziato di ragunarsi. Dicevasi che il Re manderebbe una lettera a raccomandare pel posto vacante un certo Antonio Farmer. Era stato membro della Università di Cambridge ed aveva schivato di essere espulso, accortamente ritirandosi a tempo. Sʼera quindi collegato coʼ Dissidenti; e poi, recatosi ad Oxford, era entrato nel Collegio della Maddalena, dove si rese notevole per ogni generazione di vizi. Quasi sempre strascinavasi al collegio a notte avanzata, senza potere profferire parola, come colui chʼera briaco. Acquistò fama per essersimesso a capo dʼun tumulto in Abingdon. Frequentava sempre i convegni deʼ libertini. In fine, fattosi lenone, era disceso anche al di sotto della ordinaria sozzura del suo mestiere, ricevendo danari da certi dissoluti giovani per aver loro resi servigi tali che il labbro pudico della storia non può ricordare senza arrossirne. Cotesto sciagurato, nondimeno, aveva simulato di farsi papista, e la sua apostasia fu considerata come bastevole espiazione di tutti i suoi vizi. E comecchè fosse ancora giovine dʼanni, fu dalla Corte scelto a governare una grave e religiosa società, nella quale era tuttavia fresca la scandalosa memoria del suo depravato vivere.

Come cattolico romano, egli, secondo la legge comune del paese, non poteva occupare veruno ufficio accademico. Per non essere mai stato Convittore della Maddalena o del Collegio Nuovo, non poteva, in virtù dʼun ordinamento speciale di Guglielmo Waynflete, essere eletto Presidente. Guglielmo aveva anche comandato a coloro che dovevano fruire della liberalità sua, di badare peculiarmente alla moralità di colui che dovevano eleggere a loro capo; e quandʼanche egli non avesse lasciato scritto cotale comandamento, una corporazione composta in massima parte di ecclesiastici non poteva decentemente affidare ad un uomo quale era Farmer il governo dʼun istituto dʼeducazione.

I Convittori rispettosamente esposero al Re le difficoltà in cui si troverebbero, ove, come ne correva la voce, Farmer venisse loro raccomandato; e pregavano, che qualora piacesse alla Maestà Sua immischiarsi nella elezione, proponesse qualche persona a favore della quale potessero legalmente e con sicura coscienza votare. La rispettosa preghiera fu posta in non cale. La lettera del Re giunse, e fu recata da Roberto Charnock, che dianzi sʼ era fatto papista, uomo fornito di coraggio e di qualità, ma di sì violenta indole che pochi anni dopo commise un atroce delitto ed ebbe miseranda fine. Il dì 13 aprile, la società congregossi nella cappella. Speravano tutti che il Re si movesse alla rimostranza che gli avevano presentata. Lʼassemblea quindi si aggiornò al dì 15, che era lʼultimo giorno, nel quale, secondo gli statuti del collegio, la elezione doveva aver luogo.Giunto il predetto giorno, i Convittori ragunaronsi di nuovo entro la cappella. Non vʼera risposta alcuna da Whitehall. Due o tre degli anziani, fraʼ quali era Smith, inchinavano a posporre ancora la elezione, più presto che fare un passo che avrebbe potuto offendere il Re. Ma il testo degli statuti, che i membri del collegio avevano giurato di osservare, era chiaro. Fu quindi generale opinione di non ammettere altro indugio. Ne segui vivissima discussione. Gli elettori erano sì concitati che non potevano starsi neʼ loro seggi, e tumultuavano. Coloro che volevano la elezione immediata, richiamavansi aʼ loro giuramenti ed alle prescrizioni del fondatore, del quale mangiavano il pane, e ripetevano il Re non avere diritto dʼimporre un candidato anche avente i necessari requisiti. Fra mezzo alla contesa udironsi alcune parole spiacevoli alle orecchie dʼun Tory, si che Smith irritato esclamò: lo spirito di Ferguson avere invaso i cuori deʼ suoi confratelli. Finalmente eʼ fu deliberato di fare subito la elezione. Charnock uscì fuori della cappella. Gli altri Convittori, ricevuta la comunione, procederono a votare, e sortì eletto Giovanni Hough uomo di grande virtù e prudenza, il quale avendo sostenuto con fortezza la persecuzione, e con mansuetudine la prosperità, elevatosi a più alte dignità e rifiutatene anche di maggiori, mori estremamente vecchio, senza perdere la vigoria della mente, cinquantasei e più anni dopo quel memorando giorno.

La società affrettossi a far conoscere al Re le circostanze che avevano reso necessario lo eleggere senza altro indugio il Presidente, e pregarono il Duca di Ormond, come patrono della Università, e il Vescovo di Winchester, come ispettore del Collegio della Maddalena, perchè volessero assumersi lʼufficio dʼintercessori: ma il Re, torpido di mente, era siffattamente incollerito che non volle ascoltare spiegazioni.

XI. Neʼ primi giorni di giugno, i Convittori furono citati ad appresentarsi dinanzi allʼAlta Commissione in Whitehall. Cinque di loro, come deputati degli altri, obbedirono. Jeffreys gli trattò secondo suo costume. Quando uno di loro, chʼera un venerando Dottore nomato Fairfax, espresse qualche dubbio intorno alla validità della Commissione, il Cancelliere cominciò ad urlare a guisa di belva feroce: «Chi è costui? Chigli ha dato lo incarico di venire a far lo impudente in questo luogo? Chiappatelo; mettetelo in secreta. Che fa egli senza custode? Egli è pazzo, ed è sotto la mia custodia. Mi maraviglio che nessuno sia venuto a richiedermelo per tenerlo in buona guardia.» Poichè si fu così sfogato, e furono lette le deposizioni concernenti il carattere morale del candidato proposto dal Re, nessuno deʼ Commissari ebbe la sfrontatezza di asserire che un tale uomo potesse convenevolmente essere eletto capo dʼun gran collegio. Obadia Walker e gli altri papisti dʼOxford i quali trovavansi lì presenti a difendere glʼinteressi del loro proselito, rimasero estremamente confusi. La Commissione dichiarò nulla la elezione di Hough, e sospese Fairfax dallʼufficio di Convittore: ma non fu più ragionato di Farmer; e nel mese di agosto giunse ai Convittori una lettera del Re, il quale proponeva loro Parker, Vescovo dʼOxford.

XII. Parker non era apertamente papista. Nondimeno esisteva contro lui un impedimento, il quale, quando anche la presidenza fosse stata vacante, sarebbe stato decisivo: imperocchè egli non era mai stato Convittore nè della Maddalena, nè del Collegio Nuovo. Ma la presidenza non era vacante: Hough era stato debitamente eletto; e tutti i membri del Collegio erano tenuti per sacramento a sostenerlo nellʼufficio. E però, significando la lealtà e il rincrescimento loro, scusaronsi di non potere obbedire ai comandi del Re.

Mentre Oxford in siffatto modo opponeva ferma resistenza alla tirannide, altri altrove non meno ferma opposizione faceva. Tempo innanzi, Giacomo, ai rettori della Certosa, che erano uomini dʼaltissimo grado e reputatissimi nel Regno, aveva comandato dʼammettere un certo Popham cattolico romano allo Spedale loro sottoposto. Il Direttore Tommaso Burnet, ecclesiastico insigne per ingegno, dottrina e virtù, ebbe il coraggio di dir loro, quantunque il feroce Jeffreys fosse del seggio, come ciò che da loro volevasi era contrario alla volontà del fondatore, non che ad un Atto del Parlamento. «E che importa ciò?» disse un cortigiano che era uno deʼ governatori. «Importa molto, io credo,» rispose una voce resa fioca dagli anni e dal dolore, e che non pertanto moveva da tal uomo da essere udita con rispetto, cioè la voce, del venerandoOrmond. «Un Atto di Parlamento» seguitò il patriarca deʼ Cavalieri «non è, secondo il mio giudicio, cosa di lieve momento.» Fu messa innanzi la questione se Popham dovesse essere ammesso, e fu risoluta pel no. Il Cancelliere, che non potè sfogarsi bestemmiando e imprecando contro Ormond, uscì fuori spumante di rabbia e fu seguito da pochi altri, di guisa che i membri rimasti non furono più in numero legale, e non poterono fare una formale risposta allʼordine sovrano.

Lʼaltra adunanza ebbe luogo solo due giorni dopo che lʼAlta Commissione aveva con sua sentenza cassato la elezione di Hough e sospeso Fairfax. Un secondo ordine sovrano, munito del Gran Sigillo, fu presentato ai rettori: ma il tirannesco modo con cui era stato trattato il Collegio della Maddalena, aveva maggiormente destato il loro coraggio invece di domarlo. Scrissero una lettera a Sunderland, onde pregarlo ad annunziare al Re come essi in quel negozio non potessero obbedire alla Maestà Sua, senza violare la legge e mancare al debito loro.

Eʼ non è dubbio veruno che se cotesto documento fosse stato sottoscritto da nomi ordinari, il Re sarebbe trascorso a qualche eccesso. Ma anche a lui imponevano riverenza i grandi nomi di Ormond, Halifax, Danby, e Nottingham, capi di tutti i vari partiti ai quali egli andava debitore della Corona. E però fu pago di ordinare che Jeffreys pensasse quale fosse la via da prendersi. Una volta fu annunciato che verrebbe istituito un processo nella Corte del Banco del Re; unʼaltra, che la Commissione Ecclesiastica evocherebbe a sè la faccenda; ma tali minacce a poco a poco svanirono.[291]

XIII. La estate era bene inoltrata allorquando il Re intraprese un viaggio, il più lungo e più magnifico che da molti anni i sovrani dʼInghilterra avessero fatto. Da Windsor il di 16 agosto egli passò a Portsmouth, girò attorno le fortificazioni, toccò parecchie persone scrofolose, e quindi imbarcatosi in uno deʼ suoi legni giunse a Southampton. Da Southampton viaggiò a Bath, dove rimase pochi giorni e lasciò la Regina. Nel partirsi fu accompagnato dal Grande Sceriffo della Contea di Somerset e da una numerosa coorte di gentiluominifino ai confini, dove il Grande Sceriffo della Contea di Gloucester con un non meno splendido accompagnamento stavasi ad aspettarlo. Il Duca di Beaufort corse ad incontrare i cocchi del Re e li condusse a Badminton, dove era apparecchiato un banchetto degno della rinomata magnificenza della sua casa. Nel pomeriggio, la cavalcata procedè fino a Gloucester; e a due miglia dalla città fu salutata dal Vescovo e dal clero. A Porta Orientale aspettavala il Gonfaloniere recando le chiavi. Le campane sonavano a festa; e le fontane versavano vino mentre il Re traversava le vie per andare al ricinto che chiude il venerando Duomo. Dormì quella notte nel decanato, e la dimane partì per Worcester. Da Worcester andò a Ludlow, Shrewsbury, e Chester, e venne in ogni luogo accolto con segni di riverenza e di gioia, dimostrazioni chʼegli ebbe la debolezza di considerare come prove che il malcontento, provocato dagli atti suoi, era ormai cessato, e che egli poteva di leggieri riportare piena vittoria. Barillon, il quale era più sagace, scrisse a Luigi che il Re dʼInghilterra illudevasi, che il viaggio non aveva recato nessun bene positivo, e che quegli stessi gentiluomini delle Contee di Worcester e di Shrop i quali avevano creduto loro debito accogliere il loro ospite e Sovrano con ogni segno dʼonorificenza, si troverebbero più disubbidienti che mai quando verrebbe fuori la questione intorno allʼAtto di Prova.[292]

Lungo il viaggio, al regio corteo si congiunsero due cortigiani per indole ed opinioni lʼuno dallʼaltro grandemente diversi. Penn trovavasi a Chester per un giro pastorale. La popolarità e lʼautorità chʼegli aveva fraʼ suoi confratelli erano grandemente scemate sino da quando egli sʼera fatto strumento del Re e dei Gesuiti.[293]Ei fu, nondimeno, assai graziosamente accolto da Giacomo, e la domenica gli fu concesso diarringare in piazza, mentre Cartwright predicava dentro il Duomo, e il Re ascoltava la Messa ad un altare appositamente accomodato nel Palazzo della Contea. E per vero dire si disse che la Maestà Sua si degnasse di recarsi alla ragunanza deʼ Quacqueri, ed ascoltare con gravità la melodiosa eloquenza dellʼamico suo.[294]

Il furioso Tyrconnel era arrivato da Dublino per rendere conto della propria amministrazione. Tutti i più spettabili Inglesi cattolici lo guardavano di mal occhio, considerandolo come nemico della loro razza e scandalo della religione loro. Ma egli fu cordialmente accolto dal suo signore, il quale lo accomiatò dandogli più che mai assicurazioni di fiducia e di appoggio. Piacque grandemente a Giacomo lʼudire che tra breve lo intero Governo dʼIrlanda si ridurrebbe in mano deʼ soli Cattolici Romani. Ai coloni inglesi era stato già tolto ogni potere politico; nullʼaltro rimaneva che privarli delle loro sostanze; oltraggio, chʼera differito finchè si fosse a ciò fare assicurata la cooperazione dʼun Parlamento irlandese.[295]

Dalla Contea di Chester il Re si volse verso il mezzogiorno, e indubitabilmente credendo che i Convittori del Collegio della Maddalena, comunque turbolenti, non ardirebbero disobbedire ad un comandamento uscito dalle stesse sue labbra, sʼavviò a Oxford. Cammino facendo, visitò vari luoghi che peculiarmente lo interessavano, come Re, come fratello, e come figlio. Visitò il tetto ospitale di Boscobel e gli avanzi della quercia tanto famosa nella storia di sua famiglia. Cavalcò al campo dʼEdgehill, dove i Cavalieri primamente pugnarono coi soldati del Parlamento. Il dì 3 di settembre, pranzò solennemente nel palazzo di Woodstock, antica e rinomata magione, della quale adesso non resta nè anco unapietra, ma il cui sito sul prato del parco di Blenheim è indicato da due sicomori che sorgono presso al magnifico ponte.

XIV. La sera ei giunse ad Oxford, e vi fu ricevuto coʼ soliti onori. Gli studenti con indosso lʼabito accademico erano schierati a salutarlo a destra e a sinistra dallo ingresso della città fino alla porta maggiore dalla Chiesa-di-Cristo. Prese stanza al decanato, dove fra gli altri preparamenti a convenevolmente riceverlo, trovò una cappella acconcia alla celebrazione della Messa.[296]Il dì seguente al suo arrivo i Convittori della Maddalena ebbero ordine di appresentarsi a lui. Quando gli furono dinanzi, gli ricevè con insolenza maggiore di quella che i Puritani avevano usata ai loro antecessori. «Voi non vi siete condotti meco da gentiluomini,» esclamò Giacomo. «Voi siete stati male educati e avete mancato al proprio dovere.» E quelli, cadendo sulle proprie ginocchia, gli porgevano una petizione, chʼegli non volle ricevere. «È questa la lealtà di cui mena sì gran vanto la vostra Chiesa Anglicana? Non avrei mai creduto che tanti chierici della Chiesa dʼInghilterra si trovassero immischiati in siffatto negozio. Andate via, andate. Io sono il Re, e voglio essere ubbidito. Adunatevi sullʼistante nella vostra cappella, ed eleggete il Vescovo dʼOxford. Coloro che ricuseranno, ci pensino prima. Sentiranno sui loro capi tutto il peso della mia mano. Sapranno che importi spiacere al loro Re.» I Convittori, rimanendo tuttavia inginocchioni, di nuovo porsero la petizione. Ma il Re irato, gettandola via, gridò: «Toglietevi dal mio cospetto, vi dico; non riceverò nulla da voi, finchè non abbiate eletto il Vescovo.»

Se ne andarono, e senza un momento dʼindugio ragunaronsi nella loro cappella. Proposero se si avesse ad obbedire ai comandi del Re. Smith era assente. Il solo Charnock dètte il voto affermativo. Gli altri Convittori che ivi trovavansi, dichiararono dʼessere in ogni cosa pronti ad obbedire al Re, ma di non volere violare gli statuti e i giuramenti loro.

Il Re, gravemente incollerito e mortificato per la sua sconfitta, si partì da Oxford e andò a raggiungere la Regina in Bath. Per la ostinazione e violenza sue ei sʼera posto inuna impacciosa situazione. Aveva avuta molta fiducia nello effetto del suo cipiglio e delle sue sdegnose parole, ed aveva sullʼesito della contesa incautamente giocato non il solo credito del suo Governo, ma la sua dignità personale. Poteva egli cedere ai suoi sudditi da lui minacciati a voce alta e con furiosi gesti? E nondimeno poteva egli rischiarsi a destituire in un solo giorno una folla di rispettabili ecclesiastici, rei soltanto di avere adempito ciò che la nazione intera considerava come debito loro? Forse si sarebbe potuta trovare una via ad uscirne da questo dilemma. Forse il collegio si sarebbe potuto ridurre alla sommissione per mezzo del terrore, delle carezze, della corruzione.

XV. E però si dètte incarico a Penn dʼaccomodare la faccenda. Egli aveva tanto buon senso da non approvare il violento ed ingiusto procedere del Governo, e perfino rischiossi ad esprimere in parte il proprio intendimento. Giacomo, come sempre, ostinavasi nel torto. Il Quacquero cortigiano fece ogni sforzo per sedurre il collegio ad uscire dalla diritta via. Parimente provossi ad intimidirlo, dicendo il collegio correre a certa rovina; il Re essere grandemente corrucciato; il caso potere farsi, come da tutti generalmente credevasi, gravissimo; non esservi fanciullo il quale non pensasse che Sua Maestà voleva fare a suo modo, e non avrebbe sofferto di essere avversata. Per le quali cose Penn esortava i Convittori a non confidare nella rettitudine della loro causa, ma a sottomettersi, o almeno a temporeggiare. Tali consigli parvero stranissimi sulle labbra dʼun uomo, il quale era stato espulso dalla Università per avere suscitato un tumulto in occasione della cotta da prete, il quale aveva corso pericolo dʼessere diseredato più presto che far di cappello ai principi del sangue, ed era stato più volte messo in carcere per avere arringato nelle conventicole. Non gli riusci di intimorire i Convittori della Maddalena. I quali rispondendo ai suoi ammonimenti rammentarongli come nella passata generazione trentaquattro sopra quaranta Convittori avevano lietamente abbandonato i loro diletti chiostri e giardini, la sala, la cappella, andando alla ventura senza tetto nè pane, piuttosto che violare il giuramento di fedeltà al legittimo Sovrano. Il Re adesso volendolicostringere a rompere un altro giuramento, si sarebbe accorto che lʼantico coraggio non era spento nel Collegio della Maddalena.

Allora Penn provò maniere più dolci. Ebbe un colloquio con Hough e alcuni deʼ Convittori, e dopo molte proteste di simpatia ed amicizia cominciò ad accennare ad un compromesso. Il Re non patirebbe contradizione. Era forza che il collegio cedesse. Parker doveva essere eletto. Ma costui era di mal ferma salute; tutti i suoi beneficii tra breve diverrebbero vacanti. «Il Dottore Hough» disse Penn «potrebbe allora diventare Vescovo dʼOxford. Vi piacerebbe ciò, o signori?» Penn aveva spesa la vita a declamare contro un culto salariato. Sosteneva dʼessere tenuto a ricusare il pagamento della decima, e ciò quando aveva comperato terreni soggetti alla decima, e gli era stato concesso redimerli pagando un tanto. Secondo i suoi stessi principii, egli commetteva un grave peccato adoperandosi ad ottenere un beneficio ad onorevolissime condizioni per il più pio degli ecclesiastici. Nulladimeno fino a tal segno i suoi costumi erano stati corrotti dalle sue cattive relazioni, e il suo intendimento sʼera intenebrato per intemperante zelo dʼuna sola cosa, chʼei non si fece scrupolo di diventare mezzano di turpissima simonia, e di usare un vescovato come amo a indurre un ecclesiastico allo spergiuro. Hough rispose con cortese dispregio non richiedere altro dalla Corona che la sola giustizia. «Noi stiamo fermi» dissʼegli «sui nostri statuti e i giuramenti nostri: ma, anche ponendo da parte giuramenti e statuti, sentiamo il debito di difendere la nostra religione. I papisti ci hanno rubato il Collegio dellʼUniversità, e quello della Chiesa-di-Cristo. Adesso combattono a toglierci la Maddalena. Tra breve avranno il resto.»

Penn ebbe la stoltezza di rispondere chʼegli in verità credeva adesso i papisti sarebbero contenti. «Il Collegio dellʼUniversità è molto piacevole. La Chiesa-di-Cristo è un luogo magnifico. La Maddalena è un bello edificio; convenevole la posizione; deliziosi i viali lungo il fiume. Se i Cattolici Romani sono ragionevoli, potrebbero di ciò chiamarsi satisfatti.» Questa assurda confessione sarebbe sola bastata a rendere impossibile che Hough e i suoi confratelli cedessero. Le pratichefurono rotte; e il Re affrettossi, siccome aveva minacciato, a far provare ai disobbedienti tutto il peso dellʼira sua.

XVI. A Cartwright Vescovo di Chester, a Wright Capo Giudice del Banco del Re, e a Sir Tommaso Jenner, uno deʼ Baroni dello Scacchiere, fu data commissione speciale di esercitare potestà di ispezione sul collegio. Il dì 20 ottobre giunsero in Oxford scortati da tre compagnie di dragoni con le spade sguainate. Il giorno susseguente presero i loro seggi nella sala della Maddalena. Cartwright pronunciò una orazione piena di sensi di lealtà, che pochi anni innanzi sarebbe stata ricolma dʼapplausi, e che ora, invece, fu ascoltata con indignazione. Ne seguì una lunga disputa. Il Presidente difese con arte, contegno e coraggio i propri diritti. Protestò grande rispetto per lʼautorità regia; ma fermamente sostenne che per virtù delle leggi inglesi era libero possessore della casa e delle rendite annesse allʼufficio di Presidente; di siffatta proprietà sua ei non poteva essere privato da un atto arbitrario del Sovrano. «Vi sottometterete» chiese il Vescovo «alla nostra ispezione?»—«Mi ci sottometto» rispose destramente Hough «tanto quanto è compatibile con le leggi, e non più.»—«Volete voi consegnare le chiavi delle vostre stanze?» disse Cartwright. Hough rimase tacito. Lʼaltro ripetè la dimanda, e Hough rispose con un cortese ma fermo rifiuto. I commissari lo dichiararono intruso, e imposero ai Convittori di non più riconoscere lʼautorità di lui, e di assistere alla istallazione del Vescovo dʼOxford. Charnock fu pronto a promettere obbedienza; Smith diede una risposta evasiva; ma tutti gli altri membri del collegio dichiararono fermamente di riconoscere Hough come loro legittimo capo.

XVII. Allora Hough supplicò i Commissari perchè gli dessero licenza di dire poche parole. Cortesemente consentirono quelli, perocchè speravano chʼegli in grazia dellʼindole sua calma e soave cominciasse a cedere. «Milordi,» disse egli «oggidì voi mi avete privato della mia libera proprietà: protesto quindi contro ogni vostro atto come illegale, ingiusto e nullo; e me ne appello al Re nostro sovrano nelle sue corti di giustizia.» Un alto rumore dʼapplauso levossi fra mezzo agli uditori che riempivano la sala. I Commissari andarono insulle furie. Invano fecero ricercare deʼ perturbatori, e volsero la rabbia loro contro il solo Hough. «Non crediate di far bravazzate con noi,» disse Jenner.—«Io sosterrò lʼautorità della Maestà Sua» esclamò Wright «finchè avrò fiato in corpo. Tutto questo nasce dalla vostra sediziosa protesta. Voi avete turbata la pace, e ne renderete ragione dinanzi al Banco del Re. Vʼimpongo di presentarvi alla prima sessione sotto pena di mille lire sterline. Vedremo se la potestà civile vi possa mettere la testa a partito; ed ove ciò non basti, proverete lʼautorità militare.» E veramente Oxford era in tale fermento che i Commissari vivevano inquieti. Aʼ soldati fu fatto comandamento di caricare le loro carabine. Dicevasi che si fosse spedito a Londra un messo per affrettare lʼarrivo dʼun rinforzo di milizie. Ciò non ostante, non seguì alcun disturbo. Il Vescovo dʼOxford fu pacificamente istallato per procura: ma soli due membri del collegio erano presenti alla cerimonia. Numerosi segni indicavano che lo spirito di resistenza sʼera sparso anco nella plebe. Il portinaio del collegio gettò via le chiavi; il camarlingo ricusò di cancellare dal libro delle spese il nome di Hough, e fu tosto cacciato. In tutta la città non fu possibile trovare un magnano che forzasse la serratura delle stanze del Presidente, e fu dʼuopo che gli stessi servitori deʼ Commissari rompessero le porte con barre di ferro. I sermoni recitati la susseguente Domenica nella chiesa dellʼUniversità erano pieni di considerazioni tali, che Cartwright ne rimase ferito nel vivo; ma erano espresse con tal arte, chʼegli non potè mostrare ragionevole risentimento.

A questo punto, ove Giacomo non fosse stato affatto accecato, le cose si sarebbero potute fermare. I Convittori generalmente non erano inchinevoli a spingere più oltre la resistenza. Opinavano che ricusando di assistere allʼammissione del Presidente intruso, porgerebbero sufficiente prova di rispetto agli statuti e ai giuramenti loro, e che, trovandosi egli in possesso dellʼufficio, potrebbero equamente riconoscerlo per loro capo, finchè una sentenza dʼun tribunale competente lo rimovesse. Solo uno deʼ Convittori, voglio dire il Dottore Fairfax, ricusava di cedere. I Commissari sarebbero volentieri venuti a cotesti patti; e per poche ore vi fu una tregua chemolti credevano probabile finisse con un pacifico accomodamento: ma tosto ogni cosa andò sossopra. I convittori si accôrsero che lʼopinione pubblica accusavali di codardia. I cittadini già parlavano ironicamente della coscienza deʼ membri della Maddalena, ed affermavano che il coraggioso Hough e lʼonesto Fairfax erano stati traditi e abbandonati. Anche più molesto giungeva loro lo scherno di Obadia Walker e deʼ suoi confratelli rinnegati. In tal guisa dunque, dicevano gli apostati, dovevano finire tutti i paroloni con che il Collegio aveva dichiarato di difendere ad ogni costo il suo legittimo Presidente, e la sua religione protestante! Mentre i Convittori acremente molestati dal pubblico biasimo, pentivansi della condizionata sommissione alla quale avevano assentito, seppero che il Re non ne era punto soddisfatto. Diceva egli non bastare chʼessi fossero pronti a riconoscere il Vescovo dʼOxford come Presidente di fatto; era dʼuopo che distintamente riconoscessero la legalità della Commissione e di tutto ciò che essa aveva operato. Era dʼuopo che confessassero dʼavere mancato al debito loro, che si dichiarassero pentiti, promettessero di condursi meglio in avvenire, e chiedessero perdono alla Maestà Sua prostrandosi ai suoi piedi. I due Convittori, deʼ quali il Re non aveva cagione a dolersi, furono esentati dallʼobbligo di scendere a tanta umiliazione.

Giacomo—ed è tutto dire—non commise mai un errore più madornale. I Convittori già forte pentiti dʼavere concesso tanto, e incitati dal pubblico biasimo, ardentemente colsero il destro di riacquistare la pubblica stima. Dichiararono quindi unanimemente che non avrebbero mai chiesto perdono dʼavere ragione, o ammesso la legalità della ispezione del collegio e della destituzione del loro Presidente.

XVIII. Allora il Re, secondo che avea minacciato, fece loro sentire tutto il peso della sua mano. Con un solo decreto furono tutti dannati ad essere espulsi. E poichè sapevasi che molti nobili e gentiluomini, i quali avevano patronato di beneficii, gli avrebbero volentieri dati a coloro che tanto soffrivano per le leggi della Inghilterra e la religione protestante, lʼAlta Commissione dichiarò i cacciati Convittori incapaci dʼoccupare beneficii ecclesiastici; e coloro i quali non avevanoper anche presi gli ordini sacri, incapaci di ricevere il carattere clericale. Giacomo poteva gioire pensando dʼavere tolto a molti di loro gli agi e le speranze di maggiori dignità, e di averli gettati in una disperata indigenza.

Ma tutti questi rigori produssero un effetto onninamente contrario a quello chʼegli sʼera augurato. Lo spirito inglese, quellʼindomito spirito che nessun Re della Casa Stuarda potè mai giungere per esperienza ad intendere, destossi vigorosissimo contro una tanta ingiustizia. Oxford, sede tranquilla delle lettere e della lealtà, era in condizioni somiglievoli a quelle in cui trovavasi la città di Londra il giorno dopo che Carlo I tentò di porre le mani addosso ai cinque rappresentanti della Camera. Il Vice-Cancelliere, invitato a pranzo dai Commissari nel dì stesso della espulsione, ricusò dicendo: «Il mio gusto è ben differente da quello del Colonnello Kirke. Non posso mangiare con appetito accanto ad una forca.» Gli scolari ricusavano di far di cappello ai nuovi rettori della Maddalena. A Smith fu apposto il soprannome di Dottore Birba, e venne pubblicamente insultato in un Caffè. Allorchè Charnock ordinò ai Demies di fare i loro esercizi accademici dinanzi a lui, quelli risposero che essendo privi deʼ loro legittimi direttori, non volevano sottomettersi allʼautorità usurpata. Congregavansi da sè e per gli studi e per gli uffici divini. A corromperli vennero loro offerti lucrosi posti di Convittori che erano per allora stati dichiarati vacanti: ma tutti i sottograduati, uno dopo lʼaltro, animosamente risposero le loro coscienze non consentire chʼessi traessero profitto dalla ingiustizia. Un solo giovanetto, che venne indotto ad accettare un posto, fu dai colleghi cacciato fuori dalla sala. Vari giovani di altri collegi vennero invitati; ma ogni prova fu vana. Il più ricco istituto che fosse nel Regno sembrava avere perduta ogni attrattiva per gli studenti bisognosi. Frattanto, in Londra e per tutto il reame, facevansi collette per soccorrere i cacciati Convittori. La Principessa dʼOrange, a somma soddisfazione di tutti i Protestanti, si firmò per dugento lire sterline. E nondimeno il Re persisteva a procedere nellʼintrapreso cammino. Alla cacciata deʼ Convittori segui quella dʼuna folla di Demies. Intanto il nuovo Presidente andava languendo perinfermità di corpo e dʼanimo. Aveva fatto un ultimo e debole sforzo a servire il Governo pubblicando, mentre il collegio era in aperta ribellione contro lʼautorità sua, una difesa della Dichiarazione dʼIndulgenza, o per dir meglio una difesa della dottrina della transustanziazione. Questo scritto provocò molte risposte, ed in ispecie una dettata con istraordinaria vigoria ed acrimonia da Burnet. Parecchi giorni dopo la espulsione dei Demies, Parker morì nella casa stessa, della quale egli sʼera violentemente impossessato. Si disse che il rimorso e la vergogna lo facessero morire di crepacuore. Le sue ossa giacciono nella leggiadra cappella del collegio: ma nessun monumento ne indica il luogo.

XIX. Allora il Re volle mandare ad esecuzione tutto il suo disegno. Il collegio fu trasformato in seminario papale. Bonaventura Giffard, vescovo cattolico di Madura, fu nominato Presidente. Nella Cappella celebravansi i riti cattolici romani. In un solo giorno dodici Cattolici Romani furono ammessi come Convittori. Alcuni abietti Protestanti chiesero il convittorato, ma fu loro risposto con aperto rifiuto. Smith, realista esagerato, ma tuttavia sincero credente nella Chiesa Anglicana, non potè patire di vedere tanta trasformazione, e si assentò. Gli fu fatto comandamento di ritornare alla sua residenza, e non avendo obbedito, fu espulso anchʼegli: e in tal guisa lʼopera della spoliazione fu compiuta.[297]

La natura del sistema accademico dellʼInghilterra è tale che nessuna cosa, la quale tocchi seriamente lo interesse e lʼonore dellʼuna o dellʼaltra Università può mancare di produrre grave concitamento in tutto il paese. Per la quale cosa ogni colpo che andasse a percuotere il Collegio della Maddalena, era sentito fino al più remoto angolo del Regno. Neʼ caffè di Londra, neʼ tribunali, neʼ recinti di tutte le cattedrali, neʼ presbiterii e nelle ville sparse per le più remote Contee,gli uomini tutti sentivano commiserazione per gli sciagurati e sdegno contro il Governo. La protesta di Hough venne in ogni dove applaudita, in ogni dove destava orrore la violenza contro il suo domicilio; ed in fine la cacciata deʼ Convittori ruppe queʼ vincoli, un tempo sì forti e sì cari, che congiungevano la Chiesa Anglicana alla Casa Stuarda.

XX. Amari risentimenti e crudeli sospetti daʼ cuori di tutti cacciarono via lo affetto e la fiducia. Non vʼera canonico, non rettore, non vicario, la cui mente non fosse perturbata dal pensiero, che, per quanto la sua indole fosse quieta, ed oscura la sua condizione, potesse in pochi mesi essere cacciato dalla propria abitazione con un editto arbitrario, e ridursi a mendicare lacero e stanco con la moglie e i figliuoli, e vedere occupata da qualche apostata quella proprietà che era a lui assicurata da leggi dʼantichità immemorabile e dalla parola sovrana. Tale era dunque la ricompensa di quella eroica lealtà che non venne mai meno fra mezzo alle vicende di cinquantʼanni procellosi! Egli era per questo che il clero aveva sostenuto la spoliazione e la persecuzione nella causa di Carlo I! Egli era per questo chʼesso aveva favoreggiato Carlo II, nella sua dura contesa coi Whig! Egli era per questo chʼesso si era spinto in capo alla pugna contro coloro che studiavansi di privare Giacomo del suo diritto ereditario! Alla sola fedeltà del clero, il tiranno era debitore di quel potere chʼegli adesso adoperava ad opprimerlo e rovinarlo. Il clero da lungo tempo era assuefatto a raccontare con acerbe parole tutto ciò che aveva sofferto sotto il dominio deʼ Puritani. Ma i Puritani potevano in alcun modo escusarsi. Erano aperti nemici; avevano torti da vendicare; e anche rifoggiando la costituzione ecclesiastica del paese e cacciando chiunque aveva ricusato di riconoscere la loro Convenzione, non erano stati affatto privi di pietà. A colui, al quale avevano tolti i beneficii, avevano almeno lasciato tanto da poter sostenere la vita. Ma lʼodio che il Re sentiva contro la Chiesa, la quale lo aveva salvato dallo esilio e posto sul trono, non era tale da potersi di leggieri saziare. Nullʼaltro, fuorchè la estrema rovina delle sue vittime, lʼavrebbe potuto far pago. Non bastava che fossero espulsi dalle loro case e spogliati degli averi: furono con malignostudio chiusi dinanzi a loro tutti i sentieri della vita neʼ quali gli uomini della loro professione potessero procacciarsi la sussistenza; e nulla rimase loro che il precario ed umiliante mezzo dʼandare accattando per lo amore di Dio.


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